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114 in Ripensando Panzieri, Bfs, Pisa 1994 Convegno Panzieri trentanni dopo,Pisa 28-29 gennaio 1994 ____________________________________________________________________

PANZIERI, MARX E LA CRITICA DELLECONOMIA POLITICA Panzieri trentanni dopo ____________________________________________________________________ Gianfranco Pala

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a Giuseppina Saja

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Mi limiter ad affrontare - per semplici indicazioni, e riprendendo alcuni temi gi affrontati da altri relatori - quella che ritengo sia lattualizzazione delle questioni principali che hanno caratterizzato lesperienza di lotta teorica e politica di Panzieri. Cercher di raggiungere tale obiettivo attraverso lanalisi del rapporto di Panzieri con Marx e la critica delleconomia politica . Ritengo opportuno fare questo anche per una ragione peculiare. Se andassimo a vedere il percorso del marxismo in Italia, ci accorgeremmo che solo Panzieri, Grifone, Pietranera e pochi altri hanno assunto il marxismo per quello che Marx ha indicato come suo punto centrale, cio la critica delleconomia politica. Come sappiamo, per larghissima parte il marxismo in Italia stato ereditato dalla vulgata crociana, e come tale si spostato sempre pi su terreni ideologici e poco indicativi per quel che riguardava la critica del capitale, del rapporto di capitale. A me sembra che questo - che poi lelemento di militanza unito alla lotta teorica che ha caratterizzato lesperienza di Panzieri - sia il punto centrale: quindi la centralit della produzione e della fabbrica [come ricordava anche Garavini]. Lesperienza dei Quaderni rossi - entrare, guardare al di l dei cancelli della fabbrica - corrisponde a quanto Marx scrisse nel Capitale, cio lasciare la sfera rumorosa della circolazione che visibile a tutti per entrare nel segreto laboratorio della produzione dove c scritto vietato lingresso ai non addetti ai lavori: perch l che si svela larcano della produzione del plusvalore. questo il processo che ha caratterizzato liniziativa teorica e politica di Panzieri, appunto radicata allinterno del Marx del Capitale, dellanalisi del capitale e del suo modo di produzione. Sulla base di questi presupposti vorrei individuare quei caratteri analitici essenziali per capire - nelle con dizioni attuali del capitalismo transnazionale e del neocorporativismo mondiale - che cosa significhi oggi riprendere la critica marxista. In questo senso, come gi stato detto da alcuni relatori, doveroso preliminarmente evitare di dare a Panzieri la responsabilit di quello che, in seguito, stato definito il panzierismo, loperaismo, ecc., in una pericolosa deriva che ha fatto scivolare teoria e politica fino a livelli impensabili rispetto al punto di partenza di Panzieri - riproducendo, cio, cattivi allievi propostisi come sedicenti maestri, altrettanto cattivi ovviamente. Bisogna dunque capire, innanzitutto, perch si potuti andare nella direzione presa dal tardo operaismo o dal post-operaismo pi recente, fino a quello che Aurelio Macchioro ha definito, con una parola curiosa, lo husserlgrundrissismo - cio lapplicazione di categorie irrazionalistiche a una esaltazione ipersoggettivistica della lettura postuma, separata e privilegiata, dei Lineamenti fondamentali, presupponendo di scoprire un Marx contrapposto, o quanto meno profondamente e soggettivamente molto diverso, rispetto al Marx del Capitale. Panzieri faceva riferimento essenzialmente al Marx del Capitale. I Lineamenti, tra laltro, sono stati pubblicati in Italia molti anni dopo. Quindi, questa voglia di contrapporre un Marx soggettivista a uno che analizzava loggettivit del capitale completamente estranea allesperienza di Panzieri. Perci in questo senso credo sia importante recuperare tali elementi sostanziali dellanalisi di Panzieri, e vedere, eventualmente in questo ambito, se quando e dove possano esserci dei limiti. Se si vuole portare avanti lanalisi di Panzieri e la centralit di quel suo punto di osservazione teorico politico, penso che la cosa migliore sia capire criticamente che cosa volesse dire partire dalle lotte di fabbrica e dalla realt del rapporto di produzione capitalistico: e ci pu essere fatto anche attraverso unanalisi di quei dettagli, a livello di categorie, che possano costituire gli anelli deboli dellanalisi di Panzieri, dandone semmai un interpretazione critica, ovviamente sempre discutibile.

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Come pretesto di questa disamina critica, quasi come emblema, prendo l inchiesta operaia, perch essa era il punto di approdo di una sintesi - ossia, dellintenzione di applicare unanalisi teorica scientificamente corretta a una situazione di lotta politica. Ma nello stesso tempo, muovendo dallinchiesta operaia, si pu vedere quali implicazioni essa abbia comportato, quali siano stati i suoi sviluppi, le sue imitazioni successive. Non riuscire a vederne il significato profondo pu essere controproducente, proprio perch oggi nella fase attuale della nuova grande rivoluzione industriale dellautomazione del controllo e del nuovo ordine mondiale nella sua forma monopolistica finanziaria transnazionale, in un contesto teso verso un assetto neocorporativo - si tratta proprio di rivedere profondamente le modalit di organizzazione del lavoro, le modalit di sviluppo delle macchine come conseguenza di una situazione di rapporti di forza tra capitale e lavoro [e non come premessa rispetto a tutte le teorie borghesi sulla di soccupazione tecnologica, ecc.], e quindi cercare di riconsiderare opportunamente laspetto conoscitivo oggettivo dellinchiesta. Marx, che propose linchiesta operaia fin dal 1864 alla I Internazionale, era consapevole del carattere conoscitivo, fondamentalmente oggettivo, dellinchiesta, che sarebbe potuta diventare uno strumento di mobilitazione e crescita coscienziale allinterno di unorganizzazione gi esistente e consolidata. Viceversa, di contro a quegli elementi qualificanti, si ergono quelli illusori e fuorvianti: luso di uninchiesta operaia, come anche successivamente stato fatto a livello di piccole esperienze, quale strumento attraverso il quale si sarebbe dovuta ricostituire unorganizzazione inesistente, come proiezione volontaristica del tutto impropria. I caratteri dellinchiesta marxiana vanno tutti nel senso del socialismo scientifico, per la preparazione materiale e sociale del comunismo, attraverso la formazione di una coscienza critica emancipata del proletariato [ossia del lavoro salariato, dipendente]: per la costruzione del soggetto storico sociale rivoluzionario - proletari, e non solo, comunisti - in un processo