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PENSIERI DI NIETZSCHE SU VARI PERSONAGGI ELENCO Omero Eraclito Parmenide Sofisti Socrate Platone Tucidide Epicuro Stoici Pirrone

Paolo Francesco d'Assisi Lutero Raffaello Cellini Shakespeare Cartesio Don Giovanni Hume Lessing Kant Rousseau Voltaire Napoleone Fichte Hegel Goethe Mill Schopenhauer Offenbach Comte Wagner OMERO Il fatto pi grande nella cultura greca rimane comunque questo, che Omero sia divenuto cos per tempo panellenico. Tutta la libert spirituale e umana che i Greci raggiunsero da riportare a questo fatto. Nello stesso tempo per esso fu anche la tipica fatalit della cultura greca, perch Omero appiatt, centralizzando, e dissolse i pi seri istinti di indipendenza. Di tempo in tempo si elev dal pi profondo della natura greca la protesta contro Omero; ma egli rimase sempre vittorioso. Tutte le grandi potenze spirituali esercitano, oltre alla loro azione liberatrice, anche un'azione oppressiva; ma certo fa differenza che sia Omero o la Bibbia o la scienza a tiranneggiare gli uomini. (Umano, troppo umano; af. 262) ERACLITO Metto da parte, con sommo rispetto, il nome di Eraclito. Se il restante popolo dei filosofi rigettava la testimonianza dei sensi, perch questi indicavano molteplicit e cambiamento, egli rifiutava la loro testimonianza perch essi mostravano le cose come se avessero durata e unit. Anche Eraclito fece torto ai sensi. Essi non mentono n nel modo che credevano gli Eleati, n in quello che credeva lui- in generale essi non mentono. E' soltanto quel che noi facciamo della loro testimonianza che introduce in essi la menzogna, per esempio la menzogna dell'unit, la menzogna della causalit, della sostanza, della durata... La "ragione" la causa del nostro falsificare la testimonianza dei sensi. In quanto essi ci mostrano il divenire, lo scorrere, il cambiamento, non mentono... Ma Eraclito avr ragione in eterno nell'affermare che l'essere una vuota finzione. Il mondo "apparente" l'unico mondo: il "vero mondo" solo un'aggiunta mendace... (Crepuscolo degli idoli) PARMENIDE Parmenide ha detto: "non si pensa ci che non "- noi assumiamo la posizione diametralmente opposta e diciamo: "ci che pu venir pensato, deve sicuramente essere una finzione". (La volont di potenza, af. 539) SOFISTI I sofisti non sono altro che dei realisti: riformulano tutti i valori e le pratiche pi comuni elevandole al grado di valori- hanno il coraggio, proprio di tutti gli spiriti forti, di conoscere la loro immoralit. Si crede forse che quelle piccole libere citt greche, che volentieri si sarebbero divorate fra loro per rabbia e gelosia, fossero guidate da princpi di filantropia e onest? Si rimprovera forse a Tucidide quel discorso che egli fa pronunciare agli ambasciatori ateniesi inviati a Melo per trattarne la distruzione o la sottomissione? Parlare di virt in mezzo a queste terribili tensioni era possibile solamente a dei perfetti Tartufi- o a gente che viveva appartata, a eremiti, a gente fuggita o uscita dalla realt... Tutta gente che diceva di no per poter vivere. I sofisti erano greci: quando Socrate e Platone presero le parti della virt e

della giustizia, furono ebrei, o non so cos'altro. La tattica del Grote per difendere i sofisti sbagliata: vuole elevarli al grado di uomini d'onore e di vessilliferi della morale- ma il loro onore fu quello di non imbrogliare nessuno con le grandi parole e le grandi virt... (La volont di potenza, af. 429) SOCRATE Per i suoi natali Socrate apparterrebbe al popolo minuto: Socrate era plebe. E' noto, e lo si pu vedere anche oggi, quanto egli fosse brutto. Ma la bruttezza, un'obiezione di per se stessa, tra i Greci quasi una confutazione. E Socrate era poi veramente un greco? La bruttezza abbastanza spesso l'espressione di uno sviluppo ibrido, ostacolato dall'incrocio. In altri casi, essa appare come un'involuzione nello sviluppo. Gli antropologi che si interessano di criminologia ci dicono che il delinquente tipico brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo. Ma il delinquente un dcadent. Era Socrate un delinquente tipico? Per lo meno a ci non contraddice quel famoso giudizio fisionomico che aveva un suono cos urtante per gli amici di Socrate. Uno straniero che si intendeva di facce, allorch venne ad Atene, disse in faccia a Socrate che egli era un monstrum- che nascondeva in s tutti i vizi e le bramosie peggiori. E Socrate si limit a rispondere: "Lei mi conosce, signore!". E' un indice della dcadence in Socrate non solo la confessata sregolatezza e anarchia degli istinti; precisamente a essa rinvia anche la superfetazione della logica e quella malvagit da rachitico che lo caratterizza. Non dimentichiamo nemmeno quelle allucinazioni acustiche che sono state interpretate in senso religioso, come il demone socratico. Tutto in lui esagerato, buffo, caricatura, tutto al tempo stesso occulto, pieno di secondi fini, sotterraneo. Cero di capire da quale idiosincrasia provenga quell'equazione socratica di ragione= virt=felicit: la pi stravagante equazione che sia mai esistita e che ha contro di s, in particolare, tutti gli istinti dei pi antichi Elleni. Con Socrate il gusto dei Greci degenera a favore della dialettica: che cosa avviene esattamente in questo momento? Innanzitutto viene sconfitto in tal modo un gusto aristocratico; con la dialettica la plebe rialza il capo. (Il crepuscolo degli idoli) Questo brusco rovesciamento del gusto a favore della dialettica un grande punto interrogativo. Che cosa accadde propriamente? Socrate, il plebeo che impose quel cambiamento, ottenne la vittoria sopra un gusto pi nobile, il gusto di chi eccelle: la plebe giunse alla vittoria grazie alla