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Parlare oggi dei preti

di Albert Rouet, arcivescovo di Poitiers in Koinonia-Forum n. 202 del 25 aprile 2010 Non c Chiesa senza preti. La famosa frase di San Girolamo suona come uno slogan. Infatti, non dice niente sul numero di preti richiesto, sui ministeri da assolvere, n sul loro comportamento. Uno slogan impedisce di porsi domande: quella frase serve a bloccare le ricerche sulle nuove maniere di esercitare il presbiterato o di porre i preti davanti ai nuovi ministeri, sul diaconato e sulle cariche ricoperte dai laici. una frase conservatrice. I problemi attuali non riguardano tanto la necessaria esistenza dei preti quanto la natura e le forme dei loro servizi - che non affatto la stessa cosa. Trascurare le condizioni di esercizio dei ministeri per attaccarsi al solo fatto che esistano, fa s che si passi dal plurale usato dal Vaticano II ( i preti) a uno strano singolare (il prete), quindi a conservare ununica forma. Non molto tempo fa IL ministero sidentificava col solo ministero di parroco o viceparroco, al punto che al cappellano di un liceo e di un movimento poteva essere rivolta questa domanda: Quando entrer nel ministero?. Questa estrema semplificazione deriva in gran parte dal regime dei benefizi legati a un territorio, la parrocchia, e sancito in modo definitivo dal concilio di Trento che, avendo un gran bisogno di ristabilire un ordine e una disciplina allentati, doveva anche confrontarsi con le comunit della Riforma. La crisi protestante passata come pure il mondo contadino del XVI secolo. I problemi attuali sono molto diversi! Le cautele del concilio di Trento venivano da una lunga evoluzione. Le lettere paoline menzionano numerosi incarichi nelle Chiese (per es. Ef 4,11). Anche se gli esegeti divergono sul significato da dare a ogni funzione e anche sul loro contenuto, due punti sono per certi: innanzitutto, che molti titoli (servi, collaboratori, custode, pastore ecc.) non hanno, in se stessi, originariamente una valenza religiosa, e poi che effettivamente esisteva una pluralit di servizi. Progressivamente, questa diversit si riduce al solo presbiterato, cos che gli incarichi diventano degli scalini per avanzare di grado verso lordinazione a prete. Ostiario, esorcista, lettore, accolito e perfino diacono fino al Vaticano II sono incarichi che servono da preparazione verso un sacerdozio che, di fatto, ha confiscato tutte le funzioni - quindi il potere nella comunit che diventata la parrocchia. Numerose contingenze storiche, finanziarie, materiali hanno favorito questo accentramento. Ma, dal momento che il Vaticano II stabilisce il diaconato permanente e riconosce esercizi ministeriali da affidare a battezzati, per es. i ministeri istituiti, si pu dire che queste contingenze sono condizionanti in modo definitivo? possibile oggi esaminare i ministeri dei preti senza riorganizzare la realt degli altri ministeri, compreso quello del vescovo? Tra il presbiterato e lepiscopato, il Medio Evo vedeva una distinzione legata pi al governo che al sacramento, dato che i due ministeri avevano lo stesso potere di consacrare leucarestia. Ritornando alla sacramentalit della Chiesa ed affermando la natura sacramentale dellordinazione a vescovo, il Vaticano II apre nuove prospettive, pi vicine alle origini del cristianesimo che a un sistema scolastico dipendente in gran parte da un particolare momento culturale. Tre impasse In numerose pubblicazioni, interventi e manifestazioni contemporanee a proposito del presbiterato, colpiscono tre silenzi od omissioni: lisolamento del soggetto interessato, il (falso) dibattito fra sacerdozio e presbiterato e il problema della mancanza di preti. Dobbiamo esaminarli. Lisolamento come promozione In pieno XVI secolo, quando la Scuola di Meaux, intorno al suo vescovo Brionnet, studiava i ministeri dei preti insistendo sui loro tradizionali ruoli di pastori di un popolo e predicatori della Parola, le Chiese della Riforma conferivano ai loro animatori gli stessi titoli di pastore e di