lungo e tormentoso che non pu fermarsi alla coscienza immediata della diversit e dellantagonismo direttamente poggiati sullinsopportabilit della vita quotidiana - secondo le indicazioni di Marx. La classe operaia non deve esagerare a se stessa il risultato finale della lotta quotidiana, non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della societ" [Marx alla I internazionale]. In effetti, linchiesta operaia era stata proposta da Marx esattamente per poter conoscere ci che la borghesia non voleva far conoscere. Marx, quindi, metteva laccento sullaspetto conoscitivo dei rapporti di produzione che il capitale, ma non la parte proletaria, conosceva. Codesta finalit conoscitiva non poteva, e non pu, che essere di parte: la rilevazione di notizie che riguardano dati oggettivi sulla condizione operaia, per svelare le infamie dello sfruttamento capitalistico [come scriveva la Revue socialiste, del 20.4.1880, presentando le 100 domande del questionario marxiano]. In una prospettiva storica, vi era piena consapevolezza che lattenzione conoscitiva fosse mossa dalle esigenze immediate del capitale, ma non per questo essa perdeva rilevanza oggettiva. Il criterio di riferimento marxiano erano i libri blu, ordinati e pubblicati dal parlamento monarchico in Inghilterra, quale fonte essenziale di conoscenza dei rapporti di produzione e di classe. Tant vero ci che linchiesta operaia del 1880, organizzata dal partito operaio francese, fu strutturata sulla base delle inchieste fatte dal governo monarchico inglese - in aperta polemica [come scrisse Marx a Sorge] con le gravi e colpevoli manchevolezze del governo repubbli cano francese per completare le informazioni ufficiali su fatti e misfatti dellorganizzazione capitalistica del lavoro. Marx sottolineava, quindi, il carattere statistico delliniziativa (e per rendersi conto di ci, basta rileggere il tono della stragrande maggioranza delle domande del questionario). Ed abbastanza ovvio che, essendo il capitale un rapporto di produzione al cui polo opposto sta il lavoro salariato, tali conoscenze servano al capitale medesimo. Oggi, tale processo conoscitivo assume dimensioni sempre pi gigantesche, estendendosi su scala mondiale. La conoscenza della realt produttiva e lavorativa da parte degli agenti pratici del capitale, tecnici della concreta gestione operativa dimpresa, oggi vasta e approfondita. Perci, ripensare allinchiesta, oggi pi di ieri, significa conoscere prioritariamente l analisi capitalistica del processo di lavoro, senza la quale non si fa alcun passo avanti. Studiare la gran mole di informazioni e dati, qualitativi e quantitativi, di statistiche ufficiali dellideologia borghese - e orientarsi nell eccesso di informazione che caratterizza la realt contemporanea, e che il capitale fornisce proprio per sviare lattenzione critica - pregiudiziale per completare loggettivit delle conoscenze sul rapporto di lavoro. Questo costituisce innanzitutto un elemento di ricerca scientifica, sulla cui base soltanto possibile individuare le mistificazioni, le menzogne e i silenzi di parte padronale. Ed anche questo che collega immediatamente la lotta politica alla lotta teorica, per evitare di rimanere ristretti in quei limiti di facile convenzionalismo populista e soggettivista, in fondo romantico, che degradano linchiesta al suo mito [verso il quale forse anche Quaderni Rossi, alla fine della loro esperienza, tesero a scivolare]. Credo, invece, che questa fosse lintenzione, almeno allinizio, dellinchiesta promossa dai Qr: cio, capire come si stessero trasformando le modalit di produzione, le modalit tecniche-

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organizzative, i rapporti di forza allinterno della fabbrica, laddove non cerano elementi conoscitivi sufficienti. Il rispetto dellaspetto critico scientifico dellinchiesta comporta due determinazioni fondamentali: i) loggettivit delle conoscenze reali - il soggetto rivoluzionario pu crescere su quello sviluppo intellettuale della classe operaia che scaturisce dallazione comune e dalla discussione - come osserv Engels; ii) la formazione politica e culturale autonomamente organizzata - per rivestire carattere continuativo e sistematico, non episodico e occasionale, come metodo complessivo di lavoro politico. Ci significa spostare lattenzione da una coscienza immediata di lotta - da quella coscienza immediata che deriva , come gi detto, dallinsopportabilit della vita quotidiana, che non assolutamente sufficiente per far sviluppare un processo di presa di coscienza, e che non necessariamente implica coscienza di classe a una coscienza critica emancipata. Ecco, allora, che la coscienza collegata alla conoscenza, e questa credo che sia una delle indicazioni fondamentali del progetto dellinchiesta operaia, cio loggettivit delle conoscenze dianzi ricordata. Quindi ci presuppone e allo stesso tempo prepara una formazione politica culturale che abbia la capacit di autorganizzarsi, ossia in cui la classe operaia sappia di essere organizzata autonomamente in modo stabile [non si pu trattare semplicemente di uninchiesta cos come viene fatta dalle societ di indagine demoscopica]. I diversi relatori hanno fatto spesso riferimento alla particolare situazione storica in cui si trov a operare Panzieri, caratterizzata da notevoli difficolt e rotture. E questo quanto anche qui ho preso come punto davvio per esaminare criticamente quella importante stagione di lotte operaie. Nondimeno bisogna dire che, dopo di allora, da quel momento in poi, linchiesta venne usata spesso in senso puramente soggettivistico. La forte volont rivoluzionaria, con cui si cercava di raggruppare e fondere singole situazioni, spesso diverse e sporadiche, non teneva in giusto conto la valenza universale - cio, categorialmente valida per tutti - che una tale iniziativa avrebbe dovuto presentare per la classe operaia italiana. Di qui ha avuto lavvio quella ricordata deriva di tipo soggettivistico che era estranea al progetto iniziale - anche se allinterno della proposta dei Qr qualche elemento di soggettivismo poteva, a mio avviso, esserci. Se linchiesta, come ritengo, va intesa nel modo fin qui discusso, chiaro allora il motivo per cui non possa essere disgiunta da quel momento di profonda conoscenza analitica della realt esistente [cio, conoscenza dei dati effettivi che lo stesso capitale ci propone] che prima si suggeriva. In sostanza dobbiamo conoscere la realt capitalistica cos come si presenta: la sinistra, da anni, incapace di acquisire conoscenze che gi esistono. Sovente non riesce neppure a sapere quali siano gli elementi da togliere, da aggiungere o da criticare, rispetto alle notizie mistificanti o alle categorie occultatrici della