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Francesco Lamendola

Lambiente ruderale offre una splendida occasione di riconquista alla vegetazione spontanea
Non occorre andare a caccia di qualche sito di archeologia industriale, come vecchie fabbriche di tessitura o centrali idroelettriche abbandonate, per incontrare un ambiente ruderale: basta una cascina diroccata, una massicciata ferroviaria, perfino il bordo di una comune strada asfaltata: sono tutti luoghi ove lintervento duraturo delluomo entrato in contatto, senza farla scomparire del tutto, con la natura; luoghi che la natura, sotto forma di una vigorosa vegetazione spontanea, cerca continuamente di riprendersi. Sono sufficienti pochi mesi di abbandono, perch il giardino di una villetta di periferia assuma laspetto di una piccola giungla; e sono sufficienti pochi anni di abbandono, perch un intero paese assuma laspetto fantastico di un luogo di fantasmi, con le fronde dei cespugli che penetrano dentro le orbite vuote delle finestre e ciuffi di ortiche, di bardana o di equiseti che popolano le strade di ciottoli e si spingano fin dentro le case dai tetti cadenti. Di simili villaggi abbandonati, e in gran parte invasi dalla vegetazione, ne esistono parecchi nelle vallate alpine e prealpine; soltanto in Friuli ve ne sono diversi, a cominciare da Palcoda e San Vincenzo, nelle Prealpi Carniche; mentre i ruderi di antichi castelli dalle torri smozzicate, come quello di Caneva, nellalto Livenza, o come quello di Collalto, nellAlto Trevigiano, subiscono la medesima sorte. In genere, simili luoghi suggeriscono malinconiche riflessioni sulla caducit delle cose umane e, magari, spingono il filosofo ad almanaccare sulla precariet della nostra condizione; il poeta, poi, potr infiorare i suoi versi con i classici elementi dellorrido, del solitario, dei lontani tempi medievali; cos come far il pittore, visto che dal XVIII secolo si diffuso un ghiotto filone iconografico, quello del paesaggio con rovine. Tuttavia, come abbiamo detto, non necessario scomodare n paesi abbandonati, n castelli in rovina, magari accompagnati da cupe leggende di anime in pena; ma sufficiente qualche modesto edificio cittadino, qualche opificio dismesso, qualche cortile abbandonato, qualche orto o giardino non pi coltivati, per vedere limpetuosa rivincita della vegetazione spontanea sui segni orgogliosi della presenza e del lavoro umani. Per molti di noi, nati e vissuti in citt, quei luoghi un po fuori mano, un po abbandonati e fatiscenti, sovente popolati da gatti e da una variegata quantit di ospiti alati sui tetti e sui balconi pericolanti, hanno costituito il primo approccio con il mondo della natura; la prima occasione per andare a caccia di lucertole o di grilli, per imparare a distinguere una tuia da un cipresso dellArizona, un sambuco da un ailanto; oppure, semplicemente, per giocare a nascondino e per sognare esotiche avventure con i pellerossa. Ma proviamo a spostare il nostro punto di vista, sempre cos terribilmente antropocentrico, e sforziamoci, per quanto possibile, di guardare quegli ambienti ruderali dal punto di vista delle altre creature viventi, piante ed animali: per esse, il fatto che luomo abbia rinunciato ad esercitare una fettina del suo dominio sulle cose, loccasione per riprendersi quanto era stato loro sottratto, per rientrare in possesso di un territorio da cui erano state scacciate. Scrivono Carlo Andreis, Enrico Banfi e Francesco Bracco nella eccellente enciclopedia naturalistica Conoscere la natura dItalia (Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1983-85, vol. 8, pp. 4248):

lambiente ruderale meridionale si evolve velocemente verso associazioni xerofiti che, simili a quelle naturali costituite in gran parte da graminacee annuali e da composite per lo pi spinose, oppure degrada verso il suolo nudo; nella Padania invece col passare del tempo si possono formare via via vegetazioni pi complesse, che, se indisturbate, innescano delle varie serie evolutive nel tentativo di ricostituire situazioni simili a quelle precedenti al disturbo. Ci possibile a causa delle condizioni ambientali, spesso di tipo - quasi o totalmente - continentale, che permettono un progressivo accumulo di sostanza organica e formazione di humus: il che non pu invece avvenire, o quasi, negli ambienti ruderali del sud, dati che tutto il materiale vegetale che cade al suolo non ha il tempo di degradarsi, ma viene subito bruciato, calcificato. Levoluzione dunque diversa (ricordiamo per che questo fatto non esclusivo degli ambienti ruderali, ma di tutte le situazioni xeriche del Mediterraneo). Ma torniamo alla Padania e ai suoi ambienti ruderali, non prima di aver rapidamente ricapitolato ci che significa ambiente