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Mercosur, per un futuro radioso - di Alessandro Grandi - 05/08/2010 - Fonte: Peace Reporter.

La potenza economica del Mercosur sta facendo paura ai mercati economici mondiali La riunione dei capi di Stato dei paesi del Mercosur, Brasile Argentina Uruguay e Paraguay, in corso a San Juan, in Argentina, ha gi portato dei buoni risultati.L'obiettivo principale della Cumbre era legato alla risoluzione dei problemi relativi al doppio pagamento dei dazi doganali verso l'estero. Non solo. Anche la redistribuzione delle tasse doganali ha avuto il suo spazio di discussione. Inoltre, gli aderenti al Mercosur hanno firmato un importante accordo commerciale con l'Egitto, che insieme a Israele l'unico paese non sudamericano a ottenere una firma di cooperazione con l'organizzazione. In sostanza, la Cumbre di questi giorni ha un valore storico politico di grande importanza. Stabilire accordi commerciali con il Cairo pu aprire al Sudamerica un mercato di quasi ottanta milioni di persone. Una cosa eccezionale, soprattutto senza nessuna limitazione imposta dai dazi doganali. Dunque, entro pochi anni potremmo trovarci davanti a una situazione assai nuova dal punto di vista economico. S perch i paesi del continente del Sudamerica stanno crescendo e, esempio ne il Brasile, potrebbero nei prossimi 10 anni dettare legge dal punto di vista delle esportazioni. La conferma arriva proprio dalla Cumbre del Mercosur che ha anche messo allo studio importanti accordi bilaterali con altre realt di alto livello dell'economia mondiale come Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Marocco, Giordania Bahrein. Emirati Arabi Uniti e Oman. Grano, mais, olio, burro e carni saranno i primi prodotti che beneficeranno degli accordi e non troveranno limitazioni doganali per fare il loro ingresso nel mercato egiziano. Poi sar la volta di prodotti industriali e latte. Entro una decina di anni i prodotti provenienti dal "Mercosur" non avranno pi nessun problema di stop alle dogane.La Cumbre, come dicevamo, stata importante sotto molti aspetti. Per prima cosa ha confermato le enormi potenzialit dell'area. Poi, ha confermato ancora una volta la coesione fra i diversi paesi sudamericani. E infine, ha lanciato la sfida (che probabilmente fra una decina d'anni sar vinta e che vedr lo scenario economico cambiare del tutto) al mercato mondiale. Con un'unica eccezione: il mercato europeo. I francesi su tutti, ad esempio, non vedono bene un accordo con il Mercosur che a loro avviso potrebbe causare il disfacimento del settore agricolo europeo. D'altronde troppo grande la potenzialit del Mercosur e la competitivit della sua manodopera e dei suoi prezzi per un mercato, quello europeo fatto s da eccezionale qualit ma anche da costi di gestione e lavorazione molto elevati. La minaccia iraniana, o la minaccia americana? - di Noam Chomsky - 05/08/2010 - Fonte: Centro Studi Opifice . La grave minaccia dellIran largamente riconosciuta come la crisi di politica estera pi seria cui deve far fronte lamministrazione Obama. Il Congresso ha appena rafforzato le sanzioni contro lIran, con penali ancor pi severe contro le societ estere. Lamministrazione Obama ha rapidamente ampliato la propria capacit offensiva nellisola africana di Diego Garcia, territorio doltremare della Gran Bretagna, che aveva espulso la popolazione cos che gli Stati Uniti potessero costruire limponente base che usa per attaccare il Medio Oriente e lAsia Centrale. La marina ha riferito di aver inviato nellisola una nave appoggio per servire i sottomarini nucleari con missili Tomahawk, che possono trasportare testate nucleari. Ciascun sottomarino avrebbe la capacit offensiva di un tipico gruppo da battaglia di una portaerei. Secondo un manifesto del cargo della marina USA ottenuto dal Sunday Herald (Glasgow), il notevole quantitativo di armamenti inviati da Obama comprende 387 bunker busters [lett. distruttori di bunker, ordigni nucleari a penetrazione profonda] usati per far saltare in aria le strutture sotterranee pi resistenti. La programmazione di queste superbombe o massive ordnance penetrators, gli ordigni pi potenti dellarsenale dopo le armi nucleari, iniziata durante lamministrazione di Bush, ma si affievolita. Quando Obama entrato in carica ha immediatamente accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di quanto previsto, mirando specificamente allIran. Si stanno preparando totalmente per la distruzione dellIran, secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies and Diplomacy della University of London. i bombardieri USA e i missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000 bersagli in Iran in alcune ore, ha detto. La potenza di fuoco delle forze statunitensi quadruplicata dal 2003, accelerando sotto Obama. La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo Persico, dove il suo compito di implementare le sanzioni contro lIran e di controllare le navi in transito dallIran e per lIran. I media britannici e israeliani riportano che lArabia Saudita starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dellIran da parte di Israele (cosa negata dallArabia Saudita). Al suo ritorno dallAfghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA 1

manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei Joint Chiefs of Staff o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani, insieme alle unit di intelligence e programmazione, continuando lo strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv. Lincontro verteva sulla preparazione sia di Israele che degli USA per la possibilit di un Iran con capacit nucleare, secondo Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che [io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista israeliano. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su una linea sicura. Le crescenti minacce di unazione militare contro lIran violano certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che ha riaffermato linvito a tutti gli stati a risolvere pacificamente le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto, che proibisce luso, o la minaccia della forza. Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che gli USA dovranno confrontarsi con lIran o rinunciare al Medio Oriente, niente di meno. Se il programma nucleare dellIran proceder, afferma, la Turchia, lArabia Saudita ed altri stati si muoveranno verso il nuovo superpotere iraniano; con una retorica meno accesa, si potrebbe creare unalleanza regionale indipendente dagli USA. Nel periodico dellesercito americano Military Review, Etzioni promuove un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti nucleari dellIran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari, infrastruttura compresa ossia, la societ civile. Questo tipo di azione militare assimilabile alle sanzioni nel provocare dolore al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben pi potenti. Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual per lesattezza la minaccia iraniana? Unautorevole risposta si trova nello studio dellaprile 2010 dellInternational Institute of Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime clericale senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in questo senso non lo pi di quello di altri alleati dellAmerica nella regione. Ma non questo che preoccupa lInstitute. Che piuttosto si preoccupa per la minaccia che lIran costituisce per la regione e per il mondo. Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non militare. La spesa militare dellIran relativamente bassa in confronto al resto della regione, e meno del 2% di quella degli USA. La dottrina militare iraniana strettamente difensiva, intesa a rallentare uninvasione e ad imporre una soluzione diplomatica alle ostilit. LIran ha solo una capacit limitata di proiettare la forza oltre i suoi confini. Con riferimento allopzione nucleare, il programma nucleare dellIran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilit di sviluppare armi nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza. Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ci non vuol dire che possa essere tollerabile per Washington. La capacit di deterrenza iraniana un illegittimo esercizio di sovranit che interferisce con i progetti globali dellAmerica. In modo specifico, minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche del Medio Oriente, unalta priorit dei programmatori sin dalla seconda guerra mondiale, che d un notevole controllo del mondo, come ha affermato uninfluente figura (A. A. Berle). Ma la minaccia dellIran va oltre la deterrenza. Cerca anche di ampliare la sua influenza. Come tale minaccia stata formulata dallInstitute stesso, lIran starebbe destabilizzando la regione. Linvasione da parte degli USA e loccupazione militare degli stati vicini allIran stabilizzazione. Gli sforzi dellIran di ampliare la sua influenza nei paesi vicini destabilizzazione, quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso rivelatore routine. Quindi il prominente analista di politica estera James Chase, ex editore del principale periodico dellestablishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine stabilit in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere la stabilit in Cile era necessario destabilizzare il paese (rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura di Pinochet). Oltre questi crimini, lIran sostiene anche il terrorismo, continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori forze politiche in Libano e in Palestina se le elezioni contano qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. normale per lopinione delle elite di temere la minaccia della democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo un caso piuttosto straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo. Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa.

Il 25 maggio in Libano si festeggiato il giorno di festa nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della resistenza di Hezbollah descritta dalle autorit israeliane come aggressione iraniana contro Israele nel Libano sotto occupazione di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo un normale uso imperialistico. Perci il presidente John F. Kennedy ha condannato lassalto dallinterno, e che manipolato dal nord. Lassalto della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi di concentramento, ed altre simili misure benevole, stato denunciato come un aggressione interna dallambasciatore delle Nazioni Unite di Kennedy, leroe liberale Adlai Stevenson. Il sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud occupato dagli USA unaggressione, unintollerabile interferenza con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come colombe, hanno lodato lintervento di Washington per rovesciare laggressione nel sud del Vietnam da parte della resistenza indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni dellintelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti americani hanno definito svariati tipi di aggressione, tra cui laggressione non armata, ossia la guerra politica, o la sovversione. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato sbagliato. Tale uso comune anche tra gli studiosi e in ambito politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che Noi Siamo i Padroni del Mondo. Hamas oppone resistenza alloccupazione militare di Israele e alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella sua piattaforma della campagna del 1999, vieta lesistenza di qualsiasi stato palestinese. Hamas accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono] solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza, per non parlare di altrove. importante tenere a mente, a questo proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede ufficialmente che non cerano razzi di Hamas fintantoch Israele ha parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha rifiutato lofferta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, unimpresa di aggressione omicida senza il bench minimo pretesto credibile, n dal punto di vista legale, n da quello morale. Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi pecche, la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso pi estremo stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della popolazione rifiutandosi di unirsi allinvasione dellIrak, suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto di democrazia, la voce del padrone che determina la politica, non la quasi unanime voce della popolazione. Lamministrazione Obama si di nuovo infervorata quando la Turchia si unita al Brasile nella stipula di un patto con lIran per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato liniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva, apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro lIran. Quando [il patto] riuscito gli Stati Uniti si sono infuriati, e lhanno rapidamente minato spingendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con nuove sanzioni contro lIran, talmente senza senso che la Cina si subito unita volentieri riconoscendo che le sanzioni avrebbero al massimo intralciato gli interessi dellOccidente nella competizione con la Cina per le risorse dellIran. Ancora una volta Washington ha agito con prontezza per assicurarsi che gli altri non interferissero con il controllo degli USA della regione. Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza. Laltro membro regionale, il Libano, si astenuto. Queste azioni hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon, il primo diplomatico per gli affari europei dellamministrazione Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni non sono capite e che deve dimostrare il suo impegno per lappartenenza allOccidente ha riportato lagenzia di informazione AP, un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO. Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione critica, adesso, come teniamo i Turchi nella loro corsia? seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del New York Times ha catturato lessenza dellumore generale: Patto con lIran visto come unonta nelleredit del leader brasiliano. In poche parole, fai quello che diciamo. Non c indicazione che altri paesi nella regione siano in favore delle sanzioni americane pi di quanto non lo sia la Turchia. Al confine opposto dellIran, ad esempio, il Pakistan e lIran, incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per un nuovo oleodotto. 3

Ancor pi preoccupante per gli USA che loleodotto potrebbe essere esteso allIndia. Il trattato del 2008 degli Stati Uniti con lIndia che appoggiava i suoi programmi nucleari e indirettamente i suoi programmi di armi nucleari era mirato a fermare lunione dellIndia alloleodotto, secondo Moeed Yusuf, un consigliere dellAsia meridionale per il United States Institute of Peace, che ha espresso una comune interpretazione. LIndia e il Pakistan sono due dei tre poteri nucleari che si sono rifiutati di firmare il trattato di non proliferazione (NPT), il terzo Israele. Tutti hanno sviluppato armi nucleari con il sostegno degli USA, e continuano a farlo. Nessun individuo in retti sensi vuole che lIran sviluppi armi nucleari; n alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o eliminare questa minaccia di stabilire una zona libera da armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione stata sollevata (di nuovo) in occasione della conferenza dellNPT presso la sede delle Nazioni Unite allinizio di maggio 2010. LEgitto, come presidente delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che la conferenza appoggiasse un programma che invitasse allinizio delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, come era stato concordato dallOccidente, Stati Uniti compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non Proliferazione del 1995. Washington ancora formalmente daccordo, ma insiste che Israele sia esentato e non ha dato alcun cenno di permettere che tali misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre Washington ha insistito che non pu essere accettata alcuna proposta che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto il patrocinio dellIAEA [International Atomic Energy Agency], o che richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di rivelare informazioni sugli impianti e sulle attivit nucleari di Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele. La tecnica di evasione di Obama di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace, che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35 anni, con rare e temporanee eccezioni. Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dellInternational Atomic Energy Agency, lente internazionale per lenergia atomica, ha chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che preveda che Israele acceda allNPT e che apra le sue strutture nucleari alla supervisione dellIAEA, ha riportato lagenzia di informazione AP. Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno una responsabilit speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale per la loro invasione dellIrak nel 2003, hanno fatto appello alla risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava lIrak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto. Non c bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. Pareteticamente, potremmo aggiungere che linsistenza degli Stati Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la zona (NWFZ) creata dallUnione Africana, proprio come Washington continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi territori del Pacifico. Limpegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica in questa direzione la creazione di zone libere da armi nucleari. Unaltra il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca attenzione. Anzich intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo dellAmerica sulle vitali regioni mediorientali che producono petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti. Tutto ci comprensibile e persino ragionevole, secondo la prevalente dottrina imperialista. Lo scudo anti-Iran in Europa - di Carlo Musilli - 05/08/2010 - Fonte: Altrenotizie . LIran continua a ripetere che il suo programma nucleare del tutto pacifico, ma evidentemente il tono non abbastanza rassicurante. Lesercito americano ha intenzione di attivare uno scudo antimissile in Europa meridionale come difesa contro un eventuale attacco di Teheran. Lobiettivo sarebbe di proteggere lEuropa, tutelare le forze statunitensi di stanza nella zona e scoraggiare gli iraniani a proseguire con lo sviluppo del programma missilistico. Anonimi ufficiali del Pentagono citati dal Washington Post dicono di essere vicini allaccordo per istallare una stazione radar in Turchia o in Bulgaria, che renderebbe operativa la prima fase dello scudo dal prossimo anno.

Se lIran lanciasse un missile - ha ipotizzato il Segretario alla Difesa Usa Robert Graves - non sarebbe uno solo. Pi probabilmente sarebbero centinaia. Tanto per andare sul sicuro. In ogni caso lattuale arsenale iraniano non in grado di raggiungere lAmerica, al massimo il sud dellEuropa, data la gittata dei missili inferiore ai 2.000 chilometri. Sulla lunga gittata gli iraniani stanno lavorando, ma sono piuttosto lenti. Secondo gli americani non raggiungeranno quel livello di tecnologia prima del 2015. In ogni caso, meglio iniziare a prepararsi. Lipotesi di uno scudo antimissile nata nel 1983 con Reagan, quando gli Usa temevano di subire il bombardamento nucleare sovietico. Lamministrazione di Bush junior ha rispolverato lidea come deterrente nei confronti delle possibili potenze nucleari del futuro, Iran e Corea del Nord. Lintenzione era di costruire dieci basi terrestri in Polonia e unampia stazione radar in Repubblica Ceca. Durante la campagna elettorale del 2008, Obama si detto scettico sulla praticabilit del progetto di Bush, cosicch nel settembre 2009 ha annunciato di voler cambiare totalmente approccio: non sar pi solo uno scudo terrestre, ma qualcosa di pi duttile. Uno scudo in movimento sullacqua, fatto di navi nella sua ossatura fondamentale. Non navi qualsiasi, ma incrociatori e caccia torpedinieri con sistema Aegis (che tradotto vale Egida, nome dello scudo di Atena), il radar pi sofisticato al mondo, talmente complesso da esser definito sistema nervoso delle navi da guerra, il cui braccio armato sar invece un arsenale di missili-antimissile SM3. I vantaggi di questa soluzione sono notevoli: scivolare sullacqua consente di spostarsi di volta in volta nelle zone ritenute pi a rischio e soprattutto le navi potranno essere utilizzate anche per altre missioni. Non si pu correre il rischio di spendere miliardi di dollari per un attacco che probabilmente non arriver mai. Comandanti della marina Usa sostengono che al momento le navi Aegis nel Mediterraneo siano al massimo due, ma ufficiali del Pentagono specificano che, secondo la gravit del pericolo, il loro numero potrebbe addirittura triplicare. Lo scudo sar costruito entro il 2020, in pi fasi. La prima inizier lanno prossimo: navi Aegis armate di dozzine di SM3 pattuglieranno in lungo e in largo il Mediterraneo e il Mar Nero. Nel 2015 entrer in scena la Romania per la seconda fase: il governo di Bucarest ha autorizzato la costruzione sul suo territorio di una base per il sistema di controllo delle navi da guerra. Unaltra base sorger nel 2018, stavolta in Polonia. Il mastro ferraio statunitense finir di forgiare lo scudo nei due anni successivi, con la produzione della nuova generazione di SM3. Oggi i supermissili americani sono in tutto 147: si progetta di triplicare anche questi. Prima di realizzare tutto questo bisogner per risolvere una difficolt logistica. I comandi della marina americana di stanza in Medio Oriente e nel Pacifico richiedono a loro volta navi Aegis per tutelarsi dalla minaccia iraniana e nordcoreana. Sennonch solo la met della flotta sempre disponibile: alla fine di ogni missione le navi passano in porto lo stesso periodo che hanno trascorso in mare, tanto sono lunghi i preparativi per la missione successiva. Ecco perch lamministrazione Obama ha deciso di duplicare il numero di navi Aegis entro il 2015, portandolo a 38. Una soluzione un tantino pi economica sarebbe quella suggerita dal vice ammiraglio Henry Harris, che propone di stanziare definitivamente le navi in porti europei invece di fargli fare continuamente la spola tra Mediterraneo e Stati Uniti. La flotta comandata da Harris ha base a Napoli. Mentre lavorano per il Mediterraneo, gli americani si danno da fare anche per migliorare i sistemi di difesa antimissile di Israele - dove nel 2008 stato istallato un radar - e dei paesi alleati del Golfo Persico, dove si progetta di istallarne un altro. Lobiettivo accorgersi prima possibile di un eventuale missile lanciato dallIran, per avere il tempo di abbatterlo. I sistemi di difesa europei, israeliani e arabi sono distinti fra loro e a diversi stadi di evoluzione. Ma sono tutti progettati per essere gestiti da personale americano (come accade per il radar in Israele, che invia informazioni alle navi statunitensi nel Mediterraneo). Chi pagher tutto ci? Gli europei rischiano di vedersi regalare il pi raffinato sistema antimissilistico di tutti i tempi dai contribuenti americani. E possibile che i paesi sui cui territori si costruiranno le basi diano un aiuto economico, ma forse solo una speranza del Pentagono. Ci che dovrebbe seriamente preoccupare gli yankee che nessuno sia ancora in grado di calcolare quanto the shield verr a costare. Lunica certezza che non sar a buon mercato: un solo SM3 costa fra i 10 e 15 milioni di dollari. Oltre al budget, esiste un altro problema, forse pi grave. In virt di un nuovo trattato fra Usa e Russia per la futura riduzione degli armamenti, Mosca si fermamente opposta allo scudo europeo. I repubblicani hanno fatto notare al Presidente che questo potrebbe costituire un ostacolo. Lui ha dissentito. Tel Aviv: bombe sul Libano - di Emanuela Pessina - 05/08/2010 - Fonte: Altrenotizie . Un ennesimo scontro tra l'esercito israeliano e quello libanese ha causato marted la morte di cinque uomini lungo la linea di confine tra i due Paesi mediorientali. L'incidente, uno dei pi cruenti degli ultimi anni, ha risvegliato da subito la preoccupazione del mondo intero, poich l'area costituisce una delle zone 5

