Sei sulla pagina 1di 580

Di

COMPILATA

U H
CAHT

CESARE

S T O R IA
DELLA

LETTERATURA LATINA.

STORIA
DELLA

LETTERATURA LATINA
COMPILATA

D A CESARE

CANTI'.

FIRENZE. FELICE LE MONNIER.

PREFAZIONE

L ' identit decentrar] una dottrina nuova, che dalla pensatrice Germania vogliono ora trapiantare in Italia i sapienti. Non tocca qui a'noi il pronunziarne: ma appli cata alla storia e alla vita, pu insegnare a considerar le cose sotto aspetti differenti, ed elevarle al punto dove si accordino quelle stesse che pareano disparatissime. Allora non si riterr come prova di grande ingegno 1 affermare pronto assoluto, n come scetticismo o ot tusit dintelligenza l'esitar nella scelta. Una mente ma tura ravvisa il debole e il forte dogni quistione; vede lontano, n rifugge dal cambiar di parere, non per mo bilit di carattere ed oscillamento di convinzioni, ma per continuo perfezionamento del suo spirito. Domandate se bene insegnar nelle scuole il latino. Luom delle tradizioni risponder di si, colla fermezza con cui asserirbbe un dogma. 1 1 novatore G om p assioner questo occupare i pi begli anni intorno ad Una lingua che mai non s avr occasione di usare. Ma in tutte le scienze e le arti t* un infinit di esercizj e di dimostrazioni, che lallievo non adoprer m ai, e che pur servono a condurlo o prepararlo alle ve rit o alle pratiche cui aspira. E noi non esitiamo a credere che bisogni cercare
CANT. Storia della Leti, Latina

II

PREFAZIONE.

che le anime, si schiudano nel bello; ed esser parte della buona educazione lammirazione de capolavori, lintendere gli atti duna florida antichit, e attingervi lezioni di buon senso e di saviezza, e cognizione del carattere e della costituzione delle societ che ci prece dettero. Perocch una lingua un popolo, una civilt; e la latina ci rivela i padri nostri, quelli della cui ere dit ci rimane tanta parte, sicch la conoscenza loro conoscenza di noi stessi. Certamente nellammirazione per gli antichi vdel convenzionale; sempre vi mettiamo del nostro, del su-, bjettivo, come dicono ora; noi-abbiamo cognizioni, ab biamo emozioni estetiche pi ricche, pi varie, meglia .graduiate che non potessero gustarne gli antichi. Eppure non toglie che i poeti siano leterna giovent del ge nere umano, e ciascuno conter fra i pi puri e anche pi vivi godimenti del .suo spirito quelli procacciatigli dalla, lettura dei classici. Da tutto ci non vuoisi inferire che sabbiano a in carcerare per molti anni-i giovani ad apprendere la grammatica latina: e qui mi porrei col novatore, non colluom della tradizione. Ben intendere i. classici lo scopo di quell insegnameato; ma per questuopo richiedonsi facolt gi svilup pate, gusto, senso delicato, attenzione, amore e rispetto: qualcosa'di squisito che non proprio di tutti. Perocch tutti sentono, ma solo di pochi privilegio il fior del sen timento e dell immaginazione: tutti vanno al giardino, ma ipochi sanno scegliere e combinare i fiori. Per sottrarsi ai-danni che altre volte vennero alla societ dalleccessiva ammirazione declassici, duopo non contemplarli solo dal lato dell irte ; ma educare il talento col buon senso, cercarvi te nozioni eh# formano-

PREFAZIONE.

IH

agli affari, e ad interfere gli roteresti. Quando dunque s.a vesser usare antologie (metodo pericoloso ', a. eoi in parte dovuta lodierna inettitudine, a fare no Hbr* ben accia tettato, coerente, compiuto) sarebbero a: sce glier i pensi che presentano lespressione-d un concetto, morale,, o il racconto di un avvenimento grande, o >il suntoi d una glande -istituzione. Tali, per esempio*, d r Patercolo qqel sulle colonie; romane; da Tito Livio Origine del teatro a Roma; da Cesare la descrizione del Be^io; da .Gieerone il giudizio sui giureeeneultr romani; da. Tacito l'origine della, scrittura alfabetica, i costanti ell& Germania ; gli antichi monumenti del di ritti} nomano. E .generale non bisognerebbe badare che ai capo lavori-, quando non si volesse cavarne che leziioni~dfun letteratura, dogmatica,, che in ciascun genere compendia le regole supreme del be4Jk>. Ha altrimenti adbper chi umanit-congiuatfar colla letteratura: e si persuada che* il vero modo di comprendere i classici, e 4 accoppiane anche lo studio delle lettere con quel delle scienze, sia la storia. Per mezze di essa legasi col presente il passato; si ac costano e paragonano le cose come nella vita; vedendole nella simultaait o successione, si ravvivano i secoli, si conduce il presente a specchiarsi nel passato. Non solo Cesare, ma n Sallustio n Cicerone n Orazio si capi scono se non si conosce la storia; se sotto allo scrittore non si cerchi 1 uomo, vero e finale oggetto dello studio. La poesia e larte prdono il profumo se si stacchino dal tempo; e la critica non resta pi che un appello alla memoria, facolt inerte e passiva, invece di avviarci sui grandi sempj che dirgano senza, incatenare. E ben disse Baeone (De Augmentis scientiarum,U, A) che historia mundi, si historia literarum fuerit destitu-

T V

PREFAZIONE.

ta,non absimilis censeri possit statuae Polipbemi, eruto oculo; cum ea pars imaginis desit, qu* ingenium et in dolem personae maxime referat . G noi, invaghiti delle lettere, come ce ne giovam mo grandemente chiarire e colorare la storia, cosi vorremmo non parere presuntuosi se crediamo averle giovate.col metterle nel loro tempo, in mezzo agli uo mini; alla societ, alle opinioni, alle credenze. Ed ora riunendo sparse membra, come abbiamo gi raccozzato un Corso di letteratura greca, ne offriamo uno di latina, traendolo da varj nostri lavori storici o critici, come ne trarremo uno di italiana. Possano non demeritare laggradimento che la giovent della nostra patria ha mostrato. ai nostri lavori, valutando l in tendone che smpre gli ispir di. conservar l'onore in tellettuale del piese, e nella valutazione dell' antichit cercare elementi deducazione civile e liberale a pr della generazione ventura, che invochiamo e speriamo migliore e pi giusta della nostra.
T orino , m aggio i8 6 b .

C. Cant.

INDICE

C apo I. Della prisca lingua Ialina............................................Pag. I Perennit delle favelle. Straneize degli etimologi laiioi. In terpretasioni moderne. Prische lingue italiche, etnisca, umbra, osca, sabelliea^ altre. I dialetti. Lalfabeto. Origine del parlar latino. Latino arcaico. Canti saliari e anraK. Iscrisioni antichissime. Seconda et de) latino. Nevio. Pa cuvio. Licinio.

IL .Scrittori arcaici.

..................................

35

L epopea primitiva. La coltura indigena. InCrodmione della coitura greca, Le origini dedotte dalla- Grecia. Educa* mutata. Il verso latino. Ennio. I primi satirici, e co stumi dipinti da loro. Venuta de* filosofi greci. Catone il vecchio.

III. La politica. Gli Oratori. Cicerone. .................................. 51


Legge agraria. ( Gracchi. Eloquenti coltivata. L accuse di esercizio. Crasso. Marcantonio. Cicerone. Sue orasioni. Sua politica Suq libri retorici. Ortensio. Repubblica pervertita. . Pompeo e Cesare. Processo di Verre.

IV. Cicerone. 1 partili interni. CatiKna. Clodio. . ..............75


Turbamento della propriet, fluove leggi agririe. Orationi su Bollo, floscio, rtabirio* Pisone, Catilina. Cicerone ec cita I* inridia. Primo triumvirato. Cicerone 'esigliato e ri chiamato. Clodio e-Sfilope.

V. I triumviri. CTuerre civili. Caduta della repubblica. Ces sare. Antonio. Pine di Cicerone. Filosofia romana. . 96
Guerra gallica. Pareggiamento del diritto.. Opinioni vacil lanti. Intenti e fine di Cesare. Marcantonio. Le filippiche di Cicerobe. Le proscrisioni. Morte di Cicerone. Suo carat tere. Suoi amici, Lucullo, Pomponio,'Attivo. Cicerone oratore*, sue epistole^ Sue opere filosofiche. Sue opinioni giuridiche. Bibliografi*

vr

INDICE.

C apo VI. Storici. Eruditi. Livio. Sallustio. Cornelio. Varrone. 143 Primi storici. Polibio. Carattere degli storici lattai. Salii*- stio. Tito Livio. Giustino. Trago*. Cornelio. Cicerone. Ce sare. Scarsa erudixione. 1 giornali Le biblioteche. Yarrone.
1

VII. Poti del secol<T oro. .......................................................109


agosto. Mecenate. Catallo. Lacretio e l ' incredulit. TibuHo. Proptrsio. Oridio. La scostumatena. Fedro. Manilio. Carattere de* poeti latini. Orasio.J3di. Satire. Arte poetica. Critica del testo.

Vili. Virgilio..........................................................................
Protetto da Mecenate. Georgiche. Bucoliche. La epopee primitive. L 'Eneide. Parallelo eoo Omero. Favole intorno Virgilio.

*11

IX*. IHeatm.

..............................................................................*85

Origine delti drammatica latina. Comedia priAttira. Pian to. Terensio. I caratteri comici. I. mimi. Censura teatrale. I. teatri e gti attori. Tragedie. Tragici romani. Tragedia ac cademica. Seneca. Paragone dli* Edipo di Sofocle con quel di Srneca.

X. Pronta decade la letteratura latina. Etfe-d? argeatte I&loeofL Scienziati. . . . . . . ..................................... ... . 274
LrJettsratars latina imitatrice perpetua della greca. Meriti e difilli di ess. Prontosuo decadere. L 'eloquenza ammu tolita. Non ri gtofaoe le biblioteche e-i favori imperiali. Falsa civilt deir Impero. 1 filosofi. Sestio* linfonio. Se* neca come filosofo : come scienziato. Pochi progressi delle, sciente. Plinio naturalista. Solino. Mla. Scarta geografia. V ftftriM to. Matematici. Frontino. ftfedkiotG el..

X t Etfbcazloire. Sfcool. Retori.

.............. 298

Come si educaste*? i giovani^ Esercisj i dedfcmatione. Quintiliano. Frontone.* Plinio Cecilio.Le adunarne lettera . rie. dulasione bmvefSsl& *

XIIv Boati dU et.df argenta

................................................322

Stati* Marziale; Lneanow Critica della Farsettai Parallelo con Virgili, Altri* epiei. Gii ArgcmnmHi Siiio M ito . Te Teotiano Mauro. Lucilio lanire.

i XUJL'Siiret. ftomanti. . .. . . . . . . . . . . . . . . .

# 341

Drivi satirici. Giorenale. Persio Parallela .eoa, O rni Sa tire popolari. Peirooio Arbitro, La cena di Trimalcione. Romansi: Apnlejd e 1* Aerino d'oro.

* XIV. Storici dell*et d'argento.

.....................306

Ssetonio. Tacila VellejfePjteneolq, VaWiaMsssimo Giu stino. Floao .Quieto Cuoio , alici. Aatofi dUa<Stori* A u gusta. Appiano. I compilatori. A GoUio.

INDI Ct.

C apo *V . L eiteitttfra& istin ia.

...

. .

/ftag. 58G

t )w tinHwierti 4el Cristfauetimo. ^ crittiano. Effetti k tttfirj del ObtitfnttHpo. Le m neetaiM i. Lettera di H h io e T rjjn o . La Bibbia. Oli -Apocriff. Leggende. Primi fevHtori cristiani. TertiiHnao. San Cipriano. Minori felice. rooMo. Laltamrio. -Sau G indarno. La predicaiftfBti 6nzioai'fairttiri. S: AvAregm. *8 'dogi funebri. 9. 'Agostino. La Citt 'di D h. SiWitae. Gaiattere dei W . Padri. I poeti cristiani. :Prednzio. Paolino da Nola. Si 'domo d altri. I versi sillabici.

>

XVI. La coltura pagana digrada. Si amplia tocrisliana. . . 427


.Suole in decadenza. Grammltici. Donato. Nonio. Fetlo. Priaciano. Compilatori. Macrobio.* Capella. Censorino. Scientiati. Palladio. Vegezio. Sesto Africano. Storici. Vit tore. Ammiano Marcellino. Entropio. Panegiristi. Aurelio Anicio. Poeti. Poemi difficili. Claudiano. Merobande. * maziano. Avieno. Ausnio.

XVII. 1 Giureconsolli e le leggi.................................................. 451


Letteratura legale dei Romani. Sviluppo del diritto. Il di ritto stretto e 1 * equit. I Giurisperiti. L'editto pretorio. Scuole ginridiche. Giuliano. Gajo. Papiniano. Ulpiano. La fogge di citazione. Il codice Teodosiano e il Giustinianft. Valor generale del diritto civile giustinianeo. Appendice sulla letteratura legale. Storta del diritto ro mano di Pomponio. Monumenti del diritto romano. Fram menti delle XII tavole. Dell* editto pretorio. Dell* edilizio.

XVHI. Iscrizioni.............................................................................. 480


Iscrizioni storiche. Onorarie. Monumentali. Mortuarie. Utilit delle iscrizioni. Raccolte. Iscrizioni murali o graffite.

XIX. Decadimento della lingua scrina. Lingua volgare.. . 499


Natura del Ialino. Et d argento. Et del ferro.-La lingua parlata, differente dalla acritta. Quella rifluisce su questa^ Alterazioni grammaticali che s introducono. Articoli. Se gnacasi. Verbi ausiliarj. Scorrezioni. Il latino della Bibbia.

XX. 1 1 latino nell et barbara.................................... ...


Influenza dei barbari. Cassiodeto. Boezip. Poeti scolastici. Aratore. Fqitunato. Avito. Altri poeti. Storici. Isidoro. Epi* fanio. Gregorio di Touty. Fredegario. Leggendari- Et di Carlo Magno. Alcuino. Et ferrea. Tecdulo. Gotescalco. Rosvita. Arrigo di Settimello. La poesia popolare. I versi sillabici. La rima.

519

Vili

NUICEU

Capo XXI. H latino nei tempi moderni. La ccilict, . . . .

Pag. 541

Dante Petrarca. Ricerca de*libri claisici. Gli eruditi qual trecentisti. Braceiolioi. Barxisa. Malpigbiqi. Poliaiano. Sto rfei. Ansio da Viterbo. Merito.di quegli eluditi. Pannalo. Sigonio. Pirro Ligorio. Latinisti stranieri* prime stampa. Baruffe grammaticali. Cinquecentisti, ftannasaro. Vida. Fracaetoro Flaminio. Altri. Giulio Scaligero. Erasmo. La riforma tdigioaa. La morale e i classaci. Strada. Mafiei. I francesi. L* accademia delle Iscrisiooi. Secentisti. Ceva. Quinto Settano. Altri settecentisti. Latinisti ultimi. Diaio narj. Limiti della lingua latina. La critica verbale e filo sofica. Suoi ineriti e attributi odierni.

STORIA DELLA LETTERATURA LATINA.

CAPO I. Della prisca lingua latina.

Non crediamo si usasse in Italia una lingua dopo l'altra, bens che in ci pure si avverasse quella legge di continuit, che Leibniz stabili nella fisica; vi fossero evoluzioni successive non sovvertimenti improvvisi, per quanto la scarsit di docu menti ci impedisca di seguitarl. Cos ne paesi artici alba comincia a spuntare prima che siano scomparsi gli ultimi raggi del sole occidente. Quest opinione tanto antica, che Virgilio fa vaticinare da Giove che
Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt; Utque st, nomen erit.

Le antiche favelle restano avvolte di oscurit invincibili; scarsi monumenti se ne vanno disotterrando in pietre o in metalli; e i Romani ce ne tramandarono pochissimo e con po chissima intelligenza. Terenzio Varrone gi vecchio di ottant' anni scrisse i libri De lingua latina, e non si cessa di deplorarli come tesori; ma se dei primi quattro perduti argo mentiamo dal quinto e sesto che ci rimangono, non troppo dovremmo promettercene. Ignorando i metodi con cui lo spi rito umano crea, usa, trasforma la parola, egli non rintraccia le origini della latina lingua nelle anteriori, che pure al suo tempo rimanevano ancora sulle bocche': tutt al pi ricoiTe al
tANTU. Storia della Lett. Latina. 4

ETIMOLOGISTI ROMANI.

dialetto eolico, somigliante al latino quanto a questo litaliano. E mentre negli idiomi non si fa che imprestare e derivare, egli suppone che i Latini creassero, o piuttosto componessero il proprio, sicch dogni loro parola trae etimologia da altre latine: pertanto deriva terra da terere: spica da spes perch speranza del ricolto: frater da fere alter, un altro s stesso: le gume da legere perch si raccoglie ne campi: capra da carpere, venus da venire, soror da seorsum perch le figliuole van fuori di casa; coelibes da coeliles perch beato chi non ha mo glie; via da vehere, humor da humus, amnis da ambitus, lectus da legere perch s raccolgono gli strami su cui dormire; foenus da fattus perch il denaro a interesse ne partorisce dell'altro, quasi foetura quosdam pecunia parientis. A questo meschino metodo si attennero gli altri Romani: onde Cicerone dice cos nominata la legge quia legi soleat, e Neptunus a nando, e la luna a lucendo: Catone deriva locu ples dai luoghi che i ricchi possedono, e pecunia dalle pecore che v* erano improntate; Servio, la segale da seco; il libro, corticis pars interior, a liberato cortice; i mantili a tergendis manibus : Plinio deduce vello da veliere perGh le lane si strap pavano; Festo, immolare da mola, idest farre molilo: Ulpiano dice il legato cos chiamarsi quod legis modo testamento relinr guitur, e i liberi quia quod libet facere possunt; e prato perch parato alla falciatura: Isidoro mulier a mollitie, vena guod sanguinem vehit, venenum quod per venas vadit, carmen da carere mente, Minerva da muns artium variarum . Quest ultima parola ci suggerisce come anche Tacito stra scinasse i nomi degli Dei germanici a que degli ellenici; il che del resto praticarono anche i Greci; laonde Megastene de* duce Astarte, Dea babilonica, ad guida degli astri; e chiama cio dal dolce mormorio il fiume indiano Hiranjabhn che significa braccio doro. Che pi? nessun an tico savvide della parentela del cartaginese coir ebraico, che sono quasi identici. Allorch, sul terminare del medioevo, si rintegr lo stu dio dell antichit, poteasi rivolgere attenzione alle prische lingue, mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopooh la filologia fu syutata da ricca messe di nuovi documenti,

INTERPRETAZIONI MODERNE.

parve vergogna il porre allindiano o all'egizio maggior cura die non ai parlari italiani antichi, e i dotti vi applicarono quell assiduit che merita tutto ci che avvicina alla cuna di una lingua com la latina, studiata da tuttEuropa perch ha monumenti in ogui paese, dal lembo dei deserti africani sino ai perpetui geli polari. Per l interpretare iscrizioni in favelle che non si cono scono e con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme e ardimento, quali non sempre accoppiarono i mol tissimi die, ai di nostri, assunsero questo tema *.
1 Tali sono: Lanzi, Saggio di lingua etrusco, e altre antiche d'Italia. Roma, 1789. Vbhmiglioli, Antiche iscrizioni perugine, raccolte, dichiarate e pubbli cate ec. Perugia, 1833. E iv p p u , Umbricorum specimen. Berlino* 4835. Eischhoff, Parallle des langues de VEurope et de VInde. Parigi, 183$. Dckdbrlxih, Commentatio de vocimi aliquot latinorum , sabinorum, umbricarum, tu scarum cognatione graca. Erlangen, 1837. Henoch, De lingua sabina. Altona, 837. Giotxfend, De singularum lUerarum apud Sabinos ratim e . De lingua graca et sabina. Quaeritur quem locum inter reliquas halite linguas tenuerit sabina. De lingua; sabina! et latinte ratione. Rudimenta lingiue umbriete ex inscriptionibus antiquis enodata. Annover, 1839. Interpreta le tavole Eugubine ; deriva il latino dall* uml>ro. LeP Sius, De Tabuli$ Eugubinis. Berlino, 1833. Inscriptiones umbriete et osca; quotquot adirne reperta sunt omnes, ad ectypa matwmeniorum ' a se confetta ec. Berlino, 1841. Avelluto, Iscrizioni sannite. Napoli, 1841. Jahklli, Tentamen hermeneuticum in etruseas inscriptiones, efusque fu n damenta. Napoli, 1840. Veterum Oscorum inscriptiones latina in terpretatione tentata . Ivi 1841. Dichiar ben cinquecento monumenti etruschi scritti, e da sessanta fra oschi, volsci, sabini ec., ma non aceert gli elementi di cui si valse, e con troppa libert-us lfe lingue semitiche. Sol vale nella parte ove i vocaboli etruschi di certo significato mostra conformi alle corrispondenti radici semitiche. Anche 1 *osco egli farebbe similare e omogeneo coll* etrusco : ma al tempo stesso dice che a stento si troveebbero dieci parole omofone nelle due lingue, e che probabilmente siano anche emodinamiche. tickel, Die etruskische durch Erklarung wtn Inschriften und Namen als semitische Sprach erwiesen. Lipsia 1858. Ha moltissime cognizioni, ma lo tripudiano Ewald, Ali. Maury, Ascoli, Janssen ed altri. Zeyss, De substantivorum umbricorwn declinatione. Tilsitt, 1847. Th. Mommsn, Die unter-italischen Dialekte, Lipsia, 1849, con diciassette tavola litografiche e duo mappe, e Die nortetruskschen Alphabete a u f

PRISCHE LINGUE ITALICHE.

Le conclusioni, a cui arrivano questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur dimostrate tutte con altret tanta crtezza, attestano che non fu raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure un vro scientifico. L'arte deciurmadori consiste nell offrire un solo aspetto: gli scolari ignoranti e i lettori meramente dilettanti si lasciano convincere, perch non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti to talmente opposti. La filologia pi moderna ammette che i Pe lasgi, abitanti lAsia minore, la Tracia e lllliria, parte si sta bilissero in Grecia-e divenissero gli Elleni, parte entrassero in Italia, dove si mescolarono coi popoli autoctoni; cio ante riori a ricordi storici. Questi pare fossero, nell' alta Italia, i Celti, appartenenti al gruppo indo-germanico; e nella media e bassa altri popoli del gruppo basco-berbero, caratterizzata dal naso a gobba e dalle pomelle sporgenti. La lingua pelasga, madre della latina come della greca, ritenne toolto dei parlari primitivi; ma nel centro deir Italia predomin agli elementi indigeni, talch vi si parl una lingua simile alla greca, e prinInsehriften tmd Miinzen nei Mittheilungen della Societ antiquaria di Zurgo. Effuschkb, Monumenti di lingua osca e sabellica (485), raccolse tutti i frammenti di tali lingue, e ne trasse la grammatica e il glossario. JxifSBifS, Musati Lgdensis batavensis inscriptiones ttrustai. Lassen, Dissertazioni nel Museo^filologico renano. W illiam, Etruria celtica. Spiega la lingua etnisca coll* erso. Edklstand de Mril, nei Mlanges arohologiques et littraires (Pa rigi, 4850) ha una dissertazione sulla formasione della lingua latina, va lutando i precedenti indagatori. Donaldson, Varronianus. E un* introduzione all* etnografia italiana, e allo studio filologico del latino. W ill. CoRSSBir De Volscorum lingua. Naumburg, 4858. E. Hukschkb, Die igmiischen Tajeln nebst den kleiner Umbrischen In schriften ec. Lipsia, 4869 j e Die oshischen und sabellischen Sprachdenhmaeler. Elberfeld 4856. Tra un* infinit di monografie tedesche, delle quali e assai se pure il nome ci ar riva, e le dissertazioni inserite nello Zeitschriflf u r vergleichende Sprachforschttng di Kuhn, a notare intorno ai grammatici latini H ertz, Sinnius Capito, eine Abhandlttng sur eschichte der romischen Grom matili. Berlino, 4844; e De P. Nigidii studiis atque operibus. Ivi, 4845. Sono lavori capitali quelli di Federico Diez, Etymologisehes IVorterbuch der romanischen Sprachen i Bonn 4 833, e Grammatich der ronianischen Sprachen. (Bonn 4836;. Ora noi possiamo contrapporvi il Glossarium ilalicum di Ariodante Falcetti.

LINGUA ETRUSCA. UMBRA.

cipalmente al dialetto dorico. Ma certo in antico si parlavano differenti lingue dagli Etruschi, dagli Umbri, dagli Oschi, da'VoIsci, daLatini. Quella degli Etruschi ci arcana; a segno che di due sole parole (oro accertasi il senso; avil r il, vixit annos, e della terminazione a l per indicare il metronimico, e sa, asa , esa pel conjugio. Nella lingua sanscrita, che la clas sica e sacerdotale degli antichi Indiani, avi significa vivere, ris tagliare, da cui il greco , , il latino rodo e rado, il tedesco reissen, il russo riezu; ri esprime anche muovere, trascorrere, da cui il greco pew, il latino ruo, il francese rue, inglese ride. Il r i l etrusco potrebbe derivare dalluno o dallaltro,considerando lanno come uno scorri mento di tempo, o come una divisione. Altre parole etrusche di non ben assicurata significazione sono antar aquila, usti il sole, tutas il verbo tutari, lar si gnore, nepos lussurioso, clan figliuolo, see figlia. Ognuno si accorge della somiglianza di queste vci con altre d idiomi vi venti, e forse bastano per aggregare letnisca alle lingue indo-europee, anzich alle semitiche, comaltri pretese \ Questa medesima incertezza se ascrverla alle lingue d agglutina zione o a quelle di inflessione, indica forse come ella era in termedia fra questi due tipi. Della lingua umbra il monumento principale sono le Ta vole Eugubine, scoperte il 14U; cinque scritte con caratteri etruschi; le due pi grandi (che sono il maggior monumento di liturgia pagana) con lettere latine, come pure undici linee d* una terza, che alcuni non credono appartenere alla serie dell altre; tutte poi di ortografia, scrittura e linguaggio diffe renti fra loro in modo, da farle credere det diversa; ma non si sa di quale: n veruna ragione fa piede alla congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno poste riori a quelle dalfabeto etrusco, e queste appartengano al se sto, quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamar um
* Questa derivazione dal semitico fu sostenuta recentemente dal padre Tar quini M isteri della lingua etnisca svelati, 1857 e dallo Stickel suddetto; ma i dotti poco arridono a questi asserti.

TAVOLE EUGUBINE.

bra la lingua jn cui sono scritte convenzione, non fondata su d'altro che sul paese dove furono trovate; anzi la bizzar ria delle forme potrebbe trarre a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti nell' antichit. Appena comparvero nella Etruria Regalis del Demstero, bizzarrissime interpretazioni se ne diedero; tutte fondate sulle pi arbitrrie rimutazioni. Per esempio, in una di esse tavole si legge:
CVESTRE TIE VSAIESVESVVVEBISTITISTE TEIES.

Dividono cwstre tie usaies vesv vvebis titiste teies, per interpretare cuestor tie vesum mebis $ deies, cio Questor dibit, quascumque vobis visum est, constituite dies. Gori, Lanzi, Bardotti pretesero leggervi compianti dePelasgi per sciagure sofferte : Mazzocchi per un incendio; Pas seri i riti per attirar i fulmini, Guarnacci i riti d e'Gabiri, Lanzi frammenti rituali, Janelli espiazioni a Giove aratore: altri altro: e poco fa Guglielmo Bentham, nell Accademia reale irlandese, volle antico etrusco esser identico colla lin gua iberno-celtica e coir irlandese, quale oggi si parla in quelle isole ; ed esservi esposta l scoperta delle isole Britan niche, fatta dagli antichi Etruschi, e l uso dell ago calamitato nella navigazione 1 I pi vi riconoscono formole rituali, ma in diverso modo le dispongono e interpretano. Dalla sesta leviamo un brano d una specie di litania, la quale mostra il parallelismo ed il ritorno di certi vocaboli, qual costumava fra gli Ebrei: Tejo dei Grabove. Dei Grabovi ocre per fisiv tota per iio v in a erer nomne per erar nomneper fossei pacersei ocrefisei. Di Grabovie tio esu bue peracrei p ih a clu , ocre -

TAVOLE EUGUBINE.

per fisiu tota p er iio vin a erer nomneper era r no ta neper. D i Grabovie o rer ose p er sei ocrem fisiem p ir oriom est toteme iovinem a rsm o r dersecor subator seni p u se i neip hereitu. Di Grabovie persei tu er perscler vasetom est pesetom est peretom est prosetom est daetom est tuer p erscler virseto avirseto vas est. Di Grabovie p ersei m ersei esu bue peracrei pi h aclu p ih a fe i . Di Grabovie p ih a tu ocrer fis ie r totar iio v in a r nome n e r f arsm o vetro pequo ca stru o f r i f pihatu fu t u fons pacer pase tua ocre fis i tote iio vin e erer nomne erar nomne. Di Grabovie salvom seritu ocrem fisie r totar iio v in a r nome n e r f arsmo ve tro pequo ca stru o f r i f s a lv a s e r itu fu tu fons p a v e r 'pace tua ocre fisi tote iiovine erer nomne e r a r nomne. Di Grabovie tiom esu bue p e ra c ri p ih ia clu ocreper fis iu tota per iio vin e erer nomneper erar nom n e p e r... ecc. Ripetiamo che interpretazione incerta, pure esibiamo la seguente, come delle meno improbabili : Jovi Grabovi subvoco. Jovem Grabovem invoco in sacrificio pr tota jovina gente, eorum nonnine, earum nomine, uti tu volens sis, propitius sis sacrificio. Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio pro tota jovina, eorum nomine, earum nomine. Jupiter Grabooi, hujus rei ergo quoniam ad sacrificium ignis ortus est toti jovince, armi desecti subactique sint tamquam sacrificio uno. Jupiter Grabovi, prout pesclos mactare factum est, posttum est, dictum est, maciare pesclos fas jusque esto. Jupiter Grabovi, disecto eximio bove, piaculo piatus esto Jupiter Grabovi, piamine sacrificiorum totius jovince no-

L* OSCO.

minibus, agrum, virum, pecus, oppido expiato, fiasque volens propitius pace tua sacrificio totius jovince gentis, eorum no mine, earum nomine. Jupiter Grabovi, $alvo satu sacrificiorum totius jovince nominibus arvum, virum, \pecudum, oppido satum sospita, fiasque volens propitius sacrificio totius jovince gentis eorum nomine\ earum nomine. Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrifi cio, pro tota jovina gente, eorum nomine, earum nomine \ La lingua pi diffusa nell Italia meridionale era losca, che parla vasi da popolo estesissimo e suddiviso, e fin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale, secondo A Gellio4, tria corda habere se se dicebat, quod loqui grasce, osce et latine sciret. Dalle iscrizioni vi appajono gli ele menti del latino estranei al greco, sotto forme che nel la tino perdettero e sillabe e terminazioni, e con flessioni inu sitate a quello. Il p si sostituisce spesso al q , come pid per quid, e forse opici per equi; ei all i; l ou all' u ; aggiungesi il d a molte voci cadenti in o. Gli Oschi dicevano akera, anter, phaisnum, tesaur, famel, solum, quel che i Latini dissero acerra, inter, fanum, thesaurus, famulus, solus....
5 Si scosta in vane parti e nella lettura del testo e nella versione il Grotefend, il cui lungo e pazientissimo studio fu ben lungi dal condurre a risultamenti decisivi : e che cosi legge e interpreta un brano : T e io su b o c a v sub oc o J ) e i G r a b o v i , F is o v i S a n s i , T e fr a J o v ii o c r ip e r F is i u i , to ta p e r l i o v i n a , e r e r n o m n e p e r, e r a r n o m n e p e r: f o s s e i, p a c e r s e i o cre F is e i, to te l i o v i n e , e r e r n o m n e, e r a r n o m n e. A r s ie ! tio su b o c a v su boco, D e i G rabove.. A s ie r J r i t t e tio su b o c a v su b o co , D e i G ra b o v e ! ecc. Te bonas preces precor, Jovem Grabovem ! Fisovem Sansium ! Tefram Joviam ! pr monte Fisio, pr tota Iguvina, pro illius nomine, pro faijus no mine, uti sis vcfns propitius monti Fisio, toti Iguvina:, illius nomini, hujus nomini. Benevole ! te bonas preces precor, Jovem Grabovem ! Benevoli Fidicia, te boiuis precor, Jovem Gt'abovem ! La spiegazione migliore par quella data da Aufrecht e Kirchhoff, i quali ne dedussero la grammatica umbra, .trovandola somigliante alleirusca. Secondo loro, le Tavole Eugubine darebbero il rito delle lustrazioni attorno a Gubbio, dopo tratti gli augurj dagli uccelli. Die umbrischen Sprachdenbnaler, e in Versuch sur Deutung derselben. Berlino, 1851, 1859, 2 volumi. .* Woctes Attic* XVII, 17.

OSCO. SABELLICO.

Questa favella, se crediamo a Klenze, non tenne alcuna fondamntale differenza dalla latina, talch, se ^avessimo libri scritti in essa, potremmo, se non tutte le parole, intenderne per il senso. In fatti a Roma si poneano inscrizioni in quella lingua; Plinio dice che scriveasi sulle case arse verse, cio arsionem averte ; e si continu sempre a rappresentare bur lette in osco, delle quali il popolo si spassava grandemente. Strabone ancora al tempo di Tiberio scriveva, nel v della Geografia : Bench sia perita la gente degli Oschi, la loro favella resta fra i Romani, talch si recitano sulla scena certi * canti e commedie in una gara che si celebra per antica i consuetudine . forse osco era il parlare fondamentale dell* Italia, cio del vulgo; che sempre visse fra questo fin che quando le persone colte e gli scrittori adopravano il la tino, per poi prevalere allorch le sventure scemarono la col tura e allontanarono la Corte : talch sarebbe esso il vero padre del nostro vulgare. Marsi, Sabini, Marrucini, Piceni usavano il sabellico, che forse era identico col volsco, ma differiva dal sannita, il quale era 03C0, giacch Tito Livio5 dice che, per esplorare l ' esercito sannita, furono mandati uomini guari oscce linguce. Varrone invece farebbe solo affini le due favelle, dicendo che sabina usque radices in oscam linguam egite. Anche i VpJsci doveano differirne in qualche cosa, poich Titinio poeta, con temporaneo del prisco Catone, in un passo riferito da Festo alla voce scum, scrive che i popoli abitanti intorno a Ca pua, Terracina e Velletri obsce et volsce fabulantur, nam la tine nesciunt. I Bruzj parlavano osco e greco, onde dicevansi bilingues Brutiates (F e s t q ). Citano la voce hirpus, lupo, come comune ai Falisci ed ai Sapniti7. Servio attribuisce ai Sa bini la parola hernos rupi, e Varrone la voce multa,*; e in forma che, invece di farena, diceano hasena (V e l io L ongo grammatico), e tebas i colli : dall embratur de Sabini de5 Deca X, 20.

De lingua lat. VI, 3.


d * A lic a rn a s s o , I, 2 i . 8 Multe < vocabolim non latitutm sed sabinum est ; idque ad meam memo riam mansit in lingua Samnitium , qui sunt a Sabinis nati. De L- L. lil>. TillX.

7 D io n ig i

10

ALTRE LINGUE ITALIOTE.

riva 1' imperator de' Romani. Infine, secondo Livio > i Cu mani chiesero ut publico latine loquerentur, et prceconibus latine vendendi jusesset9: il che prova che, fin a quell'ora, aveano usato lingua propria. I Marsi adottarono i caratteri ro mani e la lingua latina: i Sabini conservarono sempre l'osca. In dialetto volsco quest' iscrizione fu trovata a Velletri, sul cui significato fu molto discusso fra Lanzi/Orioli, Guarini, Fanelli ed altri : Deve declune stalom sepis a ta h u s Pis velestrom fa ka esa ristro m se Bim a s if vesclis vin u a r p a litu sepis toticum covehriu sepu ferom pihom estu ec se cosrlies ma ca tafanies m edix sistia tien s. . Pi facile a decifrarsi parve questa osca, da Avella por tata nel seminario di Nola, e illustrata dal Passeri, Simbole Goriane, tom. I : E k k u m a ... trib a la c ... l i i m i t ... herekleis fis sn u Ecce tribus limites herculis fanum mefa ist e n tr a r demensa est intra etnuss pu a m f dert viam p u sslis p u i fines post circum per viam posticam per ip is i p u s tin sia ci senatei's inim ink tr i b a r a k in f tpsius ibi loci senatus unum jugum tria brachia a u fret p u c c a h f sekss p u r a n te r teremss i r i k ecc. aufert pauca sex puriter termini hircus. Sul pendaglio d'una bella statua di bronzo di Marte, di sepolta presso Todi nel 1835, si trovarono 22 caratteri, i quali (a lasciar via le fantastiche congetture e le arguzie) il bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: Io lungagamente tempestato in mare, offersi; il Campanari spieg dapprima: Ahala legato in onor di Marte offriva, dappoi Ahala figlio di Trottedio il Marte Fonione dedic; il padre
XL, 42.

DIFFERENZE DI DIALETTI.

11

Secchi divin Aveial QuirinusVibii f, nomine Vtbius; il Lanci intese, Ac co da Todi e Tito effigiarono it simu lacro della Vittoria ; il Vermiglioli, A eia L. Trutinus punu mi vere, cio A da figlia di Trutino pongo sno vero : il De Minicis, Trutino Fono figlio di Acia fece: il padre Tarquinj Aeianatus fecit, levigabat pulcre Phobe: e Janelli Supre mus director et custos annone*. Baster ci ad indicare quanto vacilli ancora la paleografia italiota. La quale riesce a legger qualche nome sulle medaglie e iscrizioni : ma appena vi si intrometta altra parola, d in congetture, dove ciascuno con chiude come ha prestabilito. Nella guerra Sociale, ultima reazione degli Italiani con tro il predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio/e ladoprarono nelle mo nete 1 . Tardi poi visse letrusco: e che differisse molto dal latino lo prova quel passo di A Gellio, ove si narra, che avendo uno detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riseruntu . Quin tiliano ,s, trattando delle parole nn di lingua, scrive: Taceo de Tuscis, Sabinis et Prwnestinis quoque ; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio patavinitatem- Chi potr ora determinare quelle differenze di dialetti ? Tanto pi che gli antichi non erano giunti a comprendere la natura delle lingue, n a conoscere quanta illustrazione da esse derivi all indole dei popoli, sicch vi scorgessero un interesse filosofico; laonde, anzich fermarsi sui caratteri essenziali di somiglianza, faceano deir idioma di ciascuna citt indipendente una lingua a par te, designata col nome degli abitanti. Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni italiche: il greco delle colonie, l etrusco, il pela sgico, un antico che sta di mezzo fra etrusco e il pelasgico, l umbro, il sabellio, il latino. Sembra che il primo modo di scrivere de Latini fosse quello che intitolano ustrofedon, pel quale, giunti al termine
00 ebraico
L a n zi , Disc. proem. alla Galleria. 11 Noeta Attics XI, 6. ** Inst. orat. I, 9.

12

ALFABETI.

duna linea da sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a guisa del bifolco nell arare. Da ci chia ma vasi versus la linea, e arare, exarare, sulcare lo scrivere. Lalfabeto latino antico dice Plinio che somigliava al greco, come si scorge dall iscrizione delfica1 8 . In fatto l iscri zione sulle medaglie di h im e ra fu creduta latina da quelli che non rifletterono che 1 h era adoprata dai Greci invece dello spirito, prima di usarla per l E lungo: e il rho scriveano r prima di adottare il p. L alfabeto pelasgico si conserv in Italia pi puro, sebbene variasse alquanto fra le diverse popolazioni della penisola : onde alcuni vollero dire non derivasse dal greco, ma da un anteriore, di cui ritenne pi fedelmente le forme. Al par dell* etrusco mancava delle lettere f g h j k q v x y z : dappoi fu portato a 25 elementi, olire i dittonghi m (e . Da principio si scambiavano le vocali: alcune lettere aveano espressione diversa ; altre pi dun va lore : a molte parole finite per vocale si soggiungeva n, d, t (men, altod, marit, per me, alto, mari); le consonanti non si raddoppiavano, bens talvolta le vocali per esprimere le lun ghe, come juus, feelix: le brevi erano spesso fognale nella consonante che le precede, come krus, caute per carus, ca~ nite;e pi spesso i, come ares, evenat per aries, eveniat; e le m, n, s, onde Popeju, cosul, cesar per Pompejus, con sul, censor : i dittonghi ei per i, ai per son frequentissimi, come Junoneis, sei, aitai. Vuoisi che solo a mezzo il sesto se colo introducessero il g, e invece della r usassero la s o il d; tardi certamente furono adoprate le k, y , x , z pei nomi ,fo restieri; invece del b si trova in principio il nesso dv e nel mezzo p, come dvellum per bellum, optinvit per obtinuit: la m finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome cominciante per vocale, forse perch si pronunziava na salmente come lon e Yen nel francese e nei dialetti lombardi. Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne prischi monumenti cio V; e che poi si rovesci in A. Gli Eolj usavano un'aspirazione che indicavano col digamma f : questo non appare mai nell alfabeto attico : ep pure come cifra ha il sesto posto e la significazione di sei ( Q ),
45 Natura hist., V ili, 58.

ALFABETO LATINO.

13

poi pass nell* alfabeto latino come f. Segno < Taspirazione era anche la H , ma scompare ne* monumenti posteriori; sol rimase come lettera nel latino. Il q, ignoto ai Greci /deriva dal (p coph fenicio, che come cifra numerica vediam pure usato nella scrittura attica. Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l ' impera tore Claudio aggiunse tre lettere all' alfabeto latino, delle quali sono conosciute il digamma eolico e 1' antisigma. Il primo era un'F capovolta ed equivaleva a V, per esempio term inam t am pilialitqtje , Diti Augusti. L*antisigma fa ceva le veci dello greco, e seri vevasi DC. La terza let tera alcuni pretendono fosse il dittongo Ai, che trovasi nella maggior parte delle iscrizioni del tempo dvesso Claudio, come Antoniai, Dieai, iqa consta fosse usato molto prima. Altri da un passo di Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera servisse solo a raddolcire il suon troppo aspro della R. Secondo altri .dev essere stata la x; ma Isidoro14 prova che questa fu usata fin sotto Au gusto. Il dei Greci, come osserva Quintiliano, ha un suono diverso dal ph dei Latini ; dal che alcuni congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al greco. Ancora privato, Claudio pubblic un libro sulla necessit di queste lettere; salito al trono, , le impose per legge; ma ap pena morto lui se ne tralasci uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti del senato, per pubblicarlils. Notevole progresso deir alfabeto latino aver indicato le lettere non con denominazione speciale, ma col puro suono di ciascuna; e mentre il greco dice alpha^ bela, gamma, delta, ebraico alef, bei, ghtmel, dalet, lo slavo as, buki, viedi, gi col, dobra, il romano disse a, be, ce, de. Peccato che abbia po sto senza ragione la vocale or prima or dopo dell* articola zione, dicendo ef, el, er, invece di fe, le, re; e dispostele a ca priccio, anzich secondo gli organi o la natura loro propria. Liscrizione di Carpentras e le medaglie trovate il 1752 nella
14 De origin. <5 S v e t o n io in Clauil.

IV ; T a c ito

Ann.

X I, 14.

14

ALFABETO LATINO.

Spagna meridionale provano che quell' alfabeto usavasi nelle Gallie e nella Iberia prima dell* et latina. La forza delle armi e la espansione del cristianesimo ro sero quest alfabeto quasi universale in Europa, adattandolo ciascun popolo all opportunit dei nuovi idiomi; in esso fa conservato il poco che ci rimane deparlari celtici; Ulfila, con alcuni cambiamenti, lo ridusse pel gotico, donde venne il te desco d oggi; anche molti popoli slavi il piegarono ai suoni di loro favella, mentre altri si valsero del greco. Alcuni popoli al segno stesso attribuirono suono diverso^ cosi il P ha tuttaltro valore pei Latini, pei Greci, pei Russi. Tutti poi i po poli nuovi vi fecero variazioni: gli Italiani v introdussero gli accenti e gli apostrofi: francesi e spagnuoli la cdille po sta sotto al c per raddolcirlo: spagnuoli e portoghesi la li* neetta sopra 1 o sopravocale per esprimere i suoni nasali: nel carattere tedesco si ebbero i raddolcimenti , u, a, e il doppio w; nel polacco la C chiusa. Generalmente nelle antiche scritture non v punteggia tura: atempi di Quintiliano mettevasi spesso l apice o ac cento sulle vocalr lunghe. Del resto noto che scriveasi colle letteli da noi chiamate majuscole, e tardi come tachigrafia s introdusse il corsivo. Per dalle iscrizioni graffite sulle mura di Pompej appare un altro alfabeto, usitato dai Lati ni, che chiameremmo lineare, perch, eccetto il g che tutto latino, formato di lineette disunite, quasi a modo decaratteri cuneiformi. Probabilmente era consueto nei paesi de Vestml, de'Rutuli, deMarsi, de* Marruccini, anteriormente al latino. Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi uni camente dalla loro annessione colla latina, la quale, per quanta sia limportanza del greco e degli idiomi asiatici, re sta la pi meritevole deir attenzione di chiunque crede alla ragione e agli insegnamenti della storia, come quella che me glio parve opportuna alla tradizione delle idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicch costituisce quasi un ponte fra lantico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico dei latino, risalendo alle sue fonti, e accompagnandone gli svi luppi, dovrebbe dunque essere introduzione necessaria alto studio de suoi monumenti letterarj.

ORIGINE DEL PARLAR LATINO.

15

Il carmelitano Ogerio 18 voleva dedurre il latino dallebraico: Paolino di San Bartolomeo 1 7 e Klaproth'8 dal snscrito, e in generale dalle lingue orientali ; nel che con cordano Calmberg1 9 , Madwig,0, Prasch Jkel **: vi fu per sino chi lo tir dallo slavo 18: altri esagerarono influsso che vi esercitarono i prisci idiomi italici, come Grotefendtk e Dora ,s. N era a credere vi facesse fallo la scuola un tempo di moda dei Celtisti ; onde il Funcio stabil lavola della la tina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la greca te. Certamente nella lingua sanscrita, cio l antica e rituale dellndia, nella quale si cercano le etimologie delle europee appartenenti al gruppo che intitolano indo-germanico, pu trovarsi origine di molte fra le pi usuali e semplici voci del latino, e in conseguenza dell italiano. Basti un saggio, av vertendo che, in tali indagini, non deve badarsi alle vocali, che sono carattere accidentale, ma alle consonanti, che sono la forma costitutiva. Adja hodie, agnis ignis, anilas anima, antaras alter, ontran antrum, a m i sum, asi es, asti est, sjm sim, sjma simus, sjs sis, sjt sit, smas sumus, stha estis, santi sunt, sjns sint, sjta sitis, dadami, dadasi, dadati do, das, dat, calar mus calamus, cad quando, pralhamas primus, dvi duo, tri ires, catur quatuor, sas sex, sastas sextus, saptan septem,
Graca et latina lingua /tebraizantes, seti de graca et latina lingua cutn l/ebraica affinitate. Venezia, 1764; vedi pure Mkykr , vergleichende Grammatik der gricchischen w id lateinischen Sprache. Berlino, 1861. De latini sermonis origine, et ettm orientalibus linguis conjunctione. 18 Asia poliglotta, pag. 45. ^ De utilitate , qua: ex accurata lingua: sanscrita! cognitione in lingua grame latinocque etymologiam redundat. Ont kojn.net i sprogene isaer i sanskrit latin og graesk. ** De origine germanica lingtw latina, Ratisbona, 1686. ** D er germauische Ursprwig der lateinischen Sprache und des ritmi sche* Volks, Breslavia, 1830. 85 Osservazioni sulla somiglianza fr a la lingua dei Russi e quella dei Homani, Milano, 4817. ** Lateinische Grammatik, II, 194. ** Ueber die Vtrwaiuitschaft der persisch-gennanischen und griechisch lateinischen Sprachstammes, pag. 88. De origine lingua latinte, cap. I.

16

ORIGINI DEL LATINO.

navan novem, navamas nonus, dafan decem, dagamas de cimus, aicadagan undecim, dvadagan duodecim, vingati viginti, Iringat triginta, catvaringat quadraginta, saptati septuaginta, catan centum, nic nox, nu nunc, idam idem, iti et, ittham item, jalad gelu, kas, ka kad qui, quae, quod8 7 , cva quo, kulam collis, mam, me me, masa men sis, mat meus, dina divas dies, ad edo, vri mare, gvas cras, dhara terra, djana genus, ganitar genitor, bhrtar frater, mtar mater, pilar, t(a pateri8, putra puer, variate vertitur, vas vos, vats ventus, vid video, mar mori, na, nau, non, nabhas nubes, nman nomen, naus navis, palvala palus, svas suus, suta satus, svanas sonus, tan tendo, tistati stat, tvan tu, te, tvat tuus, vahati vehit, vamati vomit, muran murus, nidas nidus, pulas pilum, palas palea, rs res, stariman stramen, sala aula, (sala ital.), vahas veho, (via), val las vallus, alitas altus, camat amans, anaicas iniquus, candat candens, deiram durus, migriias mixtus, madhjas medius, maduras maturus, malas malus, malinus malignus, mertas mortuus. Ecco nomi d animali : avis ovis, acvas equus, sas anser, cauchilas cuculus, evan canis, maxica musca, mu sas mus, pagus pecus, ptkas picus, sarpas serpens, ulukas ulu la, varhas verres. Quanto al corpo: caisaras caesaries, capalas caput, gras cranium, cirrajas cirrus (crinis), euesas coxa, dantas dentes, galas gula, janu genu, jakert jecur, lapas labium, nasa nasus, pad pes, pannas penna, tantus tendo. E cosi in altri oggetti: calacas calyx, ctipas cupa (coppa ital.), patra patera, dhaman domus, matram metrum, tapat
17 Che i Latini pronunziassero la sillaba qui al modo francese, panni risulti da quell* arguzia di Cicerone, che, pregato del suo voto dal figlio d un cuoco, gli rispose, lib i quoque favebo, bisticciando sull* equivoco fra quoque e coche. Che al c dessero parimenti il suono del s come i Francesi, potrebta arguirsi dal passo dusonio, ove di Venere dice: Nata salo, suscepta solo,patre edita calo. Si spunta l arguzia se non si legga salo, solo, selo. Tata per babbo conservano varj dialetti nostri, e lo troviamo negli scrit tori bisantini ; lo usano pure i Serviani ; e tato dicono nella Piccola Russia e nella Finlandia, tote nella Frisia. Nonio Marcello [De proprietate semionuni) ci racconta che le balie chiamavano cibtanet potionem bu a s ac p a p a s, matrem m a m m a m , patrem ta ta m .

ORIGINI DEL LATINO.

tepens, uttas udus, varmitas arma^us, yuvan juveois,mwcaj mutus, navas novus, putas, putis, scUcias socius, sudin su dus, svdus suavis. Nelle parole composte, ove i Latini pongono a, in, inter, ab, pr(B, il sanscrito colloca , ni, antar, apa, pra ; onde: acar accurro, ada addo, aly alligo, antarbh interfui, antari intereo, apai abeo, apasth absto, atul attollo, nidic indico, prativid providus, nisad insideo, nisth insto, proda prodo, prodic praedico, prasad praesideo, prasth praesto. V a nega in sanscrito come in greco ; ed una di quelle particolarit, che dell analogia di due lingue fanno prova ben pi che cento parole conformi. ancor pi che non le analogie tossiche, conchiude la identit della costruzione grammaticale; e nel latino vennero dal sanscrito senza intermediario del greco la terminazione in bm del dativo plurale, e in idei genitivo, e quelle in bilis, bundtts, bram, viepi notevoli perch il b era rarissimo uel. latino prisco. Anche molte voci latine ; e fin quei nomi di pa rentela, che pi tenacemente si conservano perch pi ade renti alla famglia, onde soror da svasar che in greco ztlfy, frater da bhrtar, vidua da vidhav che in greco , puer da putra, juvenis da juvan, vir da viras, che i Greci dicono , , Non vogliamo indurre tia ci che gl Italiani provengano dritto dall* India, ma viepi confermare la derivazione comune, impugnar quelli che il latino trassero direttamente dal greco. Lingua latina, si exceperis ea, qua vel ex primogenia lingua retinuit, vel a vicinis Celtis accepit, tota pene fluxit a Grcecis, dice Vossio19; e Scaligero, nel commento su Festo, eandem pene cum veteri groaca vetereni linguam fuisse; e Grozio, est veterum Latinorum lingua tota groecce depravatio. Di Doederein abbiamo un commento sulla parentela greca delle voci latine, sabine, umbre, toscane. Walchio, tenuto come il migliore storico della lingua latina, asseriva che usque ad Numam Pompilium grczca lingua magis quam latina viguit, quoniam primi urbis incolce gmci fuerunt. Questa fu l opi nione o generale o prevalente degli antichi, massime dacch,
89 De vitiis sermonis, pref.
CAIW. Storia delia Leti. Latina. 2

18

ORIGINI DEL LATINO.

coll imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarvi la lingua latina. Ma avvi popolo, cui la lingua possa esser imposta da una potenza estranea alla su&vit? il vocabolario non ha le origini stesse che le tradizioni e la vita dun popolo? Daltra parte ci consta che il latino procedendo s avvicin al greco, anzich se ne scostasse: Tirone presso A Gellio8 0 dice che ve teres Romani grcecas literas nesciverunt, et rudes grceca lingua fuerunt; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo storpiavano i nomi ellenici, necdum adsueti groecce lingua*1. Effettivamente nel latino possono discernersi due ele menti, uno originale, uno affine al greco, pure abbastanza distinto da quello. Massimamente s' accosta al dialetto eo lico, con affettazione di accent; onde Dionigi dAlicarnasso disse: 1 Romani parlano lingua n affatto barbara, ne del tutto greca, la cui maggior parte dall eolico: Fopocev < ?s
'pGvijv ptb oux , O'jtf* 7[ , fxixnjv f , ) . ( I , 9 0 )

Credette alcuno riconoscere che nel latino derivino dal greco le parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra e a governo. Sarebbero delle prime bos, vi tulus; ovis, aries, arvigna, agnus, sus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro, sero, vinum, lac, mei, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans, oltre forma trayolto da -, repo da epTrw, specto da : mentre non hanno a fare col greco tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta, pilum, ensis, gla dius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus, ocrea; n i termini forensi jus, lisKforum, mutuum , vas, testis; n rex, populus, plebs 8|. dicevano i Greci uom superiore, da 'Ape; dio della guerra : optimus lo dicono i Latini da opes ricchezza. Chi per da qui volesse, come il Niebuhr, indurre che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggio
go N. A. XIII, 9. 51 Neppur oggi si difetta di eruditi, i quali a tutte le lingue italiche cer cano spiegazioni dal greco, e vaglia per altri De Gournay nella dissertazione sul Canto defra telli A rvali, Caen, 1845. Ma l indipendenza del latino dal greco propugnarono recentemente Lassen, Beitrage zur Deittung dar eugnbinischen Tafeln: Pott, Forschungen tu tf dem Gebiete der indo-germanischen Sprachen; Kuhn, Beitrage zum altesten indo-get*manischen Volcker. 33 O ttfrikd M ukller, Die Etrushr, tom. 1, 3. nota 2 \ .

o r g in i d e l l a t i n o .

19

gata da una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-euro pee trovasi somiglianza de! termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre sono pi speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra. Inoltre lasserzione del Muller troppo assoluta, giacch vitulus () non si trova che nel dialetto siciliano,'ove molte parole italiche portarono gli Enotri; e vacca, mulus, juvencus, verres non hanno a fare col greco; agnus e aries sono troppo stiracchiati da e da : asinus ed equus poco tengono a e ; e ; nel senso ristretto di pullus poco antico: mentre invece equus somiglia al san scrito acvas, pecus a pacus,ovis ad avis, canis a evan, an ser a hahsas; e con parole tutt altro che greche si esprime vano i prodotti dell.agricoltura, ador, avena, cicer, faba, fa r, fcenum, hordeum, seges,, triticum. Nei pochi frammenti rimasti di Epicarmo e Sofrone siciliani sv incontrano altre vci ignte al grec e affini al latino, come ytka gelu, carcer, catinum, * patina 8S . La parte indigena era Tosco? ovvero l'umbro? e tiene del greco e deir umbro, siccome vuole Grotefend, o del celtico e germanico? I sistemi esclusivi riescono falsi anche in ci, e possono vedersi ponderati da Bhr, Storia della letteratura latina, dal 1 al 28 ma qual conto pu mai farsi sovra frammenti cosi incerti? Noi siamo dopinione, che quelli del* lItalia meridionale fossero tutti dialetti d una stessa lingua, ciascuno per ritenendo alcune parole aborigene; ma che non il solo osco concorresse alla formazione del latino; un'altra lingua, differente assai almeno nella pronunzia, vi volle per ch al p degli Oschi e de'Greci fosse surrogato si spesso il q fino in nomi propij 8*. E pi volentieri consideriamo il latino, non come misto di varie lingue italiote, contratte, accorciate,
55 Inoltre notevole che le colonie calcidiche e doriche chiamavano il denaro d argento {mtntmus) ed wm.iva la misturache diceasi hemina nel Lazio; t cosi i nomi di libra, trietis quadrans, sextans, uncia, riferibili a pesi e a valori, passarono nel greco di Sicilia, ove diceasi , , ,

ouyxta.
54 Da eqiuts, da sequor, da jecur , da da coquus, da Tarquinius, ecc. linquo,

l a t i n o a r c a ic o :

addolcite al rodo che fanno sempre le pi moderne, ma coin germogliato, al pari del greco, da altri rami del tronco Indo germanico; sviluppato diversamente, come succede nelle in dividualit 85. Dicea Varrone che le parole de primi Latini sentivano d aglio e cipolla. Certamente, dove s erano accolti uomini dvogni paese, n unit, n armonia poteva pretendersi nella lingua ; aperta a tutte le importazioni, sottomessa a tutte le tftuenze successive, cambiava cominuamente, massime fra tanto movimento; e si alter a segno die, al tempo di Poli bio, erano gi inintelligibili i trattati fatti coi Cartaginesi dopo la cacciata dei re : yp &iafo , xat T totpi ', , tyv , > ri ina fisvxptvelv (ffl, 22). Sarebbe curioso il radunare tutti i frammenti che ci ri mangono della lingoa latina, per accompagnarla passo passo finch si trasforma hi questa nostra italiana. Ai giovani che questo studio credono necessario prodromo alla conoscenza de classici, possono servire le Latini sermonis vetustioris re liifuim selecta? da Egger, Parigi 1843; e noi ce ne varremo per offrire alcune linee della stria della fingua latina8e. Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio ractolsero le leggi regie romane, formando il codice Papiriano; ma non ne restano che alcuni frammenti. Ulpiano tramand
ss Schwegler (Storia romana, 1,484,493) persiste nel considerare la K&gua latina ome mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i linguisti pi spe rimentati, qualora una lingua si presenti come una transizione fra due al tre, la riguardano come uno sviluppo organico, anzich una reale Mesco lanza. Certo non vi si riscontra l ' elemnto sabino. 50 Vedi E Funk, De adoloceniia liitgtue latina. C. Damio, Tractatus de caiisis amissarum linguee latina: radicium, Sanchez, Walchio, Niess, Borrichio, Inchhoffer, Cellario, Krebs, Oberlin rac colsero monumenti del primitivo latino, senza critica n induzioni. Slruv'e e Diefenbach agitarono le quistioni intorno all* origine natura delle flessioni. Nata ultimameiite idea di esaminare la costruzipne e le ragioni che determinano la disposizione d^Ile parole, Gehl, Broder, Gurenz si attennero alla superficiale con siderazione di talune particolarit; n con bastante ampiezza vi guardarono Jlasp (JDie Votstellung der lateinische Sprache) e Diintzer (Die Lehre <von der lateinisohen Wortbildiuig itnd Komposizion\ E prezioso in tal conto' Mubl1BH, iistorisch- hritisefui Einleitung zttr not/iiger Kenntniss und niitzlichem Gebrauche der alien lateinischen Schri/tsteller, Dresda, 4847-1)1.

LATINO ARCAICO.

21

questa di Bainolo: Sei p a ter filiu m ter v e n u n u it, fi lius a patre liber esto : E Festo quest altra, anteriore a Servio Tulio: Sei parentem p u er ve rb erit, ast oloe p lo r a s ti, p uer d ireis p a ren tu m spcer e sio d ; gei n u r u s , sacra d ireis p a ren tu m esto d ; cio Si pm r vrberanerit parentem, at Ule ploravit, puer Airis paren tum sacer esto ; si nurus, sacra diris parentum esto. Di altre trentasei leggi di quel codice gli antichi conser varono in parte il senso, in parte anche la forma, accostan dola tanto o quanto al parlare,che al tempo loro era mo derno. Molti critici s*ingegnarono di ritornarle alla sembianza antica, quale appare da altri brani; e singolarmente il Fergusson 97, supponendo che Tosco fosse Tantico latino, diede e le regole di questo parlare e la traduzione di quei frammenti in prisco sermone. Ma qual caso fare di siffatte rietauraaioni ? in Varrone abbiamo un frammento del carme deSalj, cos disposto da rotefend8 8: Cozoiauloidos eso : om ina enim vero Ad patula* osemisse Jani cusiones . Duonus Cerus e s e t, dunque Janus vdvet .............. Melius eum regum Che s interprete : Chomauloidos (re dei canti) ero: M in a enmuero ad patplas aures misere Jni curionesSimius Cerus (nome misticodi Gip&a) erit, donec Janus vivet.Melior eorum regum. Ma noir si sa come interpretare questi altri, conservati da Terenzio Scauro, De orthographia : Cume poinas ieucesiae pra etexere m onti Quolibet cunei d hts cume to rn a rem . Il carme Saliare forse il monumento pi antteo,'dicen dolo Varrone prima verba poetica latina, e nominando Elio valentissime latinista, che cerc interpolarlo., e <?he pure molte cose lasci opoure Klausen vuole qbe i x m m Sa*
57 Histoire de la jitrispi'ldente r<Hmwn0,>PKgvl?5Q

8 8 RwH buhImlingttctjqvbritf,,)
* D e Z. Lai., lib. VI VII.

22

CANTI SALIARI E ARVALI.

liari appartenessero a 'soli patrizj, lo perch non celebrano che le divinit dei Ramnesi e dei Tiziesi. Del canto dei Fratelli Arvali qualche brano si conosceva, quando una lunga iscrizione del 218 dopo Cristo si disotterr dalla sagristia di San Pietro in Roma nel 1778. Tosto la illu strarono il Marini negli Atti e monumenti de9Fratelli Arvali, poi altri molti fino a Rlausen *. Enos lases ju v a te Neve luaerve M arm ar sin s in cu rrere inpleores S a tu r fu r e r e Mars lim en sale sta herber Sem unis a ltern ei advo capit conctos Enos M armor iuvato Trium pe trium pe . Ciascun versetto ripetuto tre volte ; arcaismo ed evi denti alterazioni ne rendono difficile intelligenza. Secondo Hermann 41, che alquanto differisce da Lanzi e da Klausen, si tradurrebbe : Nos, lares, juvate; neve luem, Mamuri, sinis incurrere in plures. Satur fueris, Mars: limen sali, sta, ver vex. Semones alterni jam duo capit cunctos. Nos, Mamuri, juvato : triumphe, triumphe. Esso Hermann, Klausen e Grotef end pretendono sia metrico, e vi vorrebbero rincontrare i versi saturnj, cio misurati a sillabe, non a quantit. Giovanni Galvani, che Delle genti e delle favelle loro in Italia dai primi tempi storici sino ad Augusto discorse con pa zienza e studj non ordinarj, tent interpretarlo movendo, dal supposto che quel canto sia in vefsi saturnj. Ne forma dunque tanti settenari cos fatti : Enos lases juvate, E noi, lari, giovate,
Neve luervem ormar Sins incurrere in plores ; Satur furere , Mares, Limen satent aberber ; Semuneis aliernip Ad vocnpi le vonctos; Enos , Mamor, juvato. Ttiumpe, triumpe . N sia che amara lue Incoglier possa i fiori; Sazio di furie, o Marte, La sozza peste averti: Alteroainenle i Suiooi Tutti invochiam congiunti ; E noi, Mamurio, giova. Trionfo, trionfo.

40 Db cannine Fratrum Arvalium , Bonn, 4836. 41 Elementa doctrina metrica. Vedi pure Dubntzbb, De versu quem vo cant Saturnino. Bonn, 1838.

ISCRIZIONI ANTICHISSIME.

23

La scoperta del canto degli Arvali , quando non avesse altra importanza, attest la gran mutazione che la lingua sub dal tempo di Romolo, a cui forse risale, al tempo delle Tavole, i cui frammenti per possiam ritenere che ci vennero trasmessi modificati. Tale procedimento ci pure attestato da Quintiliano 41, che dubita se i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto ; sed illa mutari vetat religio, et consecraiis utendum est. L iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima vittoria navale sopra i Cartaginesi, che sta in Campi doglio sotto la colonna rostrata scopertali 1565, dice: . . . ovem castreis exfo cio n t Macell. . . . . cnandod cepet enque eodem macis. . . . . . mnave bos m artd consol primos c. . . Cuasesque n a va les prim o s ornavet par. . . Cumque ets navebus claseis poenicas om. . . D ictatored ol. . . om in altod m arid puc. . . ecc. Cio: Novem castris effugerunt, Macellam munitam urbem Pugnando ccepit>inque eodem magistratu prospere Rem navibus mari consul primus gessit : remigesque, Classesque navales primus ornavit, paravitque diebus sexaginta, Cumque eis navibus classes punicas omnes Dictatore illorum, in alto mari pugnando vicit. Scopertisi, nel 1780 i sepolcri degli Scipioni, se ne tras sero epitafj con lettere rosse, di cui il pi antico quello di Cornelio Barbato, console nel 456 di Roma, cio 298 avanti Cristo, e dice : C o rn eliu s L u ciu s Scipio B arbatus Gnaivod{Gneo)patre prognatus fo r tis v ir sapiensque Quotus (cujus) fo rm a v ir tutei p a r isu ma (purissima) fu it Consol censor aidilis quei f u i t apud vos T a u r a s ia Ctsauna Samnio cepit Su b ig it omne L o u ca n a opsidesque abdoucit.
** Inst. orat., I, 6; 40.

EPITFJ DEGLI SCfPIONL

Storicamente avvertiremo come qui si accnni una vittoria sulla Lucania e il Sannio, non indicata da Livio ; e ma citt Cisauna, innominata dagli scrittori, dranunaticalmente ai noti lo scambiato eoli u, che si confondevano nella pronunzia ; et por i alia greca ; la m finale taciuta ; e il $ubiU e abducit, non distinguendo il presente dal passato. Si noti inoltre che i predetti documenti ci pervennero trascritti, mentre qaesto il primo che abbiamo originale. Bench posteriore di qualche anno al 500, sa pi del vecchio 1 *epitafio di suo figlio Lucio Scipione : Honc oino ploirum e cosentiont R. . . D uonoro optumo fu ise viro Luciom Scipione filio s B a r b a ti Consol censor a id ilis hec fu et a. . . Hec cepit Corsica A leriaque urbe Dedet tem pestatebus aide mereto . Cio : Hunc unum plurimi consentiunt Rom& bonorum opti mum fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati. Consul, censor, cedilis hic fuit apud vos. Hic ccepit Corsicam, Aleriam urbem ; dedit tempestatibus cedem merito. Non isfugga che una sola volta c la m finale, indzio del reggimento. Nelle iscrizioni di quellet vuoisi anche notare, che molte desinenze somigliano alle nostre doggi pi che alle latine classiche : per esempio Obtenui laude; Pomponio Dirio posuit; dndedro, ecc. Aggiungiamo, quantunque det pi tarda, lepilafiodi Scipione V Africano, dato da Cicerone nelle Tusculane v. 5 : A sole exo rien te su p ra Mweott palude Nemo est qui fa ctis me (equiparare queat. Si fa e endo plagas ceelestum scandere cuiquam Mi soli oc&li m a x im a parta p a ttt. Del principio del iv secolo di Roma, durante la -seconda guerra Sanqitica, una remissione del sanato a quei di Tivoli

SENTOeONSULTI.

leggesi s un bronzo trovato in quest ultima ftt nel secolo vi presso antico tempio di reole, e deporto nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che pi se n abbia traccia. Di ceva : jL. C arneiius Cn. f. prm tor senatum consuluit e. d. i n nonas m aias sub aede K asloris: scribendo a d fu e ru n t A. M anlius a. f. sex. ju liu s , L. P ostum ius f. quod Teiburtes verb a fe c e r u n t, quibusque de rebus cos p u r g a v is tis , ea sen a tu s a n im u m a d va rtit ita utei aequotn f u t i : nosque ea ita a u d ivera m u s u t i vos deiTistis vobeis nontiata esse: ea nos anim um nostrum non indoucebamus ita fa c ta esse p ro p ter ea quod xcibamux ea vos m erito nostro fa cere non patuissse: neque vos dignas esse, qu>ei ea fa ceretis, neque id vobeis, neque rei poplicae vastrae oitiie esse fd cere: et postquam vo stra verb a sen a tu s a u d iv it, tanto magis animum n o stru m in d o u cim us ita u te i ante a rb itra b a m u r d eeieis rebus ab vabeis peccatum non esse . Quonque de eieis rebus senatuei p u rg a tei estis, credim us vasque a n im um vo stru m indoucere oportet, item vos populo Romano purgatas fare . Nel 162 fa trovata in Calabria una tavola di bronzo, col senatoconsulto contro i 'Baccanali, datoetrca il 567 di noma, e che conservasi nel museo di Vienna : t. M arcius L . /. Lucii fiUus* S. P o stu m iu s L. /. cos. senatum co nsoluerunt n(onis) aetob. a pud aedem D uelonai se. adf. Bellonae scribenda adfuerunt M. C la u d i M .f.& a leriu sP .f. L. M inuci c. f. de b a ca n a lib u s quei faider a tei foderati e seni ; ita ita exdeiaendum censu.** re: nei quis earum kacanahhabui&e velet. SeiSi.q.ues quiesent quei sibei d eicerent ne c esus m e em eseba ca n a l habere, evisiis u te ia d pr(mlarem) urbanum Romam v e n ir e n t, deque eeis rebus ubei eorum verba a u d it esent, wted sienaius noster ecernerei d u m .ne minus sena to rib u s c. (genium) adesent, q. (qwmj) ea f w consoleretur. B acys v ir ne fuis.adeise vela t ceiv^es ra m anus n ev e numinis la tin n e v e sa cium quis quam

26

SENTOGONSULTO DE BACCANALI.

nisei pr(oetorem) u rb a n u m , a d ie s e n t; isque de senatuos sen ten tia d dum ne m in u s sen a to ribu s c(entum) adesent quom ea res co n so leretur iousisent censuere . Sacerdos n equis vir eset m agister neque v t r neque m u lie r quisquam ese tn e vep e cu n i am quisquam e o r u m com oinem communema b u ise v e le t, neve m a g istra tu m neve pro m a g istra tu o , neove v ir u m neve m ulierem quiquam fecise, neve posthac inter sed coniourase neve com vovise neve conspondise neve compromesise velet, neve q uisquam fidem in ter sed se dedise velet, sacra in oquoltod occulto ne quisquam fecise velet neve in poblicod neve in preivato'd neve e x tr a d urbem sacra quisquam fecise velet ntsei pr(<Btorem) u rb a n u m adieset isque de senatuos sen ten tiad dum ne m in u s senatoribus c. adesent quom ea res cosoleretr iousisent cnsuere homines plous v. plus quinque universi o in vo rsei virei atque m ulieres sacra ne quisquam fecise velet neve in ter ibei v ir e i plous duobus, m ulieribus plous tribus a rfu ise velen t, n isei de p r . urb a n i snaluos que sen ten tia d , u te i suprad d ic tu m est; haice hascce u tei in conventionid concionibus edicatis exdeicatis ne m in u s Irin u m noundinum senatousque sententiam utei scientes esetis eo ru m sen ten tia ita fu it. Sei ques esent quei a rvo rsu m ead advorsum ea ecisent quam sup ra d dictum est, eeis rem caputalem faciendam censuere atque u te i hoce in taboiam ahenam in c e id e r e tis . Ita senatus aiquom censuit u tei que eam figier ioubeatis ubet facilum ed gnoscier potisit, atque u te i ea bacanalia sei qua su n t exstYad quam sei quid ibei sacri est ita u tei suprad scrip tu m est in diebus x quibus vobeis tabelai datai e r u n t fa c ia tis u te i d ism ota sient dimota sint in agro Teurano. Tit Livio, riferendo il fatto nella Decade XXXiX cc. 8. 9, ingentil questo dettato, talch pu paragonarsi per veder il progresso fatto dalla lingua latina.

Della qual lingua, da questa prima et s'entra nella

SECONDA DEL LATINO.

27

seconda al tempo che la conquista della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducono straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli Scipioni : L. Corneli. L. F. G. N. Scipio q u a tit tr. mil. annos gn a tu s x x x m m o rtu u s pater regem Antioco subegit. un figlio di Scipione Asiatico. Per un costui nipote compose epigrafe Enni : Heic est ilie situ s cui nemo ceivi9 neque hostis Q uivit pro facteis reddere p retiu m . Quest altra del figlio dell Africano, padre adottivo di Scipione Emiliano : Quei apice in sig n e d ialis F la m in is Cesistei mors p erfecit u t essent o m n ia brevia honos fa m a virtu sq u e g lo r ia atque ingenium quibus sei in longa licu iset tibe u tier v ita f a c i l e fa c tis superases gloriam m a jo r u m qua re lubens se in greniu Sctp io recipit terra publi prognatum Publio Corneli . Merita attenzione, per formole tanto vicine allitaliano (miei, obtennt), la seguente: Gn. C ornelius Gn. F. Scipio H ispanus pr. aid. cur*, q. tr. mil. x v ir . Is.ju d ik. x v ir . sacr. fac**. V ir tu t es g en eris mieis moribus accum ulavi P ro g en iem genui facta p a t r i spetiei M a jo r u m obtenni laudem ut sibei me esse crea tu m L a e te n tu r stirpem nobilitavi'honor.
** C iob pr celor, adilis curulisque, tribunus militum, decemvir litibus ju dicandis, decemvir sacris faciendis. Fu pretore verso il 612 di Roma, cio 143 ar. C.

28

SECONDA ET DEL LATINO.

Dei 645 di Roma questa forinola di /dedica, scavata a Capua ( Q u e l l i , 2487): N. Pumidius Q. F. M. Rcbcus Q. F. M. Cottius Q. F. N. Arrius M. F . Jlf. Epilius M. F. L Heioleius P. F. C. Antracius C. F. C. Tuccius C. F. L. Sempronius L. F. R. Vibius M- F . P. Acereius C. F. M. Valerius L. F. Z. M. heisce magistreis venerus jovioe murum wdificandum coiraverunt ped. c c l x x et foidm fecerunt Ser. Sulpicio . Aur&to coes. Qui alcun e h e ^ f m w i m t i rimastici depri mi poeti. Di Gneo Tievio, che, secondo Yarrone,trov il verso sa turnio a onore degli Dei, e la tragedia pretestata, oltre un verso contro gli Scipioni : Fato Metelli Romae .fiunt consules ; poc' altri ci furono conservati da grammatici o da poligrafi dei tardi tempi di Roma :
0uae ego in theatro bis meis probavi plausibus, Ea non audere quemquam regem rumpere Quanto libertatem Jianc hie superet ervilits abolii te.

jc (Pceoi .coittremteQum artubus univeitsiai,


Magni metus tumultus pectora possidet. <Caesum fenera agitant, Exequias ititant, temulentiamque tollunt Festam. Superbiter coflteipptkn conterit legiones. E(i*m qi Manu res magnas saepe gessit gloriose, Cujus facta viva vigent, quid apud gentis solus praestat, Eum suus pater cum pallio uno ab amica abduxit4t.

probabile che gli autori ohe citavano siffatti versione svecchiassero le forme.
44 Ap-j GmiP* VI. .VU;$aifunTx, Zfe Qmm iVWo,poeto, ^*burg, 4844.

NEYio.

PA<amo. l i c i n i o .

29

Ora eccone d contemporanei o immediati successori di Nevio. E prima da Marco Pacuvio :


Nam istis qui linguam avium mteUigunt, Plusque ex alieno jecore sapiunt quam ex suo, Magis audiendum quam auscultandum censeo. Ap. C icerone, De divin . i. Ego odi homines ignava pera, et philosophft sententi*.. Ap. GfiLLiO, X4II.

Egli scrisse il proprio epitafio, secondo Gellio :


Adolescens, tamen etsi properas, hoc te satum rogat Uli si adspicias: deinde quod scriptum est, legas: Heic sunt poetae Pacuvii Marci sita. Ossavhwt volebam nescite ne esses, vale.

Pacuvio si direbbe pi antico di Ennio suo zio : per* ec cesso d eleganza diviene scorretto ; crca parole da altre lingue; predilige le lunghe, sesquipedalia verba, le desi nenze inusitate: affetta antitesi di parole e d idee; ama de scrivere. Di Ennio parleremo pi avanti. Donato, nella trita di Teretizio, adduce questo brano di Porcio Licinio :
urn lascivietn nobilium et succosas laudes petit, Buffi Africani voci divinse inhiat avidis auribus, Beta ad Furhftn s ooenltare et Laelimii fmlcbtum putat, Bum se amari ab bisce credit, crebro in Albanum rapi (ctu' est. Ob tlorem seiaiissuae: ipsus sublatis rebus ad summam inopiam redaItaque e conspectu omnium adit in Greciam, in lerram ultimam Mortuus est in Stymphalo Arcadiae oppido : nihil Publius Scipie profuit, nihil ei Laelius, nihil Fnrius, Tres per idem tempus qui cogitabant nobiles facillime. Eorum ille opera ne domum quidem habuit conduclRiam, Saltem ut esset quo referret obitum domini servo!us.

Questi di Lucio Accio riferisce Nonio :


Nihil etedo augurlbus.qul aures verbis dlvkflnt Aliens, suas ut(auro locupletent domos. Multi iniqui atque infideles regno, pauti sunt bqbi.

30

SECONDA. DEL LATINO.

In que' primi tempi si vacilla ancora nell uso di certe lettere, scambiandole fra loro : e per a (defetiscor, edor), per i (Menerva, magester, amecus), per o (hemo, peposci). i per a (bacchimi, beneficer), per e (Incisoti, quatinus, consiptum), per o (quicum, abs quivis), et per i lungo (inveis, aimeiserunt). o per au (coda, plostrum, clostrum), per e (advorsum, vo ster), per i (agnotus, olii), per u (folmen, fonus), principalmente quando segue al v {volgus, vivont, servom). u per e ( dtcundum, legundum), per i [existumo, dissupo, optumus), per o (adulescens, fruns, epistula), ai per , au per , pr i per u (triviai, caudex, poplce). b. per v e viceversa (ferbeo, amavile, vibus). c per g, qu, x (macistratus, cotidie, facit per faxit). s per r e x (esit, arbos, nugas), d per l e r (dacrumm, medidies). f per aspirazione h (fostis, fircus), m per s, e viceversa (prorsum , domus), ecc. Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo (< defrudo, audibam, caldus, repostus; sis esos per suis e suos; periclum, vinclum, seclum), o in fine di parola (volup, facul, luxu, victu, sati, priu), ed anche intere sillabe (conia per ciconia, momen per monumentum, dein per deinde); mentre in altre occasioni si appicciano lettere e sillabe (silis, stlocus, stlatus, gnatus foretis, frucmentum, trabes, ips. exempleu, sale postidea, mavolo, donicum). Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai clas sici *8. Probabilmente dicevasi or e ura per urbs, conservato
*5 Quali anquincc corde ; aphtde suono ; aqualis gocciolatojo ; aquula di minutivo di acqua; ajcieia forbici; buco scroccone; bulga borsa; bustirapus chi tutto arrischia per denaro; coprono: il ciuffo; casteria arsenale; carinarius e fam m earius tintore in .giallo e in rosso; cpnspicillum vedetta; cordolium cor doglio ; dividia dolore; estrix golosoifa la torre di legno; fam igerator novel latore ; grallator che va sui trampoli ; hamiota pescatore coll* amo ; legirupa violator della legge ; lenullus ruffianalo ; limbolarius fablmcator di fraiigie ; lin teo tesserandolo ; luca bos elefante ; mando pacchine ; mantellum mantello ; m el linia idromele; ocris iqontagna erta; offerumentum offerta ; perduellis nemico;

SECONDA. ET DEL LATINO.

31

in sutura sobborgo e in Orvieto urbs vetus. Tacio i nomi spe dali di abiti, per avventura dismessi, o di mestierfedi storia nturale, che ai successivi non venne occasione di nominare. A pi altre voci attribuirono significato differente da quel che tennero poi : arrhabo per caparra ; caudex per un imbe cille, comQ noi diciamo ceppo ; flagitium per flagitatio; he res per proprietario ; hostis per straniero ; labor per malattia; nugce per nenia; usus per opus. . . ; o vi diedero termina zione diversa. Adoprarono al singolare parecchi nomi, uaati poscia uni camente in plurale {marne); fecero diminutivi, che poi dispar vero (digitulus, diecula) ; declinarono sul terzo modulo varj nomi, relegati poi al primo, angustitas, concorditas, differi tas, impigritas, tndulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitias; e cos dissero ; autumnitas, amicities, avarities, luxuries* duritudo, ineptitudo, miseritud, maestitudo. Mettevano taluni in generi diversi, come gladium, nasum, collus: agnus, lu pus, porcus servivano ai due generi : cerarium, cetas, grando, guttur, murmur , fronb, stirps, lux, crux, calx, silex fu rono detti al mascolino; finis, prcesepe, metus al femminino; al neutro sexus: deliquio, emenda erano neutri con questa ter minazione inusata; cos dicevasi similitas e similitudo, vicis sitas e vicissitudo, dulcitas e dulcedo, claritas e claritido, inania e inanitas, cuppedia e cupiditas, largitas e largitio ; ed anche artua e raptio per artus e raptus ; si declinavano della seconda genum, cornum, gelum ecc. Nella prima declinazione il genitivo termina spesso in ai o as alla greca. Nella seconda finisce in semplice t il genitivo de nomi in ius e ium ; aggiungesi un e al vocativo de'qomi in r (puere); il genitivo plurale spesso contraesi in um. Gli accusativi e dativi della terza si terminano indifferentemente in tm od em, i od e; si fa il nominativo plurale in , il genitivo in um o ium. Scambiasi sovente la quarta colla seconda declinazione, si fa
petimen guidalesco ; perlecebra allettativo; petrq villano; proseda meretrice; se dentarius calzolajoi statntus uomo di gran prosopopea; struix ^ostruzione; su bulo sonatore di zufolo; suppromus sotteconomo; suras piuolo; sutela furbe ria temetum vino ; tenus laccio; terginum frusta; trieo malpaga; vespemgo stella deUa sera........

SECONDA ET DEL LATINO.

il genitivo in ttts (d&muts, exercitui*), e levasi i dal dativo (anu). Nella quinta il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie i dal dativo (facie per faciei\ Si ansava di termini greci {architecton per architectus, batioia da , gaulus da , halophanta da ^: bugiardo, horoeum da paio, incloctor da frustatore, lepada da^s7rs, madulsa da briaco ecc.). Faeeansi com posizioni di parole che parvero mostruose ai contemporanei di Augusto, come acgentienterebronides, dammigeruli, deptufrangibula, ferritribaces, flagritriba?, gerulifigulus, nucifran gUmla, oculicrepida!, parenticida, plagipatidce, sandalige rulae, subicuUumfragri, ecc. Non indic i nomi scherzevolmente Connati per onomatopeja da Plauto ed altri, bilbare, pubulicottabi, buttubata, taxtas. Pi libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso differentemente, come crucius che crucia, deliquus, dierectus, elleborosus, exsinceratus, gravastellus, inaniloquus, labosus, macellus, malacus, medioximus, munis (da cui im munis). oculissimus, privus, stultividus, Voluptabilis. Talora erano anche intesi diversamente da quanto si us dappoi : e assiduus significava ricco, non derivando da ad-sedeo, ma db assibus duendis ; cupidus desiderabile, curiosus magro, imme morabilis attivamente per chi non vuol parlare, incredibilis che non merita fede, intestabilis senza testicoli, superstitio sus che predice avvenire. Alter , solus, nullus e loro conformi, non avevano H ge nitivo in ius e il dativo in i : celer in neutro faceva celerum : diceasi gnarures per gnarit gracila per gracilis, hilarus per hilaris, utibilis per utilis, munificior per munificentior, spur cificus per sporcus, tentu* per extentus. Cos ipsus per ipse, ipsipsus per ille ipse, qui e qudps per quis, ips per is, cuja tis per cujus, em e im per eum, emem per eundem; hic, hmc, isthoec per hi, hce, hmc; hisce per his, quojus per cujus, vopte per vos ipsi, me per mihi, sum, sam, sas, sos, per suum, suas, suos ; ibus per iis ecc. Assai verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati dall* uso, arbitro supremo di parlare * . Alcuni
46 Abjugo separo ; adverntneo averto ; alludio alludo.; ambabedo citcutii-

SECONDA DEL LATINO.

33

vennero usurpati In altro senso, o sotto forme e cadenze che poi deposero quando la conjugazione rest fissata; come corporare far morire, decollare privare, grassari andare o adulare, innubere mutarsi da luogo a luogo, la trocinari militare. Osavano attivamente alcuni verbi che in appresso si ritennero solo al deponente : arbitro, aucupo, auspico, cohorto, congredio, consolo, contemplo, cuncto, di gno, eludo, esperemo, ecc. ; e di rim patto usavansi come deponenti adjutor, bellor, certor, consecror, copulor, emun gor, punior, sacrificor, spolior. Diverso dai moderni termi navano accepto accipio, augifico augeo, blatio blatero, congrueo congruo, viveo, diceo, duo do, creduo, perduo, moriri, scalpurire scalpere. Diceano poi estar per editur; facitur per fit ; o m sum per odi; potestur, possetur e poteratur ; donunt per dant ; nequinunt, soliunt per nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi per ccepi ; descendidi, exposivi, loquitatus, morsi per momordi; parsi, sapivi, so luerim per peperci, sapui, solitus sum. 1 1 futuro della terta e quarta conjugazione usciva talora in ebo e ibo onde Plauto disse scibo ; cosi gl* imperativi duce, face, dice; e siem, vo lam, edim, per sim, velim, edam; faxo e faxim per faciam, axim per egerim, passum per pansum, sustollere per aufer re, ecc. Al passivo infinito aggiungevano spesso er, come il dicier che neppure spiacque a Persio : e dixe per dixisse che

q u aq u e arrodo; betere ire, e imbito ineo; ceecttllare male videre; calvire fru stare ; cuperare aggrottar le ciglia; causificari accusare; cicitrare mansuefare ; collabescere dim agrare; colluturare gettar nel fango; compotire com potem fe cere; concenturiare colligere; concipilare com pilare; convasare, convitare cir cum spicere; deartuare sm em brare; dejuvare contrario di juvare; delicare in dicare; depueere caedere ; dispennere expendere; elinguare, esitare m angiare; exdolsuare, fiig id tire e vitulari trasalire; inconciliare negativo di conciliare; injorare tra rre al frp; lamberare scindere; lapire in d u rire; lurcare m angiar in gordo ; mutire parlare ; obscavare essere di m al a u g u rio ; obsipare aspergete; occentare in g iu riare ; paritare parare; praestinare em ere; protollere d ilierir; quiritare clamare ; redhostire gratiam referre ; regrescere crescere ; repedare re ced ere; sardare intelligere; succussore sursum excutere; urvare circum dare \fu o s u m ; gnarigo narro ; verunco verto; cette cedite; elevit m aculavit; obsordidt obsolevit ; oltre quelli affatto greci ; badizare, clepere, harpagare, imbulbitaret

patrissare, protelare.
CANTU. Storta delta Lett. Latina. 3

34

SECONDA ET DEL LATINO.

in Varrone. Un'iscrizione presso il Lanzi porta Feronia Statebio dede. N minor divario correva uegli aw erbj47, e nelle prepo sizini, e nelle frasi che se ne formavano *8. Di questi modi dilettaronsi anche taluni *T et migliore, specialmente Catullo e Sallustio, affettanti arcaismo. Tali furono i primordj del latino; lingua austera, ner vosa, aspra, principalmente nelle sue forme antiche, pi che alla pieghevolezza delle giunture acconcia al giro elabo rato delle varie parti del discorso, pi alla consonanza arti ficiale che alla naturale disinvoltura dei suoni; sicch la prosa usciva architettata in lunghi costrutti, somiglianti alle pieghe della toga, pi che in delicate ingenuit come il greco. Humboldt la riconosceva meglio acconcia a cogliere la ve rit delle cose, che a piegarsi fra i meandri deir immagi nazione; potente di forme esteriori, scarsa d idealit; pre destinata alla prosa oratoria e imperativa, anzich agli estri poetici, come manifestazione d un popolo dotato di criterio per scegliere, anzich di vigore per creare; disposto alla nuda realit dei fatti, meglio che alla poetica contemplazione della natura.
47 JElalem per diu, ampliter, antidhac, assidatim, astu per astute, eccere per ecce, fabre, facu, difficili, furatim per fu rtim , insannm per valde, minu tabiliter, nox per noctu, nullus per non, numero per nimium cito, pauxillisper, perpetem, postidea, praefiscine, prognariter, prossinam, publicitus, quamde, si muli e unose per simul, topper per cito tuatim , vicissatinu 48 A m per circum, apor per apud, are ab per ad, a f per a, se per sine, endo per in. Adire manum alicui ; gallatn bibere,'ac rugas conducere ventri; cadere sermones; colere vitam ; quadrupedem constringere; dapinare victum; dare bibere; suum defrudare genium; herbam dare ;follitim ductitare ; paratim duclare; emungere aliquem argento; ex aliquo crepitum polentarium exciere; exporgiere frontem ; curculiunculos mimitos fabulari; expeculiatusjie ri; fra u dem Jrausus est; mulsa loqui; datatim ludere; obsipare aquulam', obtrudere palpum; ornare fugam ; os occillare; perculere animum.; sub vitam proeliari ; sermonem sublegere; fulmentas suppingere soccis; thermopotro gutturem; pu gilice et athletice valere; asyarebolian ven ire} de symbolis esse; otstive viaticari.........

35

CAPO . Scrittori arcaici*

Basta conoscere la natura del popolo per tenersi certi che sin dai primi tempi di Roma si saranno fatti tentativi lirici, non ancora ricalcati sul greco. L inno de*fratelli Arcali, co munque voglia interpretarsi, pare una canzone danzata agli Dei Lari e a Marte; e probabilmente della stessa indole era il carme Saliare (vedi pag. 21); e certo si sar con versi ac compagnata la solennit de sacrifizj e de' trionfi; in versi esponeansi gli oracoli del monte Albano, che Orazio deride1; e Tito Livio riferisce una predizione della sconfitta di Canne, fatta da un Marcio, e ce la reca ringiovanita *. pi che probabile che molti eventi,.accettati poi come storici, non fossero che ballate popolari, o canti per nozze o per morte, dove sabbelliva e ingrandiva qualche fatto sem plice, o anche sinventava di pianta, come vediamo farsi tut tod. per vero la storia primitiva di Roma contiene ben pi di poesia e pi originale che non tutto il seguito della lettera tura latina. Gli amori della Vestale col Dio della guerra, la cuna deposta fra i canneti del Tevere, il fico viminale, la lupa allattatrice, il pastore pietoso, le gare giovanili, il rico noscimento di Romolo, la baldanza e lassassinio di Remo, il ratto delle Sabine, la traditrice Tarpeja, la lotta di Mezio Cur zio e la caduta di Osto Ostilio, lavventurarsi delle donne sca pigliate fra i mariti e i padri, i notturni ritrovi di Numa Pom pilio colla ninfa Egeria presso la fontana sacra, la pugna dei
Annosa volumina vatum Dictitet albano Musas in monte loquutas* Ep. 1, Ub. II. 3 Lib. XXV, c. 42. *

36.

COLTURA INDIGENA.

tre Orazj, coi tre Curiazj e lamore e la uccisione della Orazia, l'assoluzione del fratricida; l ' acquisto dei libri sibillini, la fierezza di Tullia, i papaveri deTarquinj e gli ambigui responsi delloracolo, la simulata pazzia di Bruto, oltrag gio e la vendetta di Lucrezia, gli eroici fatti di Orazio Co clite, di Muzio Sevola di Clelia, la battaglia del lago Re gillo coll*apparizione di Castore e Polluce; Crmera coi trecentQ Fabj; le commoventi storie di Coriolano e di Virginia; la selvaggia leggenda dellasciugamento del lago Albano; il duello di Valerio Corvo col Gallo, e molti altri fatti primi tivi sono evidentemente avanzi di poemi, o raccolta di can zoni *, che conservano la natura poetica anche fra le narra zioni non.solo1 di Livio, ma fin di Dionisio e di Plutarco. Ma, di queste ispirazioni native non suole tenersi conto fra la letteratura da accademia 1 la quale, dopo let di Pirro, tutta divenne dindole lienica. E la filologia e letnologia attestano la stretta parentela de* Greci co' Latini ; eppure palsano dif ferenze notevolissime nella famiglia, nel governo, nella re ligione, nella cultura intellettuale e artistica. Indicando solo ci che fa col tema nostro, i Greci sacrificavano il tutto agli elementi individuali, la nazione all Stato particolare, lo Stato particolare al cittadino, proponendosi il bello, il bene fin ne superflui raffinamenti della vita e del pensiero; svolgeansi col dar maggiore importanza ai piccoli centri politici, a pre ferenza dello Stato in generale; riducendo gli Deragli attri buti umani; lasciando il corpo svilupparsi nella nudit, e il pensiero in tutta la sua franchezza. Ne Romani invece tro viamo il rispetto del figlio pel padre, del cittadino pel go verno, della famiglia pi magistrati, .di tutti per gli Dei: non voluta, non onorata se non l'azione utile, e ciascuno obbli gato a incessante faticare; obbligo il coprirsi decentemente,
5 Cicerone cita due volte un passo di Catone Censorio, che pria delle canzoni convivali. Gravissimus auctor in Originibus dixit Cato, morem apud ma jores fume epularum fu isse, ut deinceps qui accubarent canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes. E x quo perspicuum est et cantus tum fuisse rescriptos vocum sonis et carmina. ( Tuse. Quest., IV, 3), e nel Bruto , XIX: Utinam extarent illa carmina, qua, multis saxulis ante suam atatem , in epulis esse cantitata a singulis convivis de clararum virorum laudibus, in Originibus scriptum reliquit Cato.

INTRODUZIONE DELLA CULTURA GRECA.

37

sino i fanciulli ; dichiarato cattivo cittadino chi procurasse differire dai compatrioti : lo Stato; la rei pubblica era tutto e per tutti; ed unica aspirazione approvata il crescere della res. romana. Donde differenze cosi essenziali fra due popoli fratelli non qui a cercare; basti che le risentiremo nella letteratura. Di letteratura propriamente detta nonvapparve vestigio nellet de're, e ne primi tempi repubblicani, quando non si scriveva, ma si operava; si operava a difendersi e trionfare, non ad ingentilire gli intelletti. Colla naturale onest accoppiavano molta rozzezza. La medicina, sacerdotale o magica, ra abban donata a empiriche superstizioni, fin quando non venne qual-' che Greco ad esercitarla. Oriuoli non si ebbero prima che il console Valerio Messala recasse di Sicilia un quadrante so lare, nel 263 avanti Cristo; e s poco se ne conosceva la teoria, che si pens potesse valere per Roma, bench fatto per tuttaltra latitudine: un secolo ancora si tard prima di piantarne uno esatto, n avanti il 159 Scipione Nasica Corculo introdusse le clepsidre od oriuoli a acqua. Di questo tempo, un altro Scipione pel primo si rase fa barba. Fra una gente siffatta buttate dimprovviso cumuli di ricchezze, mostrate gli esempj duna corruzione raffinata, di un lusso degenerato in mollezza, e qual non deve seguirne funesto cambiamento 1 Cos fu, appena che i Romani conob bero i Greci, e ammirandone i modi, le arti, il sapere, se ne posro imitatori, a scapito deir indole e della coltura nazio nale. E di Grecia vennero ben presto persone, o schiave o prigioniere, che, mettendo a lucro le cognizioni proprie e traendo profitto dallignoranza romana, vendicavansi dei vin citori della loro patria col corromperli. Alla famiglia degli Scipioni va il merito delle prime sol lecitudini date al dirozzamelo deRomani, e dellavr pro tetto i letterati della Magna Grecia, fossero qua condotti prigio nieri, o attaccatisi a qualche famiglia. Prima dallora i gio vani ricehi si mandavano a scucia in Etruria per impararvi queriti augurali, senza cui non acquistavano efficienza i pub blici atti; e in quel tanto vi conoeceano alcuna amenit di lettere. Ben presto ogni casa grande volle 4lknen$are, come il cuoco e il celliere, cos uno schiavo greco che insegnasse

38

GLI SCIPIONI. PRIME STORIE.

ai fanciulli la lingua d'Omero e la generosit: uno schiavot Allora dimenticaronsi i modi nazionali per mettersi affatto sull* orme greche. il greco divenne la lingua del bel mondo; greco parlavasi nelle sale, greco scrivea ehi volesse lde di uomo educato. Dafni Lutezio, maestro di greco, fu comprato per ducentomila sesterzj da Quinto Catulo. Livio Salinatore, cos sevro che, essendo censore, ammon ventiquattro delle trentacinque tpb,.teneva>per ajo de'soi figliuoli il tarantino Livio Andronico, il quale volt in latino YOdissea, compose un inno da cantarsi in pubblico da 27 fanciulle, e primo espose sulla scena imitazioni di drammi greci. Paolo Emilio aveva la casa ingombra di pedagoghi, sofisti, grammatici, retori, scultori, pittori, scudieri, cacciatori, tutta merce greca. Plauto e Teren zio, scrittori di commedie, furono protetti da Scipione Afri cano e dal suo amico Lelio, e forse Terenzio ne fu coadjuvato nel comporre le sue, perci di graziosa ed elegantissima dici tura: il filosofo Panezio e lo storico Polibio accompagnavano que'due prodi nelle loro spedizioni. Un popolo, del quale i cruenti trionfi crescono continuamente la gloria e la potenza, dovea desiderare di conservarne ricordanza. Ma l'incendio al tempo dei Galli aveva distrutto gli antichi documenti; e le memorie de* primi tempi rimane vano privilegio delle famiglie ode* sacerdoti, che a loro senno le alteravano: il vulgo non sapea de'fatti antichi se non quel che avea serbato nelle canzoni popolari, alterandoli, ingran dendoli, abbellendoli, mescolandovi prodigi e divinit, come sogliono la tradizione e la poesia. Per i deboli cominciamenti di Roma, creata da un branco di fuorusciti, sollevatasi dal nulla a grado a grado, non lusin gava abbastanza la boria d una gente, che si vedeva arbitra ornai di tutta Italia e sgomento degli stranieri. Forse, fedeli alla nazionale tradizione, poco avranno blandita quegli Italioti, che primi scrissero intorno alle origini italiche, come Teagene da Reggio contemporaneo di Gambise, Ippi suo compa triota vissuto al tempo della guerra Medica, Antioco di Senofaiie siracusano, coetaneo di Erodoto. Ma ad appagare la vanit, ecco 1 vinti Greci, e primo Diocle diPepareto, cercando nella storia non tanto il vero, quanto il bello, e di blandire la loro

ORIGINI GRECHE.

