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DIALOGO SULLEISTITUZIONI
// dirigente comunlsta spiega come e possibile e perche e necessario formare il governo costituente. Le obiezioni del filosofo socialista, e la sua radlcale critica delle categorle marxiste di egemonia e massa, Inconcillablli con la democrazia occidentale. NORBERTO BOBBIOIPIETRO INGRAO

Bobbio: impossibile una nuova Costituente Torino, 12 novembre 1985 Caro Ingrao, la proposta, da te fatta nel recente convegno del Centro per la riforma dello Stato, di un'assemblea costituente per la riforma della Costltuzione, fondata su un nuovo compromesso istituzionale (cosi leggo in I'Unit^ del 30 ottobre) ha destato incredulity e sorpresa. Condivido la incredulitei ma non la sorpresa. Che oggi esistano le condizioni per una politica di alleanze indirizzata principalmente alia riforma costituzionale, direi proprio di no. Perd 6 certo, e per questo non sono sorpreso, che se la riforma della Costituzione si dovesse fare, non potrebbe farsi se non attraverso un ampio e durevole compromesso politico. Su questo punto hai perfettamente ragione. Ma proprio perch4 hal ragione

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la riforma non si far^: la condizione che tu poni, la creazione di una sorta di nuova Assemblea costituente, 6 una condizione impossibile, almeno per ora. Non sono sorpreso anche per un'altra raglone. In questa tua proposta intravedo, lo dico un po' provocatoriamente, una certa nostalgia per una unitk perduta, poi sempre di nuovo perseguita, quasi raggiunta, quindi riperduta. Ricorderai forse che quando ci trovammo a Torino qualche mese fa a rievocare la polltica di Togllatti e la fondazione delI'ltalia democratica, in un convegno organizzato dall'Istituto Gramsci torinese, commentando i discorsi di Togllatti all'Assemblea costituente, dissi che ero stato colplto, rileggendoll dopo tanti anni, dal forte e continue accento messo sul principio dell'unitk, sla deH'unitd nazionale, sia dell'unitd della classe operaia, sia dell'unitk delle forze che avrebbero dovuto marciare insieme per avvlare il paese verso II soclalismo. Parlando deil'indissolubilitk di democrazia e soclalismo disse che non proponeva II modello sovletico al popolo Italiano, ma gli proponeva di restare unito alio scopo dl trovare la propria strada per la conclliazione dell'ldeale democratico e dell'ideale dl rinnovamento sociale. Lodd il compromesso costituzionale che altrl aveva inteso in sense deteriore dicendo: Slgnori, se questa confluenza dl due diverse concezioni su un terreno ad esse comune volete qualificarlo come compromesso, fatelo pure. Per me si tratta, invece, di qualcosa di molto piu nobile ed elevato, della ricerca di quella unitA che 6 necessaria per poter fare non la Costituzlone dell'uno o dell'aitro partito, ma di tutta la nazione (le sottollneature sono mie). Confesso che non sono mai riusclto a darmi una plena raglone di questo ricorrente appello aU'unltd, fatto dal Partito comunista in tutti questi anni. Anche quando 6 stata abbandonata la strategia del compromesso storico, la nuova strategia ha preso II nome di aiternatlva democratica", quasi a far capire che non sarebbe stata un'alternatlva come tutte le altre, dl destra, di sinistra, di centro-destra, di centro-sinistra, ma sarebbe stata un'alternatlva sui generis, contraddistinta da una tendenza a superare le divisioni abltuali di un sistema politico democratico, di un sistema, vogllo dire, che viene chlamato democratico nel suo Insieme e non pud essere chlamato democratico in una delle sue parti (I'alternativa) se non a costo di creare una notevole confusione. Se una di queste parti viene chiamata democratica d segno che la si considera una parte che tende a Identificarsl col tutto. Anche su questo punto ebbi occasione di manifestare pubblicamente le mie perplessitii e di avanzare una richlesta dl spiegazione in un dibattito al Festival nazlonale dell'Unitk a Torino alcuni anni fa, dedicate al tema dell'unltk delle sinistre, in cui tu traesti le conclusioni rispondendo anche alia mia oblezlone. Non sono mai riusclto a capire le precise ragloni di questa corsa affannosa verso una non raggiunta e irraggiungiblle unit^, perch^, se 6 vero che la nostra Costltuzione 6 nata da uno sforzo unitario delle varie parti polltiche che avevano combattuto 11 fasclsmo, la forma di governo che ne d derivata d la democrazia parlamentare, e il governo parlamentare si regge non sull'unltk ma sulfa distinzlone, non su una fittizia

unanimity ma sulla regola del la maggioranza, e sulla conseguente con- 65 trapposlzlone tra maggioranza e minoranza. Probabilmente quarant'anni fa non era cost chiaro come ora che la democrazia realizzata 6 la sovrastruttura Istltuzlonale (scusami questo innocuo civettamento con concetti marxisti) di una struttura economica e soclale pluralist!ca. Senza plurallsmo non d possiblle alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico pud permettersi di ridurre, limitare, comprimere 11 plurallsmo senza trasformarsi nel suo contrario. Plurallsmo significa non soltanto che vi sono (debbono esservi) molte forze in gioco, ma anche che tra queste forze vi 6 (deve essercl) concorrenza e quindi conflltto, e pertanto ognl compromesso ^ sempre parziale e provvlsorio, e I'unitii non d facilmente perseguiblle e nemmeno benefica. In un celebre discorso alia Costltuente TogllattI chiamd governo deila dlscordla II governo con cui De Gasperi aveva rotto I'alleanza col partiti della sinistra. Dal suo punto di vista In quel momento storico aveva perfettamente ragione: cid non toglie che la discordia sia il sale della democrazia, o piu preclsamente della dottrina liberate che sta alia base delta democrazia moderna (per distingueria dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno II famoso detto di Kant: L'uomo vuole la Concordia; ma la natura sa meg Ho di lui cid che 6 buono per la sua specie: essa vuole la discordla. Sul nesso tra democrazia e plurallsmo consentimi la citazione di questa bella frase di Salvemini: Durante 11 mezzo secolo in cui ci fu In Italia un governo llbero, sorsero associazloni d'ogni genere, circoH politici, rellgiosi, sportivl, ricreatlvi, educativi, filantropici, societii di mutuo soccorso, cooperative di consume, associazloni d'industriali, proprietari terrleri. Alcune di queste associazloni erano riunlte In organlsmi nazlonali, altre erano prive di legami, ma tutte vivevano in libera concorrenza tra loro sotto I'egida delie piu svariate etichette polltiche e religiose. Oggi Mussolini e i fascist! possono dire, come Sganarello: "Nous avons chang6 tout cela". Lungi da me I'idea che tu non sia d'accordo con Salvemini su questo punto, anche se la tua inslstenza nella critica alia corporativizzazione della nostra society potrebbe essere ancora una volta la spla di una incontenibile vocazione all'unltii. Forzo un po' la mia argomentazione perch6 mi preme sapere, e penso prema anche a te, se siamo d'accordo sul modo d'intendere la democrazia. Non da oggi, sono convinto che una delie peculiaritd del comunisti, suite quali abbiamo consumato montagne di carta stampata, sia propria it modo d'intendere la democrazia. Del resto ^ su questo tema che ci siamo incontrati e scontrati altre volte. La prima volta, se ben ricordo, ai convegno su La sinistra davanti ai pariamento, del maggio 1966, in cui tu, difendendo la funzione essenziale di fronte a tentazioni rinnovate di spostare 11 potere normative verso 11 governo, sostenevi la test che tl 6 cara, e su cui tornerd, che identifica la democrazia con la partecipazione e la partecipazione con la partecipazione delie masse. La seconda volta, quando in un saggio su Rlnascita del febbraio 1976 presentasti punto per punto il tuo dissenso nel riguardi della mia definizione delta