pi volubili del vicino Oriente. Il conflitto tra Libano e Israele, sebbene ufficialmente concluso da una risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite (ONU) nell'agosto 2006, non mai stato risolto veramente e, da quattro anni a questa parte, un'infinita serie di ostilit e manovre militari delinea una zona di grande instabilit politica e militare. Nello scontro a fuoco sono morti un giornalista, tre soldati di Beirut e un alto ufficiale dell'Israel Defence Force (IDF), il gruppo delle forze militari unificate per la difesa d'Israele. All'origine del conflitto ci sarebbero dei colpi sparati dalle forze armate libanesi contro alcuni soldati israeliani che si trovavano in territorio a loro proibito, oltre cio la linea blu, quella frontiera fissata dall'ONU in risoluzione dei decennali conflitti fra Libano e Israele. Una linea, secondo la ricostruzione di Israele, poco chiara, che avrebbe indotto i militari di Beirut in errore: i militari dell'IDF stavano portando a termine delle semplici operazioni di routine, tra cui il taglio di alcuni alberi per migliorare la visuale, ha spiegato Israele. Secondo la ricostruzione libanese, tuttavia, i soldati avrebbero sparato solo pochi colpi di avvertimento, cui l'IDF avrebbe risposto con vere e proprie granate. Da qui sarebbero nati gli scontri, durati solo poche ore ma di grande gravit. E ora il mondo intero ha paura. L'esercito israeliano considera il Libano "pienamente responsabile" dell'incidente occorso nel primo pomeriggio nella zona di confine tra i due Paesi. Non ha dubbi in proposito il quartier generale dell' IDF, secondo cui l'esercito libanese avrebbe aperto il fuoco contro una postazione dell'IDF in territorio israeliano. I soldati israeliani, ha sottolineato l'IDF, "stavano portando a termine operazioni di manutenzione coordinate con l'Unifil". L'Unifil, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, presidia la zona di confine tra i due Paesi gi dal 2006 per garantire il rispetto delle risoluzioni ONU. Ma il Libano, come ovvio, ha percepito una realt completamente differente e parla di una chiara "aggressione" da parte dello stato israeliano. Il generale Said Eid, il numero uno del Consiglio di Difesa libanese, non si tira indietro: il Libano pronto a rispondere "all'aggressione israeliana con tutti i mezzi possibili". Se la situazione di tensione non si mai risolta, le guerre vere e proprie tra Libano e Israele sono state due. La prima risale al 1982, l'anno in cui Israele intervenuto nella guerra civile libanese a fianco delle milizie dell'Esercito del Libano del Sud (ELS) e delle forze cristiano-falangiste di Pierre e Bashir Gemayel. Sullo sfondo intricato di alleanze taciute e patti poco chiari, quella di Israele stata forse l'unica mossa che non lascia spazio a interpretazioni di sorta. Israele ha compiuto una vera e propria invasione del Libano per impedire nel Paese il consolidamento di una base di operazioni dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il gruppo nato attorno alla figura di Yasser Arafat. Questa guerra, in particolare, passata alla storia per il tremendo massacro di Sabra e Shatila, a Beirut: per quasi 40 ore i membri della falange cristiano maronita hanno violentato donne e ucciso civili disarmati allinterno del campo circondato e sigillato dagli israeliani, parte attiva nelloperazione. Al termine del conflitto, le forze palestinesi sono state costrette a spostarsi in Tunisia e Israele ha occupato la zona sud del Libano, rimanendoci fino al 2005. Nel complesso, tuttavia, Israele non ha riportato una vittoria univoca. Israele tornato all'attacco nel luglio 2006. A giustificare l'aggressione, questa volta, sono gli attacchi missilistici degli Hezbollah, il partito politico libanese che combatte contro Israele in nome dell'indipendenza del Libano. Appoggiato dall'Iran, il partito degli Hezbollah si muove da sempre agli occhi dell'opinione pubblica nel limbo della controversia. Se quasi tutti i Paesi del mondo ci vedono una legittima forza politica che combatte per la libert del proprio Paese dalla pressione straniera (quella Israeliana), altri - tra cui Stati Uniti, Paesi Bassi, Canada e Israele - non mancano di evidenziarne un presunto lato oscuro legato a fazioni di matrice terroristica. Perch giustificarsi di fronte all'opinione pubblica, di questi tempi, pi importante di quanto non possa apparire. Resta il fatto che Israele invade il Libano ed Hezbollah si difende, non il contrario. Il conflitto del 2006 durato 34 giorni, fino al "cessate il fuoco" imposto dall'ONU e dalla famosa Risoluzione 1701. Oltre al disarmo degli Hezbollah e il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale, l'ONU ha previsto lo spiegamento dell'Unifil, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite nel Libano, costituita da 12 mila unit, e la ridefinizione della linea blu. Ed proprio in questo senso che si espresso ancor oggi l'ONU, richiedendo a Libano e Israele di rispettare scrupolosamente la risoluzione che ha permesso la fine del conflitto in quell'ormai lontana estate del 2006. Una fine, a quanto pare, pi apparente che reale. Israele al bivio - di G. Gabellini - 05/08/2010 - Fonte: Conflitti e strategie . A quasi quattro anni dal brutale intervento militare israeliano nei confronti del Libano, i venti di guerra tra i due vecchi, acerrimi nemici tornano a spirare violentemente. Il Libano galleggia ancora su un fragilissimo "cessate il fuoco" che potrebbe rompersi da un momento all'altro. Negli scorsi mesi si sono verificati

svariati scambi di battute piuttosto aspri tra alcuni esponenti di Hezbollah e alcuni membri del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Il ministro degli esteri israeliano, l'inquietante Avigdor Lieberman si spinto addirittura oltre, invitando il leader siriano Assad a guardarsi bene dallintervenire in un eventuale conflitto con il Libano. La situazione, gi estremamente tesa da un paio danni, letteralmente precipitata in virt di uno (seppur blando)scontro a fuoco avvenuto questa mattina tra soldati libanesi e soldati israeliani, le cui cause sono ancora poco chiare. Proprio oggi il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha reso nota la decisione di accettare che unindagine coordinata dalle Nazioni Unite faccia luce sulle dinamiche che portarono alluccisione di nove passeggeri civili che navigavano a bordo della Freedom Flotilla. Si tratta di una vecchia tattica a cui Israele ha fatto ampiamente ricorso nellarco della sua sessantennale storia, che consiste nello sfruttare diversivi (spesso costruiti ad arte) allo scopo di distrarre lopinione pubblica, in modo da perpetrare senza rogne azioni che altrimenti susciterebbero forte indignazione. In occasione dellattacco alle Twin Towers dell11 settembre 2001, ad esempio, lesecutivo presieduto da Ariel Sharon approfitt della disattenzione dellopinione pubblica mondiale, ossessionata dagli attentati di New York, per radicalizzare indisturbata la campagna di repressione contro la popolazione palestinese. Il TG3 di marted 3 agosto ha dedicato un servizio alla decisione israeliana di aprire le porte allONU, definendola Una scelta storica che avrebbe segnato un drastico cambio di rotta di un paese che in passato non aveva mai accettato alcun tipo di ingerenza nei propri affari. Che poi la Nakba palestinese, loccupazione illegale della Cisgiordania, luccisione di alcuni cittadini turchi o il bombardamento intensivo su Gaza o su una nazione come il Libano non siano affatto faccende iscrivibili nel novero degli affari interni di Israele sono dettagli di poco conto, secondo il giudizio degli scribacchini di servizio, alla Andr Glucksmann, dei maggiori organi di informazione occidentali. Al di l di queste ovvie considerazioni, occorre per valutare le (concrete) possibilit che in un clima simile si ricreino condizioni analoghe a quelle che hanno portato allultima aggressione israeliana al paese dei cedri. Nell'estate 2006 il pretesto che determin l'inaudita offensiva di Israele sul Libano (di intensit paragonabile a quella del gennaio 2009 su Gaza) fu la cattura, ad opera di alcuni miliziani appartenenti ad Hezbollah, di due soldati israeliani lungo il confine che delimita i due stati. Se gli Stati Uniti sono sempre stati maestri nello strumentalizzare ad arte queste situazioni (si pensi allaffondamento del Lusitania o allincidente del Golfo del Tonkino), Israele non si dimostrata certo da meno. Nel mentre, una larghissima parte di (prezzolati) giornalisti occidentali (asserviti come pochi a Tel Aviv) da un lato innescava una massiccia opera di propaganda filoisraeliana, fatta di ricostruzioni grottescamente unilaterali dei fatti, dallaltro si guardava accuratamente del far notare che era pratica assai cara ad Israele quella di rapire o assassinare impunemente civili libanesi e palestinesi, deportandoli nelle prigioni israeliane e trattenendoli, talvolta come prigionieri, talvolta come ostaggi (talvolta trasferendoli direttamente in sale di tortura come quella di Camp 1391). Nessuno si mai permesso di invocare un intervento militare nei confronti di Israele, malgrado l'attacco si configurasse a pieno titolo come "atto di aggressione" e violasse gli articoli 2 e 39 della Carta delle Nazioni Unite; nel 1991, la violazione di questi stessi, medesimi articoli determin la Guerra del Golfo e la messa a ferro e fuoco dell'Iraq, col copioso spargimento di sangue che ne consegu. La cara, vecchia giustizia dei vincitori edificata sugli scranni di Norimberga. In ogni caso il Libano, stretto in una morsa terrificante, accerchiato da terra e mare, stato completamente annichilito. I bombardieri Gabriel hanno compiuto qualcosa come 8.000 incursioni, durante le quali hanno distrutto ponti, strade, centrali energetiche, fabbriche e ogni tipo di infrastruttura. Durante le operazioni le truppe israeliane si sono servite di armi non convenzionali, come le bombe termo - bariche, considerate quasi nucleari per gli effetti che sortiscono, simili a esplosioni atomiche di raggio limitato, e di ordigni al fosforo bianco, oltre ad armi chimiche mai sperimentate in precedenza, come riportato dal quotidiano israeliano Haaretz. Niente di nuovo; Israele, proprio come un adolescente isterico e immaturo, persevera nell'atteggiarsi a vittima inerme, convinta che nessuno comprenda le sue ragioni, sempre pronta a offendere il prossimo, ubriaca di volont di potenza distruttrice e conscia della sostanziale impunit che le altre nazioni "democratiche" continuano a riservarle quale che sia lentit dei crimini di cui si macchia con incredibile frequenza. La scelleratezza israeliana si rivelata comunque controproducente, poich non ha fatto altro, come a Gaza d'altra parte, che offrire bacini di consenso popolare sempre pi ampi ai movimenti che si prefigge da sempre di debellare, come Hamas presso i palestinesi e il molto pi agguerrito Hezbollah in Libano. Nel luglio 2006 diversi sondaggi hanno rivelato che circa il 90 % dei libanesi, drusi e cristiani compresi, sosteneva la resistenza armata di Hezbollah e che una percentuale analoga considerava gli Stati Uniti "complici dei crimini di guerra israeliani contro il popolo libanese". Le contraddizioni insite al modo in cui 7

Israele solito presentarsi, tipo siamo molto deboli/siamo molto forti, decidiamo del nostro destino/siamo noi le vittime, siamo uno stato normale/pretendiamo un trattamento speciale fanno parte dellidentit distintiva del paese, e per un certo periodo hanno sedotto buona parte dellopinione pubblica occidentale. Al punto in cui siamo, per, l'immagine di Israele non pu che rimandare inesorabilmente alla fotografia di un carro armato con la Stella di David impressa sulla fiancata. Israele non pi lisola felice immune alle regole di quel diritto internazionale a corrente alternata e a geometria variabile tipico del sistema unipolare dominato dai fedelissimi Stati Uniti. Gli americani si trovano ora a fronteggiare una situazione che non consente pi loro di spadroneggiare in ogni angolo del mondo con la stessa disinvoltura dello scorso decennio, e i rompicapi politici che sono chiamati a risolvere li hanno momentaneamente allontanati (relativamente, si capisce) da Tel Aviv. Le ultime, grottesche dichiarazioni relative al congedo dallIraq rilasciate da Obama, secondo il quale gli Stati Uniti starebbero Facendo esattamente quello che era in programma, consci che Quella la guerra di Bush, la sua, invece, quella in Afghanistan, dove si registrano progressi, non soltanto continuer ma diventer pi aspra, non annunciano niente di buono per Israele. Quando i soldati americani lasceranno lIraq, quali che siano le modalit mediante le quali avverr questo ritiro, si lasceranno alle spalle un paese estremamente caotico e dilaniato da una guerra civile interconfessionale (ma non solo), situato a due passi dai confini israeliani. Dal canto suo, la Turchia, storico alleato di un tempo, non evidentemente pi intenzionata ad allinearsi allasse Washington Tel Aviv, se vero che il primo ministro Recep Erdogan ha effettuato un drastico cambio di rotta, abbracciando una politica di ampio respiro finalizzata allintensificazione del dialogo con i paesi islamici, anche radicali, e allontanandosi progressivamente dallOccidente. Le dichiarazioni di Erdogan in riferimento al Rapporto Goldstone, lavvicinamento allIran e le dure, ferme prese di posizione in risposta alleccidio della Freedom Flotilla sono palesi dimostrazioni di questa controtendenza. LIran sta risalendo piuttosto velocemente la via che porta allo sviluppo, con la chiara intenzione di assurgere a paese - guida del blocco islamico, e i rapporti che nutre con Stati Uniti e Israele non sono mai stati tanto difficili nemmeno allepoca dellAyatollah Rhuollah Khomeini. I prossimi sviluppi ci diranno qualcosa in pi, ma leventuale scoppio di un nuovo conflitto tra Israele e Libano sortirebbe effetti pesantemente destabilizzanti nella complessa polveriera mediorientale, provocando una forte alterazione dei fragili equilibri internazionali vigenti. E probabile che Israele stia sollecitando Washington a scoprire le carte, ma finora non stato inviato nessun segnale chiaro. Di conseguenza, decidendo di intraprendere una nuova operazione bellica, Israele non farebbe altro che stringere ulteriormente il gi opprimente isolamento a cui sottoposta in un area che va dalla Libia alla Cina (lEuropa poco pi che un grosso supermercato). E bene ricordare che lultima invasione del Libano ha rappresentato tuttaltro che un successo per lamministrazione guidata da Ehud Olmert; Hezbollah si dimostrato estremamente determinato a resistere alla soverchiante onda durto dellHaganah (esercito israeliano) e secondo il parere di diversi osservatori si sarebbe massicciamente rafforzato (anche per mezzo delle forniture belliche iraniane) in questi ultimi quattro anni. Lo storico israeliano Ilan Papp scrive che Gli attacchi di Israele contro Gaza e il Libano nellestate del 2006 stanno a indicare che la tempesta sta gi infuriando. Organizzazioni come Hamas o Hezbollah, che osano contestare il diritto di Israele di imporre unilateralmente la propria volont alla Palestina, hanno contrastato la potenza militare israeliana e per il momento riescono a resistere allassalto. Ma tuttaltro che finita. In futuro potrebbero essere presi di mira i paesi che nella regione sostengono questi due movimenti di resistenza: Iran e Siria; il pericolo di un conflitto ancor pi devastante e di un bagno di sangue non mai stato cos grave. C da augurarsi che Netanyahu valuti con estrema cautela la situazione, e che orienti le proprie mosse allo scopo di scongiurare lavvento di uno scenario apocalittico come quello prefigurato da Papp, malgrado la bieca aggressivit che ha da sempre caratterizzato la politica estera israeliana suggerisca lesatto contrario. Perseverando sulla solita strada Israele, gi affetto da unendemica incapacit di procurarsi nuovi alleati, finirebbe (a medio o breve termine) per irritare il gi imbronciato alleato doltreoceano, prospettiva non certo lungimirante per un paese di dieci milioni circa di abitanti dominato da una comunit ebraica (che coltiva sogni che altrove verrebbero comunemente definiti deliranti, una Grande Israele a confessione ebraica) che fa registrare un tasso di crescita demografica praticamente nullo a fronte di una comunit palestinese sempre pi numerosa. Il professore di demografia presso l'Universit ebraica di Gerusalemme Sergio Della Pergola ha stimato che nel 2050 gli ebrei potrebbero verosimilmente ammontare al 35% circa della popolazione complessiva e sostiene che Per questo necessario realisticamente rendersi conto che Israele non potr essere 8

