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Alessandra Facchi

Introduzione

La condizione delle donne sempre pi chiaramente qualcosa che riguarda tutti. I problemi e i bisogni delle donne sono problemi e bisogni della maggior parte dellumanit e il modo in cui sono trattati mette in gioco i caratteri fondamentali di un sistema politico-sociale. La definizione di questioni che riguardano le donne ha un ruolo centrale non soltanto nella vita quotidiana, nelle relazioni familiari, lavorative, ma nei rapporti tra stato e chiese, nel miglioramento delle condizioni di vita di molti popoli, nella elaborazione di un Islam europeo e pi in generale nella convivenza tra oriente e occidente, nord e sud del mondo. Tutto ci riguarda anche la parte restante dellumanit, cio gli uomini. Ci tenevo dunque che i contributi a questo fascicolo venissero da donne e uomini, e in particolare anche da autori che si sono occupati del tema dei diritti umani, chiedendo loro di sviluppare e verificare le loro posizioni nel confronto con i diritti delle donne. Sono qui riuniti saggi di autrici che si sono occupate (tra laltro) di condizione femminile ed altri di autori che si sono occupati (tra laltro) di problematiche relative ai diritti fondamentali, al multiculturalismo, a nuove prospettive che nel dibattito internazionale si stanno affermando in sostituzione o ad integrazione di quella dei diritti umani. La conquista di diritti civili, politici, sociali, ha segnato tappe fondamentali nella storia della liberazione e dellemancipazione femminile. I diritti sono stati almeno in occidente un importante strumento di miglioramento della condizione della donna, attraverso il lessico dei diritti sono passate conquiste fondamentali di libert e eguaglianza. Basta ricordare la Convenzione di Seneca Falls del 1848 considerata il documento di costituzione ufficiale del movimento femminista che esprime ogni rivendicazione nei termini di violazione e estensione dei diritti: in considerazione del fatto che le donne si sentono offese, oppresse e private in modo fraudolento dei loro diritti pi sacri, dichiariamo che debbono essere immediatamente ammesse a godere di tutti i diritti e i privilegi che spettano loro in quanto cittadine degli Stati Uniti. Se pur con lentezza i diritti e le libert sono stati sulla carta estesi a tutti, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lin-

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Ragion pratica 23/dicembre 2004