predicante. Per mascherare questa concorrenza, la Sorbona favor un altro approccio, ma a prezzo di una mutilazione. Infatti, lespressione di Rm 1,1: Paolo... prescelto per il Vangelo di Dio fu amputato delle parole per il Vangelo di Dio. Non rest che il prescelto. Il prete divent un prescelto, un separato, ma da cosa? Dal mondo, come un monaco, dalla sua stessa comunit da cui lo distinguevano lo stile di vita e la quotidiana ascesi del celibato. Il progetto era nobile. Era una reazione contro evidenti abusi di un clero poco formato (o molto letterato), pletorico e molto viaggiatore. Le conseguenze di questa separazione furono evidenti. Resta per da chiedersi quale ne fu il prezzo. Questa posizione favor decisamente lo stabilirsi di un clero come primo ordine del Regno. Esso traeva la sua identit dalla propria sacralizzazione, in competizione con la nobilt (che sottrasse le alte cariche e le finanze della Chiesa) e il terzo stato. Due secoli dopo, le conseguenze furono drammatiche e in alcune regioni cos dette scristianizzate, esse non sono ancora cessate. Soprattutto, questa posizione prolungava la separazione medioevale fra eucarestia (che diventa il Corpo reale) e la Chiesa (societ del Corpo mistico), separazione che portava allallontanamento dei preti dal loro popolo, della Chiesa dalla Citt. Non quindi da criticare tanto la separatezza dei preti quanto il modo di viverla, cio i postulati impliciti che la orientano. Osserviamo infatti che i vangeli non parlano mai del posto, n della posizione dei discepoli, ma parlano invece molto del loro comportamento: la povert (Mc 6,8), lumile servizio (Gv 13, 15-17), in una parola il rifiuto del potere (Lc 22, 24-27). Lidentit del prete non sta nel mettersi su di un piedistallo, ma nasce da una fraternit condivisa. Da quel messaggio, la storia ha derivato un ordine di potenti specialisti, capi solitari della comunit. Luso non percepito, n criticato della categoria del sacro ha sovvertito quello della santit. La santit distingue per unire: lAssolutamente Altro fa unalleanza. Il sacro divide per regnare: esso comanda al profano. Una cosa buona della secolarizzazione che ci chiede di fare la distinzione. Ora, in margine al Concilio Vaticano II, ecco un manifesto che propone una sessione per i preti. Sei foto, tra le quali le inevitabili mani del prete che innalza lostia (chi fa la promozione dellaltro?): nessun esponente del popolo di Dio, nessun laico... S, una donna... che serve a tavola. Di qui la domanda: per che popolo questi uomini sono preti? Di chi sono i pastori? il prete in s, come nel XVI secolo, automobile e computer in pi, che stia in citt o in campagna, in Africa o a Tokyo... Prete standard, anonimo insomma. Si pensa forse, costruendo simili individui, di far venir voglia a qualcuno di diventare prete? Non sarebbero che identit nomadi, collegate mediante reti, ma non legate sacramentalmente a un presbiterio. Ci si accorge che al primo posto lo statuto quando si nominano giovani quadri del sacro? La cosa molto mondana... ed una ripresa del potere. Il prete si ritrova scaraventato di fronte alla sua comunit, senza pi legami fraterni. Disincarnato, dunque sacralizzato. La Chiesa perde il suo carattere di comunione di Chiese per ergersi in un grande insieme universale. Sacerdotale o presbiterale? Gli anni che hanno seguito il Concilio hanno visto un acceso dibattito sulla natura del sacramento dellordine. Come spesso accade, le posizioni conflittuali sono state alimentate dallesagerata contrapposizione di due parole: il sacerdotale e il presbiterale. Il termine sacerdotale si rifaceva al concilio di Trento e alla dimensione sacrificale della messa. Presbiterale sottolineava la novit dei preti