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Francesco Lamendola

Compassionevoli entro i limiti del possibile, responsabili ed auto-nomi sempre


Nel precedente articolo In che misura siamo responsabili delle aspettative altrui verso noi stessi (sempre sul sito di Arianna Editrice), abbiamo sostenuto che, anche nei casi nei quali non abbiamo fatto nulla per coinvolgere deliberatamente il prossimo nella nostra vita, dobbiamo per essere consapevoli dell'influenza che possiamo esercitare e degli effetti che essa pu produrre, perch sia il nostro agire che il nostro non-agire, la nostra presenza e la nostra stessa assenza, non sono mai neutri e privi di ricadute sugli altri. Eravamo giunti cos alla conclusione che, sebbene nessuno abbia dei doveri (nel senso proprio del termine) verso coloro i quali siano coinvolti dal nostro esserci in maniera del tutto involontaria, tuttavia assumere un punto di vista compassionevole verso di essi un segno di maturit spirituale e di gratuita disponibilit alla benevolenza e all'amore di carit, quello totalmente disinteressato, quello che nulla chiede e nulla si aspetta di ricevere in cambio. La compassione, a sua volta, scaturisce - o dovrebbe scaturire - non tanto da uno stato emotivo e istintivo, quanto dalla serena e distaccata consapevolezza che larmonia dellinsieme pu nascere solo dallarmonia delle singole parti e che, pertanto, ogni problema sollevato dalle relazioni umane chiede una soluzione o, almeno, uno sforzo per giungere ad essa. Ora, un tale sforzo non pu essere fatto, se non mediante una assunzione di responsabilit collettiva da parte di ciascuno: perch ciascuno di noi legato, per mille fili - visibile e invisibili - all'insieme del creato, e ciascuno di noi pu contribuire - nel suo piccolo - a ristabilire l'armonia del tutto. Ci detto, rimane il fatto che le aspettative altrui su di noi possono essere realmente aberranti, patologiche, e perfino potenzialmente pericolose. Ne consegue che noi siamo chiamati, s, a mostrare compassione e amore disinteressato per quanti tendono ad aggrapparsi, in un modo o nell'altro, alla nostra persona, ma entro i limiti dell'umanamente possibile, e sia pure con l'aiuto soprannaturale della Grazia. A nessuno pu essere domandato di spingersi oltre; a nessuno si pu chiedere di imbarcarsi in una disperata avventura per salvare l'equilibrio - magari gi gravemente compromesso - di persone allo sbando, che vedono in noi l'ultima spiaggia cui afferrarsi, ma che, nei loro convulsi movimenti da naufraghi sul punto di annegare, potrebbero infine travolgerci nella loro stessa tendenza autodistruttiva. Certo, vi sono e vi saranno sempre delle creature veramente illuminate, veramente amorevoli, veramente sante, capaci di assumersi i rischi di un tentativo del genere; tuttavia si tratta di casi assolutamente eccezionali, e nessuno pu essere minimamente biasimato se non si sente in grado di intraprendere una strada cos dura ed incerta. Nella maggior parte dei casi, comunque, avviene l'esatto contrario: ossia noi tendiamo a coinvolgere gli altri, con il nostro esserci, in maniera intenzionale e, talvolta, irresponsabile; oppure lo facciamo in maniera parzialmente consapevole, come quando ci vestiamo in un determinato modo o compiamo certe azioni o pronunciamo certe parole in pubblico, ma con la segreta intenzione di coinvolgere qualcuno in particolare e con la riserva mentale di "scaricare", poi, tutti coloro che, non desiderati o non graditi, dovessero eventualmente rispondere all'appello.