gua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione come recita la Dichiarazione Universale del 1948. Attualmente tutti gli esseri umani nel mondo sono titolari di alcuni diritti sanciti in varie Dichiarazioni internazionali (anche se molti stati non le hanno ratificate): in questo senso vi sono diritti universali. Leguaglianza formale tra i sessi stata raggiunta anche nellambito degli ordinamenti giuridici dei paesi occidentali che non prevedono quasi pi norme che discriminino negativamente o escludano le donne. Leguale titolarit di diritti tuttavia non sembra aver modificato profondamente i rapporti uomo-donna nel senso della parit. Ancora oggi, anche nei paesi pi ricchi e industrializzati, le donne continuano ad aver maggiori difficolt di accesso allistruzione, alle cure mediche, ai lavori pi qualificati e retribuiti, alle cariche politiche, a lavorare pi degli uomini e essere pagate meno, a subire violenze e sopraffazioni riconducibili al fatto di essere donne. Nel quadro internazionale poi, i diritti umani vengono continuamente e gravemente violati, non esistono procedure e tribunali che ne garantiscano leffettivit, spesso sono in vigore norme palesemente in contrasto con essi1. Le donne sono, in pace e in guerra, le vittime della maggior parte delle violazioni ai diritti consacrati in Dichiarazioni e Trattati. Lo sono doppiamente in quanto esseri umani e in quanto donne, nellambito pubblico e nellambito privato. La particolare ineffettivit dei diritti umani nel mondo da ricondursi a scelte politiche, motivi strutturali e/o contingenti di tipo economico, sociale, culturale, storico, ma una delle ragioni e giustificazioni frequentemente addotte risiede nella negazione del loro universalismo. I diritti umani in quanto prodotto della storia europea e nord-americana rispecchierebbero una visione particolare delluomo, della donna, dei rapporti familiari e politici, inadeguata e talvolta incompatibile con sistemi di vita, culture, religioni diverse. Il dibattito su universalismo e relativismo dei diritti notoriamente vastissimo e ricco di contributi provenienti da studiosi e di differenti discipline, aree geografiche e culturali. Le critiche vertenti sulla non universalit dei diritti delluomo sono iniziate quasi in contemporanea alla loro positivizzazione, cio alla loro proclamazione nelle Carte settecentesche dei diritti. Inizialmente queste critiche si fondavano sullesclusione della maggior parte della popolazione (non solo donne, ma uomini senza determinati requisiti) di fatto e di diritto dal godimento di diritti dichiarati universali, dunque spettanti a tutti gli esseri umani. Recentemente (perch recentemente i diritti umani sono stati estesi a tutti/e) la teoria femminista e ad altre correnti di pensiero critico hanno invece approfondito la prospettiva che nega l universalismo dei fondamenti, sottolineando come i diritti non siano per nulla universali, ma piuttosto diritti delluomo, inteso
Dalla constatazione del divario tra let dei diritti e la massa dei senza diritti prende le mosse N. Bobbio, Let dei diritti, Torino, Einaudi, 1990.
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come maschio, bianco, proprietario, occidentale. Da questo punto di vista i diritti delluomo sono visti come diritti di un soggetto particolare, costruiti e applicati secondo modelli che corrispondono ai suoi interessi, valori, stili di vita e in ultima analisi ai rapporti di potere funzionali alla sua supremazia. Il proclamato universalismo dei diritti nasconderebbe dunque scelte e realt particolaristiche e discriminatorie o nel migliore dei casi assimilazioniste. Nellambito della teoria femminista la critica alluniversalismo si declinata dunque in prima istanza con riferimento alla differenza sessuale, alla relazione tra diritti delluomo e diritti della donna. Lemergere del pluralismo culturale anche allinterno del movimento femminista ha tuttavia condotto a rendersi conto che esistono vari tipi di donne, e che il punto di vista delle donne non quello della donna bianca, occidentale, colta, di classe media. Alla consapevolezza e alla valorizzazione delle differenze tra uomini e donne, si sono aggiunte la consapevolezza e la valorizzazione delle differenze tra donne. La critica alluniversalismo si riferita dunque anche alla differenza culturale mettendo in luce i caratteri problematici degli stessi diritti della donna. Alla domanda Quanto dei diritti delluomo espressione della tradizione maschile e quanto invece universalizzabile alle donne?, si aggiunta quella: Quanto dei diritti delle donne espressione della tradizione occidentale e quanto invece universalizzabile alle donne nel mondo?. La seconda domanda quella oggi pi problematica o quanto meno quella le cui implicazioni sono quotidianamente pi visibili. La diversit di condizione delle donne nel mondo uno degli ambiti in cui emerge in forme pi evidenti lopposizione tra universalismo e particolarismo dei diritti umani. Dalla critica dei diritti come espressione di un particolare tipo di donna, quella occidentale, si arriva a quelle posizioni che mettono in discussione la stessa nozione di diritti umani, in quanto strumento di imperialismo culturale e dunque in ultima analisi essi stessi forme di oppressione delle donne non occidentali. La parit, vera o rappresentata formalmente, tra i sessi viene da questa prospettiva identificata come un elemento ideologico che giustifica lintromissione delle culture che si autoproclamano civili, attraverso una catena di interventi che inizia con leggi, risoluzioni e arriva fino alla guerra. Il lessico dei diritti si daltronde ormai affermato in tutto il mondo, almeno sul piano istituzionale e su quello delle rivendicazioni sociali. Cos pu dirsi che il pi delle volte quel che succede alle donne sfugge alle maglie dei diritti umani e al contempo che quello dei diritti lunico gergo universalmente disponibile che convalida le richieste di donne e bambini contro loppressione che vivono nelle societ patriarcali e tribali2.
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La prima affermazione di C. MacKinnon, Crimini di guerra, crimini di pace, in I diritti umani, a cura di S. Shute e S. Hurley, Milano, Garzanti, 1994, p. 99, la seconda di M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 70.