39

propria nazione e i patrizj romani. La tradizione di Trojani e Greci, venuti in Italia dopo la impresa iliaca, forse avea fondamento di vero, certo correva da un pezzo, e quegli autori v'annestarono tutte le cronache, municipali, le genealo gie, le;etimologie: ogni paese deduceva ilnome dalla nave, dal figlio, dal compagno, dal piloto, dalla nutrice d Enea; ogni casato ascendeva dirittamente fino a questore in con: seguenza fino agli Dei; i Mamilj derivarono da Ulisse, i Sergj da Sergeste compagno dEnea, i Nauzj da un suo seguace, i tamj da Lamo re deLestrigoni, i Fabj da un figliuolo d'r cole: e nessuno dubitava di queste genealogie, come nel nostro Cinquecento non chiamavasi in disputa la derivazione dei Vi sconti dai re dAngera, e degli Estnsi da Ruggero paladino da Rinaldo crociato. ' Piacevano alla J)oria aristocratica queste propagini semi divine; piaceva alla politica del Tevere il mostrarsi in paren* tela colla vantata Grecia, che abbracciando come sorella, vo leva incatenare come serva; piaceva alla Grecia consolarsi della perduta indipendenza col riguardare la vincitrice qual sua creatura. In questo accordo df interessi non meraviglia seie origini greche prevalsero nelle credenze, e fatti e nomi nuovi o alterati mescolarono, ed elisero le indigene tradi zioni \ Ma i Romani nella tumultuosa pienezza della loro vita ri guardavano ancora gli studj meno come occupazione da uomo, che come distrazione e abbellimento. < c I pi assennati ( scrive Sallustio) attendeano agli affari ; nessuno esercitava l ' inge gno senza il corpo : ogni uom grande volea mentosto dire che fare, e lasciava ehaltri-narrasse le imprese di lui anzi ch narrar esso le altrui . De'fibri aveasi sospetto, quasi in taccassero le istituzioni e la religione patria; e, consoli Cetego eBebbio, essendosene in un campo dissotterrati alcuni antichi, il console Petilio li fece bruciare perch trattavano di filosofia *. E per filosofia forse intendeasi, come poco tempo fa da
Nil patrium nisi nomen habet romanus alumnus : Sanguinis altricem nunc, pudet esse lupam. P r o p e r z i o , IV, I. 5 Combustos, quia philosophico scripta essent. P l i n i o , Natur Hist., XIII, \ 3.

REPULSIONE AI FORESTIERI.

noi,'incredulit e lepiciireisno. A questi greci maestri guar dava si dunque coll'ombra solita io chi si sente da (ieno; i caldi patrioti li chiamavano scrocconi e ladri6; si ridea quando Plauto introduceva sul teatro il parassito Cureulione a dire : c Bada ch'io non sia arrestato da questi Gre^i, che passeg giano con lunghi mantelli e coperti la testa : carichi di li bri, portano nell*istesso tempo i rilievi della mensa: hanno aria di unirsi per conferire insieme, ma non sono ch$ > birbi, incomodi ed importuni: camminano sempre presidiati di sentenze, ma bazzicano la taverna ; quando hanno fatto qualche ribalderia, sinviluppano il capo, e trincano josa, ed bello vedere la loro gravit barcollante . Anzi pi volte la legge interdisse ! retori e i filosofi, < presso ai quali i giovani perdono le giornate forse per trre aque: sti la presunzione, facile compagna dello scarso sapere, e impedire ne contraessero il vizio di prestare alle parole la cura, meglio dovuta alle cose. Pure Catone a suo figlio colle leggi e colla ginnastica, cio equitazione, il volteggiare, la lotta, il nuoto, il maneggio delle armi, insegnava anche gH elementi delle belle lettere 7 : e gi eransi introdotte scmoIc, tenute generalmente da liberti, ove insegnavasi a leggere, scrivere, far di conto ai maschi e alle fanciulle indistinto, mente: quelli che a maggior erudizione aspirassero, passavano sotto maestri di letteratura greca, e si compiva l'educazione con un viaggio in Grecia e nelle citt dell'Asia anteriore, per ascol tarvi i rinomati precettori d'eloquenza e filosofo. A4 arti belle pochissimi applicavano, e fu incolpato Paolo Emilio perch alla greca faceva istruire i suoi figliuoli anche da pit tori: pochissimi alla musica; molti invece alla danza, per la
6 Poeticae artis honos non eroi; si quis in ea re studebat, aiA se se ad eonvhfia applicabat> is grassator vocabatur. Catoh , ap. A QeUia. ? P l u t a r c o , in Catone. Marco Tullio not, in un discorso di 'Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani ; illuminati e insieme conservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, n troppo. istrutti m lette ratura : Qitamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino exper tem grascarum rerum , neque ut eas nostris. . anteponetene; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum , studioseque discendi a pueritia incensum, uso tamen et domesticis praeceptis multo magis eruditimi quam litteris. D e r e p u b . 1, 2.

MUTATA EDUCAZIONE.

41

quale si prese passione, disapprovata indarno dai pi severi; e Scipione Emiliano diceva : Sinsegna alle fanciulle ad acqui star grazie indecenti; vanno accompagnate da arpe e da lire, > con giovani scapestrati nelle scuole deglistrioni, ove sano istruite a cantare. Presso i nostri avi, siffatti esercii) diso> nora vano qualunque persona libera: al giorno doggifan ciulle, giovinetti di nobili famiglie, frequentano scuole di a danza, e si mescolano a fanciulle divulgate. Quando io udiva narrare tali disordini,, non potevo persuadermi che cittadini stimabili dessero siffatta educazione a'ioro figliuoli: fui con* y > dotto in una di queste scuole, e col io ne vidi, il credere* ste? pi di cinquecento dell uno e dell'altro sesso. In quel > .numero, oh obbrobrio per la repubblica) ve naveva imo i adorno della bolla doro, il, figlio d un candidato, di circa dodici anni; egli danzava col sistro in mano; mentre non si permetterebbe che uno schiavo impudico si atteggiasse a quella irianiera 8. Anche Plauto deplora questa mutata educazione: forse questo il modo che eravate governato voi nella vostra > giovinezza ? Sino a vent anni, uscendo, non vi era per messo di scostarvi dun passo dal precettore. Se non era vate alla palestra prima del levar del sole, il maestro vi puniva non leggermente. L si faticava a correre, a tofc tare, a lanciar giavellotti e il disco, a rimbalzare la palla, a saltare, a combattere a pugni, e non a far allamore con bagasce. Ritornato dalla palestra e dallippodromo, voi an davate, in vestito semplice, a sedere suno scannello a fiancp del vostro precettore; leggevate, e se aveste fallato una > sillaba, la correzione rendeva la vostra pelle pi maculata che il mantello duna nutrice . AUre volle (ripiglia) uno arrivava agli onori per suffragj del popolo meatre ob bediva ancora al precettore: al presente un garzonceH di sette anni, se toccato, rompe la testa al maestro colla sua tavoletta. Sa m fa richiamo ai genitori ? il padre risponde al furbacciuolp: Braso figlio mio; te* ti rinnegherei, tu ti laseiam soperchiare. Si chiamt il. precettore : Ah vecchio imbecille guardati di maltrodiare fanciullo perch
8 Ap. MACfOB10>

42

IL VERSO LATINO. ENNIO.

ha mostrato aver cuore. ^precettore se e va colla testa *. involta intin pannolino, inoliato come una lanterna Di Scipione Africano fu cliente, compagno nelle spedizioni, e inesauribile panegirista Quinto Ennio. Nato a Rudia in Cala bria, fu centurione in Sicilia e nella Spagna, e donato della cit tadinanza per cura di Fulvio Nobiliore. Studiava Omero di giorno, lo studiava la notte, e credeva l'anima di quello fosse in lui trasmigrata; poi vantava d'avere tre anime perch sa peva osco, greco e romano; e volendo allItalia aggiungere la gloria decarmi, scelse per tema di un'epopea la prima guerra punica; imitando per i Greci, dequali introdusse il verso eroico. Perocch sembra che prima si misurasse il verso dalle sillabe, e il valor di queste dallaccento, e a ci si conforma vano i metri originali. Quando poi si adottarono i greci, non poteana togliere per fondamento la lunghezza e brevit delle sillabe, e doveano riportarsi ali uso de Greci. Se non che an che, il metro greco perdette la severit e lanima, contrasse alcun che di duro, principalmente in grazia della prefissa divi sione della cesura nell'esametro e neversi alcaici e saffici. Gli antichi attribuivan ad Ennio il merito del pensiero : il saperlo chiudere in un verso conciso e di fuoco che, comegli dice, penetra fin nel midollo: amava il ragionamento serrato, talvolta sottile, esposto in uno stile sobrio d'ornamenti: e con tale energia supplisce al difetto despressione poetica. Ha figure ardite, metafore esagerate; Altisonum celi clypeum.... Coeli ingentes fornices.. Sepulcrum portus corpo ris. .. : abusa delle sentenze e della discussione filosofica. Le sue tragedie erano recitate da Antifone ed Esopo, 150 anni dopo: sotto l'impero v'aveva gli Ennianistae per reci tare e commentare i suoi Annali : Ennius noster diceano i Ro mani con una specie di rispetto: Lucrezio, Virgilio si valsero di versi suoi: Cicerone lo cita ogni tratto: Ovidio gli promette immortalit, bench lo dica arte rudis: Quintiliano lo para gona ai boschi antichi che ispirano un religioso rrore : Adriano lo anteponeva a Virgilio; Orazio stesso confessa .che arricch la lingua. Non ce ne restano che alcuni frammenti; in un de quali cosi espone gli esordj di Roma:
Quam preimum cascei popolei tenuere latinei....

ENNIO.

&

Certabant urbem Romamne, Remamne vocarent; Omnis cora vireis uter esset endoperator. Ex pectant, veluti consoL quom mittere signum V olt, omnes avidei spectant ad carceris oras, Quam mox emittat picleis ex faucibu currus ; Sic expectabat popolus, atque ora tenebat Rebus, utrei magnei victoria sit data regnei. Interea sol albu recessit in infera noctis : Et simol ex alto longe polcerruma praipes Lai va volavit avis: simul aureus exoritur sol : Cedunt ter quatuor de coilo corpora sancta. Avium, praipetibus se se polcreisque loceisdant. Gonspicit inde sibei data Romolus esse priora, Auspicio regnei, stabileitaque scamna solumque....

Altrove dipinge il buon cliente:


Hocce loquutu vocat, quicum bene saipe libenter Mensam, sermonesrque su o s, rerumque suarum Comiter impertit; magna quom lass* dieei Partem fuvisset, de suinmeis rebu regundeis Consilio, endo foro lato, sanctoque senatu: Quoi res audacter magnas, parvasque, jocumque Eloqueretur: tincta m aleis, et quoi bona dictu .Evom eret, seiqua vellet, tlitoque locaret: Qui cum molta volup ac gaudia clamque, palamque : Ingenio quoi nolla malum sententia suadet Ut faceret facinus : levis aut malu, doctu*, fidelis, Suavis homo, factindu, suo contentu*, beatus, Scitu, secunda loquens in tempore, comodu*, verbum Paucum, molta tenens anteiqua, sepolta, vetustas Quai facit, et mores veteresque novosque tenentem , Moltarum veierum legum , divdmque hominumque Prudentem, quei molta, loqueive tacereve posset. Hunc inter pugnas compellat Servilius sic.

Contro gli inventori della navigazione cos fa esclamare l'ancella, mentre Medea sale sulla nave Argo:
Utinam n in memore Pelio securibus Caesa cecidisset abiegna ad terram trabes; Neve inde navis inchoandae exordium Coepisset, quae nuuq nominatur nomine Argo, qua vecti Argivi delecti viri

44

PRIMI SATIRICI.

Petebant illam pellem inauratam arietis Colchi, imperio regis Peliae, per dolum : Nam numquam bera errans mea domo ecferret pedem Medea, animo aegra, amore saevo saucia.

Quest'epitaflo prepar a s stesso:


Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagin} forpiam, Heic vostrm panxit maxuma facta patrum. Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu Facsit. Quur? volito vivo per ora virm 9,

Da questi ed altri suoi sentimenti Ennio appare austero repubblicano e buon amico. Dicea che Roma durasse perch conservatrice degli antichi eostumi,
Moribus antiquis res stat romana, viresqne,

eppure da que' suoi Scipioni pi che da altri erano inforestic riti; ed egli stesso contribu alla corruttela, latinizzando l'opera di Archestrato sulla cucina, o quella dove Eveemero abbat teva la religione patria, dimostrando che gli Dei erano uomini vissuti e morti. Da lui stesso e dagli altri satirici, chi gli accetti con mi sura pu dedurre quanto fossero alterati i costumi. In Ennio troviamo le donne gi raffinate nell1arte di piacere, e te ner a bada diversi amantiiQ . Lucilio da Suessa, che in satire moralissime diede all'esametro l'andar libero e la sprezzatura che lo avvicina alla prosa, rimbrotta i Romani che portano
* Vedi Q. Ennii poeta vetustissimi frdgm enta quce supersunt ab R ie r o n i mo C olu m na conquisita, disposila et explicafa. Amsterdam, 1808. O rni;, Bcoiga poetarum latinorum. Zurigo,, 1833* F. G\ H<T2 i . Sjrntaxis priscorum scriptorum latinmm usftie ad T e rentium. Lipsia, 4862, 2 voi. Intorno a questi primi tempi possono consultarsi : BbunaIUmt Grundriss der romische Litteratur. Brunswich, 4857. W. I. S ellai, The ron\an poets q f repubie. Edimburgo 4862 ; la biografia e la critica de* potli latini dalV origine fin alla caduta della repubblica.. 40 Quasi in choro pila ludens, Datatim dat se se, et communem facit; Alium tenet, alii nutat, alii manus Est occupata, alii pervellit pedem, 'Alii dat anulum spectandum, a labris Alium invocat, onm atto cantat, et tamen Alii dat digito Utera*

PRIMI SATIRICI.

45

miele in bocca e coltello a cintola, e fngendosi probi, aguz zano gl'ingegni nella guerra di tutti contro tutti1 1 . Turno rin faccia ai poeti gli osceni canti con cui mettono in postribolo le vergini muse ls. Plauto e Terenzio non fecero quasi che mutare in latino commedie greche; e Terenzio'si scagiona del plagio col solo
^ Su Cajo Lucilio lavorarono recentemente Varges, Petermann, Gerlach, Van leutde. Ce ne testano brani satirici contro lo scadimento de romani co~ sturni, ossia 1 * incremento del lusso. Cos descrive laffaccendarsi de* Remavi: Nunc vero a mane ad noctem, festo atque profesto, Totus item pariterque dies, populusque, patresque Jactare indu foro se omnes, decedere nusquam, Uni se atque eidem studio omnes dedere et arti, Verba dare ut caute possint, pugnare dolose, Blanditie certare, bonum simulare virum se, Insidias facere, ut si hostes sint omnibus omnes. p. LATTAHtO , V. Grsecum te, Albuti, quam romanum atque sabinum, Municipem Ponti,'Titii, Anni centurionum PrKclarorum hominum, ac primorum signiferumque Maluisti dici. Gjrace ergo pnetor Athenis, Id quod maluisti, te, quum ad me accedi, saluto, Xoctpg, inquam, Tite: lictores, turma omni, cohorsque, Xcapere. Hinc hostis Muti Albutius, hinc inimicus.
Api. C i c e r o n i ,

De Jim b.

(.

Scipiadai magno improbus objiciebat Asellus Lustrum illo censore malum infelixque fuisse. Ap. N o n i o . Visum est in somniis pastorem ad me appellere :
D uos consanguineos arietes in d i eligi,

13

Pecus lanigerum- eximia pulcritudine ; Prteclarioremque alterum immolare me, Deinde ejus germanum cornibus connitier In me arietare ; eoque ictu me ad casum dari : Exin prostratum terra graviter saucium Resupinum, in coelo contueri maximum ac Miri6cum facinus dextrorsum orbem flammeum Radiatum solis liqwer cttrsti novo. Sreva canent, obscoena canent, foedosque himenaeos Uxoris pueris, veneris monumenta nefandie, Nec muss cecinisse pudet, nec nominis olini Virginei, famteque juvat meminisse prioris. Oh pudor extinctus, docta-que infamia.turbee ! Sub titulo prostant, et queis genus ah Jove summo Res hominum sapra evectae^ ei nullius egent?, Esse merens, vili sancto se corpore foedant

46

COSTUMI DIPINTI DAI POETI. NEVIO.

titolo di non aver usato la traduzione di verun altro: pure le relazioni esterne, il diverso modo di vedre e sentire, il grado differente di civilt delle due nazioni, e in conseguenza il dif ferente gusto, obbligavano questi traduttori a mutazioni im portanti , e ad avvicinare sempre pi il costume a quel del paese, acciocch meglio si prestasse al rso e all istruzine. Pertanto possiamo riscontrare alcune particolarit romane, singolarmente in Plauto, il quale, men colto, ricorre alla pro pria esperienza pi-spesso che alla memoria; e forse per que sto, mentre era sgradito ai pi schifiltosi , continu a piacere al popolo, che vi riconosceva ritratti gli originali a s vicini: aitiont invece, cio agli aristocratici, rimase caro Terenzio per soavit di verso, delicatezza di stile, urbanit di sali, tutti dedotti dal greco. Il campano poeta Gneo Nevio, (202 av. C.) che verseggi la prima guerra punica, per contrastare allaristocrazia ed ai grecizzanti prefer ai metri jonici usati da Ennio i rozzi versi saturnj, indigeni del Lazio; agli eroi greci nella tragedia surro gava caratteri e vesti nazionali; e bersagliava eotesti superbi Glaudj, Metelli, ed altre famiglie potenti, che, tenaci del gius patrio con cui i loro avi dirigevano le famiglie dei clienti e gli schiavi, e favorite anche dalla vittoria e da meriti personali, ponevano lorgoglio al posto della ragione; il diritto eroico al posto dellequit, impedendo la plebe di attuare lacquistata eguaglianza. Egli dunque faceva esclamare a'suoi personaggi: c Soffri, giacch anche il popolo soffre >; e al popolo < Cotesti re non ardiranno saettare ci che io in tea tro sanzionai co'qaiei applausi. Quanto la tirannia qui sover chia la libert 1 Avendo messo in un verso < I Metelli na scono consoli in Roma , questi gli risposero sull'egual tono: I Metelli daranno male a Nevio poeta 1 B . E lo fecero cac ciar prigione: ma di l pure bersagli gli JScipioni; e questi invocarono contro di lui le XII Tavole, che pronunziavano morte contro i libelli infami; i tribuni per sinterposero, e parve bastasse la pubblica esposizione e il bandirlo in Affrica.
Fato Metelli Romae fiunt consules. Dabunt malum MetelK Neevio poetae. ' M etellus volea dire facchino. <3

VENUTA DE FILOSOFI GRECI,

Andandosene, egli composo il proprio epitafio pien di su perbia campana , invitando mortali e immortali a compian gere che l'originalit italiana fosse con lui perita14. Il popolo noi dimentic, dedic una porta, al nome di esso, e tutti, an cora ai tempi dOrazio, il sapevano a memoria * 5. N a torto dicea che le Camene1 6 piangevan la morte di lui, perocch in fatto periva la poesia nazionale per far luogo all imitazione; egli deplorava la notte ove Orazio salutava l'aurora. In quel tempo la filosofia greca era caduta in mano dei Sofisti, i quali per esercizio di argomentazione sosteneano il vero e il falso, l'identit della virt e del vizio; Panezio, amico di Scipione Emiliano, sillogizzava che tutto finisce colla morte17. Carneade di Cirene, il pi illustre de'Nuovi Accade mici, insegnava la verit non avere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che sono illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verit assoluta, fuori dei confini dell* intelligenza deir umo, il quale perci non pu fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed in assoluta impossibilit di decidere. Collo stoico Diogene e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciadore a Roma il 180, ove della pro digiosa sua sottigliezza nell'argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l'uomo deve operare secondo la giu stizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto e ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo spesso reputato pazzo chi compie un'azione onesta con proprio no cumento, mentre vanno in voce di savj taluni che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgoment di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subi-

Mortaleis immortaleis fiere si foret fas, Flerent divre Camenae Naevium poetam. Namque, postquam est orcino traditus thesauro, Oblitei sunt Romae loquier latina lingua. Ap. G e l l i o , I, 24. V a r r o n e , De lingua latina , IV , 45. 16 Le divinit italiche def canto erano le Camene, sol tardi mutate colle Muse elleniche. C ic e r o n e , De amicitia.

48

CORRUTTELA. CATONE IL VECCHIO.

temente fosse espulso costui, il quale la virt riduceva ad un esercizio dargomentazioni. Ma gi la corruzione s* era introdotta. Ennio cantava che gli Dei vi sono, ma non si brigano di ci che gli uomini facciano 18; n mancava chi fin il culto verso la patria concul casse, dicendo che patria dove si sta bene ld. Gi allora i letterati non gareggiavano di ben dire, ma di dir male, pal leggiandosi quelle contumelie, in cui ancora V imbragano i loro imitatori *. Plauto, dopo aperta una commedia coli'ele varsi al cielo dove risiede la giustizia che tutto vede e gover na, la chiude colle lodi del tornaconto, essere onore la ric chezza, e sanzione del dovere utilit, Lucflio fa che gli Dei Consenti si burlino degli uomini che li chiamano padri, e che Nettuno si trovi imbarazzato da un'argomentazione da cui, dice, Carneade stesso mal saprebbe svilupparsi. 1 irruzione de'costumi e delle opinioni forestiere cer cava por argine Catone censore (234-149), il cui nome dinota fin da oggi un severo incontaminato. Sulla propria esperienza dett censessantadue precetti De Re Rustica nel tono imperioso di un padrone a schiavi, senza connessione o variet, ri anco forbitezza di stile, della quale pur mostravasi geloso in altre, opere. Nel Carmen de moribus loda il procacciarsi denaro, e chiamava beato chi acquista maggiori beni che non gliene la sciassero gli antenati81. Vestiva poveramente, marciava pede stre a capo degli eserciti, n il pranzo gli costava pi di trenta soldi; e diceva che non mai a buon mercato una merce su perflua, costasse pure tre quattrini. Era moda dam mirar la Grecia? ed egli a vilipenderla; non volle conoscerne la letteratura, e nmbrontolava suo figlio
<8 Ego Deum genus esse semper dixi et dicam caelitum, Sed eos non curare opinor quod gat humanum geniis. Ap. C ic e r o n e , De d i v i n II, 5. Patria est ubicumque est bene. P a c u v io , ap. C ic e r o n i , Titscid., V, 37. Haut docti dictis certantes, sed male dictis Miscent inter se se inimicitias agitantes. E n n io .

49 80

** /a * / *

* $ Vita di Catone, cap. 21.

& ^ . P l u t a r c o ,

CATONE IL VECCHIO.

49

di porvi studio; e se pi tardi guard in Tucidide e Demo stene, severamente li giudicava; Socrate gli pareva un ciar lone che con novit pericolose turbasse la patria; appuntava Isocrate di lasciar incanutire i discepoli nella scuola, talch ormai non potevano andar a perorare che agli E lisi; aveva in orrore i medici di quella nazione, dando voce eh* esi fos sero assunto di torre dal mondo tutti i barbari, cio gli stra nieri, compresi 1 Romani ; soprattutto esecr l'eloquenza loro, massime dopo che ud i sofismi di Cameade. Non risparmiandola al popolo n a ricchi, Com mai (esclam ava ) salvare unarcitl, dove un pesce si vende pi caro <T un bue? 0 Romani, voi siete simili alle pecore, che tutti insieme vi lasciate menar da persone, cui niuno in particolare vorrebbe affidarsi... Se diveniste grandi merc delle virt , non volgetevi in peggio; se per l'intemperanza e i vizj, cambiatevi, giacch per queste vie cresceste ab bastanza . Di quei che brigavano cariche, Emi somigliano a persone ignare della strada, che han bisogno del litore che. li preceda . E perch spesso si nominavano a magistrati gli stessi, Convien dire che le cariche consideriate di ben poca importanza, o troviate ben pochi che le meritino . Vedendo far la corte a re Eumene perch lo dicevano buono, Sar; ma un re per natura una bestia vorace; e nessun re de'pi vantati pareggia Epaminonda, Pericle, Temisto eie, Curio Dentato . Diceva pure che i savj imparano dai matti, pi che questi da quelli, giacch essi evitano gli errori in cui vedon cadere i matti, mentre i matti non imitano i buoniesempj de'savj. Ingiuriato d un libertino, Troppo disuguale la guerra fra te e me: tu odi volentieri le scempiaggini, e volentieri le dici; io m'annojo a intenderle, e non uso dirne . E ad un vecchio vizioso. La vecchiaja ha tante deformit, che non conviene unirvi anche quella de' vizj . Egli superava (dice Tito Livio) di gran lunga plebei e patrizj, anche delle pi illustri famiglie: di s grandani mo e ingegno fornito, che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe la propria fortuna. Non vi ha arte veruna nel maneggio de'pubblici e de'privati affari che
CANT. - Storia della U t l . Greca. 4

50
> >

CATONE IL VECCHIO.

a lui fosse ignota : amministrava con egual senno gli Affari della citt e quelli della campagna. Altri salgono a 3ommi onori per lo studio delle leggi, altri per l'eloquenza, altri per la gloria dell'armi : egli ebbe ingegno cos ad ogni arte adatt, che avresti creduto nato unicamente a quella qualunque fosse a cui rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie, famoso per illustri vittorie, fu generale supremo: nella pace peritissimo delle leggi, eloquentissimo neH* arringare; e ne rimane tuttora in onore leloquenza, consacrata ne'libri d'ogni argomento da lui composti . Dei quali libri Cicerone, giudice molto competente, diceva: -r- Qual uomo fu mai Catone, Dei immortaU! Lascio in dis io parie il cittadino, il senatore, il generale d'eserciti; a questo luogo cerco sol l ' oratore. Chi pi di lui grave in ) dare? chi pi ingegnoso nesentimenti? chi pi sottile nella disputa e nell*esposizione della causa? Le cinquanta sue orazioni ridondano di cose e di espressioni magnifiche..; le virt dun oratore vi si trovano. Le sue O rfani poi, qual bellezza e qual eloquenza non hanno esse? vero che an~ tiquato n ' lo stile, e incolte alcune parle, ch cos allora parla vasi: ma svcchiale, aggiungivi l armonia, adorna lo stile.. , e non troverai chi anteporre a Catone **. Meglio di ogni lode vale quella sua definizione, che c loratore un galan tuomo che sa ben parlare . E noteremo questa particolarit, che, avendo stesa la storia di Roma fin ad Annibaie, tacque i nomi, descrivendo solo le imprese; quasi la gloria di Roma non dovesse rimanere minorata dalla gloria d individui *3.
M De oratore, N. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il conine tra lantico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga qual sorta virt siano quelle che si raccomandano ai giovinetti colla lettura di Plutarco. 85 Imperatorum nomina annalibus detraxit. P l in io , Vili, 5* Duces non r nominavit, sed sine nominibus res notavit. C o rn e lio N e p o t e , in Catone.

61

capo

m.

La Politica, fili Oratori. Cicerone.

Il tribunato fu la istituzione pi importante nella repub bliea; opposizione legale de plebei, che sosteneva i diritti dei deboli, e imped loligarchia dimpiantare quella politica esclu siva che ruin le citt greche. Ma la potenza del tribunato ap parve sol tardi : cacciati i re, il senato eredit le prerogative d i questi, e li super in potenza e ra patriotismo: e abbracciando non solo i proprietarj e capitalisti, ma quanto v 'av e a dabili politici e talenti pratici, diede a Roma la sovranit del mondo; ottenuta la quale, il senato torn, come sotto i re, un semplice corpo consultivo. La natura sua stessa port Roma ad esten dersi prim a su tutta lItalia, poi supaesi attorno al Mediter raneo, abbandonati dalla sfasciatesi potenza greca; poi in Africa, in Macedonia, in Asia. Per tali imprese non bastava la milizia nazionale; vi volle un esercito permanente; e da ci le subite fortune, labituarsi a dispotici comandi, affluire a Roma persone, non rese morali dal possesso, e che viveano col vendervi il loro braccio ai prepotenti, o il loro voto agli intriganti. Alla popolazione decimata* da tante guerre, fu duopo surrogarne u n 'a ltra , reclutata da tutto il mondo. Novatori generosi ma improvidi pensarono por riparo al demoralizzamento, come fecero i Gracchi, cercando ricostituir la classe de'piccoli possidenti col distribuire a tutti i campi pubblici, che i nobili s'erano arrogati (Legra Agraria); smi nuire l onnipotenza del senato col crescervjuella dellordine medio dei cavalieri, e al disopra dei tre ordini senatorio, equestre, plej>eo collocare] tribuni, con autorit dirigente e Iniziatrice. I jiobili se ne spaventarono, e mandaron a morte i due Gracchi e al vento i loro progetti.

52

LEGGE AGRARIA..RIFORME PARLAMENTARI.

Ma sopravvissero il partito democratico che volea la legge* agraria e che i poteri giudiziarj fossero attribuiti ai cavalieri; e il partito italiano, che volea comunicati a tutta Italia i diritti della cittadinanza di Roma. Cajo Mario sostenne questa parte: la contrari e la vinse Cornelio Siila, che consolid antica costituzione senatoria e militare; ridusse al nulla il tribunato, e parve assicurar la vittoria dell* aristocrazia. In queste vicende sostenne gran parte l'eloquenza, do vendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le ri forme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza de* suoi pensamenti, e della propria innocenza se accusato; e per veniva coltivata fra le precipue arti civili, come mezzo dinfluenza e come opportuna ad acquistare clienti col patro cinarli. La perizia nella legge restava uno studio sussidia rio, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell* elo quenza; mentre coir accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la giovent romana si facea conoscer dal popolo, e meritavasi cariche e onori. I pi antichi oratori a solidit di prove e calore d* esposi zione non univano delicatezza o coltura scientifica, o armonica struttura; e laustero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni saveano an cora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla *. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo da Cicerone giu dicato il pi ingegnoso ed eloquente fra i latini*. Allorch, dpo 1 *uccisione del fratello (133 av. C.) essendo stato, mandato quo? staro in Sardegna,ricomparve inaspettato(123 av.C.),i censori lo citarono in giudizio come disertore: ed egli cosi favell:Do dmi anni io militai, bern-h soli dieci ne esigano le leggi. Sortito * questore, stetti oltre due anni presso il mio generale,ancorch la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero cb'essa m'ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa
1 In htmc r&n cu ait at Caloni* j r > nceptian pene divinum, qui ait : Rem tene, vet-n. seijuctititr. Coil nell' A rte Retorica di Giulio Vittore, scoperta

dal MhJ .

* Hominis, QptQ Jet sim i atque eloquentissimi. Pro Fontejo.

nostrorum hominum longe ingeniosis

PRIMI ORATORI. CAJO GRACCO.

53

* suppose cfae un console nel luogo stesso campeggiasse sola mente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni q Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva i ad un questore il gettar nell ozio un utile tempo. Me chiaj mano gl'interessi di tanti infelici che implorano la distri buzione de*terreni, alla quale io fui deputato. Cn quale intento io fssi tenutoci lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca aglitaliani il lamentarsene : voi, censri, abbiate almeno riguardo al modo ondio mi comportai in unisola ove lavarizia e la dissolu tezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito *; speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, n soffrii che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto del]$ mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparec chiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava mo destia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entr: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il * vino ond erano piene le anfore che riportano colme d ar gento e d oro *. Gajo rest assolto ed acclamato dal popolo, che in esso crdeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorch egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bast alla folla ditaliani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione. Mentre prima l oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, Gajo si pieg verso il popolo; nel che imilato, venne a trasferire in questo limportanza. Poi, invece di dimenticare, siccom necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio suo:Dove andr io? dove tro ver un asilo? In Campidoglio? ma lordo ancora del san ,gue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi trover una ' madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perch aveano insultato il tribuno Gemizio;

54

ELOQUENZA STUDIATA.

dannarono ftel capo Veturio perch non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il f6 ro; e costoro sotto i vostri > occhi scannarono Tiberio, ne strascinarono il cadavere nel Tevere, fecero morire enza giudizio isuoi amici: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso, e lo citasse a suon di tromba, n prima di ci veruno votasse: tanto rispetto aveasi alla vita de* cittadini . In questi e altri pochissimi frammenti che ce ne riniangono, sentesi quei virile e posato,che invano si cerca fra V incessante artifizio di Tullio e di Livio, n pi ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio d al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci, aveva scemata la scabrezza, non folta. Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all' eloquenzfi, insegnarono a formarsi una traccia, assumere un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Pi non bast che lelo quenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e eoli' energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono il modo di avvincere attenzione, muovere gli affetti, insi* nuarsi negli spirti; ma si pretese loratore avesse lingua sno data, sonora voce, buon petto e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne'circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone vi declam fin alla pretura, e vi torn quando, gi carico dallori, le civili tempeste lo rimossero dal fro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi8; Pompeo, prima delle guerre civili, addestra vasi a vincere colla parola, pensando che questa potesse ancora decidere dli impero in mzzo a tante arm i; vi si addestr MarcAntonio per rispondere a Cicerone; e ne f grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorit in fatto di battaglie.
5 Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, comandi magistros. Puto enim te audisse.... illos apud me declamitare, me apud illos coenitare.
Ad fm., IX, 16.

QUALIT ORATORIE.

55

Memoria di ferro occorreva pei* ripetere le arringhe stu diate senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini per nome, senza bisogno del servo rammfentator: narrano di un tale che, avendo inteso recitare un poema, per celia aceus lautore daverlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripet da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad unasta di mobili, e la sera nomin per rdine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: pi tardi Marc nneo Seneca ridiceva duefaila parole sconnesse, nel ordine che le aveva intese; e si valse di questa facolt per raccrr i pezzi uditi negli esercizi di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterit in dieci libri di Controversie, di coi cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono. Tra questi artifizj, ma non per essi, giunse a maturit leloquenza con Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso, verso la mejdel vii secolo di Roma. Il primo, soprannominato F o ra tore e perito netumulti di Mario, studi in Atene e Rodi, ma aveva l'a rte di celar larte, tanto che si credeva trattasse impreparato' le cause che avea meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica espe rienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave eppure ben provisto di facezie e di lepidezze non scurrili. Nella costituzione romana, gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta, doveano rispondere di qualunque accusa lof fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito, ma chicchessia poteva presentarsi come' accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda o all esiglio. Cicerone, fra i mezzi d acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, massime s innocente. c Del, difendere poi un

56

LE ACCUSE DI ESRCIZIO. CRASSO.

reo (continua il lasso moralista) non conviene farsi coscienza, giacch il patrono segue il verosimile, anche quando paja men appoggiato \ Cosi dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l'a v vocatura considerava puro esercizio di destrezza, per trion fare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irrecon ciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo In queste prove giovanili, proruppe: Ma che? c dovr io andar condannato perch costui eloquente? Tanto dantica data la turpitudine vostra, o giornalisti odierni Anche Claudio Crasso esord dall' accusare Carbone, il quale si trov cos vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidit di vittoria non dimentic lonest, giacch un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimand. Uno di casa Bruto cominci la carriera dallaccusare il ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si con traddiceva. Crasso di rim pattofe recitare gli esordj di tre dia loghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese allaccusatore che cosa ne avesse fatto di quella, pren dendo da ci le mosse ad un invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest'incidente, si volse all' avversario, e Che fai costi seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre ? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale camp questo popolo dalla regia domina zione? Cosa dir che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virt t'adoperi ? In aumentare il patrimonio ? ci non s addirebbe alla nobilt: pure tei comporterei; ma se ornai nulla t avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nel l eloquenza? ma se non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunniai E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fro,
4 De officiis, II, 40.

MARGO ANTONIO.

$7

> tu in citt, tu al cospetto de cittadini? non hai sgomento. di quella morta, di quelle immagini eui non serbasti luogo, non che dim itarle, n di riporle tampoco? Marc Antonio vantavasi d 'aver salvato Norbano, impu tato di sedizione, non gi per raggiri, ma col destare gli affetti 5 : e nella difesa dAquilio stracci a questo le vesti d* in sul petto, e pianse, e commosse al pianto. Cicrone fa cos narrare il fatto da esso Antonio: Non vogliate pensare > che, nella causa di Marco Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure dantichi eroi, o i favolosi loro travagli, n a sostenere un personaggio da scena j ma a parlare in > mia propria persona, far potessi quel chho fatto per con servare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo chio mi ricordava essere stato console, un generale deserciti, cui $ il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vderlo, dico sbattuto, coster nato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per muovere gli altri a compassione * eh io mi sentii tutto intenerito. Mi accrsi allora veramente della straordinaria commozione de*giudici, quando quel l afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta din sul petto, e mostrai le cicatrici: il che > non fu effetto di arte, ma s d una gagliarda commozione d animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedepte, che colle lagrime sue pi compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorch a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone lajuto p erla causa comune di tutti i capitani; questi tratti > patetici, e l invocar chio feci tutti gF Iddi e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano non essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati: e per quanto avessio saputo dire, se detto l avessi senzesserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori 6. Antonio da Cicerone lodato per ia vigoria d animo nel recitare, limpeto, il dolore espresso cogli occhi,

5 C ic e ro n e ,
6 C ic e r o n i,

In

Bruto, 1 9 . De oratore, l i ,

45.

58

ALTRI ORATORI.*

eoi tolto, col gesto, col dito, cn un fiume di gravissime.ed ottime parle. In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squi sito parlatore; Aurelio Colta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava 1giudici a forza d'abilit, sebbene il fievole ptto glimpedisse di gridare e muovere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo n mai eccedente.
Pi di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in rpino nella regione dei MarsiTanto stesso 106 che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno Teducazione,di Tullio, che si segnal sulle scule, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacch la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la giovent vi traeva in folla come alle novit; ma il giovane Tullio n 'era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni7. Queste suole
7 SVtTOMio, De claris rhet., II. Conyers Middleton nella Vita( di Ci cerati* d la storia di quel tempo, ma soverchiamente paraiale al suo eroe'. Ben prima, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quocstnra et . T. Ciceronis historia , in bel latino difendendo 1*Arpinate da Dione
e Plutarco, tediando per coll uso d un allegoria perpetua secondo i tempi, giac chi suppone che un questore presenti le acioni di Cicerone in forma di mo neta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio degli ultimi tempi della repubblica romana non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone, principalmente al modo che le ordin e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schutz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistola ad

Atticum , ad Quintum fratrem , et quas vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine disposita ec., ristampate a Milano in 42 voi. in-8, colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Pahkoucke, Parigi 4935; e nel 4842 si pubblic Cicron et son stcle par A. F. Gajjt i e r . A Leyda si stamp di poi una biograGa di Tullio, scritta da W . Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo . T. Ciceronis commentarii rerum suat um9

seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quo que annum referuntur qua in his commentariis memorantur.

CICERONE. ROSCIO AMERINO.*

59

per diventavano palestre di dispute vane, d artiOziale ver* bosit e di sfrontatezza; talch i censori Domizio Enobarboe Lucio Licinio Grasso credettero bene riprovarle, coine con trarie all uso dei maggiori. Cicerone cominci dai versi, come solcano indocti doctique; ma nella poesia poco s* illustr, colpa in parte de soggetti, che erano o descrizioni come il Pontio Glauco e H N ilo , o dida scalici come i Prati e la traduzione dei Fenomeni d Arato, 0 storici come Mario e pi tardi il proprio consolato. Assunta a ledici anni la toga virile, studi il diritto alla scuola dei due Scevola, e pi ai dibattimenti del fro. Distrattosele alquanto per militare nella guerra degli alleati, subito ritorna a Roma ad ascoltare i greci filosofi e sofisti d ogni opinione, che vi affluivano come a bottega. Poich, se nel diritto e nella politica che col andavano compagni, prese per modello 1 Romani, sent la necessit di ajutarsi colla coltura greca. Di vhtsei anni fece la prima comparsa nel fro a difen dere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell* eloquenza irinnaginosa e pittoresca, che pi tardi egli trovava sovrabbon dante. Anzich addormentarsi sopra gli allori, facilmente con discesi a un principiante, and a viaggiar la Grecia e l Asia, a farsi iniziare ne*misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacch i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castig in esso la ridondanza, che non sempre buon segno ne* giovani; e udendolo declamare, Ahifol (disse) costui torr alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e AV eloquenza . Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci ri mangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand* oratore, pi che la scuola, gli valsero la cnoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benvoleilza per gli altri, lamore de* suoi, una portentosa operosit, uh acume esteso e penetrante, e aggiungiamo anche un buon dato dimmaginazione, per cui spesso ravvisava il presente e T avvenire con occhi passionati. Nessuno creda fossero ve ramente recitate le orazioni sue quali le leggiamo : teneva

60

CICERONE.

in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s abbandonava alla foga dell improvvisare; i suoi schiavi stenografavano quelunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo 8. N vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabili mente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda supe rarlo: ma non s'accontenta a ci; e vuol recare diletto, si indugia in descrizioni, digredisce or intorno alle leggi, or alla filosofa, or alle usanze9; celia sopra gli aitri e sopra s stesso; singolarmente primeggia nel muovere gli affetti. Sempre
8 A Tirone liberto di Tullio attribuiscono 1 * invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che Cicerone scrivesse le orasioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: A n tibi irasci tum videmur, quum quid in causis

acrius et vehementius dicimus ? Quid! quum, jam rebus transactis et prte teritis , orationes scribimus, num irati scribimus ? T u sc u l., IV, 25. Plerasque enim scribuntur orationes habita jam , non ut habeantur. B r u tu s , 24.
Nei momenti d ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di metter la stessa a due diversi lavori: Nunc negligentiam meam

cognosce. De Gloria librum ad te misi ; at in eo prooemium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem , quod habeo volumen prooe miorum; ex eo tligere soleo, cum aliquod avyypoLp.fi institui: itaque ja m 'in Tusculano, qui non meminissem me abusunp isto prooemio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem AcademicoSj agnovi erratimi meum ; itaque statim novum prooemium exaravi ec. A d A ttic o , XVI, 6. Un*altra disattenzione sua d occorre nel lib. V D e fi n i b u s , ove finge che glinterlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale
poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone eh egli assistesse. Le distrazioni anche dei pi forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli. 9 Che Cicerone riponesse in ci la finezza dell arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli' antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. B r u t u s , 94. m Cicerone ( diceva Apro nel dialogo Della corrotta eloquenza, che fi * attribuisce a Tacito ) fu il primo a parlar regolato, a scegliere le parole ,e comporle con arte ; tent leggiadre ; trov sentenze nelle orazioni che com* pose sull ultimo, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto cono scere il meglio, perch 1 * altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude; s altera tardi; si riscalda di rado; pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti ; quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco * e lustro .

SUE VARIAZIONI.

6!

poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio. Di qui la purezza insupe rabile del suo stile; di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai unidea se non vestita nobilmente; talch osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze. Ma parlando come chi vuol dilettare pi che convincere, e non teme esser contraddetto purch dica bene, nella rotonda facilit della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutte le usa come padrone; ma t accorgi che formato alla scuola, e v'incontri, n o n i torrenti di luce fecondatrice che versa dallinesauribile grembo il sole, bens i riflessi della luna, che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori. alla luna il dovremo paragonare, se ne ponderiamo i sentimenti. Non t arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un partito deciso, senza che altrove non t imbatta nel preciso opposto: e viepi nelle orazioni il calore del discorso o l'intento di piacere e di vincere gli faceano metter alle spalle la verit10. Sosteneva un assunto quando gli servis se, non rifuggendo dal sostenere il contrario quando meglio gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera , nella Natura degli Dei. Encomia i Peripatetici nella difesa di Cecina? li disapprova nel primo degli Uffizj. I viaggi di Pita gora e Platone trova stupendi nel quinto degli Uffizj* li trova sordidi nell epistola a Celio: chiama povera la lingua latina in pi luoghi, in pi altri la fa pi ricca della greca, anzi la greca accusa di povert Cicerone era stato educato nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, il pi reputato oratore d* allora e gran soste nitore del senato; ma non sciorin bandiera; onesto, moderato, amante la costituzione che gli dava modo di sfoggiare il suo talento, pur velando il suo modo di pensare, si bilic in quel
Ego quia dico aliquid aliquando, non tione dicendi aut lacessitus; et quia, ut f i t in quid, si non perfacetum , attamen fortasse non id me dixisse dicunt. Pro Plancio. 11 Pro Cecina; De finibus, I I I, I } De studio adductus, sed conten multis, exit aliquando ali rusticiun, quod quisqtus d ixit nat. Deorum,
I;

Tuscul..

If.

62

SUA POLITICA. ROSCIO AMERINO.

giusto mezzo, he porta innanzi, sebben non porti alla som mit. Un liberto di Siila volea far reo di morte Roscio Ame rino, per gola di spogliarlo; e Cicerone ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun percolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occu pazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque per il vedere un giovane alzarsi in favore dell* umanit che si rado trovata campioni, e rinfacciare liniquit a coloro che fecero loro pr della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville spburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Deio, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighier; piacque ludirgli dire: Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi . Oggi qualificheremmo Cicerone per un conservatore, u n dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti mo rali che si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico; ride degli auguri, egli augure; esercita umor suo gioviale alte spalle degiureconsulti, aggrappati alle formole,'e superstiziosi delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie 1S; antepone equit allo stretto di ritto , e doversi cercare le vere norm e, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella nostra natura immu tabile, eterna, da cui il snato non pu dispensare, e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata 1S. Bench Cicerone lintera vita versasse negli affari, nulla di nuovo invent circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli toglieva fare deglistituti nazionali una Stima conveniente, al paragone degli stranieri. Il suo libro delle Leggi non sa che ammirare le antiche consuetudini to m aie. In quello (iella Repubblica, la cui recente scoperta ec cit tanta aspettazione, vanta bens di dar cose attinte dalla propria esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori
** Pro Murena. 15 De legibus, I, 5, 6 f De repub.,

I li, 47.

SUA POLITICA.

68

baop tratto a quanto dissero i Greci u : pure non sa far di meglio che tradurre il sesto libro delle storie di Polibio, ove divisata la costituzione romana; anzich risalire alle fQti del diritto, accetta il fatto, dando per modello la romana repubblica, blandendola pi che non paressero dover consen tirglielo i mali di cui era testimonio, e dei quali non ravvi sava la ragione n i rimedj. Fra le costituzioni pospone la democratica, perch alle persone illustri non d altro che un grado pi elevato di dignit; e preferisce la monarchia, che la turba delle passioni allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle tre forme u . Siffatta gli dav viso che sia la repubblica romana, coll* elemento monarchico ne consoli, l'aristocratico nel senato, il democratico netri buni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo vorrebb egji restringere, e d consigli sul modo di riconoscergli una libert apparente, attenuandone in effetto il potere. Amantissimo della gloria di Roma, e anche della propria, se era molto acconcio a trattare locali interessi, non compren deva per le quistioni vitali dello Stato, che erano l assimi lazione delle provincie e l ' accomunamene delle franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del bene possibile, irre soluto perch il suo buon senso gli mostra tutte le difficolt e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che conducono al despotismo e la flla che trae all' anarchia tende a frapporre una classe m edia, credendola unica salvaguardia all' integrit della costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebei,fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra civile. Quest interesse per la classe di cui erasi costituito patrono, il lato pi costante e meglio appariscente del suo carattere; a quel divisamento politico mai non avendo fallito neppur quando sbagli di mezzi; n, come il suo Poni*
I, 22, 23.

18 Quartum quoddam genus reipublica maxime probandum esse sentio, quod est e x . his qua primo d ixi moderatum et perm ixtum tribfts. . . Pla cet esse quiddam in republica praestans et regale; esse aliud auctoritati principum partum ac tributum; esse quasdam res servatas judicio volun tatique multitudinis. Ecco P idea t dei tre poteri, per gi accennata dal
pitagorico Ippodarao, poi attuata dai popoli .moderni.

64

SUOI LIBRI RETORICI.

peo,.se ne lasci sviare dalla speranza illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva. I segreti deir arte *ua espose in dettati di purissimo sa pore, rilevati da sali e grazie carissime. Ch la critica acquista dignit e grandezza in mano duomini, i quali fanno scomparire la differenza che corre fra l'arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie di creazione nell esame del bellOj per genio istintivo pare inventino allorch non fanno che osservare, e possono dire, c Son pittore anch io . La pretensione di dar precetti sul modo d adoprare ci che pi personale all*uomo, la sua lingua, l espressione degl intimi sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cice rne si leggono volentieri quelle regole, di necessit incom plete, ma dedotte da lunga e splendida esperienza, e dal labito di tener conto di tutte le ragioni del favellare, dalle pi astruse fino alle minuzie materiali della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le. vittorie sue e degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza eccessiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e al seguito dell* orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a divenire principali. Quei precetti intorno al simu lare ci che farebbe naturalmente chi esternasse i proprj sentimenti, a noi, cambiata lingua e modi, riescono inutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla dispo sizione della parole, la consonanza dei membri, la distribu zione de periodi, lalternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir cl giambo piuttosto che collo spondeo; n partecipiamo alla sua ammirazione pel dicoro comprobavit : ma queste che a noi somigliano frivolezze, aveano somma importanza fra tuupopolo dove Gracco parlando alla tribuna faceasi dar l 'i n tonazione da un flautista, e dove a una frase ben compassata di MarcAntonio sorsero applausi fragorosi. Pure Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il frequente ritorno della cadenza esse videatur. L 'a rte dell avvocato non fimitavasi, come dovrebbe, a scoprire la ragione e dimostrarla; bens a far parere tale ci

ORATORI CONTEMPORANEI. ORTENSIO.

65

che non , sparger-veleno e sarcasmo sopra atti incolpevoli, ad un racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie} sapere colla, ironia sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravit e morale neir enunciare dogmi machiavellici, profondere la beffa sull avversario, solleticare la vanit, la paura, l interesse, invidia . . arti che possono vedersi analizzate oxt compiacenza da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una Topica, indicando i luoghi comuni da cui desu mere le ragioni; perocch il trovare argomenti doveva essere speciale magistero l dove leloquenza mirava meno a chiarire la v erit, 0 he a far prevalere una parte, una causa, un uomo. S gran maestro di tutti i secreti della parola, era argu tissimo nel notare i meriti e i difetti degli emuli e de* prede cessori suoi, che tutti super. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto, Messala Corvino, Quinto Ortensio. Quest'ultimo a diciannove anni si mostr al pubblico con un'arringa in favore degli Africani, e fu somigliata a un lavoro di Fidia, che rapisce i suffragi degli spettatori al sol v ederloie. Memoria sfasciata, bel porgere, somma facilit il rendevano arbitro della tribuna, e facevano accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidit asiatica, lornamento, lerudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura. Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al jne; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle prove condensandole. Nulla di lui ci rim ane, ma sappiamo che nessuno de coetanei pot reggergli a paro, fin quando non rallentossi, e svi dal fro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra le magnificenze. Perocch aveva quattro ville, insigni di capi d 'a rte , con boschi popolati di selvaggine, piante rare, fra cui platani che inafflava col vipo, vivaj di pesci squisiti, al cui alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendea tesori per mantenervi fresca laequa in estate; aveva inventato di m etter arrosto i pavoni: ed era detto re delle cause e delle mense, e morendo lasci 1200 anfore di vino prelibato 17. Sagrific anche al suo secolo
C ic e r o n e ,
V a rro n e ,

Brutus, 64. De re rustica ,

I,

2,

17;

III,

6.

M a c ro b io ,

Saturiialio5

/n*w, l i , 9.
CANTU. Storia della L ttt. Latina .

66

REPUBBLICA CORROTTA.

collo scrivere versi licenziosi; parteggio con Siila, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi la via alla potenza ; contraddisse a Pompeo quando rintegr la potest tribunizia, e quando chiedeva missioni straordinarie; fece con dannare Opimio gi tribuno; e torna a suo onore Tessersi conservato amico di Cicerone, bench di parte opposta ed emulo, e averlo a capo de* cavalieri protetto in giudizio. > L eloquenza politica non era per la principale e pi studiata in Roma; e Cicerone stesso, re .della tribuna, la ri guarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi ; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicch era una delle pi ghiotte curiosit losservare il modo con cui loratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia o la propria opinione. Ma gi sentivasi d ogni parte crosciare la repubblica. La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e vuoisi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni : ma in dole romana ripigliava il sopravvento; e abitudine dei campi viziava gl* insegnamenti della scuola; sicch dalla Ideila let teratura non si domandavano che nuovi stimoli all' appetito; alla politica di Polibio o alla morale di Panezio ponevasi mente sol per la felice esposizione; e pi che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso, si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio della filosofia epicurea, cio impararvi a sprezzar gli Dei, negare la Previ denza, godere il pi che si potesse, conforme l esempio di quelle genti, che dliumiliazione nazionale si stordivano coile volutt, si vendicavano coir astuzia. Coll empiet, divenuta di moda e di buon gusto, colla famiglia sconnessa, collopinione storta o non curata, poteva pi conservarsi quel vivere in repubblica che suppone domi nante la virt? era a sperare che gente si fatta accettasse temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerit repubblicane?o forse ve li avviavano l'educazione letteraria, la religione, la filosofia? Le guerre lontane, i comandi in conseguenza prorogati, tanti Italiani gi ammessi alla cittadi

POMPEO E CESARE.

67

nanza di Roma, aspirazione di tutti i paesi conquistati ad entrarvi e cosi eguagliare il diritto, facendo svilupparsi le ragioni dellum anit, davan jl crollo alle istituzioni partico lari d 'u n gran comune qual era Roma. La lotta, in prima latente, venne poi a incarnarsi ne* grandi personaggi di Gneo Pompeo e di Giulio Cesare, sotto i quali capi scompariva la patria. Pompeo, ftfttore dei cavalieri, cio dell* ordine medio, onesto ma debole, seguendo idee di Siila ma colla piccola ambizione ohe cerca i posti e non sa ben tenerli, reggeasi sopra le famiglie primarie e i fautori del passato; ambi zioso senza lontana preveggenza, carattere senza decisione, che facea nascere le eventualit, poi non sapea valersene. Lucio Crasso, ricco sfondolato e di ricchezze avidissimo, avea gran credito in senato, e unitosi a Pompeo contro l'oligarchia, di il 0 !po al partito conservatore formato da Siila, talch da quel punto la costituzione romana dov considerarsi perduta. Di gran lunga superiore era Cajo Giulio Cesare, uno demag giori personaggi deirantichit; un di quelli che bisogna sieno primi. I pi tenevano in poco conto questo giovane, pallido, battuto dallepilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga: per l atante statura, 1*occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, la valentia negli esercizj ginnastici non menehe negli intellettuali, e una certa naturale alterigia, indicavanlo capace di volere con risolu tezza e di riuscir con vigore. Non v* avea soldato pi di lui robusto 0 paziente a domar cavalli, sostenere i Soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attivit, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire ; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da* suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a su a m adre, Oggi mi rivedrai pontefice 0 esigliato ; presto gli inducono la persuasione che lunico posto a s con veniente il primo. D 'a ltra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re , quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nel destino, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compro m ettere V autorit sua.

6*

CESARE.

A diciassette anni trovatosi di fronte a Siila, os disob bedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; H dittatore sanguinario lo proscrsse, ma supplicato gli perdon. Nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che seduceva anche per vantaggiarsi della loro influenza nella Roma depravata, corritor d'avventure come tutti i gio vani nobili d'allora, prodigo pi di lutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, gpr farsi aderenti, tanto ehe, prima di acquistare veruna carica, si trov un debito di mille trecento talenti, che sarebbero sette milioni e mezzo di lire. Ansi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocch con correndo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato compr i voti dei poveri, dall* altro impegn i riechi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di sdebi tarsi. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non gi per tesoreggiare, ma perch, a d ir suo, Due sono i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi ; soldi e soldati. Segnalato fra i nbili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggi i fautori di Siila. Genio ordinatore al par di questo, divis un metodo ben diverso da esso. Siila ritraeva verso un irrevo cabile passato; Cesare avviava all' avvenire cercando ci che paresse effettibile: Siila escludeva tutto che non fosse romano : Cesare abbracciava che che il mondo barbaro potesse tributare all' annosa civilt, e dilatava le gelose barriere della citt romana,ehe ben presto dall'impero e dal cristianesimo doveano essere spalancate a tutti: anche ai barbari, anche agli schiavi estendeva Pattenzione sua: chi avesse soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; egli allettava il popolo collo spettacolo, colla gloria, colla forza. Tra i due oscillava Cicerone, non ben deciso con quale stesse la libert, come avviene in tempi di fazione. E prima Pompeo lo giudic il meglio opportuno a ferire P aristocrazia, gli porse il destro d'offrire a noi posteri il quadro pi parlante della corruzione d'allora. Cajo Licinio Yerre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni, spende la giovinezza nei bagordi: questore di Carbone

PROCESSO DI VERRE.

69

nella guerra civile, diserta al nemico colla cassa; luogote nente di Dolabella contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la d per mezzo alle peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gii rivela per filo le colpe e mancanze di Dolabella : e Verre tradisce il suo capo , anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, aD elo,.ad A licariussoruba le pi belle statue: daMilesj chiede a prestanza una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il prezzo. A Lampsaco invaghitesi della figlia di Filodamo, ordina ai littori di con durgliela ; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale violenza: ne nasce un parapiglia, che a gran fatica calmato dacavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo tribunale, e il dimostra reo di morte. Venutola Roma pretore, lasciasi governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno .traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore, cio arbitro nella Sicilia ? (73 av. C.) Questo paese che avea avuto una letteratura emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici, arti sti, tutto aveva perduto coir indipendenza; e dimentiche le an tiche grandezze, era caduto in quel fondo d oppressione, dove n tampoco rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremei r e 18. A malgrado di tanti danni, quell' isola era tuttavia il fiore delle provincie. Il commercio la stringeva aglitalici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano a fitto estesissimi poderi, e v impiegavano a gran vantaggio grossi capitali: Roma la guardava come suo granajo; talmente fruttava lun per venti delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi

*8 Panni questo il concetto che ragionevolmente esce dalle ampollose lodi di Marco Tallio : Sic porro homines nostros diligunt, ut his solis neque

publicanus, neque negotiator alio sit. Magistrauan autem nostrorum inju rias ita multorum tulerunt, ut nunquam ante hoc tempus ad aram . legum , prasidiumque vestrum publico consilio confugerint. . . Sic majoribus suis acceperunt, tanta populi romani in Siculos esse beneficia, ut etiam injurias nostrorum, hominum perferendas putarent. In neminem civitates ante hunc (Verrem ) testimonium publice dixerunt; hunc denique ipsum pertulissent ei ec. In V e r r e m , II.

70

PROCESSO DI TERRE.

mesi Verre ricav dodici milioni di sesterzj i9. Che ghiotto boccone alla gola demagistrati romani I che bellarricchirsi in provincia tanto ubertosa, e per soprappiu cosi vicina, da potere considerarsi un suburbano di Roma I Verre, ottenutone il governo, calpestate e le leggi ro mane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece traboc care a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava ogni testamento finch noi si satollasse di denaro; egli obbligava i contadini a contribuire pi di quello che raccoglievano, tal ch molti campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava citt, o le obbligava a mantenere le sue bagascie; egli assoldava ac cusatori, eitava, esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui; cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare gli appaltatori * ; fedelissimi ami ci condannati come aw ersarj ; cittadini romani messi alla tor tu ra , o mandati al supplizio; gran ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate assenti, o condannate; porte e citt dischiuse ai pirati; uccisi i capitani, le cui squadre si erano lasciate vincere perch egli tardava le paghe, perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un velo sulle violenze al pudore. . I Romani mai non mostrarono n disinteressato culto n retto gusto per le belle arti ; per dalle grosse somme che co-

'

C ic e r o n e ,

In Verrem., II.

90 Se Gicerone esprime il vero, i Siciliani usavano un calendario ben rozzo, giacche, per mettere in accordo i mesi solari coi lunari, aggiungevano o toglievano uno o due giorni, facendo pm breve o pi luqgo il mese. Est

consuetudo Siculorum , ceterorumque Graecorum quod suos dies mensesque congruere volunt cum solis luneeque ratione, W nonnumquam, si quid di screpet, exim ant imum aliquem diem, aut summum biduum ex mense, quos illi f a t p e f f t dies nominant; item nonnumquam uno die longio rem mensem faciunt, aut biduo. Ivi. 31 Cicerone si scusa dell attribuire importanza a pitture e sculture. Di cet aliquis: Q uid? tu ista permagno aestimas? Ego vero ad meam rationem usumque non cestim o; verumtamen a vobis id arbitror spectari oportere, quanti heec eorum judicio, 'qui studiosi sunt harum rerum , aestimentur, quanti venire soleant, ec. In Verrem, IV. Un libro intero-.della sua azione
contro Verre aggirasi sui lavori di belle arti da costui rapiti; ed prezzo dell* opera il leggerlo, i per informarsi di tante opere insigni, s per cono scere le maniere con cui esso le carp : tra queste un Apollo ed Ercole di

PROCESSO DI VERRE.

71

stavano agli am atori, e dal dispiacere che le citt greche pa lesavano al vederseli rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi da rte , a crederli un glorioso trofeo nelle citt, un si gnorile ornamento nepalagi. Ricchissima ne era la Sicilia, greca ella stessa e forse maestra alla Grecia, corte di re possenti e 'generosi, e ma dre di segnalati artisti. P arve dunque a Verre davere un bel destro onde radunarsi una galleria, che non iscapitasse dalle pi vantate di Roma; e gi prima di porvi piede sera infornato dove giacessero i capi pi stimati ; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o pi sovente colla frode e colla violenza, n spogli il paese. Prim a della costui pretura ( dice Cicerone ) in Sicilia non v ' avea casa per poco dovi ziosa, dove, se anche altro argento non si trovava, man cassero questi ca p i, cio una grande padella con figure e in tagli di divinit, una ptera da servirsene le donne neriti sacri, un turibolo, e tu tta di lavoro antico e di squisito arti fizio: onde si pu argomentare che un tempo i Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione: e sebbene la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che ap partenevano alla religione . A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini; poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbon danza, per sei mesi continui fabbricare vasi doro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. In quella s antica provincia ( parla ancor Cicerone), di tante citt, tante famiglie, tante ricchezze, vi assicuro a stretta precisione di term ini, non es ser vaso d argento di Corinto o Deio, non gemme, non la voro d*oro o d avorio, statuette di bronzo, di marmo od'altro, non pittura o in tavola o in tessuto* chegli non abbia esaminata per portarne via quel che gli garbasse. Siracusa perdette pi statue allora, che non uomini nell assedio di Marcello . Anche su altre preziosit spingevasi la sua ingordigia,
Mirone, un Ercole dello stesso, un Cupido di Prassitele. Nelle 3femorie delV Accademia francese di belle letture j tom. IX , Frangier inser una disser tazione, intitolata La galleria di Verre.

72

PROCESSO DI VERRE.

tappezzere ricamate d 'o ro , ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro ; e poich in Sicilia abbondavano fabbri che di tele e d'arazzi, e tinture di ]porpora, esso 4eobbligava $ lavorare per suo conto. Riceve una lttera coir impronta d un bel suggello, e manda di presente pel possessore, e e vuole lanello. Antioco, figlio del re di Siria, dirigendosi a Roma per sollecitare 1*amicizia del senato, recava per donare a Giove Capitolino un candelabro, pari per afte e per ricchezza al psto cui era destinato e alla sontuosit del donatole. Fer matosi il principe in Sicilia, Verre linvita a cena, sfoggiando una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pre to re, e ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, v a sellame di metallo fino, una coppa stragrande d una gemma so la, una guastada col manubrio d( oro. E Verre a maneggiare e lodare que lavori, e prega il re voglia prestarglieli da mo strare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza un sospetto, non sa tampoco negargli quell* insigne candelabro che con ge losia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo rimanda doggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono; e perch il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per istracco gli dice: Tenetevi pure il restante, solo restituitemi il dono destinato al popolo romano . Ma Verre garbuglia non so quali pretesti, e glintima che esca dalla provincia avanti notte. , Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapitane gi dai Cartaginesi, ricuperata da Scipione. Verre ne pigli va ghezza, la chiese, e ricusato, vess gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati e i viveri; ondessi pel minor male dovettero acconsentire che se la prendesse. Con tal de vozione per era guardata, che nessuno a Segest, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiam dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito de gli uomini ! che pianger delle donne 1 che desolarsi d3 '*sacerdotil La spargeano d unguenti, la cingevano di corone, l ac88 Scyphos sigillatas. . . phaleras pulcherrime factas. . . attalica peri petasmata. . . pulchert'imam mensam citream.

PROCESSO DI VERRE.

73

compagnavano con profumi sino al confine; e poich non cessavano di deplorare fosse rimasto solo il piedistallo con iscritto il nom adi Scipione, Verre ordin di portar via anche quello. Pi sacra a tutta isola era la statua di Cerere in Enne, la dea dirozzatrice dalla Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi del dio Plutone la figlia Proserpina. Che m atita? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemorava*! la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al propri nome. Tanto permettevasi un pretore in si breve tem po, e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie e si vantava Ho rubato tanto, che non posso venir pi condan nato . I Siciliani non osavano richiamarsene dirttamente al senato, e si raccomandarono a Cicerone, (anno 70 A. C.) che nellisola loro aveva lasciato buon nome quando vi fu que store al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l'accusa,pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimoDj. Non ostante ci, non ostante che Verre fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli forensi e dallonnipotenza dell'oro, pel quale pot far prorogare i dibattimenti fin airanno seguente, quando sedeano console Ortensio e pretore Metello. Cicerone ne assunse l accusa a preghiera de*Siracusani e deMessinesi; e assicu rato di protezione da Pompeo, gir lisola araccorre testimo nianze; present il libello, facendovi pompa di tutta l'e lo quenza e sonorit sua. Pi che colle miserie de'Siciliani, egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fro di Messina un cittadino r o mano *8. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli'ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall'arbitrio de' custodi: ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente *\
58 In Verrem ., V, 3. ** Nell* orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d enorme grossezza ; onde il pretore desider vedere quelluomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo ne prese tale sospetto, che

PROCESSO DI VERRE.

E del disprezzo che savea per ci che romano non fosse grandindizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scor geva in essa la propria condanna, laonde pens prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicit dei rostri; e prima che Cicerone avesse compita la sua requisitoria, con dann Verre airesiglio, ed a restituire quarantacinque m i lioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manuscritte, e restano a provare le tra scendenza dell* aristocrazia, e giustificare lodio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleg giato, Tullio rivel una folla d 'altre prevaricazioni de'nobili che avevano' secondato Verre, talch dava di colpo a tutta l'aristocraza, la quale riconoscea s stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudfzj in arbitrio del senato; e in fatti Pompeo riusc ad ottenere che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri, i tribuni del te soro, restando cosi annichilata l'opera di Siila, che voleva tutto concentrare nell*aristocrazia.
il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar ' arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente ; e conchiude : Ci potr pargr severo; io iion% dico n s, n no.

75

CAPO IV. Cicerone. I partiti interni. Catilina. Clodio.

Quel gran nome di Rom a, nel quale patrizj e plebei, agguagliati nelle nozze, ne* possessi, ne m agistrati l, si con giungevano alla gloria comune, perdeva il fscino da che Mario e Siila avevano condotto i cittadini gli uni a guerreg giare gli altri, e le niimcizie, esulcerale col sangue, faceano ri guardare ciascuno, non come membro delia stessa repubblica, m a come congiurato d una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalit di chi acquist senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pri stina povert, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare; inabile del pari e a possedere e a tollerar chi possedeva. Chiunque conosce che la possidenza la base materiale della societ, come base morale n la famiglia, non potr non meravigliarsi della poca stabilit ehessa ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consi* deravasi come una conseguenza di formolo religiose o legali, subordinata poi sempre all alto dominio dello Stato. La deli mitazione dellaugure segnava i confini di ciascun fondo; lara
* Tentaverunt connubio, patrum significa che anche i plebei voleano nozze legittime e riconosciute, non gi'a, come sinterpreta volgarmente, che aspirassero alle nozze coi nobili. Tutta la lotta de* plebei co* patrixii elegantissimamente espressa da Floro fcol direN che i plebei volevano acquistare nunc libertatem', nunc pudicitiam , tum natalium dignitatem , / 'umorum decora et insignia. Egli stesso (di che lo loda B allanchx Palingnsie sociale) scrive : actus a Servio census quid effecit, n isi ut ipsa se nosset respublica? E il nosce te ipsum , che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo ttico.

76

TURBAMENTO DELLE PROPRIET.

le tombe lo consacravano: talch all* illanguidirsi del senti mento religioso diminuivasi la sicurezza della propriet. Dive nuta legale, restava all*arbitrio delegislatori o de* violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle sprapriazioni in cumulo, or colle proscri zioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la propriet. Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, abolizione de debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non per il modo di possesso : come gi si so leva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non rionorato il lavoro, non aperte vie onore voli al guadagno; se non che il possessore quasi su altro non fondavasi che sull ingiustizia, sullusurpazione, sulla denun zia, sullassassinio. Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupi digia e le speranze, chiunque alzasse una bandiera certo trar rebbe dietro una moltitudine, volonterosa di sovvertire l or dine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. I pri mitivi proprietarj spodestati, baccanggiavano nel f r o , vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al pi faceano so nare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto. Vedevasi abisso, non come colmarlo. Stimolato da Ce sare, il tribuno Rullo Servilio, pens almeno m palliativo, proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti (anno 63). Decemviri doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d Italia quelli conquistati dopo il primo consolato d i Siila; le gabelle di essi mettevansi all' incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprerebbero campi in Ita lia , da piantarvi colonie e ripristinare le propriet minute. Gome un co m p ero , egli dichiarava legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo 82, cio le Sillane, ed anche le usur pazioni. Sbigottirono i ricchi al pensare che le propriet loro d o vessero passare alla rassegna del rappresentante di popolo ;

LEGGE AGRARIA. CONTRO RULLO.

77

sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai Dieci, che co) sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mu tar lo Stato. Pertanto a Cicerone, che, merc de* cavalieri era divenuto console, e attorno al quale si aggruppavano i ricchi, affidarono incarico di dissuadere la legge. Ed egli, bench neU'acoettare la suprema magistratura avesse professato vo ler essere console popolare, adopr quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Bullo; con arte da retore met tendo in giuoco tutti i sotterfugi e pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a questioni di per sone; lusing il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, in gegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubbica; bland la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva : Quando mai s'e ra veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? Sarebbe degno di si gran madre il trapiantare i suoi figli sopra terre acquistate a altrim enti che colla legittimit della spada? distribuire le > terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui * proveniva il grano da dispensare al sacro popolo ? * Popolare * son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato di * aderenze: ma la popolarit non consiste nel sommuovere con larghe promesse; bens la pace, la libert, il riposo tono i beni inestimabili che io voglio far goder al popolo. Cotesto * Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall*equit e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla * legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depre* Vi fanno vendere i campi di Attalo e degli Olimpeni, aggiunti al popolo romano dalle vittorie di SA^vlio, fortissimo uomo ; poi i regj campi di Mace donia, acquistati dal valore di Flaminio e di Paolo Emilio; poi la ricca e uberm tosissima campagna corintia, unita alle rendite del popolo romano dalla fortuna di Lucio Mummio ; quindi i terreni della Spagna, posseduti per lesimia virt dei due Scipioni ; poi la stessa Cartagine vecchia, che spogliata di tetti e di m u r a ,o per notare la sciagura de Cartaginesi, o per testimonio della nostra vitto ria, o per qualche religioso motivo, fu da Scipione Africano ad eterna memo* ria degli uomini consacrata. Vendute queste insegne, ornata delle quali i padri .m vi trasmisero la repubblica, vi faranno vendre i campi che re Mitradate posse dette nella Pafagonia , nel Ponto, nella Cappadocia : e non pare che iilseguano 1*esercito di Pompeo coll asta del banditore, costoro che propongono di vendere m i campi stessi dovegli or agita la guerra. De lege agraria , L

78

ROSCIO. RABIRIO. PISONE.

dame la libert, arricchire i privati spogliando il pubblio. I decemviri restano convertiti (quale orrore 1) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Gapua la quale gi un tempo aveva osato chiedere che uno deconsoli fosse campano, e che, lieta di posizione e di ter ritorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, tri sta di vie, con angusti sentieri, con povera campagna . Cos solleticando tutti 1 pregiudizi Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarit ne rimase scossa. Un altro tribuno Roscio Otone propose che ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne' giuochi. Ne spiacque talmente ai plebei, che dai sibili si stava per venire ad aperta som mossa, quando Cicerone ricomparve alla ringhiera, e si ben parl, s bene confuse l ignoranza della ciurm a, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio reci tava *, che il popolo s* inghiott la legge di Otone. Cajo Rabirio, fazioniere di Siila, quarantanni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorch i citta dini in massa furono chiamati dal senato a prender le armi per Mario e Flatco.Contro di lui, or vecchio e senatore, Giu lio Cesare per mezzo di Tito Labieno port accusa, dove si trattava nullameno che di sminuire al senato il diritto d'affi dare la plenipotenza ai consoli, colla legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l imputato: ma l eloquenza di lui, lorrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le ldi che profuse a Mario < r padre e salvator della patria, vero procrea tore della libert e della repubblica , noi salvarono dai fi schi della moltitudine, esaltata dalP effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; n il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Di cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, per severando nellattribuire importanza a quellordine; e por tato console, li costitu come una classe media fra i senatri e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mntre il po
8 M a c ro b io ,

Satum . , II. 10. Vedi le orazioni cqntro Rullo e Pisone.

CATILINA.

79

polo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli deproscritti che, per le leggi Siliane, rimanevano non solo spogli della propriet, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l iniquo castigo. Domanda giusta quanto mode rata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soc combuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla ven detta, poi a nuove spropriazioni; d altra parte se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impove rita , non ra probabile che se ne volesse rifare? 4 Con uno sfoggi di stile, che forse niun*altra volta mai tanto artifizi, insinuava ai soffrenti la necessit di soffrire pei comune vantaggio; pazientassero uningiuria profittevole alla repubblica, la quale, avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Siila, sarebbe sovvertita allinfirmarsi di quelli. Anche questa volta trionf l eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Siila deposero la paura di vedersi spogliati: e la scisi pure'che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che pi s erano impinguati nelle preterite vicende, che erano i due Luculli, Crasso, O rtensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ul tim i conservatori romani di vigorosa indipendenza. Restava quel morbo postumo di tutte le g u erre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di legge e di lettere, e non anelano se non occasioni di menare di nuovo le mani ; opportunissimi a chi, per via della sommossa e degli assas sini politici, pensasse tentar cam biam enti8. lo fece Lucio Catilina, dellillustre gente Sergia, senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti m aniere, franco parlatore,
* S ne vant molti anni dipoi : Ego adolescentes fortes et bonos, sed usos ea condiliotie fortunas y u t, si essent magistratus adepti, reipttblica! statum con vulsuri videren tu r.... comitiorum ratione privavi. In Pisonem, li. Quel Cicer rone he aveva rinfacciato a Rullo di ratificare le usurpazioni di Siila, tre anni dopo sosteneva la legge portata dal senato che confermava i possessi Sillani, e che autorizzava a vendere le gabelle per comprare possessi a nuovi coloni (A d A ttico , 1,1 9 ) ; e per far gTato a Pompeo, sostenne la Vogazione di Flavio.

8 Quicumque aliarum ac senatus partium rant, tconturbri rempubl{cam quam minas valere ipsi volebant. S a l l u s t i o , Catil., 37.

so

CATILINA.

largo del suo, ingordo dellaltrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile nemezzi, ambendo ad alte cose, biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi. Serviziato cogli amici; s'aveva bisogno duncavallo? darm i? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lu i; a lui per eludere loculatezza dun padre, la severit d un giudice, le persecuzioni dun creditore; a lui per com prare voti necomizj, testimoni falsi ne tribuna^, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto in altri tempi colla virt, coll onoratezza, o colle loro apparenze. Al tempo di Siila erasi segnalato per ferocia neH eseguirne e trascenderne i comandi, e per tali vie attinse le primarie dignit: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pre tore in Africa, dove commise strane vessazioni. Alle sue prodigalit non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza n ricchezza per far dimen ticare gli assassini e gl incesti suoi, cercava modo di capo voltare la repubblica per sublimarsi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Siila. Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all uopo il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stor mo damici, alcuni buoni, allettati da certe apparenze di vir t; i pi, fradici nel vizio, strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di Siila, che avevano sciu pato facilmente i facili guadagni; figliuoli di famiglia, che in erba serano mangiata l eredit; Italiani spossessati, provin ciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e la firma negiudizi e ne testamenti, la mano nelle schermaglie civili, e che guatavano ai ricchi, e adocchiavano solo il destro di far suo laltrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per mag gire sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo, anima robusta, acuto dingegno, mediante il quale conosceva il suo tempo si bene, che diceva : Io vedo nella repubblica una testa senza corpo, e un corpo senza te sta ; quella testa sar io . Cercava singolarmente appoggio col blandire glItaliani.

CATILINA.

*81

La gran nemica della libert italica chi era ? Roma. Chi fab bricava e ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe ari stocratica, che come privilegio traeva a snobilt, ricchezze, giudizj, e per conseguenza le potenti clientele e le magistra ture. Si sovverta dunque il mal congegnato edifizio, e incen dio di Roma divenga segnale deir affrancamento di tutta Ita lia: i beni siano restituiti agli spropriati da Siila, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti: insomma il fallimento pub blico, la sovversione sociale, c I soffrenti non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anchesso sof frente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre in promesse di ricchi e potenti? Chi vuol riavere il perdu to, ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla disperazione mia: agli oppressi, agli sgra ziati fa mestieri d un capo ardito e pi sgraziato di tutti . 8 Ben far meraviglia come un tal ribaldo osasse presen tarsi a domandare il consolato; tanto fidava nella briga de'suoi e nel denaro. Il senato gli oppose che dovesse in prima sca gionarsi delle accuse di concussione, dategli dagli Africani; col che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda Cicerone, caro all'oligarchia senatoria che se l'era guadagnato, ai ca valieri al cui ordine apparteneva, agl*Italiani come Arpinate, alla plebe come uomo nuovo. Catilina pr dispetto acceler la congiura gi ordita, che da basso ladro e assassino lo convertisse in gran cospiratore, e alla quale aveva guadagnato cavalieri, senatori, plebei, di ogni sort scontenti. Tra la costumanza vulgare d attribuir sozzure od atrocit alle congreghe secrete, tra interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che non si bucinasse sul conto di Catilina e de suoi: suggellarsi i loro giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti yiscere d uno schiavo, e bevere uno il sangue dell altro 7; sacri6 Cos lo fa parlare Cicerone. 7 Sallustio attribuisce questaccusa all* astuzia degli amici di Cicerone. JSon-

nullijcta hoc et multa pr ceterea ab iis existimabant, qui Ciceronis invidiam le niri credebant atrocitate sceleris eorum qui pernas dederant. Pure Dione Cassio
pone espresso che si scann uno schiavo, e proferita la forinola del giuramento,
CAIWT. Storia detta Lett. Latine.

CATILINA.

Scarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario ; che Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per mero esercizio ; che ordiva d'appiccar fuoco a Roma, e truci dare il meglio dei senatori. A queste basse e inutili atrocit presteremo noi fede, qualora pensiamo che alla congiura pre sero parte pi di venti prsonaggi senatorj ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perch convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors' anche .Antonio Nepote console, Cornelio Cetego tribuno, due Siila figli del dittatore, Lentulo S u ra , il quale vantava tra suoi avi dodici consoli, e che dai libri Sibillini esser promesso il regno a tre Cornelj, cio Cinna e Siila e lui terzo ? 8 Che Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non consta n egli affettava ipocritam ente: e forse, come il pi de*cospiratori, voleva abbattere prima di sapere che cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la
Catilina la conferm prendendone in mano le viscere, e dopo lui i complici : yotjt? r iv a &, ^ . . XXVII. 30. Niente di strano in quest*atto, derivante dalla comune credenza del potere misterioso de* sacriGzj umani. Cicerone da Catilina come un mostro nelle Catilinarie: ma nell1 ora zione pr Rufo lo imbellisce. Voi non avete dimenticato come egli avesse, se * non la realt, 1*apparenza delle maggiori virt. Circondavasi duna banda di perversi, ma affettavasi devoto a stimabilissime persone. Avido della dissolu ta tezza, con non minore ardore si applicava al lavoro ed agli aHari. Il fuoco delie * passioni struggeva il suo cuore, ma piacevasi altrettanto delle fatiche guerre sche. No., mai cred* io sia esistita al mondo una mescolanza di passioni e gusti tanto differenti e contrarj. Chi meglio di lui seppe rendersi gradito aperso naggi pi illustri ? qual cittadino sostenne a volta a volta una parte pi onore vole 1 Roma ebbe mai nemico pi crudele.? chi si mostr pi dissoluto nei pia* cerij pi paziente nelle fatiche, pi avido nelle rapine, pi prodigo nel largheg giarf Ma il pi mirabile in oostui era il suo talento dattirarsi una turba d*amici, d*allacciarseli con compiacenza, di partecipar loro quanto posse deva, di fare a tutti servizio coi proprio denaro, col-credito, colle fatiche, fin col delitto e coll* audacia ; di padroneggiare il suo naturale, acconciarlo a w tutte le circostanze, piegarlo, raffazzonarlo in tutti i sensi ; serio cogli au* steri, spdssooe cogli allegri, grav coi vecchi, amabile coi giovani, audace co gli scellerati, dissoluto coi libertini. Merc di questo carattere flessibile e accomodante, erasi attorniato duomini perversi e arditi, come anche di cit tadini virtuosi e fermi, colle sembianze d* una virt affettata. . . . La colp d* essergli stato amico comune a troppi, ed anche ad onestissimi. Io stesso * fui ad un punto di restar ingannato da costui, credendolo buon cittadino, * zelante degli uomini onorevoli, amico devoto e fedele ,

CATILINA.

83

guerra civile e le proscrizioni, gavazza di chi ambiva denaro, -sfogo di passioni, volutt di prepotenza. Avesse ancbe ideato alcun bene, poteva compirlo con simili mezzi? tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio, l assas-sinio, irruzione dei peveri viziosi contro l ordine sociale ? Mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso ; male la si comincia col trascinare altri ne propij vizj, siccome Catilina faceva; e una causa appoggiata a ribaldi pu reggersi per un momento, non mai riuscire Gi quel cupo susurro che precede la tempesta, e qual che imprudente rivelazione, e alcuni portenti interpretati da gli Etruschi diffondevano una vaga paura d uccisioni, d incendj, di guerre civili, talch a stornarli si erano ordinate litanie e sagrifizj. Cicerone ne sapeva di pi, ma que ru mori non ismentiva: preparavasi; scaltriva il senato; teneasi sull* avviso. Compariva tra congiurati Quinto Curio, ridottosi al ver de per corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pes sima fama, la quale, comegli cess le largizioni, cess i fa vori. Rifiorito di grandi speranze pei vanti di Catilina, Curio cominci a prometterle mari e monti ; ed ella insospettita, n succhiell il secreto, e lo vendette a Cicerone, che del con giurato si fece una spia : mutazione agevole in anime de pravate. Tullio avea raccolto altre prove, dissipato un tentativo, co diato ogni passo di Catilinarii quale, quanto denaro pot mand aFisole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente guadagn e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio prode veterano di Sfila, mentre altri eccitavano nellUmbria, nel Bruzio, nella Campania, e fin nella Spagna e nellA frica,, e legavansi intelligenze colla flotta a Ostia. Allora Cicerone convoca il senato, e gli manifesta tutta quell'orditura, il giorno e lora in cui doveasi metter in fuoco Roma, trucidare i senatori e lui console; ottenuta illimitata autorit, spedisce chi tenga in dovere le citt d'Italia sem p re indisposte contro la loro tiranna; empie Roma di scolte, promette impunit e guiderdone ai cotfiplici che rivelassero. In una nuova adunanza del senato, Catilina ebbe la franchezza

84

CATILINA.

di comparirvi, quasi volesse imporre coll audacia ; ma Cice rone lo invest colia famosa invettiva, gettando in volto a co stui i suoi disegni, mostrando saper tu tto, avere a tutto prov? visto, e fulminandone l'impudenza. Potrei, dovrei far giustizia subito, quivi stesso, d'uno scellerato par tu o ; ba~ sterebbe un cnno, e questi cavalieri si avventerebbero so pra di te. Non vedi lorrore che ispiri a tutti? Lascia Roma, dove ornai nulla ti resta a fare: vattene al campo di Mal' lio, ove t attende una morte da par tuo. Mi domanderete, o padri coscritti, perch io permetta a Catilina d'andare a mettersi a capo di bande, armate contro la repubblica, in vece di usare contro di lui autorit conferitami dalla leg ge. 11 supplizio del solo Catilina non basta a svellere questa gi invecchiata peste della repubblica; lasciate che s anno dino, e d un sol colpo schiacceremo i nemici . Catilina lascolt immobile sul suo scanno, poi con affet tata tranquillit avverti i senatori non badassero ai millanti del console, suo giurato nem ico,.vilian rifatto, che n tam poco una casa propria avrebbe avuto a perdere in codesto incendio, da lui almanaccato per provare fin a che punto giun gesse la burlevole credulit dei senatori. Questi per tron carono le parole al cospiratore, gridandolo micidiale, incendia rio, parricida; talcb egli se ne and alla curia, esclamando: Giacch mi vi spingete, estinguer quest* incendio non coll acqua, ma colle ruine . E buttata gi la visiera, sbuc dalla citt con pochi com plici 9; lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i pi accenniti avversari e Cicerone pel primo, finchegli ritor nasse dall Etruria con un esercito da far tremare i pi audaci. Il senato pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e decreta che rimanga a tutela della citt Cicerone, il quale compariva in pubblico con una gran corazza 10 per ripararsi dagli stiletti che dogni parte immaginava; l altro console Antonio Nepote proceda contro i rivoltosi. Catilina, assunto il comando., dell esercito dell* Etruria e
9 Credo a Sallustio e a Cicerone pi che a Plutarco, il quale ( in Cieer. ,1 6 ) gli dk trecento seguaci armati e i fasci consolari. 10 IUa lata insigniscile lorica. Pro Murena, 25.

CATILINA.

85

le insegne del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai padroni ammutinati nel Bruzio e nell Apulia ; le vette dell Appennino si coronano d 'arm i; armi sommini strano i veterani di Siila agli spodestati contadini : povera Italia, che non inalberava pi lo stendardo nazionale, ma quello d 'u n tristo cospiratore, e non affida vasi nella riscossa popo lare, ma nei coltelli di assassini t I congiurati rimasti a Roma, e discordi fra loro sul modo d azione, gli uni spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe prov videnze e a far rispondere a quel movimento la Gallia : ma Cicerone fa arrestare Ceprajo, Gabtoio, Statilio, il timido Lentulo S ura, il violento Cetego, in casa del quale si sco prono armi e materie da incendio 11 ; e insiste perch, cor me di perduelli, se ne prenda ultimo supplizio. I senatori aderivano al consiglio di lui e della paura; Giulio Cesare esortava s'andasse piano a*mai passi: ma sovra proposta di Catone fu sentenziato che il nemico della patria non era cit tadino; dunque morissero. Bench, quando si lev l'adunanza, fosse ora tarda, te mendo che nell' intervallo non si preparasse qualche colpo per salvarli, il console si rec al carcere Tulliano, dov'erano stati ridotti, per assistere al loro supplizio: compito il quale, annunzi egli stesso che erano vissuti; e fra le torcie e le vie illum inate, corteggiato, applaudito qual salvatore e pa dre della patria, torn alla sua casa ; poi il domani pot as sicurare i Quiriti che la repubblica, la vita di tutti, i beni, le fortune, le spose, i figli, la fortunatissima e bellissima citt, stanza del chiarissimo impero, per ispecial amore degli Dei imm ortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma, dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappato e restituito a loro . Catilina pretesseva a suoi tentamenti il nome di emanci pazione, di salvezza degli oppressi ; e con una massa tumul tuaria , armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall* E tru ria difilavasi verso l Gallia Cisalpina, che anche allora fre*
11 i, ** &, dice Plutarco; ma Cicerone non parla che di armi.

86

CONSOLATO DI CICERONE.

meva sotto il giogo. Ma il pletore Metello Celere appostollo nella montagna pistjese, e dopo accannita battaglia, Ca tilina medesimo ferocemente combattendo per, e seco tre mila congiurati, con valore degno di causa migliore **. Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana storia : ma troppo dimenticava quel che di straordi nario e di labile ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal preconizzarlo, e Catilina, e il minacciato in cendio, e gli aguzzati pugnali erano o tema o episodio inevi tabile d ogni suo discorso, < c Cedano le armi alla toga! 0 for~ * tunata Roma, me console nata!.. Me Quinto Catullo, presi dente di questordine, in pienissimo senato chiam padre * della patria; Lucio GelHo, uom chiarissimo, disse dover-

11 racconto nostro dee aver mostrato le incertezze che rimangono sopra la natura e 1 *estensione del delitto stesso. Su quella congiura abbiamo testimo nianze incidenti di molti ; pi estese, sebben tarde, di Appiano, Dione Cassio, Plutarco e Svetonio, che tutti danno qualche nuova particolarit; contempo ranee quelle di Sallustio nella Catilinaria , e di Cicerone nelle famose arringhe. Sallustio era devoto a Cesare, e scriveva per arte pi che per istudio di verit ; e come avverso a Cicerone, nod disfavorisce troppo Catilina, sebbene ostenti morale col disapprovarne i vizj. Cicerone un regio procuratore, che vuole dimostrar rei gli accusati. S ci restassero la storia del suo consolato e le lettere sue di quel tempo, ne trarremmo certo maggior lume che da passionate arringhe r delle Catilinarie poi i moderni filologi impugnano 1 *autenticit, or di alcuna, or di tutte, scoprendone cattiva la latiuit, infelice larte, e dichiarandole opera dr retori. Gli eccessi della critica ci muovono a sdegno collo strapparci quelle ammira zioni che concepimmo fin dalle scuole : pure forse vero che le da noi posse dute non sono proprio le recitate da Tullio, quantunque si sappia chegli medesimo aveva introdotto nel senato gli stenografi per raccorre gli atti Verbali. Ad ogni modo, tanta vi appare la cognizione de* fatti .speciali, degli usi, delle leggi, tanta la - corrispondenza con altri passi di Tullio e nelle orazioni e nelle lettere, che sa rebbe assurdo 1 * attribuirle a qualche frate del medio evo, o a qualche retore po steriore; e bisognerebbe farne merito i Tirone, il celebre liberto e secretario di Tullio : lo che, se pregiudicherebbe al concetto artistico, non diminuirebbe la loro validit storica. Sulla congiura di Catilina fecero riflessioni in senso diverso, oltre gli storici, Saint-Evremond, Saint-Real. Mably, Gordon, Montesquieu, La Harpe , Vauvenargues, Napoleone (Mm. de Sainte-Hlne, 22 marzo 1816). Una buona storia ne tess Serant de la Tour; e-a tacere quella debole di un anonimo, una completa ne pubblico Prospero Merim e, Etndes sitr Vhistqre romaine. Crebilloi* e Voltaire in Francia, Ben Johnson in Inghilterra, ne trassero soggetto di tra gedia; e un dramma giocoso Giambatista Casti. Gomont, traducendo pocanzi in francese la Catilinaria di SaUustio, si credette in dovere di protestare che non faceva allusione a fatti del 1848 e posteriori.

VANIT P I CICERONE.

87

misi una corona civica; il senato mi rese testimonianza non d aver bene am ministrata, ma di aver conservata la repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj > degli Dei immortali. Quando deposi la m agistratura, inter rompendomi il tribuno di dire quel che avevo meditato, e solo permettendomi di giurare, giurai senza esitanza che la repubblica e questa citt furon salve per opera di me solo. il popolo romano tutto in quelladunanza, dandomi non la congratulazione di un sol giorno, m a limmortalit, un tale e tanto giuramento approv^ ad una voce le. Sul proprio consolato scrisse commentarj ih greco e un poema in tre canti ; e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterit in modo benevolo; chegli stesso gliene sommi nistrer i documenti u . certamente bello il poter fare questi
** In Pisonem. 14 Epistola non erubescit. Ardeo cupiditate incredibili, neque, ut ego

arbitror, reprehendenda, nomen ut nostrum saiptis illustretur et celebretur tuis: quod etsi mihi sape ostendis te esse facturum , tamen ignoscas velim huic festinationi meat. . . . Non enim me solum commemoratio posteritatis ad spem immortalitatis raptt, sed etiam illa cupiditas, ut vel auctoritate testimonii tu i, vel judicio benevolentiae, vel sttavitate ingenii v iv i per/ruam ur. , . . Nos cupiditas incendit festinationis, ut et ceteri, viventibiis nobis, ex literis tuis nos cognoscant,.et nos metipsi v iv i gloriola nostra perfnuunur. Epistole
ad familiares, V.

R es eas gessi, quarum aliquam in tids literis et nostrae necessitu dinis et reipublicae causa gratulationem expectavi. . . . Q ua, cum veneris tanto consilio tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognoses, ut ibi multo majori quam Africanus f u i t , me non multo minorem , qnam Lcelium, fa cile et in repttblica et in amicitia adjunctum esse pdtiare. Ivi.
Gi scrivendo contro Verre ( v. 1 4 ) esclamava: Dei immortali, qual

m divario di mente e d inclinazioni fra gli uomini 1 Cosi la stima vostra e del po polo romano approvi la mia volont e speranza, com* io ricevetti le cariche in modo da credermi legalo per religione i tutti i doveri di quelle. Fatto m questore, reputai essa dignit non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la * questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s 'un teatro a spettacolo di tutto il mondo, onde mi negai ogi cosa che reputata piacevole, non solo a straordinarj m appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto di quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che deVo fare san ti tissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera ; colla solen nt degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana ; com m friere colla massima dignit e religione i giuochi antichissimi che si dicono m Romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva ; he mi h data a difendere la citt tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e Tattenzione di queste

88

I / INVIDIA CONCITTADINA.

vanti, e pi volentieri corrono al labbro di chi vittima dell'ingratitudine cittadina; ma difficilmente ottengono per dono, e Cicerone col ripeterli attizzava invidia, quanto pi remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d'av er con giunto senatori e cavalieri a comprimere la. democrazia, i malevoli lo chiamavano il terzo re straniero, dopo Tazio e Numa, ed aspettavano tempo e luogo per fargli scontare i resi servigi. Perocch al benemerito di rado perdonato il bench fece; e invidia, rassegnata a tollerare le violenze, non sof fre che uno si com piccia daver operato il bene. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce ne rimane testimonio una fiera invettiva, attribuita a Sallustio, nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui, della moglie, della figliuola) gli si diceva: Vantarti della congiura soffocata ! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi con dannare a m orte, chi multare in denaro, secondo te ne en trava talento. Un cittadino ti fabbricava abitazione, uno y la villa di Tusculo, uno quella,di Pompej, e costoro erano i belli e i buoni: chi noi volesse, quello era un ribaldo, che ti tendeva insidie in senato, Veniva ad assalirti in casa> minacciava fuoco alla citt. E eh' io dica il vero, qual pacose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferire il suo parere, la .toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per con* servare la memoria alla posterit *. Thomas, parlando di lui nel Saggio degii elogi, scrive: Lod se me desimo anche fuor dei momenti dentusiasmo, e ne fu biasimato : io n lo ac cuso n lo giustifico ; solo osserver, che quanto pi in un popolo la vanit su pera lorgoglio, pi esso tien conto, dell'arte importante d adulare e dessere adulato, pi s ingegna a farsi stimare con mezzi piccoli in mancanza di grandi, si sente ferito persino dallaltera franchezza e dalla schiettezza naturale dun animo che conosce la propria lealt e non teme di menarne vanto. Ho -veduto al cuno stomacarsi perch Montesquieu os dire Son pittore anch* io: oggi anche 1 *uomo pi guasto, anche qell atto di concedere la sua stima, vuol conservare il diritto di ricusarla. Fra gli antichi, la libert repubblicana concedeva maggior energia ai sentimenti, e pi libera franchezza al discorso; qu?st* infiacchimento del carattere, che si chiama gentilezza, e che tanto teme di ledere lamor proprio, cio la debolezza incerta e vana, era allora men comune; si aspirava mentosto ad esser modesti che grandi. La debolezza conceda pure qualche volta alla forza di conoscere s stessa ; e se ci possibile, consentiamo ad avere uomini grandi an che a questo prezzo .
m

PRIMO TRIUMVIRATO.

89

i trimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti col l'azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville? col sangue e colle viscere dei cittadini, tu supplice cogli inimici, tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, 0 fortunata Roma, me console nata ?S fo rtu j > natissima, che sostenne una pessima persecuzione, allorch tu ti recasti in mano i giudizj e le leggi. E pur non rifin * di tediarci esclamando, Cedano Varmt alla toga, % lauri alla favella; tu che della repubblica pensi una cosa stando, unaltra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno t5. Tra siffatti tumulti andavasi logorando la repubblica, e ormai non mancava se non un braccio robusto chele ponesse o il freno o i ceppi. La capitananza del partito popolare, fiac camente maneggiata da Gneo Pompeo, fu presa risolutamente da Giulio Cesare. L'orgoglio patrizio egli riponeva nel sotto mettersi cotesti usuraj arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola faceva sedere per sino provinciali, e servirli collistessa qualit di pane. Pompeo, tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Ce sare, perch quegli menava vanto de*fatti suoi, questo no, e possedea la gran politica di far servire gli altri a' suoi propo siti. Avendo ottenuto' il governo della Spagna Ulteriore ( an-^ no 61 ), i ereditori noi lasciavano partire, finch Crasso non si esib mallevadore per lui di cinquecentrenta talenti. Anda tovi, men guerra risoluta, spinse* le conquiste fino alle rive dell' Oceano, e torn risanguato a segno, che spense gli enormi debiti. 1ambito onore del trionfo, che il costringeva a ri manersi fuor di Roma finch l'ottenesse, rinunzi per en trarvi a chiedere il consolato; al qual fine barcheggi in modo d'amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pom peo s'accontentava di dimezzar l impero coll'emulo dacch pi non si vedeva l idolo del senato; e fra questi tre si strinse una Jega, conosciuta col nome di primo triumvirato (anno 60), che ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pom peo la popolarit, Cesare il genio. N
Ap. Q o in ti lia n o , L istit . , IV.

90

CLODIO.

In tale posizione diventava ormai un sogno la libert repubblicana, e Cicerone pur vedendolo, or all'uno or all*al tro s accostava, ma principalmente a Pompeo, perch fautor del senato e conservatre degli antichi privilegi. Onde di Ce sare diceva: Io presento in lui un tiranno: eppure quando lo miro con quel capolino cos acconcio e grattarsi col dito per non iscomporre la pettinatura, non so persuadermi che uom siffatto pensi sommuovere lo Stato . La libert per che egli usava rirapetto ai trium viri, gl*indusse ad av versarlo; il che era pi facile e perch non apparteneva alla vecchia aristocrazia n munivasi che de propij meriti, e perch il senato stesso, bench se ne giovasse, amava vederlo umiliato, sia per que suoi vanti, sa per mostrare quanto poco potesse chi non avea gran natali o grandi ricchezze. Laonde aizzarono contro di lui Publio Clodio. Stratto dall'il lustre casa Claudia, ma fattosi demagogo, e rottosi alla petu lanza e al disordine, costui avea diffamato la sua giovent con ogni nefando libertinaggio: viol i misteri della Dea Bo na, e pot cavarsene impunito: in una sommossa uccide il tribuno del popolo, eh' era favorevole a Pompeo, e temendo non ne sia peggiorata la sua causa, fa assassinare l altro tri buno ch'era favorevole al suo partito, onde incolpare gli avversarj. Nel territorio di Rosella, nella Maremma, movea guerra alla strada Aurelia, e imbaldanzito dall'im punit, stipendiato un branco di gladiatori, facea tremare que'poveri liberti che ormai soli rappresentavano nel fro la maest del popolo romano. Bench nobile, si fece adottare da un popo lano, per essere eletto tribuno della plebe. Allora, spalleg giato dai triumviri (anno 5 8 ) , che sotto la sua maschera esorbitavano, si affezion il vulgo con proporre distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate. Tra per izza personale, tra per istigazione de* trium viri, tra per ingrazinire la ciurma, sempre smaniosa di buttar nel fango gl' idoli di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro.Cicerone. Il quale vedendo in aria il nembo, compressi il tribuno Lucio Mummio perch costantemente si opponesse al collega: ma Clodio giur a Cicerone che nulla imprenderebbe contro di lui, purch ritraesse Mummi dalla sistematica opposizione.

