Sei sulla pagina 1di 3

Vittorio Emiliani

Scrittore e giornalista

Rifare a fondo la macchina dei beni culturali e del paesaggio

La macchina della tutela e insieme della valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici è
quella che ha subito negli ultimi decenni gli interventi più radicali e contraddittori, vuoi sul piano
della struttura, vuoi su quello della normativa nazionale.
Le leggi Bottai del 1939 (sia pure mutuate dalla solidissima legge sul patrimonio del
giolittiano Rosadi del 1909 e dalla legge Croce del 1922 sulle “bellezze naturali”) sono durate, con
i dovuti adeguamenti alla Costituzione del 1948, ben cinquant’anni. Poi è venuto il Testo Unico
del 1999 e cinque anni dopo soltanto il Codice Urbani, rivisto in meglio da Buttiglione, revisionato
in positivo da Rutelli e ora minacciato di depotenziamento (pareri non più vincolanti delle
Soprintendenze). Ma, nel contempo, il frettoloso e pasticciato Titolo V della Costituzione ha
introdotto altri elementi di confusione, per es. scindendo tutela e valorizzazione (opportunamente
ricucite dalle misure assunte dal ministro Buttiglione).
Parallelamente la struttura del Ministero voluto da Giovanni Spadolini e dedicato ai Beni
culturali e ambientali ha subito tutta una serie di riforme e/o controriforme: via i beni ambientali
(ma non quelli paesaggistici), dentro la cultura, poi anche il turismo e lo spettacolo. Al posto del
classico e mirato “Ministère de patrimoine” dotato di un “cuore” fortemente tecnico-scientifico, di
una direzione generale snella e di una ammirata, anche se assai poco finanziata, rete di
Soprintendenze territoriali di settore, è nato un corpaccione costoso, contraddittorio e poco
efficiente. Al cui interno si muovono logiche differenti quando non divergenti.
Il risultato è una “testa” centrale con decine di direttori generali e tanti direttori generali
regionali, quante sono le Regioni a statuto ordinario, i quali hanno finito per svuotare di mezzi, di
poteri e anche di motivazioni le Soprintendenze territoriali.
Largamente irrisolto è rimasto, anche dopo il pasticciato avvento del Titolo V, il rapporto
Stato-Regioni che, secondo l’articolo 9 della Costituzione, doveva armonizzarsi nella
“Repubblica” (emendamento Lussu) la quale “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico
della Nazione” (si badi bene, “della Nazione”). Linea di forza contraddetta da subito dalla speciale
autonomia riservata alla Regione Sicilia, con risultati, alla fine, deprimenti. Come il paesaggio
stesso dell’isola ci conferma sempre più.

Convegno
Una nuova politica culturale dello Stato Aula Magna del Rettorato 22 aprile 2009
Su questa macchina, diventata un macchinone lento e tuttavia poco stabile, cadono i
pesanti tagli alle risorse ordinarie del Ministero e quindi dei suoi organismi di tutela sul territorio,
che da qui al 2011 rischiano di poter svolgere, al più, l’ordinaria amministrazione burocratica e
probabilmente nemmeno quella (nell’ultimo Consiglio Superiore il direttore generale Stefano De
Caro ha parlato di “chiusura di talune sedi”). Al tempo stesso si inserisce nella cabina di comando
una nuova direzione generale alla valorizzazione dell’intero patrimonio, destinata a “far fruttare” i
nostri beni culturali. Con una pericolosa confusione, a mio avviso fra la “materia prima”
(patrimonio storico-artistico e paesaggio) e il suo indotto (turismo, in particolare, turismo
culturale). E con una non meno pericolosa gerarchia fra beni che potranno rendere soldi e beni che
non potranno renderne. Fra l’altro, nell’ultimo decennio i visitatori di tutti i nostri Musei sono
balzati da 24 a 35 milioni (i paganti da 11,4 a 16,2 milioni, in buona parte, credo, stranieri) e i loro
incassi da 52,7 a 106 milioni di euro (di cui quasi un terzo circa viene dall’archeologia romana).
Ma già il 2008 ha portato venti di crisi. Per i soli Musei statali: - 3,8 % di visitatori e - 1,9 % negli
introiti. Il supermanager alla valorizzazione ha sottolineato la necessità di maggiori investimenti e
di orari più flessibili, magari serali (di qualche costo anche questi ultimi, penso). Con quali fondi?
Per contro il presidente dell’ENIT Matteo Marzotto denuncia il taglio pesantissimo delle sue già
magre risorse promozionali, le più magre in Europa, mentre le Regioni “vanno ognuna per conto
proprio”. Come succede da anni. Risultato, una immagine molto sfuocata del Paese Italia. Il
turismo sì che avrebbe bisogno di manager e di investimenti promozionali “nazionali”.
Sulla snervata struttura dei Beni Culturali si abbatte poi il terremoto abruzzese, a pochi anni
da quello molisano e a undici dal più vasto sisma (dall’area di Assisi a quella di Urbino) umbro-
marchigiano. In questi casi si dimostra preziosissima la concentrazione di competenze delle
Soprintendenze e degli Istituti centrali, a partire dall’ICR. Che però devono rincorrere gli effetti
disastrosi prodotti dalla mancata messa in sicurezza del patrimonio edilizio in generale (appena il
18 % risulta a norma) e di quello antico in particolare. Che moltiplica i danni ai centri storici, alle
chiese, ai conventi, ai palazzi, ai castelli, ecc. Poi, finita la ricostruzione e l’opera spesso mirabile
(si veda Assisi o Venzone) di restauro e di recupero, ci si dimentica di tutto.
Proposte? Ricostruire un Ministero dei Beni culturali e paesaggistici, in grado di dialogare
con quello del Turismo, senza confusioni concettuali, un Ministero snello, dotato di un “cuore”
tecnico-scientifico di prim’ordine e di una rete agile di Soprintendenze territoriali di settore dotate
di poteri chiari ed effettivi, di mezzi e di personale qualificato, valido interfaccia degli Enti
regionali e locali. “La Repubblica” insomma di cui parla l’articolo 9 della Costituzione, cercando
di non essere più gli ultimi in Europa per i fondi destinati a queste fondamentali attività di tutela.
Soltanto per i restauri Sarkozy ha portato i fondi statali da 300 a 400 milioni di euro, allarga la

Convegno
Una nuova politica culturale dello Stato Aula Magna del Rettorato 22 aprile 2009
fascia degli ingressi gratuiti (che vorrebbe ancora estendere sul modello britannico), Obama
accresce gli investimenti in cultura, lo stessa fa Zapatero. L’Italia, già ultima in Europa, invece li
taglia.

Convegno
Una nuova politica culturale dello Stato Aula Magna del Rettorato 22 aprile 2009

Potrebbero piacerti anche