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Di fronte alla diffusione internazionale del lessico dei diritti il problema della loro universalit si spostato sul loro contenuto. Allo stesso diritto corrispondono visioni molto differenti del valore da tutelare e delle misure con cui farlo, in primo luogo perch esistono differenti visioni della famiglia, del lavoro, del ruolo della donna nella societ, dei rapporti tra individuo e gruppo. Le stesse nozioni di salute e integrit fisica che costituiscono il fondamento di diritti umani considerati indisponibili sono culturalmente variabili. Ci sono poi le difficolt inerenti ai rapporti tra vari tipi di diritti. Notoriamente esistono posizioni discordanti rispetto allopportunit di dare la preferenza alluno o allaltro tipo di diritti: civili, politici, economico-sociali. La soluzione evidentemente non universale, ma risente delle condizioni locali che danno contenuto ai singoli ruoli e alle reciproche influenze tra le varie tipologie di diritti. Nei paesi in via di sviluppo lesercizio di diritti civili e politici fortemente condizionato da condizioni di vita al limite o al di sotto della sopravvivenza, dalla mancanza di istruzione, di cure mediche, di lavori dignitosi. Le posizioni governative3 riflettono spesso questa preoccupazione, dando in particolare la prevalenza ai diritti economico-sociali rispetto ai diritti di libert, ma questa scelta ha unevidente incidenza sulla posizione delle donne, che sono i soggetti che soffrono di maggiori limiti alla libert personale e quelli che traggono minor vantaggio dalle politiche ridistributive. Nel complesso dunque linterpretazione e la realizzazione dei diritti umani non pu prescindere da vincoli contestuali, che sono di naturale culturale, storica ma anche economica e politica. Senza contare che lapplicazione dei diritti umani ha dei costi che non tutti i popoli possono permettersi: tutto ci rientra nella determinazione del contenuto dei diritti e delle misure per attuarli. Nel femminismo internazionale si dunque svolto ed ancora in corso un intenso dibattito sullopportunit e sulle potenzialit dei diritti umani come strumenti per migliorare la condizione delle donne nel mondo. Sia sul piano istituzionale, e ci emerso con evidenza nella varie Conferenze internazionali sulle donne a partire da quella di Pechino del 1995, sia sul piano del dibattito teorico, si verificato che questo obiettivo non pu ignorare la diversit di interpretazione dei diritti delle donne. Negli anni pi recenti nei paesi occidentali, in particolare in quelli anglosassoni, la diffidenza femminista verso la logica dei diritti (riconducibile anche ad altri aspetti che non qui il caso di riprendere) sembra diminuita, lasciando il posto ad una elaborazione di diritti delle donne e ad un uso dei principi di libert e eguaglianza in battaglie giuridiche rivolte ad eliminare comportamenti oppressivi e discriminatori. Questa rivalutazione del ruolo dei diritti avvenuta in gran parte sotto la spinta delle
Cfr., solo come esempio, la Carta africana dei diritti delluomo e dei popoli del 1981, oppure la Dichiarazione dei diritti delluomo nellIslam del 1990.
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esigenze delle donne dei paesi del sud del mondo, e si tradotta nella tendenza ad universalizzare i diritti affermatisi nel femminismo occidentale, tenendo per conto delle esigenze particolari. Luniversalismo tende dunque ad affidarsi alla ricerca di percorsi di comunicazione che diano ai diritti umani (e alle misure per attuarli) contenuti compatibili con i fondamenti delle diverse culture. Lo sviluppo di movimenti per i diritti delle donne che si muovono allinterno delle culture tradizionali e religiose, come avviene per il femminismo musulmano, sembra essere attualmente una strada rilevante per superare i contrasti tra universalismo e particolarismo, tra diritti delle donne e diritti delle culture. Nella maggior parte dei contributi a questo fascicolo richiamato il dibattito aperto pochi anni fa da una filosofa politica statunitense, Susan Moller Okin, sintetizzato nella domanda Is Multiculturalism Bad for Women?4. Okin rimprovera alle teorie e alle politiche multiculturaliste di non tener conto che le culture che chiedono protezione pubblica sono in gran parte culture che hanno tra i principali scopi collettivi il controllo delle donne da parte degli uomini. Anche le versioni del multiculturalismo pi preoccupate per la protezione dei diritti individuali, non differenziano le posizioni delle persone allinterno dei gruppi e non prestano sufficiente attenzione alla sfera privata, alla vita familiare, che quella pi significativa per molte vite femminili e al contempo pi vincolata da norme tradizionali e religiose e da rapporti di potere patriarcali. Il femminismo, daltro lato, per Okin colpevole di eccessiva deferenza verso le differenze dovuta sia alla preoccupazione di evitare le accuse di imperialismo culturale, sia al fatto che multiculturalismo e femminismo sono apparsi e si sono autorappresentati per lungo tempo come movimenti affini, uniti dalla comune critica alluniversalismo, allegualitarismo, alla neutralit liberale. Trattare le donne come una minoranza, come un gruppo oppresso tra gli altri, ha probabilmente prodotto esiti non solo insoddisfacenti rispetto ai loro bisogni, ma anche fuorvianti rispetto ai loro obiettivi. Femminismo, almeno nella sua versione pi consolidata, e multiculturalismo pur avendo fondamenti e approcci comuni si trovano spesso in conflitto quando si valutano le loro ricadute concrete. Le difficolt di conciliare diritti delle donne e diritti delle culture sono emerse anche nella politica dei paesi europei: in nome della libert femminile sono state contestate politiche pubbliche di sostegno di gruppi di immigrati. Limmigrazione ci rende quotidianamente visibili differenti concezioni dei rapporti tra i sessi e dei diritti della donna: tra i conflitti normativi che si presentano nei paesi occidentali in relazione a differenze culturali, religiose e giuridiche i pi frequenti e difficili da affrontare riguardano le donne e i minori.
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S.M. Okin with Respondents, Is Multiculturalism Bad for Women?, ed. by J. Cohen, M. Howard, M. Nussbaum, Princeton, N. J., Princeton University Press, 1999.

