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SVILUPPO ECONOMICO E PARTNERSHIP EURO-MEDITERRANEA

Alessandro Romagnoli

Introduzione

Il Mediterraneo come "sistema socio-economico a base geo-politica”

La struttura economica dei “subsistemi” mediterranei

Modelli di sviluppo, dinamiche spaziali e aree geopolitiche

Il processo di sviluppo mediterraneo secondo l'Unione Europea

E' auspicabile un'area di libero scambio mediterranea?

Introduzione

La Conferenza di Barcellona, che alla fine del 1995 ha riunito nella città catalana i 15 membri dell'Unione europea e 11 Stati della riva meridionale e orientale del Mediterraneo, viene generalmente indicata come un punto di svolta non solo nei rapporti fra i Paesi che appartengono al bacino, ma anche nel processo di sviluppo delle loro economie. La partnership promossa in quell'occasione, rafforzata poi nei successivi incontri di Malta (1997), Stoccarda (1999) e Marsiglia (2000), mira infatti a favorire nell'area una pacifica convivenza e stabili relazioni di cooperazione e sicurezza al fine di migliorare le condizioni socio-economiche dei popoli che ne fanno parte. Questo ampio spettro di intenti e gli specifici campi in cui si articolano le politiche di intervento previste sembrano voler dare impulso ad un processo di sviluppo secondo linee di pensiero che vedono nell'incremento della quantità dei beni a disposizione, indissolubilmente congiunto ad un irreversibile miglioramento qualitativo delle condizioni di vita, i veri caratteri costitutivi di un efficace e duraturo circuito virtuoso. Una tale prospettiva, sicuramente pregevole e desiderabile, può essere però poco più che un auspicio se non si affrontano alcuni problemi di fondo della proposta programmatica e se non si chiariscono alcuni suoi contenuti. Viene anzitutto da chiedersi se essa corrisponda o meno ad un organico progetto in grado di accomunare, su un piano di parità, sia gli interessi della riva europea che quelli della riva afro-asiatica, oppure se sia in sintonia con le tendenze mostrate dall'evoluzione del sistema capitalistico, o, infine, quanto risulti compatibile con le più generali strategie dell'Unione Europea. Espressi in termini economici i precedenti dubbi danno luogo alle seguenti domande:

a) qual'è la concezione dello sviluppo che viene tratteggiata (seppur ad ampi e sommari cenni) nelle dichiarazioni d'intenti e quanto è condivisa sulle sponde del Mediterraneo? b) quanto conta nell'individuazione dei comportamenti operativi necessari (in campo economico-istituzionale) per la sua concreta attuazione l'adeguamento agli "standard del sistema economico internazionale" e il consenso delle istituzioni che lo governano? c) e quanto confligge questo interesse dell'Unione Europea per lo sviluppo dei vicini afro-medio-orientali con le sue aperture ai Paesi dell'ex blocco sovietico? In questo lavoro ci proponiamo di cercare una risposta ai precedenti quesiti approfondendo, in particolare, sia il tipo di sviluppo prefigurato negli accordi di partnership Euro-Mediterranea e perseguito dalle iniziative già messe in atto, sia la sua capacità di promuovere un miglioramento dell'area sul piano economico-sociale. Un tale compito richiede due tipi di approfondimenti: da un punto di vista teorico sono necessari una puntuale individuazione del modello di sviluppo proposto, un giudizio di efficacia in relazione alle finalità da raggiungere ed un'eventuale discussione di percorsi alternativi, mentre per quanto attiene alla sintesi induttiva del fenomeno in esame occorre indagare il grado di omogeneità delle differenti realtà economico-sociali all'interno dell'aggregato dei Paesi considerati. Ma per raggiungere

gli obiettivi conoscitivi che ci siamo proposti non bastano un uso critico della strumentazione economica e la considerazione dei parametri socio-istituzionali che influenzano le economie del bacino: occorre anche, a nostro avviso, una impostazione metodologica di tipo multidisciplinare che riesca, ad un tempo, a tener conto delle reciproche influenze fra economia e politica sul piano interno e su quello internazionale e a stilizzare in modo non convenzionale l'aggregato mediterraneo. L'approccio analitico denominato "International political economy" ha molto riflettuto sulla possibilità di coniugare variabili politiche ed economiche al fine di fornire spiegazioni più realistiche del comportamento dei sistemi economico-sociali ed elaborare strategie più efficaci per raggiungere gli obiettivi che ci si prefiggono al loro interno. I fautori di questa impostazione analitica pensano che l'interazione fra i campi dell'azione umana appena citati sia così intensa da poter affermare che, se i comportamenti produttivi e di consumo hanno basi politiche in quanto vengono "indirizzati" dai provvedimenti governativi, questi ultimi presentano un fondamento economico perché in genere sono "stimolati" dagli esiti dell'economia o, addirittura, da qualche specifico soggetto. In un simile contesto due sono quindi le coordinate fondamentali per interpretare le performance dei sistemi socio-economici: il concetto di istituzione come assetto di regole che disciplinano le attività economico-sociali, e quello di incentivo come stimolo che da loro origine. Il primo ha la sua più alta manifestazione nell'autorità politica (Stato) che legittima, autorizza e disciplina l'azione dei livelli inferiori (mercati, sistemi produttivi, tecnologici e sociali, imprese, famiglie, ecc.), il secondo risiede invece nella natura sociale degli individui, dalla quale traggono motivazione i loro comportamenti. Gerarchia e contratto, autorità e compromesso, coordinamento verticale e coordinamento orizzontale sono perciò i contrapposti caratteri delle forze che gli "ingegneri istituzionali" devono opportunamente miscelare per indirizzare verso particolari fini il sistema socio-economico. In un'ottica quale quella appena delineata, in cui i comportamenti di un Paese sulla scena internazionale appaiono come il risultato di variabili politiche, sociali ed economiche interagenti a livello di contesto globale e/o all'interno dei singoli Stati, la ricerca di un assetto economico-istituzionale capace di sviluppare la riva sud-orientale del Mediterraneo e di innescare al tempo stesso significativi processi di crescita per le zone "meridionali" degli stati dell'Unione Europea, pone al centro della discussione l'identificazione di un "modello di relazioni economiche internazionali" compatibile con l'obiettivo da raggiungere. Per poter risolvere questo fondamentale problema occorre, anzitutto, conoscere i caratteri unificanti dell'aggregato considerato e attraverso di essi configurare il sistema in oggetto: nasce quindi la questione di un denominatore comune ai Paesi mediterranei. Cosa unisce dunque il Marocco alla Grecia? E il Libano alla Spagna? E la Francia all'Egitto? La risposta è, a prima vista, poco o niente. I Paesi mediterranei non costituiscono un sistema economico propriamente detto, ossia un tipo di organizzazione delle attività economiche le cui regole, istituzioni e finalità siano riconosciute, condivise e applicate in modo uniforme sul territorio. Sono diverse, da Paese a Paese, le modalità tecnico-organizzative della produzione come i rapporti fra

Stato e impresa, l'organizzazione dei mercati e le forme di proprietà dei mezzi di produzione, nonché gli incentivi economici e gli esiti delle varie economie nazionali. Anche sul piano sociale abbiamo consuetudini e scenari demografici variegati, per non parlare dei differenti regimi politici. Il Mediterraneo può quindi rappresentare uno spazio unitario soltanto ideale, nonostante che i popoli delle sue sponde siano venuti nel tempo ripetutamente in contatto fra loro dando luogo a forme di cultura d'area, e che le economie si siano aperte a reciproci scambi di merci e servizi. Ma se si guardano le prospettive del bacino in termini di fenomeni demografici, di emergenze ambientali, di approvvigionamento di risorse energetiche, di dinamiche dei mercati e si considerano le soluzioni ai problemi emergenti in quegli ambiti proposte a livello nazionale, ci si rende conto del carattere unitario dell'area: ne sono un esempio sia i flussi dell'immigrazione/emigrazione che le tendenze verso il decentramento/sviluppo produttivo, come pure le politiche messe in atto nei mercati delle materie prime energetiche (gas e petrolio). Complementarità, sinergie e reciprocità sembrano profilarsi come denominatori comuni quasi obbligati per i futuri comportamenti dei singoli Paesi. Ed è allora in questa prospettiva che il Mediterraneo può essere definito "sistema socio-economico a base geopolitica", ossia insieme di Stati, politicamente, socialmente ed economicamente diversi, collocati in uno spazio geografico definito, che in un preciso momento storico presentano interdipendenza dei processi di cambiamento. Una tale definizione dell'oggetto di analisi non solo è pienamente compatibile con l'idea di aggregato socio-economico da reinventare e/o costruire, ma anche con quella di "sistema economico complesso di tipo spaziale", che è l'oggetto di analisi della "geo-economia". Questo particolare approccio della scienza economica, infatti, partendo da una rappresentazione sistemica del fenomeno analizzato, studia i processi organizzativi generati sul territorio dai comportamenti economici spaziali dei soggetti che tengono conto delle economie/diseconomie proprie dei siti. L'accoppiamento di concetti interpretativi aventi un esplicito riferimento spaziale e di un'ottica analitica multidisciplinare che endogenizza parametri esterni all'indagine economica, ci pare sia la scelta metodologica più adatta a realizzare quella compatibilità fra contenuto e metodo che è richiesta quando si dibattono realtà così variegate e complesse qual'è il Mediterraneo. Ma ci pare anche l'unico modo rigoroso e non convenzionale per discutere il modello di relazioni economiche internazionali più adeguato a promuovere lo sviluppo di un'area tanto disomogenea e per mettere in evidenza i rischi che si corrono quando lo sviluppo è concepito come il risultato dell'applicazione di "ricette" di natura esclusivamente economica.