conoscenza. Uno dei meriti di Panzieri stato proprio quello di ripartire dalla scientificit dellanalisi marxista e dalle condizioni oggettive del rapporto di produzione capitalistico. Se la conoscenza scientifica della condizione proletaria elemento imprescindibile per formare e arricchire la coscienza, il contatto diretto con le masse di lavoratori, per svolgere efficacemente uninchiesta, pu essere solo una giusta conseguenza dellorganizzazione di classe, non gi una premessa. Rientra in questottica, se correttamente intesa, anche la c.d. inchiesta a caldo svolta nel corso delle lotte. Nel progetto panzieriano, suppongo, essa serviva piuttosto per tenere calda una lotta, non gi per affidarle unimprobabile funzione maieutica di guida alla spiegazione dello sfruttamento capitalistico. Se qualcosa cambiato nel corso degli anni, capovolgendo questa attitudine, ci di per se stesso sintomo del disgregarsi di un terreno organizzativo di classe, contro cui ci si provava a battere disperatamente. La presa di contatto con i lavoratori si presenta perci come uno dei pi pericolosi alibi per sviare la se riet dellinchiesta: in agguato il mito volontaristico e soggettivistico. Testimonia di ci la prevalente inattendibilit scientifica della realt campionabile e rappresentativa, che quasi sempre da registrare nelle cosiddette inchieste operaie: su decine di migliaia di questionari, si ottengono un centinaio di risposte, perlopi dei compagni [anche lesperienza dei Qr ricadde in qualche maniera in questo circolo vizioso]. Se manca una seria verifica dellesistenza di condizioni di classe per avviare linchiesta, allinterno di unorganizzazione, la ricerca del contatto con i lavoratori attraverso le interviste, riconduce al vizio di invertire la causa con leffetto - caratteristico di chi pone la volont soggettiva davanti alle condizioni oggettive, ricercando unimpropria funzione surrogatoria per una parvenza di organizzazione che non c. In questo senso non ha fondamento pensare di definire la propria posizione semplicemente come giustapposta - in una maniera solo soggettivamente antagonistica, e non gi perch oggettivamente antitetica - a quella del capitale. Codesta non sarebbe che una forma puramente estrinseca di antagonismo e opposizione, non fondata sulla contraddittoriet del capitale stesso, nella sua intera relazionalit sociale. Non mero vezzo filologico osservare che Marx non solo non usi mai la parola anticapitalismo - ma forse non impieghi neppure mai il termine capitalismo, per esprimere linsieme categoriale che condensato nel concetto di modo di produzione capitalistico. La lezione marxiana non tratta mai di quelle forme indeterminate, affatto generiche e comportamentali, assolutamente prive di concetto. Altrimenti, una siffatta scelta estrinseca significherebbe semplicemente contrapporre un punto di vista a un altro, ovverosia a un

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qualcosa affatto estraneo e separato da ci che si vuole sostenere - quindi semplicemente una scelta di valori, lun contro laltro armato, e dunque entrambi legittimi conformemente a diverse appartenenze. Prevale in tal caso una tendenza mitologica nel vedere lantagonismo operaio fondato su valori proletari presupposti come alternativi, anzich posti dalle contraddizioni reali, materiali e sociali, del modo di produzione capitalistico nel suo divenire. Siffatta mera contrapposizione soffre di assoluta mancanza di oggettivit, per lincapacit intrinseca di seguire lo sviluppo dialettico di entrambi i poli antagonistici attraverso tutte le loro mediazioni. Politicamente un tale richiamo a presunti valori operai si rabbassa a strumento, puramente ideologico, che si presume autonono [fino alla deriva della cosiddetta autonomia del politico]. Il movimentismo che ne deriva si oppone al capitale, non realmente come a un rapporto sociale, ma come a qualcosa di altro, del tutto esterno. Il rapporto sociale di capitale pone di fronte a due possibili criteri: i) la sua conoscenza oggettiva, in cui la soggettivit stessa si presenti come sua espressione; ii) lopposizione soggettiva, in cui loggettivit del dato costituisca solo una base empirica, epper inessenziale. [La pi diffusa tradizione dellinchiesta si via via radicata in questa seconda linea, fino al suo mito]. Procedendo in tal guisa, non si rappresenta codesto rapporto come costituito da forme antitetiche dellunit sociale - della medesima unit sociale, come spiega Marx. In tal senso quel rabbassamento della contraddizione a opposizione di valori non pu che ricorrere a soggettivit cosciente e a volont di lotta: ma senza basi materiali reali pratiche, esse sono destinate a rappresentarsi presto come soggettivismo e volontarismo. Il privilegiamento di unanalisi che anche in Panzieri era segnata da unaccentuazione, a mio avviso eccessiva, degli aspetti soggettivi rispetto a quelli oggettivi, e del carattere di antagonismo come opposizione anzich di antiteticit come contraddizione - quindi, in questo senso, di una componente della lettura di Marx troppo poco dialettica, e che in Panzieri era ancora in via di superamento - ha portato a quello sbandamento a cui stata fatta allusione in alcuni interventi. Dallesaltazione della soggettivit e dellopposizione chiaro che si arriva molto facilmente al soggettivismo ed al volontarismo, perch soltanto la volont di lotta spinge poi a questi livelli. Devo ribadire che ci non quello che faceva Panzieri (o lo faceva in misura minima, e sempre sottoponendo lazione a verifica e correzione), ma quello che hanno fatto i movimenti che in qualche maniera si sono ispirati a lui. Panzieri scelse come interlocutore privilegiato la sociologia weberiana, restaurata negli Usa. Le riconobbe il rango di dottrina prncipe, cos come i suoi stessi fondatori volevano: naturalmente per criticarla - ma, cos facendo, introiettando nella propria stessa critica tutto quello statuto epistemologico disciplinare. Penso che nel tentativo di Panzieri di spostare lattenzione dalla critica delleconomia politica a quella che lui definiva la necessit di rifondare il marxismo come critica della sociologia, ci fosse intrinsecamente il limite cui ho accennato. La critica delleconomia politica, come la intendevano Marx ed Engels [s, anche Engels, pure se in Italia tradizionalmente sempre stato sottovalutato, a causa delle interpretazioni di Della Volpe e di Morandi], da intendere come critica della totalit del modo di produzione capitalistico. Le determinazioni dellanalisi di Marx, attraverso categorie e concetti posti dalle contraddizioni reali, sono integralmente racchiuse nella critica delleconomia politica: leconomia politica in quanto apogeo dellorganizzazione borghese, fondata