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LA VIA DEL VERBO

Attilio Mordini
Dall'unit di Dio muove il molteplice nello spazio e nel tempo per tornare all'uno nell'atto della Sua eternit; e nell'uno soltanto pu realizzarsi pienamente ogni essenza, poich "...Omnia essentia derivantur ab essentia divina..." (Tommaso d'Aquino, De Veritate III, 5). In Dio, causa efficiente e causa finale sono una cosa sola, sono Carit. Creare evocare dal nulla; l'atto di Dio che dona vita lo stesso atto che chiama la vita al suo unico fine. Il comando all'abisso vuoto ed informe, e l'appello amoroso alle creature una sola parola, il Verbo del Figlio; e ascoltare questa parola contemplare. Il simbolo della croce costituito dall'irradiarsi da un punto, ma lo stesso irradiarsi anche abbraccio e amore d'unit. per questo che tutte le creature sono collegate tra loro per la legge dell'analogia e le cose tutte si simboleggiano l'un l'altra rispecchiando in tal modo l'unit del Creatore e del Redentore. Vivere questa analogia dunque congiungere il Paradiso terrestre alla Gerusalemme celeste, opposti e complementari tra loro. II primo un giardino, la seconda una citt; il primo ambiente vegetale, il secondo petroso e minerale; e il vegetale ha l'appellativo di terrestre, mentre la salda rocca quadrata ha l'appellativo di celeste. La via che unisce l'uno all'altra Ges, e su questa via tutte le analogie del cosmo si ordinano nella verit che una, poich Cristo medesimo via, verit e vita, la stessa alfa dell'Eden e la stessa omega della Gerusalemme celeste. L 'Eden da cui si diramano i quattro fiumi di vita a mo' di croce per il mondo il principio da cui la storia dell'umanit si mossa; la Gerusalemme celeste che abbraccia nelle sue quattro mura l'umanit redenta il secondo aspetto della croce e della creazione, quello dell'appello amoroso. E qui, nel tempo, quasi calata dalle potenti braccia del Padre, la croce del Figlio, di Ges; croce sulla quale deve morire l'uomo del secolo perch risorga l'uomo dell'eternit, che del secolo sia padrone e signore, l'uomo veramente libero. La legge dell'analogia che ci mostra le creature come simbo1i, non in un convenzionale e rigido allegorismo, bens come la vita stessa delle cose veramente amate, il linguaggio di Dio nella creazione; e non vi sarebbe il linguaggio dell'uomo se la legge del simbolo fosse soltanto un'astrazione. Infatti la parola umana proprio un simbolo, il primo e l'ultimo simbolo dell'uomo, il simbolo da cui muove tutta l'esperienza del mondo esteriore, e il simbolo a cui l'esperienza stessa torna per farsi giudizio, preghiera, linguaggio d'amore. La legge che ci mosse dall'Eden fu per noi legge dolorosa dal ventre della donna colpevole; la legge che trae tutte le cose all'esistenza nel tempo muove dalla causa all'effetto; ma la stessa legge, in quanto trae al Creatore come causa finale ultima, si rivela nel tempo come legge del simbolo, come analogia. L 'incarnazione e la morte di Ges, della Parola di Dio, sono l'atto Sacro in cui il Verbo si mostra nella natura fisica a proclamare dalla croce che il simbolo non solo un'astrazione dell'uomo, bens una realt adempientesi in ogni giorno vissuto per amore di Dio. La Messa si apre con gesti e con parole rituali e simboliche per culminare nella reale transubstanziazione. Il sostituirsi del sacerdote alla persona di Ges davanti all'altare indubbiamente un fatto simbolico, ed soltanto simbolicamente che egli pu dire Hoc est enim Corpus meum; proprio a quelle parole il simbolo si fa realt sostanziale nelle specie; o, meglio, nelle specie, realt e simbolo si incontrano come la retta verticale incontra l'orizzontale al centro della croce. La Messa, dopo la purificazione, torna ancora ai gesti ed alle parole simboliche per restituirci ogni simbolismo all'esperienza quotidiana vivificato dalla Grazia di Dio; e infine, quando tutto consumato, la liturgia ci ripete che in principio era il Verbo, la Parola, e la Parola era presso Dio. Creazione e redenzione, Eden e Gerusalemme celeste ritrovano ancora la loro unit nel Cristo che via, verit e vita. Tutta l'azione dei secoli assunta nell'eternit per le mani di un sacerdote su un pezzo di pane e su un calice di vino alla pietra dell'altare. La contemplazione di chi crede e adora, e l'azione di chi celebra e sacrifica, sono una cosa sola nel rito della Messa, affinch la contemplazione e l'azione quotidiana siano una cosa sola nell'uomo che vive e non vuol morire. Non v'ha dubbio alcuno che il nostro sia un tempo estremamente pratico nel senso letterale del termine, tempo cio in cui a gran voce, ed anche a fatti, ci si proclama propensi soprattutto ad agire, ad esprimersi nel movimento e quindi nella provvisoriet. "Ci in questo momento pratico, ci in questo momento non pratico"; ecco i giudizi che il pi delle volte decidono il successo o meno di nuove creazioni o invenzioni, e persino di idee, scritti e opere di cultura.