dialettica. Prima di Socrate, tutta la buona societ rifiutava le maniere della dialettica: si credeva che mettesse a nudo le anime; si metteva in guardia la giovent contro di essa. Perch questo sfoggio di motivi? A qual fine dimostrare? Contro gli altri, si possedeva l'autorit. Si comandava e basta. Inter pares, si possedeva la propria origine, che pure un'autorit: e, come ultima risorsa, ci si intendeva! Non c'era posto per la dialettica. Anzi, si diffidava di un simile presentare in pubblico i propri argomenti. Tutto ci che dabbene non tiene pronti in mano i propri motivi. C' qualcosa di sconveniente nel mostrare tutte le 5 dita. Ci che si pu dimostrare ha poco valore. Che la dialettica susciti diffidenza, che convinca poco, del resto cosa risaputa per istinto dagli oratori di tutti i partiti. Nulla pi facile da cancellare che un effetto dialettico. La dialettica pu essere soltanto una legittima difesa. Bisogna trovarsi in uno stato di necessit, avere il bisogno di estorcere un proprio diritto: prima, non si fa uso della dialettica. Perci furono dialettici gli ebrei, lo fu Reineke Fuchs, lo fu Socrate. Si ha in mano uno strumento spietato. Si pu tiranneggiare. Si denuda l'avversario, vincendolo. Si lascia che sia il suo sacrificio a dimostrare che non siamo degli idioti. Si rende l'avversario furioso e desolato, mentre noi restiamo freddi e trionfalmente ragionevoli- si snerva l'intelligenza dell'avversario. L'ironia del dialettico una forma di vendetta plebea: la ferocia degli oppressi sta nelle fredde pugnalate del sillogismo. (La volont di potenza, af. 431)

Missionari divini. Anche Socrate sente se stesso come missionario divino; ma in ci si pu ancora sentire una certa traccia di attica ironia e di gusto di scherzare, da cui quell'idea insopportabile e arrogante viene mitigata. Ne parla senza unzione: le sue immagini, del freno e del cavallo, sono semplici e non sacerdotali, e il vero compito religioso che egli si sente assegnato, di mettere il Dio alla prova in cento modi, per vedere se ha detto la verit, fa concludere a un atteggiamento ardito e libero, con cui qui il missionario si pone a fianco del suo Dio. Quel mettere alla prova il Dio uno dei pi sottili compromessi fra religiosit e libert di spirito che siano mai stati ideati.- oggi non abbiamo pi bisogno neanche di questo compromesso. (Aurora, af. 72) Se tutto va bene, verr il tempo in cui, per promuovere il proprio avanzamento morale e spirituale, si prenderanno in mano i "Memorabili" di Socrate a preferenza della Bibbia, e in cui Montaigne e Orazio saranno utilizzati come messaggeri e guide per la comprensione del pi semplice e imperituro mediatore-saggio, Socrate. A lui riconducono le strade delle pi diverse maniere filosofiche di vita, che sono in fondo le maniere di vita dei diversi temperamenti, stabiliti dalla ragione e dall'abitudine, e tutti quanti rivolti con la loro punta verso la gioia di vivere e di se stessi; dal che si potrebbe concludere che l'aspetto pi peculiare di Socrate stato un prendere parte a tuti i temperamenti.- Rispetto al fondatore del cristianesimo, Socrate ha in pi la gioconda forma di seriet e quella saggezza piena di birbonate, che costituisce per l'uomo lo stato d'animo migliore. Inoltre aveva un intelletto pi grande. (Aurora, af.86) Socrate trov la donna che gli occorreva - egli per non l'avrebbe certo cercata, se l'avesse conosciuta bene: cos lontano anche l'eroismo di questo spirito libero non sarebbe andato. In realt Santippe lo spinse sempre pi verso la sua particolare professione, rendendogli casa e focolare inabitabili e inospitali: gli insegn a vivere per le strade e dappertutto dove si poteva chiacchierare e oziare, facendo cos di lui il pi grande dialettico ambulante di Atene: il quale da ultimo dovette paragonare se stesso alle redini importune poste da un dio sul colle del bel cavallo Atene per non fargli aver pace. (Umano, troppo umano; af. 433) PLATONE Platone: un grande "Cagliostro"- si pensi a come lo giudic Epicuro; a come lo giudic Timone, l'amico di Pirrone. E' forse fuori dubbio la probit di Platone? Ma noi sappiamo per lo meno che pretese di insegnare come una verit assoluta qualcosa che lui stesso non riteneva una verit, neppure condizionata: ossia l'esistenza particolare e l'immortalit personale delle anime. (La volont di potenza, af. 428) Consideriamo i filosofi della Grecia, ad esempio Platone. Separ gli istinti dalla polis, dalla lotta, dal valore militare, dall'arte e dalla bellezza, dai misteri, dalla fede nella tradizione e negli antenati... Fu il seduttore dei nobles, sedotto lui stesso dal roturier Socrate... Neg tutte le premesse del 'greco eccellente' di vecchio stampo, introdusse la dialettica nella pratica quotidiana, cospir coi tiranni, predic una politica dell'avvenire e diede l'esempio della pi perfetta separazione degli istinti da ci che antico. E' profondo e passionale in tutto ci che antiellenico... (La volont di potenza, af. 435) La filosofia di Platone ricorda gli anni medi della trentina, in cui una corrente fredda e una calda sogliono ribollire l' una sull' altra, sicch si formano polvere e delicate nuvolette e, in

