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Caro Giorgino

Tenerezze in sfere
d'acciaio

Baci, la zia Lilli


di Rosaria Zanetel
a Bearotto e Sacchiotta,
due orsetti che si amano,
teneramente
copyright by dott.ssa Rosaria Zanetel Katrib
via Polacco 2 35127 PADOVA
cell.3388757008 e mail laliz@libero.it
Caro Giorgino

Baci, la zia Lilli


di Rosaria Zanetel
personaggi delle e mail
(Caro Giorgetto... Baci, la zia Lilli)

Lilli Z. la zia
Giorgio Z. (Giorgino) il nipote
Francesca figlia di Lilli
Giorgettoo figlio di Francesca
Claudio marito di Francesca
Filippo marito di Lilli, medico
Mamma di Giorgio moglie del fratello di Lilli, morta
Papà di Giorgio senza nome, fratello di Lilli
Chicca sorella di Lilli
Farìd marito di Chicca
Pietro figlio di Lilli
Sacchiotto orsetto peluche di Pietro
PR il regista

personaggi degli allegati


(Sacchiotta e Bearotto - Tenerezze in sfere d'acciaio)

Giovanni Z. il protagonista
Antonio Z. padre di Giovanni,
Madre di Giovanni senza nome
Piera la protagonista
Stefano ex fidanzato di Piera
Fiorenza sorella di Stefano
Riccardo ex compagno di liceo di Giovanni
Paola fidanzata, convivente, di Riccardo
Fratello di Riccardo senza nome
Sandra sorella di Giovanni
l'Ospite il gatto di Sandra
Nonna di Giovanni e Sandra senza nome, inglese
Farìd compagno di università di Sandra
Claudia moglie di Farìd
Sacchiotta orsetta peluche di Piera
Bearotto orsetto peluche di Giovanni
padre di Piera senza nome, morto
Domenica, detta Meni mamma di Piera
Marco fratello di Piera
Silvia moglie di Marco
4 figli di Marco senza nome
la signora Cecilia domestica di Piera
Luca fratello di Claudia, fidanzato di Sandra
Maria collega di Piera

luoghi
Pianura padana
Como
Lugano
Interlaken
Jungfrau Alpi Bernesi
Dublino
Londra
e mail 1
Caro Giorgino, comincio a mandarti in allegato le prime battute della nuova
“storia”. Mi dici che, a differenza degli altri due romanzi che ti ho scritto, questo
dovrà diventare una sceneggiatura, il che, suppongo, richiederebbe un’atten-
zione particolare per dialoghi, luoghi ecc. ecc.
Intendo per ora buttar giù una specie di canovaccio, lasciando le rifiniture (cor-
rezioni del testo, dialoghi, luoghi, approfondimenti psicologici dei personaggi)
ad un secondo momento, quando avrai presentato il lavoro al regista, anche
perché dobbiamo già mettere in preventivo che, per diventare una vera sce-
neggiatura, il testo avrà bisogno di essere del tutto rimaneggiato, anzi, mangia-
to e digerito dalla macchina cinematografica, con tutte le sue esigenze e il la-
voro di equipe che ciò comporta. Meglio per me, meno lavoro da fare, anche
se quello che mi costa fatica è la prima stesura della storia, che scrivo di getto,
con una foga dolorosa ed incontrollabile, come se mi liberassi di un macigno
che preme, mentre quello che viene dopo, curare il testo, controllare che non ci
siano errori e che tutto scorra in armonia, è la cosa che mi piace di più. Mi ri-
lassa, in quanto il parto è già arrivato a termine, con la sua straziante, logoran-
te fatica; poi si tratta solo di rivestire il bambino, dargli un aspetto accettabile,
gradevole e ordinato, ben diverso da quella tragica e scomposta maschera con
cui si presenta alla vita.
Hai già detto: “Che c… sta dicendo la zia? Quanto mi rompe i c… quando fa
la drammatica!” o stavi per dirlo? Eh, eh, sai che ti conosco bene.
Come vedrai fin dal primo incipit, ho immaginato un paesaggio pianeggiante e
poco definito, immerso sempre nella nebbia, da cui emerge ogni tanto una cu-
pola, un casolare, un portico. Si tratta di un ambiente di periferia metropolitana,
quei dintorni di grandi o medie città, specialmente europee, ormai eguali dap-
pertutto.
La nebbia ha un suo perché. Andando avanti con la storia, sarà chiaro che es-
sa rappresenta la vita affettiva di Giovanni, il protagonista, che, prima dell’in-
contro con Piera, vive immerso in un brodo melenso, serrato in una sfera im-
penetrabile, privo di qualsivoglia conflittualità sentimentale. La sua frase ricor-
rente è: “Sono discussioni inutili” e, con ciò, ogni avvenimento, ogni turbolenza
che tenti di disturbare il suo tranquillo vivere, viene digerito e fatto scomparire
in quel brodo.
Purtroppo, o per fortuna, questa nebbia piano piano si dirada, lasciandolo in
una realtà abbagliante e nitida, che gli è sconosciuta e lo sconvolge.
Pur avendo già la “storia” completamente raccontata e pronta dentro di me,
non le ho ancora dato un titolo, anzi, ne ho dati tanti, troppi e non ho deciso
quale sarà il definitivo. Ci penserò alla fine del lavoro.
Ed ora eccoti l’allegato 1.
Ricordati, Giorgino, che puoi spedire direttamente al regista gli allegati, così
come te li mando. Ci penserà poi lui a dare a tutto il romanzo un assetto com-
patibile con una vera sceneggiatura. Io credo che aspetterà quando avrà per le
mani almeno due terzi del testo, se no è un po’ difficile che possa farsi un’idea
abbastanza esauriente della storia e vedere dove allargarsi e dove tagliare.
Baci, la zia Lilli

allegato 1

E’ un venerdì pomeriggio e siamo all’interno di un autobus, che collega la


città alla grande periferia, estesa per chilometri e chilometri in un paesag-
gio nebbioso, tra autostrade, superstrade, strade statali, strade provinciali,
strade comunali, giù giù fino a quei viottoli sterrati che improvvisamente
ti portano, quasi per miracolo, in mezzo alla natura incolta, che spunta an-
cora qua e là, tetra immagine avvizzita di un non lontano passato rigoglio-
so.
La nebbia che l'autobus attraversa e penetra si presenta in tutte le sue for-
me, da quella più compatta e pesante, a quella effervescente, leggera leg-
gera, come un velo da sposa, quando la sposa è felice.
L’autista dell’autobus è il nostro protagonista, Giovanni.
E' un trentacinquenne dalla corporatura non molto alta, abbastanza mu-
scolosa, da ex giocatore di rugby, come si intuisce dalle spalle robuste e
leggermente arcuate. Il viso è tondeggiante, di carnagione chiara, con u-
n’idea di “barba non fatta da tre giorni”, come è di moda. Gli occhi sono
nascosti dietro a degli occhiali scuri, avvolgenti; i capelli, molto ondulati,
quasi ricci, dai marcati riflessi rossi, sono pettinati con una riga in parte,
cosa che gli dà un'aria da bravo ragazzo e arrivano a coprirgli appena in
parte la nuca vigorosa.
Come sempre, Giovanni, con la pacata sicurezza di un condottiero, mo-
derno Mosè, infila con spedita leggerezza il suo autobus in quel mare ri-
bollente che è il traffico, mentre i marosi si dividono, spalancando davanti
lui, come per miracolo, varchi sicuri.
Per i colleghi, questa sua caratteristica è sorprendente: “Se sei “tappato”,
segui Giovanni”, si raccontano tra loro, ”vedrai che lui, calmetto calmet-
to, trova sempre il bandolo della matassa per tirarsi fuori”.
“Calmetto, calmetto”. Già, perché questa è la forza di Giovanni, che,
mentre fa danzare il grosso bus come un ippopotamo in una vetrina di cri-
stalli, senza romperne nemmeno uno, riesce anche a mostrarsi tranquillo,
indifferente a tutto ciò che gli succede intorno. Ciò è frutto di un suo mo-
do di vivere, pazientemente elaborato fin da bambino, che gli permette di
seguire col pensiero una realtà interiore, ben distante da tutto ciò che lo
circonda, rimanendo, o sembrando, calmo e impassibile, anche quando at-
torno a lui tutto è caos.
Facciamo un passo indietro. I genitori di Giovanni, professori in una citta-
dina di montagna, si sono trasferiti nella grande città per dare l’opportuni-
tà ai figli di accedere all’università, una volta ultimato il famoso liceo
classico, che: “Ti dà le basi per la vita”, gli aveva detto suo padre quan-
do, finite le medie, doveva scegliere una scuola superiore.
A differenza di sua sorella Sandra, che, non per convinzione, ma tanto per
contestare i genitori si era iscritta a un istituto tecnico sperimentale, Gio-
vanni, come sempre e senza “discussioni inutili”, sua espressione usuale
fin da bambino, aveva seguito il consiglio paterno. Finito il liceo, senza
nessuna ironia né polemica, ma solo seguendo una sua logica solida e
coerente: “Non mi iscrivo all'università, ormai le basi per la vita le ho e
dunque mi cerco un lavoro”, aveva detto a suo padre,
e mail 2

Caro Giorgino, il primo allegato si è interrotto bruscamente: ti preannuncio che


capiterà spesso, in quanto in questo periodo, oltre alle solite faccende di routi-
ne (lo zio e i suoi pazienti, le telefonate di Pietro e di Francesca, la nonna col
suo alzheimer, tuo padre con le sue avventure sbagliate, la casa, le amiche),
se n’è aggiunta una nuova, che ha precedenza assoluta su tutto.
Tu forse non lo sai, ma la tua amatissima cugina Francesca, nonché mia figlia,
mi lascia il suo caro “pimbino Giorgetto”, come lo chiama lei, quasi tutti i giorni,
a parte il sabato e la domenica e avevo sentito un botto di là, nella cameretta
dove lui gioca e dunque, zum, sono schizzata via, assieme a tutta la mia ispi-
razione! Immagina, in fondo Giorgetto non ha neanche un anno e mezzo e
dunque ha bisogno che qualcuno lo marchi stretto, eh! Altro che scrivere!
Ad ogni modo, ho preferito inviarti egualmente il primo anello della storia, an-
che se mozzato sul più bello.
Ed ora passo all’allegato 2.
Baci, la zia Lilli

allegato 2

che, condividendo con questo suo figlio la linearità e limpidezza d’animo,


lo aveva approvato e appoggiato in questa scelta, nascondendo la com-
prensibile delusione dietro a una delle sue frasi tra l’amaro e l’ironico:
“Speriamo che su queste basi tu costruisca anche qualcosa di solido!
D’altra parte, giustamente, questa storia del liceo e della sua importanza
basilare è stata una mia trovata e dunque .... ”
Il padre di Giovanni è una di quelle persone dotate del grande pregio di
saper trovare una “via di fuga” dall’oscurità che ogni tanto si abbatte sulla
vita di ogni comune mortale. La sua attitudine a vedere una qualche luce
accesa al di là della barriera degli eventi bui, lo rende capace di infondere
fiducia nelle persone con cui viene a contatto, che ascolta con sincero in-
teresse e curiosità, senza darsi importanza, anzi sempre pronto allo scher-
zo e al ridersi addosso, al prendersi in giro.
Il suo aspetto fisico è consono alla sua personalità, con quei baffi un po'
all'insu, quegli occhi azzurri, allegri e limpidissimi, anche se celati dietro
a occhiali da miope, quel sorrisetto ironico appena abbozzato tra le rughe
profonde del volto, contornato dai capelli un po’ arruffati, ancora di un bel
colore castano, solcati solo qua e là da qualche filo grigio. Anche il suo
modo di vestire è “allegro”: calzoni quasi sempre di velluto a coste, a par-
te in piena estate, bei gilet o di cotone o di lana, a seconda delle stagioni,
camicia spesso azzurra, cravatte dai colori vivaci, giacche di lana, mocas-
sini sempre e ovunque e, cosa questa criticatissima dalla moglie e dalla fi-
glia e fonte di “brontole”, come le chiama lui, calzetti inspiegabilmente
sempre bianchi. Ah, come cappotto invernale solo e sempre il loden ver-
de, retaggio delle sue origini “montanare”, come puntualizza, con una
mal celata punta di sarcasmo, la moglie.
Dagli amici dei figli viene definito:“un papà simpatico”.
Ben diversa la madre, che, purtroppo per lei, è una donna astiosa, sempre
sulla difensiva, poco fiduciosa negli altri e, cosa questa che rende difficile
la vita di chi le sta vicino, priva completamente di ironia. “Non hai fatto
il liceo classico, per questo non hai il senso della vita e dunque dell'iro-
nia con cui affrontarla”, aveva osato dirle scherzosamente il marito una
volta: tutti in famiglia ricordano ancora con orrore la discussione infinita
e i “musi duri” sortiti da quella frase infelice.
Il suo aspetto fisico è, a differenza del carattere, molto gradevole: la figu-
ra è piuttosto alta, armoniosa e giovanile, sempre curata ed elegante; i ca-
pelli sono biondi, trattenuti da un cerchietto un po’ fuori moda e definire il
suo viso: angelico, quasi perfetto, potrebbe essere riduttivo, da quanta ar-
moniosi sono i suoi lineamenti, induriti però da un'espressione sempre se-
ria e preoccupata o seccata per qualcosa che l’ha indispettita, il che capita
davvero spesso.
La madre di Giovanni è inglese, da parte di mamma, ed è vissuta in In-
ghilterra fino all’età di quattordici anni, quando suo padre aveva dovuto
tornare in Italia per motivi di carriera, mentre la moglie non lo aveva se-
guito, preferendo un divorzio e un nuovo marito inglese. La figlia era
rientrata in Italia con il padre, vivendo con i nonni italiani, in una cittadi-
na del Trentino. L’abbandono della madre ha di certo influito sul suo ca-
rattere e rende comprensibile quel suo umore sempre sulle difensive, co-
me in attesa di qualche torto in arrivo. Delle sue origini le è rimasto un
leggero accento inglese, lingua che usa frequentemente, specialmente par-
lando con i figli.
La facile suscettibilità della madre ha fatto sì che sia Giovanni che suo pa-
dre, poco amanti entrambi, come ho già detto, delle “discussioni inutili”,
si siano abituati a vivere silenziosi, seguendo pensieri interiori, forse gli
stessi, visto come molto spesso si intendono anche solo con uno sguardo.
I vasti e piatti silenzi di questa famiglia sono frequentemente perforati,
valvola di sfogo salutare, dalle gridate discussioni di Sandra, polemica su
tutto e con tutti, che fanno andare in escandescenze la madre, aggiungen-
do rumore al rumore, ma che non scalfiscono la serena imperturbabilità
dei due uomini, vista anche la vacuità delle motivazioni di tanto vociare.
Sandra, la sorella di Giovanni, ha preso dalla madre il carattere suscetti-
bile e polemico, purtroppo per lei, ma non ha preso l'armonia dei linea-
menti, fonte della sua bellezza senza tempo. Infatti Sandra, fisicamente,
assomiglia più al padre, specialmente nel viso, con quei lineamenti molto
marcati e quelle rughe precoci, che già le solcano, impercettibilmente, le
guance. Nell’insieme però non è una brutta ragazza: la salva quel metro e
ottanta di figura snella, che la rende “un tipo interessante e che si fa nota-
re”, come dicono gli amici, quando la osservano ben fasciata negli im-
mancabili jeans.
Completa il ritratto di famiglia un gatto, chiamato: l’Ospite.
Alcuni anni fa, Sandra era arrivata a casa, in una sera di pioggia, con un
micino tutto bagnato, imponendolo come ospite, a dire il vero non molto
gradito, dal momento che nessuno in famiglia, eccetto lei, ha la passione
per i gatti. Naturalmente, vista l’iniziale esitazione dei genitori e di Gio-
vanni, aveva dato il via a una delle sue solite sceneggiate, singhiozzando e
giurando tra le lacrime che se ne sarebbe presa cura lei stessa: “in tutto e
per tutto.
Come al solito, l’ebbe vinta lei, anche perché chi avrebbe potuto buttare
quell’esserino fuori dalla porta, “una volta che c'era entrato?”, come le a-
veva puntualizzato un po’ bruscamente suo padre, che era apparso più
preoccupato di come Sandra si sarebbe aspettata, visto il suo carattere ac-
comodante per cose ben più gravi.
Il fatto è che Sandra ignora un particolare della vita di sua madre, legato a
un suo ricordo di infanzia, quando viveva ancora in Inghilterra: “Non mi
piacciono i gatti, mi ricordo che mia mamma, da perfetta inglese, amava
di più il suo gatto di quanto amava me”, si lamenta con il marito, ogni
volta che vede un gatto, ricordando che, il giorno che lei aveva lasciato
per sempre l’Inghilterra, per venire a vivere col padre in Italia, sua madre
non l’aveva nemmeno accompagnata all’aereo: “Era dal veterinario, con
quel suo amatissimo gatto, naturalmente”, esclama ancora adesso, dopo
tanti anni, con un lungo sospiro. “Chissà come erano andate davvero le
cose”, ha sempre pensato il marito, rispettando però il disagio della mo-
glie, in quanto conosce bene come questa sofferenza dell’essere stata ab-
bandonata dalla madre le abbia solcato profondamente il cuore, rovinan-
dole la vita.
Ad ogni modo, al povero gattino era stato dato: “asilo per motivi umani-
tari”, come aveva detto Giovanni, che da subito cominciò a chiamarlo
l’Ospite, mentre Sandra, dopo anni, sta ancora cercando “un nome adatto
al suo tesorino”, scandalizzata dalla freddezza, che secondo lei si cela
dietro a quell’epiteto “Ospite”.
Certo è che il gatto deve aver compreso subito il tipo di accoglienza che
gli è stata destinata, educata, ma freddina, se così si può dire, e, da bestia
intelligente, ha adottato anche lui un atteggiamento un po’ distaccato, ma
corretto: ha imparato subito il posto della sua cassettina e come servirsene
ed ha scelto i suoi luoghi preferiti, intuendo rapidamente fino a dove gli
fosse lecito “osare”. A differenza della maggioranza dei gatti, non si stro-
fina mai addosso ad alcuno, alla ricerca di carezze, che del resto nessuno
gli farebbe, e di cui non sembra aver bisogno, però, la mattina presto, gli
piace dare un'occhiatina nelle stanze da letto, miagolando imperiosa-
mente, finchè tutti non si sono alzati. Inoltre, ogni tanto, quando sta pro-
prio bene, in certi pomeriggi d'inverno molto freddi, si lascia andare ad un
atteggiamento meno controllato, si accoccola sul davanzale della finestra
dello studio, che si affaccia su un bel giardino di magnolie e fa le fusa,
ritmicamente, beandosi e guardando con gli occhi socchiusi il gelo del-
l'esterno.
Insomma, una bella convivenza tranquilla e serena per tutti e quattro, tur-
bata ogni tanto dall’arrivo di Sandra, che, appena entra in casa, si mette
sulle tracce del “tesorino gatto”, che secondo Giovanni si sta strappando
i baffi dalla disperazione, nascosto sotto qualche letto, atterrito dal tram-
busto che lo attenderà nei prossimi minuti, quando Sandra lo agguanterà,
sbaciucchiandolo e strapazzandolo, sbraitando: ”Poverino, poverino,
sempre solo il mio tesorino, ma adesso c’è qui la tua mamma”.
Giovanni e suo padre dicono che, quando Sandra se ne va, l’Ospite li
guarda alzando gli occhi al cielo e si ritira nel posto più lontano possibile
da tutti.
La madre non dice mai nulla riguardo all’Ospite: provvede che abbia tutto
il necessario, segna sul calendario le date per le visite dal veterinario e,
quando vengono bambini, gli dice con quel suo tono algido: “Ospite, sta’
lontano dai bambini, che sono cattivi con le bestie”. Uno psicanalista a-
vrebbe da dire molto a proposito di cosa si cela dietro questa frase, pensa
suo marito, facendo una carezza sulla nuca della moglie, ogni volta che la
sente pronunciare questa frase.
Tornando a Giovanni e alla sua vita, la scelta del lavoro è stata per lui pu-
ramente casuale: quell’autunno che aveva deciso di non iscriversi all’uni-
versità, aveva visto sul giornale della città che una ditta di trasporti extra-
urbani aveva indetto un concorso per un posto di autista di autobus. Si era
iscritto e, su un numero notevole di candidati, lui era risultato il primo.
“E’ un lavoro come un altro”, dice Giovanni a chi gli fa capire che forse
poteva “mirare più in alto”, e ne è contento, sempre nei limiti di quel suo
modo di affrontare ogni cosa con distacco. “A me guidare è sempre pia-
ciuto e non mi stanca e poi”, aggiunge, “quel cartello: “non si parla al
conducente” è una gran cosa per il sottoscritto!”. Ecco l’aspetto del suo
lavoro che gli garba di più: gli permette di stare per ore distaccato da tutti,
chiuso nel suo abitacolo di vetro e nel suo mondo interiore, che tanto ama.
Ciò non significa che non sia premuroso con i passeggeri, anzi, se c’è un
reale bisogno, si dà da fare con partecipazione, o meglio, con educazione,
altrimenti, a qualsiasi approccio inutile, lui risponde con un sorriso, indi-
cando col dito il famoso cartello di cui sopra.
Anche questo pomeriggio Giovanni, guidando l’autobus, segue il filo dei
suoi pensieri, che di solito sono i più vari: ricordi gradevoli, musica, viag-
gi, cose tranquille insomma, come piacciono a lui, cose che gli danno un
senso di rilassato benessere, di cui fa specchio fedele quel suo sorriso se-
reno, a bocca chiusa, così usuale in lui.
E dunque leghiamoci anche noi al filo dei suoi pensieri, che però anche
questo pomeriggio, come molto spesso negli ultimi tempi, non scorre più
svolazzante, libero e senza una meta, ma si avviluppa, si annoda incon-
trollabile e indomabile attorno a un fulcro stabile e calamitante. Questo
fulcro ha le fattezze di una donna: Piera, una ragazza incontrata una sera,
tempo fa.
Era una delle solite serate di venerdì, trascorse come sempre in casa di
Riccardo, suo ex compagno di liceo, con un gruppo di amici, gli stessi da
anni.
Quel venerdì sera si era differenziato dagli altri in quanto era cominciato
con la “visita guidata” all’appartamento che Riccardo e Paola, la sua fi-
danzata dai tempi del liceo, stanno acquistando con un consistente mutuo
mensile e in cui si sono appena trasferiti: “Notate che i bagni sono tutti
“fenestrati”, aveva esclamato Riccardo, con quella stessa eccitazione iste-
rica, da ”miracol mostrare”, che si stampa, come un timbro sbiadito egua-
le per tutti, sui volti dei giovani agenti immobiliari quando illustrano le
doti innaturali di questi stranissimi nuovi appartamentini, con stanze ri-
dotte alle dimensioni di ripostigli e bagni vasti come saloni.
Quante sghignazzate avevano fatto gli amici, quel venerdì sera, quando,
seguendo in fila indiana Riccardo, orgoglioso di farli salire in mansarda,
si erano accorti che, da quanto era stretta la scala, bisognava appoggiare il
piede su ogni scalino per traverso, in orizzontale! “Sembra la scaletta di
un pollaio, ci tenete anche le galline di sopra? Non sentiamo i coccodè”
urlavano, sempre più divertiti, camminando raso terra per non sbattere le
teste in quello spazio eletto a mansarda, ma in realtà davvero simile a un
pollaio.
Giovanni, essendosi accorto che Paola si stava amareggiando fino alle la-
crime, le si era avvicinato e con quel suo sorriso gentile le aveva sussur-
rato: ”Sono invidiosi, siete gli unici tra noi ad avere già una casa!” .
e mail 3

Caro Giorgino, neanche il tempo di spedirti la mia e mail e subito mi hai tele-
fonato! Non è mai successo! Sono commossa per quanto ti preoccupa la salu-
te di Giorgetto: come ti ho detto, il botto a cui mi riferivo era solo una seggioli-
na caduta sul pavimento. Mi consigli di scrivere quando non c’è Giorgetto, per
non correr rischi: non hai tutti i torti. Certo che sono sempre agitata, quando ho
il bambino a casa, ma d’altra parte Francesca ha bisogno di me, come sempre
del resto.
A proposito di Francesca, la sua carriera sta andando a gonfie vele, in modo
inversamente proporzionale al suo matrimonio con Claudio, naturalmente.
Tanto lei sa che il bambino crescerà bene qui con sua madre e suo padre e
dunque il marito adesso, per lei, è solo “una palla al piede” , come mi ha detto
ieri sera al telefono. Meno male se ne è resa conto prima dei trent’anni, così
ha tempo di ripensarci e di cominciare a riorganizzare la sua vita da sola.
Adesso sta a Milano quasi tutta la settimana, ha preso in affitto un mini con u-
n’amica. Te ne parlerà lei stessa, quando vi vedrete. Sai quanto ti è attaccata,
di certo più che a suo fratello Pietro, con cui non è mai andata d’accordo. Ti
ricordi che, quando vi portavamo in montagna a trovare i nonni, tutti e tre sul
sedile dietro, in macchina, Francesca non voleva mai star seduta vicino a Pie-
tro? E allora tu, ti mettevi in mezzo a loro e mi dicevi, anche per farli star zitti:
“Dai, zia Lilli, raccontaci una delle tue storie!”. Che poi eri l’unico ad ascoltarle
e ad apprezzarle!
E hai avuto fiuto, caro Giorgino, guarda come son piaciute anche a tanti altri
“le storie della zia Lilli”, se consideriamo il successo dei due romanzi che ho
scritto nascondendomi dietro al tuo nome! A questo proposito, ti raccomando,
questo è un segreto di cui siamo al corrente solo tu, io, Francesca e lo zio Fi-
lippo. Non l'ho detto nemmeno a Pietro, in quanto lui è sempre geloso dell'af-
fetto che mi lega a te e dunque non potrebbe assolutamente capire la strana
situazione che si è creata.
E dunque, rimettiamoci ... al lavoro. Come avrai visto, nel secondo allegato
ho ripreso il filo della narrazione esattamente dove l’avevo spezzato, per la
caduta di Giorgetto: sul padre di Giovanni, che ho fatto a stampo del nonno
Antonio, mio padre e tuo nonno. Te lo ricordi? Spero di sì. Ti adorava letteral-
mente. Sei stato il suo primo nipote e questo ti ha sempre messo in una po-
sizione di privilegio ai suoi occhi.
Ho cercato di delineare i personaggi anche fisicamente, in modo che il regista
abbia già delle belle tracce per la scelta degli attori, ma mi sorge il dubbio che
forse sono le sceneggiature che devono adattarsi agli attori, e non l'inverso, se
un regista ha deciso di servirsi proprio di qualcuno in particolare. Va’ be’, sta-
remo a vedere.
Ho dato anche molto spazio alla descrizione dell’appartamento in cui Giovanni
incontra Piera, che ancora non conosci, ma sarà la sua ragazza. Questo per
inquadrare meglio l’ambiente in cui si svolge la nostra storia, l’appartamento di
una coppia di trentenni, che per la maggior parte vivono in questi contesti, per
la gioia degli agenti immobiliari, che hanno loro appioppato queste conigliaie
seriali. Hai notato anche tu che “i bagni” sono il perno centrale di questi scrite-
riati appartamenti? Spesso sono anche tre e in uno, di dimensioni doppie in
proporzione alle stanze da letto, troneggia una vasca da bagno Jacuzzi a dir
poco regale, dotata di una consolle degna di un sottomarino nucleare e che di
certo costa come un inginocchiatoio del ‘400 (... si potrebbe dire che questo
la dice lunga sulla cura dell’anima o del corpo, d'altra parte potrebbe esser
me-glio così, ciò dimostrerebbe che anche nella nostra cultura si comincia ad
a-mare il proprio corpo, forse anche sulle tracce di queste nuove teorie
orienta-leggianti ..., ma questo è completamente un altro discorso, scusa la
divagazio-ne).
Tornando a noi, in questo banale modello standard, rientra anche l’apparta-
mento di Riccardo e Paola, che, per altro, tra tutti gli amici del protagonista so-
no i più integrati nei canoni di una cosiddetta “vita media”.
Sto per iniziare l’allegato 3: come avrai notato, la mia tecnica di lavoro è un
po’ diversa dai primi due romanzi, in cui ti mandavo dei pezzi molto più lunghi;
non vorrei che questo frazionamento andasse a discapito della scioltezza del
testo. Hai qualche osservazione in proposito? D’altra parte, se dovrà essere
una sceneggiatura, tutto ciò non avrà un gran peso. Speriamo di aver un po’
più di più tempo i prossimi giorni.
Baci, la zia Lilli
allegato 3