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Mutilazioni genitali femminili, poligamia, ripudio e altri istituti del diritto di famiglia islamico, segregazione domestica, matrimoni combinati, sono solo i casi pi diffusi e riconosciuti, punte emergenti di culture e modi di vita costruiti sulla subordinazione femminile. Da un lato si tratta di norme e pratiche discriminatorie e lesive di diritti umani, dallaltro la possibilit di adeguarsi alle proprie tradizioni e alla propria religione essa stessa un diritto, in alcuni casi rivendicato come tale fino al punto di investire quelle pratiche e norme di significato simbolico e politico, facendole diventare fattori identitari. Durante la preparazione di questo volume si sono verificate due vicende particolarmente emblematiche. La prima rappresentata dalla legge francese e dal vasto dibattito che lha accompagnata che ha vietato lingresso a scuola delle ragazze musulmane con lo chador. La seconda dalla proposta fatta dal Comitato etico della ASL di Firenze di praticare, su richiesta dei genitori, una escissione simbolica alle bambine africane nellintento di evitare loro lesioni genitali pi gravi. In modo pi o meno esteso questi casi sono citati, approfonditi e discussi nella maggior parte dei contributi che seguono. I primi quattro saggi intendono lopposizione tra universalismo e particolarismo come rivolta sia al rapporto diritti delluomo/diritti della donna, sia al rapporto diritti della donna/ diritti delle donne. Tamar Pitch, prendendo lavvio dalla ricerca di un terreno comune tra donne nel mondo, nota come attualmente il lessico dei diritti umani sia soprattutto rivolto a giustificare gli aiuti, ma anche le guerre, mettendo comunque in ombra i legami tra noi e loro (dove loro sono i migranti e i residenti del sud del mondo), la loro voce, la loro interpretazione dei diritti stessi, insieme alle questione delle disuguaglianze, del potere, dello sfruttamento. La stretta connessione tra differenze e disuguaglianze non pu, per Pitch, essere affrontata unicamente attraverso il lessico dei diritti, ma deve entrare a far parte di un agire politico in una sfera pubblica ampliata, che permetta di affrancare le donne da quella sfera privata in cui tradizionalmente sono confinate. I diritti rimangono strumenti importanti per migliorare la condizione delle donne nel mondo, anche perch possono opporsi ad altre azioni e ideologie occidentali ben pi dannose, a patto per di una revisione dei modelli su cui si fondano, e a ci lapproccio delle capacit pu dare un importante contributo. I diritti delle donne (ad esempio un diritto delle donne alla riproduzione) non devono daltronde essere considerati particolari in quanto riguardano pi della maggioranza dellumanit: si tratterebbe dunque di sostituire ad un universalismo identitario, un universalismo della molteplicit, affiancando allo standard universalistico maschile dei diritti un nuovo standard universalistico femminile. Una preoccupazione simile al centro del saggio di Maria Angeles Barrere Unzueta, che, partendo dalla critica femminista alluniversalismo dei diritti come copertura ideologica della normalit maschile dominante, si colloca in quella parte

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della teoria giuridica femminista rivolta a decostruire e ricostruire norme, categorie, concetti, metodi giuridici vigenti, cercando nuovi spazi e schemi per leguaglianza. La sua analisi critica si rivolge specificamente al diritto antidiscriminatorio, inteso come complesso di misure attualmente vigenti, che risulta inadeguato in quanto modellato su un principio di eguaglianza tradizionale ispirato alla visione aristotelica che propone di trattare in modo simile i casi simili, assumendo implicitamente un modello di normalit. Seguendo limpostazione della nota giurista statunitense Catharine MacKinnon, Barrere propone di partire dallaffermazione di un nuovo principio di eguaglianza tra i sessi e dalla sua formalizzazione come principio fondamentale degli ordinamenti giuridici vigenti. Secondo questo principio la differenza sessuale non dovrebbe dunque pi porsi come differenza rispetto ad una norma (maschile) ma come costitutiva della norma stessa. Questo principio dovrebbe costituire un orientamento prevalente di ogni azione pubblica, comprese le politiche multiculturali, contrapponendosi dunque a qualunque pratica, pubblica o privata, che si traduca in minor autonomia o potere femminile. Sia Pitch che Barrere insistono sulle conseguenze che derivano dallaver accolto e continuare ad accogliere nella formulazione e nellapplicazione di diritti lo standard maschile, configurando dunque lessere donna come condizione particolare che richiede interventi pubblici aggiuntivi, per modificarla adeguandola ai modelli maschili. Massimo La Torre assume invece una prospettiva del tutto differente mirante, attraverso un percorso analitico, a fornire un fondamento filosofico alluniversalit dei diritti. Nella prima parte del suo saggio individua quattro stadi del ragionamento pratico (esistenziale, morale, politico, giuridico) e considera differenti significati di relativo, riferito alla norma morale. La conclusione orientata in senso universalistico dal momento che i diritti umani visti come ragioni per lazione sono espressione del ragionamento morale e questultimo non pu che essere alimentato da considerazioni non contestuali e tendenzialmente universalistiche. Nella seconda parte questo impianto teorico viene applicato al rapporto tra diritti delluomo e diritti delle donne e confrontato, da un lato, con gli argomenti tradizionali di esclusione delle donne dai diritti, dallaltro, con le principali critiche attuali alluniversalismo dei diritti. In questo percorso La Torre contesta due principali argomenti riconosciuti come tipici della letteratura femminista a sostegno della relativit dei diritti, difendendo invece la richiesta di diritti delle sole donne che, in quanto legati alla specialit femminile, non producono una rottura alluniversalit dei diritti. Infine, passando a considerare le critiche relativistiche agli stessi diritti delle donne, riprende lo schema del ragionamento pratico e conclude per un riconoscimento di diritti culturali disponibili e relativi che si pone per esclusivamente in forma sussidiaria rispetto ai diritti individuali indisponibili e universali dal momento che i primi devono costituire un vantaggio per lesercizio dei secondi.