Il Mediterraneo come "sistema socio-economico a base geo-politica”

Affrontare il problema del superamento dei diversi livelli di sviluppo lungo le rive del Mediterraneo pone preliminarmente due questioni in un certo qual modo connesse, ossia quella della delimitazione e della caratterizzazione interna dell'area e quella della definizione di "processo di sviluppo".

L'insieme dei Paesi considerati "mediterranei" in genere comprende tutti quelli bagnati dall'omonimo mare (Spagna, Francia, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Yugoslavia, Albania, Grecia, Turchia, Siria, Libano, Israele, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Cipro e Malta), ai quali si aggiungono quelli che su di esso gravitano per ragioni attinenti ad assetti economico-istituzionali (Portogallo) o a precedenti ordinamenti statuali (Macedonia, Giordania e Palestina). Come si può facilmente intuire l'insieme è ampiamente eterogeneo, ma ciò non toglie che al suo

interno sia possibile individuare un certo numero di sottoinsiemi costruiti sulla base di parametri economico-istituzionali o politico-sociali. Si distinguono così:

1. i Paesi meridionali dell'Unione Europea (Portogallo, Spagna, Francia, Italia e

Grecia), che costituiscono un aggregato caratterizzato non solo da un comune assetto economico (area di libero scambio, moneta unica, variabilità non accentuata nei

livelli dei principali indicatori economici, ecc.), ma anche da omogenei processi politico-istituzionali (appartenenza ad una più ampia Unione politico-economica,

regimi giuridici per lo più comuni nei confronti degli Stati esterni, appartenenza alla stessa alleanza militare, terndenza alla omologazione giuridica in molti campi, ecc.);

2. i Paesi dell'Adriatico (Slovenia, Croazia, Bosnia, Yugoslavia, Macedonia e

Albania), che presentano tratti comuni sia per motivi storici e politici, che per l'appartenenza ad un unico ambiente geografico; 3. i Paesi del MAGREB (Marocco, Algeria, Tunisia e Libia), che oltre ad essere uniti

da accordi commerciali e ad aver iniziato un processo di integrazione, presentano

alcuni caratteri di convergenza sul piano socio-demografico e una certa ricchezza di materie prime;

4. i Paesi della sponda medio-orientale facenti parte del MASHRAK (Egitto,

Giordania, Libano e Siria) o meno (Israele, Palestina e Turchia), che costituiscono un aggregato politico altamente instabile, caratterizzato da disomogeneità sul piano socio-economico, ma in vario modo collegato al suo interno e destinato a svolgere un importante ruolo di raccordo fra Europa e Paesi del Golfo. Questa suddivisione del bacino in zone la cui relativa omogeneità è inferita sulla base di alcuni caratteri istituzionali di tipo generale, ci permette di identificare le diverse componenti del “sistema Mediterraneo” in una prospettiva di sviluppo multipolare incentrato sulle esigenze specifiche di ogni singola area e sulle complementarità, all'interno dell'agglomerato, necessarie per raggiungere quel fine. Certo, se si vuole assumere quella stilizzazione territoriale come punto di partenza della trattazione, occorre documentarne ulteriormente i tratti comuni; ciò è possibile, a nostro avviso, solo riflettendo sulla nozione di sviluppo e sui suoi caratteri. Il termine, infatti, è di quelli che si prestano a tante interpretazioni, e averlo spesso riassunto nella formula "lo sviluppo è il miglioramento del tenore di vita delle popolazioni" non lo ha reso, come fa notare Sen, più esplicito o privo di "contrasti, conflitti e perfino contraddizioni". Proprio per colmare queste carenze analitiche il Premio Nobel per l'economia del 1998 ha proposto un indicatore capace di dar conto del tenore di vita e, attraverso di esso, del livello di sviluppo. Egli parte dalla considerazione che è prerogativa della natura umana "l'abilità di fare azioni o raggiungere stati di esistenza dotati di valore", ma che il loro effettivo conseguimento

(detto "funzionamento") dipende dalle possibilità di realizzazione (definite

"capacità") contenute nelle condizioni di contesto. Il tenore di vita, dato sia dallo stile di vita effettivamente praticato (ossia dal numero di "funzionamenti" disponibili per un soggetto) che dalla disponibilità totale di opzioni (ovvero di "capacità"), è rappresentato quindi da un sottoinsieme di "funzionamenti" scelto nello spazio delle "capacità". Quanto più ampio è quest'ultimo, tanto maggiore sarà il valore dei "funzionamenti" di cui si dispone. Con ciò i livelli di sviluppo vengono connessi non soltanto alle condizioni materiali, ma anche alle modalità della loro scelta e fruizione, ossia alle libertà; coinvolgendo l'uomo e il contesto in cui è inserito, essi non possono più essere classificati in modo univoco, ma devono essere considerati come punti di uno spazio sociale di natura multidimensionale all'interno del quale almeno due sono le coordinate utili per orientarsi nella valutazione delle condizioni raggiunte: i risultati e le possibilità. L'adozione di un'ottica alla Sen sembra a prima vista rendere più complessa l'identificazione dei caratteri unificanti all'interno di ognuno dei sottoinsiemi geografici che compongono il Mediterraneo, perché aggiunge variabili socio-culturali e istituzionali a quelle economiche correntemente usate per raggruppare le economie secondo i differenti livelli di sviluppo. Tuttavia, pur nella consapevolezza delle difficoltà che si presentano nel reperire e quantificare le "capacità" e i "funzionamenti" di cui dispongono le singole economie nazionali, riteniamo che tale prospettiva sia una indispensabile base per impostare in modo articolato e non deterministico la rappresentazione sintetica dei sistemi socio-economici dei Paesi mediterranei; peraltro è anche pienamente in linea con i risultati degli studi di storia economica, secondo i quali l'evoluzione strutturale delle economie risulta dalla interazione di fattori demografico-sociali e tecnico-istituzionali, oltre che economici. Possiamo così dire che, in termini di "benessere", le condizioni di un Paese e le sue possibilità possono essere conosciute a partire da parametri appartenenti alla prima categoria come:

- il tasso di natalità e di mortalità

- il tasso di invecchiamento della popolazione

- la speranza di vita

- il tasso di alfabetizzazione,

- il tasso di urbanizzazione

- il tasso di ruralità

- il tasso di emigrazione e la destinazione dei flussi migratori

associati a parametri di tipo istituzionale quali:

- la qualità e la quantità di infrastrutture per abitante (km di strade e ferrovie, veicoli e mezzi di informazione, ecc.)