Dopo questo arrivo un po’ fuori programma, la serata aveva ripreso a


scorrere secondo la scaletta usuale: pizze da asporto, a cui si torna sem-
pre, dopo vari tentativi di immissione di specialità etniche di moda, qual-
che birra, qualche bottiglia di vino e infine un dolcetto fatto da Paola, l'e-
terna fidanzata di Riccardo.
Le serate sono spesso “ a tema”, spaziando dalla visione di film in dvd,
scaricati dal padrone di casa, alternate a “serate dedicate alla musica”, la
più varia, o a interminabili discussioni su tutto e su tutti, che spesso fini-
scono con la burrascosa uscita di scena di qualcuno, con vigorosa sbattuta
di porta alle spalle! Ah, niente fumo di nessuna specie: la decisione è stata
frutto di una sofferta e battagliata votazione, in cui, la scheda bianca di
Giovanni, famoso per le sue prese di posizione “neutrali”, ha contribuito
in modo decisivo a far prevalere lo schieramento degli “igienisti” sul resto
del gruppo.
Altre discussioni interminabili ed accese sono sorte anche a proposito del-
le serate dedicate alla visione di un film in dvd: infatti la cosa era stata ac-
colta all’inizio con grande orrore dai cinefili, che per mesi si sono rifiuta-
ti nel modo più assoluto di vedere i film “massacrati sul piccolo scher-
mo”, come aveva urlato Sandra, sorella di Giovanni, anche lei parte del
gruppo. Con l’andar del tempo, la pigrizia ha avuto la meglio e tutti si so-
no arresi, anche se talvolta qualche purista estremo, tra cui Sandra, se il
film è in programmazione nei cinema cittadini, va a rivedere il film il sa-
bato successivo, sul grande schermo, sfidando lo sfottò di tutti gli altri.
Certo che non è facile per Riccardo la scelta del film da proporre: ”Quale
film volete vedere?”, chiede, con una serie di concitate telefonate, speran-
do inutilmente di evitare le solite discussioni senza fine, visto le persona-
lità litigiose di quasi tutti questi amici.
Riccardo, che insegna storia medioevale all’Università, è il più intransi-
gente e cocciuto di tutti e approfitta del fatto che da anni ci si riunisce in
casa sua, per prevaricare sfacciatamente. Non che gli altri siano da meno:
qualsiasi argomento è motivo di scontro, forse anche per l’eterogeneità
dei componenti di questo gruppo, specialmente ex compagni di scuola,
ma anche compagni di rugby o di altri sport praticati fin da adolescenti
(per i maschi), colleghi di lavoro, fidanzati ed ex fidanzati, gente cono-
sciuta in qualche viaggio; “Insomma, siete una banda di matti, state sem-
pre a litigare tra di voi”, sbotta ogni tanto Riccardo, concludendo, con u-
na punta di affetto: “eppure siete sempre qui”.
Ed è vero. Alcuni di loro si sono gettati a capofitto nel mare della naviga-
zione in internet, scoprendo così nuove conoscenze, nuovi contatti, sem-
pre più allargati e appaganti per un certo senso, altri hanno fatto nuove a-
micizie, secondo la vita che conducono, ma quelle serate da Riccardo e
Paola, con il familiare “gruppo storico”, quelle solite baruffe e maldicenze
pettegole, sono come l’ossigeno e non si può farne a meno.
Anche Giovanni è affezionato al gruppo, però, quando si dà il via ai taffe-
rugli verbali, cioè sempre, lui si defila e spesso si accende il pc portatile,
borbottando il suo usuale: “Sono discussioni inutili” , a meno che non si
parli di musica, specificamente di musica inglese, con una piccola ecce-
zione, i Rem, che, quando aveva quattordici anni, hanno segnato, a suo di-
re, “il suo ingresso nella musica vera”.
A causa di questo suo atteggiamento distaccato, Giovanni non è molto ap-
prezzato, anche se tutti gli vogliono bene. “Non lo senti mai, non ha idee
sue, non ha personalità”, si dicono tra loro gli amici. “E poi, quel suo
sorriso “giocondo”, cosa vorrà dire? E’ una maschera di indifferenza, un
enigma irritante”, osservano i maniaci della psicanalisi. “E’ pura noia
anche come si veste, come parla, come si muove”, rincarano le amiche e,
a proposito di noia, una sua ex compagna di liceo ricorda che perfino sua
madre, quando parla di Giovanni, dice sempre: “Non parla mai, è così
noioso! E' una lebbra che gli si è attaccata addosso appena nato”, rac-
contando per l’ennesima volta, credendo di essere spiritosa, che perfino la
ostetrica, che in ospedale l’assisteva nel parto, si era lussata la mandibola
a forza di sbadigliare, da quanto noiosi erano i primi vagiti del piccolo
neonato. Giovanni, naturalmente, ha sempre accettato il ripetititivo aned-
doto della mamma con indifferenza, mostrando uno di quei suoi sorrisi
fatti solo con le labbra, il capo leggermente chinato a terra, lo sguardo
basso, mentre suo padre, non apprezzando per nulla questa infelice battuta
della moglie, ogni volta, quando restano soli, “Altro che noioso, se tu lo
capissi come lo capisco io, vedresti le scintille e i fuochi di artificio che
gli brillano dentro. Giovanni ha una interiorità così ricca, che tu non im-
magini neanche”, esclama amareggiato. “Già, ma tutta questa luminaria
la vedi solo tu. Quante ragazze ha avuto? Pochissime”. E con questa ri-
sposta, che per lei la dice lunga, ma che sembra al marito di una banalità
così incredibile da non meritare risposta, le bocche si ricuciono per altri
lunghi silenzi.
Ma torniamo a Giovanni che, alla guida del suo autobus, ripensa a quel
venerdì sera, anzi ripensa a Piera.
Tutti gli amici si erano rintanati nella famosa mansarda a “collaudare i
due nuovi divanoni”, mentre lui era rimasto ad occupare la comoda pol-
trona del soggiorno-cucina, davanti al suo immancabile pc portatile, ed
ecco che questa nuova ragazza, scesa per prendersi un bicchiere, lo aveva
guardato, gli si era avvicinata e, dopo aver spostato per terra, con mossa
decisa, il suo computer ancora acceso, gli si era seduta sulle ginocchia.
Più che seduta, si era adattata completamente ad ogni piega del suo corpo,
del suo cuore, gli vien da dire, con un tremito per lui sconosciuto finora,
tanto da fargli impercettibilmente serrare le labbra.
Questa Piera è
e mail 4

Caro Giorgino, come avrai notato dal brusco interrompersi anche dell’allegato
3, in questo periodo le mie sedute al computer sono davvero molto a rischio,
come al solito e più del solito: cosa vuoi, tuo zio è sempre preso con i suoi
pazienti e tocca a me rispondere al telefono. Mi riprometto da trent’anni di non
farmi coinvolgere nel suo lavoro di medico, odio parlar di malattie, lo sai bene,
anche perchè la mia ipocondria mi porta poi a sentirmele tutte addosso, ma
‘sta gente che telefona mi coinvolge sempre, mio malgrado. Sembra che
scambino il mio: “Pronto” con un: “Sono pronta ad ascoltarti” e sì che io speci-
fico sempre che non so nulla di medicina, che sono laureata in legge, che mio
marito sarà in ambulatorio tra due ore…. No, no, neanche mi badano, sanno
già che non riesco ad agganciare finché loro non mi avranno buttato addosso
tutte le loro magagne, terrorizzandomi con sintomi che ad uno ad uno mi ger-
mogliano dentro. Brrrr.... Così, caro Giorgino, tra una cosa e l’altra, tempo per
scrivere me ne resta poco. Peccato, perché la storia preme dentro di me,
pronta e matura e dunque ti mando gli spezzoni. Non far caso se si interrom-
pono, il filo che li lega è ben saldo dentro di me.
Nell’allegato 3, ho continuato la descrizione di questa compagnia di trentenni,
molto standard. Andando avanti, forse fisserò l’attenzione su qualcuno in par-
ticolare, tanto per caratterizzarne alcuni, anche se li considero solo uno sfondo
su cui si muovono i protagonisti della storia: Giovanni e Piera.
Come mi capita di osservare spesso, sembra che nulla unisca questi gruppi di-
somogenei, eppure si dichiarano amici e trascorrono assieme molta parte del
loro tempo libero. Il rapporto che lega queste compagnie di trentenni (e oltre,
ormai ci metto anche gente della mia età) non è la condivisione di gusti, idee,
progetti, ma solo la paura di restare soli, che fa sì che si rifugino in questi
gruppi stabili, un surrogato di famiglia. Anche quando sono in coppia, sono in-
capaci di affrontare la vita da soli, per le serate, per gli hobbies, per i viaggi,
cercano sempre di stare in compagnia degli amici, forse per allontanare lo
spettro della noia, nemica più di ogni altra cosa, non solo del vivere da single,
ma anche del vivere in coppia. E ti ribadisco che lo stesso atteggiamento lo
ritrovo anche in quei noiosissimi gruppi di cosiddetti amici, miei coetanei, che
da cent'anni si ritrovano, sempre gli stessi, ... tanto per annoiarsi assieme e
non da soli. E dunque si litiga, si fa pace, si spettegola, ci si odia, ci si vuol
bene, l’importante è che ci sia sempre qualcuno attorno, per non restar soli con
se stessi. Ho fatto un accenno al chattare, visto che ormai per molti di
qualsiasi età (anche della mia e oltre) è un riempitivo alla solitudine, anche se
credo non possa sostituire la fisicità del “vecchio gruppo di cosiddetti amici”.
Come avrai notato, pur parlando di trentenni, non ti chiedo mai di aggiungere
qualcosa di “tuo”, visto che hai trent'anni e forse mi potresti dare dei suggeri-
menti sullo stato d’animo di un trentenne medio, che sta per affrontare una
crisi esistenziale già latente, ma so che odi la “ speculazione del c…..” come
dici tu. Va be’…, mi immagino già di sentire il tuo famoso: “Zia Lilli, non mi
rompere i c….”, e dunque non aggiungo altro, per ora. Ho capito che stai in un
brutto periodo, faccio conto di riparlartene in futuro.
Giovanni, il protagonista, si sta delineando bene. Ne sono soddisfatta. Tu che
ne dici? E’ entrata in scena anche Piera, l’altra protagonista, un personaggio
che mi affatica, forse perché così diversa da me.
Come vedi, introduco ogni tanto con piacere la figura del padre di Giovanni, al-
tamente positiva, specialmente nel raffronto con la madre.
Mi dedicherò tutto domani all’allegato 4, che ti spedirò appena pronto, in
quanto lo prevedo complesso.
Baci, la zia Lilli

allegato 4

una cugina di Paola, che vive non si sa bene dove, forse in Svizzera o in
Inghilterra, dirigente nel settore risorse umane di una multinazionale ame-
ricana e non si è mai aggregata al gruppo di amici, prima di quel venerdì
sera. Se ne era parlato, in quanto si erano viste in casa di Paola delle sue
fotografie e tutti ne avevano ammirato la figura alta ed elegante, l’abbi-
gliamento ricercato, i capelli rossi e lunghi. “Quando ci fai conoscere la
Piera?”, hanno esclamato per anni i maschi della compagnia, sbirciando
a lungo le foto, ma poi, anche Piera era passata di moda.
Mesi fa, l’eredità, conseguente alla morte della comune nonna, aveva fat-
to sì che Paola acquistasse il famoso appartamento con Riccardo e Piera
tornasse in città, comprando un bell’alloggio in centro, viste le sue mag-
giori disponibilità economiche, rispetto alla cugina.
Tanto per inquadrarla in una tipologia, Piera è una trentenne in carriera,
come ce ne sono tante, con la sfera attinente al lavoro ben consolidata e
quella dei sentimenti più permeabile e soggetta a periodi di umore up e
down, come è di moda.
Quando incontra Giovanni, quel venerdì sera, è in fase down, questo spie-
ga e giustifica il suo aggrapparsi al nostro protagonista. Non è stato il viso
di Giovanni a interessarla, trasparente e invisibile nella sua normalità, ma
è stato guardando quel grassoccio torace stretto in un maglione girocollo
grigio scuro, quel modo di stare seduto a gambe larghe, rilassato, con i
jeans ben tesi sui muscoli delle cosce, che le è venuta voglia di trovare ri-
fugio su quelle ginocchione larghe, di appoggiare la testa su quel maglio-
ne, certa di trovare là il suo muro del pianto.
Piera ha un cervello lucido e terso come un cristallo e se ne serve per pia-
nificare e dirigere le sue azioni alla stregua di raggi laser, proiettati con
violenza: quello che decide fa, senza assolutamente preoccuparsi, se non
del proprio star bene. Procede nella vita come un predatore: gira la testa
lentamente da destra a sinistra, da sinistra a destra, il suo sguardo gelido si
posa su ciò che la interessa e … zac, lo agguanta, facendolo suo.
Così fa quella sera: adocchia quel corpo così maschio, gli si accoccola so-
pra come su una accogliente poltrona, vede che funziona e decide di usar-
lo, finché le servirà. Per lei questo è tutto. Appoggiata al maglione grigio,
che si rivela morbido e tiepido, parlando senza intervalli, quasi cantile-
nando, si libera (è andata in analisi per anni e sa come fare) del peso del
ricordo che al momento la fa star male: una relazione fulminante e doloro-
sa con una ragazza, sorella dell’uomo con cui aveva una storia d'amore da
ben cinque anni e conviveva da quattro.
Giovanni ascolta il racconto che Piera gli fa, rannicchiata sulle sue ginoc-
chia. Più che ascoltare, sente con il suo corpo il corpo di lei che, vibrando
di dolore, gli comunica questo dolore, che lui, per quel suo carattere pla-
cido, raccoglie, fa suo, senza però appropriarsene e così il dolore lo attra-
versa e se ne va. Se ne va via da entrambi.
Quando lui la riaccompagna a casa, lei lo fa salire, chiedendogli di restare
a dormire. Anzi, per meglio dire, fa salire non Giovanni, che non ha anco-
ra guardato in faccia, ma quel maglione tiepido, rassicurante, quel torace
accogliente, quelle ginocchione solide.
Così è nata la storia tra Giovanni e Piera.
e mail 5

Caro Giorgino, sei un po’ seccato perché non mi do da fare di più, in quanto il
regista ti chiede di mandargli più materiale, sia perché deve far sistemare la
storia in forma di sceneggiatura, sia per cominciare a contattare attori, organiz-
zare location ecc ecc.
Hai ragione, sto andando a rilento, ma l’allegato 4, con Piera, mi è costato
molto lavoro, come avevo previsto.
A proposito del regista, da quando mi hai detto della sua insistenza per avere
qualche anticipazione, lavoro ancora più contenta, anche perché sono certa
che la storia sarà interpretata dagli attori giusti. Ho sempre avuto l’impressione,
vedendo i suoi film, che non sia mai caduto in compromessi, ha scelto sempre
gli attori in base alla loro bravura e alla loro aderenza ai personaggi e non se-
guendo la moda del momento. Questo per quanto riguarda gli uomini, per le
attrici donne avrà meno libertà di scelta, visto l’ingerenza di sua moglie, con la
sua tremenda gelosia, a quanto si dice sui giornali, ma insomma, sono proble-
mi suoi, di certo non nostri!
Prevedo scintille, caro Giorgino. Questa volta salirai su podi di grande altezza.
Va bene che, con il secondo libro che ti ho scritto, sei già arrivato molto in alto,
eh? Hai raggiunto il primo come vendite? Vedo che sei sempre in ottima posi-
zione nelle classifiche dei più letti! Ti hanno già dato il premio? “ Il giovane
scrittore che racconta le sottili e tormentose vie del sentimento amoroso con la
limpidezza di un animo candido”. “Un animo candido”: non sai (non puoi sa-
perlo, caro Giorgino) quanto mi sono commossa, quando ho letto questa moti-
vazione al premio letterario, che ti hanno dato per l’ultimo romanzo.
Mi sono rivista diciottenne, durante una gita in montagna con il mio primo ra-
gazzo, quando, nel bel mezzo di una ferrata, si è girato pericolosamente e,
guardandomi fissa negli occhi (era un timido, non aveva ancor trovato il mo-
mento per dichiararmi il suo amore), mi ha detto: “Sai perché mi sono inna-
morato di te? Per il tuo animo candido”. Mi sento ancor tremare le gambe.
Immagina allora, con lo strapiombo sotto di noi.
Baci, la zia Lilli
allegato 5

Degli studi classici molto è rimasto ben radicato in Giovanni, schegge di


buona cultura, che lui ripesca dalla memoria al momento opportuno, u-
sandole come parametri di giudizio, che alcuni, i più superficiali, defini-
scono stravaganti, ma che sono solo poetiche.
Così, mentre Piera, la sera del loro incontro, gli racconta della sua rela-
zione con una donna, quasi sussurrando, a bassa voce, come parlasse tra
sé e sé, Giovanni non solo sente poco, ma, più che altro, ascolta poco,
mentre gli rimbalza nella mente il suono limpido e musicale dei dolci e
incantevoli versi scritti da Saffo per amore di Lesbia, fonte di sentimenti
di tale purezza, da cancellare ogni risvolto più prosaico e realista.
Nient’altro.
Non ha mai esternato questo suo modo di immaginare l’amore tra donne,
anche perché poco interessato a condividere i suoi pensieri, sempre per e-
vitare le famose “discussioni inutili”, ma quando una coppia di lesbiche
ha stazionato per un certo periodo nella loro compagnia, è stato lui a di-
ventarne amico, tra le solite sghignazzate degli altri: “Che non abbia ca-
pito che sono amanti, lento com’è?”, questo il commento generale degli
amici. Ad ogni modo, sia i maschi che le femmine del gruppo non aveva-
no apprezzato la presenza di queste due donne, che scardinava quel loro
equilibrio già difficile da raggiungere e si era festeggiato a lungo, quando
l’anomala coppia era scomparsa all’orizzonte, dopo una furibonda litigata
con Riccardo, molto appoggiato in quell’occasione da Paola, il cui perbe-
nismo, sorretto da una religiosità militante, aveva mal digerito, o non di-
gerito per nulla, quella presenza “fuori dalle leggi naturali”, come la de-
finiva lei, nelle interminabili discussioni in proposito con Riccardo, tepido
laico e tepido religioso.
Nulla da dire invece sugli omosessuali maschi, anche perché il fratello di
Riccardo è un gay dichiarato, ma “di quel tipo macho”, come dicono gli
amici, “che non dà fastidio”. Di lui si sparla e si maligna in sua assenza,
né più né meno di come si usa fare per qualsiasi altro componente di que-
sta compagnia di cosiddetti amici. Certo che, forse anche per un fondo di
ipocrisia perbenista, lui se ne guarda bene di portare il suo compagno, di
cui si vocifera da anni, in quel “nido di serpi”, come definisce il gruppo
di amici, parlandone col fratello.
E dunque, tornando a Giovanni e a quella sera del suo primo incontro con
Piera, non prova nessun turbamento per l’avventura lesbica, descritta per
altro da Piera con apparente distacco (solo il tremito del corpo di lei, gli
rivela la sua tensione emotiva). Piera non parla concretamente di fatti e di
luoghi, né mai lo farà nemmeno in seguito, né dà un nome alle persone,
ma si sofferma, analizzandole a lungo e con precisione, come parlando tra
sé e sé, sulle ragioni che stanno dietro ai fatti, cercando probabilmente il
filo conduttore che l’ha condotta dentro e fuori da quella storia, che inten-
de annodare per sempre al passato.
Tutto è cominciato durante un viaggio in macchina tra Milano e Lugano,
dove Piera viveva da quattro anni con Stefano, il suo ragazzo. La sorella
di quest’ultimo, Fiorenza, spesso loro ospite a Lugano, le aveva dato un
passaggio in macchina e, quando ormai già stavano arrivando in città, si
erano fermate in un bar sul lago:“Il tempo per un aperitivo”, aveva detto
Fiorenza. Altro che aperitivo: l’amica l’aveva ammaliata, quasi fulmina-
ta, con una dichiarazione d’amore così stordente ed impetuosa, da far sì
che Piera si trovasse avvinghiata in una spirale senza uscita. Fatto sta che
le due donne avevano continuato il viaggio verso nord, rendendosi intro-
vabili per tutti, Stefano compreso.
Questi i fatti, che Piera non racconta.
e mail 6

Caro Giorgino, mi consigli di non perder tanto tempo a scrivere le e mail che ti
mando con gli allegati, piene di cose mie, grane di famiglia ecc. ecc. e che
dedichi invece più tempo alla storia. Hai ragione caro Giorgino, scusami. Sento
già i tuoi: “C … , quanto mi rompe i c… la zia Lilli con le sue c…!” Certo che
hai ragione, caro Giorgino, quando mi fai notare che con gli altri due romanzi
ero meno noiosa. Cosa vuoi, ci sono tante cose qua in giro che mi fanno
preoccupare, che certe volte mi sfogo anch’io, cerca di non farci caso.
Come assomigli a Francesca, anche lei ieri sera, nella solita telefonata quoti-
diana, siccome mi ero un po’ lasciata andare a raccontarle della nonna, del
suo alzheimer che ormai l’ha completamente soffocata nelle sue spire (non ri-
conosce più nessuno e meno male che in istituto se ne prendono cura in modo
meraviglioso, altrimenti, come farei?), mi ha detto esattamente come te:
“Mamma per carità, non rompermi i c… con le tue c…, sai quanto mi rompo
già i c… per i c… miei”.
A proposito di Francesca, vi siete visti a Milano? Ti ha parlato delle sue inten-
zioni? Ormai con suo marito Claudio non parla quasi più e pretende che faccia
io da tramite, quando lui viene a prendere Giorgetto per il fine settimana, se lei
è impegnata a Milano. Mi raccomando, caro Giorgino, conto su di te, fammi
sapere, se tu sai qualcosa di più a questo proposito.
Torno su un tasto dolente, che ogni tanto batto: non mi parli mai della “storia”
che ti sto inviando con gli allegati. So che odi queste mie osservazioni, ma de-
vi abituarti anche tu a conoscere profondamente i protagonisti, direi ad amarli,
perché, se questa sarà una sceneggiatura, dovrai esser in grado di lavorare
con il regista in modo credibile e ciò vuol dire conoscere tutte le sfumature, sia
fisiche che psicologiche, dei personaggi. A proposito, fin che mi ricordo, Gio-
vanni fisicamente è molto simile a un Russel Crowe giovane. E Piera? Fammi
un nome … A me non viene.
Come ti ho già detto, per gli altri romanzi ti sentivo più partecipe, forse in que-
sto periodo sei troppo occupato con le varie presentazioni. Non so, non ti capi-
sco, non sei il solito Giorgio.
Tornando all'allegato 5, ho ambientato in Svizzera la fuga esistenziale di Piera.
Quando c’era tua mamma, cognata a cui sono stata sempre molto affezionata,
andavamo spesso io e lei in macchina a Basilea, a trovare i suoi genitori.
Appena arrivate a Bellinzona, ci sembrava di essere nelle tundre nordiche, non
per il paesaggio, sempre così deliziosamente pittoresco, ma per il gelo degli a-
nimi. E così, avendo bisogno di un posto da fuga, ho pensato alla montagna
svizzera, sospesa in quel suo rigore antico.

Baci, la zia Lilli

allegato 6

Per Piera, la dichiarazione d’amore irruente e completamente imprevista


di Fiorenza è stata quella che banalmente potremmo definire la classica
goccia che fa traboccare il vaso. Il fatto che provenisse da una donna, a-
veva reso la situazione più inattesa e coinvolgente nella sua diversità, pro-
prio ciò di cui Piera aveva bisogno per abbandonare tutto e tutti.
La lunga relazione con Stefano era ormai solo una situazione di comodo,
la grande attrazione, che pure c’era stata tra loro, si era dissolta senza
motivo, se non quello del passare del tempo. Per entrambi c’era ogni tanto
qualche avventura sentimentale o pseudo tale, ma durava poco e poi ritor-
navano alla loro convivenza, come la cosa “meno peggio”.
Tutto ciò durava da molto tempo, ma finora Piera aveva trovato il senso
del vivere nel suo lavoro, che le piace moltissimo e le occupa tutto il suo
tempo, facendola sentire completamente realizzata. “Ho il mio lavoro che
mi soddisfa e mi completa, non mi serve altro”, così rispondeva, con una
risata ironica, sempre arrogante e un po’ antipatica com’è, a chi le chiede-
va come stesse, specialmente se si trattava della madre o delle vecchie a-
miche ormai accasate, alcune anche con figli, tanto per tagliar corto e
chiudere la bocca ad altre prevedibili domande.
Da alcuni mesi, però, si era insinuata in lei un’amarezza, un disagio di vi-
vere, che la infastidiva e la preoccupava. Essendo stata in analisi per lun-
go tempo, quando era più giovane, dopo la morte del padre, era terroriz-
zata di dover riprendere quella dipendenza da un'altra persona, da cui s’e-
ra liberata a fatica. “Devo farcela da sola”, si ripeteva, “adesso ho un’al-
tra età, un’altra maturità”. Certo è che lei stessa riconosceva razional-
mente che, nonostante i suoi sforzi, sorretti da una grande volontà di so-
pravvivenza, la sua usuale carica di positività e di energia sembrava sfug-
girle tra le dita e subentrò insinuante e pericoloso un desiderio di annien-
tamento, che iniziò a trascinarla verso il baratro del vuoto assoluto. Si re-
se conto che, per vivere, non le bastavano più il successo nel lavoro, le
soddisfazioni che ne derivavano: il nulla affettivo, in cui era immersa la
sua esistenza, la stava annientando.
Ecco perché quel forte sentimento che Fiorenza le aveva buttato là con
tanta veemente energia, le era sembrata la giusta corrente a cui abban-
donarsi. Così si era lasciata travolgere e portar via in quella surreale av-
ventura, lontana dalla realtà, che le era ormai insopportabile.
Nel tempo sospeso in una dimensione quasi allucinata e delirante tra-
scorso con Fiorenza, la cui prevaricazione era stata particolarmente vio-
lenta, Piera si era completamente annullata, fatto inusuale per lei, abituata
ad essere sempre al comando, in tutte le situazione della sua vita.
Fatto sta che era stata sul punto di perdere anche il lavoro, mancando ad
appuntamenti importanti, cosa mai successa finora.
email 7

Caro Giorgino, mi chiedi se Claudio è molto affezionato a Giorgetto: che strana


domanda da parte tua, che non ti interessi mai di nessuno, mi commuove il tuo
affetto per questo tuo quasi nipotino. Sì, sì. Mi sembra proprio che Claudio
straveda per il bambino, tanto che mi ha chiesto di darglielo anche durante la
settimana. Vedremo, parlerò con Francesca, ma credo che lei ne sarà felice.
Tante volte mi sembra quasi poco attaccata a Giorgetto, mah, spero sia solo
una mia impressione, altrimenti sarebbe terribile. Lo zio Filippo dice che gli
sembra che ... ci sia sotto qualcosa. Anche lui, con queste sue famose “intui-
zioni”, mi fa una rabbia. Se invece fosse più coinvolto, più concreto, più pre-
sente nei problemi della famiglia, altro che riversarmi addosso le sue “intuizio-
ni”, che non gli costano fatica. Va be', lasciamo stare, non voglio coinvolgerti
troppo.
Ho appena riletto l’allegato 6 e ne sono soddisfatta. Era proprio quello che vo-
levo dire e non è stato per nulla facile, credimi. Avevo bisogno di qualcosa di
dirompente e ho visto giusto a usare un rapporto lesbico per portare Piera al
... termine della notte. ( ... Salta fuori il tuo amato Celine!).
A differenza del protagonista Giovanni, che sublima l’amore lesbico nel ricordo
dei versi di Saffo, io invece, per delle esperienze fatte da donne che ho cono-
sciuto, ho notato che le relazioni amorose tra donne esplodono con molta più
violenza delle relazioni eterosessuali, specialmente per quanto riguarda la ge-
losia e specialmente quando una delle due è una lesbica diremo “di circostan-
za”, perché i casi della vita l’hanno portata in questa direzione, non perché sia
una sua reale tendenza naturale.