circostanze favorevoli e sotto i raggi del sole, un incantevole arcobaleno. (Umano, troppo umano) Per Platone, la cui sensualit e il cui fanatismo erano sovraeccitabili, il fascino del concetto divent cos grande che fin inavvertitamente per venerarlo e divinizzarlo come una forma ideale. Ubriacatura dialettica: coscienza di esercitare con essa un dominio su di s- strumento della volont di potenza. (La volont di potenza, af. 431) Due uomini tanto fondamentalmente diversi come Platone e Aristotele concordavano su ci che costituisce la suprema felicit, non soltanto per loro e per gli esseri umani, ma anche in s, perfino per gli dei delle estreme beatitudini: lo trovavano nel conoscere, nell'attivit di un intelletto ben esercitato, che sa rinvenire e inventare. (Aurora, af. 550) TUCIDIDE Tucidide, immediatamente prima che la notte scenda su Atene (la peste e la rottura della tradizione), la fa brillare ancora una volta come uno sfolgorante tramonto, destinato a far dimenticare la brutta giornata che lo ha preceduto. (Umano, troppo umano; af. 474) Il mio ristoro, la mia predilizione, la mia terapia contro ogni platonismo stato, in ogni tempo, Tucidide. Tucidide, e forse il Principe di Machiavelli mi sono particolarmente affini per l'assoluta volont di non crearsi delle mistificazioni e di vedere la ragione nella realt- non nella "ragione" e meno che mai nella "morale"... Contro la deplorevole tendenza ad abbellire i Greci, a idealizzarli, che il giovane "educato sui classici" si porta nella vita come ricompensa del suo ammaestramento liceale, non vi cura cos drastica come Tucidide. Lo si deve rivoltare rigo per rigo e decifrare i suoi nascosti pensieri cos esattamente come le sue parole: esistono pochi pensatori cos ricchi di segreti pensieri. In lui la cultura dei sofisti giunge alla sua compiuta espressione: questo movimento inestimabile in mezzo alla frode morale e ideale delle scuole socratiche dilaganti allora da ogni parte. La filosofia greca come dcadence dell'istinto greco: Tucidide come il grande compendio, l'ultima rivelazione di quella forte, severa, dura oggettivit che era nell'istinto dei Greci pi antichi. Il coraggio di fronte alla realt distingue infine nature come Tucidide e Platone: Platone un codardo di fronte alla realt- conseguentemente si rifugia nell'ideale; Tucidide ha il dominio di s- di conseguenza tiene sotto il suo dominio anche le cose... (Crepuscolo degli idoli) EPICURO Un giardino, fichi, piccoli formaggi e insieme tre o quattro buoni amici: fu questa la sontuosit di Epicuro. (Umano, troppo umano) Epicuro ha vissuto in tutti i tempi, e vive ancora, sconosciuto a quelli che si dissero e si dicono epicurei, e senza fama presso i filosofi. Del resto egli stesso dimentic il suo nome: fu il bagaglio pi pesante che avesse mai gettato via. (Umano, troppo umano) S, sono fiero di sentire il carattere di Epicuro in modo diverso, forse, da chiunque altro, e soprattutto di gustare in tutto ci che di lui leggo e ascolto la gioia pomeridiana dell'antichit vedo il suo occhio che guarda un vasto,albicante mare, oltre gli scogli delle coste su cui si posa il sole, mentre grandi e piccole fiere giuocano nella sua luce, sicure e placide come questa luce e quell'occhio stesso. Una tale gioia l'ha potuta inventare solo un uomo che ha perpetuamente sofferto, la gioia di un occhio davanti al quale il mare dell'esistenza si quietato e che non si

sazia pi di guardare la sua superficie, e questo screziato, tenero, abbrividente velo di mare: non era mai esistita prima di allora una tale compostezza della volutt. (La gaia scienza, af. 45) La lotta contro la 'fede antica' intrapresa da Epicuro fu, in senso stretto, una lotta contro il cristianesimo preesistente- lotta contro il vecchio mondo intristito, moralizzato, inacidito da sentimenti di colpa, diventato decrepito e infermo. (La volont di potenza, af. 438) L'epicureo si sceglie la situazione, le persone e perfino gli avvenimenti che si armonizzano con la sua costituzione intellettuale estremamente eccitabile, egli rinuncia al resto, vale a dire al pi, perch sarebbe per lui un cibo troppo forte e pesante. (La gaia scienza, af.306) Epicuro, l'acquietatore d'anime della tarda antichit, comprese meravigliosamente, come ancor oggi cos raramente si comprende, che per tranquillizzare l'animo non affatto necessario risolvere le ultime ed estreme questioni teoriche. Sicch a coloro che erano tormentati dalla 'paura degli di', gli bastava dire:" se ci sono gli di, essi non si preoccupano di noi ",- invece di disputare sterilmente e da lontano sulla questione suprema, se ci siano in genere di. Questa posizione molto pi favorevole e forte: si danno all'altro alcuni passi di vantaggio, rendendolo cos pi pronto ad ascoltare e a ponderare. Ma non appena quegli si accinge a dimostrare il contrario,- che gli di si preoccupano di noi,- in quali errori e intrichi spinosi non dovr cadere il misero, affatto da s, senza astuzia da parte dell'interlocutore? Costui deve solo avere abbastanza umanit e finezza da nascondere la sua compassione per questo spettacolo. Da ultimo l'altro giunge alla nausea, l'argomento pi forte contro quella proposizione, alla nausea per la sua stessa affermazione; si raffredda e va via con lo stesso stato d'animo che anche dell'ateo puro: "cosa importa poi a me degli di? Che il diavolo se li porti!".- In altri casi, specie quando un'ipotesi a met fisica e a met morale aveva offuscato l'animo, egli non confutava questa ipotesi, bens ammetteva che poteva essere cos, ma che per spiegare lo stesso fenomeno c'era ancora una seconda ipotesi; e che forse la cosa poteva stare ancora diversamente. Anche nel nostro tempo la pluralit delle ipotesi, per esempio sull'origine dei rimorsi della coscienza, basta per togliere dall'anima quell'ombra che cos facilmente nasce dal ruminare un'ipotesi unica, la sola visibile, e pertanto cento volte sopravvalutata. - Chi dunque desidera largire conforto, a infelici, malfattori, ipocondriaci, morenti, si ricordi delle due espressioni tranquillizanti di Epicuro, che si possono applicare a moltissime questioni. Nella forma pi semplice esse suonerebbero all'incirca: primo: posto che la cosa stia cos, non ce ne importa niente; secondo: pu essere cos, ma pu anche essere diversamente. (Il viandante e la sua ombra; af.8) STOICI Stoico. C' una serenit nello stoico, quando si sente oppresso dal rituale che lui stesso ha prescritto al proprio tenore di vita; quivi egli gode se stesso come dominatore. (Aurora, af.251) Lo stoico si esercita a trangugiare pietre e vermi, schegge di vetro e scorpioni e a essere insensibile alla nausea; il suo stomaco deve infine diventare indifferente a tutto ci che vi travasa il caso dell'esistenza. (La gaia scienza, af.306) PIRRONE La stanchezza saggia: Pirrone. Vivere fra gli umili, umilmente. Nessuna fierezza. Vivere alla maniera comune; onorare e credere ci che tutti credono. Stare in guardia di fronte a scienza