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Convinti della validit della parola nonostante gli errori degli uomini e la confusione del linguaggio nell'uso comune, moveremo da una vera e propria indagine verbale al termine pratico e del termine teoria, d'altronde gi troppe volte contrapposti tra loro come antitetici bench in realt si tratti soltanto di due correlativi. L'etimologia dal greco della parola pratica ormai alla portata comune e non riteniamo necessario soffermarvisi; bens avvicineremo il nostro termine in esame alla parola sanscrita Prakriti. Dalla radice KR, che significa fare, produrre, effettuare (da cui, sebbene con diverso senso semantico, anche il nostro creare), e quindi da KR nel senso di spandere, profondere, con il prefisso pra (confronta latino pro), Prakriti vuol dire forza natale, causa, forse pi letteralmente pro-fonditrice, pro-creatrice. Anche la tradizione upanishadica concorde sul significato e sui vari sensi di Prakriti. Tanto nella cosmogonia quanto nella mistica sta ad indicare il principio femminile plastico e fluido, ed in un certo senso correlativo di Purusha, il principio virile e quindi veramente attivo ed immobile. Prakriti pu esser considerata come spazialit indefinita e come sostanza; Purusha essenza e puntualit dalla quale lo spazio stesso procede in quanto virtualmente contenuto nel punto in tutte le sue possibilit. Nella mistica Ind Purusha simbolicamente rappresentato da un punto che ha sede nel cuore, centro di ogni intuizione pura (e non del sentimento, affettivo come stato considerato in tempi pi recenti ); Prakriti l'anima nel suo aspetto passivo e recettivo, la madre di qualsiasi sensazione e di qualsiasi movimento 1. Purusha, che significa uomo, sul piano cosmico l' tm quale realt suprema. "Quest'tm, che sta nel cuore, anche pi grande della terra pi grande dell'atmosfera, pi grande del cielo, pi grande di tutti questi mondi insieme... " (Chhndogya Upanishad, III Prapthaka, 14 Khanda, shruti 3). Prakriti in senso cosmico il principio fluido simboleggiato dall'acqua, il mare del divenire continuo ed indeterminato; Purusha quale tm l'essere, il motore immobile, fermo in s per quanto ogni movimento di Prakriti non sia che espressione della sua stessa quiete. Prakriti genera il movimento ed la radice di qualsiasi manifestazione, ma Purusha che la feconda. Un'immagine della Aranyaka Upanishad nel mito della creazione rende ben chiaro il rapporto tra questi due principi: "L'tm, ecco ci che era questo all'inizio, in foggia di Purusha 2. Esso, avendo rivolto i suoi sguardi in ogni senso, non vide altro all'infuori del proprio essere...ora, nell'insieme, esso era cos come un uomo e una donna che si abbracciano. Esso fece cadere in due questo suo tm. Da ci ebbero origine lo sposo e la sposa. perci che Yjnavalkya ha detto cos: 'Noi siamo, noi due, ciascuno come una met'. Ecco perch questo vuoto viene colmato dalla donna. Esso la possedette, e da questo nacquero gli uomini. Esso, che era anche essa, consider; 'In qual modo mi possiede avendomi partorita dal suo tm? Ah, bisogna che io mi trasformi.' Essa divent vacca, l'altro toro. Egli la possedette. Da ci nacquero le vacche. L 'una divenne giumenta e l'altro stallone; l'una asina e l'altro asino. Egli la possedette. Da ci nacquero i solipedi. L 'una divenne capra, l'altro montone; l'una pecora, l'altro ariete. Egli la possedette. Da ci nacquero capre e :montoni. Cos propriamente tutto ci che si propaga per coppie, sino alle formiche, esso ,eman tutto ci. " (Aranyaka Up. I, 4, Brahmana, 1-9.). Tutti gli esseri viventi sono dunque generati, secondo il saggio Aranyaka, dalle successive trasformazioni di Prakriti e per differenziarsi da Purusha senza peraltro riuscirvi dato che ogni manifestazione possibile gi presente in lui; non solo, ma le metamorfosi di Prakriti hanno effetto validamente creativo solo in quanto fecondate da Purusha medesimo. Possiamo ora avvicinare il testo citato alla Genesi e vedremo come Eva sia tratta da Adamo quale possibilit gi implicita in lui, e ci corrisponde anche all'impossibilit di Prakriti di differenziarsi realmente da Purusha; il principio dinamico femminile non pu sfuggire al principio virile e puntuale come la carne stessa dell'uomo non pu sfuggire dal corpo; " et erunt duo in carne una" (Genesi II, 24). Un antico mito ebraico considera il peccato di Eva come un adulterio con Satana, quindi come un rendersi indipendente da Adamo; eppure l'atto di Eva non sar colpito da Dio sino a quando Adamo non avr gustato del frutto proibito; allora, e soltanto allora, che i progenitori si accorgono d'essere nudi. Eva tentata tenta a sua volta, ma Adamo che in realt pecca; e in Adamo pecca anche Eva, come nel nuovo Adamo, in Cristo, Eva sar salva; e ancora in Cristo Maria immacolata. Essa concepita esente da peccato ab aeterno, ma concepita sempre nel Verbo che presso il Padre, la sua purezza e la sua innocenza sono purezza e innocenza del Figlio. La Sacra Scrittura ci mostra Adamo creato per ultimo, mentre la Aranyaka Upanishad pone l'uomo al primo posto nella successione delle creature; ma la differenza sta nel fatto che il testo ind vuole proclamare l'uomo, quale microcosmo, sintesi di tutto il creato virtualmente
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I due principi della manifestazione Purusha e Prakriti si possono paragonare Yin e Yang della Tradizione cinese; di questi il primo indica la stabilit, il secondo il movimento; il primo la luce, il secondo l'ombra; il primo il positivo, il secondo il negativo. Resta pur tuttavia da osservare che questi due correlativi sono da considerarsi come agenti in tutto sul medesimo piano di relazione, laddove Purusha ci presentato dalla Tradizione Upanishadica come superiore a Prakriti.