sul modo capitalistico della produzione sociale, e sua rappresentazione ideologica. Come nel caso particolare dellinchiesta, non avrebbe neppure senso avviare una simile iniziativa se prima non si scandagliasse criticamente tutto lapparato conoscitivo borghese sul tema da indagare, cos, in generale, innanzitutto necessaria una circostanziata e compiuta comprensione delleconomia politica. Solo dopo, su quelle basi, pu procedere la critica - e Marx in tal modo procede - attraverso determinazioni del tutto proprie, e non invece mutuate in negativo, per opposizione, da quelle borghesi, ridotte a valori avversi. In ci si esprime interamente la scienza del comunismo, non nellaccettare - per negare con un semplice cambiamento di segno - la concezione borghese delleconomia. Se questa la base della lotta teorica che si configura come socialismo scientifico, a mio avviso ci troviamo con Panzieri di fronte a un atteggiamento dalla valenza doppia. Panzieri, nel momento in cui denunciava leconomia borghese come tecnica unilaterale, si poneva ben saldo in quel solco del socialismo scientifico, sulla scia di Marx, Engels, Lenin. Tuttavia, proprio accettando tale medesima limitatezza unilaterale anche per qualsiasi discorso di critica intorno e relativa alleconomia politica, con Panzieri - e soprattutto con quanti si mossero dietro di lui, ma senza la sua avvedutezza e seriet politica - si rischiava di rimanere catturati proprio dal riferimento alleconomia come tecnicismo. Per cui, il tentativo giusto di fuoriuscirne, poteva facilmente degenerare in perdita di oggettivit dellanalisi e, in ultima istanza, di dialettica storica della concezione materialistica marxista. E nei pi tardi sedicenti seguaci tale perdita di oggettivit pu arrivare a tal punto che qualunque analisi che rimanga salda sui suoi presupposti materialistici, senza svariare sulla presunta autonomia del politico e del sociale, viene tacciata di economicismo [e non nel senso, corretto, leniniano]. cos che, nello scientismo borghese - principalmente nelle sue forme normative kantiane e positivistiche - la totalit sociale di riferimento si frammenta in un pluralismo disciplinare (appunto: economia, filosofia,

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storia e via specializzando) incapace di ricostruire nel pensiero riflessivo quella totalit contraddittoria - tanto nelloggetto, da conoscere attraverso la soggettivit sociale, di classe, quanto nelloggettivit del soggetto storico stesso. Ora, la marxiana critica delleconomia politica precisamente quel criterio conoscitivo totalizzante della relazionalit causale della societ - purch lo si comprenda proprio in questo modo. In essa - al suo stesso interno, cio - sono contemporaneamente investite le determinazioni materialistiche fondamentali, sia della centralit della produzione che della centralit del lavoro entro la produzione, con tutte le loro relazionalit e contraddizioni. Ma tali determinazioni non si esauriscono nel lavoro, nel capitale e nella produzione, appunto, pro prio perch lavoro, capitale, produzione, ecc., non sono cose o tecniche, ma relazionalit sociali e processi, che rimandano al complesso dei rapporti sociali e politici tra capitale e lavoro salariato: questa , in Marx, la critica delleconomia politica. Ma essa implica un fondamento inaccettabile per il pensiero borghese: lanalisi dei rapporti di propriet, entro la determinazione storica del modo di produzione, costituito da classi sociali tra loro antagoniste. La risposta progressiva della borghesia tent di annullare codesto fondamento inventando unulteriore disciplina che provasse a dare conto della complessit della realt sociale - in risposta al marxismo scimmiottandone aspetti esteriori e mutuandone termini e definizioni rese sterili e frammentate: la cosiddetta sociologia, appunto. Con giochi incrociati di parole e definizioni, propriet sostituita da possesso e gestione, produzione da distribuzione, modo sociale storico da interrelazioni astoriche di sistema, classi rabbassate a meri riscontri statistici da una generica differenzione indifferente di ceti e gruppi, e cos via appiattendo ogni antiteticit oggettiva: senza limmanenza del loro antagonismo, la lotta di classe indicibile. Tempestive, ma sotto questo riguardo, sembrerebbe, vane, furono le critiche di Marx ed Engels a Comte e Dhring, e di Lenin contro lempiriocriticismo - per non dire della pregressa e fondamentale critica di Hegel a Kant. La dialettica, infatti - non solo nel marxismo, ma nei suoi fondamenti in Hegel, proditoriamente consegnato a Croce e a Heidegger - stata sempre pi insistentemente liquidata come metafisica e ristretta allopposizione per differenze. Il preferire, dunque, come punto di riferimento la sociologia - e quindi tutta limpostazione volutamente anticlassista che parte da Weber e Veblen, Durkheim, Berle e Means, fino a Parsons - si riscopre oggi sotto altre forme, lontanissime, sempre pi, da Panzieri, in chi nega i rapporti di propriet. Si rimettono al centro le questioni di management o di organizzazione dirigenziale del lavoro, non gi marxianamente come funzioni oggettive del rapporti di capitale, ma meramente come forme che sfuggono alla contraddittoriet della totalit del sistema. Si rimanda allora al sistema complesso - come se fosse una gran novit, e come se siffatta e ancor pi fondante complessit non pertenesse gi a pieno titolo agli oggetti danalisi di Marx e Hegel - usato come una bella parola per non dire niente. Quindi si recuperano sulla scia di quella matrice Luhmann, Kelsen per la teoria dello stato, ed altre teorie borghesi. Platealmente facile diviene la cooptazione, a fianco della sociologia, di una variopinta congerie di teoresi, in crescendo: Freud, Dewey, Levi-Strauss, Piaget, Keynes, Sraffa, Prigogine, Thom, Braudel, risalendo a Bergson, Nietzsche, Heidegger, e Fromm e Arendt, Popper e Heller, Althusser e Gorz, Vattimo e Barcellona, Negri e Cacciari, fino a coinvolgere - o, meglio, travolgere - in ci i cosiddetti marxismi. Questo era il clima culturale e ideologico in cui sociologia e sociologismo di sinistra iniziarono la corrosione del marxismo: da una concezione che metteva al centro le lotte di classe del proletariato mondiale - e Panzieri di l muoveva - si scese via via a conflittualit sempre pi generiche e non generali, e allo stesso tempo circoscritte e occasionali, anzich immanenti alla struttura sociale. Loperazione di mistificazione della modernit borghese era avviata; le prospettive della post-modernit erano aperte. Certamente codeste sono tutte congetture teoretiche da conoscere, ma dal punto di vista della critica marxista, antitetica a esse. possibile perfino, seguendo unindicazione che Lenin