- il tipo di sistema legale

- i vincoli sociali e amministrativi all'iniziativa individuale

- il godimento o meno dei diritti personali e politici

- il tipo di accordi commerciali sottoscritti

- il tasso di innovazione tecnologica

che permettono di qualificare i caratteri del sistema economico espressi per lo più:

- dal reddito pro-capite

- dal peso delle esportazioni e delle importazioni sul reddito prodootto

- dalle quote settoriali di valore aggiunto

- dal tasso di attività per settore produttivo

- dal tasso di disoccupazione

- dal tasso di investimento estero

- dal tasso di accumulazione. Questi parametri, non tutti quantificabili e spesso di difficile valutazione comparativa (si pensi al tipo di sistema legale, ai vincoli all'iniziativa individuale e al godimento dei diritti personali e politici), forniscono informazioni di base utili per costruire indici capaci di illustrare l'andamento di particolari fenomeni. Così, in una prospettiva socio-demografica, l'indice di fecondità totale e l'indice di vecchiaia mostrano lo stato di avanzamento della transizione demografica di una popolazione (ossia la fase evolutiva della sua struttura in un certo momento storico), la concentrazione urbana e il tasso di inurbamento spiegano la sua dispersione sul territorio chiarendo, eventualmente, caratteri di destrutturazione sociale ed economica, mentre la percentuale di analfabetismo associata alla speranza di vita illustra il tipo di capitale umano posseduto. Gli indicatori della diffusione dei sistemi

di comunicazione, poi, aggiungono alle tendenze demografiche altre informazioni

sulle condizioni economico-sociali: infatti, da un lato quantificano la presenza di

infrastrutture capaci di promuovere lo sviluppo della produzione e del mercato, e dall'altro mostrano lo "stile di vita" di riferimento. Infine gli indicatori economici sintetizzano la struttura del sistema e il suo grado di complessità rendendo possibili giudizi sulla "praticabilità" e la "efficacia" dei percorsi di sviluppo programmati. La rappresentazione che emerge dal confronto di tutti questi indicatori fornisce quindi un’immagine approssimativa del tenore di vita raggiunto dai diversi Paesi, permettendo la loro aggregazione in sub aree caratterizzate da un certo grado di omogeneità interna. Considerando i quattro blocchi territoriali in cui abbiamo diviso il Mediterraneo

in un'ottica socio-demografica si ha una prima conferma di una certa uniformità di

tendenze all'interno di ognuno di essi. Come si può vedere nella Tab. 1, infatti, i Paesi della riva nord si caratterizzano in modo crescente per la loro "maturità" demografica che li spinge verso tassi di crescita zero, invecchiamento della popolazione, durata

attesa della vita che supera i 75 anni, analfabetismo quasi nullo e agglomerati urbani che ospitano dai 2/3 ai 3/4 della popolazione e che mostrano ormai bassi tassi di espansione. Pur nella sua eterogeneità e nell'emergenza storica in cui si trova, anche il blocco dei Paesi adriatici mostra un andamento demografico di tipo Comunitario, con attenuazione delle tendenze all'invecchiamento, all'inurbamento e alla diffusione dei sistemi di comunicazione. La transizione demografica magrebina, invece, è ancora lontana dalla maturità, nonostante il minor tasso di natalità di Tunisia e Marocco:

prevalenza delle fasce di popolazione molto giovane e speranza di vita intorno ai 70 anni fanno prevedere un futuro fabbisogno crescente di posti di lavoro che si concentrerà soprattutto nelle città a causa della loro veloce crescita. Una simile prospettiva creerà certamente problemi di destrutturazione sociale e territoriale in

quelle zone rurali che, a tutt'oggi, vedono ancora la presenza di un 40% della popolazione statuale con tassi di analfabetismo sopra il 30%. Infine i Paesi del quarto gruppo si presentano, in prevalenza, nella fase ascendente della curva demografica, con alti tassi di natalità e inurbamento, popolazione concentrata nelle prime fasce di età e caratterizzata da analfabetismo non molto elevato (ad eccezione dell'Egitto):

anche per loro si possono prevedere forti pressioni sul mercato del lavoro urbano e

Tabella n. 1: indicatori delle condizioni demografico-sociali dei Paesi mediterranei (anno 1998)

 

Popola-zio

Indice di

Tasso di

Speranza di

Tasso % di analfabeti-s mo in età superiore a 15 anni

Indice di

Tasso % di crescita della poolazione. urbana

ne totale

fertilità

popolazio-

vita

ruralità (%

(in milioni)

totale (figli

ne oltre 65 anni (in % del totale)

(anni)

sulla

 

per donna)

popolazio-n

 

e totale)

Paesi

dell'UE

Portogallo

9,9

1,4

16,1

75,1

8,6

38,8

2,8

Spagna

39,3

1,1

16,2

77,9

2,6

22,8

0,4

Francia

58,8

1,7

15,4

78,3

24,7

0,6

Italia

57,5

1,2

16,9

78,2

1,7

33,1

0,2

Grecia

10,5

1,3

16,9

77.7

3,1

40,2

0,4

Paesi

Adriatici

Slovenia

1,9

1,2

13,1

74,8

0,4

49,7

-0,4

Croazia

4,5

1,4

14,0

72,7

2,0

43,0

-0,1

Bosnia

3,7

1,6

8,1

73,2

57,8

4,1

Yugoslavia

10,6

1,7

12,9

72,2

48,1

0,4

Macedonia

2,0

1,7

9,5

72,5

38,8

1,3

Albania

3,3

2,4

6,4

71,8

6,5

59,5

2,4

Paesi del

MAGREB

Marocco

27,7

3,0

4,2

70,5

52,9

45,5

3,1

Algeria

29,9

3,4

3,7

66,8

34,5

41,1

3,3

Tunisia

9,3

2,2

5,6

72,0

31,3

35,9

2,4

Libia

5,3

3,7

3,0

70,4

21,9

13,3

2,7

Paesi

Medio-

Orientali

Egitto

61,4

3,1

4,4

66,5

46,3

55,1

2,0

Israele

5,9

2,6

9,2

77,5

4,3

9,0

2,2

Giordania

4,5

4,0

2,9

71,0

11,4

26,9

3,5

Libano

4,2

2,4

5,7

70,0

14,9

11,1

2,0

Siria

15,2

3,8

3,0

69,1

27,3

46,2

3,3

Turchia

63,4

2,4

5,4

69,2

16,0

27,1

3,1

Fonte: Banca mondiale, World Development Indicators 2000.

dicotomia demografico-culturale fra campagna e città. Se da un lato in una prospettiva demografico-sociale si segnalano specifiche tendenze in ciascuna area, dall'altro sul piano della diffusione dei mezzi di comunicazione si evidenziano, rispetto al sottosistema di appartenenza, maggiori potenzialità per alcuni Paesi (è il caso della Slovenia, della Tunisia e della Libia), e situazioni particolarmente svantaggiate per altri (Bosnia, Albania, Marocco, Egitto e Siria). Accanto a queste condizioni infrastrutturali vengono messe in luce anche tendenze a fenomeni di "dimostrazione consumistica" in situazioni di precarietà sociale: le due ultime colonne della Tab. n. 2, per esempio, documentano un numero

Tabella n. 2: indicatori della diffusione dei sistemi di comunicazione nei Paesi mediterranei

 

Strade asfalta te (in $ nel

Numero di veicoli ogni 1000 abitanti:

Numero di

Numero di

apparecchi

televisori ogni

telefonici ogni

1000 abitanti

anno 1996

1000 abitanti:

(anno 1997)

1995)

anno 1998

Paesi dell'UE

Portogallo

86

340

413

522

Spagna

99

449

413

506

Francia

100

526

569

601

Italia

100

574

450

483

Grecia

91,7

310

522

465

Paesi Adriatici

Slovenia

81,7

399

374

356

Croazia

347

271

Bosnia

52,3

25

90

40

Yugoslavia

58,3

152

218

259

Macedonia

63,3

156

243

Albania

30

30

30

108

Paesi del

MAGREB

Marocco

50,2

48

54

159

Algeria

68,9

51

53

105

Tunisia

78,8

64

80

184

Libia

57,1

209

83

126

Paesi Medio-

Orientali

Egitto

78

29

60

121

Israele

100

256

471

321

Giordania

100

66

85

43

Libano

95

194

352

Siria

25

27

95

70

Turchia

25

68

254

286

Fonte: Banca mondiale, World Development Indicators 2000.

di televisori e telefoni in Marocco e Turchia superiori alle aspettative.