Baci, la zia Lilli

allegato 7

L’ha salvata solo la inaspettata e perciò sorprendente solidarietà di una


sua collega, proprio quella con cui è in lizza per una promozione, che l’ha
completamente “coperta”, raro caso per un ambiente di lavoro come il lo-
ro, in cui a farla da sovrana è la competizione e l’attesa della prima
dèfaillance di un avversario, per approfittarne ed eliminarlo senza pietà.
La perfetta prova di correttezza della collega, è stata per Piera un’esplo-
sione positiva, l’ha svegliata dal torpore e le ha dato la via di fuga in cui
incamminarsi e dare un senso ad un suo ritorno. Chiusa com’è sempre sta-
ta nel suo egocentrismo, sia nella vita privata, che in quella lavorativa,
non ha mai conosciuto, o preso in considerazione, una realtà fatta di buoni
sentimenti, quali la solidarietà, la comprensione il semplice e puro “voler
bene alle persone che ti circondano”.
Per capire di più l’impatto esplosivo che il corretto atteggiamento della
collega ha su Piera, è necessario conoscere la sua storia di famiglia.
Appena sposati, i suoi genitori avevano rilevato una piccola ditta, la “Dia-
na star”, impegnando ogni attimo della vita a prendersi cura di questa
creatura, che è stata per loro come un terzo figlio: “Piera e Marco li ab-
biamo fatti noi e la Diana l’abbiamo adottata”, era la loro frase ricorren-
te.
Quando Piera stava per finire l’università, la Bocconi di Milano, scelta ai
fini di entrare poi a lavorare nella piccola azienda familiare e “Lanciare
la Diana nel mondo!”, come si brindava già in famiglia, un tradimento di
un socio del padre aveva provocato il totale annientamento della piccola
attività. Dopo sei mesi il padre era morto di tumore.
Piera è entrata nel mondo del lavoro già inaridita da questa lancinante e-
sperienza ed ha affrontato tutti i passi della sua carriera con l'atteggiamen-
to di chi è nel mezzo di un'infida battaglia, guardandosi di continuo alle
spalle, in attesa di un possibile tradimento. Ecco perché l'atteggiamento
della collega è stato per lei una deflagrazione positiva, che le ha ricompo-
sto dentro una certezza a cui appigliarsi per ricominciare a vivere e cioè la
scoperta che il lavoro, su cui ha puntato tutte le sue risorse e aspettative,
le ha dato una concreta soddisfazione anche sul piano dei rapporti umani.
“Ho il mio lavoro che mi soddisfa e mi completa, non mi serve altro”, di-
ce anche a Fiorenza, lasciandola, con totale indifferenza, senza curarsi
della sua disperazione.
La mattina molto presto, era andata alla stazioncina di quel piccolo paese
svizzero, in cui si erano rifugiate lei e l’amica, ed era salita sul primo tre-
no diretto a sud. Il paesaggio svizzero, montagne, prati, cielo azzurro, ca-
solari rassicuranti, era stato lo sfondo perfetto per quel senso di rinascita
che accompagnò Piera in quel viaggio di ritorno alla vita.
Alcune sere dopo, aveva conosciuto Giovanni dalla cugina Paola e se ne
era servita per cancellare completamente il ricordo della sgradevole ag-
gressione sentimentale e fisica di Fiorenza, in quel suo periodo di debo-
lezza e vulnerabilità. “Basta, riprendo completamente il controllo della
mia vita”, pensa, prima di adagiarsi su Giovanni e usarlo.
Dopo quel suo primo sfogo, Piera non ha più parlato di tutto ciò con Gio-
vanni, neanche quando lo ha fatto salire in casa, trascorrendo la notte con
lui.
Era riuscita a dormire davvero bene, come da molto non le succedeva; si
era perfino svegliata con un senso di allegria, stato d’animo ormai inusua-
le da tanto tempo: guardando quel corpo estraneo, sdraiato accanto a lei,
nel suo letto, si era stupita del senso di familiarità che provava nello sfio-
rare con la mano lo stomaco un po’ grassoccio di quel ragazzone. La sera
prima aveva notato, con freddo interesse tipicamente femminile, che Gio-
vanni indossava della biancheria intima molto curata e che, prima di anda-
re a letto, si era fatto una rapidissima doccia:“Questo tipo è fisicamente
gradevole ed inoltre sa ascoltare”, questa la scarna analisi di Piera, men-
tre ricorda che, a differenza dei suoi numerosi amici e conoscenti, sempre
pronti a sparare commenti e consigli non richiesti, Giovanni, la sera pri-
ma, ascoltandola, non ha aperto bocca. Piera ha percepito però, in quel-
l’intenso silenzio, una reale partecipazione, anche se con scarso interesse
per i particolari.
Nessuna curiosità inutile.
Anche nel loro approccio fisico (così lo definisce Piera) della notte prima,
tutto ciò che hanno fatto le è parso guidato da lui come se seguisse un di-
segno armonioso, con una scorrevolezza che mixava cuori e corpi, corpi e
cuori in modo privo di gesti inutili. “Corpi e cuori”, cosa c’entra il cuo-
re? Niente di certo”.
Così Piera chiude per quella mattina lo spazio dei pensieri dedicati a que-
sto sconosciuto ragazzo: non è nel suo carattere perder tempo a pensare a-
gli altri. “Leggo curricula dalla mattina alla sera per lavoro e, al di là di
ciò, mi interesso solo a me stessa”, ribatte a chi la accusa di esser crudel-
mente egoista.
e mail 8

Caro Giorgino, che foga, neanche inviata la e mail, mi dai già risposta per sa-
perne di più di questa storia di Claudio che vuol tenere Giorgetto anche du-
rante la settimana. Non ci vedo niente di male se qualche pomeriggio se lo
porta a casa lui, anzi, mi sento più sollevata anch’io. Naturalmente, se vuole,
gli mando anche la ragazza che viene qui in casa a tenere il bambino, così
sono più tranquilla. Questa idea della baby sitter stabile è stata una decisione
presa dallo zio Filippo (meno male che questa volta si è messo in mezzo an-
che lui), e sono d’accordo che era necessario, anche se ci costa un bel po',
ma non ce la facevamo più a darci il cambio tra noi due, lui ha il suo lavoro,
che lo occupa ancora a tempo pieno e io sono davvero molto presa.
Non so con quanto egoismo Francesca abbia potuto addossarci completamen-
te la responsibilità della cura di Giorgetto, povero piccolo.
Tornando a Claudio, è veramente un bravo padre ed è molto presente, più di
lei di certo, e non capisco cosa gli trovi di sbagliato Francesca! Falla ragionare,
se finalmente vi vedete. Mi sembra che ti preoccupi più tu di Giorgino, che lei.
Arrivo alla nostra storia. Avevo dei forti dubbi sull’allegato 7, quel brusco ritor-
no alla realtà di Piera, che poggia solo su una prova di fedeltà (in senso am-
pio) della collega, non mi convinceva del tutto. Ci ho pensato tanto, da non
dormirci due notti, in quanto è un punto molto importante della storia, ma ora
sono finalmente convinta che il passaggio, anche psicologicamente, è preciso e
coerente con la personalità di Piera, per com’è.
Se hai qualcosa da dirmi in proposito, son qua, ma ci conto poco. Mi sa che gli
allegati non li leggi nemmeno.
Pensa più a Giovanni e meno a Giorgetto, che a quello dovrebbe pensarci di
più Francesca, non tu ...
Ad ogni modo, passo all’allegato 8.

Baci, la zia Lilli


allegato 8

“Ciao Giovanni, ci vediamo da Riccardo! Cosa stai pensando, che ti ve-


do strano, sei innamorato?”, la voce roca di Farìd, col suo marcato ac-
cento straniero, chiude repentinamente i pensieri di Giovanni, che si af-
fretta a rispondere: “Ciao Farìd, scusa, non ti avevo visto, ci vediamo,
saluta Claudia”.
Farìd è un arabo giordano, ingegnere, ex compagno di università di San-
dra, sorella di Giovanni. Dopo la laurea, si è sposato con Claudia, un’ami-
ca di Sandra, architetto, e assieme sono riusciti ad aprire uno studio molto
ben avviato, collocato in una villa di campagna. Farìd non ha la patente,
cosa questa incomprensibile per il famoso gruppo di amici, di cui anche
lui fa parte, assieme alla moglie, e così spesso capita che salga su uno de-
gli autobus guidati da Giovanni.
Giovanni e Farìd sono esattamente speculari: la riservatezza del primo è
pari all' invadenza querula dell’altro. Quando qualcuno della compagnia
di amici vuol saperne di più in fatto di pettegolezzi e malignità, la fonte
sicura è Farìd, che sembra fatto apposta per indagare, scoprire intrallazzi,
parlare e sparlare di tutti. “Tu spii le vite degli altri come ti muovessi nei
bui pertugi di un suq, tramando nell’ombra”, così Riccardo lo apostrofa
spesso, “sei la fotocopia del peggiore stereotipo di arabo”.
Certo è che tutti riconoscono a Farìd un’incredibile capacità di cogliere le
minime sfumature, sia nelle persone, che nelle situazioni: nulla gli sfugge,
nemmeno un battito d’ali impercettibile ai comuni mortali. “Dovresti la-
vorare nell’intelligence, saremmo tutti al sicuro”, gli dicono gli amici,
sfottendolo.
Dati questi preamboli, la banale domanda di Farìd: “Sei innamorato?”
smuove in Giovanni un senso di disagio, un sottile fastidio. Abituato co-
m’è a non far trapelare sensazioni e sentimenti, gli sembra che Farìd sia
riuscito a penetrare la spessa cortina, involucro d'acciaio, della sua riser-
vata vita interiore, svelando anche a lui un qualcosa di cui non vuol ren-
dersi conto. “Quel Farìd, che tipo”, pensa Giovanni, “farà una confe-
renza stampa stasera su questo argomento”.
Andando verso casa, a piedi, finito il turno di lavoro, Giovanni allunga il
percorso, ha bisogno di stare solo ancora un po’ questo pomeriggio e ciò
non è facile, vivendo con i genitori. Al suo ritorno a casa, a fine lavoro,
sua madre pretende sempre un sommario resoconto della giornata e lui la
accontenta, anche per far un piacere al padre, che così può finalmente a-
vere il suo “momento di libertà”, come dice lui. Il racconto comincia dal
tempo, com’era e cosa si prevede, poi passa al traffico, se era più o meno
intenso, e poi continua con i passeggeri del suo autobus, divenuti, con
l’andar del tempo, dei veri personaggi teatrali, la cui vita appassiona sia
madre che figlio, che ha saputo condire la realtà con sapienti pennellate di
fantasia. “Apro il sipario mamma?”, chiede Giovanni, “Sì, dai, che qui,
con i silenzi di tuo padre, sono morta di noia anche oggi”, risponde al po-
sto di sua madre suo padre, con una delle sue solite battute ironiche o, per
meglio dire, “sarcastiche”, come puntualizza la moglie.
Per merito del padre, sempre pronto a cogliere le “perle” della vita, e da
uomo positivo molte ne trova, la storia del “teatrino” di Giovanni ha avu-
to un risvolto inaspettato: con l’andar del tempo la madre, donna antipati-
ca a tutti gli effetti, ma di buona cultura e amante della lettura, si è infatti
accorta che le descrizioni che Giovanni fa di questi personaggi, in bilico
tra realtà e fantasia, non sono solo ben articolate psicologicamente, ma
anche espresse con un linguaggio ricco e molto vario.
“Questo Giovanni ha delle sue doti nascoste, avevi ragione”, era sbottata
un giorno col marito, quasi indispettita dalla scoperta, aggiungendo subi-
to: “peccato che non abbia continuato a studiare, dovevamo insistere, tu
ti sei completamente disinteressato di tuo figlio e io, da sola ...”.
“Come vedi, se uno vale, vale”, aveva risposto il marito, tagliando corto,
“ma, visto che tu di scrittura te ne intendi, perché non butti giù qualcosa,
sulla traccia di questi personaggi che Giovanni ti racconta? Ho visto che
un sito irlandese di scrittura on line dedicato a James Joyce ha una ru-
brica sul tema:“Storie di gente qualunque”. Si tratta di mandare ogni
settimana un personaggio”.
Così la madre, quasi ogni giorno, trascrive in inglese i racconti orali del
figlio, che poi li rivede e li completa di persona, e settimanalmente li in-
viano per e mail a questo sito, sotto il titolo: “Gente qualunque raccontata
da un uomo qualunque: Giovanni Z.”.
Per questo motivo Giovanni porta sempre il portatile con sé, così, sia nel-
le pause di lavoro, che quando è tra gli amici e vuol estraniarsi, apre il suo
file: “Storie di gente qualunque” e aggiunge personaggi, ritocca storie, de-
scrive paesaggi, naturalmente completamente all’insaputa di tutti, che,
senza badarlo molto, come al solito, credono si stia sollazzando con vi-
deogiochi o giù di lì.
Questo impegno divertente e creativo ha avuto il merito di creare un moti-
vo di interesse comune tra madre e figlio, allentando la tensione familiare,
dovuta più che altro al dominio del “silenzio”. “Mi farete diventare sor-
domuta!”, esclama spesso sua madre, rivolta ai due uomini di casa, così
impenetrabili nella loro imperturbabilità.
Però questo pomeriggio, rincasando, Giovanni non ha proprio voglia di
parlare, di sorridere, di affrontare e assecondare le aspettative della ma-
dre; per fortuna, non appena apre la porta, lo investe la voce concitata di
sua sorella: “Meno male, c’è Sandra”, pensa tra sé, ciò gli permette di li-
mitarsi a un lapidario “Son qua”, diretto a tutti, e di entrare in camera
sua.
e mail 9

Caro Giorgino, ormai sono certa che non leggi gli allegati. Non ti sei accorto,
se no me lo avresti detto, che ho introdotto “Farìd”, un arabo giordano, come
tuo zio! Ne ho fatto un personaggio un po’ odiosetto, intanto lo zio non legge
mai nulla in italiano. Si offenderà mia sorella, nonché sua moglie, la zia Chic-
ca. Meglio, così per un po’ non sentirò le sue lagnose telefonate quotidiane. A
proposito, come ben sai, anche per merito dello zio Farìd, professore a New
York, e della zia Chicca, che lo hanno sempre ospitato, Pietro è riuscito a
completare molto egregiamente i suoi studi negli Stati Uniti, solo che adesso
comincia ad aver nostalgia dell’Italia e vorrebbe tornare.
So che vi sentite spesso, cerca di dissuaderlo nel modo più assoluto. Non è il
momento, perderebbe tempo prezioso per la sua carriera di ricercatore ecc.
ecc. E’ inutile che ti spieghi cose che già sai. Pietro va a passare quasi ogni
fine settimana dagli zii, che, da quando Farìd è in pensione, non stanno più a
Manhattan, ma hanno preso una bella villa negli Hamptons (beati loro!), e dun-
que Pietro va a confidarsi e lamentarsi con la zia Chicca, che naturalmente,
anche se l’ho pregata di convincerlo a desistere dal progetto-ritorno, non mi
aiuta per nulla, in quanto, siccome ha nostalgia lei, dice che sono io a non ca-
pire nulla.
Io sento Pietro una sera sì e una sera no, ma ieri era proprio giù di morale.
Naturalmente suo padre non si interessa per nulla e mi dice di starne fuori, che
è abbastanza grande da decidere da solo. Come tutti gli uomini, sembra quasi
geloso del figlio maschio ...
L’unico completamente dalla mia parte, naturalmente, è lo zio Farìd, abituato
com'è a girare il mondo e a star lontano dalla sua terra, da quando, a soli di-
ciassette anni, è arrivato qui in Italia per iscriversi a medicina.
Poverino, era un ragazzo così timido e riservato, altro che il Farìd della nostra
storia. Mi ricordo che la zia Chicca e io andavamo a studiare nella biblioteca
dell’università e, avendo adocchiato questo bel ragazzo, alto, moro, gentile,
cercavamo di parlargli, di invitarlo a qualche nostra festa, ma lui non ci pensa-
va proprio, anzi, quando ci vedeva, cercava di schivarci. Ma il suo destino era
segnato, povero lui, infatti abbiamo scoperto che era compagno di corso di Fi-
lippo, e dunque, infine, io ho sposato Filippo e lui la Chicca.
E guarda come ha retto bene il loro matrimonio, pur non avendo figli, o forse
proprio per quello. Dico sempre alla zia Chicca, che Farìd le ha sempre fatto
fare una vita da regina: altro che arabi maschilisti!
Sento ben netto nell’aria implacabile e immancabile il tuo grazioso: “Ma quanto
rompe il c ... la zia con ‘ste vecchie storie!”.
Sta’ buono, adesso finalmente Giorgetto si è addormentato, lo zio è davanti a
una bella partita di rugby in TV e io non vedo l’ora di buttar giù l’allegato 9!
Baci, la zia Lilli

allegato 9

Chiude la porta e si butta sul letto. Quel Farìd ha penetrato la spessa cor-
tina difensiva dietro cui Giovanni è abituato a vivere: disteso, nella pe-
nombra, la stupida frase “Sei innamorato?” gli riempie la mente, fasti-
diosa, punzecchiante e ossessiva; pur nella sua estrema banalità, lo ha of-
feso, ferito, denudato.
Non si è mai sentito così. Il cuore preme sulla cassa toracica come se stes-
se scoppiando: tum tum tum tum. Giovanni cerca di bloccare questo fiume
in piena, irrigidendosi, serrando le labbra, ma infine, con un sospiro appe-
na accennato, chiude gli occhi e si lascia andare alla deriva, senza reagire.
A poco a poco sente il corpo tremare, mentre il cuore, libero dalla morsa
di quel controllo ferreo, in cui lo tiene serrato da sempre, smette di battere
così tumultuosamente: gli occhi si riempiono di lacrime e la corrente delle
emozioni lo attraversa impetuosa e dolorosa, trascinandolo in un mondo
per lui nuovo e pauroso. Gli sembra che tutta la impalcatura, solida, fami-
liare, su cui ha poggiato la sua esistenza, si sgretoli, facendolo precipitare
e scomparire nei flutti di quella corrente scura: non ha più nulla a cui ag-
grapparsi.
“Lascialo stare, mi ha detto che ha mal di testa e vuol dormire un po’ pri-
ma di mangiare”; il suono della voce del padre, che, sempre intuitivo con
questo suo figlio, impedisce alla madre e alla sorella di entrare a distur-
barlo, riporta Giovanni su una dimensione più sicura, gli fa riprendere il
senso della realtà.
“Mio padre”, pensa Giovanni, “ecco uno che salvo, ma per il resto, chi
mi interessa? Innamorato? Ma di chi? Cosa ho fatto per dare questa im-
pressione? Non è che anche Piera si è messa in testa idee?" .
Da quando ha conosciuto Piera, Giovanni passa molte notti da lei.
Di solito, di sera, se non esce con qualche amico o non raggiunge il
“gruppo storico” in casa di Riccardo, cena a casa e dopo, se non c’è San-
dra, aiuta sua madre nelle ultime faccende in cucina e poi si siede di là in
soggiorno con lei, anche perché c’è sempre qualcosa da aggiungere o di
cui parlare a proposito dei pezzi da inviare via e mail al sito “Storie di
gente qualunque”.
“Bravo, tieni compagnia alla mammina”, ironizza suo padre, richiuden-
dosi felice in studio, dove si può finalmente rilassare, fumando tranquillo
la sue amate sigarette, libero per un po' dalla subissante presenza di quella
moglie, a cui lo lega un profondo affetto, ma che purtroppo lo annoia non
poco e con cui ha poco da dire.
Verso le undici, Gianni prende la sua “sacca”, mitica borsa-sacco, ricca di
tasche e ganci, di una famosa marca di articoli sportivi, che gli è stata re-
galata per la maturità e che lui ha sempre usato al posto del “banale zai-
netto”, come dice lui, e se ne va “a dormire da Piera”.
Questa novità è piaciuta alla madre, che cominciava a temere strane diver-
sità in questo silenzioso e solitario figlio e fa piacere anche al padre, che,
da alcuni impercettibili cambiamenti di umore, che lui, osservatore attento
per carattere, ha notato nel figlio, ha intuito una storia importante.
Dopo quella prima notte trascorsa assieme, Piera era uscita di casa senza
salutare Giovanni, in quanto lui stava ancora dormendo, ma verso il tardo
pomeriggio gli aveva telefonato: “Vieni a dormire da me?”, nient’altro.
E lui aveva risposto: “Va bene, ma non prima delle undici e mezza”.
Nient’altro.
Lei si era data una spiegazione molto cruda per questa suo bisogno di ve-
derlo: “Con lui dormo anche senza i soliti tranquillanti”.
Giovanni non si era dato nessuna spiegazione, anche perché non si era po-
sto particolari domande. Semplicemente si era creata una situazione pia-
cevole e “tranquilla” per entrambi, senza che nessuno dei due avesse la
voglia o il bisogno di cercare complicate letture di un rapporto a due, che
entrambi “lasciavano leggero”, come si erano implicitamente trasmessi
l'un l'altro.
A questo proposito, c’era stata una notte che un forte temporale li aveva
svegliati di soprassalto e si erano trovati abbracciati uno all'altro. Le loro
bocche si erano cercate con un trasporto affettuoso e tenero e uno aveva
udito l’altro sussurrare: “Amore”, all’unisono. A quel punto entrambi si
erano bruscamente ritratti, allontanandosi, ognuno nella sua metà del let-
to, ridendo nervosamente. “Niente sentimentalismi, stiamo leggeri”, ave-
va detto Piera, spigliata e allegra, “Già, già”, era stata la risposta più che
convinta di Giovanni e poi: “lo so come siamo fatti dentro noi due” aveva
borbottato, riaddormentandosi tranquillo.
Sono passati così molti mesi: se Piera è in città, Giovanni dorme quasi
sempre da lei. Quando Giovanni arriva, di solito lei è già nella grande
stanza da letto, arredata con dei mobili bianchi e lucidi, che circondano
tutte le pareti, con armadi e librerie.
Davanti al gran lettone, appoggiata con cura al televisore, anch'esso bian-
co, c'è una nota di colore, che si irradia, pur nella sua modestia, per tutta
la stanza. Si tratta della famosa “Sacchiotta”, un peluche “da cui mai mi
separo”, aveva detto Piera, presentandola a Giovanni, pomposamente, fin
dalla prima sera. E' un'orsetta abbastanza malandata, vestita con un costu-
me tirolese scolorito, con in testa un bel cappellino di panno verde, a cui è
fissato un fiorellino, un “non ti scordar di me”, che deve essere stato di un
bel colore azzurro cielo, anche se ora è piuttosto ingrigito. E' stato il pri-
mo peluche comprato a Laura da suo padre.
Al suo arrivo, Giovanni, di solito, va in cucina e prepara per entrambi una
delle famose tisane che Riccardo e Paola, maniaci del curarsi con le erbe,
hanno miscelato, personalizzandole per ogni amico, “con le loro sante
mani”, come dice Piera: Giovanni aggiunge di suo un bel cucchiaione di
miele, poi anche lui si infila a letto, accanto a lei, sul lato destro, quello
vicino alla porta.
Se Piera sta ancora lavorando al portatile, appoggiata sui cuscinoni del
lettone, anche lui apre il suo computer, altrimenti finiscono di vedere un
programma in televisione: “Quelli in seconda serata sono i migliori”, bor-
bottano come una vecchia coppia, commentando un po’ i fatti del giorno e
chiacchierando del più e del meno, senza entrare troppo nei loro fatti per-
sonali.
Poi seguono all’unisono quello che i loro corpi suggeriscono, che spesso è
solo dormire.
Piera ha lasciato la casa di Lugano, avendo rotto così bruscamente la sua
lunga relazione con Stefano, perciò ora la sua unica residenza è qui in cit-
tà, nel bell’appartamento acquistato da poco, proprio in centro e, se può,
lavora da casa via internet, ma molto spesso deve viaggiare in tutta Euro-
pa.
L'appartamento è quasi del tutto vuoto, a parte la cucina e la stanza da let-
to, in quanto Laura aspetta i mobili e i quadri, di cui è un'appassionata in-
tenditrice, dalla casa di Lugano, ma è elegante e pieno di luce, come os-
serva spesso Giovanni, quando centellina il primo caffè della giornata, se-
duto sull'unico mobile presente nel vasto soggiorno: una poltrona di legno
con uno sgabello poggiapiedi, che lui stesso ha comprato all'Ikea, eguale
identica a quella che da anni sta ai piedi del letto, in camera sua.
Anche Piera è entrata nella compagnia, che staziona il venerdì sera a casa
di Riccardo e di Paola, ma non è piaciuta molto: “Mamma mia, chi crede
di essere tua cugina”, “Va be’ è bella, ma poi neanche tanto, era meglio
in fotografia”, “Non è neanche rossa, è castana con riflessi rossi, si vede
che era tinta“, “Certo che ha di quei vestiti, che roba, quanto le costa-
no?”, insomma, le solite battute banali e maldicenti, come sempre.
Quando c’è anche Giovanni, Piera lo tratta esattamente come tratta gli al-
tri: se ha voglia gli parla, se no se ne sta per i fatti suoi; nulla di meglio
per Giovanni, tanto amante della riservatezza. Ogni tanto lui la osserva,
così, quasi per caso e spesso incontra lo sguardo fiero e ironico di lei, ma
passano oltre, senza soffermarsi mai l’uno negli occhi dell’altro.
Però qualcosa è trapelato all’esterno, qualcosa che nemmeno lui conosce,
lo conferma l’ improvvisa, acidula battuta di Farìd: “ ... sei innamora-
to?” ? “Che noia”, anzi, “what a bore”, borbotta esausto Giovanni, sdra-
iato sul suo letto, senza voglia di niente.
Usa spesso l’inglese, quando parla tra sé e sé, forse perché è la lingua con
cui sua madre gli parlava sempre da bambino e poi gli serve come un si-
stema in più per non farsi comprendere, per tenere per sé le sue cose.
Meno male che suo padre ha tirato fuori la scusa del mal di testa, questo
gli permette di starsene un bel po’ da solo, non riuscirebbe proprio a fin-
gere interesse per: “Niente, niente, niente”.
“Innamorato”, ma che cosa può aver fatto di tanto strano per sembrare
innamorato?
Ha avuto varie ragazze finora, storie finite senza motivi importanti, più
che altro per colpa sua, per questo suo distacco di fondo. La sua prima
ragazza, compagna di liceo, nel momento dell'abbandono gli aveva detto
tra le lacrime: “Sembri buono, sei solo indifferente a tutto”, ”Può essere”,
le aveva risposto, con quel suo solito sorriso di facciata, come lo definisce
sua madre,“scusami” , aveva soggiunto, accrescendo la rabbia impotente
della ragazza.
e mail 10

Caro Giorgino, mi dici che hai parlato con Francesca e mi farai sapere. Non
vedo l’ora.
Non ti chiedo se hai letto l’allegato 9, non ci spero più, ma io egualmente ti
faccio notare che, come ti avevo anticipato nella prima e mail, la nebbia, live
motive della storia, si sta squarciando, lasciando Giovanni inerme di fronte al
mondo dei sentimenti, che finora lui ha pigramente scansato.
Nell’allegato 9 ho introdotto nella storia i peluche. Non potevano mancare: voi
trentenni avete un’arca di Noè di orsacchiotti, pulcinotti, leoncini, paperotti e giù
di lì, da cui non riuscite a separarvi e, anche quando finalmente vi decidete ad
andarvene da casa, ci lasciate in custodia queste reliquie polverose, da con-
servare con cura estrema. Pensa che ieri sera Pietro ha voluto che inquadrassi
con la videocamera il suo vecchio orsacchiotto (detto Sacchiotto, come la
“Sacchiotta” della “storia”), che ormai è ridotto a brandelli. Non ti dico i baci che
gli mandava. Suo padre si è imbestialito e gli ha dato del deficiente, cosa
abbastanza usuale per altro, e se ne è tornato davanti alla sua partita di rugby
in TV, sbattendo la porta.
A proposito di peluche, sai che Giorgetto ha detto la prima parola? Claudio gli
ha regalato per Natale un orsacchiotto rosso, con gli occhi e le orecchie gialli
(un orrore, sarà cinese) e ieri mattina il piccolo mi ha indicato questo orrore,
chiamandolo “Papi”. Forse perché gli dico sempre: “Vuoi l’orsacchiotto di pa-
pi?”. C’era anche lo zio a casa e abbiamo riso un bel po’, anche perché effet-
tivamente Claudio, rosso di carnagione e di capelli, occhiali con la montatura
rossa, che usa da sempre, assomiglia davvero a questa bruttura di peluche.
Tornando all’allegato 9, l’ho riletto e, anche a distanza di giorni, ne sono sod-
disfatta. E’ il momento cruciale dell’evoluzione di Giovanni, che sta comincian-
do a nuotare nel mare impetuoso della vita sentimentale.
Baci, la zia Lilli
allegato 10

La porta della stanza si socchiude, è suo padre: “Papà, non mangio sta-
sera e non esco. Dì alla mamma che dormo. Saluta Sandra, buona notte”.
“Bon”, la risposta di suo padre, secca e decisa, con quel suo strano dia-
letto, che ogni tanto ricompare inaspettatamente, lo rassicura: nessuno o-
serà disturbarlo quella sera. Quando suo padre dice “Bon” con quel tono,
è come se chiudesse una saracinesca, non ammette repliche.
Prima di riabbandonarsi all’accidia che lo sta tormentando da ore, Gio-
vanni chiama Riccardo e gli dice che quella sera non andrà a raggiungere
il gruppo di amici; poi chiama anche Piera, inventando, per la prima volta,
una scusa anche con lei, avvertendola che per alcune sere sarà occupato a
causa di un nuovo turno di lavoro.
“Bene, ci vediamo, ciao”, Piera non fa trasparire nella sua risposta né sor-
presa, né rammarico. Prende atto e basta.
Questo atteggiamento riporta per un attimo Giovanni all’equilibrio per-
duto: se Piera si fosse messa in testa idee, non si sarebbe accontentata di
una frase così laconica, che interrompe un’abitudine che sembrava ormai
consolidata. No, no, anche per lei questo dormire assieme non ha nessun
peso sentimentale, può esserci e non esserci.
Bene, bene. Giovanni si fa una doccia, si ributta sul letto, cerca di dormi-
re, chiudendo, anzi serrando con forza gli occhi, ma una amarezza scono-
sciuta lo avvolge, gli punge il cuore, trascinandolo lontano in uno spazio
che lo spaventa.
Intanto Piera, dopo la telefonata di Giovanni, chiude il cellulare, lo butta
in borsa e si veste per andare da Riccardo e Paola, come fa ogni venerdì,
se non è fuori città.
Di solito sceglie con gran cura il suo abbigliamento per quelle seratine tra
amici; si è accorta che tutti la studiano e la giudicano e si diverte a provo-
care le loro critiche, stupendoli o per l’abbigliamento o per l’atteggiamen-
to o per i discorsi. Li considera dei provincialotti, ma in fondo anche lei
sta cominciando ad affezionarsi a quella pseudo famiglia e si trova bene
con loro.
Questa sera ha deciso di tirar fuori un vestito di grande marca, scollatura a
tutta schiena, che ha comprato l’anno scorso per una serata a Lugano, con
amici di Stefano, gente da villona sul lago. Osservando con piacere e sod-
disfazione che non ha un grammo in più, infila il vestito, che le scivola
addosso, come un guanto di pelle morbida, perfetto. Sandali di nove cen-
timetri e, anche se fuori fa un bel freddo, niente calze, però gran berretto-
ne di lana calato fino sugli occhi. Bene, ha voglia di farsi due risate alle
spalle dei nuovi amici. Immagina già il livore invidioso delle donne e lo
sbalordimento dei maschi: “Li sveglio un po’ io”, pensa divertita, “così
avranno qualcosa in più su cui malignare”.
La serata va esattamente come se l’era aspettata: arrivo travolgente, le
donne a labbra serrate, complimentose e livide, gli uomini troppo allegri e
spiritosi nel valutare il suo abbigliamento così provocante. Tutto la diver-
te, proprio come si era immaginata. Qualcuno dei maschi, gli eterni sca-
poloni, e non solo quelli, si avvicina a lei con i soliti complimenti, tentan-
do qualche aggancio un po’ più concreto, tanto che Piera, dal momento
che Giovanni è occupato e non verrà, comincia a guardarsi attorno con
più interesse, per vedere se può prendere in considerazione qualcuno di
questi ragazzotti.
Come le è solito, gira attorno lo sguardo indagatore, da uccello rapace, si-
cura di sé.
Ed è a questo punto che le torna in mente Giovanni e si accorge che lui
non c’è. Si rendo conto che non incontra quel suo sguardo complice, che
ora, nel ricordo, le si staglia netto e preciso: due occhi verdi, grandi, con
nel fondo un’ombra di malinconia e di ironia, celate dietro una cortina di
indifferenza.
Piera abbassa repentinamente gli occhi, le darebbe fastidio che qualcuno
notasse il suo leggero sgomento, non è da lei mostrare debolezze. Si siede
accanto a Paola, complimentandosi per il dolce, ringraziandola per l’ospi-
talità, improvvisamente raddolcita, bisognosa di un rapporto umano. Si è
accorta da subito che è Paola il perno sentimentale del gruppo, lo dimo-
stra quel preparare torte per tutti! Poi, in fondo, è sua cugina, e “Qualcosa
vorrà dire anche questo”, pensa guardandola, quasi cercando ricordi di fa-
miglia, sempre allontanati con fastidio.
La serata finisce così, “in famiglia”, come dice, salutando Riccardo e
Paola, il più tardi possibile.
Tornata a casa, si butta a letto, aggiungendo una coperta in più, dà un buf-
fetto a Sacchiotta, apre televisione e computer, buttandosi a capofitto nel-
la stesura di una relazione di lavoro.
e mail 11