desunse dallesempio marxiano, che esse siano in qualche maniera ricomprese elementarmente nel corpo storico della dialettica materialistica della critica delleconomia politica - ma mai come concezioni complessive. Si conferma in questo senso che la critica marxiana - per la quale si batt Panzieri, senza avere il tempo di portare a compimento la sua lotta - sia ancora troppo poco conosciuta, almeno come critica scientifica. Chi lesalta e chi la rinnega lha ormai ridotta allinfimo rango di fideismo, ultimo approdo dellideologismo. Il cosiddetto nuovismo lattitudine di chi rimane affascinato dalle teoretizzazioni borghesi: cosicch esso possa arrivare a trasformarsi in strumento di cattura proprio da parte di quelle posizioni che inizialmente i suddetti nuovisti presumevano di criticare. Una tale deriva - dalle lontane sponde del sociologismo di matrice weberiana - passa attraversano facili mutazioni di convincimento, che sono peggio del pentimento e pi perverse: lattrazione che lega la vittima al suo boia. Ma - appunto - questi approdi Panzieri non li avrebbe mai potuti neppure immaginare. Allora, ritengo che sia importante capire quale sia stato il rapporto sofferto di Panzieri con la sociologia. Da quanto detto pocanzi, la critica delleconomia politica superiore di per s a qualunque possibile critica della sociologia, nel senso che la sociologia di Weber pu e deve essere criticata dallinterno della critica dei

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rapporti di produzione capitalistici fatta sulla traccia dellanalisi che Marx ha indicato. La sociologia non ha superato leconomia politica, ma, come detto, stata quella peculiare risposta borghese, costretta a usare lo stesso terreno di riflessione dellopposizione di classe. In questo senso, come la sociologia classica nata come risposta al marxismo, la sociologia moderna, fino a tutte le sue diramazioni sistemiche, la risposta agli sviluppi del marxismo, cio al leninismo e alla realt della lotta di classe che si sviluppata in occidente. Il passaggio dalla critica delleconomia politica alla critica della sociologia rappresenta dunque una forza tura che non tiene conto del livello di contraddittoriet insito gi nella concezione marxiana. Per questo non mi sorprende affatto che ci sia stato chi ha utilizzato Panzieri in una maniera del tutto impropria spostandosi sempre pi verso le ricordate interpretazioni riduttive in termini sociologistici e soggettivistici, abbandonando poi il marxismo o, nel migliore dei casi, fondando tanti marxismi di peso specifico nullo se presi separatamente gli uni dagli altri. Perch allora c chi da Panzieri, che partito da Marx e dal Capitale, arriva allabbandono di Marx? Come interpretare e dare senso allopera politica e teorica di Panzieri oggi, dopo la seconda grande rivoluzione industriale dellautomazione del controllo? Se, per tornare allemblema dellinchiesta, la si intende come mezzo permanente di indagine e di organizzazione politica di un soggetto sociale gi esistente, ci significa riesaminare a fondo tutte le trasformazioni del modo di produzione capitalistico. Bisogna capire che le trasformazioni di questi ultimi anni sono innervate sulla nuova organizzazione del lavoro, e quindi il nuovo ordine mondiale il nuovo ordine mondiale del lavoro. Il nuovo ordine mondiale del lavoro costituisce il campo odierno dellinchiesta proletaria - non soltanto rivolta al lavoro operaio ma a tutto il lavoro salariato dipendente e anche a quello autonomo [il primo in quanto dipende dal capitale, il secondo da considerare assai spesso alla stregua del primo perch economicamente dipende dal capitale, giacch solo falsamente si presenta come lavoro autonomo]. Ma quello il campo precipuo della critica delleconomia politica, come Marx ed Engels lintesero originariamente: leconomia politica del grande capitale monopolistico finanziario transnazionale , nella fase di universalizzazione del neocorporativismo, per conoscere la quale solo forze collettivamente organizzate e teoricamente molto attrezzate possono essere capaci. Dopo Panzieri, per conoscere il capitalismo contemporaneo, occorre analizzare: i) lunificazione del mercato mondiale (che Marx pose come condizione per la transizione a un modo di produzione socialmente superiore, e al comunismo), nella critica delleconomia politica, e non tanto della sociologia, per spiegare i processi di integrazione transnazionale del capitale, senza nazione, e sovranazionale degli stati nazionali, che ancora contraddittoriamente li rappresentano - indagando come, nel proletariato mondiale, si manifestino le differenti rappresentazioni locali di quella medesima totalit: alla coscienza immediata che coglie la differenza quotidiana sfugge lidentit globale; ii) le pi recenti forme del capitale finanziario - grandi gruppi di controllo transnazionale (ormai non pi nazionali come allinizio del secolo, ma ancora a base nazionale) della fusione tra industria e banca, nuovi strumenti dellintermediazione finanziaria della cosiddetta banca universale che favoriscono la interpenetrazione azionaria e le operazioni degli investitori istituzionali anche nel campo della speculazione (altrettanto necessario per il capitale quanto quello della produzione e circolazione propriamente dette) nella costante verifica degli assetti proprietari, e quindi dellinterconnessione con gli apparati pubblici subordinati agli interessi privati. Il comando sul lavoro - caratteristica portante di ogni societ di classe - nel modo di produzione capitalistico si sta oggi ripresentando su vasta scala proprio perch ci sono quei due elementi fondamentali che lo connotano: lunificazione del mercato su scala mondiale - dal 1989, come data simbolica - e la crescente finanziarizzazione del capitale stesso. In questo ambito la nuova organizzazione del lavoro assume un ruolo fondamentale per capire quale sia il livello dellantagonismo che possibile sviluppare, che deve derivare dallantiteticit del modo in cui si organizza il lavoro, e che oggi prende il nome generico di organizzazione alla giapponese. Lesperienza giapponese non rappresenta un modello, ma semplicemente la situazione di punta, quella pi avanzata e adeguata alla contemporaneit, perch le condizioni sociali per trasformare la produzione si sono presentate storicamente l prima che in altri posti. In Giappone i sindacati di classe sono stati distrutti fisicamente con lintervento armato nel 1955, quindi la capacit di resistenza di classe stata distrutta, ed stata sostituita da sindacati corporativi, da sindacati aziendali in cui i lavoratori sono rappresentati dagli stessi capi-reparto e dai funzionari dellazienda. Il successo del toyotismo fondato sul pieno controllo del sindacato da parte dellimpresa - come recita il motto di Taiichi Ohno - e non sulle nuove tecnologie. significativo il fatto che lesperimento alla Toyota sia stato fatto nel reparto che aveva le macchine pi antiche, per vedere quanto si potesse guadagnare in termini di intensificazione del processo lavorativo sulle vecchie strutture produttive; solo successivamente sono state introdotte le macchine robotizzate e informatizzate, per stimarne la portata innovativa. Quindi prima si controllato il sindacato, poi si creata una disoccupazione di massa - l esercito di riserva in forma stagnante, che la forma attuale, cio massa di lavoro precario reso disponibile al capitale per