contemporaneamente grande (cio esente dalle concessioni territoriali), ebraico e democratico. Sar necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative. Delle due luna; o Israele si decider a fare i conti con questa realt, desistendo da certi inammissibili propositi, o andr dritta dritta verso un processo distruttivo che lacuto sociologo Baruch Kimmerling ha definito politicidio, il suicidio di una nazione. Ed nelle loro mani. Il marciume dilaga esponenzialmente - di Gianfranco La Grassa - 05/08/2010 - Fonte: Conflitti e strategie . Probabilmente, la situazione italiana marcia in modo non pi reversibile. A me pare che Berlusconi abbia ormai annacquato a sufficienza la sua politica estera, lunica in cui vi erano barlumi di autonomia; soprattutto se confrontati con il laido servilismo della sinistra seguita da ampi e maggioritari settori di sedicente destra, sia politici che mediatici. Gli Usa avrebbero dovuto accontentarsi; pu anche darsi che alcuni ambienti doltreoceano non siano ancora soddisfatti. Tuttavia, il mio sospetto che soprattutto non si vogliano abbandonare i servi che pi servi non si pu: i finanzieri e gli industriali decotti e parassiti (nel senso chiarito nel mio precedente intervento) con tutta la genia della sinistra (senza distinzioni) cui si sono uniti centro e destra finiana. Una raccolta di lestofanti che ormai intendono devastare il paese prima di ogni eventuale resa dei conti. Non escluso che simile accozzaglia nutra qualche timore su settori del management pubblico e scampoli del privato (molto sotterraneo in verit); pur sembrando in ritirata nellattuale congiuntura politica, forse non danno garanzie di non pi disturbare lazione della GFeID e della sua marmaglia (detta politica) una volta che, magari, sia passata a nuttata. Questi settori hanno dovuto dare la loro rappresentanza a Berlusconi che, nemmeno lui, si dimostrato un mago. Non riuscito, in quasi ventanni, a creare un gruppo omogeneo, minimamente compatto, non composto di emeriti opportunisti voltagabbana, inetti, profittatori. Ci siamo cos trovati sempre tra lincudine e il martello, con una degenerazione e putrefazione in crescita esponenziale. Abbiamo assistito ad un numero di salti della quaglia di impossibile precisazione tanto alto. Malgrado sia contro le elezioni sedicenti democratiche e difficilmente gli avvenimenti mi smuoveranno dal mio atavico astensionismo credo proprio che sarebbe meglio arrivarvi al pi presto. F ra gli altri effetti positivi, una proposta simile scoprirebbe la reale o finta neutralit del Presidente della Repubblica; secondo me far il possibile per non darle e prester il suo aiuto al tentativo di un altro Governo Dini (un Governo, cio, con lo stesso significato e scopi di quello del 1995 garantito da Scalfaro). Daltra parte, anche la putrida accolita che dovrebbe formare un simile Governo non trover davanti a s la via spianata. Basti vedere quali sono le peregrine idee che stanno circolando: un Governo del fu vicepresidente (per la sezione europea) della Goldman Sachs io lo vedo in questo ruolo e non in quello ufficiale, a mio avviso di semplice copertura che dovrebbe per coinvolgere Tremonti (alcuni anzi lo vorrebbero premier di transizione) e la Lega (concedendo il federalismo almeno in parte e con qualche inghippo che renda poi possibile la ritirata fra pochi anni). Siamo veramente alla frutta. Il fatto che si venga anche soltanto sfiorati da simili progetti dimostra che le gang, con cui abbiamo a che fare, non sono del tipo Al Capone, ma invece simili alla banda dellOrtica, di cui non mi sembra ancora deciso chi avr il ruolo di palo, quello sberluso (orbo) della canzone di Jannacci. Sempre pi viene in evidenza la funzione negativa dei sessantanni di appartenenza atlantica, per cui non siamo dotati di corpi militari con un briciolo di senso del paese e delle sue sorti. Questa sarebbe loccasione per schiacciare tutti gli scarafaggi, e dare loro una durissima e soprattutto definitiva lezione, dato che le fantasiose versioni di destra e di sinistra sono andate molto al di l di quanto gi intravedeva Gaber. Per il momento siamo obbligati alla sola denuncia. Comunque, scusate il mio pallino, ma ritengo giusto indicare la causa e leffetto, anche se poi, una volta instauratosi il circolo vizioso, difficile fare distinzioni. GFeID (su impulso doltreoceano) e gli infami rinnegati della sinistra (anzi del comunismo) sono la causa; la reazione dei settori affidatisi infine a Berlusconi (reazione certo non adeguata ed efficace) leffetto. Teniamolo presente; e dato il marciume che ormai le bande hanno creato nonch lincapacit di certi corpi speciali di asportarlo senza la minima esitazione e con metodi definitivi le elezioni sarebbero per il momento la soluzione meno peggiore: non risanerebbero lambiente ormai irrimediabilmente infetto, concederebbero per ancora un po di tempo per la possibile disinfestazione. Limportante intanto rendersi conto che non esiste pi la politica, ma solo una grande fossa fognaria da svuotare, se si vuol evitare la sempre pi probabile epidemia. 9

Futuro e guerra - di Angelo Mastrandrea - 05/08/2010 - Fonte: Il Manifesto . Se vero che la verit di solito si nasconde nei particolari, tralasciamo per un attimo la boutade di Bersani sul governo di transizione prossimo venturo: Tremonti, senza far nomi. Se le parole del segretario del Pd possono prestarsi a smentite e si pu dibattere sulle reali intenzioni del partito democratico, chiaro come il sole quanto accaduto nella stessa giornata al Senato. Dove, alla prima occasione utile per smarcarsi dal Pdl, l'opposizione ha votato compatta (o quasi, se si fa eccezione per il voto contrario dell'Italia dei valori e l'astensione dei due radicali) il rifinanziamento delle missioni militari all'estero. Tradotto: 700 militari in pi da inviare in Afghanistan e, visto che la coperta corta e bisogna tagliare da qualche parte, il ridimensionamento degli altri contingenti. A partire dal Libano e proprio nel giorno in cui, ironia della sorte, i venti di guerra alla frontiera con Israele hanno pericolosamente ripreso a spirare. 700 militari in pi e un corrispettivo aumento del budget per finanziare una guerra che, come ha candidamente confermato ieri al quotidiano francese Le monde il presidente pakistano Zardari mettendo in difficolt Obama, la comunit occidentale sta perdendo. 700 militari in pi nel momento in cui altri Paesi della coalizione, ultimo l'Olanda tre giorni fa, stanno ritirando i propri. Soprattutto, mentre ovunque si parla senza mezzi termini di exit strategy dall'Afghanistan, in Italia sembra di essere fermi al dopo 11 settembre. La guerra al terrorismo, i nostri eroi che si immolano per generoso altruismo (anche se progressivamente scompaiono dalle cronache mediatiche) e, udite udite, la sicurezza e la stabilit come bene comune al quale tutti hanno il dovere di contribuire. Chi l'ha detto? Un berlusconiano vetero teocon? Un leghista non contento del flop delle ronde che propaganda lo scontro di civilt? Qualche futurista ancora convinto che la guerra sia l'unica igiene del mondo? Magari. La risposta esatta : il gruppo del Pd nella sua dichiarazione di voto a favore del rifinanziamento. Con l'obiettivo di offrire una stampella alla guerra e preservarla dalla crisi del Pdl. Ecco, il particolare questo. Che, in un Paese che discute se e quando tornare al voto, immediatamente o passando per governi tecnici, istituzionali, di scopo o di transizione, si fa sempre pi fatica a distinguere l'opposizione dalla maggioranza. Quando si parla di beni comuni. Quanto ci costa l' insalata sigillata nella plastica - di Carlo Petrini - 05/08/2010 - Fonte: La Repubblica . QUANDO gli italiani sentono la crisi, i dati statistici puntualmente ci dicono che il primo consumo a essere tagliato il cibo: meno 3% di verdure, meno 1,5% d' olio, meno 10% di carne. Si sprecano cifre in negativo. Di primo acchito, accogliamo la notizia con preoccupazione e tristezza, ma il dato grossolano va esaminato in profondit, e criticamente. Bisognerebbe cio chiedersi "come" sono abituati a spendere per il cibo gli italiani, e non soltanto "quanto". Esistono diversi modi di vivere bene, anche in tempi di crisi - molto al di sopra di una banale e sciapa esistenza da "consumatori" - risparmiando pure qualche soldo. pur vero che, nonostante i prezzi dei prodotti agricoli italiani siano al livello pi basso di sempre, riducendo i contadini a lavorare quasi tutti in perdita, al dettaglio i prezzi sembrano non scendere mai. un po' come la benzina: sale quando sale il barile di petrolio, ma poi quando la materia prima costa meno, non ci sono ribassi. C' di sicuro la necessit di prezzi pi equi per tutti, ma fermiamoci a riflettere sul perch intanto noi continuiamo imperterriti con opzioni d' acquisto non sostenibili, n per l' ambiente n per le tasche. Per esempio l' insalata di "quarta gamma", vale a dire quella gi lavata, tagliata, confezionata in vaschette o bustine e pronta all' uso, costa sei-sette volte pi di quella comprata fresca al mercato. un settore in crescita continua da almeno dieci anni, che genera margini di guadagno cospicui alle aziende produttrici. In Italia abbiamo raggiunto la posizione di secondi in Europa per le vendite di quarta gamma. Al supermercato queste insalate si trovano a partire da circa 7 euro al chilo, anche se non poi cos difficile salire di prezzo. Dipende se ci sono pi tipologie d' insalata mescolate insieme, oppure dalla complessit delle vaschette per tenere separate le diverse componenti. Il packaging costa. Poi magari ci mettono delle variet un po' pi pregiate e il prezzo lievita, anche se poi in realt il valore opinabile, perch le insalate di quarta gamma sono tutte ottenute con variet selezionate e coltivate appositamente per assecondare le procedure industriali necessarie. Insomma, anche se si tratta di radicchio pur sempre un radicchio "da quarta gamma". Infine c' la variante verdurine: ho visto in supermercato due insalate impacchettate, uguali in tutti gli ingredienti tranne che in una delle due c' erano carote tagliate a bastoncini. Bene, quest' ultima costava 25 centesimi in pi per la bustina da 200 grammi. Al chilo fanno 1 Euro e 25 centesimi. Questo sarebbe il prezzo di una manciatina di carote, che neanche ne fa una intera, carote che ai contadini vengono pagate 9 centesimi al chilo? 7 Euro al chilo per un' insalata! 10

E attenzione: la compriamo gi pronta per risparmiare tempo, ma spesso finiamo con il lavarla lo stesso perch non ci fidiamo delle "atmosfere modificate" in cui si confeziona. Ma non c' solo l' insalata: ho visto una confezione di pasta precotta con pomodoro basilicoe mozzarellaa quasi tre euro per un paio di porzioni. Andr saltata in padella per circa 7 minuti. Se faccio il conto di due porzioni di pasta al pomodoro, basilico e mozzarella cucinata con gli ingredienti freschi spendo la met, e a farla ci metto circa dieci minuti, il tempo di cottura della pasta mentre preparo il sugo. A parte il fatto che sfido chiunque a dirmi che quella precotta e surgelata pi buona di una preparata al momento, perch tanta gente fa queste scelte illogiche, nonostante la crisi? Ci lamentiamo che il cibo caro ma una volta davanti al bancone del supermercato lasciamo da parte il ragionamento e paghiamo senza batter ciglio. Paghiamo, convinti che andare al mercato, dal fruttivendolo o dal contadino ci porti via troppo tempo, che lavare l' insalata ci porti via troppo tempo, che cucinare materie prime semplici ci porti via troppo tempo. Tempo prezioso, che siamo disposti rassegnatamente a pagare, e pure caro. Ma questi minuti, quest' oretta quotidiana risparmiata, valgono davvero i nostri soldi? Questo tempo libero quotidiano, come lo impieghiamo? In attivit creative, relazioni interpersonali appaganti, arricchimento dei propri interessi culturali? Non credo. Mi sembra pi diffusa l' abitudine a isolarsi davanti a uno schermo, televisivo o di computer, sprofondati nella nostra routinaria pigrizia mentale. Ad alcuni il tempo liberato serve addirittura a lavorare di pi. Pi soldi danno la possibilit di soddisfare bisogni fittizi, di comprare oggetti inutili, tra cui appunto il cibo preconfezionato. Mai come oggi forse l' umanit dell' Occidente ha avuto potenzialmente tanto tempo libero a disposizione, per questo viene vissuto come un contenitore da riempire, pianificando consumisticamente attivit, incontri, acquisti, per ingannare il vuoto che ci fa paura. Ma torniamo alla statistica allarmata del calo dei consumi alimentari come segnale di peggioramento delle condizioni economiche. Uno dei dati pi enfatizzati riguarda la carne. Crollo dei consumi di carne: lo si evidenzia come se fosse una cosa preoccupante, ma non vero. Eh s, perch di carne ne mangiamo troppa, secondo i nutrizionisti; e inoltre gli allevamenti intensivi hanno conseguenze ambientali spaventose. Per produrre un chilo di carne occorrono pi di 15.000 litri d' acqua, a monte della filiera ci sono monocolture di cereali per la mangimistica insostenibili sia dal punto di vista energetico che ambientale; a valle deiezioni inquinanti per terreni e falde acquifere, nonch emissioni eccessive di gas metano e CO2, responsabili dei cambiamenti climatici. Se tutti al mondo mangiassero i circa 90 chili di carne pro capite che consuma in media un italiano il pianeta collasserebbe. Il fatto che si mangi meno carne dovrebbe essere considerato un dato positivo. In ogni momento di crisi, anche nei passaggi dolorosi, pu esserci un' opportunit nuova. L' esempio pi evidente proprio quello della possibilit di cambiare i nostri consumi alimentari. Senza rinunciare al nostro fabbisogno energetico, e nemmeno alle gratificazioni che il cibo pu darci, anzi guadagnandoci in salute. Privilegiare l' acquisto di materie prime semplici da cucinare, ci d la possibilit di risparmiare assicurandoci una maggiore qualit e freschezza. Ricordiamoci che proprio la freschezza dei cibi a garantire un apporto ottimale di nutrienti; l' assenza o quasi di manipolazioni e aggiunte il modo pi facile per riconoscere la bont di un cibo. Cercare canali alternativi di approvvigionamento, direttamente dal produttore o nei mercati contadini, un altro modo vantaggioso di cambiare abitudini. Infine c' lo spreco. Non il caso di dilungarsi troppo: quelle 4.000 tonnellate al giorno di cibo ancora edibile buttate nella spazzatura in Italia parlano da sole e gridano vendetta. Chiss quante insalate di quarta gamma, scadute sui banchi del supermercato oppure avvizzite nei nostri frigoriferi, concorrono a raggiungere quota 4.000 tonnellate. Insomma la crisi ci pone sicuramente davanti a grandi difficolt, nel campo del lavoro, per la mancanza di risorse finanziarie, il taglio di servizi essenziali, le conseguenze sempre pi pesanti del degrado ambientale. Dedichiamo a questi problemi le statistiche allarmanti. Per quanto riguarda il cibo, invece, cambiamo lo sguardo: quello che pu sembrare una rinuncia, pu essere invece un vantaggio. Ancora (!) su destra e sinistra - di Alessandra Colla - 05/08/2010 - Fonte: Alessandra Colla Oggi non ho niente da fare. Sembra che lass Qualcuno abbia dimenticato i rubinetti dellacqua aperti, e non potendo andare in giro sotto questo cielo nero e inzuppato butto qualche parola al vento (ne arrivasse un po, magari, a spazzar via questa nuvolaglia diluviante!). Mi pare fosse Bordiga a dire che il male peggiore del fascismo stato lantifascismo (parafrasando, aggiungerei che il male peggiore del comunismo stato lanticomunismo). In concreto, la dotta citazione 11

