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Francesco Lamendola

Ogni epos fatto di storia e mito; e la nozione di preistoria un pregiudizio occidentale


Che cos' la preistoria? La risposta tradizionale a questa domanda : il periodo della storia dell'umanit precedente l'invenzione della scrittura. Prendiamo, a caso, un testo di buon livello, come il Dizionario di preistoria di Andr-Leroi Gurhan ((titolo originale: Dictionnaire de la prhistoire, Presses Universitaires de France, Paris, 1988; traduzione italiana a cura di Marcello Piperno, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1991, vol. 1, p. 497: Il suo fine quello di ricostruire la storia degli uomini dalle origini sino alla comparsa dei primi testi []; non disponendo di documenti scritti, essa si basa essenzialmente sull'esame dei resti della presenza umana, resti generalmente provenienti dagli scavi archeologici. Tuttavia, dal momento che - come tutti sanno - la scrittura compare in tempi diversi nei diversi luoghi, mentre presso numerose popolazioni non compare affatto sino a quando non viene importata ed imposta dall'Occidente moderno, ne deriva che non di preistoria si dovrebbe parlare, al singolare; ma, semmai, di preistorie, al plurale. Il che significa relativizzare, e di molto, un concetto che pareva assoluto. Ma che dire di quei popoli i quali, pur non avendo una scrittura, furono contemporanei di altri popoli, che invece l'avevano, e che ce ne hanno lasciato numerose testimonianze scritte, come il caso degli antichi Celti, di cui parlano le fonti greche e latine? Ecco allora che, per togliersi dall'impiccio, gli studiosi hanno coniato un termine intermedio fra storia e preistoria: protostoria. Esso abbastanza sfumato da lasciare margini sufficienti a coprire tutto quello che non n l'una n l'altra; ma anche sufficientemente preciso da non lasciar dubbi sul fatto che ci si trova in una circoscritta terra di nessuno, che n gli storici, n gli studiosi di preistoria (a proposito, come li dobbiamo chiamare: preistorici?) osano rivendicare con l'abituale sicurezza, ma che, anzi, si palleggiano con insolita, reciproca cortesia, come la classica patata bollente con cui nessuno desidera scottarsi le dita. Ora, se a fungere da spartiacque fra storia e preistoria stata scelta l'invenzione della scrittura, perch grazie ad essa gli uomini mostrerebbero attitudini a pensare criticamente la propria presenza nel mondo, e quindi appunto a fare della storiografia, allora si cade in un evidente circolo vizioso: la storia sarebbe, infatti, quella fase della vicenda umana nella quale l'uomo diviene capace di indossare i panni dello storico. Non solo: si tratta di una concezione che parte da un pi che evidente pregiudizio antropocentrico: si d per scontato, infatti, senza neanche prendersi la briga di dimostrarlo, che solo l'uomo capace di studiare la storia uomo nel senso pieno e definitivo della parola, , insomma, un essere civile; mentre le comunit umane che non concepiscono la storia come la intendiamo noi occidentali moderni, sarebbero incivili e non del tutto umane: appunto, preistoriche. Sviluppando con un minimo di coerenza questa linea di ragionamento, non si pu non arrivare alla conclusone che le societ umane pi lontane dal nostro modello di storia, e quindi di civilt - come, ad esempio, quelle degli aborigeni australiani - sono rimaste ferme alla preistoria (o, come si usa
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anche dire, all'et della pietra): nonostante l'evidente incongruenza di definire ferma una popolazione vecchia di 40.000 anni, e che , dunque, la pi antica del mondo; e nonostante che gli antropologi abbiano chiarito ormai definitivamente che non esistono societ ferme, ma solo societ che evolvono con ritmi e tempi differenti. Inoltre, se la definizione scolastica della preistoria come et che precede la scrittura fosse accettabile, allora dovremmo avere la coerenza e l'onest intellettuale di ammettere che tra il mondo degli uomini civili, caratterizzato dalla scrittura e da un rapido ritmo di evoluzione, e quello degli animali, caratterizzato dall'assenza di una struttura logica del pensiero (cos, almeno, asseriscono quasi tutti i filosofi, da Cartesio in poi) e da una fissit delle strutture sociali, le culture preistoriche si pongono come una realt intermedia: vicine alla storia, perch dotate di una (potenziale) struttura logica, ma ancor pi vicine alla natura - con buona pace del mito