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democrazia rappresentativa. Questo tuo saggio era intitolato, non a caso, Risposta a Bobbio: democrazia di massa. Sono passati tanti anni, ma siamo ancora li, sempre li. Per quel che riguarda la comprensione della democrazia reale, di quella democrazia che si svolge tutti i giorni sotto I nostri occhi, ho spesso I'lmpressione che non solo non abbiamo fatto moiti passi avanti, ma ne abbiamo fatti alcuni indietro. Pensa un po': davamo per scontato 11 nesso fra democrazia e socialismo. La rivoluzione d'ottobre aveva dato origine a uno State socialista non democratico? Ebbene, si trattava di perseguire lo stesso fine, 11 socialismo, mediante II metodo democratico. Tu stesso sei tomato piii volte sul tema. Ricordo, ad esempio, la tua risposta a Riccardo Lornbardi, apparsa su Rinascita, nel 1964, intltolata Sul rapporto tra democrazia e sociaiismo, nella quale appariva moito chiaro (e non soltanto a te, allora) che una battaglia per I'allargamento della base democratica fosse ii punto di partenza della battaglia per ii socialismo, e si dovesse costruire una democrazia aperta al sociallsmo che fosse in grade non solo d'intervenire nella economla a fini perequativi e solidaristlci, ma anche di mutare I rapporti di produzione. Allora, ripeto, non soltanto a te ma a tutta la sinistra, sembrava che la costruzlone di questa democrazia aperta al soclailsmo fosse la cosa piu naturale del mondo. CI siamo accorti che II problema ^ un po' piu complicate di quel che avevamo immaglnato. Sinora nessun regime democratico si d aperto al socialismo, se per socialismo s'intende, com'd giusto s'Intenda, secondo la tradlzione ormai piu che secolare del pensiero socialista, 11 mutamento della forma di produzione. Anzi si 6 manifestata in questi anni una tendenza contraria delle democrazle real I ad aprirsi, o a riaprirsi,... al capitaiismo. E risultato sempre piu evidente che la politica dei partiti socialdemocratici quando sono andati al governo d stata una politica di compromesso tra ii movlmento operaio e II sistema capitallstico nel suo complesso su manovre redistrlbutlve. Un compromesso, fra I'altro, che sta per rompersi, e glk In alcuni paesi si 6 rotto, nella direzlone non di una fuoriuscita dai capitalismo, ma, piaccia o non piaccia, di una sua rlentrata. Non faccio queste osservazioni nello stato d'animo di chi se ne complace, ma unlcamente per Invitare tutti coloro che non se ne compiacclono a riflettere su quel che d accaduto, a discutere i nostri presupposti (sbagliati) e trarne le conseguenze. La prima riflesslone che dovremmo fare riguarda quelli che lo ho chiamato altrove I vincoii della democrazia. Abbiamo creduto che con la democrazia si potesse fare tutto. No, con la democrazia non si pud fare tutto. E gik accaduto che, volendo tutto, non si d ottenuto niente, e per giunta si d perduta anche la democrazia. Quali sono questi vincoii? Anzltutto ci sono alcuni princlpl che vengono dalla tradlzione del pensiero liberate, e che abbiamo convenuto di considerare irreverslbiii, quail I diritti di liberty, in generate i diritti civili: sono I princlpl senza i quail le stesse regole del gioco non possono essere appllcate. Pol ci sono appunto le regole del gioco, le regole In base alle quali vengono

prese ie decisioni coilettive in un certo modo piuttosto che in un aitro: 67 regoie del gloco democratico sono quelle che presiedono alle trattative che si concludono, quando si concludono, con un accordo, e quella che stabilisce che quando I'accordo non 6 possibile (ii che vuol dire che la decisione non pud essere presa aH'unanimitii) s'intende perdecisione collettiva queila presa a maggloranza. Non ho nulla da obiettare ali'osservazione da te fatta nell'articolo test^ citato, secondo cui non c'd paritk reale di voto fra il padrone della Fiat e un operaio. Ma si pud replicare che I'unico rimedio alia diseguagllanza sostanziale d I'eguaglianza formale, per cui ii padrone deiia Flat ha un solo voto come I'operaio (e lui d uno solo e gli operai sono mille). L'eguaglianza formale non 6 gran che, d'accordo. Ma ha sempre date un terribile fastldio al potenti. Tu sai benissimo quanto scaipltino I grandi Stati per il fatto di avere neli'Assemblea deile Nazloni Unite lo stesso voto che compete ai piccoli e piccolissimi Stati, tanto che qualcuno si agita perproporre 11 cosiddetto voto ponderato. Epoi c'6 altro rimedio? Voglio dire: c'd un altro rimedio che possa gettar via I'acqua sporca della diseguagiianza sostanziale senza buttar via 11 fantolino del voto per testa, senza II quale tutto 11 sistema democratico che si regge sul presupposto individualistico che ogni uomo conta per uno andrebbe a farsi benedire? Ml rendo perfettamente conto anch'io che II restare dentro quest! principi e queste regoie del gioco ha Impedito sinora non soio in Italia ma in tutti gli Stati in cui questi principi e queste regoie esistono e vengono rispettate, di fare della democrazia rappresentatlva, per riprendere tue parole, la possibile forma polltica di transizione dall'una aii'altra forma economico-sociale, anche se dobbiamo lealmente riconoscere che di transizioni nei regimi democratici ce ne sono state tante e il capitaiismo di oggi 6 irriconosciblle rispetto a quelle di ieri e deH'altro ieri. Ma che vogliamo fare? Cambiare quelle regoie? Ma eld non signlficherebbe tornare ai governi assoluti? Inventare nuove regoie? Quail? La domanda d facile. E la risposta che d difficile. Un rimedio sul quale tu richiami glustamente i'attenzlone nei tuol scritti, e che nei nostro paese ha pur avuto qualche timido tentative di attuazione, d quelle che tu chiami estensione capiilare deile assemblee rappresentatlve, e costituisce la cosiddetta democrazia di base. Non discuto quali ne siano stati gli effetti: per quel che riguarda la transizlone sono stati irrilevanti. E anche questo 6 un bei tema di meditazione. Ma mi ammetterai che in questo caso non d awenuto aitro che una estenslone deile stesse regoie del gioco a spazi diversi da quelii in cui si sono applicate normalmente sinora. Mi ^ accaduto altre volte di dire che per un certo periodo di tempo i'estensione della pratica democratica era consistlta neii'accrescere 11 numero deile persone che hanno dirltto di votare, e che ora si tratta di accrescere il numero del iuoghl in cui si vota. Non 6 un salto di qualltii ma soltanto di quantity. La definizione procedurale di democrazia, che per quanto minima ml pare la sola corretta, e sulla quale tu sembri avere del dubbi, non ha bisogno di essere cambiata di una virgola quando si voglia far capire in che cosa consiste la democrazia di base.

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Voglio dire che, sIno a che non abbiamo altro rimedio da proporre che la democrazia dl base contrapposta alia democrazia di vertice, la definizione di democrazia, come insieme di procedure per prendere decisioni collettlve, siano queste quelle dell'Assemblea dell'Onu o quelle dell'assemblea di quartiere, d sempre la stessa. Inoltre c'd la democrazia diretta. Ma anche questa non d una invenzione: sotto forma di referendum ce I'abbiamo anche nella nostra Costituzione. II gualo 6 che sinora nessuno del referendum che si sono svolti In Italia 6 rlusclto a correggere le declsioni prese attraverso il metodo delia democrazia rappresentatlva. Neppure, pare incredibile, il referendum popolare, popolarissimo, che avrebbe dovuto punire II parlamento per aver decurtato 11 salario operaio. Posso benissimo non rallegrarmi di questo risultato. Ma questo risultato non d tale da illuminarci in una maniera addirittura spettacolare su cid che si pud ottenere e cid che non si pud ottenere con I'osservanza delle regole delia democrazia? Di fronte a questa iezione del fatti, come ci comportiamo? O perdiamo la pazienza e sbattlamo via Insieme con le regole la democrazia, ma questa 6 certamente la via che tu ed la non saremmo disposti a seguire, oppure ci rassegnlamo a questi medlocri e deludenti risultati pur di salvare la democrazia con le sue regole e coi suoi vincoll, e allora dobbiamo rivedere moite delle nostre idee suila possibility di passare da una forma dl produzlone ad un'altra, dal capitalismo ai sociallsmo, col metodo democratico, almeno in questa fase storica di sviiuppo dei capitalismo, in cui il rapporto tra paesi capitalisticl e paesi socialist! d, rispetto aiie illusioni di quarant'anni fa, completamente invertito. Allora si poteva sostenere che il capitalismo era chlamato a sostenere la sfida dei paesi soclalisti. Oggi sono I paesi sociallsti che si trovano nella condizione sempre piCi onerosa di far fronte alia sfida del capitalismo. Non vorrei sbagllare, anche perch^ adesso penetro entro una rete di concetti che mi d meno famillare, cid che nei tuoi scrltti sui tema delta democrazia Integra la deflnizione puramente formate d la introduzione e la combinazione di due concetti che non appartengono al sistema concettuale dei pensiero iiberal-democratico, e che invece sono propri delia tradizione del pensiero marxista. Questi due concetti, su cui vorrei ancora soffermarmi prima dl concludere questa prima battuta del nostra dialogo, sono egemonia e massa. Un'anaiisi del concetto dl egemonia su cui, specie in Italia, si d scritto molto, sarebbe dei tutto fuori luogo. Ml domando soltanto se, Intesa come il momento delia conquista del consenso ottenuto attraverso la capacity di convincere anzich6 di costringere, vi possa essere in un regime democratico altra verifica deU'egemonia che il numero dei voti. Mi piacerebbe che qualcuno mi splegasse in che cosa consista I'egemonla in un sistema democratico se non nella capacitii di ottenere il maggior numero di voti. Prova ne sia che in tutti questi anni si d detto che in Italia 11 partito egemone 6 stato la Democrazia cristiana ed d diventata espressione del llnguaggio politico corrente 11 parlare deU'egemonia del partito dl maggloranza relativa. Se qualcuno mi sa dire che cosa significhi in democrazia, entro il sistema di certe regole del