Ma l’analisi statistica fin qui condotta, se da un lato conferma la plausibilità di una ripartizione dell’area mediterranea in subsistemi, dall’altro permette anche di percepire le tendenze e le problematiche della dialettica socio-demografica che la caratterizzeranno nel prossimo futuro. Si possono infatti prevedere forti diminuzioni della popolazione in età da lavoro nei paesi della riva nord in concomitanza ad incrementi di forza lavoro nel resto del Mediterraneo, il che produrrà carenza di manodopera soprattutto non qualificata nella prima area e deficit di posti di lavoro (anche ammettendo alti tassi di crescita dell’economia) nelle altre. L’immigrazione sarà sempre più un’esigenza delle economie a maggior reddito per supportare la loro crescita, mentre l’emigrazione sarà la soluzione ai problemi demografico-economici dei Paesi che vogliono svilupparsi. Quand’anche l’esistenza di movimenti migratori fosse di buon grado accettata da entrambe le parti, non mancherebbe di aprire nuovi fronti: i costi dell’integrazione e del controllo del flusso (con i connessi problemi del traffico di clandestini e delle attività criminali) sarebbero all’ordine del giorno dei Paesi ospitanti situati per lo più sulla riva nord, mentre l’impoverimento del capitale umano a disposizione e l’eventuale cessazione delle rimesse degli emigranti stabilmente residenti all’estero costituirebbero rischi con alta probabilità per le economie povere delle altre sponde. L’inurbamento crescente dell’area Nordafricana

e Medio-orientale unito alla diffusione dei mezzi di comunicazione potrebbe poi

portare all’abbandono delle campagne e all’adozione di modelli di consumo capaci di distorcere la crescita dell’apparato produttivo sia da un punto di vista territoriale che strutturale: problemi di inquinamento e di equilibrio ambientale si sovrapporrebbero ad un sistema economico incapace di provvedere ad esigenze primarie come quelle alimentari. La prospettata presenza di conflitti di interessi va considerata un realistico punto di partenza sia metodologico che operativo: essa è infatti connaturata ad ogni aggregato sistemico (e quindi è costitutiva della nostra caratterizzazione del Mediterraneo) e da essa scaturisce la necessità di un processo di sviluppo multipolare. Essa non è però confinata ai soli fenomeni socio-demografici: ben più accentuata si presenta in campo economico, ed è appunto questo aspetto che andiamo ad affrontare.

La struttura economica dei “subsistemi” mediterranei

E' solo all'interno del contesto presentato nel precedente paragrafo che assumono piena valenza esplicativa gli indicatori della struttura economica riportati nella Tab. n. 3; anzi potremmo dire che se avessimo privilegiato questi ultimi per suddividere il Mediterraneo in aree omogenee non avremmo avuto risultati così evidenti come quelli che abbiamo esposto perché le variabili economiche mostrano, in ciascuna delle regioni individuate, un quadro di minor uniformità rispetto a quello descritto dagli altri indicatori. Le ragioni della scarsa efficacia a fini classificatori dei parametri economici risiedono nella complessità delle economie e nelle diverse modalità con

cui esse manifestano caratteri di fondo identici: la natura sistemica che le contraddistingue, infatti, conduce spesso strutture simili a differenti performance, ognuna delle quali rappresenta il risultato delle configurazioni organizzative predisposte per perseguire i medesimi obiettivi. Per questo motivo occorre risalire alla struttura delle economie per rintracciare tendenze condivise nei subsistemi, piuttosto che ricercarle nella convergenza di indicatori dalla difficile interpretazione e dalla dubbia capacità esplicativa: non di rado sistemi ad un medesimo stadio di sviluppo presentano differenze negli stessi indici, anche se questi ultimi sono congruenti con la struttura economica e le altre variabili che la rappresentano. Per questi motivi andremo oltre i dati della Tab. n. 3 per tratteggiare sinteticamente la struttura economica che accomuna le aree. In genere le condizioni materiali di una popolazione (e quindi anche il suo tenore di vita) vengono riassunte dal livello del reddito pro-capite. Esso fa registrare una differenza massima di circa 1/3 sia fra i 5 Paesi meridionali dell'Unione Europea, che fra quelli facenti parte del MAGREB; all'interno dell'area Adriatica (Slovenia esclusa) e dei Paesi Medio-orientali (eccettuato Israele), invece, tale divario sale al 55%. I dati assoluti mostrano però che il reddito pro-capite medio dei Paesi appartenenti all’Unione Europea è dalle tre alle sei volte superiore a quello dei vicini mediterranei, che ricevevano nel 1997 fra i 3000 e i 6500 dollari. Dietro queste differenze ci sono sistemi caratterizzati non solo da volumi diversi di produzione, ma anche da strutture economiche che presentano difforme grado di robustezza ed efficacia. Le performance delle economie comunitarie (eccezion fatta per la Grecia) sono proprie delle società post-industriali e presentano un grado di integrazione pari alla metà del prodotto interno lordo, esportazioni superiori alle importazioni e un’industria ormai nella fase decrescente della sua parabola che, contribuendo per circa un terzo alla ricchezza nazionale, lascia ampio spazio al ruolo del terziario (65-70% del PIL). La struttura delle economie delle altre aree mostra invece una assai minor dipendenza dalla domanda interna, anzi, nei casi più problematici (Paesi balcanici, Marocco, Egitto e Siria) il mantenimento dal tenore di vita della popolazione e del livello di attività dell’economia è legato, rispettivamente, alle importazioni di beni di prima necessità e alle esportazioni di risorse rilevanti per i mercati esteri. L’eccedenza delle prime sulle seconde crea poi disavanzi di bilancia dei pagamenti che aggiungono incertezza ad economie in cui l’agricoltura pesa sempre più del 10% sulla ricchezza nazionale, l’industria è ancora in una fase di decollo (pur contribuendo per 1/3 al reddito), e il terziario urbano convoglia la forza lavoro proveniente dalle campagne in attività spesso precarie. Se gli indicatori economici dei Paesi dell’Adriatico hanno scarso significato perché riferiti ad economie impegnate in ricostruzioni post belliche o in transizioni da regimi amministrati a regimi di mercato, nel MAGREB si notano processi di decollo incentrati sullo sfruttamento di risorse quali materie prime energetiche, prodotti agricoli, turismo, ecc. (cfr. Tab. n. 4). Le condizioni socio-politiche dei Paesi Medio-Orientali, infine, aggravano una struttura economica poco consolidata (fa

eccezione la Turchia) in cui l’apporto dell’agricoltura si aggira sul 15% del PIL mentre quello dell’industria è inferiore al 30%.

Tabella n. 3: indicatori della struttura economica dei Paesi mediterranei (anno 1998)

 

Reddito pro-capite (in $ del

Consumi totali (in % del PIL, anno

Esport + import in $ del PIL nel

Esportazio ni (in $ del PIL, anno

Importazio-

Valore aggiunto settoriale (in $ del totale nel 1997, 1995* e 1991** )

ni (in % del PIL, anno

1997)

1997

1997)

1997)

 

1997)

Agr.

Ind.

Serv.

Paesi

dell'UE

Portogallo

14488

83

71,5

21,4

40,1

3,9*

35,2*

 
 

60,9*

Spagna

15976

78

55,5

28,3

27,1

2,9*

 

31,6*

65,5*

Francia

21056

79

49,3

26,6

22,7

2,2

26,2

71,2

Italia

20772

78

50,3

27,3

22,9

2,6

30,5

66,9

Grecia

13789

88

39,6

15,7

23,9

71,7*

 

10,6*

17,7*

Paesi

Adriatici

Slovenia

14031

76

115,4

57,1

58,2

4,3

38,2

57,5

Croazia

6677

88

97,4

40,6

56,8

9,5

34,2

56,3

Bosnia

Yugoslavia

Macedonia

4252

91

85,9

25,7

50,1

11,4

27,7

60,9

Albania

2682

109

46,0

10,4

35,5

55,9

23,6

20,5

Paesi del

MAGREB

Marocco

3304

86

44,7

18,7

25,9

15,4

32,9

51,7

Algeria

4753

67

52,8

30,6

22,2

10,2

52,3

37,5

Tunisia

5326

75

90,3

43,9

46,4

13,3

28,5

58,2

Libia

Paesi

Medio-

Orientali

Egitto

3054

87

45,0

20,1

24,8

17,6

31,8

50,6

Israele

17483

90

75,0

31,0

44,0

Giordania

3547

96

125,5

51,2

74,3

3,4

26,0

70,6

Libano

4159

116

64,2

10,4

53,8

12,4

26,5

61,1

Siria

2977

81

70,0

29,8

40,1

28,8**

21,8**

49,4**

Turchia

6460

80

54,9

24,5

30,3

15,0

28,1

56,9

Fonte: Banca mondiale, World Development Indicators 2000.