ESIGUO DI CICERONE.

91

Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore, f decretare dal popolo non e^ser mestieri d'augurj per le leggi proposte ai comizj dai trib uni, mirando con ci a rim uovere l'ostacolo della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo. Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse man dato al supplizio un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era macchina contro di s , onde vesti a corrotto; lasci crescersi la barbar supplicava gli amici a di fenderlo; anche il senato s'abbrun, finch i consoli ordina rono riprendesse la solita porpora ^duemila cavalieri in lutto supplicavano per Cicerone, e gli faceano scorta contro i bra vacci di Clodio, che insultavano 1umiliato oratore, e dispen savano coltellate. Da Clodio accusato davanti alle trib d avere ucciso Lentulo, Cetego e gli altri cavalieri romani, Cicerone ce dette alla procella, e usc di citt nottetempo. Il terrore sparso da Clodio faceva pi amari i passi della fuga di lui: si vide chiusa Vibona, citt della Lucania da cui era stato eletto patrono; si trov respinto dalla Sicilia, campo di sua glo ria duram ela questura, poi sua protetta contro Verre ; ri cevette intrepida ospitalit da Lenio Fiacco a Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato a Dtirazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele deiresiglio, fiacca mente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vlt? alla p a tria 11, onde quei Greci, dop esaurite tutte le consola
Oltre le lettere, vedi lorazione pro Plancio, 40. Le lettere sue ridondano di fiacchi lamenti: Mi struggo di doglia, Te renziamia. Io son pi misero di te miserissima, perch, oltre la sciagura c* tirane, mi pesa l colpa. Mio dovere sarebbe stato o colla legazione evitare il pericolo, o colla diligenza e gli armati/esistere, o cadere da forte. Nulla poteva esser pi misero, pi turpe, pi indegno di questo. . . . D e notte mi sla in nanzila vostra desolazione...........Molti sono nemici, invidiosi quasi tutti. Vi * scrivo di Tado, perch, se sono accorato in ogni tempo, quando vi scrivo o leggo lettere vostre v tutto in lagrime, che non posso reggere. Oh fossi stato men cupido della vita I oh me perduto ! oh me desolato ! Che ne sar di Tullietta T pensateci v o i, chio pi non ho testa. . . . Non posso dire di pi, perch mi impedisce 1*angoscia *. Onde Asinio Pollione {ap. Sknxc) diceva: Omnium

le

92

SUO RIMPTRIO.

torie che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata nelle filosofiche disquisizioni, mettevano in campo so gni ed augurj per assicurarlo di uu -sollecito richiamo. Aspet tando il quale, si conduce a Tessalonica: quivi piange, si di spera; desidera morire, vuole uccidersi; tutti modi di far parlare di s quando teme che il mondo lo dimentichi. Clodio, esultante cme dun trionfo, fece decretare ban dito Cicerone a quattrocento miglia dalla citt e confiscati i suoi averi, demolirne la casa e le ville, e consacrare dai pon tefici area dov'erano sorte, perch pi noni' potessero venir gli restituite. Doverano allora gli amici, i beneficati di Tul lio? dove i cavalieri ch'egli avea messi in istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pl perseguitato 1 sciagurata libert dove l ' ingiustizia fatta ad uno non si considera torto comune ! Ai triumviri pi non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo,il rimand in Armenia, fomite di turbolnze: Pom peo se ne tenne insultato, e pens vendicarsi dell' audace de magogo col revocare Cicerone. La proposta fu dal senato ri cevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana. Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fro circondato da'suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre, come dicea questi, un lago di sangue ai suo ritor no : ma Tito Annio Milone, italiano di Lanuvio e genero di Siila, collega di Clodio e non meno manesco, fece altrettanto: e mentre le due masnade stavano guatandosi in cagnesco, il richiamo pass. A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (anno 57), di cui non far maraviglia chi veda anc'oggi la leggerezza di mol titudini che festeggiano del pari un pontefice o un tavernaio. Per verit i quotidiani baltibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone come una riscossa contro la
adversorum nihil, ut viro dignum est, lidit prteler mortem ; ma soggiunse: Si qts tamen virtutibus vitia pensarit, v ir magnus, aeer, memorabilis f u i t , et in cujus laudes oratione prosequendas Cicerone laudatore opus fu erit.

SUO RIMPATRIO.

93

violenza e perch egli era simbolo della libert regolare, del 1' alzamento d 'u n uomo nuovo contro la fazione patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volont comuni e moderate contro le personali e violente. Gi quando si erano posti all asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi : allora poi tutte le citt municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano a festeggiarlo; il senato gli usci incon tro fino a porta Capena, e il condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una delle pi giuste sue compiacenze, e Qual altro cittadino, da me in fuori, il se * nato raccomand alle nazioni straniere? Per la salvezza di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono che i governatori delle province, i questori, i legati custodissere la salute e la vita. Nella mia causa sol tanto, da che Roma Roma, avvenne che, per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero dall'Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che il senato non mai decret nel pericolo di tutta la repubblica, ^tim dover decretare per la mia salute. Chi pi fu richiesto dalla curia ? pi compianto dal fro? pi desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa fu deserto, orrido, muto al mio partire, * pieno di lutto e di mestizia. Qual luogo dItalia, ove nei pubblici documenti non sia perpetuata la premura dell# mia salvzza, l attestazione della dignit? A che serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio che, con triplice trionfo, aggiunse a questim pero le tre parti del mondo, profer una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza daver conservata la patria: e quella sentenza fu dallaffollatissimo senato approvata in modo, che un sol nemico dissenti, e ne*pubblici registri fu la cosa tramandata a. sempiterna memoria? o quel che il domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o causasse indugio in grazia degli au spiqj' chi lo facesse, sarebbe avuto qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe severamente? Collii

U4
* *

CLODIO E MILONE.

quale severit avendo il senat remorata la iniqua baldanza di taluni, aggiunse che se, necinque giorni in cui si poteva trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in ptria e in ogni dignit. . . Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come venendo, i Brindisini mi abbian, per cosi dire, sporta la destra di tutta l'Italia e della medesima patria? V e per tutto il viaggio le citt italiche apparivano in festa al mio ritorno, le vie affollate di deputati spediti d ogni onde, le vicinanze della citt fiorenti d incredibile moltitudine congratulante, il passaggio dalla porta Capena, lascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che fra la som ma allegrezza io mi accorava che una citt cosi riconoscente fosse stata misera ed oppressa 18. Rimesso nel senato, e mal vlto ai nobili che aveano fa vorito Clodio, si colloca coi triumviri che almeno n o n era n gente di subbugli e di violenza, e che sopportati in pace, la scerebbero almeno il riposo : col ringiovanito suo crdito so stenne Pompeo, e forse esagerando la carestia, fecegli attri buire la commissione di tenere proveduta di grani la citt per cinque anni, con pieno potere sui porti dei Mediterraneo: commissione amplissima, che rinnova il governo personale19. In compenso il Magno gli fece dai pontefici restituire lo spazzo, della casa, ed assegnare dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio. Milone con suoi bravacci teneva in rispetto Clodio, osti nato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone gliene d accusa. Clodio dunque briga edilit, ottenuta la quaio, sar inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfa vorevoli, e lelezione vien prorogata. Al nuovo giorno, Clo dio fa occupare il fro dasuoi satelliti, acciocch lelezione si compia prima che Milone pronunzi! sopra gli auspizj: m a che? Milone gi vi ha disposto i suoi nella notte. E cosi pro rogasi d oggi in domani, finch gli Italioti non sieno strac chi di venir dal loro paese a tumultuare in R om a.E quando
18 Pro Sextio.
19 p ro fage ManiHa.

CLODIO E MILONE.

95

Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo fi schiano, Clodio gli getta dalla tribuna ingiurie a gola, per tre ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai sassi e ai pugni; Clodio messo in fuga; Cicerone fugge anch* esso per paura che nel tumulto non avvenga qualcosa di male l0. Cicerone diceva desiderare il regime, stanco di tanti salas si 81 : m a i due capibanda, rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie, sommoveano ogni di la pubblica quiete; finch Milone, sentendosi forte nell appoggio di Pompeo e di Cice rone, il quale avea fin detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco dellaltro **, scontrato costui in cammino, venne seco alle prese, e lo fredd. Il vulgo levatosi a rumore, saccheggi la curia per alimentare il rogo su cui onorevolmente bruciava Clodio, ed assal Milone: ma questi, ben munito e ricinto di bravi, respinse la forza con la forza. Citato in giudizio, gli domandano, secondo le forme, che con segni i suoi schiavi perch sieno interrogati alla corda ; ed egli risponde avergli affrancati, n uom libero potersi mttere alla tortura. Cos mancavano i testirnonj al fatto. Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro avvocato per di fenderlo: ma Pompeo, pago d* aversi tratto dagli occhi quello stecco, non si cur di salvar uccisore; e Cicerone, presa paura dei bravi di Clodio, non recit la bella sua arringa, e lasci che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci squisiti2S.
Cicerone ad Quintum fratrem, 5 ; ad Fam., I. 5. ^ Diaeta curare incipio ; chirurgia tocdet. Ad Attico CIV- 3 ) scriveva: Glodio sar da Milone accusato, se pure in prima non lo ammazzi. Io me la vedo che Milone, scontrandolo per via, lo ammazzer; lo dice aperto . ** Dei senatori dodici condannarono, e sei assolsero; dei cavalieri tredici condannarono, e quattro assolsero ; degli erar] quattro assolsero, e dieci condanna rono: ond in quel giudizio 1 *aristocrazia aveva trentacinque voli sopra quaran tanove. '

96

CAPO V. I triumviri. Guerre Citili. Caduta della Repubblica. Cesare. Antonio. Fine di Cicerone: valutazione di esso. Filosofia romana.

Cicerone nel suo accorgimento politico poteva non ve dere che la romana costituzione periva, o si trasformava? Lo impoverire de* molti rendeva onnipotenti i pochi doviziosi; i comandi militari prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa, avvezzavano a identificare la qausa na zionale con un uomo; talch non parlavasi pi della repub blica, sibbene di Cesare, Crasso e Pompeo, sopra i quali ormai si concentrava l'interesse. Perci in queste ultime lot|e dlia li bert aristocratica col principato militare non appar nulla di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un pas sare dallanarchia alloligarchia, e sempre il governo perso nale , appoggiato sull* intrigo o sui bravacci. Cicerone ora neirorazione sua pi elaborata, appoggia la proposta del tr i buno Manilio di affidare a Pompeo i pi estesi poteri in Asia : ora sostiene Cesare perch gli si prolunghi il comando nelle Gallie; or contro coscienza difende Vatinio e Gabinio perch raccomandati da Pompeo, sebbene altre volte gli avesse vio lentemente attaccati : uom d equilibrio e perci sbolzonato qua e l, e pi quanto pi violento diveniva il turbine delle guerre civili. Pompeo era grandeggiato nelle guerre dAsia, ove vinse il gran re Mitradate; Cesare reprimeva i Galli, gli E1veti, i Britanni. Bisogna leggere negli insigni Commentarj di questo che prodi giosi sforzi dovette egli sostenere ora contro lutti uniti sul campo, ora coi singoli che lappostavano di dietro le fratte e allo sbocco delle vallee: ma bench laudace e risoluto Vercingeto rige mai non s'allentasse, e i costui prodi giurato avessero n o n

GUERRA GALLICA.

97

tornare alle case se non dopo attraversate due volte le die nemi che, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, col lal ternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania fra i Galli tessi, seppe sostenersi. Assalito Avarico (Bourges), nodo della guerra (anno 52), e presolo dopo ostinata resistenza, trentanovemila dcento persone inermi mand per le spade : i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati : altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, comandando quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosit: che soleva dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe Te vere una sola, crudelt a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d aver tentato impedirli. Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige, e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge (anno 51). Molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non ve dessero i Romani : in dieci anni eroica Gallia rest soggio gata: mHle ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui uri milione morti e,d altrettanti prigionieri, formarono il vanto di Cesare. Industriandosi a sanar le piaghe del paese, egli percorse le citt, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscri zioni, non colonie militari peggiorarono la.condizione de'vinti ; limposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia cornata ottenne prerogative sopra la togata. A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma ca dere, sarebbesi risposto, dei Galli; essi che altre volte lave vano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, oc cupata lItalia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ci ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando cosi tempo alla civilt di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo. Abbatt i Galli,ma gli ammise tra i figli di Roma,poi li men a vendicarsi di questa. Imperocch lesrcito, come succede nelle diuturne spedizioni, erasi affezionato a colui che loguidava alla vittoria,
CAKTU. Storia detta Leti. Latina. 7

98

CESARE E POMPEO. PAREGGIAMENTO DEL DIRITTO.

e poteva dirsi non pi della repubblica ma di Cesare, il quale ormai pi spigliato procedeva Delle sue ambizioni. Gi'a Roma egli grandeggiava per la sua assenza; il vago di quelle guerre lontane lasciava che immaginazione ne esa gerasse i pericoli ed il frutto, rimanendo ecclissato Pompeo da trionfi sopra quella gente che altre volte era venuta sino ai piedi del Tarpeo; e se a Camillo e a Mario tanta gloria de riv dall' averli respinti, che dire di Cesare, il quale and a cercarli e li soggiog? Nel decennio ch'egli avea combttuto nelle Gallie, la repubblica, sopraffannata dallanarchia, pareva un cavalla bizzarro che ha bisogno di un domatore. Per amor della gloria non meno che per quello delle ricchezze, CraSso do mand d' andare a combattere i Parti, ma quivi fu vinto e ucciso: talch in Roma si trovarono soli a fronte Cesare e Pompeo e non tardarono a venir alle mani. I cittadini si divisero fra i due, come avvien nelle stte non ben discer nendo da qual lato stesse non solo la giustizia, ma la libert. A noi che guardiamo da lontano, pare con Pompeo parteg giassero i conservatori dell antica aristocrazia, della legalit, della libert classica: con Cesare gli amatori dei diritti uma nitari, del progresso, deireguaglianza. La plebe chiedeva partecipare ai diritti della nobilt e de gli esterni compensi 7 i conquistati voleano anch'essi entrar cittadini, e divenire uguali alla loro conquistatrice, dacch non le erano inferiori d'arm i e di civilt; e sebbene Pinsur rezione non procurasse che nuovi trionfi a Roma, ne era ve nuto di conseguenza che quasi tutta Italia ottenesse il diritto di cittadinanza. Ora per lo voleano anche le altre province di ogni parte. Durante la guerra civile, un tal ..movimento pa reva assorto nelje fazioni : eppure queste cercavano appoggiodalie nazioni, accortesi che il loro innalzamento verrebbe dalabbassar Roma, 0 dal meritarsene i privilegi. Mario fu so stenuto da tutta Italia, Catilina chiese ausiliari nellEtruria e fra gli Allobrogi. Pi evidentemente sotto Cesare Galli ed< Iberi vennero in folla a possedere in Italia. A questo modo preparavasi l Impero, durante il quale stranieri difeserff, stra nieri regnarono; Roma non fu pi che la citt dell'universo;.

OPINIONI VACILLANTI*

99

e dovette perire quel patriotismo ristretto , che era prima ria virt delie repubbliche antiche e fondamento di tu U le loro istituzioni. Tali effetti prevedevano e voleano prevenire quepatrioti romani, i quali ci sono dipinti dalla scuola come repubblicani e liberali, contro di Cesare tiranno. In entrambe le stte vi aveva non pochi uomini di abilit pratica, avvezzi alla vita dei campi e alle norme del fro ; ma da Cesare in fuori, nes sun genio iniziatore, che comprendesse bene i tempi e ci che chiedeano. In et si critica, al popolo romano saria stato biso gno duna guida di ben altra tem pra, di ben altra previdenza che Cicerone e Pompeo, amministratori abili dicerto, ma nulla pi, n capaci di cogliere il senso o darrestare il male della rivoluzione di Siila ; rivoluzione che avea troncato i pro gressi naturali d una riforma reclamata dallestendersi della cittadinanza romana, che avea rotto gli antemurali d'una costitozioner senza basi, senza ragione dessere necostumi pre senti. Quanto volentieri troveremmo in Cicerone la storia delle opinioni contemporanee intorno ad una guerra intestina, di cui le cause e landamento sono ardue a spiegarsi anche dai posteri) Ma egli giudica passionato, angusto, variando secondo il vento. Cesare se lamic dapprima eoi pregarlo di mettersi di mezzo fra lui e Pompeo, e cosuoi consigli, col suo cre dito, collautorit sua ripristinare la pace.* Cicerone moveasi contnto di questa importanza; quando ode che Cesare ri dotto in pessime acque nella Spagna, ondegli d volta verso il campo pompejano. Ma presto si stomac delle vanterie della nobile giovent, del creder gloria il farsi fuorusciti e accusar traditore chiunque rimanesse in patria, e gi spartirsi in idea le prede e i posti ; onde col suo buon senso non poteva sl meno di lanciar epigrammi contro la-costoro vanit. 1
* La cecrtk de* suoi nemici stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: His rebus tantum fid u cia ac spirittts Pompejanis accessit, ut non de

ratione beili cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum m ilitum , non itu quitatem loci atque angustias} preoccupati* castris, et ancipitem terrorem intra extraque miuiitiones, non abscissum in duas partes exercitum , cum altera alteri auxilium ferre non posset, causam fuisse cogita-

100

CESARE VINCITORE.

Nella battaglia di Farsalo i, Pompejani furono vinti; Pom peo fuggendo fu ucciso; Catone si diede morte da s in Utica; #li ultimi partigiani furono sconfitti e dispersi. Cesare, arbitro delle cose, non se vi; perdon a tutti e a Cicerone pel primo, il quale poi adopr la sua, eloquenza a favor di v ari, e no mina tamente^di re Dejtaro e di Marco Marcello, in unora zione ove, adulando Cesare, come in quella per la legge Ma nilia aveva adulato Pompeo,ne esalt la clemenza: esortava i vecchi amici a non far se noi* quel che a Cesare gradisse *, sperava in lui un nuovo Pisistrato, volente il bene della pa tria per autorit assoluta, non per graduali progressi del po polo. Il suo facile cangiar di parte egli pretendeva rattop pare con belle parole: Sio vedo una nave col vento in poppa andare non al porto ch'io un tempo desiderai, ma * ad altro non men sicuro e tranquillo, vorr avventurarmi p contro la tem pesta, anzich secondandola procacciarmi sa* Iute? N io credo'incostanza il dar volta ad un'opinione, corrie ad una nave o ad un cammino, secondo le circo stanze pubbliche. Ho udito e visto e letto in sapientissimi > e chiarissimi personaggi di questa e d'altre citt, che non si deve sempre durare nelle medesime sentenze, ma di fendere quello che richiedono lo stato della repubblica, l'in* clinazione dei tempi, la ragione della concordia. Cosi io > faccio, e far sempre; e creder che la Hbert. cui io n
iiant. Non ad hcec addebant, non ex concursu acri fa c to , non pra-lio dimioa, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrim ntum , jjuam ab hoste accepissent. Non cL nique communes belli casus recordabantur , qarn parvula saepe causae, vel falsae suspiciones , vel terrores repentini , vel objecta: religiones, magna detrimenta intulissent ; quoties v el culpa ducis, v el ] dribuni vitio , in exercitu esse offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, ne* que idla commutatio rerum posse.t accidere, per orbem terrarum fam a ac lite r is victoriam ejus diei concelebrabant. j * Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciam us nisi quod maxime Cae sar velle videatur. Epist. lib. IV ad Sulpicium. Adm irari soleo gravitatem Jit justitiam et sapientiam Caesaris; nunquam nisi honorificentissime Pompejum Aippellat. A t in ejus personam mutta fe c it asperius. Armorum ista et victoria: sunt facta non Caesaris. A t nos quemadmodum complexus ! Cassium sibi lega vit., Brutum Gallice praefecit, Sulpicium Graecice, M arcellum, cui mxime succensebat, eum summa illius dignitate-restituit, etc. Lib. VI ad Caecinam. Lodi a Cesare sono profuse nell' orazione pro Marcello , che pare o non sua o
men degna di lui.

INTENTI E FINE DI CESARE.

10

ho lasciata n lascer mai, consista non nellostinatzza, ma in una certa moderazione . Dopo mezzo secolo di continue commozioni, dove tu tti erano tormentatori o tormentati, dove il mare dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, tutti credevano che il dominio dun solo fosse una necessit, fosse lunico mezzo di rendere al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed essenziale scopo della sociale convivenza. Cesare, arbitro della repubblica, ne rispett le forme. Privo di figliuoli, e sapendo aborrito ai Romani il nome di r e , non pens istituire una dinastia; ma neppur mai ebbe lidea di ripristinar^ la repubblica, come Siila; e vuoisi te nerlo come il vero fondatore dell im pero, gi in lui il titolo d imperatore avendo pi che il consueto significato di gene rale trionfante, ed essendo titolo di suprema autorit. Ce sare non avea per avventura le vaste idee che gli suppon gono i politici posteriori; nemmanco quella ipocrisia politica che si maschera di ben pubblico. Nel proclama di Rimini dicea chiaro daspirare ad esser il primo: divenuto, era nati*rale che cercasse il ben pubblico; l'antica aristocrazia doveva cadere; un potere stabile acquistar la classe media; conten tare i provinciali, e conservando i vecchi nomi, sottoporvi nuove cose e un governo monarchico a profitto del quale si riordinassero lantico1patriziato, le magistrature repubblicana, il tribunato. Persuaso che ci complisse alla felicit di Roma e del mondo, non bad abbastanza ai tanti che restavano scon tenti perch scadeano dalla lor posizione. E questi, congiu ra ti, l uccisero. N per ci riuscirono a ripristinare la re pubblica antica; il popolo si pose vendicator di Cesare Cn tro il senato; scoppi nuova guerra civile. A Cicerone, cono sciuto alieno da partiti estrem i, i congiurati non avevano partecipato la loro macchinazione, chegli defin azione di fanciulli, eseguita con coraggio deroi: ma dellesser lasciato fuori pi volte si dolse, e mentre avea tanto inneggiato a Cesare clemente, allora tripudiava dell uccisione di Cesare tiranno. A vendicar il quale sorse principalmente M arcante

Marcantonio.

a io , suo prode soldato^, sostenuto dai veterani, e che parve volere stabilir la tirannia. Cicerone, a capa del senato, si chiar in aperta ostilit contro di costui, e gli avvent le orazioni, che forse sono le pi eloquenti fra le sue, dette Filippiche per somiglianza con quelle d Demostene contro Filippo. Lo studioso potrebbe met tere tf parallelo VOrazione per la corona di Demostene con queste di Cicerone, e massime colla sefconda. Nella quale loratore aveva a difendere s stesso daccuse personali e pubbliche, onde vien opportunissima anche al nostro intento sto rico di far conoscere s indole d Cicerone, s quella d esuoi avversarj, e lo stato della repubblica in quei tempi, sicch non sar inopportuno darne analisi. Dopo che Cicerone ebbe recitata la prima arringa contro Antonio, questi si ritir in villa a meditare per diciassette giorni la risposta; poi comparso nel senato, donde Cicerone erasi tenuto lontano per paura dei satelliti di quello, lanci una fiera invettiva contro il suo nemico. Cicerone allora tess la seconda filippica, dove purga s stesso dalle imputazioni, indi ritorce argomento contro.Antonio. Che destino il mio, o padri coscritti, che in questi vnti anni nessun nemico sia.sorto alla repubblica, il quale a me pure non abbia rotto guerra? Senza eh'fo ve li ram m enti, voi ben li ricordate, e come mi diedero maggior pena eh' io non volessi. Ben mi stupisco, o Antonio, che tu non tema la Une di quelli di cui imiti le azioni. Ci mi riusciva ineno meraviglioso negli altri, de quali nessuno mi fu ne mico per elezione, ma vennero da me provocati pel pubblico bene. T u, neppure scalfito con una parola, mostrandoti, pi audace di Catilina, pi furibondo di Clodio, mi straziasti con ingiurie, e giudicasti che rinim icarti a me esser ti dovesse una raccomandazione presso i ribaldi . Sulle prime sventa laccusa dingratitudine appostagli da Antonio, dicendo che tale non dee chiamare opporsi ad un tristo per vantaggio di tutti, n poter un assassino pretendere favori perch lasci di commettere un delitto. Affinch voi intendeste qual console egli si professasse da s, rinfaccia a me j l consolato mio; mio in parole, in realt vostro, o pa

LE FILIPPICHE DI CICERONE.

103

dri coscritti. Imperocch qual cosa io statuii, qual feci, quale eseguii se non per consiglio, autorit e sentenza di questOrdine ? E tu, non eloquente solo ma scaltro, osasti vituperare tai cose al cospetto di quelli, per cui consiglio e senno fu rono compite? E trovossi mai chi il mio consolato riprovasse, da Clodio fa fuori? Cos tende egli ad involgere nella causa suar tutto il senato, mentre associa perpetuamente il nome dAntonio coi pi esosi. Enumera quindi i lantr personaggi che approvarono il suo operare, a Ma a che menzionarli uno ad uno! allaffol latissimo senato andai cos in grado, che nessuno vi fu il quale non mi ringraziasse come padre, non mi si professasse debitoreideila vita, delle fortune, dei figli, della patria; ma poich dei tanti illustri che nominai vedovata la repubblica, veniamo a quei due che avanzano dell ordine consolare. L. Cotta, sommo d ingegno e di prudenza, decret con gene rosissime parole una supplicazione per le imprese che tu di sapprovi, e a lui consentirono i consolari e il senato intero: onore che, dpo Roma fondata, a nessun uomo togato erasi reso . . . . Alla gloria del suo consolato pone di fronte la vergogna di quello dAntonio, infamato da tante brutture, e si scolpa deiravr preso le armi contro Catilina. Qual pazzia potrebbe esser peggiore che il rinfacciare ad altri le armi assunte per salute, tu che per ruina le assumesti ? Ma volesti anche in al cun luogo celiare. Buoni Dei, quanto poco ci ti conveniva t Per tua colpa, giacch qualche sale avresti potuto imparare dalla moglie tua, dnna da teatro. Cedano l'armi alla toga! S; non^hann forse allora ceduto? ma dappoi la toga dovette ce dere alle tue armi. Ponderiamo dunque qual sia stato il me glio, o che alla libert del popolo romano cedessero le armi deribaldi, o la libert nostra all armi tue. N tr risponder intorno ai versi; solo dir in breve ch tu non ti consci n di versi n di altra letteratura: io n $lla repubblica n agli amici non venni mai meno; eppure in ogni genere di lavori miei feci ch le veglie mie e le mie lettere portassero alcun vantaggio alla giovent e al nome rom ana Ma non son discorsi da questora; tocchiamo punti pi

104

LE FILIPPICHE.

rilevanti.Dici che Clodio fu ucciso per mia istigazione. Che pen serebbe la gente se fosse stato ucciso allorquando tu nel Foro, in vista di tutti, inseguisti a spada nuda, e l'avresti finito se non si fosse cacciato sotto le scale d una libreria ? Ch' io ti favorissi lo confesso; che te ne persuadessi, neppur tu osi dirlo. A Milone poi neppur favorire io potei, avendo egli com pito il fatto innanzi che alcuno il sospettasse. Oh s, io lavr indotto io, quasi a Milone non bastasse il cuore di giovare alla repubblica anche senza istigatore. Aa me ne rallegrai; ecch ? nella contentezza di tutta la citt, doveva io solo rimanere malinconioso? Quanto a ci che in molte parole ripeti, che per opera mia Pompeo si avvers a Cesare, ond' mia colpa la guerra civile, fallasti non solo in tutto il fatto, m a, che peggio, an che nel tempo: Io, sotto il consolato dell* egregio Bibulo, non lasciai cosa intentata per disunire Pompeo da Cesare; ma a Ce sare riusc meglio la cosa, avendo sviato Pompeo dalla mia domestichezza. Dopo che Pompeo si diede tutto a Cesare, do vevo faticarmi a staccamelo? era follia sperarlo, imprudenza il suggerirlo. Pure occorsero due circostanze, in cui alcuna cosa insinuai a Pompeo contro Cesare, e vorrei che tu le ri prendessi, se ti d il cuore : una che non si prorogasse a' Ce sare il comando quinquenne; altra che noi si lasciasse con correre al consolato assente. Il che se fossi riuscito a persua dere, non ci troveremmo ora a queste strette. Ma io stesso, quando gi Pompeo avea trasmesse a Cesare tutte le forze sue e del popolo romano, e tardi cominciava ad accorgersi di quello eh' io da un pezzo avea preveduto; quando conobbi portarsi alla patria un'em pia guerra, non cessai di consigliare pace, concordia, conciliazione; e molti udirono quelle mie parole. E deh, non avessi tu mai, o Pompeo, fatta lega cpn Cesare, o mai troncata l Una cosa conveniva al tuo decoro, laltra alla prudenza. Tali, o Marcantonio, furono sempre i consigli tiiei intorno a Pompeo ed alla repubblica; che se fossero valsi, la repubblica starebbe, tu colle tue ribalderie saresti caduto in povert ed infamia. , , Ma queste son cose vecchie : nuovo l ' aver io consi gliato l'uccisione di Cesare. Temo, o senatori, i\on paja ch'io

LE FILIPPICHE.

105

mi sia preparato un accusatore finto, il, quale non solo mi or nasse delle lodi m ie, ma le altrui ancora mi tributasse. PerocQh chi mai ud mentovar il mio nome fra i partecipi di quel gloriosissimo fatto? e di quale.fra i complici rest oc cultato il nome; ? che dico occultato ? anzi non divulgato tan tosto? Pi volentieri direi che alcuni se ne facessero vanto, per mostrare d'essere entrati in quella societ senz esserhe conscj, anzich nascondesse alcuno che vi fosse davvero. Quanto verosimile che, fra tanti uomini parte oscuri, parte giovani,che nessuno tacevano, potesse rimaner nascosto il mio nome ? Che se bisognassero consigliatpri del liberar la patria a coloro che il fecero, addurrei i Bruti, le cui effigie essi ve devano ogni d. Nati da tali padri, dovevano cercar parere da altrui, anzich dai loro? fuori, anzich in casa? che? C. Cassio,nato da gente che non pur la dominazione ma n tam poco la potenza di veruno pot sopportare, avea bisogno del mio eccitamento, egli che, anche senza questi altri illustri personaggi, avrebbe compito il fatto in Cilicia, se la nave fosse approdata al lido stabilito da lui, non al contrario? Gneo Co mizio a ricuperar la libert sar stato spinto non dalla morie di suo padre, non da quella dello zio, non dalla toltagli di gnit? Avr io persuaso a Trebazio, al quale neppure avrei ardito insinuare? a lui, cui la repubblica va tanto pi debi trice, perch antepose la libert del popolo romano all'amici zia, e volle piuttosto abbattere il dominio che .parteciparvi? 0 avr dato ascolto a me L. Cimbro, che io mi maravigliai avesse compiuto tal cosa; ed anzich credessi avesse a com pirla, mi stupii che fosse memore della p atria, egli imme more debenefizj? Che dir dei due Servilj, dei Casca, degli Aala ? li crederete mossi da istigazione mia piuttosto che da amore della repubblica? Lungo sarebbe il rammentar gli al tri, ed cosa insigne per la repubblica, gloriosa per essi che sieno stati tanti. Ma vi ricordi che cosa mi abbia rinfacciato queiracuto senno, dicendo che, subito ucciso Cesare, Bruto alz il pdgnale e grid il mio nom e, e con me si congratul della ri cuperata libert. Perch meco piuttosto? perch io '1 sapeva? Bada non m abbia chiamato per ci, che avendo operato

(06

LE FILIPPICHE.

un'azione simigliarne ,a quelle eh' io stesso avea condotte, non volesse chiamar me in prova d'avermi emulato nelle lodi. Ma tu, o stoltissimo, non intendi ehe, se colpa l'a v e r tramato l uecisione di Cesare, colpa pure Tessersene rallegrati? che *ci corre fra chi persuade e chi approva? o che importa se io abbia desiderato si facesse, o mi rallegrassi del fatto? Chi mai, tranne quelli cui profittava il regnar suo, chi mai non avrebbe voluto si facesse quel colpo, o fatto il disapprov? Tutti dun que sono in colpa, giacche tutti i buoni, per quanto fu in loro, uccisero Cesare: a chi il senno, a chi il coraggio, a chi oc casione manc; la volont a nessuno . Non potrebbe in modo pi assoluto approvar Cicerone eccidio di Cesare, e appoggiarsi al comune consenso : e pro segue attestando che bisogna assolutamente scegliere fra il cre dere eroi i congiurati, o riprovarli come pessimi tra gli uomi ni, avendo ucciso il capo dello Stato. Or la seconda parte non potevasi ammettere, dopo che il senato in tanti modi .avea dichiarato il favor suo agli uccisori. < Io scriver lo ft, che, se mai sieno interrogati sopra al cuna delle cose che tu mi apponi, noi nieghino. Giacch qual azione mai, pel sommo Giove, non solo in questa citt ma per tutto il mondo fu compita pi grande, pi gloriosa, pi raccomandata alla sempiterna ricordanza degli uomini ? In questa partecipazione ^di consigli, come nel cavallo trjano, io non rifiuto desser rinchiuso insieme coi primarj : te ne rin grazio anche, con qualunque intenzione tu il faccia. Risposto alle pi gravi imputazioni, anche alle altre ora il devo. Mi rinfacciasti il campo di Pompeo e tutto quel tempo. Nel qual tempo, se il consiglio e lautorit mia fossero valsi, tu oggi saresti alle strette, noi liberi, n la repubblica avrebbe perduto tanti capitani ed eserciti. Confesso, che pre vedendo i futuri oasi, tanta melanconia presi quanta navreb be ogni buon cittadino se altrettanto avesse preveduto. Mac corava, o padri coscritti, che la repubblica, salvata un tempo dai vostri e dai miei consigli, in brev* ora dovesse perire; n io era cos rozzo e inesperto delle cose, da cader danimo per cupidigia d una vita, che.restando mi struggerebbe di cor doglio; lasciata, m avrebbe sciolto d?ambascie. Quegli egregi

LE FILIPPICHE!.

107

cittadini, lume della repubblica, io volea salvi; tanto fiore di nobilt e di giovent, tanto stuolo d'ottimi cittadini, i quali, se vivessero, sebbene a trista condizione di pace ( giacch quaJunque pace coi cittadini io reputava pi utile della guerra civile), oggi godremmo ancora la repubblica. Che se il rtiio pare re fosse prevalso, n, imbaldanziti dalla fiducia, dlia vittoria, m avessero resistito appunto quelli alla cui vita io provve deva, tu certo non saresti rimaso in quest'Ordine, anzi nep pure in questa citt. Ma il parlar mio, dicono, mi disamicava Pompeo. Or chi pi am egli? con chi bbe pi spesso e colloquj e consulti? Ondera mirabile che durassero amici due che dissentivano ne supremi affari, lo vedeva quel eh* egli, ed egli quel eh* io pensassi; io provvedeva prima alla salvezza dei cittadini, poi al decoro, se si potesse ; egli piuttosto al decoro presente : ogli non mai di me fece menzione se non onorfica, confes sando ch'io avea veduto meglio, egli meglio sperato. Ed ora molestar me a nome di colui, di cui confessi eh* io fui amico, tu partigiano? Tacer la guerra, in cui tu fosti soverchia mente fortunato; neppure agli scherzi risponder che tu dici da me usati in cmpo.Quel campo era pieiio d'apprensioni dav vero; pure gli uomini, anche psti in torbidi momenti, se sono uomini, ricreano ad or ad ora lo spirito: che se egli ac cusa del pari e la mestizia e le celie, segno che in entrambi io fui temperato.. . . Ma risposto ornai abbastanza alle sue accuse, diciamo alcun che dell* accusatore stesso; n verser tutto, per ser bare qualche cosa di nuovo se pi volte si dovr disputare. Vuoi dunque che cominciamo dalla fanciullezza? Parmi bene principiar dal principio. Ti rammenta come tu fanciullo fallisti ? colpa del padre, tu rispondi. Concedo, poich tal difesa spira piet: ma tua sfacciataggine esserti assiso fra i quattordici, bench la legge Roscia assegnasse altro posto a coloro che falli rono ancorch fosse per mala fortuna. Assumesti la toga virile, die tantosto rendesti muliebrei dapprima bagascia volgare/sin ch Curione ti lev dal traffico meretricio, e quasi t avsse dato la stola, ti tenne in istabile matrimonio. Nessun ragazzo com prato per la volutt fu cos in balia del padrone, come tu di

108

LE FILIPPICHE.

Curione..Quante volte tuo padre ti cacci di casa? quante volte post^guardie perch tu non vi ponessi piede? mentre tu , accompagnato dalla notte, stimolato dalla libidine, co stretto dalla mercede, eri calato gi dal letto. segue ad enumerare brutture d' Antonio, che danno infamia a questo non men che al .popolo, innanzi a cui un grave oratore osava esporle. Poi incalza Antonio per tutta la carriera degli impieghi e delle ribalderie ; e massime nel suo tribunato. In quello, avendo Cesare nellandar nella Spagna, data a costui Italia da conculcare, qual fu il modo de suoi viaggi? quale la visita ai municipj? Quando mai si ud pari iniquit sulla terra, pari turpitudine, pari infamia? Il tribuno della plebe era menato in cocchio, preceduto da littori laureati, fra cui in lettiga scoperta era portata una commediante; alla quale essendo obbligati di andar incontro gli uomini municipali delle borgate, non la salutavano con quel noto nome di teatro, ma di Volunnia. Seguiva una carrozza con mezzani, turpissima brigata; la madre rinegata seguiva lamica dell'impuro figlio, come fosse una nuora. Ahi sciagurata fecondit deir infelice donna .1 Colle orme di qeste sozzure costui impresse tutti i municipj, le prefetture, le colonie, lintera Italia. Degli altri fatti suoi scabroso e lubrico il parlare. Fu in guerra; satollssi del sangue di cittadini dissomiglianti; fu felice, se felicit pu esservi nel delitto. . . . Tu con cotesta gola, con cotesti fianchi, con cotesta robustezza da gladiatore, nelle nozze dIppia beesti tanto vino, che il domane fosti co stretto vomitare al cospetto del popolo rom ano.. . . Sfa per non ommettere la pi bella fra le tante imprese di Marcantonio, veniamo ai lupercali. 0 senatori, noi dissi mula , emostrasi commosso, suda, impallidisce.Qual difesa pu darsi a turpitudine tanta? Sedeva nerostri il collega tuo, ve stito di purpurea toga, col seggio doro e la ghirlanda; ascen di; taccosti alla sedia; talmente eri luperco, da scordarti di esser console. Mostri il diadema; e per tutto il fro un ge mito. Donde il diadema ? giacch non l*ave?i raccolto per via, ma portato da casa ; delitto meditato. Tu glimponevi il dia dema con gemito del popolo; egli con applauso il respinge

LE FILIPPICHE.

109

va *. Dunque tu solo, o ribaldo, consigliando il regno, volevi per signore colui che avevi collega; tu tentavi sin dove il popolo romano tollererebbe. Ma anche la piet imploravi, e ti get tavi supplicando ai piedi, cercando che cosa? di poter servi re. Lo cercavi per te solo, che fin da fanciullo vivesti in modo da soffrire qualunque cosa; da noi e dal popolo romano non avevi certo un tal Riandato. 0 insigne eloquenza tua allorch arringasti ignudo! qual cosa pi turpe? qual cosa pi degna d'ogni supplizio?. . . . Il giorno pi deir uccisione di Cesare, come fuggisti? come tremasti? come disperasti della vita per coscienza dei delitti, quando da quella fuga, per bont di coloro che ti vol lero salvo, tornasti nascostamente a casa? 0 miei pur troppo veraci indovina menti dell'avvenire! A queliberatori nostri in Campidoglio io, non volendo venire a te per esortarti alla difesa del buono stato, ripetevo che, finch temevi, avresti ogni cosa promesso; cessata la paura, torneresti quel di prim a... Turbate le religioni/invadi il fondo Casinate di M. Var rone, integerrima persna. Con qual diritto? con che faccia? Allontana un tratto quelle spade che vediamo, e udrai altra causa avere Tasta di Cesare, altra la confidenza e temerit tua. Or quanti giorni straviziasti in quella villa turpissima mente? DalTora terza si beveva, giocava, vomitava. 0 case infelici per s dissimile signore! Quella villa consacr Varrone agli studj non alle.libidini; e quali cose vi si dicevano, quali si pensavano, quali si scrvevano? i diritti del popolo romano, i monumenti degli avi, ogni maniera di sapienza, ogni dot trina. Ma essendone tu abitatore (non gi padrone), riso nava ogni cosa di voci ubriache; nuotavano i pavimenti nel vino, nerano bagnate le pareti; fanciulli ingenui venderecci con meretrici vi stavano fra le madri di famiglia . Giunto poi al fine di tante accuse, conchiude: Rispon derai tu a queste incriminazioni? e che troverai in s lunga ora zione mia, cui tu confidi poter rispondere? Ma lasciaip da banda il passato. Questo giorno solo, questoggi solo io dico, que8 Nelle feste lupercsli, Antonio pose in testa a Cesare una: corona da re, piasi esperimento del fin dove arrivasse la tolleranza del popolo. Questo sus surr; e Cesare fece atto di respingerla, e venne applaudito.

110

LE FILIPPICHE.

sto momento in cui parlo, difendi se puoi. Perch il senato ricinto d*una corona di armati ? perch i tuoi satelliti'stanno ad ascoltarmi colle spade? perch non sono aperte le porte della Concordia? perch meni nel fro arcieri d*ogni nazione, e massime barbari Iturei ? Per assicurarlo, tu dici. Or non meglio morir Mille volte, che nella propria citt non poter vivere senza sentinelle? Ma qui, credilo, non v* presidio al cuno: bisogna esser munito della benevolenza decittadini, non darmi. Queste il popolo.romano le le strapper, deh, sia noi salvi ! ma comunque tu operi con noi, finch userai di tali consigli, credimi, non potrai a lungo durare. Dolce il nome di pace, salutare laverla; ma fra pace e servit gran divario corre. La pace tranquilla libert; la servit sommo dei mali, devesi allontanare non colla guerra soltanto ma ezian dio colla morte. Che se quei nostri liberatori si sottrassero agli occhi nostri, ci lasciarono per lesempio del fatto. Com pirono essi quel che nessun altro. Bruto perseguit Tarquinio, che fu re quando esser re poteasi in Roma ; Cassio e Melio Spu rii e Marco Manlio per sospetto dambir il regno furono uccisi; quei primi assalirono colle spade, non chi ambiva il regnq, ma chi gi regnava. Il qual fatto, per s stesso insigne e divino, proposto allimitazione ; massime eh essi conseguirono tal gloria, quale appena sembra potersi dal cielo conte nere. Giacch, quantunque nella coscienza stessa fosse il frutto della bellissima impresa , pure non credo ch uom mortale deva sprezzarne limmortalit. Ma se la lode non pu indur te ad operar rette cose, neppure la paura non ti potr ritenere dalle turpissime? non temi i giudizj ? se per innocenza, ti lodo; se per la violenza, non comprendi che cosa abbia a temer chi in tal modo i giudizj non paventa ? Che se non temi i forti ed egregj cittadini, tenuti lontani dal corpo tuo collarmi; i tuoi stessi, credimelo, non ti comporteranno a lungo. Or che vita mal il temere de* tuoi notte e di ? se pure tu non te li le~ gassi con benefizj, pi che questaltro coloro da cui fu ucciso; o se in cosa alcuna potessi con lui paragonarti. In lui fu inge gno, senno, memoria,, letteratura, attenzione, meditazione, diligenza; comp imprese calamitose alla repubblica, ma pur grandi ; per molti anni rumin il regno; con gran fatica e grandi

SECONDO TRIUMVIRATO. LE PROSCRIZIONI.

Ili

pericoli effettu il suo pensiero; con spettacoli, e,monumenti, e donativi, e mense allucinava l'ignara moltitudine; i suoi coi premj, gli avversarj con>aspetto di clemenza ersi amicati; in una citt gi libera aveva indotto labitudine del servire, parte col timore, parte colla pazienza. Con lui possioparagonar te nella cupidigia di regnare; mainnessunaltra cosa. Fra tanti guj ehesso.rec alla repubblica, questo fu di buono che it popolo romno impar quanto fidarsi-ad uno, in chi commet tersi, da chi guardarsi. Non le pensi tu queste cose? non in tendi he agli uomini forti basta laver imparato quanto sia bello, degno di gratitudine.e di gloria uccidere un tiranno? E quei che uccisero lui, sopporterebbero te ? A gara da qui innanzi, te n'assicuro, si correr-a simil fatto, senza aspettare l indugio dell occasione. Abbi una volta riguardo alla repubblica, o Marcanto nio : pensa da chi sei nato, non con chi vivi: conine fa come vuoi, colla repubblica torna in amicizia. Ma di te provedi tu stesso; io mi professer sul conto mio. Difesi garzone la re pubblica^ non l'abbandoner vecchio; sprezzai gli stocchi di Ca tilina, non paventer i tuoi. Anzi volentieri offrirei la vita se colla morte mia pu la libert ravvivarsi della citt; accioc ch il dolore del popolo romano partorisca una volta quello, di che sta tanto tempo in travaglio. Che se gi ventanni fa, in questo tempio stesso, asserii non poter essere immatura la morte dun consolare, quanta pi a Ragione il dir dun vec chio? A me poi specialmente, o padri coscritti, conviene de siderar la morte, dopo terminate le cose che acquistai e cheoperai. Ci solo desidero morendo, di lasciar libero il popolo romano; n cosa pi grande di questa potrebbero darmi gli Dei immortali; dopo questa, che avvenga a ciascuno secondo della repubblica merit . Pure il senato e Antonio non erano lontani dal rappaciar si, quando intervenne Ottaviano, nipote di Cesare, che con Antonio e col generai Lepido form un secondo triumvirato, che li rese arbitri dellItalia. Per contentare i soldati e sbigot tire gli avversarj, stabilirono toglier di mezzo e nbili e repubblicani; e in una proscrizione pi calcolata di quella di Mario e pi implacabile di quella di Siila, sagrificarono tre

112

MORTE DI CICERONE.

cento senatori e duemila cavalieri. Ottaviano, che pur avea favorevolmente accolto Cicerone, e da cui era stato lo* dato e sostenuto, non esit ad abbandonarlo all ira di An tonio. Nella villa di Tusculo ud Cicerone che il suo nome stava con quel del fratello Quinto sulle tavole della proscrizione, sicch stabili camparsi in Macedonia presso i repubblicani. E gi era riuscito ad imbarcarsi: ma o dubbioso, < 3 timido, o confidando pi in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e ri prese la via di Roma: poi tentennando fra diverse paure, ri pieg verso il mare, ondeggiando fra l'idea duccidersi,.daf fidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto so praggiunto (anno 43, 7 xbre) presso Formia da una banda guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Pompilio Lena, che altre volte egli avea difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma egli: No, sommettiamoci al destino; non si versi san gue pi di quello che i num i dimandano ; e senza frasi, e col coraggio che fu ultima e la men rara virt de'Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: Qua, vete rano: mostra come sai ferire . Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro nella tirannide, esclam: cco finite le proscrizioni; deponete or mai la tema, o Romani ; contempl con selvaggia compia cenza quel teschio, poi l ' invi a Fulvia moglie sua, stata mo glie di Clodio: Vedutolo spento viso di.Cicerone, atrocemente ella schemi il nemico desuoi mariti, e ne trafor ^a lingua con uno spillone, indi quel teschio e la rqano furono col locati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volont della moltitudine. Accanto, qual altra testa confitta?quella di Verre: laccusa to presso l'accusatofe in quella terribile eguaglianza della man* nnja che i padri nostri hanno spesso veduta nella rivoluzione francese. Esulato ventiquattro anni, Verre profitt dellamnistia di Cesare per tornare : Antonio il richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj; avutone rifiuto, lo sori-

CARTTERE DI CICERONE.

113

veva sulle tavole, e uno scellerato puniva scelleraggini contro cui si era spuntata la legge. Bench in quella proscrizione, pi dellaltre selvaggia, fosse perfino ordinato di gioire delle commesse crudelt, Cicerone fu pianto dai senatori e .dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione, consegn il liberto delatore a Sempronia vedova, di esso, la quale, dopo squisiti tormenti, lo obblig a recidersi da s stesso brani- della propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se non rimorso, in delebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo; Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone: Virgilio rammentando le glorie romane, concede alla Grecia il vanto di perorar le cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da esso colle opere di Tullio alla mano, s'affrett a nasconderle; ma egli,, preso il libro e scorse alquante pagine, glielo restitu dicendo: Fu grand uomo e amante la pa tria . Per noi confortante il vedere questoscuro Arpinate sorgere per forza dingegno sino a meritare il nome di padre della patria; a primeggiare in senato, ad emular inerme il trionfo deguerrieri, a subire la gloria dun esigilo, riguardato come pubblico lutto, ad acquistar potenza colla: parola dove tantaltri se la procacciavano colle daghe e coi coltelli. Vanit smodata, oscillante volont, debolezza di propen der sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa po polare, scarsa avvedutezza ne politici maneggi, inettitudine a innestare sull antico ceppo patrio le nuove gemme, sono macchie sulla splendida memoria di quest uomo, daltra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile alloperare, per .sete di gloria e di popolarit ogni cosa riconduce a s; egoista di buona fede, ambisce di comparire pi che di co mandare, vuole il consolato non pel rigore defasci, ma per la pompa della sedia curule; il rispetto umano glinfonde un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanit lo rende stromento degli ambi ziosi, dai quali ha molto da sperare e da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzich per rancore; a aioCANT. Storia delia Leti. Latina. 8

114

CARATTERE DI CICERONE.

menti vigoroso, pi spesso yacillante.e disilluso, eppure osten tando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene : sopra ogni cosa distende lo splendido velo deir arte e dell elo quenza. La posterit, malgrado i difetti di lui, potr dimen ticare come spesso egli ardi farsi eco della pubblica indi gnazione contro ribaldi^ da cui coltelli non era chi l'assicu rasse ? Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compa gnone nelle brigate 8; e per Roma faceano fortuna le sue argu zie, che furono raccolte poi da Tirone}suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciasun ricco testando lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone tocc per venti milioni di sesterzj, onde creb be di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s'astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso darti, pot splen didamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva lanno ingente somma. In fondo poi non era peggiore dei tanti suoi amici, fra i (Juali voglionsi distinguere Lucullo e Pomponio Attico. Lucullo, raffinato nell*arti greche, precorreva let sua coir aprire la biblioteca e la galleria a chiunque; e con una lautezza ben pi raffinata che non le grossolane manie re con cui i prodighi compravansi i favori del vulgo. Ur tato nella sua ambizione, gir le spalle alla vita pubblica, e concentr tutta lattivit dello spirito nella mensa; imban dita ogni giorno in modo, da poter accogliere anche inaspet tati gli ospiti pi schifiltosi; le cene ordinarie gli costavano duemila quattrocento lire; ma bastava accennasse che si ce nerebbe nella sala d' Apolline, perch il cuoco, allestisse un banchetto di quarantacinqemila lire. Di quelli che in ogni et scompigliata pretendono il titol di buoni e donest* uomini col far nulla e disapprovar tutto, e rimpiccinirsi dietro una moderazione che si riduce ad egoismo, il tipo pi, lusinghiero fu Pomponio Attico. Di buona casa pa* ,Non multi cibi 'hospitem , sed m ulti joci. Ad.Famil., IX , 26. e Philipp. II, 32.

LUCULLO E P0MP03U0 ATTICO.

115

trizia, educato diligentemente, si prefisse per iscopo la tran quillit , e per mezzo di raggiungerla il tenersi in disparte dalle pubbliche faccende. Conservava amici in ogni fazione, e dell aver suo facteva generosa comodit agli esuli ed ai pro scritti di qualunque bandiera; non accus nessuno, ma nes sun mai patrocin ; potea dire amico Siila non meno che i Ma riani, amici Cassio e Bruto non men che Cesare, Ottaviano Hon men che Antonio.; stendeva la destra ad Ortensio, la sinistra a Cicerone ; provedeya a quei che correvano dietro a Pompeo, ma egli non vi correva; a Bruto, cui non avea favorito mentr'era in fiore, largheggi denari quando pare vano sussidio non contribuzione; senza.adulareMarcAntonio potente, sovveniva ai bisogni dei fautori e della moglie di luL / aristocrazia romana vedevasi sullorlo dellabisso; ed egli -per consolarla scrisse la Storta delle famiglie illustri. Rispar miato nelle proscrizioni, calmo ne bollimenti civili, onorato nell' impero, quando senti aggravarsi una malattia, lasciossi morir di fame. Cornelio Nepote, che ne tess un panegirico anzich la vita, lo'propone a modello, come un piloto che sa iguidar la nave tra le bufere. Di questi, come de'migliori contemporanei era amico Cicero ne. Che fin dalla sua prima giovent egli si affezionasse a quella che tenea per causa della libert, e che a sostenerla dirizzasse tutta la sua politica quando si trov in potere, appena si pu dubitare7. A questeffetto cerc, durante il consolato, congiun te le l'ordine senatorio e l'equestreper farne una forte bar riera contro la fazione popolare, da cui prevedeva, per consue tudine,-uscirebbe lo stemperato despotismo. A tal effetto pure, .allorch quasi tutto il suo ordine correva furiosamente in guerra contro Cesare, protest contro quella funesta risolu zione, prevedendo le medesime calamit per la repubblica, -qualunque parte fosse riuscita vincente. Fin a che grado fosse in ogni occasiope preparato a sacrificare la salvezza, la ripu tazione e gli averi, un altra questione. Ad ogni modo, lo sventare la congiura di Catilina fu impresa che richiedeva altnn altrettanto coraggio quanta patria carit; e ne'tentativi
r > Cos prese* a poco H ollings, The L ife o f Cicero, Londra, 1839.

116

CARATTERE DI CICERONE.

posteriori per frenare i Cesariani capitanati da Antonio, ri splende una nobile ed eroica risoluzione, pari ai pi grandi esempj di magnanimit romana. In quella crisi ben vedeva egli che il perdere sarebbe stato per lui inevitabile rovina : nondimeno getta il dado, n pi pensa a dar indietro, come cb gliene dovesse venire talvolta nell animo una fiera di sperazione. L'eccessiva vanit pot talvolta incitarlo ad attivit e perseveranza, allorch il suo patriotismo sarebbesi forse per naturai timidezza accasciato, e rallentata la sua costanza per amore della propria conservazione. Quando gli occhi desuoi concittadini sapea fisi in lui, e gli sonavano ali orecchio loro applausi; quando egli fu chiamato al primo posto donore e di pericolo; quando, contro un nemico assai pi terribile di Catilina,fu riconosciuto e careggiato come anima e capo del suo partito; incaricato di patteggiare coi capitani degli eserciti nello lontane province, e da essi risalutato come principal rappre sentante dell'oltraggiatamaest della repubblica, il suo coraggio non si mostr inferiore allassunto. Allettato dalla vaghezza dt un trionfo, non esit di arrischiarsi sulle alture di Amano; e la speranza della medesima ricompensa lo avrebbe spinto ad affrontare le saette dei Partisse la fortuna lo avesse tratto a guerreggiarli. Ma allorch fu forzato a scendere da quella pre minenza e diventare sussidiario, da principal personaggio chegli era; allorch, come nella lotta tra Cesare e Pompeo, egli non poteva dun nonnulla accrescere il peso dell' uno o dell altro partito, e avrebbene quindi avuto proporzionata mercede, torn all'insita sua,cascaggine ch'era stata vinta per breve tempo dal potente stimolo della lode avuta od aspettata; donde oscillamenti e paure, e, loro naturali con seguenze, doppiezza ed inganno. Nella vita privata troveremo in lui ( come, fino a un certo grado, in tu tti i migliori, anche sotto l ' influsso di mo venti pi sacri e alla scorta di divino lume) una mescolanza di virt e di vizj, un tessuto a varj e contrastanti colori. Egli tenro padre; egli affabile, cortese, benevolo verso i dipen denti; egli magistrato integerrimo: se come marito .pi bia simo meriti o compassione mal si potrebbe ffermare. Ne li

CICERONE ORATORE.

117

tigi col fratello e col nipote mostra aver anzi patito che fatto torto. 1 amicizia di Pomponio Attico serbossi leale sin al l'ultimo; e dall* epistolario appare tfome fosse domestico coi personaggi pi cospicui. Quanto favoreggiasse glingegni lo diconcki versi che la gratitudine ispir a Catullo, che da credere non foss il solo da lui beneficato. La casa apriva ai letterati d'ogni praese ; e le sue ville, per la quantit e la fama degli ospiti, prendeano sembianza delle filosofiche scuole "d* Atene. La sua propensione a lusingare i po tenti, la non dissimulata avidit d'applausi, uno o due casi ve par procedere disonestamente, formano ombra alla sua bella fisionomia. Le dati e difetti di Cicerone uomo riproduconsi in Ci cerone scrittore e filosofo: sotto i quali aspetti principalmente lo dobbiam noi considerare, sia per la natura di questo la voro, sia come rappresentante della pi elevata cultura di Roma. La sua oratoria , rispetto quella di Demostene, ci che il grande epico romano rispetto al primo pittor delle memorie antiche . Acconciata singolarmente a far effetto o a persuadere, di perfetta eleganza, e spesso tonante con irre-' sistibile forza; nondimeno, nella libera e naturale potenza, come negli alti e felici ardimenti, resta inferiore d assai a quella con che l'oratore ateniese cercava suscitare l ' assopita energa desuoi concittadini cntro 1 *insidiosa politica del Mace done oppressore. Larte vi traspare nella modulazione di quasi ogni cadenza,.nella-struttura d'ogni gradazione e antitesi; e fra tanti pregi, manca spesso del pi nobile, cio quello dunire la semplicit di mezzi colla bellezza deU'efletto, e di cattivarsi i lettori per mzzo di una forza non ostentata. Inoltre, se rie sce oserei dire perfetto nellarmonica disposizion delle parti, questo pregio egli ottiene talvolta a scapito d un altro di mag gior rilievo. La sublimit, il nerbo e le concentrate espressini, che nelle arringhe di Demostene fanno tanta forza agli affetti, Taro s incontrano in quelle di Cicerone; l quali, riflettendo Ila nostra immaginazione il carattere del luogo in cui furono composte, mostrano dessere state meditate piuttosto presso gli aprichi portici ed ai susurranti boschetti di Tuscolo, che

118

CICERONE ORATORE.

-Tra il rauco spezzarsi dell onde sul molo del Pireo, o fra ir tumulto de flutti sopra la spiaggia del promontorio Sunio. Aggiungi che i supremi principi a cui Foratore ateniese cos spesso e con tanta fortuna ricorse, furono meno valutati da Cicerone, in cui le consuetudini forensi sembra restringessero alquanto le vedute sociali,e Io inducessero a considerare 1n re lazione al partito, ci che doveva ingrandirsi in relazione all'uman genere. Trattata da Demostene; la causa dAtene la causa della libert, della civilt, dell*umanit tutta ; e ja voce del loratore si appella a sentimenti universali come gli elementi, e costanti come le leggi che li fanno operare. Per Cicerone la causa della libert troppo spesso quella del senato, dell'aristocrazia romana, pel cui ristabilimento le province, gementi sotto intollerabili esazioni, non sarebbero rimaste ^sollevate* da una sola imposta, n arrestato un solo istante il corso delle vittoriose legioni, spnte a nuove conquiste. Il greco ora tore attingeva dalla storia del suo paese sublimi immagini, df cui al latino non era dato giovarsi. Le glorie del tempo in cui Atene sorgeva come tutrice dogni sano principio, nella me morabile contesa colla servile ignoranza e colla barbarica forza demonarchi persiani, diffondevano un continuo splendore sulle energiche esortazioni diDemostene, e le reminiscenze di quel l'et, insigne nella storia del mondo, gli si affollavano attorno' ad gni minima evocazione. Questi partiti a Cicerone manca vano. Fin dai primordj, Roma era stata oppressore, non re dentrice delle nazioni; coloro eh*erano caduti sotto a suor stendardi, eran.caduti cercando d imporre il giogo a tali che* mai non n avevano conosciuto il peso, e non gi di levarlo di collo agli oppressi; e Cicerone, se avesse voluto imitare il sublime entusiasmo del suo gran maestro allorch giurava per le ombre di coloro che primi affrontarono il pericolo nella pianura di Maratona, Cicerone non v' avrebbe trovato un ri scontro in tutta la serie demetrici annali di Roma enei favo losi libri de sacerdoti. Pongasi anche mente alla natura degiudizj fra un popolo mosso da intriganti, e dove la protzione delle leggi ormai non assicurava n la vita n l'avere a chi non fosse capace di tute larli da s o col mezzo damici. Secondo Cicerone, Sassia, a cui

CICERONE ORATORE.

U9

era stato ucciso il marito,, per iseoprire i rei fa porre al martro i servi ( tormentis omnibus vehementissimis quaeritur ); e poich sostengono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al cui cospetto si teneva questa domestica investiga zione, opinano di desistere. Dopo qualche intervallo si rimet tono alla corda, nulla vis tormentorum acerrimorum praeter mittitur, tanto che laguzzino ne riesce spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza8. vero che non si trattava d'uomini, ma di schiavi 1 in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle leggi ed applicarle ai casi particolari; ma si consi deravano padroni della vita e deironore dell'imputato. Per tanto il reo ed i suoi amici compajono in abito di duolo, strin gendo la mano alluno e allaltro ; dovere d'amicizia e piet di parentela il venire corporazioni intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato; se pur questo non avr denari quanti bastino a comprare i giudici, giacch in prover bio correva non potersi copdannare una buona borsa. Lora tore non faticher tanto a mostrare innocen?a del suo cliente, quanto a chiarirne i meri ti. antecedenti, e commuovere i giu dici a favor di lui, della sua famiglia, de'figlioltti che in bruna veste girano supplicando 9.

8 C ic ero n e ,

pro Cluentio.

E g l i r i c o n o s c e v a n o n 11 ' i n i q u i t , m a 1 fa ls it

Il la tormenta gubernat dolor, moderatta' natura cujusque tum animi tum corporis, regit quaesitor> flectit libido, corritmpit spes, infirmat metus, ut, in tot rerum angustiis, nihil veritati loci relin qilatur. Cicerone per Fiacco dice: Huic misero puero vestro , ac liberorum ve strorum supplici.f judices , hoc judicio vivendi praecepta dabitis. . . \ qui vos , quoniam est id aetatis. ut sensum jam pertipere possit maerore patrio, auxilium nondum pairi ferre possit, oret ne suum luctum patris lacrjrmis, patris maerorem suo fletu augeatis : qui etiam me iniuetttr, me vultu appellat, meam quodammodo flen s fld em implorat. . . Miseremini familiae , judices ; misere mini patris , miseremini filii ; nomen clarissimum et fortissim um , vel generis vel vetustatis vel hominis causa ripublicae reservate, Per Plancio : Quid enim possum aliud nisi moerere ? nisi flere ? nisi te cum mea salute complecti ? Huc exurge tamen, quaeso: retinebo et complectar3.nec me Solum deprecatorem fortunarum tuarum , sed comitem sociumqtte profitebor. . . . . Nolite, judi ces, per vos , per fortw ias vestra *, per liberos, inimicis meis dare laetifiam ..
elle d e p o s i z i o n i e s t o r t e c o l l a t o r t u r a :

1 20

CICERONE ORATORE.

Cicerone indica bens la necessit che Voratore sa uomo onesto, ma insegna tutte le arti per far trionfare una causa, buona o trista che sia , per opprimere l'avversario, abbia ra gione o torto; e al pari degli.altri oratori dissimulala verit, inventa menzogne, imputa i-giudici d*ignoranza o di ve nalit, ingiuria i testimonj pubblicandone anche atti della vita privata, li spaventa con minaccie, li carica di ridicolo ( vedi ]rorazione pr Cecina) ; collavvocato contrario poi o coll'avversario usa invettive e attacchi incivilissimi e violenti; e abilissimo alle arguzie, valse non meno all* ironia ed al sarcasmo, fino a cadere talvolta nell'insulso e nel tri viale 10. Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal Foro, e che in qualche accesso di vanit esclamava, Cedano le armi alla toga , era costretto confessare che l'eloquenza e le magistrature doveano chinarsi alla forza; la forza, idolo e ra gione di Roma. Questa (diceva egli) al popolo nostro eter na gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa il pi sicuro modo dottenere il consolato * 11. Di quante congiure
nolite animum meum debilitare cum luctu, tum etiam metu commutatae ve strae vohmtatis erga me. . . Plura ne dicam , tuae me etiam lacrymae impe diunt, vestraeque, judices , non solum meae. E per Milone: Quid restat, ' nisi ut orem obtesterque vos, judices, ut eam misericordiam tribuatis fortissim o viro , quam ipse non implorat, ego autem , repugnante hoc, et imploro et exposco? Nolite, si in nostro omnium fletu null&m lacrymam adspexistis Milo nis, si vultum semper undem , si votem , si orationem stabilm ac non muta tam videtis , hoc minus ei parcere. Queste mozioni daffetti erano il forte di Marco Tullio; e quando fra folti componessero un7arriuga, sempre a lui lasciavano la perorazione e il pa tetico. ,0 M acrobio (Saturnale II. 3 ) ha un capitolo intero de jocis M. T. CS* ceronis, donde appare che gli era reso pan per focaccia. 1 4 A c nimirum rei militaris virtus praestat ceteris omnibus. Haec nomen populo remano, haec huic urbi aeternam . gloriam peperit, haec orbem terra rum parere huic imperio coegit ; omnes urbanae res, omnia haec nostra prae clara studia, et haec forensis laus et industria latent in tutela ac praesidio bellicae v irtu tis.. . Qui potest dubitare quin, ad consulatum adipiscendum ; multo plus afferat dignitatis rei m ilitaris , quam ju ris civilis gloriai Pro Muraena. ' Ogniqualvolta per cito unopinione di Cicerone, son quasi sicuro di tro vare la precisa opposta in altri suoi scritti; tanto egli indeterminato e vago. Il capo 21 De officiis prova longe fo rtiu s esse in rebus1civilibus excellere, quam in bellicis.

LE EPISTOLE.

121

e sollevazioni non fu Tullio testimonio! !* Sicch potea ben dire che la repubblica sussisteva di nome, non pi di Fatto,1# e perci esitare sul partito da abbracciare. Le lettere, raccolte dal liberto Tirone, parte sono sue, dirette ad Attico, al .fratello Quinto, e a varj personaggi; parte sono di Cesare, Pompeo, Antonio, Bruto, Cassio, Trebonio, Sulpicio, Pollione, e di altri principali in quel pe riodo memorabilissimo; serie di documenti autentici, a cui niun altro dell* antica storia e pochi della moderna si pos sano contrapprre, viepi importanti alla posterit, pecche noni adesca destinati. Per quanto un tal carteggio famigliare riesca talvolta oscuro per allusioni, proverbi, prudenti reticenze, ci lascia meravigliati alla singolare versatilit dell* ingegno di lui, alle ampie cognizioni, alla dottrina nelle sue pi gra ziose e schiette forme. Ivi non pi retorica, ma il cuore in mano, una vena inesauribile di spirito, una lingua svincolata dal periodare oratorio, un eleganza d'espressione, lontanissi ma dalla fiorita affettazione che prevalse pi tardi, un felice accoppiamento dell*ingegno e del gusto u . D'inestimabil prePhilipp ., II, 9 ; V. 6 J A d Quirites pbst redilum. Lapidationem per saepe vidim us: non ila saepe, sed nimium tamen saepe gladios. Pro Sextio, 36. Cum quis audiat mdlum facinus , nullam audaciam, mdlam vim in ju d i cium vocari. . . . largomento dell* esordio pro Coelio. E nella perorazione: Oro obtestorque vo s, ut qua in civitate Sextus Clodius absolutus s it , quem vos per biennium aut ministrum seditionis aut ducem vidistis . . . in ea civi tate ne patiamini illum absolutum muliebri gratia, Marcum Coelium libidine muliebri condemnatum. . . . * Nostris vitiis, non casu aliqm > , rempablicam verbo relinemus, re ipsa jam pridem amisimus. De rep., v. I.
44 Sono ottocensessantaquattio lettere ; pi di novanta scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone ; le altre vanno dal 692 sin a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga al fratello Q uinto, dove espone la propria am ministrazione proconsolare dell* Asia minore. E noto che molte opere degli antichi .perirono allorch, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di questo artifizio; eppure Cicerone convince che fino a*suoi tempi si praticava : Ut ad epistolas tuas redeam, caetera blle; nam quod-in

palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula fu e r it, quod delere malueris quam excribere, nisi fo rte luas form ulas; non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. A n hoc significas n ilfieri? f r i gere te ? ne .chartam quidem tibi suppeditare ? Ad fam ., VII. 18. ,
Ne appare anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e quanto poco si

EPISTOLE.

gio riescono poi quelle epistole se le consideriamo quale*speo~ chio de'sentimenti e delle opinioni dello, scrittore, e rivela trici perpetue di molte di quelle impercettibili gradaziopi di carattere che lo storico non pu rappresentare nella narrazion generale: e ci addimesticano coi guerrieri e cogli statisti dei quali parlano, cos nella vita pubblica copie nella privata. Non pi circondati di pompa epica, essi depongono quel loro favo loso eroismo, e ci stanno dinanzi con tutte le ordinarie pas sioni e follie deir umanit, e collegati nei sentimenti dun do lore comune, espongono la porzione che in particolare soffriva ciascuno dei guai comuni, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti i nulla, presi in sospetto ed in persecuzione-dai ven dicatori di esso: le tumultuose scene rappresentate nelle prvincie o per le vie di Roma, risuscitano come per incanto. Non essendo destinate alla posterit, rivelano l'uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue e le virt / l e speranze e le debolezze, colle impressioni del momento, con mille par ticolarit che amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi. Essendo periti i monumenti della filosofia italica, i moderni cercarono ricomporla mediante il linguaggio e la giurispruden za; e per quanto incerto vada tal genere di congetture,nesce una filosofia non di scuola come fraGreci, ma pratica e civile. Quandistinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico di scrivere in vece sua : Tu ve lim.et Basilio, et quibus praeterea videbitur, conscribas nmine meo. X I. 5. X II. 49. Quod lit eras j quibus putas opus esse curas dandas, facis commode. XI. 7 ; e cosi 8 , 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il suo pi grande amico non potesse riconoscerlo: Hoc manu mea. X I11. 28. Al trove dice allo stesso : Ho creduto riconoscere la mano d'lessi nella tua lettera ( XV. 15 ); e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dii campo di Vercelli

scrive a Cicerone : Leggi I lettere che spedisco al senato, e Se ti pare, cambiavi pure . A d fa m . XI. 19. Un capitano che da arbitrio all* amico di alterare im dispaccio offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo tro varvi grandi arcani, e la fa avere d Attico dicendogli: Mandala alla sua desti nazione: aperta, ma niente di male, giacche credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso * . Da ci la grande importanza data al suggello, ancora pi che alla firma. Iit fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perch unciale, poteva facilmentefalsificarsi o sulle tavolette di cefla o sulla cartapcora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi, come appare nel .Codice Giustinianeo De lege Cor nelia de fa lsis t lib. IX. tit. 22.

FILOSOFIA ROMANA.

to per avea di originale ben tosto si mescola alla greca, alla quale tutti accorrevano, e che essendo* fatta men per la vita che per la scuola e per esercizj di penetrazione, variava secondo il differente punto d aspetto, e menava facilmente al rifugio del tempi scredenti, eclettismo. Qui, come nel resto, i Romani si mostrarono utilitari e stimando la scienza in ragione dei vantaggio che recava, la filosofia assoluta disprezzavano non solo come inutile e cianciera,ma cme pericolosa, imputanda ad essa la decadenza della Grecia 1. Perci attesero piut tosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: e Panezio, che inizi i Romani alle dottrine stoiche, non restringeasi ad angustie di partiti; venerava Platone come il pi saggio e santo de* filosofi, ma insieme ammirava Aristotele: non approvava negli Stoici la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare il libro d un Accademico, ove s*inse gnava che la piet ci data dalla natura per renderci cle menti ,e. Questo avvicinare le varie filosofie teneva all* indole con ciliatrice di Roma: n scuola filosofica propria vi si costitu,, solo studiandola come necessaria coltura, e come opportuna a formar doratore, a dare fermezza e consolazione nelle caiamit. Perci prediligevasi la scuola stoica, che ispirava lor goglio della personalit e lo stretto obbligo di adempiere if dovre, checch ne costasse. Quantunque da Siila fossero por tate a Roma; le opere di Aristotele rimasero chiuse nella bi blioteca di lui, finch Tirannione grammatico non vi diede, pubblicit; corrette poi e supplite da Andronico di Rodi con temporaneo di Cicerone, se ne fecero copie : ma anche persone erudite ignoravano quel filosofo17. Le dottrine epicuree furono presentate in teoria dal poeta Lucrezio, in pratica da molti anche illustri, che contro i mali politici preparavansi uno scher
*5 Quibusdam, et iis quidem non adtnodum indoctis, totum hoc displicet philosophari. C i c e r o n e , De finil>. 1. 4. Vereor ne qitibusdam bonis viris phi losophiae nomen sil invisum. De off., II. 4. R eliqui, etiamsi haec non impro bent, tamen eahtm rerum disputationem principibus civitatis non ita decorant ptUatet. Acad. Quaesi., II. 2. Si pu consultare R i t t e r e.L. P r e l l s r , Historia philosophia; grcecce et romnce ex fontium locis. Gota, 4863, ediz. 111. ,e C icerone, D eJtnib., IV. 23 e 9 ; Acad. Quaest., II. 44, 47 Lo stesso, Topica Quaest. I.

124

FILOSOFIA ROMANA.

m a col negare ogni altra esistenza di l dalla terrena, e in questa evitare al possibile i dispiaceri colla moderazione. I Romani, grandi in ogni loro opera, doveano portare agli stremi anche l'epicureismo, la loro corruzione divenire im mensa come il loro impero.Cicerone ci offrirebbe molti tratti a dipingere la corruttela romana ; ed egli medesimo, uomo austero e magistrato, c racconta leggermente una sua serata di stravizzo in casa di cortigiane; n fu lodevole la condotta sua verso la moglie e la figliuola. Ma il tipo deir elegante epicureismo Orazio, quel poeta che tutti prediligono per ch pi di tutti sa unire pensieri, sentimenti, immagini; perch, componendo per immortalit ma all occasione di avvenimenti giornalieri, parla sempre di s e de*suoi, tal ch c'introduce appieno nella vita di questi illustri antichi. Ora in Orazio, pi che in Ovidio stesso, pu ravvisarsi a qual fondo giungesse la depravazione. Ma non era effetto di dottrine, n in filosofia i Romani spiegarono alcun sistema nuovo: laonde i filosofi loro furono conservati come opere let terarie, e servirono a trasmettere le opinioni dei loro maestri. Nessuno vi rec n gran dottrina.n bastante pulitezza; i libri di Varrone, anzich istruire, stimolavano ad istruirsi18; ce ne assicura Cicerone, il quale alfine present agli ultimi nipoti di Pompilio e di Cincinnato le raffinatezze della filoso fia greca, ma sol come collettore delle pprnioni altrui. Allor ch potesse occuparsi della azienda pubblica, in questa si con centrava: n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di Tusculo o del Palatino, dve, senza perdere di vista Roma, s occupava.di filosofia per esercizio dello scrivere, per isfoggiare la propria abilit, e per fare che nella letteratura romana non r i manesse questa lacuna 19: i Greci vi mescolavano versi, ed egli
,8 M ulti jam esse latini libri diam ittr, scripti inconsiderate ab optimis dllis quidem viris, sed non satis eruditis . Fieri autem potest ut recte quis sen tia t, 'sed id quod sentit, polite eloqtd non possit. . . . Philosophiam multis locis inchoasti ( o V arro) ad impellendum satis, ad edocendiun parum. Gicsnoim, Acad. I. Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da Cicerone come 'mirip hice studio philosptae flagrans, t da lui amata troppo, se crediamo a Dio ne , HI. XLVI. 19 Sic parati u t . . . . tmllum philospfae locum esse pateremur, q ui non

OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE.

125

fa altrettanto,,e non dissimula che le sue sono traduzioni mediante le quali in vero ci conserv memoria di molte opere, dappoi perdute. Ma novit sua vera intento civile; propo nendosi d indirizzare a una nuova operosit scientifica e in tellettuale i Romani, quando annulla vasi la politica; e prepa rare ristori alle vicende della fortuna, cui poteano essere esposti. Tanta l'inclinazione alla pratica, che nellOrtensio crede do vere scusarsi se si applica alla filosofia, allegando che.quella listitutrice della vita e la sola consolazione dei mali. Si riferiscono alla filosofa teoretica i trattati suol della Natura degli Dei, della Divinazione e del Fato, delle Leg gi, della Repubblica: alla -morale, le Quistioni Tusculane, gli Uffizj, i Paradossi, i libri deW Amicizia, della Vecchiaia. Pi sobrj che le orazioni, li troviamo pi lodati dai contem poranei ; pure l'abitudine del declamar impedisce Cicerone di saper piegarsi alla esattezza delle voci e delle frasi, le ac catta sovente dal greco, e sagrifica la precisione alla circon locuzione, valendosi delle definizioni greche bench le parole non avessero equivalente significato, rispettando le conclu sioni de'Greci bench dedotte da tuttaltre premesse ; mal fila il ragionamento, e mostrasi inetto a raggiungere il fondo della scienza. Lasciati a parte i sommi modelli Aristotele e Platone, prevaleva allora la stta eclettica de' Nuovi Accademici, che con leggerezza mostrava come, deducendo ragioni pro o con tro delle altre Sette, si arrivasse a consguenze opposte. Que sto metodo calza perfettamente a coloro che vogliono avere una tintura di molte cose, piuttosto che approfondirsi in una. appunto per secondare tal gusto, Cicerone, che pur chiama
latinis literis illustratus pateret. De divin., II. 2. Nel proemio delle Tusculane professa dolergli che molte opere latine siano scritte neglettamente da valenti uo mini, e che molti i quali pensano bene, non sappiano poi disporre elegantemente.il che un abusare del tempo e della parola. Negli Uffizj raccomanda a suo figlio di leggere le sue filosofiche discussioni: Quanto al fondo, pensa quel che ne vuoi ; ma tal lettura non potr che darti uno stile pi fluido e ricco. Umilt a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma per quel che sia dora tore, cio la nettezza e eleganza dello stile, io consumai la vita intorno a m questabilit, onde non fo che usare un mio diritto col reclamarne Fonore . *0 A sunt, minore labre Jtunt; verba tantum affero, quibs abundo. Ad Attico, XII. 52.

120

OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE.

Platone autor suo, il suo dio, si ferma alla probabilit, an zich posare su convinzioni risolute; tante son le cose che as serisce; che tu dubiti se profondamente *abbia meditato ve runa; e come varia di stile, di lingua, di colore secondo lautore che copia, cos muta sentenza secondo la parte cui saccosta. Ingegnoso ed erudito, ma n originale n profondo, tenta con ciliare le varie dottrine : lincertezza che domina nella filoso fia, egli riscontra anche nella geometria, nella medicina, nelle scienze fisiche: nella morale sente la scossa data alle credenze, ed egli medesimo la riduce talvolta alla sensibilit; conseguen za naturale del non mirar che alla pratica applicazione. Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia ; pure gli si affacciano i dubbj degli Accademici, speculatori sempre, non pratici mai, perturbatori dogni principio**. Ef fetto inevitabile in una credenza mancante di base, e che dal panteismo o dalla fatalit non la deriva che illogicamente: laonde i dogmi pi venerati e universali Cicerone non pu recarli che come probabilit, dove il sentimento prevale quandanche largomentazione sia stringente **. Trova debo- 1 issimi gli argomenti con cui gli Stoici provano esister Dio ; tiene che uno deva credere alla religione de*suoi padri, ma la filosofia ha diritto di cercarne le prove. E la prova che pi gli fa colpo il consenso di tutti gli uomini, rico noscendo un legame fra lo spirito divino e umano. Ma la re ligione per lui ancora uno spediente sociale, cui per dee servire di fondamento una certa verit generale, la quale non bene far conoscere al popolo, giacch non conduce che al dubbio. Lanima umana una parte della divina: si manifesta mediante lattivit sua, come la divinit; come questa, dovrebbessere immortale. Siffatta la credenza del genere umano; ma le pene del Tartaro sono fole da donnicciola.Bar collando fra opinioni altrui, conosce lerrore delle vulgari creTurbatricem omnittm renuti Academiam. . . . Si invaserit in haec, nini ins edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo. De leg.,
I. 13. M 4 conchiusione del trattato sulla Natura degli Dei c : Ila discessimus Mt Vellejo 'Cottae disputatio verior , mihi Balbi ad veritatis sim ilitu Unem. v i

ileretur esse propensior.

OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE.

127

(lnze, ma con esse confonde spesso i dogmi pi essenziali, fin lesistenza di Dio e l'immortalit deU'animass. Queste sostiene se il cuor suo ha bisogno di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere Rabido; per difendere Cluenzio invece professa che colia tomba finisce tutto; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virt, n alcun mai pens a ringraziar gli Dei d'esser galantuomo **. Tal era lo scetticismo de'contemporanei suoi. Cesare, pontefice massimo, profer in piensenato che la morte il fine dei mali, n dopo di essa v'h a gaudio o tormento 88: eppure egli stesso, dopo die una vofta rischi di esser rovesciato, non saliva mai in
55 Stepissime *et leg et 'audivi, nihil mali esse in morte , in qua si resideat pensus, immorlalilas illa potius quam mors ducenda st; sin sil amissus, mdla videri miseria debeat quce non sentiatur. Ad F am ., v. 16. Una ratio videtur, quidquid evenerit ferre moderate, praesertim cum omnium rerum mors sit extremum, i v i , VI. 2. Sed de illa . . . . sors v i derit, aut siqttis est qui curet Deus. Ad A ttiro, IV. 10. Poi in piena udienza (pro Cluentio, 6 1 ) diceva: Si quid animi ac virtutis habuisset, mortem sibi conscisset. Nam moie quidem quid tandem illi mali mors atttdit? nisi fonte fabulis ac ineptiis ducimur / ut existimemus illum apud inferos impiorum stipplicia perferre. . . Quce si fa lsa sunt, id quod omnes intelligw itj quid ei tandem aliud mors eripuit praeter sensum doloris ? Pro Rabirio dice il preciso opposto. Lo mette ih bocca a Cotta : Omnes mortales sic habent, externas commoditates a D iis se habere: virtutem autem nemo unquam acceptam Do retulit. Ntun quis quod bonus vir esset, gratias Diis egit muiquam? De
nat Deorum. E Orazio, ep. I. 18:

Httc satis est orare Jovem quce ponit et aufert: Det v ita m , det opes : aequum m i animum ipse parabo.
Questo sottrarre a Giove la direzione delle coscienze trovasi pure nel devoto Tito L ivio, che fa dire a Scipione ('XXXVII. 4 5 ): Romani ex iis , quce in

Defitti immortalium potestate erant, ea habemns quce D ii dederunt : animos, qui nostra rtienlis sun t, eosdem in omni fortuna gessimus gerimusque.
Pure dai poeti stessi potrebbero trarsi nobilissimi concetti della divinit ; che mostrerebbero come la tradizione primitiva non fosse spenta ; il Dio re tributore anche delle azioni individuali dipinto da Plauto nel prologo del

Ritdens : Qui falsas lites, fa lsis testimoniis Petunt, quique in jure abiuraift peciuiiam , Eorum referimus nomina, excripta ad Jovem. Cotidie ille scii quis hic qtutral malum ....... Iterum ille eam rem judicatam judicat. . . . Bonos in 'aliis tabulis excriptos habet ec. *5 Mortem aerumnarum requiem esse: eam cuncta mortalium mala dissolvere:'ultra neque curae, neque gaudio locum esse. S a l l u s t i o , Cai i l . 49.

128

OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE.

carro senza recitre tre vlte una giaculatoria preservativa, come facciamo la pi parte , dice l'ateo Plinio **. Anche in Orazio la morte non offre che il nulla:e perpe tuo sonno preme Quintilio *7: e A te, gran saggio Archita, che vale aver, saputo calcolar le stelle del cielo e le arene del mare, se pi non^ei che polvere sul lido marino? Per lui la filosofia una raccolta di ricerche particolari sopra questioni date s9 : e la divide in luoghi, cui tratta indi pendentemente gli uni dagli altri.Dairesperienza sua del mondo deduce riflessioni vere, argute, evidenti: ma se Accorrono r i cerche sulle basi della verit, analisi esatta del pensiero, del lazione, della natura umana, s'avviluppa ed abbuja. La sua filosofa fatta pel galantuomo, pi che pel sapiente; i doveri risultanti dallo stato sociale preferisce a quelli che derivano dall indagine scientifica ; ogni ricerca vada da banda, non ap pena sorge occasione di operare. Cosi, come avviene quando le credenze sono scosse, ri mane eclettico, e secondo i Nuovi Accademici si tranquilla nelle probabilit. Per combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica di plebeea0; non foss'altro, perch sconsigliavano dalle pubbliche faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della romana, applica zione al viver cittadino. Pertanto predilige l'etica stoica, an che perch meglio si presta alleloquenza; salvo del resto a voltarla in beffa nella persona di Catone; e scopo della mo rale e regola della vita pone il sommo bene, il quale consiste nella virt e nell'onest, cio in quel che ^lodevole per s stesso, non per idea di utilit: e quantunque l'onesto sembri talvolta pugnare coll' utile, utile per sempre. Bellissimo udire esposta la virt in parole s eloquenti com'egli fa ; ma se gli richiediamo una norma fissa, troviamo
NaUtrtc hist.f XVII1, 2. Ergo Qttinclilittm Perpettais urget sopor. Te maris et terree tutmeroque carentis arenai Mensorem. . . . Ttiscul. , V. 7. 50 Plebei philosophi . qui a Platone et Socrate et ab ea fa m ilia dissident appellandi videatur. Tuscul, I , 22.

OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE.

129

o il vuoto o leccesso. Nesuoi Paradossi Stoici ci dir che il -savio non perdona veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia;in quanto savio,egli bello bench scontraffatto, ricco bench muoja di fame, re bench schiavo; chi non savio, pazzo, bandito, nemico ; colpa eguale uccidere oun pollo pel desinare, o il padre: il savio di nulla dubita, mai non si ripente, non s inganna, non cangia dav viso, non stritratta . Certo non con questi teoremi che si educher al vero la mente, alla bont il cuore. Lo Stoico impu gner, gli Epicurei, che non diseernono il piacevole daUonesto : ma questo onesto ove lo trover ? dove questa virt a ui la volont deve aderire? 8 1 Cicerone, anzich sodare ve rit generali, cerca applicazione utile, e utile ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiarne; raccomanda di non. staccarsi troppo dalle vie battute, quandanche non le ap provi la stretta morale; lavvocato pu sostenere una causa non giusta; per gli amici uno pu permettersi cose che non farebbe per s stesso82; ciascuno nell'opera re deve riguardo alla propria indole,, cui inerisce sempre qualche.difetto: nessuno obbligato all impossibile : e l'uno pi atto a questa, un al er a quella virt. *Cosi attempera lonest alla convenienza. Cicerone h$ vivissimo il sentimento della sociabilit: rede istinto delluomo la convivenza, indipendentemnte dal insogno che se n'ha: ed esserne legge a indulgenza e benevo* lenza universale: nulla v ha di meglio che lamare i nostri si m ili, che Tessere buoni e far bene 83 : il riscattare i prigio nieri e nutrire i poveri trova generosit ben maggiore che non
5* Quid est igitur boman ? Si quid recte f i t et honestum et cum v ir ditte, id beiie fle r i vere dicitur: et quod rectnm et honestiun et cum virtute <est, id soltim opinor betum. Paradox 1. E un paralogismo. 38 Quae in nostris rebus non satis honeste, iti amicorum fid e honestis sim e , ut etiam si qua fortuna acciderit, ut minus /uste amicorum.volunta te s adjuvandae sint, in quibas eorum aut caput agatur autfam a, declinatiIum'sit de v ia , modo ne summa turpitudo sequatur. De Amicitia 46, 17. 53 Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum ju ris est De leg., I. 13. Studiis offimsqtte scientiae praeponenda sunt of fic ia justitia;, quae pertinent ad homimun caritatem , qua nihil homini debel esse'antiquius De off., I. 43, Quid est melius aui quid praestantius bonitate el'beneficentia? De nat. Deorum, I. 43.
CANTU. - Storia della Leti. Latina.
9

f30

OPINIONI FILOSOFICHE DI CICERONE.

Te larghezze onde i grandi di Roma blandivano il popolo *: estende anzi la patria a tutto il mondo, volendo che uma nit stia di sopra del patriotismo, e reclamando diritti anche per gli stranieri: fin degli schiavi si cura, volendo se n'abbia riguardo, quanto almeno degli arm entis5. Ma il patriotismo e* gl'istinti pagani ricompajono; Fontejo accusato di estorsioni e crudelt, e Cicerone chiede: Chi che lo accusa ? son barbari, persone in brache e sajo. Chi testimonia per lui?* > cittadini romani. Il pi nobile de*Galli potrebh^essere messo in bilancia coirinfmo de* Romani? Pure le applicazioni sono il pi delle volte generose: e se ppe alquanto della natura sua allorch predica doversi segui tare la virt in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare i tempi, e adattarsi alla procella nel na vigare **, piace nella Roma di Siila e di Marcantonio udirlo proclamare che scopo della guerra la pace, e non doversi quella intraprendere che per rimuovere l'offesa*7. Queste aspi razioni pacifiche in verit erano comuni al cadere della repub blica, quando della guerra sentivansi tutti i danni, e la spos satezza che suol seguirne. Come letterato poi preferisce la toga alle armi, e trova feroce il precipitarsi ciecamente alla strage, e lottar corpo a corpo col nemico, e vi prepone la glria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e allumanit. Ma quel desso che riprodusse la morale pi pura di cui fosse
De o ff., I I , 4 8 ,1 6 . 98 Qtatm se <non itnitts circimdatum mentibus ' loci, sed civetti lotius mundi quasi unins urbis agnoverit. De leg., I.-23. Qui autem civium rationem diam i habendam , externorum negant, ii dirimunt commiuiem hu mani generis societatem : qua sublata , beneficentia, liberalit s, bonitas et ju stitia funditus tolluntur. De . III, 6. Est autem non modo ejtts qui servis, qtd mulis pecudibus prarsit, eo rum quibus prarsit commodis utilitatique servire. Ad Quintam , I. 1 , 8 ; e pi generosamente. De off., I. 13: Est infima cotulilip et fortuna servorum r quibus non. male prcecipitmi qui ita jubent uli ut mercenariis; operam exi gendam , justa prebenda. 3Ita seqid virtutem debemus, ut valetudinem non in postremis ponamus. Temporibus assentiri sapientis est. In navigando tempestati obsequi ar tis est. 87 Bellum ita sttscipiatur, ut nihil rrliud nisi pax qucesita videatur. . . . Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in pace vivatttrDe offic., e vedi 1, 23.

OPINIONI FILOSOFICHE DI CICERONE.

131

capaceli mondo pagano,morale che tanta efficacia esercit sulle leggi e sui costumi rotani, non riesee a cancellare l'impronta originale della filosofia gentilesca, per la quale l ' uomo non aveva un valore assoluto, ma solo uno relativo e subordinato alla societ. Tali massime toglievangli e piet e giustizia qua lora si trattasse d'uno straniero o duno schiavo: e di giu dicar rettamente della malvagit che avea sott'occhio. Conforme a morale siffatta, con cui Roma giustific pes sime iniquit, Cicerone esibisce il modello d un cittadino per fetto: Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj, Curj, Fab] Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero, cbe questa repubblica assodarono, e fch io ripongo nel nurm e ro degli Dei immortali: amiamo la patria, obbediamo il senato, sosteniamo i buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterit ed alla gloria ; giudichiamo ottimo ci che pi retto; speriamo; speriamo quel che d aggra: da, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in Ape che il corpo degli uomini forti e grandi mortale, ma sempi terna la gloria dell* animo e della virt 8. Lo stesso libro degli Uffizj non riflette alluomo, ma al citta dine; non mette 1&debita distinzione fra la scelta duno stato e quella deprincipj, e trascurando la moltitudine operosa ed -utile, d precetti soltanto pel magistrato o pel generalo, alpi pel letterato; insegna come acquistar onoranza nella repub plica e nei governi, come operare con decoro, ma nulla della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni delluomo colluomo; ommette poi i doveri di questo verso la divinit; seza dei quali come si pu efficacemente imporre il dovere, deter minarlo, sanzionarlo? 1 Ma fra gli Stati esiste una moralit come fra* particolari, o norma unica l interesse? Come platonico, Cicerone' fonde la morale colla politica, e fa da Lelio proclamare che alle societ nulla nuoce pi che l ingiustizia, n alle genti pos sibile governarsi e vivere senza rispettre il diritto : ma nel lapplicazione ricasca all angustie del patriotismo, crede che Roma conquist il mondo nel difendere i suoi alleati, e so58 Pro Sextio.

132

OPINIONI GIURIDICHE d i c i c e r o n e .

'stiene legittima la conquista di essa, cogli argomenti onde Ari stotele sosteneva legittima la schiavit : natura ha stabilito che chi superiore per ragione sia anche per autorit ; e la dominazione di Roma giusta perch fu un bene pei popoli, i quali perivano in grazia dell* indipendenza . Il patrioto di mentica che la filosofia non deve fondarsi sopra le conseguenze dlie azioni stess; che l'avvenire di Dio, ma regola in variabile dell'uomo dev'essere* il dovere. Come Aristotele), prediligeva un governo misto. Egli ci ' offre belle esposizioni e descrizioni della legge, del diritto, de gli intimi rapporti di questo collonest e la morale, volen done dedurre la scienza non dalle XII Tavole o dall' Editto pretorio, tia dalla natura dell'uomo: il solo che somigli alla divinit, perch con questa ha comune la ragione. E poich la retta ragione costituisce la legge, e questa legge la fonte della giustizia, tra Dio e gli uomini v comunion di legge e di diritto, e tutto luniverso deve considerarsi una citt co mune degli Dei e degli uomini. Mai non si finirebbe di parlare di questo, che nibno esi ter ad annoverare fra maggiori intelletti. Nella patria sua il nome di esso si risveglia ad ogni pi sospinto, ad ogni ri scontro delle passate grandezze : e essersi tornato a stu diarne gli scritti al ridestarsi della bella letteratura giov grandemente a raffinar le menti degli uomini a cui con esclu sivit perdonabile erano presentati, e ad indurre quelle con? setudini di investigazione, da. cui deriv cotanto benefizio*
De rept., HI. De off., II.

BIBLIOGRAFIA.

Possono vedersi F cciolati, Vita Ciceronis litteraria. 4760. H ulsbmann, De indole philosophica Ciceronis t ex ingenio ipsius et aliis rationibus aestimanda. 4799. G autier de Sibkrt y Examen de la philosople de Ciceron. Memorie dellAccademia d Iscrizioni, tomi XL' I, XLIII. Meiners , Oralio de philosophia Ciceronis t ejusque in universam phi

losophiam meritis. K ukhneh , . . iceronis in philosophiam ejusque partes rrierita.


e tu tti gli storici della filosofia e della letteratura latina. Oltre quella rinnomata di M id d le to n , vi son molte vite di Cicerone: ma stando agli u ltim i, esso mi pare I>en ritratto nella Storia dell*impero di M eriv a i Mommsen ne fa piuttosto la caricatura. Egregi commenti or ora Zumpt. L* edizione principe delle opeie compiute di Cicerone fu stampata a Mi lano da Alessandro Minuziano ( 4498 , 4 voi, in fol. ), e- ristampata a Parma con pochi cambiamenti dovuti a Buddeo, da Badio Ascenzio (4544, 4 voi. in fol.> Aldo Manuzio e il Navagerio pubblicarono un* edizione compiuta in 9 voi. in fol. a Venezia 4549-20. Delle innumerevoli piccole edizioni successive, le pi pregevoli sono qiiella degli Elzevir ( Amsterdam 4684-99,44 voi. in-42), di F o u lis ( Glascovia, 4749, 20 voi. in-46) e di Barbou (Parigi 4768, 44 voi. in -1 2 ). La prima, ove fosser compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 4844-22, dal Niebuhr nel 48 2 0 , dal Peyron nel 4824, quella del Le Clerc in latino e francese 4821-25, SO voi. in - 8 , e 4823-27, 35 voi. in-48. Tutte cedono a quella delTOrelli Zurigo 4826-37,-9 voi. in-8 in 43 parti) da cui il testo fu ri veduto con grande accuratezza e discernimento, e quantunque non sia eorreredato di alcun commento, la mancanza ampiamente ristorata dall* ammira bile Onomaslicon Tulliaiumij continens M. T. Ciceronis vitam , historiam

literariam , indicem geographicnm historicum , indices legam et formurlarum , indicem grceco latinum , fastos consulares: curaverunt lo. Gasp. O b e liiu s e t lo. Georg. R aitk ru s, in 8 voi. Il voi. Vfl contiene gli scoliasti sopra Ci cerone, vale a dire C. Mario V ittorino, Rufino, C. Giulio Vittore, Boezio, Fa vonio , E ulogio, Asconio Pediano, Scholia Bobesia e Scholiasta Gronovianus. Per dare il catalogo delle opere di Cicerone le divideremo in I. Opere filosofiche. II. Orazioni. III. Epistolario. IV. Poemi. V. Opere

Storiche e miscellanee.
Noteremo collasterisco quelle che ci pervennero imperfette e mutile, ma ba stanti a darci idea del disegno generale e dello spirito; di doppio asterisco, quelle di cui possediamo scarsi frammenti ; in cotsvo quelle al tutto perdut ; fra parentesi quelle credute spurie.

I O p ere filosfiche.
Rarissima l edizione principe delle opere filosofiche di Cicerone, fatta nel 4474 da Sweynheim e Pannarti in 2 voi. in fol. Del medesimo periodo abbiamo De officiis, De am c tia , De senectute,

134
e Friburger.

b ib l io g r a f a

c ic e r o n ia n a .

Somnium Scipionis, Paradoxa , Tusculanas Queestiones, in 2 voi. in fol. , senza data o luogo, ma pubblicati a Parigi intorno al 1471 da G ering, Granfie Le opere De natura Derum , De divinationej De fa to , De legibus, Hortensius, De disciplina militari vennero in luce in un voi. in-4 a Venexia 1471, pr V indelino di Spira.
Un*edizione, che doveva comprendere tutte le opere filosofiche di Cice rone, fu cominciata da Goerenz, e condotta fino al III volume (Lipsia, 1809-13 ).