gioco, conquistare I'egemonia, oltre al conquistare il consenso degli elettori, lo prego dl farsi avanti. II linguaggio politico d pieno, come si sa, di parole al cui significato emotivo fortissimo corrisponde un significato descrittivo debolissimo. A me pare ctie una di queste parole sia massa. II suo significato emotivo non 6 soltanto forte ma d anctie contraddittorio: secondo i diversi orientamenti, questa parola ora ha un significato estremamente negativo, quando d usata da pensatori reazionari, ora ha un significato estremamente positive, quando 6 usata dagli scrittori rivoluzionari. Purtroppo in entrambi i significati emotivi serve a descrivere molto poco. Se mai, ha un maggiore valore descrittivo nel suo significato emotivo negativo, in quanto comprende tutto cio che non appartiene alle Elites, che non nel significato emotivo positive, di cui sarebbe difficile indicare i connotati. Sempre restando entro I'ambito delta definizione procedurale di democrazia, sarei curioso di sapere che cosa si possa mai intendere per democrazia di massa di diverso da quel che s'intende per democrazia fondata sul suffragio universale, in buona sostanza che cosa si dica di plu e di megllo quando si paria di democrazia di massa rispetto a quel che si intende quando si paria di un sistema politico in cui tutti i cittadinl maggiorenni hanno II diritto di voto. E vero che un'espresslone che tu usi frequentemente come irruzione delle masse nello Stato fa pensare a un fiume tumultuoso che rompe gli argini e spazza e travolge tutto cid che trova nel suo corso, ma si tratta di un'espresslone figurata con la quale non si vuol dire altro, a mio vedere, se non che i cittadini, oltre al diritto di voto, hanno anche quello di fare manifestazioni sulle pubbliche piazze. Ma che cosa sono queste manifestazioni se non la naturale conseguenza del diritto di riunione sancito da qualsiasi Costituzione liberal-democratica, e anche dalla nostra? Prima che fosse riconosciuto il diritto di riunione una manifestazione di massa sarebbe stata condannata come tumulto e la folia ivi radunata sarebbe stata considerata una turba. Sal come sarebbe stata chiamata la manifestazione civilissima del marzo 1984 a Roma in occasione della protesta per i tagli alia scala mobile? Agere per turbas. Che bisogno c'd di scomodare la massa quando scende in piazza una moltitudine di cittadini che esercitano un loro diritto, si badi un diritto individuale, riconosciuto all'individuo singolo, un diritto che appartiene all'individuo in quanto cittadino? Passi I'espressione partito di massa, che non significa nient'altro che un partite con moltissimi iscritti e un'organizzazione permanente contrapposto al vecchio partito di quadri. Ma ha ancora un qualche sense parlare di democrazia di massa? II concetto di democrazia, nel suo sense storicamente piu corrette, a me pare sia incompatibile col concetto di massa che fa pensare a un corpe collettivo insieme amorfo e indifferenziato, mentre 11 seggetto principe di un regime democratice 6 // singolo individue che nella sua essenza o sostanza personate si distingue da tutti gli altri. La democrazia mederna nasce dalla teeria centrattualistica secondo cui la society politica d // prodotto artificiale di un accerde tra individui responsabili

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(proprio I'opposto delle membra di un corpo organico e ancora peggio delle parti di una massa in forme). In una democrazia non ci possono essere masse: ci sono, o individui, oppure associazioni volontarie composte da individui come i sindacati e i partiti. Mi domando, insomma, se 11 termine massa, oltre 11 significato emotive che, come ho detto, d ambiguo, possa avere anche un significato descrittivo che serva a fare capire meglio che cosa sia la democrazia, e a contraddistinguere un tipo di democrazia (la democrazia di massa) dal tipo di democrazia tramandato dal pensiero liberale e democratico che chiamerei semplicemente udemocrazia del cittadini. L'unico significato di democrazia di massa, che traspare anche dai tuoi scritti, d quello di democrazia senza delega, una parola che ha quasi sempre nel linguaggio della sinistra estrema un significato pegglorativo. Ma che cosa 6 la democrazia senza delega se non la democrazia diretta o la democrazia assembleare o quella in cui tra elettori ed eletti vien meno 11 divieto di mandate imperativo? Vogliamo allora sostituire alia rappresentanza politica la rappresentanza degl'interessi? Discutiamone pure ma non copriamo un problema di diritto costituzionale, tutt'altro che nuovo d'altronde, con un linguaggio che non lascia capire di che cosa esattamente stiamo parlando. Sia ben chiaro: queste mie osservazioni nel riguardi di un modo di parlare di democrazia in cui non mi riconosco, non debbono essere interpretate come un rifiuto di vedere i difetti della nostra convivenza democratica e I problemi non risolti. Tu stesso in questi ultimi anni ti sei occupato con passione e lucidity del problema della pace, e hai messo 11 dito sulla piaga del potere militare che sfugge al controllo democratico. Ma altro d riconoscere i limiti intrinseci dovuti alle regole del gioco democratico che sono quelle che sono, su cui mi sono soffermato, altro denunciare la violazione di queste regole. In tal caso non sono in questione I limiti della democrazia ma i limiti o gli error! o le coipe di colore che dovrebbero sovraintendere alia loro corretta applicazione. RItengo perd che per cominciare un dialogo fruttuoso su questi error! e su queste coIpe occorra prima di tutto sgombrare 11 campo dai falsi problemi, dai possibil! mallntesi, dalle risposte illusorie, e prendere la democrazia per quello che d e non per quello che abbiamo creduto che fosse da neofiti con molte speranze, fortissimi desideri e scarsa conoscenza del mondo. Con rispetto e con la piu viva cordiaiitk,

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Ingrao: le vecchie regole ci soffocano Roma, 20 dicembre 1985 Caro Bobbio, seguo i'ordine delta tua lettera. E parto dalla proposta di un governo costituente, che mi 6 capitato di fare prima in un recente convegno romano del Gramsci e del Centra per la riforma dello Stata, e pal nel Comitato centraie del mio partita (d chiaro che governa castituente pretende di essere sola un'immagine: nan mi sogno mica di proparre che sia 11 governo a fare la Castituziane...). So che tu in prapasito sei, piu che incredulo, miscredente. Ma nan mi 6 chiaro un punta. Ricorderai che nel nostra dialogo pubblico a Torino suH'interessante libra di Pasquino Restituire lo scettro al principe, Zagrebelsky mise in campo le due categarie di desiderabilitit e di fattibilitk: dichiard la riforma istituzionaie altamente desiderabile, ma espresse maiti dubbi sulla sua pratlcabilit^. lo nan ho ancara compreso: tu consideri la riforma desiderabile, ma nan fattibile; oppure ritieni che si debbano lasciare le cose come stanno, perch6 casi stanno bene (a almeno piuttosto bene), a perchS pur stando parecchio male nan vedi strada per cambiarle? Ti pango questa damanda perch6, ancora nel nostra dialogo pubblico a Torino, tu sollecitasti malto caldamente una riforma nan piccala: 11 cambiamenta del sistema elettorale, came problema di oggi, tema concrete ed attuale di questa momenta. So bene che il sistema elettorale nan sta nella Castituziane, e nan ha bisagno percid di procedure straordinarie per 11 sua cambiamenta. Ma questa nan taglie nulla al peso costitutiva che esso ha nel sistema politico generate. E nessuno mi sembra potrebbe ragianare su quetta riforma senza fare riferimento subito al tipo di parlamento, a al rapporta tra parlamento ed esecutivo, a al nesso (oppure no) con sistemi di democrazia diretta, a all'lncidenza sul sistema del partiti che il cambiamenta proposta camporta. Ecco allara la mia damanda. Sallecitando, con la passione e I'urgenza can cui I'hai fatta a Torino, una riforma elettorale, tu davvero pensi che sia possibile oggi scarporare questa delicatissima e casi intrigante questiane dall'insieme della riforma istituzionaie? Ritieni che ci sia una forza politica aggi in Italia dispanibile ad accettare di discutere una riforma elettorale casi scarparata, e fuori dal contesto? Insomma a me sembra che tu stesso sia pure da miscredente al momenta in cui poni sul tappeto la questiane della riforma elettorale, dal conferma deU'attualitd di una riforma delle istituzioni. Qualche volta ho I'impressione di muovermi in un manda strana. Appena nan molto tempo fa il presidente del Cansiglio parld di Grande Riforma con la maiuscola, e il segretario politico del maggiar partita di governo pose anche lui la questiane di una riforma elettorale, che spostava I'asse del sistema di rappresentanza. Parole? Ecco allara i fatti. Si 6 costituita, piu di un anno e mezzo fa, una commissione bicamerale compasta di 41 membri, designati da tutti i partiti rappresentati nel

