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25 aprile 2009

Il Novecento, il “secolo breve” –come è stato definito- ha “bruciato” i ritmi consueti della storia
umana per più ragioni, passando dunque in questo senso “in fretta”, ma lasciando una eredità
pesante su molti piani. Pesante in quanto il progresso scientifico e tecnologico negli ultimi cento
anni ha cambiato radicalmente il modo di vivere di una parte (purtroppo, solo di una parte…, pur
consistente) degli uomini che stanno sulla faccia della terra. E, per il futuro, di queste “novità”
portate da scienza e tecnica non si potrà mai più ignorare l’importanza, non sempre tutta e solo
positiva, anche per quanti oggi non ne possono godere i benefici effetti. Ma è stato un secolo
pesante anche per un’altra ragione. Perché durante quei cento anni sono stati perpetrati i più
tremendi genocidi della storia dell’umanità, in nome di ideologie aberranti, oppure in nome di ideali
in sé giusti ma degenerati in causa di barbarie. Troppo spesso ce lo dimentichiamo. Ci
dimentichiamo spesso, per esempio, che il “secolo breve” è cominciato con il genocidio del popolo
armeno innescato dal movimento nazionalista dei “Giovani Turchi”. Ci voleva l’arte narrativa ed
evocatrice di Antonia Arslan per farcelo ricordare… E spesso non consideriamo più Il diario di
Anna Franck come un libro che tutti, ma proprio tutti, i nostri ragazzi dovrebbero leggere. Ci
scordiamo talvolta anche che nobili ideali di giustizia si sono trasformati in giustificazioni
dell’orrore dei gulag staliniani.
Ecco allora a che cosa serve ricordare, qui da noi, in Italia, il 25 aprile. Che è, che deve per davvero
diventare la festa di tutti gli italiani. Ma che potrà diventarlo solo nella chiarezza delle convinzioni
professate e non nell’ambiguità di una “riappacificazione”, se questa non avvenisse all’insegna
della chiarezza di quelle convinzioni. Che non accettano e non tollerano mode “revisionistiche”, che
travisano e negano una lampante verità storica. Nella guerra partigiana si combatté su due fronti:
c’era chi combatteva per la libertà, e chi combatteva contro la libertà. Certo molti in buona fede
sono morti combattendo dalla parte di chi non voleva la libertà, avendo fede in un’ideologia che la
libertà ha sempre negato, calpestato e vilipeso. A loro si deve umana pietà. Si deve il rispetto che è
dovuto a tutti i morti, che hanno sacrificato la loro vita senza rendersi conto che ciò in nome di cui
la sacrificavano non valeva il loro sacrificio. Ma non si possono mettere sullo stesso piano i fatti
della storia ed i valori che hanno ispirato l’azione di coloro che sono morti combattendo. La storia
ci dice che qualcuno ha combattuto contro la libertà, avendo fede in un’ideologia aberrante che
disprezzava insieme alla libertà anche la democrazia e la giustizia sociale. Non può la politica,
quella con la “p” minuscola, negare tutto ciò. Non può un disegno di legge nascondere, sotto
l’ipocrisia di un’ ambigua volontà di riconciliazione all’insegna del sacrosanto dovere di rispettare i
morti caduti sotto bandiere di ogni colore, azzerare la differenza abissale che deve sempre essere
riconosciuta nella storia tra la vittima ed il suo carnefice, tra il perseguitato ed il suo persecutore.
La memoria condivisa deve essere conquistata, allora, attraverso il riconoscimento di questa verità
semplice, ma forse ancora troppo dolorosa per alcuni. Che non hanno il coraggio morale di
ammettere ciò che questa verità proclama. Come dimostrano anche meschine polemiche di questi
giorni scoppiate dalle nostre parti per accusare una giovane coraggiosa che nella nostra università
ha studiato e si è formata, e che ha avuto il solo torto di parlare chiaro, senza inutili giri di parole,
con un linguaggio poco attento (per fortuna…) a quello che sta per affermarsi come, ahimè, il
“nuovo” modello del politically correct.
La libertà, così come la democrazia, vanno riaffermate come ideali assoluti ed universali, senza
aggettivi, “senza se e senza ma”. Oggi il nostro Paese sta vivendo una fase di trasformazione,
difficile, per molti aspetti, e preoccupante. Il disinteresse, se non la nausea, per una “politica
politicante” che da troppi anni sembra allontanare i cittadini migliori da un impegno disinteressato e
forte per quello che un tempo anche non lontano si chiamava “il bene comune”, rischiano di lasciare
troppo spazio ad una metamorfosi silenziosa in cui della libertà e della democrazia resti solo un
simulacro. Un vuoto guscio di parole gonfie di retorica invece che diritti reali di cittadinanza per
tutti gli uomini onesti, invece che autentica possibilità di autodeterminazione per ciascun cittadino:
questo è il rischio che il nostro Paese sta correndo, lo svuotamento per così dire “dall’interno” di
quei valori assoluti ed universali. Contro questa deriva, ben venga ogni anno il 25 aprile a farci
riflettere. Perché forse anche noi “uomini di buona volontà”, oggi, dovremmo prepararci alla
“nostra” pur più modesta “resistenza”, in nome di quegli stessi ideali di libertà e di quella
medesima fede democratica che ha guidato ed ispirato coloro che per darci libertà e democrazia
hanno sacrificato la loro vita più di sessant’anni orsono.

Vincenzo Milanesi