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Come si vede, tm in foggia di Purusha corrisponde gi ad Adamo avente ancora in s la donna che sar poi formata dalla sua stessa costola. Come Prakriti non che proiezione dello stesso Purusha, cos Eva proiezione ed alterit di Adamo.

contenuto in lui, la Sacra Scrittura, invece, vuol stabilire l'ordine, per cos dire, storico della creazione, poich, come avremo modo di considerare, la tradizione ebraico-cristiana l'unica a fondarsi su di un testo che sia simbolico e storico al tempo stesso; infatti la Torah, la legge, anche e prima di tutto vita. Del resto nella genesi "Il Signore Dio disse ancora: 'Non bene che l'uomo stia solo: io gli far un aiuto convenevole a lui'. E il Signore Iddio, avendo formate dalla terra tutte le bestie della campagna e tutti gli ucceI1i del cielo, li men ad Adamo, che vedesse qual nome porre a ciascuno di essi, e qualunque nome Adamo avesse posto a ciascun animale fosse il suo vero nome. Ed Adamo pose nome ad ogni animale domestico, ed agli uccelli del cielo e ad ogni fiera della campagna; ma non si trovava ad Adamo aiuto convenevole a lui" (Genesi II, 19-20). Adamo cerca l'aiuto, il principio pratico, e lo cerca in tutti gli animali sottoponendoli quasi ad una seconda creazione, quella del linguaggio. Erano stati creati tutti per il Verbo di Dio, e l'uomo, ad immagine e somiglianza di Dio, ha il dono del verbo. Dio aveva gi pronunciato su ciascun animale il suo vero nome all'atto della creazione; Adamo alla vista dell'animale creato sente quel nome nella sua stessa anima e lo pronuncia con voce umana per la prima volta. E pu farlo, perch tutto il creato sente presente in s come immagine di Dio da un lato e del cosmo dall'altra. Ma non pu trovare il suo aiuto, il suo principio pratico, fuori di s stesso alla stregua degli altri animali creati a coppie; il principio pratico di Adamo ha da essere principio pratico universale, gi implicito quindi nella sua stessa pienezza spirituale. Solo una proiezione di se stesso pu essergli aiuto adeguato in quanto espressione della sua unit ad attuarsi nel molteplice; ed cos che Eva tratta dal suo fianco pur rimanendo sempre una con lui, e a lui porgendo sempre presente tutta la molteplicit delle creature. In quanto al termine teoria, dal greco thera che a sua volta deriva da thero e questo da tho, significa contemplazione, considerazione; e thrs lo spettatore, colui cio che non agisce, bench ogni azione sulla scena venga svolta per lui ed in lui si compia; e sempre nello spettatore il dramma ha da trovare il suo vero senso se effettivamente opera d'arte. Spesso, per molti scrittori tra i quali Sofocle, ha soprattutto il significato di spettatore al riti sacri; dunque il senso di contemplazione ne risulta ancor pi evidente. Thers invece la nave sacra sulla quale viaggiavano gli ambasciatori, ed anche la via che gli ambasciatori percorrono; in Eschilo addirittura la via che porta attraverso Acheronte. Potrebbe sembrare a prima vista che tanto il termine thers quanto il termine thera debbano pi riferirsi all'idea della pratica e dell'azione intesa come movimento, dato che il verbo th (da cui appunto thers) significa corro, tanto detto di uomini quanto di veicoli; ma a ben considerare th da avvicinarsi a thy che significa alito con forza, e quindi rende l'idea del soffio dello spirito esprimente il principio virile. il senso del raptus della contemplazione, l'attimo del fulmine di Giove simboleggia l'eternit. Infatti la contemplazione l'atto pi alto dell'anima, l dove memoria, volont e intelletto sono un sol punto, e a quel punto assunto e salvato l'universo; il contemplante ambasciatore tra Dio e la creazione, ambasciatore di un divino commercio che quello della redenzione, cio del riacquisto dell'universo nell'uomo ricomprato alla Grazia a prezzo del sangue di Ges. la via, la scala di Giacobbe per la quale gli angioli discendono sulla terra e risalgono al cielo; e la contemplazione anche la strada che passa per Acheronte e conduce nell'abisso dell'anima, in interiore homine, dove ha sede la verit. Il macrocosmo e il microcosmo, la creazione e l'uomo, possono entrambi paragonarsi alla ruota. Nella tradizione cristiana il paragone di Boezio, ma presente in ogni tradizione spirituale come nel buddismo, nell'induismo e nella mitologia classica. il rosone che si apre sulla facciata delle nostre chiese, il loto su cui siede il Buddha, la ruota del Sole e del tempo che dalla romanit antica passata alle meridiane dei nostri monasteri. Se percorriamo nella sua lunghezza, movendo dalla periferia al centro il raggio di una ruota in azione, possiamo constatare che la velocit dei giri diminuisce sempre pi in ragione proporzionale al nostro avvicinarci al centro stesso, bench immutata rimanga .la velocit del moto di rotazione dell'intera ruota. E ci perch pi angusta la circonferenza percorsa da un punto del raggio in ragione della minor distanza che la separa dal centro; e il centro un unico punto, un punto fermo girante solo su se stesso; da questo punto, percorrendo l'asse, l'uomo si trascende. Il centro d'altronde il punto che determina i giri di tutta la ruota, il Purusha contemplante, mentre il resto della ruota Prakriti, il mondo della prassi, quello che i buddisti chiamano mare del Smsra. Ancora una volta il simbolo dell'acqua collegato alla pratica e al divenire. Se trasferiamo il simbolismo della ruota dall'uomo alla creazione intera, quel punto fermo l'eternit dalla quale si snodano gli evi, si squadernano i secoli, si riversano i giorni a piene mani sulla faccia della Terra. La periferia della ruota, il mondo pratico nella sua manifestazione estrema, il mondo fluido delle sensazioni e dei sensi; quello che Pascal chiamerebbe mondo del divertimento, da de-vrtere, allontanarsi dal punto centrale. Per Agostino e per Boezio