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parlamento nazionale. La commissione ha avuto come esplicito mandate non solo di studiare, ma dl formuiare proposte dl revlsione Istituzionale. E ha spaziato, nella sua Indagine e nelle sue proposte, dal parlamento alia struttura del governo, dalia pubblica amminlstrazlone agll statuti del partiti e del sindacati, dal sistema deil'informazlone aU'ordlnamento giudiziarlo, al diritti di libertii. Sono stati confrontati programmi. Sono state delineate soluzioni. E vero Che le conclusloni hanno ottenuto un magrissimo consenso: sedicl voti su quarantuno membri. Ma d anche un fatto che le rappresentanze dl tutti I partiti hanno presentato la loro gamma dl proposte, su un arco vastlssimo. Ed 6 vero che ancora oggi si discute dell'esito da dare a quel confronto. E allora bisogna pensare che o quel quarantuno del la commissione Bozzi erano impazziti e si divertlvano ad un gioco senza senso; oppure 6 vero che la riforma istituzionale, piaccia o no, d entrata nell'agenda politlca. Essa si 6 bloccata a mio avviso anche e propria per la difflcoltd di procedere per tavoll separath: con un governo che sul suo tavolo tendeva a procedere a una riforma di fatto, a mutare, percolpi di forza, almeno alcuni del delicatlssimi equilibri fra esecutlvo ed assembiee. Ed allora ecco la questlone: si pud discutere e decidere dl riforma istituzionale, mancando un quadro politico che crei le precondlzloni della sua realizzabilitk e dia alle diverse parti le garanzie politlche perch6 quel complto possa essere assolto? lo non lo credo. Qui 6 la raglone, II senso del governo costituente. Tu vedi In esso I'ossesslone dell'unit^ ad ogni costo, ed In ogni momenta. Al contrarlo. 10 ho parlato dl una Iniziativa a termine, che ha il dichlarato obiettivo di superare 11 blocco della democrazia esistente oggi in Italia e dl aprire la strada a un processo di alternanza e a strategie alternative. SI pud soprassedere? Consentlmi un cenno ad un avvenimento che si 6 svolto nella tua cittd, a Torino, al LIngotto, un iuogo classlco della storia dell'ltalia Industriale moderna e del suoi conflittl. Confesso di essere rimasto colpito dalla tranquilla (ma si potrebbe dire anche: rozza) arroganza con cul la crema del grande padronato italiano ha teorizzato in quella sede I'assolutlsmo deli'impresa, la sua supremazia, affldata ad una Innovazlone tecnologica, al tempo stesso presentata come fatto oggettivo e come fiore esclusivo dell'inlzlativa Imprenditorlale. Ml 6 parso di sentire, nei discorsi pronunciati, I'eco dl processi profondi aperti su scala mondlaie e al tempo stesso la manifestazione di un vuoto Impresslonante. i processi in atto II abblamo sotto gli occhi: la mondlalizzazlone dell'economia, I'avanzata della societk deil'informazlone, la concentrazione dell'Intelletto scientifico mondlaie e i correlativi processi di mllitarizzazlone. Ml domando se d possiblle che 11 nostra paese possa reggere all'onda dl questi processi senza una riforma della macchina pubblica, e un rilancio deH'Iniziatlva politlca in senso grande. Quel processi hanno gid colpito molta parte deil'ediflclo degli Stati nazionali, che hanno avuto la loro culla in Europa. Tutto un modo dl mettere in circolo I'lnnovazlone culturale, economica, sociale

tramite II veicolo degll Stat! nazionali, e del mercati nazionali che alia 73 loro ombra sorgevano, 6 glii per larga parte in frantuml. Percid parllamo dell'urgenza di una Europa polltica. Percid le diseguaglianze di svlluppo ml sembra Investono ormai in modo impetuoso la stessa fascia del paesi industrlalizzati. Le multlnazionali hanno sfondato frontlere, sconvolto society e processi formatlvl, drenato e riordinato forze culturaii. Al Lingotto predlcavano I'autosufficienza. lo Invece mi domando come 6 posslblle rispondere alia sfida delle cose senza ripensare la trama delle Istituzioni e delle loro funzioni. La raglone delta riforma detio State la colloco II: non solo e non tanto nelle distorsioni del passato, quanta nella sfida di domani. Proprio perch61'innovazlone non 6 piu la grande ciminlera, ma una rete di competenze, una diffusione di cultura, una articolazlone di servizi, una complessitd di figure soclali, abbiamo bisogno di ripensare 11 pubbllco e 11 private, ii loro rapporto. Spesso mi sono sentlto dire: <'Ma perch^ riforme istituzlonall? CI sono tante cose da fare. lo rovescio 11 ragionamento: come fare tante cose urgenti, senza riforme istituzlonall? Come affrontare 11 tema del tutto inedito dl una disoccupazione masslccia connessa all'lnnovazione e alio sviluppo, senza dare una dimensione sovranazionale a tutta una serie di funzioni, e al tempo stesso decentrarne con audacia tante altre all'lnterno degll Stati nazionali, riformando da due parti la macchina dello Stato? Come gestire la trasformazlone dell'economia senza ripensare la struttura del governo? Rischlamo dl stare fermi persino suite questioni uttramature: perch6 raddopptare inutiimente II tempo dl elaborazlone delle leggl (con I connessi gtochi trasformistici). In un bicameratlsmo parlamentare che non sta piu in piedi? Non credo insomma a una possibility dell'ordinaria ammlnistrazione, delta gestione dell'esistente. Non 6 questa la fase. E se it problema d posto, temo che inlzlative da altre sponde possano risotverlo in modo sbagtiato: ii che pud voter dire anche una lenta, sepotta degradazlone che muta perd II senso delle regole e It tessuto delta convivenza. E c'd modo e modo. Ci sono crisi dl regime che precipitano convutsamente; cl sono invece occuiti spostamenti del potere che scavano caverne. Credo che in questo mio ragionamento stia anche la risposta a tutta una serie di questioni important! poste nella tua lettera. Sostengo che It farst cost urgente delta riforma istituzionate, dice quanto poco basti I'affermazione, pure cosi importante, deti'uguaglianza del cittadini net voto. Tu mi ricordi quanto d essenziale che Agnelli conti net voto alio stesso modo di un operaio. Eppure questo non ci d bastato e non ci basta. E non solo a te e a me. Altudo a come sono andate le cose, alia storia di questo secoto. Giustamente non ci 6 bastato. Perch6 sublto d emersa la questlone del come si vota, del per che cosa si vota, di cid che accade dopo it voto: in quail condizioni di conoscenza, di rapport! social! reciproci, dl controtio sulta stampa, suil'informazione, sugli apparati di governo, su! mezzi materlati. E su che cosa s! vota: su quail poterl, strutturati come, affidat! a chi, secondo che formuie e regole. E che succede dopo II voto, per eld che riguarda la decisione o te de-