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Gianluigi Palombella nella distinzione tra diritti fondamentali e diritti umani vede il possibile superamento dellaporia tra diritti (umani) come espressione di una concezione morale, superiori alle etiche comunitarie e alla deliberazione politica e diritti (fondamentali) come espressione di un sistema sociale, fondati su un autochiarimento etico-politico del loro significato. Nei diritti umani risiedono le regole giuste e universali di difesa dellautonomia dellindividuo nei confronti delle collettivit, che per non possono realizzarsi senza incidere sulle strutture etico-politiche di una societ in cui un gruppo, ad esempio le donne, non abbia le condizioni desercizio dellautonomia. Dunque, in ultima analisi, senza realizzarsi come diritti fondamentali, che hanno un ruolo essenziale di riferimento normativo in una data societ, sono effettivi e riconosciuti per definizione in quanto rispondenti a fini collettivi. Riprendendo il tema delle possibili modalit di conflitto tra diritti individuali e diritti culturali e ricollegandosi al dibattito aperto da Okin, Palombella individua alcuni caratteri empirici dei conflitti e dellidentit individuale nelle societ contemporanee. Conclude richiamando importanti casi giudiziari in cui la soluzione del conflitto stata determinata da ragioni strutturali dellordinamento o da compromessi politici, pi che dallapplicazione di diritti o di principi di giustizia. Casi che confermano come la difesa dei diritti passi attraverso lelaborazione del loro senso allinterno delle istituzioni e dalle pratiche correnti. Il secondo gruppo di saggi si rivolge, pur da differenti punti di vista, ai rapporti tra diritti della donna e diritti culturali e al ruolo dei diritti umani nei confronti delle donne non occidentali. Le versioni liberali del multiculturalismo pur proponendo politiche pubbliche di riconoscimento e sostegno di gruppi minoritari, dunque diritti culturali o collettivi, pongono alcuni limiti e cautele a protezione della libert degli individui allinterno dei gruppi, della loro scelta di staccarsi dalla comunit e di non subirne pratiche e norme che non condividono. per stato ormai ampiamente rilevato come questi limiti siano insufficienti, in quanto eccessivamente astratti o ingenui, con poca rispondenza empirica e lo siano soprattutto nei confronti delle donne, che frequentemente si trovano in situazioni di dipendenza materiale, culturale e psicologica dalla famiglia e dalla comunit. In una prospettiva di tutela delle donne e di affermazione dei loro diritti far prevalere i diritti dellindividuo su quelli della collettivit non appare dunque sempre sufficiente. Quando poi sono le donne stesse a difendere e rivendicare pratiche e norme di cui sono vittime le difficolt aumentano. Lintervento pubblico coercitivo, dunque limposizione di ci che costituisce il bene dellindividuo, contro la sua volont, appare in contrasto con un principio fondamentale che la cultura liberale pone a difesa della libert individuale. Per il cosiddetto principio del danno,

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nella classica formulazione di John Stuart Mill, lo stato non autorizzato ad intervenire con la forza nella sfera della libert individuale se non quando esiste un danno ad altri soggetti. Il bene dellindividuo stesso, contro la sua volont, non giustificazione sufficiente, dal momento che su se stesso, sul suo corpo, sulla sua mente, lindividuo sovrano. Fa tuttavia parte del patrimonio femminista (e non solo) la consapevolezza che le opzioni individuali, anche quando espresse senza apparente coercizione, ma maturate in condizioni radicate di oppressione, derivano da cosiddette preferenze adattive: cio non sono e non possono essere veramente libere. Al centro del saggio di Antonella Besussi lidea di libert femminile. Libert va intesa per lautrice in primo luogo come gesto che interrompe ladesione al proprio assoggettamento, libert di svelamento, di sottrarsi, di andarsene. Fino a che punto questa libert possibile in circostanze invalidanti, cio tipicamente in sistemi patriarcali, e fino a che punto pu chiamarsi libert e non piuttosto una scelta individuale pragmatica la scelta opposta, cio quella di aderire a norme e pratiche collettive, quella di rimanere? Besussi sottolinea come le due condizioni poste del multiculturalismo liberale, rintracciate gi in Mill, e cio il libero consenso volontario e la libert dandarsene, siano entrambe fortemente viziate dalle preferenze adattive. Dunque il liberalismo pluralista, inteso come prospettiva che affida alla libert di andarsene la salvaguardia dellopzione liberale, ritenendo per il resto impraticabile un giudizio dallesterno sul miglior modo di vita, rivela una mancanza di lucidit ed appare inconciliabile con un punto di vista femminista. Si pu essere allo stesso tempo oppresse e autonome? A questa domanda fondamentale lautrice risponde che le categorie a cui fa riferimento il discorso politico liberale sono inadeguate: la dicotomia tra costrizione e volontariet troppo povera. Per superare questa inadeguatezza suggerisce infine unattitudine al contempo situata e distante che tenga conto dellautocomprensione delle pratiche oppressive che hanno le donne in esse coinvolte e che contestualizzi la critica della subordinazione senza tuttavia adagiarsi e affidarsi ad essa. Come sottolinea Besussi la libert intesa come autonomia minacciata anche quando ne sia permesso formalmente lesercizio da forme di appartenenza a culture patriarcali, ma per le donne che vivono in queste culture si pone un ulteriore problema e cio quello del loro individuale, concreto, benessere. Andarsene ha sempre un costo, per s e per gli altri. In vari casi dal punto di vista individuale il beneficio che deriva dal sottrarsi (o dallessere sottratte per forza) a pratiche comunitarie, anche quando si tratti di pratiche discriminatorie e oppressive va bilanciato con il danno che pu derivare. Ci almeno fino a quando non si realizzi una trasformazione pi complessa del quadro di relazioni e di norme in cui si muovono le donne e delle condizioni di autonomia individuale. La poligamia senzaltro un istituto discriminatorio, ma la sua negazione pu significare non riconoscere alcun diritto (compresi quelli sui figli) alle donne