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entrare in interiorem hominem significa trascendere i sensi nel sentimento, quindi nella ragione, ed infine nell'intuito, nel cuore dello spirito, nell'amore vero che nel poema di Dante "...muove il Sole e le altre stelle" (Paradiso, XXXIII, 145). E infatti quel punto , come abbiamo detto, la via dell'asse, la via del cielo, la via sacra di Isaia, il thers ("osservatore", ambasciatore) che unisce l'uomo a Dio. I termini thera e thes muovono dalla stessa radice. L'azione il passaggio dalla potenza all'atto. Per San Tommaso Dio atto puro; e nell'uomo, immagine di Dio, l'atto puro contemplazione, quindi atto di Dio e dell'uomo al tempo stesso, o meglio presenza di Dio nell'uomo, che l'uomo in quanto creatura non potrebbe essere capace da solo di atto puro. La pratica la forza, l'aiuto ad attuare ci che nell'uomo potenziale; non vi pu essere vera azione efficace che non proceda dalla teoria, dalla contemplazione, dall'atto sacro della Grazia e della libera volont che aduna, unifica e assume in Dio il mondo della pratica, del divenire e della dynamis. Per passare efficacemente dalla potenza all'atto, quindi, indispensabile ispirarsi all'atto gi realizzato quale modello anteriore ad ogni azione e quale causa finale di ogni divenire; e quest'atto appunto la presenza di Dio nell'uomo che si fa esperienza operante proprio nella contemplazione. L'uomo esteriore diviene sempre, e col divenire quasi si identifica, ma l'atto interiore con la sua presenza puntualizza ogni azione nell'identit del S. L'io psichico e sensoriale mutamento continuo, alternarsi incessante di gioia e di dolore, di pianto e di riso, di godimento e di sofferenza; il se spirituale ed interiore atto della presenza, continuit di ci che diviene o sembra divenire, che non potrebbe divenire, n constatare alcun mutamento, se non fosse sempre lo stesso, come Prakriti non genererebbe se Purusha non la fecondasse rimanendo in s inalterato malgrado ogni trasformazione. E in questa presenza a s stesso e a Dio sta la memoria, l'intelletto e la volont dell'uomo, che per San Bonaventura immagine della Trinit nell'anima umana; sta la sua responsabilit tra il bene e il male; la responsabilit della scelta sul piano della dialettica, mentre sul piano dell'unit, della sintesi, dell'abbraccio con Dio, sta la piena realizzazione della personalit, il conseguimento del fine eterno; del fine che principio, perch ben quel Fine che crea l'uomo evocandolo dal nulla. Una pratica che non muova dalla teoria, un agire che non muova dalla contemplazione, un assurdo, perch non v' azione che non abbia il suo principio e il suo fine nell'atto pur muovendo dalla potenza, nel Verbo che parola di Dio e d vita e voce all'uomo. Una pratica che non vera azione non crea, perch priva di atto, cio della parola che ha creato l'universo. Adamo pu dar nome agli animali perch contempla Dio, e Dio glieli indica uno per uno davanti ai suoi occhi ancora casti ed innocenti. Quando si nega la contemplazione per la cosiddetta azione pura in una vita soltanto pratica, in realt si continua a contemplare e si contempla male. L'uomo si ribella cos al suo primo Fattore e al tempo stesso alla puntualit del proprio essere che immagine di Dio, alla radice della personalit che il nome dell'uomo pronunciato dal Creatore nel fondo di ogni anima. La mistica della pratica mistica del subcosciente, del caotico fluttuare di immagini e di impressioni incontrollate dalla volont; e la scelta dell'uomo tende allora a deturparsi in bestiale riflesso condizionato; ogni vera libert viene negata dall'arbitrio della libido in quello che per San Tommaso d'Aquino il mondo dell' irascibile e del concupiscibile. la mistica del nostro tempo; al Verbo si sostituisce lo slogan; la distrazione o l'ossessione alla redenzione. Dobbiamo render conto d'ogni parola oziosa, d'ogni parola cio che non sia libera e consapevole adesione alla parola di Dio; e sono parole oziose tutte le azioni che non muovono dall'atto interiore della Grazia per elezione veramente libera, cio per elezione nel bene. Se le parole che non procedono dalla parola divina sono parole oziose, le azioni che non procedono dall'atto interiore della contemplazione sono dissipazione nel mondo della pura pratica, dell'illusione. E pertanto questa illusione acquista di giorno in giorno, per l'insipiente, una sua realt, copia scimmiesca della realt creata da Dio; e l'uomo, che nonostante tutto immagine della divinit, crea il suo mondo demoniaco, l'inferno dell'angoscia. Per San Bernardo di Chiaravalle l'immagine di Dio nell'uomo la libertas a necessitate, libert dalla necessit per la quale l'elezione dell'uomo sempre libera. "La libert dalla necessit conviene ugualmente e indifferentemente a Dio e ad ogni creatura ragionevole in generale, tanto buona che cattiva; non la si perde ne per il peccato ne per la miseria; non pi grande per il giusto che per il peccatore, ne pi piena per l'angelo che per l'uomo". (De Gratia et libero arbitrio IV, 9). Si pu coartare l'azione esteriore, non l'elezione della libera scelta; si pu forzare qualcuno a fare qualcos'altro da quanto ha scelto, ma non lo si pu obbligare a

