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Carcere, Indulto e Numeri

Posted By Vortexmind On 28 settembre, 2007 @ 11:00 In Democrazia e Diritti

Da quando è stato approvato l’indulto il 29 Luglio 2006, non è passato giorno in cui non abbia maledetto in qualche
modo il signor Mastella (che, peraltro, in questo caso ha solamente rappresentato il volere di tutto il Parlamento, con
l’eccezione di IdV, Lega Nord e quasi tutta AN). Ho sempre pensato che questo fosse un provvedimento populista,
ingiusto e controproducente.

Tuttavia questo mio pensiero, a pensarci bene, non si è mai basato su dati certi e su constatazioni tangibili. La mia era più
una sensazione: « Perché bisogna liberare anzitempo chi è stato condannato? Perché molti degli indultati vengono colti
poi con le mani nel sacco, o si rendono colpevoli di crimini che si sarebbero potuti evitare? »
Le mie “sensazioni” sono state rese sempre più confuse da quanto veniva pubblicato sui media, che hanno dato larga
voce ai detrattori [1] del provvedimento, in contrapposizione alla strenua difesa da parte di chi, sul provvedimento, aveva posto il proprio nome [2]. Alla
fine ognuno ha snocciolato le proprie, contrastanti cifre e noi siamo rimasti a guardare confusi o arrabbiati.
Poi, nelle mie quotidiane peregrinazioni internettiane, mi sono imbattuto in uno studio universitario [3] che trattava
proprio di questo argomento. E’ specificato, nell’introduzione, che l’analisi vuole essere semplicemente una prima
lettura del provvedimento e non una valutazione definitiva dello stesso. Questo perché l’arco temporale di analisi è
stato necessariamente limitato, così come certi limiti hanno anche le tipologie di dati raccolti nello studio.
Voglio citare qualche passaggio interessante
… Pur in presenza di tali ragioni [N.d.R. la necessità di ridurre il sovraffollamento nelle carceri] , legate alla clemenza ed
alla tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà, il provvedimento è stato oggetto di pesanti critiche. Tali critiche paiono essersi
sviluppate, in primo luogo, sul piano mediatico, il quale ha visto schierata contro il provvedimento la quasi unanimità degli organi di informazione di
massa. Al riguardo, è interessante rilevare come, fin dai giorni immediatamente precedenti l’emanazione del provvedimento, e per tutti i mesi
successivi alla sua entrata in vigore, gli organi di informazione di massa abbiano condotto – con stile e modalità differenti - una pesante campagna
contraria al provvedimento di clemenza.
Tale ruolo assunto dagli organi di informazione non deve essere trascurato. Come noto, il potere mediatico si concretizza nella capacità dei mezzi di
comunicazione di influenzare sia la sfera politica, sia l’opinione pubblica, imponendo ad entrambe questioni che, attraverso il passaggio ripetuto nel
circuito mediatico, assumono carattere di “realtà” (Blumer, 1969) e rilevanza come
“problema sociale” (Spector, Kitsuse, 1977). Nel caso del provvedimento di indulto i mass-media paiono aver interpretato pienamente tale ruolo nella
costruzione dell’immagine di un fenomeno sociale come problema, producendo una rappresentazione dell’indulto, e degli effetti da esso provocati, di
carattere essenzialmente negativo. In una prima fase, infatti, gli organi di informazione paiono aver fornito una duplice rappresentazione dell’indulto
come, da un lato, provvedimento “salva ladri” e, dall’altro, come la causa della liberazione di numerosi potenziali criminali che avrebbero provocato un
aumento dell’insicurezza sociale e della criminalità [...]
In una seconda fase, tale presunto aumento della criminalità è stato rappresentato attraverso l’enfatizzazione dei fatti di cronaca che hanno avuto
come protagonisti soggetti che hanno usufruito del provvedimento di clemenza. [...]
Ciò che è interessante rilevare è come il fenomeno dell’aumento della criminalità in seguito all’indulto è progressivamente passato da argomento di
discussione – eventuale, probabile, ipotetico – ad essere rappresentato come un fatto certo, non bisognoso di dimostrazioni.
Nelle informazioni riportate dai mass-media, progressivamente, l’aumento della criminalità causato dall’indulto, l’alto tasso di recidiva fra i soggetti che
hanno beneficiato del provvedimento e, più in generale, il fallimento della clemenza nei confronti dei detenuti sono diventati un dato scontato, una
premessa attraverso la quale è descritta la realtà.
Ovviamente non posso riportare tutto per questioni di brevità (potete comunque scaricarvi e leggervi il
documento), ma si parla anche delle critiche poste al provvedimento partendo da un’altra prospettiva,
quella giuridico-legale. Poi si trovano affermazioni come questa:
Per ciò che riguarda l’efficacia intimidatoria della pena, i dati dell’Istat sul numero di condannati che
nella loro vita hanno già subito una condanna penale mostrano tassi di recidiva assai elevati.
Contemporaneamente, come detto, i tassi di incarcerazione degli ultimi anni nel nostro paese mostrano
un veloce incremento della popolazione penitenziaria. Ciò porta ad ipotizzare la sostanziale inefficacia
deterrente della sanzione penale, anche là dove essa è applicata costantemente nella sua forma più
rigida attraverso la carcerazione di soggetti autori prevalentemente di reati di non eccessiva gravità.