del Nuovo Testamento (che ne parla poco, ad eccezione della lettera agli Ebrei) e del loro ministero pastorale. A dire il vero, questa contrapposizione che il Vaticano II non aveva eliminato collegando i due aspetti, aveva gi un suo punto dequilibrio in Eb 13,20: (Dio) ha fatto tornare dai morti colui che, in virt del sangue di uneterna alleanza, diventato il grande pastore delle pecore. Sotto il dibattito teorico si celano in realt due concezioni dei ministeri o, pi esattamente, due diversi approcci. Luno cerca di mantenere la visione di un prete a parte, che esercita un potere chiaramente identificabile ed costituito uomo del sacro. Laltro vede i preti come pi fraterni (ci che non esclude in ogni caso il gusto del potere), mescolati al loro popolo col quale lavorano in

comune. Certo, si tratta solo di immagini, ma potenti. Allintento metafisico della prima si contrappone la volont di incarnazione della seconda. Le rappresentazioni, in questo caso, agiscono con forza. Manifestamente, la linea sacerdotale sta tornando alla ribalta. Ma sotto la copertura della piet e di una teologia vagamente riferita al Vaticano II, costituisce un tentativo di restaurare uno stile particolare di presenza nel mondo attuale. E la cosa tanto pi problematica, in quanto deve affrontare la diminuzione del numero dei preti. La mancanza di preti Quando si parla del clero, torna sempre in ballo la mancanza di preti (non si parla mai dei diaconi o dei laici impegnati). In questo si vede il declino della Chiesa. Le cifre sono note, ma che significano? Una mancanza si valuta in rapporto a unorganizzazione e non solo numericamente! Il criterio di valutazione deriva dal numero di campanili, cio dalla suddivisione del territorio in parrocchie. Una struttura storicamente contingente diventa la norma per un giudizio sulla vitalit della Chiesa. Dovremo pur un giorno considerare limpatto del sistema parrocchiale sulla concezione del ministero presbiterale. Canonicamente indipendente, fondamentalmente centripeta, una parrocchia trasforma il suo pastore nel capo della sua organizzazione e del suo funzionamento. Come un contadino, il parroco coltiva sulle sue terre quello che vuole e che gli sembra conveniente. Cos i ministeri si ritrovano identificati con altrettante circoscrizioni quasi indipendenti. Non basta diminuire il numero delle parrocchie e ingrandire il loro ambito; il prete diventerebbe solo pi centralizzatore, a patto che avesse le capacit di comandare su uno spazio cos grande. Certo, ci sono dei laici che lo aiutano, ma come assistenti, intermediari o delegati, senza una vera responsabilit, poich la grandezza del territorio considerato richiede operatori stabili che ne possano conoscere le componenti. Lavorare con dei laici presuppone una scala di grandezza che favorisca un impegno con la piena conoscenza del terreno. Bisogna cambiare dunque il funzionamento della parrocchia. E per questo si richiede di vedere con altro occhio i ministeri dei preti. questo rinnovamento che si nasconde dietro la questione del numero: la mancanza non una fatalit, ma loccasione per creare un nuovo tipo di funzionamento adatto a questo tempo. Lappello a un rinnovamento Nei periodi di difficili cambiamenti, si ha la tentazione di ritornare ad immagini rassicuranti, quelle di un passato recente, imbellito e soddisfacente. Questa regressione si condensa intorno a piccoli gruppi fanatici le cui argomentazioni si alimentano delle difficolt presenti, sia reali che supposte. La cavalleria della guerra 1914-18 non era preparata alloffensiva del 1940... Rifacendosi a un punto fondamentale del Vaticano II, esistono due strade che permettono di porre in termini rinnovati la questione dei ministeri dei preti. Una Chiesa - sacramento di comunione Il Vaticano II ha stabilito la Chiesa come un sacramento, cio una via di alleanza fra Dio e lumanit. La Chiesa sacramento