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cisioni (al pluraie), gii organi stessi delia decisione, gli apparati di attuazione, le competenze. Non parlo qui degli errori e delle violazioni a cui tu ailudi alia fine della tua lettera. Parlo delle forme articolate e storiche delle istituzioni, che ne definiscono la sostanza. Del resto ti prendo in parola. Tu stesso did di individui che si raccolgono in associazioni volontarie quail I partiti e I sindacati. E perch6 allora mi chiedi spiegazioni circa la democrazia di massa? Questa^ la moderna democrazia di massa, se poco poco mettiamo mente a cid che d diventata, in un insieme sempre piu vasto di paesi, la trama del partiti, la rete dei sindacati, lo sviluppo di movlmenti sociali nettamente diversi anche da partiti e sindacati: i verdi, le donne, i pacifisti, i movlmenti giovanili. E si dk anche una rete di associazioni che non hanno un volto di rivendicazione generale, ma un proclamato carattere corporativo, o addirittura di lobby. Si discute molto sulle vicende di questi cosi articolati e complessi tipi di associazioni. Possiamo noi oggi ragionare sugli individui, senza vedere le loro connessioni con questa trama associativa che fa la storia politica moderna? E non so proprio vedere I partiti solo come una somma di individui: altrimenti sarebbero solo un elenco di elettori. E invece noi abbiamo conosciuto partiti che prevedono attivitk continue, che si strutturano organizzativamente, che si danno ideologie e progetti, e discutono di strategic politiche per realizzarli. Abbiamo visto gli stessi sindacati ambire e rivendicare il volto di soggetto politico. Di questi processi facciamo la storia: proprio in quanto partiti, sindacati, movlmenti, non in quanto elenco di elettori. E la ragione di questo cammino lo sal cento volte meglio di me sta nel fatto che determinati individui hanno sentito che non bastava il certificate elettorale n6 la regola di maggioranza, e nemmeno il diritto di presentare insieme liste di candidati. Ed hanno pensato insieme al durare di un programma, di iniziative comuni, di vincoli reciproci, che si prolungavano prima e dopo il voto. E ognuno di noi conosce bene la storia dell'intreccio (e anche delle disgiunzioni) fra diritto di voto e diritti di associazione, e le forme inedite e straordinarie che I'associazionismo ha preso nel corso del nostro tempo, sino anche a cristallizzazioni burocratiche, e partitocratiche, dove la stessa fisionomia individuale si d trovata ad essere spenta o scavalcata. Perch6 allora non dovremmo parlare di society di massa, al di Ik del significato valutativo che si voglia dare a questo termine? No, non sono d'accordo con la definizione che dai del concetto di egemonia: non mi pare riducibile alia semplice acquisizione del consenso degli elettori che si esprime attraverso 11 voto. L'egemonia suppone ben di piu. Suppone un consenso attivo che pud andare anche oitre I'immediatezza del programma: un agire oitre 11 voto, un agire con gli altri e verso gli altri per ottenere I'adesione dell'intiera lettura di uno state di cose. E suppone anche che chi ha l'egemonia si presenti come fautore di interessi generali, che vanno oitre i singoli e I gruppi, e che molto spesso ambiscono a un sistema di valori. La Dc la sua egemonia I'ha realizzata non solo chiedendo I'appoggio alia lista dei suoi candidati e promettendo determinate elargizioni, ma presentandosi come

partito dirigente di tutta una fase deiio sviluppo nazionale, ricliiaman- 75 dosi a una ideologia, mobilitando forze, creando alieanze internaziona11. Tanto cid 6 vero ctie essa si 6 rapportata per un lungo tempo a una trama di associazioni collaterali, alcune delle quail (e niente affatto minori) non erano n6 sindacati n6 partiti. E per un breve tratto del suo cammino si 6 coliegata direttamente con la Chiesa stessa. Non mi pare si tratti solo di una storia nostra italiana. La storia europea, in forme diverse, ci d^ la trama di altre presenze egemoniche. Non parlo delle dittature dell'Est. Parlo delle vicende del movimento operaio occidentale, delle sue strutture e delle sue varianti, in Germania, in Inghilterra, Francia, Svezia, Austria, Olanda, Belgio. Insomma, il problema di una espansivitci della democrazia mi sembra dominare il secolo, e non 6 riducibile alia questione del suffragio universale e del principio di maggioranza, ma va oltre di essi. Si tratta dei contenuti della democrazia e della storicitk delle sue forme. Altrimenti perch6 sarebbe stato scritto I'articolo 3 della nostra Costituzione e quel capoverso sugli ostacoli all'accesso dei lavoratori alia direzione politica del paese? Tu did ctie non d stato risolto in alcun modo il problema dell'estensione della democrazia ai modo di produzione. Ed 6 vero. Ma 11 problema d lungi dall'essere canceilato. Anzi. Tutti gli sviluppi del processo produttivo, di cui parlavo prima, nella misura in cui mostrano i limiti e il consumarsi delle strategie redistributive dello Stato sociale, riacutizzano il problema anche in Occidente. II secolo si chiude sulla fine delI'equazione fra sviluppo industriale e occupazione: lo sviluppo industriale sembra addirittura, nell'immediato, scandire I'espulsione di forza lavoro, e insieme con essa produrre una impressionante ristrutturazione dei ruoli, delle competenze, delle figure sociali. Non sono convinto che questo non apra problemi al capitalismo. Certo ne apre per cid che riguarda il rapporto storico tra capitalismo e democrazia politica. Quanto alle nostre illusioni o delusioni, io sto airimmagine che tu adoperi. Tu did che oggi la democrazia sembra riaprire al capitalismo. E Intend! riferirti, credo, al rilancio di politiche neoconservatrici, che sono tutt'ora sul campo (anche se con un certo affanno rispetto all'immediato ieri). Ma allora vuol dire che c'6 stata tutta una fase in cui la democrazia si era chiusa al capitalismo: aveva insomma intaccato poteri, spostato regole, instaurato compromessidinamici. ^quanto mi basta per concludere che siamo dunque dinanzi a sviluppi storicamente determinati dalla democrazia, che storicamente via via la ridefiniscono nelle sue forme e nei suoi contenuti. E vuol dire anche che, in questo farsi della democrazia, si ridefinisce dinamicamente e continuamente il rapporto con strutture sociali date, le quali subiscono modifiche, varianti, spostamenti. C'd conflitto. E pero lasciami dire che trovo un po' forzata e deviante la tua imputazione ai comunisti di una ossessione unitaria. Non nego per nulla che la parola unitk ricorra assai spesso nei vocabolario politico dei comunisti italiani: ma non solo dei comunisti italiani. In definitiva 6 un richiamo a quel momento associative e aggregante, che si presenta come la principale risorsa di potere (per adoperare una densa definizio-

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ne del socialdemocratico svedese Korpi) per incidere nelle strutture in atto e nei rapporti sociali e politici sfavorevoli. In fondo non facciamo che imparare dai borghesi, e dal modo con cui essi hanno costruito una egemonia non solo sommando voti, ma esercitando una funzione dirigente nazionale. O meglio sommando (raccogllendo) voti attraverso I'lmmagine di una funzione dirigente nazionale: almeno sino a dove I'hanno saputa assoivere. L'assillo unitario d una raglone dell'egemonia. Ma 11 quadro d conflittuale: anzi parte dalla convinzione di contraddlzloni antagonistiche. Togliatti quando paria dell'unitii lo fa in ragione di un conflltto, cine a suo vedere spacca il mondo e le cose: d I'unltii in funzione dl una lotta. E il compromesso stesso, come accordo, d visto come parte di una lotta. Ma qui vengo a parlare di cose di casa mla; e pud darsi che io prenda abbagli. Caro amico, se non ti displace questo dialogo a distanza (che segue ad altri, In altrl momenti), ti sard grato di una risposta. Con I'antica stima.

Bobbio: e il cittadino che deve decidere Torino, 15 gennaio 1986 Caro Ingrao, questo dialogo a distanza non mi displace affatto, ti rassicuro, anzi lo trovo molto eccitante e lo preferlsco senz'altro al colloquio immediate, alia conversazione estemporanea, a tutte le forme di comunlcazione orale, tra le quail diventano sempre piu frequent! nella clvllth del mass media, con mio fastidio e dispetto (ma io sono all'antica, anche se non come uno dei miei maestri, Piero Martinetti, che si vantava di non aver mal telefonato in vita sua) I'Intervista, specie quando d a caldo, e il dibattito, specie quando d a briglia sciolta. II dialogo epistolare permette dl riflettere sulle cose che si debbono dire e serve egregiamente a dissipare equivoci, naturalmente quando I due interlocutori sono mossi dal desiderio dl capirsi e di arricchirsi a vicenda, e non dal piacere di ferirsi come in un duello che deve finire necessariamente con la vittoria dell'uno e la sconfitta dell'altro. Di equivoci, invece, sono di solito fonte inesauribile I'Intervista e il dibattito. Prova ne sia che la prima parte della tua lettera d un seguito, o uno strascico, del dibattito torinese sulla riforma della Costituzione, in cui non abbiamo potuto chiarire reciprocamente 11 nostra pensiero, proprlo per la natura stessa del dibattito, mentre il mio pensiero era gik meglio chiarito verba volant, scripta manent nelle prime righe della pri-