Capito? Tutti noi ci siamo concentrati sul fatto che alcuni indultati avessero commesso crimini dopo aver usufruito del provvedimento. Nessuno però
ha pensato a due cose:
• Che l’indultato, prima o dopo, sarebbe comunque uscito dal carcere (in uno span temporale da un giorno a tre anni successivamente alla
data del provvedimento);
• Che le statistiche evidenziano tassi di recidiva elevati anche nel caso di scarcerazioni canoniche
• Che numericamente (e anche sulla base di studi precedenti) non c’è molta differenza tra il tasso di recidiva degli indultati e quello delle
persone scarcerate al termine della loro pena

Insomma, leggendo (e guardando i numeri) ci si rende conto che a non funzionare è proprio l’istituzione carceraria tradizionale, non tanto il
provvedimento eccezionale che è stato preso nel 2006. Questo anche per via del grande numero di persone incarcerate a causa dell’attuale legge
sull’immigrazione [4]: individui che spesso vengono arrestati e finiscono in carcere per una mancanza essenzialmente amministrativa (la mancanza del
permesso di soggiorno), e che vanno a ingrossare la popolazione carceraria rendendo la situazione sicuramente intollerabile da un punto di vista
umano. Un’idea simile sorge andando a leggere l’andamento ISTAT dei casi di recidiva (intesi come condanne di persone con precedenti):
Dall’ultimo rapporto disponibile, relativo all’anno 2004, risulta che circa il 60% dei condannati aveva precedenti penali. Questo dato, secondo il quale,
nel nostro paese, più della metà dei soggetti che subiscono una condanna penale irrevocabile commettono successivamente altri reati, conferma che
chi è già stato condannato, il più delle volte ricade in attività criminose.

Appare inoltre molto significativo, ai fini di questa ricerca, notare, sulla base delle statistiche ISTAT, quanto sia variato il numero percentuale di
condannati con precedenti penali negli anni. Considerando i dati concernenti gli ultimi trent’anni, si può notate come, fino al 1985, la percentuale di
recidivi si assestasse su valori compresi tra il 50 e il 55%. Nel decennio 1986-1995, periodo nel quale tra l’altro vennero emanati due provvedimenti di
indulto, tale percentuale diminuì sensibilmente, e non superò il 47%. Negli ultimi dieci anni, invece, la percentuale è sensibilmente aumentata, e si
aggira intorno al 60%.
Altro dato rilevante, desumibile dai dati della tabella, consiste nel fatto che nei periodi temporali immediatamente successivi al 1986 e al 1990, anni
degli ultimi indulti precedenti quello del 2006, non si nota una differenza sensibile nella percentuale di condannati con precedenti penali.
In fin dei conti, è proprio in corrispondenza dei fenomeni migratori dell’ultimo “ventennio” che si è perso il controllo sui numeri della popolazione
carceraria. E attenzione, questo non significa che sono gli immigrati ad essere i più “cattivi”
Se si prosegue con l’analizzare la nazionalità delle persone beneficiarie del provvedimento si può osservare come il 61,86% di essi sono italiani ed il
38,14% sono stranieri. Sorprende, relativamente a quelle che potevano essere le previsioni, il dato sui reingressi in carcere. Il 65,27% dei soggetti
rientrati, infatti, sono italiani, mentre il 34,73% sono stranieri. La percentuale di reingressi fra italiani e stranieri mostra quindi una lieve tendenza alla
maggiore recidiva da parte degli italiani. Il dato riportato nella tabella successiva mostra infatti come gli stranieri mantengano un tasso di recidiva
inferiore alla media generale.