del buon selvaggio - perch, come le comunit animali, guidate dal solo istinto e perci bloccate, prive di evoluzione. D'altra parte, persino lo studioso pi imbevuto di pregiudizi positivisti deve riconoscere che nessuna societ umana, per quanto primitiva, tuttavia priva di un proprio bagaglio culturale, mediante il quale si sforza di spiegare sia la propria storia, la storia del proprio gruppo, sia la storia degli uomini in generale, e - anzi - la storia del mondo e dell'universo. A tutta prima, questa evidente constatazione dovrebbe introdurre una salutare pulce nell'orecchio del pregiudizio scientista, secondo il quale solo la scrittura significa storia (e cultura), mentre la mancanza di scrittura equivale a non-storia (ossia a natura). Ma quei signori non si lasciano disturbare da un cos esile granello di polvere nell'occhio; essi hanno la risposta pronta a qualsiasi obiezione: e cio, che i popoli primitivi possiedono, bens, un pi o meno ricco patrimonio di storie orali intese a fornire una ricostruzione del passato, ma che tale patrimonio non ha nulla a che fare con la vera storia, essendo soltanto mito. Che il mito sia una forma di storia; o meglio: che il mito sia un altro modo di intendere il passato, certamente diverso, ma non inferiore a quello della storia stessa: questo il dubbio che non li tocca, o dal quale non sono disposti a lasciarsi sfiorare. Perch, se lo facessero, dovrebbero guardare un po' pi da vicino la nostra tanto sbandierata storia: e probabilmente, prima o poi, finirebbero per intuire quello che apparirebbe loro evidente, se non fossero cos chiusi e corazzati nei loro dogmi: che tutta la storia, dai tempi di Erodoto e Tucidide fino ai giorni nostri, non ha quasi nulla di scientifico, ma , piuttosto, un epos, un epos con una caratteristica fondamentale: che rispecchia sempre e soltanto la verit dei vincitori. A questo punto, chi ci abbia seguiti in queste brevi riflessioni avr compreso anche dove vogliamo arrivare: al riconoscimento che anche la nostra bene amata storia, altro non che un insieme di racconti mitologici, mediante i quali le societ umane si sono incessantemente sforzate di propagandare la propria verit, a discapito di coloro quali - sia dentro, che fuori di esse - sono risultati infine soccombenti. Quale storico inglese degli inizi del XIX secolo ha raccontato la storia della Rivoluzione industriale dalla parte dei luddisti? Quale storico americano del tardo XIX secolo ha raccontato la storia della marcia dall'Atlantico al Pacifico (il destino manifesto) dalla parte dei pellerossa? Quale storia studieremmo oggi, sui banchi di scuola, se nella seconda guerra mondiale avesse prevalso il Tripartito sullo schieramento alleato? E quale storia studier la razza futura, umana o forse aliena, destinata a dominare la Terra nel prossimo futuro, quando i grattacieli di New York si saranno sgretolati ed infranti, e una lussureggiante vegetazione acquatica ricoprir gli edifici della Borsa di Londra o gli Champs Elises di Parigi? Emmanuel Anati, eminente studioso dell'arte rupestre della Valcamonica, ha scritto nel suo libro: Valcamonica: 10.000 anni di storia (Capo di Ponte [Brescia], Edizioni del Centro, 1980, pp. 1316):

Per la forma mentis occidentale, negli epos dei popoli primitivi storia e miti si confondono, mentre la propria storia sarebbe immune da tale inquinamento. Gli etnologi e gli storici ritengono speso di sapere separare la storia dalla mitologia nelle tradizioni di culture diverse dalla propria, ma tale separazione sovente riflette anche le caratteristiche cognitive e i condizionamenti concettuali del ricercatore. La separazione tra cronaca, storia e mitologia non sempre esplicita. Per liberarsi dai luoghi comuni del pragmatismo scolastico basta che il ricercatore analizzi se stesso, la propria storia, con senso sufficientemente critico per discernere tra cronaca e storia, e per valutare quanto di quest'ultima sia "mitologia". Si render allora conto della similitudine del processo formativo della storia in societ diverse, e dei vari livelli di "realt" che esistono in ogni storia e che inevitabilmente si modificano, per un medesimo avvenimento, da generazione a generazione, sia nella cultura occidentale, sia nelle culture tribali di popolazioni che non hanno neppure, nel loro vocabolario, il termine "storia". Ben inteso, ogni societ ha le sue caratteristiche di selezione e di accentuazione, di censura e d'idealizzazione, di mitizzazione e