e spirito e anche contro tutto ci che gonfia... Con semplicit: indescrivibilmente paziente, noncurante, dolce; apaqeia , di pi: prauths . Un buddista per la Grecia, cresciuto nel tumulto delle scuole: giunto tardi; stanco; la protesta dell'uomo stanco contro lo zelo dei dialettici; l'incredulit dell'uomo stanco nei confronti dell'importanza di tutte le cose. Ha visto Alessandro, ha visto i penitenti indiani. Su simili uomini tardivi e raffinati tutto ci che basso, povero, perfino idiota esercita una seduzione. Narcotizza: distende i nervi (Pascal). D'altra parte, in mezzo al tumulto e scambiati per gente qualunque, sentono un p di calore: hanno bisogno di calore questi stanchi... Superare la contraddizione: nessuna lotta; nessuna volont di distinguersi, negare gli istinti greci.(Pirrone viveva con una sorella che era levatrice). Travestire la saggezza, perch cessi di renderci distinti; darle un manto di povert e di cenci: fare i lavori pi umili; andare al mercato a vendere maialetti... Dolcezza; serenit, indifferenza: nessuna virt che esiga un contegno; farsi uguali agli altri anche nella virt: ultima vittoria su di s, ultima indifferenza. (La volont di potenza, af. 437) PAOLO Cerca la potenza contro il giudaismo dominante, il suo movimento troppo debole... trasvalutazione del concetto di 'giudeo': la 'razza' messa da parte: ma ci signific negare il fondamento. Il 'martire', il 'fanatico', il valore di ogni fede... Il cristianesimo la forma degenerata del vecchio mondo al colmo dell'impotenza, dove vengono a galla gli strati sociali e i bisogni pi malati e insani. Di conseguenza, altri istinti dovettero farsi avanti, per creare un'unit, una potenza che difende se stessa- insomma fu necessaria una specie di stato di emergenza come quello da cui gli ebrei ricevettero il loro istinto di autoconservazione... Sono, a questo punto, di incalcolabile importanza le persecuzioni dei cristiani- la comunanza nel pericolo, le conversioni di massa come unico mezzo per metter fine alle persecuzioni individuali (perci Paolo fece l'uso pi disinvolto del concetto di 'persecuzione'). (La volont di potenza, af. 173) FRANCESCO D'ASSISI Francesco d'Assisi: innamorato, popolare, poeta, combatte contro la gerarchia delle anime, a favore delle pi umili. Nega la gerarchia delle anime: tutti uguali 'di fronte a Dio'. L'ideale popolare: l'uomo buono, il disinteressato, il santo, il saggio, il giusto. O Marco Aurelio! (La volont di potenza, af. 360) LUTERO Lutero, il grande benefattore. Quel che costituisce il pi considerevole risultato dell'azione di Lutero sta nella diffidenza destata da lui nei riguardi dei santi e dell'intera vita contemplativa cristiana: soltanto da allora divenuto di nuovo accessibile in Europa il cammino verso una vita contemplativa non cristiana, ed stata posta una meta al disprezzo dell'attivit mondana e dei laici. Lutero, che restava pur sempre il figlio gagliardo di un minatore, allorch fu rinchiuso nel convento, e qui, in mancanza di altre profondit e "cavit", cominci a salire dentro se stesso e a trivellare orribili e oscuri cunicoli, fin per notare che una santa vita contemplativa gli sarebbe stata impossibile e che la sua innata "attivit" nell'anima e nella carne lo avrebbe trascinato alla perdizione. Troppo a lungo tent di trovare, a furia di macerazioni, la via della santit, ma finalmente prese la sua decisione e disse: "Non esiste alcuna reale vita contemplativa! Ci siamo fatti abbindolare! I santi non hanno avuto pi valore di noi tutti". Indubbiamente era questo un modo di aver ragione proprio da contadino,- ma per i Tedeschi di quel tempo era l'unico modo e quello giusto; li edificava assai leggere ora nel

loro catechismo luterano: "Fuori dei 10 comandamenti non c' opera alcuna che potrebbe piacere a Dio,- le magnificate opere religiose dei santi sono loro invenzioni". (Aurora, af.88) RAFFAELLO Pittura e onest. Raffaello, a cui importava molto della Chiesa (finch era solvibile), ma poco, come ai migliori del suo tempo, degli oggetti della fede ecclesiastica, non segu neanche di un passo l'esigente ed estatica religiosit di parecchi dei suoi committenti: egli conserv la sua onest, anche in quel quadro d'eccezione, che era in origine destinato a uno stendardo di processione, nella Madonna Sistina. Qui egli volle per una volta dipingere una visione: ma una visione quale possono avere e avranno anche dei nobili giovani senza "fede", la visione della futura sposa, di una donna intelligente, di animo nobile, silenziosa e molto bella, che porta in braccio il suo primogenito. Venerino pure qui i vecchi che sono avvezzi al pregare e all'adorare, come il venerabile vegliardo sulla sinistra, qualcosa di sovrumano: noi pi giovani, cos sembra gridarci Raffaello, vogliamo stare dalla parte della bella fanciulla sulla destra, che con il suo sguardo tentatore e tutt'altro che devoto dice a quelli che osservano il quadro: "Non vero? Questa madre