scegliere diversamente dalla sua volont 3. Questa libert dunque lasciata intatta dal peccato originale. Non cosi, sempre per San Bernardo, le due somiglianze che sono la libertas a peccato e la libertas a miseria. Se l'immagine rimasta, la somiglianza perduta con la colpa di Adamo; l'uomo pu disporre di libero arbitrio e di libero consiglio, ma non del libero complacito. L 'uomo, dice San Bernardo, curvo e le sue brame come il suo sguardo son rivolti verso la terra; e il suo raddrizzamento appunto l'adempimento della legge con l'aiuto della Grazia; e attraverso alla penitenza sotto la legge, l'uomo si raddrizza a guardare il cielo nella contemplazione. Tra i moderni autori di teologia mistica molti hanno definito San Bernardo un mistico pratico, e come lui mistici pratici sono stati chiamati tutti quei santi che non hanno trattato della mistica il senso metafisico, o meglio che non hanno dedotto teorie metafisiche dalla contemplazione. A nostro avviso si tratta di un equivoco alla base del quale v' la solita confusione di linguaggio, che la causa prima d'ogni equivoco del genere. San Bernardo ammonisce, alludendo ad Abelardo e agli aristotelici del suo tempo (aristotelici pretomisti, d'altronde), che Ges e gli apostoli non ci hanno insegnato a filosofare, bens a vivere cristianamente. appunto questa affermazione la bandiera che unisce tutti coloro che vedono nell'abate di Chiaravalle il mistico della pratica 4. Ma in realt teoria, come abbiamo visto, significa contemplazione, e non vi pu essere mistica che non sia contemplativa e quindi teorica. Procedere altrimenti, e cio contemplare senza basi teoriche, porta prima o poi ad equivocare tra il mondo psichico delle sensazioni e il mondo spirituale delle immagini e delle intuizioni, tra il mondo delle affettivit e il mondo della carit; come troppo spesso avviene. Del resto tanto vero che San Bernardo stato un grande teorico, che quasi non si pu parlare o scrivere di mistica cristiana senza citare i suoi testi; non solo, ma fu, durante la sua vita terrena e nei suoi scritti, in affinit con la scuola di San Vittore che stata scuola di mistica speculativa per eccellenza. D'altronde il pratico nel vero significato della parola fu proprio Abelardo, che sul piano dialettico si svolse tutta l'opera sua; piano dialettico che non essendo ben ancorato, nel caso di Abelardo, all'unit puntuale dell'atto contemplativo, pu ben dirsi pratico anzich teorico. La vera metafisica anche meta-razionale, poich razionalit e dialettica fanno anch'esse parte della physis; tanto che Aristotile aveva chiamati afisici i discepoli della scuola eleatica in quanto si trovavano nell'impossibilit di spiegare il movimento del divenire rispetto all'essere puro. San Tommaso d'Aquino un metafisico non certo per la veste dialettica della sua Somma quanto per il contenuto di essa che addirittura la trascende. La Somma in s logica, ed metafisica in quanto procede da meditazione e da contemplazione interiore. Metafisica necessariamente l'unit della sua opera, ma la parola di quest'unit invano la cercheremmo tra quelle righe stupende, ch solo Dio la pronunci in Tommaso; e solo Cristo, il Verbo, la conferm al Dottore Angelico: "Bene de me dixisti, Thoma". San Bernardo c'insegna che il simile pu conoscere solo il simile, e l'anima pu conoscere Dio perch di Dio immagine; per la penitenza e la conoscenza si pu, con l'aiuto della Grazia, raddrizzare l'uomo, finalmente integro nella sua unit interiore, a guardare il cielo. Questa immagine da cui la pratica fecondata all'azione consacrante il reale, si manifesta nella parola interiore che si profila a sua volta nella parola espressa e nell'opera umana. Per quanto sfigurata dall'uso errato nel linguaggio comune e deturpata in conseguenza del peccato, la parola dell'uomo nella sua pi intima essenza divina; solo che questa divinit va sentita e gustata nella sapienza, nel sapore pi intimo d'ogni sillaba alla luce della rivelazione. Gi i sapienti delle Upanishad cercavano il senso profondo delle parole nella relazione del
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Naturalmente Bernardo di Chiaravalle scriveva in un tempo in cui nemmeno si sospettava la possibilit, mediante certi farmachi, di dirigere e di determinare dall'esterno proprio la volont dell'individuo. Ci possibile ai nostri giorni in seguito agli ultimi ritrovati della scienza; ma in realt la volont del soggetto in tali casi solo sospesa e non veramente diretta; tanto vero che un uomo sotto l'azione di tali farmachi non mai ritenuto responsabile delle proprie intenzioni. Ad ogni buon conto la dottrina di Bernardo resta, anche in tal punto, validissima, poich non in seguito al peccato originale in quanto tale che l'uomo potrebbe essere, mediante i farmachi suddetti, guidato da altri nell'uso della propria volont. Certo un fatto sintomatico che tali ritrovati siano stati scoperti dalla scienza proprio in un tempo in cui l'ateismo particolarmente diffuso.
