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LA NDRANGHETA DAVANTI ALLALTARE di Giuseppe Creazzo procuratore della Repubblica di Palmi

Quando, qualche settimana fa, gli amici di Sabbiarossa edizioni e quelli di Stopndrangheta, che voglio per questo ringraziare molto, mi proposero di partecipare a questo incontro, aderii entusiasticamente, poich il tema mi apparve quantomai interessante e attuale. Esso, per via delle recenti esternazioni di alcuni nostri vescovi e del dibattito che ne seguito pi che mai allordine del giorno, segno che il problema oggi assai sentito dalla pubblica opinione, che vorrebbe risposte concrete. Devo fare inizialmente alcune premesse di metodo: i pochi minuti a disposizione, ma di pi la presenza di soggetti assai pi titolati di me ad entrare nel merito degli argomenti riguardanti la fede che il tema implica, mi inducono ad un approccio del tutto laico e riguardante soltanto il mio punto di vista di cittadino e di magistrato che vive ed opera in questa terra. E ci senza ovviamente alcuna pretesa di esaustivit e di completezza rispetto ad un tema, quello dei rapporti fra Chiesa e ndrangheta, o meglio, fra Chiesa e Mafie, che da alcuni decenni a questa parte stato oggetto di studi, approfondimenti, dibattiti, analisi, da parte di storici, teologi, scienziati sociali di grande livello, segno della sua complessit. Esso pertanto, in questa sede, pu essere solo brevemente tratteggiato.

Il titolo di questo incontro :" la ndrangheta davanti all'altare". Come si comportano le mafie (e la ndrangheta non fa certo eccezione), nei confronti della religione e della Chiesa cattolica cosa nota: come tutti i gruppi umani che hanno qualcosa di serio da farsi perdonare, le mafie, il cui potere riposa sul consenso sociale, cercano una costante legittimazione, creano una mitologia, ovviamente distorta e deviata, per giustificare le proprie efferatezze. Le Mafie tentano in tutti i modi di apparire in completa sintonia nei confronti della religione, di inserirsi nel rapporto fra popolo dei fedeli e Chiesa in modo da appropriarsi, facendosene portatrici, degli stessi valori, traendo anche da questo legittimazione e riconoscimento sociale. Cosa Nostra, ndrangheta e Camorra sono storicamente in prima fila nella ostentazione della propria devozione religiosa. Esse hanno sempre recitato ruoli da protagonisti nello svolgimento delle manifestazioni religiose, delle feste popolari, delle processioni e degli eventi ad esse collegati, spesso riuscendo ad infiltrarsi indisturbate nei comitati organizzatori, non di rado decidendo la composizione dei drappelli di portatori, perfino a

volte stabilendo percorsi e fermate delle processioni, sempre al fine di esercitare il proprio ruolo di dominio e controllo sul territorio e sulla popolazione. E contemporaneamente contribuendo assai generosamente al finanziamento di tali eventi. Per altro verso, le Mafie utilizzano allinterno della loro stessa organizzazione simboli e nomi, modi di esprimersi e rituali che si richiamano agli stessi simboli e rituali della religione cattolica: solo per fare pochi esempi, noto che il rito di affiliazione alla mafia e alla ndangheta si chiami battesimo e si svolga con un rituale solenne, una vera e propria celebrazione, che, almeno nel caso dell'affiliazione alla ndrangheta, avviene tramite l'utilizzazione di un "santino" di San Michele Arcangelo e spesso della Madonna di Polsi. Inoltre alcune fra le pi importanti cariche all'interno dell'organizzazione mafiosa fanno richiamo alla religione: santista, vangelo ad esempio. Continui sono i richiami, nei rituali celebrativi mafiosi, alle divinit cattoliche. I capi e gli aderenti alle organizzazioni di tipo mafioso, poi, si atteggiano a ferventi cristiani che non avvertono minimamente alcuna contraddizione tra lessere degli assassini e credere in Dio e nella sua Chiesa. Essi pensano di avere un rapporto del tutto particolare con la divinit e non li sfiora neanche lontanamente la sensazione di inconciliabilit tra il macchiarsi di efferati delitti ed essere cattolici. Nei covi di Provenzano, di Greco, di Santapaola, di Piromalli e di molti altri boss della mafia e della ndrangheta, sono state rinvenute Bibbie, libri religiosi, immagini di santi e di Madonne, addirittura altari sui quali, anche da latitanti, come ad esempio nel caso di Pietro Aglieri, far celebrare la messa e comunicarsi. Anche Cutolo, il capo della camorra, si comportava da fervente cattolico. Il linguaggio dei mafiosi, quando scrivono, quando conversano tra di loro, pieno di