e il suo bambino- non una vista piacevole e invitante?". Questo volto e questo sguardo riflettono un raggio di gioia sui volti di coloro che li guardano; l'artista che invent tutto ci gode in tal modo di se stesso e aggiunge la propria gioia alla gioia dei destinatari dell'arte. - Riguardo all' espressione "redentrice" sul viso di un bambino, Raffaello, l'onesto, che non voleva dipingere uno stato d'animo alla cui esistenza non credesse, abbindol i suoi spettatori credenti in una garbata maniera; dipinse quel gioco di natura che non di rado accade, l'occhio dell'uomo nella testa del bambino, e precisamente l'occhio dell'uomo prode e misericordioso che vede uno stato di miseria. Per quest'occhio ci vuole una barba; che questa manchi e che due et diverse parlino qui da uno stesso volto, il piacevole paradosso che i credenti si sono spiegati nel senso della loro fede nel miracolo: come anche l'artista poteva aspettarsi dalla loro arte di interpretare e di interpolare. CELLINI Il genio della civilt si comporta come si comport Cellini allorquando lavorava alla fusione del suo Perseo: la massa fluida minacciava di non bastare, ma essa doveva bastare: cos egli vi gett dentro piatti e stoviglie e quant'altro gli venne sottomano. E cos anche quel genio getta dentro errori, vizi, speranze, chimere e altre cose di metallo tanto nobile che vile, perch la statua dell'umanit deve venir fuori ed essere finita; cosa importa che qua e l si sia impiegato materiale pi scadente? (Umano, troppo umano; af. 258) SHAKESPEARE La cosa pi bella che io sappia dire in lode all'uomo Shakespeare questa: egli ha creduto in Bruto, e non un granello di diffidenza ha gettato su questo tipo di virt! A lui ha consacrato la sua migliore tragedia- la si continua sempre ancor oggi a chiamare con un falso nome-, a lui e al pi terribile compendio dell'alta morale. Indipendenza dell'anima!- di questo si tratta! Nessun sacrificio pu essere in questo caso troppo grande: ad essa bisogna saper sacrificare anche l'amico pi diletto, fosse anche per giunta l'uomo pi splendido, il vanto del mondo, il genio senza eguali- quando si ama, cio, la libert, come la libert di anime grandi, e attraverso l'amico un pericolo minaccia questa libert- in questo modo deve aver sentito Shakespeare! L'altezza alla quale innalza Cesare il pi squisito onore che potesse rendere a Bruto: soltanto cos conferisce immensit di proporzioni al problema interiore di questo come al pari della forza spirituale che fu capace di tagliare questo nodo!- E fu realmente la libert

politica a spingere questo poeta a simpatizzare con Bruto- a condividerne la colpevolezza? Oppure la libert politica fu solo un simbolo per qualcosa d'inesprimibile? Ci troviamo forse di fronte a un qualche oscuro evento, rimasto sconosciuto, e ad un'avventura dell'anima stessa del poeta, di cui egli solo per segni poteva parlare? Che cosa tutta la melanconia di Amleto di fronte alla melanconia di Bruto!- E forse Shakespeare conosceva anche questa, come quella, per esperienza! Forse anche lui come Bruto aveva le sue ore fosche e il suo angelo malvagio!Ma, comunque possano essersi configurate tali analogie e correlazioni segrete, Shakespeare si prostern davanti all'intera figura e alla virt di Bruto e si sent indegno e lontano: nella tragedia ha inscritto la testimonianza di tutto questo. In essa per due volte ha introdotto un poeta e per due volte ha versato su di lui un tale impaziente ed estremo disprezzo che suona come un grido- come il grido di dispregio di se stesso. Bruto, Bruto stesso perde la pazienza quando appare il poeta, presuntuoso, patetico, importuno, come sono soliti esserlo i poeti, una persona che pare traboccare di possibilit di grandezza, anche di grandezza etica, e che tuttavia, nella filosofia dell'azione e della vita, raramente giunge sia pure alla comune onest. 'Lui conoscer i tempi, ma io conosco le sue fisime- via da me quel pagliaccio coi sonagli!' grida Bruto. Si riporti questo all'anima del poeta che lo scrisse. (La gaia scienza, af. 98) Shakespeare come moralista. Shakespeare ha molto meditato sulle passioni e ha anche avuto, per il suo temperamento, assai facile accesso a molte di esse (i drammaturghi sono in genere uomini alquanto cattivi). Ma egli non sapeva, come Montaigne, parlare di esse, e pose invece le osservazioni sopra le passioni in bocca a personaggi appassionati: il che veramente contro natura, ma rende i suoi drammi cos densi di pensiero, da fare apparire vuoti tutti gli altri e da suscitare facilmente una generale avversione contro di loro. Le sentenze di Schiller (alla cui base stanno quasi sempre idee false o insignificanti) sono appunto sentenze da teatro e producono sempre come tali un effetto molto forte, mentre le sentenze di Shakespeare fanno onore al suo modello Montaigne e contengono in forma concisa pensieri serissimi, ma perci troppo lontani e sottili agli occhi del pubblico dei teatri, cio sono inefficaci. (Umano, troppo umano; af. 176) CARTESIO "Si pensa: di conseguenza c' qualcosa che pensa": cos conclude l'argomentazione di Cartesio. Ma questo un porre la nostra credenza nel concetto di sostanza come 'vera a priori'. Dire che, se si pensa, deve esserci qualcosa 'che pensi' semplicemente una formula della nostra abitudine grammaticale, che assegna a un'azione un autore. In breve, qui si enuncia gi un postulato logico-metafisico- non si fa una semplice constatazione... Sulla via di Cartesio non si giunge a una certezza assoluta, ma solamente al fatto di una credenza molto forte. Se si riduce quella proposizione a quest'altra: "si pensa, di conseguenza ci sono pensieri", si ha una semplice tautologia che non tocca precisamente ci che in questione, cio la 'realt del pensiero'- ossia, in questa forma non si pu rifiutare l' 'apparenza' del pensiero. Ma ci che Cartesio voleva questo: che il pensiero non abbia soltanto una realt apparente, ma una realt in s. (La volont di potenza, af. 484) DON GIOVANNI Una favola. Il don Giovanni della conoscenza: non stato ancora scoperto da nessun filosofo e da nessun poeta. Gli manca l'amore per le cose che conosce, ma nella caccia e negli intrighi della conoscenza- su su fino alle stelle pi alte e lontane della conoscenza- ingegnoso, formicolante di desiderio e ne gode, finch non gli resta pi nulla cui dar la caccia se non quel che nella conoscenza assolutamente nocivo, come fa il bevitore, che finisce per darsi