Si nota inoltre un progressivo aumento del tasso di recidiva all’aumentare del numero di carcerazioni: in poche parole, invece che correggere il
detenuto, il carcere lo spinge sempre più a delinquere e non risolve il problema. Al contrario, chi era alla sua prima esperienza “criminale” ha mostrato
la tendenza a evitare di delinquere nuovamente.
Ma andiamo a conoscere il profilo del “recidivo medio”:
… Almeno per la metà delle tipologie di reati commessi dalle persone rilasciate a seguito del provvedimento, pare emergere la figura del soggetto
marginale, privo di abilità spendibili nel mondo libero, che in breve tempo torna a commettere reati per i quali torna immediatamente in carcere.
Assume abbastanza nettamente, quindi, i contorni della figura del debole, autore di reati di non eccessiva gravità per il quale si riaprono in breve
tempo le porte dell’istituzione penitenziaria.
Insomma, al di là dei terribili casi di cronaca nera che spesso emergono alle luci della ribalta, la massa oscura di persone che rientrano nel carcere sono
rappresentate da coloro che non hanno nulla in mano, nè appoggi fuori dalla struttura penitenziaria e quindi finiscono inevitabilmente a commettere
un altro reato per mancanza di alternative.
Ora, questo è solo uno dei pareri. Per quanto mi riguarda, ho preferito leggere un documento come questo (che è uno studio universitario ed è quindi
un lavoro frutto di un metodo sistematico e verificabile - confutabile) piuttosto che continuare a cibarmi della sbobba offerta dai media, popolata (in
larga misura) da politici interessati solamente a compiacere il proprio elettorato fornendo cifre fumose e non circostanziate.

Certo questa analisi offre spunti interessanti che saranno sicuramente oggetto di discussione.
Vi faccio un elenco di ciò che è venuto in mente a me:
• Utilità delle misure carcerarie tradizionali: a cosa serve, in ultima analisi, incarcerare una persona in una struttura detentiva senza offrire la
possibilità e i mezzi per un suo recupero? Al di là dell’effetto “ricompensatorio” che la misura ha su chi ha patito un crimine (e lo dico senza
polemica, sono il primo a pretendere una giusta pena per chi commette un delitto), a che cosa servono tutti i fondi che lo Stato stanzia in
questo dispositivo? C’è forse un modo più razionale e efficace per spenderli?
• Come diversificare i provvedimenti? E’evidente che, per quanto la legge sia “uguale per tutti”, esistono tipologie ben diverse di criminali da
“trattare”. E’giusto includere nelle misure di clemenza (o in generale nelle misure di sconto di pena) le persone che si sono rese responsabili
di crimini particolarmente odiosi ed efferati?
• Come gestire l’ondata di arresti dovuti alla legge Bossi-Fini? Non è forse il caso di rivedere un dispositivo che di fatto rende invivibili le
condizioni di vita in un carcere?
• Come tutelare le vittime dei reati? I numeri sono un bel filtro, ma dietro di essi si nascondono storie reali con protagonisti reali [5]. Se un
criminale ha il diritto di scontare la sua pena e di venire poi liberato, le vittime dei crimini hanno un egual diritto a vivere, per quanto
possibile, in sicurezza e in tranquillità. Come conciliare queste esigenze, fermo restando che la primaria attenzione deve essere incentrata su
chi è vittima di reato?
• Come sveltire e razionalizzare i procedimenti penali? L’importanza di questo fattore è fondamentale, fosse solo per studiare il fenomeno.
Come stabilire infatti se le cifre qui riportate siano rispondenti della situazione reale, se i processi si trascinano per decenni?

Un sistema penitenziario che non funziona è una sconfitta di tutti. In primis, perché non raggiunge l’obiettivo civile che si
propone: il recupero dei soggetti criminali. Secondariamente, perché esso è finanziato dalle tasche di tutti noi e quindi
dovremmo essere maggiormente interessati nella sua gestione. E come trattare i casi oggettivamente “irrecuperabili” ?
Qual’è il modo corretto per scoraggiare quanto più possibile una persona dal compiere un reato?
Le domande sono tante, e vorrei prima sentire la vostra opinione, se volete discutere di questo tema nei commenti.

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