Ampj schiarimenti intorno a Cicerone come scrittore 61oso6co danno Bru c a r , Storia crii, flo so f ( voi. I I , pp. 1 a 70 ). G u ltie r dx Sib k rt, Exafnen de la philosophie de Ciceron nei Mmoires de VAcad. des Inscript. ( voi. XLU e XLIU G, W aldin , De phil. Cicer. platonica (Jena, 1753). G. Z ie rlein , De phil. Cicer. (Hall. 1770). C. Bbj*glies, Progr. de phil. Cicer. ( Cob. 1784 ). M. Fremding , Philosoph. Ci cer. ( Luneb. 1796 ). F. Hulemnh , De indole philosoph. Cicer. ( Ivi 1779). F. Gedicke , Hist. philosoph. antiq. ex Cicer. scriptis ( Berolini 1815). R. K u e h n e r , M. Ttdlii Cicer. in philosoph. ejusque partes merita ( Ambur go 1825 ). Le suddividiamo i n , A. Filosofia del gusto o Retorica. B. Filosofia politica. C. Filosofia morale. D. Filosofia speculativa. E. Teologia, A. Filosofia del gusto , o Retorica. Rhetoricorum, seu De inventione
rhetorica, libri II. , De partitione oratoria dialogus. De oratore ad Quintum fratrem libri III. Brutus, seu De claris oratoribus. O rator, seu De optimo genere dicendi. De optimo genere oratorum .. Topica ad C. Trebatium.

Communes loci.
(Rhetoricorum ad C. Herennium libri IV ). B. Filosofia politica . * De republica libri VI. * De legibus. ** De jure civili.

Epistola ad Qesarem de ordinanda republica. C. Filosofia morale. De officiis libri III.


*' De virtutibus. Cato m ajor, seu De senectute. Laelius, seu De amicitia. ** De gloria libri II. De consolatione, seu De luctu minuendo. D. Filosofia speculativa. Academicorum libri IV. De finibus bonorum et malorum libri V. Tusculanarum qurestionum libri V. Paradoxa Stoicorum sex. " Hortensius, seu De philosophia. T im au s, seu De universo, ex Platone. V Protagoras, ex Platone.

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA. E. Teologia. De natura Deorum libri III. De. divinatione tfbri l.
* De fato, liber singularis.

135

M De auguriis Auguralia. A. Filosofia del gusto , o Retorica' L edizione principe delle opere retoriche di Cicerone fu stampata a Venezia da Alessandrino ed Asulano -1485, in fol. ; e la prima coippiuta da Aido in Venezia 1514. Delle goderne le pi notevoli sono quelle di Schutz ( Lipsia 1804', 3 voi. 1; le Opera rethoriea minora di Wetzel Lignite (1807 e quella di Baier e di Orelli ( Zurigo 1830 1 Rhethoricorum , seu Da inventione rhetorica libri l. Pare sia la. prima composizione in prosa di Cicerone ; contiene un compendio dei retorici greci. Esaminata lintiera arte dell eloquenza sotto cinque capi distinti, ge/uu, ojfieilan y fin is . materia , partes rhetorica , discorre delle parti dellorazione, exordium , narratio, partitio, confirmatio, reprehensio, conclusio. 2 De partitione oratoria' dialogus. E un catechismo retorico in fer ma di dialogo fra Cicerone e suo figlio Marco : larte compresa sotto tre ca pi , 1. V is oratoris, in cuiil soggetto trattato rispetto all oratore sotto cin que capi, iwentio, collocatio, elocutio, actio , memoria; 2. O ratio , che tratta dell arringa sotto cinque capi, exordium , narratio, confirmatio, reprehen sio , peroratio, 3. Qucestio, che tratta del caso. 'L* edizione pi antica di G. Fontana 1470 , probabilmente a Venezia?
se pure non anteriore una di Moravo a Napoli.

3 De oratore ad Quintum fratrem lijbri III. In dialoghi discorre del modo idi formar loratore; tesse ad un tempo lelogio dell eloquenza.Per arte e profondit d idee, e per singolare eleganza di stile e lingna, una delle principali opere dell autore. L edizione principe usc nel monastero di Subiaco per Sweynheim e Pann artz fra il 1465 ed il 1467 col Bruhis. Vedi A, E rnxsti, De praestantia libr. Cicer. de Oratore prolusio (Lipsia 1736). E. G ibrig, Von dem sthetischen W erthe der Biicher des Cicer. <uotn Redner (Fulda 1807 ) L. TbomPHfeLLEB, Versuch eitier Charakleristik der Cic. Biicher <votn Redner (Coburo 1830 ). 4 B rutu s, seu De claris oratoribus.. Dialogo fra Cicerone, ittico e Bruto, contenente la storia critica della romana eloquenza da Giunio Bruto, .Appio Claudio, Marco Curio fino ad Ortensio. Ledizione principe fu fatta ar Roma. da Sweynheim e Pannartz. La mi-a giior edizione e di Ellendt, con copiosi e pregevoli prolegomeni (Konlgsberg 1826). 5 O rata', seu De optimo genere dicendi. Immagine del perfetto oratore, ad istanza di Marco Brto. Cicerone lo raccomanda dicendo: Mihi qui dem sic persuadeo, me quidquid habuerim judicii de dicendo in illum lirum contulisse; e in fatti ammirabile per purezza della dizione, perizia di appropriata fraseologia, e scorrevolezza armoniosa dei periodi. L* Orator, col De oratore e il Brutus, formano in serie connessa e continuata lin sistema compiuto d arte retorica. L edizione migliore quella di Meyer ( Lipsia 1827 ). Vedi A. B ubchabd u &, Animad. ad Cicer. Orai. ( Berlino 1815 ).
6 Per confutare Bruto e Calvo, i quali tenevano che l essenza del veto

136

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

.stile attico consistesse nell* adoperare il minor numero possibile di parole, Ci cerone tradusse in latino i due pi perfetti modelli della greca eloquenza, vale* a dire le due orazioni di Demostene ed Eschine per la corona. La -traduzione and perduta, ma una breve prefazione, in cui se ne spiega lorigine e log getto, esiste tuttavia sotto il titolo De optimo genere oratorum. Ledizione* principe di Parigi 1551. 7 Topica ad C. Trebatium. Veleggiando verso la Grecia nell1estate dopo la morte di Cesare, Cicerone compose a memoria questo trattato, e 1 invi al giureconsulto Trebazio da Reggio, l anno1A4 av. C., per fargli capirei Topici d* Aristotele. Ledizione principe credesi fatta a Venezia circa il 14728 Communes loci. 9 Rhetoricorum ad C. Herennium libri IV. Esame generale di. tutta* larte retorica, con gran numero di precetti a guida dello studioso. Molti brani di quest opera sono citati da san Girolamo, da Prisciano, da RuGno ed altri antichi grammatici, che 1 attribuiscono a Cicerone : ma la sua autenticit fi rivocata in dubbio di buonora da Raffaele Regio ed Angelo Decembrio, e al cuni l ascrissero a Quinto Cornificio, altri a MarcAntonio Grifone. Vedasi la prefazione di Burmann alla edizione della Rhet. ad Hereiui. e De inventione, Leida 1761. L edizione principe fu stampata col De inventione sotto il titolo di Cice ronis Rhetorica nova et vetus da Nicol Jaosson, Venezia 1470.
B. Filosofia politica.

1 De republica libri VI. Vuol determinare la miglior forma di go verno, definire i doveri di tutti i membri del corpo politico, e quai principj di giustizia e moralit devano formar la base d ogni sano sistema politico. Non s conoscevano che la conclusione e l episodio Somnium Scipionis, quando nel 1822 Angelo Mai scopri in un palimsesto della biblioteca Ambrosiana di Milano una parte, poi nella Vaticana il resto del I e II libro, e frammenti degli altri. L opera di Tullio non regge al paragone con quella di Platone sullo stesso ar gomento, neppure informa appieno della costituzione romana, e per lo pi. copia. Ledizione di Creuzer e Moser (Francoforte 1826) la pi compiuta. Vedi C. \V o lf, Obsci'v. crit. in AL Tuli. Cic. orat. pr Scaiu'o et pr Tullio , et librorum de Rep. fra g m ., 1824. Zchaem t Staatswissensclaftliche Betrdcktwigen iiber Ciceros neu a u f gefiuidenes iVerhe vom Stad ie , Heidelberg 1823. 2 De legibus. Tre dialogi, nei quali si discorre delle sorgenti della
giustizia e della v irt , di un codice modello, con continue allegazioni delle anti che istituzioni di Roma. L autenticit di quest opera dubbia. La miglior edi zione quella di GoCrenz (Lipsia 1809 ) e la pi recente quella di Bake (Lei

da 1824 J. 3 De jure civili in artem redigendo. 4 Epistola ad Ccesavem de ordinanda republica. Di questi due trat tati si trova qualche cenno. C. Filosofia morale. 1 De officiis libri Ili. Tratta dei dovari, cio del distinguere e dello, scegliere fra lonesto e lutile. un codice di morale politica ad uso dei cittadini

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

131

duno Stato libero, e non un sistema generale di morale. Cicerone Io intitol suo figlio Marco, che studiava allora in Atene, e vi espose la condotta che dee se guire un giovane romano nell esercizio delle funzioni pubbliche, ec. L'opera ha carattere antropologico anzich morale, ed imperfetta in ci, che suppone principi svolti in altri scritti, e risguarda soltanto l ' istruzione pratica del figlio di Cicerone. Ledizione principe uno dei pi antichi monumenti di tipografia clas sica , essendo stata stampata, coi Paradojca, da Faust e Schofler a Magonza nel 1465 e nel 1466, in-4 piccolo. Fra le'numerose edizioni, la migliore * quella di Lipsia 1820-21. 2 De virtutibus. Doveva essere una Specie di supplemento alla prece dente. 3 Cato major, seu De senectute. Catone il censore, di, ottantaquattro anni, confuta le quattro principali objezioni che soglionsi fare alla vecchiezza. E uno dei pi graziosi trattati morali, tramandatici dallantichit.^ Le prime cinque edizioni furono di Colonia : delle moderne le migliori sono* quelle di Gerhard e di Olho ( Lipsia, 1819 e 1830 ). 4 Laelius, seu De amicitia. Dialogo specialmente destinato alla gio vent che imprende a leggere gli scritti filosofici dei Romani, non d la teorica compiuta dell amicizia ; ma vi si palesa dappertutto in modo dignitoso e per suasivo lanimo del filosofo e dell uomo di Stato, che pensa esente nobilmente. La forma della composizione semplice e vivace, robusta e chiara ; ma lascia a de siderare nel nesso logico delle idee. Ledizione principe a Colonia da GuldenschafT precede quella di Sweyn heim e Pannarti del 1471. Delle moderne la migliore quella di Baier (Li psia 1828). 5 De gloria libri li. Ce ne sopravanzano poche parole. Il Petrarca 1 aveya, ed avendolo prestato a un amico, pi noi ricuper. 6U De consolatione, seu De luctu minuendo. Composto da Cicerone
poco dopo la morte della figlia Tullia. Pochi frammenti furono conservati.

D. Filosofia speculativa 1 Academicorum libri I(. Accurata narrazione dell orgine e dei pro gressi della filosofa Accademica, colle modificazioni introdotte dai successivi pro fessori, per dimostrare la superiorit deprincipi della Nuova Accademia inse gnati da Filone, su quelli della vecchia propugnati da Antioco dAscalona. Ess contiene una sposizione storica e dialettica della questione sulla realt delle umane conoscenze, concludendo che la semplice probabilit dovrebbe non solosoddisfarci, ma renderci tranquilli. Le edizioni migliori sono quelle di Goerenz ( Lipsia 1810) e di Orelli (.Zu rigo 1827 ). 2 De finibus bonorum et malorum libri V. Serie di dialoghi dedicati
a Marco B ru to , in cui sono esposte, paragonate e discusse le opinioni dellescuole greche, specialmente degli E picurei, Stoici e Peripatetici,sul bene supre m o , vale a dire il fin is , la meta verso cui volgere tutti i iostri pensieri, desideri, ed atti. Pu considerarsi come il pi perfetto degli soritti filosofici di Cicerone.

L* edizione principe in -4 , senza data, credes stampata a Colonia coi tipi di Ulrico Zeli intorno al 1467. Delle numerose successive la migliore h quella dii Madwig, Copenaghen 1839 , in-8.

138

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

3 Tttsadanan qucestioruim libri V. Discussioni su rarj punti impor tanti di filosofia pratica, ove espone con eleganza e'chiarezza i risultamenti delle profonde indagini dei filosofi greci; e se talvolta si smarrisce nel labirinto delle opinioni anzich coglier insieme dei sistemi e giungere all' unit, palesa per -di continuo sentimenti pieni di giustezza e nobilt, e traeceglie con operosa sollecitudine quanto avvi d ingegnoso e vero nei pensieri disgiunti de* greci maestri. L' edizione principe fu stampata a Roma da Ulrico Han in-4 nel 4499 ; }a pi compiuta e quella di Moser ( Annover 4 826-37 ). 4 Paradoxa Stoicorum sex. Sei paradossi ivoi iti degli Stoici, espressi in linguaggio famigliare, propugnati con argomenti popolari, ed occasionalmente illustrati con esempj desunti dall'istoria contemporanea. Egli dice: Illa ipsa , qtue v ix in gymnasiis et in otio Stoici probant, l u d e n s eonjecl in com munes locos ; talch piuttosto un passatempo. 5# Hortensius, seu De philosophia. Dialogo per raccomandare la filo sofia ai Romani. 6 TimteuSf seu De universo , ex Platone, 7 Protagoras, e x Platone. Traduzioni di Platone. E. Teologia. 1 De natura Deorum libri 111. Tre dialoghi a Marco Bruto, in cui vengono discusse le speculazioni degli Epicurei e degli Stoici sull' esistenza, gli attributi e la provvidenza di Dio. In niun altro scritto di Cicerone incontrasi maggior variet di dottrina, maestria di lingua, grazia e leggiadria, accoppiate a lucidezza d'espressione e splendor di eloquenza. Un preteso IV libro fu pub blicato da Serafino a Bologna nel 4844. 2 De divinatione libri II. Continuazione o appendice dell'opera pre cedente , e documento pregevole per l ' istoria delle idee del secolo. Cicerone vi samina con piena libert le pratiche divinatorie allora in uso, con uno stile chiaro, vivo, aggraziato, arguto ed ingegnoso, e con un argomentare pi cal cante che nelle altre opere.' L' edizione-principe compresa nella raccolta di Sweynheim e Pannartz. (Roma 4474 ). Delle moderne la migliore quella di Creuzer, Kayser e Moser < Francoforte 4828 ). 3 De fa to , liber singularis. Frammento di un dialogo per integrare le due opere antecedenti sulla teologia speculativa. 4P De Auguriis Auguralia. Pochissimo ne sappiamo.

I I . O ra z io n i.
Diamo la cronologia di tutte le Orazioni Ciceroniane, di cui furono conser vati almeno i titoli: Pro P. Quinctio [ Anno 84 av. C. ] Pro S. Roscio Amerino [80]. P r o m u l i e r e a r e t i n a e P r o C a e c i n a 133]. * Pro Q. Roscio comoedo 176 J. P r o a d o l e s e e nt i b u s s i c u l i s [75]. * Quum qusstor Lilybeo decederet 74;.

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.
Pro Scamandro (74].

139

P ro L. Vareno [71]. * Pro M. Tullio [71]. Pro C. Mustio 170]; non mai pubblicata, secondo il pseudo Asconio. In Q. Crecilium [70]. In Verrem actio prima [5 agosto 70.'. In Verrem actio secunda; non recitata. * Pro M. Fontejo [69.'. Ptq A. Crecioa [69 probabilmente]. ** Pro P. Oppio [67]. Pro lege Manilia [66]. * ** Pro C. Fundanio [66]. Pro A. Cluentio Avito [66]. P ro C. Manilio [65]. P r o L . C o r v i n o [65]. Pro C. Cornelio. Due orazioni [65]. P r o C. Ca l p u r n i o P i s o n e [64]. ** Oratio in toga candida [64]. Pro Q. Gallio [64]. Orationes consttlares. 1. I n / Senat u [i gennajo 63]. * 2. De lege Agraria oratio prima in Senatu. De lege Agraria oratio secunda ad populum. De lege Agraria oratio tertia ad populum. ** 3. De L. Roscio Othone. * 4. Pro "C. Rabirio. ** 5. De proscriptorum liberis. 6. I n d e p o n e n d a p r o v i n c i a . 7. In Catilinam prima oratio [8 novembre]. 8. * * secunda [9 novembre]. 9. tertia 40. quarta [5 dicembre]. Pro Murena [63]. * Contra concionem Q. Metelli [3 gennajo 62]. Pro P. Cornelio Sulla [62]. *' In Clodium et Curionem [61]. ( Pro A. Licinio Archia [61]. Pro Scipione Nasica [60]. Pro t . Valerio Flacco [59]. P r o A. M i n u c i o T k e n n o [difeso due volte nel 50j. P r o A s c i t i o [prima dei 56]. P r o M. C i s p i o [dopo il 57]. ( Post reditum in Senatu ) [5 settembre 57]. (P ost reditum ad Quirites ) [6 o 7 settembre 57]. (Pro domo sua ad PontiGces) [29 settembre 57]. ( De haruspicum responsis ) [56]. P r o L. C a l p u r n i o P i s o n e B e s t i a [11 febbrajo 56:. Pro P. Sextio [marzo 56].

140

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

In'Vatinium rogatio [stessa data\. Pro M. O lio Rufo. Pro L. Cornelio Balbo [56]. De provinciis consularibus ^56]. * De rege Alexandrino [56]. In L. Pisonem [55j. **ln A. Gabinium. Pro C. Prancio [55]. P r o C a n i n i o G a l l o [55]. Pro C. Rabirio Postumo [54]. ** Pro Vatinio [54]. * Pro M. JSmilio Scauro [54]. P r o C r a s s o in Senatu [54]. P r o D r u s o [54]. P r o C. M e s s i o [54]. D e R e at i n o r u m c a e s a c o n t a I n t e r a m na et es. ** De re alieno Milonis interrogatio [53]. Pro T. Annio Milone [52]. P r o M. S a u f e j o . Due orazioni [52]. C o n t r a T. M u n a t i u m P l a n c u m [dicembre 52]. P r o Cor ne l io D o l a b e l l a [50l. ( Pro M. Marcello) [47] Pro Q. Ligario [46]. Pro rege Dejotaro [45]. Ds P ack in Senatu [17 marzo 44]. Sono comunemente ritenute spurie queste: Responsio ad orationem C1 Sallustii Crispi. Oratio ad populum et ad equites antequam iret in exilium . Epistola, seu Declamatio ad Octavianum. Oratio adversus Valerium . Oratio de pace. L edizione principe delle orazioni e probabilmente quella del 1471 a Roma per Sweynheim e Pannartz, sotto 1 - ispezione di Andrea vescovo d*Ale na. Delle moderne la migliore quella di Klotz a Lipsia 1835, con ottime in troduzioni e note in tedesco.

I I I . E p isto lario *
Settanta lettere si suppone fossero pubblicate con ampie addizioni dopo la morte di Tullio dal suo liberto Tirone : ora ne possediamo oltre ottocento, ge nuine , le quali son disposte comunemente cosi : 1 Epistolarum ad fa m ilia res , oppure Epistolarum ad diversos li bri XVI. Pregevolissime e quali documenti storici, e perch ci fanno conscere a fondo la vita di Cicerone, e penetrare nel segrto delle convinzioni sue e de* suoi desiderj, che depone con fiducia nel seno*dell* amicizia. Sono poi scritte con tale eleganza, gentilezza, eccellenza di dizione e purezza di stile, che hansi in conto di modelli del genere epistolare. La raccolta comprende anche le risposte. 2 Epistolarum ad T. Pomponium Atticum libri XVI. Meno prege voli dal lato dello stile.

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

141

3Epistolarum ad Quihtitm fratrem libri III. Son ventinove i dirette al (rateilo Quinto, allora vicepretore in Asia; racchiudono specialmente con sigli relativi allamministrazione della provincia. 4 Epistolaritm ad 31. Brutum liber. * Diciotto lettere dopo la morte di' Cesare ; ne firono aggiunte altre otto , pubblicate primamente da Calandro, di genuinit non ben decisa. Le Epistolee ad fam iliares furono la prima opera che usc dai torchi di Sweynheim e Pannartz ( Roma 1467 ), poi le Epistolae ad A ttifu m , ad 31. Brutum , ad Qiunlum fratrem nel 1470. Delle recenti edizioni la migliore quella di Schutz (Hai. 1809-12, in 6 voi. ), comprendente in ordine crono logico con note spiegative tutte le lettere, tranne quelle a Bruto. Vedi Abkkkn , Cicero in seinen Briefen. Annover 1835.

IV . P o em i.
** 1 V e r s u s H o m e r i e i. Traduzioni da Omero. * 2 A rati Pheenomena. ** 3 A rati prognostica. Circa due terzi dei primi, cio pi di cinquecensessanla esametri furono preservati, mentre dei secondi non sopravanzano che ventisette. Traduzione esatta, ma di poco pregio. ** 4 Alcyones. Capitolino ( ih Nord., 3 ) fa menzione di un poema attribuito sotto questo titolo a Marco Tullio.

e m

IV e d ic ' P u n , M >i -c .

7 Limon. Quattro esametri di questo poema, di cui ignorasi il soggetto, sono citati da Svetonio in Terenzio, 5. * 8 Maritis. Un arguto frammento di tredici esametri citato nel De divi- natione 1, 47. * 9 D e rebus in consulatu gestis. Un frammento di settantotto esametri citato'nel De divinatione I, 11-13. **10 D e meis temporibus. Quintiliano (X I, 1 , 24) cita quattro versi di questo poema: fra i quali i due celebri: Cedant arma toga?, concedat laurea linguar. O fortiuiatam natam me conside Romam/ 11 Tamelostis. Elegia. ** 12 Libllus joctdaris. Quintiliano ( V lir, 6, $ 73 ) cita una strofa arguta in quodam jocidari libello di Cicerne. 13 Pontius Glaucus. D* argomento ignoto. 14 Epigramma in Tironem. Mentovato da Plinio ( Ep. V II, 4 ). I frammenti poetici di Cicerone furono accuratamente pubblicati nelledi zione di tutte le opere fatta da Nobbe a Lipsia 1827, 1 volume in-4, e con miglioramenti da Orelli (voi. IV , p. n , 1828).

, O pere s to ric h e e m isc e lla n e e .


1 D e m e i s e o n s i l i i s , oppure inteorum cons i l i o r u m e x p o s i t i o . Asconio e sant*Agostino riferistono che Cicerone pubblic, sotto questo ti tolo, un'opera in giustificazione della propria politica, quando temeva non

142

BIBLIOGRAFIA CICERONIANA.

esser eletto console a cagione degli intrighi di Craiso e Cesare. S pravantano poche sentente. 5 D e C o n s u l a t u . " L a sola opera veramente storica di Cicerone era u n commentario sul suo consolato in lingua greca : non ce ne pervenne tampoco una parola. ' 3 D e L a u d e C a e s ari s . E citato in una lettera di Attico, IV , 5. ** 4 M. Cato, seu Laus M. Catonis. Panegirico di Catone dopo la sua morte r Cesare vi rispose VAnticato. 5? L a u s P o r c i ae. Panegirico di Porsia, sorella di Catone e moglie di Lucio Domizio Enobarbo. ** 6 OEconomia, ex Xenophonte. Probabilmente parafrasi del trattato di Se nofonte, adattata ai bisogni e alle usanxe dei Romani. 7 C o r o g r a p h i a . Altri la crede Conographia. 8 A d m i r a n d a . Specie di registro di fatti curiosi, citato da Plinio ( N at. Hist. XXXI, 8, 28 , ec. ). dubbio che sieno state scritte da Cicerone le opere che alcuno cita sotto i titoli seguenti: 11. De ortographia. 2. De re m ilitari. 3. Synonyma. 4. De numerosa oratione ad Tyronem. 5. Orphaeus, seu De adolescente studioso. 6. De me moria. Quest'anno 4863 si stamp a Parigi un Essai bibliographique surM . Ti Ciceron par D eschamps. Per gli studiosi pu giovare 1 *edizione di Teubner, in 44 volumi, al solo costo di lire 25 60., assistita da R. Klotz. e che comprende tutti gli scritti rimasti, divisi in Opere retoriche voi. 2 ; Orazioni voi. 3 ; Epistole voi 2; Opere filosoBche voi. 3 e un volume di indici. L* edizione. deHOrelli ( Zurigo 4855-62 ) costa L. 68. H. Meyer nel 4832 pens pel primo a pubblicare i Frammenti doratori ro mani da Appio Claudiofino a Simmaco, faticosissimamente desunti da storici, da grammatici, da iscrizioni. Diibner ne fece unedizione francese con una bella storia delleloquenza romana diEllendt. Meyer stesso fece un'edizione ampliata quasi del doppio a Zurigo, 4842: Oratorum romanorum frammenta ab Appio inde Carco et M. Porcio Catone usque ad L . Aurelium Symmachum. Aggiunse pi di trenta nomi nuovi di oratori, ma la lista h ancor lontana dai trecento che Frontone numerava nell XI secolo.

14$

CAPO VI.
Storici. Eruditi. Livio. Sallustio. Cornelio. Varrone.

Dove finisce et eroica, spettanza della poesia e dell arte libera, ivi comincia la scienza storica, allorquando if carattere preciso dei fatti e la prosa della vita si rivelano in situazioni reali, e nel modo di concepirli e rappresentarli. Quale scienza pi acconcia ad un gran popolo? Pure i -Romani n anche in essa seppero essere originali, e negligendo le pa trie tradizioni, e sprezzando i monumenti, accolsero e rim* pestarono le origini favoleggiate dai Greci. Fabio Pittore che primo ne scrisse in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio tribuno che dettarono annali in greco *, copiavano lu dallaltro, senza interrogare il , n mettere le asserzioni al paragone dei documenti. Il migliore storico venne dalla Grecia. Polibio di Megalo poli, deportato a Roma, acquist l grazia^ degli Scipioni, principalmente dell Emiliano, lo segui in Africa, e narr la storia contemporanea dal 220 al 167; vide i luoghi, seppe i latino, e lesse in Roma documenti ignorati dai natii, e meglio di questi cinforma della loro costituzione. In serena tran quillit narra non declama; cura la moltitudine, quanto Li vio gli eroi; ma esclude la Providenza regolatrice, tutto ri1 Della costui critica uii l>el saggio ci conserv A Gellio, intendenda mostrarcene la simplicissima sttavilas et rei et orationis (X I. 1 4 ): Eundem Romulum dicunt ad canam vocatum , ibi non multum bibisse, quia postri die negotium haberet. Ei diciuU: Romule, si istud omnes homines faciant, vinum vilius sit. Is respondit: Immo vero carum, si quantum quis que volet, bibat; nam ego bibi quanittm volui. C ' liene da disgradare le eronicacce di f r a li , contro cui se la piglia Carlo Botta. Vedasi A. Kba u s i , Fitee et fragm enta veterum historicorum romanorum , 1833.

tu

POLIBIO.

ducendo a invenzione degli uomini, il quale fatalismo noi pre serva dalla funesta simpatia per la prosperit; rimprovera e ingiuria i nemici de' suoi Scipioni; afferma che le leggi della guerra permettono di fare tutto ci eh' utile al vincitore o tiocevole al nemico. Egli appartiene alla letteratura greca, ma noi qui lo accenniamo perch largamente se ne prevalsero igli scrittori latini *.
* Polibio, negli Esempj di virt e di v iz j , cap. 73, cos nana la sua entratura con Scipione: La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch'ei imi prestava. Questa unione di cuore erasi gi alquanto stretta , quando i Greci chiamati a Roma furono in varie citt dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Cmlio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore eh io po nessi rimanere con loro, e l ' ottennero. Mentr io stava in Roma, una singolare .avventura giov assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il Foro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovine romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lu i, sempre a Fabio vol gessi il discorso, non mai a lui: Ben conosco (soggiunse) che questa vo stra freddezza nasce dall* opinione in cui siete voi pure, come .tutti i nostri w concittadini, chio sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perch non mi vedono applicarmi agli esercizj del foro, n volgermi all* eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei m io farlo? Mi si dice continuamente, che dalla famiglia degli Scipioni non m s* aspetta gi un oratole, ma un generale. Vi confesso che la vostra fred .dezza mi affligge . Io restai meravigliato a un discorso, qual non mi at tendeva da un giovine di diciott* anni ; e Di grazia ( gli dissi ), caro Scipiom ne, non' vogliate n pensare n dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli primogenito, e perci nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perch mi nofo che avete amendue i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice 1 * essere in- fingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a m e, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a. condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran - nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali > vi vedo inclinato , voi troverete baslevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io Stesso esservi pi utile d*ogni altro. Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue, E qua do m (dissei vedr io quel di felice in cui, libero da ogni altro impegno, e stan domi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spi rito ed il cuore? Allora mi creder degno de*miei maggiori ..D*allora p i non seppe staccarsi da me ; il suo pi gran piacere era ^starsi meco ; ed i di versi affari ne*quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia ; egli rispettava me come padre, io amava lui non altrimenti che gliuolo.

CARATTERE DEGLI STohlGI LATINI.

145

Il narratore delle cose romane, che conosce primo suo do vere lo scoprire pazientemente e manifestare intrepidamente la verit, e che la verit sente come primo bisogno, dopo che usci da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficolt non minori imbatte nei tempi splendidi di quella letteratura, qualora si accinga a spiegare e ragionare ci che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica di quelli, nessun moderno speri m ai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a ci che dicono che non al modo di dirlo. Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre con bell arte i fatti, bens una tradizione ai figli, una filo sofia pratica, una maestra della vita, de*portamenti civili e m ilitari, delle virt di cittadino e d'uomo. Questo carattere conserv essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimo strazione: perci scegliere le circostanze, e quali tacere, quali mettere in luce > quali ridur nell' ombra ; per ci le arringhe de'personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e pro pensi alla morale valutazione personale pi che al criterio storico, gli autori latini mancano della calma da-cui traggono grandezza i greci. Siila, Mario, Gracco, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de'partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intnti; e quei che lasciarono memoria di loro, n tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto, e mascherare la calunnia o l'adu lazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prponeansi la vrit, si bene la retorica; cernivano da altri li b ri, voltavano dal greco,^accoglievano dalla tradizione non ci che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ci che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell'arte. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione, l inteUigenza, se non bastano le tante oscurit, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i costumi e le condizioni d'una societ cosi da]la nostra differente, avvolgesi in un labirint di contraddizioni; n soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro rafccoto e l ' indole umana e la natura delle cose.
CAKl. Storia della L$tt. Latina 10

146

SALLUSTIO.

Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38 a. C.), figlio dun di Amiterno (S. Vittorino nell'Abruzzo), divenuto cittadino roma no nelluUima emancipazione, fu il primo latino che adoprasse stile conveniente alla storia.Aveva esposto un lungo tratto delle vicende romane, il quale pare si conservasse ancora al tempo del Petrarca che nelle lettere aggiunge aver trovato in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero le cose d'Afri ca, esamin i libri punici; anzi si trasfer sui luoghi: dili genza ben rara fra i Romani. Ora non ce ne restano die i due episodj della guerra di Giugurta e della congiura di Catilins. Come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di fame una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi, il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lacrime e sulla giustizia ; calpestate le antiche virt, il diritto delle genti posposto allutilit o al favore, la repubblica non reggentesi pi per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano < Tappropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll'oro, Pompeo colla popolarit, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel medio cre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibaie. Oltre le materiali inesattzze di tempo e di fatto, dalla Catiliniara non siamo informati del vero intento di Catilina; n la costui ambizione ad emular la dominazione villana basta a spiegare un incendio che arse il Piceno, l'Abruzzo, la Puglia. Forse per non attirarsi impacci Sallustio tacque divisamenti ai quali egli avea preso parte: ma quel Catilina, fradicio dogni bruttura, eppur grande come Satana, sotto i rimbrotti dello storico quanto non campeggia accanto alla meschina lode di ottimo console e di buon dicitore che unica attribuisce a Cice rone 1 ma di questo si sa che era nemico. Cos di Cesare fu amico Sallustio, di Catone fu avversario; or vedete come di essi favella : Dopo che pel lusso e l'infin gardaggine la citt fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo temy > po produsse verun uomo di grande qualit. Ma a ricordo mio, di virt somma, di costumi diversi furono Publio Catone e

SALLUSTIO.

147

Giulio Cesare. Stirpe, et, eloquenza ebbero quasi pari,pari magnanimit e gloria. Cesare si riputava grande per benefq e largizioni, Catone per integra vita; quegli s illustr per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la austerit; Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquist gloria senza nulla largire ; uno rifugio ai miseri, laltro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesareerasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d esser donata : ambiva per s un gran comando, un esercito, una guerra dove il suo merito sfotgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severit: non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse coi galantuomini; e quanto meno la gloria agognava, tanto pi essa lo seguiva . La guerra Giugurtina era tema allettante per la descri zione di luoghi nuovi, di nuove fazioni, pel contrasto fra l astuzia africana e la corruttela romana : poich lo storico popolare non ommeUe occasione di snudar le pecche de'patrizj, giunte allora a quel colmo, donde aveva a derivare il trabocco della loro fazione. La politica di Sallustio rivelasi nel discorso eh e pone in bocca a Mario, fatto console per vivo favor della plebe: c La pi parte non esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: dapprima indu striosi, supplichevoli, moderati, passano poi il tempo della magistratura nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io: e vedo in me attenti tutti gli occhi. Voleste che io facessi la guerra a Giugurta, il che i nobili di pessimo animo soffrirono. Vedete voi se convenga meglio affidare l ' impresa a uomo d'antica stirpe, dillustri avi e di nes sun esercizio nella milizia, che tremi e savacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giac ch le pi volte avviene che, chi voi nominate capitano, un altro capitano si prenda. Io so d*alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci. Io, uom nuovo, le cose ehessi leggono le ho vedute; quel che

148

SALLUSTIO.

essi dai libri, io imparai militando. Essi spregiano la mia I ignobilit, io la loro indolenza: a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe: e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete che ri spenderebbero voler per figlio chi migliore? Quando vi parlano non ri finano di vantar gli avi, credendo rendersi pi ipsigni per le belle imprese di quelli: mentre al contrario son quasi un lume che d spicco alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei propij fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessili , doni m ilitari, cicatrici onorate ; questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo ac quietati. Neppur so parlare con arte, non imparai di greco, i ma ferir nemici, muovere schiere, nuli altro temere che linfamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo * avvezzer i soldati, non lasciando a loro le fatiche, a me gli agi. il che vale esser non comandante, ma padrone dell esercito. Mi chiamano zotico perch non so imbandire i lautamente, n tengo buffone o cuco a maggior prezzo che il gastaldo : e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la lindura, all uomo la fatica: ai j buoni occorre pi la gloria che le ricchezze, gli adornano meglio le armi che i gingilli. Essi dunque facciano quel che i pregiano, amoreggiare, trincare; com eta giovani cos da vecchi passino il tempo ne'conviti, dati al ventre e ad al tro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che i pi di quelle qi son gioconde. Ma essi noi soffrono; e dopo che s insozzarono di colpe, rapiscono il premio dei buoni; i e la morbidezza e ozio ad essi non sono d'impedimento, i son di disastro alla repubblica *. Questi passi riferimmo s perch illustramela storia, si perch rivelano l' intenzione deU'autore, che con mirabH arte concatena i fatti alle cause loro, mostrando come pei vizj suoi Roma generasse tanti pericoli. 1 1 poca che navanza ci fa viepi desiderare quel che and perduto ; tanta la vigoria con cui scolpisce i caratte r i , la sobriet degli ornamenti, Vimmortale brevit, l'effi cacia della parola , per istudio della quale ripesc termini

SALLUSTIO

gi al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche *. Si direbbe che anche in ci si foss' egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto ilon rifina d encomiare i vecchi, religiosis simi e sobrj, che ornavano i tempj colla piet, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non il potere di far male; sinch la vittoria di Siila non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore ftfrono surrogati lo scialacquo, avidit, la sfacciataggine. Udendolo noi diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virt acrimonia contro gli oligarchi, il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergo gna : imperocch ci consta che fu un facinoroso ; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedic le sue storie, fabbric in citt e in villa ; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo, e che coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dalla collina opposta ( collis hortulorum), parvero degni di soggior narvi gl* imperatori, e da quelli furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostr ricchezza e squisito gusto. Da Milone clto'in adulte rio con Fausta, dov subire le sferzate e lammenda *: nella
Et verba antiqui multum fu ra te Catonis Crispus romana primus in historia. Marzial. Quintiliano d per esempio di grecismo vulguf amat fie ri. Svetonio, nee V ite dei grammatici, riferisce che Sallustio fece dal greco filologo Attejo raccorre arcaismi e aneddoti per farcirne il suo racconto. Vedasi De Sallustio Catonis imitatore, per F. D iltour , Parigi 1859. Badate come concordino i critici ne* loro giudizj. Tito Livio diceva che Sallustio guast tutto quanto prese dal greco : lo riferisce Seneca, il quale in vece esalta Sallustio sopra Tucidide, dicendo che al greco pu sempre togliersi qualche parola senza alterarne il senso, da Sallustio non se ne terrebbe una senza guastarlo. Vellejo Paterculo e Quintiliano lo fanno emulo di Tucidide: t lodano la brevit sua, come pure A Gellio, Macrobio, Apulejo, Sidonio, Tacito. Invece Scaligero lo chiama scrittore numerosissimo, e Grutero dice si potrebbero agevolmente levare cinquanta voci da qualsiasi pagina sua. Gian Liciniano, annalista scoperto ultimamente, dice, Sallustium non ut historicum scribunt, sed ut oratorem legendum. * Tutior ai quanto m erx est in classe secunda ! Libertinarum dico, Salliistiiis in quas Non mimis insanit, quam qui machatur. . . . OftAzio, . II. 46. *

150

TITO LIVIO.

guerra Giugurtina intasc a man salva: collocato a governo della Numidia, la rovin colle concussioni e colla prepotenza, indi pag a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: e basti dire che, in citt cosi corrotta, fu depennato dall'al bum de senatori. Tito Livio da Padova (59a. Cr. 18? d. Cr.),il miglior nar ratore che s'abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua pera un poema, introducendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconci all effetto. Storici, oratori, poeti gemano sulla decadenza di Roma: Livio, bench ne confessi i vizj presenti, vuol celebrare il salire a tanta grandezzas ; e abbagliato da quella, e credendola eterria, non discerne la virt e la giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se noi pu, le attenua coll'esagerare i torti de vinti; tra gli obblighi di questi conta pure il credere a Roma quand'essa si proclama di origine divina ; e ancor pi degli altri sto* rici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo, pur tuttavia prtendendo al suo lavoro un intento morale 7. Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s'addirebbe la discus sione colla magnificenza: sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di ripeterle senza n affermarle n combatterle8 : gli stanno davanti archivj immensi, non ha che a salire in Cam pidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perch non ne verrebbe un solo nuovo vezzo al suo quadro : talvolta cita gli autori antichi e ne libra le asserzioni, ma su
3 A d illa mihi pr se quisque acriter intendat animum, quae vita , qui mores fu erin t, per quos viro s , quibusque, domi militia>que, et parium et anctum imperium sit ; labente deinde paullatim disciplina, velati desidentes primo meres sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire coeperint praecipites, donec ad haec tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, perventum est; Praefatio. Ea belli gloria est populo romano , u t, qxaan siatm, conditorisque sui parentem Martem fe r a t, tam et hoc gentes humanae patiantur acquo ani mo , quam et imperium patiuntur. Iyi. 7 Unde quisque quod im itetur sibi capiat : unde forium inceptu, foe dum exitu quod vitet. Proemio. 8 Qua: ante conditam , condendamque itrbem , poeticis magis decora fa bulis , quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec af firm are nec repellere in animo e st. .........D atur haec venia antiquitati, u t miscendo humana divinis primordia urbittm augustiora faciat. Ivi.

TITO LIVIO.

151

per fioralmente, e non per desumerne il preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e pi comodo gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre cogliendo nel segno8. Roma si trova gi grande quando la storia la conosce; i senatori mostransi ai Greci quando Cinea visitan doli crede veder un assemblea di re. Come salissero a quei altezza noi ci narrato; bisogna supporre sia stato con sforzi eroici e politica sensata. Il racconto cbe ne fa Tito Livio manca dvappoggi solidi, pure ha aspetto di vero, bench guardi dal colmo cui arriv, non dal basso da cui part: n la verit poetica d 'Omero, n l'ingenuit dErodoto, n la rigorosa realit di Tucidide vi si trova, ma esprime il concetto che i Romani se ne faceano. Il meraviglioso pi poetico, i prodigi sono opportunissimi a ci, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportune le grandigie dei patrizj, opportune le parlate, e laffttar di credere alle cagioni divine pi che alle terrestri. Per verit lo scrivere la storia romana senza i prodigi, i vaticinj, gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l'ommettere i frati e i miracoli in quella del medioevo : pure Livio trabbond in tal genere, massime scrivendo in secoli ove pi nulla si credeva, c So bene (dice) che queir indifferentismo (negltgentia), pel quale gli spiriti forti non credono che gii Dei nulla presagiscano, % vorrebbe non se ne rac Fa che un legato romano vada agli Etolj alle Termopili, sgarrando le parole di Polibio siri ovvoJov, che indicano la citt di Termi in Etolia. Un trattato co Macedoni, riferito esattamente da Polibio, h franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio , dando le ragioni per cui preferisce luna ; poi in appresso adotta altra, senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti ; come per esempio i trattati di federazione o di pace'xlib. XXI, 2 ; 1, 33; XXVI, 24 ; XXIX, 1 1 ,12 ; XXX, 37, 43; XXXIII, 30; XXXIV, 35; XXXVllI, 9, 38) ; i fasti e gli annali demagistrati, libri lintei riposti nel tempio di Moneta ( IV , 7 ; X III, 20, 2$ ; IX , 18 ; X , 38 ; XXXIX, 52; ; le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne1tempj ( II, 33; ,20; VI, 29; X , 2 ; X L , 52; X LI, 28 ) ; gli elogi funebri e i titoli delle immagini de*maggiori (IV , 16; V i l i ,40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti , le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali. La sco perta del senatoconsulto de Baccanali accert ch e lo avesse veduto, giacche spesso adopera le parole medesime.

152

TITO LIVIO.

copiassero prodigi. Ma a me, scrivendo di cose antiche, si fa ,in certo modo antico l'animo, e una tal quale reli gione m'insinua che, quel che persone prudentissime pub * blicamente credettero accettare, sia degno d'esser riferito nemiei annali * 10. Invece repugnerebbero alla larghezza del suo tocco le particolarit sulla forma del governo? ed egli le la scia via, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbo lenze che partorirono l'eguaglianza e ia libert;chiede quasi perdono se di mezzo alla guerra punica si divaga sopra le quistion intorno al lusso, recate dalla legge Appia ^ seippre sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti ; n sa piegarsi a intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo indole di ciascuno, m tutti li foggia sul tipo preconcetto : di tutti i personaggi fa degli ideali di vizj e di virt. Le poca regia e aristocrazia patrizia frantende; nei tribuni di quarto secolo disapprova i demagoghi dell'ottavo : men tre applaudisce a quelle che giudica virt, non si avventa iracondo al vizio. Pende verso la repubblica o, dir meglio, verso l antica aristocrazia, talch Augusto lo chiamava il mio Pompejano: ma perch era la moda; era linnocuo li beralismo del mondo colto: n per sirrita contro le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e ricon ciliare i cittadini col)a presente condizione ; s assodi pure la monarchia, purch non leda la legalit. In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo che non consult col senato, e si fece, superiore, alla volont generale : ma non dubbio ( soggiunge ) che > questo Bruto, il quale tanta gloria acquist per l'espulsione * < T un tiranno, avrebbe sovvertito la pubblica cosa se, per desiderio prematuro di libert, avesse strappato lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi ls. N ad esso Bruto,
Inter bellorum magnorum . . . . cttras, intercessit res parva dictu, sed ' quae studiis in magnum certamen excesserit. A principio del lib. XXXIV. ** Lib. XLIIC, c. 13. !* Lib. I I , c. 1. Dopo tanti nostrali e forestieri clie aveano parlato di T. Livio, PAccademia delle Iscrizioni di Francia ne propose un nuovo esame critico e oratorio, e di librare i giudizj portatine da Machiavelli, Monte squieu, Beaufort, Niebuhr, e valutarne il merito letterario, morale, politico.

TITO LIVIO.

153

istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole congedarsi da ciascuno de suoi eroi ; precauzione dovuta ad Augusto, sotto cui scriveva. Eppure quel suo in cessante magnificar Roma ispir sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse perci divennero rarissi mi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne estraeva arrin ghe che girava recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei cenquarantadue libri che pare fossero, soli trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca-tutta la seconda decade, e la narrazione degli ultimi tempi della re pubblica: pure questi avanzi sono il pi augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza duna nazione, e gli con viene pi che ad altra opera queirepiteto affatto romano di magnifica. Con una ammirazione candidissima1 5 , con una per suasione che sente dell'ispirato, concepisce poeticamente^narra ampio e maestoso, qual conviene al paese dove si congiunge vano leloquenza poetica con quella dlForojrifuggeogni trivia lit, ogni arcaismo di pensieri o di linguaggio, talch neUuniforme splendore del suo stile, come in certe moderne tragedie, non ci presenta se non i contemporanei dAugusto, esprimenti con accento gentile le passioni d et gagliarde. Come arte non sapremmo qual lavoro antico e moderno pareggi quella sua eloquenza, neppur un istante dimentica della, propostasi gravit ; quella chiarezza che nulla lascia d'indeciso nelle idee, dh faticoso all'attenzione; quelleleganza semplice che cresce
11 premio tocc a Enrico Taine ( Essai sur Tite L ive, Paris, 4855) che con sider l'opera di Livio come scienza, poi come arte; nella prima parte ricorrendo la storia di Roma qual data dall oratorio Livio, e quale vollero trarla fuori i moderni commentatori ; nella seconda valutando Livio come nar ratore, pittor di caratteri, autoredi arringhe , gran maestro e modello di stile; e per merito principale gli d leloquenza. Vedasi anche C. P ktsr , L iviits und Polybius: uber die Qnellen des X X I und X X II Buchs des L ivius Alla, 4862. 15 Cahddissimus omnium magnorum ingeniorum astim alr Livius. Ssn z c a . I suoi libri erano 52 da Romolo fin alla morte di Druso nel 744 di Roma. Ne restano 35 non seguenti ; cio i primi 40 dalla fondazione di Roma al 460; manca tutta la seconda decade, poi si ha dal, libro XXI al XL, cio dal prin cipio della seconda guerra punica fin al 586 : del restante i sommar}, che attribuisconsi a Floro.

154

T R 0 G 0 , GIUSTINO, CORNELIO , ECC.

grazia al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell armonia pe netrante che diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia : quella perfezione di stile, ove nuove bellezze rivela ogni nuova lettura. Qual successione di mirabili quadri, di grandiosi ca ratteri, di stupende arringhe ! Quale industria nello scegliere le circostanze ! Quindi di poche opere antiche la perdita a deplorare quanto de libri suoi; e il mondo letterario tripudi ad ora ad ora della speranza, sempre delusa, di vederli sco perti o nei serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia. Le Storte Filippiche di Trogo Pompeo non si sono cono sciute che per un compendio fattone da Giustino di scarsis simo frutto, e senz arte di disporre e concatenare: ma alcuni frammenti pubblicati test u ce ne fanno viepi rincrescere la perdita. Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo Gellj, Clodio Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, primo liberto che osasse applicarsi a un genere che tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna amico di Pomponio Attico, e Ortensio, e Pollio ne, e le Famiglie illustri di Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu vinto da Cesare, compil la geografi^ dellAfrica e dell Arabia, e una storia romana, lodata da Plutarco per esattezza. Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia uni versale in tre libri 1 5 , ed altre che andarono perdute, non avanzandoci che qualche brano, e le vite di Catone e d'Attico, pregevolissime per urbanit di stile. Le vite degli illustri ca pitani di Grecia, le quali corrono sotto il nome di lui, senza co lore nel racconto, senza originalit e coerenza nepensamenti, senza vigore nello stile, n quelle particolarit che fan cono scere al vero i personaggi, n ampia notizia di fatti> o ap44 Pompej Trogi fragm enta , quorum alia in codicibus MSS. biblioteca Ossoliniana invenit, alia in operibus scriptorum maxima parte polonorrtm / am vulgatis primum anim advertit. . . . . Augustus Bixlowski. Leop o li, 4S63. 15 ' . . . . Ausus es 'unus Italorum Omne avum tribus explicqre chartis Doctis, Jupiter! et laboriosis. Catullo.

CORNELIO NEPOTE. 155 propriata scelta delle circostanze : accompagnate di costruzioni strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una compi lazione dell'et bassaie. Se vero sieno tanto opportune alle scuole, almeno si corredino di note, che non lascino imbevere i giovani di tanti errori di fatto e di giudizj 17. Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini ai greci, crede che il solo capace d'eguagliarli sarebbe stato Ci
le Jensson a Venezia nel 1471 stamp primamente A Em ili Probi de vita excellentium imperatorum, eh erano biografie di diciannove generali greci e d* un persiano Datame ; seguivano tre capitoli de Regibus* che parlavano di al cuni re di Persia, di Macedonia, di Sicilia; infine le vite d'Amilcare e An nibale cartaginesi. Precedeva un' introduzione che cominciava : Non dubito fa re plerosque, A ttice, qui hoc genus scripturae leve et non satis dignum sum morum virorum judicent ; e avanti tutto una dedica in versi all imperator Teodosio. In un'edizione del 1496 vi s'aggiunser le vite di Catone e di Pom ponio Attico, la qual ultima fu poi attribuita a Cornelio Nepote, sulla fede d altri MSS. Ma nell' edizione del 1569 a Parigi, Dionisio Lambino corresse attentamente il testo, e sostenne che quelle vite tutte andavano attribuite a Cornelio Nipote. S'appoggiava alla purezza della lingua e dello stile, troppo diversa da quella del basso impero ; all' esser indirizzate ad Attico, che ceito era l ' amico di Cicerone, e a cui istanza confessa avere scrtto un libro sopra Catone ; la grandiosit con cui parla di Roma, conveniente ai bei tempi suoi anzich alla decadenza ; e certe allusioni alle guepe civili. Ne nacque una di sputa che non ancor'finita; e direbbero che le vite sono estratti o compendj della voluminosa raccolta De viris illustribus, fatti da Probo; eccetto la vita d*Attico, che sarebbe propriamente di Cornelio. Col nome di questo si stam parono, finche il Roth nel 1841 le riprodusse a Basilea col nome di Prbo. Chi vuol conciliare la dubbia quistione, dice che Probo abbia fatto degli estratti dall'opera di "Cornelio, conservandone le parole, che generalmente sono buone. Ma perch ripete tante allusioni alle guerre civili e aspirazioni repubblicane, se voleva far passare l'opera per, suaT D'altra parte, come credere he uno storico tanto lodato come Cornelio Nepote, facesse quadretti cosi meschini ? Il Dubner, che lo stamp presso il Didot di Parigi, suppone abbia voluto far sem plicemente un libro da scula.

1 7 Essendo Cornelio uno degli autori pi alla mano della giovent, ac cenniamo alcuni degli errori suoi di fatto.
Nella Vita-di M ilziade , confonde il Milziade figlio di Cimone col figlio di Cipselo. Quest' ultimo condusse una colonia ateniese nel Chersoneso, e vi fond una tirannide, ed ebbe per fratello Cimone, il quale gener Stesagora e Mil tiade I I , quel che vinse a Platea. Cosi narra Erodoto, V I, 34 : ma Pausania, V I , 19, 3 , d nello stesso errore di Cornelio. In Pausania, cap. 1 , confonde Dario con Serse : Mardonio era genero di Dario, e cognato dell4altro. Vedi E rodoto , V I, 43. In Cimone, cap. 2 , la battaglia di Micale vinta da Santippe t Leotichide nel 479 , confusa con quella che, nove anni dopo, Cimone riport presso l'Eurimedonte. In Pausania , al fine del 1 e principio-del 3 capo, sovvertito l'o r-

156

CORNELIO

n ip o t e

cerone.1 8 Giudizio damico, ma che nella forma stessa ond' espresso manifesta chei Romani nella storia poneano mente anzi tutto allesposizione: migliore la pi eloquente. Gli perci che, quando informati ci siamo sugli storici, gli avvenimenti
dine dei fa tti, e vanno confusi gli avvenimenti che conviene riordinare .secondo Tucidide, I , 130-134. Dicasi altrettanto del 3 cap. di Lisandro , ove fa un solo dei due viaggi di questo capitano in Asia, distanti fra loro sette anni. Si emendi con Skmofontk. Ellenici, III, 4-7-10. D iodobo , XIV, 13.

Maggior disordine ancor regna nel 2 di Cabria, ove fa andar Agesilao in Egitto, mentre avea tanto a fare in Beosia ; poi egli stesso in Agesilao non fa cenno di questa spedinone. Non Nectanebo, ma Taco fu il re assistito da Cabria, poi da Agesilao. In Agesilaoy capo 5, attribuisce a questo la vittoria di Corinto, debita invece ad Aristodemo. Vedi SsiforoKTX, Elle/., IV , 2 , 9 j 25. Nel V di D ione , si chiarisce la confusione coll osservare che Platone viaggi tre volte in Sicilia : prima sotto Dionigi il vecchio che lo fece vendere schiavo, mentre Dione avea solo quattordici anni ; poi dopo morto Dionigi ; la tersa volta quando riconcili Dione con Dionigi il giovane, al quale, non al vecchio, va attribuito l'averlo invitato magna ambitione. Annibaie non and sopra Roma subito dopo la battaglia di Canne ( in ann., cap. 5 ) , ma dopo ozio, campano. Gli stratagemmi attribuiti a quel1' erqe sono O - insulsaggini o folle. Chi pu immaginarsi ch' e' suggerisse ad Antioco d'avventare sulle navi nemiche centinaja di vasi pieni di vipere? Rac colta fcile per verit I In Conone, cap. 1 , dice che questo capitano non assistette alla batta glia di Egospotamos ; ma Senofonte asserisce il contrario. EUen. II, 1 , 28 e 29. Avendo letto in qualche greco (/ , cio uno della sua trib, lo scambi pel nome proprio, e fece Emfileto, nella y ita di Focione. Poich i primi errori son tanto diffcili a svellersi, mi parrebbe impor tante che questi svarj si notassero nelle antologie destinate ai giovani, come altri che possono trovarsi in P. H. T zsc h u c u , Commentarius perpetuus in Corn. Nepdtis cocceII. imp. vitas. Gottinga. 18 Non ignorare debei ; unum hoc genus latinorum literarum adhuc non modo non respondere Gratcis, sed omnino rude atque inchoatum morte- Ci ceronis relictum. Ille enim fm t unus qui potuerit> et etiam debuerit historiam digna voce pronuntiare, quippe qm oratoriam eloquentiam, rudem a majo ribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum incorruptam latina sua conformaverit oratione. E x quo dubito, interitu illiu s, utrum respublica an historia magis doleant. Framm. Cicerone stesso ( De leg . , lib. 1 ) si fa dire da Attico : Postulatur a te jam diu v el fla g ita tu r potius historia. Sic enim putant, te illam tractante , effici posse ut in hoc etiam genere Grueciat nihil cedimus : atque, ut audias quid ego ipse sentiam , non solum mihi videris eorum studiis qui literis delectantur, sed etiam patria debere hoc munus, ut ea, quas per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia li teris nostris......... Potes autem 'tu profecto satisfacere in ea, quippe qiuan sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime .

CICERONE STORICO. MEMORIE.

157

pigliano tutt'altra fisonomia se li confrontiamo cogli oratori,col ie leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica ebhe sempre gran parte nei fatti defomani, e nepjJur essa applicossi a porre in luce il vero e nudare il falso, bens adottenere vittoria in un assunto, in una causa. Il popolo accorreva ad ascoltare le arringhe, come noi al teatro, dilet tandosi alle belle parole, alle acconce frasi, alla storiella, alla lepidezza, all' artifizio di travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura : la verit era ultimo de' suoi intentile per applaudiva, fischiava, divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quebrani deloquenza passarono nella storia come reali dipinture di caratteri ; e giudichiamo Catone, Pom peo, Antonio secondo le declamazioni de retori, e del migliore fra essi Marco Tullio, senza tampco avvertire com egli con chiuda tutt al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e massime nelle sue epistole, che sono il docu mento pi importante degli ultimi tempi della repubblica. Come avviene in et operose, allora molti scrissero le proprie memorie, fra cui Siila, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo; in greco per, giacch, come dice Gicerone, le cose greche si leggono per tutto i mondo, le la tine rimangono ne'proprj angusti confini. Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio Cesre, la sola storia veramente originale de'Romani,non potendosi pa ragonarle la Ritirata di Senofonte, bella tanto, ma di troppo parziale importanza e pel fatto che narra e pel narratore. Oggi non uomo che per poco siasi mescolato negli affari, il quale non voglia esporre in numerosi volumi i fatti suoi, ajutato dallagevolezza del divulgarli per via delle stampe. Al contrario la difficolt di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver serrato ; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto oggi si sole sbriciolarli e decom porli. Cesare, meglio d ogn altro vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narr grandissime geste in piccolis simo volume, la, cui naturale semplicit e la limpida ed evi dente concisione gi erano in delizia acontemporanei1 9 , e fin
49 Nudi unt, recti et venusti, orma ornatu orationis, tamquam veste, detracto : sed um voluit alios habere -, parata unde sumerent qui vellent seri-

158

CESARE.

ad ora non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano conti nuamente i Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, n ci appare altro che Cesare; Cesare invitto generale e invitto scrittore; rapido nel narrare come nel compir le imprese, trova r eleganza, non la Oerca; non prepara gli effetti; va tutto spontaneo: e sebbene noi possiam credere imparziale, e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in tutto quel che narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare una circostanza, unaltra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il pro posito deliberato di mentire, e di presentar se stesso al popolo e ai posteri in maschera, valendosi d una fredda ironia, e con profondo sprezzo del genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati sugli auspizj e sullaruspicina, sul moto degli astri, un poema nominato Iter e varie poesie. Gli altri da cui raccogliere la storia di Roma nel mo mento suo pi interessante appartengono alia, letteratura greca, e nei ne ragionammo trattando di quella t0. Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini, sempre poco curanti deirerudizione. Tito Livio volendo dilettare ed istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizio nali senza brigarsi di appurarle, segue e spesso traduce Poli bio; non entra tampoco nei tempj di Roma a leggere ed esa minare i trattati e monumenti antichi conosciuti da quello e da Dionigi : pochi anche fra i pi dotti videro le opere di Ari stotele: Cicerone che tutto seppe, conosce soltanto per un dicesi i Latini che prima di lui scrissero di filosofia ; e quando vuol informar della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce Polibio : ignoravansi le lingue forestiere, n gl inter
fere y historiam , ineptis gratum fortasse fe c it qui volimi illa calamistris inurere ; sanos quidem homines a scribendo deterruit ; nihil enim est in hi storia pura et illustri brevitate didcius. Cicerone, De orat. 71. Summus auctorum divus Jidius. T acito. Tanta in eo vis est, id acumen, ea con citatio, ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat. Q uintiliano , Inst. orat. X , 1. Lottavo libro della Guerra Gallica si ascrive comunemente a un Irsio, che stese pure i commentar) sulle guerre <TAlessandria, dAfrica e di Spagna. Vedasi la nostra Storia della letteratura greca , cap. XXI.

SCARSA ERUDIZIONE. GIORNALI.

150

preti servivano che ai negozj; e Cesare che s lungo tempo cam peggi nelle Gallie, non ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perch i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava alfabeto greco fi. Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri ne* gli nnal| Pontiflzj; ma al tempo della sedizione de Gracchi rimasero interrotti. Cesare pel primo istitu un giornale degli Atti del senato, ed uno di quei del popolo, affine di conser varli e pubblicarli. Augusto ordin si continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, ed elesse egli medesimo chi dovea compilarlo **. Su quello del popolo si notavano le accuse re cate ai tribunali, le sentenze loro, 1 * inaugurazione de'magi* strati., le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le vicende dei principi. Somiglia dunque ai giornali moderni,
*' E in generale gli antichi ignoravano le lingue forestiere, laonde da vano scarsi e inesatti ragguagli sui costami, e ancor peggio sulle religioni stra niere : Eichilo mostr ignorar adatto quella de' Persiani : Erodoto non le consi dera che sotto l ' aspetto ellenico. Neppur troviamo che i filosofi greci si Taces sero tradurre i filosoG stranieri, per esempio i persi, gl' indiani,.gli ebrei. Perci come dopera originale faceansi merito gli autori delle traduzioni e imitationi, e gloria era quel che noi imputeremmo per plagio. 8 3 Svetonio in Cesare, 20 , in A ugusto, 36. Le C lebc , nell* sua opera de Giornali fr a i Romani (P arigi, 1838 ) , non solo intende provare eh'essi avevano effemeridi al modo nostro, ma che, per mezko di queste e de gli Annali Pontifizj, pu rendersi alla storia de' primi tempi la certezza che la critica tende a rapirle. Vedansi pure I j e b b r k u s h n , Commentatio de actis Romanomm diurnis. Weimar 8K). S chmidt , Zeitschrifl fiir Geschitswissenschafi. Berlino 1844. H u k b n e r , De senatus populique romani aetis. Lipsia 1860.
Eccone qualche esempio :

III. K a l . A p r i l e i s .
FASCES PENES AEMILIUM LAPIDIBVS PLVIT IN VEJENTI POSTVMIVS T R II. FLBB. MISIT AD KOS QVOD IS DIB SENATVM NOLVISSET COGBBX * INTERCESSIONE P . DSCIMII ALIENI CBS5IT FOBO TB IB . PLEB. BBS EST SVBLATA

Q.

A uF ID IV S MBN-

SABIVS TABEBNAE AEGENTABIAE AD SCVTVM CIMBBICVH CVM MAGNA VI ABBIS

* BETBACTVS

EX ITINERE CAVSAH DIXIT APVD

P.

FoN TEJV M

BALBVM PBABT. ET CUM XIQUIDVH FACTVM BSSBT KVM MVLLA FECISSE DETRI MENTA JVSSVS EST IN SOLIDVM ABS TOTVM DISSOLVERE.

IV. K a l . A p r i l e i 8.
FSCES PENES L lC IN IV * FVLGVBAVIT TONVIT ET QVBRCVS TAC.fA IN SVMHA VELIA ' PAVLVM A MERIDIE BIXA AD JANVM INFIMTM IN CAVPONA ET CAUPO AD VBSVM GALEATVM GBAV1TEB SAVCIATVS. C . T lT IN IV S ABD. P L . MULCTAVIT LANIOS QVOD CABNBM VENDIDISSENT POPVLO NON INSPECTAM DB PBCVNIA NVLCTATITIA CELLA BXTBVCTA AD TBLLVBIS LAVERNAE.

160

BIBLIOTECHE.

lontanissimo per daH'averne la diffusione che ne costituisce

1*importanza e il pericolo.
Molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come altri mobili, per diletto de* suoi figliuoli trasport in citt quella di Perseo, re di Macedonia; Siila da Atene quella di Apellicone Tejo, che fu messa in ordine da Tir?nnione, il quale pure ne raccolse una di trentamila volumi: pi insigne ebbe il suntuoso Lucullo, che gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche Attico ne form una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare per farne traf fico; onde Cicerone iterata mente il prega a non vendere certe opere, giacch spera poter comprarle l u i ts per aggiungerle alle molte che gi aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca: ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici, destinati a collazionare,! testi riuscivano scorret tissimi u . Primo Cesare pens ad una biblioteca pubblica, e n'affid la cura a Varrone; il qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio Pollione: poi Augusto ne applic una al tempio dApollo Palatino , ed una al por tico dOttavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un gabi netto per la lettura. A malgrado di ci, i Romani furono negligetissimi in esaminare antichit, e rintracciare i documenti, che sono occhio della storia. Li precedette una civilt potente, qual fu la pelasgaf; gli educ etnisca; e n di questa n di quella curarono, o fosse orgoglio nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Quando Catone Censorio tratt delle Ori gini italiche, i popoli della prisca Italia sussistevano ancora, e conservavano in libri ed iscrizioni i loro fatti: sapevansi
D Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere posse; quod si ossequer,, supero Crassum d ivitiis, atque omnium vicos et prata contemno. Ad Attico, 1, 4. Bibliothecam tuam cave cuiquam despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris; nam omnes vindemiolas eo reservo, ut illud subsidiiun senectuti parem. Ivi, 10. spesso ritocca la corda. 84 De latinis (lib ris) quo me veriam nescio; ita mendose et scribtaitur et veneunt. Cicxhomb, ad Quintum , III, 5. 83 Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e degli alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura delle viti.

CATONE> VARRONE.

161

leggere e interpretarne i caratteri oschi ed etruschi, che ora eludono la pazienza degli eruditi : lItalia non era per anco stata dilapidata dalla guerra dei Marsi, n le sistematiche pro scrizioni di Siila aveano distrutto le memorie della prisca na zionalit. Un desiderio del censore sarebbe stato legge a tutte le citt italiche, che gli avrebbero a gara recato i loro an nali pel lavoro ch epreparava. Eppure, malgrado laffettata sua avversione per le cose greche, egli sabbandon alla cor rnte; e d idee e d etimologie forestiere rimpinzato quel poco che ci tramand. Peggio ancra adoperarono Cornelio Polistore al tempo di Siila, Pisone Frugi, e pi tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori. Danno per portentoso erudito Marco Terenzio Varrone, nato il 116 av. C. che a 78 anni avea scritto 490 libri di varia jnateria. Giunse quando i Romani, oppressi ornai sotto gli allori militari, voleano gloria di scienze e lettere. Ma con quistatori anche in questo, tradqceano ed imitavano, e come altri aveano riprodotto il teatro e la poesia de Greci, Var rone volle farne conoscere la critica, la grammatica, le ma tematiche, la filosofia. Bisognava per far superare ai Romani il tedio che prendeano di tante sottigliezze, di tante audacie, di tante ipotesi: e infatti Varrone elimin al pi possibile i principi generali e le ipotesi, fermandosi ai fatti precisi, alle curiosit minute, principalmente allapplicazione e allutilit, secondo il genio romano. Cosi fu .letto, gustato, e fattogli me rito di cognizioni che non aveva se non tradotte. Del resto sapea larte di farsi lume e strada; sollecitava il favore pubblico col blandire il patriotismo, e le idee cor renti, e le persone in favore; sempre aver Roma in bocr ca* parlasse di grammatica o dagricoltura; lodar quelli che lo riloderebbero, come Cicerone. Cos ottenne molti encomj allora: Cicerone lo esalta di aver finalmente dato a conoscer Roma ai cittadini che prima vi stavano come stranieri ie: Lattanzio arriv a dire che fra i Greci non v'era mai stato un uomo cosi dotto, dimenti cando Aristotele; santAgostino e gli altri primi Padri se ne
*

A e m d .Q u a f s L y1,3. tyoi peregrini tquasi stranieri nella cittk nostra*


41

CANTU. Storia della Lett. Latina.

VARRONE.

valsero a man salva per battere il politeismo. Quando poi si perdette la cognizione del greco, lopera enciclopedica di Var rone serv immensamente', onde adoprato e lodato dagli autori del medioevo, e non meraviglia se Giovanni di SaKsbury sostenne che mai nessuno avea scritto meglio di lui. Realmente non va collocato fra igenj: sta ben disotte di Cicerone nella prosa, di Virgilio ne! verso; in filosofia non ha una teorica determinata ; in teologia or ammette, or ripudia leggende, secondo gli gira : a legger Plinio si capisce che in medicina adottava tutti gli errori e le superstizioni del tempo. Ebbe gratn volont di operare : contribu molto alla col tura dei Romani, come avviene ai compilatori di preferenza ai genj ; onde Cicerone disse cbe lasciavansi i libri di esso con maggior curiosit di sapere, e miglior disposizione a conoscere. Informato abbastanza del passato e beaedei bisogni presenti, intendeva importanza dei testi e li cercava con solerzia, seb bene non gli applicasse sempre con sagacia, e per arrivar a conoscere non la filosofia delle cose, ma le origini di Roma, e i vecchi usi, le vecchie parole, le leggi vecchie. Perocch egli era quel che tutti i pensatori al fin della Repubblica, lodatore del tempo passalo; ma mentre Catone non ravvisava davanti che il precipizio, Vararne imravedea glrie nuove nella coltura dell intelligenza. Questi duo concetti or cozzano or salleano negli scritti di Varrone, e lo spiogeanoa cercare tante particolarit anche superflue nelle antichit pa trie, avendo sempre la mira alia giovane Roma che l'ascol tava. Di famiglia plebea ma illustre, favori Pompeo che lo te neva in gran recapito anche come soldato e generale, giac ch avea meritato la corona rostrale, poi 1000 talenti dopo la spedizione contro Mitradate. Dilaniata la patria dalle stte, vacill come a troppi succede in tempi ov s difficile cono scere ohi abbia ragione, e dove tutti ne hanno un poco. Ostegm i tuoi liltn, condussero, per cosi dire, in casa, talcbfc potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu et della pairia, tu la descriaaone dei tempi, tu la ragione delle cose sacre e dei sacerdoti, tu la disciplina domestica e la .guerresca, tu la sede dei paesi e dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose m tutte umane e divine i nom i, i generi, gli uflisj, le cause, ecc.

VARRONE.

163

gi il primo triumvirato anche con una satira virulenta, poi accett da Cesare un impiego di confidenza, senza perdere quella di Pompeo. Scoppiata la guerra civile, segu questo non. di molta voglia; e oscillando secondo i successi, pass a Ce sare; torn a Pompeo; dopo la.battaglia di Frsalo fece atto di sommissione a Cesare, ma non per acquistar nuovi impieghi, anzi ritiratosi alla villa di Tuscolo, si tuff negli studj; e Ce sare, fattolo cancellar dalla lista di proscrizione, l'incaric di radunar libri latini e greci per farne biblioteche. Non tra9soddisfatti, come oggi si dice, ma neppure tra i malcontenti, si tennte tra i vinti, deplorando la buona eausa, pur sentendo riconoscenza e simpatia pel vincitore; Ucciso Cesare, inclinava ai concetti di Bruto e Cassio, ma non era stoffa da cospiratore; di Ottaviano diffidava, e in fetto que sto fi pose tra i proscritti, ma tutti i Romani illustri gareg giarono a salvarlo. Anche nella condotta si bilanci dunque nel giusto mezzo: di buon senso pi che di magnanimit; vedendo il debole di tutti i partiti, e non avendo ide$ limpide sul valor essi; non amando i trionfanti, ma non volendo farsi martire delle cause perdute, e accorgendosi che, vincesse Pompeo o Cesare, l'antica libert periva. Nelle antichit delle cose umane e divine cominciava dall uomo, dal suo organismo e dalla natura morale; veniva all Italia all arrivo di Enea, alla fondazine di Roma, della quale egli pel primo fiss la cronologia ( rnra Varronis) ; e indagava tutto ci che potesse illustrare la storia e le condizioni politiche e morali. Le Cose divine erano un profondo trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti, i sacrifizj, la liturgia, forse di rigendo tutto a reprimere lateismo e la corruzion de'coshi1 m i; al che per avventura diresse anchTaltra opera Della

vita del popolo romano.


Gli antichi s'accordano a tributargli il titolo di dottissimo: ma se dai tre dei ventiquattro libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno airagricoltura, e dai pochi altri frammenti vo~ gliam giudicarlo, ne appare scarso d' erudizione e pi di critica, e ansioso di rintracciar lontano quel che aveva in casa. Nell'esaminare letimologie della lingua latina, ignora

6 4

VARRONE*

i metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasfor m ar le parole; e suppone che i Latini inventassero il proprio p arlare, mentre non fecero che torlo da altri; non istudia gli idiomi allora viventi, e al pi ricorre al dialetto greco eolico, congenere del latino *7. Menippo, filosofo cinico* avea fatto una composizione, detta Menippea, composta di pezzi variatissimi, e che ordi nariamente intendiamo per satirici. Varinone fece pure una Menippea, intrigo drammatico di motti arguti e grandi sen tenze, con certa rusticit di linguaggio:-Cicerone la chiama poema elegante e variato di quasi tutte le misure di versi *. Varrone la compose di ottanta anni, e pare fosse una rivista arguta degli uomini e delle cose, unampia raccolta di pezzi varj in prosa e in verso, in greco e inlatino, lodata da molti, e di cui non abbiamo che frammenti, tramandati dagrammatici. 1 titoli ne indicano la variet: il Testamento,gli Alimenti, la Pedopea, la Fin del mondo, le Cose divine, le Medaglie, le Anticaglie, Meleagro, le Eumenidi, il Tuono, VAmor della Vittoria, %Misteri, Conosci te stesso, gli Asini che si frega no, il Cigno arso sul rogo, ffon sai cosa ti riservi la sera, Guardati dal cane. . , . . I pezzi che si citano son per lo pi sentente morali o socievoli. ** Vi somigliano i Logistorici, dove i nomi di Catone, Messala, Tuberone, Sisenna, Attico, Cu rione servivano a insinuare savie pozioni di filosofia e teoio17 Le etimologie di Varrone vengono gi derise da Quintiliano, In st. or a t. , I , 6. O d non post Varronem s it v en ia ? qu i grum, quod in eo agatur a liq u id ; et graculOs quia gregatim v o le n t, dictos Ciceroni persuadere vo lu it : ciim alterum e x greeco sit m anifestum duci , alientrn e x vQcibus avium > Sed huic tanti f t t i t v e r te re , u t m e n d a , q u a sola v o la t , quasi m era volans, nom inaretur. Vedi questo nostro libro a pag. 2. W Qutest. A ccad., I. 19 Legendo e t scribendo vita m proaulito.
V irtutem propriam m ortalibus fe c it, a tte ra promiscue vo lu it cohtm unia habere. V itiu m uxo ris tollendum aut ferendum . Qui to llit, uxorem com m odiorem prccstat : qui f e r t t sese m eliorem fa c it. Nemo agrotus quidquam somniat tam in fo nd im i,' quod non a liq u is dicat philosophus, Im perito nonmmquam concha vid etu r m argarita .

Altre sentenze di Varrone vengono opportune anche oggi, specialmente a coloro che l ' erudizione antepongono -a tutto :

VARRONE.

165

gi sull'educazione, la fortuna, origine degli uomini e delle cose, la follia, la salute, il pudore, il culto, probabilmente in dialoghi. Nel trattato di filosofa, steso ad istanza di Cice ro n e, parteggiava coll*Accademia antica, mentre in altre opere professavasi stico, e probabilmente era eccletico. Del trattato sulla lingua latina abbiam quanto basta per convincerci che gli antichi non conosceano punto la filologia comparata. Se aves simo altra sa sullantica e nuova ortografia latina, ove ap poggia vasi alle iscrizioni, ci ajuberebbe a conoscer la forma prim itiva del linguaggio e le modificazioni che vi introdussero l arte de grammatici o l azione del tempo. Come storico era minuzioso, credulo, e paragonavasi a Callide che pitturava in miniatura, e non fece mai u n quadro maggior di quattro piedi. Con ci ha conservate molte par ticolarit, cbe scompajono-nella grande storia; e scontento del presente, trova tutto lodevole nel passato. Di tante sue opere storiche quelle che meglio conosciamo per gli estratti e le confutazioni di sant Agostino, sono le Antichit umane e le Antichit divine , lodatissime da Cicerone, come quelle che informavano degli usi e delle istituzioni romane, coi no m i, i caratteri, i doveri, i motivi. Stabilita rirircnensa pace, ripigli gli studj, e visse tran quillo il resto di sua v ita, con pochi amici e la moglie Fondania. Le ville di Casino, di Cuma, di Tusculo abbelliva con lituri e statue; presso allo studio una bella uccelliera. Di
N ontam laudabile est m eminisse quam invenisse: hoc enim alienimi est, illu d proprii m uneris est. Elegantissinuan est docendi genus exem plorum subditio.

Amator veri non tam spectat qualiter dicitur , quam quid.


Illu m elige eruditorem , quem m agis m ireris in suis quam in alienis. Non re fe rt q u is, sed q u id dicat.

Sunt quadam qua evadenda essent ab animo scientis, quas inserendi veri locum occUpant. M ultum interest utrum rem ipsam , an libros inspicies . la b ri nonnisi
scientiarum paupercula monim enta si/uit ; 'principia inquierendorum continent, id ab his negotiandi principia sum at animus. Eo tantum studia in term itta n tu r, ne obm ittantur. Gaudent va rietate M usa:, non otia. N il m agnificum docebit qui a se n il didicit. Falso m agistri nuncupan tu r auditorum narratores. Sic audiendi sunt u t qui rumores recensent. U tile sed ingloriosum e st e x illaborato in alienos succedere labores.

166

VARRONE.

ottimi' anni scrisse De re rustica , volendo esser utile a" suoi concittadini quando il tempo gli intimava di far il bagaglio ( sarcinas colligam). Da quest opera raccogliamo quel poco cbe sappiamo di lui. E ra un fittajuolo del suo, come dicono in Lombardia; ricco, reputato, umano coi servi, tutto famiglia, economo del tem po, e non volendo die la fatica fosse maggior del profitto. Molto vide e lesse sulF agricoltura; sa le pratiche dei diversi paesi e le opinioni dei diversi autori greci e latini; loda le ^usanze dei vecchi, non disapprova le novit. A sua moglie dedicando il primo libro, muove lamenti pel lusso cre sciuto, la mollezza de cittadini, que padrifamiglia che la sciano l l aratro e la falce per andar ad applaudire al circo e al teatro, e aspettare il grano d Africa e l uva di Scio, invece di coltivar essi stessi il frumento e la vigna. Quelle masserie de vecchi Romani, colla stalla, le rimesse, le can tine, i letam aj, le praterie, gli stagni, lo sciame di bestie e di schiavi, stima ben pi che le eleganti ville arricchite di mar mo e d oro della Grecia, poste non sul miglior terreno ma alla miglior vista. A sentirlo, amava la campagna pel frutto che d, non pel piacere: ma forse v era ostentazione: de ride Ortensio e Lucullo, ricettatori di squisitezze; ribram a il tempo che savea solo una corte con polli e qualche piccione e qualche somaro, contento dv un pugno d orzo : ma ci Ia stia intendere che teneva anch egli piscine e vivaj e capriuoli e cinghiali, e ad ora fissa a suon di corno adunavansi per ri cever cibo; e ci mostra la squisitezza desuoi gusti culinarj, e una sala da pranzo posta nell uccelliera, tra due file di colonne, ove la tavola e i letti erano circondati da un ru scello, sicch mangiando squisit vivanderei vedeno attorno i pesci e si udivano gli uccelli. " In quellopera, dpo le generalit, viene alle vigne, agli ulivi, agli o rti; il secondo libro tratta dell allevamento del bestiam e, deformaggi, della lana; il terzo, degli animali della bassa corte, della caccia e della pesca. Al semplice esr dio di Catone si paragoni questo suo: Se ozio avessi, ti scriverei a mio agio ci che ora ti schizzo come posso sulla carta, pensando che conviene accelerarsi, perch quel pr-

VARRONE.

J67

verbio che uomo bob altro che una bolla, ancor pi si attaglia a vecchio. I miei o ttant anni m 'avvertono di fare il fardello pel gran viaggio. Avendo tu , o Eoudania moglie, * acquistato un podere che desideri render fruttifero con buona cultura, procurer informarti di ci d ie convien fare non solo m entr io vivo, ma anche dopo morto. . . . Non invo cher a soccorso le Muse come Omero ed Ennio, ma le do% dici divinit maggiori; non i dodici Dei della citt, sei ma* * schi e sei femmine, le cui statue sorgono nel F oro, ma i dodici che presiedono all agricoltura. E prim a Giove e x > T erra, che in cielo e quaggi racchiudono tu tte le produ zioni d eir agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il Sole e la Luna, di cui si osserva il corso per seminare e piantare; Indi Cerere e Libero, i cui frutti sono indispen sabili alla vita; Rubigo e Flora, pel cui patrocinio il fru mento e gli alberi vanno immuni dal bruciore, e fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che tutelano l'u n a j> gli ulivi, 1*altra gli o rti; Linfa e Benevento, perch sen z'acqua immiserisce .l'agricoltura, e senza buon successo la cultura illusione . Dopo questa litania introduce gli interlocutori. Varrone aveva anche fatto una raccolta di settecento vite d* uomini illustri di Grecia e di Roma in cento fascicoli da sette ciascuno, donde il titolo di Hebdomades, e coi ritra tti; e Plinio lo loda di aver trovato un modo di moltiplicarne le copie, e cos agevolarne la conservazione e la diffusione. Molti, e fin i illustre Ennio Quirino Visconti, s'immaginarono fossero disegnati sopra p e rg a m e n a ta ci si adoperasse una qualche m aniera d ' incisione : ma il passo di Plinio 80 ci trae piuttosto
80 N a tu ra H ist. XXXV, c. 2. Raoul Rochette li credeva miniati. Ambrogio Firmin Didot, nel suo bel Saggio sull intaglio in legno (Paris' 1863) suppone che que ritratti fossero intagliati in legno, sia a rilievo, sia a incavo come usarono da antichissimo i Cinesi coi ritratti dei loro re? i cui contorni risal tavano cosi in bianco sopra superficie nera. Certo a deplorare che Plinio, invece di retoriche esclamazioni sul benignissim o inventore , e sull inventor m uneris etiam diis in v id io si, per cui mandava in tutto il mondo chiusi in un piccol volume que ritratti, non ce n abbia dato un poco di descrizione. Fatto fe che il trovato portentoso dovette screditarsi ben presto, giacche non se ne trova pi cenno

168

VARRONE.

a crederti di cera: fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al modo desigilli. Ultimo degli illustri del tempo che finiva, cess di scr vere sol quando cess di vivere dopo i novant'anni .P u re gli- non era un portento fra i suoi contemporanei. Lamor degli studj era diffuso: molto erasi gi fatto per depurare l lingua, sistemar la grammatica, ordinar la stria; gi con ta vansi e poeti e annalisti: e a tacer Cicerone e Cesare suoi coevi, A. Gellio memora Nigidio Figulo cornei! p i d o tto d ei Romani, e Servio non sapendo a qual d a rla palma, dice che Yarrone era pi versato nelle lettere sacre, Nigidio nelle profane.
51 Elude sur la vie et les ouvrages de Vat'ron>par G astok Boissizk. Paiis 1861.

Molti altri, in questi ultini tempi, scrissero attorno a Varrone, quali Quicfaerat, Caron, Chappuis, Ott. Muller, OEhler, Wahlen, Kranker, Ritschl, Riecke, Roper , Spengel.. . . Per opera di questi tedeschi fu ristabilito il testo de frammenti, che ce ne furono conservati in citazioni o in estratti, spesso al terati in modo da riuscire inintelligibili. Vedi pure J. H. K k t t j c b r , . T. Varronis de vita populi romani ad Q. Ccecilium Pomponianum Atticum li brorum quatuor qua; extant. Dissertatio iiiauguralis. Berlino 1863.

169

CAPO VII.
Poeti del secol d oro.

Presto i nuovi trium viri furono a cozzo fra loro, e ri tiratosi Lepido, rimasero a capo de due partiti Marcantonio e Ottaviano, che dopo lunghe vicende vennero a conflitto sui confini dell' Asia e dell Europa. La battaglia d Azio l, ove il prode Antonio rest vinto dal pusillanime Ottaviano, fu ultimo atto della rivoluzione cominciata dai Gracchi; lim pero venne stabilito, ma non a favore d* alcuno departiti an tichi , perocch O ttaviano, intitolatosi Augusto, fondeva non solo le prische fazioni, ma Itali, Greci, Galli, Africani, Orien tali attorno a un centro comune, facendoli tutti partecipi della cittadinanza di Roma, la quale cosi veniva ad abbracciare il mondo intero. Senza grandezza danima, ma moltissima intelligenza e flessibilit di spirito, Augusto divenne il mediatore impar ziale e sovrano degli avversi elementi; pose fine al furore
4 Virgilio la. descrive sul profetico scudo d 'Enea :
In m edio classes a ra ta s, aclia bella Cernere e ra t; totum que instructo m orte videres F e rva Leticateti, auroque effulgere flu c tu s . Hinc A ugustus agens Italos in proelia C asor .Cum patribus populoque, penatibus et m agnis d is , Stans celsa in puppi. . . . JEgyptus et In d i, Om nis A ra b s, omnes vertebant terga Sabai. . . . A t C asar, trip lici invectus romana trium pho M a n ia , d is ita lis votum im m ortale sacrabat, M axim a tercentum totam delubra per urbem. L a titia ludisque v ia plausuque frem ebant} O mnibus in tem plis m atrum chorus, omnibus o r a :

170

AUGUSTO. MECENATE.

delle stte; ripristin l'o rd in e legale; cerc riordinare le famiglie, i possessi, la religione, i costumi; sapendo valersi delle circostanze, allarg il proprio concetto a seconda della sua posizione; e ne divisamenti port prudenza, accorgimen to , coerenza: e fu secondato dalla fortuna. E fra le fortune sue va contato U corrispondere il suo impero alla pi fulgida et della letteratura latina; per modo che il nome di esso non solamente si associ all* immorta lit di quegli scrittri, ma rimase come appellativo de'protettori del bel sapere; bench in fatti non abbia egli creato quegli uomini illu stri, ma siengli stati trasmessi dai tempi commossi, in cui la libert antica s'agitava negli ultimi sforzi. In tale offlzio gli giov assai Mecenate, cavalier romano, stirpe dei re etruschi, che davagli consigli pacifici, e che fa voriva i letterati acciocch esaltassero i nuovi tempi, come sogliono fare quando accarezzati: e il costui nome ebbe la gloria di star neprimi versi demaggiori poeti *, e rest qua lificativo de protettori del bel sapere. Gi abbiamo divisati i poeti dellet arcaica, tu tti imi tazione deGreci, se non forse nella s a tira 8; e anche i succes sivi mostrano pi memoria che estro, e fondano il linguaggio
A n te aras terram ca si stravere jitven ci. Ipse, sedens niveo candeniis lim ine P h a b i, Dona recognoscit populorum , aptatque superbis P ostibus: incedunt v ic ta longo ordine g e n te s* Quam varia; lin g u is, habitu tam vestis et arm is . H ic Nomadum genus . . . . E uphrates ibat ja m m ollior w ulis , Extrem ique hom inum M orini, Rhem isqtte b ico m is, Indom itique D aha et pontem indignatus A raxes. JEnead., V III, 675 e segg.

* La prima ode d Orazio comincia :


M aeenas, atavis edite regibus

e la Georgica di Virgilio :
Q uid fa c ia t la ta s segetes, quo sidere terram V ertere, M aeenas * . . .

* Detta cosi dal nome osco di un piatto d* ogni sorta frutte,, solito of frirsi a Cerere e Bacco. Da ci pure le x satura una legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per saturam , cio su diverse proposi zioni a un tratto. Diomede definisce: Satira est carm en apud Rom anos, rume

CATULLO.

171

poetico sopra forme metriche e grammaticali, differenti dalle popolari. Risult esso dunque di una malfusa mescolanza, fin* ch si sbandirono le parole composte e le costruzioni eso tiche. Di tale affinamento appartiene il merito a Cajo Valerio Catullo, nato a Verona 86 anni a. Cr.; il quale ademp colla lingua latina quel che H Petrarca coHa nostra, spogliandola delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, desunte dal mescolare Saffo con Callimaco, al tmpo stesso che da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi \ Vi si sente per tuttavia la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo, come negli elegi posteriori, n chiude H senso; frequenti gli iati, non isoarse le parole composte : talch, seb^ bene accuratissimo ne* brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l episodio di Arianna abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di concetto, di sentimento, d espressione, in generale quell'aria al tempo stesso di negletto e d* affettato lo disgiunge a gran pezza da Virgilio, al quale di sedici anni appena era maggiore. Ma se il Petrarca nostro orn lamore di velo candidissi mo, Catullo il present colla procacia della Venere terrestre, e a Lesbia sua dice: Non teniam Conto delle baje devecchi: > il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramon t , in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci *. E fa stomaco il trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, allelegante espressione mescolati non solo sentimenti invere condi, ma parole trivialmente oscene: e mal se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco monta che i versi puzzino di laido .
qtdem m aledicitun, et ad carpenda hom inum v itia archerai comoediae cha ractere com positum , quale scripserunt L u c iliu s , H oratius et P ersiu s; sed ofim carm en , quod e x va riis poematibiis constabat, satira dicebatur , qtiale scripserunt P acuvius et Ennius.

* Sappiamo per che fece salire violente contro Cesare : e con amari rim proveri al secolo chiude le Nozze di T eti e Peleo. 5 NobiSj cum brevis occidit lux est perpetua tuia dormienda. N am castum esse decet, pium poetam
Ip su m ; versiculos n ih il necesse e s t,

172

LUCREZIO.

Perocch la poesia si fe presto m inistra di corruzione e divulgatrice d errori, predicando l'apoteosi della carne e la religione del godimento, e gi udimmo l'antico Turno satirico rinfacciare ai poeti di trarre in postribolo le Tergini Muse. Con proposito deliberato volle far guerra alla religione Tito Lucrezio Caro, nato 95 anni aT. G. Al modo degli antichi nostri Pitagorici e specialmente di Empedocle, ridusse in versi la filosofia epicurea nel poema De natura rerum , cio delle cose d ie posson nascere o no. Questo libro va posto tra le grandi creazioni poetiche, non per le spiegazioni scientifiche che contiene, quasi sempre inesatte, talTolta assurde; ma perch svolge una grande idea m orale, l'emancipazione del pensiero dalle anguste soluzioni della religione7, per elevarsi alla intelligenza e alla spiegazione razionale delle cose. Se
Q ui tum denique habent sal em ac leporem , S i suiit m olliculi e t panttn. pudici.

Nel 1862 f u , dopo tant' altre, pubblicata a Roma una versione di Ca tullo, con due discorsi sul fine e 1 utilit delle traduzioni, e sulla vita e le opere dell autore. Il carme sul Sirmione cos tradotto: O Sirmion, pupilla di quante isole penisole sino Del gemino Nettuno entro de' liquidi Stagni sofferte e del mar ampio in seno : D eh, come volentier, come con giubilo A rivederti io riedo ! E quasi a me non credo Che le Tinie contrade, e di Bitinta Lasciati i campi, in securt ti vedo. Qual uom felice pi di lu i, che, libero Da cure, i giorni vive T Quando 1' alma s' allieva, e del travaglio Stanchi di gir vagando in stranie rive, Veniamo a* nostri lari, e troviam requie Sul letto desialo. Tal premio unico dato A miei tanti sudor. Salve, ed allegrati Col tuo signore, o Sirmion beato; E voi godete, o lidie Onde del lago: e tutti anche ridete Ch* alte risa levar m i qui siete. . . * ................ A rc tis
Religionum animos vinclis exolvere pergo.

Lib. IV.

INCREDULIT.

credessimo che gli Dei avessero cura (Hnoi, staremmo continuamente in temenze e superstizioni. Il saggio dunque,.aspirando, alla calma, bisogna se ne liberi. Nulla nasce dal nulla n torna al nulla: necessit genera e conserva le cose. Corpuscoli ele m entari, solo concepibili col pensiero, solidi, indivisibili, senza figura n altra qualit percettibile ai sensi, movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il quale in* finito, infiniti essendo gli atomi. Lanima stessa un corpo sottilissimo, diffuso per le membra e pi particolarmente n e t petto, simile al ragno che dimora nel mzzo, ma tende in ogni senso le fila, colle quali prende gl* insetti, come lanima prende le idee e le immagini. Anche nel sonno lanima perce pisce fantasmi, vagolanti per l'aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che il fortuito concorso di questi form il mondo, vi nacquero gli animali e gli uom ini, questi a poco a poco costituiscono la seiet, e dallo stato ferino sor gono alle arti : anche le meteore, anche i morbi derivano da. questi atomi. Il lim ore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque, non postuma remunerazione; giacch gli Dei se ne stanno per natura tranquilli in una pace affatto scvra dalle nostre vicende, nulla avendo bisogno di n o i,n irati ai tristi, n giocondi ai buoni : e pi di Bacco, di Cicerone-, di Ercole^ ben merit della societ Epicuro che sbratt gli animi dai ti m ori su p e rn i8. Cosi questerede della riflessione scompositrice di Anas sagora e d Epicuro celebra la negazione, canta il vuoto del l'Olimpo.
* O m nis enim p er se D vitm natura necesse im m ortali a v o stimma cum pace f ru a tu r, Sem pta a nostris rebus, sejutoctaque longe : N am p riva ta dolore tanni, priva ta p ericlis , Ipsa suis pollens cpibus, n ih il indiga nostri, . . . Nec bene pro m eritis capitur, nec tangitur ira. Humana ante oculos fende cum v ita jaceret In terris oppressa g ra vi sur religione . . . . Prim us grajus homo m ortales tollere contra E st octdos ausus, prim ttsque obsistere contra , Quem nec fa m a V e iim , nec fu lm in a ; nec m initanti M urm ure com pressit culum , . . ,'*

174

LUCREZIO.

Dopo ci jjnal senso hanno le eoe lodi alla virt e alla moderazione? Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi di snodare gli animi dai ceppi della religione, lent i freni alla rom ana giovent, e volse eoUesempio la poesia a rendersi complice della depravazione, an zich sorgere consigliera di magnanimit e sorreggere Belle lotte la virt o piangerne la decadenza t Ci nocqne anche alla rte a , perocch immaginazione che lo fa superiore per estro a tutti i poeti latini, vesta impigliata nel freddo raaioci? ni: esce a volta in lanci poetici, che si direbbero devoti, qual il principio del poema dove invoca la dea della bellezza e della fecondit; magnifico principio, dopo H quate abbando n ata dall' estro lirico, uccide non solo gli Dei ma Dkh Veramente mirabile m lui Tesser empio, eppur talvolta patetico ; non vacilla nello scettiemo, ma risolutamente nega, la provvidnza e tnmortaHt ; di d fa lo scopo del suo poem a, ostentando un incredulit aggressiva; dogmatico nel negare, in d s* accalora 9 e impreca a quelli ch e taverna* rono la religione. E, bepeh epicureo, inveisce contro Fauto r e , e secondo quella stta, abborre dagli affari, cerca pia eidam quietem, e si sgomenta allo spettacolo di presente e degli uomini che
Sanguine dvili rem conflant, divitiasque Conduplicant avidi,, caedem caedi accumulantes.

Chi credte bellezza la difficolt superata, gli far merito d aver vestita la filosofia di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo eh* assai difficile per la povert della lingua e la novit della cosa illustrare con versi latini le oscure dottrine greche; laonde vegliava, le notti nel pensare con quali parole e con quali versi potesse illuminare il lettore sopra le cose occulte10 : ma il genio di accoppiare

Quare r e lig io , pedibtis m bjecta v ic issim ,

O bteritur, nec exccqiiat viciaria cal. De rerum n at,, I, 56. 40


Nc m e aitim i fa llit Grajorum obscura reperta D ifficile illustrare la tin is versibus esse.,

SUA CRITICA,

175

la meditazione intima dei sentimenti e delle idee co ir ispira zione delle grandezze naturali, gli manca. Perch ha viso di pensator forte, di entusiasta per la ragione, alcuni gli ricono scono ogni sorta di m eriti; pu ad altri piaeere quel la r astico ; ma realmente mostra pi studio che ingegno, accumula ancora le parole composte H; appare rozzo quando la prosa era gi perfetta co r Sallustio, Cesare, Cicerone. Vero b d ie , senza grazie, per senza timidit, e talvolta gli escono armonie che Virgilio non isdegn, e pu dirsi di lui quel chegH de'primi uomini
et majoribus et solidis ossfeus fotus Fundatum ;

ma se eccettui la protasi del poema, l'esordio del second li bro, la descrizione delia peste, e il fine del terzo, ove natura rimprovera agli uomini il timor della m orte, il restante ag ghiacciato argomentare e arido addottrinamento, e cede ai migliorf Latini in, quella rapida vigoria che nel tempo stesso svi luppa e compendia, e nelTarlifizioso concatenare bellezze a bel lezze , produrre variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle Ara lungherie disopportune l\ T utti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio, che sogliono, collocarsi a paro con Catullo, di essi pi profondo e passionato. Tibullo, di famiglia equestre, sde gn i favori di Mecenate e df Augusto, e possedendo ric chezze e lrte di goderne * 13 tranquillavasi in una villa fra
M ulla novis verbis prccsertim cum sil agendum P ropter egestatem linguae et rerum no'Vitatem. ......... noctes v ig ila re serentas Qucvrenieni d id is quibus e t quo carmine demum Clat'a Iute possim praepandere lum ina m en ti , R es quibus occultas p enitks convisere possis.

Lib. 1. 41 Ne' primi versi trovi : Quce m are n a vig eru n t, quce terras fr u g ife re n te s; e poco dopo, Frondifera domos avium . Cicerone scriveva a Quinto (II, 11 ) : L ticretii poem ata non sunt ita m ultis {ominibus in g e n ii, multae
ta m en a rtis.

13 C. Lachmann, nelTedi*ione di Lucresio fatta a Berlino n d 1853, liber quel poema di molte cose incomprensibili,e inette, e restaur il testo, sfigu rato prima dai copisti, poi dagli editori cbe cercavano chiarirlo.
11 O razio , ,1,4.

17.6

TIBULLO.

Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spe dizioni era ilo cam pagnoli sito linguaggio si direbbe di quieta ma sentita passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far mente al lettore: il che somiglia a na turalezza, m entre il terso stile e artifizio magistrale rive lano una cura attentissima, e gi gli antichi gli assicuravano l'im m ortalit. Lelegia, cio il verso esametro avvicendato col pentame tro , era stata dai Greci de* migliori tempi adoperata alla pre cettiva ed alla politica, e da'posteriori allerotica. Di questa ultima si fecero imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e la riflessione , e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne poi carattere dell elegia, e che in. Tibullo principalmente accostasi a quella malinconia, che troppo vien vagheggiata dai moderni. Ogni cosa egli riferi sce all'am ore ; se brama la pace, si perch lo strepito di Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli perch Delia non pu passeggiare sotto ombre paterne; se della morte si consola, gli perch Delia accender il suo rogo, e gli dar il triplice addio. Properzio di Mevania nell Umbria e figlio dun ricco, il quale, per aver favorito Lucio Antonio, perd la maggior parte dei beni e forse la vita, s appigli per guadagno alla giurisprudenza, poi abbandonatala, si fece poeta, godendo
u Si disput assai della patria sua. Egli dice : Umlma
m e g e n u it, terris fe r tilis uberibus :

che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove


Lacus a?sti<vis intepet um ber aquiSj Seandentisque arcis consurgit vertice m u ru s , M ttrus ab ingenio notior ille meo.

Nel lili. IV , i canta :


U t nostris tum efacta superbiat Umbria lib r is , Umbria, ;rom ani.patria Callimachi.

^Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse romano, e vi fu

PROPERZIO.