della venuta di Cristo nella carne umana per la salvezza del mondo, sacramento dellumanit riconciliata e del Regno che deve venire. La sua stessa essenza costituisce la sua missione: deve vivere in se stessa una sacramentalit che sia segno per gli uomini: (Ga 6, 10 precisa il rapporto fra tutti gli uomini e noi fratelli). Questa missione unica. Essa deve informare la vita, lazione e lorganizzazione della Chiesa. A seconda del suo funzionamento, la sua fede imprime una fedelt visibile al Vangelo. Di qui limportanza data dal Nuovo Testamento ai rapporti fra credenti e fra le comunit. Questi legami traducono nel quotidiano la fede nel Dio unico, ma vivente di relazioni trinitarie. La comunione mette alla prova lessere della Chiesa. La missione della Chiesa nello stesso tempo quella delle comunit l dove esse vivono e quella di

ogni battezzato. Perch tale missione deriva dallunit della Chiesa ed indivisibile. La vita battesimale introduce attivamente un cristiano nel dinamismo della comunione. Ognuno esercita i carismi ricevuti dallo Spirito per il bene di tutti (1 Cor 12,7) e concorre cos a edificare il Corpo di Cristo (Ef 4,12). Tuttavia i carismi di ciascuno non sono sufficienti a fare un corpo: possono sovrapporsi, farsi concorrenza o soffocarsi reciprocamente. Un corpo qualcosa di pi della somma delle sue membra: vive di ununit che, per Paolo, viene da un principio, il capo che Cristo (Ef 1,22). In questo vanno collocati i ministeri: fare dei diversi elementi un insieme vivente. Paolo, a questo proposito, parla di giunture (Ef 4,16), di legamenti (Col 2,19). Questi organismi mantengono il corpo ben scompaginato e connesso (Ef 4,16), senza far concorrenza alle altre membra, e sono indispensabili per formare un corpo vivo. Pi le membra sono forti e pi le articolazioni devono essere solide. Il prete deve essere orgoglioso non del fatto di comandare, ma perch collega fra loro dei cristiani adulti, in breve perch a servizio della comunione. Questultima non deriva dallintesa fra gli individui o dalla diplomazia fra le reti, ma dallazione dello Spirito. Ecco perch lordinazione sacramentale. Di conseguenza, i preti non presiedono alleucarestia perch presiedono una comunit (ne sarebbero i guru!). Presiedono alleucarestia perch presiedono alla comunione fra le comunit. Da tutto questo derivano due orientamenti. Primo orientamento: dispiegare nuovamente la diversit dei ministeri Porre i ministeri dei preti nellarticolazione tra comunit, col compito di far interagire i carismi personali, li colloca in senso al Popolo di Dio. La loro posizione non fa concorrenza a un altro servizio reso alla Chiesa. Preti e laici non sono pi in concorrenza per il potere, ma ritrovano il posto di servi. In questo senso, il presbiterato non fa numero con altri ministeri o incarichi nella Chiesa. Per questa ragione separare il prete esaltando il suo ruolo al di sopra del Popolo di Dio, corrisponde pi a delle immagini sacralizzate che si trovano in altre religioni. Esaltare il prete equivale a banalizzarlo. Basarsi poi, come fa il mondo, su di una pubblicit identitaria anche un pessimo argomento di richiamo alle vocazioni individuali. A questo proposito il Vangelo ricorda rigorosamente che la sola identit che abbia valore consiste nel donare la propria vita. Abramo, il padre di Isacco, credeva di avere diritto di vita e di morte sul proprio figlio. Quando Dio ferma il suo gesto, Abramo perde il suo potere, lascia andare il figlio: diventa padre. Rinunciando a controllare tutto, un prete diventa pastore. Su queste basi, diventa possibile e indispensabile lasciare che si dispieghino gli altri ministeri utili e fecondi per la vita della Chiesa. Il diaconato non fa un prete al ribasso. Col suo lavoro e i suoi impegni, il diacono raccoglie nella vita degli uomini ci che del Regno lo Spirito vi ha seminato. I laici, con lettera di missione