ma lettera, ove dicevo che non contestavo affatto la tua proposta dl un 77 governo dl unitii nazionale per la riforma della Costltuzione ma traevo da questa tua stessa convinzlone la conclusione che la riforma perora sarebbe stata rinviata sine die. Giacch6 tu poni II problema anche dal punto di vista della deslderabllitk della riforma non credo che nei gruppi dl maggloranza II desiderio della riforma sla tanto forte da rendere appetlbile a breve scadenza un nuovo governo dl unitk nazionale. Ma se cade la condlzlone cade la conseguenza. In fine, per porre il problema anche dal punto dl vista della possibility, come tu chledi, non ml domando neppure se la riforma sla possibile o non. Ml llmito a dire che non 6 credlblle quella condlzlone che secondo te (e anche secondo me) la renderebbe possibile. Nel dibattlto ho se mai aggiunto un altro argomento che mi pare non dl poco conto e che dovrebbe toccarti personalmente: se non mi sbagllo, tu ti sei mosso sinora in una direzione diametralmente opposta a quella verso cul si sono mossi coloro. In primo luogo i socialisti, che hanno per primi sollevato II problema della riforma. Tu ti sei sempre battuto per la centralitii del parlamento, I riformatori invece si sono posti il problema della riforma costituzlonale alio scopo di rafforzare I'esecutivo. SI tratta del resto dl un contrasto piu che naturale tra chi sta permanentemente al governo e chi sta permanentemente all'opposizlone: ognuna delle due parti tende a rafforzare la sede In cul pud esercitare meglio la propria autorit^. Un contrasto cosi grave del punti dl partenza non costltuisce forse un ostacolo insormontabile a un'intesa per la nuova Costltuzione? Non ho neppure detto che si debbano lasciare le cose come stanno, tanto 6 vero che ho toccato II tema, come tu stesso riconosci, della riforma elettorale. Ho manlfestato, questo si, due gravi preoccupazioni che vorrei fossero prese In considerazione piu di quel che si sla soliti fare. La prima: tutto quello che sinora d stato detto sul tema della riforma costituzlonale ha avuto I'unlco effetto di scredltare o addirittura dl deleglttimare la nostra Carta costituzlonale prima ancora che si avessero idee chlare e concordi su quail fossero gll errorl da correggere e quail dovessero essere le llnee dl una Costltuzione migllore; ne abbiamo avuto una prova quella sera stessa quando tutti gli InterventI, tranne quello di Zagrebelsl<l, hanno trattato la nostra Costltuzione come un pezzo dl carta da buttare nel cestino, senza che peraitro ne sla venuta fuori una sola proposta da prendere sul serlo. La seconda: si sta creando nelia gente I'illusione che, fatta la riforma, II nostro paese sarebbe rlsanato, e diventerebbe, come avrebbe detto Petrolini, piu grande e piu bello di prla, mentre d certo che gran parte delle nostre magagne sono o fatti di costume (dl malcostume) o hanno radici profonde nella storia e nel nostro (cattlvo) carattere nazionale, e che gran parte del cosiddetti vizi del sistema, daH'Instabllitii governatlva al pessimo funzionamento della nostra burocrazia che invece di essere al servlzio del cittadini sembra talora essere al servlzio soprattutto di se stessa, dipendono dal modo con cul si d venuto formando II nostro sistema del partltl ed 6 venuto crescendo 11 nostro apparato amministrativo, della cul riforma si d sempre parlato senza che peraitro

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s/ sla rimosso un solo mattone del castello. Per inciso: il processo dl decisione e quelle dl esecuzione sono strettamente connessi: perfettamente inutile prendere decisioni se poi queste non vengono eseguite, o vengono eseguite male. Nel la relazione Bozzi c'd addirittura un accenno alia copertura amministrativa, problema tremendo, dl cui non si offre pero alcuna soluzione. Ho parlato del la ri forma elettorale non perch6 creda sia piu facile su di essa un accordo (sinora almeno tot capita tot sententiae) ma prima di tutto perch4 si stava discutendo 11 libro di Gianfranco Pasquino nel quale uno dei capitoli piu provocanti e piu originali d quello sul sistema elettorale e poi percti6 volevo far capire chie, se sinora su questo tema I pareri sono discordissimi, d difficile aspettarsi un facile accordo sul resto. Se si pud sperare in una riforma del sistema partitico e insieme in un espediente per 11 rafforzamento dell'esecutivo, 11 dupllce effetto pud essere soltanto 11 risultato di un cambiamento del sistema elettorale nel dupllce senso di ridurre 11 numero dei partiti oppure di rendere piu stabili le coalizioni. E allora, dicevo, cominciamo a riunire una commissione di esperti che faccia un bel repertorio di tutte le proposte avanzate sinora, e sono molte, e a tastare 11 terrene per cercare di capire qual vento spira e in quale direzione. Ho anctie aggiunto che oggi la estrema difficoitii di un discorso sul sistema elettorale dipende dal fatto che i partiti non possono piu prendere le loro decisioni sotto quel velo d'ignoranza al riparo del quale si furono trovati al momenta in cui 11 nuovo sistema si era messo in moto, e la soluzione piu naturale era 11 sistema proporzionale che permetteva a ognuno di fare il proprio gioco e a tutti di misurare le proprie forze in una situazione di eguaglianza dei punti di partenza. Tanto e vero che non appena i risultati furono noti, e il velo d'ignoranza fu tolto, venne varata I'unica grande riforma elettorale di questi anni, la famigerata legge del 1953 sugli apparentamenti col premio di maggioranza, detta volgarmente ma non senza ragione legge truffa. Nonostante tutto, anche allora le prevision! sulla base delle quail la nuova legge era stata approvata si dimostrarono sbagliate e colore che erano andati per suonare furono suonati. In una situazione ove i punti di partenza sono gik di fatto diseguali e ognuno dei partner sa con una certa esattezza qual 6 la sua collocazione nel sistema, se riforma deve essere, ognuna delle parti sar^ disposta ad appoggiare soltanto quella proposta dalla quale ha qualche probability di trarre vantaggio o di non essere svantaggiata. t^a siccome 11 calcolo dei vantaggi e degli svantaggi ognuno lo fa a modo suo, d prevedibile che ne verranno fuori tante proposte quanti sono I partiti. Detto questo, e cosi ancora una volta si dimostra I'utiiitk del dialogo a distanza in confronto alle rapide battute di una discussione orale, non sono affatto contrario a prendere in considerazione qualche riforma essenziale, tra le quail, concordo pienamente con te e del resto io stesso ne avevo parlato in una intervista di qualche mese fa, mi pare urgente quella che riguarda il nostro assurdo bicameralismo. hAi libero rapidamente del contrasto sorto tra noi sul tema della Costituzione perch6, rispetto ai temi di fondo sul modo d'intendere la demo-

crazia, 6 inessenziale per non dire accidentaie. E un contrasto nei qua- 79 le intervengono giudizi di opportunity, mentre il contrasto che aveva provocate ie mie domande e alle quaii tu rispondi neiia seconda parte deiia tua lettera d di natura concettuaie, ed S proprio quelle che merita di essere sopra ogni altro chiarito avendo sinora diviso chi come te d nato alia politica in seno al partito comunista e chi, come me, si riallaccia alia tradizione di pensiero liberaldemocratico. Quail sono i termini di questo contrasto essenziale? A me pare che si possa presentare con le parole stesse con cui io lo avevo proposto neiia mia lettera come contrasto tra democrazia di massa e democrazia di cittadini. Si tratta di due formule alternative che hanno conseguenze pratiche rilevanti oppure di due espressioni verbali 11 cui uso dipende unicamente dall'ambiguit^ e dalla mancanza di rigore del linguaggio politico? Rivelano queste due formule un'opposizione di principi oppure soltanto abitudini linguistiche in un universe in cui 11 linguaggio ha anche una forte funzione emotiva? Rappresentano un diverse mode di pensare o soltanto un diverse mode di dire? Ebbene, non c'6 miglior mode per chiarire la natura di un contrasto che quelle di affrontarlo con il prepesito non giii di avere ragione a tutti i cesti ma con quelle di dissipare, se ci sono, e ce ne sono sempre, gli equivoci. Con la tua lettera ci siame messi su questa strada e te ne sono grate. Una volta fissati i termini del contrasto principale, credo di peter dire che i tre punti su cui si d venule svolgendo, a giudicare anche dalle tue risposte, sono i concetti di massa e di egemonia, e 11 principle di unitd. Dice subito che rispette ai due concetti un osservatore neutrale, come dovrebbe essere un giudice che si pone al di fuori e al di sopra delle parti, sarebbe tentato di osservare che del concetto di egemonia io he date un'interpretaziene treppe riduttiva rispette al significato positive che ad esse viene attribuito neH'ambite della cultura comunista italiana, mentre del concetto di massa tu hai date un'interpretaziene treppo riduttiva rispette al significato negative che ad esse viene attribuito dalla cultura liberaldemecratica. Che ie abbia date un'interpretaziene eccessivamente riduttiva di egemonia, hai ragione. Perd cid che velevo dire e farcapire era abbastanza chiare all'lnterno di un discorso sulla natura della democrazia. AH'interno di questo discorso mi premeva richiamare la tua attenzione sul fatte che in ultima istanza la prova del fueco deH'egemonia d il consenso che si esprime in un sistema democratico attraverse i'esercizio del diritto di vote. Ho se mai dimenticate di dire, e I'he dette sole di sfuggita, che, affinche si pessa parlare di egemonia in un sistema democratico, il consense degli elettori deve essere confermato per un periodo relativamente lunge. Un partite che sia in grade di ettenere il suffragie della maggioranza asseluta e relativa, si dice nel linguaggio tecnico abituale non egemene ma a vocazione maggioritaria. Perd il punto di partenza e sempre il calcolo del veti. II giorno in cui la Democrazia cristiana perdesse la maggioranza relativa sta pur tranquillo che si direbbe che ha perse I'egemenia. Che la Democrazia cristiana abbia acquistate e mantenute questa pesizione egemonica mobilitando ferze catteliche al di fuori del partito e combinande alleanze