di e di smitizzazione, di apologia e di dialettica, ma il processo mantiene le sue costanti. Pu essere istruttivo leggersi un brando di storia edito cinquant'anni fa e comparare la trattazione dei medesimi eventi, nei libri che sono oggi propinati come testi; partire poi dagli specifici fatti di cronaca che sono prefazione della storia e seguire il processo accumulativo delle ricostruzioni, delle ipotesi, delle idee, delle congetture formate attorno ad essi, permette di seguire il processo di storicizzazione e di concepire quale mole di mitologia e di apologia esista in molti brani di storia. La prospettiva cronologica sempre buon consigliere, anche se il confronto fatto solo a distanza di cinquant'anni. Avere la versione dei protagonisti, di fatti avvenuti cinque o seimila anni or sono, procura una dimensione temporale inconsueta, conduce non solo ad una fortunata possibilit di analisi dei momenti storici che in essi si riflettono, ma anche all'acquisizione di particolari elementi sulla dinamica di formazione della storia e su quel fondamentale aspetto universale della struttura psicologica umana che la storicizzazione. La storia di un'epoca, di una civilt, di un popolo la conoscenza della vita materiale, del pensiero, del comportamento, delle relazioni e le vicende umane, delle creazioni immaginative, del modo di vedere pensare e sentire dei diretti protagonisti delle vicende: tutto questo visto e compreso nella dinamica delle cause e degli effetti. Quelli che, nel momento, sono considerati fatti di cronaca, possono avere o non avere rilevanza per la storia. Nella prospettiva temporale, ritenuto tale dalle successive generazioni, il resto si cancella nel naturale processo di selezione. Ma ci che dimenticato in un periodo, pu riemergere in un periodo successivo. Anche il processo di storicizzazione ha una dinamica talvolta imprevedibile. L'esigenza di una storia che "spieghi" la presente condizione umana, sentita in tutte le popolazioni della terra, fin dai nuclei pi primitivi. Non esiste trib che non abbia nel proprio bagaglio culturale una sua storia, spesso carica anch'essa di leggende e di miti. Ma anche a questi livelli, dai miti di origine, dalle complesse narrazioni delle genealogie, si riscontra la presenza di sovrastrutture di apologia che rendono complessa la serena ricostruzione dei fatti. Non sempre la ricerca storica si basa su documenti puri, espressioni dirette dei protagonisti; sovente sono usate elaborazioni di seconda mano. Documenti inediti nei limiti del possibile incontaminati dall'apologia, possono trovarsi nelle scoperte archeologiche, rimaste sepolte e ignorate per millenni fino al momento in cui vengono in luce, oppure nei contesti antropologici nei quali le realt della vita quotidiana, delle relazioni umane, delle esigenze economiche, delle scelte fatte in ogni frangente, appaiono prive dei condizionamenti apologetici e delle mistificazioni che possono accumularsi nel processo di storicizzazione. Ogni cultura, anche la nostra, po essere vista come contesto antropologico. La ricostruzione storica di un periodo del quale si hanno documenti incontaminati da successive rielaborazioni, motivo di arricchimento del conoscere., del sapere e del comprendere. Esempio eccezionale quello della Valcamonica che ci fornisce, in un unico contesto, una quantit enorme di dati. Oltre 150.000 figure "preistoriche" hanno l'immediatezza e la realt storica di documenti
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creati dai protagonisti di vicende che portarono alla formazione della civilt europea e che questi fecero per loro stessi, come parte della loro vita e non per la cronaca dei posteri. Loro tramite possiamo rivivere e cerare di comprendere le realt del passato. Tramite l'arte rupestre si perviene a raccogliere informazioni sulle vicende e le preoccupazioni dei loro autori, rivelando quei cambiamenti, quegli sviluppi di carattere economico, sociale, culturale e politico, che riflettono di volta in volta i processi storici. Nell'ambito dei contesti etnici e sociali vi sono stati capi, guerrieri, sacerdoti e anche uomini di cultura, che hanno ricoperto ruoli preminenti, per quelli da soli non avrebbero potuto operare al di fuori del contesto sociale. L'essenziale di questa storia, come lo vediamo dalle incisioni rupestri e dai documenti archeologici, l'espressione della comunit, composta dagli individui che operano nel suo ambito. In questa storia vi una costante