introduce uno dei luoghi comuni pi cari allantifascismo militante: e cio che il motto n destra n sinistra sia lescamotage preferito dei fascisti per far passare subdolamente la loro mortifera ideologia e infiltrarsi eccetera. Urge rettifica: in realt, il n destra n sinistra appartiene alla frangia benedetta e miserella dei sansepolcristi o diciannovisti (o fascisti di sinistra, se si vuole). Ovvero di coloro che, abbracciando i princpi del 19 (il Programma di San Sepolcro piazza San Sepolcro a Milano, dico, non la cittadina bellissima di Sansepolcro in provincia di Arezzo: puntualizzo perch c chi confonde le due cose, e questo mi fa una tristezza) di coloro, dicevamo, che abbracciando i princpi del Programma sansepolcrista intendevano fare piazza pulita, gi allora!, delle ideologie per dar vita a qualcosa di nuovo: e le cui istanze caddero al Congresso di Roma del novembre 1921, quando si afferm una pi marcata tendenza verso la destra che scontent molti fascisti della prima ora, i quali si sentirono legittimamente traditi. Proprio come nel 1936 si sentiranno traditi quei giovani universitari fascisti che avevano plaudito alla rivoluzione spagnola per poi scoprire che il regime era, dopo qualche traccheggiamento, di tuttaltro avviso; e che, espulsi dal partito o emarginati dallo stesso, passarono dallaltra parte. Et pour cause. Lavrebbero fatto nel dopoguerra anche molti combattenti della RSI, convinti che un riflesso delloriginario messaggio fascista si riverberasse pi nel Partito comunista che nel Movimento sociale. Insomma questidea dellandare oltre destra e sinistra, nel senso non gi di rinnegare o vituperare quelle realt, bens di lasciarsele alle spalle consegnandole alla storia per elaborare nuovi assetti del Politico alla luce dei mutati scenari mondiali, stata un chiodo fisso della destra radicale (di una sua parte, almeno) e di certa sinistra eretica: entrambe sconcertate di fronte al massacro fisico e intellettuale di intere generazioni annientate dal teorema criminale degli opposti estremismi, funzionale al cosiddetto Sistema ovvero al mantenimento di uno stato di sudditanza dellItalia alle potenze doltreoceano, concertato nel corso della seconda guerra mondiale e ancora oggi, ahinoi, ben saldo. Quella certa destra e quella certa sinistra non hanno mai mancato di parlarsi. Dopodich, dal momento che sia a destra che a sinistra sussiste un esiziale impasto di ignoranza, becerume, sloganistica e malafede, la possibilit di un dialogo allargato sempre pi a rischio: la prevalenza del cretino mortifica i rari tentativi in questo senso, anche se per fortuna nelle nuove generazioni emerge qualcuno in grado di raccogliere il testimone. Sono passati parecchi anni da quando Renzo De Felice (nel suo Rosso e Nero che gli attir gli strali della peggior sinistra e dellantifascismo in blocco, che ne avevano ben donde) esortava ad affrettarsi perch lo spazio utile ad un confronto pi sereno si stava pericolosamente riducendo. Continuo a credere che qualche spiraglio ancora ci sia. Per quanto mi riguarda, oggi come oggi il desiderio (fortissimo e doloroso) di superare destra e sinistra motivato da ragioni di salute: entrambe mi stomacano, e non vedo per quale motivo dovrei passare il mio tempo a lottare contro la nausea quando ci sono ben altre battaglie da combattere. Legemonia sottoculturale - di Marcello Veneziani - 05/08/2010 - Fonte: il giornale. Cera una volta unItalia bella che viveva allombra dellegemonia culturale della sinistra. Poi arriv la destra neoliberista e il popolo pass da Gramsci al gossip, e si abbrutt sotto legemonia sottoculturale del berlusconismo. Dallintellettuale collettivo la bella Italia degrad al regno delle veline, dei tronisti, delle iene, dei grandi fratelli. Questa la favola che ci viene raccontata ogni giorno dai piangenti cantori della barbarie italiana, di cui uscita di recente anche una summa intitolata appunto Legemonia sottoculturale di Massimiliano Panarari, edito da Einaudi (che, guarda un po, di propriet berlusconiana). una favola reazionaria per nostalgici progressisti che vagheggiano un mondo che non c mai stato. Perch legemonia culturale della sinistra c stata e c ancora, ma non mai stata egemonia della cultura popolare. stata ed unegemonia che esercita il suo dominio nellambito delle minoranze intellettuali e dei poteri culturali; ma non ha mai pervaso il sentire comune. E quando dominava il gramscismo nella cultura, al potere cera la Democrazia cristiana, il capitalismo degli Agnelli e dei Cuccia, la protezione della Nato. Quando Gramsci andava forte, la cultura popolare del nostro Paese era nelle mani di Mamma Rai di Ettore Bernabei, dei suoi sceneggiati e del suo intrattenimento, di Santa Madre Chiesa con le sue parrocchie e i suoi oratori, e del fantastico mondo di Sanremo, un disco per lestate, Canzonissima, Miss Italia, tutto il calcio minuto per minuto, la Lotteria e il Lotto. Quando non cera ancora la De Filippi con la tv berlusconiana cera la Carr sulla tv di stato, nel suo viaggio dal tuca tuca a Carramba che sorpresa. Se la tv oggi quella corrida a cui lavrebbe ridotta il berlusconismo, secondo Umberto Eco, perch cera in Rai la Corrida di Corrado che coglionava i dilettanti allo sbaraglio, alimentando narcisismo e derisione. Quando in tv non cera Zelig berlusconiano, in Rai cerano Franco e Ciccio; erano forse pi colti e gramsciani? 12

Se la De Filippi evoca in Panarari addirittura Nietzsche, allora Fantozzi lerede di Marx. E poi che senso ha attribuire questo mondo alla destra neoliberista: il Gramsci dellegemonia sottoculturale stato Maurizio Costanzo, nato e cresciuto in Rai e sdoganatore di opinioni, vizi e gusti de sinistra, salvo lossequio alleditore. Simona Ventura, la protovelina per eccellenza secondo Panarari, veicola una sottoideologia antiberlusconiana, vagamente sinistrese. E molti comici e cineasti dellera volgare berlusconiana sono succedanei gramsciani da sballo. Alberto Asor Rosa scorge nel Grande Fratello lideologia dominante dellItalia berlusconiana: chi glielo dice al Professore che il format stato importato dalla progressista Olanda e ha fatto il giro del mondo? Chi glielo dice ai predicatori dellItalia perduta che Amici, il becero format di Maria De Filippi, non nasce dalle viscere del berlusconismo ma un format inglese, Pop Idol, importato in tutto il mondo, che va forte anche nellex sovietico Kazakistan? O che le telenovelas, la tv dei palestrati e delle rifatte, non vengono fuori dal lifting berlusconiano ma dalla tv sudamericana, colombiana e brasiliana in particolare? E quanto viene attribuito al berlusconismo, da Drive in alle sit com e ai reality, in realt made in Usa, cio figlio dellinternazional-popolare? Ma poi vi ricordate quante canzoni stupide, quanti filmazzi idioti, quanta comicit demente cerano nellItalia gramsciana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta? Non era anche quella egemonia sottoculturale di massa? E quando Pier Paolo Pasolini voleva spegnere la stupida tv e piangeva le macerie morali e spirituali non cera ancora la tv commerciale e Berlusconi andava ancora per crociere. E quando Eco scriveva la fenomenologia di Mike Bongiorno non cera ancora il biscione ma la sua tv era la Rai di Stato. Quanto al gossip il nome nuovo ma la molla antica: si chiamava pettegolezzo e una volta si applicava al condominio o al villaggio locale. Ora si applica a internet e al villaggio globale. C un degrado? S, lo credo anchio, ma perch discendiamo da quei presupposti e in discesa tutto acquista velocit. Allora riassumiamo: legemonia sottoculturale accompagna la societ consumistica di massa dal suo nascere e non un frutto dellanomala italiana e del berlusconismo. piuttosto legata al sorgere e allo svilupparsi della tv, allamericanizzazione del mondo, al primato assoluto del vivere e del piacere, del divertirsi e dellapparire. Sul caso italiano sono anchio convinto che le tv commerciali abbiano contribuito a involgarire i gusti e i linguaggi, in una gara al ribasso. Ma legemonia sottoculturale della volgarit descritta da Ortega y Gasset, gi nel 1930, ne La ribellione delle masse. Sul caso italiano vorrei infine che fossero considerate tre cose. Uno: quanto ha contato in questa trivializzazione di gusti e linguaggi, lorda liberatoria del Sessantotto, e il passaggio dalla societ inibita e pudica alla societ esibizionista e volgare? Due, il Panarari rimpiange il Pci che teneva sveglia la ragione; ma quanto ha contato sulledonismo degli anni Ottanta la voglia di fuggire dagli anni di piombo, dai totalitarismi, i gulag e le persecuzioni, il manicheismo cupo e intollerante degli anni settanta? Non fu una liberazione Drive in, Quelli della notte e loro succedanei, dal peso funesto della storia? E infine: parlate di egemonia sottoculturale; ma la cultura dov, come reagisce a questa egemonia, che opere sforna, come sa parlare alla gente, cosa indica di positivo oltre la dissoluzione, il nichilismo, la morte di Dio, della filosofia, della tradizione, della famiglia e della comunit? Non offre nulla. E poi non lamentatevi se qualcuno quel nulla poi lo vuole perlomeno divertente. Scudo antimissile: Obama come Bush - di Andrea Perrone - 05/08/2010 - Fonte: Rinascita . Praga pronta ad ospitare un centro di allerta preventiva allestito da Washington, nellambito del progetto per lo scudo antimissile. A darne notizia stato il quotidiano economico Hospodarske noviny, precisando che sar utile per garantire uninformazione tempestiva su un eventuale pericolo missilistico. Il giornale non ha mancato di riportare poi che il Pentagono avrebbe chiesto al Congresso i mezzi necessari per lallestimento del centro entro la fine dellanno in corso. Dal canto loro gli Stati Uniti avrebbero in programma di investire inizialmente 2,2 milioni dollari negli anni 2011-2012, che dovrebbe diventare parte di una comune difesa antimissile Nato nel prossimo futuro. Il luogo esatto per la realizzazione del progetto non ancora stato ancora stabilito, ma Praga o i suoi dintorni potrebbero costituire lopzione principale. Il servizio del centro di allerta dovrebbe inoltre essere assicurato da militari cechi e un team di esperti dovrebbe controllare i dati provenienti dai satelliti. Una scelta quella del governo di Praga, in ossequio allimpero a stelle e strisce, che contravviene secondo i sondaggi al volere del popolo della Cekia, contrario quasi al 70 per cento alla dislocazione di qualsiasi parte del sistema antimissilistico made in Usa lungo il territorio nazionale e sovrano. Durante una conferenza stampa il premier ceco ha sottolineato che questo sar un centro tecnicoamministrativo volto a individuare il lancio di missili contro il territorio dellAlleanza atlantica.In questo 13

momento - ha proseguito il leader ceco riferendosi allintesa con Washington - rappresenta una questione bilaterale, ma si presume che questo sistema far parte della difesa missilistica della Nato. La parte americana propone di creare nella Repubblica ceca un impianto dotato di sensori per unallerta tempestiva sul pericolo missilistico, ha osservato Necas. Per me un primo passo simbolico, ha osservato fiducioso il ministro della Difesa Alexandr Vondra, lex vicepremier per gli Affari europei e grande promotore del progetto di George W. Bush che prevedeva la costruzione di un radar nella Repubblica ceca nellambito dello scudo spaziale. Il vecchio programma dellamministrazione Bush stato infatti annullato lanno scorso per volere del presidente Barack Obama (nella foto). Lattuale strategia del leader della Casa Bianca prevede invece un progetto pi moderno e meno costoso, che punta alla dislocazione di nuovi missili Patriot su piattaforme mobili e navi, in alcune aree dellEuropa centro-orientale e non solo, fra cui Polonia, Repubblica Ceca, Romania, e forse Bulgaria e Turchia, insieme alla dislocazione in alcune aree come quelle del Mar Baltico, del Mare del Nord e dellArtico. Dure le prese di posizione del governo di Mosca che ha condannato le scelte dei Paesi europei definendo il progetto dello scudo spaziale una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Intanto, a Bratislava anche il ministro degli Esteri slovacco, Mikulas Dzurinda, ha fatto sapere che il suo Paese pronto ad entrare nel sistema voluto da Washington. Se questo progetto, in cui la Repubblica Ceca dovrebbe essere inclusa, porta ad una maggiore sicurezza, si dir s in modo inequivocabile, ha precisato durante una conferenza stampa, a conferma che le decisioni degli Usa non saranno disattese. Privatizzare la natura. E trovare poltrone ai trombati della politica - di Sara Santolini 04/08/2010 - Fonte: il ribelle Passata la manovra si procede ai tagli e alla ricerca di soluzioni per sopperire alla mancanza di fondi. Questo significa, per Stefania Prestigiacomo, il Ministro dellambiente che si occupa di nucleare in un Paese denuclearizzato tramite referendum, fare la parte della povera ignara dei tagli al proprio ministero. Le soluzioni propinate alla mancanza di fondi sono sempre le stesse e, in prima fila, c sempre il fantasma della privatizzazione. Continua, espansiva, devastante che porta le firme dei partiti politici e dei soliti gruppi economici italiani che stanno comprando lItalia a pezzetti. Questa sembra essere la volta delle montagne, dei fiumi, della flora e della fauna del bel Paese. I fondi alle aree protette sono diminuiti gradualmente a partire dal 2009 (da 68 a 59 e poi 50 milioni di euro). Ora la manovra economica, allarticolo 7, contiene un taglio del 50% alle aree protette italiane per il 2011 che, per ammissione della stessa Prestigiacomo, un modo per mirare alla loro privatizzazione. Il taglio sarebbe, inoltre, sospetto, in ogni caso perch i 25 milioni di euro che non verranno destinati ai Parchi resteranno al Ministero dellAmbiente che per non potr usarli per legge a favore delle aree protette. Lidea della privatizzazione, contro la quale adesso il Ministro finge di opporsi - almeno a parole - era venuta alla Prestigiacomo gi nel 2008. La motivazione era che le aree protette fossero dei semplici poltronifici che non giovavano in alcun modo al Paese e, per risolvere questa situazione, la proposta era di creare delle fondazioni Private per la gestione dei Parchi e delle loro iniziative. Tanto perch una situazione del genere proprio non lha mai digerita, la Prestigiacomo ha nominato e confermato presidenti agli enti con un metodo tutto suo. Quello vecchio. A volte si tratta di ex dirigenti pubblici e politici non eletti (o non rieletti). Ad esempio alla guida dellEnte parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga c Arturo Diaconale, che non riuscito a farsi eleggere nel 96 nella lista del Polo delle Libert; al parco delle Cinque Terre c Franco Bonanini, che non riuscito a farsi eleggere alle ultime europee con il Pd; al Gargano c Stefano Pecorella (Pdl), che stato sconfitto nella corsa per il comune di Manfredonia. innegabile per che i Parchi naturali in Italia siano importanti. Non si tratta solo - come se non bastasse di gioielli naturalistici, ma anche di potenziale economico per il nostro Paese: nellultimo anno il turismo legato alle aree protette aumentato del 34%. E forse stata questa la loro sfortuna: probabilmente in questo modo vengono considerate una possibile fonte di business per fondazioni e altri enti privati che, ancora pi probabilmente, si occuperanno pi di incentivare il turismo che di tutelare lambiente e la lunicit delle aree protette italiane. Ironia della sorte: tutto questo accade nel 2010, lAnno internazionale, appunto, della biodiversit. La speculazione del grano - di Marina Forti - 04/08/2010 - Fonte: Il Manifesto . 14

Due cose bisogna tenere ben d'occhio: la siccit e la speculazione. Luned i prezzi del grano sul mercato internazionale hanno segnato un rialzo da record, il maggiore salto in alto dell'ultimo mese. In Europa il rincaro stato dell'8%, a 211 euro la tonnellata: il maggiore rincaro in due anni, riferiva ieri il Financial Times. Negli ultimi due mesi i prezzi del grano sono raddoppiati, puntualizzava ieri anche Irin, il notiziario on-line dell'ufficio Onu per gli affari umanitari. Solo l'ultima settimana i prezzi sono saliti ancora del 20%, dichiara a Irin Abdolreza Abbassian, economista e segretario del gruppo intergovernativo sui cereali presso la Fao. Il motivo del rincaro? in questi giorni tutti additano Mosca: l'ondata di caldo del mese scorso e la peggiore siccit dell'ultimo secolo hanno decimato i raccolti in Russia, cos come in Ukraina e in Kazakhstan. La Russia uno dei 5 maggiori esportatori di grano; i tre paesi sono tra i primi 10, e sono tra i fornitori chiave ai paesi del nord Africa e medio oriente (cio la pi grande regione importatrice al mondo). Ora il governo russo ha dichiarato lo stato d'emergenza per siccit in 27 regioni (la settimana scorsa erano 23). A fine luglio la siccit aveva distrutto i raccolti su 10 milioni di ettari, un'area all'incirca pari al Portogallo. E l'istituto meterologico russo prevede che il gran caldo, senza piogge, continuer fino a domenica sul centro e sud della Russia - dove sono anche le zone devastate dagli incendi forestali. Ieri dunque la Russia ha ridimensionato le previsioni per il 2010 a 70-75 milioni di tonnellate, dalla precedente previsione di 85 milioni. E quella la previsione ufficiale: i commercianti si aspettano meno, il Financial times cita previsioni di 45-50 milioni di tonnellate prodotte nel 2010-11, cio un raccolto del 27% minore rispetto ai 61 milioni di tonnellate dell'anno scorso. Questo significa che la Russia (e presumibilmente anche Ukraina e Kazakhstan) potrebbero limitare le esportazioni: ed questo rischio che ha fatto lievitare preventivamente i prezzi. Ieri il ministro dell'agricoltura russo Alexander Belyayev ha detto che il governo non reputa necessario imporre restrizioni all'export di grano, e gi ieri il prezzo del grano sul mercato Usa sceso rispetto al picco di luned. E questo dice quanto l'andamento dei prezzi sia a rischio speculazione. Ma ancora, ieri circolavano sulle agenzie di stampa previsioni nere attribuite a vari analisti del mercato: anche senza bando ufficiale, le esportazioni russe potrebbero calare a 5-8 milioni di tonnellate, cio gli esportatori potrebbero mancare agli impegni per un milione di tonnellate... e poi, se la situazione si fa grave, chi pu dire che i paesi produttori non bloccheranno le esportazioni, come fecero nel 2008 per settimane o mesi, per proteggere il proprio mercato interno da rincari eccessivi? Certo, non siamo ancora alla situazione del 2008, quando il prezzo di grano, riso e mais era salito al punto da create una crisi globale, con rivolte popolari per il cibo in numerosi paesi. L'economista Abdolreza Abbassian, su Irin news, cerca di tranquillizzare gli animi: gli aumenti sul mercato internazionale delle derrate impiegano almeno sei mesi a trasmettersi sui mercati locali. Resta il fatto che questo il pi veloce rincaro del prezzo del grano visto dal 1972-73, dichiara al Financial Times Gary Sharkey, capo del settore approvvigionamenti di Premier Foods, gruppo britannica del settore alimentare: e l'industria, conclude, non potr certo ignorare un rincaro del 50% nella sua materia prima. La speculazione resta in agguato. Fiat, Usa: il cerchio si chiude - di Matteo Pistilli - 04/08/2010 - Fonte: cpeurasia Ed il cerchio si chiude. Mai come in questo periodo risulta chiarissima la lotta dei poteri in atto ed facile, per chi vuol vedere, comprendere gli sconquassi agli equilibri nel mondo intero, in special modo scorgere lo scontro di poteri anche interno al campo occidentale con gli Stati Uniti che fanno pagare ai Paesi subordinati, appartenenti alla propria sfera di influenza (come lItalia) il prezzo per tentare di mantenere legemonia sul globo. E noi italiani ne siamo spettatori privilegiati, in particolare grazie agli ultimi sviluppi della questione Fiat. Unazienda da sempre finanziata dallo Stato (popolo italiano), ma sempre collegata a poteri doltreoceano come appunto la Fiat, chiude stabilimenti o abbassa il livello dei diritti dei lavoratori italiani nelle fabbriche italiane, ed apre filiali in altre zone, come in particolare la Serbia post-Milosevic (1). Inoltre il presidente degli Stati Uniti Obama, elogia il fautore di tutto ci, Sergio Marchionne, riconoscendogli il merito di aver salvato lamericana Chrysler ed i lavoratori nordamericani. Ora, come dicevamo, tutto sembra molto chiaro: gli Usa a capo della coalizione atlantica diffondono dove possibile il proprio sistema politico ed economico, il libero mercato, anche attraverso le istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale; bombardano con lappoggio dei governi italiani (destra o sinistra poco importa) Stati sovrani come per esempio la Serbia di Milosevic, colpevoli di portare avanti politiche poco accondiscendenti ai poteri politici ed economici collegati agli Usa; cos questi Stati una volta liberati diventano nuovi sbocchi per il mercato al ribasso cercato dalla globalizzazione degli stessi americani e diventano parte della loro sfera di influenza, minando in tal modo ogni possibile unit 15