177

amicizia de'migliori, cant Cintia, b mor giovane. Prevale a Tibullo in vigor di fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in grazia, spontaneit, e delicata sensi vita, ed a Catullo in agevolezza, profondit ed affetto. Dotto lo dicono perch mai non dimentica arte, limando, levigando, non dando passo che sull'orm e dei Greci, del che si gloria, e non de'Greci del miglior tempo, ma dell'et alessandrina, come Callimaco e Fileta, i quali, lavorando di memoria pi che di fantasia, rinzeppano erudizione, mitologia, allusioni nocevoli allaffetto. Vantandosi d'aver egli primo fra gli elegiaci mari tato le feste romane alle danze greche, non pare che senta se non in relazione di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha pi lagrime che Niobe conversa in sasso, che Briseide rapita, o Andromaca prigioniera: dorm e? somiglia alla figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia, o a quella di Cefeo libe rata dal mostro, o (ch' pi strano) ad una Baccante del monte Edonio, quando briaca si corca sulle smaltate rive dellApidano. I suoi capelli son del colore di quelli di Pallade : la sta tura, quella d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie del lido, pelgorgheggio degli uccelli? a queste ingenue pitture mesce Castore, Polluce, Ipodamia: le rammenta che Diana non si perdeva troppo allo specchio; che Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tali ornamenti; che de'soli suoi vezzi era vestita la figlia del fiume Eveno quando Apollo ne di sput il cuore a Ida.
chi copi tal errore, mentre Properzio vuol solo dirsi imitatore di Callimaco, del che si vanta pure nel lib. I li, 4 e 8.:
C allim achi m anes, et eoii sacra Phileta? In vestru m , qtueso, m e sinile ire nem us. P rim us ego ingredior puro de fo n te sacerdos Itala p er Grajos orgia fe r r e choros. In te r C allim achi sai erit placuisse libellos , E t cecinisse m odis, dore poeta, tuis.

Properzio, nella prima edizione del 1472 a Roma, fu stampato con Ti bullo e Catullo, coi quali and sempre accompagnato fin all' edizione speciale del Broukhusio ad Amsterdam nel 1702. Delle anteriori si giov il Jacob per farne una a Lipsia nel 1827. In italiano fu tradotto dal Peruzzi, dal Vismarra, dal Corsetti, dal Pieri, dal Montanari, dal Cavalli, dal Confortini Zambus. La traduzione inglese di Federigo Paley (Londra, 1853) contiene buoni com menti.
CAIVT. Storia della Leti. Latina,

1 2

178

PR0PSRZI0.

N solo gli amori farcisce di reminiscenze, ma boa sa or nare le leggende d*Italia che con m iti greci, non deplorar Roma che rammentando le sventure d*Andromaca e 1 *afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette da banda questi fronzoli fa sentire voci nazionali, siccome in alcune elegie veramente sublimi, e la propria emozione sa trasfondere nel lettore, e volentieri si rileggono i versi ove dipinge gli antichi costumi degli Italiani, a raffaccio dell'attuale corruzione: nel calenda~ rio ha meno arte ma pi nobilt e verit cbe Ovidio, e de* scrive la campagna, non come questo dalla citt, ma come uom che la vede. Il quale Publio Ovidio Nasone (43 a. Gr.) nacque in Sulmona, citt de'Peligni denominata dal frigio Solimo lf, di padre del* l'ordine equestre; di famiglia antichissima, e a niuna seconda in nobilt, ma di stato medio fra la povert e la ricchezza i6. Gol fratello, maggiore appunto di un anno, fu messo a studiar a Roma la grammatica : quegli inclinava all' eloquenza forense, egli sentivasi tratto invincibilmente alle Muse t7. Sqo pa15
Hujtts eroi Soljrmus phrjrgia comes tauts ab Ida,* A quo Sulm onis m ania nomen habent.

F ast., n r ., 7S. Mantum V irgilio gaudet, Verona Catullo,


Pelignm gentis gloria dicar ego.

Amor., I l i, 15.
Seu genus e xc u tia s, equites ab origine prim a Usque p e r innttm ros inveniem ur avos.

De Boato, IV , 8. E chiavo de* pregiudizj di nascila quanto un nobile di cent'anni fa ; si vanta d' essere cavaliere senza aver mai portato le armi :
Aspera m ilitiae ju v e n is certam ina fu g i, fllec n isi lusura m ovim us arma m atm :

e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non per merito di valore :
P ro fe rita ' nobis sanguine fa e tu s eques. F ortuna m iuiere fa e tu s eques. M ilitia turbine fa e tu s eques. Sic quoque p arva ( domus ) tam en , patrio dicatur ab awo C lara , nec ullius nobilitate m inor. E t neque d iv itiis , nec paupertate notanda.

16

Trist., II
F rater ad eloquium v irid i tendebat ab a v o , Fortia verbosi natus ad arma fo r i.

OVIDIO

179

dre gli ripetea: Perch darti a uno studio che non frutta? Omero morto povero 18 : ed egli risolve vasi di non far pi versi, ma. la promessa stessa che gliene faceva riusciva in v e r s ile. Assunta a 17 anni la toga virile e il laticlavio, distintivo de' senatori, viaggi ad Atene, dove apprese bene il greco; vide molte citt dell'Asia e la famosa Troja; alquanti mesi rimase in Sicilia; perdette il fratello, di 20 anni, caro come parte di s stesso *; fu triumviro capitale, e centumviro, cariche crim inali, poi decemviro, e spesso venne chiesto'ar bitro di litigi particolari fl; avrebbe potuto domandar la que stu ra, prima fra le dignit senatorie, ma non sentendo chia mato agli impieghi, depose il laticlavio, e prese angusticlavio di semplice cavaliere, per darsi tutto alle Muse **. Suo padre, vedendolo troppo incline alla galanteria, gli diemoglie in et tenerissima, ma presto la repudi, e pe tolse unaltra die neppur essa dur guari, non per colpa di lei. La terza moglie gli serb fede anche nell' esiglio, e n* ebbe una figliuola, che lo fece nonno due volte, da due mariti *8
A t m ihi ja m puero cccleslia sacra placebant; lnqne stium flir t ini M usa trahebat opus.

Trist. ** *9
Sape pater d ix it: stadium quid inutile tentas ? M aonides nullas ipse reliq u it opes. Il M otus eram d ictis; totoque Helicone relicto , Scribere conabar verba soluta m odis . Sponte sua carmen num eros veniebat ad aptos , E t q u a ten ta b vn dicere versus erat.
11).

Jam que decem v ita fr a te r gem inaverat annos Cum p e rit; et capi parte carere m ei.

Trist., IV, 10. 21


R es quoque p riva tas statui *ine crim ine ju d e x ', D eqite mea fa ssa est pars quoque victa fid e .

Trist. II. **
Nec patiens corpus, nec m ens f t d t apta labori, Sollicitaque fu g a x am bitionis eram . E t petere aonia suadebant tute sorores Q lia , judicio sem per am ata meo.

T rist., IV, 10. *5


F ilia bis prim a mea me fecunda ju v e n ta , S ed non e x uno conjuge fe c it avum . t t t s t , I , 1.

180

OVIDIO.

Appena tagliata due volte la barba, diede fuori il poema degli Amori, che il fece subito cercare e lodare dalla elegante societ. Le sue canzoni procacciarongli l'am icizia demigliori dallora; il poeta veronese Emilio Macro, come il fervido Pro perzio e l'armonioso Orazio gli leggevano i loro versi: Pontico autore di una Tebaide, Tuticano autore della Feace, e Pedone Albinovano autore d'una Teseide, e il bibliotecario Igino can tor delle Api, e Cornelio Celso e Basso scrittore di giambici, e Gallo e moli altri lo prediligevano, e viepi i minori : e uomini e donne voleano praticarlo, e principalmente la casa Fabia e la Messala dove Corvino teneva una specie d'accade mia per legger nuove composizioni. Appena egli conobbe Vir gilio e Tibullo, di cui pianse la immatura fine **. Scopo de suoi canti amorosi era una donna, adombrata col nome di Corinna ss, alla quale anzich a Tebe, o a T roja, o ad Augusto consacr la Musa *e e la fece rinomata su tutte le bocche; quantunque signorasse chi costei fosse, tanto c{ie

Scepe suos volucres legit m ihi grandior a v o Qiueque nocet serpens , quce ju v e t herba M acer: Sape suos solitus recitare Propertius ignes. E t tenuit nostros numerosus H oratius aures. V irg iliu m v id i tantum ; nec avara Tibullo Tempus a m icitia fa ta dedere meco.

Trist., IV , 10. E nota la bella elegia di Ovidio in morte di Tibullo :


Carmina feceru n t u t me cognoscere vellen t O mine non fa u sto fe m in a virq u e meo,

Trist., Ii. A Fabio Massimo scrive De Ponto, II, 2 : Ille ego sum ........
Cujus te solitum m em ini laudare libellos , E xceptis domino qui nocuere suo.

E spessissimo parla de* Fabj. A Gotta scrive:


Ecquibus ubi aut recitas fa ctio n modo carmen am icis A u t quot sape soles e xig is u t recitent.
D e P o n to ,

III, 5.

M overat ingenium totani cantata p er urbem Nom ine non vero dieta Corinna m ihi.

T rist., IV, 10. 86


Cum Theba , cum - Troja fo ie n t , cum C asaris a cta , Ingenium m ovit sola Corinna meum.

Amor, III, 12.

SUOI AMORI.

181

molte lusingavansi esser dessa*7. Noi pure ignoriamo dii fosse, ma il poeta ci disse troppo qual fosse. Egli stesso, sebbene ri provasse questa sua indinazione non sapea resistervi28, e co me don Giovanni, amava tutte, purch donne; le amava per consolarsi colluna .detorti dell altra, e parevagli una gran virt se non insidiava matrone oneste, se non divulgava le sue avventure, se non ne inventava 89, se non facea pub blici i biglietti avuti; e purch non si negassero i depositi, non si mancasse alle promesse, non s ammazzasse, credea si potesse ingannar le donne, ingannatrici esse Or va a credergli quando protesta che i suoi costumi erano ben diversi dasuoi carmi, e se la Musa lasciva, casta era la vita 81. Vero solo che non mette in piazza i nomi pr* p ij, come Catullo> Orazio, Marziale, ncom essi fa pompa dinfamie contro natura; lo che non toglie sia il pi osceno depoeti latini E tale essendo, notevole sia il solo che. avesse moglie, il solo che per la moglie sua ci desti interesse. Ma que sta assidua vicenda di matrimonj del padre e della figliuola rivelano la sciagurata condizione di que'primi anni dell* im pero romano, quando succedevano cosi comuni i divorzj, che
n
N ovi aliquam , qiue se circum ferat esse Corinnam , E t m id ta ip er m e nomen habere vo lu ta *

Amor,, li, 48
E t m u lti q u a sii nostra Corinna rogant.

Art. Amor. Ili;


V icinus nostro est ecce Corintia situt Quam v ir , quam custos , quam janua fir m a , tot hostes Servabant. Amor., II, 42. Confiteor si q u id prodest delicta fa te r i. O di nec possum a q netu 'non esse quod odi.

Am., II, 4.
*
Scis . . . . non m e legitim os sollicitasse thoros. Dx P onto , I I I , 3. Nom ine sub nostro fa b u la n td la f u i t .

Am., IV, 40; e A. A., li; e Am., II, 40; e passim.


30
R eddite depositum ......... Vacuas cadis habete m anus . L u d ite , si sa p itis , solas impune puellas . . . Fallite fa lle n te s. A. A. I. Crede m ih i, mores distant a carmine nostri ; V ita verecunda e s t , m usa jocosa m ihi.

Trist. II.

OVIDIO.

i matritnonj prendevano aspetto di legittimi adulterj. Quindi pi comuni gU am orazzi, * a questi porse esca Ovidio cosuoi versi. Dava furi allora di tempo in tempo le E roidi, genere di cui egli si fa inventoreM . Suppone siano epistole scritte da anti chi; ma non sa investirsi dell'indole dei tempi, n indovinare il sentimento delle et remote; le pi chiudono lamenti lambio* ceti per separazioni e lontananze; e qui pure laffetto resta soffogato dall' erudizione. Ma allora piacevano ai pochi che leggevano, e un tal Sabino fece le risposte a quelle lettere, ohe bob ci rim asero, e che probabilmente valeano ancora meno. L 'anno ohe Augusto diede la naumachia (U . G. 752) e mand in eeiglio la figliuola per le sue disonest, Ovidio pubblic i due primi libri dellArto d'am are, dove insegna come cercarsi un'am ica, come acquistarsela, per indiear poi nel III come conservarla. In nessuno de'poeti erotici latini si trovano mai i piaceri del cuore, viv i, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance, dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, lascivie M. Ogni vezzo palese o arcano delle loro donne vi decantato, non mai la coltura, il b rio , il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse bevono, straviziano: sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra, si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d'avventure: dalle amiche ubriache soffrono per cosse e morsi, e ne rendono ed esse buona misura * \ Ovidio,
** ** lgnotum hot mliis ille novavit opus.

A. A., in.
Nec jurare times Vt neris perjuria venti irrita per teti** et fre ta stimma ferttnt.
T i& ullo, I , 4.

Q uater ille beatus,

Quo tenera irato flere puella potest. Idem. I , i i . Donec me docuit castas odisse puellae Improbus, et mullo vivere consilio. P a o rn z io , I, 1. Dum furibunda mero mensam propeNis, et in me Projicis itisama cymbia plena manu , Tu vero nostros mmdax invade capiihe, me* formosi* unguibus ora nota. Id., I l i , 8.

ARTE 6 'AMARE.

183

a Corinna gelosa d eir ancella, toglie i sospetti coi giuramenti in un'elegia; nella seguenterimbrontola lancella stessa perch si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le d la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a Della Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che n afla pi divulgata oggi si direbbero8S. Comune a tutti poi il la mento per ingordigia delle loro belle **; e se Ovidio consi glia alla sua di non m ostrarsi avara, la ragione ancor pi insultante che Taccusa. Tibullo col piacevole suo disordine, cogl'irragionevoli pas saggi dal riso al pianto, dalla! supplica alle minaccio, mglio d* ognaltro ritrae la natura degli amanti; ma egli pure sem pre impigliato nella materia. Properzio empi i versi di que rimonie * , sebbene cnTessi che attediano le belle, e che vuoisi non vedere e non udire aU'opportunit ogni tratto salta in collera m Cintia sua, il domani stesso d un ritrovo di cui
f l e t m eu vesana Icesa puella m arni.. . .

Ergo ego digestos potui laniare capillos ? O v id i o , Amor I , 7. Anche Tibullo pieno di busse date e ricevute. s* delle meno rilevate questa di Catullo (LV) ;
Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa , Illa Lesbia C atullus imam P lu s qitam se atque suos am avit omnes ; N unc in quad riviis et angiportis G lubit m agnanim os R em i nepotes. Q uafritis taule avidis n o x sit pretiosa p u e llis , E t Venere exhaustae damna quaerantur opes ? . . . Luxuriae nim ium libera fa c ta v ia est. . . . aec etiam clausas expugnant arma pudicas . . . . M atrona incedit census induta nepotum , E t spolia opprobrii nostra p er ora trahit. N os , u t consuem us, nostro* agitam us amores A tq u e a liq u id duram querim us in dominam.

57

Eleg. 1, 7.
A u t in amore dolere v o lo , aut audire dolentem S iv e m eas lacrim as, sive videre tuas.

Eleg., III, 8. 38
Assiduat m u ltis dium peperere querelae F rangitur in tacito fa m in a saepe v iv o S i quid v id is ti, sem per vid isse negato > Aut- s i q u id dhat fo r te , dolere nega.

Eleg., II, 18.

184

OVIDIO.

vuol consacrata la memoria nel tempio di Venere 80 ) final mente dopo cinque anni la abbandona, ma essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, n gli concede pace se non a patto che pi non passeggi sotto il portico di Pompeo, convegno delle belle; agli spettacoli freni gli sguardi procaci, n si faccia poetare in lettiga scoperta. Gintia era poetessa ; e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d'IUiria diela preferenza sul poeta, e l'accompagn in provincia40. V A rte di amare dO vidio meglio s* intitolerebbe arte di sedurre. Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna a cui dire, T u sola mi piaci : quasi la scelta sia effetto di calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi le cameriere con oro e ca rezze, insinuarsi nelle grazie del m arito, insistere ma senza nojare, n per rifiuti smettere la speranza; fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere, e credersi non aver peccato ogni volta che il peccato pu negarsi41, son le arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo secolo, d un secolo ove egli poteva chiamare pco urbano il m arito che pretendesse casta la donna sua, nella citt i cui fondatori non nacquero senza colpa **, e dove osava proporre quasi specchio l'am or di Pasifae. Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico di L ivia, e le feste del compianto Adone, e i sab bati del Giudeo, ma principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono le donne per vedere e farsi vede39
O m e fe lire n t ! o n o x m ihi candida! etc.

Ivi, 15.
Has pano ante tiuan tib i, d iv a , P ropertius , aram E x u v ia s, tota nocte receptus amans.

Ivi, 14. 40 M **
Praetor ab IU ir icis v en it m odo, C yn th ia , terris M axim a praeda tib i, m axim a cura m ihi. Non peccat quaecumque potest peccasse negare. Rusticus est nim ium , quem laedit adultera c a n ju x , E t notos mores non satis ta b is habet, In qua Martigenae non sunt sine crim ine na ti Rom ftlus ilia d es, iliadesque Rem us.

ARTE D AMARE.

185

re, sdrucciolo della castit:ivi applauda ai cavalli e agli attori che lamica preferisce; scuota dal grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche non ve ne sia, e colga ogni occasione per prestarle servigio; e sostenerle il pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non perm ettere che alcun ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di pia cere crede i donativi, n abbisognare daltrarte chi pu do nare 4S. Alle donne medesime insegna a impaniare amanti : le vesti adatte ai tempi e ai luogi ; il confine del riso; mo strarsi serene sem pre, lasciando via gli alterchi, roba da mo gli u ; sappiano smungere a maggior profitto lam ante, chie dendo doni se ricco, raccomandando clienti se m agistrato, affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta. Mentre per uccellavano a regali, spesso vedovatisi spo gliate : e il precettore damabili riti le ammonisce a non la sciarsi illudere dalla ben pettinata chioma, dalla toga sopraf fina*, dai molti anelli; perch sovente colui eh pi ornato rapace, e vagheggia le vesti e le gemme **; onde pi d'una s'ode sovente gridare al ladro. Strani am orii strani precetti 1 strane cautelel Eppure, ripe tiamo, forse solo Ovidio tra quepoeti ebbe mogliee lam, o al meno la rimpianse affettuosamente dallesiglio, ove per altro essa non laccompagn. Properzio lascerebbesi decollare, piut tosto che obbedire alla legge Papia Poppea contro 1 c e lib i4. Orazio stesso, di afflnatissimo gusto, di sagacia discretfesi45 *4 *3
Non ego divitibus venio praeceptor am oris , N il opus est il l i , qui d a b it, arte mea. L is decet u xo res: dos est uxoria lites. Sunt q u i m endaci specie grassentur am oris , P er que aditus tales lucra pudenda petant. Nec coma vos fa lla t liquido nitidissim a nardo , Nec brevis in rugas cingula pressa suas ; Nec toga decipiat tenuissim a, nec si Annulus in d ig itis a lter et alter erit. Forsitan e x horum m anero cultissim us ille F ur s it , et u ritu r vestis amore tu a .

Marciale ha molti ejrtgrammi contro i parassiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino? A ttu lera t mappam nem o, dum fu r ta tim entur . M Nam citius paterer caput hoc discedere eolio.

OVIDIO.

m a, e legato col fiore de cittadini, e cbe pure si deturpa di plateali inverecondie, meglio palesa la corruttela ohe dovea venire dagli amori colle cortigiane; dai bagni promiscui, dai trini letti delle mense; siceh indarno la legge e la costumansa circondavamo di tanti riguardi le matrone, riverite e lasciate in abbandono. Che pi ? Virgilio, sopranomato il ca sto , porta il suo tributo all im m oralit, proclamando beato chi pone sotto a piedi il tim ore del fato e dell* averno, e consiglia a goder la vita finch n ' tempo, nulla curandosi del dom ani47. Appartengono alla m ateria stessa i Rimedj d'amore, sug geriti a chi mal ama. Tali sarebbero il fuggir 1' ozio, appli candosi a studiar le leggi, a difendere accusati, a portar le arm i, alla campagna, alla caccia, e fuggir l'am ata e non par larne in ben n in m ale, o se noi si possa, tenersi sempre a mente i torti avutine, i difetti scopertine, e immaginarla negli atti ore essa men vale, o nelle basse necessit deila vit; braci i viglietti di essa; fugga i luoghi memori; fugga gli spettacoli teatrali e i poeti, e i versi stessi dOvidio 48. Di altri fimedj bello tacere. Aveva anche insegnato larte di farsi bello ( De medica mento faciei ), m a non ce ne resta che un brano. Qui suol deplorarsi la perdita della Medea sua tragedia; ma chi mai potr figurarsi che l autor delle Eroidi potesse ben comporre una tragedia 7 sar stata un acervo di decta**
F e lix qui potuit rerum cognoscere causas, A tque m etus omnes et inexorabile f tu m Subjecit pedibus strepiturhque Acherontis e ve n ti.

Georg., II, 40.


Pone m erum et talos : peteaui qui cr ostili* cu ra n t/ M ors qurem v ellen s, vivite* a it, venio.

Catalecta. iS
Eloquar in vitu s t teneros ne tange poetas. . . . . Callimachum fu g ito i no est inim icus am ori ; E t cum Callimaoho tu quoque, Coe, noMi. M e certe Sappho m eliorem fe c it am icet, Nec rigidos mores theja m usa dedit. Carm ina quis potuit tuto legisse TibulU , V el tua cujus opus C jm thia sola f u i t ? Q uis potuit lecto durus dissidere Galle ?,

Et mea netdo quid carmina dulee sonant.

METAMORFOSI.

187

inazioni dialogate, ove il racconto e le parole tenessero le veci detrazione, come nelle pochissime tragedie romane ohe ci restano, e in quelle di cui avanza qualche ricordo. Opera maggiore consigliavangli il suo ingegno e i suoi amici, onde intraprese le Metamorfosi, ove in quindici libri di dodicimila esametri canta le trasformazioni, soprannatural mente subite da nomini e Dei. Questo scioglimento riesce troppo uniforme alle dugenquarantasei favole, d ie rannoda con passaggi poco naturali, e quasi senz'altro collegamento che della successione. La mitologia prim itiva rappresenta gli Dei sotto forme ohe si riferiscono al simbolo, o che derivano dall'idea della metemsieosi. In Ovidio non c nulla di profondo, di mistio<v di sistematico; non filosofia, non teologia; per lo pi assume le favole dalla mitologia popolare; in alcune toglie ai per* son aggi il carattere simbolico e il senso religioso, o lo altera collinnesto di elementi disparati; non sa nobilitare le tra dizini volgari ; e le oscene avventure di cui si compiace applica talvolta a divinit di reputazione morale. Non diverso poi dagli autori suoi contemporanei, fatica nessuna si piglia d'inventare e di esser originale, e tutto de sume da poetili o dramm i d'antichi o di contemporanei, e principalmente dal greco Partente. Solo l'episodio di Piramo e Tisbe non ha riscontro che fin qui siasi scoperto; e se lin vent egli stesso, basterebbe ad assicurargli il titolo di poeta. Ovidio si lagnava di non aver potuto dar l ultima lima a quell' opera e in un momento di dispetto volea fosse get tata al fuoco: ma altre volte sentiva esser a queHo racco mandata immortalit del suo nome 4 *. Questo lavoro gli fu interrotto dal caso che pi rest co49
InspU e m a ju t opus , quod adhue sine fin e reliqtd In non credendos eorpora versa modos*. . . D ictaque sant nobis , quam vis m antis uim a coepto D e fu it , in fa c ie s eorpora versa novo*.

Trist., IL
Carmina m tdatas hem inam decentia form ae In fe lix donim i quod fu g a rapit opus,

188

OVIDIO.

tfosciuto e disputato dai posteri. A cinquant' anni, allorch, calmato il fuoco delle passioni, cercasi tranquilla vita nelle con suetudini, negli studj, nell'amicizia, nella famiglia, ecco un de creto d'Augusto sbandisce Ovidio d 'Ita lia , e lo relega nel Ponto. L esiglio per gli antichi era pena gravissima, e viepi quando l'im pero talmente erasi esteso, che non polevasi su birlo che in paesi lontanissimi e privi non solo delle comodit e dei vantaggi d 'u n a patria grande, adorna, venerata, ma fin di quelli della civilt, i cui confini erano ornai quelli dell'impero romano. Ma propriamente esiglio non era quel di Ovi dio, bens relegazione in una estremit dell' impero. * Non v 'e ra stato processo, non condanna; Augusto, col paterno dispotismo che le abolite franchigie gli concedevano, man? dogli ordine d* andarsene nel Ponto; presso a poco siccome ai di nostri nel due regni d'Italia vedemmo esser relegati qua col economicamente, come ora si dice, persone spiacenti a chi comanda. Qui non rifinano i commentatori ed i biografi di alma naccare la causa di quella disgrazia. Se la cerchiamo in lui, egli ci indica i suoi versi lascivi, e un errore sul quale m ai non si spiega. Ma i versi lascivi eran opere gi antiche,quan d anche non fossero state vizio comune a troppi poeti d'aHora, e fino ai pi delicati, quali Tibullo e Virgilio. LArte d'amare era un vero codice di libertinaggio, ma dopo compostolo, quante volte non era egli in qualit di cavaliere, passato d a vanti ad Augusto censore, che doveva appuntarne la condotHic ego discedens, sicta te n e m ulta meorum , Ipse m ea posui m oestus in igne manu. V e l quod erum M usas ut crim ine nostra perosus * V e l qupd^adhuc crescens et rde carmen erat.

T rist., I , 7. 90
Nec m ea decreto dam nasti .facta senatus, Nec m ea selecto ju d ice jussa fu g a e s t... A d d e quod edictum quam vis im m ane m inaxqtte * A ttam en in pance nom ine lene fu it. Quippe relegatus* non e x u i dicor in illo , Parcaque fortunat sunt data verba m ea .

T rist., II.
Nec m ihi jtts c iv is, nec m ih i nomen abest.

T m t., V 1I.

SUO ESIGUO.

189

ta? 51 Ma che, se lo stesso Augusto, ja tacere gli a tti, fece versi da disgradar quelli di Ovidio ? La causa vera del suo esiglio era nota a tutti in Rotola w, eppure nessuno ce ne parl, forse perch i diarj d 'allo ra ricevessero la parola dal principe. Resta dunque il campo alle congetture. vero eh* egli fosse o complice o correo delle lascivie di Giulia, figlia dAugusto? Ovidio si paragonava ad Atteone, che fu lacerato dai cani perch vide Diana al bagno, assicu rando per non aver confidato il segreto neppure al pi stretto amico. Forse dunque seppe un delitto, una tresca di Giulia, e non os rivelaHa ad Augusto, se pur non ci tenne mano. Ma costei era stata esigliata nel 752 di Roma, 9 anni prima dOvidio. vero ch'egli sorprendesse Augusto in lascive con fidenze colla propria figliuola ? Ma della rivelazione avrebbe questi accresciuto il pericolo col punirlo, n Ovidio s spesso menzionerebbe ne" suoi versi una colpa che dovea far vergo gnare il pregato, pi che lintercedente. Ovidio rifugge dal rammemorarla ad Augusto; ne d colpa alla sua familiarit coi grandi e allaverne abusato, per timore pi che per errore; del resto confessa aver meritato il casti g o , e gli amici esorta non a prender le sue difese, ma ad im petrargli perdono. Il d is t a c i dalla patria e dalia famiglia dipinse Ovidio in un'elegia, eh* delle sue la pi divulgata. Gli amici l'aveano la p i parte abbandonato, appena colpito dal disfavore impe riale: cos essendosi sempre avverato in antico come in mo drno. Gitt al fuoco molte poesie, come causa del suo in fortunio. E lasciava Roma, la sede desuoi cari, il centro
51
Carminaque edideram , cwrtj te delicta notantej Praeterii toties ju re quietus eques. Ergo quce ju v e n i m ihi non nocitura p u ta v i , Scripta parian prudens > nunc nocuer sen i?

Trist., II.
A t m em in i* vitam que meam moresque probabas Illo quem dederas praetereuntis equo. 53 " Causa meae cunctis nim ium quoque nota minee . Judicio non est testificanda m ihi.

Trist.,, IV, 40.

OVIDIO.

della civilt, la metropoli del mondo, il teatro de*suoi trionfi per andare nella Scizia, fra barbari ignoti. Ci avvenne il 761 di Roma, novembre uscente. Da Brin disi sferrato, pali d 'ira orrida procella che descrive pietosa mente. Campato dlia quale, pass nel m ar Jonio; a Cenorea porto di Corinto mut nave, e con questa drizzatosi allEgeo, varc lEllesponto, da Troja pass ad Imhros; poi all' isola di Samotracia, a Tempira vicino al fiume Ebro, e per terra dal Campi Bistonj giunse a Tomi, destinatagli stanca. F ra via, aveva composto il primo libro delle elegie, in* titolato Le Tristi , e l'invi a Roma prima di finir il viaggio, meravigliandosi che fra quellambaseia d'anim o e tramestio di corpo trovasse voglia di comporre M. Qui & mutato affatto il tono del poeta; se prim a gajo, amoroso, scherzevole, saltellava di fiore in fiore colorandosi a tutti i colori dell'iride, adesso mesto, piangoloso, non sa che ricordare quel che perdette, desolarsi di quel che soffre, im plorare perdono o almeno piet. H a poich poetava come sentiva, c in q u e'versi mag gior verit che in ta tti gli altri suoi, se meno arte e finitez za ; sebbene non sappia neppur allora evitare le freddure e le pedanterie delle prische composizioni. I cinque libri Delle Tristi avea diretti o alla moglie o a persone innominate; sempre con lamenti fiacchi e senza di gnit; altre poi che intitol Dal Ponto indirizzava a persone, delle quali invocava o il patrocinio o la benevolenza, forse non temendo pi comprometterle eoi mostrarsi amiche ad u n disgraziato; ma tutte vanno colla stessa abiettezza di queri m onia Gli amici non pare si adoprassero molto per lui; li p i mostravansi indifferenti; alcuni gli dirizzavano rim p ro veri,
55
L itera quantunque est toto tib i led a libello, E st m ihi so llicita tempore fa c la vice.

Trist., I, ultima.
Qitod facerem versus in ter fe r a m urm ura ponti Cjrcladas A E geas obshqntisse poto. Jpse ego nunc m iro r, tantis anim ique m aris que Fluctibusj ingenium non cecidisse m eum .

IN BSIGLIO.

o esortazioni ad aver pazienza, a consolarsi eolia filosofia o distrarsi colla poesia. cosi facile suggerir consolazioni al mali degli altri 1 E il poeta ne soffriva: e talora indispettivasi, e dett una lettera complessiva, dove lor chiede scusa s e li te di cosuoi lamenti; persuaso per che, se lavessero chieste, Augusto era dispostissimo a conceder la grazia per lui **. Cosi implorava anche nel protestar che non voleva im plorare pi. In fatto per non sembra d ie Augusto si mitigas se; eppure, la moglie non avr cessato d* intercedere, n Fa bio Massimo, finch questi si uccise ed Augusto mor* La costui morte cant Ovidio in un poema nella lingua deGeti. Non labbiamo, ma ce lo d egli stesso come pieno di abjette adulazioni, divinizzando Augusto, professando aver alzata a Tomi ima cappella colle immagini di quello, di L ivia, di Tiberio in argento e di Germanico e Druso: e tutte le mattine vi faceva preghiere, e ardeva incensi, e i forestieri chiamava a celebrarne il natalizio. I Tomitani applaudirono quel poemetto, il che mostra non fosser poi cos barbari: Coti principe deGeti tolse a ben volere il poeta, il quale fu fatto immune dagli aggravj pub blfci, e fin coronato; sebbene i natii si dolessero del male che diceva del lor paese. Ond egli protestava di am are i To m itani pi che Latona non amasse Delo; que'Tom itani che aveano compatito asuoi mali quanto avrebbe fatto la patria Sulmona. F ra le opere che scrisse nell* esiglio fu VIbi, contro un falso amico che cercava recargli ogni danno; egli, che pur e ra scarco, dira, vers contro costui le invettive pi fiere, m a anche nel furor della passione im it, poich contro un Ibi a v e v a inveito, Callimaco; e ricord, giacch gli augura tutti i m ali con dugentrentanove esempj. Verseggi pure i trionfi di T iberio e un libro sui pesci ( Halieuticon) perduti. Col compose e fini il libro dei Fasti, specie di liturgia, d o v e spiega i nomi delle feste romane e l'ordine loro e i riti
M agna quideni res est quam non aiidelisj amici> S ed si qw s peteret qui dare v ellet erat. D s P o n to , I I I , 7,

192

OVIDIO.

e lorigine, come gi aveano fatto alcuni greci in Alessandria, e a Roma Properzio e Antonio Sabino. lopera sua pi so bria, perocch avea cose a dire : la pi amena e dolce bench in argomento arido, e con episodj variatissim i, e meno vi si sentono i difetti consueti. Vero che neppur qui trova o suggerisce nulla di elevato o recondito; lascia dominarvi la leggenda e la menzogna consacrata dai sacerdoti; e poich gli Dei e la religione al suo tempo erano gi anticaglie, scartate dalle persone colte, egli se ne valse, come gi nelle Metamor fosi, con leggerezza e sorriso, come della Cavalleria fece l'Ariosto, che a questa credea nulla pi che Ovidio a suoi numi. Incredulo alla foggia del suo tempo, la fede negli Dei giudicando opportuna e nulla pi " , pura arte fece dunque anche qui; se non che dovendo di preferenza toccare a favole latine d ori gine pastorizia, ce ne conserv alcune cbe altrimenti ignore remmo. Quest' opera delle pochissime che furono tradotte in greco. In generale il nostro poeta ha maggior brio e verseggiar pi limpido e fluido cbe Properzio, ma non la dignit di que sto, n l'eleganza di Tibullo. In quella spontaneit da im provvisatore che confessa ma non ism etteM , spesso si ripete, e amplifica. Direbbesi che mai non s'accontenti d 'u n a sola espressione ; e vuol rivolgerla, in altro modo. Iddio creando
Os homini sublime dedit, coelumque tueri Jussit, et erectos ad sidera tollere vullus. 57

Dedalo al figlio Icaro raccomanda


. . . . polum Effugito australem jnnctamque aquilonibus arcton
** 6
E xpedit esse Deos, et u t e x p e d i t esse puiam us.

A. A., I.

Non eadem ratio est sentire et dem ere morbos. Seppe aliquod verbum cupiens m utare , relinquo, Judicium vires destitiuuitque meum. Scope p ig et (q u id enim dubitem tib i vera fa te r i ?) Corrigere j et longi fe r r e laboris onus. . . . Corrigere at refert tanto m agis ardua, quanto Magrnis A ristarcho m ajor Homerus erat. 57 M etam . I , 85.

aviDio.

193

E simigliami tautologie incontri ad ogni pi sospinto. Una delle sentenze che pi gli ricorrono il cambiarsi degli a miei colla fortuna, e potrei riempiere due facciate colle variazioiii di que st unico motivo: basti questo pezzo 88 cosi triviale nel primo, cosi bello nell ultimo distico.
Donec erix felix multos numerabis amicos, Tempora si tueHnl nubila, solus eris. Adspicis ut veniant ad candida tecta columbae, Accipiat nullas sordida turris aves. Horra formicae tendunt ad inania numquam ; Nullus ad ammissas ibit amicus opes. Utque comes radios per solis euntibus umbra Cum latet hic pressus nubibus, illa fugit ; Mobile sic sequitur fortunae lumina vulgus, Quae simul, inducta nube, teguntur abit.

E questi cumuli fin di quattro o cinque similitudini ricorrono spesso.


Tempore difficiles veniunt ad aratra juvenci, Tempore lenta pati fraena docentur equi. Ferreus assiduo consumitur anulus usu , Interii assidua vomer aduncus humo. Quid magis est saxo durum ? quid mollius unda ? . Dura tamen molli saxa cavantur aqua. Ales habet quod amet ; cum quo sua gaudia jungat Invenit in media foemina. piscis aqua Cerva parem sequitur: serpens serpente tenetur : Haeret adulterio cum cane nexa canis. Laeta salitur ovis: tauro quoque laeta juvenca est; - Sustinet immundum sima capella marem. In furias agitantur equae, spaiioque remota In loca dividuos amne sequuntur equos e*.

Altre volte sono scontri di parole o cadenze, che stonano vie pi nella passione.
T rist., I , 9. A . A . II.
A . A . III.
.CANTO. Storia' dfila Lett. Latina. 13

194

OVIDIO.

Giova dopo ii diluvio guarda,


Et superesse videt de tot modo millibus unum, Et superesse videt de tot modo millibus unam.
I

Biblide ardendo d* amore pel fratello Cauno, esclama:


Quam bene, Caune, tuo poteram nurus esse parenti: Quam bene, Caune, meo poteras frener esse parenti.

E questi concettini simmetrici neppur neiraftetto egli evita. Sminuzza poi in particolarit indiligenti el, lede persino la grammatica *, divertesi a giocherelli di parole:
In precio precium nunc est. . . . Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua. . . . Speque timor dubia, sposque timore cadit. . . . Quae bos ex homine est, ex bove facta dea. . . .

Ed un giocherello tutta la sua descrizione del caos, che pure alcuni ammirano. Da queir affastellamento di mitologia, peggio che in un pastor arcade non sa sottrarsi neppur nella
61 Giove va ad alloggiare presso Bauci e Filemone; il veccbio prepara la mensa :
F iora leva i ili e bicorni Sordida terga sisj n igr pendentia tigno: Servatoque din resecat de tergpre pattern E xig u a m , sectamque domat ferven tib u s itndis . . . . . . Mensa? sed eral pes tertius im par; Testa parem fa c it : qnce, postquam subdita, clivum Sustulit etc. Met., V ili, 690.

Queste minuzie da scuola fiamminga disabbelliscono spesso i suoi quadri migliori. Parlando del diluvio, canta:
Exspatiata rium t p er apertos flu m in a campos, . . . Pressceque labant sub gurgite tu rres; Omnia pontus e ra t, deerant quoque litora ponto .

Fin qui h bello; ma poi cala a particolarit oziose, e quindi norevoli:


N at lupus inter oves, fu lv o s v eh it unda leones;

quasi nelluniversale sobbisso importi quel che facciano agnelli o leoni. Egli stesso si rimprovera di questo 'verso :
Tion didici getice sarm aticeque loqui.

Una volta nel verso non accomodandogli m o ri , disse:


A d strepitum , mortemque tim ens, cupidusque m ot'iri.

Altrove leggiamo :
D enique quisquis erat castris jugultus achivis, F rigidius glacie pectus am antis erat. A chi appartiene il qisquis?

SUOI DIFETTI.

passione. Le analisi sue non versano che sulla passione pi comune, e qui pure non va oltre la scorza. Ripetiamo, era un improvvisatore, e purch riuscisse a farsi leggere, poco gl' importava di critiche M. Doveva anzi tenerne ben poco conto se vero quel cbe Seneca il vecchio racconta; gli amici di Ovidio averlo pregato a cancellare tre versi, eh*essi gli additerebbero. Ed egli il promise, purch non fossero certi tre , ditegli prediligeva. Scrissero essi i versi riprovati, scrisse egli gii eccettuati, e si vide che erano gli identici. Due erano:
Sembovemque virum, semivirumque bovem. Et gelidum Boream, egelidumque Notum.

Confessiamo che aveano ragione gli amici e torto il poeta. Seneca, il prolisso Seneca, lo rimprovera di prolissit, e critica il diluvio; eppure qualche volta affetta di essere con ciso, e allora diventa epigrammatico e\ Nel Cinquecento severi grammatici lo riprovarono come barbaro : Bartolomraeo Ricci lo bruci dicendo che i suoi li bri dove non nuociono al costum e, non giovano al gusto. Il Voss, il Quadrio r ip u n ta r o n o di molti anacronismi, di sbagli di storia, di sconvenienze. Trov altrettanti ammi ratori, e una critica imparzialmente severa ne soggiunse dem entino Vannetti alla vita scrittane dal cavaliere Ro smini. Nessuno vorr negargli somma facilit, ma che rie sce a un abbondanza trascurata; nel fondo mostra pi in gegno che giudizio; e meglio che coir Ariosto, egli conviensi col Marini, ricorrendo come lui al genere pi facile; le de
63
Dummodo sic plateam , ditrn toto canar in orbe, Quod volet im pugnent unus e t alter opus.

Rem. am., 363. 61 Flora dice :


V er erat: errabam : Zephirus conspexit: abibam ; Insequitur: fu g io : fo r tio r ille fu it.

Fast., II. Di Ilia:


$fars vid et hano, visam que cupit, potiturque cupitam .

Fast., III. Di Narciso:


R em sine corpore am at, corpus p u ta t esse quod umbra est.

OVIDIO. FEDRO.

scrizioni. Quanto disti dai veri classici pu comprendersi ove si paragonino lArianna sua e quella di Catullo, il suo Orfeo e la sua Didone con quelli di Virgilio. Come in tutti i componimenti del suo tempo, l'idea in lui predominante Roma; questa la sola unit dei Fasti; lei dipinge negli Amori; ad essa sospira nelle Triste, di que sta intarsia i destini netta troppo facile orditura delle Meta morfosi, le quali finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio Cesare, e colle preci per la conservazione dAugusto Pare vivesse fino al diciassette di Cristo. Aveva egli de siderato che il suo cenere fosse dalla moglie richiamato in pa tria , e quivi deposto nel prediletto suburbano, scrivendovi: Qui giaccio Nasone poeta, cantor de'teneri amori, che pe rii pel mio ingegno. Pregami pace, o tu chiunque sia che amasti * M . l voto non gli fu esaudito. La favola nasce dallosservare le relazioni tra un fatto della natura, e particolarmente del regno animale, e un fatto analogo della vita um ana, di modo che, preso nel suo carat tere generale, acquisti una significazione per 4uomo, ed espri ma ima regola pratica. N abbiamo un esempio antico in Me nenio Agrippa, ma neppur qui accade altra originalit romana. Fedro, che s'intitola liberto dAugusto e nato in Pieria di Ma cedonia (30 a. Cr., 44 di Cr.) trovando occupato ognaltro campo della greca im itazionee7, tradusse le favole esopiane in cand89 Lo profssa da bel principio:
D i, ceeptis........ A spirate m eis > prim aque ab origine m undi A d mea perpetuini deducite tempora carmen. Ossa tamen fa c ito parva referautu * in urna Sic ego non etiam m ortuus e x u l ero . . . . . Hic ego qu i jaceo tenerorum lusor amorum Ingenio perii Naso poeta meo. A t tib i qui tratisis ne sii grave ^quisquis am asti* D icere > N asonis nuAliter ossa cubetti.

66

Trist., I li, 3. Vedami Rosmini Carlo, V ita d*Ovidio> Milano 1821,2 voi. Amar et Barbi kr, Notice littra ire sur les ditions et traductions d*O vide. 7 Quoniam occupanti alter ne prim us fo rem , N e solus esset stu du i, quod super fu it. Epii, dd lib. II.

FEDRO.

197

dissirao stile, con felice epitetare, e brevit arguta, e pro priet costante non disgiunta da variet M , spargendole qui e qua d allusioni; ma non possiede queir arguzia e quel frizzo che colpisce e passa. Talvolta si eleva a maggior grandezza e a morale sublime, come l dove canta: 0 Febo che abiti Delfo e il bel Parnaso, dinne, ti preghiamo, qual cosa a > noi sia pi utile. Che? le sacrate chiome della profetessa si fanno irte, scuotonsi i tripodi, mugge la religione dai pene trali, tremano i lauri, e il giorno soffusea; la Pitia, tocca > dal num e, scioglie le voci : Udite, o genti, gli avvisi del dio di Deio. Osservate Ja piet; rendete voti ai celesti; la pa tria , ip a d ri, le caste mogli, i figliuoli difendete colle armi; respingete il nemico col ferro; soccorrete agli a m ici , conir passionate t miseri, favorite ai buoni; resistete ai tristi, ven dicate le colpe, frenate gli empj, punite quei che stuprano i talami, schivate i malvagi, non credete troppo a nessuno.
M Gressus delicatus et languidus ( lib, V , f. 4 ) : filia form osa et oculis veiurns viro s (lib. IV, . 5 ): fr iv o la insolentia (lib. I li, f. 6): iratits im petus ( lib. I li, f. 2 ) : cornea domus della taitaruga ( lib. II, f. 6 ) : ignavus sanguis dell asino ( lib. I , f. 29 ) : generosus im petus del cinghiale ( lib. 1 , . 29 ). Nella notissima favo*a della rana e il bue, in che varj modi dice la cosa stessa: Rugosam in fla v it pellem Intendit cutem m ajori nisu D um w ilt validius inflare se se. E nelle conchiusioni morali : Hoc illis dictum est. Hoc pertinere ad illos vere d ixerim Hoc argumento se describi sentiat Hoc scriptum est tibi Hoc illis narro Hoc in se dictum de bent illi agnoscere.......... Possiamo credere fossero di pretta lingua certi modi che sanno del latino ecclesiastico, come quem tenebat ore dem isit cibum (lib. I , f. 4 ) : hi qmtrn cepissent tem /am v a sti corporis (lib. I, f. 5 ): aut hos se x menses (lib. 1, rupto jacuit corpore ( lib. I, f. 24) : f. i . ) q u a debeUur pars tu a m odestia , audacter tolle (lib. II, f. 1 ) : invenit ubi accenderet ( lib. I l i , f. 1 9 ) ; e l'abuso di astratti, come sola im probitas abstulit totam praedam ( lib. I, f. 5 ) : tuta est homimun tenuitas ( lib. 11, f. 7 ) : spes fe fe llit impudentem audaciam ( lib. ,fll, f. 5 ). Alcuno crede suppositicio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale, nes sun antico proferisce il nome ; e che venne in luce soltanto nel 4562, in occa sione del sacco dato a un convento di Germania : la prima edizione del 1596. .Ma nella Dacia fu trovata un1iscrizione, contenente un verso delle fvole di Fedro. Vedi Mammibt , R es Trajani ad Danub. , pag. 78. Certo il testo fo alterato e interpolato. Ordii ne diede la lezione migliore ( Zurigo 4834 ), poi anche di qudle nuove scoperte dallo Jandli e dal Maj, da cui desunta la favola che diemmo nel testo.

198

MANILIO, ALTRI POETI.

Ci detto, cadde la vergine forsennata : forsennata da vero, giacch quelle parole furono gittate al vento . Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il rigore del soggetto e le esigenze del verso **, pure, vedendo preoccu pato ogn'altro genere, tent un trattato dastronomia, ove l aridit dell'insegnamento di rado illeggiadrita dallo stile. Pochissimi pure leggeranno il Cinegetico di Grazio Falisco. Di molti poeti latini andarono sm arrite le opere; e le com medie di Fondanio, le tragedie e le epopee di Vario, di Rabi rio, di Cornelio Severo, di Pedo Albinovano, il poema di Cicerone sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giu lio Calido, riputato il pi elegante poeta dopo Catullo, non ci son noti ohe di nome. Cornelio Gallo, confidente di Virgi lio, combatt contro Antonio ed ebbe il governo deli'E gitto, poi caduto in disfavore si uccise. Asinio Pollione detto da Catullo leporum desertus puer et facetiarum 7 , e da Orazio insigne moestis praesidium reis et consulenti Pollio curim 1 1: e Seneca lo fa autore del brutto uso di legger le sue opere davanti a numerosi amici.
69
D uplici circum datus a stu Carm inis et reriw t.

Egli ammette eoa precisione le popolazioni antipode :


Terrantm fo rm a rotunda, Bone circum v a ria gentes hominum atque fera ru m A eria q u e colunt volucres. Pars ejus ad arctos Em inet ; austrinis pars est habitabilis o r is , Sub pedibusque ja cet nostris , supra que vid etu r Ipsa sibi fa lle n te solo declivia longa, E t p ariter surgente v ia , p a riter que cadente. B ine ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus i Illic of'ta dies sopitas e xita t u rb es, E t cum luce refe rt operum vadim onia te rris, Nos in nocte su m us , somnosque in m embra locamus. P ontus utrosque suis distinguit et allig at u n d is.. . . A lte ra pars orbis sub aquis jacet invia nobis, Ignotaque hominum gentes , nec transita regna, Commune e x uno lum en ducentia so le, D iversasque um bras, Ittvaque cadentia sig n a , E t d extros ortus calo spectantia verso. C arm ., X II, 9. i* Od. , I I, 4.

CARTTERE DEI POETI.

199

Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam chia riti come in Roma dominasse una letteratura di tradizione e d'imitazione, sicch tutti si esercitavano in eguali generi, eguaii soggetti, quasi eguali sentimenti. In generale imitavano i poeti della scuola alessandrina, e anzich dellinvenzione si preoc cupavano della forma, mostrando pi erudizione che origina lit; letterati insomma, non genj. Della loro vita conosciamo poco pi di quel chessi medesimi ce ne tramandarono per inci denza; e in un tempo in cui dotti e indotti faceano versi, ma po chissimi leggevano,altro pubblico non aveano che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche consorteria, a m eritar il quale bi sognava sagrificassero rindipettdenza.Ammusoiata leloquenza, la poesia per sopravvivere si fa stromento alla corruzione,one stata col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle armo nie delicate abitua la pubblica opinione a lodare il fortunato, il quale s'annojava di questi adulatori, ma per interesse li pro teggeva e concedeva loro i piccoli onori, avendo della lettera tura fatto uno spediente di governo. Da tutti trapela una so ciet infracidita dai vizj del conquistato univeno, fiaccata dalla guerra civile, assopita dall elegante despotismo, indif ferente ai pubblici interessi e ai gravi doveri, anelante al ri poso, ai godimenti del senso, allo stordimento delle volutt. Sulle iniquit passate hanno cura di stendere un velo recam ato, di scusare o anche giustificare ingiustizia, e travol gere o pervertire i giudizj. Quale oser lodare chi & disfavo rito dal principe? Al comparire d una cometa il popolo si sgomenta? i poeti canteranno che la stella di Giulio Cesare. Augusto ha paura? ripeteranno quanto sia necessaria la sua v ita , che tardi ascenda ai m eritati onori dellOlimpo, e (cosa stran a, non singolare ) vanteranno la beatitudine d un tempo, del quale gli storici saecordano a piangere la decadenza. In tutti poi i lirici latini manca la fede candida de* mag giori greci. Vedete linno di Catullo a Diana, vedete le mille favole di Properzio, e v* accorgerete eh* essi non vi credono ; tanto meno Ovidio. Del resto que* poeti non s*afTannino troppo a perseverare in opinioni meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto, non approfondiscano nulla; principalmente per-

ORAZIO.

suadano che il godere la v ita, usar moderatamente de'pia ceri, fare germogliar rose di mezzo alle spine, il flore della sapienza; uffizio tanto pi efficace, quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che si breve doveano durare. Tali vizj compajono anche nei due maggior}, Orazio e Virgilio. Un liberto, di cui s* ignora il nome, fu padre di Quinto Orazio Fiacco da Venosa ( 66-8 av. C. ); lo fece accura tamente educare col magro camperello; si trasfer egli mede simo a Roma, e cerc un impieguccio di usciere aUaste puh* bliche, acciocch il figlio fosse istrutto non altrim enti che i cavalieri ed i p a triz i e per vesti e servi non iscomparisse da gli altri. Esso padre lo vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupillo Orbilio, che spoverito dalle proscrizioni, s 'e r a messo soldato, poi grammatico, e che severamente educando senza risparm iar lo staffile, merit una statua. Da questo conobbe Orazio i vecchi latini, ma li senti inferiori ai Greci, e massi me ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale, politica, tutto, siccome avviene nei libri che spesso si rilggono. Entrato nella milizia, di ventitr anni capitan una le gione 7* nelle file Pompejane, come la giovent che imita, non sceglie: ma nella giornata di Filippi gett lo scudo e fuggi. Pacificate le cose, toltogli dasoldati il modesto retaggio, n rimastegli che le lettere, si tenne alcun tempo colle vittime e cogl'im bronciati, reso audace dalla po v ert78: e se fosse per durato in questo eroismo negativo, sarebbe riuscito uno di quegli eroi fuor di tempo come Catone, mentre invece s'im m ortal coiraccostarsi ai potenti, e trascendere in adulazioni. Perocch Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che ac colse freddamente questo partigiano di Bruto; ma conosciu tone l'ingegno, se lo guadagn, presentono ad Augusto. In
73

E t laris et fu n i. . . . Paupertas im pulit audax Ut versus facerem .

Ep., H l>. I l, 1

ORAZIO.

201

quel vivere pubblico sul fro, al portico, nel campo, era facile s accomunassero i cittadini anche in gran diversit di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale tollerante, di venne amico senza invidia e .senza bassezza del buon Virgilio, come del dovizioso Mecenate e d Augusto stesso; gli uni invi tava a cena, dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando ce n'era da distribuire tante, confi scate, occupate militarm ente, vacanti per padroni uccisi. E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta si intitolava superbo e allora solitario {vacuum Tibur), bastante al lavoro di cinque famiglie n , ebbe Orazio in dono, e col godeva i suoi giorni, gustando il pi che potesse della v ita , non pretendendo sottoporre a s le evenienze, ma a quelle su pponendosi; tanto scarco dambizione e aborrente da lega m i, che n tampoco volle essere segretario di Augusto: ma alle lusinghe di questo non pot negare le Iodi, anzi divenne il poeta di Corte, nella sua faretra avendo pronto uno strale per ogni evento, per celebrare natalizj o vittorie denipoti dei suo padrone, da buon Romano esecrando tutto ci chera fore stiero, e pregando che il so le non potesse veder nulla pigrande di Roma 7e. Fedele alle regole d un gusto squisitissimo,del resto egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni variet d'opinio ni 76: ora vagheggia l tracia Cloe a dispetto della romana Li d ia, e sberteggia l invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a Licinio laurea m ediocrit, o tesse un inno agli Dei, e aborre dal lusso persiano e dall'vorio e dalle travi dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell arm i: una volta dipinge le delizie cam pestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato
74 Ep. XIV, lib. i , v , 3. 75 A lm e sol, . . . possis n ih il \trbe Roma
V isere m ajtts. N ullius addicti ju ra re in verba m agistri. Quo me cumque ra p it tem pestas , deferor hospes i N unc agilis J io e t m ergor civilibus u n d is , V irtu tis verae custos, rigidusque satelles; Nunc in A ristip p i fu r tim praecepta relabor , E t m ih i r e s , non m e rebus subm ittere conor.

ORAZIO.

e gi gi per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa li rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza lui non pu vivere, che vuole con lui m orire; ma il genio sqo.Tassicura df aver alzato un monumento pi perenne cbe di bronzo. Come dell1esser nato da padre liberto, cosi celia dello scudo che gett via a Filippi, e chiama s stesso un ciacco delle stalle dEpicuro, mentre raccomanda che la giovent romana si educhi a soffrire langusta povert, e faccia impal lidire la sposa del purpureo tiranno, allorch, come lione en tro branco di pecore, egli savventa franemici. Per fclan* dire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Oflelj, dalla rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli, predica di vivere con poco, dopporre saldo petto al lavversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perch non si mostra ligio all'im peratore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinch favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia : colla stessa meditata facilit geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva qualche velo degli arcani della politica. Nella vita di Augusto troppe cose bisognava dimenticare; n all entusiasmo rimanea campo dacch tutty riduceasi a paura, ordine, egoismo; sicch Orazio a]la passione della li bert surroga larami razione della vittoria, il culto della pro sperit. Pure, quando encomia la virt originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono prodighi della gran di anima per la p a tria , e geme su guai che toccano al popolo pedelirj dei re, incliniamo a credere vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva disteso lobblo. sempre pi ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo di devozione, daffetto, di patriotismo, sibbeneun godimento preparato all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. Perocch Orazio in tutto questo imit, anzi le pi volte tradusse i Greci77. Ma quei della grande scuola jonica e attica, anzich quelli dellalessandrina che gli
77 Negli Epodi minore 1 imitatione dal greco, com minore arte e la variet dei metri.

ODI.

203

altri Latini preferivano perch intenti alla forma pi che al concetto, alla <?$ o ordine, pi che o invenzione, direbbe Platone; letterati per professione pi che per ispirazio ne, disposti a cantar la corte dAugusto, al modo che quelli aveano cantato la corte di Tolomeo. Orazio imit Pindaro, ben* ch capisse che con ale di cfcra mal potrebbe emularne il volo d'aquila. Infatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo, cbe appare fin anche dal ritm o, animato, vario nella robdsta misura; mentre Orazio sentesi calmo e riflessivo col appunto ove pi vuole elevarsi, ed invano nell imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo che guida la sua composizione, Pindaro ha sincerit di credenze: non Orazio. In Pindaro un onore pe vincitori Tesser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda duffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col Gacciar avanti s stesso 7S; e poich scrive alY occasione di avvenimenti giornalieri, generalmente s' at tiene alla subiettivit degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto di s e de'suoi, talch cintroduce e addomestica eolia vita degli antichi; e viepi nelle JEpistole e nelle Satire, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare che vi aveva introdotto Lucilio, riusc incomparabile maestro del fare difficilmente facili versi: e pi che per le Odi sacre ed eroiche, resta immortale per la pittura delluomo e per l istinto poe tico della vita privata.
U Vedete per esempio 1 * ode 14 del lib. 111. Cesare torna vincitore dalla Spagna. Esultate, o suore, o madri , o spose : ormai io non temer tu ff m ulti, dacch Augusto regge il mondo. Qua, ragazzo; porta corone e un fiasco dei tempi della guerra mar sica, se pure un sol fiasco pot sfuggire * a Spartaco. Affretta, Neera, ad annodarti i crini, e ' s e il portinajo ti ri* tarda, parti, il ciin bianco mi distoglie dalle risse: non cosi in pace mel m recherei se pi giovane fossi . Altrettanto nell* ode Nunc est bibendum. J. C. Orellij nell'edizione di Zurigo 1837-38, non attacca la genninitk del poeta) n s'accannisce co'predecessori : D iffert autem nostr a interpretatio a sim i libus , q u a rume in scholis fe r u n tu r , his potissim um nominibus ; serpitis diju
dicantur et v a ria lectiones et d iv e rsa gram m aticorum explicationes, sine u lla tamen in quem quam insectatione aut contumelia : quin in hoc quoque g en ere, tacitis plerum que a d versa riis , q u a veriora ubique vid eren tu r, ar g um entis additis exposui, ne tranquillissim a disputatio acris r ix a cum hoc <vet illo inimico contracta , speciem unquam p ra seferret s quo quidem cum a liis digladiandi et dipugnandi studio in hujusm odi scriptis studiosa ju v e n tu ti propositis n ih il profecto perversius reperiripotest.

204

SATIRE.

La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distrug gere e riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla subli mit della poesia civile ; oppure si contenta di rid e re , come fece con Orazio. Suo padre laveva abituato a metter un nome sotto ogni v izio 19. Conservando la finezza di cortigiano e la do cilit di liberto anche in questo genere essenzialmente demo cratico, mostrasi dedito a frequentare la societ, il che ne scopre il ridicolo, anzich al vivere solitario, cbe ne scopre i vizj. perch i vizj di Roma erano dalla prosperit pubblica am mantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo di Giovenale un' anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio il second scalfendo senza ferire, po nendo s stesso in prima fila tra que' peccatori; sicch pun zecchia le colpe senza mostrarne aborrim ento, esorta alla v irt senza farsene apostolo, rim provera lonnipotenza attri buita al denaro80, ma i denarosi corteggia e ne implora le cene e i doni; e colloca la morale nel fuggir gli eccessi, i de sideri misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di s e accetto agii altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, inga gliardisce nelle lussurie fr non si d un pensiero dell avve nire. Nel che, lontano dallo stoicismo desolante di Persio, dallatrabile di Giovenale, e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza desprimere, che non si possono co gliere se non nelle grandi citt e nella conversazione. poich i mediocri, si nei meriti si nei peccati, sono sempre il nu mero maggiore, perci dura eterno il morso chegli diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto tuttod; sic S a t I , 4 , 499. S O V ilins argentim i est a u ro , virtutibus aurum . . . O cives , c iv e s , quaerenda pecunia prim um e st,
V irtus post nummos. Om nis enim r e s , V ir tu s , fa m a , decus, d ivin a humanaque pulchris D iv itiis p a ren t, quas q u i co stru xerit, ille C laius e rit, ju stu s , fo r tis , sapiens etiam et r e x , E t quidquid volet. . . . E t genus , et v irtu s , nisi eum r e , v ilio r alya est.

ORAZIO,

205

ch, in fuori delta settima del libro primo, composta a venti tr anni, nessuna delle sue satire invecchi 81. L 'autorit dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne lepistola ai Pisoni, cbe meno propriamente sintitola Dell9 Arte poetica, componimento didascalico con episodj satirici, ove di familiarit e di sali sono conditi i precetti. Iv i, colla variet che alle epistole saddice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo oggi, egli apparteneva alla scuola roman tica, alla giovane Roma, che disapprovava i sali .di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di ci che sentisse darcaico, e quei che rincresceansi di disimparare m aturi ci che avean imparato a scuola, e asceticamente de ploravano la perdita del buon gusto 8i. Principalmente egli insiste sulla drammatica: ipa il vero talento non mai esclu sivo, e mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano che la lingua si restringesse ad un tempo solo
81 Assai prima delle recenti discussioni intorno al dare o no i classici in mano ai giovani, erasi disputato sulle lubricit di Orazio e degli al tri poeti | e singolarmente volle difenderli Konig, D e satira Rom anorum , e Barth nella prefazione a Properzio. Jani, nell edizione di Orazio, scagiona i costumi di questo dicendo: S i cogitem us quam prorsus honestus et a v itii crim ine liher fu e r it amor peregrinarum et libertinarum ; quam pa
rum ^ certe ante legem Juliam la ta m , ipse puerorum amor sceleris ha b uerit ; denique quam m u lta et notiones et loquendi form ae eo tem pore di gnitatem et honestatem habuerintj quas postea politior usus j ut f i t j respuit e .inter illiberales retu lit: hac si cogitemus ja m m ultum e x illo H oratii vituperio perire sentiam us. Loca et carm ina Horatii q u a nos hodie offen(lu n tj e tempore non ita offendebant; licet quod nos hodie in verbis ca stiores sumus ac delicatiores non sequatur u t ideo et mores hodierni ca stiores sin t. A ccedit^ quod dare possumus, Horatium, hominem hilarem et su a yem j p r a se rtim in illa s a cu ii sui indole j ab amore non immunem fu is s e , eju s philosophiam morum hac parte laxiorem fu isse * eum arsisse subinde libertiiui aliqua aut peregrina puella ; neque tam en ideo desinet esse is v ir m agnus bomis et honestus. Nam numquam am avit matronas aut ingenuas* tutm quam , quod praclare Lessinguts docuit, pueros am a vit, et sic leges ro m anas illasque natura nunquam v io la v it ; potius g ra viter subinde in adul te ria proprie dicta incestosque amores invehitur. Connina etiam illiu s am atoria haud dubie sape lusus poetici. , ad hilaritatem fa c ti sape e graco expressa siuit. Clament periisse pudorem Cuncti pene p a tres.. . . V el quia turpe p u ta n t.. . . q u a Imberbes didicere , senes perdenda fa te r i.

ARTE POETICA.

e a certi au to ri anzich riconoscerne supremo arbitro Taso M; chiamavano sacrilegio il negar venerazione agli am ichi, quan to il far giustizia a coloro il cui nome non fosse ancora dalla morte consacrarlo ; al censore ciancer e petulante altri* buivano maggiore autorit che non al giudizio de' pochi sayj modesti. A chi non ba desiato bile o riso la precettiva severit di quegli ignoranti, che, mai non avendo fatto nulla, se non forse qualche cesa cattiva, o eh peggio mediocre, montano gra vemente in cattedra, e vedendo spalancate le bocche di lutti pii ascoltatori, li eredono meravigliati, mentre sono sbadi gliami? Ed io penso veramente consista qui la differenza tra il crtico di scuola e il critico di genio; quello severo, aeri* gtiato, plumbeo, assoluto ne'principj, intollerante nelle applfeazioni; l'altro gajo, trasvolante, che tutto infiora, che quasi per ispesso getta semi fecondi, cbe sa non potersi de finire o prefinire il gusto, il quale consiste in un non so che. T>le Orazio. Maestro sommo di tutta larte del verso, vuol del verso esibire precetti. Credete che sallaeeer la gior nea, e per mano vi condurr dalla conoscenza devpiedi fino alte confezione dellepopea e alle leggi dell ispirazione? No: Orazio uom di genio, dunque il preciso opposto del pedante, dei Mevii, dei Bavii, della ciurma giornalistica del &uo tempo e del nostro. Poetando al modo che si suole di scorrere, eio con libero di vagamento, lascer cadere lezioni, che diverranno eterne leggi di buon gusto. Molto egli trae da Aristotele; ma molto dalla propria espe rienza: n quell epistola inutile in tempo che, ridottasi ogni letteratura all* imbratto e alla petulanza de giornali, preH
*4

Utm,
Qttem pene* arbitrium est et jus et norma loquendi.
Q ui retiti ad fa sto s, et virtu tem astim a t annis, firaturqne n ih ilj nisi quod Libitina saerarU. . . . . S i tam ra is novitas in visa fu is se t Quam nobis, qu id nunc esset vetu s ? . . . . Jam saliare carmen qui laudat, Ingeniis non ille fa v e t, plauditque sepultis, Nostra sed im pugnat, nes nostraque livid u s odit.

ORAZIO.

tenetesi non esistere principj certi di critica, non potersi de durre canoni dai capolavori, ed essere tiranniche tutte le re gole antiche, per verit nulla pi severe di quelle che si impongono a nome della libert. E queste lezioni di Orazio sono, non so s io dica sparse d'episodj o sparse in mezzo ad episodj, ove torna la lepida log* gerezza de suoi sermoni : or una bella donna che finisce in coda di pesce; or la grave m atrona, che perde il decoro alla danza festiva, or il lembo di porpora appiccicato al cencio di frustagno; or le foglie che cadono e rinascono, come le parole d'na lingua a dispetto degrammatici; qui gli tornan avanti le Medee che trucidano i figli sulla scena; l il rancidume di Cetego fa contrasto col neologismo di Cecilio; qui compassiona il vulgo che eccitalo a l riso dai sali sciapiti o sconci di Plau to, l esalta il fino gusto di queche hanno e cavallo, e avi, e ricchezza: or beffa i delirj di chi si crede poeta e merite rebbe esser mandato ai pazzerelli; o rla noja di coloro che v assediano colla recita deloro componimenti. A questo disordine non intesero nulla i pedanti, incapaci d'intendere ci che si eleva sopra il livello dellaurea loro me diocrit. E dissero che Orazio non era possibile avesse scritto un componimento fuor delle regole cbe essi aveano assegnate come le sole vere, le sole opportune per confezionare un ma nicaretto di poesia, e di l o di qua delle quali non potrebbe sserci merito. A ltri si preeer la briga di difnderlo; alcuni di riordinarlo: noi preghiamo a lasciar quellepistola com', e apprendervi molto, studiandola senza idolatria. notevole come pochissimo si trovi Orazio lodato dai contemporanei vicini; nemmen Properzio lo nomina, come non questi nominato da Orazio: ma dobbiamo congratularci cogrammatici latini, che, mentre i Greci annichilarono i loro grandi lrici, essi ci trasmisero i migliori. E n ell'et nuo v a pochi autoH ebber tanti commenti e traduzioni quanti O razio88: ma non basta intenderne il pensiero, ove non si
M Uno di qnei letterati guasta mestiere, che anticip la sfacciataggine demoderni giornalisti, Lodovico Dolce che a Venezia correggeva le stampe del Giolito, die fuori moltissime'traduzioni, fra cui quella della Poetica di Orazio, 1535, e dei D ilettevo li serm oni* altrim enti satire , e le m orali epistole, i 559. Non ha n fedelt n gusto, tirando* fare in fretta e fidandosidella trasenraggine dei lettori e

208

ORAZIO.

conoscano le circostanze fra cui fu prodotto, e a cui il poeta s appiglia sempre. Ognuno poi nelle traduzioni e necommenti vi pose del proprio : Labindo nel secolo passato lo con traffaceva per lodareo censurare i principi o i costumi dIta lia: W ieland ne fece un romanzo: Doering la satira de*suoi contemporanei. Molti lo trasfigurarono in dialtti o in beffa. L* operetta di dem entino Yannetti mero esercizio re torico. Non si potrebbe desiderare lavoro pi completo e pi noioso di quello di Walkenaer 8. Weicbert restitu con Oradella connivenza de* critici. Fa schifo il vacillante giudizio che ne portano i soliti storici della nostra lettetatura ; e p., e., il Quadrio scrive che ha il suo merito, ma per poteva esser' migliore . In italiano abbiamo traduzioni del Venini, del Massucco, del Gargallo, del Colonnetti. . . . Molte in francese recenti fra cui quelle di Albert Moncemont (1840; e L. Duschemin (4846). Lodasi molto U recente traduzione inglese di Francesco Newman. D e la v ie et des poesie* d* torace. Parigi 4840. Egli dice : Dans
les oi#vrages de ce pote rssortent sous de v iv e s couleius la grandeur et la g io ire , les ridxcules et les viccs de ce sicle mmorable. Ed ecco la cro

nologia eh* egli d delle opere del suo autore :


armo d i Rom a di sita et

712 744 745 746 747 748 749 720 724 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735

23 25 26 27 28 29 30 34 52 33 34 35 36 37 38 39 40 34 42 43 44 45 46

Sat. I. 7. Sat 1. 2. Epod 46. 45. 8. 42. Sat. I. 8. Ep. 5. 6. 40. 4. 2. 43. 47. Od. IV. 12. Sat. I. 3. Ep. 3: Sat. 1. 5. Ep. 44. d. I. 28. Sat I. 6. 2. Od. I. 40. Sat. I. 4. Sat. L 9. Od. . 5. IH. 10. Sat. 11. 3. Ep. 44. Ep. 7. Od. 1. 7. II. 4. Ep. 4, 9. Od. 1. 44. 45. Sat. 1. 4. 40. II. 6. 8. 4. Od. If 37. 9. 44. 22. II. 5. 8. Sat. II. 7. 5. Od. I. 27. 38. 11. 3. E pist L 44. Sat IL Od, I. 34. 48. II. 45. 42. IH. 25. 6. 42. 24. Od. I. 38. 47. 8. 35. 46. 6. 111. 24. Epist. 2. Od. 1. 43. 33. II. 4 / Epist. I. 4. Od. I. 29. 23. MI. 44. Od. 1. 36. 24. 32. 34. II. 48. III. 9. Epist. I, 6. Od. I. 26. 42 30. 49. II. 44. 2^ 40. III. 47. 49. 43. Epist. I. 45. 7. 9. Od. 4. 2. 4. 24. II. 46. III. 46. 28. Epist. I. 44. Od. 1. 25. II. 47. 43. IH. 48. 22. 23. 27. 7. 26. 29. 2. 3. 44. Epist l. 20. 5. Od. I. 49. II. 44. 9. III. 5. 8. Epist. I. 3. 8. 42. 48.17. Od. I. 3. 20. 4. II. 49. 20. UL 4. 45. IV. 43.

ORAZIO.

209

zio alla mano la storia della letteratura de*tempi d* Augusto: J. C. Orelli, dopo 25 anni di lezioni, come sempre, ne diede la lezione pi stim ata: Bentley primeggia per penetrare nel senso del poeta, e con parsimonia mut qualche parola o frase. L a critica congetturale molto sadopr intorno al testo del poeta, e se ne eliminarono strofe e anche odi intere, supponendole ag giunte de* copisti o inserzioni di frati. Senza-ricorrere al pa d re flardouin, famoso pei dubbj che spargeva sopra gli anti chi autori, supponendoli tutti invenzione del medioevo, molti trovano indegna dell'autore la prima ode a Mecenate, fredda enumerazione n elegante; la parlata di Giunone, all'ode 3 del libro HI, ripudiata da Peerlkamp, mentre non rifnano d'amm irarla Liibker e Nauch. Esso Peerlkamp (Harlem 1834) colla lunghissima familiarit pretese aver aquistato il senso pi intim o del poeta, in modo da scernere ci che vi fu inter polato; e sopra 3845 versi, ne riconobbe 644, dei quali assolve Orazio per incolparne i grammatici ; e ad Amsterdam nel 1852 ne fece un'edizione accuratissima. Studia horatiana pubblic nel 1863 a Gota E. Schatzmayer, il quale le diciannove strofe della quarta ode del libro IV riduce a sole quattro, e anche di queste ne rimpasta una 87.
anno di Roma sua et 736 47 Od. III. 4. 30. Epist. I. 43. 737 48 Od. IV. 6. Carmen saeculare. Epist. I. 40. 738 49 Od. IV. 7. 44. 9. Epist. 4. 46. 739 Od. IV. 4. 40. 4. Epist. 1. 49. 4. 50 740 54 Od. IV. 5. 744 52 Od. IV. 2. 44. 742 53 Od. IV. 3. 743 54 Od. IV. 8. 744 55 Od. IV. 45 . Epist. II. 2. 745 46 Ep. II, 3. A rs poetica. 87 Vedami P assow , Horat. Flaccus Leben und Zeitalter. Lipsia 4833. Kirchner , Qiuesliones ioratiance. NaunLurg, 4834. Buttmakn , Ueber das Geschichtliche und die Anspielwigen m Horat. Berlino, 4828. J acobs, Lectiones venosinee, Lipsia, 4834, intorno alla valuta zione morale del carattere, degli atti e delle poesie d Orazio. D oering , illustrazioni all'edizione di Lipsia 4824. W kicheht, Prolusiones de Q. IL Flacci epistolis, 4826, e Lectio nes venosinee, 4832-33.
Schimid, e Braunhard, e tant altri recentissimi che studiarono
CANT. Storia delta Lett. Latina . 44

OAAllO.

Cbe, del resto, 1O razio che abbiamo sia alterato, ce ne ac certa il trovarsi in antica copia questa nota: Vettius Agoriut Basihus Mavortius legi, et ut potui emendavi, conferente miki magistro Felice oratore urbis Romae. Abbiamo a credere che costui fosse solo un amanuense cbe correggesse quel testo, collazionandolo insieme con Felice? ma i nomi ci portano piuttosto a credere fossero due dotti che sopra lezioni scor rette formassero un testo, il quale, posto sia buono, non sa rebbe per quale usc dalia mano di Orazio.
questo poeta, e ultimo di tutti K a b s t x n D H. Fiacco , sguardo alla sua vita, suoi studj, sua poesia; olandese* tradotto in tedesco a Lipsia, 4863

211

CAPO Vili. Virgilio.

In quel latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi vennero ripartiti fra i soldati dO ttaviano, fu spossessato anche Publio Virgilio Marone, nato nel villaggio dAndes, che ora di <#si Pitola, presso Mantova (70-19 av. C.), educato a Cremona e a Milano. Tutta l'Italia essendo sotto la tirannia della capitale, si condusse egli fino a Roma per reclamare l avito suo .poderetto; e collingegno trovata grazia appo Augusto, lebbe come un'dio, e ne accett i favori. Candido, forbito, innamo rato dell arte e della pace, era il poeta nato fatto per quei tem pi, in cui dal mareggio civile cercavasi richiamare alle operose dolcezze della villa, e mutare le spade in aratri, lat tu alit in memorie. Quest'era l'uffizio a cui Augusto convi tava le Muse: e tutti i poeti dellet sua si fingono credenti a tu tta la litania degli Dei, fin nelle pi beffate lro trasforma zioni ; predicatori del buon costume e della sobriet degli an tenati: plaudenti al ritorno della pace, al pudore antico, alla <5asta famiglia; encomiatori dell*agricoltura e dj quel vivere campagnuolo che aveva prodotto i vincitori di Cartagine *. Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a no bilitare agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le
* Tua, Ccesar* Fruges et agris retulit uberes. Non his juventus orta parentibus Infecit cequor sanguine punico: Sed rusticorum mascula militum Proles, sabellis docta ligonibus Versare glebas. Obzio. Hanc olim veteres vitam coluere Sabini, Hanc Remus et.fra ter; sic fo rtis Etrurm crevit.
V irgilio.

GEORGICHE. BUCOLICHE.

Georgiche, capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il mo numento pi forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si ostinano alla poesia didattica, e che delle ap parenti difficolt ottengono facile vittoria se si considerino iso la ti, mentre, messi a petto a Virgilio, ne restano d'infinito spazio inferiori. Nelle Bucoliche, oltre copiare Greci e Siciliani, colle fre quenti allegorie ed allusioni alle proprie avventure, dissipa l'il lusione, e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell* autore; mai non dimentica Roma sua, fra icampi cresciuta; i pastori stupiranno alle for tune di essa e alla magnificenza d*Augusto; ci che spiace a questo, verr disapprovato anche dal poeta, ed esaltando la villica beatitudine, ne far raffaccio alle consuetudini repubbli* cane de'clienti affollantisi e dell'am bir le.magistrature e i fragori forensi, al lusso delle case e del vestire, alle guerre ci vili che fanno le case vuote di famiglia *. Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d 'in v en ta re , bens di fare una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero8 , aggiungendovi finezze tutte sue; collo
9
S i non ingentem fo rib u s domus alta superbis M ane salutantum totis vo m it oedibus w idam ; Nec vqrios inhiant pidcra testudine postes Inlusasque auro vestes. . . Illum non populi fa sces non purpura regum F lexit. . . Nec fe rre a ju ra Insanum que forum * aut populi tabularia v id it. . . Hic stupet attonitus rostris : fume plausus hiantem P er cuneos gem inatus enim plebisque patrum que Corripuit. Gaudent p erfu si sanguine fra tru m * Exsilioque domos et dulcia lim ina m utant.

E vedi tutta lo stupenda chiusura delle Georgiche. 5 Egli stesso invoca le Musa: sicelidcsj e attribuisce ai Siracusani 1 *in venzione delle pastorali :
P rim a syracusio dignata est ludere versu N ostra nec erubuit silva s habitare Camena*

alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro ( lib. IV, c. 46) , creo questo genere di poesia, quale a*giorni suoi durava ancora in Sicilia; e a .Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero (P oetices liber V, qui et C riticu s), coll'erudizione dun critico e l 'ostinazione dun pedante, rivela i furti com messi da Virgilio sopra Omero, Pindaro, Apollodoro ed altri, ma dimostrando uno per uno eh* esso li super tutti.

EPOPEE PRIMITIVE.

213

studio migliora ci che a quelli il genio somministr, elimi nandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e col maggior garbo lusinga il lettore, il quale saffeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli diletto. E qual altro conobbe si addentro ogni artifizio dello stile? Con variet inesauribile di voci, di frasi, di ritm o, carezza gli orecchi del lettore, non lascian done un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose vi venze. Quel che impar nella colta conversazione dellaula di Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino alla scelta devo caboli, ben equilibrati di vocali e consonanti e di dolci ed aspre, tutto nel dimostrare che di pari sieno proceduti il pensiero e espressione. Opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; unepopea. I popoli raffinandosi prdono quell'ingenua cre denza nell'immediata intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee prim itive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica e d 'annali; la scienza ingran dendo spiega ci che pareva miracolo; l'in d u stria toglie la grazia infantile ai famigliar!nonnulla della societ nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori d'erudi zione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla ge nerosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo tempo non portavano ad unepopea naturale; ma ad armonizzare a forza di studio, di cognizioni, di a rte , quanto sin l erasi fatto di meglio. E fatto gi s'era in Roma. Moderni critici vollero la fan ciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati poi come storia \ Un popolo, tutto giurisprudenza, il cui carme sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche sono dibattimenti di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, n possedette quel sentimento elevato dell esistenza, il cui pi insigne frutto sono i poemi
4 E la teora di Niebuhr, presentita dal nostro Vico.

tu

SOGGETTI DI POEMI.

eroici. A questi, come al resto, si posero i Romani per imita; zione, e nellintento di conciliare l'esem pio di Omero colla (vola ausonia, il meraviglioso epico colla storica realit. Ne vio cant la prima guerra punica, Ennio la seconda e la tolica , in via episodica risalendo alle orgini di Roma. Ma al eostoro tempo gi si scriveva la storia, onde non potevano ohe, esporre in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore di Eveemero e dEpicarmo, i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, fcome poteva usare sinceramente la mac china? N linnesto defatti storici coi soprannaturali, fonda mento dell epopea greca, avea pi luogo quando sattuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui lodi celebr Cornelio Severo nella guerra di Sicilia; Archia can t le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo le imprese di Catulo; altri quelle di Cesare, le vittoria d'Antonio o quelle di Ottaviano, come fece Cotta neHa Farsaglia: ma la vicinanza delle Imprese riduceva il poeta a storio grafo , a tradur in versi i commentar] di qualche famiglia; & la protezione imponeva dadulare un uomo o una fazione, an zich sublimare la nazione tutta, o interessare l umanit. A ltri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mi tologici, rifrtti e non creduti; Varrone dAtace riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo la Io, Cinna la Mirra,. Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Eracleidi, Amazonidi * dove al racconto si associavamo movimenti lirici
5 Ennio rammenta altri cantori: Scripsere olii rem Ferfibu* quos olim Fquni vatesque cdnebant. Quis aia Euristhea xbtntm, A ia inlaudati nescit Busiridis aras? Q$i non dictus Hylas puer* et Latonia Delos* Hippodameque, hiuneroqite Pelops insignis eburno* Acer equis i V irg ilio , Georg., , 4. Aeh* P ro p e gl* incensava e derideva: Qum tibi cadrpecc dxmmtur, Pontice* Teb* Armaque fraternas tristia militias, Atque ( ita sim fe lix ) primo contendis Homero. . . Me lamdmu dat4<e sokim plaatisse puelli. . . *

L* EKKID&.

21*

e tragici. Fra essi va distinto Rabirio, cbe Ovidio chiama grande e Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e dei quale non ei restano che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Erodano. Altri ricorrevana le antiche memorie patrie, e i fievoli comincia menti di Roma, mettendoli a fronte della pre sente grandezza: di ci fece soggetto ai canti un Sabino, tron chi dalla morte; su ci fondanti i Fasti d'Ovidio; Properzio si proponea di celebrare le antiche feste e i prischi nomi dei lu o g h i7. Virgilio, venuto al tempo che la. vecchia Roma periva, e la trasformazione deir impero eccitava vaghi presentimenti d'un avvenire incomprensibile, pens combinare gli elementi che gli altri adopravano distinti, Le memorie repubblican poteano recar ombra al pacificatore fortunato, e a troppe pas sioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano, avesse tolto ar cantare arm i tinte di sangue non ancora espiato. Si gitt dun que ali'antichit, da Omero desumendo il soggetto, gli eroi,
TU cave nostra tuo contemnas carmina fk stii; Siepe vienit magfno /cenere tarus amor. Eleg., I , 7. .Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo raccogliamo da quel di Ovidio ove dice: Qiucm ThebcBj quum Troja forent, quum Casaris acta Ingenium m ovit sola Corinna meum i e pi dlia famosa ode di Orario Scriberis Vario fortis* ove inrritato a can tar le glri di Agrippa, risponde che meglio capace nfe Vario, quila della poesia meonia: Io, debole poeta, non varrei a trattare tali soggetti, n * 1 * implacabil ira del gelide, n i lunghi errori d Ulisse, o i delitti della casa di Pelope. . . . Chi parler degnamente di Marte colla lorica d* acciajo; di Merione annerito dalla polvere di Tfojaj del figlio di Tideo che lajutm Pallade eleva a paro degli Dei ?' 7 Sacra diesque canam et cognomina prisca loeerum. Eleg., IV, 4. Di tal poema sono tfrse brani molte paTti del suo IV libro, come il con cetto ne spira nellelegia a Roma, dove canta: Quanto vedi, o stianter, della massima Roma, prima dd frigio Enea era colle erboso; dove sorgono i palazzi sacri al navale Febo, riposarono i profughi bevi d*Evandro; que* sti tempj d*oro crebbero per numi di creta; U padfe Tsrrpeo tonava dalla * nuda rupe, e dai nostri armenti era frequentato il Tevere, il1coro pasto tale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro In un prato ascisi forma vano il senato. N sul cavo teatro pendevano veli sinuosi; n & solenne croco oberavano i paschi; n sebbe cura di cercare straniere deit quando la turba tremava intenta "ai -sacri riti.

216

i / ENEIDE.

orditura perfino e il verso e il tono, come era consueto de' suoi predecessori; ide di annestare i viaggi d eir Odissea e le battaglie dell' Iliade, e collocarsi nella favola omerica ma per m irare fatti storici lontani e vicini, e cantando Trojani, es sere eminentemente romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era altro cbe assunto nuovo8, e ne restava blandita la vanit di tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, gi ganteggiata sulle rovine dell aristocrazia. Pi non basta per che la Musa gli canti le orgini dlia romana gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione, vaglia, ordina, sicch rimane buon testimonio delle tradizioni antiche, e fa un eser cizio d 'a rte , non una poesia di getto. A quella lontananza, favorevole allimmaginazion, per v ia d episodj potr facilmnte annestare i nomi di coloro, per eui crebbe e s*assod la romana cosa; potr collepisodio di Didone adombrare la guerra punica, il cui esito accfert la grandezza di Roma; e coll antichissime cagioni delle nimi st, e colle imprecazioni di Elisa, che invocava irreconcilia bili gli odj e le vendette contro la schiatta d 'Enea, giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza. Infine met ter a confronto la Roma non nata ancora presso al regio tu8 Tutte le fvole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano in Dio nigi d'Alicarnasso. Ora Questi non die' fuori 1' opera su che otto o sette anni av. C ., e Virgilio era morto da dieci anni. Virgilio dunque tolse le sue f vole da altre fonti; ma fa meraviglia che Dionigi non citi Eneide. Era il disprezzo de'Greci per tutto ci che era romano ? era un'altra delle ignorante de'lavori precedenti, che spesso si trovano negli antichi? Quegli stessi cbe par rebbero concepimenti di Virgilio, sono reminiscenze. Nevio, nel poema sulla guerra punica, avea gi raccontato la venuta d 'Enea in Italia , A seguitone il viaggio coi casi medesimi narrati da Virgilio, colla procella concitata da Giu none, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la consola: anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, come certo invent il personaggio di Anna sorella di Didone. La piet di Enea cbe salva il padre e i penati si legge in Varrone, dove e soggiunto che l'astro di Venere pi non disparve daglr occhi dei Trojani, finche non afferrarono al lido indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono tradotti da Apollonio Rodio : Stesicoro gli offri quella soluzione del dramma iliaco : se crediamo ad uno degli interlocutori dei Saturnali di Macrobio, il secondo dell' Eneide tolto di pianta da Pisandro epico greco; e la Crestomatla di Proclo c insegna che l'inven zione del cavallo di legno dovuta ad ratino e a Lescbe.

L ENEIDE.

217

gurio d 'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto, sulla quale egli concentrer tutto lo splendore della storia italica e del tempo de'semidei. Orditura cos compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea ispirazione di Omero t In questo, terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinit perpetuamente in tervengono alle azioni e ai consigli dei mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio tratto tratto gli Dei saffacciano solo per macchina d 'a rte ; e lo scetticismo filosofico non gli accetta pi che come spediente letterario. Virgilio vede e am m ira la grande unit di Omero, ed esclama esser pi facile togliere la clava adrErcole che un verso a quello: eppure cmpagina un poema di frammenti, di erudizione avvivata con g ran d ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze. - Se, invece d'im itare separatamente i Didascalici d Ales sandria, i Bucolici siciliani e Epico Meonio, avesse fuso gli uni coir altro, e nell 9esposizione della civilt italica antica ( dove rimase tanto inferiore) non introdotte in forma precet tiv a, ma atteggiate le ingenue dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera non soltanto romana m a italica, carnato il troppo immediato confronto coi poeti im ita tile la dissonanza che, come negli altri L a tin i,v i si scorge fra quello che ha di proprio e quel che toglie a pre stanza. N tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna et; non la sua, non quella che canta 9; n di aprire u n nuovo calle ai successori; ma fu tutto amor dellarte, lutto romana predilezione: l'adulazione stessa non us sguajata co me quella onde Ariosto cant glindegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte d'Augusto. Insomma quest'epopea, tutta calcata sui greci, non un
9 Perci molte infedelt di costume possono notarsi in Virgilio. Enea e Didone vaino a caccia di cervi in Africa, dove pur son morati coperti dabeti ( lib. IV ) : al principio del V , Enea col vento aquilone vien dAfrica in Ita lia : Plinio dice che iliacis temporibus nec thure supplicabatur, e in Virgilio troviamo gl* incensi, V. 745 : vi troviamo guerrieri a cavallo e trombe, inusat in Omero, cos le triremi ( tem o consurgunt ordine remo (V . 120), mentre Tucidide le fa introdotte assai pi tardi.

218

L* ENEIDE.

lavoro di genio, n vicom pareun grande-concetto cbe svolgasi per tulio il poema, e ne animi e congiunga tutte e parti; bl lissima d'episodj,inarrivabile di esposizione, manca d'unit e di vita epica; unit meramente estrinseca e artificiale, < organica e interna. L idea astratta di Roma, attorno a cui egli aggrapp bellissime digressioni, non pot* trasfor marsi in azione epica se non mediante la forza inventi va cbe Virgilio non possedette; e neppur tutta la vita romana seppe egli abbracciar nell Eneide, come tutta la greea trovasi nel Iliade. . Pure a questo sadoper, ed Enea* debolmente disegnato, poco interesserebbe il lettore se nel poenja non comparisse vero protagonista il popolo romano. NelY Eneide sta l'ideale della politica imperiale; il lento formarsi della nazione rema* n a , cui colmo dovr esser il principato de* Cesari (Tantae molis em t romanam condere gentem) colla missione di rista bilir la leggee la pace dopo la guerra e anarchia. Lantichit v accettata, come Augusto facea nell'im pero; e tutti i grandi romani, i re chiomati, fin Cesare, il cui.astro sfavilla ne cieli, han posto nel poema; i Gracchi accostano gli Scipioni ; Catone presiede al concilio degiusti, e quasi un decreto della Prov videnza pronunziano di lasciar ad altri il vanto dellarti e dellr eloquenza, ma aspirar al ben governare.
Excudent aii spirantia mollias sera Credo equidem; vivos ducent de marmore vultus; Orabunt melius causas alii, coelique meatus Describent radio, et surgentia sidera dicent Tu regere imperio populos, Romane, memento. H libi erunl artes1 0.

Vivendo poi nella corte di Augusto, Virgilio ingentilisce gli eroi : Enea depose la pelasgica ruvidezza : la donna non pi una Criseide che passi a chi vince; non un'Andromaca che, da vedova di E ttore, si contenti di divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giur fede al perduto consorte/chesoccombe sol alia potenza deUamore, e allamore tradito non sa sopravvivere Nell* inferno di Omero, Achille
* jEajiid. VI.

1 1 Per sentire la differenxa de sentimenti Terse 1 detta nei moderni et

L BNBIDE.

219

ribrama avidamente la vita; nell' Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il suoJ traditore e passa. In quest' ultimo tratto scorgiamo un merito che render Virgilio eternamente prezioso a chi capace di sentire. Fra tanti poeti che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur uno non troviamo che tratteggi al vero f progressi della passione, accontentandosi essi di esporne qual che accidente o le crisi pi rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche descrizioni, in tutto ci che esterno. La meditata conoscenza della vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve preludervi Vir gilio, che impedito dai tempi d'essere ingenuo, si conserv semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il proprio cuore, e ci che dapprima era soltanto esteriore, ridusse su biettivo coir insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i secreti pi ritro si, e seguire passo passo il nascere, il cre scere e il declinare d 'u n a passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale sono gettati i primi semi colla commise razione nata dalla fama, poi cresce colla visto, col racconto, clla consuetudine, col raziocinio, finch deluso, non pu ces sare che colla vita. A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze nuove : qual avvicendarsi di diversissime pittunegli antfcbi, basta osservare come Virgilio non faccia da Enea tener conto al cuno degli spasimi di Didone t ansi da questi egli passi a mostrare l ' indiiTe reoza dell'eroe con un fai'o, ove seipbra ch'egli manchi a quella rettitudinedi senso e di gusto che pur gli abbondava. Nel IV libro, Enea tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, Didone il prega per quanto han di sacro lamor loro, il cielo, la terra; inBne sviene; le damigelle la trasportano sul letto, efl pio Enea' torna alla flottar A t p i u s Eneasj quamquam lenire dolentem Solando cupit. . . Jussa tamen dbvm exsequittr^ classemque revisit. Il pius qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo: Miserrima fltu s Fertqnj referique soror: sed ntdlis ille movetur Fletibus, at voses idlas tractabilis audit. Fitta obstantj p l a c i d a s q n e viri deus obruit aures. Che pi? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi, Jneas* celsa in puppi* jam certus eundi* Carp e b a t so m n o s .

2$Q

V ENEIDE.

re , per cui dalla desolazione di Troja incendiata sinsinua ad una scena di famiglia; di mezzo all'ira disperata, Enea rat tenuto dalla vista di Elena; alla procella succedono la placi dissima descrizione del porto, e le ospitali accoglienze; lepi sodio puramente guerresco dell esplorazione notUrna nel campo, ri$anguato dallaffettuoso episodio di Niso edEurialo. Il patetico il vero dominio della rte , giacch la cosa es senzialmente efficace nella vita umana. Di l unaltra delle vaghezze pi care in questo amabi lissimo poeta ; quel condurre la realt esteriore alla spiritua lit, quel tradurre lidea in immagini, che offre vive vive al locchio, e in cui forse consiste quel bello stil che Dante professa aver tolto da lu i, e che Virgilio avea forse dedotto dallassiduo suo studio netragici **. Quella fanciulla che getta al pastore un pomo e si nasconde tra ' salici, ma prima desi dera d* esser veduta |S; quel bambina che col primo riso co-, nosce la madr quellApollo che tira lorecchio al poeta, per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti ls; quel garzoncello che a fatica attinge i fragili ram i le; quel lidea delia speranza, rappresentata in Dafni che innesta i p e ri, di cui coglieranno le frutta i nipoti ; que pastorlli che incidono sulle piante i cari nomi, le piante cresceranno e gli amori con' esse 17, sono idilj compiuti, che il pittore pu rendervi in altrettanti quadretti. Poi, per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finch non siano avvivati dalla presenza deir uomo. Adunque tra i noti fiumi e i sacri fonti non mancher un fortunato vecchio, godente
15 Est ingens f i cum tragoediarum scriptoribus fa m ilia rita s. Macrobio, S atum . V , 48. E lo chiama v ir tam anxie doctus. J // me Galatea p e tit, lasciva puella, E t fu g it ad salices, et se cupit ante viderL ik Incipe, parve p u er, risu cognoscere m atrem . 48 Cum canerem reges et prcelia, Cynthius aurem V ellit* et adm onuit: Pastorem , T ity re , pingues Pascere oportet oves, deductum dicere carmen. . 46 Jam fra g ile s pateram a terra contingere ramos. Insere, D aphni, piros: carpent tua poma nepotes. 47 Tenerisque meos incidere amores Arboribus s crescent illa , crescetis amores .

MERITI DI VIRGILIO.

opaca frescura 18; - afflitto che, sotto lombra di densi faggi, alle selve e ai monti sparge inutili querele19; e i molli prati e i limpidi fonti e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il vivervi eternamente colla sua Li cori *. Ammirando per quella forma cosi tem perata, cosi pu dica della sua bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi esaltiamo lAriosto per la forma, pur ri dendoci delle sue favole, cos, mentre si smarriva la tradi zine religiosa dOmero, artistica durava, anzi cresceva di reputazione, e Virgilio non se ne volle staccare. Ma in Omero quellinserire s un fatto pubblico passioni, personali, quellelev a re individualit mediante la grandezza dello scopo e la seriet del destino, queir equilibrare la natura collo spirito, ci portano ben pi in l che non un epopa dotta, la quale in fatto non pot divenire il libro deLatini, quali divennero Omero e Dapte. Quella parola de'genj contemplativi e creatori che e possente a trarre in terra lideale, negata a Virgilio/il quale riesce soltanto.a magnificare la restaurazione dAugusto, av venimento passeggero. Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da< padrone; non cos Virgilio, costretto a lavorare d erudizione. Omero pi universale ne suoi concetti, e se vuole il meraviglioso infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch egli medesimo scav e asperse di sangue; m entre Virgilio guida Enea per regolare viaggio ai morti re gni. Il cuor delluomo deve rivelarsi nesui Dei, forme ge nerali, personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sopo gli Dei del proprio sentimento, delle proprie pas sioni. In Omero son essi una cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora in avvenimenti sem
** Fortunate senex! Aie inter flum ina nota Et fontes sacros* frig u s captabis opaatm. Tantum inter densas* umbrosa cacuminaj fagos Assidue veniebat: ibi hae incondita solus Montibus et sylvis studio jactabat inani. Hic gelidi fontes , hic mollia prata* Lycoris: Hic nemus* hic ipso tecum consumerer tevo.

80

PARALLELO CON OMfcRO.

plici, come per indicar la via di Cartagine. Pure, non fosal tro fia diligenza del verso avvisa che si gi a quel punto di civilt, ove pi non vi si crede ; e quegli Dei appajono mac chine, inserite a posticcio nella ragione positiva, non altri menti che i prodigi di Tito Livio. 4 Circe e Cai ipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben pi naturale e ingenuo. Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio oppone un tale affastella mento di artifizj, che sarebbero troppi a narrare la distruzione d un impero. Chi non ha sentito la sublimit delle battaglie d'Omero.? ogni uomo cbe cade v ha il suo compianto, al tempo stesso che tuttinsieme un fragore, una mescolanza di oiel e terra, che rintrona nei versi e. nelle parole. Quale assurdit invece i serpenti.che strozzano Lacoonte in mezzo a un popolo 1 qual meschino spediente quel cavallo di legno 1 cento prodi che si chiudono in una macchina, dando la lor vita in preda ai nemici: Sinone che intesse la pi inverosimile menzogna: Trojani cos ciechi, da non mandar fino a Tenedo> che dico ? da non salire sopra una torre per avverare se la flotta nemica abbia preso il largo nellEllesponto : in brevora, s smisurata molo trascinata dal lido fino alla rcca di Troja, superando due fiumi e.gli aperti spaldi ; poi non appena Snone l'ha schiusa, incendiata e presa queNa citt vastissima, colma di popolo^ con un esercito intatto; avanti lalba ogni resistenza cess; i vincitori ridussero le spoglie ne magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero altrove quel che poterono sottrarre. In Omero ciascuno ha un carattere, e bench Agamen none sia re dei re, ciascuno serba volont e compie imprese proprie; ogni minimo oggetto caratterizzato, il mare, la rcca, lo scettro, le vesti, le^orte e i cardini loro; semplice la vita degli eroi, e perci interessante ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna, serve per a intrattenere sopra quel personaggio. Necaratteri invece sta il debole di Virgilio. Giunone al principio triviale, n tutta la sua en fasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato verso il lido, e prega vendetta, e ottiene dal Dio. Diomede riducesi a un buon uomo piangoloso; ombre dei Greci eroi fuggono atterrite afl vedere Enea. Evandro ne! congedare Pa-

PARALLELO COII 6 MERO.

tante mostrasi femminetta al confronto di Priamo apiedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che, obi lo vedr, dica, t Non fa s valoroso il padre , ha ben altrodecoro che Enea nello staccarsi dal figliuolo. Eneapoi combatte per trre ad un altro il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. N forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a s medesimo consentaneo: Acaienonsai che fido se non dallepiteto del poeta: chi il pio applicato ad-Enea non intenda nel prioio senso di religioso ed obbediente agli Dei, dee seandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo, il quale, ospital mente accolto in terra straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisoe quella dun altro. Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei., che lo destinavano a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d Italia, gravida d'impri e fremente di guerra. Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo coipponimento; alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare lultima mano allopera sua. Eccetto le primissime compoizioni non volse egli la Musa a particolari sue affezioni ed avventure; sicch nulla possiam raccoglierne defatti suoi: ben sappiamo che placida flu la sua vita, pi che non soglia in poeta. Caro ad Augusto e copiosamente da lui rimunerato **,

81 Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere le sue ric chezze a dieci milioni sestenj, cio due milioni denostri. Senza - credere cos appunto, pare veramente cbe il poeta lasciasse trarricchire. Giovenale vi allude nella Satira V II, 69j Orazio ne d lode ad Augusto, Ep. lib. I l, 1: jt t neque dedecorent tua de se ju d iti a, atque Munera* qua:, multa dantis cum laude* tulerunt Dilecti tibi V irgilius, Variusque peetee. Un poeta di poco posteriore, i cui versi son posti fra gli Analecta di Vir gilio , canta i meriti di Mecenate in unjpanegirico a Pisone, ove, tra le altre cose, dice: Jpse per aueonias cenai* carmina gentes Qui senat, ingenti qui nomine pulsat Oljrmptan* Mctoniumque senem romano provecat ore, Forsitan illitts nemoris latuisset in umbra Quod canite et sterili tantum cantasset avena Ignotus populis, si Mecenate carerei.