riferimenti alla devozione cattolica. Celebrano matrimoni in chiesa, battesimi, cresime, funerali; spesso anzi usano i vincoli nascenti da tali sacramenti come sugello per le loro alleanze e rafforzamento dei legami, che divengono indissolubili proprio a causa della genesi sacramentale di essi. La religiosit dei mafiosi, come ognuno intende, ha ovviamente solo carattere formale; essa utilizzata come fattore di identit e di legittimazione sociale pi che come espressione di una vera interiorit di fede. Una fede che serve a posizionarsi verso la societ piuttosto che a vivere in coerenza con i suoi precetti. Tutto ci stato mirabilmente dipinto da alcuni scritti di Mimmo Gangemi, uno dei pi acuti osservatori della societ calabrese, e quindi dellatteggiamento e del ruolo che allinterno di essa svolgono la ndrangheta e gli ndranghetisti. Alcuni di tali scritti gli hanno

recentemente procurato anche feroci invettive da parte di politici e di prelati che, con ogni evidenza, avevano qualcosa da farsi perdonare sul punto. Questo, in estrema e parzialissima sintesi, latteggiamento delle mafie e anche della ndrangheta davanti allaltare. Ma, non appaia blasfemo, il reale problema su cui occorre confrontarsi non , come suggerirebbe il titolo di questo convegno, cosa fa la ndrangheta dinanzi allaltare: Il problema vero del quale si deve parlare, posto che la ndrangheta e rimarr davanti allaltare, : cosa fa laltare dinanzi alla ndrangheta. Come la Chiesa si pone avendo dinanzi il fenomeno mafioso, la sua pervasivit sociale, la sua violenza, il suo potere alternativo e distonico rispetto ai precetti della religione cattolica. Il dato che balza agli occhi con maggiore evidenza che mafia siciliana, ndrangheta e camorra hanno avuto origine e si sono sviluppate nelle regioni del meridione dItalia, allinterno di societ da secoli e secoli connotate da fervente e pressocch esclusiva tradizione cattolica. Un altro dato che non pu essere trascurato, e che non pu essere letto disgiuntamente dal primo, che per oltre un secolo, da quando, cio, nacquero queste organizzazioni criminali fino alla seconda met (inoltrata) del 900, non si ha traccia di documenti ufficiali della Chiesa sul fenomeno mafioso. Ed anche quando la Chiesa ufficiale, finalmente scossasi da questo secolare torpore, ha deciso di pronunciarsi contro il fenomeno mafioso, emanando nel tempo una serie di documenti che sanciscono una verit che sotto gli occhi di tutti, e cio linconciliabilit dei precetti cattolici con lo status di mafioso, tali pronunce sono rimaste spesso inattuate da parte di chi avrebbe dovuto concretizzarle attraverso la propria opera pastorale. Esse sono rimaste troppe volte sulla carta. Alla luce di ci che accaduto negli anni successivi, sembra sia servita a poco la straordinaria invettiva che nel maggio 1993 papa Giovanni Paolo II pronunci ad Agrigento, rivolgendosi direttamente ai mafiosi. Cos come in Calabria non pare abbiano avuto completa e capillare attuazione n la lettera pastorale di monsignor Agostino del 1992 sulla somministrazione dei sacramenti ai mafiosi; n, soprattutto, limportantissimo documento della Conferenza Episcopale Calabrese del 17 ottobre 2007. Eppure tale documento rappresenta, in Calabria, una presa di posizione storica. Esso esprime una decisa, netta condanna della ndrangheta da parte della Chiesa calabrese: una posizione senza ritorno. Questo documento fra laltro recita:

5. Contro un potere mafioso che permea i s sia i sin o i sia e istitu ioni, deve nascere e diffondersi un senso critico capace di discernere i valori e le autentiche esigenze evan e iche . in ta e ottica che co ochiamo a ire amore e annuncio i speran a, si e e nostre Chiese partico ari : dobbiamo eve a ire per favorire una rottura con a

dimostrarci capaci di costruire modelli culturali alternativi. Con la forza del Vangelo, poten a

cultura mafiosa, con perseveranza e pazienza, attraverso il coraggio della coerenza, della testimonian a e e a speran a. na simi e ri enera ione e e coscien e eve cominciare una issocia ione tra a fe e professata e etica che a e nostre comunit cristiane: troppi credenti, anche tra quanti partecipano attivamente a a vita ecc esia e, corrono i rischio ne eriva e a attua i are, e contra icono a verit an e o. o i a faccia pi visi i e e perico osa, costituiscono un e a nostra Ca a ria. oi o iamo contrastar e, iun en o spesso a comportamenti compromissori che

CONCLUSIONI e mafie, i cui a n ran heta perch nemiche e nemico per i presente e avvenire

an e o e e a comunit umana. In nome del Vangelo, dobbiamo

tracciare i cammino sicuro ai fi i fe e i e recuperare i fi i appartenenti a a mafia.