Le economie appartenenti a ciascuna delle quattro aree, dunque, sono accomunate dai caratteri della struttura economica che rivelano la fase di evoluzione

sistemica in cui si trovano. Quasi tutti i Paesi mediterranei dell’Unione europea presentano la complessità e l’inserimento nelle dinamiche globali proprie delle economie post-industriali, mentre il MAGREB cerca di potenziare l’industria manifatturiera e di inserire nei circuiti degli scambi internazionali i suoi prodotti più competitivi, in modo da far crescere l’economia (e con essa il mercato interno) e riuscire a superare definitivamente la fase del decollo. Il Medio-Oriente e i Paesi Adriatici, invece, stanno ancora affrontando i problemi di una società in transizione verso l’economia di mercato, senza aver posto rimedio all’instabilità politica che genera frazionamento dei mercati e incertezza, entrambi disincentivi per l’attività economica.

Tabella n. 4: Contributo al Prodotto Interno Lordo di alcuni settori nei Paesi del Nord-Africa e del Medio-Oriente (valori %, anno 1998)

Industria

Industria

Costruzion

Commer-c

Trasporti e

Servizi

estrattiva

manifattu-

i, energia

io e

comunica-

finanziari

 

Riera

e acqua

turismo

zioni

Marocco

2.0

17,5

12,0

19,4

5,5

0

Algeria

24,1

10,2

11,0

11,5

6,8

4,4

Tunisia

3,6

18,4

6,0

14,9

8,0

4,0

Libia

16,2

10,8

10.0

12,8

9,7

3,1

Egitto

6,0

17,4

6,0

1,1

8,7

20,2

Israele

-

19,4

9,5

44,9

6,5

-4,6

Giordania

3,3

11,6

6,0

10,4

13,1

15,6

Libano

0

9,3

9,0

29,3

3,1

6,2

Siria

13,0

8,6

4,0

19,1

11,7

3,7

Turchia

-

18,0

-

-

-

-

Fonte: Human Development Report, 1999

Un quadro quale quello appena delineato mostra, ancora una volta, i differenti interessi di ciascuna area e le difficoltà di accomunare in un unico progetto tutti i Paesi. Mentre gli Stati meridionali dell’Unione europea hanno l’esigenza di trovare nuovi sbocchi commerciali per i loro prodotti, di approvvigionarsi di risorse energetiche a basso costo e di proteggere alcuni settori della loro economia (in particolare l’agricoltura e l’industria alimentare), le sfide che si devono fronteggiare sulla riva sud-orientale riguardano invece la promozione dello sviluppo attraverso la crescita dei settori energetici e primari, la creazione di una domanda interna in grado di sostenerlo e l’implementazione di iniziative economiche nelle campagne per impedirne l’abbandono. Come si vede in molti casi gli obiettivi degli uni sono incompatibili con quelli degli altri: esiste solo un’esigenza comune nel campo della produzione, distribuzione e consumo di materie prime energetiche che ha già dato luogo ad accordi e progetti capaci di creare rapporti stabili e duraturi (vedi le Figure n. 1 e n. 2). Che sia questo un punto di partenza per un comune modello di sviluppo?

Modelli di sviluppo, dinamiche spaziali e aree geopolitiche

Le conclusioni a cui siamo giunti nei precedenti paragrafi presentano il Mediterraneo come un’area geografica contraddistinta da differenti assetti socio-economici, ciascuno caratterizzato da problemi specifici, ma anche da prospettive comuni. Il miglioramento delle condizioni di vita di un aggregato così eterogeneo appare dunque una vera e propria sfida, non solo per la complessità del processo, ma anche per la sua “novità”. E’ infatti tanto inusuale da non essere mai stato preso in considerazione esplicitamente dalla teoria dello sviluppo economico che, in genere, ipotizza la presenza di contesti istituzionali per lo più omogenei e utilizza rappresentazioni dicotomiche della realtà, connesse a dialettiche e a dinamiche territoriali di tipo bipolare. Ne sono un esempio, fra gli altri, il “modello di sviluppo di un’economia dualistica” e quello dello “sviluppo trainato dalle esportazioni”. La prima spiegazione presuppone la presenza di due sottoinsiemi all’interno dell’economia di un Paese. Il “settore arretrato”, rappresentato di volta in volta da una branca produttiva (dall’agricoltura o dalla manifattura tradizionale), dalle attività gestite dallo Stato oppure dal sistema finanziario, mostra scarsa produttività degli input impiegati; il “settore avanzato”, rintracciato ora nelle imprese agricole dedite alla monocultura (imprese “capitalistiche”) ora nella grande impresa industriale che compete sui mercati internazionali, è invece l’emblema di una organizzazione economica caratterizzata da un alto rendimento dei fattori utilizzati, e proprio per questo capace di innescare il processo di sviluppo. Il differenziale di efficienza produttiva fra i due settori è dovuto in primo luogo allo scarso progresso tecnico e alla “maturità” tipica di certe produzioni, ma anche ad un eccessivo impiego relativo del lavoro e/o del capitale in quelle attività in cui minore è la loro resa (“produttività”). Secondo gli economisti che condividono questa impostazione una tale inefficienza allocativa nell’uso delle risorse dipende, a sua volta, dal cattivo funzionamento o dalle imperfezioni dei mercati dei fattori, perchè là dove vigono la libertà di entrata e uscita dal mercato per i lavoratori (assunzione e licenziamento) e per i capitali, nonché la loro retribuzione secondo il criterio della produttività, si afferma infatti il settore avanzato e quello arretrato si ridimensiona. Addirittura migliorano anche le prestazioni di quest’ultimo, perché l’esodo della manodopera in esubero ristabilisce la giusta proporzione fra lavoro e capitale, rendendo il loro utilizzo proficuo. E’ quindi la presenza di corrette condizioni istituzionali (ossia di mercati perfettamente concorrenziali) la chiave di volta per promuovere lo sviluppo e allontanarsi dalla spirale della povertà. Grazie ad esse si permette al processo di osmosi intersettoriale, che conduce ad una efficiente allocazione delle risorse, di operare e di dare luogo al circuito virtuoso appena descritto: si rende possibile, per esempio, il flusso di manodopera e capitali dall'agricoltura all'industria generato per effetto dei differenziali di salario e di rendimento dei capitali investiti. Anche il secondo approccio vede nell’efficiente allocazione delle risorse il punto di partenza del processo di sviluppo, ma lo scenario in cui agiscono i soggetti non è quello nazionale, bensì quello internazionale caratterizzato da un contesto operativo

omogeneo sul piano istituzionale (ossia dalla presenza di mercati perfettamente concorrenziali in tutta l’area interessata dagli scambi) e da specifiche situazioni di vantaggio economico relativo localizzate all’interno delle singole economie (produzioni competitive). L’esportazione dei beni in cui il Paese gode di un tale vantaggio comparato rappresenta la molla dello sviluppo (export-led growth) perché permette l’accumulazione di capitali (i profitti generati dalla vendita dei prodotti all’estero), stimola l'afflusso in quelle produzioni di risorse finanziarie provenienti da investitori stranieri e agevola l’ingresso di nuove tecnologie. La specializzazione produttiva che ne segue mette in moto due tipi di processo: da un lato quello di osmosi fra settore "avanzato" e settore "arretrato" descritto in precedenza, dall’altro l’integrazione dell’economia nell’area di scambio. Il primo genera la concentrazione su quel settore di tutte le risorse interne del Paese sottraendole alle attività improduttive (che minimizzano la loro consistenza), il secondo permette all’economia di sfruttare in pieno gli incrementi di domanda di tutti gli altri Paesi: la dicotomia strutturale e spaziale amplia così il suo raggio di azione fino a caratterizzare anche lo scenario internazionale. Sebbene le due interpretazioni del processo di sviluppo appena descritte abbiano alla base una impostazione contrattualista di tipo bipolare, la logica stessa dei modelli da luogo ad equilibri economici monocentrici proprio a causa del dualismo strutturale su cui sono fondati . Infatti il percorso di sviluppo ipotizzato dal primo approccio, comportando l’esodo dalle campagne, la contrapposizione sociale fra “ruralità arretrata” e “urbanesimo avanzato”, e una dicotomia produttiva territoriale rappresentata dalla concentrazione delle attività agricole nelle zone rurali e di quelle industriali nelle città, prefigura di fatto l’industria cittadina come centro gravitazionale del processo. E d’altro canto la seconda impostazione analitica giunge a conclusioni analoghe perché l’economia specializzata dipende interamente dai "mercati internazionali" sia per l’acquisto dei beni diversi da quello nella cui produzione gode di vantaggi comparati (alimentari compresi), sia perché su di essi si quantifica il rapporto fra i prezzi dei beni esportati e quelli dei beni importati (detto “ragione di scambio”), ossia l’ammontare dei proventi derivanti dalle esportazioni. Per impedire il verificarsi delle "implicazioni ultime" dei due modelli interpretativi (tanto reali da dimostrarsi puntualmente vere) altri studiosi hanno perciò proposto interventi di politica economica: da un lato per scongiurare l’annientamento dell’agricoltura (o di quella sua parte che produce beni per il mercato interno) previsto nella prima interpretazione si sono suggerite misure volte alla diffusione del progresso tecnico fra le imprese contadine (“unimodal agricultural strategy”), dall’altro per evitare le estreme conseguenze di un’apertura totale delle economie in via di sviluppo tale da permettere di importare e di esportare senza la presenza di ostacoli tariffari si è auspicato il rafforzamento delle produzioni industriali che soddisfano la domanda interna (“import substitution growth” . Questa tendenza a degenerare in rapporti di dipendenza, propria di un percorso di sviluppo alle sue prime fasi che sia basato su dicotomie e dinamiche bipolari e venga messo in atto in contesti concorrenziali, trova una ulteriore conferma in alcune analisi di economia spaziale: le “teorie delle località centrali” e il “modello