Caro Giorgino, calmati calmati per favore. Mi hai appena fatto una telefonata
così aggressiva a proposito del peluche Papi di Giorgetto.
Come ti ho confermato, non è cinese, l’avevo detto tanto per dire, l’ha guarda-
to bene anche lo zio, ha tutti i requisiti per non essere pericoloso: né coloranti,
né occhi che si staccano, né pelo che si strappa. Non posso buttarlo via, Clau-
dio si offenderebbe e ne avrebbe ragione.
Come ti ho detto al telefono, mi sembra eccessivo questo tuo allarmismo. Ma
non hai altro da pensare? Neanche Francesca arriva a questi eccessi. Anzi,
non mi hai ancora detto cosa ti ha raccontato quando vi siete visti.
Invece che pensare a Giorgetto, che ha altri che si occupano di lui, cerca di
seguire questo lavoro che ti sto mandando; questa volta c’è assoluto bisogno
della tua partecipazione. Per gli altri due romanzi, ti sentivo così interessato,
così attivo nel recepire ciò che ti mandavo via via, che potrei affermare in tutta
coscienza che i due romanzi sono stati scritti da me, ma pensati assieme a te.
E dunque, tornando alla nostra nuova “storia”, ho intenzione di mandare Gio-
vanni “in viaggio”: hai qualche idea in proposito? In fondo anche tu hai tren-
t’anni e dimmi, dove andresti se avessi voglia di staccare da tutto e da tutti?
Immagino il tuo sguardo interrogativo, anzi, i tuoi “Quanto rompe i c… la zia
questa volta con ‘sta storia”.
Eppure, caro Giorgino, sai che ho l’impressione che sia anche tu sull’orlo di
una svolta esistenziale? Calma, calma, calma, va’ avanti a leggere, ascolta.
Non è che ti manca una famiglia tua, una storia d’amore seria, e, guarda fino
dove arrivo, un figlio? Preferisco non parlartene al telefono, se no finisce che
tagli corto e non si riesce mai a concludere un discorso serio.
Ricordati che io sono stata la migliore amica di tua mamma, mia carissima, in-
dimenticabile cognata, e non voglio essere melodrammatica, ma ero con lei
quando è morta, dopo quella subitanea malattia, che l’ha stroncata in pochi
mesi e mi sento in dovere di prendermi cura di te come dei miei figli, anzi, di
più, anche perché tuo padre, pur essendo mio fratello, devo ammetterlo, è pro-
prio un irresponsabile, completamente assente nel suo ruolo di padre. In que-
sto ti ho sempre dato ragione. Adesso poi, che sta per avere un figlio con
quella sua nuova moglie (ecco spiegato il matrimonio improvviso, è riuscita a
farsi mettere incinta quella furbona!) è proprio perso per noi tutti e comprendo
che tu non voglia nemmeno sentirne parlare.
Tornando a te, sai cosa mi fa pensare che tu sia in crisi? Il tuo attaccamento
per Giorgetto. E’ così strano vederti così coinvolto, proprio tu che difficilmente
esterni sentimenti ed emozioni, anche per il trauma affettivo della perdita pre-
matura della mamma, così crudele e dolorosa, che ti aveva davvero sconvolto,
tanto che per mesi non eri riuscito a versare nemmeno una lacrima, chiuso co-
m'eri in un silenzio che ci straziava tutti.
E dunque, a me fa piacere vedere come ti interessi con grande affetto del pic-
colo Giorgetto, ma mi fa soffrire pensare che forse ciò è un segnale del tuo bi-
sogno di avere una famiglia tua.
Sai che non ho ancora percepito uno dei tuoi famosi “C ... , che barba la zia
Lilli, come mi rompe i c ... !”. Ho l’impressione che in questo momento tu te
ne stia zitto e pensi, senza nasconderti dietro le tue innocue e vuote impreca-
zioni, schermo di emozioni celate.
Vedi che è stato meglio che non ti abbia parlato a voce di queste cose, così
troppo piene di sentimento? Non è neanche nel nostro stile di famiglia, lo sai,
essere espliciti in certi argomenti troppo coinvolgenti, ma in questo momento
sentivo che dovevo dirti questo.
Non ho nessun allegato, in quanto ho pensato troppo a te per occuparmi di
Giovanni.
Baci, la zia Lilli
email 11 bis

Caro Giorgino, come avevo previsto, (sai che ti conosco e ti stimo tanto, an-
che se non te lo dico!) e dunque, come avevo previsto, mi hai confermato, con
la telefonata di ieri sera, che effettivamente la tua vita sta cambiando, anzi che
sei “nei c…”, esattamente come mi ha detto Francesca, che ho chiamato subito
dopo aver parlato con te.
Ho sentito concitata anche lei, però è nel suo, esser così, mi meraviglierei se
fosse diversa.
Certo che c’è da decidere il futuro suo e di Giorgetto. Non si può continuare
così: il bambino sta troppo poco con lei e Claudio mi ha fatto capire che, una
volta sistemate le pratiche della separazione, metterà su casa con una nuova
tipa, sua collega di lavoro, che già conosce bene Giorgetto e gli si sta affezio-
nando. Mah… Ho i miei dubbi, ‘ste trentenni single farebbero qualsiasi cosa
pur di accaparrarsi un maschio. Guarda quella che ha abbindolato tuo padre ...
Sono molto in pensiero, caro Giorgino. Mi fa star un po’ più tranquilla il fatto
che tu e Francesca vi vedete a Milano; mi raccomando, falla ragionare, convin-
cila che deve crearsi una situazione tale, per cui il bambino possa esser affi-
dato a lei e non a Claudio.
Conto molto su di te, sui tuoi consigli, in quanto tu, a differenza dei miei due
figli, conosci ed apprezzi davvero il valore dei sentimenti, lo posso ben dire io.
Quante volte infatti mi hai ringraziato per ciò che ho fatto per te, anche con la
scrittura dei due romanzi. A proposito di questo, so quanto ti pesa questa si-
tuazione, quanto vorresti levartene fuori, anche per un “senso di giustizia”, co-
me mi ripeti spesso, ma vedrai che, dopo la sceneggiatura, potrai cominciare a
muoverti da solo, vedrai che troverai la tua strada, ti ho dato solo il vantaggio
di essere conosciuto, il resto lo farai da solo, ne hai i numeri, vedrai.
Passo finalmente all’allegato 11.
Baci, la zia Lilli
allegato 11

La mattina dopo, Giovanni si sveglia con la gola infiammata e un po’ di


febbre. Telefona al lavoro, avvertendo che è malato e con l’occasione
anticipa che, dopo la malattia, si metterà in ferie, tanto perché lo sappiano
per tempo e si organizzino con i turni. Giovanni è sempre molto elastico
nella scelta del periodo da destinare alle ferie, preferendo lasciare i mesi
canonici ai colleghi con problemi di famiglia e dunque ha molte ferie da
recuperare, prima che arrivi il nuovo anno.
La scusa del mal di gola gli permette di stare in silenzio, mentre sua ma-
dre lo assale con le solite recriminazioni sul vestirsi poco, non asciugarsi i
capelli dopo la doccia, uscire senza berretto, fumare, cose così prevedibili,
che dopo un po’ Giovanni non sente nemmeno più la voce di sua madre.
Ogni tanto capta un “It’s incredible”, “Tired tired tired”, la madre infatti,
quando è particolarmente preoccupata o arrabbiata si esprime sempre in
inglese. “Si è risvegliato il Regno Unito! Che paura, stiamo attenti noi
poveri continentali terroni”, scherza di solito il marito, quando la sente
imprecare nella lingua natia, rintuzzando il suo nervosismo. Questa mat-
tina però, guardando di sottecchi Giovanni, pensieroso e serio: “C'è una
lettera per te”, gli dice, porgendogli una busta appena arrivata per posta.
Giovanni finisce la colazione e si richiude in camera, butta la lettera senza
aprirla sul tavolino, che gli fa da scrivania e si sdraia sul letto, accenden-
dosi il computer. Ha deciso che partirà per un viaggio.
Faccio una premessa. La nonna materna, per tutta la vita si è completa-
mente disinteressata della figlia italiana e della sua famiglia, limitando il
suo rapporto a laconici e formalissimi biglietti per le ricorrenze più im-
portanti.
Unica nota affettuosa: quando le era arrivata la notizia della nascita dei ni-
poti, aveva mandato un peluche; per Giovanni un orsetto, sul cui bavagli-
no, di pizzo color sabbia, lei stessa aveva ricamato il nomignolo “Bearot-
to”, una mistura tra inglese e italiano, e, dopo alcuni anni, alla nascita di
Laura, era arrivata anche “Bearotta”. I due bambini si sono abituati ad ad-
dormentarsi sempre col peluche della nonna tra le braccia e, anche da a-
dulti, non se ne separano mai. E' stato questo l'unico silente legame con la
nonna lontana.
Quando la nonna era morta, c'era stata una sorpresa, che aveva reso più
tenera e malinconica la presenza dei peluche nella vita di questi nipoti.
Nella sue disposizioni testamentarie, lette, alla presenza di tutta la fami-
glia, da un notaio di una piccola città della Cornovaglia, dove risiedeva
ultimamente, la nonna aveva espresso con parole affettuose e dolci, se pur
contenute, il suo rammarico per non aver potuto essere accanto alla figlia,
al genero e ai due nipoti, durante la vita, ma questo, specificava, era stato
un puro effetto della “casualità” . A conferma di quanto invece il suo cuo-
re si fosse sempre preoccupato per loro, lasciava ai due nipoti un specie di
vitalizio, che assicurava ad entrambi una rendita tale da proteggerli eco-
nomicamente per tutta la vita. Non era gran cosa, si trattava di una parte-
cipazione a dei fondi collegati a delle grosse catene di alberghi internazio-
nali, però, nel tempo, si era dimostrata un’entrata costante e ben calibrata,
come la nonna aveva previsto.
Assieme alle disposizioni testamentarie, c’erano anche quattro lettere, una
per ciascuno, che il notaio aveva consegnato loro alla fine delle lunghe
formalità.
Francesca s’era affrettata a leggerla davanti a tutti, piangendo e singhioz-
zando, finchè suo padre non l’aveva accompagnata fuori, all’aperto.
Giovanni e sua madre si erano seduti, uno discosto dall’altra, leggendo
senza far trapelare nessuna emozione.
In quella circostanza, osservando da lontano la madre, Giovanni aveva
sentito un grande affetto per lei, l’aveva apprezzata e compresa in quel
comportamento così contenuto, le spalle curve, un po’ tremanti, probabil-
mente per un pianto trattenuto a fatica.
La lettera della nonna per Giovanni, era più che altro un bel biglietto, con
alberi, fiori, laghetti, casette e uccellini, su cui lei, addirittura in italiano,
aveva scritto: “Caro Giovanni, buona fortuna, divertiti. Ciao, la tua
nonna”. Queste parole avevano fatto pensare molto Giovanni, che non ne
aveva parlato naturalmente con nessuno, ma che le aveva trovate ecce-
zionali: la nonna gli augurava una vita fortunata ed allegra, il massimo per
un ragazzo. E poi aveva tanto apprezzato che si fosse data da fare per scri-
vere queste poche parole in italiano, quasi per fargli sentire che gli era
proprio vicina, non era una straniera, né lui era uno straniero per lei.
Per merito della nonna, sia lui che la sorella hanno perciò una certa dispo-
nibilità economica. Francesca, con gli interessi maturati negli anni, si è
comprata un piccolo appartamento, e, ogni volta che si toglie qualche sfi-
zio per merito della rendita della nonna, esclama con affettuoso entusia-
smo “Thanks for the present, grandma!”, sempre ripresa dalla madre, che
ritiene sconvenientissimo questo atteggiamento.
Giovanni finora ha capitalizzato tutto, in quanto, a parte qualche viaggio
con gli amici e con la sua prima fidanzata e l'annuale visita agli zii negli
Stati Uniti, non ha mai avuto particolari esigenze. E dunque potrebbe
permettersi di organizzare un lungo viaggio senza problemi economici,
entro certi limiti, naturalmente.
e mail 12

Caro Giorgino, non ti sento da giorni. Tutto bene spero. Non voglio chiamarti
io, in quanto penso di averti già detto, nell'ultima e mail, tutto ciò che avevo in-
tenzione di dirti. Non voglio più tornare su certi argomenti, però sono un po’ in
pensiero per te.
Non sento molto neanche Francesca, perché, quando la chiamo, lei dice sem-
pre che è molto presa con il lavoro e non ha tempo di parlare. Deve venire
questo week end, perché tocca a lei tenere Giorgetto e poi ne avrà anche no-
stalgia, no?
Ad ogni modo, eccoti l’allegato 12.
Baci, la zia Lilli

allegato 12

Lo stesso giorno, anche Piera si sveglia con un certo malessere, un dolore,


un indolenzimento a tutte le ossa: “Non ho più l’età per girare mezza nu-
da”, brontola rivolta a Sacchiotta, che la guarda di sottecchi, sotto il cap-
pellino di panno verde. Apre il computer e si immerge nella stesura della
relazione, che presenterà la prossima settimana a Londra.
Così la giornata passa tra infinite telefonate di lavoro, qualche toast, qual-
che biscottino morbido, qualche tisana calda, qualche mezza aspirina. Ed
è di nuovo sera.
Da quando vive da sola, perciò da quasi quindici anni, è sua abitudine fare
una telefonata alla madre, alla fine della giornata, in qualsiasi posto si tro-
vi. E’ un impegno, un’esigenza, non sa bene neanche lei cosa sia, ma sta
di fatto che non è mai successo, da tanti anni, che lei non senta sua madre
verso sera.
Di solito sono tutte frasi fatte, un rituale senza mai una variante, che si
conclude con la voce lamentosa di sua madre che dice, “Dai, stiamo an-
cora un po’ al telefono, non ti vediamo mai, quando vieni?”, mentre Piera
chiude il telefono seccamente, sempre un po' annoiata.
Ma questa sera è lei che si dilunga, chiede di suo fratello Marco, che vive
nella stessa casa della mamma, al piano di sotto ed ha ben quattro figli, si
informa della salute di una vecchia zia, insomma, fa una vera e propria
chiacchierata, come non capitava da tempo immemorabile. Alla fine, ar-
riva perfino a promettere a sua madre che, al ritorno da Londra, andrà di-
rettamente a trovarli, senza passare da casa: l’aeroporto è esattamente a
metà strada, tra la sua città e quella dove vive sua madre.
Prima di addormentarsi, ripensa a quella promessa, teme di essere stata
precipitosa, e invece, con sua grande sorpresa, si sente contenta.
Effettivamente ha voglia di stare un po’ con la famiglia, mangiare le “cose
di casa”, parlare con Marco e sua moglie, vedere come sono questi nipoti-
ni.
Già, le cose di casa. Tanti ricordi le vengono alla mente, come un’onda
impetuosa e uno sovrasta tutti: il ricordo di suo padre.
A differenza di quello che fa da sempre, posizionare energicamente l’at-
tenzione su qualcosa d’altro, per respingere con forza l'impeto insidioso di
quell'onda, questa sera, forse anche per la stanchezza che quel po’ di feb-
bre le provoca, quel malessere diffuso che la rende priva di forze, non po-
ne barriere difensive, chiude gli occhi e si abbandona all'onda che arriva e
la travolge nel vortice tanto temuto.
Quanto le manca il papà, che porto sicuro era per lei, che facile era vivere
fino a quando c’è stato lui; non occorreva vederlo, parlargli, le bastava sa-
pere che lui c’era, nel caso ne avesse bisogno, pronto a darle la sua prote-
zione, la sua comprensione; e le sue critiche severe e “impietose”, quanto
le sono mancate. “Dai bambini, che ho rimesso a posto la pista che il
nonno mi ha regalato quando avevo la vostra età, tirate fuori i vostri tre-
nini, ... no, Piera, no, non ci sai fare, lo fai sempre deragliare, sei troppo
precipitosa, non stai attenta, però non perderti d’animo, dai che prima o
poi ci riuscirai. Anche la vita è così, come il tuo trenino, devi raddrizzar-
la tu…” . Quei pomeriggi passati a giocare, lei e Marco, col papà e la sua
anacronistica pista… Le gite in montagna, tutti e quattro, quell’impegno a
salire, con fatica, l’arrivo ai rifugi… E quell’entusiasmo per la “Diana
star”, come erano tutti pronti per un futuro pieno di vita, e la malattia del
papà…
Con sua sorpresa, l’onda dei ricordi, respinta con caparbietà da tanto tem-
po, per paura di esserne sommersa, si è frantumata, è diventata un mare
calmo, in cui riesce a nuotare, magari a fatica, ma ce la fa.
E così si tuffa nel profondo del suo animo, limpido, non più oscurato da
quell’ombra gelida in cui lo aveva serrato dopo la morte del padre, mai
accettata, e rivede tante cose, riprova il dolore più acuto, quello che non
ha mai voluto affrontare. “E’ così la vita, ogni tanto deraglia, ma tu la sai
raddrizzare”.
Il dolore profondo e silenzioso la accompagna tutta la notte, come un film
al rallentatore, immagine dopo immagine. Verso mattina, quando un po' di
luce entra ormai dalle tapparelle socchiuse, il film si sta concludendo, su
un'ultima immagine in dissolvenza: un viso caro, due occhi verdi e ironi-
ci, che vuol rivedere al più presto, a costo di soffrire. Giovanni.
e mail 13

Caro Giorgino, non ti ho sentito neanche questa settimana. Sabato e domeni-


ca è stata qui Francesca, così Giorgetto è stato sempre con lei: era così feli-
ce, povero bambino, cosa vuoi, è piccolo e … la mamma è la mamma.
Devo dire che Francesca, quando è di buon umore, è così brava col bambino,
lo sa prendere nel modo giusto, mentre io sono troppo ansiosa e poi gliele do
tutte vinte e lo vizio troppo, per non parlare dello zio Filippo, che si scioglie co-
me neve al sole di fronte a Giorgetto; d’altra parte i nonni sono fatti per que-
sto, a quanto si dice.
Domenica sera Francesca è uscita con Claudio: non mi ha detto niente in pro-
posito e io non oso farle tante domande… Sai com’è. E' qui che gironzola per
casa, senza dire nemmeno una parola, come al solito. Certo che siamo dav-
vero preoccupati, più che altro perché ci sta a cuore il destino di Giorgetto.
Per fortuna ci sei tu, caro Giorgino: Francesca mi ha detto che a Milano vi ve-
dete spesso e dunque cerca tu di capire come stanno le cose. Di te mi fido
ciecamente, perché so quanto vuoi bene a Francesca e ho capito che sei at-
taccatissimo anche a Giorgetto e dunque non puoi che darle consigli positivi
sulla faccenda.
Sai Giorgino che davvero ho più confidenza con te che con i miei figli! Per
quello ti sfotto un po’ ogni tanto e ti scoccio non poco con le mie … predi-
conzole! Tutto affetto che cola!
Ad ogni modo, chiamami se hai qualcosa da dirmi a proposito di Francesca e
Claudio.
Baci, la zia Lilli
e mail 14

Caro Giorgino, ti scrivo questa e mail subito dopo la partenza di voi tre, tu,
Francesca e Giorgetto, per Milano.
Voi tre! Certo che quando ti abbiamo visto arrivare, all'improvviso, due giorni
fa, di tutto ci potevamo aspettare, lo zio Filippo e io, ma non questa rivelazio-
ne.
Dunque tu, non Claudio, sei il padre di Giorgetto e Francesca, a Milano, non
vive in un mini con un'amica, ma con te.
E' come quando, da un momento all'altro, una partita a scacchi, confusa e mal
impostata, arriva con poche mosse allo “scacco al re”, scoprendo, infine, il filo
logico che l'ha guidata dal suo inizio.
Non mi spiegavo, infatti, il tuo attaccamento, la tua apprensione costante per
Giorgetto, che è sempre in cima ai tuoi pensieri. E poi, la tua insofferenza nei
riguardi di Claudio, la paura che Giorgetto si affezionasse troppo a lui e alla
sua nuova compagna.
Alla fine, tutto mi è chiaro e il finale della storia non mi spiace nemmeno; ora si
potrebbe dire: e vissero tutti felici e contenti. Prima di tutti, tu e Francesca, che
finalmente potete vivere il vostro amore in modo normale, assieme al vostro
bambino. Immagino quanto abbiate sofferto entrambi, quante situazioni difficili
abbiate dovuto affrontare, da soli, all'insaputa di tutti noi. Adesso mi spiego an-
che il malumore costante di Francesca, il suo nervosismo, la sua ansia che,
come è nel suo carattere del resto, si traduceva in aggressività, specialmente
nei miei riguardi. Speriamo che adesso si sappia rilassare un po', anche per il
suo bene, oltre che per quello di tutti noi.
Per quanto riguarda Giorgetto, per fortuna è molto piccolo e dunque questa
complicata faccenda non dovrebbe avere conseguenze per la sua evoluzione
affettiva. Ci avete detto che Claudio, e in questo lo abbiamo apprezzato molto
sia io che lo zio, dopo il primo momento di stupore e rabbia, specialmente nei
riguardi di Francesca, è riuscito a trovare un suo equilibrio, promettendo di
staccarsi gradualmente da Giorgetto, in modo che la sua assenza non sia su-
bitanea e dolorosa per il bambino.
La nostra fortuna, e dico nostra, caro Giorgino, in quanto tutti siamo coinvolti in
questo pasticciaccio, è che Claudio ha una nuova donna, che tra l'altro, a
quanto ci avete detto, è anche incinta. E dunque, tutto è bene quel che finisce
bene.
Sfido che non avevi tempo per seguire la “storia” della sceneggiatura che ti sto
inviando, avevi da seguire una storia ben più drammatica, poverino. Sei stato
bravo a gestire tutto con calma e con intelligenza, anche per quanto riguarda i
rapporti con Claudio, che hai affrontato, come mi hai detto, partendo col dargli
ragione in tutto e per tutto: buona tecnica, quando si vuol ottenere qualcosa in
fretta.
E dunque, caro il mio Giorgino, caro ora più di prima, se mai fosse possibile,
ricomincio a mandarti gli allegati della nostra sceneggiatura. Penso che, dal
momento che il nostro Giorgetto è ormai a Milano con te e con Francesca,
anche se non mi sembra ancora reale tutto ciò, riuscirò a dedicarmi alla
scrittura a tempo pieno, cosicché prevedo di finire nei tempi piuttosto stretti,
che, a quanto mi hai ricordato anche quando ci siamo visti, il regista ti ha dato.
Lo scrivere mi è molto utile in questo momento, anche per non riflettere troppo
su quello che è successo in questo periodo e che ci ha frastornati non poco,
sia noi, lo zio e io, che voi, tu e Francesca. Per fortuna nostra, Giorgetto è l'u-
nico che invece è felice e contento, anche perchè sta finalmente con la sua
cara mammucciona, come lui chiama Francesca.
e mail 15

Caro Giorgino, Francesca mi ha detto che sei molto stanco, sempre in giro per
rassegne letterarie e per promuovere il tuo ultimo romanzo, in occasione del
quale l’editore ha ripescato anche il precedente e dunque ti chiamano un po’
ovunque. A proposito, ti manderò la settimana prossima, come mi hai chiesto,
qualcosa che possa servire da introduzione alla nuova edizione, che riunirà in
un unico libro i due romanzi, così poi ne parleremo assieme.
Ed ora, tieniti forte, sarai sorpreso: ho finalmente messo la parola “fine” alla
nostra famosa sceneggiatura, che ti allego. Avevo previsto che mi sarei dedi-
cata completamente allo scrivere in questo periodo e così è stato. Come vedi,
in poco tempo, ho fatto quello che non ero riuscita a fare in mesi: come avevo
sperato, scrivere mi è anche servito per non pensare troppo... . Vedrai che il
lavoro ti piacerà, io ne sono abbastanza soddisfatta. Fammi sapere.
Ti do finalmente il titolo: “Bearotto e Sacchiotta”
Naturalmente, chi rimaneggerà il tutto “ad usum” cinematografico potrebbe de-
cidere di cambiare anche il titolo. Per me il titolo è questo e la storia è questa.
Ad ogni modo, fammi sapere cosa ne pensi anche tu.
Ma non è finita qui, ho un'altra bella sorpresa: arrivata alla fine della sceneg-
giatura, che ho concluso con un“lieto fine” forse un po' banale (ma di questo ne
parleremo a voce), ho sentito il bisogno di far proseguire la storia, per darle u-
na consistenza più simile a un romanzo.
E dunque, nel primo allegato trovi tutta la sceneggiatura e nel secondo troverai
il resto della nostra storia, che ho portato un po' più avanti, con un risvolto più
complesso, dal punto di vista dei sentimenti e del ... senso amaro della vita
(per dirla in soldoni). Per il romanzo, in questa sua estensione ulteriore, avrei
pensato a questo titolo: “Tenerezze in sfere d'acciaio”.
Non vedo l'ora di parlarne con te di persona e sentire le tue impressioni, le tue
riflessioni, in quanto sono argomenti che, trattati così, per e mail frettolose, si
sviliscono.
Così, caro Giorgino, come per gli altri due romanzi che ti ho scritto, la mia
soddisfazione è arrivare serenamente e con gran gioia a liberarmi di queste
storie che mi premono dentro con foga, desiderose di nascere. E dunque, nel
momento in cui vedono la luce, io sono appagata totalmente e te le affido, sa-
pendo che le metto in buone mani.
Speriamo siano altrettanto buone anche le mani del regista! Mah, vedremo.
Non vedo l'ora di avere notizie al riguardo. Tienimi informata.