dintenti nellEurasia; cos le imprese pi coinvolte con il potere di Washington si mettono in moto, aprono filiali dove si pu sfruttare sempre di pi il lavoro, chiudono o ridimensionano dove si fanno meno profitti, e investono per salvare leconomia del centro dominante, ossia degli Stati Uniti. A questo punto non c peggior sordo di chi non vuol sentire: la lotta che in atto strategica, in gioco c il futuro multipolarismo e gli Stati Uniti, grazie alla forza militare, culturale ed economica cercano di salvare la propria supremazia alle spalle dei popoli eurasiatici che riescono a controllare, fino ad ora, per mezzo della supremazia storica guadagnata dopo la seconda guerra mondiale. La questione spinosa, pericolosa e difficile, ma gi soltanto avere le idee chiare, sullimportanza del guadagnare scampoli di sovranit dal potere anglo-americano un buon punto di partenza. Quando fin la crescita - di Pino Cabras - 04/08/2010 - Fonte: megachip . Molte analisi si accontentano di guardare ai tempi recenti, per capire dove stiamo andando, intendere cosa sia accaduto al capitalismo e scrutando con pi interesse il luogo in cui viviamo intuire perch si sia inceppata lItalia. Tuttavia non dobbiamo limitarci a vedere le ragioni dello sfacelo nei comportamenti attuali dellassociazione a delinquere raccolta intorno al Piccolo Cesare, n nellinsipienza delle caste concorrenti. Di recente un arco di riflessioni molto profonde stato a pi riprese pubblicato da Marino Badiale e Massimo Bontempelli. uno dei tentativi pi interessanti di costruire un pensiero politico allaltezza della grande crisi in corso. Un percorso di lettura utilissimo. In effetti occorre uscire dalle riflessioni contingenti, e spaziare lungo una vicenda storica pi estesa. Da dove viene questa crisi? In quale momento certe svolte sono diventate irreversibili? Possiamo dire prima di tutto che la vera faccia del capitalismo, non solo italiano, si palesava completamente gi nellarco di tempo ricompreso fra la met degli anni settanta e la seconda met degli anni novanta. Perch quel periodo cos importante? Dal punto di vista economico e sociale proprio in quella fase che si chiuso il ciclo aperto dalla seconda guerra mondiale. Poi venuta la fase post 11/9, le crisi convergenti, lemergere multipolare di altre potenze, ecc. Ma la fase che precede questi sviluppi a interessarci per via di una sua compiutezza, che qui voglio rievocare. Quella fase era il compimento del piano Marshall, lo strumento dellaffermazione egemonica del capitalismo anglosassone, dominato da unlite transnazionale che tendeva a distinguersi dalle nazioni e che non calcava lappartenenza a una comunit nazionale (per quanto teorizzasse comunque la Leadership Americana). Era questa lite a promuove senza sosta lapertura dei mercati dei beni, dei servizi, delle persone e dei capitali. Legemonia anglosassone subiva e riassorbiva anche gli effetti di disegni concorrenti, quelli che hanno portato poi allEuro o alla crescita della Cina come fabbrica del mondo, dentro un inesorabile progetto di riproduzione allargata del capitale su una scala che coinvolgeva e sconvolgeva lintero globo. La globalizzazione era il livello superiore verso cui convergeva laccumulazione estesa del capitale nel sottosistema della manifattura e della diffusione dei beni. Per qualche decennio il motore dellaccumulazione permetteva che si allargasse la socializzazione e lacquisizione dei saperi e delle capacit degli individui, cosa che facilitava alla crema del capitale lappropriazione del plusvalore. Scuole, formazione, crescita diffusa di nuovi desideri per nuovi consumi: erano tutti elementi ben funzionali a una tale riproduzione. Fino a un certo punto la classe media era fondamentale per lespansione. Il punto di svolta, con tutte le sue importanti conseguenze, fu superato gi negli anni settanta. Come ricorda Richard K. Moore in un suo saggio interessante e visionario, da l in poi, il capitale non ha cercato la crescita attraverso un aumento della produzione quanto piuttosto estraendo maggiori rendimenti da livelli di produzione relativamente piatti. Da qui la globalizzazione, che ha spostato la produzione verso aree a bassi salari, fornendo maggior margini di profitto. Da qui la privatizzazione che trasferisce i flussi di entrate a investitori che prima si rivolgevano nazionalmente al Tesoro. Da qui, i derivati e i mercati valutari che creano lillusione elettronica della crescita economica, senza effettivamente produrre nulla nel mondo reale. Il processo trasformava la struttura demografica e la societ, determinando costi che allora non erano percepiti interamente. Erano gi presenti i presagi di quanto sarebbe stato conosciuto pi avanti in pieno nei paesi ricchi: la de-industrializzazione, lalba della crisi sociale delle classi medie, le nuove povert in Europa e negli Stati Uniti. Il boom del Pacifico preannunciava lemergere di un capitalismo neo-industriale e finanziario destinato a cambiare il pianeta. Qualcuno pi sensibile e attento, come un altro Moore, il Michael Moore di Roger and Me, intuiva la portata devastante della nuova pelle di cui si rivestiva il capitalismo. Ma nel 1989 Michael Moore era uno sconosciuto. 16

Enormi fette di popolazione un tempo assoggettate a lavori servili in agricoltura, a ridosso dei livelli di sussistenza e sotto il tallone di poteri oligarchici molto chiusi, erano state definitivamente liberate, fino a entrare nei meccanismi sociali moderni dominati dal capitalismo. Quote mai viste della popolazione avevano praticamente perso la percezione della millenaria fatica agricola. Il tutto era avvenuto con una rapidit che concentrava non solo i tempi, ma anche i costi della modernizzazione senza sviluppo. I circoli virtuosi della crescita erano giunti per al capolinea, proprio nel momento in cui sembravano interminabili. Anche in Europa non si sapeva ancora quanto moriva dei decenni precedenti, n cosa davvero si affacciava, in vista dei decenni successivi. Finivano i protezionismi continentali e nazionali. A dispetto delle aperture di mercato sub-sistemiche, che avvenivano in dosi crescenti verso la dimensione globale, resistevano ancora le strutture portanti della ricostruzione regolata dei mercati iniziata alla fine della seconda guerra mondiale, quando si erano impennati tassi di crescita del PIL mai visti prima di allora n mai dopo. Leconomia postbellica era cresciuta in fretta. Quella crescita appariva il modo di essere normale delleconomia. Le tecnologie erano meno facilmente trasferibili. Il mercato del lavoro aveva perimetri nazionali. Le elevate capacit di saper fare erano merce diffusa, trasferibile solo scontando gravose asimmetrie. Cerano meno concorrenti. Le imprese si concentravano radunando e inquadrando vere e proprie popolazioni organizzate. Non cera la polverizzazione sociale che abbiamo visto dopo. Funzionavano le barriere allentrata nei confronti di nuovi concorrenti. Il capitale aveva bisogno di nuovi sbocchi. In seguito il progetto capitalista si proiettava verso i punti pi avanzati della sua agenda. Era la marcia trionfale della globalizzazione macro-regionale e della globalizzazione planetaria. Parliamo del cuore del progetto sospinto dalle forze contrarie allisolazionismo del colosso nordamericano: veri poteri forti che puntavano allestensione massima del mercato globale, al fine di assicurare la riproduzione dilatata e intensiva del capitalismo. Era lunico modo per non far crollare i livelli dei consumi in Nord America, senza i quali sarebbe stato messo in discussione lo stesso ordine sociale, intanto che si ampliavano le differenze fra il superclan al vertice della piramide sociale e lenorme base sociale del ceto medio che considerava invece acquisito il suo pur minacciato tenore di vita. La svolta liberista estesa su tutto il pianeta aveva la sua window opportunity: non cera pi a un certo punto - il contrappeso sovietico a frenare la sua carica egemonica. E questa nuova egemonia era da rilanciare con una nuova potente fase di crescita - ancora crescita - costasse quel che costasse, stavolta senza vincoli e macroregole, tranne quelle che potevano facilitarle il compito. Nessuna prudenza sociale, nessun vincolo al consumo di futuro, da nascondere semmai nelle pieghe dellindebitamento crescente. La globalizzazione nella sua dimensione macro-regionale in Europa venne attuata con la scorciatoia monetarista. Non c stata ununificazione virtuosa dei mercati: quelli delle merci, dei capitali, dei servizi e delle forze di lavoro. Ha prevalso limpostazione germanica: una moneta forte, lobiettivo dellalta produttivit, linnovazione nei servizi, nei processi e nei prodotti. Dove sarebbe il problema, direte? Il problema che questi erano solo obiettivi retorici per la maggior parte delle classi dirigenti dei vari stati. Per perseguire simili politiche sarebbero occorse consistenze statuali e nazionali molto forti, in grado di adattarsi con forza alle regole eurocratiche senza devastare la propria sovranit e le basi della propria legittimit, partendo proprio dalleconomia. La via tedesca alla globalizzazione europea poteva reggere solo per due protagonisti europei: uno era il suo interprete pi autentico e gi egemone, cio proprio la Germania, laltro era il soggetto egemone nel campo cruciale e atlantico dei mercati finanziari che guidavano la deregulation planetaria: la Gran Bretagna, che peraltro si teneva fuori dallEurozona. proprio in quel momento che da noi finito per sempre il matrimonio fra crescita e occupazione, cio fra la crescita e le condizioni basilari che creano consenso e prassi per lo sviluppo. Le classi dirigenti nazionali che nei decenni scorsi non capivano questo punto di svolta della storia hanno avuto un limite culturale e politico macroscopico, con la scusante di vivere certi fenomeni con la sorpresa della prima volta. Le classi dirigenti che non lo capiscono oggi rivelano invece una colpa gravissima e una condotta scellerata, che apre altre praterie alle scorrerie dei poteri occulti dell'lite globalizzatrice. Questo quadro storico, politico ed economico ricco di interconnessioni offre il contesto giusto per riflettere anche sullorigine delle questioni domestiche attuali della Repubblica Italiana. Il primo crollo delle potenzialit industriali fu quello della siderurgia e dellindustria di base di mano pubblica, sotto i colpi esogeni della concorrenza internazionale e quelli endogeni del deterioramento dello stato amministrativo, degradatosi nello stato dei partiti. 17

Oggi giustamente si lamenta il disastro dei conti Telecom per come la compagnia stata spolpata e indebitata nel suo processo di privatizzazione, ma va anche ricordata la condizione di profondo degrado della holding pubblica Iri, nel cui seno stavano le uniche realt salvabili, ossia proprio il monopolista telefonico e le industrie a produzione militare. Il disastro della Telecom privata di oggi non insomma lopposto di una presunta Et dellOro pubblica, ma figlio di un altro disastro che si era consumato chiudendo per sempre un intero ciclo del capitalismo italiano. Altro discorso riguarda lEni, per ragioni storiche e specifiche del settore. La sua missione sopravvissuta ad assalti e parassitismi di ogni tipo che pure a pi riprese le sono entrati in casa. Ma di certo finita da decenni la sua funzione propulsiva per lindustrializzazione di base allinterno dei territori italiani. Ne seguito un lungo ripiegamento che ha accompagnato la deindustrializzazione di vaste aree, che non hanno visto sostituirsi qualcosa di paragonabile. Cos come da decenni avremmo gi dovuto constatare il decesso della capacit di dar vita a diversi poli industriali del sistema oligopolistico chimico-meccanico-tessile-informatico. Esemplari i meccanismi ciclici di salvataggi-privatizzazioni-pubblicizzazioni-salvataggi, sempre con denaro pubblico, associati al settore meccanico-automobilistico, cio alla Fiat. Intanto che il quondam Gianni Agnelli, come ora viene rivelato grazie alle beghe ereditarie, su conti cifrati esteri faceva riparare valori dellordine dei miliardi di euro sottratti al fisco, la Fiat diveniva quel che tuttora, dapprima in scala nazionale, poi su scala globale: unimpresa zombi specializzata nel succhiare risorse pubbliche, impegnata non pi a segnare il passo della crescita, bens lesatto opposto: una ritirata industriale contrattata e costosissima, con il corollario della fine delle vecchie popolazioni organizzative. Nella fase che stiamo rievocando si esauriva anche qualsiasi capacit espansiva del settore chimico, un perfetto esempio del nostro capitalismo senza capitali, incapace di reagire al restringersi del suo piccolo giro monopolistico-finanziario. Molti sistemi di ricatti politici fra protagonisti della vita economica e politica degli anni successivi, con scie proiettatesi sino a oggi, hanno avuto origine nelle guerre chimiche di fine anni ottanta. Un altro ciclo esauritosi negli anni novanta era quello del sistema oligopolistico-bancario. Il sistema delle caste politiche lo aveva avviluppato con un reticolo di mostri giuridici e fondazioni che cercavano di accedere alle risorse finanziarie in modi diversi dai pi rozzi ladrocini precedenti. Le privatizzazioni che sono seguite non hanno intaccato il meccanismo. Hanno comportato razionalizzazioni verticali e concentrazioni che hanno trasferito interamente nel Nord del paese il cuore del sistema bancario. Ma linsieme tutto tranne che un motore di crescita. Anche qui un inceppamento con effetti permanenti. Fino agli anni novanta si cred nellultimo grande ciclo ritenuto irreversibile e innovatore, autopropulsivo e allaltezza della globalizzazione: linterminabile ciclo della piccola e media impresa, dei distretti industriali della Terza Italia, fucine di occupazione e di nicchie di mercato aperte al mondo. Quanti politici cercarono di cavalcare lillusione che i distretti sarebbero entrati in sistema, portando un nuovo capitalismo al centro del mondo? I capannoni vuoti - nel Nordest italiano e non solo - oggi ci raccontano quellabbaglio. La scala gerarchica chiusa del nostro mercato dei capitali non si mai schiodata dallaffidare alle sole seconde e terze linee della liquidit la gestione finanziaria delle imprese sottocapitalizzate dei distretti, negli stessi anni in cui le manifatture cinesi interagivano invece con risorse coordinate, programmi di vasta portata, proiezioni decennali e investimenti nel sapere. Niente di meglio che osservare la faccia di Pierluigi Bersani in visita a unindustria decotta per vedere che c sempre chi non capisce quando unepoca finita senza rimedio. Poteva compiere quel salto da distretto a sistema - solo una societ in cui fossero diffuse le competenze e le capacit. Solo che negli anni novanta non lultima delle regioni, ma lopulenta Lombardia aveva tassi di scolarizzazione inferiori alla media europea. E da allora la Lombardia ha regalato al sistema scolastico via Calabria la ministra Gelmini, per dire. Potete capire quale crescita potr venire da un ordinamento che taglia le risorse dellistruzione di un quarto in un anno. Potevamo gi saperlo registrando il deficitario standard nellepoca in cui si chiudevano i cicli del capitalismo italiano. Oggi basta vedere lunanimit di sguardi attoniti di coloro che hanno ancora memoria di cosa debba essere listruzione, quando contemplano il paesaggio di macerie di scuole e atenei, intanto che Cina e India sfornano ciascuna pi di mezzo milione di ingegneri allanno. Abbiamo tralasciato un altro importantissimo ciclo sullo sfondo. Anchesso un ciclo che ha trovato una sua chiusura tra gli anni settanta e gli anni novanta: lindustria dei media di massa. Berlusconi ebbe la funzione di accentrare e blindare in un kombinat politico-televisivo-editoriale dominante tutti i meccanismi di remunerazione dei media, in modo da rendere preponderante la risorsa pubblicit. L80% del gettito pubblicitario proveniva dal cartello mondiale delle agenzie di pubblicit che investiva per conto dei propri utenti-inserzionisti, in notevole misura societ multinazionali, che ridisegnavano con enorme forza di penetrazione i meccanismi della vendita dei beni e servizi secondo i loro interessi, e facevano evaporare un flusso senza precedenti di fatturati che finivano allestero e restringevano il bacino di riferimento industriale nazionale per i nuovi consumatori rieducati. 18