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con movimenti ed istituzioni della society civile non toglle che la caratteristica che ne ha fatto 11 partito egemone sia esclusivamente la straordinaria continuity della sua forza elettorale. Non confonderei le cause per cui ha raggiunto quel risultato con 11 risultato, 11 modo con cui un partito cerca di ottenere il massimo consenso col consenso effettivamente ottenuto, che d quelle soltanto che permette dl distinguere ii partito egemone in una determinata situazione storica dagli altri partiti, di cui alcuni si sforzano di sostituire la Democrazia cristiana nella conquista dell'egemonia, e ritengono che i loro sforzi siano da considerarsi riusciti se e quando avranno ottenuto di rovesciare I risultati eiettorali in loro favore. L'uso corrente nel linguaggio del iibri di scienza politica (di qua forse la mia interpretazione che pud sembrare rlduttiva) 6 di chiamare partito egemone queilo che gode per un lungo periodo dl tempo dl un eccezionale consenso degli elettorl. Con questo non voglio assolutamente attribuire un privllegio o una priority ail'uso lingulstico della scienza politica, ma unicamente far osservare che quando si dice che la Democrazia cristlana 6 // partito egemone questo gludizio acquista un senso comprensibile se lo si pronuncia dando alle parole II significato che hanno ormai comunemente. Un dlscorso dl scienza politica o che pretenda dl essere sclentiflco (una pretesa che per quel che rlguarda la scienza politica non ho alcuna dlfflcottit ad ammettere che 6 ben lungi dall'essere soddlsfatta) deve appogglarsl In ultima istanza a qualche dato verlficabile, tanto megllo se d anche, come d II contegglo del voti, misurablle. Quando Gramscl parlava di egemonia ne parlava nello stesso senso di conquista del consenso necessario alia conquista del potere, con la dlfferenza che essendo un pensatore rlvoluzlonario non escludeva che II potere potesse essere conquistato, almeno in un prime tempo, con la forza, Indlpendentemente dal contegglo del voti (uno dl quel vlncoli della democrazia di cui ho parlato nella lettera precedente e che il rlvoluzlonario pud, dal suo pun to di vista, non tenere In alcun con to). Forse II punto plu dolente d il concetto di massa. Chi si 6 formato princlpalmente sui classicl del pensiero liberale e democratico recalcitra all'ldea dl una democrazia dl massa, che fa pensare al demos esecrato dl tutti gll scrlttorl reazionari, e rlchlama I'lmmaglne della piazza, su cui ml sono Intrattenuto brevemente in un recente articolo su La Stampa, contro 11 pariamento, in genere contro le Istituzioni della democrazia rappresentatlva. Se questo non 6 II significato che tu attrlbulscl alia espresslone, non ho che da prenderne atto. Ma allora II contrasto rlschla di essere soltanto verbale. Di fatto quelle che tu descrivi come democrazia di massa quando parii della trama del partiti o della rete del sindacath, o dello svlluppo di movimenti sociali, corrlsponde esattamente a queilo che nel mio linguaggio e nel linguaggio corrente si suole ormai chiamare democrazia plurallstlca, ovvero quella forma dl democrazia reaie (non ideallzzata) in cui i soggetti prlnclpali dell'azlone politica sono i gruppi, organlzzati e non. Pur non comprendendo la necessitii dl chiamare democrazia di massa la democrazia plurallstlca, la cosiddetta poliarchia, mi limito a con-

statare che se questo 6 // significato che dai ali'espressione, nulla 81 quaestio. Non ho alcuna ragione di sollevare obiezioni anche quando subito dopo metti I'accento sul fatto che i partiti di oggi non sono soltanto una somma d'individui ma sono un insieme d'individui organizzati. Nell'idea di organizzazione a me pare che non ci sia nuila piu di questo: un ordinamento, fatto di norma primarie e secondarie, che permette a piu individui che vogiiono stare insieme per raggiungere in modo coordinate un fine comune di prendere decision! coilettive vincolanti, ovvero decision! che vincoiano tutta la coliettivitL Che sia necessario organizzare il consenso lit dove gli eiettori non sono piu poche migiiaia di cittadini privilegiati ma milioni di cittadini di tutti i ceti, d evidente. Che questa organizzazione abbia trasformato i partiti da comitati eiettorali in grandi e potent! organizzazion! permanent!, d noto. Che quest! grandi partiti organizzati siano stati chiamati partiti di massa in contrapposizione ai partiti di notabili, 6 corretto. Cid che non mi pare n6 evidente, n6 noto, n6 corretto, 6 // vedere in queste trasformazion! i'avvento di una democrazia di massa diversa daila democrazia del cittadini, ovvero da quel regime in cui i cittadini hanno acquistato il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alia presa delle decisioni coliettive, anche attraverso i'esercizio del diritto di associazione che 6 uno del diritti riconosciuti in un sistema democratico e che fanno delta democrazia una forma di governo diversa da tutte le altre, e anche, a nostro comune giudizio, preferibile. In una democrazia rappresentativa il governo d fatto di rappresentanti dei cittadini anche attraverso I'organizzazione dei partiti. Non c'6 posto in una democrazia correttamente funzionante per quella entitii indistinta, informe e inafferrabile che 6 la massa o le masse, un'entitk che fa pensare se mai proprio al contrario di un ante collettivo organizzato. Lo stesso vale per le varie forme di democrazia diretta. Sconsiglierei di chiamare democrazia di massa quella che si esercita attraverso il referendum, il cui modo di decidere consiste nel sommare le preferenze individuali, in cui cid che conta per 11 risultato finale d la somma aritmetica delle preferenze di ogni votante singolarmente preso. Per quel che riguarda infine il tema dell'unit^ ho voluto mettere in particolare evidenza la tua proposta di governo unitario proprio perch6 credo che il periodo della ossessione unitarian, per usare una tua espressione, sia da parte del partito comunista conchiuso. E si capisee anche perch4. Questa ossessione ha avuto, dagli anni della Costituente in poi (anzi, daila fine del governo dei Comitati di liberazione nazionale), la sua principals ragion d'essere nella storica necessity, in cui si 6 venuto a trovare 11 partito comunista, di avere una legittimazione di partito democratico, dato che aveva avuto origine (un'origine del resto non mai smentita) da un partito rivoluzionario, di non essere trattato da partito anti-sistema, come veniva considerate da accreditati politologi. Ora di questa legittimazione non avete piu bisogno. Chi vi considera ancora un partito anti-sistema? Fate parte a pieno diritto da anni di quell'insieme di partiti che vengono chiamati dell'arco costituzionale. Partito anti-sistema 6 di fatto quello I cui voti non vengono cercati per