all'assenzio e all'acquavite. Cos, alla fine, s'incapriccia dell'inferno- l'ultima conoscenza, quella che lo seduce. Forse anch'essa lo delude, come ogni cosa quando conosciuta! E allora dovrebbe starsene immobile per tutta l'eternit, inchiodato alla delusione, trasformato lui stesso nel convitato di pietra, con un desiderio di un'ultima cena della conoscenza che non gli toccher mai pi- poich l'intero mondo delle cose non avr pi un boccone da offrire a questo affamato. (Aurora, af. 327) HUME Non abbiamo alcun 'senso della causa efficiens': qui ha ragione Hume, l'abitudine (ma non solo quella dell'individuo!) ci fa attendere che un certo accadimento, sovente osservato, segua a un altro, e basta! Ci che ci d una credenza nella causalit cos straordinariamente stabile non la grande consuetudine al succedersi degli eventi, ma la nostra incapacit di interpretare un evento vedendolo altrimenti che come prodotto da intenzioni. (La volont di potenza, af. 550) LESSING Lessing ha una virt schiettamente francese e come scrittore stato in genere il pi diligente nell'andare a scuola dai Francesi: sa bene ordinare ed esporre le sue cose in vetrina. Senza questa vera arte, i suoi pensieri, come pure i loro oggetti, sarebbero rimasti piuttosto in ombra, senza grave perdita per gli altri. Ma dalla sua arte hanno imparato molti (soprattutto le ultime generazioni di dotti tedeschi) e innumerevoli persone se ne sono allietate.- Certo quei discepoli non avrebbero avuto bisogno di imparare da lui, come cos spesso avvenuto, anche il suo tono e la sua maniera antipatica, in una mescolanza di litigiosit e probit.- Su Lessing lirico si oggi unanimi: sul "drammaturgo" lo si sar. KANT Kant, con la sua "ragione pratica", col suo fanatismo morale, completamente XVIII secolo: ancoRA completamente fuori dal movimento storico; non ha occhi per la realt del suo tempo, ad esempio per la Rivoluzione francese; non toccato dalla filosofia greca; fantastico nel concetto del dovere; sensista, con una recondita inclinazione al traviamento dogmatico. (La volont di potenza, af. 95) Kant: uno psicologo e un conoscitore degli uomini assai scarso; si sbagliava di grosso circa i grandi valori storici (Rivoluzione francese); fanatico morale la Rousseau, con un acuto cristianesimo dei valori; completamente dogmatico, ma con un greve disgusto per questa sua inclinazione, fino a desiderare di dominarla; ma anche dello scetticismo si stanc subito; non fu sfiorato dal gusto per il cosmopolitismo, n da quello per la bellezza dell'antichit... Fu un temporeggiatore e un intermediario, non ebbe nulla di originale. (La volont di Potenza, af. 101) La macchia del criticismo kantiano gradatamente diventata visibile anche agli occhi pi grossolani: Kant non aveva pi alcun diritto a distinguere 'fenomeno' e 'cosa in s' - si era negato il diritto di continuare a distinguere secondo questa vecchia consuetudine, poich rifiutava come illecito l'inferire dal fenomeno una causa del fenomeno- in conformit con la sua concezione della causalit e della validit puramente intrafenomenica di tale concetto: un modo di concepire che, d'altra parte, anticipa quella distinzione, come se la 'cosa in s' fosse non solo inferita, ma data. (La volont di potenza, af. 553)

E ora non parlarmi dell'imperativo categorico, amico mio! Questa parola mi fa il solletico all'orecchio e non posso fare a meno di ridere nonostante la tua presenza tanto seria: mi vien fatto di pensare al vecchio Kant che a titolo di punizione per essersi sgraffinato la 'cosa in s' ridicolissima cosa pure questa! - fu accalappiato dall'imperativo categorico, e con quello in cuore rifece il cammino all'indietro smarrendosi in 'Dio', 'anima', 'libert', 'immortalit', come una volpe che, smarritasi, ritorna nella sua gabbia- ed era stata la sua forza e accortezza a forzare questa gabbia! (La gaia scienza, af. 335) L'istinto erroneo in tutto e per tutto, la contronatura come istinto, la dcadence tedesca come filosofia- questo Kant!- (L'Anticristo, af. 11) ROUSSEAU Ma Rousseau dove voleva lui in verit tornare? Rousseau, questo primo uomo moderno, idealista e canaille in una sola persona; che ebbe bisogno della dignit morale per sopportare il suo stesso aspetto; malato di una sfrenata vanit e di un illimitato disprezzo di s. Anche questa creatura malriuscita, che ha preso posto sulla soglia della nuova et, voleva il ritorno alla natura: dove, chiediamo ancora una volta, voleva tornare Rousseau? Odio Rousseau anche nella Rivoluzione: essa l'espressione nella storia universale di quella doppia natura d'idealista e di canaille. La farsa sanguinosa in cui questa rivoluzione si svilupp, la sua 'immoralit', m'importa poco: quel che odio la rousseauiana moralit- le cosiddette verit della rivoluzione con le quali essa continua sempre a esercitare i suoi effetti e a conciliarsi tutto ci che piatto e mediocre. La dottrina dell'uguaglianza! (Crepuscolo degli idoli, af. 48) Il