224

VICENDE DI VIRGILIO.

non prendessi briga delle um ane cose e dei perituri regni, ma ritirato presso Tranto, fra i pineti dell* ombroso Galeso u cantava Tirsi e Dafni, come lusignuolo cbe, senz'altro pen siero, la sera consola il bosco de suoi gorgheggi. Lo morde vano i Mevj e i Bavj, peste dogni tempo ? ma di encomj lo elevavano a gara i migliori dell* et sua, la curiosit ammira trice veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in teatro, il popolo tutto s'alz,come allarrivo del limperatore **. Ma a lui lopera sua, com stile dei grandi, parea si discosta dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, rac comand ad Augusto di bruciarla; voto che imperatore si guard bene dalladempire. Tal quale la lasci, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresenta zione e nelle espressioni, squisito lavoro, e come epopea definitiva servi di norma e talvolta di ceppo agli epici poste-

Qui tamen haud tati patefecit limina va ti* Nec sua Virgilio permisit numina soli. Macenas tragico quatlentem pulpita gestu E rexit Varium* Macenas aha Thoantis Eruit., et populis ostendit nomina Grais. Carmina romanis etiam resonantia chordis* Ausoniamque cheljrm gracilis patefacit Borati. O decus* et toto merito venerabilis avo P ierii tutela chori* quo praside* tuti Non umquam vates inopi timuere senecta. Invece di Thoantis- leggerei Thyestis, titolo della tragedia di Vario, che, se condo Quintiliano , cuilibet Gracorum comparari potest. In st orat., X , 4. * Tu canis umbrosi subter pineta Galesi Thjrrsiits et attritis Dapknin arundinibus. P b o p x a z i o , I I, 34. Ci prova che col scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, egli stesso nel libro IV, 455, canta: Namque sub abalia mpmini me turribus Orcis Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc. ** Cedite* romani scriptores* cedite graii; Nescio quid majus nascitur Biade. P bopsbzio, l i , uh. Tityrus* et segetes* aneiaque arma legentur* Roma triumphati dum capta orbis erit. O vidio , Am., I , 45. Vedi D omato, Vita VirgiUi, parag. 5

VICENDE DI VIRGILIO.

riori che professavano seguirla da lungi e adorarne le vesti gia 2\


Nee tu divinam JEneida tenta , Sed longe sequere, et vestigia semper adora. S t a z i o , Theb., X II, 816. La versione di nniLal Caro degna di un poeta ; e i tanti che dappoi vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti difettosa, alla prova insupe rabile. Gli antichi attribuiscono a Virgilio un poemetto sujla sansara; ma il Culex che va tra Vopere sue, di cattivo impasto ne* versi, senta gusto ne gli episodj, e affatto indegno di lui. 2*

CANT. Storia della Leti. Latina.

45

VIRGILIO FATIDICO E INCANTATORE.

la tradizione, eh trasfigur il vescovo san Giorgio in un cavilicnD, il filo sofo Abelardo nel libertino Pietro Bagliardo, Carlo Magne io uff oape.4 veoIutieri, Silvestro II papa in un mago, e pose in paradiso Seneca, Plinio, Trajano, fece una trasformazione ancor pi degna d'essere studiata; quella di Virgilio in un negromante. Al suo tempo, diversissima fama correva decostami di lu i, chiamato verginale, chi dice per la astita, chi per troppo amore alle ragazze, e non alle ragazze soltanto. Ma gi allora veniva onorato sovranamente; la vita sobria e ritirata, cui la gracile salute lo obbligava, aggiungevagli il prestigio dell'ascetismo e del mistero. Narrassi ben presto che sua madre avea sognato partorir un lauro; c h 'e*nacque senza vagiti; che il platano, piantatosi, secondo U costume del suo paese al nascer di lui, trascese tutti gli altri in grossezza. Gli s'attribuiva una scienza portentosa, e la facolt di scoprire i difetti nascosti e le qualit ar cane degli animali. Appena morto, gli furono poste statue, e alcuni impera tori, come Alessandro Severo, ne teneano fin nel sacrario domestico: al tempo di Plinio celebratasi il natalizio di lui: al suo sepolcro venivano a raccomandarsi le gravide e i poeti : coll' aprir a caso il suo poema si chiedeva risposta a quesiti, detti sortes virgiliance , tali perfino da decider uno ad ac cettare o no l 'impero. Proba Falconia con emistichj di lui tess un poema sul Nuovo Testamento ; e i Cristiani vollero leggere una predizione della venuta del M Sessa nella famosa Egloga IV. E davvero fa stupore l'incontrare nella limpida facilit delle Bucoliche quell* egloga, tanto misteriosa, che gli sforzi per intenderne il concetto generale uscirono vani fin ora. Festeggia essa la nascita vicina d'un bambino, che figlio del cielo, che rinnoveller il mondo, che redimer i peccati: Ultima Cumaei venit jam carminis celas: Magnus ab integro saeclorum nascilu ordo; Jam redit et Virgo , redeunt Saturnia regna; Jam nova progenies ccelo demittitur alto. . . . Incipient magni procedere menses. Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri, Inrita perpetua solvent form idine terras. Ille deilm vitam accipiet. . . Cara deum soboles, magnum Jovis incrementum. A chi potevano mai convenire presagi tanto superbi? S 'accordano i critici nel fare quest' egloga scritta il 714 di Roma, e vorrebbero attribuire questi vanti a un figlio di quel Pollione, cui diretto il canto, come ad autore della pace in quellanno conciliata a Brindisi fra An tonio ed Ottaviano : ma pnma ignoto che quell' anno alcun figliuolo nascesse al console; poi, cme mai accumulare sul capo d'un neonato tanti augurj, quel

L* EGLOGA' IV.

Virgilio che* tanta sobrietdi lodi*us fin con Augusto e cotta* famiglia; di qnesto ? Pertanto altri (contro asseritone di Servio) sopposero alludesse a Marcello, gravida del quale, Ottavia, sorella dugueto, andava allora .sposa-ad Aetonior ma' per quanto questo pegno di pace potesse parere meritevole d i canti, bisogna considerare eh e non era germe del triumviro, bens dell* antecedente marito d'Ottavia, sicch nulla avea a.fare rollo sperato pacificatore del mondo. Altri pensarono che Virgilio alludesse^aUe nozse<allonr conchiuse fra Ottaviano e Scribonia: ma come potersi pronosticare PimpefodeLmondo al figlio di <quel1 *Ottaviano, che allor allora ave spartito le province* coi du: colleghi, e fa sciava sperare rintegrata la repubblica, ansich stablise un monarchia? Nbn trovandosi fanciullo cui s 'appropriassero tali augurj, si credette che 0 poeta indicasse'l'intera generazione migliore, eh la benevola sua immagianione gli dava fiducia di vedere. Chi cos la pensa, vogba spiegarci di gracia qneste^frasi : l\ i modo nascenti puero. . . . . Casta fa v e Lucina............. Incipe, parve puer, rttrcognosoere matrem;. e*la ctriftrsotto> coi sorgono Tetter e Pacatilo; e l'aggirarsi del giovane fra. gli eroi e gH Dei, prima di frenar i venti e pacifica* il mondo. De Vignoles immaginche* il poeta-celebrasse l 'fera alessandrina, decretata, nel 724 di ' Roma dal senato romano: e se rifletteremo eh1essa non- fu introdotta se non 29^ agosto 72J , si potr benissimo rispondere che a quest* anno - va; riferita l'egloga. Ma che ragion V era ^di Unto m a g n ific a re ra arbitraria i, e * * speciale ad u n popolo vinto? che novit aspettarne? eh'progenie dovea scen* dere dalcielo? * Cadendo tutte le altre supposizioni, alejmi eruditi ritornarono all'antwaj che vedeva in qnel fanciullo il Cristo. Non gi che. Virgilio fase'profeta; ma< la tradisione d 'u n vicino redentore era molto diffusa in quei tempi ' per P Orien te; potea Virgilio averla udita, e trovatala bel soggetto d icanto*, ove dipim> gere estesa a tutto il mondo quella felicit, che egli inclinava a vedere ne' snoi pastori. Virgilio tutte- quasi-tette le* altre egloghe dedusse da poetialessandrini a noi conosciuti : chi ardirebbe1negare che questa pere avesse* tratta da alcuno* a noi ignoto, il quale dagli Ebtet, allofa numerosi in Alessandria^ avesse avnto-conoscenza dH'aspettato Messia, e d'colori con ci Isaia e gli altri profti dipingeano li nuova et?' E veramente chi ben guardi, trova1r quest' egloga d' pensieri e de' colori cbe* tengono * forte dell* orientale*; aitai: del profetico; e il poeta stesso' diced*esporre i vatwinj dell* Sibilla Oumana. E noi accettiamo volentieri Virgitio come-!! pi insigne -interprete -degli insegnamenti 'delii Sibille, qualf che cotette si siano. Il -libro VI dell* Eneide manifesta credenze elevate, come in muti1altra parte rrseontransi (del paganesimo ; una filosofa' che sente* di cristiano ; quasi ' che *il Verbo divino* siasi ?gi acco stato alla terra'tanto, da balenare a qualche intelltto privilegiato. Ebbene , tutti que7dgmi pone'Virgilio in bocca alla Sibitta. In essa eglga poi egli dipinge con colri pastorali e1mitologici un et dli'ro, ma siri fine assume ira diverso tono; sicchfe Schmid!1 , nella Ridn* ztone di'genere umano, vi pose a fronte le- due proferie*di-Davide dMlaia* solla venuta* di 'Salvatore, come prora*d un'origtne cornane. Ifaia*esclamar Un fanciullo ci nato, che porter sulle spalle il segno1 1dli* dominazione. * Sir'dtto ^Ammirabile, Dio forte , Principe dlta pace*;'ei'suo impero si

m
m

l ' egloga

IV.

estender ognora p i , e la pace sua non avr fine. Seder sul trono di Da-

m vide. La giustizia sar cingolo alle sue reni, e la fede "Via bandoliera- Il

m lupo dimorer coll' agnello, il leopardo coricherassi col capruolo, il leone e m la pecora stabberanno insieme, e un fanciullo li guider.............Il deserto 'allegrer; nella gioja, la solitudine, fiorir come il giglio, germoglier d'ogni parte in un'effusione di letizia e di lode; nelle caverne, dove stanno i dragoni, crescer la verzura delle canne e de' giunchi ec. E David: Tu vinci in bellezza.! figli degli uomini, e grazia amm mirabile diffusa sulle tue labbra; lo perch Iddio ti ha benedetto in eterno. m Tu onnipotente, cingi la spada sopra il tuo fianco, t'armi e trionfi, e sta bilisci il tuo regno mediante la dolcezza, la verit, la giustizia. . . . Gium dichi i popoli secondo la giustizia, e i poveri con equit. Le montagne ri ceveranno la pace del popolo, e le colline la giustizia. Egli salver i figli dei poveri, e umilier il calunniatore. Discender come pioggia sul vello, e come acqua dal colmo de tetti. La giustizia apparir al suo tempo con una '* abbondanza di pace, che durer quanto la terra, e regner dall*uno all'al tro mare . E evidente che il fondo il medesimo cerne in Virgilio, sol differendo nelle idee di grandezza diverse fra i due p o po lile nella maggiore incertezza che avvolge i Gentili. Fra i quali notevole come si fossero allora di fiuse le profezie >a segno da sgomentare i potenti : Augusto bruci duemila libri di vaticinj, gli altri riveduti ed appurati chiuse sotto al piedistallo dfll'Apollo Pa latino: vivo Augusto, erasi annunziato a Roma che la natura partoriva un re al popolo romano ( Regem popula romano naturam parturire . Svktobio, in Aug. 94) : la credenza antica e costante in tutto l ' Oriente d'un liberatore <lel genere umano erasi rinfrescata, e che la Giudea diverrebbe signora del mondo i jPercrebuert toto Oriente vetus et constans opinio. . . . esse in fa tis , ut eo tempore Jiidcca profecti rerum potirentur. Svktonio, in Vesp. 4. Eo ipso tempore fo re ut valesoeret Oriens, profectique Judara rerum po tirentur. T acito , Hist. v. 13 , ; indovini predissero a Nerone che stava per perire^il regno di Gerusalemme e l ' impero d'Oriente ( SvETONiO,in Ner. 40): poco dopo, l'oracolo del Carmelo con promesse di gloria eccitava gli Ebrei 311' ultima ribellione: e Giuseppe Ebreo al generale Vespasiano per adulazione applicata gli oracoli relativi al liberatore dell* uman genere. Plutarco poi rife risce che, verso l et di Tiberio, veleggiando una nave presso lisola di Paxo, mentre tutti erano svegli e a tavola, i naviganti da una delle isole udirono una voce che chiam il piloto Tamo, in modo s chiaro che tutti stupirono; alla prima e seconda volta e' non rispose, alla terza si, e allora la voce soggiunse:. * * Arrivato all'altura di Palode, annunzia che il gran Pan morto . E cosi fece, e allora parve udire esclamazioni di meraviglia, fragorosi lamenti di molte parsone: e i testimonj del fatto lo raccontarono a Roma, e Tiberio il seppe e lo tenne per certo ( De oracuL defect 14 ). In somma tutto era effusione o ispirata o mentitrice di spirito fatidico, Virgilio ne accolse e poetizz qualche parte in sublimi versi. Vi accoppi l'altra tradizione di un grand'anno revolventesi, nel quale alta fede ripone vano gli Etruschi ^ e il credevano i Romani, come pu vedersi nel Sogno di Scipione. E 1 uomo cos fatto, che suppone ad una grande innovazione di celesti fenomeni dover accompagnarsi un mutamento o un' alterazione di queste lasse venture umane. Tale interpretazione cristiana fu accolta dai Padri della Chiesa ; e Costan

VIRGILIO CRISTIANO.

229

tino, nell* arringa che recit davanti ai vescovi radunati a Cesarea, ripet quellegloga tradotta in greco , siccome un argomento della divina missione di Cri sto , provata fin da testimonianze pagane. E notevole che Virgilio proclama cos sublimemente la gran legge del progresso, allorch poetizza le ispirazioni profetiche, gli oracoli : ma gli man cano questi ? ricade nella persuasione degli antichi, che il mondo vada conti nuamente in peggio, e che gli sforzi degli uomini non valgano contro quella corrente che seco trae il naviglio umano: Sic omnia fa tis Jn pejus ruere* ac rtro sublapsa referri; Non aliter, quam qui adverso v ix flum ine lembum Rem igiis subigit, si brachia fo rte rem isit, Atque illum in praeceps prono rapit alveus amni. Georgiche, lib. I. Comunque sia, questo presentimento, d un avvenire diverso, duna rin novazione del secolo, attirarono il rispetto, anzi il culto popolare a un poeta s poco popolare qual fu Virgilio. Nel medioevo 1 * ingegno, perch raro, otteneva maggior venerazione, e credeasi capace d ogni virt; sicch Ovidio, Orazio, Livio furon tenuti per grandi sapienti ; e , il che allora vulgajmente vi equi valeva,-per maghi Aristotele e Ruggero Bacone. Perocch qual sapienza pi utile che, larcana, potente a signoreggiar con parole e con atti la natura e gli spiriti ? E gi per gli antichi carmen esprimeva i versi non meno che il fscino : lo* che fu ritenuto nella lipgua francese ( charmer ). Virgilio studi la natura, come il mostrano le sue Georgiche; nei Bu colici accenna spesso a superstizioni dominanti al suo tempo: De coelo tactas memini praedicere quercus. . . Aspice; corripuit tremulis altaria flam m is Sponte tu a , dum fe rre m oror, cinis ipse. Bonum sit t Nescio quid certe est, et H jla x in limine latrat. . . Quod nisi me quacumque novas incidere lites Ante sinistra cava monuisset ab ilice cornix ; il V libro dell1 Eneide , chi vulgarmente lo consideri, uno spettacolo di ne cromanzia ed uno sfoggio di scienza arcana. Virgilio non aveva ordinato mo rendo di bruciare il suo poema ? ora tutti gl incantatori si davano premura di non lasciar sopravvivere i libri che attestassero i loro patti col deinouio, o vaddottrinassero altri. Virgilio avea predetto la venuta di Cristo; laonde nelle feste spettaco lose si facea figurare limmagine di .lui insieme colle Sibille. In quell inclina zione ad acquistar al cielo gli spiriti pi elevati, alcuno suppose che san Paolo intraprendesse un viaggio a bella posta per andar a convertire Virgilib, ma lo trov gi morto ; avrebbe desiderato tanto acquistare i libri magici di esso, ma non riusc. A Mantova era tenuto a vicenda per mago e per santo, e 6n nel secolo XV vi si cantava un inno nella messa di san Paolo, supponendo che lapostolo delle genti, nel giungere a Napoli, volgesse uno sguardo verso Posilippo, ove riposavano le gloriose generi di Marone, dolendosi di non esser giunto in tempo per conoscerlo e convertirlo: A d Maronis mausoleum Quem te , 'inquit, reddidissem, Ductus, fu d it super eum S i te vivum invenissem , Pice rorem lacrim a; Poetarum marcime! Ma poich non potevasi ammettere in paradiso chi fosse mancalo di lde

VIRGILIO n CANTATORE.

ne*pie* pasti o n*passuri, si volle akneooa Virgilio .attribuire la massima po tenza che uom poeta aver in le m , e eh egli e ne servisse eoltanio a vantag gio altrui, pertanto egli fu supposto fondatore di cit ed autore debenefizj, cbe Italia tiene dalla natura. I Napoletani narravamo mille storie intorno alla grotta di PosiKpo, ove additano la sonola di Virgilio, e dove suppongono ci ritirane a far-sortilegi ed insegnare le arti segrete a pochi adepti> cbe con fucile principalmente riuscivano a prosperar le campagne. Con quelle il poeta, in una notte sola, apri nel masso la famosa grotta ; costini i Ugni di Pozzuoli* e su ria rm a vasca il nome dell infermit che guariva ; fece una statua che soffiava in modo che le ceneri del Vesuvio (per verit non ancora ignivomo) restavano respinte dalle campagne napoletane) fece un cavallo di-metallo, che guariva ogni cavallo malato ; e una mosca pur di metallo, merc della quale nessuna mosca pi v' ebbe in Napoli. Fu sin detto eh* egli fondasse la citt di Napoli, il cui greco nome diPartenope sarebbe traduzione di Virgilio o Virgineo : e soggiungeano che Augusto l avesse donata a quel poeta con tutta la Calabria. Altre volte egli & del male, ma contro Augusto, presentato in tal caso come un. tiranno o uno stupido, e che lo avea spogliato dell*aver suo; e contro il saldano di Ba bilonia, aggiunta fatta al tempo delle scociate, quando pure Yien fatto.educare a Toledo, invece di Atene come diceano i precedenti. Fin al principio del se colo XVU mostrava a Firenze lo specchio di cui si serviva per le operazioni di necromanzia, e un A ltro nel tesoro di San Dionigi a Parigi : l ' immagine di lui portavasi al eolio come un talismano contro glincanti : il suo sepolcro ere* deasi recar felicit al paese; e qualvolta fosse toccato, ne seguiva tremuoto. Innumerevoli poemi, racconti, romanzi, storie narrano questi prodigi di Virgilio; ma nessuno ha baje pi steane che I fa tti .meravigliosi di Fivgilia, figliuolo d un cavaliere delle Ardvnne. nella Margherita poetica di Al berto di Eyb (Norimberga 1472). Un rozzissimo Bonamente Aliprandi, vissuto al fine del XIV secolo, stese una Cronaca,mantovana in terzine, ove le fvole pi assurde sono accumulate sopra il nostro poeta ; e ci perdoni questo genio dell ordine e dell armonia se alcun che ne produciamo. La madre di Virgilio fu avvertita in sogno che dovrebbe partorire nn gran poeta: La donna fece l ' animo jocondo ; E quando venne lei al partorire, Nacque il figlio maschio tutto e tondo. Seguono le tirannidi esercitate sopra Mantova da un tal Arrio centurione ; per cui Virgilio mutatosi < a .Roma, ottiene41 favore d.Augusto ie la restituzione dei beni u o u e s i mette tutto al poetare: Ciascun gli facea grande onore; Filosofo, e poeta di grandezza, Di retorica si era lo jnaggioie. Lavnimento di Cristo ppofetoe, Nella Bucolica sua di .valore. . . . . . .In meteo a. Roma foce <un gran fuoco che ardeva continuo, a giovamento de poveri, e non Jin arciero che ver quello tendeva una freccia:..un impera tore, sperando che questa indicasse qualche-tesoro, foce scoccare quella foeccia, ed essa< colpi il fuoco e lo pans per sempre. 'Nel palazzo imperiale innalz tante statue quante erano le provincie dell'impero, con campanelli al collo; e qualunque volta1una provincia ai ammutinasse, la statua corrispondente scot teveei te isonava,, talch.,gli imperatoci sapevano .ove dirigere l'esercito. Fab-

FAVOLE SO VIRGILI#. lirico uno specchio alto ben cento piedi, sicch illuminandolo rischiarava tutta la c it , oltre che indicava i ladri, i nemici, le guerre. Combin pure una gola di rame, nella quale hi fosse aospettato di colpa metteva la mano per purgarsi; e se era innocente, la ritirava senza pericolo; se mentiva, non po lea ripigliarla finche non avesse palesato la verit. Ma l'uomo soggetto a peccare, massime per amore, e Virgilio vi ca sc; 1 quale da una nipote d'Augvsto si lasci gabbare in modo, che essa, consigliata da un cavalero suo vago, il persuase a dir da lei entro un pa niere che gli cal dalla finestra : poi come fu a meas'aria, ivi lo tenne soppeso, talch la mattina tutti si preser la baja di lui. Il poeta se ae vendic in ter ribile modo, facendo che in tutta Rema non si potesse pi aver fuoco o lume, se non dalle parti posteriori della na tiranna : beffarda beffata, I * donna in quattro pi posta si giace, Per fqco va a hi bisogno face Luno allaltro dar foco non pota, Perch e l ooo e laltro s'ammostava; Per s ogni casa tor ne convenia* Molti giorni passati gi si stava Anzi che Roma di foco fornessej Lo cavalier gran dolore portava. Ma Virgilio che a lui non incresse Per vendioarsi allegrezza facia, Contento era che ciascun sapesse Che quello incanto lui fatto lavia, Per voler la sua beffa vendicare, Non curando di quel che si dka. Di foco fornita senza mancare Che fece Roma tutta a compimento, La donna a casa fu fatta tornare. Dolse ad Augusto dell oltraggio; e istigato dal cavaliere, fece cacciar jtrigione Virgilio. Ma tener rinchiuso un necromante sarebbe stato difficile; e Virgilio dandarsene pensava. Nel cortile una nave disegnoe; Li prigionieri tutti dimandava, D andar seco tutti loro pregoe, Dicendo se con lui vola andare: Alcun per beffa andar accettoe. In quella nave s.li fece entrare; A ognun per remo un bastone dasie, Ed eglj in poppa si mise a sellare ; >E a ciascun di loro s dica: Quando comander che navigali., Ciascun di voi.a navigar si.dia, E niente a farlo-non ve ae indusiati. Da le prigioni tutti ci usciremo, Condurrovvi, e sarete liberati.! Quando gli parve, disse: Date a reaao . Ciascun mostrava forte a.aavigave, La nave si lev. Disse: A oderemo -.

232

FAVOLE SU VIRGILIO.

Fuor del cortile si vedea andare, In verso Puglia la' nave tirava, Per aria la detta si vedea tirare. I prigionieri, che in prigione stava, Che nella nave non Tallero entrare, Veduto il fatto, tutti lamentava. Augusto si querel co suoi baroni d averlo indotto ad offendere un uom o,cui il cielo accordoe Tutte le scienze che il mondo ava , e promise, se tor nasse in corte, usargli ogni onore. Virgilio intanto, sceso dalla nave,, s avvi a Napoli, ma fallata la via, Passati li vesperi, si se trovava Appo una casa, chiedendo albergare. Non c vino; che importa? Virgilio ordina che ammaniscano una corbella d uva ancor ghezza, e la mettano in un tinozzo con acqua. Non c profon da ; che importa ? Virgilio manda uno spirito che proprio dinanzi ad Augusto toglie Un gran taglier di carne allesse Con molti polli, e s se port in mano. Augusto comprese che Virgilio solo poteva avergli giocato quel tiro: e a spese deU* imperatore si cen a dovizia e si bevve a .josa. In Napoli fur le feste grandi quando si seppe che Virgilio vi stava su un osteria, e il pregarono Che in Napoli memoria lasciasse Del gran saper, che di lui fa parlare. Egli .adunque scrisse a un tal Melino suo discepolo valente , che da Roma venisse a lui tosto, e come ci fu, Tornare a Roma s gli comandoe: A Roberto di che il mio libro ti dia . Di non legger su in quello lo pregqe. Melino tosto s se mise in via, D e notte non cess di camminare Tanto che lui a Roma giugnia. And a Roberto a dimandare Lo libro del maestro, che il mandava ; Gliel die Roberto senza dimorare. Avuto il libro, indietro ritornava : Di Roma uscito voglia gli venia Di leggere lo libro lui bramava. Come a legger lo libro s metta, Di spiriti moltitudine granda Contro di lui tutti se ne venia: Che vuoi tu? che vuoi tu,? tutti dimanda. Melino allor tutto si spaventoe E de morir ebbe la tema granda. Melino si prese ad .argumentare, E di presente a loro comandava Che quella via debban salegare ( selciare) . Da Roma a Napoli a compimenti, Che sempre quella netta debba tare, ^Gli spiriti s furon ubbidienti.

FAVOLE SU VIRGILIO.

233

Quella strada si fece salegare Di sassjl vivi senza mancamenti. Melino a Napoli vien a arrivare: Virgilio molto forte riprendia j Dicea: R otfhai lo mio comandamento; Pena ne porterai per fede mia . Eccovi come le cronache fanno fabbricare la via Appia. Virgilio, risoluto di dare pi bella prova di necromanzia, fece compiere un altra fabbrica meravigliosa: Castel dell' Ovo quello si fe fare, E nellacqua quello si fabbricoe, Che ancor si vede e per opera pare. Ancora oltra di quello si incantoe, Una mosca in un vetro incantava, Che tutte l altre mosche si caocioe. Alcuna mosca in Napol non entrava, Questo al popol grandemente piacia. Ma un altra fece che pi si montava: Una fontana dincanto facia, La quale sempre olio si gittava,. E dal gittare mai non s* astenia ; E quell'olio si continuava A bastament di quella cittade : Grand allegrezza il popolo menava. Altre cose e di grandi novitade Virgilio in quella terra facia Maravigliose e di grande beltade. Preso dalla fama di tanti portenti, Augusto chiam risolutamente a Roma Vir gilio. Ma quando l'imperatore ritornava d 'Asia vincitore, il poeta se gli fece incon tro fin a Brindisi, e dal gran caldo s fi combattuto , che ammal emor. Ottavian, che venia con sua schiera, Come la morte di Virgilio udia, Di gran dolor fe lamentanza fera. Ai suoi baroni allora, s dicia : Di sclenzia morto lo pi valente, Non credo che nel mondo il simil sia . I moralisti del medioevo da tutti questi fatti traevano buoni insegnamenti; ed anche la fine di Virgilio, secondo una tradizione diversa, doveva istruire quanto sia fallace la scienza umana. Perocch avendo promesso (dice) ad Augusto di fare che gli alberi portassero tre volte l'anno, ed insieme fiori e frutti maturi acerbi, e che i vascelli rimontassero i fiumi, e si guada gnasse denaro colla facilit con cui si perde, e le donne partorissero coll'agvolezza con cui concepiscono, ed altre meraviglie, pens tornar giovane per aver tempo a compierle. A un fedelissimo servo insegn dunque che il ta gliasse a pezzi, poi lo salasse in un barile, mettendo la testa sotto e il cuore in mezzo, e altre avvertenze da fare nel massimo secreto, finche egli si rav viverebbe. L imperatore, inquieto della lontananza di Virgilio, fece tanto e tanto, che obblig il servo a menarlo nel castello difeso da incantesimi, ove il poeta giaceva a pezzi : il che vedendo, e credendolo assassinato, egli uccise il servo. Lopera rest interrotta, e Virgilio pi non rivisse.

231

FAVOtE SU T1RQIUO.

Traverso alla mitologia del medioevo arriv la oonoecenza di Virgilio, come degli altri antichi, a Dante, il quale non seppe scegliersi guida migliore per giungere, fra i pericoli di mondo, a vedere le pene dei reprobi e ie spe ranze de' purganti, e 6n alla cognizione delle cese superne e della verace bea titudine. Conformavasi egli alle credenze popolari allorcfe iacea dirgli, per niun altro peccato aver perduto' il cielo , che per non avere posseduto la fede ; e fa che Stazio rimanga convertilo alla verit pel lume appunto ven*togli dai vaticinj Adi egloga citata, sicch dice a Virgilio: ............ Tu prima m'inviasti Verso Parnaso a ber nelle sue grotte, E poi -appresso Dio ni' alluminasti. Facesti come quei che va di notte, Che porla il lame >dietro, e s non giova, Ma dopo s fa le persone dotte, Qaando dicesti : Secol si rinnova, Torna giustizia e primo tempo umano, E progenie -discende dal crei nuova. Ver te poeta fu i/p e r te distiano. Purg. XXII. Una bella e rarissima incisione di Luca d'Olanda rappresenta il poeta en tro una corba, spenzolato a mezz'aria: e una femmina alla vicina 6nestra pare che inviti i viandanti a berteggiarlo. Ad 'Amsterdam nel 1552 fu stampata Ene schone historie voti V irgilius , von *ifft wonderlike werhen di hj deede b y nigromantien, ende by dea Behidpe des Dugrels. Grres, nei Vilhsbii cherj ragiona a lungo listoria popolare di Virgilio nel. medioevo. Vedansi pure G e n t h k , V irgil als Zauberer in der Volkssage. SiEBENHAB j de fabulis j quce media atate de JPitblio Virgilio Marone circumferebantur. E dklstand bu Mxril, De V'gile Cenchanteur. FaANdseus M i c h k l , Qate vices ^ qiueque mutationes et Virgilium ipswn et ejus carmina per mediam cctatem exceperint, explanare ten ta i it. Un capitolo di questa tesi per laurea intitolato De scri ptoribus medii <awi, qui qucedam de magica V irgilii scientia retulerunt.

35

C APO TX.
ili

.Teatro.

Quandanche non fosse natura degli Italiani, sappiamo .per iscritti che il popolo diletta vasi grandemente di canzoni nelle varie fasi della vita. Specialmente alle vendemmie,, e quando la: riposta msse lusingava, terminate le fatiche,, e alle solennit della rustica Pale, i prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele consorte e coi compagni di la voro esilaravano anima e il corpo nel suono e nel ballo 1; e lagioja bacchica esultava in canti e gesticolazioni , e forsanche dialoghi, di versi regolati dallorecchio e misurati dalla battuta del piede. Questa fu per gran pezzo Tunica drammatica, ben lontana dall' artistica che pur gi grandeggiava in Sicilia, e che ri chiede unazione, un intreccio, e caratteri e affetti. Abbiamo notizia di recite che si facevano in siffatti versi, chiamati sa turnini dal favoloso Saturno, o fescennini da Fescennia, citt dove molto erano usati nelle S ature , mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi e mal composti, smentiscono per Orazio quando di letteratura romana non trova lampo se non dopo occupazione della Grecia 2; pi lo smentisce la stoma. Tito Livio, in un passo notabilissimo 8,fa i Romani desumere i giuochi scenici, come tante altre, cose, dagli Etruschi, di cendo che}, nellepidemia .del.330 di itoma., la collera celeste
Ep. II. Grada capta, fen a n vietorem cepit, et artes -Intulit .agresti.iLalo, . .. Secus ,euim gratcis adm ovit acumina ohattis. .JEp, Jl. i . 5 LiK V II, car . 2. *

4O e a z io ,

236

ORIGINE DELLA DRAMMATICA LATINA.

serbandosi inesorabile alle supplicazioni consuete, s'introdus sero (osa nuova al popolo bellicoso, avvezzo soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni sceniche, fatte da com medianti etruschi, che nella costoro lingua chiamavansi istrio n i, i quali ballavano" artifiziosa men te a suon di flauto e ge stendo senza parole: i garzoni romani gl'imitarono, aggiun gendo versi rozzi ma lepidi: in appressos* introdussero buoni istrioni che ne recitarono di studiati, e rappresentaropo satire, le cui parole adattavansi al suono del flauto e al movimento. Livio Andronico (segue egli), pi dun secolo dopo, os far meglio, e comporre drammi con unit dazione; e avendo per duto la voce, ottenne di collocare davanti all'attore un giovine che cantava i suoi versi, mentr esso faceva i gesti, viepi espressivi perch non era distratto dalla cura della voce. Di qui l'uso agli strioni di accompagnare col gesto ci che un altro canta, non parlando essi che nel dialogo. Fu dunque Livio Andronico che introdusse la favola teatrale, dove soggetti forestieri producevansi in favella barbara , cio nella nostra \ Al ritmo, solo consueto necarmi latini ed osci, sostitu il senario, libero verso, che traeva dal l'accompagnamento della tibia quel tenor regolare e cadenzato che nella sua libert non aveva, e che form passaggio fra la ritmica indigena e la metrica esotica. A quel modo continua rono e Nevio e Plauto, sempre scusandosi di tradurre i Greci in barbaro , cio nel parlare di que* Romani, che, per autorizzarsi a chiamare poi barbari gli altri popoli si dovettero per suadere d'esser divenuti Greci. Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il pede stre senario, introdusse l'eroico greco; laonde si dava vanto di avere superato egli primo i gioghi delle Muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto coi versi che cantavano i Fauni e i vati , cio gl'indigeni8: introdusse il dattilo e il verso esa metro, la cui musicalit era accessibile del pari ai dotti e al vulgo.
4 Plauto nel prologo del Trinummo dice : Plautus vertit barbare ; e bar barica lex chiama la roiqana nei Captivi; e Barbaria l'Italia nel Penulo. 5 Vates da fa r i, come Fauni; ed comune alle genti il chiamare s parlanti, e muti gli stranieri.

COMMEDIA PRIMITIVA.

237

Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevi trattarono sol tanto soggetti greci, bench in Grecia non fossero ancora pe netrati i Romani, non avessero cercato le bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle , n Mummio avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto 6 : laonde possiamo credere che questarte derivasse piuttosto dalla Sicilia, dove Aristotele e Solino la fanno nascere, e di quivi trasportare in Alene da Epicarmoe Formione; ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici aveano scritto commedie7. Di tre membri constava la commedia; diverbio, cantico, coro. Pel primo intendessi atteggiare di pi persone: nel cn tico parlava una sola, o se ve n era unaltra, udiva in disparte e parlava da s: nel coro era indefinito il numero dei perso naggi8. Molta variet v'ebbe poi di commedie : le gravi diceansi palliata o togatee, secondo che di soggetto greco o romaao; nelle preetextatee 'introducevano persone di grande affare, vestite della pretesta; inferiori erano le tabernarice e i mimi. Dal succitato passo di Livio i teatri romani non compaiono semplice passatempo, ma unistituzione civile e sacerdotale, e la recita come unappendice di quelli che i Romani tenevano per veri divertimenti, i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie non erano di Roma, ma Ennio dUCatabria, Pa cuvio di Brindisi, Plauto di Sarsina nellUmbria, Terenzjodi Cartagine; talmente convenzionale era il linguaggio di quelle. Il romano popolesco rimase alle atellance, che alcuno vor rebbe somigliare alle nostre commedie a soggetto : recitavansi in osco9 da giovani bennati, e allettavano grandemente il po polo per lo scherzo vivace e per loriginalit. Tito Maccio Plauto,0, nato il 227, scrsse molte commedie ;
O r azio , Ep. il t 1? T acito , Aun. XIV, 21. 7 Singolarmente un Ritone da Taranto, modello di Lucilio, e 'inventore duna, non sappiam quale, specie di commedia ( L y d u s , De magistratibus rom I , 41 ). Forse era quella che, a Roma dicevasi Ritilonica. 8 Ci risulta da Diomede, III, 48$, nella collezione di Putsch. 9 Munck, De atellanis fabulis, pag. 52, crede Strabone s ingannasse sullojce loqui, volendo questo dire, non che si servissero della lingua osca, ma che parlavano oscamente, cio rusticamente 10 Martino Hertz, in una Memoria stampata a Berlino il 1854, sostiene che deva dirsi cos : n altrimenti pensano il celebre editore di Plauto Ritschl, e Lachmann.

PLAUTO- T EK K fH O ,

ad altre 1non fecea die dar una mano, e corre vano poi1sotto il ano nome: ina sempre tradottelo imitate dal greco, e di grehe costhmanze. Ce ne sopravanzano venti, fra cui YAn fitrione mette in burletta gii Dei; e fanno per lo migliori YAu lularia incompleta, il Trinummus e i Captivi di serio e mo rale intreccio, Il prologo s incarica di spiegare l'argomento, non rifuggendo n lungaggini, n ripetizioni; accenna i luoghi della scena, divisa i nomi degli interlocutori; raccomanda di star attenti, di non confondere, di capirlo; tutto ci non-senza spirito e buffonerie. provato -che alcuni di que prologhi fu rono fatti da altri, e dopo morto Plauto, ma chiariscono gran-' demente l'arte d^allora e i costumi. Guadagnato un bel gruz zolo col poetare, lo avventur in commercio, si male specu lando che fu ridotto a girar macine da mugnajo. Tutti i comici super Publio Terenzio africano (?); nato il 193, rapito fanciullo dai pirati, compro da Terenzio Lucano senatore romano che, educalo, gli don la libert; ed egli, rac colto qualche denaro, pass in Grecia, ove mori' di trentacinque anni. In Grecia, dopo la commedia democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed attualit e baldanza, era stata introdotta la civile, in cui*grandeggi Menandro, che la eflev a qualche dignit con fattisetj e intento fllsoflo, rendndtria qual poi rimase, il quadro dei vizj e dell ridicolag gini, scevra di satira personale. Centotto commedie di ques f ultimo- poeta ateniese' avea tradotte Terenzio, che le per dette ih un naufragio; nelle sei che ci rimangono, appajono purezza ed eleganza di stil e precisione di sentenze*1 1 , quale in Roma non aveva ancora alcun modello: L'Eunuco sembra originate , sebbene i caratteri di Gnatone e Trasone sioo de sunti da\Y Adulatore di Menandro, e tanto piacque, che fu re plicato fin due volte nel giorno stesso, e guadagn air autore ottomila sesterzj: Plauto coll'asprezza e la facezia palsasrabiluat col vul go: Terenzio ritrae della societ signorile;.quelo esagera Tal1 1 Per tempio: Obeqtdwn amicos* veriiAs odhmt perit. Ammnthan ime ameris integraiio esti Uomo sum ; httmani nihil a me alienum puto.

CARATATERI COMICI.

asa

legri, questo la tempera, e i caratteri e ie descrizioni espri me al vivo. Orazio (che, giudicando solo dall* espressone, vi> * lipendfe tutti i comici della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d 'aver abborracciato per toccare pi pre sto la mfercede u ; alle commedie di Terenzio fu asserito met tesser mano i coltissimi fra i Romanr d* allora, Scipione Emi liano Lelio: lun e Kaltro per sono troppo lontani dalla finezza de'comici greci, vuoi nel senso, vuoi neii'esposi zione. La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al pa droncino scapestrato, il ligio parassito, il padre avaro, il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plau to^ fin coi uomt stessi , come le maschere del vecchio nostro teatro*; e si ricambiano improperi a gola, o fanno eterni soli loqui o rivolgonsi agli spettatori, o scapestraciad oscenit da bordello. Egli stesso professa iti qualche commedia di non seguir Tattica eleganza, ma la siciliana, rusticit18; il verso talmente trascura, che si dubita se verso sia i4; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plbe. Meno che pei letterati ha. importanza pei filologi, che vi riscontrano idiotismi ancora viventi sulle bocche nostre, e ripudiati degliautori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse d quello dei letterati, e forse viepi nell* Umbria ,.
A i nostri proavi plautinos e t numeros et L'audvere sales, nimium patienter utrumque (Ne dicam sttdte) m irati: Ma Cicerone {De Off. I) lo trova refertus urbano, ingenioso et fic e to genere jocandi. 4 3 Aitfue ideo hoc argumentum gravissatj tttmen Non atticissatj verttm at sicilissat.

, Prologo dei Mncechmi. Anclie Cicerone ( D ivin . iti Verrem) rinfacciava a-Cecflio sno competitore d aver imparato le greche lettere non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ci proveniva dlP'usarsi nell* isola e il latino e il greco, dal che erano guastate entrambe le lingue e forse -pi dal commercio co* Cartaginesi. *** Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono le licenze a cui bisogna correre per- ridurlo- a- versi giambv trimetri, cio di sei piedi, nei quali la sola regola che quasi sempre egli osserva di finire con un giambo. 15 Lessing fece il miglior lavoro sulla vita e le opere -di Plauto, ma vi porta l idolatria dun biografo, e professa che, letti e riletti i C aptivi, non gli

240

PARALLELO FRA PLAUTO E TERENZIO.

Meglio si splebej Terenzio. Neppur'egli poteva produrre altre donne cbe cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione della commedia il riconoscimento loro 16 per mezzi portentosi : anche all*uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: pi corretto nella morale, men procace nel motteg gio, eletto e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice ne'racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in vi vezza comica e gaja fantasia: quanto allinvenzione, esi scusa col dire che non pi possibile atteggiar cosa nuova 1T . Plauto riscuote battimani perch mescei al latino deUaristocrazia i ribboli bizzarri della pubblica piazza. Terenzio
fu mai possibile trovarvi alcun difetto, e sempre pi gli ammir. Uno de' meglio lodati filologi tedeschi odierni, Federico Ritschl, professore a Bonn, pubblic la pi accurata edizione di Plauto, dopo paragonati i varj manoscritti e restaurato il testo. Esaminata la metrica di quell' autore, della quale fiss pel primo i fon damenti, studi specialmente la lingua, sulla quale fece profonde indagini e grammaticali e storiche, a tal uopo raccoglierne principalmente le iscrizioni, quali sono il Titolo Laml>esitano di M. Pomponio Bassulo, la legge Rubria, il Titolo Mummiano, il sepolcro d e'F urj, gli avanci laterizj, la colonna ro strata ; oltre uno studio su Varrone. Vedasi il Rheinisches Musaeum fu r P h ilologie di Francoforte. Dietro a ci formava un corpo delle iscrizioni latine dell et repubblicana, dandone i fac-simile in 96 fogli grandi, stampati col titolo di Prisca: latinitatis monumenta epigraphica ad archetyporum fidem exem p lis lithographis repraesentata , > Berlino 1862. 4 6 Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire dun personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio, trovava giustifica zione fra gli antichi dal mal vezzo di esporre i bambini e ridurre schiavi i pri gioni di guerra, dalle frequenti rapine de'corsari, e dalle scarse comunicazioni fra'paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione,ledevano meno perla va stita dei teatri, e perch la scena per lo pi rappresentava una piazza, cui molte strade omettevano capo. Di Terenzio cantava Cesare:
Tu quoque* tu in summis, o dim idiate Menander* Poneris * et m erito, puri sermonis amator; Lenibus atque ulinam scriptis adjwicta fo re t v is . Comica ut ceqiutio virtus polleret honore Cum GrceciSj neque in hac despectui parte jaceres ! Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti. Sebbene la frase v is comica sia divenuta vulgata, inclino a credere che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho fatto, riferendo il comica a v irtu s.' 4 7 Quod si personis iisdem uti aliis non licet, Qui magis licet currentes servos scribere, Bonas matronas facere* meretrices malas Parasitum edacem, gloriosum m ilitem , Pueritm supponi, f a lli per servum senem,

PARALLELO FRA PLAUTO E TERENZIO

241

fischiato perch usa il latino pretto. Pu ben presentarsi sotto il patrocinio de* nomi pi popolari di Rom a, pu ben invo care ne'suoi prologhi il favore del popolo romano, e implo rare umilmente di divertirlo per qualche ora; il popolo tediato di tutte queste delicaiure di stile e di lingua, che fanno la delizia delle prime file, copre del suo immenso clamore la voce degli attori, e abbandona la rappresentazione al terzo atto delYE eira, per. andare ad assistere ai fnanboli o agli elefanti. Il ridicolo e .la buffoneria riescono in tutti i paesi e avanti a qualsiasi uditorio ; n il riso esige coltura: mentre le lacrime, quali la tragedia greca sapea cavarle dal popolo ateniese, esi gono una civilt inoltrata. Il popolo che batte le mani ad ele fanti che ballano o a tigri che lottano, trarr facile diletto dalle gherminelle dun mariuolo, dalle tresche duna ganza, dalle grida duna puerpera, da giuochi di mano, da dissesti dun avaro,dalla ghiottoneria di un fante, soprattutto se il poeta che somministra tali specie di commedie si rassegna a parlare la lingua del trivio. Perci Plauto trova favore; i suoi costu mi greci travestiti fanno ghignazzare il popolo, come un vin citore che berteggia il vinto; Plauto vende bene agii edili la sua
A m are, odisse, suspicari ? Denique Nidhun e st ja m dictum qiiod non dictum sit prius,

Prologo dell/StftMco. Ecco lintreccio di tutte le commedie. Sui comici latini prta questo giudizio Vulcazio Sedigito, vivente sotto i tardi imperatori :
Multos incertos certare hanc rem vidim us Palmam poeta: comico cui deferant. Eum, meo jtid icio , errorem dissolvam tib i, U t, contra si quis sentiat, nihil setUiat. Caecilio palmam Statio do comico: , Plautus secimdus fa c ile exsuperat ceteros: Dein N ctvius qui fe r v e t, pretio in tertio est: Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio: A ttiliu m post Licinium fa cio insequi: In sexto sequitur hos loco Terentius: Durpilius septimum, Trabea octavum obtinet: Nono loco esse fa c ile fa cio Luscitun: Decimum Addo causa antiquitatis Ennium.

Presso A. G ellio , XV, 24. Sembra che non abbia voluto indicare che gli autori di commedie palliat cr, t perci lasciasse daccanto persino Afranio, illustre nelle togata,
CANT. Storia delta Lett. Latina. 16

MIMI.

derrata gfteo-romana. Terenzio abbandonato perch mica all'effetto delle lagrime, dappoich vide piangere alle sue let ture la donna e la figUa di Scipione; e parlando egli la lingua dei nobili al vulgo, vede da questo derisi isuoi personaggi e i suoi prologhi insinuanti N luno n l'altro conobbero am maestrare ridenda, proponendosi unicamente di reeare seUa&zB si p^blice le. Le commedie di Terenzio e Piatito erano palliate, cio eseguivarai in abilo greco: nelle togate valse Afranio, ma solo pochissimi versi ce ne restano. Scarse merity in generale si attribuiva alla drammatica, tantoch Quintiliano confessa, che, in questa parte, la letteratura latina va zoppa. E: per vero* pome poteva fiorire tra un popolo ehe si dilettava di b e te combattenti e dei veri spasimi e del sangue <F uomini aeool leJlantisi? ^Della burletta si prendea moli spass,, e fino a qudUanliehtt risalgono le maschere: il Maceo 0 Sannio, progenitore del nostro Zanni 0 Arlecchino, era un buffone, raso il capa, vestito di cenGi a vario colore ; a> Pompej si trov il Pukrir nella., maschera atellana. Sul finire della repubblica si prefe ri vano i Mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ri dotta in un'azione perfetta, ma a scene staccate, un carattere plebeo esponendo nelle differenti sue situazioni., con parlar plateale e locuzioni scorrette ; di che il bpsso popolo, ricono scendo s stesso, prendeva mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che attore improvvisasse; attore sovente era autor medesimo, e i pi famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo unjrfologo, dove lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco ; di Siro alquante sentenze morali, che teneva di scorta per intrometterle all'oc casione , e che ci danno alta idea della fiarsa romana. Anche

1 8

Poeta* cum -primum animum ad scribendum appulit,


Id sibi negotii credidit solum dari Populo ut placerent quas fecisset fabulas,

TBMN410 , prologo dA ndria. . . . . Eum esse quarstum in anim um 'induxi m axivnum ,


Quam m axum e-servire vestris commodis.

Prologo ddilEautoUimorumenos.

CENSURA DRAMMATICA.

243

Gneo Mafttie, amico di Gesare e di Cicerone* scrisse Mimiambi assai lodati, oltre m Iliade. La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, ehe perci non attnsero mai la democratica licenza degli a tesesi. Gi la primitiva nobilt, gelosa i questa plebe che delia scena vatevasi per bersagliarla, le pose frena applicandovi la legge defle XII Tavole cbe condannava a morte o alle verghe il dif famatore le. Ogni oppressore della pubblica libert rinvigoriva queste repressioni, come-fece Siila; e Cicerone scrveva ad Attico che, nessuno osando chiarire in iscritte il propino pa rete , n apertamente riprovare i grandi, unica via restava il far ripetere in teatro versi o passi che paressero alludere ai pubblici affari

1 9 Si qis populo occentassitj carmenvc condisti, qttod infamiam fcucii agilium alteri, fuste ferito. Cicerone, De republica, dice : Le XI 'Jtam vofe avendo statuita 1 morte per pochissimi fatti, tra questi stimarono non * doverne andar esente colui che avesse detto villanie, perch il viver nostro dev essere sottoposto alle sentenze de*magistrati ed alle dispute legittime, non al capriccio de*poeti; n dobbiamo udir villanie se non a patto che ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio . Elegantissimamente aio soggiunge nella gii pi volte citata Epistola, H , 4 : Libertasque recurrentes accept per annos Lusit amabiliter, donec jam stevus apertam ' In rabiem verti capit jocus, et per honestas Ire domos impune minax. Dobtere cruento Dente lacessiti: fu it intactis quoqUe cura Conditione super commuta: quin etiam lex Panaque lata, malo qtue nollet carmine quemquam Describi. VeHere modum, formidine fa stis A d bene dicendum, delectandumque redacti. 8 0 Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, recitando il Telamone di Azzio e scambiando poche parole, fece applauso a lui con questi motti : Quid etiim ? Qui rempublicam certo animo adjwverit, Statuerit, ste terit cum A rgivis . re dubia' nec dubitarit vitam offerre, nec capiti peper cerit. . . . summum animum summo in bello. . . summo ingnio prceditum. . . o pateri . . . . hiec omnia vid i inflammari. . . ..O ingraliflci A rg ivi, inanes Graji, immemares buneflaii! . ' . . . Exulare sinitis ; sinitis pelli; pulsum pati mini effe. Mei giuochi Apollinari, avendo recitato questi versi, Nostra miseria tu es magnus. . . Tandem virtutem istam veniet tempus eum graviter gemes, Si neque leges, neque mores cogunt. . . il popolo 'volle vedervi un* allusione a Pompeo, e costrinse l'attore a replicarli migliaja di volte; millies coactus est dicere. CiCBiuur, ad A ttico , II, 49. Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare: Addio> padre mio; ad-

244

TEATRI. ATTORI.

In principio i teatri erano posticci durando al pi ud mese, quantunque armadura di legno si ornasse con gran d'eleganza^ .fino a dorarla e argentarla, e v i si'collocassero statue ed altre spoglie depopoli soggiogati Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori, adorno di tremila statue e trecensessanta colonne di marmo, di vetro, di legno dorato. Pojnpeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbric uno stabile, per quarantamila spettatori, con quindici gradinate che salivano dallorchestra fino alla galleria superiore. Quel di Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del diametro inferiore di circa cinquantacmque metri allinterno, e di cenventiquattro al recinto esterno. Gajo Curione, volendo sorpassare i prede* cessori in bizzarria se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costru due teatri semicircolari, tali che potessero gi rare sopra un pernio con tutti gli spettatori ; sicch, compite le rappresentazioni sceniche, venivamo riuniti, e gli spettatori si trovavano trasferiti in un anfiteatro #i. .. Alla romana severit parea vile un uomo, inteso non a soddisfare collarte sua verun bisogno, ma solo a dar diletto; infame chi per denaro simulava affetti, dava s medesimo a spettacolo, ed esponeVasi agl insulti degli spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle prerogative civili, i censori poteano degradarli di trib, i magistrati farli staffilare a ca priccio; un marchio impresso sul loro corpo gli escludeva da ogni magistratura, e fin dal servire nelle legioni. A differenza della greca, anche donne poteano. comparir sulla scena ro mana, purch vestite decente: ma restavano diffamate, proi bito ai senatori di sposare attrici, n le figlie o le nipoti di istrioni. Somma doveva essere labilit degli attori se tanta amdo, mia madre* accompagn 3 primo coll*atto del bere, il secondo eollattp del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori di Nerone. Poi in una atellana proferendo, L'Orco v i tira pei piedi f Orcug vobis dueit pedes), voitavasi verso i senatori. ** Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo aliavano gli scenarj. Vel scena ut versis discedat frondibus, utque Purpurer intexti tollant auleta Britanni. Viboilio, Georg., III, 24.

TRAGEDIE.

245

mirazine destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. Eppure generalmente erano schiavi o liberti greci, che a forza di stu dio avevano imparato la giusta pronunzia del latino. Inoltre vastissimi essendo i teatri, dovevano forzar la voce perch ve nisse intesa da ottantamila spettatori; le parti femminili erano spesso sostenute da uomini; il viso coprivasi con maschere: lo che rende inesplicabile effetto che Cicerone e Quintilino di cono producessero. Esopo e Roscio non mancavano mai al fro qualvolta si agitasse causa interessante, per osservare i movimenti del oratore, del reo/ degli astanti. Il primo fu amico di Cice rone, e bench magnifico all eccesso, lasci a suo figlio venti milioni di.sesterzj, cio quattro milioni di lire. Da Roscio, che pel primo abbandon la maschera, prese lezioni Cicerone, che poi gli divenne amico, e sfidavansi a chi mglio esprimerebbe un pensiero, questi colle parole, quegli col gesto: all'anno riceveva cinquecento sesterzj grossi ( 100,000 lire): ducentomila n ebbe Dionisia attrice, per una stagione del 377. Nep pure questo scialacquo odierno dunque novit. Di tragedie, i Romani non ci lasciarono nulla, e merita esserne indagata la ragione Mentre in Atene era quasi una produzione del suolo, a Roma la tragedia penetra timidamente, implora protezione di grandi uomini politici e m ilitari, poi dopo vani sforzi e ridicole trattative col pubblico sdegnoso, recede dalle pretensioni alla pubblicit della scena, per ridursi a quella delle letture. La tragedia greca trov nell'epopea na zionale i suoi temi, e le regole principali. Omero aveva ab bracciato tutta la Grecia eroica; i tragici se la divisero fra loro: Omero aveva cantato la grande nazione federata, e i tragici cantano le sovranit locali ; cio non pi un popolo ma famiglie; pure nulla vi avea di non nazionale ; tutto derivando da Omero: il gran litigio deir Iliade che si prolunga nella posterit dei re, n ' sempre il fondo, e i tragici non ebbero ad
* Perch Roma non avesse tragedie magistralmente cercato da Nisard, tudet sur les poetes de la dcadenee, a proposito di Seneca. Pure Lance ( Vindicia romana tragedia. Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici roma n i. Vedi pure Tragicorum romanorum reliquia: reeensuit, O tto Ribbkck. Lipsia, 1852.

246

Sfi I ROMANI NON EBBER TRAGEDIE.

inventare n 1 personaggi n i costumi. EsChilo, che pure dei tre insigni greci quel cbe gli va meno debitore, diceva le sue tragedie non essere se non i rilievi dei banchetti dOmero. Come gli argomenti, cos le regole pi generali trovansi in Omero, cio il segreto di sviluppare le passionile di met tere in azione i caratteri, l'ordine e la misura, e quel gusto cbe consiste nello scegliere, nel dipingere i tratti pi general mente veri, e che parlano al maggior numero delle intelli genze. Priamo ed Ecufba ebbero la lingua del dolore prima di Edipo e Giocasta; Andromaca la primogenita di Antigone. Quante passioni paratamente svilupparono nelle tragedie, erano state indicate sommariamente nellepopea ; Omero aveva schiuso tutte le vie che vanno al cuore; e chi guardasse nella sua epopea soltanto larte di distribuire e di mettere in scena, poteva estrarre de'bei drammi. Il primo libro, poi amba sciata ad Achilie non son veri atti drammatici t L epopea omerica risparmiava dunque ai tragici le pi penose difficolt deir invenzione, e le superfluit e le esitanze d'un arte che non guidata nella sua forza disordinata da ve runa tradizione e da verun modello. Aggiungasi lamore del1 arte che era immenso, e limportanza del poeta nello Stato; e la religione nazionale eminentemente artistica. Al contrario a tragedia, l opera artistica che pi ha bisogno di nazionali origini, di religione, di bella lingua, in Roma era resa impos sibile dalla mancanza d un vero popolo. Questo, costituito dallafflusso d ogni fatta di genti, non conosce origini nazio nali: ad un africano che pu importare di Romolo e di Remo? uno Spagnuolo s interesser di Numa, un Gallo di Tarquinio e di Lucrezia?. Son Romani da jeri; hanno gli avi a Cartagine e a Numanzia e nella Gallia, non in Italia. Le poche reliquie del stagne puro a Roma non serban che rimembranze confuse, quasi tutte custodite e alterate dai sacerdoti * e di cui niuno ha tempo daccuparsi. Il grande affare di Roma la gmerra; essa non ha agio dinvestigare il suo passato, bramosa di. realizzare il suo avvenire. La Roma degli Scipioni ignora dond derivata: ma poich diffusero in essa le dottrine deNa Grecia, sua conquista, i primi che ne frono illuminati vollero avere un'origine; i grandi vollero vantare degli avi; quindi

SE I ROMANI NON EBBER TRAGEDIE.

247

commesso il cercarne le origini e gli antenati a scrittori greci, che senza giudizio e senza critica raccolsero le tradizioni de'saoertoti, e diedero allo famiglie nobili tutti i titoli di antichit di che furono richiesti, li popolo non vi prese parte: e conti M a guardare nell' avvenire. La refigioiie vera indeterminata non meno delle origini razionali, pel popolo straniero accampato nelle sue mura non v'aveva che superstizioni particolari, non gi credenza comune, un composto di rimembranze confuse delle religioni locali 6 d 'u a rispetto ignorante della romana. Laristocrazia cbe ha soggiogato la Grecia, fa di l venire gli Dei per uso d Roma; e l'Olimpo greco trasferito a Roma nei bagagli del vincitore. La lingua qual pu essere fra un popolo che ne parla una mezza dozzina di straniere? L'aristocrazia usa un latino.pretto, fraseggiato darmonie; il vulgo parla un dialetto energico, mi sto di tutte le lingue conquistate. Ora qual grazia pu attendere la nobile e mesta tragedia che pretenda far piangere da senno, e non parlare che col linguaggio degli Dei? Pure certo cbe molte tragedie ebbero i Latini, e di Ennio ne ricordano venti o venticinque, fra cui Andromaca* Achille j E cuba, Ifigenia, Medea, Tiesle , imitazioni cio del greco, e principalmente di Euripide, mescolandovi massime ardite, cbe riceveano applauso. He\YIfigenia copi Euripide, ma invece dei bello e affatto lirico contrasto che in questo formava in parte esposizione del dramma, invece del coro delle donne ealeidiche venute al campo de* Greci per aspet tare A re di Micene e accogliere il carro m cui appare Ifigenia presso sua madre che tiensi sulle ginocchia il bambino Ore ste, Ennio surroga un dialogo di soldati greci, aanojati della loro stazione in Aulide, e che ripetono motti di grossolano ritmo** e proverbj triviali, troppo lontani dalle affettuose armonie delle fanciulle greche. D' Earipide pure si fece im11aU>reM$ro Pacuvio Hell\4ntkfpe, neiYlli&ne, nella Crise; ed lodato da Quintiliano per profondit di sentenze, nrbo di stile, varieU di carafieri:
* Otia qm nescit uti plus habet negati
' Quam cui e st negotium in negoti.

2*8

TRAGICI.

ma nel poco che ci resta appare libero imitatore in stile bujo e disarmonico. Lucio Azzio il primo tragico nativo di Roma14ove vide la luce il 168 da un liberto. Pacuvio, gi vecchio, trovava i suoi versi duri e chiocci: egli rispose: c vero, ma non me ne pento. Degli ingegni avvien come dei frutti. Quei che nascono aspri divengono teneri e dolci; quei che cominciano teneri e succolenti non maturano ma infracidano . Fu scrittore enci clopedico, e d quarantotto tragedie composte o raffazzonate conosciamo i titoli, desunti dalla guerra di Tebe e di Troja, con forse men servile imitazione, e ancor al tempo di Cicerone reci' tavansi e pi volentieri leggevansi. Ama il sentenziare :
Jam jam neque Dii regunt Neque profecto Deftm summus rex omnibus curai.

E queste continue declamazioni di spirito forte erano un carattere della tragedia latina. Robusto il motto di treo, Oderint dum metuant, appropriato a molti tiranni. Dalle lodi prodigategli pare passasse pel maggior tragico de'Latini, fra i quali tal composizione non progredi pi che in eleganza. Molte ne citano di G. Cesare Strabone, di Cassio Parmense, di Va rio, di Pollione, di Cinna, di Cesare, di Ovidio, di Q. Cice rone, di Mecenate, fin dAugusta Orazio, che pure tanto severo coi vecchi, dice:
Nam spirat tragicum satis et feliciter audet.

col che indicherebbe che la tragedia non fosse semplice imi tazioni: ed pur vero che Orazio la sua arte poetica dirige principalmente a tal genere di composizioni; e loda chi si sco sta dalle orme greche
Nec minimum meruere decus, vestigia graeca usi deserere.

In fatto ci ricordano la tragedia praetextata, tolta da fatti nazionali, e Nevio sceneggi Romolo e il Clastidio ; Pacu vio il Polo; Azzio il ecio, il Bruto; a tacer molti altri men** Le poi'te A ttius, elude sur la tragdie latine pendant la rputblique* par G. Boissivr. Parie, 1&57.

TRAGICI.

249

zionati dai grammatici. Pollione scrive a Cicerone cbe il que store Balbo fece rappresentar sul teatro di Cadice il viaggio da lui fatto in cerca del console Lentulo; rappresentazione che mosse al pianto: e prova che atteggiavapsi anche fatti del giorno. Pure i temi prediletti erano i greci, sebbene nelle parabasi il poeta parlasse spesso delle cose patrie, vi alludesse nelle rappresentazioni, e i personaggi si trasmutssero in Romani, come in Francesi sono trasmutati ne tragici di Francia; vi si dava pi gravit, pi forza, pi stoicismo, tradendola sempli cit greca. Siffatta, la tragedia era applaudita, non solo dalla classe patrizia, ma anche dal popolo. Plinio il giovine cita un Pomponio Secondo, tragico, il quale se in alcuna parte delle sue composizioni nn fosse daccordo con qualche amico, diceva: Me ne appello al pubblico . secondo che al pubblico piaceva o dispiaceva il passo con teso, egli conformavasi o no al parere deiramico *5. Le epi stole di Cicerone attestano spesso questi successi, e gli ap plausi a certi versi energici e passionati eh'egli innesta nella sua prosa. Anzi le loro citazioni, di cui egli abbonda non solo ne* trattati filosofici, ma anche nelle orazioni, convincono eherano molto conosciute tali composizioni, delle quali esso mostrasi ammiratore. Tito Livio racconta qual folla accor resse a quelle d Andronico: fin Vellejo Paterculo, ne mi gliori giorni dellimpero, rammemorava Accio: < levato al lonore di star in paragone coi Greci, e degno di farsi tra loro un si bel posto, eh impossibile non riconoscere in essi maggior perfezione, in lui maggior vigoria*6 v rlo stesso Orazio rammemora le rappresentazioni arcto stipata theatro . Molti motti di quelle divennero proverbiali. Ma queir immensa folla di populus potus et exlex era ben lontano dalla squisitezza deGreci: i teatri vastissimi obbliga vano gli attori ad esagerar la voce e il gesto: edili e pretori volendo emularsi, riporreano ad altri mezzi che quelli della
Epist.

47. ia>. -vii.

* Lib. I I , cap. 9.

2 5 ff

INTERIORIT DE* TRAGICI ROMANI.

semplice arte. Onde io non m accheto alla ragione che d Orazio della sfortuna delle tragedie romane; cio che f i no stri autori non hanno il coraggio di limare i loro versi Ra gione d'arte: ma il fatto che con imitazioni poetiche mal potevasi formare un dramma, che lopera letteraria pi in digena e originale d un paese; che non pu esser fatta senza del popolo, il quale deve deciderne in pien teatro. Roma non ebbe dramma, perch non ebbe vero popolo; e seminando il aio su tutti i eampi di battaglia, essa perdette una delle pi belle glorie dello spirito umano, quella del dramma, in compenso alla gloria di vincere il mondo. Alla bella e patetica tragedia dtene che interesse po tevano prendere quelle turbe agitate e senza gusto? quale per la leggenda omerica, pei disastri degli antichi re, per quegli incesti, per quegli assaesinj, comuni agli Dei ed agli uo mini, che le giurisdizioni della terra non possono punire ? Che piet poteano sentire per quefigli maledetti, per quesovrani eiechi ed erranti, per quelle vergini sospese alle braccia dei vecchi, o chinate come statue sullurne funerarie , o di loro mano componenti nel sepolcro il corpo d un fratello; esse die sempre conservano, fra le pi dolorose prove, la grazia e la bellezza senza aver mai quelle lagrime moderne che soleano le guanee ed insanguinano gli occfoi, n" quegli smorfiosi do lori la cui invenzione risale a Seneca ? E se anche le tragedia, trapiantata cos dalla Grecia sul teatro di Roma, avesse sa puto (come lepopea imitata da Virgilio, e come lode imitata da Orazio) riprodurre nella bella lingua latina tutte le ar monie e le grazie della lingua dAtene, che gusto potea dar questa musica dellanima e dei sensi a spettatori avvezzi al pugilato ed ai combattimenti di belve; abbrutiti dalla vista del sangue, dagli urli degli orsi e deleoni? Anche sotto glimperatori lo spettacolo preferito era il circo e la ginnastica, portati all eccesso; Caligola, Caracalla, scesero nell* arena; Comodo assaliva colla spada gladiatori ar mati di legn o si vollero atleti ehe si colpissero alla deca; Do miziano fece lottare nani e donne; sotto Gordiano HI, duemila gladiatori ricevevano stipendio dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d* interi eserciti > ed una navale da Elagabalo

TRAGEDIA. ACCADEMICA.

851

in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi sanguinosi o pazzi clamori poteva prosperare farle drammatica ? Meglio fu fa vorita la pantomima, ove gl imperatori non avtaoo a tenera i fulmini della parola. Cacciata dal teatro per dispetto di schiamazzami spettatori, gremiti a migliaja su gradisi a ridosso della testa de cava lieri e degli uomini di gusto, i quali in teatro non hanno di ritto davere un sentimento diverso da quello del popolo, che far la tragedia ateniese? Si ricovrer nei libri debei talenti esclusi dalle scene ; invece di tragedie rappresentatasi avranno tragedie scritte. Quintiliano pareggia il Tieste di Varo ai capi dellarte greca; si facea gran conto anche della Medea dOvidte; ma probabile fossero, felici imitazioni delle tragedie gre che, come si rifacevano Omero, Pindaro, Anacreonte. Del resto i luoghi comuni di etti Ovidio farcisce le sue Eroidi e la dila vata facilit del suo stile non ci lasciano troppo rimpiangere la perdita di questa Medea *7, n dellaltro tragedie da gabinetto di Varo, d'Asinio Pollione *8, di Mecenate, Vero che, pro tettori o protetti, questi ingegni erano figli di un gran .se colo letterario, appassionati., disciplinati; conoscevano quat tro o cinque specie di bello, ma sempre il bello greco, e at tenevano adesso; erano per gli amici di cuore e dintelletto di Virgilio, dOrazio , e senza dubbio queste, brigate letterarie non dovevano esser quelle in imi si piaggiassero cose medioeri, talch vi sarebbero da ammirar alcuni bei passi, ma non crediamo sarebbe ad aspettarsene interesse tragico. Alcune tragedie pi tarde, gonfie di declamazioni, e vuote di quel ehe appunto costituisce il dramma, cio lazione, la v ita , corrono sotto il nome di Seneca : ma sono opera duno
n notevole un passo nel Kb. V e lib. 7 Tristium : Carmina qupd pieno saltari nostra theatro Versibus et plaudi scribis amice meis N il equidem feci tu scis hoc ipse theatris; Musa nec in plausus ambitiosa mea est. Se ben intendo, vuol dire che i suoi Tersi recitatami in affollato teatro, ben ch nulla egli avesse scritto pel teatro. 8 8 Virgilio lo paragona a Sofocle, O ndo gli dk il coafcglio di riposare. Pauhan severa Musa tragedie* Desit 'theatris. Oda 1, Lib, li.

2 52

SENECA TRAGICO.

o pi stoici, d'immaginazione senza giudizio, d' ingegno senza gusto. Ivi si fanno parlare e morire l vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolata la empiet di moda, proclamando che tutto fini sce colla morte . Passione falsa, contraddittoria, sempre esa gerata e nel bene nel male; preferita la dipintura del furo r e , i caratteri atroci, i colori strillanti alia tranquilla armo nia dequadri e al graduale svolgersi delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve restare attonito, atterrito, n mai trovar riposo. Le donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, mor materiale, tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando: Almeno ella era amata! Al drammaturgo pu perdonarsi di trascurar la verit locale, perch ne vantaggi la universale. Ma gli eroi di Se neca si censurano non perch falsi secondo il tempo loro, ma perch non sarebbero veri secondo qualsiasi et : manca la verit filosofica. Fosser solo filosofi e moralisti, si leggereb bero con rispetto le loro sentenze: ma essi sono gli esagerati duna certa morale; e oltre a gran declamatori, son inesauri bili descrittori. Anche queste tragedie erano evidentemente destinate alle solite declamazioni, non al teatro; onde non trovi n concate nate le scene, n vaneggiati i caratteri, n giustificate le situa zioni; bens tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che, quantunque ivi stiano per lo pi a pigione, parvero degne d'imitazione a Corneille, a Racirie, ad Alfieri, a Weisse. E da esse venne alle moderne tragedie quellaria di declamazione, che tanto le slontana dai

19 Dopo aver detto nel I atto delle Trojane: . . . . F elix Priamus .......... nunc. E lysii Nemoris tutis errat in. umbris Interque pias fe lix animas Hedera quaerit : nel soggiunge: Post mertem nihil est,' ipsaque mors nihil. . . . Qtueris quo jaceas post obitum ? Quo non nata jacent.

SENECA TRAGICO.

253

greci modelli, e quelle risposte concise ed epigratnmatiche, le quali dappoi sembrarono bellezze, massime aUAlferi80. La degradazione e limmoralit del teatro and sempre in peggio, ed ecco perch i santi padri lo riprovarono affatto, e , come le leggi romane, dichiaravano infami que'vili sgo menti di spettacoli inverecondi. Non era questione d'arte, ma di costumatezza.
91 In Tieste, Atreo imbandisce a questp i figli, e gli dice: Expedi amplexus pater; Venere natos equidem agnoscis tua. Tieste risponde: Agnosco fragrem. Medea tradita, esce al bel 'principio furibonda, e fra laltre cose esclama: 1 Parta jam , parta ultio est* Peperi; e quando la nudrice la compiange perche pi nulla non le sa rimasto, non congiunti, non riccheue, essa risponde: Medea superest. Nell 'Ippolito* Te$eo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla morte espia re ; essa risponde: Quod vivo. Il coro di Corintj nella Medea parve una profezia del. grande ardimento di Cri stoforo Colombo, annunciato cos da uno Spagnuolo quattordici secoli,prima che la Spagna lo ajutasse e punisse : Venient annis saecula seris Quibus oeeanus vincula rerum L axet* et ingens pateat teilus Tethjrsqu novos detegat orbes* Nep sit terris ultim a T hde.

25i

I DDE EniH.

Non potrebbesi meglio rivelare la gracilit del preteso Seneca che para gonando il suo Edipo con quel di Sofocle. Tale studio fece Nisard (Poetes de la dcafience), e noi ne seguiremo in parte la traccia. In Seneca non cercate espo sizione. Chi Edipo? donde viene? che vuole da- noi?U n artista, per poco che fosse drammatico, informerebbe gli spettatori di tutte queste cose, ifaa qui non c' la menoma arte drammatica, e 1*esposizione non servirebbe a nulla. Il soggetto di Edipo un tema dato di composizione, quindi Seneca si dispensa da ogni preliminare, giacche il suo uditorio ne sa quanto basta per la specie d* ef fetto eh* egli ricerca; noi assistiamo ad una lettura, non ad una rappresentazione. Edipo, al cominciare d* un monologo di ottanta versi ci informa eh* mat tina, e il sole sembra rischiari di mala voglia una citt che la peste distrugge. Qual peso un regno!. grida il re di Tebe, e paragona la sovranit a<f una montagna che i venti percuotono, ad uua roccia elevata in mezzo del mare, che i flutti anche pacifici flagellano incessantemente. Egli attesta in faccia agli Dei che non re'se non per caso, e mal suo grado. Avendolo gli Dei minacciato d' un incesto e dun parricidio, fugg dagli Stati di Polita per sottrarvia,-met tendo in sicurezza le tue Sante leggi, o Natura 'in tuto tua> Natura* posui jura* vs. 24 ). Precauzione d* uno Stoico contemporaneo di Seneca, e non di un re della vecchia Tebe che non conosceva il personaggio della Natura, ma sola mente il Destino e gli Dei. Re Edipo si meravigliava di non esser colpito dal male che distrugge il suo popolo, e la sua conclusione che egli Fautore della peste, giacch. Apollo non pot dare Un regno sano (regnum salubre) ad un uomo m inac-, ciato da s gravi delitti. E qui, secondo le due condizioni del d r a m m a 'bastardo di quell'epoca, dopo fatta una declamazione sugli sconci del regnare, fa una descrizione della peste. 1 primi pittori di quste grandi catastrofi stavano contenti a tratti gene rali , sommarj, lasciando all* immaginazione il tristo incarico di compiere il quadro; ma Edipo raccoglier tutte le minuzie, i punti inosservati, i piccoli incidenti rigettati; si metter in coda deglinfermieri; sollever le coltri per ve der il colore degli appestati, e si getter come gli avoltoj sui cadaveri per no tare le contorsioni della morte ; ci mostrer uomini che si sono abbruciati sulle pire destinate per altri; madri che vi portano un figlio, e saffrettano i pro perant ) a cercarne un secondo; roghi rapiti, tombe violate, e mancar terra per le tombe,.mancar legna per le pire, medici morenti sui loro ammalati.. Gli amici di Seneca applaudiscono soprattutto a quell espressione finale; 3#<ybtts auxilium trahit (vs. 70). Edipo vuole abbandonare questa citt d lagrime, e tornare a*suoi con* giunti, cio correr incontro all'incesto ed all'assassinio. Giocaste cerca rite nerlo con una declamazione sul dovere un re mostrare tanto pi fermezza quanto pi vacilla la sua situazione. Senza dubbio ( risponde Edipo.), se si trattasse di combattere contro un esercit, o di ricominciare colla Sfinge, non avrei

L* EDlt0 DI SENECA.

255

paura . E si fa a raccontar minutamente come la Sfinge apriva la sua gola spaventosa ; come la terra era spana all* intorno d ossa spolpate, avarisi di abo minevoli banchetti del mostro; come dall alto della sua rape agitava le'aH e la coda, faceva sonar le mascelle, e raspava i sassi colle ugne, aspettando k viscere di Edipo (viscera expectans mea, vs. 100). 11 male di Tebe deriva senza dubbio dalle rappresaglie della Sfinge , conchiude questo saggio T*> ed esce di scena. Subentra 3 coro, e si mette a descrivere ancora la peste. Seneca volea destare entusiasmo degli amici : una prima descrizione gli aveva riempiti di meraviglia, una seconda li rapici. Edipo avea mostrato la peste riguardo agli uomini, fl cor la mostra riguardo alle bestie, pecore, agnelli, tori da sacrifizj o da pascoli, il cavallo, la vacca, la giovenca, i lupi, i cervi, i leoni, gli orsi, iserpenti. Vengono poi gli inbarazzi di Cironte navalestro degli inferni, in tanto da fere; poi i prodigi che accompagnano la peste; poi i differenti sintomi od aspetti della malattia; languor delle membra, rossore del volto, immobilit dello sguardo, tintinnio delle orecchie, sangue dal naso, borboglio delle viscere, nulla vi manca. Il coro, conserva bastevole sangue freddo per far giochetti di stile e spirito d'arguzie imperturbabile ; e non trova una lagrima da versare, non una preghiera; solo il coro sano di corpo'in mezzo a questo popolo moribondo, in questa citt, di cui le sette porte non sono abbastanza larghe per passarvi i convogli funebri (vs. i30j. Arriva Creonte da Delfo, dove and a consultare loracolo dApollo: e ad Edipo fe la.descrittone, di templo d 'Apollo, :degli allori che si agitano, della fonte Castalia che si arresta subitamente, della propria agitazione morale ; dopo tutto questo viene all* oracolo, ambiguo come tutti gli oracoli ; che indica oscu ramente saf uccisore di Lajo uno straniero, il quale deve rientrar un gicrtio nel seno di sua madre. Queste paiole non fanno senso ad Edipo, che test par lava con orrore dell' incesto di cui fu minacciato dai destini. N egli trova strabo che un uomo abbia commesso quel delitto medesimo che sta sospeso sul suo cap ; ma pensa alla sua parte di re che 1 *obbliga a provvedere alla sicurezza del trono, e impreca tutti i mali e supplzj all* uccisore di Lajo Nondimeno la sua curiosit eccitata leggermente. Dove fu dunque ucciso Lajo? * domanda egli : e cosi po{ge occasione a Creonte di descrivere i ricchi vigneti della Focide, il dlce pendio del Parnaso, quei ruscelletti che inaffiano la valle che costeggia A t tica, tutto per arrivare alle tre strade. La parola tremenda di tre strade , che nel dramma greco seoter l ' anima di Edipoj noi commuove tampoco in quelle di Seneca. Efeli ascolta pazientemente la descrizione di Creonte come potrebbe fre l uditorio di Seneca, allorch sopraggiungono Tiresia e Manto sua figlia, e inter rogate sull oracolo, sagrifioano, e porgono occasione ad altre descrizioni, a un corso completo di piromanzia, di capnomanziat di jeroscopia. A tal carni ficina presiede una fanciulla della Grecia, la quale & questo triplice esercizio. Il sacerdote del dramma antico dava alla fiamma la carne della vittima, n la di sponeva ancor palpitante sulla soglia dei tempj, non lasciando del sacrifizio ve dere allo spettatore se non i fiori, le bende e le vaporose esalazioni degli aitali. Con Seneca non abbiamo niente pi d* una cucina : eppure si tratta della parte pi scabrosa dell* enigma, di trovare cio un incesta nel ventre della giovenca. La giovinetta Manto fruga nelle viscere palpitanti, e vi scopre il rovescio delle leggi della natura, un germe doppiamente mostruoso, poich si trova nel ven tre d* una giovenca intatta ( innuptee ) , e ftiori del posto naturale. A malgrado dello sforzo che fa Seneca per tradurre a* suoi amici il de

256

L* EDIPO DI SENECA.

stino d Edipo e della sua famiglia in enigmi jeroscopici, Tiresia non si conosce bastevolmente informato , perci si dispone ad evocare tutti i morti del Tartaro per ritrovarvi Lajo e farlo parlare. Edipo prega Creonte, come il primo del re gno dopo lu i, d assistere alla scena di necromanzia disposta da Tiresia. Il vec chio tsce di fatti con sua figlia e con Creonte, dopo aver invitato il coro a cantare le lodi di Bacco durante la cerimonia : Che relazione ci ha ? . Il canto tutta la storia di Bacco , con molte descrizioni ed erudizione mi tologica. La poesia ricca e armoniosa, per quanto molle e piena depiteti *. Creonte viede a rendere inteso Edipo delle operazioni di Tiresia fatto III ; ma perch non ha se non notizie disaggradevolissime al re, esita, rifiuta di dichia rarsi. Quindi un ricambio di sentenze declamatorie fra Edipo e Creonte, soste nendo questo cbe vi sono verit da tacersi, mali che non bisogna guarire quando vi si devano applicare rimedj vergognosi ; Edipo sostenendo invece i danni dell ' ignoranza, ed appoggiando le sue astratte sentenze con minacce positive. Il dialogo breve, ma i personaggi di Seneca [non sanno animare la conversazione, e quand* essi non declamano e non descrivono, non hanno niente a dire. Creonte s 'affretta di giungere ad una descrizione, non .tanto perch Edipo ve lo costringa, quanto perch la conversazione morrebbe. E la descrizione il luogo dell* evocazioni infernali, una foresta oscura, pel cui mezzo si eleva una vecchia quercia. Tipesia sotto lf ombra di essa evo cher le larve ; ogni cosa descritta per filo e per segno : Lajo resiste lungo tempo alla chiamata del vecchio sacerdote, e vergognoso di s, cerca nascondersi die tro le altre ombre, fin tanto che un ultima (Upisiva parola dell* indovino non l abbia obbligato a presentarsi, e far un discorso acerbo contro Edipo, senza per nominarlo; il tutto con amplificazioni da scolaro. Duranti i 150 versi di Creonte, Edipo ascolta pazientemente, come 1 * uditorio di Seneca : ma appena il cognato tacque, egli protesta. 5jton pu esser Edipo quegli che Lajo design, perch egli non ha ammazzato suo padre, vivendo ancora Polibo: non marito incestuoso di sua madre t poich Merope sempre moglie di Polibo. Ment dunque Tiresia, il quale d* accordo con Creonte per togliere a lui l sua corona. Creonte si difende da questa pretesa trama : egli fratello di Gioca&ta, primo principe del sangue, che gode tutte le dolcezze del regno senza sentirne i pesi; egli il cui pa lazzo sempre zeppo di cittadini; egli che ha bella casa9 tavola ricca ( cultus , opulenta dapes); egli cospirare! Edipo replica : Crtissima est regnare cttpienti via , Laudare modica, et otium ae somnum loqui ; Ab inquieto sape simulatur quies (vs. 682).
4 Ecco il principio :
Effusam redimite comam nutant* corymbo ^ Lucidum ta ti deca, huc ades votis , MotUa Nisaie armate brachia thyrsis, Q u a tibi nobUes Thebat, Bacche, tuaPalmie supplicibus fernet.

Bua adverte faventvirg iveum caput ;


F atta sidereo distata nubila, S t tristes Erebi minas Jvidumque fatum. Te decet vermis camam-floribus cingi{

Te caput Tyria cohibere mitra,


Bederuve mollem baccifera ( Religare frontem; Spargere affusos sine lege crines, R*rsusdduatorevocar* nodo . . . ,

( . 408).

L.EDIPO DI SENECA.

257

Creonte a queste sentenze ne oppone altre sullodio che la tirannia produce, e sui limori di chi si fa temere : del che Edipo impazientito, lo fa rinchiudere in una caverna ( saxeo specit). Il coro attribuisce il mal di Tebe ad un antico rancore degli D ei, poich t dopo 1*arrivo di Cadmo in .questo' paese, Tebe nop prov se non calamit. Qui la descrizione di queste sciagure, improntata duni certa leggiadria, che quasi lasola grazia delle poesie di decadenta Edipo, riavutosi dal dispetto coltro Creonte, interrog la propria co-' scienza e non ha rimproveri ; ma la. sua ricordanza gli fa presente eh egli ha ucciso un vecchio sui campi della Focide al crocicchio di tre strade ( atto IV j. Interroga Giocasta sull et di Lajo, sul tempo della sua morte, sulle circo stanze del suo viaggio. Sotto la monarchia dei Labdacidi, si credeva agli ora coli pi che alla propria coscienza, sicch Edipo teme troppo-gli Dei per osare dirsi innocente a dispetto di essi. Al tempo di Seneca, Edipo- filosofo e stoico mette la sua coscienza al disopra degli Dei, di cui si conpsce migliore; . ............ .. $ed animus contra innocens, Sibique melius quam Deis notus, negat, (vs. 766) : verso bello del medesimo tempo e si pu dire della medesima famiglia di quel di Lucano : V ictrix^cansa D iis placuit, sed victa Catoni. Mentre Edip si fa divisare da Giocasta 1 uccisione di Lajo, arriva un vecchio di Corinto, che annunzia ai due sposi la morte di Polibo, ed invita Edipo in nome del popolo corintio al.trono vacante. Edipo non vuol andare a Co rinto ; perch, se scamp dal parricidio non vuol esporsi all incesto, Merope vivendo ancora. 11 vecchio gli confessa che egli non figliuolo di Merope e di Polibo. Ma da chi dunque sar nato ? lo (dice il vecchio) t ho raccolto bambino dalle mani d un pastore di Lajo. Chiamato qusto pastore Forba* i due vecchi si riconoscono, e Forba minacciato gli dice : Coniuge es genitus tua. Edipo chiama sulla sua testa disonorata la vendetta degli uomini e degli Dei, da stoico facendosi uomo del destino, e i gridi del suo dolore son greci *. Come tutto quest atto un* imitazione del greco, quasi identici ne sono gli interrogatorj, e in fuori da poche sentente lambiccate che il poeta latino mette in bocca al vecchio di Corinto, il dialogo va energico e naturale, e quasi senza
1
Quid Cadmti fata nepotis, Cum vivacis eomua cervi Frontem rami* texre novi*, Dominumque canes etre suum; Praceps silvas montesque fugit Citus Actaeon, agilique magie Pede per eaitut et saxa vague ; Metit motat zephyris plumas, Et, quas posuit, retia vita ti Donec placidi fontis in unda Cornua vid it vultusque feros Ubi tiirgineos foverat artus Nimium s a v i diva pudoris [vs. 751 ). Me petat.ferro parens , Me n atu s; in me conjugee arment manus Fratresque ; et aeger populus ereptos rogis Jaculetur ignes. Sarculi crimen vagr , Odium Deorum t juris exitium sacri , Qua luce primum ipiritus .haus i rudes Jam ntorte dignus (i. 872).

CANTU. Storia della L itt. Latina.

258

L EDIPO DI SENECA*

descriuonj. Perdo dagli uditri di Seneca sar forse stato guatato di meno que st'atto; e di pi quel breve coro fikule in versi spiritosi sugli sconci d'una ele vata fortuna; e sui.vantaggi del tenersi nel mezzo; vulgarit filosofica, provata dallesempio'o piuttosto dalla descrizione dell avventura di Dedalo e d'Icaro1. Ala questa poesietta quanto non ci allontana dalla pesta da contrista Tebe e dalle spaventevoli sciagure dEdipo! Cbe momento per accordare la lira sul tono dell* idillio. Viene un messaggiete raccontando come Edipo si sia strappati gli ocehi : da prima raggi come un leone dell' Africa ; coperto di sudora e di schiuma, proffer orribili minacce, quindi deliber di qual morte dovesse morire. Dopo aver esitato tra il ferro e il fuoco, e domandato una tigre od un aveltojo per straziare le sue viscere, trov che non era bastevole morire in qualunque modo, e non poteva essere abbastanza punito di tutti i suoi delitti ; e poi ch la natura avea cangiate le sue leggi per farlo colpevole,: bisognava cbe egli le innovasse in materia di supplizj ; quindi si decise per una specie di fine che non fosse n njorte n vita, ma che facesse onore alla sagadt di un indo vino d' enigmi ; e si strapp gli occhi. Il messaggiere consacri quindici versi a descrivere quest' operazione, le cui particolarit sono ributtanti. Nella decadenaa romana tali orrori non sono che nei racconti; nell'all re decadenze pongonsi in azione. L 'arte che me le fa leggere men detestabile che non 1' v ie che me le fa vedere. Il coro, che vede Edipo lordo di sangue, e al luogo de'suoi occhi due buchi scavati coll* taighie * riconosce la mano di ferro del Destino , e dichiara che ni uno pu sottrarsene. freddo come una. dissertazione di filosofie, ma in si tuazione. Ad un tratto arriva Giocaste. Qual temerit mettere l ' incestuoso e sua madre in presenza l'u n dell'altro! L 'arte greca non aveva affrontato questa difficolt, e ritir Giocasta dalla i scena per farla morire senza strepito ; non credeva che questi due esseri colpiti dagli Dei potessero scambiarsi una parola senza che fosse un insulto. Seneca non ebbe paura di ci cbe avea sgomentate arte greca. 11 coro vede venir Giocasta, furibonda come Agave; i suoi mali le tol sero il pudore; essa si arresta all'aspetto di Edipo, mutilato, e non pu par lare. Qual nome dare all' uomo che le sta innanzi? dir : Mio figlio? Edipo intende questa parola, e: Chi mi rende i miei occhi? (grida) Ahi la voce di mia madre . Qtu's re<Vf ornlos ? Matris heu ! matris sonus (vs. 4013). Sente che due esseri contaminati come Giocasta e lui- non devono pi incon trarsi, e fa la critica*di Seneca domandando che il mare e tutti i suoi abissi, la

I II prioeipio bello :
Fat* I lie**t miht F ia t* * aritrio meo ,

Tempenm zephyro im i Pii*, m* presta grevi Spirita emtennm tremmmt ; Lm lt *t modiemm / m i


A*r*t *tc vergens l*tms

Dme*t i*t/*pU*m nrttw;


Tuta me mdi* v*het r it * dem rrt ms vi*

{m. 88& )

I / EDIPO DI SOFOCLE.

299

terra e tutte le sue profondit lo separino da questa donna. Giocasta si ride di questo scrupolo : colpa del Destino ; il Destino non rende colpevole ; Fati ista culpa est; nemo J itfa to nocens (v*. 1019). Essa ha ragione; ma-allora perche si uccide? Solamente, come Edipo, non m dov'ella deva ferirsi; finalmente sr decide pel ventre, che port suo marito e suo figlio : Uterum capacem, qui virum et natum tulit ' vs. 4039). Ecco tutto Y effetto che Seneca trasse da quest* incontro. Quando tutto compito, Edipo accusa Apollo delle sue sciagure, esorta se stesso ad uscire dal territorio tebano; fi due passi avanti, ma al terso, Ar resta (dice) per non urtare contra tua madre: Siste, ne in matrem incidas *. Invita i malati di Tebe a' rialzar l testa e respirare un* ari* che non sar pi con taminata dalla sua presenta ; raccomanda a coloro che lo circondano, di portar subito soccorso agl*infermi disperati; infine esce portando seco tutti i flagelli che desolavano Tebe : e qui finisce ; n il coro dice nulla. ' Facciamone il confronto coll' Edipo re di Sofocle, opera di fede e di genio, di cui la religione e la poeeia potevano egualmente onorarsi. Ai tempi di Sofocle, il'genio non ancora in contrasto colla fede popolare; mentre al tempo di Seneca,, il geoio,, se pur ve n 'h a , si ride delle crederne, ofpure fa con esse una pace mensognera per non entrai in contrasti coi governanti. Ma aHora le grandi ispirazioni ri ritirano dai libri, per dar luogo allo spirito, ltima e sterile forma dell' intelligenza umana avanti la barbarie e la co&fusion delle lingue; lo spirito, che s* incarica di fare i funerali delle pi grandi let terature. Pertanto io non conosco maggiori consolazioni per un uomo, sebbene Mal d accordo con quelli del suo tempo, che questo studioso ritorno alle grandi epoche d'unit religiosa, e letteraria, di cui l Edipo re la pi cqmrpiuta espressione* ' Questa tragedia di Sofocle appartiene a quell' ra felicissima della Grecia, di cui Montesquieu disse che non mai in alcun paese del mondo i grandi uo mini non vennero n pi presto n in s gran quantit. L vi quel che can gi e quel che non cangia; quello che appartiene ad un tempo, ad unpaese, e quello che di tutti i tem pi, di tutti i paesi ; quello che fa in modo che la creazione d ' un uomo di genio sia ad un tempo propriet d 'uha nazione, e propriet dell' umanit. Ai tempi nostri, in cui non comprendiamo il fatalismo dei Greci, niente pi che il potente meccanismo della loro scena, non pos siamo sempre separare l1uomo della natura dall* uomo fatele, che la loro reli gione inesorabile sta per colpire nell' Edipo r e , e che essa dominerii in ogni sua parte, nella sua coscienza, nella s u a volont, nella sua T esponsalitfe. Ma il poeta abbandoner questa religione il tiranno incestuoso e onnipotente sulla terra, perch pieno di rispetto alla tradizione e alle credenze nazio nali, ritenendo peT s e per lumanit il tipo eterno e inalterabile delluomo, pieno di debolezee, di lagrime, di malinconie; facendo cosi opera ad un tempo locale ed universale. Teb desolata dalla peste (atto I); i cittadini muojono, e niuno se per ch gli Dei infieriscano contro i figli di Cadmo. Pertanto si sotao raccolti davanti al paiamo di Edipo, portando rami d' ulivo, e implorando il soccorso di quello che, subito dopo gli Dei, possiede la scienza e la potenza. Io non so fin a qual punto la macchina scenica fosse ad Atene favorevole alle illu sioni teatrali, ma si pu credere che per le immaginazioni ateniesi dovess'esr

260

L* EDIPO DI SOFOCLE.

sere un magnifico spettacolo questa prostratone di tutto un popolo malato davanti all*antica dimora de*suoi re, questa citt piena d*incensi, di gemiti, d* inni religiosi, queste fronti di fanciulli, dt giovani, di vecchi, adorne di na stri e di ghirlande ; in lontanante i due tempj di Pallade e l ' altare d Apollo cinti d* una turba supplichevole, e sulla soglia del palazzo il re dell' antica ra monarchica, che esce per' visitare i suoi popoli, toccar le loro piaghe, e cer care nella sua saggezza i mezzi d* ottener infine pace cogli Dei. Chi sa che non si sia perduto fra tante altre ricchezze nei saccheggi della Grecia qualche bas sorilievo rappresentante questa pittura, scritta dalla mano di Sofocle ? A lato di Edipo, che figura qui i poteri benefici ed il prestigio immenso della corona, appariva sul medesimo piano la sembianza del vecchio sacer dote di Giove, cinto dai sacrificatori, invecchiati come lui nel servizio degli Dei. I popoli prostrati nella polvere dei tem pli, l hanno pregato di far salire il grido dei loro dolori alle orecchie della maest visibile e mortale di Edipo.' Questo grido arriv sino al cuore del re, ed invit il vecchio sacerdote a par lare. Lo schiavo del dio potendo parlar francamente coi re, mostra ad Edipo tutti questi infermi abbandonati dagli Dei, e questa bella Tebe, citt dalle sette porte, che si diede a lui per un enigma, prostrata nella malattia, senza poter pi levare la testa disopra di questo mare di sangue . Il veochio sacerdote gli fa una dipintura breve e malinconica della peste che va desolando Tebe, ed il suo parlare pieno d immagini tolte alle fonti religiose : La peste un dio nemico; il nero Plutone s*arricchisce de* nostri punti e denostri gemiti . La descrizione breve, poich Sofocle uom di gusto, d ha unazione da far 'camminare. Il gusto nell uomo di genio, il moderarsi nella forza nella fecondit ; il genio non solo prodace, ma ancora sceglie. Il .sacerdote di Giove tutto benevolenza per questo re, indovino di enigmi, che per la sua saviezza e dottrina , e per l insigne favore degli Dei fu fatto pastore di popoli. In un parlare semplice e grave vi rammenta i suoi doveri di re, e come Tebe attenda'una seconda volta la sua liberazione dal1 * m uomo, in cui la sapienza non venuta dai mortali ma dagli Dei. questa specie di supplica collettiva, indirizzata dal sacerdote a nome d una moltitudine contristata, questo appello alle virt benefiche del regno, in cui respirano lamore e la fede monarchica di quelle prime et, termina colla ragione di Stato, colla ragione politica espressa in questa semplice, immagine : Un bel senza sudditi inutile per un re, come una fortezza senza soldati, o un vascello senza nocchieri . Ma Edipo non manc a* suoi doveri. Il capo dello Stato, di cui Omero disse che non gli conveniva dormire tutta la notte, non ha atteso che le grida del popol suo venissero a risvegliarlo nel suo'letto . Bench sano di corpo e di spirito, pi malato che i suoi figliuoli, poich tutto il peso delle pubbliche calamit cade sulla sua testa reale ; quindi ha a sopportare i mali proprj e quelli del suo popolo. Edipo ebbe ricorso all unico mezzo di guarigione, che gli Dei stessi indicarono alla impotenza umana; si rivolse agli oracoli, e per ordine suo. Creonte si rec a Delfo : si attende il uo ritorno .e la risposta del dio. Creonte arriva coronato d alloro, nunzio di buon augurio. Egli si perita d esporre in presenza del popolo la risposta ambigua ; pure insistendo il re, egli parla: oracolo conosciuto; si tratta despiare 1 uccisione di Lajoj e di ricer carne luccisore. Edipo prende la cosa a petto, come deve un re pio ed accorto, che deva soddisfare, colla punizione dell assassino, alle due giustizie divina e umana. Egli si dispone a procurare la riparazione d*una mancanza di giustizia

L EDITO DI SOFOCLE.