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Vi , in un comportamento del genere, una sorta di delitto colposo, perch noi sappiamo che esso potrebbe avere ripercussioni imprevedibili su molte altre persone, ma non ce ne curiamo; consideriamo tali eventuali destinatari dei messaggi da noi lanciati come una entit trascurabile; e andiamo avanti per la nostra strada, dritti verso lo scopo, incuranti di tutto ci che non riguarda il conseguimento del nostro reale obiettivo. Ecco, in ci vi una indubbia componente di irresponsabilit, per non dire di cinismo e di disprezzo del prossimo: poich in quest'ultimo noi non vediamo pi un soggetto degno di essere rispettato nella sua integrit di persona, bens unicamente del materiale grezzo, da manipolare a piacere sulla base dell'unica legge della nostra convenienza. Ed proprio per il fatto che questa, oggi, la filosofia sociale prevalente, fondata su un utilitarismo che squalifica l'altro dal ruolo di persona a quello di mero oggetto dei nostri interessi, che abbiamo richiamato il valore della compassione e abbiamo ricordato il senso di responsabilit che dovrebbe legare il nostro destino a quello di tutti gli altri enti (anche delle creature non umane e anche della natura in quanto tale, a cominciare dal paesaggio). Ma torniamo al discorso relativo ai messaggi ambigui che, sovente, mandiamo genericamente al prossimo, allo scopo di attrarre l'attenzione di qualcuno di nostra scelta e anche - last but not least per gratificare la nostra vanit, godendo dell'effetto che potremmo fare sugli altri, ciascuno nel proprio ambito: l'intellettuale pontificando altezzosamente in televisione, il politico facendo il prezioso dall'alto del suo potere, l'attricetta, la ballerina o anche la ragazza comune, esibendo un look volgarmente provocante. Sappiamo bene che questo discorso - oggi - non piace, perch dire, o anche solo insinuare, che tali comportamenti sono moralmente discutibili, sembra configgere con l'assioma fondamentale (e, si dice, auto-evidente) della societ edonistica e permissiva: che, cio, ciascuno ha il diritto di esercitare la propria libert - nel parlare, nell'agire, nel vestire - senza limite alcuno; e che pretendere di porvi dei limiti equivarrebbe a un ritorno al Medioevo, alla Santa Inquisizione, all'Indice dei Libri Proibiti, e cos via. Grazie alla demagogia oggi trionfante, avallata e, anzi, fomentata da uno stuolo di intellettuali quelli, s, veramente e pienamente irresponsabili - sembra che oggi sia lecito tutto, ma proprio tutto, quello che il Codice penale non vieta in modo esplicito; che al mondo non esistano altro che diritti e libert, ma nessun dovere n alcun limite; che chi pi trasgredisce, pi provoca, pi scandalizza, sia anche il pi progressista, il pi moderno, il pi degno di ammirazione (cfr. il nostro precedente articolo: Dobbiamo reimparare a indignarci davanti ai seminatori di scandali, sempre sul sito di Arianna). No, signori: cos non va. Abbiamo dei diritti, e abbiamo pure altrettanti doveri: ad ogni diritto corrisponde un dovere, per una legge della simmetria etica che nessuno pu impunemente trasgredire e ancor meno fingere di ignorare. Cos pure, per ogni libert c' anche un limite: non esiste la libert assoluta, non mai esistita e, se esistesse, precipiterebbe la societ umana nel caos pi completo e nella barbarie pi sfrenata. Diremo di pi: il concetto di libert acquista un significato solo se posto in relazione con il concetto di limite: altrimenti diviene una farneticazione intollerabile o, peggio, un incitamento alla distruttivit umana. Certo, la vera libert dovrebbe essere autodisciplinata ed autoregolata: crediamo poco alla libert imposta e sostenuta dalle baionette, dal carcere o dalla sedia elettrica. Pure, la natura umana cosiffatta, che la stragrande maggioranza degli individui incapace di autodisciplinarsi e di autoregolarsi, per cui s'impone la necessit di una istanza superiore, che si ponga come suprema mediatrice degli inevitabili conflitti. Non solo. L'esperienza storica, nonch la semplice osservazione empirica, diretta, del mondo in cui viviamo, ci insegnano che, ove i rapporti umani fossero lasciati ala discrezione della capacit autonormativa di ciascuno, in brevissimo tempo assisteremmo al trionfo dei peggiori elementi, alle violenze e agli abusi dei pi immaturi, dei pi egoisti, dei pi faziosi; mentre i buoni, i miti e gli onesti sarebbero sopraffatti, angariati, sfruttati senza piet.