Come evidente, rispetto a tali espressioni non vi spazio per interpretazioni che possano legittimare atteggiamenti morbidi nei confronti degli ndranghetisti. Eppure, le voci e gli esempi di alcuni vescovi e sacerdoti che davvero hanno operato in linea con i precetti cattolici nei confronti della mafia, prima e dopo tali decise prese di posizione, non rappresentano occorre riconoscere - la maggioranza nella gamma dei possibili comportamenti che gli uomini della Chiesa possono assumere dinanzi alla ndrangheta. Alcuni sacerdoti si sono schierati a fianco del Vangelo (quello vero) combattendo in prima linea le mafie, fino a pagare con la vita. Altri - forse la maggioranza - hanno in pratica voltato le spalle al problema, decidendo di non trattare la mafia come fenomeno sociale, ma di rapportarsi ai singoli mafiosi come fedeli che hanno sbagliato, concedendo assoluzioni facili, cos sostanzialmente minimizzando il problema. Infine, purtroppo, alcuni rappresentanti della chiesa, come sappiamo, sono stati per una vita a braccetto con gli ndranghetisti. Ancora oggi non sono poche le inchieste giudiziarie che, anche in Calabria, vedono coinvolti sacerdoti. Ancora oggi alcuni sacerdoti in pubbliche interviste minimizzano il fenomeno mafioso. Ancora oggi, nei processi contro le pi agguerrite cosche di ndrangheta, vengono chiamati a testimoniare in difesa di imputati alcuni

sacerdoti, i quali, come emerge dalle deposizioni rese, non testimoniano tanto su fatti concreti a loro conoscenza, ma si affannano a dare patenti di brave persone, peraltro processualmente inammissibili, ad imputati di mafia. E a questi fenomeni, spiace dirlo, purtroppo non fa eco nella maggior parte dei casi una pi autorevole voce di Chiesa a stigmatizzarli. Non un caso per contro che i sacerdoti che negano i funerali ai pi feroci boss della ndrangheta, in linea con le linee pastorali ufficialmente date, siano pubblicamente attaccati, oltre che dai demagoghi di turno, anche da certe testate giornalistiche; non un caso che i sacerdoti che operano nel sociale e per i giovani contro le mafie siano oggetto di attentati e intimidazioni e corrano davvero il rischio di morire ammazzati. Lesempio pi fulgido resta quello di Don Pino Puglisi: proprio alcune settimane fa il Papa, a 19 anni dalla sua barbara uccisione, ne ha deciso la beatificazione, dal momento che egli risulta essere stato ucciso proprio per il suo apostolato in favore delle giovani generazioni e contro la cultura mafiosa. I boss Graviano di Palermo ne decisero la soppressione perch la sua evangelizzazione troppo si stava facendo strada fra la popolazione del suo quartiere, e ci avrebbe decretato la fine del loro potere mafioso. Sono desempio i sacerdoti che sono oggi con noi, i quali occorre dirlo - costituiscono ancora delle eccezioni rispetto a tanti operatori di Chiesa, e per questo rischiano. Quali le soluzioni a questo stato di cose? Lungi da me proporre rimedi. Da cittadino, per, mi piacerebbe che i preti che preferiscono minimizzare il problema, quasi ignorandolo, avessero il coraggio di smettere di usare il Vangelo come uno scudo, e iniziassero invece a far proprie e divulgare le sue pagine pi taglienti per affermare che i principi della religione cattolica sono assolutamente incompatibili con la ndrangheta. La societ chiede risposte a noi rappresentanti delle istituzioni, ma ne chiede forse ancora di pi ai propri pastori, nel cui coraggio, come disse Don Italo Calabr, la gente ritrova il proprio coraggio: per essi, io credo, come per il resto della societ, non pi tempo di astensione o neutralit. Restare imparziali o immobili gi prendere una posizione, ma prendere la posizione sbagliata.

Reggio Calabria, 10 settembre 2012