26i

vergognosa per un popolo, come poco confortante pei regni presenti futuri . Questa parola terribile, di buona fede, mette i fremiti. E Tgi venuta l'ora pel poeta d' abbandonare la gloriosa ed efimera dignit d* Edipo al cieco dio che la do manda , e che la render cieca e scoronata, ma anche in qualche maniera pi umana e pi toccante pel doloroso suo abbassamento. I canti del coro rispondono all' effetto semplice e pfofondo di ^queste blle scene. I vecchi Tebani pregano le tre divinit che. proteggono gli uomini contiro tutti i m ali, Apollo, Diana e Minerva , 1' aurea Jglia di Giove, di respingere la pestilenza, abbominato dio dall' alito avvelenato; altro Marte che venne nudo di branda, e di scudo ad abbattere il popolo tebano. La poesia discesa dagli Dei ne'libri di Omero, bella di tutte le sue armonie originali, vi risale, nei cori di Sofocle, pi ornata e pi dotta, ma tuttavia semplice. Euripide la'render filo sofica e paradossale. Mentre il* coro canta, il re , giustiziere degli Dei, sta in piedi, nel mezzo de'suoi popoli, esitando sull'oracolo, e turbato nella sua alta fortuna da .que ste parole della sacerdotessa di Delfo : Bisogna cercare e punire 1' uccisore di Lajo . Eccolo sotto la mano del divino ed invisibile operatore, che gli getter, come la S6nge, il suo enigma da spiegare, sotto pena di morte : ma almeno il mostro della Beozia offriva ai passeggieri una sfida legale; il Destino h un dio ingiusto, divora anche quelli che indovineranno l'enigm al' II coro 6n, e la voce grave dei vecchi di Tebe cess 4* intendere; ma non ancor arrivata agli Dei, i quali non devono intervenire negli affari del Destino. I popoli fanno silenzio, Edipo esce dallfe sue meditazioni per provedere all' indagine domandata dall' oracolo. 11 re, portator dello scettro, vi rappre senta tutte le giustizie della terra; inoltre sacerdote, e in tale qualit furono a lui commessi dagli Iddi i poteri della scomunica. Finche Edipo non che giu.dice, la sua parola severa, imperiosa, regia, ma non ha per anco le forme consacrate che assume nello scomunicare. Il re ordina al colpevole od ai colpe voli di palesarsi, parlando per insinuazione, affine d' ottenere confessioni volon tarie ; poi dopo una pausa tremenda, si raccoglie, e riveste il suo carattere di sacerdote per minacciare da pi alto, nome d 'una giustizia senza piet e senza clemenza, la giustizia divina. Allora pronunzia l'anatema in tutta la for inola religiosa ; ed un momento di profondo tenore anche per le nostre anime sottratte all' incanto dell'arte , quello in cui il re incestuoso, povero trastullo del pio cieco, pronunzia egli medesimo la propria sentenza, e corre incontro al1' inevitabile ( ) : l ' anatema scagliato, n^vi alcuna risposta per parte del popolo. Il -coro che parla qui a nome di tu tti, risponde che egli si sottomette all? maledizione, ma che non ha colpe da confessare ; intanto l'azione procde, il Destino grida ad Edipo, Avanti, avanti . Gli Dei sanno senza dubbio ci che gli uoipini ignorano : si chiami dunque il vecchio Tiresia, che sebben cieco, sa pi cose che non .tutti gl' illuminati. Vien condotto l ' in dovino. Noi ci troviamo in presenza di due uomini, che agli occhi di questi ppoli semplici e religiosi, rappresentano l'autorit, la scienza e la saviezza. Uno re , che porta lo scettro, simblo della potenza materiale : con questo legno senza scorza e senza foglie , come dice Omero, il re Ulisse colpiva il dosso e le spalle del povero soldato Tersite. L 'altro il servo degli Dei, talvolta pi potente che il padrone-degli uomini. 11 re non pu colpire l ' indovino col suo. bastone, poh il vecchio tenderebbe le mani verso Dio, come fa in Omero domandandogli soccorso ed assistenza contro i potenti della terra. L 'indovino non ha in manp

L9 PIPO DI SOTOCLK.
n scettro n spada ; ma ha un* arma pi potente, di cui si serve per difndere dall* oltraggio i suoi bianchi capelli ; ha la preghiera. l se e 1*indovino poesedono ambidoe 1 * intelligenza e la sdem a; tutte due sono*indovinatoli 4 enigmij ma gli Dei non danno agli uomini), sieno re o sudditi, la conoscenza, delle cose se note a rari interraUie per un favore mo mentaneo, mentre l ' uomo degli Dei ha in ogni tempo, perch essa in lu i dal cielo. Gli Dei lo fecero cieco affinch egli restasse pi unito con essi d ie cogli uomini; eppure egli uomo pel suo corpo e pe suoi sensi, ha il senti mento dei dolori umani, e poich nel futuro prevede calamit per gli uomini., si tfrSam infelice d aver questa conoscenza. Posto sotto la mano del dio ohe gli sdoglie la lingua anche allorquando egli vuol tacere, Tiresia si lagna d d suo di vino servizio, e accetterebbe ignoranza in iscambio ddla sapienza, se fosse possibile che gli D d ritogliessero questo dono fatale a coloro cui 1 * hanno una Tolta largito. Il re e il sacerdote sono due grandi ligure di questo dramma, che infine assumeranno un carattere veramente divino, appena la calamit avr reso il tiranno un uomo santo quanto il sacerdote, e a noi non saia pi pos-. yKilt di separar 1' una dall' altra queste due teste sublimi, colpite di cecit dagli Dei. ' La scena fra il sacerdote e il re tiene veramente del biblico, tanto che si crederebbe tolta dal lib ro dei Re a cagione ddla sua magnifica semplicit. Poco d corre fra la leggenda greca e la leggenda ebraica. La Grecia era cune la Giudea, terra dei profeti erranti e ciechi; come nella Bibbia, il re fece venir l uomo di Dio per sapere da lui la verit, e 1' uomo di Dio non pu mentire, bench sappia che la verit dispiace alle orecchie dd re , e che una temerit p d deboli e p d vecchi pari suoi parlar male davanti a quello che ha lo scet tro , la spada, i soldati per eseguire la sua volont. Ma se questa volta esita a dir la verit, non gi che gli manchi il coraggio, non conoscendo egli per suo capo il padrone degli uomini, il re ; s bene perch non ama predire sven ture, e perch gli Dei lo resero il pi sciagurato degli uomini concedendogli la previdenza del futuro, senza togliergli il suo cuore umano :-il vecchio indor, vino ha il sentimento dei nostri dolori, prezzo a cui gli D d vendono la scienza agli uomini; quindi vedete con che sublime ripugnanza egli rifiuta di dire la verit. Il profeta terra la sua lingua incatenata, s^r immobile come la pietra, o per parlare come Edipo che lo ingiuria, metterebbe rabbia alle rupi: e il ti ranno, che la collera render stupido e sospettoso, non comprender questo silenzio pieno di compassione dell' uomo di Dio. * Riconducimi nella mia magione , gli dice il vecchio cieco. Ma un dio vuol eh egli resti, e questo. dio il Destino, ehe cangi il re di natura dolce e prudente in un tiranno .curioso, pertinace, vano, insolente, affinch afona d'oltraggiar il profeta, lo obblighi a dire quello eh' egli volea tacere. Ma il poeta depresse il monarca per sublimare il sacerdote. Lo spirito di Dio n d suo servo alle prese coll' intelligenza limitata e appassionata ndl' uomo, cio la calma impassibile del profeta sta davanti alle piccole ire delle teste coronate. La verit in me , dice l'indovino dd paganesimo: e cosi dicevano i profeti della Giudea. In fine le ingiurie dd tiranno, superano la longanimit d d sacerdote; lascia sfuggirsi la verit in quello stesso modo che, al dire degli antichi, sfuggiva *lla profetessa di Delfo quando il dio era- entrato in qesta debole .donna Qui pure come nella Bibbia il dio riempie lo spirito dd profeta d 'immagini e di poesia, che esce e sgorga a torrenti dalle sue labbra. Allora egli non predice p i , ma racconta d cbe vede,'d che intende, poich il vee-

L .EDIPO DI SOFOCLE.

263

cbjo cieco ha buon udito, e Tede a traverso le sue chiuse pupille meglio ehe il re co* suoi buoni occhi. Vede e^intende nel presente ci che gli altri uomini m u vedranno e non intenderanno che nel futuro ; vede errar pei monti e per le valli.un cieco mendicante, povero di ricco ch'egli era, curvo su d un ba stone , barcollante dopo d aver portato la testa cos alta, : i suoi figli lo chia mano fratello, sua moglie lo chiama figlio. L indovino intende qualcuno la gnarsi e gemere sul Citerane ; ed quest' uomo stesso: intende querelarsi e maledirsi i 6gli dello stesso padre; sono i figli di questo medesimo nomo: in tende i popoli della Grecia raccontare cose spaventevoli ; essi parlano di lui. H cieco fini di profetare, impone-alla sua guida ricondurlo al suo ostello, e ilcoro canta. AH maniera lirica e disordinata con cui questo comincia, si direbbe ehe lo spirito profetico di Tiresia si propag anche agli austeri vecchi di Tebe, ehe cotte maleitizioni loro perseguitano il colpevole, l'uom o ribelle alla legge che Tiresia pxeconiaua nell avvenire. Ma ben tosto quest* esaltazione si calma, ponen dosi.! veecjii a riflettere sulla verit delle predizioni e delle profezie. Scasa dubbio vi sono uomini pi o meno sperimentati, ma nessuno ha la sciensa as soluta la ecienaa di Giove e di Apollo; perci il coro non vuol ravvisare un carnefice in colui che obblig la Sfinge giovane alata a confessare la sua seienpa,' tanto pi che Edipo figlio di Polibo e non figlio di lajo. Noi erodiamo pie gare ad unaperipezia; ma l indovino fu trattato dimpostore, cacciato, come i profti di Gerusalemme erano cacciati dai . Chi castigher dunque questo despoto eUeroeo, che maltratt in tal guisa il vecchio servo dApoUo? Edipo medesimo, he gli 'Pei incaricarono d essere proprio accusatore e punitorel Creonte fratello di Giocasta viene a giustificarsi davanti al popolo, a pendo che il re l accusa d'intelligenza coll'indoj ino Tiresia per trargli la co rona d i capo. La sua difesa piena di nobilt e dignit. Il coro, fedele allo spirito di pace e di riconciliazione, scusa quanto pu Edipo. Creonte si dirige male ad esso per avere spiegazioni, poich il popolo non penetra nelle azioni dei potenti, poco si appassiona, accontentandosi di dire umilmente et ehe g li par bene. In conseguenza rimanda Creonte ad Edipo, il quale arriva m quel1 istante, e noi abbiamo ancora un diverbio : la sovranit lehana si fa sempre pi piccola a misura che procede 1' asione del dramma. Edipo non pi che 1 usurpatore inquieto d un piccolo Stato, che vede dappertutto cospiratori e ladri di regni. Creonteriesce superiore perch padrone di s stesso, mentre contrasta .con un nomo appassionato. La sua difesa un vero tipo.di giustificasiene, all usanza dei principi del sangue, esposti in grazia della loro qua lit 4 'eredi presuntivi, accusati di non aspettare la riversibilit naturale del trono. Cos il coro confessa eh egli ha parlato saviamente, e Edipo conclude che ha -meritato la morte. Creonte non si appaga a questa sentenza, preten dendo, come discendente dell antica famiglia dei re tebani, di non esser ob bligato ad eseguire tutte le volont di questo re d 'elezione. La disputa si ri scalda, e finisce come ogni querela tra il superiore e il dipendente, tra il forte e il debole; il forte ricorre alla violenza, il tiranno leva il bastone e sta per colpire Creonte : ma giunge improvvisa Giocasta., ehe rimprovera al marito e al firaleUo li sconvenienza di queste querele di famiglia in mezzo alle pql>hliehe sciagure. Creonte prende la sorella a testimonio delle viokaie diXdipo, e Edipo .persiste, nelle sue brutali accuse ; ma vi si frammettono Giocasta e il coro. Tutto il dramma si anima per un momento delle piccole passioni umane, il disordine nella casa, i popoli soffrono, i re si lagnano. Chi rimetter dun-

L'EDIPO DI SOFOCLE:
que la pacet la religione, l appella agli Dei per mezzo del giuramento. Chi protegger il suddito-contro il monarca? il giuramento. Creonte invoca la giu stizia degl* inferni sulla sua testa quando abbia prevaricato ; e il tiranno cede alla maestk degli Dei. Il coro 1 * invita a rispettare colui che si fece grande, santo eoi giuramento; e Edipo perdona. Il re rimane con Giocasta, e la sua collera fc sbollita. Questa 1' ultima volta che maligne passioni di re troveranno posto in quel cuore , che tutti i do lori umani insieme stanno per riempire. La grande e terribile indagine prose guir in meno d ' un terrore crescente : nulladimeno vi sar per questi due esseri maledetti dagli Dei, e spinti a conoscersi 1 un F altro, fuggitivi istapti di quiete morale, in cui vorrebbero stordirsi nella loro alta fortuna. Dapprima la forra morale sar in apparenza dal lato della donna, ma questa fona sar pro dotta dalla sua friv o le , Giocasta credendosi padrona dell anima atterrita d*Edipo : e difatti Edipo, uomo del destino, favorir quest' opinione, poich, avendo egli la sete d* investigare, malattia degl'indovini d 'enigmi, Giocasta si befffer degli oracoli, e consiglier al marito di fare altrettanto : cosi questa donna leggici?. di spirito costo, di futili ragini, trascinata, senza saperlo, a sve gliare le spaventose congetture d 'Edipo- Donde il contrasto d 'Edipo con Creonte? dall* uccisione di Lajo. Chi parla di queste cose? Creonte. Da chi le sa egli? da Tiresia. Che cosa ha detto Tiresia? che l uccisore era Edi po. Giocasta, la cui lingua evidentemente mossa da Dio, racconta con indifferenza e leggerezza che fa fremere, come Lajo deluse l ' oracolo di Apollo esponendo il suo figlio sul Citerne, e come lo stesso lajo fu uc ciso da masnadieri al crocicchio delle tre vie; tutto questo per provare che gl* indovini e le altre persone di tal mestiere sono impostori. Ella troppo sciolta ed irreligiosa- per donna, ma essa parla dei ministri d'Apollo e non dd dio in persona, e ha cura di farlo sapere. Ma un angolo del velo levato; questa.parola tre vie scosse l'anima d 'Edipo ; essa la mano di ferro del dio cieco che stringe il povero re ; la potente mano di Minerva che acciuffa Achille obbligandolo a rimetter la spada nel fodero. Giove, che vuoi tu fare di me? grida 1' infelice Edipo; e come se il dio gli gridasse Cerea, cerca, fa mille interrogazioni a Giocasta, ascolta, pensa , si ricorda, prevede, quasi per una azione unica del suo intendi mento, di guisa che questo indovinatore d' enigmi non indovin mai s presto. Che legge egli dunque di si spaventoso nel passato ? e qual cosa di cos strano passa sul suo viso, che Giocasta ha gi paura in guardarlo ? Edipo vede ora nel passato come il vecchio Tuesia nell' avvenire, vede le tre vie di Giocasta che sono le sue, il Lajo di Giocasta che il suo, i cinque compagni di viaggio, 1' araldo, il carro unico ; vede tutto ci che egli ha veduto, e manda uno di quei gridi che niuno potr mai tradurre : Ahi/ ahi I palese tutto g& : Ai ! < fioccavi}.

Il dramma fe dunque finito? Niente pi che dopo le profezie di Tiresia. Edipo ha intraveduto il passato, deve vederlo, toccarlo di sua mano, sentirlo ; deve, in virt delle ferree leggi del dramma, passare per tutte le angosce di questa sciagurata indagine, cominciare il suo supplizio colla prova morale, e terminarlo colla prova materiale. Ripetiamolo, il dio Destino h una perfida divi nit che non uccide ad un tratto, ma fa spasimare. L 'intrepido indagatore si rimette all' opera. Al tempo dell* uccisione di Lajo uno dei Servi di questo principe era sfuggito solo aU imboscata. Edipo do

L EDiPO

di

SOFOCLE.

265

manda segli trovasi nel palazzo, e di farlo venire quand egli vi sa. Ma Giocasta gli dice che quest* uomo non volle rimaner a -Tebe dopo la morte del suo padrne, e lo supplic toccando la sua mano di mandarlo ai campi custode delle greggi, affine, dicfeva egli, d essere il pi lontano da questa citt ; sublime discrezione, che non avrebbe avuta un cortigiano. Aspettando che venga quest1uomo, Edipo narra a Giocasta la sua avventura delle tre vie , con tutta la semplicit e schiet tezza della leggenda : A me fu padre Polibo di Corinto, e genitrice Merope doriepse; e l tenuto Sempre il primo in onor fra* cittadini Io mi vivea, fin che m'.avvenne caso, . Di stupor , s i, ma del dolor eh* io n ebbi In ver non degno. Un d taluno a desco , Fra *1 vuotar- delle tazze, e gi briaco, Me figlio osa chiamar furtivamente Sopp'osto al padre. Io , ben che d 'ira acceso, Tutto quel giorno a forza mi contenni: Nell altro al padre ed alla madre innanzi Lo querelai.' Spiacque 1' oltraggio ad essi, E corruccirsi a chi * 1 proferse ; ed io Del lor disdegno, io s godea, ma 1' onta Pur sempre mi pungea, che troppo addentro M era trascorsa. Ascosamente quindi Da' genitori miei parto, e di Delfo All* oracolo vo. Ma di risposta Non degn Febo la domanda mia. Altre bens vaticinommi atroci Miserande vicende : esser destino Mescermi con la madre, ed una in luce Indi produrre intolleranda prole ; E eh' lo sarei l ' ucciditor del padre Che g e n e T o m m i. Udito ci, la via Dagli astri argomentando, a fuggir presi Da Corinto lontan dove giammai Non vedessi per me gli obbrobriosi Rei presagi avverarsi. E camminando Vengo a que' luoghi ove caduto estinto Questo re mi dicesti. Il vero, o donna, T i narro. Appena io posi il pi su quello Di tre strade crocicchio, ecco, un araldo, E un uom qual me 1 pingesti, n cocchio equestre Fermisi incontro; e dalla via*!'auriga E il vecchio ei stesso mi volean di forza Sbalzar gi. Disdegnato io '1 guidatore Percuoto: il vecchio, ch vicin mi vede, M 'apposta, e vibra a mezzo il capo un colpo Con una sfrza di due punte armata. Ma pena egual non ne pag : percosso Subitamente di robusta mazza

266

L* EDIPO DI SOFOCLE.

Con questa man, gi resupin travcflvesi Dal.cocchio a terra, e gli altri tutti uccido. Or fj e quella stranier fsse con Lajo Sola nna co n , oh chi di me pi misero? Qual uom potrebbe esser pi in ire ai Numi D im e? E nnlladimeno non teme ancora dessere uccisore di Lajo. Quest uomo che sta per riconoscersi assassino di suo padre e marito della madre sua, si stima gi il pi sventurato degli uomini se non ha latto che contaminare il talamo dynp straniero eh* egli ha ucciso. Ma forse egli non ha commesso neppur questo delitto. Secondo il rac conto del mandriano, conosciuto da tutta fa citt, il Lajo di Giocasta fu ucciso da molti masnadieri, quello di Edipo da un solo s inoltre Lajo doveva perire per mano di suo figlio; ora Giocasta prevenne il parricidio, fa cendo morire questo bambino. * Ridiamoci dunque delle profezie , dice questa donna prontamente riavutasi de suoi timori. Ella crede dominar ancora Edipo, ma invece governata da Edipo essa medesima, giacche questi, arso da [una paura irritata dalla curiosit, ritorna sulle proprie pedate con tutta l insistenza d un cane di Lacinia. Vuol vede questo pastore: Fallo ve nire ( die egli a Giocasta ), manda a cercarlo, non mancare I Edipo soffoca in questa penosa atmosfera di predizioni sinistre e memorie d assassinio, n ha che i dolori dell* incertezza ; al contrario di questa donna leggiera, che ne ha tutta la spensierataggine, e che ai compiace del quarto d* ora di grazia che il dio Destino le lasci : Edipo vuol precorrere alla propria sorte. lo non conosco nulla di pi eloquente n di pi tempestivo delle parole che fa intendere il coro dopo questa terribile scena. Domanda agli Dei la grazia di conservar sempre l amore di quelle leggi discese dal cielo, figlie degli Dei e non dell* uomo, che non possono n dormir n vegliare . Test cer cava di rassicurare ancora Edipo, stimolandole con un parlar commovente a non disperare almeno fin all arrivo del pastore ; test si stringeva attorno al suo re, facendo propria la causa d Edipo, e ringraziandolo dei servigi ch egli aveva resi a Tebe: ma dopo le ultime parole ch egli intese, si tprb; cessa subitamente di prendervi parte per timore d interessarsi ad uno che potrebbe esser riprovato dagli Dei; si ravvolge nel suo maestoso ca rattere di giudice disinteressato, e per un sentimento naturale agli uo mini di buona coscienza, ia vigilia d* una catastrofe cbe sta per vendicare qualche violazione delle leggi eterne, fa voto di restar sempre in queste leggi, e di conservare la santit delle parole e dei costumi. E in vero, qual pr torne rebbe a lui dal condurre danze solenni in onore degli Dei quando il vizio fosse Onorato come la virt? Non vi che l alta poesia di questo canto, la quale sia pi ammirabile che la sua convenienza. Non vi vedete voi un poco di quella piet mista di qualche egoismo, che ci spinge a segnarci quando ascoltiamo un vicino bestemmiare ; e anche nn poco di quel bisogno pi nobile, che provano le anime oneste di rendersi giustizia all* appressar d* una sciagura che sta per colpire i malvagi? Lo ripeto, non v*ha parole pi belle n pi re ligiose, neppure nei poeti ebraici, di cui fu detto che gli angeli doveauo can tare i cantici davanti la faccia velata dell* Eterno. Giocsta ricompare' colla testa adorna di ghirlande, recandosi ad Implo rare Apollo nel suo tempio E lla, che si dianzi burlata degli oracoli, eccola ora presa dun subito terror panico religioso, e correre agli Aitati. Noi temiamo

l / DiPO DI SOFOCLE.

267

tutti (essa dice), guardammo Edipo costernato come il piloto d' un naviglio in pericolo t

Q$ vvv , *
Katvov *. I quali due vessi dipingono mirabilmente l desolazione della casa't tera*, e quella mancanza di fede nell avvenire che s* impossessa delle fami glie quando la forca non viene pi donde eli4era solita venire, dall* uomo. Questo povero spirito di donna, ora cos depresso, lo vediamo rialzarsi ancora: ella si rder per anco degli oracoli, subito che il dio bestino co? minciera 1*espiazione da essa, quando sar venula l'o ra di lavare la citt di Cadmo dalle grandi sue sozzure. Ma Giocasta piccolissimo personaggio a fronte d* Edipo, uomo del destino; quindi scomparir jensa rumore, come l ' attore ehe esce di scena quando la sua parte finita. Terra detto agli spettatori eh* ella si fe appiccata, e questo basta per la pietk umana : ma non sar con cesso che al cieco dei Citerone d' ottenere colla piet degli uomini la piet degli Dei. Al momento in cui Giocasta s ' avanza a pregare Apollo j soprarriva n ~ inviato di Corinto che annunzia la morte di Polibo ; e allora, addio la divo zione e gli oracoli, addio il timore del parricidio. Cbe dico? ecco Giocasta e Edipo rivestiti d 'una seconda sovranit. Le gioje s facili e s tosto fugaci di qaesta sventurata regina ci fanno fremere. Giunge Edipo, che pu ancora no minare Giocasta ssa moglie ; e nulla pii* commovente Che questo verso tutto omerico con cui la saluta: Oh carotapo della mia sposa Giocasta ! fi yvvotti t Ben presto egli non potr pi n riverirla n maledirla. Interroga egli stesso l'in viato , e allora questo dramma cos grave e severo assume tutto il tono sem plice della conversazione. E trulladimeno non si tratt mai d'affari pi im portanti, ne mai, per parlare nel senso dell'idea madre del dramma, le regie maest dlia terra non furono pi compiutamente -abbandonate al disprezzo e alla * derisione degli Dei. Ecco il secreto di Sofocle e di tutti gli uomini di genio, presso i quali i mezi non sono mai tanto semplici eome quando ta per esser pi grande l ' effetto. Edipo domanda aU* inviato se Polibo suo padre sia finito di morte vio lenta o di morte naturale : e il nunzio risponde, che mor come muoiono i vecchi, m di quella piccola declinazione che addormenta per sempre i vecchi coTpi i. I grandi poeti (dice Chateaabriand) parlano meravigliosamente delia morte , ci nel modo pi semplice, come si vede in questo verso delizioso, lipoeta che scriveva queste cose, dovea morir pure di questa dolce declinazione dei vecchi. J La nuova della morte di Polibo fece di Edipo un altr* uomo. Egli pure perde ad un tratto il rispetto per gli Dei, si ride degli altari, degli oracoli, dei canti degli uccelli : irreligione perdonabilissima a chi crede aver evitato Un parricidio ! Giocaste va pi innanzi che suo marito : - Sciocchezza la preveg gente del futuro I quanto meglio il vivere alla spensierata come meglio si p u o i* Gli Dei hanno travolta la testa alle due maest reali; ma la vertigine non durer che un momento. Il re Edipo come I' uomo che gli Dei toccarono col fulmine ; n guarir' giammai. Sment l ' oracolo sul parricidio: ma Pincesto, n a Merope sua madre che vive ancora.... 11 musio nota quest* tdtinyi pa rola di Edipo; Merope non sua madie, non Polibo suo padre; l ' oracolo

268

L EDIPO DI SOFOCLE.

accelera, il misterioso figlio del CiteTone dai piedi gonfiati si palesa. ncora un oscura testimonianze, e tutto sar compiuto. Non ender p ia innanzi, sciagurato , grida la vera madre di Edipo, che ha gi tutto compreso. Una parola ha mostrato e lei in che gli Dei l'hanno mutata, e che cosa vogliano da essa ; onde g T id a a JEdipo che sordo, e che non vede nel mi stero del Citerone ' se non una miserabile quistione di paternit e di figlino lan a : . ^ , , ^* yec , d .& * : A * f ahi ! sventurato ! ecco tutto ci eh' io posso adirti, e ti dir per 1' ul tima volta ; poi si dilegua. Il coro non sa a che attribuire la disperazione di Giocasta, pure crede indovinare che sia venuto il. tempo delle rivelazioni, poich il silenzio di essa durante il colloquio d 'Edipo e dell' invieto avea qualche cosa di troppo' significante. Il coro ne deduce cattivo augurio. Edipo per non comprese le ultime parole .di Giocasta t e dando loro un diverso significato, si crede sprezzato de questa donna, come superiore a lui per nascite. N per questo vuol riconoscersi ; enzi ci mette delle venit questo figlio delle fortune, trovatello 'delle montagna, che i mesi, suoi parenti com'egli li chiama, fecero grande da piccolo eh' egli era. Edipo h$ l'orgoglio di un re che guadagn il suo regno. Del resto dimentica le predizioni di parricidio cos tristemente risvegliate, giacche curiosit e non peure lo stimola a scan dagliare il mistero della sua nescite. Ancore un' ultima peripezie I Chi dun que codesto Edipo T forse il perto di quelche figlia d Apollo, sorpresa dal dio Pane, o di Mercurio e d' une ninfe dell* Elicona ? Citerone, Citerone, dimmi chi la madre del mio re, affinch noi la celebriamo nei nostri canti ; cosi il coro, il cui cantico ripieno d' une poesie deliziosa e ricca di spe ranza, che il poeta getta nel suo lugubre carme. Vien condotto il vecchio Forba, e questa volta il grandeproblema sar sciolto. Edip confronta il pastore e l'in viato, che de lungo tempo non si erano veduti perci le memorie del vecchio Forbe non sa risovveniTsene, ma 1' inviato precisa il tempo, i luoghi, e mostra in Edipo il. figlio eh' egli la ricevuto, da Forba. Allora il vecchio servo di- Lajo, quel desso che non volea pi rivedere la case del suo pedrone dappoich vi erano succedute si strene cose, rompe in un moto sublime di collere, e svillaneggia il messaggiero: Vanne, sciagurato, non tacerai tu T li re di Tebe che non comjprende lo sdegno del vecchio, monta egli pure in furia , e minaccia Forba come mi nacci l ' indovino. Allora il vecchio non si difende pi ; il re Edipo conosce se stesso! Ascoltate piuttosto lui medesimo : , to *toc tgijxot * fi (, * 0 < , . * ' , Jci . Ahi ! ahi! gi tutto manifesto. O luce del cielo, ti veggo per 1' ultima volta ; poich io son nato da quelli, da cui non dovea mai esser nato ; son marito di colei, di cui non dovrei esserio ; ho ucciso chi non avrei dovuto uccidere . Edipo comp il suo destino; e il figlio della soffrente umanit, 1 uomo nostro fratello- ci di nuovo restituito. Alla religione subentra 1' urna nit; alla verit religiosa d 'u n tempo subentra le verit di tutti i tempi. Il pio Sofocle abbandone le azioni al destino, il filosofo Sofocle lascia all' uomo la sua moralit, rendendogli i suoi titoli in premio delle sue sciagure. La religione

L ' EDIPO DI SOFOCLE.

269

iqedesima, migliore della fatalit, s*appresta a rialzare c|ii fu dalla fatalit de* presso. Essa imprimer sul volto del cieco Un aspetto di santit e d* inviolabi lit , perch lo garantisca'da tutti gli oltraggi. Gli Dei che lo colpirono si sov verranno di lu i, e niuno porter, la mano su questa stromento, infranto ma consacrato dalle loro volont, sino a che essi abbiano richiamato a s il mendi cante del borgo di Colono. Che resta ora al coro dopo tanta catastrofe? piangere sulluomo, sul nulla delle sue grandezze, sulla follia delle sue gioje; piangere su Edipo, re favorito, uomo che vinse la eatUatriee d enigm i, piangere su quei delitti deplorbili, che il .tempo onniveggente ha finalmente svelati. Ah ! il lamento di tutti i tempi, di tutti gli uomini; il coro eterno dell'umanit, che i glandi poeti ham*o la missione d* intendere e di ripetere continuamente, e il cui tristo ritornello Io non credo alla felicit d 'alcun umo (& * ... ) non canger giammai. Qui il poeta contrasta col dogma e colla stia legge di ferro, riprendendo tutte le sue umane simpatie. Ormai invocher sulla testa d* Edipo sciagurato tutti i tesori della piet ; domander per lui pianti, come il fanciullo che ci vien rappresentato conducente il cieco Omero per le citt e pei borghi della Grecia, e chiedente agli uomini un tozzo ed un giaciglio per il povero poeta. Un messaggiere interrompe i lamenti del coro, per raccontare quello che non veniva presentato sul teatro d Atene, giacch ivi non si soffrivano, come noto, molte ose, cui noi abbiamo in appresso avvezzata la nostra delicatezza. Ivi non era l usanza n d appiccarsi n di scannarsi in faccia al pbblico. Eschilo alla rappresentazione de suoi Persiani non fa combattere attori sul teatro per dare vai* idea in piccolo di Maratona .e di Salamina a quelli che non v erano stati, per vedere come si fosser comportati i guerrieri di Grecia;, ma s accontent di farlo raccontare ad un Nunzio. Leggete per nella lingua del soldato poeta questi bei racconti, e voi avrete un idea dei battimani e dei battipiedi di quegli uomini d* immaginazione e di cuore, che credevano intendere nei bei suoni della loro lingua le grida di guerra e lo strepito delle armature. Il nunzio si rivolge al coro narrando la morte di Giocasta. Orribili grida interrompono il suo racconto; Edipo che domanda gli sieno schiuse le porte, perch vuol mostrare a suoi popoli il parricida e lin cestuoso , a cui essi aveano dato lo scettro di re com al pi savio e al pi sa piente. Oggi il pastore de popoli ha bisogno d una guida per recarsi, come di ceva il vecchio servitore di Lajo, il pi lontano possibile da Tebe , poich egli sta jjer cominciare e proseguire fin alla morte i suoi lunghi viaggi di men dico pe monti e per le valli della Grecia, affinch i popoli abbiano a ricor darsi per lungo tempo del re cieco e della giovinetta, n poeta che ascolta quello che si dice dapertutto, raccoglier queste commoventi tradizioni, e noi avremo 1 Edipo a Colono. Unesclamazione del coro annunzia l apparire di questa faccia reale, si cru delmente disoorata dagli Dei, secondo l espressione di Pindaro; n il coro pu fissarlo, tanto preso d orrore. Infatti figuriamoci l effetto di questa scena sul popolo ateniese: i gemiti di Edipo che si ascoltano al di fuori; poi il cieco che entra con passo avviluppato e nulladimeno precipitoso sulla scena, dvegli nulla vede, nulla 4ente; e questo coro che rifugge all aspetto d un uomo sformato, e che si vela gli occhi per non vederlo. Non mai teatro d* al cuna nazione parl cosi vivamente all'anima e ai sensi con mezzi pi sem plici e meno contrarj al gusto. Aggiungete a tutto questo l ' emozione che do-

270

t ' BDIPO DI SOFOCLE.

f a s cagionare le prine parole di Edipo; lunghi e intraducibili gridi di dolose, ohe preoedono le sue parole articolate ; Ai, a i , a i , a i , peu * iwr{ y * noZ y i *., * /mot f Ooyye yofocifav; i /, IV ^ Ahi ! ahi! sono 1 * uomo della sciagura; dove vo? qual vece colpi k ttifl orecchie? O fortuna, che sei diventata? r I vpoehi del coro gli domandano come abbia potuto sformerei cosi otri damante, e qual dio ve labbia obbligato ; e 1* uomo del destino che ora* sii ri conosce , risponde: Apollo, Apollo, miei amici ; ha cagionato tetti i n d i miei . Egli, nomina il dio, ina senza insultarlo. E che gli gioverebbe l in sulto? Apollo lo rimanderebbe l dove non giungono, come dice il poeta, ne I* oltraggio, n la preghiera de* mortali, in quell alta- regione dell* Olimpo ove aiuta un do sena'occhi, sena1 orecchie e senza cuore. Gli domandate perche siasi egli strappati gli occhi? Risponde: Con quali occhi io potrei, scendendo a Dite Mirar nel volta il padre mio, la misera Madie, ambo i quali io s tsattai, che.un laccio Ne saria lieve pena ? O de* miei figli Forse che grata esser mi dee la vista, Nati come son essi? Agli occhi miei No, n questa citt, n la sua rcca, le mirar pi potea, n i n e ri segni Degli Dei j tutte coso, ond' io , che ia Tebe Era l*uom pi felice, io sciagurato Privai me ftesso, a1cittadini tutti Imponendo cacciar 1 *empio che imputo del sangue di Lajo han mostro i Numi. Or che in me si rea macchia ho discoperta, Potea questi mirar con fermo sguardo? No, no. Sfrdell udito anco la fonte Fosse mod a turar, non mi terrei Che ia me quella pur anco non. chiudessi, Per veder nulla e nulla udir ; ch privo Di tutti sensi esser ne mali dolce. Oh Citeron, perch mi raccoglievi? O raccolto, perch subitamente Non m uccidesti, s eh* io non mostrassi Alle genti giammai dode fui nato? Oh Polibo, oh Corinto, oh patrie case (Patrie credute un d), qual me nudriste Belio involucro di sozzure occulte 1 Ecco, malvagio or mi rinvengo, e prole D altri malvagi. Oh trivio, oh cupa valle, Oh bosco, oh angusta via, che di mio padre Beveste un di per le mie mani il sangue, Serbate ancor di me. memoria? Oh quali lo commisi, appo voi colpevol opre,

L' EDIPO DI. SOFOCLE.

871

Quali poi, qua venuto! Oh nozze, noe, Me generaste, e il generato seme Riproduceste, e mostro al mondo ave! D Qn sangue sol padre, fratelli e figli-, E mogli e madri e quanto in smma atmondo V* ha di pi I Ma poi che udir non lice Quel che far non bello, ah pec gli Dei, Me via d qua, me tosto nascondete, O m 'uccidete, o dentro al mar gittatemi, Si che neapun mai pi mi vegga. V ebbero mai dolori pi strazianti? Ora badate alla maniera differente onde le due grandi vittime del dramma, Edipo e Giocasta, compiono il loro destino. Ciascuno di essi comprese t o s t o e per non so quale spaventosa sagacit, il modo d 'espiazione voluto dagli Dei ; Giocasta si appicc, Edipo si strapp gli occhi. In qual altra espiazione la donna avrebbe conservata la dignit che rimane ad Edipo cieco e mendicante? qual iqutilazione, quali patimenti volon tari avrebbero allontanato da lei l ' oirore, il disgusto , e s o v t * essa chiamato la dolce piet? qual casa si sarebbe aperta a questa creatura contaminata? Giocasta deve dunqne morire, poich non vi ha per essa espiazione fuorch la morte. Ma l ' uomo che andr, per le citt e per le campagne tendendo al passeggiero la mano che port lo scettro, e mostrando sul suo viso sfornato come abbia egli saputo punirsi delle sue contaminazioni; uomo che invecchier nella miseria e nella solitudine,, dopo essere stato ricco e circondato da. tatto un popolo; ch non avr altro se non lamenti dopo aver avuto la scienza e il potere; un tal uomo sar sempre oggetto di dolce piet e non di nausea, n vi sar cosa alcuna che possa indebolire in lui 1* autorit dei precetti che i popoli devono trarre dalle sue sciagure. Per questo, Edipo dovette sopravivere alla catastrofe; lo dovette per la religione, che avea bisogno della sua. vita onde consumare fino all* estremo uno de' pi reconditi misteri; lo dovette anche per la notale e per la poesia, che abbisognavano de* patimenti della sua vecchiaia errante e desolata, deHe sue amare rimembranze della patria e della vita passata sul trono, della piet di sua figlia che ne calmava i dolori,, e a nome di Giove invocava per lui 1 *ospi talit; lo dovette,per 1 * arte, mediante la quale, con alta lezione di filosofia, egli ci procur le pi nobili e pi feconde emozioni che possono scuotere il cuor dell'uomo. Il coro non vuol disporre della vita t della libert di Edipo , pensando che deva decidere di essa il solo Creonte, verso cui Edipo si accusa d 'essere stato troppo ingiusto. Sopraggiunge Creonte, e per un sentimento di dignit na turale ordina che Edipo venga portato nell' interno del palano; poich, die'egli vedere e udire i mali de congiunti, sol de* congiunti dia piet a aspetta . Edipo non sperava trovar piet nell* uomo offeso da lui quand* egli era re e signore; ma non sa che la maest della sua sciagura lo garantisce dall* oltraggio e dal piccoli rancori degli 'uomini. Poich, come diceva il. messaggiero knnunziando al coro l'apparizione del grande oltraggiatore degli Di, spettacolo ve drai da porre piet in petto a chi pi odia. Edipo si rassicura vedendo che gii' uomini sono migliori di lu i, n vuol ,abbandonare il governo della famiglia prima daver fitto conoscere le sue ul time volont. Morto politicamente, egli, re trovasi sotto i clpi delle due giu stizie divina ed umana, onde parla cl linguaggio dei moribondi : Or io ci t* accomando, e te ne prego :

272

L EDIPO DI SOFOCLE.
A quella che l dentro estinta giace, Poni tomba a tuo grado ; opra dovuta A*consanguinei tuoi. Di me, non.sia Che tenermi pi voglia entro sue mura Questa patria citt. Lascia eh* io stanca Abbia 'ne* monti l dov* quel mio Citerone che un d la mpdie e il padre A me vivo assegnar proprio sepolcro , S eh* io muoja col dov* essi morto Voleanmi. So che non mprbo., non altro Naturai caso mi torr di vita'; Poi che allor che gi presso era di morte, Non mai salto scampato io ne sarei. Che por serbarmi a pi terribil fine: Or1ben, mia sorte, ove andar vuol, ne-vada. I miei figli.. de* maschi alcuna cura, Creonte, non ti dar : uomini sono; Quindi inopia di vitto in qual sia loco Nonavran mai: ma quelle due meschine, Quelle misere due mie giovinette, Da cui la mensa a me non si apponea Mai disgiunta, ma sempre dogni cibo, Di eh* io gustassi, avean con me lor parte, Tu di quelle abbi cura. Ah 1 mi concedi ' Ch* io con-mie man le tocchi, e con lor pianga . I nostri guaj. Su via, signor, su via,. O prence illustre ! A me parr, toccandole, tenerle, Tenerle ancor come quando io vedea.... Ma deh che dico ? Non sento io forse, aH per gli Dei! non sento Le mie dilette piangere I Pietoso Di me forse Creonte or qui mandommi Quelle mie tra* miei figli a me pi care ? II ver diss* io I Creonte. 11 ver dicesti Io presumendo il tuo Desiderio amoroso, a te le addussi. Edipo. Sii felice, e per merlo abbia un iddio Cura di. te pi che di me no n ebbe I Ove ove siete, o figlie mie TQui, qui, Venite a queste fraterne mie mani Che cos sfrattar gli occhi gi fulgidi Del vostro genitor, di me che, ignaro Di tutto appien, padre di voi divenni Nel grembo, o figlie, ove concetto io fui. Piango in pensar veder no * 1 posso il resto Di quella che v* duopo amara vita Viver poi fra le genti. A quali andrete Popolari adunarne, a qual festiva Pompa, dond tornarne al tetto vostro

i / EDIPO DI SOFOCLE.

273

Non dobbiate piangenti, anzi che in volto Liete e contente? Ed a stagion di nozze Venule poi, chi, chi sar cbe ardisca Tali obbrobrj contratre, onte funeste A* vostri insieme e a* genitori miei ? Qual qui manca ignominia? Il padre vostro Di morte al proprio padre ; ar quel campo, In eh* ei fu seminato, e voi di quella Gener, da cui nato era egli stesso. Queste infamie apporranvi; e -chi marito Vorr farsi di voi? Nessuno, o figlie, Nessuno; e forza vi sar digiune Di nozze, e sole consumar la vita...... Bastano queste emozioni strazianti ; la piet non and mai pi oltre. Se fra tutte queste lagrime pu aver luogo alcuna lezione di sapienza, non sar se non a riguardo di queste ultime parole dei vecchi di Tebe alla vista 4i tanta grandezza, seguita da tanti mali : ' . . . . Uqrpo alcuno predicar felice Pria di quel d non lice, Ch'abbia, di tutti acerbi,casi immune, Della vita il cammin tutto compiuto. Certamente non si potea che piangere o parlare come il coro ; ma io son sicuro che in Atene era maggiore il numero di quelli che piangevano che non di quelli che ne traevano la morale. Nondimeno la morale avea la sua parte dopo le lagrime.

CAN1. Storia della Lett. Ialina.

m
CAPO X.

Pronta decade la letteratura latina. Et dargento. Filosofi. Scienziati.

La letteratura romana pu considerarsi come una fasi della greca. Ma nei Greci si trovavano in armonia il senti mento deir ordine generale qual base della moralit, e il sen timento della libert personale, non ancora essendosi manife stata opposizione fra la legge politica e la legge morale, sicch ciascuno cercava la propria utilit nel trionfo dell' in teresse generale. In questo istante dell umanit, fu prdotta nel suo pi splendido fiore la bellezza sotto la forma dell* in dividualit plastica; gli Dei si foggiarono in armonia colle idee cbe rappresentavano, laonde la greca fu la religione deir ar te; la poesia che ha per oggetto impero indefinito dello spi rito, raggiunse il perfetto equilibrio fra immaginativa e la ragione; la civilt profitt di tutti i passi precedenti, unifi candoli e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo pi elevato. 1 Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura, dell imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura della eleganza; sarebbe parso un sacrilegio il parlar altro che latino dal tribunale e dalla ringhiera; Tibe rio cancella una parola greca scappata in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non sa il latino; ma nella conversazione si parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia; si careggia ram ante coi titoli di , : greci sono i maestri, n i filosofi di quella lingua sj varrebbero mai della. latina, anzi non la imparano: e Plutarco, che tanto n' aveva bisogno per

IMITAZIONE DEI GREGI.

275

iscrivere le sue vite, ben tardi cominci a leggere qualche scritto romano, comprendendolo piuttosto a senso, che lette ralmente. Cicerone affetta di non capire la bellezza delle sta tue greche, d*ignorare i nomi de loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce i greci filosofi. Se fosse prevalsa Etruria, Italia avrebbe serbato and poesia originale, con forma e lingua proprie; Roma inveee dal bel principio sacconci allf imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne arte che sulla reli gione era fondata. Ma la religione fra i Greci era culto-e dog m a, ai Romani era favola e convenzione, e tale si mostra in tutta la loro poesia. La teorica di Eveemero che supponeva gli Dei uomini vissuti realmente, e per benemerenza onorati di culto, avea tolto all Olimpo ogni idea sovranattirale: i miti ereditati dagli Aborigeni o dai Greci non furono svolti in una civilt tutta legale, in una lingua severa e aliena dalle astrazioni, sicch il culto si ridusse a precetti, a un legame (re-ligia). Questa mancanza della virt generatrice dei miti) come Mommsen la chiama, isteril anche l arte e tolse 1*ori ginalit. Chi potrebbe mai credere che Virgilio, Orazio, Ovi dio prestassero fede a quei numi, che adopravano per mac china ed ornamento? n mai dalla lira latina usc un inno ove apparisse, non dir la divota ispirazione ebraica, ma n tampoco la convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel cuore^ non era ascol tato dal popolo, preoccupato da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, n in ci poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i pi squisiti esemplari. Questi esemplari sfoglia giorno e notte, raccoman dasi ai giovani di buone speranze; non gi meditare sopra s stessi, sulla natura, sul mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori di maestri, per averne scelto ii meglio-a guisa d ap e*, e tradotte le Muse di quelli * favel* Vos exem plaria. grceca

Nocturna versate manti, versate diurna ....... Apis Mulinai more mdoque. QuASlO.

*76

IMITAZIONE DEI GRECI.

lare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra qoel loro continuo assicurarsi dell* immortalit, e dassociare il proprio nome all eternit della romana fortuna \ N trattavasi soltanto dell imitazione, naturale a chi, venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere quel che v ha di proprio nello spirito, nella lingua, nella tradi zione, nel pensar nazionale8; ma seguitavano pedestri le forme artistiche, particolari di quella gente; per conseguenza non riuscivano coir artifizio a raggiungere l altezza, cui soltanto colla naturale vivacit dell* ingegno si perviene. Si poco quel bisogno artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti pi nobili e pi profondi, dal quale creata e conservata una letteratura, fu sentito da Romani. Sproveduti dello slancio ideale, dell intuizione calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci ; interamente subordi nato l'elemento religioso al politico; di rado seppero il sem plice ed il naturale elevare all idealit; e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso d idee, che co stituisce il declamatorio. La poesia romana non differ dalla
* Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, si tengono sicuri di una fama non pi peritura. Fedro , nel prologo del lik. Ili, dice: . . . . Si leges, loclabor : sin aittem m iiuts, Habebunt certe quo se obleetent posteri.... Ergo hinc abesto, livor ; ne fru stra gemas, Quoniam solemnis mihi debetur gloria. E nell* epilogo del lib. IV : P articulo, chartis nomen victurum m eis, Latinis dum manebit pretium literis. E Ovidio nelle Metamorfosi, XV in 6ne : Jam que opus exeg i, quod nec Jovis ira , nec ignes y Nec poterit ferru m , nec edax abolere vetustas..... Parte tamen meliore mei super alta perennis Astra fe r a r , nomenque erit indelebile nostrum, Quaque patet domitis remana potentia terris Ore legar populi ; perque omnia saecula fa m a , S i quid habent veri va tum praesagia, vivam . Non troviamo mai rimproverato ai Latini d* essersi valsi eie*Greci or d* averli copiati: essi medesimi se ne vantano. Pure in Macrobio leggiamo : Non de unius racemis vindemiam sibi fe c it V irgilius ; sed bone in rem suam vertit quidquid ubicumque invenit imitandum; adeo ut in Argonaiiticonan quarto j quorum scriptor est Apollonius fibrum JEneidos suce quartum pene totum form averit. Saturati. V. 17.

MERITI E DEMERITI DELLA LETTERATURA LATINA.

21j

greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l universo, per espressione, ma arte vi si scorge troppo, tutto riflesso e calcolato, nulla della semplicit di Omero, e l abilit del linguaggio e l arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e alla fecondit d invenzione. Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e in nessuno raggiunsero i loro modelli. Ai quali taluno si at tenne senza riserva; come Livio, Virgilio, Orazio; mentre pi azionali si conservarono Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Gio venale e Lucano, perci pi robusti ma meno colli. Povero fu il teatro, il quale non pu reggersi che su tradizioni e sen timenti nazionali. La lirica massimamente ne risent, perch a quest* armonica espressione degl intimi sentimenti nulla pi nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava ispira zione, ed esser frenati nell* emozione dal pensare che* il poeta non s ispira ma ricorda. Certamente noi ignoriamo troppe cose della letteratura latina, e tanti scrittori citati da Ovidio e dai grammatici, ei restano al tutto sconosciuti, n possiamo indovinare per qual merito o con qual arte acquistassero nome. Era per let teratura pei soli patrizj, anzi per quelli tra essi che non mi rano solo al guadagno : onde in tutti quale squisita verit di sentimento! qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venust di forme, e purezza ed eleganza, e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e di calma penetra ogni particolarit ; un ordine semplice ed austero d a conoscere che l autore padrone di s e del suo soggetto. Tutti poi simprontano dun marchio, che li discerne da ogni altra nazione; ed l idea di Roma, che in tutti pre domina, e che supplisce al difetto di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di Grecia. La quale diffe^ renza portata naturalmente dal diverso vivere d un popolo eminentemente individuale e libero nell* esercitare come gli piace le forze dei suo spirito, e d un altro fra cui ad ogni altra Idea predomina quella della patria grandezza. A imprimere questo carattere, assai valse Tesser le ro mane lettere fiorite per opera de principali cittadini, i quali, abbracciando intera la vita nazionale, considerano ogni cosa

278

PRONTO DECADERE.

nelle pi ampie sue relazioni, a differenza di que* meri scrit tori cbe rimpicciniscono la letteratura riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi pei quali vato patrio, merita maggiore studio che non la greca ^ perch, pro venendo da un grandissimo centro di civilt, meglio rivela la condizione sociale del genere umano, che non gli scrittori di molt' altre nazioni. Ma quando una letteratura si regge sull artifizio, pronta mente decade. Augusto ben poco merito ebbe all apparire dei genj, di cui esso fu il contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella, repubblica, aveano lasciato il campo senza successori prima eh egli morisse. Gi egli derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: il pi che cerco di parlare e scrivere naturalmente ; ma. le idee che contenevano, faceano mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorch cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione, poeta e storico, appuntava Sallustio di vecchiume, L tio di padovanit, Cesare di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscu ro, balzellante4: ma era amico dell imperatore, avea .buona
4 Di Mecenate ci conserv Isidoro alcuni versi diretti ad Orazio: Lugent, o mea v ita , te smaragdus, B tryllu s quque , Flacce ; nec nitentes Nuper candida m argarita , quosro t Nec quos thjrnica lima perpolivit Anellos; nec jaspios lapillos. e questi altri Svetonio: Ni te visceribus m eis , Borati* Jam plus diligo* tu tuum sodalem Ninnio videas strigosiorem. Macrobio reca ira viglietto, ove Augusto derideva Mecenate, contraffacendone' lo stile: Idem Augustus* quia Mascenatem suum noverat esse stylo remisso* molli et dissoluto, talem se in epistolis, quas ad eum scribebat, scepiiis exhibebat* et contra castigationem loquenSy quam alias ille scribendo serva bat, in epistola ad Maecenatem fa m ilia r ip lu r a in jocos effusa subtexuit: Vale * mei gentium , melcule , ebur e x EtruMa* laser aretinian, adamas supernus, tiberinum margaritum , Cilniorum smaragde* j<*spifigulorum , be rylle Porsena, /* , / moecharum. Saturo. II, 4. Di Pollione ci conserv Seneca un passo nelle Snasor. 7, eh* egli dice il pi eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo si per 'saggio filosfico, si

ELOQUENZA AMMUTOLITA.

279

biblioteca, bella villa, esperto cuoco; sicch dovea trovar non solo indulgenza che agli altri negava, ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo. Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni; somiglianti agli articoli di fondo de'nostri giornali; cio di lettura amena, e che diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Cosi svoltavansi gii spiriti dalla pubblica verso 1'eloqueiiza scolastica. Di quella conservavano ancora qualche ombra Azio Labieno Ubero parlatore, unendo il colore della vecchia orazione col vigor della nuova (S eneca); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che satireggiava an che le persone cospicue, onde Augusto f bruciare gli scritti di esso, ne* quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso, oltre la mordacit; e fu lui veramente che schiuse la nuova Via, alla quale l'eloquenza si trov ridotta dopo respinta dalla tribuna5. Perocch, mutata la pubblica attivit nella monar* chica -sonnolenza, cessato il giudizio tremendo e inappella bile delle assemblee, si sentenziava degli autori secndo l'aufa delle consorterie e dei grandi che davano da pranzo ai lei terati. Quando Augusto mor, pi non sonava che la piangolosa voce d 'Ovidio, cui l' infingarda abbondanza, lo sminuzzapeith ritrae Aforco Tullio sema 1 * astio che imputano a Pollione : tujiia ergo v ir i , tot tantisqiie operibus mansuris in omne atvum, predicare de ingenio tque industria supervacuum est. Natura autem pariter atque fortuna obse cuti*'est. .R quidem facies decora ad senectutem * prospera que permansit va letudo ; tum pax diutina , cujus instructus erat artibus, contigit; namque a prisca severitate judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit quos obstrictos patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissim a consulatus ei sors petendi et gerendi magna munera, dedm consilio * indu striaquo. Vjtinam modfratius secundas res , et fo rtiu s adversas fe rre potitis* seti nanfqne utraque cum venerat ei* mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidia! tempestates coortas graves in eum , certiorque inimicis adgredtendl fiducia : majori enim simultates appetebat animo, quam gerebat. Sed qwudo mortalium rudia virtus perfecta contigit, qua major pars v ita atque ingenii stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego ne miserandi qui dem exitus eum fuisse judicarem j nisi ipse tam miseram mortem putasse t. * 'Cassium, Severum primum, affirmant flexisse ab illa veter e atque directa dicendi via : non infirm itate ingenii nec inscitia literarum transtu~ lisse se ad illud dicendi genus contendo, sed judicio et intellectu. V idit namque cum conditione temporum , diversitate artium , form am quoqye ac speciem orationis esse mutandam. De oratoiibqs, c. 19.

280

BIBLIOTECHE. FAVORI IMPERIALI.

mento, i contorcimenti della lingua, i giocherelli di parole col locano lontano da Orazio, Virgilio e Tibullo, quanto Euri pide da Sofocle e il Tasso dall Ariosto. Cos breve tempo era bastato perch la letteratura romana passasse da Catullo non ancor dirozzato ad Ovidio gi corrotto. Se tu ne leyi Fedro di sospetta autenticit, per mezzo secolo non appare scrittore roman. Eppure protezione ed ajuti non mancavano. Fu og getto di lusso T adunare biblioteche; ed oltre quelle dAugu stoaggiunte all'Apollo Palatino ed al portico d*Otta via, Tibe rio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire nel incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come, sotto Comodo, fu dal fulmine consumata un altra in Campidoglio8, forse istituita da Siila. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d! arti e di scienze, Vespasiano col loc una libreria, cui Domiziano arricch col tenere continua mente copisti ad Alessandria. L 'Ulpia di Trajano fu poi tras ferita nelle Terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella di sessantaduemik volumi,, che T imperatore Gordia no 111 ricev per testamento da Sereno Sammonico gi suo maestro. Alcuni imperatori promossero la coltura, sull* esempio di Cesare che confer la cittadinanza ai medici ed ai professori d arti liberali. Vespasiano pel primo assegn sul tesoro ven timila lire Tanno a retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, letterati, artisti, astrologi; i pro fessori incapaci metteva in riposo col soldo; e fond T Ate neo, che riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc' Aurelio propagarono l insegnamento anche nelle provincie, istituen dovi scuole pubbliche di filosofia e d eloquenza. La condizione dei maestri vari secondo la bont e generosit degli impera tori: ma questi per lo pi ne lasciarono la scelta e esame ai loro pari; ed probabile eh essi allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito maggiore. Quella pace,, che aveano invocata come rimedio ai disordini della libert, era venuta colT Impero; Roma, splen Paolo Obosio, VII, 16.

CIVILT SOTTO L* IMPERO. "

281-

didissima di dovizie e di gloria, aggrega vasi non dolo tutta Italia, ma intero mondo civile dal Mar Nero allo stretto di Cadice, dai deserti dArabia fin alla Britannia, sulla superfi cie di 1,365,560 leghe quadrate. V avea ricchezze, v avea co modi , eleganze, lusso, fior d*arti belle e. dindustria, coltura* dominio e commercio dilatato agli ultimi confini della te r r a ,. tutti gli elementi, di cui alcuni compongono la prosperit so ciale. Al secolo dei lumi, al secolo del progresso applaudivasi anche allora non meno iperbolicamente di quel che facciano, i giornalisti doggid: Il mondo si schiude, si fa conoscere, si lascia coltivare ogni di meglio; le fiere scompajono, il de* serto si abita, si aprono le roccie, la barbarie cede ogni giorno all incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita, e raffina i governi, la stirpe umana minaccia divey > nir soverchia pel mondo. Roma che non ha fatto? insegn all uomo umanit, incivili le trib pi remote e selvagy > ge, addolci i costumi, riun gl imperj dispersi; fece comune .f industria di tutti i popoli, l ubert di tutti i climi, la variet delle favelle: ci che non a Roma, non h rv e la run luogo. Essa raccolse il mondo sotto equo suo impero, senza accettazion di persone o divario di grande e piccolo, j di nobile e plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non che un nome, e pare un sogno quando sode che qualche lontanissima trib mora o getulica os provocare > le armi romane; la spada oramai incatenata dalle rose; 7 > le citt non gareggiano che di magnificenza, la terra mey > desima pare s* infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita nuova 7. Eppure la pubblica prosperit deperiva. Il popolo re ci si presenta come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della bassezza di sua schiavit; il governo, carpito da felici cospiratori, non curasi d illuminare e dirigere la pub blica opinione, bastando adularla, vilipenderla o spegnerla. Il vulgo tremava , come tremavano i grandi, come tre mavano i soldati, come tremava l imperatore, tutti di tutti;
7 T e r t u l l i a n o , De anima 30. P l i n i o , NaUtrce Hist. XXVII, 1. Vedansi pure S t r a b o n x e principalmente il retore A r i s t i d e , nell* Oraz. della citt di Roma.

FILOSOFI.

consguenza dell universale egoismo. Alcuni si levavano dall originaria bassezza accostandosi ai grandi, a forza di adu lazioni e di spionggio; altri bramavano adunarsi fra i poveri, per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare i peri coli cui si esponeva ogni testa cbe sporgesse. Alla ciurma, sem pre pi svigorita nel lusso e ne vizj, delirante dietro a' giuocbi delF anfiteatro, e che non palesava una volont se non col parteggiare per questo o per quel ballerino, per questa o per quella fazione del circo, ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non solo coi fieri e sozzi di vertimenti dell* arena e del teatro, ma colle arti dei retori e dei poeti, gente comprata. Cos nella maestosa uniformit del governo imperiale par vero addormentarsi gl* ingegni, come si spegneva lo spirito militare. Diffontfevasi, vero, l amor del sapere, e non che la Gallia e la Spagna, la Germania e la divisa Bretagna cono scevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla letteratura : ma l originalit non si svolge per favore deprin cipi o largizion de' privati. Gli scrittori o imitavano servil mente, o se volevano uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale civilt senz* essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano appna la mano a qualche sa tira o libricciuolo galante: dei giovani che a Roma affollavansi a studio, i pi lo facevano per sotazzo o libidine, tanto che per decreto pi volte furono rimandati in patria: col titolo di filosofi e matematici v affluivano astrologi e ciurmadori. La filosofia non cess i suoi esercizj, ma dandovi i caratteri della decadenza, che sono le dispute di parole e il dubbio; e si strascinava sui passi dei vecchi, rimpastandoli in quel eclettismo che ' rivelazione dell impotenza, e che fio riva allora nella scuola d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo supplire all' arto di Platone colla scienza d Aristotele, all inventiva coll argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all esperienza colla rivelazione. Quatdo poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj' delle filosofie non reggono alle atfermazioni del vangelo, e luna ab batte 1 altra, e nessuna ve n ' ha che sia efficace sulla mo rale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti

FILOSOFI. SESTIO. MUSONIO.

"283

i siatemi ci che avessero-di meglio, interpretando come fatti naturali i mitologici, come, simboli le assurdit immorali: sterile elaborazione, nella quale, riconosciuta impotenza della ragione, molte volte ricorreasi ad una supriore facolt intuitiva, supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e delTestasi facendosi via alla vera scienza. Allora le dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, se condando la sensualit vulgare con apparato di, miracoli e d arcani, frequenza di sacrifizj, stupidezze di maga. Pochi filosofi teorici produsse Italia romana. Il pitego rico Sestio, al tempo d* Augusto, ricus la dignit di sena*' tore, .e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria detta da Seneca, il quale ci conserv di lui-questa bella im magine: Come un esercito minacciato d*ogni banda sordina in battaglione quadrato, cosi al savio conviene circondarsi i lati di virt, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi *. Uno stoico meritevole di maggior rinomanza che non ne goda, ci pare Gajo Musonio Bufo di Bolsena, cavalier ro mano, sbandito pi volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar 1 * impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da Giuliano imperatore come un modello di quelle virt eh essi pretendeaito indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un orgglio repel lente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre Epittto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto car nale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentarle famiglie; m entre^arc Aurelio permette il suici dio, egli a Trasea ohe gli dice : Amo meglio la morte oggi che 1 eslio domani *, risponde: Se tu guardi la morte co me un mal maggiore, il tuo voto da insensato; se come mi nore, chi tha dato il diritto di scegliere? Con sapienza cho risente del vangelo dicea pure: Evitate le parole oscne perch conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse ultimo di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica

284

SENECA FILOSOFO.

eh* essa ci cost finita, e ci rimane il piacere d averla fatta: dopo una cattiva, il piacere passato, e resta la ver gogna Di Seneca abbiamo tre libri Dell* ira, che possono raf frontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; una Consolazione ad Elvia madre sua mentr egli esulava in Cor sica, unaltra a Polibio, una a Marcia per la morte d un figlio, i pi antichi modelli di lettere consolatorie. Tratt del perch male avvenga ai buoni, essendovi la Previdenza , e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll opuscolo Della serenit dell animo, sugger di rimediare alle irrequietudini cli applicarsi alle pubbliche cure ; dalie quali por, con una delle frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella Bre vit della vita . Arieggia i paradossi stoici il trattato Della costanza del savio, ove contende che questo non pu rimaner colpito da ingiurie. Parlando a suo fratello Gallione della Vita beata, si scusa delle ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche sulla beatitudine. I tre libri a Ne rone Della clemenza> di stile pi nobilmente semplice, of frono esempj e precetti di quella che dovere in tutti, e ne principi lodasi come virt perch rara. Meriterebbe desser rifatto il suo trattato Dei benefizj, tanto aggiungendo ed ap plicando a ci ch'egli dice intorno al modo di far il bene, di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro Lettere sono altrettante dissertazioni su punti morali. Ma da lui comprendiamo quanto lo stoicismo fosse di mera ostentazione. Il savio (dice) attende il bene soltanto da s: unico male credere al male. Meglio morir d inedia senza ti mori, che vivere angustiato nellopulenza : meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzich tq|infelice. Quando abbracci l % donna, o i figliuoli, pensa che sono mortali; e cos non ti dor rai perdendoli. La compassione il vizio dei deboli, che si piegano allapparenza degli altrui mali, e perci disdice ad uomo. Le sciagure sono destino, non accidente. A Dio non
8 Tacito lo rammenta pi volte, e cos Filostrato, IV, 12, V. 1 ; Plinio Cecilio, Epist. HI, 11; Origene, contra Celsitm , I II , 66; san G iustino,' Apolog. Il, 8. Vedi B u b ig n y , Mmoires de VAcadmie des fnscnptions, lom. XXXI.

SENECA FILOSOFO.

285

* obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente superiore a Dio; poich in questo il non temere merito di natura, nel savio merito proprio 9. Queste massime di Seneca che cosa significabo^? che i mondani eventi sono retti da una necessit fatale, e il volere umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillit non pu spe rarsi che in un superbo e desolata isolamento ; considerar vilt qualunque transazione col nemico della libert, qualid anche non si stipulasse che oblio e il poter ritirarsi; pu nire s stessi dei tentativi falliti; sprezzare i tiranni, i quali non possono se non dare una morte che non si teme; disporre della vita come d un possesso che vuol tenersi soltanto a certe condizioni ; e fin all' ultimo respiro meditare sopra se stessi, insomma non vero bene ci che non dipende dalla volont dell' uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo Stoico non nato per la societ, non cittadino, non dee Cercar di sminuire i mali della patria, ma prendere per ri medio il sentimento della libert individuale. Ecco ove consiste la magnanimit mostrata da tanti sui cidi, di cui non fu mai s gran copia come allra. Caligola, ingelositoceli'eloquenza di Seneca, volea farl morire, ma una concubina gli osserv esser il filosofo di salute cosi strema, che poco tarderebbe a finire naturalmente. Ep pure sopravisse a vederne pi d 'u n successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esigliato in Corsica, dicono per intri ghi con Giulia figlia di Germanico e con Agrippina. Di l, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto un fratell, drizz una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla ne cessit del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a citt ; esauriti i quali argomenti, soggiunge : Finch Clau dio signor del mondo, tu non puoi n al dolore abbando narti n al tripudio, tutto essendo di lui ; vivo lui, non
8 Miseratio cstviton pusillanimi, ad speciem alienorum malortan suc cidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est. SzNEC4,iDe Glem. I, 5. Misericordia est aegritudo animi ; cegritudo autem, in sapientem virum non cadit. Ivi. Est aliquid , quo sapiens antecedat Detoni ille natura? beneficio non timet suo sapiens. Ep. 53.

286

SfiNECA FILOSOFO.

puoi querelarli della fortuna ; lui incolume, nulla fiai per duto, tutto hai in lui, di tutto egli.tien luogo; gli ooclii tuoi non di Ipgrime ma di gioja devono empirsi... Tisi gonflano di lagrime ? volgili a Cesare, e la vista dei dio le li asciugher ; il suo splendore arrester i tuoi sguardi, n li lascer vedere altro ehe lui.... pei e Dee concedano lunga mente alla terra colui che le diedero a prestanza ;... sempre rifulga quest* astro sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata . Cosi vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente oltrag gi morto, nell Apocolocmtkosiq descrivendone la metamor fosi in zucca. Con ci volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severit sarebbe imputargli oitenda riu scita, e credre avviasse a'sozze oscenit e fino al matrici dio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contamin, e d aver prostituito linge> .gno fin a discolparli. Mentre dedamava contro le ricchezze, ammass sessanta milioni di lire, con usure ohe valsero ad eccitar una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d* avorio ; vantava il vivere ignorato1 0 , e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verit che andare a versi colie piacenterie, poi le trabocca a Nerone, il quale potea vantare un pregio di nessun altro imperatore, cio 1 innocenza, e facea dimenticar persino i tempi dugu* sto n . Eppure ogni tratto egli esibisce s stesso per mo dello; d intendere che ogni sera s esaminasse dei fatti e detti suoils, ed esclama : c Turpe il dire una cosa, unal
Qumris quid me maxime e x his* qua de te audio, delectet ? Quod nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo , nesciunt quid agas. Ep. 32. De clem. II, 2. I, i . Aveva egli conosciuto il malvezzo del suo tempo e daltri, scrivendo altrove: Siam venuti a tal follia, che 'crede* ma* Ugno chi adula parcamente.... Crspo Pa&sieno diceva spesso, che noi all*aduh lazione opponiamo, non chiudiamo la porta, e la opponiamo al modo che m si fa -all* amica, la quale se la spinge grata; pi grata se la rompe . Qtmst. nat. III. * De ir III, 36; Ep. 24. Giusto Lip^io cern dalle opere di Se neca tutti passi ove loda sfc stesso, e ne form un modello d ogni eroismo. Diderot fece apologia pel carattere morale di Seneca, per bizzarria di paradosso. Vedi nelle sue Opere, voi. VIII, Essai sur lergne de Claude et de Nron.

SENECA FILOSOFO.

287

tra pensarne; quanto pi turpe pensarne una, scriverne un altra. Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre, accu mula sentenze, per certo opportunissime a correggere e no bilitare il carattere, assodar impero della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio : ma dopoch se ne sono uditi i precetti, si domanda qual autorit d imporli, qual ragione d obbedirvi? Seneca intima alla madre : La perdita dun figlio non un male ; follia pianger morto un mortale ; allesule: oc I veterani non si scompongono sotto la mano del chirurgo ; cos tu , veterano della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente ; a tutti predica, ci eh male per l uno esser bene per molti, e che ogni cosa deve perire; insegna ai savj di non cadere nella compassione, non attri starsi, non impietosire, non perdonare ls.^fa a che pr que sta pi che umana fermezza ? donde la forza di praticarla? donde, se non dall' orgoglio o dall' egoismo ? E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all adu latore di Nerone diresti eh egli si sente destinato a riformare il genere umano, con tal tono di maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virt impossibili, e come scopo della filosofia il separar l ' anima da tutto ci che non lei, fare del proprio perfezionamento l oggetto unico dogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virt che guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria. Quando gli fu intimato di morire, Seneca chiese di niutare alcune disposizioni nel testamento ; ed essendogli negato, con fort gli amici rammemorando i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poich altro non gli 9i permetteva,
Nihil cogor, nrhtl patior, invitus j sed assentior: eo qitidem magisj quod scio omnia certa et in aternum d icti lege decurrere. Fata nos ducimi, et quantum- cuique resta t , prima nascentium hora disposidt. Causa pendet e x causa : privata ac publica longus ordo rerum trahit. Ideo fo rtiter omne ferendum est, quid gaudeas, quid fleas: et qiutmvis magna videatur va rietate singulorum vita distingui, summa in imum venit: accepimus peritura perituri. De provid. Ad Marciam consolatio. Ad Helviam cotis. De constantia sapientis. De clementia.

288

SENECA FILOSOFO.

esempio di sua vita e odio contro Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non soppose, e T 'avevo indicato i modi di vivere, non t* invidier l'onor di morire. La tua coscienza, se eguale alla mia, sar sempre pi gloriosa . Pecesi aprir le vene, e seguit a dettare a? suoi scrivani ; tardando la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi cbe gli stavano attor no, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a Giove conservatore nell uscire d 'un banchetto. In un' aitra camera Paolina imitava, ma Nerone ordin di stagnarle il sangue. > isto qual fosse la sua vita, e che di l da questa non aspettava premj o c a s tig h i che vantavasi rinvenuto dal bel sogno deir immortalit, noi chiediamo se fosse virt o scena. Certamente in lui il dogma della fraternit degli uomini ap pare pi evidente; ne riconosce eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza riconoscerne i vantaggi* Anche il poeta Lucano suo nipote si contamin dadulazioni a Nerone, finch, offeso dal vedersi da lui trascurato, congiur eon Pisone. Scoperto, cerc salvarsi col denunziar gli amici e la madre; e Nerone ne profitt per disonorarlo, ma gli per mise lai gloria di morire declamando proprj versi. Mela, suo padre, noi lascia tampoco freddare che s impossessa debeni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda di svenarsi anch* esso, ed egli si svena senza flato di lament. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroica mente, e preceduti ciascuno da una vilt 1 Seneca pure contato fra gli scienziati; e, sebbene le sue Quistion naturali sieno un indigesta accozzaglia e una ver
** Nec magis in ipsa ntorte quiilqtiam esse molestia quam post ipsam. Ep< 30 Mors est non esse. Hoc erit post me quod ante fu it p. 54. E nella consolatoria a Polibio: Cogita illa quos nobis inferos facituit. terribiles, f a bulam esse: nullas imminere mortuis tenebras' nec flum ina flagrantia igne, nec obli<vionis amnem nec tribunalia. Luserunt ista poetce * et vanis nos agitavere terroribus.

SENECA SCIENZIATO. LE SCIENZE.

289

bosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate, senza pun tello di scienze esatte n di proprie esperienze sistematiche, pure sono unico libro che ci attesti avere i Romani posto mnte .alla fisica, e segna ultimo punto cui gli antichi Gab biano spinta : sicch molti secoli egli rest in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni. I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediata mente le teoriche ; dal che rest pregiudicata la ricerca indi pendente, e nessun grande pensiero scientifico fu da essi conquistato n per esperienza, n per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono soltanto come oggetto dell attivit umana, onde non ne indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa. Con un dominio s esteso avrebbero potuto straricchire la scienza naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche degenerali': troviamo accennate altre collezini, ma n diligenti n dirette a scientifico intento. La Storia della natura , sola arrivataci fra tante opere di Cajo Plinio Secondo (23 79 d. Cr.), un repertorio delle scoperte, delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolto all occasione di descrivere i coYp Esibito nel primo dei trentastte libri uno specchietto delle materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli, elementi e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle varie razze umane e dei trovati principali ; i quattro .seguenti versano sugli animali, classificati giusta la grossezza e uso, e ragio nando dei costumi loro, delle qualit buone o noce voli, e delle men comuni loro propriet. Ben dieci libri sono consa crati a descrivere le piante, la loro coltura e ie applicazioni all economia domestica e alle arti ; poi cinque ai rimedj tratti dagli animali ; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lasso. A proposito di questo parla della scultura, della pittura, e dei primarj artisti, come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame, e le materie coloranti il recano a dire de quadri, della plastica le stoviglie : distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sem pre il pensiero subordinato alla materia. Ma Plinio non un naturalista che raccolga, osservi,
CAKl. Storia della Leti. Latina, 19

PLINIO NATURALISTA.

sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito, ch alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde sfogliare libri : mentre pranza, ha schiavi che leggono; n 'h a mentre viaggia; altri nolano tutto quel che egli appunta, e gli diedero roano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime. Cosi raccozzando senza genio n crtica, non distingue la diversit delle misure di lunghezza, mescola fatti contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi op posti ; non intende i passi che riferisce all* abborracciata, c si cura di confrontarli colla realt, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi ; e attento a stuzzicare la curio sit pi che a scoprire il vero, alla retorica pi che alia pre cisione, sceglie ci che ha del singolare e del bizzarro, beve assurdit gi confutate dallo Stagirita. N sempre alle mi gliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia Giulio Iginp, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di storia etnisca, che sappiamo aveva stesi 1 *imperatore Claudio, Pure essersi perduta la pi parte delle duemila opero da esso spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte dell* antichit ci rimarrebbe arcana ! quanto mi nor tesoro possederemmo della lingua latina 1.
15 La prima edizione certa di Plinio fu fetta da Giovanni di Spira in Venezia il 4469 : fino al 4480 se n* erano fatte sei ristampe, ma tutte scor rette in modo , che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire Plinio, si lorrebbe sulle braccia tanta briga , quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola Hispania quacumque ambiiiar mari. Nd 4834 , in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trov la 6ne dell opera, che da un quadro comparativo della storia na turale ne*paesi posti sotto, zone diverse, loda l Europa meridionale e spe cialmente la Spagna ove la dolcetta di un clima temperato dovette, giusta il dogma deprimi Pitagorici, ajutare di buon ora la stirpe umana a spogliare la rozzezza selvaggia . A Gotha nel 4855 si fece un edizione sopra ua codice che dk il titolo vero dell ppera : C a j i P l i n i i S e c u n d i N.atia'ai historiarum lib. XI, XII, XUI, XIV, XV, fragm etita edidit e codice rescripto saeculi quarti 3 r - F r i d e g a r i u s M o n e . Pel paragone che istituiamo qui sotto, potrebbero contrapponi il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo giudizio che nel nostro ne port Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire [Essais de Zoologie geni tale y par. 1,4, 5 ) ,dicendo: Passare da Aristotele a Plinio un ricadere da

PLINIO NATURALISTA.

291

Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice corretto de' contemporanei di Cesare, casca nelP affettato e nelloscuro. Lo spirito deir antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito e gli altri migliori, e di l attinge spesso calore e fin eloquenza: ma il gust peg giorato e la gonfiezza delle parole forviano energica ele vatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fotti a seconda delle personali prevenzioni e di una filosofa atrabiliare, che assiduamente accusa uomo, la natura, gli Dei; colla reto rica aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie di m altro, indagar il quale egli non trova di verun interesse ; nega affatto Iddio, o lo fa tutt* uno colla materia; e s'avvol tola nello scetticismo fin a considerare Y uomo come P essere pi infelice e pi orgoglioso, e insultare la divinit che c n pu concedere alP uomo P immortalit, n togliere a s stessa* la vita, la quale facolt il dono pi bello che essa abbia a Boi lasciato . Mentre sbravggia le religioni e la Previdenza, indulge a superstizioni, crede come fatti incontestati (confessa, cvnr stai) a ermafroditi, a maschi cambiati in fmmine, a fanciulli nati coi denti, o rientrati nell alvo materno, alla longevit di chi ha un dente di pi, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dir duna pietra, la quale, psta sotto il capezzale, produce sogni veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d uom digiuno ; che sputando nella mano si guarisce P uomo involontariamente feritosi : un abito portolo ai funerali mai non intaccato dalle tarme; un uomo morsi cato da un serpente pi non ha a temere di api o di vespe : le morsicature d 'un animale si esacerbano alla presenza di persona morsicara da m animale della specie medesima. N stupore che v abbia mostri cosi strani in Etiopia, avendoli
tutta l aliena che separa l invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso.... Plinio un mero compilatore, forse pi elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima aveva ridotte al giusto valore queste inezie vulgari . Nat. Hist. Ili, 7; V ili, 55; II, 7.

PLINIO NATURALISTA.

formati Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel gran caldol7. L'attrazione verso il centro della terra era stata asse rita da Aristotele, accetta vasi come una'verit comune dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima felicit **. Plinio invece vi dir cbe i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all alto ; s* incontrano, e per la mutua resistenza si sostengono : cosi la terra sorretta dall' atmosfera; se no, la scerebbe il suo posto e precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre terre ed altri Soli di l dal nostro, misurare la distanza degli astri, seminare d infiniti mondi lo spazioi0. Chi volesse (n ammannirebbe impresa difficile) riscon trare l'e t di Plinio col secolo precedente al nostro, tro verebbe somiglianza fra esso gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato all' ignoranza e alla credulit, in quell' armeggio di sapere o mostrar di sapere, in quel ri pudiare la luce che viene dalla vera fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per buon cuore giungere conclusioni benevole. Come gli Enciclopedi sti, Plinio declama contro chi invent la moneta ; benedetti i secoli, ove altro commercio non si conosceva che di cambio; un delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura ,0w Eppure intravede la perfettibilit, e quante cose non erano considerate impossibili prima che si facessero 1 confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre meglio Tut toch materialista, al nome di Barbari sostituisce quello d'uo mini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania; bofonchia contro quelli che il frro ridussero in armi, pur della guerra riconosce i vantaggi, professando che
Ivi, VII, 2, 3. 6, 46; Vili, 66, 67; XXVIII, 2, 3, 4 ; V. 30. 48 Terra solida et globosa imdique in sese nutibus suis conglobala. Omnes ejus partes medium cupiscentes nituntur trqualiler. De nat. Deo rum, II, 39 e 45. II, 5 e i . XXX>11, 1, 3, 4 ,1 3 ; XIX, 1, 4. VII, 1, 7; II, 13, 1.

SQLINO. MELA.

293

l Italia fu sclta dagli Dei per riunire gl imperj dispersi, ad dolcire i costumi, ravvicinare in comunanza di linguaggio gl* idiomi discordi e barbari di tanti popoli, dare agli uomini la facolt d* intendersi, incivilirli, divenir insomtna la patria unica di tutte le nazioni del mondo Di queste idee avan zate, di questa filosofia tollerante e cosmopolitica, egli non conosceva o rinnegava la sorgente. Plinio era di Com; milit in Germania, fu procuratore di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il,comando della flotta navale al Miseno. Mentre col di odorava, il Vesuvio erutt fiamme per la prima volta ; ed egli accorso sia per curiosit del fenomeno, sia per sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e caduto, rest soffogato. Lasci centottanta volumi in minutissimo ca rattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea, trenta delle guerre de'Romani in Germania, altri del lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti quando la tirannia di Nerone rendeva pericoloso agni stu dio pi elevato . Giulio Solino, vissuto non si sa-quando, ma forse due secoli pi tardi, estrasse da Plinio senza criterio, ed espose in islile ricercato notizie varie, massime di gegrafla, e il suo Poli&tore ebbe gran corso nel medioevo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione del mondo : pure di Greci Augusto si valse per misurare e descrivere l impero; e dalla Grecia vennero, in quel tempo i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il solo che in latino tratt di geo grafia, Pomponio Mela spagnuolo [De situ erbis), in prosa concisa d elegante compendiando il sistema d Eratostene; all aridit d una nomenclatura provede coll intarsiare gra ziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma non vide cogli occhi pfoprj; d come sussistenti cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Far sagli a, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; n Ecbatana, Persepoli, Gerusalemmi, capitali importanti; n Stagira patria d Aristotele *8.
XXX, 4 ; III, 6, 2.
85 I classici riboccano dinesattezze di geografia, non solo zoologica e bota-

GEOGRAFIA.

Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente ** : in un tempio della Terra n era dipinta una deir Italia 15; una di tutto il mondo in un portico di Roma*6: d'altre ci parlano Frontino e Vegezio ; ed entrante il III secolo, Giuliano Ta ziano avea stesa una descrizione di tutto impero, che and perduta. Dun altra, ordinata dall imperatore Teodosio, ab biamo una copia o un' imitazione nella Tavola Pentingriana, carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta. Degli scrittori d arte non cr rest che Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari: ma de fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto. Pi maestro che artista, pi ingegnere che architetto
-nica ma anche topica. Cicerone nel Sogno di Scipione, mostrossi ben addietro di quel che gi si conosceva. Orazio d per estremi della terra la Bretagna e il Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l India {Georg., IV, 293; e vedi pure Lucano, X, 292). La Bretagna fu appuntino descrtta da Giulio Cesare ; eppure Tacito diceche Agricola scoperse chera isola,le d la forma duno scudo o d i un'ascia,e soggiunge che'airoriente ha la Germania, a mezzod la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l ' Irlanda. Per Plinio la Scandinavia un* isola, e quantunque "raccglitore appassionato, sembra eh*e*non abbia conosciuto Strabone, osser vatore tanto pi arguto di lui. Tolomeo inesattissimo nella geografia dell'Italia ; rolpa sua o degli scrivani : nel solo breve tratto riferbile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, Mantova, T rento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai L e v i, ai Reti , ai Veneti ; fa nascere il Po presso al lago di Como ; la Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda ; dopo le. foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro ? ), dimenticando lAdige; pone come citt mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti Aitino ed Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Carmini o i Breuni, genti ad ogni modo di poca importanza ecc. Floro d Capua per citt m arittim a, e fa due monti diversi il Massico e il Falrno. Plinio critica Dicearco d ' aver detto che il pi ait dei monti sia il Pelio, di mille ducencinquanta passi, mentre non ignora che alcune cime delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi .

2*

............... Disco, qua parte, flu a t vincendus A raxes, Quot sine aqua Parthus millia currat eques. Cogor et e tabula pictos ediscere mundos i Qualis et hac docti sit positura Dei ; Qua tellus sit lenta gelu, quas putris ab cestt', Ventus in Italiam qui bene vela ferat. P r o f k r z i o , IV, 3. * V arhone, De re rustica, lib. I, c. 2. S P l i n i o , Nat. Hist., III, 3, 44.

VITRUVIO.

egli si mostra, n di gran valenta d saggio la basilica in , Fano, unica che si ric o rd ila lui architettata. Molti avendo scritto df architettura ma confusamente, egli pens ridurre in corpo compiuto tutta quella scienza, e ciascuna parte in singoli libri. secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri dell' architetto e le cognizioni a lui necessa rie ; nel secondo i materiali ; nel terzo la disposizione de' tempj eoi varj ordini , e la distribuzione delle loro parti ; nel qharto tratta specialmente dell'ordhie jonic e del corintio ; nel quinto reca la disposizione degli edffizj pubblici ; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi onde abbellire ed asso dare. gli edifizj; nell'ottavo del trovare e condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili alla vita, come il peso specifico, la cpstruzione delle meridiane, i rap porti del diametro col circolo, del lato clla diagonale del quadrato; il decimo discorre delle macchine s per fabbrica, come per elevar l ' acqua e per la guerra. Il Trattato d 'architettura quale oggi T abbiamo, pro babilmente una compilazione, poco diversa da quella di Pii* nio, fatta da qualche mal* pratico che non avea visto c' prprj occhi i monumenti di Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed peccato che le figure che accompa gnavano il testo siano perdute *7. Scarso di critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spessa oscuro anche per minutezza di particolari; a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, va con sultato con grande cautela, e confrontandolo cogli edifizj ancora riconoscibili : ma se sarebbe servilit il prostrarsi a suoi pre cetti , certo che, oltre le squisite-notizie, di ottimi egli ne d, desunti dall osservazione. Sopratutto raocomanda alllpp chi tetto la lealt e il disinteresse; ed. egli medesimo si fa amare per la candida intenzione con cui scrive. [ Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava guadagni, teneva i
87 La prima edizione comparve a Firenze il 1496, poi a Venezia lanno successivo. Dopo d* allora moltissime traduzioni - e commenti , la pi illu stre h 1 * edizione in otto volumi iq 4 a ladine 1825-30, con 320 tavole, commenti e dissertazioni dlio Stratico i Zara del Polinr.

296

MATEMATICA. FRONTINO. MEDICINA.

registri. Allo studio di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia come avvilente ; e sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alle met del qua drato eretto sopra uno dei lati *8; e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva le eclissi. Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto Vespasiano capitan in Bretagna prima d Agricola, poi fu console, augure, amico dt Plinio, lodato da Marziale; e sul mqrire dispose non gli si ergesse monumento, dicen do: Abbastanza sar ricordato se la vita mia lo meriti *9. Soprantendente agli acquedotti, diede la storia di queste me morabili costruzioni, veramente italiane. Lasci inoltre quat tro libri di Stratagemmi, compilazione fra militare e storica, povera di critica e d eleganza, ma colla facilit sicura di chi sa quel che n' . La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata coltivata ; Catone abborriva i medici80, ed erano la pi parte schiavi o stranieri, e Giulio Cesare pel primo co munic ad essi a cittadinanza. In bottega pubblica (jatreon) fra i chiacchiericci e le cronache faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni. Altri s'applicavano a studiarla, e sopra gl* infelici clienti sperimentavano singolari novit e biz zarre teoriche, colla sicurezza che alletta le.malate fantasie, e d reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chia mata medicina contraria, perch nelle febbri lente ed osti nate il professore ad un tratto abbandonava i rimdj fin allora esperiti, onde applicare i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, e Antonio Msa suo liberto
48 Invece di fare questa superfcie Columella la suppose = jq 1 ch d \/~ 3 = (se si chiami a il la to ), ossia \/6 7 5 = 26.

89 P l i n i o , Epist. IX, 64. 80 Che, scriveva a suo figlio, jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fid es iis sit , et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appella tione foedant. Interdixi de medicis. Ap. P l i n i o , XXIX. 4.

MEDICINA. CELSO.

297

Io guari sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di dire con Celso : Quos ratio non restituit, temeritas adjuvat. Un' altra volta san imperatore colle lattuche; onde questi gli concesse anello, e, per amore di lui, immunit tutti quei della sua professione. Alcuno volle ascrivere all* et d* Augusto Aurelio Corne lio Celso M , del quale s ' ignorano e patria e casi, e della cui Enciclopedia ( Artium) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, forse mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cio osservatore, pur appoggiandosi all induzione, non crede importante nella medicina se non ci che tende a risanare. Raceomanda di non prendere abitudini, n ledere la tempe ranza ; poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudican done con buon senso, ed esponendolo con eleganza spigliata. Non disapprova uso di qualche medico d* allora, di sparate gli uomini vivi, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de* gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare le parti interne per rimedio e piet, non per bar barie.

5 1 B i a n c o n i , Lettere Celsiane > 4779. Brillanti e false. La migliore edi zione di Celso fu procurata dal veronese Leonardo Targa a Padova nel 4759.

298

CAPO XI. Educazione. Scuole. Retri.

Troppe Tolte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di spontaneo, n deriv daziando o da amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione : non era verit creduta ma pura arte. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri : fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da laterizia in marmorea, due soH romani cita Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj eransi empita la casa di Greci, cos al tempo imperiale ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi pi vicini si trovano bersaglio abbate o il maestro. Commessa a cos fatti, qual doveva riuscire l educazio* ne ? Questa erasi conformata ai nuovi ordinamenti ; e mentre i fanciulli in prima si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse ingegno ed il cuore, allora fin ai sette'nni si lasciavano a schiavi o greche fantesch, poi si mettevano al gre co, indi al latino sotto i grammatici su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl istruivano a capire i poeti, e gli eserci tavano in composizioncelle. Che se sempre infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro, la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi netta mitologia, e nel sapere come avessero nome i cavalli d 'Achille, quale la madre d Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geo metria, in quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che dicemmo essere stata sempre arte principalissima fra i Ro mani, gran parte della vita loro, loro gloria e guasto. Valen

GRMMATIG. ELOQUENZA.

299

dosi d 'usa lingua fatta per comandare,, non fermandosi alla soavit dell'atticismo greco,, ma lanciandosi alle procello popolari, aveano anchq in ci espresso la maest patria; e eloquenza fu detta una delle maggiori virt i, e uomo eloquente un dio rivestilo di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser considerata la pi sincera delle scienze, la dolce compagna del ritiro, la ricreazione dei vecchi *, inse gnando essa a render corretto, chiaro, ornato il discorso. Al loca da insigni oratori, da Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti die coir esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle,provinole, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo sovrano. Al lora eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma colla guerra, col culto, colla giurisprudenza formava parte delledu cazione necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia avere un valente oratore occorrendo patrocinare i proprj clienti, oc correndo favellare in tutte le magistrature* occorrendo alla guerra. Ma dacch eguaglianza apr a ciascuno gl impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso uomo attendesse a lutto. Uno abbondava'di coraggio ? dibattuta la prima causa ki tribunale, cingeasi la spada: Un altro avea facile la parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle campali. V era cui non bastasse animo d affrontar le une n le altre ? sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando cos tre vie distinte l esercito, la giurisperizia, l eloquenza. Ma un popolo senza emulazione, un senato senz auto
i Est eloquentia' ima quadam de summis virtutibus. C icero n i , De oratore. 9 Jucunda senibus, dulcis secretorum comes. Q u in tilia n o , fnstit. orat., JL. 1. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la quale insegna il modo di scrivere e parlate corretto, secondo la ragione l ' antichit, V autorit e l'u so . Da lui* attingiamo queste particolarit sull' educazione, e dal dialogo De corrupta eloquentia, attribuito da chi a Q uintiliano, da chi a Tacito, da nessuno con bastanti ragioni. L ' unico riscontro forse che militi per quest'ul tim o,- un certo fare a lui proprio: per esempio quel vcpzo di sinonimia, nova et recantia jura , vetera et antiqua nomina, infensus ac flagrans animus etc.3 ricorre in esso dialogo, ove troviamo memoria ac recordatione veteres ac senes vetera ac antiqua nova et recentia * co/tjwigere et copulare ; ma piuttosto moda del tempo che deU'*autort.

30

LA DECLAMAZIONE.

rit, una giovent senza libert n speranze, che altro cer cavano nelleloquenza se non un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell imperatore la cosa pubblica, i giudici non potendo scostarsi dai consulti det prudenti, pi non restava n a faticare sull interpretazione della legge, n a patrocinare provincie o regni o 4a patria ; sicch i rostri ammutolirono, la curia umiliavasi in complimenti, il fro si esinaniva in angusta applicazioni degli editti. I rtori, gente digiuna della filosofia, delle leggi, della societ, si ^roponeano d annestare al pesante ed anfanat ingegno de Romani L infantile e parolajo de'Greci, smaniosi di arringare, dimprovisare, di disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione o sulla verit; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze; della storia un'ac cozzaglia di particolarit, entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni ; della logica una schermaglia d argomentazioni onde mutare il falso in vero ; della morale una ostentazione di virt esagerate. Sbalzata fuor della pub blicit che suo elemento, trastullavano eloquenza in eser citazioni vane e stravaganti, e a spese dellerario avvezzavano i figliuoli dei grandi all' enfasi senza Scopo, alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qual volta questi si degnassero consultare il senato sopra ci che avevano gi deliberato. Per tali scuole di declamazione s ' invent un intermina bile codice di convenevoli. Allorch (cos insegnavasi) ora tore si presenta alla tribuna, potr fregarsi la fronte, guar darsi alle mani, schioccar le dita, e coi sospiri mostrare Y ansia del suo spirito. Tengasi ritto della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun che disgiunte dal torso ; ed esordendo sporga un poco la destra mano dal seno, per senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con arjifiziosa negligenza i periodi pi elaborati, mostri esitanza laddove sentesi pi sicuro della sua^mempra. Non riclga il fiato a mezzo della proposizione, non muli gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel naso, tossisca o sputi il tnen possibile, eviti di dondolare per non parere in barca, _ non caschi in braccio ai clienti, se pure non sia per reale sfini

LA DECLAMAZIONE.

301

mento; n si soffermi dopo pronunziato una frase efficace, ch non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi, si lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione. Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se no convenga tergere il sudre e scarmigliarsi. Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo eloquente : la tunica dia poc' oltre il ginocchio davanti, e dietro fino ai garetto; ch pi lunga sarebbe d donna, pi breve da sol dato: l avviluppar di lana e fasce il capo e le gambe, da infermo; da furioso avvolgere la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare appuntino gni gradazione 3, e quale s ' addica a ciascun sentimento. Di quest' erba trastulla si pascolava la giovent romana per emulare Gracco e Cicerone i Talmente antico stile nei cattivi governi, non d abolire il sapere, ma di soffocarlo tra ftilit e regole indeclinabili. Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore, che chiamato ad arrin gare ad un assemblea vera in piena aria, rest sbigottito, e. implor che 1*udienza si trasportasse in n palazzo vicino, non potendo sopportar il cielo, egli abituato alla soffitta. Ben dunque, allorch un imperatore lagna vasi che tante sue cure non ritardassero il deperimento deir eloquenza, un sincero gli rispose : Chiudete le scuole, ed aprite il senato . N le cose erano meglio delle forme. Tolti dalla realt e dal supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni d' arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di moralit. Le suaso rie volgeansi sul lodare la virt, amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile prova, o talora di sofistica finezza: le controversie discuteano di varj ipunti, per lo pi giudiziali; e suddividevansi in trattate, ove il retore dava soggetto e
8 Quinti! Uno ( Insttt. orat. XII ) dice : * Si ipsa vox fu erit surda^m dis, immanis, rigida, vana , praepinguis aut tenuis inanis, acerba, pusilla, mollis t effeminata..... Ornata est pronuntiatio, cui suffragatur vo x fa cilis , magna j beata, flexib ilis, firm a , dtdcis, durabilis, clara, pitta, secans, aerea et auribtts sedens.

SQ

LA DECLAMAZIONE.

traccia, e colorate, dove alunno da s trovava e orditura e la materia, poi compostele e dal maestro corrette, se l e . metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee. Distogliere Catone dall uccidersi, esortar Siila a smettere la tirannide *, Annibaie a non. impigrirsi in Cap u, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocch Roma oppongo ai Bar bari i due pi prodi generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc Antonio ; se dar al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal condizione.... erano i temi propo sti. Poi si fa tragitto a questioni pi attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l eloquenza. Una incestuosa precl pitela dalia rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la vita : le sar ritolta ? Marito e moglie giurarono di non so* pravivere l un all'altro ; egli, sazio della dnna, parte e te la credere d esser morto; ondella balza dalla finestra; ma guarita, ^ scoperto V inganno, il padre di lei dimanda il d$> vorzio; essa non vuole : uno* patrocini il padre, l altro to' moglie. Tizio raccoglie fanciulli esposti, li mantiene, a& uno rompe il braccio, all altro una gamba, e gii invia a men dicare, e s arricchisce : accusatelo e difendetelo; Uno che ia battaglia perd le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio ordina ai figlio d uccidere il complice; quegli non obbedisce e fogge : il padre avr diritto di diseredarlo ? Uno sale ad una rcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide il tiranno; e noi trovando, ammazza il figlio di; esso, e gli Ilascia in petto l spada; il tiranno,'tornato e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa : uccisore del figliuolo' de manda il premio come tirannicida. Essendo sfidati dai me dici due gemelli, fu chi promise guarir uno se potesse esa minare gli organi vitali dell altro ; il padre consente^ uno k sventrato, altro guarito ; ma la madre accusa il consorte dinfanticidio : gravarlo e difenderlo. Un padre perd gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricuperer la
Et nos ergo mamim fornice sttMiucimiis, et nos Consilium dedimus Sullte, privatus ut altum Dormiret. ' ....................................................... dice Giovenale, Sai. I, 15 ; e non parr vero die altrettanto abbiam fatto noi nelle scuole del secolo XIX.

LA DECLAMAZIONE.

vista se anche il terzo figlio morr; pales il sogno alla moglie, questa al figliuolo, che appiccossi : il padre riebbe gli occhi, e ripudi la moglie, la quale si appella d ingiusto ripudio. Uno invaghito della propria figlia, la d a custodire ad un amico, pregandolo non l restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s appicca: vien denunziato amico come causa di tal morte. Uno ac cusato di pairricidio, fu assolto ; ma impazzito, cominci ad esclamare, 0 padre, t ho ucciso ; il magistrato lo manda al supplizio come confesso : ma accusato d* omicidio. Un povero ed in ricco erano amici ; muore il ricco, chiamando erede universale un altro, coir ordine di dare al povero al trettanto quanto questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e si trova lo avea costituito erede di tutti i supi beni ; onde questo domanda tutta ere dit : erede scritto non vuol dare se non tanto quant' il possesso del povero. E legge (inventata da questi pdanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani : un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattar il padre; il primo, per non farlo, si precipita dalla rcca ; altro, spinto dalla ne cessit, oltraggia il genitore, ed incorre nella pena decretata; per chiamato in giudizio perch gli siano mozze le roani, il padre stesso lo difende : arringate per lui e contro di lui. Un* altra legge del codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore o sposarlo senza recargli dote ; qualcuno ne rap due, e l una vuole chegli muoia, Y altra che la sposi : quistionate per le due parti. Un ahra legge infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il povero accus di tracfr mento, di che infuriato il popolo ne lapid i figliuoli ; il piece tornato, chiede si uccidano i figli del povero ; questo esibisce s solo alla pena : per chi sentenziate ? In tali bizzarrie 5 pervertivasi il gusto e si forviava lim maginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune e dall abituale forza delle umane passioni, per av

5 Le

abbiamo dedotte dalle Deliberazioni e dalle Controversie di Seneca,

e parte d i Luciano,,

304

LA DECLAMAZIONE.

vezzarli al cavillo e all esorbitanza. A diritto dunque escla mava Petronio che nelle scuole i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocch non vedono, non odono nulla di ci che comunemente suol accadere, ma solo corsari che stanno inca tenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncar il capo ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano dim molare tre o pi vergini e. Cosi all' eloquenza politica era succeduta la scolastica ; e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano dif ficolt d arte, prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire il periodo ; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e" di concetti* per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullit. Formato per tal guisa un oratore, suprema mta di lui era il vedersi prescelto a stendere un panegirico all impera tore ; se pure non si mettesse a quella lucrosa e sanguino lenta eloquenza, che, conservando l'antico costume quando tutto era cos mutato, ordiva invettive sul tono onde Tullio investiva Catilina e Marc Antonio, esagerava gli orrori delY alto tradimento, tirava alla peggior interpretazione i fatti e i detti pi semplici, e iacea condannare Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, Vespasiano. Appena si potesse trar fiato, i buoni s accordavano a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia : Plinio ton contro i delatori; Giovenale flagellava ire to ri; Tacito, fra le cause dell' eloquenza corrotta, adombrava anche questa ; e la combatt pure Marco Fabio Quintiliano (42 120 d. C.), il primo che desse lezioni a pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'iqaperatore Domiziano gli confid l'educazione de suoi nipoti, destinati a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, com' esso lo chiama, scrisse le Istituzioni, dirette a formare un oratore. caro, al petulante greculo o al venale grammatico opporre immagine d* un maestro, che conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la giovent sceglie fra il piacre e il dovere, l avviarla co' migliori precetti, coi pi belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia na zionale ; e alle sante credenze, alle gloriose idee, alle corag Satj-rcon , cap. I.

QUINTILIANO.