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Non forse per questo che cosa tanto rara imbattersi in una persona veramente autonoma, dotata cio (come dice l'etimologia della parola) della capacit di darsi da s una norma? Non forse per questo che la maggioranza degli individui tende a uniformarsi al pensiero e alle mode che vengono veicolati dall'alto (dal potere politico o da quello economico o da quello dell'informazione), retrocedendo al livello di un gregge anonimo e inconsapevole? Non forse per questo che le proposte pi sagge, le azioni pi disinteressate, le parole pi generose, tendono continuamente ad essere sommerse dalla cacofonia petulante di chi grida pi forte, di chi proclama che tutto lecito, di chi mira a manipolare e controllare i pensieri ed i comportamenti della massa? E dunque, bisogna pur dirlo: l'egualitarismo oggi dominante (dominante almeno a parole: questo ci che i poteri forti vogliono far credere agli utili idioti del gregge) va nella direzione di una costante, inesorabile selezione dei peggiori: degli uomini peggiori, delle ideologie peggiori, dei codici di comportamento peggiori; della scuola peggiore, della famiglia peggiore, dell'umanit peggiore: quella ridotta a puro strumento di manipolazione inconsapevole. Dobbiamo renderci conto di queste dinamiche, per essere in grado di reagirvi e di contrapporre ad esse dei processi virtuosi, tali da favorire l'affermazione delle persone, delle idee, delle pratiche migliori, in contrapposizione alla tendenza prevalente (cfr. il nostro precedente articolo: Prima considerazione inattuale: recuperare il giusto concetto di aristocrazia, sempre sul sito di Arianna Editrice). Non affatto un'idea originale: Platone la sosteneva con forza gi nella sua Repubblica. E tuttavia un'idea necessaria, anzi indispensabile, alla luce degli effetti che un egualitarismo demagogico e irresponsabile sta producendo in misura ormai disastrosa. L'importante non perdere mai di vista l'obiettivo di cooperare alla costruzione di un ambiente sociale pi armonioso, pi aperto, pi consapevole delle esigenze di tutti: senza dimenticare che la prima e fondamentale esigenza proprio quella di essere considerati e rispettati in quanto persone, contro ogni forma di manipolazione e di sfruttamento utilitario. Noi non siamo merce, come vorrebbe la versione estrema e aberrante di un capitalismo senz'anima e senza principi; nessuno ha il diritto di trattare il proprio simile come una cosa, come un oggetto, come uno strumento per realizzare i propri disegni o per soddisfare i propri capricci e le proprie vanit. Vi sono, nell'essere umano - e non solo in esso, in ogni ente del mondo che ci circonda - una dignit intrinseca, un mistero sacro, che meritano la massima considerazione e ai quali doveroso accostarsi in punta di piedi, con timore e tremore. Perci, a noi tocca il dovere di essere sempre rispettosi del mistero e della sacralit che sono nell'altro; e il diritto di pretendere lo stesso da lui, nei nostri confronti. Sarebbe una buona cosa se riuscissimo ad essere anche compassionevoli, almeno quel tanto che basta a imprimere alle relazioni umane una connotazione di gentilezza, comprensione e benevolenza, senza le quali esse degenerano in una continua competizione o in una distaccata, squallida indifferenza reciproca. Non possiamo, d'altra parte, prenderci sulle spalle tutto il peso del mondo, n assumerci responsabilit che non ci spettano, allorch gli altri vogliono caricare di aspettative tutte loro il nostro puro e semplice fatto di esistere. Quel che conta, avere la coscienza pulita rispetto alle nostre intenzioni: di non aver mai cercato, cio, di conseguire il male del prossimo, ivi compresa quella forma di male che la sua manipolazione interessata. Non ci sar chiesto di rendere conto se, qualche volta, in modo del tutto involontario, abbiamo dato adito a false aspettative da parte degli altri nei nostri confronti; ma se abbiamo sempre visto in loro delle persone, ossia delle creature dotate di dignit pari alla nostra e meritevoli di rispetto in se stesse, indipendentemente da fatti esterni come la posizione sociale o dalle idee politiche, filosofiche, religiose.
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