relazione dialettica tra individuo e gruppo Cos come l'individuo non potrebbe esprimersi senza il gruppo, il gruppo non potrebbe realizzarsi senza l'individuo. Questa storia "culturale" non si svolta solo tra i popoli senza scrittura ma in tutti i tempi, e si svolge anche oggi. Per quanto riguarda i periodi "preistorici" ovviamente non abbiamo i nomi dei capi trib, dei regnanti, dei colonnelli o dei dignitari di corte. Raramente abbiamo indicazioni precise di particolari eventi. Sappiamo per che in una certa epoca v'era tal tipo di equilibrio sociale, che un determinato periodo era caratterizzato da instabilit politica e da contrasti tra varie popolazioni o tra queste e i loro capi, o che in altro periodo vi era calma e operosit economica. Attraverso le incisioni rupestri e le altre vestigia archeologiche, non sempre ci dato conoscere la data di una battaglia, il nome dell'eroe che ne determin l'esito o le sembianze delle sue favorite, ma ci si domanda se realmente siano questi gli estremi che fanno la storia. L'analisi storica porta a ricostruire i processi dell'evoluzione concettuale e tecnologica, dell'introduzione e dell'accettazione di innovazioni culturali, mutamenti intervenuti nella struttura sociale del gruppo e nelle sue attivit economiche, i corsi del pensiero che hanno tracciato la strada dell'epopea umana. Fino a ieri la storia ufficiale per la zona alpina cominciava in pratcica dall'avvento di Roma, 2.000 ani or sono; l'aggiunta di 8.000 anni a questi ultimi 2.000 ci d una nuova proporzione facendoci conoscere l'enorme bagaglio culturale accumulatosi tramite le vicende travagliate che hanno fato della societ umana ci che essa oggi. Concludendo. Ogni societ umana si pone la domanda delle origini: sia delle proprie, che dell'universo intero. Dalla prima domanda scaturisce la storia; dalla seconda, la religione. Ma, limitandoci alla prima, dobbiamo avere l'umilt di riconoscere che storia non soltanto quella di Tito Livio e di Tacito, o di Michelet e Mommsen; e nemmeno solo quella che i nostri ragazzi studiano sui libri di testo. La domanda relativa al proprio passato pu assumere varie forme; e quella che assume nelle societ pre-moderne - tutte, dalla prima all'ultima, compresa la nostra di un tempo - , in primo luogo, l'epos, di cui il mito parte essenziale. Il mito, questo disprezzato sapere di serie B, alla base di tutti i racconti storici di tutte le societ umane: con o senza scrittura, con o senza civilt. Il mito, giova ricordarlo ai presuntuosi antropologi e storici di formazione positivista, non niente affatto una sorta di scampagnata del pensiero nelle regioni della fantasia pura; nossignori: qualche cosa di estremamente serio. Il mito il modo caratteristico di tutte le societ pre-moderne (compresa la civilt contadina occidentale) di rendere conto della condizione umana in generale, e della propria comunit in particolare, guardando ad esse non come a delle improvvisazioni teatrali pi o meno geniali, pi o meno fortunate; ma come un riflesso dell'inalterabile ordine del mondo, che poggia le sue basi nella dimensione del soprannaturale, e si prolunga nel mondo terreno, in una vicenda che comprende rocce, acque, piante, animali ed esseri umani. Il mito, dunque, non qualche cosa di meno della storia, cos come la intendiamo noi moderni, ma, semmai, qualcosa di pi: poich sottende una visione olistica e armoniosa dell'universo, dove ogni

cosa legata al tutto: e agire come se cos non fosse, significherebbe turbare l'ordine soprannaturale. Possibile che i nostri storici moderni, che pure tanto ammirano lo spirito pratico e costruttivo dei Romani, non si siano interrogati a fondo sulla visione del mondo di una societ ove il console non marciava con le legioni, se gli auspici non erano favorevoli? Possibile che Platone, scegliendo il mito come la forma letteraria in cui esprimere le pi sublimi verit filosofiche, stesse solo giocherellando con la struttura mentale tipica dei cosiddetti primitivi? Possibile che la sua scelta non avesse delle ragioni pi profonde, pi solide, pi ineffabili? Questioni sulle quali sarebbe bene che i nostri studiosi di storia, e pi ancora di preistoria, si interrogassero a lungo. Solo cos arriverebbero a comprendere che tutto il sapere moderno - non solo la storia, ma anche la scienza e la tecnica - altro non che una variante, l'ultima in ordine temporale, di una struttura di pensiero che fondamentalmente ovunque la stessa: epica, mitica, magica.