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che hanno contratto un matrimonio poligamo. Il velo islamico ha senzaltro una connotazione sessista e appartiene ad una visione non egualitaria dei rapporti tra i sessi, ma il divieto di indossarlo a scuola, pu significare escludere le ragazze musulmane dallistruzione pubblica, dunque dal diritto forse pi significativo per la loro futura autonomia. Le mutilazioni genitali sono senzaltro una pratica oppressiva, lesiva dellintegrit fisica e dellautonomia delle bambine, ma mettere in carcere i genitori che lhanno autorizzata si traduce facilmente in un danno aggiuntivo per le bambine stesse. Nelle scelte giuridiche ispirate a principi di libert e eguaglianza e allaffermazione dei diritti umani non si pu dunque prescindere del tutto dagli effetti concreti che esse possono produrre sulle vite individuali. Questo aspetto colto da Anna Elisabetta Galeotti che nel suo saggio indaga le possibili interpretazioni del principio milliano del danno a fronte del pluralismo culturale odierno, escludendo quelle che ne renderebbero di fatto impossibile ogni forma di riconoscimento. Focalizzando lattenzione sui caratteri tipici dei casi problematici mette in luce la ragionevolezza della scelta acquiescente soprattutto se lambiente esterno percepito come ostile e mette in dubbio la legittimit dellintervento repressivo contro la volont individuale. Nei due casi specifici presi in considerazione, quello del velo islamico nelle scuole e quello delle mutilazioni genitali femminili, lautrice verifica la costante presenza di un doppio standard riservato a comportamenti legati alla cultura occidentale e a culture altre. Nel caso del velo linesistenza del danno ad altri e dunque la salvaguardia della libert individuale porta Galeotti a respingere il divieto. Nel caso delle mutilazioni genitali essa ritiene invece si debba ammettere la praticabilit di forme simboliche in quanto non ledono lintegrit fisica, che appunto il bene che lo stato deve tutelare, tolto il quale dunque solo in nome del danno simbolico uno stato neutrale non ha ragione di intervenire. Nel complesso Galeotti opta per una versione debole di pluralismo che legittima e non valorizza le culture, sottolinea lopportunit di non ignorare uno dei due corni del dilemma, privilegiando laltro (disuguaglianze culturali e di genere) e al contempo limportanza per entrambi di un intervento pubblico volto a diminuire le disuguaglianze economiche. Mentre Besussi e Galeotti approfondiscono, se pur con prospettive ed esiti differenti, le implicazioni della libert individuale come valore fondamentale sottostante ai diritti delle donne, Luca Baccelli si rivolge direttamente alla ricerca di una concezione dei diritti umani che permetta il dialogo tra femminismo e pluralismo culturale. Collegando le principali critiche elaborate nella letteratura femminista alla logica dei diritti e, pi di recente, al multiculturalismo, con la prospettiva di ricerca sociologica del pluralismo normativo, propone una concezione conflittualista dei diritti umani. Lelemento caratterizzante di questa concezione situato nella rivendicazione, intesa per non tanto con riferimento allindividuo, ma alle pratiche sociali e a processi collettivi. Bac-