Baci, la zia Lilli

Ah, come sta Giorgetto? Passata la febbre? Di certo erano i denti. Non
vediamo l’ora che Francesca ce lo porti sabato prossimo. Ci manca molto.
primo allegato

Giovanni trascorre tutto il giorno steso sul letto in camera sua, ogni tanto
pensa al viaggio che sente di dover fare. Decide che partirà in macchina
domattina; non ha voglia di entrare nel meccanismo di un viaggio aereo,
con l’assillo degli orari e con tutto quello che segue.
Il suo più grande desiderio sarebbe starsene a casa, così, sdraiato, senza
far nulla, ma purtroppo, e per la prima volta se ne rende conto, non ha una
casa sua, in cui isolarsi completamente, protetto dal mondo esterno, e così
la mattina seguente,“Basta, me ne vado”, pensa, svegliandosi con nelle o-
recchie il suono delle solite discussioni tra sua madre e suo padre, batti-
becchi che in altri momenti gli son sembrati quasi rassicuranti, una nenia
familiare che l’accompagno fin dall’infanzia, ma ora anche questo gli dà
fastidio, nausea, come se il suo fisico gli segnalasse che è ora di andarse-
ne per ossigenarsi, per sopravvivere.
Comincia a buttare nella sacca quello che porterà con sé.
Aspetta che la madre esca per le solite spese e mette al corrente suo padre
della decisione di partire oggi stesso, in macchina, per un viaggio, la cui
meta gli è ignota. Di comune accordo decidono di dire a sua madre che va
a trovare un amico in Svizzera, a Interlaken, così la notizia darà adito a
meno discussioni in famiglia.
Verso mezzogiorno è già in macchina.
Stranamente, non ha voglia di sentire né radio né musica: guida a mode-
rata andatura, guardando le strisce bianche dell’autostrada, che gli si sno-
dano davanti agli occhi con la loro geometricità ipnotica e ogni tanto os-
serva l’orizzonte, ampio e misterioso.
Arrivato a Como, è già il tardo pomeriggio, decide di uscire dall'autostra-
da. Caso strano, entra facilmente in città, senza le solite code, e trova
parcheggio proprio vicino al lago: non occorre nemmeno scendere dalla
macchina per godersi la vista dei gabbiani, che si lanciano a picco, urlac-
chianti, a prendere al volo i bocconi di pane che un gruppetto di giappo-
nesi, sporgendosi dal parapetto che li separa dal lago, lanciano loro. Sono
tutte donne, molto eleganti, con il viso celato sotto dei cappellini bianchi,
ad ampia tesa; anche loro emettono dei gridolini, quasi soffocati dietro le
piccole mani, guantate, che si portano con gesto leggero davanti alla boc-
ca, come per nascondere al mondo esterno quelle scomposte risatine, im-
pudiche.
Sono anch'io come loro, pensa Giovanni, loro si nascondono dietro mani
guantate, io dietro una maschera di indifferenza, che mi sta facendo soffo-
care.
Come sembra lontano il momento della sua partenza da casa: Giovanni
scende dalla macchina e si avvia sulla lunga passerella di legno che porta
in mezzo al lago, camminando fino in fondo, dove il pontile si allarga in
una piazzola in quel momento deserta, come le rive e la città intera.
Guardandosi attorno, gli sembra che la testa gli giri: tutto quel grigio che
lo circonda da sopra e da sotto, quei voli di gabbiani stridenti: che senso
di stordimento. Si sente felice di essere così solo, su quel pontile, al cen-
tro del mondo. Di quel suo mondo che anche lui non conosce, ma che co-
mincia ad assaporare. Che senso di libertà, che bella arietta frizzante da
quella conca di monti che circondano il lago. Ah, che bella la vita, l’ani-
mo gli si distendo, in una nuova dimensione, come un sospiro a lungo
trattenuto.
Intravede tra gli alberi, su in alto, la fila incessante e senza intervalli, qua-
si una meccanica catena di montaggio, delle macchine e dei camion, che
percorrono l’autostrada diretta in Svizzera; decide che si fermerà qui, a
Como. Riprenderà domani mattina la strada per quella meta che tanto lo
attrae, ma che gli è ignota.
Trova un bell’albergo facilmente, la stagione non è al culmine, pensa, an-
che perché le strade della città, di solito affollatissime e rumose, sono de-
serte e silenziose. La stanza dell'hotel è piacevole, ben arredata e con una
bella vista su una delle piazze centrali; estrae dalla sacca l’indispensabile
per la notte, appoggia il portatile sul letto, invia un “tutto bene ciao a tut-
ti” sul telefonino di sua madre, a cui si ripromette di mandare un messag-
gio rassicurante ogni sera, e, dopo una rapida doccia, scende nella sala
ristorante, che è ricavata nel cortile dell’albergo, vecchia casa di ringhiera
ristrutturata. Anche il menù è raffinato; Giovanni opta per un pesce di la-
go ai ferri e, come contorno, delle patate bollite. Secondo un detto di fa-
miglia, che mette d’accordo tutti e quattro: “il vero cuoco si riconosce
anche da come ti confeziona una patata lessa”. Spesso hanno discusso in
casa se questo loro amore sviscerato per “la patata lessa” sia una influen-
za di parte inglese, la madre, o di parte trentina, il padre, senza arrivare
mai a una conclusione, se non quella salomonica del metà e metà.
Ad ogni modo, per l’ennesima volta Giovanni, anche questa sera, si com-
plimenta col cuoco “anche per le patate”, dopo di che si fa portare il
“dessert imperiale”, che si dimostra più che all'altezza della sua defini-
zione pretenziosa, lasciandolo pienamente soddisfatto
Passando dalla reception dell'hotel, tra le varie locandine appoggiate sul
banco, ha attirato la sua attenzione una, che illustra una serie di serate di
Jazz in una birreria del centro, non molto lontana da qui e così, finita la
cena, si gode anche una bella serata di musica, una rassegna di buon li-
vello. La sala in cui si svolge il concerto è deserta, nessuno siede ai tavoli
che a semicerchio circondano la band, che emerge a stento dalla penom-
bra, a parte lui e un altro giovane uomo, seduto al tavolino accanto, che, a
un certo punto della serata, gli si avvicina, scambiando qualche commento
sulla musica che stanno ascoltando. Finito il concerto, concludono la sera-
ta con una buona scelta di vari tipi di birra, di cui anche il suo nuovo ami-
co si mostra un intenditore.
Per Giovanni non è mai un problema “fare amicizie”; per sua fortuna ha
preso dal padre la propensione ad ascoltare gli altri e a dimostrare, forse,
nel suo caso, più che provare, interesse a ciò che gli altri gli raccontano.
Questa è una caratteristica del suo carattere che gli permette di conoscere
molte persone, anche se lui non si fa conoscere da nessuno. “Sei una tom-
ba, come tuo padre, sapete tutto degli altri, ma di voi non si sa mai nien-
te”, dice sempre sua madre, con ragione.
Del resto è stata questa sua attitudine, quasi un talento, ad osservare con
interesse, quasi ad esaminare, le persone con cui viene in contatto, che gli
ha reso possibile scrivere e romanzare la vita dei passeggeri del suo au-
tobus: la “gente qualunque”, che, raccontata da lui, ha acquistato la bril-
lantezza, la vitalità di personaggi da romanzo.
La prima serata di Giovanni “in viaggio”, si conclude dunque con la co-
noscenza di questo giovane uomo, che, come gli racconta lui stesso, abita
a Lugano e oggi pomeriggio è venuto a Como proprio per questa serata di
Jazz. Purtroppo, come gli spiega, tra un assaggio di birra e l'altro, ha avu-
to problemi con la macchina e dovrà lasciarla per alcuni giorni da un
meccanico qui a Como. Sentendo ciò, Giovanni si offre, senza esitazione,
di accompagnarlo lui stesso a Lugano, la mattina dopo, tanto: “Non ho u-
na meta precisa, anzi, la sto cercando”, sussurra, aggiungendo con un so-
spiro: “Chissà che non sia proprio Lugano”.
Alle otto del mattino successivo, i due giovani uomini sono già alla fron-
tiera di Chiasso e, dopo neanche mezz’ora, raggiungono Lugano.
Per prima cosa vanno a casa di Stefano, così si chiama il ragazzo incon-
trato la sera prima, che, durante il breve tragitto tra Como e Lugano, ha
convinto Giovanni a rimanere un po' di giorni suo ospite. Dopo aver par-
cheggiata la macchina in garage ed esser saliti a portare in casa la sacca di
Giovanni, escono entrambi, dirigendosi verso il vicino centro, dove Stefa-
no lavora. Prima di lasciarsi, si concedono una seconda colazione, la pri-
ma l’hanno già fatta a Como, e poi si salutano, ripromettendosi di ritro-
varsi per cena, la sera: “Cena e dopocena, vedrai che vita...”.
Anche Lugano, che conosce abbastanza bene e che è abituato a vedere
piena di vita e di traffico, gli appare, come gli era apparsa Como, presso-
ché deserta, quasi spenta, serrata in un grigiore irreale. Giovanni decide di
tornare verso la casa di Stefano, si sente stanco, stordito.
L’appartamento di Stefano è davvero piacevole: l’ingresso è circolare, con
le pareti dipinte di rosso amaranto; tutt’intorno si aprono quattro belle
porte, grandi e laccate di bianco.
La prima a sinistra immette in una piccola cucina, arredata con mobili
Ikea, a parte il tavolino, sulla destra, vecchio, di legno scuro e piuttosto
consumato. Le due seggiole sono in paglia di Vienna, un po' malandate
anch’esse, come il tavolo. Una porta finestra bianca si affaccia sul ter-
razzo, che scorre circolare, largo e coperto, fiancheggiando tutto l’ap-
partamento.
Vicino alla porta della cucina, sull’ingresso, da un’apertura ampia che
culmina ad arco rotondo, ben rifinita con un bordo di legno bianco lac-
cato, si entra nel soggiorno. La parete di fronte, rispetto a chi entra, è
semicircolare, con la parte in alto in vetro, una specie di grande bow
window che dà sulla terrazza, mentre la parte in basso è ricoperta da una
scaffalatura di legno scuro, carica per metà di libri, cd, piccoli soprammo-
bili, cianfrusaglie e per l’altra metà vuota.
Sulle pareti a destra e a sinistra della grande vetrata sono appesi dei qua-
dri; la disarmonia della loro disposizione fa intuire che molti sono stati ri-
mossi, anche perché il muro, in certi zone, appare più chiaro, come se, fi-
no a poco tempo prima, fosse stato coperto da qualcosa.
Vicino alla vetrata ci sono due belle poltrone, rivestite con una tappezze-
ria di color giallo oro a righe bianche, che probabilmente avevano di fron-
te un divano, lo segnalano quattro segni molto marcati, impressi sulla mo-
quette chiara, che riveste il pavimento. Al posto del divano, c’è una di
quelle poltrone Ikea di legno, che permettono di stendersi comodamente,
appoggiando i piedi su uno sgabello, fatto dello stesso legno chiaro.
Giovanni la conosce molto bene, in quanto ne ha una eguale in camera
sua e un'altra l'ha comperata per il soggiorno di Piera.
Vicino alla poltrona di sinistra, un grande televisore ultrapiatto copre gran
parte della parete, affiancato da tutto ciò che può esserci sul mercato che
attenga al sentir musica.
L’arredamento della stanza è arricchito, sulla parete di destra, da una bella
vetrina antica, piena di pezzi d’argento, lasciati scurire dal tempo, da ser-
vizi di porcellana ammassati uno sull’altro, assieme a dei calici di cristal-
lo, anch’essi disposti alla rinfusa, mentre nel ripiano più basso sono ap-
poggiate molto ordinatamente delle bottiglie di vino e liquori, con tutta
l’attrezzatura di un buon sommelier. Accanto alla vetrina ci sono quattro
seggiole in paglia di Vienna, eguali a quelle della cucina, e, dalle tracce
sulla moquette, si intuisce che là doveva esserci un tavolo quadrato.
La parete di sinistra è vuota, ma il riquadro di colore più chiaro, che ter-
mina con un triangolo, e, anche qui, delle tracce scolorite sulla moquette,
rivelano che fino a poco tempo prima doveva esserci un mobile appoggia-
to al muro.
Guardando quelle orme pesantemente tracciate sulla moquette, quegli
spazi chiari sulle pareti, testimoni di un passato indelebile che non tornerà
mai più, Giovanni percepisce un grande disagio, un'amarezza che si tra-
sforma in nausea che gli sale dalla bocca dello stomaco, provocandogli un
capogiro. Gli sembra che la stanza gli rotei attorno in modo disarmonico,
come in una giostra senza ritmo.
In passato, avrebbe attribuito queste sensazioni alla stanchezza per il viag-
gio e per la notte quasi insonne, invece in questo momento della sua vita
percepisce tutto ciò come un nuovo linguaggio con cui il suo corpo gli
parla, vomitando in modo spiacevole, ma salutare, tutte le sue percezioni
irrazionali, che colgono attimi di un passato inutilmente soffocato. Si sie-
de per terra e non sa quanto ci rimane, abbandonandosi al nulla.
Quando esce dal soggiorno, rientrando nella grande stanza circolare che
fa da ingresso, intravvede al di là di una porta spalancata sulla sinistra,
che dà nell'ampio studio, la sua sacca da viaggio, appoggiata su una seg-
giola. Giovanni comincia a disporre le sue cose, in ordine, nell’anta del
grande armadio-guardaroba bianco che occupa quasi tutta la parete di si-
nistra dello studio e che Stefano, “ospite perfetto”, come borbotta Gio-
vanni, gli ha riservato. Sulla parete di destra, di fronte al grande armadio
c’è un divano letto, da cui si può estrarre un altro letto più basso, che ap-
poggia su rotelline, anche questo made Ikea, sorride compiaciuto Giovan-
ni, un “fan” di Ikea, passione trasmessagli da sua madre che, per qualsiasi
cosa manchi in casa, esclama sempre :”Prima un giretto all’Ikea, mi rac-
comando, per farsi un’idea di cosa c’è di nuovo sul mercato!”. Sopra al
letto, una serie di mensole, di legno bianco sono piene di libri, disposti di-
sordinatamente, assieme a soprammobili e peluche. Sulla parete di fondo,
sopra allo scrittoio, due grandi finestre, coperte da tende a soffietto, danno
sulla terrazza.
La penultima porta dell’ampio ingresso è quella del bagno, molto ampio,
con una doccia dotata di ogni accessorio pensabile e, sulla destra, una
scaffalatura di plastica trasparente; sul lavandino Stefano ha già disposto
gli asciugamani destinati all’ospite. L’altra porta che dà sull'ingresso è
chiusa; sarà un’altra stanza, pensa Giovanni, tornando in soggiorno, dove
si siede, anzi, si stende, sulla comoda poltrona “Ikea”, appoggia i piedi
sullo sgabello e, guardando fuori dalla finestra, che gli sta di fronte, tira
un sospiro di sollievo.
Quando ha accettato l’invito di fermarsi a Lugano, lo ha fatto per non es-
sere sgarbato con Stefano, che voleva con ciò sdebitarsi della sua disponi-
bilità a dargli un passaggio in macchina, ma era un po’ in ansia nel pensa-
re che tipo di ambiente avrebbe dovuto sopportare, anche solo per una
notte. Non ha mai amato, anche da adolescente, il vivere nel disordine,
nel caos, perciò ha fatto pochi viaggi con gli amici, così, all’avventura, e
quando si è adattato a farli, tanto per non sembrar “asociale”, come si
sentiva definire spesso, non si è divertito molto nel dover per forza segui-
re i canoni del … disordine interiore ed esteriore; “trasgressioni banali e
scomode”, ha sempre pensato. Preferisce perciò viaggiare da solo o con
chi hai suoi stessi gusti.
Vista la impressione positiva, decide che sospenderà per un po' il suo
viaggio, rimanendo qui a Lugano un po' di giorni, come il nuovo amico
gli ha chiesto con molta insistenza.
Giovanni ha capito che Stefano sta attraversando un momento di crisi:
“Tu sì che sai ascoltar la gente!”, gli aveva detto la sera prima, in birre-
ria, dopo essersi sfogato a parlargli di sé, della delusione in relazione ai
rapporti con le donne, della sua incapacità di viver da solo, del senso di
noia con cui sta affrontando il lavoro, che in passato ha svolto sempre con
grande entusiasmo.
Insomma, quel tipo di sfogo che spesso si ha più volentieri con un perfet-
to sconosciuto, piuttosto che con un vecchio amico, sempre pronto “a
dar giudizi e sputar sentenze, invece tu non parli, ascolti e basta! Che
miracolo”, gli aveva detto Stefano, osservandolo con curiosità.
Spesso Giovanni si è sentito dire: “Tu non parli”, specialmente, e con a-
crimonia, da ex fidanzate, da sua sorella, da sua madre, donne che intra-
vedono dietro al suo silenzio un’indifferenza gelante. Invece altri, pochi,
apprezzano questa sua partecipazione silenziosa e proprio per questa ca-
ratteristica lo considerano un amico “prezioso”. Uno di questi è Riccardo,
che ha fatto di Giovanni l’unico confidente tra il folto gruppo di amici dei
“venerdì sera” e anche Paola, se ha da sfogare qualche malumore, qualche
preoccupazione, ne parla solo con lui, non con “quelle serpi”, come an-
che lei definisce gli amici!
Piera stessa ha molto apprezzato questa sua caratteristica la sera in cui lo
ha conosciuto: “Questo tipo sa ascoltare”, aveva concluso, nella sua
scarna analisi.
E dunque Giovanni, adagiato sulla comoda poltrona, socchiude gli occhi,
nel tepore della luce che filtra dalle grandi vetrate, e: “Ah! che bene!”, ha
il tempo di sussurrare, sorridendo, prima di addormentarsi.
Quando si sveglia, fuori è buio. La stanza è in una piacevole penombra e
dalla vetrata si intravvede giù, in lontananza, il lago, punteggiato di luci,
sia sulla riva, che sui numerosi battelli che lo solcano lentamente.
Giovanni comincia a pregustare una bella cenetta, magari proprio in qual-
che locale sul lago; in quelle poche ore trascorse assieme, ha capito che
anche Stefano, come lui, ama molto la buona cucina, e dunque è certo che
le sue aspettative non saranno deluse.
Mentre si avvia verso il bagno, ha intenzione di farsi una bella doccia per
scrollarsi di dosso quell’intorpidimento, che la lunga dormita sulla poltro-
na gli ha lasciato, osserva che dalla porta della stanza chiusa filtra la luce.
“Sarà già tornato Stefano”, pensa, “e non ha voluto svegliarmi”.
Finita la doccia, comincia a vestirsi per la serata. Nella famosa sacca, an-
che se la partenza è stata improvvisa, non ha dimenticato di mettere i cal-
zoni grigio scuro, di buona marca, che, con la camicia grigia, della stessa
marca, “van bene dappertutto”, come aveva detto sua madre, quando
glieli aveva regalati a Natale.
Giovanni non ha un modo di vestire particolarmente ricercato, però sua
madre ha abituato tutti in famiglia ad avere “poche cose, ma buone” e
così anche lui ha i suoi “capi base”, le sue “lovemarks”, da cui non si di-
scosta da anni. Un altro discorso vale per l’abbigliamento sportivo, che,
naturalmente, ha bisogno di aggiornamenti tecnici, specialmente per lo
sci, sport che piace a tutti in famiglia, facilitati in ciò dal fatto che suo
padre ha ancora un vecchio appartamento nel Trentino, sulle Dolomiti,
dove sono nati i suoi genitori, e così non manca mai l’opportunità, ogni
anno, di fare qualche bella discesa sugli sci d'inverno e qualche passeg-
giata o arrampicata sui monti d'estate.
E dunque Giovanni, pronto per affrontare l'attesa serata, indossa pantaloni
e camicia grigia, con una cravatta a sottili righe giallo oro su fondo rosso
scurissimo, si risiede sulla poltrona in soggiorno, aspettando che Stefano
esca dalla camera. Non accende nemmeno la luce, godendosi con piacere
il bel panorama: “Beh, ma quanto bella è Lugano vista da qua!”, esclama
senza girarsi, quando sente aprirsi la porta della stanza.
“Tutto è bello visto da lontano, di notte”, gli risponde una voce di donna,
roca, con una bella punta di ironia tutt’altro che celata. Giovanni si gira di
scatto, guardando verso l’ingresso e vede una ragazza piccolina, magra,
con dei capelli nerissimi e lunghi, che quasi le nascondono il viso, la-
sciando intravedere degli occhiali con una vistosa montatura bianca.
“Ciao, sono Fiorenza, la sorella di Stefano”, quasi sussurra avviandosi
verso la cucina, “quando sono arrivata stavi dormendo e così mi sono
chiusa in camera, per non disturbarti. Per fortuna Stefano mi ha detto
che aveva portato un amico, se no mi sarei anche spaventata, quando ti
ho intravvisto nella penombra! Tra poco arriverà Stefano, scusa, non
posso farti compagnia, torno di là, devo lavorare”.
Giovanni non ha nemmeno il tempo di alzarsi dalla poltrona e Fiorenza è
già rientrata in stanza, lasciando la porta spalancata, e continua da là il
suo monologo: “E’ da tanto che qui non entra nessun estraneo, chissà
che speciali doti hai per esser riuscito ad abbattere la barriera di isola-
mento entro la quale mio fratello ha deciso di vivere in questo periodo.
Voi uomini siete così misteriosi per me, per fortuna che io faccio parte di
quelle donne che di voi non hanno bisogno, anche se il massimo sarebbe
non aver bisogno di nessuno, uomo o donna che sia”.
Come il suo solito, Giovanni ascolta senza profferire parola, aspettando,
con tranquilla attesa, il seguito del discorso di questa Fiorenza.
“E’ da quando ho cominciato a ragionare che faccio esercizio di autosuf-
ficienza, come lo chiamo io, ma purtroppo col c… o senza c… ci cadi
sempre nella trappola dei coinvolgimenti affettivi, che ti complicano la
vita e ti spaccano i c… e il coraçon. Del resto: “ognuno sta solo sul cuor
della terra”, eccetera eccetera, però quel: “trafitto da un raggio di so-
le”, te la dice lunga, trafitto eh, mica accarezzato”.
A un certo punto la voce tace e Giovanni sente che Fiorenza si avvicina in
punta di piedi, per non far rumore: “Ah, ma non stai dormendo, c…! Stai
ascoltando in silenzio: ecco qual è la tua “speciale dote”, sai ascoltare
senza rompere i c… . Eh sì che sei prezioso, c…! Ecco perchè Stefano ti
ha accalappiato, c…!”.
Fiorenza si siede su una della due poltrone, solleva gli occhiali sulla testa,
allontanando con ciò i capelli dal viso e guarda spavaldamente Giovanni,
che sorride a bocca chiusa, allargando le braccia e reclinando la testa al-
l’indietro.
Anche Fiorenza sorride, ironica e divertita lei stessa, felice davvero di a-
ver scoperto una persona piacevole. “Ti faccio uno dei miei famosi tè, ca-
lumet della pace; scusa la mia aggressività, ma sono in un periodo di to-
tale e noiosa crisi e così traggo energia e mi ricarico aggredendo tutti
quelli che mi capitano a tiro. A parte che credevo davvero che dormissi”.
Un gran sferragliare delle chiavi nella serratura che si inceppa, accompa-
gnato da imprecazioni rivolte a tutto il genere umano, anticipa l’arrivo di
Stefano, che, quando vede Fiorenza e Giovanni seduti a bere dalle grandi
tazze: “Oh Dio, ti sta già avvelenando con le sue tisane, che miracolo, le
devi esser piaciuto, è un trattamento riservato agli eletti, li altri li am-
mazza con le parole!”, esclama, buttandosi letteralmente sulla terza pol-
trona, per alzarsi subito di scatto ad accendere tutte le luci del soggiorno.
“Luce luce luce”, cantarella, e va ad aprire il mobile-credenza, da cui e-
strae tutto il necessario per preparare un aperitivo, che versa, quando è
pronto, in un vecchio e bel bicchiere. “Non sarai mica anche tu un inte-
gralista maniaco del mangiar sano, eh? Dopo quella slavata miscela o-
rientale, vuoi anche tu qualcosa di un po’ più da umani o almeno da cri-
stiani?”, esclama rivolto a Giovanni, mentre Fiorenza, alzatasi di scatto
dalla poltrona, si richiude in camera, sbattendo leggermente la porta.
Prima di uscire per la loro bella cena che, come Giovanni ha previsto,
Stefano ha prenotato in un ristorante sul lago, trascinano dallo studio il
letto estraibile e lo dispongono in soggiorno, dove Stefano dormirà, la-
sciando la stanza grande alla sorella: “che se n’è appropriata da quando
vivo da solo”, conclude Stefano con evidente acredine, “del resto, non è
questa l'unica cosa mia di cui si è appropriata, sembra le faccia piacere
prendere quello che è mio, forse perchè non può prendere me”.
Quest'ultima parte della frase è sussurrata da Stefano, come un pensiero
sfuggito senza controllo.
Molti giorni trascorrono e tra i due fratelli, che non si vedono mai, e Gio-
vanni, si crea un legame distinto, scandito dalle ore del giorno: la mattina
Giovanni esce con Stefano per una lauta colazione al bar, apprezzatissima
da entrambi, poi uno si dirige in ufficio e l’altro si impone una marcia a
passo veloce, sul lungo lago, per venticinque minuti esatti, brontolando
tra sé e sé, come uno che va al patibolo : “per smaltire colazione e cena,
sia quella di ieri, che quella che mi aspetta questa sera” .
Quando torna a casa, Giovanni si fa una rapida doccia e si siede sulla or-
mai familiare poltrona Ikea, con davanti agli occhi, al di là della vetrata,
la splendida veduta su tutta Lugano. Appoggia il computer sullo sgabello
di fronte, con l'intenzione di dedicarsi agli aggiornamenti delle “Storie di
gente qualunque” da inviare al sito di Dublino.
Giovanni resta a lungo immobile, solo i suoi occhi danno segno di vita, lo
sguardo si spinge al di là dei vetri giù in basso, fino alle acque grigie di
quel lago lontano, dove affonda quella amarezza che è ormai una costante
presenza nel suo modo di essere. Il tempo passa infinito.
Anche Fiorenza è sempre in casa: lei lavora nella sua stanza, acciambel-
lata sul letto, davanti ad un computer dal mega schermo, in un disordine
indescrivibile, parlando per ore o al cellulare o con skype, il più delle
volte in inglese.
Verso le due del pomeriggio, prima nessuno dei due apre bocca nemmeno
per un “ciao”, Fiorenza va in cucina, raggiunta da Giovanni, e comincia a
prepararsi quello che è il suo unico pasto, un miscuglio di cucina giappo-
nese, araba, italiana, indiana, naturalmente cibo vegetariano e bevande a-
nalcoliche: acqua e tisane.
Giovanni dispone due tovagliette sul tavolo di legno scuro e si siede,
mangiucchiando qualcosa “Tanto per farti compagnia”, precisa, masti-
cando e ingoiando a fatica questi strani miscugli indecifrabili.
Spesso stanno a tavola per ore, parlando ora l’uno ora l’altra, in una can-
tilena ipnotica.
Da quella prima sera, quando lo aveva assalito con una veemenza così
sgradevole, Fiorenza non ha avuto più nessuna aggressività nei suoi con-
fronti, anzi, spesso gli appoggia la testa sulla spalla, gli accarezza dolce-
mente i capelli, se lo vede rattristato e malinconico. Anche lui, quando no-
ta che la voce le trema per l’emozione per qualcosa che sta ricordando
con amarezza, la prende sulle ginocchia e la abbraccia, quasi cullandola,
con una tenerezza che gli era sconosciuta.
Nessuno dai due racconta dei fatto concreti, si limitano a ricordare emo-
zioni che mai hanno voluto far emergere, amarezze, gioie, malinconie, do-
lori acuti, tutto viene ripescato da quella fitta nebbia in cui entrambi han-
no riposto, affogato, soffocato, le emozioni, nell’illusione di costruire una
vita a loro misura, in cui la razionalità e il pensiero domina e organizza
qualsiasi evento, costringendolo in binari ben precisi.
Entrambi hanno intuito, senza dirselo esplicitamente, che la scossa alla lo-
ro sicurezza, la mazzata violenta che l’ha fatta crollare come un castello
di carte, è stato causata da una persona, che per Fiorenza con una brusca
assenza e per Giovanni con una brusca presenza, ha sconvolto la loro vita,
però nessuno dei due ha bisogno o voglia di sapere i dettagli di questo e-
vento.
Dopo le lunghe, liberatorie chiacchierate, si rimettono al lavoro, Fiorenza
nella sua stanza, Giovanni in soggiorno, davanti al finestrone proteso sul
lago, rivedendosi solo il giorno dopo, all'ora di pranzo.
Verso sera, torna a casa Stefano, di solito con “grandi idee per la serata”,
come dice all'amico, preparando per entrambi uno dei suoi ricchi e elabo-
rati aperitivi.
All'arrivo del fratello, Fiorenza non esce nemmeno dalla sua stanza: è co-
me se non esistesse più, vien da pensare a Giovanni: silenzio assoluto.
Finito di centellinare gli aperitivi, Stefano, fatta una lunga doccia, si cam-
bia d'abito e: “Preparati che ho un bel programmino”, esclama allegra-
mente, rivolto all’amico: “i piaceri della notte ci attendono!”.
Quando si erano conosciuti, in quella birreria di Como, Stefano era appar-
so a Giovanni come un uomo depresso, senza energia, lamentoso e pieno
di livore contro la donna che lo aveva lasciato, cui imputava questa sua
crisi esistenziale, da cui gli sembrava impossibile uscire, ma, ora, dopo
poche settimane, tutta l'amarezza è scomparsa, e il suo carattere un po' su-
perficiale ha preso il sopravvento.
Quando arriva la sera e esce con Stefano verso nuove avventure, Giovanni
si fa volentieri coinvolgere in questo turbine di divertimenti, cene, musi-
ca, spettacoli, amici sempre diversi, incontrati una volta e basta, tipo di vi-
ta che, dal tramonto fino all'alba, sembra avvolgere in un manto rosso in-
fuocato certe ville sul lago, certi locali riservati e nascosti nel buio dei
dintorni. Ad un certo momento della notte, le distanze percorse in macchi-
na alla ricerca di nuovi piaceri non hanno più una dimensione fisica, po-
chi chilometri sembrano uno spazio infinito e lunghe distanze scompaiono
in un secondo.
Non sempre i due amici tornano a casa assieme; a un certo momento della
notte, con una intuizione tipica di chi condivide piaceri portati agli ecces-
si, ognuno di loro si avvia per una strada solo sua, come in una danza os-
sessiva e solitaria, inghiottito in un turbine lontano.
Però la mattina, quando Giovanni esce dalla sua stanza, trova sempre
Stefano che dorme nel letto trascinato dallo studio nel soggiorno ogni
sera, prima di uscire; allora Giovanni va in cucina, prepara due tazze di
caffè, le pone su un vassoietto d'argento, sveglia l'amico, scrollandolo
leggermente per la spalla e gli porge una delle due tazzine, senza parlar-
gli. Entrambi bevono in silenzio, Giovanni in piedi, accanto al finestrone,
guardando quel lago che gli piace tanto e Stefano seduto sul basso letto,
con gli occhi appena socchiusi.
Entrambi non parlano mai della nottata appena trascorsa, si limitano a ri-
cordare la cena, che fanno sempre loro due, da soli, in ristoranti a cui si
divertono a dare i voti e a classificare secondo scale di gradimento da loro
parametrate con grande e minuziosa ricerca.
Quello che succede dopo queste loro raffinate e ben assaporate cene sem-
bra scomparire nel nulla, a meno che non si tratti di qualche bel concerto,
di cui discutono quasi fino al litigio anche il mattino dopo, avendo gusti
completamente diversi, non come sul cibo, argomento che li ha uniti fin
dalla prima sera.
Finito di sorseggiare la tazzina di caffè amaro, trascinano nuovamente il
letto nello studio, divenuto la camera da letto di Giovanni, sempre attenti
a “non far rumore, se no si sveglia la belva”, come sussurra Stefano rife-
rendosi alla sorella, che di mattina rimane sempre chiusa nella sua stanza,
come se non esistesse per nulla.
Per Giovanni, il tempo trascorre con un ritmico susseguirsi di giornate e
nottate, un film scandito dai due volti di Fiorenza e di Stefano, illuminati,
l'una dalla luce chiara che entra dal bel finestrone del soggiorno, l'altro
dalla fioca luce di qualche notturna lampada rossastra.
“Domani vado a Interlaken per un po' di giorni, vieni anche tu”,
“Guarda che te lo ordina, non te lo chiede”: Fiorenza e Stefano questa
mattina sono entrambi già in piedi, anzi, seduti in controluce sulle due
poltrone gialle che stanno di fronte al finestrone del soggiorno e si rivol-
gono a Giovanni, quando lui esce dalla sua stanza, prima una e dopo l'al-
tro, senza nemmeno guardarlo in faccia,
“Bene, preparo la sacca”, la voce di Giovanni risuona limpida e secca,
così diversa da quella sua voce “piaciona”, come la definiscono gli a-
mici, sorniona e smussata da qualsiasi punta di durezza: “Sei perfino in-
disponente, con questa voce piaciona, così ci impedisci di essere aggres-
sivi, sei il solito menefreghista, non credere di fregarci con quella tua
aria distaccata, è che tu te ne freghi di tutti e di tutto, sei in un tuo limbo,
beato te ...”.
Ma ora è un altro Giovanni quello che sale in macchina con Fiorenza, la-
sciando Stefano, senza dirgli nemmeno un “ciao”, ancora seduto sulla
poltrona gialla, in controluce, ombra ormai appartenente al passato, un
passato fatto di piaceri fine a se stessi, ombre passeggere, effimere, che
non incidono, non feriscono, ma transitano senza provocare dolore.
Fiorenza è un architetto e lavora in una compagnia internazionale di “de-
sign”, che si occupa di arredamenti per bagni. A Interlaken deve incon-
trare una sua cliente e amica, Giamilah, residente in Dubai, ma affeziona-
ta a Interlaken, dove trascorre molti periodi, come racconta a Giovanni
durante le due ore di macchina che servono per raggiungere da Lugano la
bella località ai piedi delle Alpi Bernesi.
Arrivati alla periferia della cittadina, Fiorenza, che Giovanni ha preferito
lasciar guidare pur viaggiando con la sua macchina, abbandona la via
principale, quella che porta in centro, e, dimostrando di conoscere molto
bene il percorso, si inoltra per alcuni chilometri nel fitto bosco, su un
viottolo a tratti sterrato, finchè ferma la macchina davanti ad un alto can-
cello, che si apre silenziosamente quando Fiorenza appoggia il polpastrel-
lo del suo dito indice su un piccolo schermo, incassato sul pilastro di de-
stra.
Percorso un breve vialetto, circondato da abeti alti e massicci, che non la-
sciano filtrare se non un po' di chiarore, arrivano ad un piccolo spiazzo di
prato verde, su cui si erge un palazzetto a due piani, di pietra grigia; la
facciata, merlata, è arricchita da molti stemmi colorati, di varia grandezza.
Il massiccio portone centrale, di legno scurissimo, quasi nero, adornato da
intarsi di madreperla che disegnano una grossa cornice, si apre silenziosa-
mente e compare un portiere alto e biondo, con dei grossi baffi che gli si
arricciano sulle guance, vestito con una elegante livrea nera, che viene