nucleo-periferia” mostrano infatti come, sotto certe condizioni, assetti produttivi e di scambio di tipo duale sviluppino sul territorio su cui operano strutture economiche di tipo gerarchico. Una tale conclusione conferma la nostra tesi, anzi la rafforza in quanto aggiunge implicazioni spaziali ai processi temporali analizzati dalle teorie dello sviluppo, il tutto in un quadro di perfetta congruenza metodologica: un comune denominatore dei due campi di indagine è infatti l'assiomatica di base, ossia l'assunto

di concorrenzialità dell'ambiente operativo dei siggetti economici e l'algoritmo di

massimizzazione quale modalità del loro comportamento. In ambito spaziale tali punti di partenza si manifestano anzitutto nelle ipotesi di "minimizzazione dei costi di trasporto per i consumatori e massimizzazione del numero dei produttori, di minimizzazione del numero di centri per raggiungere economie di agglomerazione e ridurre gli investimenti in reti di trasporto e massimizzazione dei profitti per i produttori" (Camagni, 1992, p. 128). Ma prendono anche la forma di alcune specifiche condizioni (implicitamente o esplicitamente condivise nei due modelli di

dinamica territoriale) che servono a rappresentare il contesto di azione. Esprimendole in modo tale da avere come riferimento situazioni dicotomiche, è possibile configurare in questo modo l'ambiente economico:

- lo spazio in cui agiscono i soggetti è di tipo omogeneo, anche dal punto di vista delle infrastrutture di trasporto;

- si ha una disponibilità diffusa di tutti i fattori produttivi, con inamovibilità di quelli impiegati nei settori "arretrati" (per esempio agricoltura) e trasferibilità di quelli dei settori "avanzati";

- i due beni prodotti sono gerarchicamente ordinati sulla base della distanza massima a cui possono essere venduti;

- i beni prodotti dai settori "arretrati" vengono venduti sui mercati locali o nazionali (a seconda dell'ampiezza del contesto considerato) caratterizzati da bassa intensità relativa di domanda, gli altri sui mercati urbani o internazionali dove la domanda è maggiore;

- si hanno rendimenti di scala costanti nella produzione dei beni di rango inferiore e rendimenti di scala crescenti in quella di rango superiore;

- la localizzazione della produzione dei beni tende a sfruttare le economie di agglomerazione (ossia i vantaggi che si ottengono da una struttura spaziale concentrata), per cui le produzioni di rango superiore si effettuano nei centri dell'unità economica considerata;

- tale centro (rappresentato dalla città o dal “mercato internazionale”) è sede dello scambio per tutti i prodotti, che in quel luogo devono quindi essere trasportati;

- la struttura gerarchica degli spazi e dei centri sul territorio si determina come conseguenza della gerarchia dei beni;

- il costo unitario di trasporto è costante e determina una curva di domanda spaziale (in cui la quantità è funzione della distanza) di tipo discendente. Ciò prefigura un mercato dei venditori caratterizzato dalla concorrenza monopolistica, mentre i produttori operano in mercati perfettamente concorrenziali. In un simile contesto emergono endogenamente su scala nazionale strutture del tipo "centro-periferia", come mostra anche la storia della concentrazione geografica

del "settore avanzato" (industria, per esempio) nel processo di sviluppo di un'economia. E ciò accade per l'interazione di rendimenti di scala crescenti, costi di trasporto e domanda. "Date economie di scala sufficxientemente forti [afferma Krugman], ogni produttore desidera servire il mercato () in una songola localizzazione. Per minimizzare i costi di trasporto sceglierà una localizzazione con vasta domanda locale (città). Ma la domanda locale sarà grande proprio dove la maggior parte dei produttori decidono di localizzarsi" (Krugman, 1991, p. 24). Si spiegano così "sviluppi regionali diseguali, in cui regioni dotate di un vantaggio produttivo sottraggono industria dalle regioni meno dotate di condizioni iniziali

favorevoli" (ibidem, p. 82). Una volta poi che strutture nucleo-periferia si siano affermate in Paesi diversi grazie alle barriere al commercio e alla immobilità internazionale dei fattori, l'integrazione delle economie in un'unica entità darà luogo

ad un solo nucleo "se i costi di trasporto sono bassi, le economie di scala sono grandi

e la quota di industria -libera- sul reddito nazionale ampia" (p. 85). E di solito, sulla

base della logica di questa spiegazione, il nucleo relativamente più forte assorbirà quello più debole determinando un rapporto di dipendenza fra le due economie. Il lungo excursus attraverso alcune teorie economiche dello sviluppo e dell'equilibrio spaziale ci permette di affermare che, da un punto di vista teorico, assetti duali e in linea di principio bipolari danno luogo ad equilibri monocentrici in ambienti gerarchici, nonostante che le assiomatiche generali (quale quella

contrattualista-concorrenziale) su cui sono basate quelle concezioni postulino situazioni di partenza eque (aventi, peraltro, scarse probabilità di essere rintracciate nella realtà). E' di conseguenza abbastanza plausibile concludere, anche senza tener conto dei rapporti di forza dovuti al ruolo e alla dimensione economica degli attori, che dinamiche di dipendenza sono la normalità in processi di sviluppo e di relazioni internazionali in cui due siano le parti in causa. Questo carattere congenito dovrebbe eseere tenuto presente ogniqualvolta si pianificano scenari di cooperazione allo sviluippo, soprattutto per evitare di affidare ad "automatismi tecnici" (per esempio alle "leggi dell'economia") la realizzazione degli obiettivi: date le conclusioni a cui giungono i modelli economici appena visti e i punti di partenza dell'"International political economy", appare evidente che in tal modo non si realizzano affatto sentieri

e assetti territoriali "virtuosi". Quando si ha a che fare con "sistemi socio-economici a base geopolitica",

qual'è il Mediterraneo, l'attenzione dovrebbe essere ancora maggiore, perchè si tratta

di entità complesse in cui i componenti (e quindi anche gli interessi e gli obiettivi)

sono molteplici e differenziati e perchè la teoria economica (come abbiamo visto) non può essere di aiuto. Per la verità esiste una possibilità teorica remota che si realizzino sentieri di sviluppo economico multipolari, ma la sua concretizzazione dipende in modo decisivo dalle situazioni di partenza. Là dove vigono regole di mercato, scrive ancora Krugman, "un certo numero di componenti (imprese) si trovano, in uno specifico momento del tempo, in una particolare situazione (localizzazione) che può evolversi per l'azione congiunta delle economie e diseconomie di agglomerazione. Se ci sono significative economie di scala, le imprese sceglieranno solo poche localizzazioni fra loro separate, e di solito ci sarà un

insieme di reazioni positive e negative in relazione a queste scelte. Quindi potremmo

aspettarci asetti economici spaziali dalle configurazioni complesse e dalle dinamiche irregolari" (Krugman, 1996, p.33). "In un tale mondo la localizzazione dell'attività economica, e in una certa misura perfino la struttura della risultante geografia economica, potrebbe dipendere in modo cruciale dalle condizioni iniziali, vale a dire dalle contingenze storiche" (ibidem, p. 35). Ma questa possibilità teorica di sviluppo multipolare è legata sia a particolari condizioni di partenza, sia a modalità di coordinamento delle attività economiche attraverso il mercato che, come sappiamo, non sono uniformemente diffuse nell'area mediterranea. Là dove le "regole sociali e religiose" o la "tradizione" prendono il posto dei prezzi quali "criteri utilizzati per costruire una efficiente organizzazione economica", non basta la condivisione sociale del principio di reciprocità per ottenere, come avviene (in teoria) nel mercato, sia l'efficienza nello scambio che una corretta divisione dei compiti e un efficace controllo all'interno di una organizzazione: nella "burocrazia" (che opera attraverso le "regole sociali e religiose") occorre anche il requisito di un'autorità legittimata, mentre nel "clan" (governato dalla "tradizione") e necessaria in aggiunta la condivisione di valori e credenze. Non sono solo le modalità di coordinamento delle attività economiche l'unico carattere delle economie nazionali che si differenzia all'interno dell'area. Anche l'organizzazione della produzione e il rapporto fra Stato e impresa si modulano nei vari Paesi diversamente da quanto previsto dagli apparati teorici "tradizionali dando luogo ad assetti complessi che deviano dal sermplice stereotipo delle "economie di mercato concorrenziali". Segnaliamo:

- in primo luogo il ruolo del settore pubblico, che è centrale nella pianificazione e

nella realizzazione delle infrastrutture, nel coordinamento dell'attività produttiva complessiva e spesso anche nella gestione di alcune produzioni;

- poi le dimensioni di impresa, che sono per lo più medie e medio-piccole e il

fenomeno della dispersione delle unità produttive anche nei territori rurali. Questi caratteri fanno sì che il processo di osmosi fra attività arretrate e avanzate funzioni in modo diverso dal previsto e avvenga più per aspettative di migliori condizioni che per calcolo economico di convenienza (come mostrano la crescita delle città o l'emigrazione clandestina). Ed infine, percorrendo la lista dei connotati del sistema economici che presentandosi in modo diverso da Paese a Paese danno luogo ad economie differenziate, occorre ancora segnalare che non vi è uniformità nei diritti di proprietà e negli incentivi all'interno dell'area. E tutto questo va tenuto presente. Se è vero che un certo ruolo socio-economico dello Stato, una capillare e segmentata struttura produttiva, la disponibilità privata dei mezzi di produzione, incentivi capaci di promuovere comportamenti economici

efficaci e modalità di coordinamento di mercato sono i caratteri eesenziali di sistemi economici moderni non stazionari, è altrettanto vero che i tempi e i modi del processo di sviluppo non possono essere identici per tutte le economie. Non c'è perciò bisogno

di "automatismi economici", ma di "ingegneri istituzionali" consapevoli di ciò per

predisporre progetti di sviluppo e di cooperazione.

Il processo di sviluppo mediterraneo secondo l'Unione Europea

Come abbiamo visto in precedenza la promozione del processo di sviluppo di un sistema socio-economico a base geopolitica rappresenta il più alto e ambizioso obiettivo a cui un insieme di Paesi possa pensare sia per il numero di volontà

autonome coinvolte, che per la complessità dei compiti e la pluralità dei campi implicati. Di solito progetti di questo tipo sono il risultato di una volontà politica multilaterale espressa ai massimi livelli che vincola le collettività nazionali e coagula

le forze interne per poter raggiungere l'obiettivo comune (si pensi alle unioni

politiche ed economiche). Chiaramente rispetto a questo first best esistono anche second best ancora capaci di evitare rischi di dipendenza (per esempio le federazioni), caratterizzati dalle discriminanti della multilateralità dell'assetto istituzionale costruito e della identità degli interessi individuali. Gli accordi bilaterali presuppongono invece un diverso approccio metodologico (quello duale, con obiettivi spesso differenziati per i singoli contraenti) che non evita quel pericolo:

anche qui esiste un first best (accordi bilaterali fra gruppi) e un second best (accordi bilaterali fra un gruppo e un singolo). E' con questo schema mentale e le sue implicazioni sul piano economico (analizzate in precedenza) che ci accingiamo a valutare l'evoluzione dei più recenti rapporti all'interno del Mediterraneo, da noi stilizzato come sistema socio-economico a base geopolitica. Va anzitutto notato che nel recente passato si è avuta reciproca attenzione sulle due sponde del Mediterraneo: dalla riva nord si sono seguite con apprensione (ma anche con un certo distacco) le vicende dei vicini nutrendo timori soprattutto per la sicurezza delle attività (sia politiche che economiche) nell'area, mentre dall'altro versante si è guardato all'integrazione dell'Europa meridionale come ad un fattore di potenziamento dei già consistenti legami economici e come processo da imitare. Sebbene, quindi, sia particolarmente rappresentativa l'opinione riportata da Lister secondo cui "il nord e il sud del Mediterraneo non presentano interdipendenza, ma due distinti generi di dipendenza" (Lister, 1997, p. 75), ciò non toglie che la Comunità Europea abbia rappresentato il motore dello sviluppo economico della regione. L'interazione all'interno del bacino si è presentata quindi con caratteri di dipendenza nord-sud, il che rende interessante discutere le idee e i comportamenti strategici dell'Unione Europea riguardo ai rapporti economici con i vicini mediterranei. In linea generale va detto che le politiche mediterranee dell'Unione non hanno mai rappresentato un corpus di idee coerenti e proiettate in avanti, nè hanno mai teso a prefigurare uno sviluppo complessivo dell'area inteso come processo multilaterale. Contrariamente alle politiche comunitarie nei confronti delle ex-colonie sub-Sahariane (coordinate sulla base della parte IV del Trattato di Roma prima, e della Convenzione di Lomè poi), non si è mai perseguito quell'obiettivo nè si è

cercato di costruire un contesto istituzionale multipolare, ma si è privilegiato in

misura crescente lo strumento degli accordi bilaterali giustificandolo con la minore formalità e la maggior incisività e specializzazione. Ciò ha giustificato opinioni secondo cui "dati i paletti posti e l'esistenza di condizioni restrittive per la cooperazione regionale, è sorprendente l'apparente casualità e la pressochè totale mancanza di ragionevolezza con cui si è evoluta la politica mediterranea dell'Unione Economica Europea. Inoltre, l'importanza di questi problemi è stata per lo più associata all'incoerenza dele politiche" (Lister, 1997, pp. 79-80). Dal punto di vista del contesto istituzionale che ha fatto da sfondo a queste politiche (o non politiche) comunitarie tre sono i momenti salienti:

1. quello della "Politica Mediterranea Globale" (PMG);

2. quello della "Nuova Politica Mediterranea" (NPM);

3. quello delle "Politiche di Partenariato Euro-Mediterraneo" (PPEM).

Fin dagli anno '60 la Comunità aveva siglato intese bilaterali con alcuni Paesi mediterranei volte soprattutto a creare condizioni favorevoli ad eventuali futuri ingressi nel mercato comune (Grecia, turchia, Spagna) o a costituire situazioni di

preferenzialità di principio nel commercio (Marocco, Tunisia, Israele, Egitto, Libano, Giordania, Siria, Malta, Cipro, Yugoslavia). Questo insieme di accordi contingenti, se

da un lato aveva posto il problema del Mediterraneo come naturale area di espansione

del mercato comune europeo, dall'altro aveva creato situazioni di disparità. Fu per

porvi rimedio e per uniformare il contenuto di quei trattati alle nuove regole del commercio internazionale stabilite dal Gatt, che la Comunità varò nel 1973 la

"Politica Mediterranea Globale". L'auspicio di fondo dei documenti che predisposero

la PMG era di creare un'ampio mercato fra Europa e Mediterraneo all'interno del

quale vi fosse un'area di libero scambio dei prodotti industriali (con qualche eccezione) e un trattamento preferenziale per l'80% delle esportazioni agricole di ogni Stato. La logica di questo nuovo programma comunitario era ispirata dalla necessità

di stipulare accordi commerciali fra loro coerenti, di dare corso al principio di non

discriminazione nei confronti dei vicini e di rendere gli scambi commerciali conformi alle regole del GATT. Di fatto molti degli obiettivi ultimi non furono raggiunti perchè la Comunità non tenne fede alle promesse in campo agricolo (prendendo provvedimenti unilaterali ogniqualvolta riteneva lesi i suoi interessi) e non si vide accordata la reciprocità delle preferenze in campo industriale (in quanto gli Stati Uniti denunciarono che un tale favore verso le esportazioni europee costituiva una chiusura nei confronti di terzi dei mercati dei Paesi mediterranei). I risultati in termini economici furono poi modesti, perchè i Paesi della sponda sud-orientale importarono in modo crescente senza riuscire ad esportare i propri prodotti verso nord: il contenzioso sul commercio di beni agricoli e tessili divenne così aspro che fece perdere alla Comunità credibilità come soggetto capace di aiutare lo sviluppo dei vicini i quali, d'altro canto, cessarono di riporre speranze di miglioramento

economico nell'interscambio fra le due sponde. Nel 1990 si diede inizio all'attuazione del protocollo comunitario istitutivo della Nuova Politica Mediterranea, un insieme di linee guida che dovevano (negli intenti europei) dare attuazione ad un approccio allo sviluppo economico basato sul