ruderale. Possiamo dire ruderale un ambiente normalmente povero di sostanza organica, con scarichi di pietre, calcinacci, materiali dimessi, oppure bordi di strade, massicciate ferroviarie, oppure ancora legato allabbandono di colture. A questi ambienti sono legate specie vegetali che appunto vengono indicate come ruderali, le quali, insieme alle specie infestanti, che normalmente dovrebbero essere pi o meno nitrofile (cio amanti di ambienti rcchi di sostanze azotate), costituiscono il gruppo delle specie sinantropiche, vale a dire condizionate dalluomo e che lo seguono. Naturalmente ci si potrebbe chiedere dove vivevano queste piante, quando luomo non cera. Se andiamo a vedere, in natura riusciamo a trovare qualche cosa che somigli a quanto ora pi diffuso: pu sembrare un paradosso cercare qualcosa di naturale che giustifichi situazioni sinantropiche assai pi diffuse, ma questa la realt. Cos possiamo considerare ruderale il ghiaione di unansa di fiume dove si forma una vegetazione simile a quella che si presenta nelle discariche cittadine, tratti di duna disturbata da eventi naturali che determinano linsediarsi di specie diverse dalla norma in modo caotico, uno sfasciume di roccia coperto da vegetazione incoerente. Molto comune, poi, la ruderizzazione dei campi coltivati: senza arrivare allabbandono, molti terreni vengono sfruttati in modo esagerato e impoveriti; le specie presenti, anno dopo anno, da infestanti nitrofile diventano ruderali che si adattano a vivere in situazioni estremamente povere; alcune, come la gramigna (Cynodon dactylon), scompaiono in seguito a opportune concimazioni. [] Gi dal secondo anno di abbandono o di non utilizzazione, per, la flora infestante, che pur sempre legata alle colture e a un periodico rimescolamento del terreno, tende a rarefarsi cedendo il passo a specie ruderali [gramigna, piantaggine, bardana, equiseto, convolvolo, topinambur, farfaraccio, amaranto, ortica, prugnolo, papavero, ecc.]. Ma anche il tipicvo ambiente ruderale non ha vita lunga: come in tutte le situazioni gi viste dove non ci sia unazione condizionatrice continua (vedi le ferrovie), levoluzione porta a vegetazioni erbacee di tipo prativo o a boscaglie che potrebbero precorrere, come gi notato, il bosco, che in questo caso, potrebbe anche formarsi. Ad esempio, nelle coltivazioni di pioppo diffuse in tutta la zona padana, si verifica la stessa successione di situazioni e alla fine, quando vengono interrotte le varie arature e sarchiature, prima si insedia una vegetazione ruderale e poi, lentamente, una boscaglia con gli elementi del bosco planiziario comprendente talora anche cespugli di farnia (Quercus robur): tutto un complesso che, se non avvenissero il taglio del pioppo e un successivo dissodamento, potrebbero proprio portare al bosco misto di farnia e altre piante caducifoglie. Da tutto questo emerge quindi limportanza dei luoghi ruderali non solo come banca dei semi, cio come luogo di riserva di vegetali tra i pi disparati, oltre a quelli tipici, ma anche di condensazione, di riunione di elementi utili per una ricostituzione delle formazioni-climax potenziali della regione. Si accennato allinizio al problema dellesistenza degli ambienti ruderali, quando luomo non dava fastidio; un caso abbastanza tipico quello degli ambienti sabbiosi dunali, dove nella vegetazione normale si insediano abbondantemente alcune lappole (Xanthium italicum e X. Summarium), forbicine (Bidens spp.) e la persicaria (Polygonum persicaria), oppure le anse dei fiumi, dove, 2

sulle sabbie o sulle ghiaie, si formano popolamenti di Xanthium strumarium), o di topinambur e persicarie. Se bene osserviamo, spesso per si tratta di piante estranee alla flora spontanea locale, e introdotte in tempi storici. Quindi per concludere possiamo notare che diverso il concetto di ambiente ruderale rispetto a quello di specie ruderali. In un ambiente ruderale non troviamo solo le specie strettamente ruderali, ma molte altre che si comportano anche da ruderali, cio le meno esigenti della flora spontanea, e tante altre che trovano qui condizioni sufficienti per vivervi, almeno per un certo periodo. questo che fa dei luoghi ruderali una sorta di riserva genetica, dalla quale molte specie sono pronte al balzo di conquista di nuovi ambienti. Lambiente ruderale, dunque, costituisce un importante tassello dellevoluzione paesaggistica. Come abbiamo visto, la vegetazione disordinata che vi si insedia nei primi tempi, cede ben presto il passo a delle forme di popolamento pi graduali e metodiche, che tendono a riportare lambiente naturale nelle condizioni precedenti linsediamento umano. In questo senso, il paesaggio vegetale degli ambienti ruderali non che un elemento transitorio, destinato