loro incontro, seguito da due camerieri indiani, vestiti di bianco, secondo
la foggia orientale.
Il portiere saluta Fiorenza con un: “Bentornata signora” in un perfetto
inglese e rivolge un breve cenno a Giovanni, dopo di che si incarica di far
scomparire la macchina in un hangar basso, ben celato nel fitto del bosco,
dietro il palazzetto, mentre i due camerieri, sollevati i bagagli di Fiorenza
e Giovanni, fanno loro strada, all'interno dell'abitazione.
Attraversato un ampio ingresso circolare, salgono al piano superiore per
una larga scalinata a chiocciola , arrivando ad un ampio corridoio anch'es-
so circolare, su cui si aprono una ventina di porte lucide, ognuna di un co-
lore diverso.
Arrivati davanti ad una porta color rosso scuro, un cameriere si ferma e
Fiorenza dice:“Io sono arrivata”, mentre l'altro cameriere apre la porta
accanto, di un colore verde prato, invitando Giovanni ad entrare, con un
inchino, a mani giunte. “Vengo io a prenderti tra un'ora, non muoverti”,
gli sussurra Fiorenza, prima di chiudersi la porta alle spalle.
Giovanni entra nella sua stanza seguito dal cameriere, che gli si pone da-
vanti immobile, in attesa di ordini. Passati alcuni istanti però, visto il suo
silenzio, l'indiano scompare, dopo avergli indicato uno schermo posto
sulla destra della porta con impresso una decina di icone, ognuna rappre-
senta un servizio, mostrandogli quella da premere, se lo vuol chiamare.
Rimasto finalmente solo, Giovanni si guarda intorno: i muri della stanza
sono di pietra, la stessa pietra che si vede anche all'esterno del palazzetto,
di colore grigio scuro, mentre tutte le tappezzerie che coprono il letto, il
divano e la maggior parte delle pareti, sono verde prato, come la porta di
ingresso alla stanza.
Quando scosta le pesanti tende sulla parete di fronte alla porta, legger-
mente a semicerchio come il corridoio, Giovanni nota con un certo di-
sagio che dietro le tende non ci sono finestre, ma il muro di pietra,
compatto e lucido, forse trattato con una vernice speciale.
I mobili che affollano letteralmente tutto lo spazio, sono verdi, laccati, il
che dà alla stanza un effetto ipnotico, anche per la luce forte, che si espan-
de, irrompendo violentemente da dei tubi contorti di plastica lucida, an-
ch'essa verde, che escono come serpenti dalle pareti di destra e di sinistra.
Giovanni si sente oppresso dall'atmosfera, si butta sul letto, senza nemme-
no disfare la sua sacca, che il cameriere ha posto su una panca ai piedi del
letto, estrae il cellulare dalla tasca e manda il solito messaggio alla ma-
dre:”Tutto bene, ciao”, provando sollievo quando compare sul display la
scritta “messaggio inviato”, come se il legame con l'esterno gli aprisse un
varco in questo spazio ermetico in cui si trova rinchiuso.
Pensando a sua madre, gli viene in mente quanto spesso gli chiede di a-
prirsi, di fargli capire quello che ha dentro, “Sei come una sfera d'acciaio,
impenetrabile”: quante volte nella vita si è sentito dire questa frase, e non
solo da sua madre. Solo da Piera non l'ha mai sentita.
Gli sembra passato un attimo, ma invece il tempo deve essere volato, in
quanto Fiorenza sta già bussando alla sua porta.
Quando Giovanni va ad aprire, fa fatica a riconoscere l'amica: l'ha sem-
pre vista infagottata in una tuta grigia e informe, mentre ora sembra bril-
lare, avvolta in un completo di seta di foggia orientaleggiante, di color
rosso scuro, cangiante verso il blu notte. I capelli sono raccolti in una
grossa treccia, portata sulla spalla destra. Dei lunghi orecchini di cristallo
rosso scuro le incorniciano il viso, come una cascata brillante, arrivando a
sfiorarle le spalle.
Insieme scendono lo scalone che porta al grande ingresso, dove, su un
ampio divano a semicerchio è seduta una ragazza dalla carnagione molto
olivastra, con dei capelli nerissimi, raccolti in una lunga treccia appog-
giata su una spalla. Giovanni, avvicinandosi, osserva che la ragazza non
solo è pettinata come Fiorenza, ma anche il vestito è eguale, solo il colore
è diverso, blu notte, cangiante sul rosso scuro e anche gli orecchini sono
gli stessi, pendenti e brillanti, ma blu.
“Giamilah, tesoro, ti presento Giovanni”, così dicendo Fiorenza si siede
accanto a lei, anzi, si appoggia a lei, accarezzandole la guancia col dorso
della mano. Giamilah bacia la mano di Fiorenza, con un sorriso commos-
so e, dopo aver rivolto a Giovanni un: “Benvenuto, siediti là davanti, vi
aspettavo con ansia”, gira il volto arrossato dall'emozione verso l'amica,
cominciando a parlare a raffica, raccontando innumerevoli episodi, met-
tendola al corrente, con grande entusiasmo, di tante cose che le riguarda-
no, rivelando così una loro lunga familiarità. Il racconto non si interrom-
pe per lungo tempo: “E' chiaro che Giamilah vuole colmare il vuoto del
loro distacco, durato, a quanto sembra, molto, troppo”, pensa Giovanni.
Anche durante la cena, servita nel salone accanto al vasto ingresso, i rac-
conti di Giamilah continuano, e Giovanni è piacevolmente coinvolto nel
turbine degli avvenimenti che questa estroversa ragazza fa rivivere con la
sua mimica, le sue risate, la sua esuberante vitalità.
Di solito Giovanni, quando si trova in un nuovo ambiente, presta molta
attenzione all'arredamento, scrutandone con curiosità anche i minimi par-
ticolari, invece ora il suo interesse è completamente catturato solo da ciò
che dice Giamilah, al modo in cui lo dice. La ragazza parla un inglese per-
fetto da un punto di vista grammaticale, ma molto marcato nei toni guttu-
rali, molto raschiato nella pronuncia delle acca. La sua voce ha qualcosa
che lo incanta, una sonorità, una modulazione di toni armoniosi spezzati
ogni tanto da una imperfezione, una nota stonata: “Sembra un pezzo di
jazz, improvvisato, proprio come dovrebbe essere”, nota Giovanni, soc-
chiudendo gli occhi, come fa sempre quando la musica lo prende.
L'ambiente intorno assomiglia a una show room di beni di lusso: una ac-
cozzaglia di mobili e oggetti pacchiani, grondanti materiali preziosi, dalle
linee complesse e contorte, shoddy goods, le definirebbe sua madre, pensa
per un attimo Giovanni, ma senza particolare interesse.
Il senso di oppressione e mancanza d'aria provocato dal roboante arreda-
mento è accresciuto dalla totale mancanza di finestre in tutto l'edificio; so-
lo su una parete della sala da pranzo, dell'ingresso e del salotto, in cui si
ritirano i tre amici dopo cena, ci sono delle strette feritoie, molto alte, da
cui la luce esterna filtra attraverso dei vetri variamente colorati, altrimenti
la grigia pietra, di cui è fatta la casa, accerchia, come in una morsa com-
patta e impenetrabile, chi ci vive dentro.
Di tutto ciò Giovanni non ha sentore: il brioso chiacchiericcio di Giami-
lah, dà vitalità e leggerezza a tutta la serata, che trascorre piacevolmente,
serenamente.
Ogni tanto le due ragazze si stringono affettuosamente la mano, guardan-
dosi negli occhi, commosse. Giovanni ascolta con interesse, partecipando
con l'espressione del volto, con la postura del corpo, proteso in avanti, co-
me per sentir meglio, quasi a voler assorbire quel calore, quella cascata di
sentimenti, in cui anche lui vuole immergersi, giù giù fino nel fondo dei
loro cuori turbinosi.
Tra i tre amici, si crea un senso di familiarità, di completa confidenza, e
così i discorsi si intrecciano armoniosi e si sollevano come leggere spirali
di fumo, che, scoperto un varco tra quelle mura blindate, conquistano l'a-
ria aperta, spiccando il volo nel cielo notturno, brillante di stelle, su cui si
staglia maestoso e scuro il massiccio montuoso dominato dalla“Jungfrau”,
la “Vergine delle rocce”, che circonda a catino il paesaggio immerso nel
chiarore notturno, vibrante di sospiri intrecciati.
A un certo punto, Fiorenza, che di continuo, parlando, ha rivolto il suo
viso anche verso Giovanni, gli prende dolcemente la mano e la accosta a
quella di Giamilah, racchiudendole poi entrambe nel caldo nido dei suoi
palmi, con un gesto lento e carezzevole.
Alla fine della serata, lunga e senza tempo, Giovanni si ritira nella sua
stanza, lasciando le due ragazze sole. Hanno deciso che la mattina dopo,
all'alba, si recheranno sulle alte piste della Jungfrau, per una lunga gior-
nata dedicata allo sci.
Giovanni conosce bene queste zone, in quanto ogni anno, agli inizi di
giugno, viene qui con suo padre, fermandosi con il loro camper, per una
settimana, in un campeggio sul Thunersee, uno dei due laghi tra i quali è
adagiata la località di Interlaken, proprio perciò chiamata così: “Tra i
laghi”.
E' qui che ha imparato a sciare ed è qui che ha imparato ad andare in
montagna, con vari gradi di difficoltà, di anno anno sempre più elevati e
qui ha anche trovato un grande amico, una anziana guida alpina, che spes-
so è venuta a trovarli in Italia, nella loro casa sulle Dolomiti.
La settimana che padre e figlio trascorrono assieme ogni anno è comple-
tamente dedicata allo sport: un giorno sci e un giorno alpinismo e, ma
solo Giovanni, qualche discesa in deltaplano, specialmente negli ultimi
anni. Ogni mattina si alzano presto, verso le sei, per essere pronti a pren-
dere il trenino che dal 1916 si arrampica sui fianchi del massiccio mon-
tuoso, arrivando, in poco più di due ore, fino alla cima della Jungfrau, il
Jungfraujoch, se devono sciare, oppure si fermano a Wengen o a Lauter-
brunnen o in qualche località nelle vicinanze, base di partenza per pas-
seggiate in montagna più o meno impegnative.
Il grande affiatamento che lega Giovanni a suo padre deve molto a questi
annuali, brevi ma intensi soggiorni nelle Alpi Bernesi, che li vedono uniti
in una meta comune, l'impegno delle scalate o l'entusiasmo delle grandi
sciate, che si snodano nei caroselli infiniti, dispiegandosi sulle pendici
della grande conca montuosa, innevata tutto l'anno.
Che diverso il risveglio di Giovanni in questa stanza, serrata in pareti di
roccia che impediscono qualsiasi varco alla luce naturale, da quei risvegli
di primo mattino nel camper, quando, fin dal primo chiarore dell'alba, la
luce del sole si irradia esplosiva dal finestrone della zona soggiorno, at-
traverso il quale padre e figlio, sorseggiando il primo caffè, osservano,
sempre con rinnovato piacere, il massiccio montuoso, dominato dalla ci-
ma della Jungfrau, così bianca di neve, e, più giù, il ghiacciaio perenne,
che arriva a sfiorare quelle rocce a loro familiari, per averle scalate così
tante volte, rocce che spuntano dal verde scuro dei boschi, che, ancora più
giù, vicino alle rive del lago, si dissolve nel verde tenero dei prati.
Che differenza con questo risveglio nella luce verdognola che esce, ripu-
gnate, da quei tubi contorti di plastica lucida.
Eppure Giovanni è felice, il suo cuore è caldo e rassicurato dai discorsi
fatti con Giamilah e Fiorenza, con cui ha detto pensieri mai detti neanche
a se stesso, pezzi di anima mai nati, portati alla luce in questo oscuro pa-
lazzetto blindato.
Fuori, sul prato, davanti alla casa, li aspetta una macchina con autista, che
li porterà alla stazione di partenza del treno e li attenderà tutto il giorno,
per riportarli alla villa fortezza.
Arrivano in cima alle piste quando il giorno non è ancora nato alla luce, si
prendono per mano, per trasmettersi un po' di calore, in quella sospensio-
ne di gelidi cristalli e poi si lanciano giù, senza freni. Le due amiche
scompaiono in sequenza rallentata, come due punti di luce calda inghiot-
titi dall'aura biancastra che circonda le piste e Giovanni inizia la discesa,
completamente solo nel silenzio glaciale.
Non si ricordava che la pista fosse così lunga, interminabile. Gli sci se-
guono un tracciato ben definito, senza bisogno di guida, e immagini di
persone, fatti, luoghi emergono dal bianco della neve che scorre sotto di
lui, veloce: sono flash della sua vita che si susseguono in ordine cronolo-
gico, provocandogli o un sorriso o delle lacrime o una risata o un senso di
disgusto o una grande tenerezza. Sentimenti.
Arrivato alla fine della discesa, si fa portare dall'autista alla villa, e, qui
giunto, lascia un messaggio con uno scarno: “Ciao, grazie per sempre”,
indirizzato a Fiorenza, riprende la sua macchina e guida fino a casa, senza
nessuna fermata.
Quando apre la porta di casa è ormai sera. Lo accoglie un silenzio inusua-
le, nemmeno il gatto Ospite si fa avanti con il suo miagolio timido, ma
assillante. Giovanni entra nella sua stanza, si stende sul letto e chiude gli
occhi, addormentandosi.
Un leggero cigolio sveglia Giovanni di soprassalto, il mattino dopo: è O-
spite, che è entrato spingendo la porta con noncuranza, ma con ostina-
zione, come è sua abitudine, e si aggira, con il solito atteggiamento riser-
vato e un po' timoroso, a testa bassa, miagolando sommessamente. Al suo
seguito entra anche sua madre, con la scusa di riprendere il gatto, per “la-
sciare tranquillo Giovanni”, come sussurra a bassa voce, guardando verso
di lui, chiaramente desiderosa di sapere se è sveglio, ma timorosa, come il
gatto, di disturbare. “Sono sveglio, tranquilli. Che ore sono mamma?
Giovanni è contento di vedere sua madre, si sente bene, bene totalmente.
Alzandosi, vede, sul tavolino ai piedi del letto, la busta che suo padre gli
ha dato la sera prima del suo viaggio: è la direzione del sito di Dublino,
che lo invita a un congresso che riunirà i più assidui scrittori che inviano
con regolarità i loro pezzi al sito: “Storie di gente qualunque”. Il con-
gresso si terrà la settimana prossima, dunque dopodomani, durerà quattro
giorni ed è: “tutto free”, esclama Giovanni rivolto a sua madre, che di là
in cucina gli sta preparando il solito “caffettino senza il quale voi italiani
non collegate il cervello appena svegli”, come definisce sua madre il rito
del caffè mattutino, con quella punta di ironico sussiego british, che non
l'ha mai abbandonata.
Nel frattempo suo padre è tornato dalla “sgambata salutare, nella solita
camera a gas dei nostri viali” e così bevono assieme il famoso caffè, bor-
bottando allegramente, rivolti verso la madre: “sempre pestilenziale, co-
me lo fate voi inglesi”, altra frase del lessico familiare dei momenti mi-
gliori.
Tutti e tre si mettono con grande entusiasmo a preparare il viaggio a Du-
blino: bisogna partire domani stesso. Via internet, Giovanni conferma l'a-
desione al congresso e acquista il biglietto aereo per il pomeriggio del
giorno successivo; farà scalo a Londra, sia all'andata che al ritorno.
Per tutta la giornata, ricontrolla con sua madre tutto ciò che ha inviato al
sito fin dall'inizio, esaminando tutti i pezzi, uno per uno, e cominciando a
pensare a delle proposte da fare per un progetto di lavoro relativo ad una
nuova veste, sia grafica che di contenuti, di “Storie di gente qualunque”,
progetto che sta elaborando da mesi e che aveva intenzione di sottoporre
allo staff del sito da tempo.
Durante il pranzo, per un attimo, Giovanni rivolge lo sguardo verso i suoi
genitori. A parte suo padre, sempre discreto e restio ad interrogare i figli
sui fatti che li riguardano, se non son loro a parlargliene spontaneamenete,
gli sembra strano che nemmeno sua madre gli chieda notizie del suo viag-
gio, affrontato in modo così precipitoso e concluso in modo altrettanto
precipitoso, ma dal viso di sua madre non traspare nemmeno un'ombra di
disagio, di desiderio di sapere qualcosa di più su questa lunga assenza del
figlio, intervallata solo da quegli scarni, anche se quotidiani e rassicuranti,
messaggini telefonici.
Finito di mangiare, Giovanni decide di cominciare a preparare la sua fa-
mosa sacca per il viaggio a Dublino, ma non la trova in camera, dove l'ha
lasciata la sera prima, al suo ritorno; è sua madre che gliela porta dal ri-
postiglio, dove sta di solito. “Forse l'ho disfatta e messa lì ieri notte”,
pensa Giovanni, ma i conti non tornano, in quanto, aprendo i cassetti del
suo armadio, vede che tutte le sue cose, quelle che porta con sé quando
viaggia, sono lì, ripulite e stirate.
Pensieroso e dubbioso, osserva attentamente la data sulla busta di Dublino
e vede dai timbri postali che è stata spedita tre giorni fa ed è arrivata ieri.
Eppure lui si ricorda che suo padre gliel'ha data il giorno prima della par-
tenza, ma allora?
“Portati anche il completo grigio, camicia e calzoni, che ti ho regalato a
Natale, assieme alla cravatta rosso scuro a righine gialle, non si usa più
girare il mondo come i wanderers. Eccoli qua, li ho appena ritirati dalla
lavanderia”. Così dicendo, comincia ad aiutare il figlio a disporre con or-
dine le sue cose nella sacca. Osservando quell'atto usale e familiare di sua
madre, che lo riporta al suo sereno quotidiano, Giovanni decide che non
ha voglia di indagare sul “suo viaggio”, anzi, si impone, per il momento,
di non pensarci, timoroso di rovinare i benefici effetti che sente di averne
tratto.
Solo il giorno dopo, nel primo pomeriggio, mentre guida verso l'aeropor-
to, riprende il filo che lo lega al “suo viaggio”, e ripensa con un senso di
gioia e di liberazione a quella lunga e fantastica discesa sugli sci dalla ci-
ma della Jungfrau, a quel senso di commozione, valanga di sentimenti,
che gli ha smosso dentro un torrente impetuoso, una gioia di vivere, a cui
sente che potrà attingere per sempre. Alla fine di quella discesa una im-
magine nitida si era riflessa nel vortice sollevato dagli sci in frenata: il
viso di Piera. “Quando torno la chiamo, a costo di soffrire”.
Arriva a Dublino che ormai è notte, il taxi lo porta rapidamente all'alber-
go, il traffico non è certo quello a cui siamo abituati noi. L'albergo è in
O'Connel street, dunque nel centro storico della città ed ha anche delle
sale per conferenze, dove si terranno le riunioni del congresso.
In aereo, Giovanni ha controllato il programma: i lavori occuperanno tutte
le quattro giornate, fino al tardo pomeriggio e poi, per gli ospiti, sono pre-
viste delle bella cene in posti sempre diversi. La serata finale è organizza-
ta al Gravity Bar, al settimo piano della Guiness Storehouse, che Giovanni
conosce bene, in quanto due anni fa è venuto con Riccardo e Paola a Du-
blino, un week end, proprio per vedere questo nuovo spazio, ricavato da
un reparto per la fermentazione, spazio che faceva parte della Guinness
fin dalla sua costruzione. Lo aveva molto incuriosito leggere, su una rivi-
sta di architettura, che la nuova Guiness Storehouse appariva, dopo il re-
stauro, come: “sette piani di acciaio avvitati intorno a un atrio circolare in
vetro, una perfetta pinta di birra o per meglio dire di Guinness, sulla cui
sommità si estende il Gravity Bar, il più alto della città, che, grazie alle
pareti in vetro, concede di godersi un panorama a 360 gradi su Dublino,
seduti al grande bancone centrale, circondato da alti sgabelli o ad uno dei
piccoli tavolini a specchio, che coprono, con punti di luce brillante, tutto
lo spazio del bar”. E in effetti: “E' valso un viaggio!”, avevano esclama-
to all'unisono i tre amici, seduti attorno ad uno di quei piccoli tavoli, brin-
dando con la amata birra.
Soddisfatto e molto caricato per ciò che lo aspetta i prossimi giorni, Gio-
vanni, arrivato in albergo, per prima cosa, come è sua abitudine, ispeziona
con attenzione la stanza e il bagno, e ne rimane soddisfatto: “Per fortuna
non è troppo Irish , ma neanche troppo internazionale”, così la descrive a
suo padre, collegandosi via Skype con il suo computer portatile.
Prima di andare a letto, scostata la pesante tenda a quadrettini blu, che na-
sconde la finestra, dà un'occhiata fuori e vede giù in basso, la sua stanza è
al quinto piano, la statua di James Joyce, illuminata dalla luce gialla dei
lampioni, che fiancheggiano O'Connel Street. Lo scrittore si appoggia con
la mano destra su un bastoncino da passeggio, mentre la mano sinistra è
infilata nella tasca dei calzoni, così da sollevare la lunga marsina, posa
che gli dà un'aria svagata, con quel cappello troppo grande e con lo
sguardo rivolto in alto, proprio verso la finestra della stanza di Giovanni.
“Miss Hersilia!”, sussurra Giovanni con una risata, ricordando la sua pri-
ma volta a Dublino, da studente, con la sua classe del ginnasio, guidati da
un'indomita insegnante di lingua inglese, Miss Hersilia appunto, comple-
tamene posseduta da una sfrenata passione per James Joyce. E fu così che
un pomeriggio, sotto una pioggia fredda e sferzante, la romantica Miss
Hersilia, li aveva fatti allineare tutti davanti a questa statua, con lei in
mezzo, abbarbicata al suo amato scrittore, e aveva chiesto, anzi “aveva
imposto” con energica baldanza, di immortalarli in una foto ad un passan-
te, divertito alla vista di una tale ciurma di ragazzetti svogliati e fradici di
acqua,
Sono passati quasi vent'anni e Giovanni aveva del tutto dimenticato quella
noiosissima gita, quattro giorni trascorsi completamente immersi in con-
ferenze, lezioni, peregrinazioni sui luoghi della memoria di James Joyce,
seguiti, al ritorno a casa, da una visita a Trieste, sempre sulle tracce dello
scrittore. Con tutta questa forzatura ossessiva, la povera Miss Hersilia era
riuscita a rendere odioso James Joyce a tutti i ventun ragazzi, tanto che
anni fa, quando si erano ritrovati per una cena, il motto della serata era
stato: “Chi nomina James Joyce deve pagare il conto per intero e chi
nomina il suo Ulisse torna a Dublino con Miss Hersilia”.
In quella noiosa “gita scolastica”, ricorda ora Giovanni, un'altra statua era
invece stata meta di un vero pellegrinaggio notturno, quella del famoso
bassista Philip Lynott, in Grafton Street.
Per una bella combinazione del destino, l'albergo che Miss Hersilia aveva
cercato con tanta cura, era abbastanza vicino a Grafton Street, e così, a
notte fonda, una decina di ragazzi, quelli appassionati di Philip Lynott e
dei Thin Lizzy, tra cui Giovanni, con varie peripezie, tra le quali il calarsi
pericolosamente con un salto di quasi due metri dalla finestra della loro
stanza, si erano avventurati nella notte di Dublino, per “bersi una Guin-
nes”, seduti ai piedi del loro “bassista” preferito. Purtroppo, come era da
prevedersi, non si trattò di bersi “una” birra, ma “innumerevoli” birre e
così il ritorno in albergo era stato quanto mai complicato, come ricorda
Giovanni sorridendo, perchè risalire dalla parte della finestra, servendosi
di una malandata grondaia, si era rivelato una “mission impossible”, co-
me avevano dovuto ammettere, dopo molti tentativi, anche perchè le gam-
be erano rese malferme dalla birra trangugiata e dall'emozione per l'av-
ventura notturna. Li aveva salvati il pietoso e comprensivo intervento del
portiere dell'alberghetto, per loro fortuna fan dei Thin Lizzy e dell'hard
rock e, naturalmente, della birra Guinnes, che aveva fatto compagnia an-
che a lui in quella nottata, come confermava il suo ciondolare e il suo par-
lare strascicato, mentre faceva salire i ragazzi dalla scala di servizio, ac-
cennando, su un immaginario basso, degli accordi che solo lui sentiva.
Immerso in questi ricordi di adolescenza, Giovanni affronta la prima notte
a Dublino addormentandosi davvero contento e con lo stesso buon umore
si sveglia il giorno dopo.
Fatta una delle sue abbondanti colazioni, raggiunge la sala blu dell'Hotel,
quella destinata alle convention più affollate, e incontra finalmente gli or-
ganizzatori del sito e tutti gli altri numerosissimi partecipanti al convegno.
Sono persone che provengono da tutte le parti del mondo, varie per età,
per cultura, per motivazioni. Molti, come lui, non hanno aderito all'invito
a scrivere sul sito dedicato a James Joyce per una particolare simpatia nei
confronti dello scrittore, ma piuttosto sono stati attratti dal tema proposto
dal sito: “Storie di gente qualunque”, che li ha stimolati ad osservare e de-
scrivere con interesse e sguardo analitico “persone qualunque”, facendone
dei personaggi letterari.
Alla fine del convegno, Giovanni si trova a ricoprire un ruolo molto im-
portante nello staff degli organizzatori, anch'essi eterogenei e provenienti
da tutto il mondo, in quanto il suo progetto per un rinnovamento del sito e
un ampliamento delle attività ad esso connesse nei singoli paesi di ciascun
partecipante viene accolto con entusiasmo dalla maggioranza. C'è anche
un fondo economico, sovvenzione prevista da un organismo internaziona-
le, che rende concretizzabile il progetto con una certa sicurezza.
Venerdì pomeriggio, in aereo tra Dublino e Londra, dove dovrà fare scalo
per un'ora, Giovanni ripensa con grande soddisfazione a ciò che questo
suo viaggio ha prodotto. E' una scelta impegnativa e decisiva per la sua
vita, da un punto di vista lavorativo, ma l'ha presa senza esitazione: ha de-
ciso che si licenzierà dal suo impiego e si dedicherà completamente a que-
sta nuova attività.
Arrivato a Londra, si dirige subito al gate per il volo verso casa e, in at-
tesa che il volo venga annunciato, si siede su una poltroncina e chiude gli
occhi.
La sensazione di benessere lo riporta a quella vorticosa discesa sugli sci
dalla sommità della Jungfrau, sensazione di sollievo e di completezza che
non l'ha più abbandonato dopo il ritorno a casa dal “suo viaggio”. Il suo
pensiero si sofferma sul volto di Piera, che è sempre lì ad attenderlo, alla
fine della lunga, liberatoria scivolata nella neve. Cerca di ricordare tutto
di lei, dal primo momento, quando, sfrontata e sicura di sé, gli si è buttata
addosso a casa di Paola e Riccardo, a tutti gli altri momenti, vari, diversi
uno dall'altro, tenuti assieme dall'impeto dell'amore, che lo lega forte e
senza più riserve a quella donna.
Non vede l'ora di arrivare a casa, vuole rifarsi vivo con lei, parlarle, dirle
tutto il suo amore, senza temere di soffrire per un suo rifiuto. Le parole
che Giovanni le dirà sono come un torrente in piena, che sgorga limpido e
scrosciante dal ricordo di quella notte, calda di sentimenti, trascorsa con
Fiorenza e Giamilah nella fortezza che, nel ricordo, si staglia netta e pre-
cisa sullo sfondo del cielo stellato, dominato dalla sagoma maestosa della
Jungfrau.
L'aereo che da Londra lo sta riportando a casa rulla sulla pista, decolla e
quando ormai è in quota, Giovanni gira lo sguardo verso due file più in-
dietro e là vede Piera.
Sta tornando anche lei da Londra, da uno dei suoi frequenti viaggi di la-
voro. L'aereo ha dei posti vuoti, così possono sedersi vicini, guardandosi
spudoratamente e per la prima volta negli occhi, mentre le loro mani si
intrecciano, avvinghiandosi teneramente, rendendo inutile qualsiasi paro-
la.
Alla fine del volo, si separano, ma per poco: Piera ha deciso che passerà
alcuni giorni da sua madre, che abita abbastanza vicino all'aeroporto:
“Quanto starai da tua madre?”, “Fino a mercoledì”. “Bene, mercoledì
sera vengo da te”, le sussurra Giovanni, tenendola stretta in un abbraccio,
in cui lei si abbandona, ritrovando il suo nido caldo e prezioso.
I giorni che seguono il ritorno da Dublino scorrono molto velocemente.
Giovanni avverte la ditta presso la quale presta servizio di autista che
intende licenziarsi, e questo comporta una lunga serie di pratiche, nel
disbrigo della quali è aiutato, come sempre, da suo padre; inoltre la nuova
attività che vuol intraprendere richiede un'iscrizione alla camera di com-
mercio e dunque, altre pratiche e altra burocrazia.
Mercoledì pomeriggio, avverte i genitori che la sera andrà a dormire da
Piera e aggiunge, guardando sua madre di sottecchi: “Porterò anche Bea-
rotto”. “Se porti anche lui, è per sempre”, la battuta di suo padre, tra il
facezio e il serio è più che azzeccata: “Già, lo credo anch'io”, risponde
Giovanni. “Beh, sarebbe ora, alla tua età”, la voce di sua mamma sem-
bra sincera e spontanea.
Certo è che Laura, fuori di casa, si fa per dire, da quasi due anni, non ha
ancora traslocato la sua Bearotta, che dorme beata nel letto della vecchia
stanza di Laura, cosa questa notata quasi quotidianamente dai genitori,
che sospirano, non senza una certa soddisfazione, “Finchè non portano
via “ i Bearotti”, questi ragazzi non vanno via di casa del tutto”.
Verso le dieci di sera, Giovanni è già a casa di Piera, che, nel frattempo, lo
ha avvertito che arriverà con un po' di ritardo.
Finora, a parte la cucina, la camera da letto e un bagno perfettamente
arredati e una poltrona con sgabello, posta nel soggiorno accanto a una
bianca libreria semivuota, tutto il resto dell'apparta-mento di Piera era
sempre apparso a Giovanni completamente vuo-to. Piera infatti era in
attesa che arrivassero i suoi mobili e i suoi quadri, lasciati nella casa in
cui aveva vissuto, negli ultimi cinque anni, assieme all'ex compagno.
Questa sera, non appena entra nell'appartamento, Giovanni si accorge, fin
dall'ingresso, che ci sono novità: un grande quadro, con dei colori inten-
sissimi, illumina con un effetto quasi psichedelico, la parete situata di
fronte alla porta di entrata. Dei faretti, posti sulla base del corridoio, crea-
no sulle pareti bianche degli aloni luminosi, di vari colori, che riprendono
le stesse sfumature del quadro. La porta della cucina è stata dipinta di
bianco, così da confondersi con la parete del corridoio e, a sinistra, una
grande arcata, probabilmente fatta negli ultimi giorni in cartongesso, im-
mette nel vasto soggiorno, ora completamente arredato e con molti quadri
appesi sulle pareti finora sgombre.
Si vede che sono arrivati i mobili e i quadri che Piera aspettava, pensa
Giovanni.
Entra nel soggiorno, senza accendere la luce, gli piace lasciare che questo
gioco di ombre multicolori penetri dal corridoio, e si siede, come sempre,
sulla cosiddetta “poltrona Ikea”, appoggiando le gambe sullo sgabello di
fronte, e poi, con un profondo sospiro di sollievo, si abbandona, attenden-
do felice l'arrivo di Piera.
Sdraiato nella penombra, gli torna alla mente il soggiorno di Stefano, a
Lugano, dove, disteso su una poltrona eguale a questa, su cui si trova
adesso, ha trascorso molto tempo: ma quanto?
Mentre la sua mente vaga tra i ricordi del “suo viaggio”, in cui spesso si
rifugia, Giovanni, cominciando ad abituarsi piano piano alla semioscurità,
nota che, di fronte alla poltrona, su cui sta seduto, c'è un gran divano e
che nell'angolo, davanti alla bianca libreria, ora piena di libri, mentre fi-
nora l'aveva sempre vista vuota, c'è un gran tavolo, alle spalle del quale,
appoggiata alla parete, si intravvede una bella vetrina antica. Alla vista dei
nuovi mobili, Giovanni è assalito da una certa inquietudine, gli sembra
che un filo leggero e impercettibile li leghi in qualche modo al “suo viag-
gio”.“Eh sì, sono arrivati i mobili che Piera aspettava”, pensa Giovanni,
esitando un po' prima di aprire la luce: “E se il divano è giallo oro a righe
bianche e il tavolo è quadrato e la vetrina finisce con una cornice trian-
golare?” sussurra a bassa voce, ricordando come fossero queste le assen-
ze che tanto spazio occupavano nel soggiorno di Stefano.
“Certo, il divano è giallo a righe bianche, il tavolo è quadrato e la ve-
trina termina con una cornice triangolare. Perchè non hai acceso la lu-
ce? Ti piacciono i mobili che avevo a Lugano? E i quadri?”, così dicendo
Piera, che nel frattempo è arrivata senza far rumore, accende le luci del
soggiorno e il divano è di color giallo oro a larghe righe bianche, esatta-
mente come le poltrone del soggiorno di Stefano e anche il tavolo è qua-
drato, della misura che chiaramente riempiva lo spazio vuoto, segnato dai
profondi segni sulla moquette del soggiorno di Stefano, come la vetrina
appoggiata alla parete, dietro al tavolo, anch'essa della stessa misura del-
l'alone presente sulla parete del soggiorno di Stefano.
Alla parola “Lugano”, Giovanni chiude gli occhi come colpito da un ba-
gliore esplosivo, rivedendo in una sequenza vorticosa tutto il “suo viag-
gio”, nucleo compresso, che ogni tanto si espande dentro il suo cuore.
Quando riapre gli occhi, dopo pochi secondi, per lui interminabili, ha de-
ciso: come ha fatto con i suoi genitori, anche con Piera non parlerà mai di
quello spazio sospeso nel tempo, preferendo lasciarlo chiuso dentro di sé,
in quel suo prezioso involucro di mistero.
“Cos'hai, sei impallidito, troppe emozioni per noi, vero? Mi sa che non
ci fanno bene!” esclama Piera, aggiungendo, con un tono di voce serio e
incerto, così inusuale in lei: “Meglio stare nella nostra realtà asettica,
lontana dai sentimenti troppo forti?”.
Giovanni, senza nemmeno girarsi a guardarla, esclama con voce quasi
cantata: “Follow me!”, e si avvia verso la stanza da letto, prende la sua
famosa sacca da viaggio, dalla quale, con gesto enfaticamente teatrale,
come un prestigiatore dal cilindro magico, estrae il suo peluche “Bearot-
to”. Poi si gira verso Piera e : “Nota bene cosa faccio e trai le conseguen-
ze che devi, perchè il mio Bearotto, da cui mai mi separo, sta chiedendo
alla tua Sacchiotta di sposarlo, ora e per sempre”. Così dicendo, Giovan-
ni accosta con cura e attenzione il suo malandato peluche Bearotto all'al-
trettanto malandata Sacchiotta, che, appena sfiorata, reclina sulla spalla
dell'amico orsetto la sua testolina dondolante, coperta dal cappellino di
panno verde, sul quale il rametto di “non ti scordar di me”, solitamente
ingrigito dal tempo, sembra avere improvvisamente ritrovato un intenso
colore azzurro cielo.
secondo allegato