I meccanismi residuali di remunerazione dei media lasciati dal moloch pubblicitario dominato da Berlusconi erano due: i ricavi da vendite dirette o indirette, e i contributi di istituzioni e amministrazioni pubbliche. I primi favorivano e favoriscono tuttora soltanto i prodotti importati. I secondi erano in ruolo ancillare rispetto al kombinat berlusconiano e sono stati via via ridotti (si legga Glauco Benigni, Le tre risorse per i media). Nel complesso il ciclo in questo settore si congelato intorno alluomo di Arcore. Contrariamente a una delle leggende pi tenaci diffuse da Berlusconi, ossia che il sistema di raccolta pubblicitaria da lui realizzato con DellUtri abbia fornito sbocchi prima preclusi al Made in Italy, si cre invece un gigantesco spostamento di potere verso il bi-polo produzione/consumo a tutto svantaggio dellindustria italiana, dei suoi insediamenti precedenti, di tutte le dinamiche del lavoro e delle loro rappresentanze. Il sigillo politico ha chiuso questo equilibrio politico ed economico, rendendogli culturalmente satellite anche gran parte dei presunti oppositori. Questa asfissia dei vecchi cicli economici ha reso lItalia un ambiente chiuso, provinciale, con classi dirigenti incapaci di ripensare la missione del Paese. Nulla ha sostituito le protezioni finite allepoca in cui terminavano questi cicli economici e politici assistiti da un sistema daziario e da una qualche autarchia. Il blocco patrimoniale del vecchio controllo familistico sulle grandi imprese ha operato da quel punto in poi rifuggendo linnovazione imprenditoriale, per specializzarsi ulteriormente nel sistema di pubbliche relazioni che gli assicurava nicchie, rendite di posizione monopolistiche mascherate da privatizzazioni, con pedaggi e contributi sicuri. C una inclinazione ormai totalmente parassitaria del capitalismo mondiale che ci testimoniata dalle vicende della grande crisi finanziaria globale. In Italia questa fase si saldata con la selezione di una classe dirigente alla fine dei cicli anzidetti, fino ad esprimere quel tratto cialtrone delle nostre cricche incistate nella casta. La compagnia di giro dei profittatori allinseguimento delle Grandi Opere in Italia ha ormai palesemente lintento di non concluderle. Il sistema non si mosso dal neopatrimonialismo fondato sul debito statale, un sistema di gruppi affaristici e clan politici che saccheggiava la spesa pubblica e il territorio, n ha abbandonato i tratti delleconomia politico-collusiva. Il paradosso che si tratti di Alta Velocit, di Expo, di Piani Casa, di ricostruzioni post-sisma ogni depredazione che vada a erodere le basi gi compromesse dalla fine dei grandi cicli economici si presenta in modo bipartisan come una promessa di crescita, impossibile da mantenere. La crescita a debito degli anni ottanta alla fine si risolse nellaumento delle sclerosi corporative della societ italiana, gestite da un potere oligarchico e oligopolistico fra i pi avidi del pianeta. Nulla fa pensare che una pur improbabile crescita oggi potrebbe essere gestita virtuosamente, anzi. Sarebbe iattura novella aggiunta a ventennale iattura. Di cosa parlano allora i politici che auspicano un Patto per la crescita, oggi come negli anni novanta? La crisi nel nostro Paese va al cuore del processo che tiene insieme la nazione, come accade sempre in Italia per le crisi serie. La disgregazione degli anni quaranta o la crisi del 1992-1993 si accompagnarono a spinte che mettevano in discussione la tenuta dellItalia in quanto stato unitario. Se oggi appare di nuovo attuale la possibilit di una disintegrazione del Paese, significa che c stata come una lunga gelata che lo ha mantenuto nelle stesse condizioni dei primi anni novanta. La lunga egemonia di Berlusconi ha sin qui congelato il problema. Sempre pi appare chiaro alle potenze della finanza e degli Stati che hanno guidato la globalizzazione, e che a suo tempo avevano puntato su Berlusconi per americanizzare lItalia e renderla un paese compiutamente consumista e in via di deindustrializzazione, come ora egli non appaia in grado di reggere lurto del declino della repubblica. Come in altre occasioni puntano su tanti e disparati cavalli, altrettanto incapaci di un alternativa al declino: ad esempio Gianfranco Fini, ma perfino Nichi Vendola, come decantano certe centrali massoniche. E finanche il depotenziato e filobritannico Beppe Grillo potrebbe far loro gioco. Nel frattempo magari un governo tecnico toglier qualche castagna dal fuoco e vender un po di argenteria per poter narrare ancora per qualche anno la favoletta della futura ripresa. Il racconto della crescita stato il punto cardine degli interventi sulle crisi: non sar dismesso facilmente, se perfino i sei punti in meno di PIL sono spesso pazzescamente definiti crescita negativa. Lobiettivo cardine della crescita stato una forzatura, una chimera che ha fatto perdere importanti occasioni, quando forse si poteva rimettere ordine nella missione della nostra strana nazione. Anche nel fatidico 1992. Allora, gli industriali esportatori da una parte, la Comunit europea dallaltra, spinsero a svalutare la lira dell8%. Lazione coordinata di pochi speculatori trascin i mercati internazionali a un tasso di svalutazione cinque volte maggiore, superiore al 40%. Nel 1988 si scambiava un marco tedesco con 800 lire, ma nel 1992 non ne bastavano 1200. Era diventata insostenibile la classica crescita con la droga della svalutazione. Il ponte di comando del capitalismo finanziario internazionale mise i piedi nel piatto e sostitu definitivamente il potere del capitalismo industriale e bancario su basi nazionali fino a prescrivere ai governanti italiani una diversa promessa di crescita. Sempre lei. 19

La nuova regolazione si presentava con un precedente che aveva funzionato: in fondo, il boom degli anni cinquanta e sessanta era partito con bassi livelli di consumi, salari non in espansione, apertura internazionale, forti controlli alla spesa pubblica, bassi tassi dinflazione. Lunica differenza, enorme, era la crescita delle imposte a servizio del mostruoso debito pubblico accumulato negli anni ottanta, pi un vasto programma di privatizzazioni. La caduta dei consumi del 1993, in mezzo a una tempesta di sacrifici che fecero dimagrire le classi medie e lavoratrici, si accompagn a un calo dei tassi dinteresse e dellinflazione, nonch a una lira che si rafforzava nei confronti del marco, fino a un rapporto di cambio di 1000 a 1. Ma la disoccupazione si port al 12%, che significava tendere al 30% nel Sud, cifra ulteriormente scomponibile per et fino a fotografare intere coorti di nuove generazioni che nel Mezzogiorno non trovavano lavoro. La svalutazione aveva ampliato gli squilibri storici fra Settentrione e Meridione. Al Nord si esportava e si conservavano posti di lavoro. Il Sud sperimentava la fine dellindustrializzazione dallalto e il termine dellespansione del blocco clientelare dintermediazione della spesa pubblica. Il debito accennava a un lieve calo nel paese che per gi sborsava meno di tutti nella comunit europea in favore della spesa sociale, per la sanit, per la scuola: un paese che aveva per giunta un sistema pensionistico squilibrato a discapito delle nuove generazioni, e che subiva unaltissima evasione fiscale. Gli accordi sindacali del 1993 pattuirono una ritirata dei lavoratori in nome del difficilissimo equilibrio di un sistema che non intaccava i suoi difetti di fondo. I sindacati dei lavoratori accettavano un arretramento in nome di una futura crescita del PIL. Nulla cambiava invece per il magmatico blocco sociale che si estendeva dalle classi dominanti assistite fino a un vasto ceto medio improduttivo. Da quelle parti, il mito della crescita era pi irresponsabile ancora, pi sperperatore, pi prono allillegalit di massa. Negli anni successivi quel mito ha consumato ulteriori porzioni di futuro, e ha selezionato intere generazioni di individui e dirigenti del tutto impreparati ad affrontare una crisi di proporzioni epocali. Si selezionata cio una nazione che non sa dirsi la verit, con giornali e politici che non la sanno e non la saprebbero raccontare. Perch cos tanti hanno creduto al mito, anche quando scricchiolava, perfino oggi che sopravvive ormai di decenni alle sue reali basi materiali? Il nesso fra la corruzione e il capitalismo delle collusioni e delle rendite di posizione poteva nascondersi dietro la crescita della Milano da bere e a rimorchio di tutte le baldorie degli anni ottanta. Le statistiche Istat sui consumi delle famiglie registrate negli anni cruciali della trasformazione e del compimento dei cicli economici - a rileggerle, fanno impressione: dal 1973 al 1985 i consumi in alimentari e bevande quintuplicavano, mentre i consumi non alimentari crescevano di oltre sei volte. E questo avveniva in modo omogeneo dal punto di vista geografico e sociale. In termini di riproduzione capitalistica era una forte polarizzazione verso i consumi che si accompagnava a una depolarizzazione sociale. Era una mutazione antropologica gi in atto, alla quale lapparato berlusconiano poi mise un motore che la sovralimentava. Il debito appariva sostenibile in base alle aspettative di crescita. E la crescita, in base al modello dominante occidentale degli ultimi decenni -soprattutto in Nord America e in Gran Bretagna - era pressoch totalmente affidata al consumo. Lesperimento italiano ha teso verso quel modello, ma non ha pi cartucce da sparare. Oggi i debiti sono tutti da pagare. La generazione dei babyboomers, dei consumatori-massa irresponsabilmente edonisti, riparati dalle certezze previdenziali a lungo capaci di adempiersi ma ora non pi, specie quando evaporano in borsa, ebbene, quella generazione non ha pi nessun margine. Invecchier pi povera di quanto si aspettasse. E alla generazione che segue decrescono le risorse mentre le certezze previdenziali si azzerano. significativo che si torni a un livello di tensioni economiche, finanziarie e politiche ancora fermo al momento che ho tentato di descrivere, quello della fine dei cicli di crescita nei decenni scorsi. La differenza rispetto ad allora che si perso tempo, si son consumate nel precariato dequalificante le prospettive di intere generazioni, e nulla ha sostituito il paradigma bloccato della crescita-che-non-potr-mai-pi-tornare. Il processo di ricollocazione della missione Italia partir da questi duri fatti, in grado da soli di sconvolgere i vecchi modi di schierarsi. Il livello travolgente e inusitato dellastensione nelle recenti tornate elettorali descrive bene unofferta politica quella esistente - incapace di affrontare la crisi e il baratro di impoverimento che si apre. Qualcuno riempir questo vuoto.

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Decrescita e Welfare state - di Maurizio Pallante - 05/08/2010 - Fonte: Come Don Chisciotte . Risposta alle osservazioni critiche formulate da Marino Badiale e Massimo Bontempelli nel saggio Due vie per la decrescita Marino Badiale mi ha inviato qualche mese fa un saggio intitolato Due vie per la decrescita, che ha scritto insieme a Massimo Bontempelli. In questo saggio sono state raccolte alcune riflessioni critiche sul mio testo Decrescita e Welfare State, per cui mi ha chiesto di fargli avere il mio parere. Ho letto quanto hanno scritto con attenzione ma solo ora, approfittando della diminuzione di impegni nel mese di agosto, ho messo in ordine le riflessioni che hanno suscitato in me le loro. Le righe in corsivo riportano passaggi del loro testo nella successione in cui appaiono. Le tesi fondamentali di Pallante nello scritto citato ci sembrano essere le seguenti: poich il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del prodotto interno lordo, mentre la proposta teorica e politica della decrescita appunto la proposta della decrescita del prodotto interno lordo, Welfare State e decrescita sono incompatibili, e chi sostiene la decrescita deve criticare il Welfare State e chiedere la riduzione dei servizi sociali pubblici tipici delle politiche socialdemocratiche che hanno segnato la storia dei paesi occidentali nel secondo dopoguerra. Se, per fare unanalogia, questa interpretazione di ci che ho scritto venisse applicata al mal di testa, potrebbe essere tradotta cos: poich il mal di testa e la testa sono legati con un nesso inscindibile, chi vuol guarire dal mal di testa deve farsela tagliare. Basterebbe questa osservazione per stroncare le mie riflessioni e rendere inutile ogni ulteriore sforzo di approfondimento. In realt la mia tesi non quella che con una superficialit sorprendente mi viene attribuita, per cui mi sento in dovere di riformularla per punti rammaricandomi di non essere stato sufficientemente chiaro prima. La tesi : 1. Il pil misura il valore monetario delle merci comprate e vendute nel corso di un anno, pertanto la crescita ha bisogno di estendere progressivamente la mercificazione a settori sempre pi ampi della vita individuale e sociale, anche quando ci comporti un aumento dellinquinamento ambientale, uno spreco di risorse e di energia, un peggioramento della qualit della vita. Riprendendo lormai abusato esempio del confronto tra lo yogurt autoprodotto, che non fa crescere il pil perch non viene scambiato con denaro, e lo yogurt comprato, che fa crescere il pil, lo yogurt che si compra viene trasportato da lunghe distanze, per cui comporta un consumo di fonti fossili e un aumento delle emissioni di CO2, produce tre tipi di rifiuti, viene prodotto non si sa quanto tempo prima di quando verr consumato e deve essere aiutato in qualche modo a rimanere fresco pi a lungo di quanto non avverrebbe naturalmente, costa quattro volte di pi di quello autoprodotto, che non deve essere trasportato, non produce rifiuti ed freschissimo. 2. Per estendere la mercificazione occorre aumentare il numero dei produttori e consumatori di merci (che sono due aspetti della stessa persona perch solo chi produce merci riceve in cambio il denaro con cui pu comprare merci) e il numero delle ore al giorno e dei giorni allanno in cui i produttori/consumatori di merci lavorano per produrle. 3. Per aumentare il numero dei produttori / consumatori di merci occorre fare una guerra sistematica a chi non lo , ovvero a chi soddisfa una parte rilevante dei suoi bisogni vitali autoproducendo beni e utilizzando forme di scambio non mediate dal denaro, basate sul dono e la reciprocit. Questa guerra, come tutte le guerre, comincia con la propaganda e le false comunicazioni finalizzate a demonizzare il nemico e ad esaltare la propria bont che risulta soprattutto dallimpegno profuso nel distruggere il nemico in quanto personificazione del male. Questo lavoro di propaganda ha la funzione di preparare e giustificare luso della violenza e la guerra guerreggiata nei suoi confronti. Nel caso specifico della guerra alleconomia preindustriale, nel corso del Novecento e con una progressiva intensificazione a partire dal secondo dopoguerra stata instillata nella popolazione italiana lidea dellarretratezza della vita in campagna fino al punto di indurre nei contadini una profonda vergogna per il loro stato sociale, a convincere le ragazze che fosse una follia sposarli, a considerare un segno di povert la capacit di autoprodurre qualcosa (le donne pugliesi nascondevano di saper fare le orecchiette e ostentavano come un segno di benessere lacquisto di pasta prodotta industrialmente nei giorni di festa), a drammatizzare le limitazioni alla libert individuale imposte dal controllo sociale esercitato nelle famiglie patriarcali e dalla cura dei vecchi (che in realt continuavano a dare un contributo insostituibile nella gestione della famiglia), mentre venivano esaltati la modernit e la superiorit della vita nelle citt, il lavoro salariato perch mette in condizione di acquistare ci che serve per vivere, lanonimato e lisolamento della vita nelle aree urbane come garanti dellautonomia e della privacy. Contestualmente a livello scientifico il concetto di lavoro veniva appiattito sul concetto di occupazione (per gli istituti di statistica chi lavora per produrre beni anzich merci e pertanto non riceve un salario in cambio dellattivit svolta anche se utile o addirittura indispensabile, viene catalogato nella categoria delle non forze di lavoro). Mentre la pubblicit, esaltando il consumo come segno della realizzazione umana, e la scuola, finalizzando listruzione alla formazione del lavoratore e non del cittadino, facevano la loro parte nel formare questa mentalit, la legislazione, utilizzando soprattutto in modo strumentale norme igieniche o misure fiscali, poneva una serie successiva di 21

impedimenti alle attivit agricole svolte per autoconsumo e vendita delle eccedenze, per impedire che strati rilevanti della popolazione potessero continuare a vivere al di fuori della mercificazione totale e costringere i contadini a trasformarsi in produttori agricoli, o in lavoratori salariati. 4. Se per far crescere il pil deve crescere il numero dei produttori/consumatori di merci, si riduce il numero delle persone che lavorano per autoprodurre beni. Se per far crescere il pil si devono dedicare tutte le energie e la maggior parte del tempo a produrre merci per avere il denaro necessario a comprare merci, non resta pi tempo per autoprodurre beni e per gli scambi basati sul dono e la reciprocit. Se per far crescere il pil si devono dedicare tutte le energie e la maggior parte del tempo a produrre merci, non bisogna essere distratti da altri tipi di occupazioni, che so: la contemplazione, la creativit, lamore; n da altri tipi di preoccupazioni, che so: la cura dei bambini, dei malati, degli anziani. Ma se si dedicano tutte le energie a produrre merci si ottiene un reddito monetario sufficiente a comprare delle distrazioni e a pagare persone che si occupino della cura alle persone per mestiere. Se per far crescere il pil si devono mercificare tutti gli aspetti della vita, anche le relazioni pi intime basate sullamore, la collaborazione reciproca, la solidariet, laffetto, devono essere sostituite dallacquisto di servizi sociali che goffamente li imitano. Se il pil viene considerato lindicatore del benessere, anzich di un tanto avere che causa malessere come in effetti , la sua crescita consente di investire una percentuale crescente di reddito monetario per acquistare quei servizi sociali che vengono definiti in inglese welfare state, ovvero stato del benessere, mentre sono una necessit indotta dalla finalizzazione della propria vita alla ricerca di quel tanto avere che genera malessere. Invece, secondo la propaganda del regime fondato sulla crescita del pil, lo sviluppo dei servizi sociali contribuisce a rendere pi libere le persone sollevandole da incombenze fastidiose come donarsi del tempo per amore o solidariet, e migliora la loro vita. Proprio come sostengono i miei due critici affascinati dalla modernit (di cui peraltro riconoscono la connotazione di promessa non mantenuta) svolgendo senza rendersene conto il ruolo di cavalli di Troia di unideologia che nella loro fantasia pretendono di combattere. Se si crede invece che questo meccanismo di mercificazione estesa ai rapporti umani sia una barbarie, si ha il dovere civile di denunciarlo e di auspicare che un rigurgito di resipiscenza induca le persone che la vivono con disagio esistenziale e sofferenza crescente a ridurre il tempo che dedicano alla produzione di merci e aumentare il tempo che dedicano alle relazioni umane. Chi fa questa scelta, lunica in grado di dare alla vita quel senso che non pu dare per definizione laccumulo di denaro per comprare cose da buttare sempre pi in fretta in modo da poterne produrre e comprare altre, dar oggettivamente un contributo alla riduzione del pil, avr un reddito monetario minore ma non ne subir limitazioni perch gli rester il tempo di scambiare per amore i servizi alla persona e avr bisogno di comprarne di meno dai servizi sociali. Non chieder di ridurre i servizi sociali per far diminuire il pil non si far tagliare la testa per farsi passare il mal di testa ma sceglier di dedicare pi tempo alle persone e meno alle cose per essere pi felice e far felici le persone a cui vuol bene. Di conseguenza far diminuire la domanda di servizi forniti dallo stato del benessere e la crescita del pil. Si curer per eliminare le cause che gli provocano il mal di testa. Da queste prime osservazioni alle critiche che mi sono state rivolte inizio a dedurre che la lettura del mio testo fatta da Badiale e Bontempelli sia stata effettuata col paraocchi dellideologia della crescita. E che in conseguenza di ci essi abbiano sviluppato le loro argomentazioni non su ci che ho scritto ma su ci che credono che io abbia scritto. Il proseguimento della lettura del loro testo mi ribadisce questa convinzione. Ecco la seconda argomentazione: Come si risponder allora ai bisogni che attualmente vengono soddisfatti dai servizi sociali (o da quel che ne resta)? Secondo larticolo citato, la risposta del movimento della decrescita dovrebbe essere quella del ritorno il pi esteso possibile allautoproduzione, per quanto riguarda la domanda di beni materiali, e alla famiglia allargata, per quanto riguarda la domanda di servizi alle persone (cura dei bambini e degli anziani, per esempio). Una precisazione iniziale: il soggetto a cui fanno riferimento i miei due critici non il movimento per la decrescita, che composto di varie correnti di pensiero, dove le diversit e le sfumature costituiscono in ambito culturale il segno di una ricchezza analoga a quella della biodiversit, ma al movimento della decrescita felice, che di queste correnti quella in cui io mi riconosco. Ci precisato, il movimento della decrescita felice non ha mai sostenuto il ritorno il pi esteso possibile allautoproduzione, bens la riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni (ad esempio gli sprechi energetici di un edificio mal costruito, oppure il cibo che si butta) e laumento della produzione e delluso di beni che non sono merci quando sia pi utile e conveniente dellacquisto di merci equivalenti (lesempio dello yogurt e la collocazione dellautoproduzione nel cerchio pi interno di tre cerchi concentrici di cui la prima corona circolare costituita dagli scambi basati sul dono e la reciprocit e la seconda dagli scambi mercantili). Aver interpretato una distinzione di carattere qualitativo (la differenza logica tra il concetto di bene e il concetto di merce) in termini quantitativi (il pi esteso possibile) un secondo indizio di una impostazione culturale tutta interna allideologia della crescita. La terza argomentazione si legge subito dopo, quando a partire dalla conclusione del mio testo, i miei due critici si domandano: Per capire quali siano le 22