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tutte le sue esigenze [in Giappone la disoccupazione keynesiana al 3% (mentre in Europa al 12%) perch il 50% dei lavoratori occupati precario, in diretta conseguenza dei rapporti di forza e di propriet prevalenti]. solo a questo punto che si inserita la ristrutturazione tecnologica - e non il contrario: quindi le macchine non sono la causa ma la conseguenza della complessiva razionalizzazione del processo che restituisce allattivit lavorativa quella flessibilit che era stata perduta con lesaurirsi delle capacit dispotiche dellorganizzazione gerarchica tayloristica. Perci, da questo punto di vista chi parla di di posttaylorismo, di post-fordismo - peggio ancora di post-industrialismo - sbaglia completamente perch siamo in presenza di un superamento dialettico, una elevazione del taylorismo nel toyotismo. Collateralmente a questo quadro, interessante rilevare come i manuali di qualit totale dicano che il lavoratore dipendente in fabbrica o in ufficio debba vendersi tutte le mattine al suo principale (sia esso il padrone o il dirigente di vario livello). Imponendogli, attraverso forme perverse di coercizione consensuale, di vendere la sua professionalit, come se fosse un libero professionista e non come se fosse un salariato, si giunge a predicare che non c pi conflittualit. Secondo questa visione neocorporativa dellorganizzazione del lavoro, infatti, cesserebbe ogni sorta di antagonismo e di divergenza di interessi tra lavoratore e padrone, riproducendosi unicamente tra il lavoratore e un ente astratto che la sua professionalit stessa. Il lavoratore - diceva Marx centocinquantanni or sono - fa concorrenza a se stesso come appartenente alla classe. Tutto ci, evidente, non dipende dal sistema di macchine, ma dal loro uso, dal modo in cui esse sono gestite e programmate. Lattuale grande rivoluzione dellautomazione del controllo - proiettata sulle analisi panzieriane del macchinismo - mette in evidenza, a mio avviso, il significato profondo del concetto di uso capitalistico delle macchine. Lavversione alla macchina in quanto tale qualcosa di sovrapposto al discorso di Panzieri. Il discorso che molti fanno [ripreso, anche qui, da Maria Turchetto], sui rapporti di produzione che secondo Panzieri sarebbero gi inclusi nelle macchine e nelle forze produttive, a me sembra una forzatura della logica che era alla base della sua riflessione. Sicuramente, agganci interpretativi in tal senso possono esserci: troppo facile trovare un moncone di citazione adatto alla bisogna. Ma linclusione dei rapporti di produzione capitalistici allinterno delle forze produttive - nella misura in cui ci sia o sia interpretabile in tal maniera pu essere intesa soltanto allinterno di quella componente delle forze produttive ascrivibile allorganizzazione capitalistica del lavoro. E ci per il semplice fatto che le capacit conoscitive e organizzative fanno parte delle forze produttive. Per Marx la cultura forza produttiva; e la cultura dimpresa, a maggior ragione, lo . Una tal forza produttiva sicuramente include i rapporti di produzione capitalistici; ma non il computer o le altre macchine, che di certo vengono usate capitalisticamente nel processo di valorizzazione, che - in quanto oggetti, cose includono rapporti di produzione, capitalistici o altri. Occorre ribadire la distinzione categoriale tra rapporti di produzione e forze produttive, in quanto tra le forze produttive ci sono diversi elementi: Marx parlava oltre che di rapporti sociali di produzione in quanto storicamente determinati e transeunti, cio determinati dal comando del capitale sul lavoro - di rapporti materiali di produzione determinati invece dalla forma oggettiva che il sistema produttivo, le macchine, gli strumenti, via via assumono. Queste sono due categorie dialetticamente interconnesse, ma profondamente diverse, perch il rapporto materiale di produzione non altro che il modo di estrinsecazione della relazionalit tra macchina e lavoro, tra valore duso della macchina e lavoro concreto. Se le cose stanno cos, penso che non si possa dire [come ritengono alcuni interpreti cui ha fatto riferimento Maria Turchetto] che la lotta contro il rapporto sociale di produzione , quindi, innanzitutto anche lotta contro le forze produttive e lorganizzazione del lavoro; e, conseguentemente, che essa non riguarda pi i rapporti di propriet. In realt, precisamente questi ultimi rapporti non sono altro che la forma di estrinsecazione sociale in cui si manifesta luso capitalistico delle macchine e dellorganizzazione del lavoro: quindi solo la specifica forma storica di propriet che caratterizza quel tipo di organizzazione del lavoro anzich unaltra. E dunque, a proposito di cultura come forza produttiva, proprio lo studio scientifico, condotto sotto la specie dellintellettuale collettivo, del modus operandi del grande capitale contemporaneo nella sua oggettivit economica, che spiega e si pone nelle condizioni preliminari di trasformare il rapporto sociale di classe. Linchiesta, come complemento critico delleconomia politica, pu cos cogliere, oggi, nella prassi della situazione concreta i caratteri di permanenza e riproduzione della conflittualit intercapitalistica. Da parte proletaria, dalla conoscenza oggettiva della totalit del capitale e del suo rapporto che si riesce a derivare la sua intrinseca contraddittoriet. In contrasto con la mitizzazione soggettivistica, proprio loggettivit immanente della lotta di concorrenza tra i capitali, dovuta alla loro ineliminabile molteplicit, fa apparire il capitale qual - non unico - e per ci stesso impossibilitato a darsi un piano, e tanto meno a diffonderlo come regola sociale. Nei primi anni 60, quando Panzieri lavorava ai Qr, ancora non si intravvedeva la fase di crisi del capitale, perch esso era ancora nella pienezza del suo sviluppo su scala mondiale. La crisi realmente inizia negli Usa nella seconda met di quello stesso decennio, anche se apparsa dopo. Ma la fase di crisi oggi evidente ormai da lunga data.