corruttore Rousseau: toglie le catene alla donna, che da allora in poi viene rappresentata in modo sempre pi interessante- come sofferente. (La volont di potenza, af. 94) Rousseau: la regola fondata sul sentimento, la natura come fonte della giustizia; l'uomo si perfeziona nella misura in cui si avvicina alla natura. [...] Ma Rousseau rimase plebeo, anche come homme de lettres, cosa inaudita: disprezzava spontaneamente tutto ci che lui stesso non era. Ci che vi di morboso in Rousseau fu sommamente ammirato e imitato. [...] La difesa della provvidenza da parte di Rousseau: aveva bisogno di Dio per poter scagliare la propria maledizione sulla societ e sulla civilt; ogni cosa doveva essere buona in s, poich Dio l'ha creata: solo l'uomo ha corrotto l'uomo. (La volont di potenza, af. 100) Contro Rousseau. Se vero che la nostra civilt ha in s qualcosa di miserando, avete la scelta di giungere, con Rousseau, all'ulteriore conclusione che "della nostra cattiva moralit ha colpa questa miserabile civilt", oppure, contro Rousseau, ritornare alla conclusione che "della nostra miserabile civilt ha colpa la nostra buona moralit". I nostri fiacchi, svirilizzati, sociali concetti di bene e male, e l'enorme strapotere di questi sull'anima e sul corpo hanno finito per infiacchire tutte le anime e i corpi e per infrangere gli uomini indipendenti, autonomi, spregiudicati, le colonne di una robusta civilt: dove ancor oggi si incontra la cattiva moralit, si vedono le ultime rovine di queste colonne. "Cos s'opponga paradosso a paradosso! Impossibile che la verit possa essere da tutte e due le parti; e in genere da una di queste due parti? Lo si accerti". (Aurora, af.163) VOLTAIRE

Basta leggere di tempo in tempo il Maometto di Voltaire per rappresentarsi con chiarezza alla mente che cosa una volta per tutte, con quella rottura della tradizione, sia andato perduto per la cultura europea. Voltaire fu l'ultimo dei grandi drammaturghi, l'ultimo che domasse con greca misura la sua anima molteplice, che era all'altezza anche delle pi grandi tempeste tragiche; egli pot ci che ancora nessun tedesco ha potuto, perch la natura del francese molto pi affine a quella greca che non la natura del tedesco; come pure egli fu l'ultimo grande scrittore che, nella composizione del discorso in prosa, avesse orecchio greco, coscienziosit artistica greca e greca semplicit e grazia; anzi fu uno degli ultimi uomini che sapessero riunire in s la pi grande libert di spirito e un modo di pensare assolutamente non rivoluzionario, senza essere incoerenti e pavidi. (Umano, troppo umano; af. 221) NAPOLEONE La Rivoluzione rese possibile Napoleone: cos viene giustificata. Per un simile compenso si dovrebbe desiderare il crollo anarchico di tutta la nostra civilt. Napoleone rese possibile il nazionalismo: questo il suo limite. Il valore di un uomo (astraendo, come si deve, da moralit e immoralit: infatti, con questi concetti non si tocca ancora il valore di un uomo) non consiste nella sua utilit; perch questo valore persisterebbe anche se non ci fosse nessuno a cui potesse tornare utile. E perch precisamente l'uomo che sort gli effetti pi rovinosi non potrebbe essere il vertice dell'intero genere umano, cos alto, cos superiore che tutto rovina per invidia nei suoi confronti? (La volont di potenza, af.877) Si deve a Napoleone (e niente affatto alla Rivoluzione francese, che ha avuto di mira la 'fraternit' tra i popoli, nonch universali, fioriti scambi di sentimenti) il fatto che ora possono succedersi un paio di secoli bellicosi di cui non esiste l'uguale nella storia, insomma il nostro avvenuto ingresso nell'et classica della guerra, della guerra dotta e al tempo stesso popolare nella pi vasta scala (di mezzi, di attitudini, di disciplina), verso la quale tutti i secoli venturi, quasi fosse un frammento di perfezione- infatti il movimento nazionale da cui germoglia questa gloria guerriera solo il contro-choc a Napoleone, e senza Napoleone non si sarebbe verificato. A costui dunque si potr attribuire un giorno il fatto che in Europa l'uomo divenuto ancora una volta signore del mercante filisteo; forse perfino della 'donna', che stata blandita dal cristianesimo, dallo spirito stravagante del secolo XVIII e ancor pi dalle 'idee moderne'. Napoleone, che vedeva nelle idee moderne e proprio nella civilizzazione qualcosa come un nemico personale, ha confermato, con questa sua ostilit, di essere uno dei pi grandi prosecutori del Rinascimento: egli ha nuovamente portato in luce un intero frammento dell'antica sostanza, quello decisivo forse, il frammento di granito. E chiss che questo frammento dell'antica sostanza non ridiventi finalmente dominatore del movimento nazionale e non debba farsi l'erede e il prosecutore di Napoleone in senso affermativo: Napoleone, il quale voleva, come noto, un'Europa unita, perch fosse signora della terra. (La gaia scienza, af. 362) FICHTE "La verit deve essere detta anche se il mondo dovesse andare in pezzi!"- cos grida a piena voce il grande Fichte. S! S! Ma si dovrebbe anche possederla! Lui intende, per, che ognuno debba esprimere la propria opinione, anche se tutto dovesse essere messo sottosopra. Su questo si potrebbe ancora essere in disaccordo con lui. (Aurora, af. 353) HEGEL