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Si potr obbiettare come gli studiosi di mistica usino spesso, ad es. parlando di San Bernardo, il termine pratica in un senso tutto particolare per distinguere dagli altri il mistico che realizza, con la Grazia di Dio, una vita di vera contemplazione pi che profondersi in dotte dissertazioni teologiche. Su ci possiamo concordare pienamente; il guaio che la forza di certi termini tale che a poco a poco, usando spesso la voce pratica in riferimento alla mistica vera e propria, siamo pervenuti ai nostri giorni all'esaltazione di quelle forme di misticismo che sono di carattere pratico nel senso pi letterale del termine. Oggi da troppi religiosi quasi si diffida delle vocazioni contemplative per volgersi compiaciuti solo sull'uomo che lavora nel mondo. un fatto che ogni volta si usi un termine per designare, sia pure in modo meramente convenzionale, qualcosa di ordine superiore al significato che proprio al termine stesso, gradatamente la cosa designata tende a degradarsi, nella mente di chi parla, fino a rispondere letteralmente al significato del vocabolo usato per determinarla. Al contrario, quando si usa un termine di significato superiore alla cosa designata, sempre il termine usato che a poco a poco si degrada fino a scadere di significato. Ad esempio, la parola sacrificio, da sacrum-facere, mentre nel suo senso autentico significa far-che-sia-sacro attraverso l'atto rituale, oggi preso quasi esclusivamente nel senso di privazione; e sacrificio chiamata qualsiasi rinuncia anche nell'ordine pi profano; solo nel linguaggio semidotto ancora usato nel suo significato autentico.

suono di esse con l'essenza della cosa significata. Tali interpretazioni verbali erano molto simili all'apparenza (e all'apparenza soltanto) a dei giuochi di parole, e venivano chiamate nirukta. Siamo di fronte ad un'altra parola composta della lingua sanscrita; dalla radice VAC, nel senso di parlare, dire; ukt significa tanto detto quanto interpellato, ed anche parola. Preceduto dalla particella negativa o intensiva nih- (nir- davanti a sonora), significa letteralmente non detto, non esplicito di per s, e quindi espresso, spiegato, manifestato da qualcuno o, pi generalmente, dalla Tradizione. Il termine nirukta vuol dire insomma spiegazione del senso occulto delle parole, di quanto cio non detto chiaramente ed esplicitamente, ma gi presente in modo implicito nel senso delle parole in esame. E in tale accezione l'aspetto intensivo del prefisso nih- si mostra quanto mai evidente. Per venire alla tradizione occidentale, Platone amava spesso considerare le parole in modo molto simile a quello dei saggi ind. Pi tardi si voluto dire che il fondatore dell'Accademia aveva commesso degli errori nel darci l'etimologia di alcune parole greche, ma in realt in ci non commise errore alcuno per il fatto che non ebbe la minima intenzione di fare dell'etimologia almeno nel senso corrente del termine. I Padri della Chiesa non potevano non assaporare anch'essi le parole, che il Cristianesimo appunto religione del Verbo, e nelle loro opere furono larghi di interpretazioni in tutto simili ai nirukta. In un certo senso potremmo dire che se l'etimologia delle parole ne la storia, il senso simbolico ne l'anima. Ma qui ci sia permessa una considerazione: abbiamo pi volte, nel corso di questo capitolo, avvicinate le esperienze e le tradizioni ind, buddhista, greco-romana all'esperienza e alla tradizione cristiana come a trovare in quest'ultima la loro unit e, perch no?, anche in parte la loro conferma. Porremo ora ben netta una distinzione per la quale, ben lungi dal negare le altre vie tradizionali, si render, sotto certi aspetti, pi palese quell'adempimento nel Cristianesimo che gi Clemente alessandrino ed Origene avevano proclamato nei riguardi dei misteri. Nella tradizione ind, Krishna scende ad incarnarsi sulla Terra per portare la salvezza agli uomini; ma Krishna, per gli stessi Brahmani, un mito, un simbolo in cui d'altra parte pienamente racchiuso il profondo mistero dell'Incarnazione e quindi della Verit rivelata. Figlio di Giapeto, Prometeo, che dopo aver creato il primo uomo porta il fuoco della tradizione spirituale all'umanit (anche il Paracleto nella Pentecoste scender sotto forma di lingue di fuoco) e paga il riscatto incatenato dal Padre alla roccia, anch'esso un mito; nessun pontefice romano, che si sappia, lo ha mai ritenuto una persona storica. Non cos per Cristo. Egli la Parola dei Padre che si incarna misticamente nell'umanit per No, nei semiti per Abramo; e nel popolo di Israele per Giacobbe. Si incarna misticamente ancora in Giuda, e quindi storicamente in grembo a Maria nell'anno 753 dell'era romana sotto Augusto imperatore; ed censito in Bethlem, citt di David. per questo che, come abbiamo poco prima osservato, la Sacra Scrittura ebraico-cristiana l'unica che sia al tempo stesso testo sacro e testo storico. infatti il Verbo, il Figlio che, secondo Origene, prima di farsi persona umana si fa verbo grammatico nella scrittura. Se storia e contenuto spirituale sono per il cristiano una cosa- sola nelle Scritture, ne consegue necessariamente che senso simbolico delle parole ed etimologia debbano quasi coincidere. Sant'lsidoro di Siviglia, a cui Dante ricorrer per il suo De vulgari eloquentia e per