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celli si rif dunque ad una concezione dei diritti come resistenza alloppressione, che porterebbe ad escludere dal novero dei diritti alcuni diritti sbagliati, fornendo un orientamento pragmatico e storicistico che contempera la tutela delle donne e quella dei caratteri di identit culturale. Ci pu avvenire anche grazie al contributo che, nellelaborazione e nellapplicazione delle norme giuridiche, pu offrire il pluralismo normativo attraverso linterpretazione di diritti e principi fondamentali. In conclusione Baccelli riporta il caso delle comunit Maya nel Chiapas messicano in cui il linguaggio dei diritti stato utilizzato per conciliare dallinterno riconoscimento di identit culturali e tutela della condizione femminile. Come sottolinea Baccelli dalle donne interessate che possono affermarsi strade di mediazione ai conflitti normativi che permettano il miglioramento della loro condizione senza imporre una rottura con la comunit. Certo si pone poi la difficolt di far emergere pubblicamente queste strade e di dar loro una forma giuridica, contemperandole con i principi fondamentali e le strutture degli ordinamenti vigenti. Questo aspetto segnalato da Francesco Belvisi che si confronta con gli argomenti contenuti nel saggio di Okin e nel dibattito che ne seguito, rivolgendosi specificamente alle implicazioni sul piano del diritto positivo delle differenti visioni dei diritti umani. La prospettiva che adotta si definisce come insieme individualista e antiuniversalista, in quanto sottolinea la connessione dei diritti con le culture allinterno delle quali si muovono gli individui, e tuttavia considera che il rispetto e la tutela siano da riconoscere alle culture solo in quanto ambiti necessari di realizzazione dellindividuo. Nella seconda parte del saggio, in applicazione di un diritto alla differenza corrispondente ad una societ il cui legame sociale si regga sulla tolleranza della reciproca diversit, Belvisi rivolge lattenzione ai caratteri di una giurisdizione multiculturale. La strada giudiziaria gli appare preferibile a quella legislativa in casi di conflitto culturale per i suoi caratteri prudenziali e di orientamento ai principi che possono minimizzare i rischi di oppressione femminile, mediando tra le istanze delle diverse culture ivi compresa quella ufficiale. In conclusione porta gli esempi del matrimonio islamico e della proposta di mutilazioni genitali simboliche per optare per soluzioni pragmatiche, rivolte alla riduzione del danno attraverso mediazioni tra le istanze in conflitto. I diritti fondamentali bench costruzione della cultura occidentale traducono tuttavia a me pare in gran parte esigenze universali. possibile far emergere queste ultime in forme non conflittuali o, nel migliore dei casi, percepite come paternalistiche, affiancando a quella dei diritti altri approcci e categorie? I contributi finali di Greblo e Zanetti sono dedicati appunto a due importanti prospettive normative fondate sullesperienza femminile.

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Letica della cura la cui prima formulazione risale ad una nota opera dalla psicologa statunitense Carol Gilligan5 una nozione che, soprattutto nellambito della teoria femminista, ha ricevuto ampi consensi e applicazioni, ma anche contestazioni, critiche e rielaborazioni. Rinvia ad una modalit di affrontare i conflitti morali e sociali incentrata sui bisogni, invece che sui diritti, sulla valutazione delle conseguenze di un intervento, pi che sullaffermazione di principi, sulla sofferenza soggettiva nei singoli casi pi che sullingiustizia come violazione di una norma. Gianfrancesco Zanetti nel suo saggio con particolare riferimento alla versione attuale di Tronto e White mette in luce questi ed altri aspetti della nozione di cura sottolineando come tra i contributi femministi si caratterizzi per essere un approccio non solo critico, ma propositivo, che pu essere applicato in vari ambiti istituzionali, senza tuttavia porsi come invece stato sostenuto in alternativa conflittuale ai diritti. Alcuni suoi caratteri la rendono poi al contempo universalizzabile e culturalmente relativa: in particolare la nozione di bisogno su cui si fonda mette in discussione lidea di libert come autonomia completa dellindividuo, e fa universalmente emergere, da un lato, il lavoro di cura, tipicamente femminile, dallaltro, la stigmatizzazione di chi ha bisogno di cura. Su queste basi letica della cura si declina necessariamente in forme differenti rispettose delle specificit, non imponibili dallesterno, e dunque rispondenti al pluralismo culturale odierno. Mentre letica della cura un contributo storico del pensiero femminista, che riceve tuttavia continuo e rinnovato interesse, lapproccio delle capacit una proposta recente, le cui implicazioni e applicazioni si stanno rivelando particolarmente significative e ampie. La nozione di capacit fondamentali, intesa semplificando come possibilit che hanno le persone di sviluppare alcune funzioni fondamentali che richiedono laccesso a risorse, strutture e libert, stata recentemente proposta come tentativo di superare il conflitto tra un universalismo paternalista di matrice occidentale e un relativismo che porta allaccettazione della situazione esistente, dalla filosofa statunitense Martha Nussbaum6. Allapproccio delle capacit dedicato il saggio di Edoardo Greblo che partendo dalla crisi dellegualitarismo, si rivolge allanalisi della proposta delleconomista Amartya Sen al quale, com noto, si deve loriginaria formulazione della nozione di capacit fondamentali di una libert positiva che consideri come fondamento del benessere individuale (well-being) non tanto le risorse ma la capacit di accedere ad esse. Greblo passa poi a considerare la rielaborazione dellidea di capacit compiuta da Nussbaum che, pur non pretendendo di sostituirsi al consolidato lessico dei diritti si mostra pi adatta a fondare politiche normative di impronta universalistica e a delineare una prospettiva su5 6

C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalit, Milano, Feltrinelli, 1987.