“Ho anch'io una bella notizia per i nostri due orsetti”, esclama Piera,
trovando posto tra le braccia di Giovanni, che la stringe con affetto,
mentre si buttano sul grande lettone, “e cioè che diventeranno zii: sono
incinta”.
Nei mesi successivi, una serie di grandi cambiamenti coinvolgono non
solo Piera e Giovanni, ma anche Riccardo e Paola, in quanto anche que-
st'ultima, dopo tanti tentativi falliti e tante cure fatte, è riuscita a rimanere
incinta e così le due cugine decidono di sposarsi con una sola cerimonia,
anche perché: “Gli amici sono gli stessi e dunque li facciamo mangiare a
sbafo un'unica volta, quelle sanguisughe!”.
Per accontentare Paola, molto religiosa, e desiderosa di: “regolarizzare la
sua convivenza con Riccardo”, come dice alla cugina, anche Piera accetta
di sposarsi in chiesa, compromesso poco gradito sia da lei che da Giovan-
ni, entrambi atei convinti, ma accettato con quella “pragmaticità concreta
di cui entrambi sono ampiamente dotati”, come commenta la scelta, non
molto bonariamente, il padre di Giovanni, per il quale la coerenza è un
valore assoluto.
I preparativi del matrimonio affollano di impegni ogni giornata, impegni
di cui si incarica specialmente Paola, in quanto Piera è spesso in viaggio
per lavoro. Riccardo e Giovanni la aiutano il più possibile, dividendosi gli
incarichi; anche il padre di Giovanni, sempre pronto, come al solito,
quando c'è bisogno di lui, si dà da fare attivamente, specialmente per
quello che concerne la raccolta degli innumerevoli documenti per il dop-
pio matrimonio.
Diventa anche difficile per Paola ospitare gli amici il venerdì sera, in
quanto la sua gravidanza è iniziata con molte nausee, stanchezza, capogi-
ri, specialmente di primo mattino e così, quando è sera, non vede l'ora di
sdraiarsi a letto e riposare, anche perché continua naturalmente ad inse-
gnare e nel pomeriggio è spesso occupata con le lezioni private. Per alcu-
ni venerdì, Riccardo ha cercato di fare da solo, ma si è rivelata una im-
presa impossibile, in quanto, senza la presenza solerte e attenta di Paola,
brava e organizzata padrona di casa, il gruppo di amici, “quel branco di
selvaggi”, sospira Paola immobilizzata in camera sua, per rendersi utile si
era improvvisato: chi cuoco, chi lavapiatti, chi sommelier, riducendo l'ap-
partamento, “un porcile!”, come aveva gridato Riccardo alla fine di una
serata, sbattendo tutti fuori casa in malo modo.
A questo punto Laura, tra i pochi dello storico gruppo ad avere un appar-
tamento proprio, aveva deciso di “sostituire Paola, fino alla fine della
gravidanza”, come aveva detto, piena di buone intenzioni, a Riccardo, in
una lunga e commosso telefonata, e di accollarsi l'impegno di riunire gli
amici a casa sua ogni venerdì sera. “Naturalmente, questa tua lodevole i-
niziativa farà sì che la mamma dovrà preparare dolcetti per i tuoi amici
ogni venerdì sera”, aveva esclamato divertito suo padre, quando Sandra
era piombata in casa raccontando il suo buon proposito di trasformarsi in
una perfetta padrona di casa ogni venerdì e di sostituire “addirittura “miss
perfettina”, come chiamano Paola in famiglia. Per fortuna, sua madre a-
veva preso la notizia con piacere, fare dolci è per lei un passatempo e poi
“Almeno mi sentirò utile per qualcosa”, sussurra la sera al marito, quan-
do, come ogni sera, lui la abbraccia affettuoso, distesi nel loro bel lettone
di radica, regalo di nozze di una vecchia zia tedesca, “adesso che Giovan-
ni se n'è andato via di casa!”. “Via di casa per modo di dire, vedi che o-
gni pomeriggio è qui, per farti correggere i testi per il suo sito. Sta' tran-
quilla, con questo tipo di lavoro che si è scelto, avrà sempre bisogno di
te”, la rassicura dolcemente protettivo, come sempre, il marito.
Infatti Giovanni, completamente assorbito nell'organizzazione del nuovo
sito, è dai genitori quasi ogni pomeriggio, e spesso, quando Piera è fuori
città, cioè quasi sempre, anche a pranzo.
Per quanto riguarda la vita di coppia di Giovanni e Piera, essa si è subito
consolidata, come se convivessero da anni e non da pochi mesi. Per pri-
ma cosa, quando decidono di vivere assieme, Giovanni, come gli sugge-
risce suo padre “per mettere le cose a a posto”, preferisce acquistare da
Piera una metà dell'appartamento, in cui ormai entrambi vivono e deci-
dono, di comune accordo, di adottare per il loro futuro menage matrimo-
niale, il regime di separazione dei beni. “In fondo, stiamo solo per stipu-
lare un contratto ed è meglio perfezionarne ogni aspetto legale”, com-
mentano entrambi, con quel realismo che li fa sembrare cinici e freddi a
quasi tutti quelli che li frequentano, ma è solo “ragion pura”, come dico-
no loro.
Il ritmo delle loro giornate, quando entrambi sono in città, è molto tran-
quillo: la mattina, dopo il primo immancabile caffè, che Giovanni prepara
appena svegli e che assaporano a letto, Piera si immerge nel suo lavoro,
tra telefonate e computer, mentre Giovanni, prima di aprire anche lui il
suo computer per cominciare a lavorare, esce per una lauta colazione al
bar, seguita dalla solita “doverosa” passeggiata e da una sortita nel super-
mercato di fronte a casa, per “fare la spesa come un bravo casalingo”,
come esclama Piera, quando lo vede tornare con tutti “quegli odiosi sac-
chetti piene di schifezze inutili”, aggiunge, gettandosi però, come una
bambina vezzeggiata, a rovistare in cerca di qualche leccornia molto gra-
dita, anche perché “comprata dal mio amore”, conclude, appoggiandosi a
lui con quel suo modo seduttivo.
Giovanni, anche perchè abituato a vivere molto in famiglia, è davvero un
“uomo di casa”, come lo definisce ironicamente Piera. Ama molto tenere
in ordine le sue cose, sa pulire la casa, “perfino lavare le tende”, come
racconta ridendo Piera e poi, essendo un buongustaio, cucina volentieri e
cura molto il cibo, sempre alla ricerca di prodotti di alta qualità. Se sono
entrambi a casa, è lui che cucina per pranzo “qualcosa di “sgs””, formula
in uso a casa di Giovanni per indicare cibi: “semplici, gustosi e sani”,
mentre per cena preferiscono uscire, alla scoperta di buoni ristoranti, in
città o nei dintorni. Giovanni ha già una profonda conoscenza in merito,
dato il suo piacere per la buona tavola e i buoni vini, ma ora, il suo gusto
per il buon cibo è arricchito da uno stato d'animo luminoso, pieno di amo-
re per questa donna, che desidera portare nei luoghi: “più belli del mon-
do!”, come le dice sempre quando la vede, bellissima, pronta per uscire.
A differenza di Giovanni, per Piera non è mai esistita una “vita di casa”:
da quando abita da sola, e dunque da quasi quindici anni, non ha mai
mangiato in casa, se non qualche rara volta, ricorrendo allora a vaschette
di cibi pronti, prese all'ultimo momento in qualche rosticceria. Questo non
vuol dire che non ami vedere in ordine e in “perfetto assetto” la sua casa,
come dice lei, solo che ne ha sempre delegato la cura a delle domestiche,
scelte con lo stesso impegno che mette per la scelta dei collaboratori di la-
voro. Una delle qualità che Piera ritiene fondamentale per dichiarare: “ap-
proved” una donna di servizio è l'essere in grado di organizzare una cena,
cucinando: “bene, per molte persone, sapendolo anche solo due ore pri-
ma”. Piera infatti, per il lavoro che fa, specialmente finchè ha abitato a
Lugano, luogo di passaggio di molti dei suoi interlocutori di lavoro, ha
spesso l'occasione di dover invitare qualcuno a cena, più che altro per mo-
tivi di lavoro, infatti è una sua convinzione che: “ Le pubbliche relazioni
nel mondo dell'economia, sono più fruttuose se vengono ossigenate da
qualche convivio ben congegnato, quando la gente si lascia andare a
confidenze post-prandiali e si crea quel giusto clima per concludere degli
ottimi affari”, come le aveva suggerito, tra lo scherzoso e il serio, un suo
professore di psicologia aziendale, ai tempi dell'università.
E dunque, quando viveva a Lugano, ha organizzato spesso delle serate,
nel bel salone con la vetrata a picco sul lago, che dovevano rimanere ben
impresse nella memoria di chi le “serviva” per estendere i suoi contatti
lavorativi. Per l'ottima riuscita di queste serate, le era stato di molto aiuto
anche Stefano, con quella sua propensione per i rapporti effimeri e super-
ficiali, ma specialmente “la signora Cecilia”, domestica che era rimasta
con lei per ben cinque anni.
Era una signora di Como, vedova, senza figli, che arrivava a Lugano in
treno una mattina sì e una no; appena entrata in casa, dopo un laconico
“Buon giorno”, che sembrava rivolto più alla casa, che alle persone, in-
dossava un grembiule blu, la:“divisa da lavoro”, come la chiamava lei, e
poi procedeva nelle sue faccende domestiche, organizzata e severa come
un generale, anzi: “il mio generale”, come le diceva Piera, abbracciando-
la con vera stima e forse una punta di affetto. Se c'erano da organizzare le
famose cene, “la signora Cecilia”, rimaneva anche a dormire e, per servi-
re in tavola, indossava “la divisa seria”: un severo grembiule nero, con
collettino bianco.
Quando Piera se n'era precipitosamente andata da Lugano, l'unica perso-
na che si era sentita in dovere di avvertire, era stata la signora Cecilia, alla
quale aveva fatto pervenire anche una lauta liquidazione, superiore a ciò
che le sarebbe spettato per diritto. Inoltre, siccome, se la sua carriera avrà
uno “step” ulteriore, Piera dovrà avere una residenza a Londra, l'ha pre-
gata di non prendere impegni a lungo termine e le sta pagando un corso di
lingua inglese, nell'attesa di “mandarla a organizzare il mio office di Lon-
dra, caro il mio generale”, come le ha detto mesi fa al telefono.
Di questo progetto di una casa a Londra, Piera ha parlato solo una volta,
quasi di sfuggita, con Giovanni, che non ha avuto bisogno di saperne di
più, ritenendo più che sufficiente ciò che lei gli ha detto in proposito.
Quello che rende speciale il rapporto che unisce Giovanni e Piera e che ha
affascinato, conquistato entrambi, è che tra di loro il “non detto” è ciò che
conta di più e la grande e rara fortuna, che fa forte e solido il loro legame,
è che il “non detto” è istintivamente intuibile per entrambi. Raramente,
anche adesso che vivono assieme, parlano di cose importanti, di progetti
legati al loro futuro di coppia. Entrambi sono semplicemente convinti che
la stima e fiducia reciproca, renderà comprensibile e accettabile qualsiasi
scelta futura che uno dei due vorrà prendere e perciò trovano superfluo af-
frontare “i grandi temi esistenziali”, come li chiamano, preferendo la-
sciarsi andare, quando sono assieme, a discorsi leggeri, velati di ironia, di
un prendersi in giro reciproco, sempre attenti però a cogliere uno nell'altro
anche il minimo cambiamento di umore;“nuvolaglia odiosa”, come dice
Piera, avvicinandosi a lui con quel suo modo aggressivo e ammaliante e
sedendosi sulle sue ginocchia, con quello stesso gesto impetuoso e provo-
cante della sera del loro primo incontro: “il mio nido prezioso”, pensa
dentro di sé Piera, rannicchiata tra le braccia di Giovanni, mentre lui la
stringe a sè immensamente felice.
Con l'andar dei mesi, la gravidanza delle due cugine prosegue, ma in mo-
o molto diverso. Infatti mentre Paola è sempre alquanto debilitata e co-
stretta a dei saltuari ricoveri in ospedale, Piera non accusa nessun disturbo
fisico. Anche il suo corpo non ha subito alcun cambiamento; solo dopo il
quarto mese, il ventre ha cominciato ad allargarsi, più che a gonfiarsi,
arrotondandole leggermente i fianchi, cosa che l'ha resa ancora più
splendida, secondo il giudizio di tutti, non solo di Giovanni, che, af-
fascinato com'è dalla sua donna, non potrebbe essere obiettivo.
E dunque, quando Paola e Piera sono già al quinto mese di gravidanza,
finalmente arriva il giorno del matrimonio. La cerimonia in chiesa, una
vecchia e antica cappella annessa ad un convento di Benedettini, è resa
particolarmente solenne, in quanto il padre di Giovanni, che apprezza in
modo particolare la musica d'organo, ha fatto venire un noto organista, un
suo ex compagno di collegio, ora priore benedettino a Roma, con cui è
sempre rimasto in contatto: “Questo è il mio regalo per mio figlio”, aveva
detto a sua moglie, commuovendosi molto, quando, la sera prima delle
nozze, il vecchio amico era arrivato da loro.
E così, al suono della marcia nuziale di Mendelsshon, Piera, vestita con
un abito di gran marca, di colore rosso rubino, colore che lascia tutti a
bocca aperta, con passo sicuro, pur su quei tacchi altissimi, entra in chiesa
al braccio del fratello Marco, seguita da due dei nipotini, subito dietro ai
quali la segue Paola, che, commossa e un po' insicura, con un tradizionale
abito bianco da sposa, si appoggia al braccio del fratello di Riccardo, cosa
questa che suscita qualche colpettino di tosse tra gli amici, sempre mali-
gni. Gli altri due nipoti di Piera chiudono il breve corteo.
Giovanni e Riccardo attendono le loro future mogli all'altare, accanto ai
testimoni: per Piera e Giovanni, Sandra e una collega di Piera, per Paola e
Riccardo, Claudia e Farìd.
Il resto della giornata trascorre in una bella villa antica nei pressi della
città. Peccato che, a metà pomeriggio, Paola debba tornare a casa, in
quanto si sente troppo affaticata, anche perché da qualche giorno, verso
sera, le si gonfiano molto i piedi e questo la rende ancora più stanca e
appesantita. “Piera invece ha una vitalità che le sprizza da tutti i pori”,
constatano specialmente le amiche, con la solita punta di invidia.
A proposito di amici, si è notato che, a parte il gruppo storico del venerdì
sera, Piera non ha invitato nessun altro, come se la sua vita di relazione
avesse avuto inizio solo col suo trasferimento in città, circa un anno fa.
Nessuno ha mai saputo dove esattamente Piera avesse vissuto negli anni
precedenti, nemmeno Paola, che aveva interpretato l'atteggiamento della
cugina come un “voler ricominciare tutto da capo”.
Gli ospiti di Piera sono dunque solo la mamma, il fratello Marco con la
moglie e i quattro figli e poi, unica estranea, Maria, una collega di lavoro,
tra l'altro molto simpatica e “più alla mano di Piera, senza tutte quelle
arie che invece lei si dà”, commentano acidamente gli amici.
Si tratta della collega che ha supportato Piera così generosamente durante
quel momento di crisi, che l'ha trascinata lontana da tutto; la sua presenza
è “come un lampo di energia”, come osservano gli amici: arriva la matti-
na da Milano in treno e a metà pomeriggio, saluta tutti e se ne va all'aero-
porto, per raggiungere la sede di Londra, dove deve sostituire Piera per un
po' di tempo.
Tutti gli altri si trattengono invece a lungo, in quanto verso sera: “Inizia-
no le danze!”, annuncia il padre di Giovanni, invitando a ballare “la mia
splendida nuora”, come chiama Piera, euforico come mai, in questa occa-
sione che lo vede davvero felice e “scatenato”, come gli sussurra un po'
seccata la moglie.
Finita la lunga giornata di festa, a notte inoltrata, Giovanni e Piera torna-
no finalmente a casa: “Soli e felici, amore mio, non vedevo l'ora”, sussur-
ra Giovanni, sollevandola tra le braccia prima di entrare dalla porta di in-
gresso. “Chiudi gli occhi”, le dice, senza metterla a terra, avviandosi ver-
so la camera da letto: “aprili adesso, ecco il mio regalo di nozze: il nostro
nuovo letto”.
Al posto del bianco e basso letto, quasi appoggiato al pavimento, som-
merso da cuscini di molti colori, la stanza è ora imperiosamente occupata
da un alto lettone di radica color miele, reso imponente da una testiera ar-
cuata, che arriva quasi al soffitto. Nella parte centrale della testiera, risalta
un medaglione ovale di porcellana, su cui è dipinta a colori forti e sma-
glianti una coppia di giovani sposi in costume tirolese, su uno sfondo di
montagne innevate e prati fioriti, stretta in un bacio appassionato: “Gelo-
bniss” è scritto, in un corsivo elegante e leggero, sulla cornice del meda-
glione.
E' una copia esatta del letto che Giovanni vede da sempre nella stanza dei
suoi genitori e lui e suo padre si sono dati da fare per mesi, cercando, pri-
ma su internet, poi presso degli antiquari austriaci, per riuscire infine a
trovare, presso una antica fabbrica di mobili viennese, questo lettone, che
fa parte di una serie costruita alla fine dell'ottocento. Con perfetta organiz-
zazione, sono riusciti a far arrivare il letto proprio il giorno del matrimo-
nio, ed è per “ricevere il letto” che il padre di Giovanni si è assentato il
pomeriggio, per alcune ore, dalla festa, inventando come scusa un leggero
mal di testa. “Come al solito, se ne vuole star un po' da solo, è il solito e-
goista solitario”, aveva borbottato la moglie, rivolta a chi le stava vicino.
Alla vista dell'imponente lettone, Piera rimane veramente “Senza paro-
le”, come sussurra pensierosa, mentre Giovanni la guarda sorridente e
felice, entusiasta, eccitato come un bambino, per esser riuscito a sorpren-
dere questa sua amatissima donna, che: “Mi ami davvero per sempre”, gli
dice con serietà, aggiungendo, con una nota di malinconia,“spero di esse-
re all'altezza”.
I giorni successivi al matrimonio, Giovanni e Piera scelgono di “godersi
la casa”, cosa che capita e capiterà raramente, visti gli impegni lavorativi
che li portano e li porteranno molto spesso lontano.
Infatti, già dopo una settimana, Piera riprende a pieno il suo ritmo di la-
voro, dato che la facile gravidanza glielo concede; ha programmato di in-
terrompere i voli per Londra, che deve fare una settimana sì e una no, solo
verso la fine del settimo mese, ripromettendosi di riprenderli già dopo al-
cune settimane dal parto. “Per me è come un appuntamento di lavoro ben
organizzato e programmato, potrebbe esserci qualche variabile meno pre-
vedibile, ma ci penserò al momento”, con queste parole, dette col suo so-
lito piglio deciso, Piera rassicura Giovanni, i suoceri e sua madre, quando
coglie in loro una certa ansietà per quell'evento tanto atteso.
Nell'ultimo viaggio di Piera a Londra prima del parto, va con lei anche
Giovanni, che deve fare scalo a Londra per raggiungere Dublino per i suoi
impegni mensili. Di solito, se viaggiano assieme, si salutano all'aeroporto,
senza darsi appuntamenti precisi per il ritorno e: “Ognuno va per la sua
strada”, si dicono salutandosi, felici del distacco, che concede loro ogni
volta il piacere di ritrovarsi. Questa volta però Giovanni, tornando da Du-
blino, si ferma due giorni a Londra, perché Piera ha finalmente trovato un
appartamento adatto alle sue esigenze, situato nella periferia nord della
città, molto vicino all'aeroporto, nel quale fa scalo più frequentemente e
vuole che Giovanni lo veda. “Osserva bene tutto, amore, così, quando sa-
rò qui, da sola, ti sentirò vicino”, gli sussurra, quando gli apre la porta
della nuova casa. Si tratta di una abitazione sviluppata su due piani, in una
palazzina moderna, non molto grande, che fa parte di un complesso edili-
zio costruito da pochi anni. L'appartamento ha anche un piccolo giardino,
di pochi metri quadrati, da cui si entra in un grande spazio, dove c'è sia la
cucina, che il soggiorno e, accanto, un piccolo bagno. Una bella scala di
legno porta al corridoio del primo piano, su cui si aprono due stanze, en-
trambe abbastanza grandi e due bagni. Una di queste stanze e un bagno,
saranno destinati alla “signora Cecilia”, già avvertita e pronta a trasferirsi
stabilmente a “dirigere l'office di Londra”, come le ha detto Piera.
Da subito Piera ha definito “office” la sua residenza di Londra: “Ci sa-
ranno molti office nella mia vita, ma di casa ne avrò sempre una sola, a-
more e là resterà Sacchiotta col suo Bearotto”, aveva detto a Giovanni,
con quel tono di voce dolce e carezzevole che solo lui conosce, quando gli
aveva mostrato in internet la piantina del nuova abitazione di Londra. Per
entrambi questa precisazione: “office” e non “casa”, va molto al di là di u-
na sottigliezza linguistica, ha un'importanza fondamentale per chiarire
quale sarà il perno attorno al quale ruoterà il loro futuro di coppia. Sia
Giovanni che Piera sanno molto realisticamente, anche se mai ne parlano,
che Piera trascorrerà molto tempo qui a Londra, forse più che nella loro
casa. Inoltre può darsi che anche Londra sia una tappa che, se il lavoro lo
richiederà, potrà essere sostituita con gli Stati Uniti, dove sembra che Pie-
ra potrebbe trasferirsi tra due anni, per un periodo di alcuni anni, per per-
correre tutti i gradini della sua carriera.
Nel volo che da Londra li porta a casa, analizzano l'opportunità che anche
Giovanni segua gli spostamenti di Piera, dal momento che il suo nuovo
lavoro non richiede una sede fissa, ma in pochi minuti, sviscerando il
problema secondo il criterio della “ragion pura”, come dicono loro, ar-
rivano al punto da cui erano partiti: avranno una sola casa fissa, perno
stabile, e l'unica a ruotare ,“Come un pianeta attorno al mio sole”, come
sussurra Piera, stringendosi, col solito trasporto senza veli, al suo amatis-
simo uomo, sarà lei.
Nel resto del volo, entrambi, con le mani avvinghiate, come al solito, si
godono, persi uno nel pensiero dell'altro, senza bisogno di parlare, la fe-
licità di questa loro magica unione, fatta di intesa caratteriale, attrazione
fisica, tenerezza infinita, che li fa fluttuare, sempre assieme, anche se lon-
tani, in uno spazio impenetrabile agli altri. E' come se Giovanni, che sem-
pre è vissuto serrato in una impenetrabile sfera d'acciaio, avesse aperto u-
na fessura in questa sfera, un lampo impercettibile, giusto il tempo per la-
sciar penetrare Piera, incapsulandola in quel suo mondo interiore, in cui
solo lei ha potuto trovare spazio. E lo stesso è stato per Piera: solo Gio-
vanni è riuscito a fendere, fino al nucleo pulsante, l'analoga sfera d'acciaio
in cui anche lei ha serrato i suoi sentimenti. Chiusi in questo spazio pro-
tetto, entrambi, anche senza dirselo esplicitamente, arrivano a pregustare
il piacere di essere già vecchi, sognando di godersi fino in fondo, lontani
dal ritmo vitale degli altri, la loro solitudine a due.
E' già chiaro, date queste premesse, che anche un figlio, o i figli, non en-
treranno mai in quel loro spazio e aleggia in entrambi, consapevoli di que-
sta loro aridità profondamente radicata, un timore di inadeguatezza affetti-
va in merito alla loro capacità di formare una famiglia e di allevare dei fi-
gli.
Giovanni ne ha parlato un giorno con suo padre, quando erano andati as-
sieme, in macchina, nel suo paese di origine, lo stesso dove è nato anche
suo padre, per prendere il certificato di battesimo, necessario per il matri-
monio in chiesa. Durante le lunghe ore di viaggio, Giovanni aveva espres-
so al padre le sue perplessità sulla capacità sua e di Piera di poter “co-
struire una famiglia”. Sarà possibile per loro allevare un bambino in mo-
do adeguato, dato questo loro egoistico bisogno di amarsi solo l'un l'altro?
Questo vuol dire che non sapranno amare il bambino? Per fortuna suo pa-
dre, come avrebbe fatto Giovanni al suo posto, non aveva espresso nessun
giudizio, rispettoso della chiara autoanalisi del figlio. Aveva solo detto:
“Cerchiamo di fare tutto ciò che c'è di meglio per questo bambino. Non
so nemmeno io cosa voglia dire amare”.
A proposito del bambino: solo nell'ultima ecografia, all'inizio del settimo
mese, Piera e Giovanni decidono di comune accordo, come sempre, che è
ora di conoscere il sesso del nascituro. Prima non hanno voluto saperlo e
si sono sempre riferiti al futuro bambino chiamandolo, un po' scherzosa-
mente: “'a creatura”, tenendosene, come spesso dicono, ma solo tra di
loro per non “scandalizzare nessuno”,: “a debita distanza”, timorosi en-
trambi di affezionarsi a qualcosa di cui non avvertono una presenza reale.
“E dunque, è un bambino”, dice Piera, calcando bene su quel “è”, quando
escono dall'ospedale. “Eh già: è”, le risponde Giovanni, stringendola a
sé.“e lo chiameremo Filippo, come tuo padre”, soggiunge.
Come al solito, nessuna altra considerazione viene fatta tra di loro su que-
sto argomento così importante, ma la serata si conclude in un ristorante
ancora più raffinato del solito, dove Giovanni ordina una bottiglia di
champagne particolarmente rinomato e Piera, anche se da quando è in-
cinta non ha più bevuto niente di alcolico, ma: “Questa sera, faccio una
eccezione, brindo a te, amore”, sussurra a Giovanni, sfiorandogli la guan-
cia con il dorso della mano.
“Siamo in una botte di ferro, mio caro Filippo, con questi quattro che si
occupano di noi”, esclama Piera il giorno dopo, rivolta al suo pancione,
ormai ben visibile, osservando, mentre imperterrita continua a lavorare al
suo computer, Giovanni che, assieme ai genitori e alla suocera, si danno
da fare a preparare, in un angolo dello studio, un “corner nursery”, come
l'ha definito la mamma di Giovanni, entusiasta e vivace come raramente
le capita, trascinando all'Ikea, reparto bambini, il marito e la consuocera,
per arredarlo.
A proposito della consuocera, con grande stupore di Giovanni, abituato
alla fredda riservatezza dei suoi familiari, restii ad aprirsi a nuove cono-
scenze, è subito accolta “come una di famiglia”, come dicono i suoi geni-
tori, che la ospitano volentieri molto spesso.
A differenza della figlia, la cui aggressività traspare anche dall'aspetto fi-
sico, così appariscente e molto esibito, la mamma di Piera, che si chiama
Domenica, è una donna piccolina ed esile, moretta, di certo più graziosa,
che bella: ciò che spicca subito in lei è il suo atteggiamento attento e pre-
muroso, che lei adotta con chiunque e che la rende piacevole e amabile
non appena la si conosce. Anche se la sua vita è stata segnata dal dramma
della morte prematura del marito, questo non l'ha di certo inaridita e non
ha soffocato la sua generosa propensione ad ascoltare con fiducia ed inte-
resse chi le è accanto. Questa sua caratteristica, evidente fin dal primo in-
contro, l'ha resa subito molto simpatica, sia alla mamma, che al padre di
Giovanni, che l'hanno ben presto definita: “un'amica preziosa”. La prima,
perché ha trovato un altro “muro del pianto”, oltre al marito, su cui river-
sare malumori e liberarsene e il secondo, perché: “ho trovato una stoica
alleata cui ricorrere per arginare le paturnie di tua madre”, dice a Gio-
vanni, un giorno che si trovano da soli.
E così Domenica, anzi Meni, questo è il suo diminutivo, è spesso gradi-
tissima ospite dei genitori di Giovanni, contribuendo a rendere meno do-
lorosi, assieme al gatto “Ospite”, gli spazi vuoti lasciati dai figli.
Infatti anche Sandra, nel frattempo,“Porto via anche Bearotta”, ha detto
una sera ai genitori, annunciando loro la sua intenzione di mettersi a con-
vivere stabilmente con Luca, il fratello di Claudia, con cui da anni, fin in
dai tempi dell'università, ha una storia d'amore abbastanza discontinua,
fatta di abbandoni e di riconciliazioni. “Però il mio micino, tesorino di
mamma, resta con voi, finché non mi sarò sistemata meglio!”, “Cioè per
sempre”, aveva risposto sua madre, sempre poco fiduciosa nelle capacità
dei figli di saper organizzare la propria vita, “Non sarà mica incinta an-
che lei”, aveva poi borbottato, rivolta al marito, “ma non credo proprio,
dato il poco entusiasmo che dimostra per la gravidanza di Piera”.
Sandra infatti partecipa con pochissimo interesse all'attesa del nipote,
“Forse è gelosa per questo nuovo arrivo in famiglia, che le ruberà il
privilegio di essere sempre stata considerata e vezzeggiata come “la
piccola di casa””, osserva suo padre, sempre attento e preciso nell'ana-
lizzare i comportamenti dei figli.
“E come spieghi, tu che capisci tutto”, gli risponde la moglie, con quel
suo usuale tono polemico e astioso, “la sua antipatia per Piera?”. “Mah,
mi sembra che l'antipatia sia reciproca. Sono troppo diverse: quanto
Laura è immatura, lamentosa, sempre bisognosa di protezione, tanto Pie-
ra è indipendente e fiera”. “Beh, aggiungi fredda, completamente priva
di sentimenti, presuntuosa e altezzosa, che allora il quadro è più veritie-
ro. Lo dicono anche gli amici che Piera è antipatica e si crede di essere
chissà chi”, conclude la moglie, stizzita per la evidente simpatia del mari-
to per la nuora. “Del resto tu sei sempre poco obbiettivo quando giudichi
qualcosa che riguarda Giovanni. Hai sempre fatto così, sembra quasi che
tutto quello che tuo figlio fa, compresa la scelta di questa moglie, sia la
perfezione assoluta, mentre per Sandra e per me ...”. Come al solito,
quando la moglie comincia queste lamentele “a 360 gradi”, come le chia-
ma lui, suo marito se ne sta zitto, annoiato, trovando rifugio nel silenzio e
richiudendosi nel suo mondo, che tanto gli piace.
Per uno strano caso del destino però, sempre imprevedibile e maestro di
colpi di scena, quando per Piera arriva il momento del parto, qualche gior-
no prima della scadenza prevista, nessuno della famiglia, eccetto Sandra,
è in città, in quanto Giovanni è a Dublino e i genitori, con la consuocera,
hanno deciso di trascorrere questa ultima settimana, prima del lieto evento
tanto atteso, nella casa in montagna, nel paese natio del padre di Giovan-
ni.
E dunque Piera, arrivando in taxi in ospedale, quando le confermano che
il parto è ormai imminente, si trova costretta, pur controvoglia, a telefona-
re a Sandra, per avvertirla della situazione. E perciò, quando, seduta su u-
na poltroncina spinta dall'infermiera, esce dalla sala parto, con Filippo tra
le braccia, si trova di fronte, ad attenderla, Sandra, che se ne sta appog-
giata alla parete, a bocca aperta, senza emettere nessun suono, sbalordita.
“Meno male che sta zitta”, pensa Piera, che odia gli urletti queruli ed i-
sterici della cognata. Dopo alcuni istanti, Sandra si avvicina timorosa,
sfiorando con il dorso della mano la piccola testa di Filippo e guardando
la cognata con “stupore incredulo”, come dirà poi Piera a Giovanni, le
sussurra: “Gli hai messo la cuffietta che ti ho regalato io”.
“Filippo ha scelto me per ricevere un:”ben arrivato””, racconterà per
sempre Sandra, affezionata e attaccata ormai a doppio filo a questo nipo-
tino, che le è apparso“come il mio micino quando l'ho raccolto sotto la
pioggia”, dice la sera a Luca, intenerita e piena di commozione, “e pensa
che Piera gli ha messo la mia cuffietta, quella che abbiamo comprato as-
sieme, ti ricordi? Non me lo sarei mai aspettato”.
Così, per una combinazione fortuita e in forza di questo momento così
importante per entrambe, che è la nascita di Filippo, si scioglie quel nodo
di ostile antipatia che divideva le due cognate e si dipana in un leggero ma
costante filo di complicità, che le accompagnerà per tutta la vita.
Poche ore dopo, anche i genitori di Giovanni e la suocera arrivano, trafe-
lati, in ospedale: “Tutto è bene quel che finisce bene”, esclama il neo
nonno, osservando felice, al di là dei vetri della nursery, il nipotino tanto
atteso. “Sarà uno a cui piace far scherzi, visto quello che ha fatto a noi,
arrivando proprio a sorpresa!”, esclama poi, ridendo, rivolto a tutti colo-
ro che vocianti e festosi si ammassano accanto alla vetrata.“Basta che
non siano scherzi insulsi come quelli che fai tu e parla un po' più piano!”,
gli sussurra la moglie, tentennando la testa e volgendo lo sguardo in alto.
“Di certo per nascondere, dietro il suo solito atteggiamento astioso, la
commozione che sta assalendo anche lei”, pensa tra sé e sé il marito, cin-
gendole le spalle col suo braccio protettivo, mentre la moglie aggiunge, a
bassa voce, dopo aver osservato seria e pensierosa il loro nipotino:“Sarà
meglio che, quando Piera e il bambino escono dall'ospedale, vengano a
vivere da noi per i primi giorni, non mi fido a lasciare un esserino così
bisognoso di cure a uno sbadato sempre sopra pensiero come Giovanni e
a una donna senza sentimento come Piera”.
La consuocera intanto è rimasta un passo indietro, esitante: “Penso a Fi-
lippo, mio marito, a quanto sarebbe stato felice in questo momento”, dice
al consuocero, che nel frattempo le si è avvicinato, prendendola sottobrac-
cio, premuroso, mentre lei, finalmente, solleva gli occhi sul nipotino dal
nome tanto importante e: “Ecco il nostro Filippo”, mormora, con un so-
spiro.
Giovanni arriva da Dublino il giorno dopo e raggiunge subito Piera in o-
spedale. Quando entra nella stanza, lei sta allattando Filippo: “Amore”, le
dice, abbracciandoli entrambi. “Speriamo di saperci fare”, lei risponde,
con un leggero tremito, trovando protezione tra le sue braccia.
I giorni successivi, in famiglia, si parla molto della “variabile non preve-
dibile”, frutto del caso, sempre pronto a prendersi gioco dei comuni mor-
tali, che ha fatto sì che, sia Giovanni e i suoi genitori, che la mamma di
Piera, proprio loro, fossero lontani al momento del parto. “Certo che si
sono rifatti presto di questa lontananza”, osservano divertiti Piera e Gio-
vanni, alcuni giorni dopo il ritorno a casa di mamma e bambino dall'ospe-
dale, quasi impossibilitati ad accostarsi a Filippo, di cui si sono imposses-
sati i tre nonni:“Marcandolo davvero stretto, peggio che nelle più accani-
te mischie di rugby”, come osserva Giovanni. Per fortuna, come era da
prevedersi, né Giovanni, né Piera sono gelosi del bambino, anzi, ne dele-
gano ben volentieri la cura ai nonni, presenti in casa loro dalla mattina al-
la sera.
Perfino Sandra è ben accolta, lei e i suoi “gridolini insulsi”, come borbot-
tano Piera e Giovanni, sentendola rivolgersi a Filippo “con le stesse
smancerie ridicole, che riserva al gatto”, puntualizza Giovanni.
A proposito del gatto, un pomeriggio Sandra arriva trafelata, portando una
cesta di vimini, in cui ha rinchiuso il povero micio “Ospite”, completa-
mente impietrito e duro come un baccalà: “Voglio che conosca Filippo, è
anche lui della famiglia, povero il mio tesorino”, esclama, tutta eccitata.
Una volta compreso che non si tratta di una visita dal veterinario, destina-
zione usuale di ogni viaggio nella odiata cesta, il micio “Ospite”, si ri-
prende d'animo, riacquistando, con passo felpato e austero, la sua dignità
e, quando Sandra lo solleva al di sopra della culla di Filippo, urlandogli
nell'orecchio destro: “Ecco il tuo cuginetto, tesoro della mamma!”, il no-
stro simpatico “Ospite” finisce di rilassarsi, rassicurato che non si tratta
proprio di veterinario, ma di qualche stupida iniziativa tipica di Sandra,
come quella volta che lo ha portato in aeroporto per mostrargli gli aerei,
visto che il giorno dopo sarebbe partita per un lungo viaggio.
Un fine settimana arriva da Londra anche la signora Cecilia, desiderosa di
conoscere il piccolo Filippo e di cominciare a familiarizzare con lui, in
quanto, finché Piera lo allatterà, Filippo dovrà seguirla anche a Londra e
dunque sarà la signora Cecilia che si sostituirà allo “staff dei nonni”, co-
me dice Giovanni.
Piera e Giovanni continuano la loro vita a due, trascorrendo molto tempo
assieme, da soli, uscendo talvolta per pranzare in qualche bel ristorante,
tranquillizzati e rilassati nel veder che quell'esserino, che hanno atteso con
un certo turbamento, paurosi di non essere in grado di prendersene cura in
modo adeguato, veleggia sereno e sicuro in quell'“oceano di sentimenti a-
morosi”, come osserva Piera, con finta ironia.
A proposito di Piera, Giovanni, al ritorno a casa dall'ospedale, dopo il par-
to, le ha fatto trovare, nella loro stanza, accanto al lettone in radica, un bel
divano basso, color arancione, dagli ampi braccioli, così larghi, da aver
quasi la funzione di un tavolino ed è qui che lei passa quasi tutte le gior-
nate, davanti al computer, immersa nel suo lavoro.
Solo al momento delle poppate, molto frequenti, a dire il vero, vista la sa-
lute rigogliosa di Filippo, Piera viene “richiamata al suo ruolo di madre”,
come le dice scherzoso il suocero, mentre lei:“Ah, vieni a far rifornimen-
to”, esclama, rivolta a quel fagottino energico e vivace, prendendolo tra le
braccia, un po' timorosa e imbarazzata, quasi intimidita, atteggiamento
così inusuale in lei.
Sia i suoceri, che sua madre, durante le poppate, se ne stanno in disparte,
ritrovando la loro usuale riservatezza. E' Giovanni che, se è in casa, rag-
giunge Piera nella loro stanza, sedendosi vicino a lei sul divanone e ogni
tanto: “Nonni, tutto bene”, esclamano all'unisono, “sappiamo che siete
sulle spine per vostro nipote e non vi fidate di questi due scriteriati stram-
boni”.
“Stramboni che hanno già portato Filippo dal miglior pediatra della cit-
tà, a cui potranno far riferimento per i prossimi dieci anni, altro che. E
poi, anche per l'allattamento, Piera ha già disposto che non lo interrom-
perà fino almeno al settimo, ottavo mese, e questo comporta di certo dei
gran disagi anche per lei, ma non le è venuto il minimo dubbio in merito.
Questo è quello che conta, ciò che concretamente si fa, non tante paroline
inutili e moine senza senso. Col loro cervello, la loro organizzazione at-
tenta, il loro pragmatismo, sia Piera che Giovanni non faranno mai
mancar nulla al nostro Filippo, che sarà sempre in una botte di ferro!”,
osserva allegro il papà di Giovanni, “Noi nonni siamo solo bassa
manovalanza”, aggiunge, rivolto alla moglie e alla consuocera, che an-
nuisce sorridendo. La moglie, invece, scuote la testa, un po' seccata per il
termine “manovalanza”, che ritiene offensivo.“Ecco che, come al solito,
non ha il senso dell'ironia”, pensa tra sé e sé il marito, avvilito, più che ir-
ritato, guardandosene bene dal dirglielo, naturalmente.
Intanto Giovanni si è rivelato un perfetto assistente per queste frequenti
“pause pranzo” di suo figlio, come le chiama lui: quando vede che il
bambino ha bisogno di essere preso in braccio, per il ruttino o per staccare
un po' l'affannoso ingurgitare, si siede sul divano, accanto a Piera e ap-
poggia Filippo, con la pancina, su uno dei suoi enormi ginocchioni, dan-
dogli dei colpettini leggeri leggeri sulla schiena oppure lo prende delica-
tamente in braccio e gli fa fare un giretto per la stanza, borbottando tra sé
e sé, a bassa voce: “E' come me, dopo mangiato, anch'io ho bisogno di
fare due passi per digerire”. Ogni tanto, Filippo si appisola per qualche
minuto, per “riprender le forze”, come dice Giovanni, che, sorreggendo-
gli con la mano la testolina reclinata sulla sua spalla, si risiede sul divano,
accanto a Piera, la quale, teneramente, gli appoggia la testa sull'altra spal-
la, come Sacchiotta a Bearotto, pensa tra sé e sé, in un silenzio rotto solo,
di tanto in tanto, da qualche flebile gorgoglio, una specie di sospiro, del
piccolo Filippo, le cui gambettine non arrivano nemmeno alla stomaco di
questo ragazzone, quasi imbarazzato dal delicato fardello.
E' in uno di questi momenti che:“Quando vai a Londra, finché allatti Fi-
lippo, vengo anch'io con voi”, dice a Piera, che, stringendosi a lui con il
suo usuale trasporto:“Grazie, amore”, gli sussurra, “ho bisogno di te”.
Nel frattempo, il destino ottuso, appostato dietro la cortina tenebrosa del
futuro, sta tessendo un'altra “variabile non prevedibile”, ma questa volta
si tratta di un evento tragico e ingiusto, per chi della giustizia ha un senso
terreno e contingente.
Anche per Paola, la buona e generosa Paola, arriva la scadenza del parto.
La situazione è molto complessa, dati i problemi renali insorti durante la
difficile gravidanza. Al momento del parto, Riccardo, a cui i medici hanno
da tempo pronosticato che bisognerà ricorrere ad un intervento cesareo
piuttosto rischioso, viste le condizioni di Paola, preferisce avvertire solo
Giovanni, ed è con il suo sostegno, la sua compartecipazione silenziosa,
che deve prendere la decisione più difficile della sua vita: per salvare
Paola, deve rinunciare alla vita del figlio, che nasce morto.
Purtroppo Paola non potrà più avere figli.
Giovanni e Piera parlano a lungo, la notte successiva alla tragedia che ha
colpito Paola e Riccardo, appoggiati l'uno all'altra, insicuri, cercando inu-
tilmente una ragione logica, che possa dare un senso a ciò che è accaduto,
incapaci di accettare la idiozia degli eventi. Entrambi ravvisano, in questo
accadimento infausto, che ha così ingiustamente colpito i loro generosi a-
mici, l'ennesima conferma della disarmonica stupidità con cui si muove il
destino, la sorte, la casualità: nessuna logica, di cui loro sono maestri e in
cui tanto confidano, può organizzare e domare gli eventi della vita. L'onda
ottusa dell'irrazionale è sempre pronta, minacciosa ed infida, “ad assalirti
alle spalle, nonostante i tuoi sforzi, ed a farti affogare nel nulla. Noi non
abbiamo armi per combattere ciò, se non quelle della consapevolezza e
dell'accettazione inerme e senza speranza”, concludono all'unisono, com-
pletamente svuotati di qualsiasi energia. “Credo che noi due non siamo a-
datti ad allevare bene un bambino”, aggiunge Piera a Giovanni, o forse
non dice, ma tutto tra loro si trasmette per intuizione.
Giovanni sospira, e, sollevando dalla culla il piccolo Filippo, è l'ora della
poppata notturna, lo mette tra le braccia di Piera, racchiudendo entrambi
in un abbraccio.