l'interpretazione del nome di Dio nella Commedia, sembra essere stato il primo nell'intuire la forza creatrice che si rivela anche nella storia della parola umana. Etymologiae appunto il titolo della sua opera principale; un'enciclopedia di venti libri. Secondo Isidoro l'essenza delle cose si riconosce dall'etimologia dei nomi che le designano. Infatti il nome pronunciato da Adamo su ciascun animale era il suo vero nome; era un modo di manifestarsi del Verbo di Dio, dell'uno sulla molteplicit delle cose create. Ricorrere all'etimo in un certo qual modo avvicinarsi all'unit da cui le parole si diramano, risalire la via dalla creatura al Creatore passando per la natura della stessa cosa creata. vero che Sant'lsidoro ritiene lecito, laddove sia difficile trovare la vera etimologia di un sostantivo, ricorrere ad una etimologia fittizia; ma ci non deve essere, nemmeno in questo caso, inteso come un mero giuoco di fantasia (che d'altronde mal converrebbe alla seriet del grande dotto sivigliano), bens ad un impegno di assaporare nel suono e nel modo di articolarsi di ogni parola il significato di essa in analogia al termine che pi le assomiglia o sembra convenirle. Dove non pu giungere l'umano studio dell'etimologia, dunque, Isidoro ritiene giusto e lecito tornare al simbolismo verbale. Per il cristiano, se il Salvatore il Verbo , in un certo senso, anche l'etimo degli etimi, il senso che d voce ad ogni parola come la Luce che illumina ogni uomo veniente al mondo. Scoto Eriugena, pur considerando, e diremmo, quasi soppesando le parole nel loro senso
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letterale, ci pone in guardia di fronte ad un linguaggio insufficiente ed inadeguato alla sapienza perch di invenzione umana e convenzionale . Ci sia permesso dimostrare, e cercheremo di farlo nel prossimo capitolo, che il linguaggio in se non sembra potersi ritenere inventato dall'uomo. Si pu tuttavia parlare di corruzione dovuta appunto all'aver considerato il linguaggio pura e semplice convenzione dall'uomo stesso stabilita. in sostanza effetto del peccato originale commesso da Adamo proprio per sostituirsi a Dio, e coloro che al peccato di Adamo aderirono si ritennero inventori di ci che Dio aveva donato all'uomo. Questo , a nostro avviso, uno dei molti significati (tutti d'altronde complementari tra loro) dell'episodio genesiaco della Torre di Babele costruita alla conquista del cielo. L 'uomo, infatti, che per primo ha preteso esser creatore del linguaggio ha con ci stesso preteso di creare la propria salvezza e di poter contemplare veramente senza la Grazia di Dio. Restano vere, d'altra parte, le parole di Scoto al riguardo in quanto il linguaggio si reso quasi inefficace alla evocazione del reale. Nell'evocazione sta infatti il vero valore della parola, ma necessaria a ci la consapevolezza primordiale del linguaggio. Per la potenza evocatrice della parola il linguaggio dell'uomo ben adeguato a parlare di Dio. Il nome stesso dell'Altissimo pronunciato da Adamo in stato di Grazia doveva avere la forza di imporlo al mondo creato, all'Eden ovunque avesse voluto; parimenti il sacerdote del Nuovo Testamento ha il potere di portare Cristo, in corpo, anima e divinit, ovunque voglia portarlo. Come il peccato, secondo San Tommaso, ha macchiato la natura dell'uomo, la quale tuttavia rimasta buona nella Sua essenza, cos la parola umana in s non ha perduto nulla della sua potenza evocatrice per il fatto stesso che rimasta tradizionale malgrado ogni degenerescenza. Il potere di evocare stato perduto dall'uomo perch considerandosi creatore del linguaggio come atto convenzionale ha usato ed usa delle parole soltanto quali termini dialettici a determinare cose e concetti. Ma in realt la parola in quanto nome un centro prima d'essere un termine; come vedremo pi oltre, nominare una cosa esprimerne quasi l'essenza; e solo in un secondo aspetto, inferiore al primo, determinare, cio distinguere una cosa dalle altre. Se il processo discorsivo consiste nell'uso dialettico della parola sul piano razionale, l'atto evocativo consiste nel pronunciare la parola come simbolo adeguato ed efficace ad esprimere l'intuizione manifestantesi sul piano superrazionale ove soggetto ed oggetti si incontrano nell'atto della conoscenza, o meglio nell'atto in cui la conoscenza si fa possesso nel superamento del processo discorsivo medesimo. Proprio per il valore evocativo della parola in se, le parole oziose son da considerarsi segni di dissipazione. Ci sar chiesto conto di esse quando le vedremo tutte sul volto del Verbo, unica parola creatrice e salvatrice di Dio tornata sul mondo per giudicarlo. Contemplare dunque anche ricercare, e con la Grazia di Dio riacquistare, il senso delle nostre parole nella Parola Sua, per la restaurazione effettiva del Regno dei Cieli in noi e sul mondo. La parola di Adamo, aveva dato il vero nome agli animali, la parola dell'uomo caduto nella colpa ha turbato l'universo intero, perch la parola gli fu data per creare in Dio e per Dio, ed egli invece cre e crea soltanto per se. Il suo creato stride cos davanti all'ordine che il Verbo ha dato al mondo, e il mondo stesso ci appare guasto. Stride prima di tutto nella anima umana, che, nella ribellione addirittura istintiva della colpa alla voce di Dio che lo crea ad ogni istante, spontanea