conseguenze di queste tesi, partiamo dalla fine, cio dallo slogan meno Stato e meno Mercato . La domanda ovvia che si deve fare, di fronte ad un simile slogan, cosa vuol dire?. Che cosa vuol dire, nellorizzonte della modernit, criticare contemporaneamente lo Stato e il Mercato? Stato e Mercato sono le due forme di regolazione della societ che si sono date storicamente nella modernit. Pensare ad una ritirata simultanea di Stato e Mercato, nella modernit, significa pensare in sostanza ad una societ che si autoregola in maniera spontanea. Ma questo non nientaltro che lutopia anarchica o comunista, una utopia che priva di ogni aggancio con la realt attuale. Come si possa fantasiosamente dedurre che una riduzione dellincidenza dello Stato e del Mercato nella vita individuale e sociale si identifichi con lutopia anarchica e comunista non riesco nemmeno a immaginarlo. Forse nella logica dei due critici, che mi sfugge, la riduzione si identifica con labolizione, meno significa niente. Niente Stato e niente Mercato non nemmeno lanarchia, il paradiso terrestre dove tutti si amano e si donano reciprocamente tutto, i serpenti con le colombe, i lupi con gli agnelli, i leoni con le gazzelle. Confesso che questa visione non lho mai avuta. Mi sono limitato a pensare che sarebbe bello, ed possibile, non dipendere al cento per cento dal mercato per la soddisfazione delle esigenze materiali e non dipendere al cento per cento dallo Stato per la soddisfazione delle esigenze relazionali. Perch il saper fare rende pi autonomi e liberi. Perch il saper fare guidato dalla capacit progettuale consente di realizzare appieno la natura umana. Perch donarsi reciprocamente tempo e attenzione rende felici. lunica cosa che rende felici. Autoprodursi qualcosa, nella misura che si riesce, ogni volta che ci comporti un miglioramento qualitativo della propria vita e del mondo. Donarsi del tempo reciprocamente, nella misura che si riesce, ogni volta che ci comporti un miglioramento della propria vita e della vita delle persone a cui si vuol bene. Una misura che ognuno deve valutare in relazione alla sua vita, al suo lavoro, alla sua et, alla composizione della famiglia, a tutte le variabili che non sono misurabili allo stesso modo per tutti e una volta per tutte nella vita di ciascuno. La critica che mi viene rivolta, secondo i suoi autori naturalmente presuppone che lo slogan meno Stato e meno Mercato abbia in mente un tipo di organizzazione sociale che rimanga nellorizzonte della modernit. chiaro che, nelle societ premoderne, si sono date forme di regolazione sociale diverse sia dallo Stato sia dal mercato. E in effetti Pallante sembra pensare a queste forme, quando fa riferimento alla famiglia allargata come sostituto dei servizi sociali del Welfare State. Ma per proporre seriamente il ritorno alle forme di regolazione sociale tipiche del premoderno (la famiglia allargata, la comunit e le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della Modernit. La Modernit, come stato messo in luce da due secoli di pensiero, una promessa di emancipazione che reca in s il suo limite dialettico e quindi non viene realizzata se non in parte. La Modernit il luogo della libera individualit autodeterminantesi secondo coscienza e ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle forme sociali premoderne, sopra indicate, condizione necessaria al pieno sviluppo dellindividuo. La famiglia allargata premoderna, luogo di produzione e consumo, presenta certo aspetti positivi di protezione del singolo, ma contemporaneamente soffoca il libero sviluppo soggettivo per ottenere individui che accettino di entrare nei ruoli gi preformati dalle tradizioni. La Modernit, che libera gli individui dal vincolo delle tradizioni accettate come dati naturali, rappresenta il tentativo di una societ dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di ciascuno. Certo, questo ideale non mai stato realizzato, ma i progressi nella sua direzione sono stati progressi reali. La proposta del ritorno a forme sociali premoderne (proposta che, ricordiamolo, lunico modo di dare un contenuto concreto allo slogan meno Stato e meno Mercato) cancella questa complessa dialettica, e si configura quindi come puramente reazionaria. Da queste considerazioni si evincono elementi decisivi per capire il contesto culturale in cui si formano le critiche che mi vengono mosse: la concezione della storia come progresso, di cui la modernit la fase provvisoriamente pi avanzata perch lultima in ordine di tempo (se la storia progresso, cio avanzamento verso il meglio, tutto ci che viene dopo un miglioramento rispetto a ci che viene prima); la modernit costituisce pertanto un progresso reale rispetto a prima (la premodernit); i limiti della modernit consistono nelle sue promesse non realizzate ma il progresso della storia consentir di superarli; tutto ci che precede la modernit pi arretrato e chi ritiene che nella premodernit ci fosse qualcosa di migliore un reazionario in quanto non crede nella storia come progresso; la modernit ha liberato gli individui dal vincolo delle tradizioni ed il tentativo di una societ dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di ciascuno. Un peana che raramente mi era capitato di ascoltare. Tuttavia, secondo i miei due critici occorre ammettere che la dialettica interna alla societ liberale e borghese ha portato poi, per vie che sarebbe troppo lungo anche solo accennare qui, allattuale societ di capitalismo assoluto, nella quale individui, societ e natura sono asserviti ad un meccanismo economico distruttivo. La modernit libera dunque gli individui dai vincoli della famiglia allargata premoderna, che li limitavano in maniera insopportabile ma garantivano anche aspetti positivi di protezione del singolo per asservirli a un meccanismo economico autodistruttivo degli individui, della societ e della natura. Un meccanismo che in nome della dedizione assoluta alla crescita della produzione di merci non solo li ha privati degli aspetti positivi di protezione del singolo insiti nella famiglia allargata, ma li sta autodistruggendo come specie. Come progresso, come avanzamento verso il meglio non c male. Chi si 23

permette di proporre meno Stato e meno Mercato, secondo i miei due critici si propone labolizione totale di Stato e Mercato, le due forme di regolazione sociale della modernit, esce dallorizzonte della modernit e quindi reazionario (anatema, anatema) perch si permette di considerare che nella premodernit (quello che avvenuto prima) ci fossero elementi migliori che nella modernit (quello che avvenuto dopo). A parte il fatto che mi preoccuperei molto di pi se qualcuno intravedesse in ci che scrivo elementi di una cultura progressista e, tutto sommato, mi disturba molto meno essere considerato un reazionario, nella venerazione della modernit da cui derivano le critiche che mi vengono mosse sono insiti almeno due pregiudizi: il primo che dalla modernit si pu uscire soltanto tornando indietro, il secondo che tutto ci che precede la modernit negativo, o comunque inferiore, pi limitante, pi vincolante, pi arretrato. Invece dai limiti della modernit si pu uscire superandoli in una prospettiva proiettata verso il futuro che alcuni hanno chiamato post-modernit (una definizione che non mi piace, perch non mette in evidenza delle caratteristiche autonome, ma solo le differenze con unepoca storica assunta a pietra di paragone, come se fosse lunica definibile di per s mentre ci che stato prima e ci che sar dopo non possa essere definito se non in relazione ad essa: pre- o post-), mentre nella pre-modernit ci sono potenzialit inespresse e conoscenze abbandonate per il solo fatto di essere state elaborate in epoche storiche precedenti, che invece possono aiutare a superare i limiti della modernit e lasservimento degli esseri umani al meccanismo economico autodistruttivo che la caratterizza. Un modo post-moderno di liberarsi dai vincoli che costringono a comprare servizi sociali a individui isolati e plasmati mentalmente per dedicare il meglio delle proprie energie alla produzione e al consumo di merci, la ricostruzione di forme di solidariet comunitaria per libera scelta tra persone con sensibilit comune (banche del tempo, gruppi dacquisto solidale, co-housing, eco villaggi). Un altro modo post-moderno di liberarsi dai vincoli mentali che inducono a considerare la modernit il punto pi avanzato della storia e la pre-modernit una fase arretrata dove non si pu trovare niente di buono riscoprire quegli elementi pre-moderni, rimossi e ridicolizzati dalla modernit, che conservano potenzialit in grado di fornire indicazioni indispensabili per superare i limiti della modernit, in particolare le potenzialit autodistruttive insite nel meccanismo economico della crescita, e andare avanti nella storia. Perch chi non prigioniero nella gabbia mentale dellideologia progressista sa che lapertura di una nuova fase storica pi avanzata una Delle possibilit insite nel futuro e sa che una delle condizioni necessarie per aprirla una concezione del progresso come conservazione del patrimonio di conoscenze e di cultura elaborato dalle generazioni passate e laggiunta ad esso delle conoscenze e della cultura che le generazioni presenti sono in grado di elaborare a partire dalla conservazione di quel patrimonio. Nellorizzonte mentale dei miei due critici la modernit (con tutte le sue promesse non mantenute) ha costituito un salto cos prodigioso nel cammino del progresso e rappresenta un bene cos prezioso, una conquista cos decisiva che una volta raggiunta non pu pi essere sottratta agli esseri umani se non con linganno della religione e con la violenza. La reazione , che vede nella Modernit un unico errore, si coniuga bene con ideologie di tipo religioso, perch, quando si negano gli aspetti progressivi e liberatori della Modernit, il ricorso al Maligno la migliore spiegazione possibile del suo successo. Se la famiglia premoderna era il luogo idillico che descrive Pallante, in cui tutti scambiano amore con tutti perch mai abbandonarla, se non per ispirazione diabolica? Lovvia risposta che la famiglia premoderna era insieme luogo di protezione e luogo di repressione, e che la famiglia moderna ha avuto successo perch le persone lhanno scelta, e lhanno scelta per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna. Dove abbiano letto nei miei scritti che la famiglia premoderna era il luogo idillico [] in cui tutti scambiano amore con tutti, non lo so. Ho solo detto che le relazioni umane basate sullamore e la solidariet sono le uniche in grado di dare senso alla vita e che la loro sostituzione con servizi sociali acquistati rappresenta un grave peggioramento qualitativo. Con tutti i suoi limiti, la famiglia tradizionale aveva la potenzialit di realizzare relazioni umane basate sulla solidariet reciproca, mentre questa possibilit non data alla famiglia mononucleare chiusa in una gabbietta condominiale con genitori totalmente assorbiti nel ruolo di produttori / consumatori di merci. Ed la quarta volta che i miei due critici forzano il significato di ci che scrivo polemizzando con ci che scrivono loro dopo aver interpretato indebitamente ci che scrivo. Non capiscono o non vogliono capire? Ma questo poco importante. Pi importante e grave che interpretino come libere scelte delle scelte condizionate da una propaganda martellante di cui non si rendono conto probabilmente soltanto i telespettatori di Maria De Filippi. Il sistema dei valori di una societ fondata sulla crescita della produzione e del consumo di merci ha fatto una vera e propria guerra contro la famiglia premoderna, descrivendola come un carcere a vita, e ha modellato nellimmaginario collettivo come fattore di progresso, modernit, liberazione, emancipazione, laberrazione della famiglia mononucleare incapace di fare qualsiasi cosa e quindi dipendente al cento per cento dallacquisto di tutto ci che serve per vivere, con i suoi componenti sempre di corsa nel tourbillon lavora-consuma-crepa, eterodiretta in tutti gli aspetti della vita dalla pubblicit. Luogo di frustrazioni e sofferenze represse che di tanto in tanto esplodono in gesti che vengono catalogati nella follia ma sono le conseguenze insite in quel modo di vivere. La famiglia mononucleare moderna e cittadina indispensabile alla crescita del pil: non sa fare 24

niente e deve comprare tutto ci che serve per vivere e in misura sempre maggiore ci che non serve, per comprare tutto ci che serve e non serve entrambi i coniugi devono essere produttori / consumatori di merci (il contributo alla crescita del pil doppio), non ha tempo per costruire relazioni umane positive sia al proprio interno, sia con altre famiglie mononucleari, e deve comprare tutti i servizi alla persona (altro contributo alla crescita del pil). E queste sarebbero libere scelte, fatte per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna e conquistare una vita pi libera, priva di costrizioni! Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Tot. Mentre la famiglia premoderna la sentina di tutti i mali perch non d lo stesso contributo alla crescita del pil: non deve comprare tutto ci che serve per vivere, si permette di autoprodurre molti beni, fa a meno di molti servizi alla persona, fa durare gli oggetti, produce pochi rifiuti, pi autonoma dal mercato. Ma il punto forte delle argomentazioni dei miei due critici deve ancora venire. introdotto ancora una volta da una lettura inventata di ci che non ho mai scritto: La decrescita che rifiuta sia lo Stato sia il Mercato [non riesce proprio a entrare nella loro testa che si propone soltanto di ridurre linvadenza totalizzante dello Stato e del Mercato ogni volta che ci comporti un miglioramento della qualit della vita e degli ambienti] dunque una ideologia reazionaria . Certo, il movimento della decrescita [felice, ndr.] non vuole, giustamente, essere classificato come reazionario [in realt, non vuole, giustamente, essere classificato come progressista] e rifiuta la contrapposizione progresso/reazione. Questo, finalmente, ci che pensiamo, ma non so se per le stesse ragioni che pensano i miei due critici e allora meglio spiegarlo. Il movimento della decrescita felice ritiene che le valutazioni delle scelte individuali, sociali, politiche, economiche, tecniche debbano essere effettuate in base alla loro capacit di futuro. Ci sono modi premoderni di stare al mondo, di rapportarsi con se stessi, con gli altri, col lavoro, con la scienza, con la tecnologia, con gli altri viventi, che hanno pi capacit di futuro dei modi moderni che li hanno sostituiti perch in base al sistema dei valori della modernit - innovazione, progresso, crescita sviluppo, cambiamento - sono stati considerati arretrati, sorpassati, non scientifici. Per esempio i modi di costruzione tradizionali, elaborati quando lenergia era poca e costava tanto, erano finalizzati a fare in modo che la struttura degli edifici fosse in grado di costituire un riparo dagli effetti indesiderati del clima, il freddo dinverno e il caldo destate, mentre le tecnologie edili che li hanno sostituiti in nome della modernit e del progresso li hanno resi dipendenti da protesi energetiche per svolgere le stesse funzioni, col risultato che oggi gli edifici dei paesi moderni assorbono circa la met di tutti i consumi energetici, costituendo la principale fonte di emissione di CO2 e del potenziale autodistruttivo insito nel modo di produzione industriale. Ma ci sono anche alcune tecnologie edili moderne con pi capacit di futuro delle tecnologie tradizionali che hanno sostituito. I doppi vetri basso emissivi, contenenti largon o il kripton nellintercapedine, riducono le dispersioni di calore e, quindi, le emissioni di CO2, in misura molto maggiore dei vetri semplici o dei doppi vetri. Nel sistema di riferimento culturale definito dalla valutazione della capacit di futuro, la contrapposizione tra reazione e progresso assolutamente insignificante, anche se tra le due lopzione pi gravida di pericoli quella progressista perch sono le scelte fatte in nome della modernit, del progresso, del cambiamento, dellinnovazione cambiamento, della crescita e dello sviluppo che stanno portando lumanit verso lautodistruzione. Nel loro complesso non hanno capacit di futuro, mentre ne ha molta di pi il sistema dei valori e dei modelli di comportamento della premodernit. Se dico questa banalit confermata dai pi autorevoli studi scientifici rischio di essere considerato dai miei due critici un reazionario? Non so quale preoccupazione me ne possa derivare, anche perch un altro il colpo pi grosso che stanno per assestarmi: E aggiungiamo infine che, come scriveva Hegel, una volta instaurata la Modernit, la reazione ha sempre una componente violenta (che, sintende, pu concretizzarsi oppure no a seconda delle situazioni): nel momento in cui la libera individualit ha cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme contraddittorie e incompiute tipiche della Modernit) non infatti pi possibile ricostringerla entro gli schemi delle societ tradizionali, se non attraverso la violenza. Insomma ero nazista e non lo sapevo. Nazista potenziale, ma inconsapevole. Chiss se unattenuante. Ma questi due sanno di cosa parlano? Ma dove vivono? Negli ultimi quattro anni ho fatto quasi mille incontri in tutta Italia con gruppi di persone che subiscono con un disagio esistenziale e una sofferenza crescenti le imposizioni e le costrizioni della modernit, che mi dicono di aver trovato nei miei libri in forma pi organica e sistematica quello che pensavano in forma pi confusa, che stanno praticando stili di vita alternativi in cui lautoproduzione e il tempo dedicato alle relazioni umane hanno un ruolo centrale e terapeutico; come movimento per la decrescita felice facciamo i corsi delluniversit del saper fare e abbiamo sempre richieste superiori alle nostre disponibilit; la fascia det pi rappresentata nei nostri circoli quella dei ventenni; sono in relazione con noi gruppi di industriali e di professionisti che progettano, producono e installano tecnologie finalizzate alla riduzione dei consumi di materie prime, della produzione di rifiuti, dellinquinamento ambientale (tutti processi da cui deriva una riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni, nella nostra ottica di decrescita); si avviato un ancora limitato contro-esodo dalle citt alle campagne. Di fronte a questa perdita crescente di credibilit della modernit, di fronte al dilagare della sofferenza che genera e se non trova via duscita si scarica nel consumo crescente di psicofarmaci, in un numero crescente di suicidi, nella diffusione del consumo di droga e altri tentativi velleitari di fuga dalla realt, i miei due critici hanno limpudenza di scrivere che nel momento in cui la libera individualit ha cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme contraddittorie e 25