305

giose imprese, alla lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno, airam or della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i nmi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, patres nostri Vide Quintiliano a quale infelicit fossero ridotte le lettere dagli esempj massi mamente di Seneca, il quale, essendo in favore come maestro dQl principe, avea messo in disistima lo stile sincero jiegli antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con cui a forza dabilit corruppe eloquenza, a forza d arte guast il gusto de Romani. Seneca (cosi egli) era allora il solo autore che venisse in mano de giovani, ed io non poteva soffrire ehevenisse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perch disperava di pia> cere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo amavano j) solamente pe suoi difettf, e ognuno ingegna vasi di ri trarne quelli che gli erd possibile ; e vantandosi di parlare come Seneca, veniva con ci ad infamarlo. Per verit egli fa uomo di molte e grandi virt, d ingegno facile e copioso, * di continuo studio e di gran cognizioni, bench alcuna * volta sia stato ingannato da quelli a cui commetteva la ri cerca : molli ottimi sentimenti vi si trovano, e assi mora li lit : ma lo stile n comunemente guasto, e pi pericoloso a perch i difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato, se non fosse stato troppo cupido di gio ir ria, se troppo non avesse amato ogni cosa propria, n > co raffinati, concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe l universale consenso dei dotti, anzich l amor de ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa vo* lesse, degno era certo di voler sempre il meglio 7. Accorciammo questo giudizio, nel quale Quintiliano non d ferita senza medicamento, al modo de giudizj officiosi; e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere s e lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi di richiamar verso i classici, e far preferire la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per figure 8. Pure, nel con7 Insiti, orai., X. * Si anliqtiwn sermonem nostro comparamus, pane jam''quidquid lo

quimur figu ra est.


CANT. - Storia tifila Leti. Tutina20

306

QUINTILIANO.

cetto di lai, eloquente significava poc altfo che buon decla matore : diresti non s accorga mai di ci che mancato a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fro e la libert; la su blime destinazione dell eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla in guardarla siccome un* arte ingegnosa e diffll cile, che s acquista coll unire alla naturale disposizione lo studio e la probit, e saper lodare anche i tempi infelicissimi. E d adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e laf fettazione che guastano il dritto ragionamento9 , all opera sua occup poco meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura d infiniti autori, anzich a forbire lo stile : intendeva poi rifarvisi sopra, dopo raffreddato il primo ardore della composizione ,0, ma le reiterate istanze del \U brajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d allora intesero palliare la pro pria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono tuttoro, ma pretendono in fallibili canoni di gusto quei eh egli medesimo confessa non abbastanza meditati. Arring anche, e le sue dicerie erano ricopiate, per ven derle lontano 11 : ma come egli stesso si fosse lasciato gua stare da quei temi artifiziosi, dov il sentimento si esagerava, e badavasi all effetto e all* arte, non all' espressione pi sin cera dell affetto, appare fin nel passo pi eloquente del suo libro, quello ove deplora la morte della moglie dieiannovenne e di due figliuoli gi grandicelli,s.
9 Plerumque nttdce ilice artes, nimia subtilitatis affectatione frangim i atifm concidunt quidquid esi in, oratione generosius, et omnem succum in genii bibunt, et ossa detegunt, quee ut esse et astringi nervis suis debeni, sic corpore operienda sunt. 1 ,1 Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui negotiis districtus , impendi: quod tempus > non tam stylo, qiuvn inquisitioni insti tuti operis prope in fin iti, et legendis auctoribus qui sunt i/mumerabiles datum est.... Usus deinde Horatii consilio, qui in A rte Poetica suadet ne proccipitetur editio,, nomunque prematur in annum, dabam iis otium , u t, refrigerato in/ventionis amore, diligentius repetitos tamquam lector per penderem.
Jfon pajono sue quelle che ora ne portano il nome. 43 Abbastanza avea di che gemere un cuor paterno, buono come quello di

QUINTILIANO.

807

Eppure egli era dei migliori maestri; rimprovera queste esercitarsi sopra tesi simulate; reprimeva il giovanile rigo* gl io oon opportuna censura, e col leggere i migliori autori, cosa ornai disusata, e ool moderare idolatria pei classici, avvertendo die non s 'fra a reputare perfetto quanto usci loro di bocca, giacch sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano .al proprio talento, o si trovano stan chi; sommi, ma uomini . Sopratutto insiste sulla necessit d* essere probo uomo chi voglia essere buon oratore : il che, se m un trattato denostri giorni sarebbe nulla meglio che un esercitazione di moralit triviale, veniva a grand* uopo allora, quando spie.ed accusatori vaievansi dell'eloquenza per sollecitare o giusti ficare la crudelt dei regnanti; onde si vuole sapergli grado daver conosciuto il nesso fra la contro versia nella scuola e il litigio nel fro, je accennato almen quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale impe ratore. Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida. giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone13, e superiore a tutti gli antichi per gravit d espressione, ma per reggersi in eredit avea bisogno che un erudito non,
Quintiliano i eppure egli non sa dimenticarsi gli art-ifizj di scrittore, se nov altro per rinegarli (non sttm ambitiosus in m a(is , nec augere lacrymanim causas valeo ): esce in vane querimonie colla fortigna, e dopo aver detto cosi affettuosamente, Questo fanciullo era tutto carezze per me , mi preferiva alle nutrici sue, alla donna che assisteva alla sua educazione, a quanto piace in quell* et^i * , vi respinge la lagrima dagli occhi col soggiungere che questo -era un lacciuolo tesogli dal destino per viepi martoriarlo, e colle esagerate proteste di non voler pi a lungo soffrire la vita. Ilhtd vero insidiantis, quo me vali dius crUciaret, fo rtu n a f u i t , ut ille mihi blandissimus , me suis nutricibus, me avite educanti* me omnibus qui sollicitare illas atates solent, anteferret Tuos ne ego, o mete spes inanes, labentes oculos, tiutm fugientem spiritum fidi ? Tuum corpus frigidum exsangue complexus, animam recipere, auramque communem haurire amplius potui? dignus his oniciatibus, quosfera, dignus his cogitationibus. Te ne consulari nuper adeptione o d omniunt spes honorum patris admotum ; te atvuncido pratosi generum destinatum; te omnium spe alticce -eloquentia candidatum , stq>et'stes parens tantum ad ponas , am isi! E t, si non cupido lucis, certe patientia vindicet te reliqua mpa aetate} nam fru stra mala omnia ad fo rtu n a crimen relegamus : nemo nisi sua culpa diu dolet.... Introduzione al lib. VI. 13 Eumenio lo dice eloquentia romance non seciuidumt sed alterum decus.

308

FRONTONE.

venisse a dissotterrarne i frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto eh'egli fa di s stesso in una di quelle congiunture in cui pare che affetto non sopporti la menzogna, merit veramente colle sue virt di diventar maestro di Marc* Aureliou , di dirgli la verit da privato 15 e conservategli amico anche dopo imperatore, e carteggiando seco colla confidenza d antico familiare che nulla domanda e qual la meritava il saggio alunno16. Nelle loro
14 Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc' Aurelio una lunga let tera di sfogo, che tra 1 scoperte del Maj : Me consolatur cetas mea, prope jam edita et morti proxima. Qrue cum aderit, si noctis, si htcis id tempus erity calimi quidem consalutabo discedens, et qute mihi conscius sum protestabor. Nihil in longo v ita mea spatio a me admissum, quod dedecori aut probro aut Jlagitio fo re t ; ntdlum in atate agunda avarum , nullum per fid u m facinus rmeian extitisse : contraque multa liberaliter, multa amice, multa fid e lite r , multa constafe r , sape etiam cum perienh capitis consulta, Cum fra tre optimo concordissime v ix i: quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra vero amicitia satis quietimi et multum seeurum video. Honores quos ipse adeptus sum , nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam corpori juvando operam dedi. Studia doctrina rei fam iliari m ea preetidi. Pauperum m e, qiuxm ope -cujusquam adjutum , postremo agere me quam poscere malui. Sumptu nunquam prodigo f u i , quas tui interdum necessario. Verum d ixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri, tacere quam fin g ere, infrequens ami cus esse , quam frequens adsentator. Pauca p etii, non mena. Quod cuique potui, pro copia commodavi. Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum gratus quispiam repertus segniorem affecit ad beneficia quacumque possem prompte impertienda. Neque ego un quam ingratis offensior fu i. Fra altre cose gli diceva: Nonnumquam' ego te coram paucissimis ac fam iliarissim is meis gravioribus verbis absentem insectatus sum.... cum tristior quam par erat in catu hominum progredere, ve l cum in theatro tu libros t v e l in convivio lectitabas ; nec ego, dum tu th ea tris, nec dum conviviis t abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominum, odiosum etiam nonmmquam , ira percitus appellabam. Lib. VI, 42. Sieno per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, scegliamo da M. Cornelii F rontonis , xt M. Aurelii imperatoris epistola .... F rag menta F rontonis *t scripta grammatica; c u r a n te A. M ajo . Roma, 4823. t Magistro meo. Egqdies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium par tium ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim ; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angido parietis costam in flixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse cum cubitum irem , scorpionem in lecto effendi: occupavi tamen eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, m i optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat. Frontone risponde : Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam

FRONTONE.

309

lettere, lasciando che altri ricerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarit sull Italia nostra. < Visitammo (scrive in una) Anagni, poca cosa oggi, ma contiene gran numero d anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v angolo che non abbia un santua rio, una cappella, un tempio; v ha libri lintei di materie sacre. Uscendo,leggemmo sui due lati della porta, Flamine, prendi il samento. Chiesi a un natio che volesse dire questa parola; e mi rispose ehe in lingua ernica dinota un pezzo di pelle della vittima, e che il flamine si mette sul berretto quando entra in citt . altrove: Siamo a Napoli: cielo delizioso, ma estremamente variabile: ad ogni istante pi freddo o pi caldo, o procelloso. La prima met della notte dolce, come una notte a Laurento ; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso l alba ti pare Algido; pi tardi il cielo si scalda come a Tuscolo; a mezzod fa la caldora di Pozzuoli; poi come il sole declina all' oceano, il cielo saddolcisce e si respira come a Tivoli: questa tem peratura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai cieli. Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli affaticavasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo verso la semplicit anteriore a Tullio. Opera difficilissima giudicava il riuscir elo quente; biasimava coloro che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo, come Seneca, come Lu cano che i sette primi versi strascina in dire di voler cantare le pi che civili guerre: domanda che lautore sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste raccomandava di cercar le meno aspettate e le maravigliose, cura che di

tuam magis voluisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego te idcirco non v id i, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen mane do mum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam visitabo. MarcAurelio replica : Magistro meo. Caluit et hodie Faustitui; et qui dem. id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed , Deis juvantibus, aquiorem animum mihi fa cit ipsa, quod se tam obtemperanter tu)bis accomodai. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quodjam potes et quod venturum prom ittis, delector, m i magister. Vale , mi jucundissime magister.

310

FRONTONE,

necessit deve condurre all* affettazione17. Troppo anch* egli seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare second al popolo piace, metodo che terrebbe ogni norma certa al gustol8. "Forse per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d* esser riuscito a trovarne dieci19. Ma allorch questi diceva, c Quando par lai ingegnosamente, ,mi compiaccip di me stesso >, e'g li re plicava: Pi parlerai d galantuomo, pi parlerai da cesare . Il letterato degno di maggior attenzione in quel tempo Cajo Plinio Cecilio comasco (61 115d. Cr.), nipote di Plinio
47 Esprme tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone: Bum ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum , et ante omnes alios oratore ad ea qiue ostentare vellet, ornanda magnificum fu isse. V erum si mihi videtur a quaerendis scrupulosius verbis abfuisse , v el magnitudine anim i, vel fu g a laboris, vel fiducia , non queerenti etiam sib i, qua v ix aliis quarentibus subvenirent, prasto adfutura. Itaque videor , ut qui ejus ^cripta omnia studiosissime lectitaverim , cetera eum genera verborum co piosissime uberrimeque tractasse , verba propria , translata , simplicia , composita , et qua iu ejus scriptis amcena : quatit tamen in omnibus ejus ora tionibus paitcissima admodum reperi as insperata atque inopinata verba* qua nomasi cum studio atque cura , atque v ig ilia , atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum autem atque inopinatum verbum appello, quod prater spem atque opinionem audientium aut legentium promitur : ita ut si subtrahas, atque eum qui legat quarere ipsum jubeas , aut tutilum , aut non ita ad Aignificandum adeommodatum verbum aliud reperiat. Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva nellO r a t or e: Rentm copia verborum copiam gignit j ' e altrove : Res atque sententia v i sua verba parient, qua semper satis ornata mihi quidem videri soletti, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse videatur. 18 Te j domine ( scrive a Marc Aurelio ), ita compares,. ubi quid quid in catu hohtinum recitabis, scias auribus serviendum ; plane non ubique, nec omni modo.... Ubique pupulus dominatur et prapollet. Igitur ut populo gratum e r it , ita facies atque dices. Hic summa illa virtus oratoris atque ardua est t ut non magno detrimento recta eloquentia auditores oblectet.... Vobis prater e a , quibus purpura et cocho uti necessarium est, eodem cultu nontuuiquam oratio quoque amicienda est. Facies istud , et temperabis et moderaberis optimo modo ac temperamento. 19 Ego hodie a septima in lectulo nonnihil leg i; nam decem ferm e expedivi. Eppure Frentone avea fama di secco e robusto, oride Macro bio {Satum., V, 4 ), scrive: Quatuor sunt genera dicendi; copiosum, in qt.o Cicero dominatur : breve, in quo Sallustius regnat ( e non Tacito ?) j siccum, quod Frontoni adseribitur : pingue et flo rid u m , in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus luxuriatur.

PLINIO CECILIO*

311

naturalista, del quale eredit le sostanze e la passione per gU studj. Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne roma no, che prefer all impero del mondo la quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virt, nella scuola di Quintiliano si fece all' eloquenza; e di quindici anni patro cin, poi sempre tratt cause gratuitamente, talvolta discor rendo fin sette ore di seguito, senza cbe la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all umanit, incontrato da Plinio nella Siria, in namor della filosofia, e gl'insegn cbe il pi nobile scopo di questa far regnare tra, gli uomini la pace e la giustizia. Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico pi sembrava dileguarsi, consola imbattersi in quest uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virt. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquit; maneg gi la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ot tenne cariche e rispetto; e non si trov impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle spie e de'car nefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerante*! so ciet; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d* un proconsole, decemviro a giudica^ le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de'cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinta e del Ponto. Eletto console Tanno 100, recit il Panegirica a Trajano im * peratore, ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egU, come solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano pi le parti ove minore studio aveva adoperato: di che stupivasi egli, senza arrivar a comprendere quanto biso* sogno avesse di naturalezza. E davvero in quel suo discorso, tronfio di parole e frasi studiale, forbite, compassate, non fa che perpetuamente scostarsi dalla maniera, semplice di pensare e d* esprimere, per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa dacuto ingegno, e pretensione di novit, e antitesi e raffronti inaspettati. Agl inesperti sembra conciso pel suo pe riodare frantumato, mentre in realt, al pari di Seneca, gira

312

PLINIO CECILIO.

rapidamente Intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa. 11 nostro secolo che non sa pi ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente; ma anche senza di ci Trajano era tal imperatore, da potersi lodare meglio ohe con vuote generalit; e un console, unugure, davanti al popolo poteva usar altro cbe adulazioni, convenienti a schiavo verso un tiranno. Trajano serb amicizia per Plinio anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia, sono un importante rivelazione de migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso20: a troppo gran pezza dalla cara ingenuit delle ciceroniane, mostransi desti nate al pubblico ed alta posterit ; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c' introducono nella vita, massime letteraria d* allora. Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci familiarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio co masco, che don una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, onorato di somme dignit, che la patria Como abbell di un portico, e di denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasci un quarto della propria eredit ; Virginio Rufo suddetto, che quattro volte con sole, generale dell armi romane, vincitore di Giulio Vindice, all impero del mondo prefer la quiete della sua villa dAl sio nel Milanese. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalit, la prudenza, la sincerit, io zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle doli del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne ripo neva in mente i versi e vi adattava le armonie, andava d ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloria vasi che la po sterit saprebbe che fu amico di Tacito: Come lavvenire dir che noi ci amammo, che ci siamo compresi 1 Aveano
V La prima edizione, fatta in Bologna nel 4498, ne contiene poche; le altre furono ritrovate in Francia dall* architetto fra Giocondo, e da Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 45Q8. L* edizione migliore quella di Corzio e Langolio, Amsterdam, 4734.

PLimO CEG1L10.

313

cause d emulazione la loro amicizia resistette. G come gi ci collocano un presso all altro! gi siamo inseparabili nella pubblica opinione: cbi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te per me una preminenza 41. Da Spu rina Plinio impar non solo la giurisprudenza, ma ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella serenit d* uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito riandava i casi di jerl. elle otto era levato, e faceva una crsa a piedi: dopo l asciol vere, ritiravasi nel gabinetto a Qom'por in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, facevasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimo nio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al soie: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo cos la vecchiaja: gettasi poi s un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca , e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i_vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine * sonatrici inghirlandate dama ranto. Cos dopo le fatiche del fro, del senato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l udito, la vivacit, la facile parola. Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferio ri; molti giovani, la cui principale passione era quella dell istruirsi, esercitava nell* eloquenza, e ajutava ne primi passi versa gl'impieghi; e dot la figlia di Quintiliino per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno che coll anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire ; forni lautamente Marziale, reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno <;he valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli : Ricordatevi che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene . Cornelio aveva solleci tato i*primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: Spero avervi fatto degli amici;, contate sopra di essi, ma pi di tutti su Plinio ; e Plinio ne
Ep. VII, 20.

1 et stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a tante

314

PLINIO CECILIO

assunse la difesa in una causa. Sottentr a tutti i debiti del filo sofo Artemidoro, affinch tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi*2. Molti servi affranc, agli altri permise di far testamento, per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggi cogli Etruschi. Governando ia Bitinia, lanci dapertutto tracce di sua munificenza; mut in citt il villaggio di Calcedonia; ripar Cr isopoli, (Scutari); a Libania rialz la tomba d 'Annibaie: in Nicomedia guasta da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio <T Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel lago al mare; ripar i bagpi di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mand pel tempio di Giove una preziosa statua an tica; vi istitu scuole pei garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegn cinquecentomila sesterzi per mantenere fan ciulli ingenui, venuti al meno; fond una biblioteca presso le terme, ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche mag giore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto dt narrarceli. Ma sarejn noi cos rigorosi a tal vanit? Se non meritiamo che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi *8. Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e s'infervor contro i delatori appena il costoro regno croll. Aquilio Re golo, gi sollecitatore di testamenti, che poi in una sola de nunzia guadagn tre milioni di sesterzj e gli ornamenti con solari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui
** Quest*Artemidoro, giunto ii} Atene, cerca qualche casa; e gliene in dicano una grande e bella eppur deserta , perch ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso, di catene, poi compariva un.vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte, compra la casa a poco presso, vi si alloggia, meltesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenn^ che aspetti, ma l altro raddoppia il fragore, sicch il filosofo si alzav prende la lucerna e segue il fantasma. Bra l'ombra d uno.quivi trucidalo, che chiedeva le estreme esequie* fatte le quali, Artemidoro god tranquillamente la sua casa. Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante medio evo; e potete leggerla ih Plinio, Epist. f VII, 27. ** E p ist, I, 3.

PLINIO CECILHX

315

ridotto a perdere non solo la reputazione, ma met delloro passione sua. Allora Plinio bad meno all* eleganza che alla frza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva di continuo arringa di Demostene contro MidiaM: eppure, potenza del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d 'infamia dall* avarizia e dalla ricchezza del sordido vecehio. Aveva dunque ragione Giulio Maurico9 allorch alla tavola di Nerva rammentandosi un Catulo Mes salino, spia e provocatore del regno precedente, e doman dando 1*imperatore cbe ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca ris*pose: Per dio, sarebbe qui a eena con noi . Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i pi gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che v aveva, e con esso ci dilettia mo ancora cercare que* platani opachi, quellinsensibile pen do che guidava alla sua campagna, quel canale protetto dal ombre ospitali, dov*esso veniva a cercar'riposo dalla assordante operosit di Roma. L pesca, l caccia ne boschi popolati di cervi e di damme; l comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere pi ville su quel lago, ed una intitol Commedia^ per ch dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco, mentre laltra eleva vasi come i tragici sul coturno, onde la nomin Tragedia : e quella lambita dalle acque, questa le do mina. Ivi erano appartamenti per inverno e es|ate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana intermitten te 25, che cascava romoreggiando in una sala decorata di sta tue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de* luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donila, avendo il marito ammalato di incurabil
Epist., VII, 30, *5 Sul lago di Como ancora una fonte intermittente, alla villa, la quale appunto da ci dicesi Pliniana ; ma non ha il minimo vestigio di antichit : mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia a Bellagio.

316

PLINIO CEGILIO.

ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, pre cipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. questa mise revole disperazione al filosofo parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea Peto*6. Viepi comoda eragli la villa di Laurento a . diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il di. Spazioso portico a vetriale, riparo contro la cattiva stagione, introduce .al abitazione, e attorno praterie sempre verdi , boschi fanta stici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre sun verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose ta rantine, di legumi d' Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all incessante mormorio d una fontana; poco lungi lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d uccelli, fio ri, fronde, e coi libri che mai troppo non si leggono e rileg gono. La sala ricreata da una nappa d acqua; e l inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel ba. gno a sole aperto, un altro all ombreggiato. N vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere s ben collocate da evitar il sole dall una al laltra87. E le cerchiate di platani, connessi dall edera e dal flessibile acanto, e i viali ornati di bosso o di rosmarino, e
36 Altri suicidj sodo menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore Ari-stone^ sentendosi preso da febbre, disse a Plinio; Sentite il mio medico, io.non sono insensibile alle preghiere di mia moglie, alle lacrime di mia * 6glia, all*inquietudine de* miei amici, ma non voglio patimenti inutili ; e' Plinio gli promise d' avvertirlo quando fosse o'pportuno uccidersi, ma for tunatamente guar. Rufo, fratello di Spurina , uomo d alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che avea stabilito di lasciarsi morire, n preghiere di parenti o d' amici valsero a stornarlo. 87 Quando si tratta di delineare qualunque sia edilzio degli antichi, s* in contrano mille difficolta. Forse venti diversi piani si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L architetto francese L. P. Hudebourt scrisse. el 4838 : Le Lanrentin, maison de campagne de Pline le Jifne, reslitiue d'aprs la description de P I ine ; e pu dar idea delle ville romane, per riscontro al Palais de Scaurus, che descrve i palazzi di citt.

PLiNIO CECILIO.

317

i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d* acqua riuscenti, in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, e i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de' pi ricchi, e che pur possedeva una casina a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemora zione di Tullio e d' Orazio. Compose anche versi ; e tuttoch onest* uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusacon troppi esempj; Forse egli, come molti oratori, cre deva necessario esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: La poesia nata per ostentazio ne, l'eloquenza per utilit. Ni oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per inte* ressi rilevanti, per vittorie serie. V armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lustr terribile. deir acciajo, non la brunitura dell* oro deir argento. Via quell'abbondanza lattea,, che annunzia lino stile infermic ci; parlate con sanit . E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre forza. Gior nalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c informa della futilit di quelle consorterie, che invitate come si trat tasse d'aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir s, non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non sol, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un cdice nuovo erasi com binato per codeste letture, dove s'insegnava: c II lettore dapprincipio paja modesto, gli uditori indulgenti. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a pre star le orecchie benigne? Pi o meno meritevole eh' e sia* lodate sempre. Il leggente presentisi con diffidenza rispet tosa, qual l'uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: Stamane fui pregato di arringare in una causa: non yogliafe imputarmi a dispregio questa mesco1 lanza degli affari colla poesia, giacch io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso 48. L 'autore di sgraziata voce? affida la recita ad uno
*8 Epist. VI, i l .

318

LE ADUNANZE LETTERARIE.

schiaro*9. Declama egli stesso? tutt* occhi allimpressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore dvaverli nojati, e lasciandosi pregare di proseguire. Ai passi belli, e ancor pi alla fine sorgono gli applausi, di visi anche questi artatamente in categorie. Nell* una il trivia le Bene! benissimo/ stupendo 1 nell* altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra, nella quarta si agita la toga; e cos via crescendo. Oli uditori appariglieranno il leggitore i sommi; il poeta non dimenti cher un complimento pel giornalista, e dir : Unus Plinius est mihi; e Plinio giornalista domani pubblicher: Mai non ho sentita neglio 1*eccellenza de tuoi versi . Una di queste letture descritta da Plinio ad Adriano: Io son persuaso, negli studj come nella vita, nulla con venga all* umanit meglio che il mescolare il lepido eoi serio, per paura che uno degeneri in malinconia e 1 * altro in impertinenza. Per questa ragione, dope travagliato in torno alle pi importanti cose, io passo il mio tempo in qualche bagatelle. E per far queste comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi per il mese di luglio, in cui ho piena vacanza, e disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una mattina vennero alcuni a pregar si mi di difendere una causa, allorch io men vi pensava: pigliai loccasione di fare agl'invitati un piccolo compli mento , e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli cbia mati in piccol numero per assistere alla lettura d un* ope ra, io 1*interrompeva come poco importante, per correre 3 al fro dove altri amici m* invitavano. Gli assicurai eh' io osservava il medesimo ordine ne' miei coipponimenti, che davo sempre la preferenza agli affari sopra i piaceri, al % sodo sopra il dilettevole, a* miei amici sopra me stesso. Del resto l opera, di cui ho fatta loro parte, tutta varia non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E cosi, diffidente come sono del mio ingegno, soglio pre munirmi contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; nondimeno, bench gli altri sal
si
G io v b n a l m ,

V, 82- 93.

LE ADUNANZE LETTERARIE.

319

tino e sopprimano molti passi, io niente salto e niente can cello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo tutto per essere in grado di poter tutto emendare, il che non possono far coloro che non leggono se non alcuni squarci pi forbiti. * E in ci danno forse a credere agli altri d aver meno confidenza eh' io abbia nell amicizia de miei uditori. Biso gnain realt ben amare, perch non si abbia temadinojar * coloro che sono amati. ltreci, qual obbligo abbiamo a* no* stri amici, se non vengono ad ascojtarci che per loro di vertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche scono scente colui che ama pi il trovar nell* opere desuoi amici j> ultima perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest opera, mentre ch ella nuova. la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai gi una buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o ood me spesse volte succede, a forza di ripassarli sien fatti peg giori, ti sembreranno sempre nuovi. Qiiaedo la maggior * parte dun libro stata variata, pare insieme mutato tutto il rimanente, bench non sia *. L avvocato Regolo lesse composizioni familiari; un poe ma Calpurnio Pisone; elegie Passieno Paolo; poesie leggieri Sentio Augurino; Virginio Romano una commedia; Titioio Capitone le morti dillustri personaggi, altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite sono popolose o deserte: Quest anno abbiam avuto poeti in buon dato. Par tutto aprile quasi non passato un giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo al veder oggi le scienze coiti vate, e che gljfi gegni della nostra et procurino darsi a conoscere: quan* tunque a stento gli uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo in * tempo se chi deve recitare entrato, o se ha finita la pret fazione, o letta la maggior parte del libro; allora finalmente gi gi vengono allo scanno assegnato; n per vi si trat tengono tanto che la lettura si finisca, ma molto prima
Epist. V ili, SM .

320

LE ADUNANZE LETTERARIE.

svignano, chi con finta cagione ed occultamente, e chi alla libera senz ombra di riguardo. Non fece cosi Claudio Cesa re, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre la * passeggiava pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava non so qual volume, subito e alla sproveduta entr nel circolo degli ascoltanti. Oggi > ciascuno, per poche faccende che abbia alle mani vuol es ser molto pregato; e poi o non vi va, o andandoci, si la menta daver perduto il giorno perch egli non l'ha per duto. Tanto pi degni di lode sono coloro che non si di stolgono dallo scrivere per la dapocaggine^ o superbia di questi tali 81. Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per ascoltare, pot vasi egli attender nulla di vi rile e d efficace? Nessuno leggeva allora libri fuorch ari stocrazia, onde all* autore non restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. N la scelta societ poteva, come oggi, com prare tante copie d'un libro, che lautore ricevesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi apposta per trascrivere e legari libri; il grosso del popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl* impe ratori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, men tre insuperbivasi di esser letto ovunque arrivassero governa tori o comandanti romani, si trovava costretto a mendicar il pane e le sportale da un patrono, dall* economa di un mece nate, o dal distributore de* pubblici donativi82. E come con seguirli altrimenti che lodando? e come lodar dei mostri pa droni o de* vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degrimperafori, ritro v pi comoda, pi utile l adulazione, e vi s and a precipizio. Il
51 Epist. I, i3 . 38 Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello Constabit, nummis quatuor emta 'tibi. Quatuor esi nimium : potet it constare duobus, E t faciet lucrum bibliopola Jriphon. Haic licet hospitibus pro munere disticha m ittas. Si tibi tam rarus qtuim mihi nummus erit. Marzial*, XIII, 3.

Ad u l a z io n e

u n iv e r s a l e .

poeta Stazio blandisce non soloDomizian, ma qualunque ric co; Valerio Massiino e Vellejo Patercolo storici esaltano le virt di Tiberio; Quintiliano retore, la santit di Domiziano e, ci che al suo gusto dovea costare ancor pi, abilit di esso nell eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringra ziandolo della divina protezione che concede agli studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi pi savj dell* imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco il collocarlo a par coi nu mi; Giovenale satirico adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i pappagalli che ad ogni atiio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio maggiore adula Vespasiano; Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone alla clemenza, gli accorda la potest di uccider tutti, tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui colla debolezza dell' universo, onde ispirargli la com passione per via dell' orgoglio. D altra parte a cotesti stranieri accorrenti da ogni plaga del mondo a Roma per godere le imperiali munificenze; a co testi liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano di pi franchi tempi, quali tradizioni repubblicane d$ svegliare? Vedevano oggi, e bastava per divinizzare i padroni del mondo.

CANT. Storie della Lett. Ialina.

21

322

CAPO XII.

Poeti dell et d argento. Stazio. Marziale. Lucano. Silio Italico. Altri epici e lirici.

Allattata da tali nutrici, come doveva ammencire la poe sia 1 La quale, come le altre cose romane, svoltasi non per ispirazione ma per imitazione de'Greci, somigli ad un monto maestoso, che gettato sopra una bella statua greca, le d aria grande: casca floscio e sfiaccolato quando si rav volge a spalle scarne. Sopita sotto i primi Cesari, sotto Ne rone si ridesta coir ardore d una moda; dotti e indotti, gio vani e vecchi, patrizj e parassiti, tutti fanno versi; versi ai bagni, versi a tavola, versi in letto; i ricchi sattorniano d* una turbo a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio 0 coi pranzi o colle sportule: a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennati; e basta che i versi va dano giusti della misura, per esser trovati, o almen decanta ti, migliori di quei d* Orazio e di Virgilio. Tanto si era gi lontani dal sentimento delle bellezze ingenue, eminente in questi; e esagerazione delle idee^raeva d quella giusta mi sura, di cui essi erano immortali modelli. Stazio napoletano, non pass anno dai tredici ai dician nove, che, nelle gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riport palme nemee e pitie ed istmiche 1: laonde 1 grandi lo chiamarono dalla scuola a popolare i loro pranzi,
Hle tuis toties prastrinxit tempora sertis Gim stata laudato caneret quinquennia versu.... Sit proiutm vicisse domi. Quid achea mereri Proemia * nunc rami Phoebi, nunc germine Lemas, Nunc AthumatUcea protectum tempora pinti ? Cosi suo figlio (S ylv., V, 3 ), che non dubita paragonarlo ad Omero e a Vir gilio. Adulava il padre come adulava i tiranni. 1

STAZIO.

eh e' ricambiava eoa versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venir alle mani i fautori di Vitellio con quei di Ve spasiano, andar in fiamme il Campidoglio, esult d'occa sione s opportuna a sfoggiare poesia, e dasuoi contempora nei fu ammirato che la rapidit deUa composizione di quel suo poema eguagliasse la rapidit delle fiamme. 11 genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio ( 6 i 96d.Cr.J. V' nozze? v* bruno? mori ad uno il deli zioso o la moglie9 , allaltro il cane oli pappagallo?3 Stazio ha in pronto P ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima villa; m altro, d un albero prediletto; l etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella villa, quei frutti, que'bagni; e secolari genealogie di doviziosi, che pur jeri ascesero dalP ergastolo ai palazzi. Non v accidente oos frivolo,,per cui non discendano Dei e De: Citerea verr a dar benigno il mare ai capelli 4 un euouco che tragittano m Asia; Fauni > e Najadi terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurr in versi Ja nota di tutti i bellarii che ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro padre e db. Il mansueto leone di Domiziano fu ucciso da una tigre, condotta pur ora dAfrica; Abascanzio propose che il senato ne portasse solenni con doglianze all* imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e col popolo e col senato comping il mondo d aver perduto la fiera imperiale \ Ecco per quali modi Stazio meritava co rone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che noi seguisse un codazzo damici; ed era una festa quand esso mandava inviti a udire i suoi versis. Crispino, il pi caloroso de suoi ammiratori, allesti. . . . Afe fulm ine in ipso Audivere patres: ego ju xta busta profusis Matribus, atqtte piis cecini solatia natis. Sylv., H, 4. 3 1 Psittace , d u x volucrtun, domita facunda voiuptas, Humana solers imitator, P sittace, lingua:, Quis tua tam subito praelusit murmura fa to ? i v i , 4. 4 Sj'tv., il, 5. Per quel leone Marziale fooe dieci epigrammi. * Plinto , Epi&v VI, 17. 3

324

STAZIO.

sce ogni cosa, invita, infervora, s abbaruffa coi tepidi, d il segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde che la tiranhide lasci sulla cetra romana. E qual premio trarr Stazio dal si lodato verso? l ' im periale aggradimento e alto onore di baciar il ginocchio del Giove terrestre: ma se vorr saziar la fame, converr renda una sua tragedia al comico Paride, poich ballerini e comme dianti hanno ricchezza e potere; essi creano i cavalieri ed f poeti, e danno quel che non san dare i ricchi. Gli applausi inebriano Stazio a segno, che non s appaga delle Selve de'suoi componimenti, ma vuol compaginare-un poema, anzi due. E vi riesce, se basta 1 'avere in dodici libri da ottocento versi Y uno, quanti ne conta la sua Tebatde, fatto 1' introduzione all altro poema dell' Achilleide, ove intendeva forse presen tarci compito quel Pelide che in Omero gli pareva solo schiz zato; come chi pretendesse sminuzzare in una erie di basso rilievi il concetto del Mos di Michelangelo. A Stazio lodano qualche invenzione di stile; usci anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con semplicit e vigore, ma al sorreggerli sino al fine nuoce la facilit sua, per la quale in due giorni compose l ' epitalamio di Stella, di ducensettantotto esametri. Cos sva porava la potenza d 'u n ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sagrificato ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitu dine del contentarsi il pubblico a cose improvisate, 1 * autore agli applausi del pubblico. Epigramma, come indica la vce stessa, dapprima fu l ' iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, di Ennio, di Ne vio. Ma gi fra i Greci era passato ad esprimere pensieri lie vi, arguzie, riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d ogni tempo; ma un maggior nu mero e per ogni occasione ne compose Marco Valerio Marziale ( 40 103. d. Cr. ). Da Bilbili-di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a Domiziano, e met de' suoi mille cinquecento Epigrammi, distribuiti in quindici libri, sono fetide adula zioni al tonante romano, e variate guise di chiedergli dena

MARZIALE.

325

ro, vesti, pranzi, un rigagno d acqua per la sua villa6; ri ducendosi alla condizione di abjetto parassita e rinnegando sempre quella dignit morale, che sola decora i begli ingegni. Giove posposto a Domiziano perpetuamente, quasi iddio fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco esser gli paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice cosi suntuoso, che Giove stesso, mettendo allincanto l'Olimpo ed gni avere degli Dei, non pqtrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi alla nettarea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua compagnia, Tenga al convito di lu i7. Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimedias sero alla povert di Marziale, il quale, colla vesta rifi nita e carico di debiti, va pregando qualche lira, e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su tutte sorta dl v i vande per esser invitato ad assaggiarne alcuna8. E in tali an gustie sostener il peso della fama ! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre onorario, cio senza n militare, n esser censito, n aver tre figliuoli l Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domi ziano faccia o che non faccia: poi quando questi ucciso, lo bestemmii, e preconizi Nerva d*essersi conservato buono sotto un principe ribaldo , e faccia Giove meravigliarsi delle disa strose delizie e del grave lusso del re superbo10.
m Diaosi io pregava Giove 'a darmi poche migliaja di lire, ed egli mi rispose : Te le dar quegli che a me d i tempj. Tempj diede egli a m Giove, ma non a m le mille lire]; eppure avea letto la mia petizione cosi w- benigno, come quando cQncedeil diadema ai supplichevoli Geti, e va e m torna per le vie del Campidoglio. O Pallide, segretaria del tonante nostro, m dimmi : se egli negando K a> tal volto, qual 1 * avr nel concedere Cosi m iq; ma Pallade rispose ; Stolto! credi tu negato ci che non f u concesso m ancora> E p ig r . VI, 10. E nel IV, 92: Se a cena m invitassero con temporaneamente Cesare e Giove, quand*anche le stelle fossero vicine,lon* tana la reggia, risponderei ai numi: Cercate chi voglia essere convitato dal tonante; me tiene in terra il Giove mio . i Lib. IV, 4 ; y t l l , 39. 8 Vedi il libro S U I, intitolato Xenia . 9 Tu sub principe duro, Temporibusque m alis, ausus es ess bonus. lib . XII, 6. 10 , Miratur sejrthicas virentis auri Flammas Jupiter, et stupet superbi Regis delicia, gravesque Uucus. Ivi, 15.

326

MARZIALE.

Le lascivie, di etri brutt i suoi v e rs i41, vengono- dal medesimo bisogno di adulate; d'adulare non un uomo soto, ma i pravi costumi di tutta la citt; e qoamF egK volge in altrui l'arzillo epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non potesse eccitarsi il riso, s non da vizj cbe avrebbero dovuto, far arrossire. Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, dR gu stare la vita domestica, e di comprendere che la felicit non consiste nell' oro e nello splendore, t Sai tu quali cose ci ren> dono beato? Una sostanza acquistata senza fatica e per ere* i dit, un campo non ingrato, il focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicit, conformi amici, faerfe con* Tito , mensa senz' a rte , notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non disaggradevole eppure pudico, * sonno che renda brevi le notti, amor ci che sei, non ago* gnare di meglio, n temere n bramare l'ultimo giorno ,a. Questo medesimo epigramma che pure de' suoi miglio ri , quale povert accusa di poesia in quella enumerazione fredda.senza immagini! Egli stesso diceva de'suoi Tersi: C ' del buon, del mediocre, e assai del male 4e; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano quanto si pas sioni per l ' autore chi invecchi nel trovargli meriti che non aveva N in Marziale si riscontra mai sentimento profon do; e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo pi va corretta ed espressiva, guanto poteasi l dove ogni sponta nea ispirazione era sbandita dalla paura di spiacere ad om brosi regnanti, o a schizzinosi protettori. Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto co me d* esposizione, lo salva da uno dei difetti pi usuali a'suoi coetanei, il farsi palliiji riflessi degli scrittori del secolo d'Au11 Scusa vasi cogli esempj : ie scribit Carnilu i, sic Marsus, sic Pedo, sic Getulicits. Pref. al Kb. I. Uh. X, 47. 45 Stint bona, suni qUadam mediocria, stml mala plitra. I, i6 . 14 Per rimpatto , Andrea Naragero ognfanoo il Sterminato giorno bru ciava aleone copie di Mattiate, olocausto al buon gusto.

LUCANO.

327

gusto. Nella baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta felicemente ci cbe gli stranieri introducevano neir idioma della dischiusa citt: ed estenden dosi alla vita reale e a tutto il mondo romano, ci porge pre ziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze. Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38 63. d. Cr.), ed ebbe tutte le fortune desiderabili: nipote di quei Seneca che davano il tono alla societ letteraria, al lievo di que' grammatici e retori che pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre ed amplificare senza perisieri n sentimenti, fomentandone la lussureggiante facilit, invece di sfrondarla, ed esponen dolo a quelle pubbliche recite, ove, recand noja, si busca vano applausi. Nerone suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, lgato, augure; e Lucano gli diede lodi servilissi me 1 { t; ma avvezzo da fanciullo ai trionfi, os competere
15 Dell' adulazione di Lucano il passe pi insigne sta sul limitare della Farsaliaj ove raccomanda a Nerone di salir tardo al cielo, di stabilire qual dio voglia esseT col , e di non accostarsi troppo a un polo o all' altro, acciocch il gran suo peso non faccia traboccare il cielo : Deh sia tardo quel giorno in che dovrai Scema di te lasciar la terra! E quando T* avvolgerai fra gli astri, e in mezzo al rso Dell*1 tra, a te si schiuderan le reggie Del preferito cielo, iv i, .o ti piaccia, Trattar lo scettro del Saturnio, o il carro Fiammeggiante salir del dio di Del, B d* aurea luce illuminar la terra Nulla temente del mutato auriga Fia eh ogni iddio del suo poter t investa, E ti si doni che, in qual di ciel parte Fermar ti giovi il tuo soggiorno, quivi Sorga il tuo trono, e dalle-stelle ancora Tu segua i freni a governar del mondo. Ma non fermar nell' orbe ove d Arturo Girasi il carro, n la dove avverso Si rivolge dell'austro il caldo polo, Ch indi il guardo volgeresti obliquo A la tua Roma, e n' avverria che, l'una Parte premendo dell* immenso azzurro, L* asse al gran pondo inchinerebbe. Il mezzo Tieni del cielo, avanti a te si sgombri L' altissimo zaffiro, e nube alcuna

328

LUGANO.

coir imperatore e vincerlo: Nerone gli proib di pi leggere in assemblee, e il poeta indispettito tenne mano nella congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunzi gli amici e lamadqe; ma invano colla vilt tentato conservare la vita, la lasci eroicamente. Il trovarsi perseguitato dispensavaio dalle ufflziali codar die e dalle accademiche fanciullaggini : chiuso nel suo gabi netto, poteva comporre originale : e di fatto egli ritrae del suo tempo pi che quegli altri imitatori, ma non ne palesa se non la depravazione del gusto, lo sfiancamene delle credenze. Chi attribuisce inferiorit della Farsalia all avere scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza della poesia, tra storte deduzioni da arbi trari principj. Buon soggetto d epopea sono le guerre tra na zioni forestiere, mentre le lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioui di Stati convengono meglio alla rap presentazione drammatica. In Lucano non ci presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti ; sicch i fatti non han pi una distinzione abbastanza evidente. Vuoisi inoltre che epopea presenti una lotta pisd* entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela nella storia universale, come quella de Greci contro gli Asiatici, de'Cristiani contro i Turchi, de*Porto ghesi contro gl Indiani : equi pure difetta Lucano, poich la guerra fra Pompeo e Cesare da lui cantata, lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca luno l'altro, uma nit non avr che vantaggi speculativi. Il che viepi risalta dacch Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualit viva, per
Unqua non osi ai raggi tuoi far velo. Poste |llor 1 * arm i, si dark conforto Quest'umana famiglia, in doppio amore S* ameranno le genti, e verrii pace Le ferrate a sbarrar porte di Giano. Ma tu gik mi se* dio. Se tu m inspiri, Non mi curo invocar Febo che voi ve I secreti crrei, n vo* che Bacco Abbandoni per me gli antri di Nisa; Chfe tu basti a dar l*ale al verso mio.

LA FARSALIA.

329

.cui tutte le azioni esterne son ricondotte al carattere interno alla coscienza, alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere cbe una battaglia avrebbe potuto ristabilire an tica repubblica, cio rassodare la tirannide de patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto Pompeo mediocre sem pre, pi ancora nell ultima guerra, ove misurava s stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? Cesare forse il pi grande de Romani, insignemente poetico per infatica bile ardimento e per la popolarit da Lucano svisato; e per rappresentarlo come un furibondo ambizioso il quale n el dubbio s appiglia sempre alla via pi atroceie ricorre a par ticolarit insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ov* lorda; spii chi con serenit o con mestizia tra figge; contempli i cadaveri accumulati sul campo e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur unaltura per meglio godere lo spettacolo dell* umano'macello. Ma pu far con que sto che Cesare non appaja il protagonista detrazione? e di Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo ca reggia il poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone? Lavorando di partito non di giudizio impicciolisce le grandi contse coll arrestarsi attorno ad accidenti momenta nei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate le piccole co se non capite o vilipese le maggiori trattenuta l'attenzione su particolarit inconcludenti,, e sviata da ci che capitale; n vi riconosci il cuor delluomo colle mille sue rinvoltare, colle. infinite gradarioni fra cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virt o mostruose tirannie. Quasi non basti l orror d una guerra pi che civile, devono vedersi le serpi andar in frotta pei libici deserti; le piante d una selva non cadrjftoo sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie stra namente micidiali a ruscelli scorrer il sangue i morti re steranno in piedi tra le file serrate; piaghe apriransi co me l antro della Pitia, il grido dei combattenti toner pi che il Mongibello. Al modo dei retori moltiplica descrizioni
16 Cosar in arma fu re n s, nullas nisi sanguine fu so Ckmdel habere vias. Lib. II.

330

LUGANO.

e digressioni di tenuissimo appiglio: e per verit in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di variet vorrebbe supplire coir erudizione, all en tusiasmo e alla dignit colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento della natura morale colle particolarit della materiale. Spesso ancora il pensiero appena abbozzato o in -comprensibile: uniforme il color negro, talora esercitato so* vra particolarit schifose, sopra anlisi di cadaveri in decom posizione, sopra una maga che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e ne fruga gli intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non si vuol rom pere17. Il verso, talora magnifico, pi spesso va duro e con torto: soverchie le particolarit, daJle quali se egli inai si solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi di noi non si senti infervorato a quel suo ardore di' liber t, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i Romani colti d* allora provavano, aborrire le guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare antica repubblica, non per intelli genza delle istituzioni sue, ma perch come esercizj di scuola come i pedanti proponevano gl innocui elogi di Bruto e di Ca tone ai futuri ministri di Nerone e Domiziano. Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dQve, o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o s#imprecasse alte discordie cittadine, osservate nei loro aspetto pi superficiale; P uccidersi qi tra padri e fratelli ; salvo a lodare le intempestive virt di Catone che a quelle tanto contribu, e preporre il .giudizio di lui alla de cisione degli Dei 18. E agli Dei, cui Roma pi non credeva,
7 Immergitque m&mis oculis.. ' . . . . Et siccas pallida rodit Excrementa mamts ; laqueum nodosque rccentes Ore suo rumpit ;pendentia corpora oarpsit. . . . Percussaque viscera nimbis K ilsit . . . Stillantis tabi saniem. . . . Sustulit) et nervo morsus retinent pependit. Lib. VI. Causa: Diis victrix placuit, sed victa Caloni.

**

L FARSALIA.

331

non era possibile attribuir un'azione in quell*epopea, onde il poeta vi surrog un soprannaturale de) genere pi infelice: ed ora la Patria, in sembianza di vecchia, tenta rimuover Ce sare dal Rubicone ; ora i maghi resuscitano cadaveri per ca varne oracoli ; ora indovinamenti di Sibille, o presagi natu rali ; e mentre s* impugna la Providenza 19, adorare la fatalit, che esclude e la rassegnazione e la speranza ; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani avvicendamenti, al fondo de quali non v' che la desolazione e il nulla. conseguente se preconizza la morte come un bene che dovrebbe concedersi solo ai virtuosi20; un bene perch assopisce la parte intelli gente-dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma nelV oblioso Lete 21. Uno dei pezzi lodati della Farsalia il passaggio del Rubicone. Eccolo:
Avea gi le nevose Alpi lasciate Giulio alle spalle e gli fremeva in mente La gran tempesta del civil confili lo. Giunto del piccol Rubicone allonda, Luminoso e gigante ecco dinanzi Stargli un fantasma, a cui cresceva il bujo Della notte chiarezza. Era di Roma La veneranda immagine, alleggiata Di lacrime e di duolo. I capei bianchi Della turrita fronte diffondeva
Simi nobis nulla profectp Nitmiiia, cum caco rapianttu' sacuta casu. Mentimur regnare Jovem. MorUtka rutili Sunt cura ileo. Lib. VIL -S O Mors utinam pavidos vitoe subducere nolles, Sed virtus (e sola daret. Lib. IV. 2i Parlando del guerriero resuscitato dalla maga tessala : A h m iser, extremwp cui montis munus iniqua E ripitur, non poSse mori! . .. S it tanti vixisse iterum , nec verba nec herba Audebunt longa pomnum tibi rumpere* Lethes A me morte data. Lib. Tl. +9

Q3*

LUCANO.

Per le guance e pel seno e con le nude Aperte braccia immota, in colai guisa Mescolava col pianto le parole: Ahi dove, o figli, ove movete il passo? Dove recale, o forti, i segni miei? Se vi guida ragion, se figli siete, Se cittadini, il trapassar non lice . Udilla il duce : per Torror sul capo Gli si rizzaro i crini, e quel ribrezzo Cos gli vinse ciascun sentimento, Cbe al labbro de la riva il pi rattenne. Poi disse: 0 sommo Iddio, che dai Tarpeo Tonando guardi le rraaqe mura, E voi, frigj Penati, ognor secondi A la gente de* Giulj, e voi, misteri DelKassunto Quirino, e tu cbe in Albi Ponesti eterno il lazial tuo seggio, E voi, fuochi di Vesta, e tu , gran Roma, Che d*un nume quaggi rendi figura, Deh ini siate propizj. Ah non son io , No, non son (o che impuguo, o madre, il ferro Contra il tuo seno. Vincitor del m are, Vincitor della terra a te ritorno. Ecco Cesare tuo, cbe, ovunque e sempre Tuttoch in armi, tuo. Quei che nemico A te mi vuol, quei solo, o madre, il reo >. Rompe ci detto le dimore, e ardito Spinge i vessilli suoi di l dal fiume. Lion cos per li deserti campi Dell* arsa Libia, se improvviso innanzi Si vede il cacciaior, dubbio s'arresta, Infin che aduna dentro tutta P ira, Poi fatto della coda a s flagello Scuote la giba ed allo freme e rugge; E se l'agile Mauro la contorta Lancia gli vibra, o gli presenta al largo Petto gli spiedi, ei delia sua ferita Nulla si cu ra, fa la via medesm Che corser Paste, e al fecitor s'avventa.

Qual meschina invenzione questa di uno spettro, la cui immagine abbia potente fra tante ambizioni? N allora

LA FRSALIA-

333

si era in secoli credenti come quelli d 'Omero o quelli delle Crociate; anzi neppur nei tempi che Camoens fa comparire il genio del mondo ignoto all' avventuroso Vasco. Tutto era positivo e pubblico, la religione scaduta, non estesa per anco la superstizione. Questa Roma poi, nel fior di sue forze, uscendo allora vincitrice della Pallia sua pi terribile nemica, perch farla vecchia canuta? perch gemere mestissima? Siffatta, dovrebbe eccitar compassione non orrore io Cesare. Ed ecco il dittatore uscir in una litania d* invocazioni a tutti gli Dei, ove non placa Io sdegno della corrucciata vecchia, ma ne chiede il favore. Distona poi affatto, s'io non err, l'u l tima similitudine, giacch eroe, prima sgomentito, poi pre gante, men che ad altro poteva assomigliarsi ad un leone. Ma qui Lucano, ricordasi della scuola e della descrizione. E puz zano di scuola gli epiteti, gelidas alpes, ingentes motus e in gens imago, obscuram noctem col contrasto di clara, magnce urbis , summi numinis, furialibus armis, parvi Rubiconis, contraddetto dal tumidum per ar^nem, sebbene ne spieghi poi l ' accidentale gonfiezza **.
** Un lutgo studio sulla Fdrsata di Lucano ha fatto il signor Nisatd, tudes des mautrs et de la 'pofttique s u r le s poetes de la dcadence ; ne leviamo l'epilogo, ove osserva quel poema sotto l aspetto che noi siam seKti pi. comunemente considerare gli autori, cio pel modo onde rappre sentano la -civilt^. Chi conoscesse sol dalla lettura della Farsalia la guerra civile fra Pom pe e Cesare, non ne avrebbe idea niuna, o piuttosto ne conoscerebbe peggio che niente, non avendo se non falsi conctti sugli avvenimenti e sugli uomini. Dapprima, i personaggi principali non essendo veri, n sotto il ppnto storico n sotto il filoso6co, n come uomini realmente esistiti, n come tipi generali di passioni reali, e inoltre essendo i soli rappresentanti au tentici degl interassi e delle opinioni che agitarono il loro tempo, tutta la met dun' epoca rimane in una specie di crepuscolo vago e falso. Se gli umini sono mal intesi, come saran meglio intesi gli avvenimenti? Me, anche considerando gli avvenimenti come forniti d* una specie * esistenza indipendente dagli uomini, qual luce trovate in Lucano sui fatti pfesi. isrfatamente ? A vantaggio di chi e di che, contro chi C contro che suc cede 1 rivoluzione .monarchica nella vecchfa Roma repubblicani? quale idea peii, quale trionfi? che cosa v era di politico, cbe cosa di sociale in questa rivoluzione? Se la, libert soccombette, perch e come soccombette? Quale parte ebbe la religione, se una religione vi era ancora ? Che voleva la setta stoica ? conservate? cangiar? quanto contava essa nello Stato? Quali erano i privati in teressi di ciascun corporazione privilegiata ? quelli dd popolo? era forse possi-

33 i

LUCANO.

Ci suggeriscono ehe bisogna scusare i diletti di Lucano perch morte gli tolse di darvi ultima mano. Ma la Urna avrebbe potuto mutare il generale concetto ? dargli L dolci lampi dunimmaginazione vera, d un affetto sincero? e pari sventura non era accaduta a Virgilio ? Per la lingua epica che VirgiHo aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano
Itile una transaeione fra tutti quegl* interessi ? Gran problema, la etti sluaione ]H)trebbe assolvere e spiegare d un tratto quelli che sostennero le prime figuoe, c mettere dalla stessa parte la giustizia e gli Dei. Che pensava la turba sileasiosa intorno alla citt universale, che si straziava di sua mano? qual inte resse vi-prendeva? qual era il candidato dell umanit nel grafi litigio d' im pero assoluto che si decideva sai campi di Farsalo? Tutte queste cose Lucano non le tocc, anzi neppure le sospett. E nulladimeno, come parlar di Cesare e di Pompeo senza tutto questo ? Che dice dunque Lucano, se nulla ci dice di tutte le cose che costituivano il fondo di questa-lotte? Approfondire quellampia e inesauribile materia poteva essere a'snoi tempi opera n sicura n da poeta; ma accennarla, farvi allusioni, trarne la morale, siccome fece colla sua discrezione Tacito, che spiega con questa frase rosi profonda e cosi inoffensiva il trapasso della repubblica all* impero : ugitstus eunda bvHis civilibus fessa in imperium recepii ( ann. L. 1 ), JH>n era assunto a cui Lucano potesse mancare se non era privo afltto di genio. So che Catone giurava di morire tenendo nelle sue braccia , se non la libert, almeno una vana ombra di essa ; ma qual era la libert di Catone? So che Pompeo trascinava dietro s le vecchie leggi repubblicane (che egli calpestate avea venti volte ), rappresentate da qualche senatore fuoruscito^ che era confuso nel suo sguito; ma quali erano le leggi di Pompeo? So che Bruto parla eloquentissimamente delle ruine del mondo, in mezzo a cui Catone resta immobile colla testa alta ; ma di qale natura erano queste rovine? m Di tutta la rivoluzione che cangi i destini di Roma e .del mondo, Lu cano non afferr che 1' istante dello scioglimento f la mischia, vale a dire il momento men filosofico e meno istruttivo. Comincia l ' intreccio al .momento in cui l intreccio si scioglie. E poich lo scioglimento conosciuto gi prima, ed inoltre orribile e deplorabile, come tutte le catastrofi che finiscono sul c^mpo di battaglia , pu accadere che molti non piglino la pena d 'aprite il suo poema, poich non vi devono vedervi se non ci che sanno. Vi ha degli scioglimenti tollerati per l intreccio che li produce, e per la .curiosit che danno le complicazioni d* interesse e di passioni; e nulladimeno il pi delle volte si chiudono le orecchie o gli occhi nel momento della crisi, perch essa ha il doppio svantaggio d' esser preveduta e d* essere atroce. Ora il poema d iL u -, cano <uno scioglimento senza intreccio, una crisi veramente fisica. A che Unte andate e ritorni per terra e per mare? Quando son lora del combattimento, non v'.quasi nulla pi da raccogliere per la filosofia, che lasciando il campo li bero alla descrizione, si ritira; perch a quell'ora tutto consumato. La bat taglia non ha pi nulla ad insegnarci n intorno agli uomini, n intorno agli avvenimenti; quelli fecero gi le loro prove, questi si esaurirono. Le idee che suscitano la lotta fra le forze materiali} si tengono in distanza dal campo, sopra

LA F ARS ALIA*

335

pervertita, come la prosastica da Seneca; ci che il primo avea detto con limpida purit, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria di voci, d antitesi e di ampolle, dove sempre la frase a scapito del pensiero, lidea sacrificata all immagine, il buon senso all' armonia del verso.
un* altura, ciascuna dietro il vessillo che la rappresenta, attendendo il loro destino, non avendo pi potere n di ritardarlo, n di accelerarlo. Ai primi squilli della tromba, lo spirito, intelligenza, tutto il tdondo morale cess, e la quislione sta nelle braccia degli uomini, che s impiegano al servizio delle idee, e fanno le rivoluzioni senza saperlo per ' un saccheggio del domani ; sta nella forza numerica, nella qualit delle armi, pei liquori spiritosi, nelle promesse d avanzamento, in ci che v ha dimeno intelligente e morale. Ed allora una guerra vale quanto ogni altra; non che sangue versato, che moribondi e morti: resti chi vuole a non veder niente di nuovo; ma gli spiriti delicati che non s interessano se non delle vere cause della lotta , delle trattative, dei pre liminari , abbandonano-il campo della battaglia, ovvero si addormentato du rante la carnificina, senza inquietarsi gran che del metodo che regol questa strage, e se essa cominci di fianco o di coda: tutte cognizioni accette uni camente alla piccolissima classe degli strategisti. * * In somma nessuno de caratteri essenziali dell epopea si riscontra nel poema di Lucano : non riassunse la vita umana ; non riassunse, un epoca so ciale e politica, ma ne diede soltanto alcune linee vaghe, contestabili, quando non sono del tutto false ; non rappresent alcuna passione vera, universale n individuale ; anzi non v* ha passione nella Farsalia , perch ninna ne aveva Lucano. m Rispetto alla filosofia, a scienza delluomo, a intelligenza delle passioni, degli interessi, delle inclinazioni sue, la Farsalia opera morta, e nulla v'ha, ad apprenderei Per lo studio generale della rivoluzione consumata nei piani della Tessaglia, ad Alessandria, a Munda; per l intelligenza particolare degli interessi che sostennero una lotta cos disperata su quei campi, contro il ge nio della nuova rivoluzione ; pel giudizio di questo gran conflitto, delle sue ultime cause, de* suoi effetti, della relazione fatale che si trovava fra le cose ed il carattere degli uomini, la Farsalia e opera inesatta, menzognera, sovente calunniosa negiudizj, sovente malaccorta nelle simpatie ; e tutto senza cattiva intenzione, senz* ombra di passione personale : n v' ha nella Farsalia maggior odio di quello che vi sia nei nostri discorsi di retorica quando noi apostro fiamo un tiranno. L 'idea della Farsalia venuta a Lucano come l ' idea della Tubaide e dell Achilleide a Stazio, come l idea della Guerra Punica a Silio Italico, come l idea dell Argonautica a Valerio Fiacco, come al XVIII secolo lidea dell Enricheide a Voltaire. Poich solamente dopo aver fatta l ' Etuicheide Voltaire s* immagin che questa fosse un' opera intenzionale di filosofia , di tol leranza religiosa: la prima ispirazione era stata tutta letteraria. Voltaire cer cava un soggetto di poema epico, e l Enricheide gli si offerse natural mente- Pi tardi ne fece la pi importante predica della sua grande missione filosofica nella nostra vecchia Europa, poich trov vantaggio a farsi stimare

336

PARALLELO GON VIRGILIO.

Eppure di fantasia e di facolt poetica era meglio dotato che Virgilio : ma questi ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse; e care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si ferm ad un fatto, su cui discordavano opinioni e interessi. Virgilio adul, ma.pi Roma ancora che i suoi pa droni ; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era uom del popolo, e che al pi destava simpatie patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema, quel di Lucano fu fatto da quelle conventicole d amici e compa gnoni, che guastano colle censure e colla lode. Virgilio cov nel segreto l'opra sua, e tanto ne diffidava, che morendo ordin df darla alle fiamme: Lucanp, ebro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava s stesso che i versi suoi, come quelli d 'Omero e di Nerone, sarebbero letti in perpe tu *s, e morendo li declamava, juasi per confermare a se stesso che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio rimarr il poeta delle anime sensitive : Lucano sar il precursore di quella poesia satanica, che vantasi in venzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di dispera zione, di tutto ci che spaventa o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe deir anima, dell intelligenza, della so ciet per istillarvi il veleno della beffa e della disperazione.
come un genio da quando usci di collegio, fino alla morte. Quel di Ne rone e quel di Luigi XV non erano tempi d epopea, la quale non pu esser l opera d'nn poeta, che,collocato in un'epoca di critica e di scetticismo, si riporta collo studio verso un epoca di fede, e cerca d'appartenere a quell epoca col metodo, col nome dell' autore drammatico, che studia d essere per un istante ciascuno de suoi personaggi. Bisogna che il poeta ed il libro sieno contempo ranei, chela fede dell epoca sia nel cuor del poeta; bisogna che questa somi glianza si faccia naturalmente da s stessa, e non per lo sforzo di un erudito che abbandona il suo secolo tante ore al giorno per andare a vivere in un altro. L epopea di Omero tutta intorno a lui; essa di sopra della sua testa , come a suoi piedi ; 1 epopea di Dante contemporanea al poeta, tor menta tutta la sua vita, lo fa morire in esilio ; l epopea di Shakspeare tutta scettica, nata dal pi grande e pi universale movimento di scetticismo dei tempi moderni.' .L opera, il poeta, il tempo, non fanno che una cosa sola . ** Nam, si quid laiiis fa s est promittere Musis, Quantum smymcei durabunt vatis honores, Vinturi me, teque legent (.Nerone) ; Pharsalia nostra V ivet, et a nullo tenebris damnabitur arvo. Lib. IX.

LUCANO.

337

E noi tanto rigore gli usiamo perch quei difetti sono pure dell et nostra, e perdettero e perderanno altrieletti ingegni
** Lucano si pu dire il fondatore dell'epopea storica; giacche non si sa, credo , che alcuno prima di Ini prendesse-per soggetto d' un lungo poema un avvenimento di tempi storici, formato di molti e varj fatti; e avente quell'unit d' azione, che risulta dall' esser questi e legati fra'di loro, e conducenti alla con clusione di quello. E non ho detto semplicemente' un avvenimento storico; ma di tempi storici ; perch li la differenza essenziale tra la Farsalia e 1' epopee anteriori. L 'importanza della quale non fu , mi pare, abbastanza riconosciuta dai critici ; i quali, notando in quel poema altre differenze reali ma secondarie , non s 'avvidero eh' erano dipendenti da quella prima e capitale innovazione. Perch la guerra di Troja pu esser chiamata, pi meno, un fatto storico, come le guerre civili d Roma; perch un Enea, venuto in Italia dopo'quella guerra, pu esser pi o meno chiamato un personaggio storico come Cesare; pot anch* parere che tra i soggetti dell' Iliade e dell' Eneide, e il soggetto della Farsalia non ci fs*e una differenza sostanziale, e che le innovazioni di Lucano,siano venute da un suo genio particolare, da un capriccio. Ma chi ap pena ci badi, vedr, se non m 'inganno, eh' erano conseguenze, non necessarie ma naturali dall'aver preso il soggetto del poema -da tempi storici, cio da tempi de'quali il lettore aveva, o poteva acquistare quando volesse, un concetto indipendente e diverso da quello The allinvenzione poetica fosse convenuto di formarci sopra. Se.vi fu capriccio, fu quello. Di queste innovazioni accenner le due che furono principalmente no tate. Una, l'avere il poeta seguita servilmente la storia, invece di trasfor marla liberamente. Ma fu perch la storia era nel soggetto; e il poeta doveva scegliere tra il seguirla o il contradirla ^ affrontando cos e- urtando un con cetto gi piantato nelle menti, e con binine radici. L' altra, 1' avere esclusi gli Dei dal poema. Ma fu perch non li trovava nel soggetto. E si pu egli dire che sia la stessa cosa il mettere opeTa gli elementi d ' un soggetto, e l ' intiodurcene degli estranei ? 1 critici che biasimarono Lucano d' aver voluto fare, per ci che ri guarda gli avvenimenti, una storia in versi piuttosto che un poema e 1 'altre critiche, a cui and e va soggetta la Farsalia, sono estranee al nostro argo mento: non esaminarono, d? quello ch mi pare, se, volendo pur comporre in quel tempo un poema epico, c'era da far qualcosa-di meglio. Introdurre le divinit mitologiche in un soggett di tempi storici, e, per poterlo fare con maggior libert, prendere il soggetto da tempi pi remoti ? o prendere il soggetto dai tempi favorevoli ? L 'una e l ' altra cosa fu fatta con esito poco fe lice , e non da uomini cosi sforniti di doti poetiche, che se ne possa dar loro l colpa principale. E sarebbero ceit'o pi lodati, anzi, credo, .ammirati, se 1 opere di Virgilio fossero perite; perch ammaestrati da lui di ci che poteva la lingua latina, e imitandolo in quella lidgua medesima, poterono, in quanto allo stile, esser forse pi continuamente e pi arditamente poeti, di quello che le lingue moderne permettano anche ai pi felici ingegni. Silio Italico fece, come Virgilio, intervenire gli Dei nel suo poema. Ma il soggetto era la seconda guerra cartaginese : e Annibaie e Scipione non aveCAKTVJ. Storia della Lett. Latina. 22

338

ALTRI EPICI.

N pi che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i Quali, sprovisti del genio che sa e inventare ed ordi nare, sceglievano i soggetti non per impulso di sentim ene, ma per reminiscenza e per erudizione, e sostenevansi nella mediocrit coi soliti ripieghi deir entusiasmo a freddo, e colle descrizioni ; abilit di chi non ha genio. Tutto ci che mestieri ad un poema, te trovi negli Argonauti di Caje Valerio Fiacco padovano ( i J i d. Cr.), nulla di ci che vuoisi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse
vano parenti nell Olimpo, come Enea e Turno. Non erano eroi m isti ton g li D e i , ma generali e uomini di Stato d due repubbliche. E si pensi che effetto potesse fere, anche a lettori gentili, ma che avevano Livio e Polibio, il dio Morte che, entrato in persona nella battaglia del Ticino, copre col suo scudo il -gio vane Scipione, e gli parla dal suo cocchio in aria; e Giunone che, per sottrarre Annibale vivodal campo di Zama, gli manda incontro un fantasma ibi figura di Scipione, il quale friggendogli poi davanti, lo tira fuori della battagli#. Per che Virgilio aveva potuto, con convenienia poetica, far durare l odio di quella dea contro i profughi di Troja, contro Enea, cugino di Paride, cre dette Silio Italico di poter resuscitare quell odio contro i Romani de! sesto secolo* E non bad che la pace era fatta da un pezzo ; non intese bene quel luogo dell Eneide, dove Giove le dice t Q ua jam finis e r itj conjux?... Desine ja m tandem.... Ulterius tentare veto. E barattata qualche altra parola, Annuit his Jitnt, et mentem lottata retorsit. Che voleva dire: la novella finita; vengono tempi e fatti, ne* quali gli Dei non si potranno far Mitrare, ehe per fona. Del resto, anche Silio Italico fu taciato d essere stato troppo ligio alla, storia. Quel solito giudizio, nato dal non riflettere che, quando si cambia la materia, non e cosi facile conservar la forma, dal supporre che della storia si possa far lo stesso che della fvola. La Tebaide di Stazio e YArgonautica di Valerio Fiacco erano soggetti presi, come 1 Eneide, da secoli eroici ; solo ci mancava quel magnifico e per petuo legame con'lorgine, col progresso, con le tradizioni, doi destiniduna societ vira e vera, e d una societ come Roma. Che poco? I racconti fondati sulla mitologia, dopo esser piaciuti come cose credute vere, poterono piacere come una forma speciale di verosimile; ma era un pezzo che la cosa durava.E perch, per noi che abbiamo la sorte di non esser politeisti, quel meraviglioso ( se pur merita tal nome) che portan seco i Giovi e gli Apolli * e gli altri numi de Gentili, non solo lontano da ogni verisimile, ma freddo ed insipido e di nessuna virt , non bisogna credere che per i politeisti dovessi essere una fonte inesausta di curiosit e di piacere. duno di loro quel lamento:
Expeetes eadem a sommo minimoque poeta.

Dove potevano dunque i poeti latini trovare oramai degli argomenti per 1 epopea, quando la storia non poteva dirsela con la mitologia, e la m i-* tajogia senza la storia non era pi altro che un* novella vecchia ? La pianta era morta, dopo aver portato il suo iore immortale. Manzoni.^

GLI ARGONAUTI. SILIO ITALICO.

339

drammatico, non la rivelazione del grande scopo di queir im presa, degna al certo d occupare una societ forbita e posi tiva. Non lascia sfuggir occasione di digressioni ; accumula particolarit di viaggi e d* astronomia ; cn erudizione mitolo gica portentosa sa dire appuntino qual dio o dea presieda alte sorti di ciascuna citt od uoipo, quanti leoni figurino neHa storia d* Ercole, in qual grado di parentela stia ogni eroe coi numi, e l* a precisa cronaca degli adulterj di questi ; e l'espone senza n l ' ingenuit de primi tempi cbe fb creder tutto, n la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. An che nello stile barcola fra le reminiscenze de libri e V abban dono famigliare, che per non lo eteya alla naturalezza. Mes sosi sulle orme del greco Apollonio da Rodi, corre pi franco ed elegante quando se ne stacca *5. Pi accortamente Cajo Silio Italico di Roma o ditalica in Spagna (2495 d. Cr.), scelse a soggetto la Gueira punica ; ma sfornita d immaginazione, farcisce in versi ci che da Polibio fu narrato si bene,e da Evio in m a prosa, senza pa ragone pi ricca di poesia che non epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v aggiunse di suo un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni in verosimili, che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall accuratezza, di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori ; di Cicerone e di Virgilio era tanto appassionato, che compr due ville appar tenute ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cn tere di Enea ; ma il suo era culto di divinit morte, e sacrifi cava la propria intelligenza per pigiarla in emisticltf tolti ai classici, faceva naseere i pensieri a misura delle parole, e a forza d erudizione e di memoria riempi la languida vanit di opera *, la quale non ha tampoco i difetti che abbar gliano ne* suoi contemporanei, e che da alcuno sono scambiati
SS primi libri degli Argonauti furono trovati dal Foggio fiorentino nel coovento di Sangallo : gli altri dappoi. Giambattista Pio ne fece un edi zione nel 1519, supplendo di sua testa quel che manca del libro V i l i , e il IX, e a X. fi Petrarca tent poi il soggetto medesimo nella sua Africa, o per- suaso che il poema di Silio fosse' perduto, o , come altri malignarono, cre dendo possederne egli 1 unica copia. Durante il concilio di Costanza, il Poggio scoperse il poema intero.

340

ALTRI POETI.

per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa che scrtbebat carmina majore cura quam ingenio e cbe acquist grazia appo Nerone facendogli da spia ; ma se ne riscatt Son una vita virtuosa, e torn in buona lama. Console tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle mani monde di la trocini ritirossi in Campania, comprando libri, statue, ri tratti, curiosit di cui era avidissimo; ma preso da malattia incurabile, si lasci morire, come allora parea virt. Terenziano Mauro ord un poema sulle lettere dell* alfa beto, le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l ' ingegno e elo quenza di cui si ritrosa materia poteva essere suscettibile ; e giov a farci conoscere la prosodia latina, giacch al precetto accoppiando esempio, usa man mano i versi di cui parla. Lucilio giuntare, amico di Seneca, cant Eruzione del VEtna. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina ; e forse sono di quellet i distici morali (Disticha de moribus ad filium) di Dionisio Ca tone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici la tini, ma ad immensa distanza da Virgilio ; non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri mietitri, boscajuoli, orr totani semplici e rozzi, cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove un pastore, tornato da Roma, narra r combattimenti che vi ha veduti nell' anfiteatro. Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del cuore, e dila tano il volo dell* immaginazione ; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali della vita e della passione. In abbondanza, in dovizia di sentimenti vincono talvolta quelli del seol doro : ma esalano in sentenze ed immagini, anzich tener dietro al progresso d'una passione; pongono l arte nel voltare e rivoltare idea sotto tutti gli aspetti ond capace, vincere le difficolt descrivendo ci che non n 'h a bisogno; e dove la parola propria o qulche calzante epiteto bastereb bero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano effetto <eir immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d# andarne in caccia.

3 il

CAPO XIII.

Satire. Romanzi. Giovenale. Persio. Petronio Arbitro. Apulejo.

Non lespressione de* sentimenti dell anima, come nella lirica; non la magnifica esposizione, come nell' epopea ; ma un idea generale del bene, applicata argutamente a partico larit moderne, costituisce la satira. Era perci eminente mente propria de'Romani, che dietro s aveano u n 'et, popolarmente dipinta come sbria e pudica; sicch viepi risaltava il presente disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale. Ma la pericolosa abilit della satira rado giova o non mai ; produce nemici, e trae spesso a saettare ci che mag giormente rispettar si dovrebbe, la virt, F profonde convin zioni, la disinteressata attivit. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento possono acquistarle lode : or questa trovasi ne* satirici latini ? Essi meritano spe ciale attenzione, perch un tal genere pi d ogni altro risente influsso del tempo, da cui trae la m ateriali colori, la vita. All et di Mario, quando gran parte ancora conservavasi del l antica rozzezza, quantunque la digrossassero le mode gre che, e al vizio, irruente coir allettamento della novit, si op poneva la sdegnosa repressione delle antiche virt, comparve Lucilio, che con modi plebei e festivit plateale e sali cau stici pi che lepidi, attacc men tosto i difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al tempo d'Orazia, la civilt greca era prevalsa col corredo de vizj eleganti, e colla con seguenza delle guerre civili, delle proscrizioni, del cambia mento di repubblica in impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina de* censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno alle volutt, al lusso, all* ingordigia ? Orazio, il cui

3^2

GIOVENALE.

fino gusto comprendeva che la cosa da evitare maggiormente l'inutilit, s'accontent di porgere verit d'esperienza, precetti parziali di qualit casalinghe, lezioni minute che s ' imparano solo coi capelli bianchi : ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzich condurre altrui all austerit ; imitando Augusto nel lodare le virt vecchie e abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare d* abban donarvi?! egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno duna societ, che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere convulsioni, e promettesi lunga dorata; Orazio, non mordendo, ma dileticando, vuol piuttosto smascherare quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezxare ad un viver tran quillo e gajo, sprezzar le ricchezze, la potenza, tutti quede* siderj cbe turbano la calma ; accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori lungo la via. I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il ferreo ar gine .dello stoicismo, irreconciliabile col vizio, e armato di inflessibili sentenze. DecimoGiunio Giovenale(42 122d. Cr.), ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo de* retori, severo per proposito fin nella celia. Se per t addentri, sotto la ge nerosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosa mente contro la corruzione, ma sotto Trajano quando nella franchezza non v' era pericolo ; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione mette a repentaglio la sicurezza prodotta dall oscurit o dalla scempiaggine : e quel suo .finire una violenta declamazione con una -comparazione arguta o con una lambiccata*, ti lascia ia dubbio s'e'p arli da senno o da beffa. Nelle sedici s un Salire intende abbracciare tutto quel cbe
* Nella Satira I esclama ; Chi pu tenersi dallo scrivere satire al 7 cospetto d* una citt iniqua ? chi tanto ferreo da frenarsi allorch incontra * la nuova lettiga dell'avvocato Matone ri empiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vi*j non li flageller io co* miei ve*i ? Chi pu dormire fra * questi padri che corrompono k nuore avare, fra sposi infimi e adulteri

(H O V E N U S .

343

gli w m m pensajao, fanno, patiscono *. Nella prima lamen tasi cbe sja tolta l ' antica libert della parola ; ond' egli, per causar pericolo, j'accoccher solo a morti. La seconda ri* morde i filosofi, severi all esterno, corrotti dentro; e i grandi, modelli ;di depravazione. Delle pi vive la terza, ove ritrae gl impacci di Roma e gli scomodi d* una citt grande. Una tte in canzonella i senatori, gravemente convocali da Do miziano per decidere sul migliore condimento d un pesce : ima le donne vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose : una chi ripone la nobilt nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta dei cibi, per elogio della frugalit e rimprovero del lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perch non si creda simulata la gioja, annunzia che quello ha figli, donde ai fa passaggio a ritrarre gli artifkj con cui si uccellava alle eredit de celibi3. Egli ci mostra Rpma piena di Greci, che vi capitarono oon un carico di fichi e prugne, poi si posero ad ognicnestiero ; grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri, sahambanehi, maghi, adulatori e striscianti, lodano i talenti d'uno scemo, mutano in Ercole uno sciancato, encomiano vil mente e son c r e d u tie si vendicano della vinta patria col corromperne la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col pa
* giovinetti? Se natura me lo ni^ga, la collera detta i versi alla meglio, come li facciamo Cluvieno ed io, Ecco l impeto patriotico sfumare ni up frizzo personale. Nerone matri cida un Oreste, ma peggior di quello perch mont sul teatro. Narrando di un Egiziano di Gopto divorato da quelli di Tlitira per diversit di numi, sta a dimostrarvi l atrocit del misfatto, perch le serpi non mangiano Serpi, e P orso vive sicuro coll' orso j e finisce col riflettere che cosa n avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i legiimi permetteva. ^ Quidquid agjint homines, votum, .timor, ira, voluptas
Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli.

8 Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, gi trovava assurdo l'uso della mitologia nei versi T
Nota magis nulli donius est stta, qiutm mihi lucus M a rtis , et ceoliis vicinum rupibus antrum Vulcani; quid agant v en ti; quas agat umbras JEacus eie.

Sat. I.

344

GIOVENALE.

trono, tocca la continua umiliazione di veder a questo il pan buffetto e il vin pretto o l ' acqua limpida ; a s una focaccia di farina muffa e acqua fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del signore, per corteggiar il quale egli innanzi alba lasci moglie e figlie, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per applau dirlo, ma poi lo rimanda a dente secco : lo storico ricve poco pi d uno scrvano : al grammatico decimato il salario dall ajo o dall'economo.' di moda avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro e un codazzo d'amiei : mentre al tro, il quale non che onesto, riceve in premio dlie sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci, e vino colla punta; 0 se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori ohe gli procurarono avventore. Tutto ci espone Giovenale in tono di predica, e febbrici tando d indignaz one, con amara beffa e stizzoso flagello. In gegno nello scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano ; nelle composizioni d et matura va pi pacato, e lascia prevalere il riso allo sdegne; adopera lin guaggio dotto, copioso, non mai vulgare. Chi per volesse da lui desumere la vita privata de Romani, per far riscontro alla pubblca dipinta da Tacito, resterebbe illuso da que st* onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d*un poeta: n riformarli poteva uno che, mentre si que rela della negletta religione, la toglie in beffe 4; che a tur pissimi vizj oppone aforismi cattedratici df una virt assoluta, generica, vaga 5 ; che per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il disprezzo della morte.
* Vedi la Sat. XIII. 5

. . . . Semita certa Tranquillae per virtutem patet unica vilce.... Nesciat irasci , cupiat n ih il, et pofiores Herculis ccrumnas credat samosque labores Et Venere, et caenis, et pluma Sardanapali Sat. X.

P&RSK).

845

Messe a nudo le miserie del povero, proprie di tutte le et o speciali di quella, qual voto fa egli ? che tutti i poveri antichi si fossero da s esigliati da Roma e. Non ne potevano dun que restar giovati i coetanei suoi : quanto ai posteri, leggendo si consolano desser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio, decui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne* mezzi uomini contemporanei. Dopo cbe Orazio diede un esempio inarrivabile di scri vere la satira con modi piani e popolari (sermones per humum repentes), ai successivi fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi, nelle parole stesse sor passa tutti perorigihale rigidezza, acquisita con assiduo stu dio; non voce, non passaggio inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice, di affabile ; non lingua appresa dalla moltitud ne, ma decretata dai grammatici e dai retori. Era egli nato ad Aquino, fu educato nelle solite scuole di declamatori, e fin a quarantanni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che ne riscosse lo drizza rono a questo genere. Adriano, credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mand in Egitto gi oltagenario, dan dogli per celia il comando d una coorte, |vi mor di noja e di rammarico. Aulo Persio Fiacco (3 4 62 d. Cr.), orfano di famiglia equestre volterrana, a dodici anni venne a Roma sotto i Soliti sciupateste ; ma a ventott* anni mor. Anneo Cornuto suo mae stro ne pubblic le satire, sopprimendo ci che credette cat tivo o pericoloso ; ed eccitarono viva am mirai ione-, forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla tomba d un giovane. Ma esperienza e le correzioni avrebbero po tuto togliervi affettata pienezza, o dargli immaginazione senza cui poesia non ? Sarebbero esse a dire un sermone solo, trinciato'poi dal suo raffazzonatore in sei prediche sovra soggetti morali, oltre
. . . . Agmine facto , Debnerant olim teiutes migrasse Q triles. Sat. 111.

346

PERSIO*

una prefazionoelU. Nella prima, burla il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: neH^ seconda, dardeggia la fri vola incoerenza de voti onde i mortali sollecitano gli Dei : nella lenza, i moJli giovani aborrenti da ogni seria occupa zione : la quarta morde la presunzione onde tatti credonsi capaci di tutte, e principalmente di governar gli Siati : nella quinta, esamina qual uomo sia veramente libero, e conchiude il savio : ultima punge gli avari, che negandosi il necessa rio^ accumulano per eredi scialacquatori. Giovenale non meno di Orazio avea dedotto le sue satire dall' osservazione propria, dalla conoscenza deHa vita ; Persio inveoe soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo dallo stoici smo di queste, sprezza non solo il superfluo, ma il neces sario 7 ; fa colpa del pi innocente atto, se la ragione non vi assenta8; all uomo intima non esser lui libero, perch ha passioni.; condanna i raffinamenti della civilt, il vestir bene e l'usare profumi. Ah ! ben altri vizj correvano al suo tempo; infamia di delatori, svilimento del senato, insolenza di li berti, stravizzo e bassezza di tutti; tali per certo da rivol tare qualunque anima sentisse. Ma Persio non sapeva nulla di ci, perch nulla gliene avevano detto nella scuola ; solo udito in generale che il secolo era corrotto, si prefigge di ma nifestare il suo ribrezzo con aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott* occhio, lo stizzissero od ispirasse/o. Con quella superba generosit vede e parla esagerato; insiste sulla medesima lesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inver sioni; cerca minuzie e sottilit e figure retoriche e tropi,, an che quando sembra passionato. Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagliuomini, sempre autore del momento, n diresti avesse gi pensato jeri a quel che getta sulla carta allorch i vizioso o il malac
7 Messe tenus propria v iv e ; <6t granaria, fa s est ,
Emole. Quid metuas? occa, e t seges altera in herba est.

Sat. VI. 25. 8


N il tibi-concessit ratio: digiUan exsere; peccas; E t quid tam parvum est?

Sat. V. 119.

SAT IRI 01.

347

corto gli d tra piedi ; ti porta sul lugo ; al vizio attribuisco pensosa e nome, sicch tu lo conosci, p le particolarit sfug gono menoalla mutata posterit. Persio invece sta sulle gene rali, con pitture vaghe e costumi e scene e ,personaggi in* determinati ; argomenta scolasticamente ove gli altri due discorrono saltuariamente ; e le poche volte cbe cenca il drammatico andamento di Fiacco, diventa oscuro ancor pi dell'usato; talch l attribuire le botte e le risposte aiquest'interlocutore piuttosto ohe a quello, laborioso indovina mente de* commentatori. Ai quali pure die{tica quel suo stile ambizioso., ove mancando sempre d immagini, ,e-non sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterHit^detle idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di pa role piene pinze 9. Usuo verso sonoro, ma spsso ^ambi guo : e se Lucilio imit i Greci., e Orazio imit Lucilio, Persio
9 Chi volle trovargli meriti, suppose eh e*mordesse Nerone, e per si avvolgesse. Strano modo di censurare il non farsi intendere I e noi, lasciando che costoro trovino gli esametri di Persio .pi armoniosi che gli oraziani, ci accordiamo con san Girolamo, che li gitt al fuoco peich la vampa ne il luminasse il bujo ; e con sant Ambrogio, che diceva non meritare di esser letto chi non voleva lasciarsi capire. Al contrario dicono che Lucano andava pazzo dietro a Persio..Marziale cant:
Sapfs in libro memoratur Persius im o, . Quam levis in tota Marsus Amazonide. Quintiliano scrisse ( Inst. V I): Multum et v e r a g lo ria , quamvis uno libro, Persius.meruit ; il che per non se non imo dei cauti giudizj che quel re

tore proferiva sui suoi contemporanei, e che pu interpretarsi come si vuole, non meno dei noti versi di ttoileau: Perse en ses vers obsours, mais serrs et pressans ,
Affecta d'enfermer moins de mots que de se/is.

Lodatore spacciato n Slis, il quale adduce quattro ragioni della volontaria oscurit di Persio, la miglior^ delle quali laccennata continua allusione a Nerone. Gian Geraido Voesio la attribuisce a ci, che la dizione di questo giovane egregio, come 1 anima sua, non respirava che grandezza. L'abbate Garnier <voi. XLV dei Mm. de l'Acad. des inscr. et belles lettres ) vuol purgarlo da tutte le colpe appostegli. Hlarris, padre di lord Malmesbury, dice che, fra i classici, Persio il solo scrittore difficile, le cui idee meritino esser . seguite traverso le oscurit in cui sono involte. Delille lo stimava pure gran demente, e cos il nostro Monti che lo tradusse, e Pas&ow di Weimar-che lo colloca fra gl intelletti pi privilegiati della classica antichit. Scaligero lo chiama ostentator febriculosa eruditionis , catara neglexit . Vedi Nisar n, Poetes de la dcadenec. Nel 859, comparve una nuova traduziope di Persio di Jacol>o Sacchi faentino con molti commenti.

348

S Tm E POPOLARI.

imita Orazio, catena nella quale egli rimane troppo disotto ; perocch in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati con arte squisita, variet sommai, digressioni felici, e l'a rte di coprir arte. Quindi egli sempre venusto, Giovenale au stero, Persio arcigno; Orazio pien di lepidezze, Giovenale di sarcasmo, Persio d 'ira ; l ' uno persuade, altro scarifica, il terzo filosofeggia : sicch' amiamo il primo, temiamo ii secon do, il terzo compassioniamo. Oltre queste satire, e quella cbe Sulpicia moglie di Ga leno scrisse De corrupto reipublicoe statu quando Domiziano cacei d 'Italia i filosofi, ne cor reano in Roma altre democra tiche, libera espressione di sdegno le pi volte, dapplauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma pi nazionali che le poesie letterarie10.
10 Svetonio conserv un buon dato di queste satire. Allorch Cesare introduceva mlti Galli in senato, cantatasi per le vie : Gallos Cosar in triumphum diicit , idtn in eitriami Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpseruntE quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo: 'Non Bibulo qidquam nuper, sed Cessare factum est : Nam Bibulo fie r i consule n il memini.

Sotto T e sue statue si lesse :


Brutus quia reges ej e t i l , consul prim us factu s est; Hic quia consules ejecit , rex postremo factus est.

Allorch Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiya i vasi corintj, alla sua statua fu scritto: P a ter argentarius , ego corinthiarius. E alldendo alla sua smania del giocare :
Postquam bis classe vicius naves p e rd id it, Aliquando ut v in c a t , ludit ssidue aleam.

E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partor Druso: Tocs ^ TtviSicc, cio: Ai fortunati nascono sin i fanciulli di tre mesi. Quando egli imband quel banchetto di lasciva empiet:
Cum prim u m istorum conduxit mensa choragum Sexque deos v id it M allia , sexque deas: Impia dum Phabi Ceesar mendacia lu d it, Dum nova dinotiim canat adulteria , Omnia se a terris tiuic numina declinarunt, Fugit et auratos Jupiter ipse thoros.

Pi violento fu questo contro Tiberio : A sper et im m itis , breviter v is omnia dicam?


D ispeream , si te mater amare potest.

E contro lo stesso :
Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum :

PETRONIO ARBITRO.

349

Altri colori a dipinger la yita .domestica de Romani som* ministra Petronio Arbitro marsigliese (morto d. C. 66) nel suo Salyricon, misto di prosa e di versi. Suppongono costui fosse ministro della volutt di Nerone, e le descrivesse; pi d* un secolo dopo pare cbe qualche curioso trascrivesse i passi che pi gliene piacevano e che soli a noi arriva rono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il libertinag gio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la cor ruzione, ed. esultando nell orgia ubriaca ,l. Trimalcione, uom
Omnia si q u e e r a s e t Rhodos exsilium est. A iuea mutasti Saturni seccala, Cessar: Incolumi nam t e , fe rre a semper erimt. F astidit <vituim quia jam sitit iste cruorem: Tarn blbit httnc a v id e , quam bibit ante mentm. Adspice felicem sib i , non tib i, Romule , Su llam ; '* Et M arium , si v is , adspice , sed reducem: Nec non A ntoni, civilia bella m oventis , Nec semel infectas adspice cade manus. Et die , Roma p e rit, regnabit sanguine multo A d regnum quisquis ven it ab exilio .

Il matricidio di Nerone ferivano i seguenti: Nioov, , A , . N Ncpov, oc* /*ip ( .


Quis negat JBnea magna de stirpe Neronem? Sustidit 'hic matrem , sustulit ille patrem . Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus, Noster erit P a a n , ille .

Sull* immensa fabbrica del Palazzo aureo:


Roma domus f i et; Fejos m igrate Q uirites, Si non et Vejos occupat ista domus.

Lo stesso diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e null'a ltro ; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sband. Allora fu scritto : G ir Otho mentito s it, qiiceritis, exsul honore?
Uxoris maehus caperai esse sua.

Non ho potuto consultare i Versus ludicri in Romanorum Cessares priores olim compositi; collatos , recognitos3 illustratos edidit G. H. H$wjucHius. Ala, 180. 11 L* opera dovea comprendere 16 libri almeno. Forse chi la trascrisse ommise le parti pi oscene, bench ve n' abbia lasciate troppe ; forse " a caso ne furono stracciati dei fogli. Fu stampato primamente nel 1499 a Venezia, ma nel secolo XVII Pietro Petito a Tra di Dalmazia trov il frammento pi lungo, che la Cena di Trimalcione, e fu pubblicato a Padova il 664 ; al quale tien dietro il noto Episodio deHa matrna di Efeso. Molto

350

PETRONIO.

di dmrizte splendidissime, tronfio quanto baggeo, in u altri fede adombrato Claudio, altri H successore di esso, noi pi volentieri Y i#eele dei tanti ricchi lussuriarti nella Roma d 'allora, V circondato da parassiti, da filosofi, da poeti, dati* infame volutt dei grandi. Parr forse kmgo, non certa rilente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza prem maire contro le esagerazioni consuete dei satirici: ' Oggi si to baldoria presso Trimalcione, nomo suntooso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta, cio due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti eh* egli consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finch venisse T or, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando p e 'cir coli de giocolieri ; quando ad un tratto vedmiho un vecchio calvo, vestito di palaadrano rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palle con alcuni fanciulli a lunghi capelli**. Egli non ribatta la palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne viveva in un sacco quante ai giocatori bastassero. Altre singolarit notammo : eranvi due eunuchi posti in di versi punti del circolo, de quali uno teneva una masteltetta d argento, laltro noverava le palle che cadano. E intanto che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dir ci: Questi colui, presso il quale mangerete. V accorgete che a questo modo principia la cena ? Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione seocc le dita, e a questo segno l eunuco misegli sotto la mastelletta, in cui esso scaric la vescica, poi chiese ac^ua alle mani, e le dita umide terse sul capo di era ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver tutto. Entrammo ne* bagni, e al momento che il sudore ci coperse, passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteeh, faceasi fregare non eon lnzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana. T re mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza,
ai disput sull autore e Sul! opera stessa, e part a collocarsi non pi tardi deir et di Adriano, bench barbaro il frcia sembrare tanta quantit i voci e frasi barbare o piuttosto, popolari, e eh*egli fotfse volle acconciare ai ra rj personaggi che atteggiava. H Segno d effemmateaM.

GENA DI TRIMALCIONE,

351

gareggiando a chi pi ne mesceva ; e Trimalcione esortavali ne beresser pure a jsa. Involto quindi in una tovaglia < M scarlatto, fu messa nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacch ed una carretta a mano, dove portavasi un mi* gnone vecchio e cisposo, pi brutto, di Trimalcione, di cut era la delizia. Il quale cosi trasportato, e accompagnato da armoniosi flautini, si avvicin alla testa di lui, e come se gii parlasse ali* orecchi, canticchi per tutto il cammino; Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniara dietro, e insieme con Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo s t i r pite della quale era inchiodato un cartello con questa iscri zione: Qualunque schiavo uscir senz'ordine del padrone,
buscher cento sferzate.

Sull* ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d*ar gento. Pendeva sopra la soglia una gabbia d*oro, dalla quale ima gazza variopinta salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e fracassarmi le gambe, eolpa di un cane che alla sinistra dell ingresso vicino alla camera dei guardiano era dipinto sul muro, legato alla catena, eolie pa role cubitali, Guardati dal cane 1S . Ne risero i miei collegi, ma io raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro*. II luogo ove si vendono gli schiavi, era tutto dipinto a cartelloni, in sieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano, in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Pi innanzi era in figura d 'imparare i conti, e pi oltre in foggia di tesoriere; e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata coir iscrizione : sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col mento rialzato lo riponea so pra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi d oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un istruttore ; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'ar gento, una statua marmorea di Venere, ed una scatola d oro grandicella, i Cui diceano venir serbata la barba di esse...14
,J Cave canon trovasi scritto su alcune soglie delle case di Pompe).

Era* solennit ai Romani il primo rader la barila, t questa dedicatasi ad Apollo, e conservatasi devotamente.

352

PETRONIO.

> Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo a ci destinato, grid, Col pie* destro . Noi tre mammo, che alcun di noi non passasse col sinistro: ma in trodottici tutti per bene, un ignudo schiavo prostrossi ai no stri piedi, supplicandoci lo liberassimo dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi lasciato rubare ne bagni abito del tesoriere, che potea valere dieci sesterzj ... Sedutici, de famigli egiziani altri versavano acqua diac cia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza ogni bruttura dall unghie. N tale molesto servigio faceano in silenzio, ma canticchiando : onde mi venne pen siero di provare se la famiglia iutta cantasse ; perci chiesi a bere, ed ecco un ragazzo prontissimo, che mi favor parimenti di un acida cantilena ; e all' egual modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l avresti creduto un triclinio da pantomimi. V Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno gi si era adagiato, fuorch Trimalcione, al quale conserva vasi il primo luogo, per nuova disposizione...48 II suo vaso era di me tallo di Corinto, e rappresentava un asinelio con una corba, nella, quale da una parte stavano olive bianche, dall altra nere. L* asinelio era coperto da due scodelle, sul cui orl si leggeva il* nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de*ponticelli saldati, sostenenti de'ghiri con diti con miele e papavero, e mortadelle caldissime sulla gra ticola, sotto la quale stavano prugne siriache, con chicchi di melogranato.
45 1 1 posto d onore era quel di mezzo fra i tre che distender ansi sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di cavallo attorno alle sale, dette perci triclinia. In ogni letto stavano tre, ciascuno colle gambe dietro al dorso dell* altro, e appoggiato ad un cuscino, disposti nel seguente modo : 3 6 5 4 7 1 8 2 9 All* 1 era il padrone di casa ; al 2 la donna o un parente ; al 3 un ospite privilegiato: il 4-era posto- d onore o consolare, considerato tale forse perch pi libero ad uscire, pi accessibile a chi venisse a parlare, e pi co modo per intendere la mano destra senza impacciar nessuno. Negli altri posti se deano altri convitati, e sempre consideravasi d onore quel che non avea nes suno di sopra.

GENA DI TRIMALCIONE.

353

> Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un mantello di porpora ; e in torno alla collottola, teneva una crovatta guarnita doro, le cui estremit pendevano di qua e di l; nel dito mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all ultimo articolo del vicin dito uno men grande tutto d oro, come a me parve, ma saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci al tre ricchezze si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un cerchietto d avorio con laminette lucci canti. Come poi con uno spillo d argento ebbesi nettati i denti, c Amici (disse), non avevo ancor voglia di venire al triclinio ; ma perch la mia assenza non vi facesse troppo * aspettare, ho sospeso ogni mio. divertimento. Permettete 9 per, eh' io finisca un mio giuoco . * Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto e con dadi di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d 'oro e d'argento. Mentr egli giocando avea distrutta la schiera .opposta, e noi eravamo ancora all'anti pasto, una tavola fu portata con una cesta, in cui era una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come quando co vano. Tosto due schiavi, allo strepito della musica, si posero a frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle ai convitati. Trimalcione voltandosi, disse : Amici, 10 ho ordinato si mettessero sotto questa gallina delle ova di i pavone; e temo, per bacco, non abbiano gi il feto ; pr viamo tuttavia se sono bevibili > e. Noi prendemmo decucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le ova; ma erano di pasta, ed io Ali quasi per gittar il mio, sembran domi contenesse il pulcino : poi, udendo da un vecchio com mensale che alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai un grasso beccafico contornato dal torlo dell' ovo sparso di pepe. Trimalcione aveva gi sospeso il giuoco, e d'ogni
Che 1 uovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se ne lamenta Macrobio, Satura, III, 15 : jEcce res non miranda solum , sed pudenda, ut

ova pavonum quinis denariis veneant.


CANTU. - Storia delta Lett. Ialina . 23

854

PETRONIO.

cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascuno facolt di bere no vanente il vino con miele; quando ad un tratto l ' orche stra die oh segno, e i cibi del primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo a questo battibuglSo cadde a casonna scodella d argento, ed uno schiavo la rac colse dal pavimento ; ma Trimalcione avvedutosene lo fce schiaffeggiare, e comand la gettasse : il credenziere tra le altre lordure la scop via.... Portaronsi allora bottiglie di vetro ermeticamente tura te, che avean di fuori scritto, Falerno d'Opimio, d'anni cento 17. Intanto che leggevamo i cartelli, Trimalcione battendo le mani esclam : c Ohim ! ohim 1 il vino dunque vive pi vecchio dell omiciattolo? e noi dunque facciamone goz zoviglia. Il vino vita. Ve lo do per vero d Opimio : jeri noi fci mescere s buono, bench i convitati fossero pi cospicui . Mentre noi si beveva ammirando le squisite ma gnificnze, un servo port una figura d argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli articoli e le vertebre col rallentarle.... Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi, ma la cui novit trasse gli occhi di tutti. Era in forma d una credenza rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere avea posto cibi conve nienti alla figura : sull ariete i ceci di marzo, sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una corona m \ cancro, sul leone un fico d Africa, sulla vergine una vlta di troja lattante, sulla libbra una bilancia cbe da una parte conteneva una torta e dall altra una focaccia, sullo scorpione un p