ad essere soppiantato da una vegetazione stabile perfettamente coerente e integrata nei suoi vari aspetti; cos come lo , per esempio, la vegetazione di una foresta, dopo che un incendio abbia distrutto le antiche piante e creato spazio per una seconda invasione; oppure, in forme meno drammatiche, quando gli alberi pi vecchi, mano a mano che cadono e vengono decomposti dagli organismi in ci specializzati, vengono rimpiazzati da alberi e arbusti pi giovani: un po come il paesaggio di una citt cambia insensibilmente, via via che gli edifici pi vecchi vengono abbattuti e sostituiti da moderne costruzioni. Certo, non sempre le cose sono cos semplici; perch, come si detto, molte specie esotiche sono state introdotte, per svariate ragioni nel paesaggio vegetale originario; e, quando un ambiente antropizzato regredisce e crea spazio per un ritorno della vegetazione spontanea, sono spesso proprio le specie esotiche, meglio attrezzate dal punto di vista riproduttivo, ad occupare il terreno cos liberatosi. E gli effetti non sempre sono soddisfacenti. Per esempio, in prossimit del paese di Refrontolo, sulle colline viticole della zona di Pieve di Soligo, alcune palme africane, introdotte poco meno di un secolo fa, hanno trovato le condizioni propizie per espandersi, proprio a partire dalledificio abbandonato presso il quale erano state piantate; e, risalendo il letto di un torrente coperto da un ombroso sottobosco, si sono alquanto diffuse - complice forse anche il cambiamento climatico degli ultimi anni, con inverni relativamente miti ed estati sempre pi calde e secche -, conferendo al paesaggio un aspetto tropicale alquanto incongruo, data la promiscuit con altre essenze vegetali tipiche delle zone collinari pedemontane del Nord Italia e perfino con abeti rossi. Cos, ad esempio, il topinambur, detto anche patata americana o patata del Canada, divenuto ormai un elemento tipico del paesaggio ruderale nonch degli argini dei fiumi; mentre gli equiseti o code di cavallo sono, da sempre, elementi caratteristici degli ambienti umidi e preferibilmente ombrosi. Specie indigene e specie esotiche pi antiche convivono ormai in relativa armonia; succede, peraltro, che le specie esotiche di recente importazione siano accompagnate anche dai relativi parassiti, rispetto ai quali la flora locale non possiede sufficienti difese ed , pertanto, destinata a soccombere. In ogni caso, tutto dipende dalla ricchezza dellhumus, in presenza di specifiche condizioni climatiche e specialmente pluviometriche. Mentre nellItalia meridionale il materiale organico viene distrutto al suolo in maniera molto rapida, in quella settentrionale il processo avviene pi lentamente e ci consente la formazione di uno strato di terreno azotato su cui pu insediarsi una ricca vegetazione pioniera, aprendo la strada al ritorno graduale del paesaggio vegetale verso la situazione che esisteva prima dellinsediamento delle attivit umane. Perfino gli ambienti artificiali pi invasivi, come grandi opere stradali, complessi industriali, aeroporti e ferrovie, possono essere riconquistati vittoriosamente dalla vegetazione spontanea in tempi inaspettatamente brevi. 3

La natura possiede risorse poderose e inaspettate, rispetto alle quali la presenza umana, anche se cos a noi non sembra, non che un temporaneo incidente, destinato a passare come una meteora, cos come incominciato. Chi voglia immaginarsi come saranno le grandi metropoli odierne fra qualche migliaio di anni - il che, in termini naturalistici, un tempo assai breve - non ha che da fare una escursione ad Angkor Vat, lantica capitale khmer; o nelle citt maya dello Yucatan, con le loro superbe architetture sacre; o anche, pi semplicemente, alla campagna nei pressi di Aquileia, dove un tempo sorgeva una delle maggiori citt dItalia e di tutto lImpero Romano. Certo, le scorie radioattive possono contaminare un luogo per molte migliaia danni; tuttavia, neppure le peggiori ferite che lo sviluppo industriale e tecnologico ha inferto alla natura, sono veramente mortali. Noi crediamo il contrario, abituati come siamo a commisurare ogni cosa sulla insignificante scala temporale delle nostre vite e di quella che noi, orgogliosamente, chiamiamo la storia. Tuttavia, riflettendo sul semplice fatto che alcuni grandi alberi tuttora viventi in Italia, levavano gi le loro chiome al cielo quando Michelangelo costruiva la cupola di San Pietro e quando Marco Polo partiva da Venezia per le terre remote del Gran Khan, un sentimento di doverosa e salutare umilt dovrebbe pervaderci; e ricordarci, al tempo stesso, che noi siamo soltanto degli ospiti dellultima ora sul pianeta Terra, ospiti che dovranno lasciare il posto ad altre specie viventi, quando se ne saranno andati.