incompiute tipiche della Modernit non infatti pi possibile ricostringerla entro gli schemi delle societ tradizionali, se non attraverso la violenza. C veramente da restare basiti. La violenza, anche fisica, stata ed tuttora esercitata per sottomettere gli esseri umani ai modelli di comportamento e agli stili di vita liberatori della modernit. Si pensi alle odierne deportazioni di massa dei contadini cinesi nelle citt. O alla legislazione inglese del settecento che ha reso impossibile ai contadini / artigiani tessili di continuare a ricavare un reddito sufficiente a vivere dai modi di lavoro tradizionali costringendoli a emigrare nelle citt e diventare operai, cio produttori / consumatori di merci. O alla martellante campagna sullinferiorit dei contadini rispetto ai cittadini che ha indotto milioni di italiani nel dopoguerra a trasferirsi nelle citt, dove vivevano peggio e in ambienti malsani, ma diventando produttori / consumatori di merci pensavano di riscattarsi dalla vergogna con cui erano stati indotti a considerare la loro precedente condizione lavorativa. La violenza fisica non neanche necessaria per sottomettere gli esseri umani ai comportamenti obbligati necessari a far crescere la produzione e il consumo di merci, perch le tecnologie della comunicazione della modernit sono in grado di convincere a fare come libere scelte le scelte obbligate che impongono. A uniformare i comportamenti degli esseri umani senza bisogno di ricorrere alla repressione. George Orwell in 1984 ha immaginato una situazione pi arretrata e meno convincente di quella descritta da Aldous Huxley in Il mondo nuovo (nuovo, e quindi migliore nella concezione progressista della storia). E con quali toni di arroganza e saccenza, che ricordano gli anatemi della III Internazionale, formulano le loro accuse i miei due critici: Il ragionamento di Pallante contiene due errori, di diverso peso questa conclusione sarebbe valida se il ragionamento di Pallante fosse corretto gli errori in cui incorso Pallante ci sembra si colleghino ad elementi di ingenuit politica e teorica Questo per quanto riguarda il primo errore. Veniamo adesso al secondo errore logico nel ragionamento di Pallante. Troppo divertente. Involontariamente comico. Il resto delle argomentazioni finalizzato a dimostrare che: - matematicamente possibile coniugare decrescita del pil e welfare state; - la decrescita ha bisogno di Marx sostanzialmente per le ragioni indicate nel punto successivo; - la decrescita non pu essere un processo felice, o sereno, perch non si limita a modificare in meglio gli stili di vita individuali, ma ha una portata rivoluzionaria che intacca i fondamenti stessi del sistema capitalistico per cui non pu non suscitare le reazioni degli interessi minacciati e, quindi, non pu non scatenare conflitti a cui i decrescisti devono essere preparati. Diamo per scontato che un modello istituzionale e organizzativo in grado di conciliare decrescita e welfare state sia possibile. Il problema di capire se cinteressa. Se cio, appurato che la decrescita sia un obbiettivo desiderabile, sia anche desiderabile continuare ad affidare a servizi sociali la gestione di relazioni umane cos significative come la cura delle persone a cui si vuol bene nelle fasi della vita in cui sono pi fragili e hanno pi bisogno dellaffetto delle persone a cui vogliono bene, in cui hanno fiducia, con cui hanno in comune latto damore da cui nasce la vita. Ebbene, se lo sviluppo del welfare state una necessit a cui non pu rinunciare chi sincatena a dedicare il meglio delle sue energie alla crescita del pil, qualora non si dedichi pi il meglio delle proprie energie alla produzione e al consumo di merci per quale ragione si dovrebbe ritenere liberatorio non dedicarlo alle persone a cui si vuol bene? Perch, se ci si pu liberare da una triste necessit si dovrebbe proseguire in una inutile sofferenza? Lesempio della cura dei bambini effettuata gratuitamente a turno da un gruppo di genitori che dedicano un po meno del loro tempo alla produzione e al consumo di merci veramente un top irraggiungibile di assurdit. A parte il fatto che il paragone fatto con un asilo privato a pagamento, come se lasilo pubblico non fosse a pagamento, per una quota da parte di chi ne usufruisce e per una quota da parte di tutti i contribuenti attraverso la fiscalit, se alcuni genitori decidessero di dedicare meno tempo alla produzione e al consumo di merci potrebbero dedicare pi tempo direttamente ai loro figli, senza che tutti debbano dedicarne una parte a tutti i bambini del gruppo di famiglie al solo scopo di mantenere un welfare, anche se non pi state, ma basato sul dono reciproco del tempo. Il problema non aumentare i beni al posto delle merci, ma ridurre il consumo di merci che si possono ottenere pi vantaggiosamente sotto forma di beni. Mi rendo conto che sarebbe meno moderno e, pertanto, reazionario, ma pi semplice da realizzare e pi soddisfacente per tutti. Quanto a Marx, pu darsi che chi si rif a Marx abbia bisogno della decrescita, ma ci esula dai nostri interessi. Posso garantire che il filone della decrescita a cui faccio riferimento, la decrescita felice, non ha avuto bisogno di Marx per elaborare le sue idee, anche se non si possono negare analogie tra la sua distinzione tra valori duso e valori di scambio e la nostra distinzione tra beni e merci, n tra ci che lui chiamava il feticismo delle merci e noi chiamiamo consumismo. Probabilmente in altri elementi della sua teoria potremmo trovare elementi fecondi. Non sono in grado di affrontare il tema per mancanza di conoscenza. Posso dire soltanto che tutte le correnti politiche che si sono pi o meno ispirate alle sue 26

teorie non hanno mai messo in discussione la crescita, ma si sono limitate a prefiggersi di distribuire in modi pi equi il reddito monetario che la misura. Tutte le sfumature della sinistra e del pensiero che si richiamato e si richiama al socialismo, a eccezione di pochi socialisti utopisti, sono stati, insieme e in opposizione a tutte le correnti che si sono richiamate e si richiamano al pensiero liberal-liberista, le due varianti in cui si incarnata lideologia della crescita. Il pensiero della decrescita la fase iniziale di un paradigma culturale diverso da entrambe, non perch sia equidistante tra loro, ma perch si muove in uno spazio delimitato da altre coordinate. Nel nostro contesto culturale, ancora tutto da approfondire e articolare col contributo di una quantit infinitamente superiore dintelligenze e competenze rispetto al modestissimo apporto che noi siamo stati in grado di dare, laggettivo felice non indica lo stato danimo di chi pratica la decrescita nella sua vita, n la connotazione di una societ fondata sulla decrescita, n del processo che porterebbe alla sua realizzazione, ma solo la conseguenza oggettiva dei miglioramenti che sarebbero apportati alla qualit ambientale e alla qualit della vita, individuale e sociale, da una riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni e da un aumento della produzione e delluso di beni che non sono merci quando ci sia conveniente e utile. Questo ho cercato di spiegarlo nei miei libri. Pu darsi che io non sia stato chiaro. Pu darsi che non siano stati letti, o che siano stati interpretati con gli occhiali di unaltra impostazione culturale Europa: sulle grandi banche lo spettro di una nuova crisi - di Matteo Cavallito - 04/08/2010 - Fonte: il fatto quotidiano Cinque major europee tra cui le italiane Ubi e Intesa Sanpaolo finiscono nel mirino degli speculatori al ribasso: gli stress test non convincono del tutto Stress test positivi, euro in rimonta sul dollaro, allarme debito in via di ridimensionamento. Nelle ultime settimane le prospettive di ripresa hanno riportato una certa fiducia nel mercato europeo. Peccato che questo moderato entusiasmo rischi ora di essere travolto da un pericolo concreto: lo spettro di una nuova e significativa crisi bancaria. A lanciare lallarme stato il fondo speculativo Noster Capital, un hedge di base a Londra. Le banche europee, sostengono i suoi analisti, fronteggiano ancora oggi svariate minacce e gli esami di solidit, cui si sono recentemente sottoposte, potrebbero essere scarsamente indicativi. Pervaso dalle proprie convinzioni, Noster si gi mosso di conseguenza attuando una delle strategie preferite da ogni hedge che si rispetti: la vendita allo scoperto. Il sistema semplice quanto diffuso: pagando una commissione si prendono in prestito titoli che non si possiedono per poi venderli e successivamente riacquistarli sul mercato. Se, nel frattempo, il valore del titolo sceso lo speculatore realizza una plusvalenza. E la classica scommessa al ribasso, quella, per intenderci, capace di alimentare forti perdite quando sostenuta da massicci investimenti. Fin qui nulla di strano se non fosse per gli obiettivi delle puntate ribassiste. A finire nel mirino di Noster, infatti, non stata qualche disgraziata banca portoghese n tantomeno qualche martoriato istituto greco. Al contrario, loggetto di scommessa sono stati cinque colossi europei di prima categoria: la britannica Barclays, la spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Bbva), la svizzera Ubs e le italiane Ubi e Intesa Sanpaolo. Due mesi fa erano tutti presi dal panico per la crisi dei debiti sovrani ha dichiarato il Ceo di Noster Pedro Noronha al quotidiano britannico Daily Telegraph adesso, invece, sembra che ognuno si prepari ad andare in vacanza mentre tutto va bene. Ma ovviamente, giura Noronha, la realt ben diversa. A far paura ci sono in primis le esposizioni verso un mercato immobiliare americano ben lungi dalla guarigione e pi vicino, forse, a un nuovo collasso. Per le banche italiane, invece, i pericoli verrebbero dalla debolezza della ripresa economica nazionale e dalle sofferenze sui mercati dellEuropa dellEst. Non detto, ovviamente, che in tanti decidano di seguire lesempio di Noster generando cos una reazione a catena capace di penalizzare fortemente i grandi istituti del Continente. Ma le scelte operate dallhedge, intanto, hanno gi ottenuto il risultato di mandare un eloquente segnale agli investitori, rilanciando, al contempo, il dibattito sulleffettiva utilit degli stress test bancari. Il buon esito dellesame sulle finanze degli istituti continentali (7 bocciati su 91) non ha infatti convinto una parte degli osservatori. Sotto accusa la scelta dellEuropa di escludere dallesame le perdite sulle obbligazioni governative in deposito, vero e proprio tallone dAchille di molti istituti. Se fossero state prese in considerazione, hanno riferito negli scorsi giorni gli analisti di Citigroup, avrebbero decretato la bocciatura di ben 24 banche. Tra queste anche litaliana Monte dei Paschi. Da Draghi a Montezemolo - di Gianni Petrosillo - 04/08/2010 - Fonte: Conflitti e strategie . Beppe Grillo vorrebbe affidarsi a Montezemolo, il fatto Quotidiano di Travaglio a Draghi. Anni di sfanculamenti di piazza e di cronaca giudiziaria, spacciata per alta politica, solo per arrivare a queste misere conclusioni da straccivendoli. Bellaccoppiata di imbecilli, il comico che fa piangere le ascelle e il pennivendolo che fa pisciare sotto dalle risate. 27

Per parte nostra riteniamo, dato landazzo generale, che anche Paperino sarebbe un ottimo Presidente del Consiglio in questa repubblica disneyana e cialtrona. Davvero la confusione comincia ad annebbiare le sinapsi. Giullari che si dilettano di politica, politici impegnati in numeri da circo, magistrati che scambiano barzellette per sentenze e giornalisti ridotti a guardoni con la bava alla bocca. Ed ora ci mancavano pure i tecnici, questi idioti con alto quoziente intellettivo, che simprovvisano statisti per il bene collettivo. A sinistra lo slogan si rinnova: contrordine compagni riformisti che la tecnocrazia meglio della democrazia. Tutto va bene per disarcionare Berlusconi e consegnare lItalia al salottificio dei poteri forti della Grande Finanza e Industria Decotta. Gracchiano rumorosamente le rane progressiste che, come nella favola di Esopo, chiedono un vero re a Giove per di liberarsi del Caimano. Il viscido rettile dunque dovr lasciare lo stagno ma arriver presto al suo posto un bel serpente con la lingua bifida e i denti aguzzi. Tutti gli abitanti della palude finiranno divorati dal mostro acquatico. Perch le larghe intese, i governi di responsabilit nazionale, gli esecutivi di transizione sono solo lultimo orizzonte delle canaglie, la dimensione infima di quel nugolo di saprofiti, di destra-centro-sinistra, che senza il consenso del popolo vuol decidere cosa meglio per tutti. Mettere i lupi (o i lupi travestiti da Agnelli) a guardia del gregge solo lultima idea brillante di questa opposizione che ama i razziatori e gli infingardi. Va bene che tra canidi ci sintende, stessi tratti e stesso istinto predatorio, ma a tutto c un limite. Ed in questo zoo della politica nostrana popolato da animali famelici e insetti fastidiosi, mancavano allappello giusto i Draghi fumanti. Valgano le dichiarazioni di Cossiga (proferite in altra occasione politica, allorch fu ugualmente perorata lascesa di Draghi a Palazzo Chigi) su tutto il resto che pur potremmo riportare a sostegno dell "onorabilit" del Presidente di Bankitalia: Sembra che Mario Draghi, gi socio della Goldman & Sachs, nota grande banca d'affari americana, oggi Governatore della Banca d'Italia, sia il vero candidato alla presidenza del Consiglio di un 'governo istituzionale'. E cos avr modo di svendere, come ha gi fatto quando era direttore generale del Tesoro, quel che resta dell'industria pubblica a qualche cliente della sua antica banca d'affari" ed ancora un vile affarista che vender l'economia italiana''. E Montezemolo? Un altro onestuomo che fu cacciato dalla Fiat perch accettava denaro per presentare i grandi capi del Lingotto a chi lo richiedeva. Davanti al giudice che lo accus di ci disse: Ero giovane e ingenuo. Adesso vecchio e furbo, quindi anche peggio di prima. La TV mi guarda in cagnesco - di Marco Cedolin - 04/08/2010 - Fonte: Il Corrosivo di Marco Cedolin . Ebbene, devo confessarlo, seppur sottovoce e tenendomi alla larga da orecchie indiscrete, da ormai un anno ho spento la TV . O meglio la rivoluzionaria tecnologia del digitale terrestre ha eliminato dal palinsesto televisivo la mia casetta arroccata sui monti, ma io non ho mosso un dito per porre rimedio al problema. Sarebbe stato sufficiente acquistare una parabola in sconto convenienza negli scaffali brulicanti di tecnologia dentro a un qualche centro commerciale, per riappropriarmi del caleidoscopio di colori con annessa cacofonia di sottofondo, ma non me la sono sentita. L'ho abbandonata senza vita l, sul vecchio mobile di mia nonna, dove allignava ormai da molti anni, senza neppure tentare di rianimarla e giorno dopo giorno sto imparando ad ignorarla. Nelle prime settimane non stato facile, lo schermo nero occhieggiava accattivante facendo leva sulla forza dell'abitudine, invitandomi a prendere in mano il telecomando, per immergermi nella melassa infopubblicitaria di un "telebugia", nella tenzone simulata di un dibattito politico, nella superficialit di un falso approfondimento giornalistico, nello stupidario della pubblicit a pioggia, annegata all'interno di un serial poliziesco , nella babele multiforme del calcio "parlato", mero succedaneo di quello giocato trasmesso a pagamento, nei gingle ipnotici degli spot dei telefonini, nelle voci rassicuranti degli esperti che dissertano con dotte disquisizioni nel merito delle ultime tendenze stagionali, sciorinando cifre, dati e granitiche certezze estrapolate direttamente dalla bibbia del progresso.... Non stato facile ma ce l'ho fatta! Il telecomando rimasto ad impolverarsi in un recondito andito di cui neppure ricordo pi l'ubicazione e la TV ha mutuato la propria "nobile" funzione di macchina per il lavaggio del pensiero in quella molto pi modesta di ammennicolo pressoch inutile, facente parte dell'arredo casalingo. Da allora sorto il problema, ogni qualvolta attraverso la stanza per andarmi a versare un bicchiere d'acqua, mi siedo a tavola per cenare o mi accomodo sul divano a leggere un libro, la TV mi guarda in cagnesco. Niente pi occhiate ammiccanti, ma uno sguardo duro, severo, ammonitore. Come se fra il nero di quello schermo si annidassero stizziti e carichi di riprovevole sdegno, gli sguardi di Maria De Filippi, Santoro, Floris , Minzolini, Belen, Piero Angela, Fede e tutto il resto del bestiario deputato ad animare il tubo catodico ed i moderni schermi lcd.

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Mi guarda in cagnesco reiteratamente e in maniera insistente, ma io faccio l'indifferente e fingo di non vedere. Prima o poi le passer e si adeguer ad essere parte del mobilio senza troppe pretese, il cervello in fondo troppo importante per affidarlo a un telecomando.

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