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Paradossalmente, Panzieri - che insieme a Giuseppina Saja ha tradotto proprio il II libro del Capitale - nei suoi scritti lo ha utilizzato poco: ha utilizzato prevalentemente le altre parti, e soprattutto la prima sul processo di produzione immediato. Non sembra invece incidere quella seconda parte, donde emerge con chiarezza nellanalisi marxiana la repulsione reciproca [citando Hegel] tra capitali - cio, la molteplicit contraddittoria e la conflittualit intercapitalistica, e quindi lincapacit assoluta del capitale, per linadeguatezza cio del suo concetto stesso, di estendere alla societ il dispotismo di fabbrica, ossia senza contraddizioni immanenti alla struttura decisionale. Quindi limpossibilit categoriale di un piano del capitale, oggi risulta evidente nelle difficolt interimperialistiche che il mercato mondiale sta attraversando. Dunque, infine, proprio in relazione a questultimo caposaldo critico dellimpianto analitico panzieriano, i trentanni trascorsi dalla prova dei Qr hanno confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, il fallimento del capitale internazionale esattamente su questo terreno: allillimitatezza della sua pervasivit sul mercato mondiale unificato ha fatto ogni anno di pi riscontro la vacuit di un ipotesi regolatoria dellintera relazionalit sociale, vieppi sfuggente, a seguito dellacuirsi dello scontro tra quelli che Marx chiamava i fratelli nemici. Fare i conti - forse soprattutto teorici - con la crisi, significa confrontare la mitologia del piano del capitale (anchesso ipotesi teorica sfuggita dalle mani di Panzieri, per essere impugnato, come mito appunto, da suoi improbabili e infidi seguaci) con il centro dellineliminabile dialettica del capitale: approfondimento incessante delle sue contraddizioni, loro irresolubilit periodica, superamento transitorio, ripetizione del ciclo amplificato in una irriducibile ricorrenza. La realt dellultima crisi, irrisolta su scala mondiale da un quarto di secolo, ha rimesso le speculazioni teoretiche con i piedi per terra. E ci vuol dire cercare di capire le linee della risposta imperialistica transnazionale a questo stato di crisi. Ovverosia, ricapitolando, provare a capire ci pu esprimersi attraverso i seguenti passi: studio preliminare, e successiva indagine sul campo, riguardante i caratteri di grande omogeneit internazionale portati dalla nuova organizzazione del lavoro [la cosiddetta qualit totale, presto estesa e trasformata in quantit totale presso qualsiasi settore lavorativo, non necessariamente produttivo e tecnologicamente avanzato]; sue forme dattuazione, come elevazione del taylorismo e del lavoro a catena, in fabbrica e in ufficio, conservazione e superamento, non eliminazione di esso; flessibilit dellerogazione del lavoro e della corresponsione del salario (precariato e cottimo); successiva ristrutturazione tecnologica nellautomazione del controllo del macchinismo [seconda grande rivoluzione industriale, intelletto generale e dequalificazione di massa]; il tutto si assomma nellindividuazione dei momenti possibili di lotta contro il neocorporativismo, la bestia trionfante. In questo senso, possibile recuperare, trentanni dopo, il programma di Panzieri - senza falsi purismi agiografici, e con tutta la sincerit critica di cui il comunismo capace, come Panzieri stesso faceva - purch la priorit sia sulloggettivit del modo di produzione capitalistico nelle sue forme contemporanee poste dallimperialismo transnazionale e dal neocorporativismo verso cui, come rapporti di potere, si sta indirizzando il nuovo ordine mondiale. questa lunica base per arrivare alla soggettivit organizzata, cosciente e critica, non per partire da essa, nella sua sola autonoma spontaneit immediata, come invece ha fatto lerronea interpretazione dellopera di Panzieri che ha variamente influito in questi ultimi anni in Italia.