ricevuta dal vescovo, possono ricoprire un incarico a pi largo raggio del ministero preciso del prete. Rester sempre da edificare un Corpo, in particolare attraverso lEucarestia, a condizione che questa, invece di essere esposta nellisolamento, sia presentata come il sacramento che edifica il Corpo ecclesiale di Cristo. Il nostro tempo pieno di responsabili! Non avrebbe significato che, nella Chiesa, un battezzato non potesse coltivare le sue competenze. Ma anche in questo mondo, malgrado la sua complessit, troppe attivit vengono esercitate in parallelo; mancano di trasversalit. allora importante che, incaricati di una specie di trasversalit, i ministeri di articolazione aiutino la Chiesa a vivere come sacramento di unumanit riconciliata. Sarebbe un segno molto eloquente per il nostro tempo. Secondo orientamento: come i preti articolano il corpo La secolarizzazione, lungi dal rifiutare la fede, abbandona alle religioni e alla credulit un vasto spazio del quale finge di disinteressarsi. Le pi strane forme religiose, lasciate allemotivit, prosperano parallelamente ai problemi tecnologici e sociali. Il sacro, nelle sue forme pi primitive, vi mostra senza ritegno i suoi aspetti curiosi o conservatori. Sarebbe grave che, alla fine, le riflessioni sui preti prendessero questa strada. Infatti, com che solo il presbiterato - e non

lepiscopato o il diaconato - stato oggetto di una simile inflazione verbale? Per consolidare il suo statuto e stimolare la dignit della sua vita, per sollecitare le vocazioni e garantire i suoi diritti? Un po di tutto ci. significativo che lespressione di Tertulliano: Il cristiano un altro Cristo, sia diventata: Il prete un altro Cristo... Come evitare questo isolamento e questi eccessi? Ritornando al concilio Vaticano II, visto che il concilio riprende la tradizione pi fondamentale. Innanzitutto, importante mettere in primo piano la realt e la vitalit del presbiterato. Essere prete consiste in prima istanza nellappartenere a un ordine, un corpo. I ministeri, anche quando seguono le urgenze pastorali, scaturiscono da questa appartenenza. Questo richiede di ridare importanza alle Chiese diocesane. Troppi gruppi sacerdotali diversi seguono una logica propria, prima di servire la pastorale della diocesi in cui si trovano. Questi particolarismi indeboliscono limpulso e la coerenza degli orientamenti pastorali. Certo, molti gruppi di preti servono lealmente le diocesi nelle quali arrivano, partecipando realmente alla vita del clero locale. Dunque, si tratta di sostenere i ministeri dei preti diocesani, come servi della comunione fra le diverse componenti della Chiesa locale. I tipi di attivit da esplorare sono tre. Prima di tutto i preti esercitano il servizio di permettere ai laici di manifestare i loro carismi con i sacramenti delliniziazione cristiana. Facendo ci, essi si rallegrano nel vedere i cristiani diventare adulti nella fede (Gv 14,12). Poi, i preti sostengono lunione dei fedeli con la vita sacramentale e liturgica: la preghiera della Chiesa plasma la preghiera personale. Infine, i preti non sono prodotti dalle comunit. Ci che sono, lo sono in grazia della fiducia ricevuta da Cristo. Ed essi devono trasmettere questa fiducia originaria che li ha chiamati al presbiterato. Con ci, essi rinviano alla generosit del Padre che ha mandato suo Figlio, il quale manda gli apostoli. Questo invio fondante d ai preti la sollecitudine per gli altri uomini, di quelli che non conoscono Cristo. Con ci, essi impediscono alle comunit di ripiegarsi su se stesse. Insieme, sono un dono per il mondo. Lungi quindi dal minimizzare la missione dei preti, queste prospettive antiche e nuove (1 Gv 2,7) le restituiscono unurgenza e un calore il cui slancio pieno di speranza. Queste strade invitano a creare e ad andare avanti.
t Da La vie spirituelle , novembre 2009, pp. 545-556

Traduzione: Donatella Coppi