Il pensiero di Hegel non molto lontano da quello di Goethe: si presti orecchio a ci che Goethe dice di Spinoza. C' una volont di divinizzare il Tutto e la vita, per trovare quiete e felicit nella sua contemplazione e nella sua investigazione; Hegel vede la ragione dappertutto, davanti alla ragione lecito sottomettersi e rassegnarsi. Significato della filosofia tedesca (Hegel): escogitare un panteismo in cui il male, l'errore e la sofferenza non potessero venire avvertiti come argomenti contro la divinit. Di questa grandiosa iniziativa abusarono le potenze esistenti (Stato, ecc.), come se sancisse la razionalit del dominio di quelli che appunto dominavano. GOETHE In Goethe c' una specie di fatalismo quasi gioioso e fiducioso, che non si rivolta, che non si stanca, che cerca di formare una totalit da se medesimo, persuaso che solo nella totalit tutto si redima e appaia buono e giustificato. MILL Contro John Stuart Mill. Io ho i orrore la sua volgarit, quella che dice: 'ci che giusto per l'uno, conveniente per l'altro; non fare ad altri ci che non vuoi, ecc.'; che vuole fondare tutti i rapporti umani sulla reciprocit della prestazione, cos che ogni azione appare come una specie di pagamento per un servizio reso. Qui la premessa ignobile, nel senso peggiore del termine: qui viene presupposta per me e per te l'equivalenza delle nostre azioni, semplicemente annullato il valore pi personale di un'azione (ossia ci che non pu venire compensato o ripagato da nulla). La 'reciprocit' estremamente volgare: proprio il fatto che ci che io compio non possa, n di diritto n di fatto, essere compiuto da un altro, il fatto che non ci possa essere alcuna compensazione (fuorch nella elettissima sfera dei 'miei pari', inter pares); il fatto che, in un senso pi profondo, non si restituisca mai, perch si unici e si compiono solo azioni uniche- in questo fatto, in questa convinzione fondamentale consiste il motivo dell'isolamento aristocratico della moltitudine, perch la moltitudine crede all''uguaglianza' e quindi alla compensazione e alla 'reciprocit'. (La volont di potenza, af. 926) "Siamo indulgenti con i grandi uomini da un occhio solo!" ha detto Stuart Mill: come se fosse necessario sollecitare indulgenza, laddove si abituati a tributare loro fede e quasi adorazione! Io dico: siamo indulgenti verso chi ha due occhi, grande o piccolo che sia, perch pi in alto dell'indulgenza, cos come noi siamo, certo non arriveremo. (Aurora, af. 51) SCHOPENHAUER Schopenhauer come cadenza finale (stato enteriore alla rivoluzione): compassione, sensualit, arte, debolezza della volont, cattolicesimo dei desideri spirituali- questo 'au fond' buon secolo XVIII. L'equivoco fondamentale sulla volont in Schopenhauer (come se le brame, l'istinto, l'impulso fossero l'essenziale nella volont) tipico: svalutazione della volont, fino a misconoscerla. Cos pure l'odio contro il volere: tentativo di ravvisare nel non voler pi, nell' 'essere un soggetto senza scopo n intenzione' ( nel 'soggetto puro, privo di volont') qualcosa di superiore, anzi la cosa suprema, ci che ha valore. Grande sintomo della stanchezza o della debolezza della volont: perch la volont precisamente ci che tratta da padrona i desideri, prescrive loro il cammino e la misura... (La volont di potenza, af. 84)

Schopenhauer appare come un tenace uomo morale che finisce per diventare un negatore del mondo al fine di mantenere la legittimit della sua valutazione morale. E da ultimo diventa 'mistico'. Io stesso ho tentato una giustificazione estetica: come possibile la bruttezza del mondo? (La volont di potenza, af. 416) Anche nel nostro secolo la metafisica di Schopenhauer ha dimostrato che anche adesso lo spirito scientifico non ancora abbastanza forte; cos l'intera concezione del mondo e il sentimento dell'uomo medievali e cristiani poterono ancora celebrare nella dottrina di Schopenhauer, nonostante la distruzione gi da gran tempo raggiunta di tutti i dogmi cristiani, una resurrezione. Molta scienza echeggia nella sua dottrina, ma non essa la domina, bens il vecchio e ben noto 'bisogno metafisico'. Certo uno dei massimi e affatto inestimabili vantaggi che traiamo da Schopenhauer il fatto che egli faccia temporaneamente indietreggiare il nostro sentimento verso antiche e possenti forme di contemplazione del mondo e degli uomini, a cui altrimenti nessun sentiero ci condurrebbe cos facilmente. Il guadagno per la storia e per la giustizia molto grande: io credo che oggi a nessuno potrebbe riuscire cos facilmente, senza l'aiuto di v, di rendere giustizia al cristianesimo e ai suoi affini asiatici: cosa che specialmente impossibile muovendo dal terreno del cristianesimo ancora esistente. (Umano, troppo umano; af. 25) OFFENBACH Musica francese con lo spirito di Voltaire, libero, petulante, con un piccolo ghigno sardonico, ma chiaro, ricco di spirito sino alla banalit (non si imbelletta) e senza la 'mignardise' di una sensualit morbosa o biondo-viennese. (La volont di potenza, af. 833) COMTE La storia del metodo scientifico fu intesa da Auguste Comte quasi come se fosse la filosofia stessa. (La volont di potenza, af. 467) WAGNER Richard Wagner, gi per il suo valore per la Germania e la cultura tedesca, rimane un grande punto interrogativo, forse una sventura tedesca, in ogni caso un destino: ma che significa? Non forse molto pi che un semplice tedesco? Mi sembra persino che appartenga alla Germania meno che a ogni altro paese: qui nulla pronto per lui, il suo tipo completamente estraneo ai tedeschi, singolare, incompreso, incomprensibile. Ma ci si guarda bene dal confessarlo: si troppo bonari, troppo quadrati, troppo tedeschi. 'Credo quia absurdum est' : cos vuole, cos volle anche in questo caso lo spirito tedesco- e frattanto crede tutto ci che Wagner volle fosse creduto di lui. In tutti i tempi lo spirito tedesco in psycologicis manc di finezza e di capacit di divinazione. Oggi, stando sotto la pressione del patriottismo e dell'autoammirazione, ingrassa a vista d'occhio e diventa sempre pi rozzo; come potrebbe essere all'altezza del problema Wagner? (La volont di potenza, af. 107)