"libero mercato". Il perseguimento di questo obiettivo era supportato dalle politiche finanziarie del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il cui aiuto era diretto a promuovere l'"aggiustamento strutturale" delle economie, ad

incoraggiare gli investimenti privati, a facilitare l'accesso ai mercati europei da parte dei produttori dei Paesi del bacino, ad agevolare il dialogo politico ed economico anche a livello regionale e a favorire le riforme strutturali. Nonostante questo impiego

di fondi, superiore agli stanziamenti dei precedenti programmi, i risultati economici

per i Paesi dell'area sud-orientale non invertirono la tendenza negli scambi, ancora una volta a causa del sostanziale protezionismo europeo nei confronti delle importazioni di prodotti agricoli e tessili. Fu fatta, soltanto, maggiore chiarezza da parte dell'Unione che, oltre ad un maggior sforzo finanziario, formulò un quadro più coerente in materia di tipo di sistemi economici e politici cui dare sostegno. Con la conferenza di Barcellona del 1995 ha inizio un'altra fase nei rapporti fra l'Unione Europea e gli altri paesi del bacino: la Partnership Euro-mediterranea. L'insoddisfazione per i risultati raggiunti con le precedenti politiche in campo economico-commerciale, i timori per i massicci flussi di immigrati clandestini e la volontà di alcuni Paesi dell'Unione (Spagna, Francia e Italia) di spostarne verso sud il baricentro, convinsero l'Europa a proporre l'accordo ai vicini mediterranei che, con l'occasione, vedevano ravvivate le loro speranze di riagganciare il treno dello sviluppo. La Dichiarazione che concluse i lavori affermando che "l'obiettivo generale - consistente nel fare del Bacino mediterraneo una zona di dialogo, di scambi e di cooperazione che garantisca la pace, la stabilità, la prosperità - esige il rafforzamento della democrazia e il rispetto dei diritti dell'uomo, uno sviluppo economico e sociale sostenibile ed equilibrato, misure per combattere la povertà e la promozione di una migliore comprensione tra culture, tutti aspetti essenziali del partenariato" (EURO-MED 1/95), stabilì tre principali campi di intervento:

1. quello politico e della sicurezza, nel quale l'impegno è di creare "uno spazio comune di pace e stabilità" caratterizzato da non-proliferazione nucleare, lotta al terrorismo e diritti umani e civili (autodeterminazione); 2. quello economico-finanziario, orientato a promuovere "una zona di prosperità condivisa" in cui maggiore sia il ritmo di sviluppo socio-economico, migliori le condizioni di vita e più diffusa la cooperazione e l'integrazione regionale, anche attraverso la creazione, nel 2010, di un'area di libero scambio; 3. quella sociale, culturale e umana, volta a dare origine ad uno sviluppo delle risorse umane e ad una promozione della comprensione fra le culture e degli scambi fra le diverse società civili. L'architettura istituzionale attraverso cui si intendono perseguire questi obiettivi prevede un livello di accordi bilaterali finalizzati alle relazioni particolari dei singoli Paesi con l'Unione, e un livello di dialogo e cooperazione dell'intera area su temi di interesse generale: possiamo quindi dire che, nei termini dello schema interpretativo illustrato all'inizio di questo paragrafo, la metodologia operativa proposta dalla Conferenza è di tipo multilaterale per programmare politiche atte a trattare "questioni

di principio" e di tipo duale-second best per gestire "problemi pratici". E i rapporti

economico-finanziari appartengono alla seconda categoria, tant'è che viene in

particolare ribadito nel "programma di lavoro" quanto segue: "le questioni attinenti all'agricoltura rientrano principalmente nelle relazioni bilaterali" (EURO-MED 1/95, Allegato). Ma vediamo quali sono in questo campo gli obiettivi e le linee guida esposti nel documento. Anzitutto gli obiettivi dichiarati sono tre:

a. "accelerare il ritmo di uno sviluppo socioeconomico sostenibile";

b. "migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, aumentare il livello di occupazione e ridurre le disparità di sviluppo nella regione euromediterranea";

c. "incoraggiare la cooperazione e integrazione regionale" (EURO-MED 1/95).

Anche le azioni previste sono tre: l'instaurazione graduale di una zona di libero scambio, una cooperazione economica "opportuna e concertata" e l'assistenza finanziaria da parte dell'Unione. E' la prima che riveste però un ruolo primario, visto che viene definita uno "strumento essenziale del partenariato euromediterraneo". Essa

dovrebbe ridurre gradualmente gli ostacoli tariffari (e non) per permettere la libera circolazione dei soli manufatti, mentre per i prodotti agricoli si prevede una

progressiva liberalizzazione "nella misura permessa dalle differenti politiche agricole.

Il mercato cui si tende è "rispettoso degli obblighi risultanti dal WTO", adotta

"misure adeguate in materia di norme d'origine, di certificazione, di tutela dei diritti

di proprietà industriale e intellettuale, di concorrenza": presenta quindi tutti i caratteri

teorici del modello concorrenziale che è alla base dei mercati "globalizzati".

Ma qual'è il modello di sistema economico a cui si tende? E' quello di una forma

di economia di mercato in cui viene "accordata priorità alla promozione e allo

sviluppo del settore privato, al miglioramento del settore produttivo ed alla creazione

di un opportuno quadro istituzionale e regolamentare", alla "ristrutturazione delle

imprese esistenti, specialmente nel settore pubblico, compresa la privatizzazione". Ma i Paesi "si sforzeranno di attenuare le conseguenze sociali negative che possono

risultare da tale adattamento, incoraggiando programmi a favore delle popolazioni

povere".

E' auspicabile un'area di libero scambio mediterranea?

Il quesito sull'auspicabilità della creazione di un'area di libero scambio nel bacino mediterraneo mi pare possa essere giustificato al termine di questa breve trattazione. Come abbiamo avuto modo di dimostrare, se è vero che il Mediterraneo non presenta caratteri di sistema economico ma ha la natura di aggregato di sistemi socio-economici situati a differenti stadi di sviluppo, se la teoria economica dello sviluppo temporale e spaziale non ha predisposto modelli capaci di ipotizzare percorsi evolutivi per tali sistemi e quelli eleborati in contesti duali hanno come esito rapporti di dipendenza, e se, infine, anche in questi apparati teorici non è incontrovertibilmente dimostrato che l'apertura agli scambi favorisce le economie più svantaggiate, che senso ha promuovere una zona di libero scambio?

Sicuramente la Conferenza di Barcellona rappresenta un momento di chiarezza nelle politiche mediterranee dell'Unione e pone fine alle incoerenze denunciate in precedenza. Infatti il documento conclusivo promuove quell'idea di mercato

concorrenziale autoregolantesi che nei precedenti trattati bilaterali veniva inquinato

da

clausole di protezione settoriale. E lo fa uniformandosi agli accordi internazionali

di

globalizzazione promossi dal WTO e coordinando le sue politiche con quelle di

altre organizzazioni internazionali (IMF, WB, ecc:). Inoltre promuove lo scambio di prodotti industriali in questo contesto di "competitività" in cui le condizioni di partenza non possono favorire imprese dei Paesi emergenti". Anche la concezione del sistema viene finalmente esplicitata, visto che negli accordi esso è riassunto nel mercato concorrenziale, la cui funzione allocativa genera processi virtuosi: non sono possibili fallimenti del mercato, quindi non c'è bisogno dell'intervento dello Stato. Esiste un solo "sistema di mercato", e tutte le economie mediterranee dovranno in un futuro più o meno lontano convergere su di esso. Ma da questa chiarificazione si desume che il "processo di Barcellona" non serve per sviluppare i Paesi della sponda sud-orientale, ma per consolidare le strategie dell'Unione Europea. D'altro canto ha già fatto fallimento in molti campi: dal 1995

sono aumentati i focolai di guerra nel Mediterraneo, si sono acuiti i contrasti inte-religiosi, il baricentro politico della Comunità si è spostato ad Est con le pratiche

di adesione di Repubbliche centro-europee. E allora se il quadro globale, quello più

significativo, è venuto meno, perchè favorire la costituzione di un'area di libero

scambio?

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