FINE
e mail del regista alla zia Lilli

Gentile signora Lilli, sono P.R., il regista a cui suo nipote Giorgio sta inviando
da mesi, per e mail, la bozza per la sceneggiatura del mio nuovo film .
Nell'ultima e mail inviatami da suo nipote ho conosciuto il titolo della sceneg-
giatura, che è giunta, con mio gran sollievo, al finale, ma, per quelle strane
combinazioni della vita che tanto mi piacciono, ho anche potuto leggere, per
una svista di suo nipote Giorgio nell’invio, l’e mail che lei gli ha mandato, da
cui scopro che, dietro al più affermato giovane scrittore italiano, tanto osannato
negli ultimi due anni, c’è lei, cara signora. La zia Lilli.
Voglio conoscerla e ho deciso che verrò a trovarla la prossima settimana, per
completare la stesura della sceneggiatura. Non si preoccupi di trovarmi un al-
bergo, l'ho già prenotato e non si preoccupi se potrà dedicarmi solo poco tem-
po della sua giornata. Ho ripetuto “non si preoccupi” , in quanto ho colto nel
suo gesto generoso verso il nipote una predisposizione a preoccuparsi più per
gli altri, che per sé stessa.
Ho già parlato con suo nipote e le anticipo, per rassicurarla, che cercherò di
farlo intervenire egualmente nella elaborazione della sceneggiatura del film, ma
non come autore. La avverto che, se lei dovesse rinunciare a collaborare con
me, non intendo andare avanti nel progetto e ciò danneggerebbe ancora di più
Giorgio.
Non ne ho parlato con l’editore dei due romanzi, né intendo farlo. La cosa non
mi compete.
Non mi creda un moralista, cara signora, né un giustiziere, tutto ciò mi ha mol-
to divertito, più che scandalizzato e di certo, per quello che posso aver capito
di lei, da ciò che scrive, anche lei leggendo questa mia e mail si farà una bella
risata.
Certo che se questa sua storia di scrittrice dovesse essere un film, la chiamerei
“Giovani cannibali”, tanto per non essere politically correct.
In attesa di vederci, la saluto cordialmente. P.R.
e mail di risposta della zia Lilli al regista

Gentile P.R., ha ragione, la mia prima reazione è stata una risata. Come al
solito, Giorgio, inviandole per sbaglio la mia e mail, ha fatto quella che lui chia-
ma una bella c… .
A proposito di “cannibalismo”, c’è però un risvolto che rende la situazione un
po’ meno netta sul: “Chi ha usato chi”. Erano anni che mandavo agli editori i
miei romanzi, ma non erano mai stati presi in considerazione. Un giorno, sen-
tendo mio nipote Giorgio, il mio caro “Giorgino”, vittima di una inflazionata lau-
rea in scienza delle comunicazioni, rispondere per l’ennesima volta a chi gli
chiedeva cosa stesse facendo: “Non sto facendo nulla, mi sto solo rompendo il
c…! “ gli proposi di inviare a un editore, a nome suo, un mio romanzo. Fatto
sta che nel giro di un mese era già contattato dall'editor di una famosa casa
editrice.
Ho ancora la raccomandata di convocazione: “Gentile Giorgio Z. ho letto il suo
scritto e vorrei incontrarla. A parte la trama e una buona scorrevolezza del te-
sto, per altro da ritoccare qua e là, ciò che ci ha colpito nel suo romanzo è la
mancanza assosoluta di volgarità, sia formale che sostanziale, cosa strana, in
un trentenne e il candore nella scoperta dei sentimenti. Le dico subito che, se
l’incontro avrà esito positivo, intenderemmo lanciarla sul mercato come “un
giovane scrittore fuori dal suo tempo”.
Quando Giorgio ed io leggemmo la raccomandata di convocazione, ridemmo
veramente di cuore, anzi, io risi e lui lanciò a raffica la sua immancabile impre-
cazione: “c…. c ... c...” . Decidemmo, anzi non se ne parlò nemmeno, che il
segreto restasse tra di noi e lui partì per incontrare l’editor che lo aveva con-
vocato.
Naturalmente la sua intelligenza brillante, la sua presenza spigliata, la sua
sensibilità e la sua indiscutibile propensione per il mondo della scrittura, hanno
di certo avuto un gran peso nell'influenzare più che positivamente la decisione
dell'editor.
Il resto è noto.
E dunque chi ha usato chi? E chi è il cannibale?
Aspetto la sua visita, con simpatia, Lilli Z.

P.S. Non ho ancora sentito Giorgio. Sarà troppo impegnato a darsi del “c....”,
secondo il suo solito.

FINE
INDICE

e mai 1 allegato 1 pag.


e mail 2 allegato 2 pag.
e mail 3 allegato 3 pag.
e mail 4 allegato 4 pag.
e mail 5 allegato 5 pag.
e mail 6 allegato 6 pag.
e mail 7 allegato 7 pag.
e mail 8 allegato 8 pag.
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e mail 10 allegato 10 pag.
e mail 11 pag.
e mail 11 bis allegato 11 pag.
e mail 12 allegato 12 pag.
e mail 13 pag.
e mail 14 pag.
e mail 15 primo allegato pag.
secondo allegato pag.
e mail del regista alla zia Lilli pag.
e mail di risposta della zia Lilli al regista pag.
elenco opere dello stesso editore

Parliamo l'arabo- tascabile di vocaboli e conversa-


zioni italiano arabo. Anness 2 CD

Parliamo l'arabo – Grammatica Anness16 CD

Le parole italiane di origine araba

Parliamo il cinese – tascabile di vocaboli e conversazioni


italiano cinese, con note di grammatica e
dizionario. Annesso CD

Parliamo l'ungherese – tascabile di vocaboli e


conversazioni italiano ungherese, con note
di grammatica e dizionario. Annesso CD

Il Sale, il grande amico del nostro organismo

Musulmane che ho conosciuto

Padova è molto a sud di Trento


e mail 1

Caro Giorgino, comincio a mandarti in allegato le prime battute


della nuova “storia”. Mi dici che, a differenza degli altri due
romanzi che ti ho scritto, questo dovrà diventare una sceneggiatura
...
Ed ora eccoti l’allegato 1.
Ricordati, Giorgino, che puoi spedire direttamente al regista gli
allegati, così come te li mando. Ci penserà poi lui a dare a tutto il
romanzo un assetto compatibile con una vera sceneggiatura.
Baci, la zia Lilli

allegato 1

E’ un venerdì pomeriggio e siamo all’interno di un autobus, che


collega la città alla grande periferia, estesa per chilometri e
chilometri in un paesaggio nebbioso, tra autostrade, superstrade,
strade statali, strade provinciali, strade comunali, giù giù fino a quei
viottoli sterrati che improvvisamente ti portano, quasi per miracolo,
in mezzo alla natura incolta, che spunta ancora qua e là, tetra
immagine avvizzita di un non lontano passato rigoglioso.
La nebbia, che l'autobus attraversa e penetra, si presenta in tutte le
sue forme, da quella più compatta e pesante, a quella effervescente,
leggera leggera, come un velo da sposa, quando la sposa è felice.
L’autista dell’autobus è il nostro protagonista, Giovanni.
E' un trentacinquenne dalla corporatura non molto alta ...