M. C. Nussbaum, Diventare persone. Donne e universalit dei diritti, Bologna, Il Mulino, 2001.

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scettibile di determinare che cosa effettivamente significhi assicurare un diritto a qualcuno. In questo percorso illustra le principali nozioni costitutive dellapproccio delle capacit (capacit fondamentali, funzionamento, soglia, capacit combinata) e il loro rapporto con i diritti civili, politici, economici e sociali per arrivare a verificarne la rilevanza per la situazione femminile nel mondo. Greblo sottolinea in particolare come nella visione di Nussbaum lo sviluppo delle capacit femminili richieda lintervento pubblico nella famiglia, struttura fondamentale della societ, che non deve essere trascurata nellapplicazione dei criteri di giustizia. Una delle prime indicazioni che emerge da questo fascicolo la conferma che la letteratura femminista, o almeno alcune sue importanti espressioni, costituisce ormai un patrimonio scientifico comune, che offre apporti significativi non soltanto per questioni che riguardano le donne. In sintonia con recenti e valide posizioni della teoria politica e giuridica femminista anche lorientamento dei contributi qui raccolti va verso la ricerca di elementi per fondare luniversalismo dei diritti, pi che per mostrarne la relativit. Pur riformulati secondo modelli femminili, affiancati da altre nozioni, sottoposti a rielaborazioni culturalmente orientate, ai vincoli istituzionali locali, rimane una fiducia di fondo nella funzione che i diritti, e i principi a cui essi si ispirano, possono assolvere per migliorare la condizione delle donne nel mondo. Le ambizioni universalistiche sono affidate a valori come la ragione, la resistenza alloppressione, una nuova eguaglianza tra i sessi, la libert personale, che per essere compatibili con il pluralismo culturale, devono tuttavia realizzarsi attraverso il dialogo interculturale. Se pur con linguaggi diversi emerge infatti diffusamente la necessit di uninterpretazione contestualizzata dei diritti, di trovare percorsi interni alle culture per affrontare istituti e pratiche discriminatorie. Di affidare alle donne interessate un ruolo determinante, e gli strumenti per farlo, nella trasformazione delle norme che le opprimono. Nellambito degli stati occidentali ci risponde alla situazione di mobilit, di pluriappartenenza individuale ricordata in vari contributi che allorigine di scelte di mediazione e di soluzioni autonome ai conflitti7. Corrisponde anche alle dimensioni attuali delle migrazioni che si pongono sempre meno come trasferimenti e sempre pi come transmigrazioni, caratterizzate da instabilit, comunicazione continua, scambi di persone, beni, immagini, informazioni, dunque da influenze costanti e reciproche tra societ da cui provengono e quelle in cui si trovano.
Come ha sottolineato Saskia Sassen donne e bambini sono spesso gli agenti di nuove, ibride forme di negoziazione, che may turn out to be crucial in the fight against the norms that legitimate the oppression of women (and children), S. Sassen, Culture beyond Gender, in Is Multiculturalism Bad for Women?, cit., p. 78.
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Due aspetti sono particolarmente sottolineati come esigenze universali: la necessit di partecipazione attiva e pubblica delle donne e quella di dare maggior rilievo allincrocio tra differenze e disuguaglianze, tra oppressione culturale e economica. Mi pare si possa rilevare un ruolo sempre pi ampio di una visione della libert femminile intesa come libert positiva, libert di essere e fare. Una libert che pu declinarsi come libert di partecipazione e libert di autodeterminazione, due forme tra loro strettamente connesse. La prima passa attraverso una partecipazione politica ampia, un coinvolgimento pubblico delle donne e delle associazioni che le rappresentano, una partecipazione diretta, il meno possibile mediata dagli uomini delle comunit, alle scelte pubbliche, che permetta di esprimere le proprie modalit di soluzione dei conflitti culturali e di interpretazione dei diritti, indicando le misure per attuarli. La seconda passa attraverso la capacit di acquisire strumenti di consapevolezza e autonomia. Forse il primo e principale obiettivo del movimento femminista stato quello di costituire le donne come soggetti a piena capacit decisionale, di renderle autonome e indipendenti dagli uomini della famiglia. Nel lessico dei diritti queste forme di libert presuppongono unestensione dei diritti politici e sociali, che per essere effettivi devono per come ha insegnato il femminismo occidentale essere il pi possibili adeguati alle specificit di gruppo. La diffusione di questi diritti pu aprire la strada alla libert femminile nel mondo, non pi sospettabile di condizionamenti collettivi, almeno non pi di quanti ne subiamo noi. Mentre sto scrivendo queste pagine mi raggiunge la notizia della morte di Letizia Gianformaggio. Mi permetto, sapendo di interpretare il pensiero delle autrici e degli autori di questo fascicolo, di dedicarlo a lei, prima filosofa del diritto italiana ad essersi rivolta, con la sua lucida e appassionata intelligenza, al miglioramento della condizione femminile.

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