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Dibattito - Intervento di Gianfranco Pala Cercare di dire cosa pensasse Panzieri, a mio parere diventa un esercizio sterile, nel quale ognuno pu dire quello che vuole - altrettanto sterile che andare a ricercare chi sia panzieriano e chi non lo sia. Nel mio intervento introduttivo ho evitato di fare di Panzieri un mito - convinto che tale fosse il suo stesso atteggiamento, come Giuseppina Saja ha con forza confermato - e ho cercato piuttosto di riconsiderare la sua elaborazione, anche criticando, spero proficuamente, la sua analisi. Certamente, ha ragione Cazzaniga quando ammonisce di fare attenzione al salto di trentanni, non medi tando sul quale si rischia di dimenticare ci che c stato da allora a oggi. Rispetto alla tripartizione di campi di studio, di cui ha parlato allinizio del suo intervento, penso che la storia dei gruppi dirigenti, anche e soprattutto nel caso di Panzieri, non rappresenti il momento da privilegiare - pur se essa pu implicare uno studio importante, se fatto in parallelo con gli altri. Escludo a priori una storia delle idee in quanto tale, perch rischierebbe di finire per essere unesercitazione filologica o di semplice interpretazione dei testi. Ritengo invece che sia importante ricostruire la storia reale del capitalismo, in Italia e nel mondo, almeno negli ultimi venticinque anni - che come ho detto nella mia relazione sono anni di crisi. Ed questo il terreno oggettivo su cui fare analisi, e vedere perch gli strumenti di Panzieri [nonostante i rammentati limiti categoriali derivanti dal privilegiare la lettura del I libro del Capitale] coglievano perfettamente nel segno. A maggior ragione, seguendo tale via, si capirebbe bene perch quegli strumenti interpretativi panzieriani siano stati inopinatamente abbandonati anche da coloro che hanno ripetutamente dichiarato di rifarsi alla sua elaborazione. In questo senso, si evita di ridurre Panzieri al macchinismo o al controllo operaio, allinchiesta o al piano del capitale. nel loro impianto complessivo, in divenire, che si riesce a sottolineare come intorno a codesti temi fosse possibile individuare, volta a volta, una centralit capace di svilupparsi in una visione totalizzante della lotta teorica collegata alla lotta politica. E ci rimane vero anche se il tentativo fatto da Panzieri poi abortito. Ecco allora che - oggi che ci troviamo di fronte a una grande fase di ristrutturazione del processo produttivo, che di nuovo, in quanto centralit del processo immediato di produzione, lelemento intorno al quale si articola la nuova divisione internazionale del lavoro - preferisco ancora parlare di capitalismo monopolistico finanziario transnazionale e di nuova divisione internazionale del lavoro anzich di sistema-mondo, come hanno fatto alcuni anche intorno al dibattito panzieriano. [E, in effetti, la categorizzazione sistemica della scuola di Braudel e di Wallerstein (specialmente questultimo), che non condivido, si collega strettamente al sociologismo americano, di cui ho ampiamente discusso]. Penso allora che leurocentrismo, a volte attribuito ai Qr, costituisse soprattutto - proprio come in Marx o in Lenin - un riferimento al punto pi alto del centro della produzione capitalistica di merci [che solo per ragioni storiche coincideva con lEuropa]. Di conseguenza, il discorso sulla crisi e sulle contraddizioni intercapitalistiche - il riferimento al mercato mondiale - lelemento, allepoca mancante, che pu servire per completare ora il quadro dellanalisi svolta dai Qr. Da questo punto di vista la storia che va fatta deve riguardare lo sviluppo della crisi del capitalismo a livello internazionale e come questo sviluppo si sia manifestato in Italia. Su ci si misura, quindi, la validit dei criteri di critica marxista delleconomia politica. Per le diverse ragioni argomentate nellintervento introduttivo, dovrebbe essere chiaro a chiunque il moti vo per cui non posso assolutamente ritenermi daccordo con quanto ha detto Mangano, quando attribuisce a Panzieri linizio dei marxismi. A me sembra che questo sia lesatto opposto di quello che stato il tentativo di Panzieri, ovverosia di ridare compattezza e omogeneit - quale che fosse linterpretazione adottata - a una critica marxista della realt capitalistica esistente. Quindi, dire che da Panzieri che parte linizio dei marxismi - e quindi, perch in fondo ci lo stesso, la fine del marxismo, illimitatamente annacquato - mi sembra che equivalga ad addebitare a Panzieri quello che in realt avvenuto dopo di lui. Giustificare lappropriazione e la spartizione delle sue spoglie, in mille rivoli disperse - fino allesito irrazionalistico del post-operaismo, da Negri a Cacciari, fino a Husserl, Heidegger, o a Napoleoni che conclude lultimo suo discorso ripetendo appunto con Heidegger che solo un dio ci pu salvare - quanto di meno adeguato si possa fare per discutere scientificamente sulla sua opera politica, a trentanni dalla sua scomparsa. Tutto questo non centra nulla n con il marxismo, n con il tentativo di Panzieri. Per quel riguarda la questione posta da Barrucci sul rapporto tra forze produttive / rapporti di produzione / interiorizzazione di questi ultimi allinterno delle macchine, il discorso di Panzieri poteva certo dare adito, come ho gi accennato, a uninterpretazione del genere. Tanto pi ci plausibile, giacch la situazione del momento era caratterizzata dalla comparsa del cosiddetto operaio-massa, ecc., e questo poteva riguardare, allinterno della fabbrica, un reale problema di subordinazione delloperaio alle macchine. Precedentemente, per, ho insistito nel riferirmi allaltra parte della riflessione di Panzieri, quella relativa alluso capitalistico delle macchine, perch l non cera lappiattimento, che venuto dopo, antisviluppista e luddista. Almeno a giudicare dai testi, non era questa la posizione di Panzieri, non sembra essere nella sua chiave interpretativa globale lattribuzione alle macchine, in quanto tali, della capacit si rendere subalterni gli operai.

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Quando Marx parla delle macchine e dello svuotamento del contenuto del lavoro che opera, mette sempre in evidenza che la macchina, in quanto tale, ha tutte le potenzialit di liberazione dal lavoro inutile, faticoso, noioso e ripetitivo, cio dal lavoro che non serve. Questo non vuol dire esaltazione dello sviluppo delle forze produttive, ma vuol dire soltanto che con la produzione di ricchezza si pongono le condizioni materiali e oggettive per il superamento del modo di produzione capitalistico. Detto questo, la denuncia fatta nella logica dellinchiesta, consiste proprio nel mostrare come, antiteticamente, proprio come le modalit di applicazione capitalistica delle macchine riproducano fatica, noia, ripetitivit e divisione del lavoro su scala allargata. Il modo in cui il capitale progetta e sviluppa le macchine, certo funzionale allallargamento della ricchezza materiale ma anche e soprattutto del plusvalore: ed proprio qui che nasce e si sviluppa la contraddizione tra la forma della ricchezza come valore duso e come valore e plusvalore. A mio parere, dunque, lelemento centrale non tanto la progettazione della macchina quanto il sistema di macchine nella sua organizzazione: non tanto, cio, la singola macchina, in quanto risultato di una ricerca scientifica e tecnologica che si concretizza in capitale fisso, e che (come rammentato dianzi) si traduce anche in specifici rapporti materiali di produzione. Daltronde bisogna tener conto - cosa che non mai stata fatta da quanti hanno mitizzato, in adorazione isolata, quello che hanno chiamato il Frammento sulle macchine - che quelle pagine costituiscono la seconda parte del capitolo di manoscritti dedicati da Marx al capitale fisso, visto come contraddizione specifica del capitale stesso, in quanto forma meno idonea in cui il capitale possa esistere. Nel momento in cui diventa fisso, infatti, esso entra in contraddizione con se stesso, perch per essere compiutamente tale deve essere mobile al massimo grado possibile. Per questa semplice ragione, una volta collocato nella giusta ottica, lo stesso Frammento pu e deve essere letto in modo affatto diverso da come hanno fatto gli operaisti, generazione dopo generazione, degenerazione dopo degenerazione, scivolando in sempre pi triti luoghi comuni, vagando per indicibili derive e smarrendo approdi, nel disperato tentativo di far quadrare il cerchio.

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