senza essere sincera; la personalit si disintegra, l'io si fa legione come i demoni che fuggivano all'ingiunzione di Ges. E la salvezza che Cristo ci ha indicata sta invece nell'unit; ha fondato la Chiesa, ha istituito l'Eucarestia ut unum sint, affinch siano uno. Sono tre parole rigurgitanti di pace e di casto riposo; uno l'uomo nella sua personalit reintegrata dalla Grazia, una l'umanit sotto un solo pastore, uno l'universo nel Verbo, uni i secoli gravidi di giorni, uni gli evi della Sua eternit, uno lo spazio immenso nel punto eterno di Dio. Uno come uno il Verbo col Padre, come una la Trinit nell'uguaglianza della distinzione che legge d'armonia. Ci ha lasciata l'Eucarestia Ges, per rimanere con noi fino alla fine dei secoli, e ci ha mandato il Paracleto, le lingue di quel fuoco che gi aveva bollato le labbra di Isaia, perch fino alla fine dei secoli, l'ha promesso, rimarr nella parola della Chiesa col suo Spirito; non soltanto racchiuso come un punto segreto, ma vivificante come il Suo punto eterno sull'evo e sul tempo; non sepolto come il cadavere in disfacimento, ma fecondante come il seme che prima di germogliare gi tutta contiene potenzialmente e puntualizza la spiga; come il primo seme di grano che gi conteneva virtualmente tutti gli altri generati al mondo. Se nei sacramenti, e nell'Eucarestia in particolar modo, sta la salvezza dell'anima, nella parola sta la salvezza della civilt; e non v' contemplazione vera che sulla civilt non riversi i suoi effetti e la sua luce. "Dai frutti li riconoscerete...". Una spiritualit che non d frutti non contemplazione, bens astrazione, non Carit, bens egoismo, non solitudine, ma diserzione, non povert, bens miseria. Se agire senza contemplare dissipazione della parola, contemplare senza fecondare l'azione umana farsi sale scipito, sale inutile, sale gettato per terra ad essere calpestato dagli uomini.
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Non a caso il termine antitetico a quello di civilt barbarie, e barbaro significa balbuziente. L'incivile infatti non parla chiaramente, perch i suoi gesti non sono azioni vere, non sono azioni fecondate dal Verbo. Il barbaro balbetta nelle sue opere, balbetta nel suo volto, nella somiglianza con Dio. Egli stesso ci appare come una parola detta male. Salvezza dell'anima dalla dannazione e salvezza della civilt non sono mai apparse tanto interdipendenti come ai nostri tempi. Proprio perch il nostro il tempo della disintegrazione e dell'atomismo, il bisogno di unit si fa pi palese. C' una speranza di riportare il mondo all'unit e la pratica alla luce della teoria, s che l'azione sia specchiarsi dell'atto interiore sul creato intero, e questa speranza riposa sul Vangelo come nuovo Testamento, nuovo patto e nuova promessa. In quanto alla possibilit di attuare questa speranza si pu contare a nostro avviso proprio sulla parola. Il primo requisito chiesto dalle schiere angeliche agli uomini desiderosi di pace la buona volont; l'apertura naturale dell'anima alla Grazia di Dio. La parola umana che non sia oziosa esprime appunto la volont interiore di salvezza; il primo pensiero che l'uomo formula a se stesso nel segreto dell'anima sua un desiderio di gioia e di pace, e volge subito la parola delle sue labbra ove crede di trovarla; senza saperlo comunica con la parola un immenso tesoro da riscoprire, il tesoro del suo stesso essere e della sua storia che storia di Cristo nel cuore dell'uomo dal primo giorno della sua creazione. Non si pensi con questo che ciascun uomo, o meglio ciascun cristiano debba diventare un glottologo; nulla potrebbe essere pi grottesco di una simile pretesa. Chi chiamato da Dio alla sapienza ed alla scienza ha da farlo per la Chiesa intera, poich nella Chiesa siamo veramente uno; in quanto agli altri, alla maggioranza dei devoti, basta abbiano sempre davanti ai loro occhi la massima evangelica: "...Ovunque due o tre si uniranno in mio nome io sar tra loro...". Vedremo pi oltre molti sensi di queste parole, per ora basti ricordare come San Bernardino da Siena, il santo umanista che vener, sulle orme di San Francesco, la Parola di Dio anche nelle parole umane, porse alla devozione di tutto il popolo il trigramma del nome di Ges. Tutti i fedeli possono tener presente il sapore di quel nome in ogni parola da essi pronunciata; e quindi, con la Grazia di Dio e nella comunione dei santi, potranno valersi dell'opera dei dotti uniti sulla croce al sangue di tutti i martiri nella confessione della Fede e nella Carit. La via della contemplazione, del resto auspicata per tutti da San Francesco di Sales e dal Le Fevre S.I., aperta anche per i pi incolti; la parola scorrer pi limpida sulle loro labbra; ed ogni s sar s, ed ogni no sar no. A poco a poco l'integralit dell'uomo, della somiglianza di Dio, sar operata sull'immagine, e la libertas a necessitate ritrover il libero complacito. L'uomo parla, e quando ha fame chiede pane, quando ha bisogno di gioia chiede vino, quando ha bisogno di conforto chiede amore; l'uomo parla, e qui, lo ripetiamo, la possibilit della sua salvezza. L'uomo parla, quando vuole giustizia chiede sangue, senza saperlo pronuncia la verit grande del Golgota. L'uomo legge, e quando non sa leggere ascolta meravigliato. L'uomo scrive, e quando non sa scrivere nemmeno il suo nome fa un segno di croce.