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formare una maggioranza e quando vengono datI sono rifiutati o non vengono contegglatl. Sotto questo aspetto parlare del partito comunista come di un partito anti-sistema, sarebbe ridlcolo. Vol costltulte a pleno dirltto un partito cui 6 riconoscluta la possibility di far parte di una coallzlone di governo quaiora vl fossero le condizioni, Indispensabili In un regime democratico, per tale evento, vale a dire che i risultati elettorali e una fortunata politica dl alleanze vi permettano e permettano solo a vol e non ad altri, dl formare una coallzlone che goda delta fiducia In parlamento. Se questo momento non 6 ancora awenuto, dlpende dalle preferenze sinora dimostrate dagli elettori che vi hanno concesso un largo consenso ma non tale da darvi la maggioranza assoiuta, oppure dal fatto che la vostra politica di alleanze non ha dato sinora risultati paragonablii a quelll raggiunti dalla politica di alleanze della Democrazia cristiana, che via via che perdeva voti rlusciva (d sempre riuscita) a trovare un alieato in piu (addirlttura adesso ne ha quattro) e non ha avuto bisogno dl allargare le proprle alleanze sino al partito comunista, bastandole per governare quelle che ha. Per governare non basta la maggioranza reiatlva che sembrava nelle ultlme elezlonl la vostra meta. Occorre una capacity di attrazlone che oggi a partito comunista non ha ancora. RIspetto agll altrl partltl europel slete un partito moito forte, ma rispetto al magglorl partltl soclalisti e soclaldemocratici, slete ancora un partito deboie: un partito soclalista o soclaldemocratico che abbia II30% del voti d considerate altrove un mediocre, mediocrlssimo, partito di sinistra. Insomma old di cul il partito comunista ha bisogno d sia dl aumentare I voti sia dl avere buoni alleatl. Si tratta di due obblettivi che non hanno niente a che fare con la politica dell'unltit. Egemonia, society di massa, unitd, tutto si tiene. Tutto si tiene in una concezione della democrazia che non d quella dell'unlverso politico In cul cl muovlamo. Sono concetti che a mio gludlzio servono ormal poco a far capire e a orientare la pratica di un partito comunista, come quelle Itallano, che non pud essere che I'alternativa dl sinistra; un'alternatlva nell'unico senso in cui se ne pud parlare in un regime democratico, clod come momento reverslbile della diaiettica tra maggioranza e mlnoranza. Ho I'impressione che II partito comunista abbia stentato a renders! conto di questa elementare verity, soprattutto della reversibility. E entrato, se pure con la grande forza popolare e 11 grande prestlgio che gll veniva dalla partedpazlone alia guerra dl iiberazlone. In un sistema politico che non era 11 suo, la cui plena accettazlone presupponeva una cultura, una tradlzlone, una dottrlna che non erano le sue, con le quail non aveva mai avuto alcuna familiarity e verso le quail aveva mostrato diffidenza e ostllltd, spesso anche un ostentato disprezzo durante gll anni delia sua crescita come partito costituzlonale. Non dublto che gik da tempo si sia reso perfettamente conto che fra ie tante peculiaritii dl cul trae vanto per conslderarsi un partito diverse, questa d una peculiaritii negativa: eppure eld che afflora alia cosclenza non d detto diventi parola pubbiica. Non dublto che 11 prossimo congresso segnerii sotto questo aspetto, nel passagglo dalla cosclenza alia parola pubbli-

ca, un passo avanti. 83 L'alternatlva dl sinistra non si pud fare in Italia senza ii partito comunista, questo 6 certo. Ma 11 partito comunista non pud fare l'alternatlva senza diventare sempre piit simile al partiti che hanno consentito nei regimi democratici europei alternative dl sinistra. Per questo ritengo fermamente, e non da ora, che debbano essere dissipati tutti quegli equivoci che inducono ancora qualcuno a pensare che ii partito comunista abbia un'idea della democrazia diversa da quella che si d venuta formando In una tradizione dl penslero cui d stato estraneo e che anzi, irrompendo impetuosamente sulla scena deila polltica tradizionale dl democrazia, dl quella che io ho chiamato ia definlzione minima dl democrazia In cui non trovano posto ne il princlpio dell'egemonia n6 11 cuito deiie masse n^ la strategia deii'unitii a tutti I costi, vi sono tall e tanti problemi da affrontare e da risoivere che possiamo benissimo mettere da parte le nostre divergenze sui massimi sistemi e cominciare a discutere su quelio che ci unisce e che unisce tutti coloro che guardano al dl Id deila distinzione storica tra comunisti e socialisti, che ha fatto ii suo tempo e non ha piu aicuna ragione dl essere, e ritengono si debba preparare ia strada a una nuova alleanza.

KwUT K f ^
Ingrao: ma il voto da solo non basta Roma,30 gennaio 1986 Caro Bobbio, tu parii di una scarsa deslderabllitk deila riforma Istltuzionale da parte del partiti. Scusami se Insisto: ma tu la ritieni desiderabile o no? Lo chledo, perch6 mi pare di awertire una contraddizione. Tu parll di un profondo degrade al limite della insostenlbilitit della pubblica ammlnlstrazione; convieni con me suil'assurditk deli'attuaie sistema bicameraie e sull'opportunity di una riforma; sostleni che i'attuale sistema elettorale moitiplica eccessivamente i partiti e rende difficlll le decision!. Chiami In campo dunque II sistema di rappresentanza; I'organlzzazione del parlamento; gli apparati dl declslone. Tl pare poco? Vedo che proponi, a scopo di conoscenza e di ricerca, di Incarlcare una commissione di esperti per censire i'oplnione del diversi partiti sulla riforma del sistema elettorale. Ma il censlmento d gik stato fatto. E stata la commissione Bozzi. E il risultato 6 stato deludente, perch6 legato a quel metodo del due tavoli che 6 del tutto incongruo ai fini della riforma, e rispetto al quale nessuno si sentiva garantito, nessuno si scopriva. La riforma non era assunta come II soggetto centrale delrinlziativa polltica e posta come la condizione per sbloccare la dialettlca democratica, e per dare vita reale a un confronto alternative, e alia possibility stessa di una alternativa.

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A conclusione delta tua tettera, tu ti auguri che proceda la ricerca fra di noi per dare vita, se capisco bene, ad una alternativa di sinistra. Ma come d possibile un tale sbocco, se mancano le condizioni strutturali non solo per rompere la conventio ad excludendum, ma per farpassare strategie politiche alternative? Ammettiamo per un istante che il Partite comunista riesca a superare la soglia che gli preclude la strada e con altri partiti riesca a far parte del governo del paese. Dico con tutta franchezza che per quanto nuovo possa essere un tale esito per me esso non d sufficiente, da s6 e di per sd, a dar vita a uno sbocco alternative, se difettano le istituzioni e le strutture per avviare una innovazione reale di contenuti rispetto alle politiche seguite sinora. Ecco perch6 il problema 6 attuale, di oggi, e condizionante. E mi chiedo: come, senza questa iniziativa? In un passo della tua lettera, tu dai come causa del degrade attuale (non hai parlato tu stesso, giorni or sono, di abbrunare la bandiera nazionale dinanzi alia vergogna della mafia, della esistenza di uno State nelle State?) il malcestume e il carattere nazionale, e il mode con cui si d venute fermande il nostro sistema del partiti. E non sard io a centestare cause di questo tipo. Direi perd che esse sono fente della nostra debolezza dinanzi a precessi che sono del tutto nuevi, e che stanne investendo, per esempio nel cuore della stessa Europa, strutture, edifizi nazionali ben piu robusti di quelle italiano. ^ un vente internazienale quelle che seffia sulle piazze, sulle darsene, sulle reccaforti industriali, sui santuari finanziari dell'antichissima Europa. Discutendo sul passate e suU'awenire del Partite comunista italiano, sembri anche tu augurare che si cempia presto e finalmente la sua omologaziene al volte e alle pratiche del partiti secialisti e socialdemocratici occidentali. Fosse cosi semplicel In realtk quel partiti stanne vivendo tutti un travaglie profende: dalla Spd tedesca al Labour Party, a l^itterrand, alia socialdemecrazia svedese, ai piu giovani partiti di Papandreu e di Felipe Gonzales. E si sono trevati a fare i centi con un mutamento sociale e con un'offensiva neoconservatrice, che ha date una dura, pesante spallata alle strategie di State sociale e alle politiche neocorporatiste, su cui quel partiti socialdemecratici avevane tessuto la lore tela per un trentennio (e anche eltre il trentennio). E censentimi di dire che le politiche di Welfare gik guardavano al di 1^ della cultura liberaldemocratica, a cui tu ci solleciti a emolegarci. Quando mi ostine a porre il tema della riferma istituzionale, io guardo a questo presente di crisi. Cerco di immaginare le strutture, le regole, i metodi con cui fronteggiare le trasformazioni di scala mendiale che stanne scardinando prerogative e recinti sacri degli Stati nazionali, e omelegando esse si intere fasce del monde. Tu did cose suggestive sulla demecrazia del cittadini. Ma che cosa ne d di questa democrazia, al memento in cui I'espite televisivo, con la parola, con I'immagine, con la grazia della musica, entra chiamato da noi e messo al pesto d'enere nelle nostre case, e incide fin daU'etit piu tenera sul nostro sapere, sul nostro costume, sulle nostre cenvinzioni politiche, sulla nostra sete di fantastice? Che succede del nestri diritti di cone-

scenza, di libertii, di cittadinanza se un ospite cosi suggestivo 6 lo 85 strumento di potenti oiigopoli operanti e dominanti su scala mondiaie? E parlo di probiemi inediti, percli4, mentre non ci piacciono affatto le soiuzioni attuali del nostro paese, abbiamo imparato dalle esperienze deii'Est quali altre pesanti questioni di libertii, di efficienza, di iniziativa si troverebbero a derivare da una risposta semplificante e totaiizzante, che volesse mettere tutto nelle mani accentratrici degii apparati di Stato. Perch4 dovrei pensare che processi cosi profondi e sconvolgenti non pongano questioni di riforma e di aggiornamento della Costituzione? E perch^ dovrei credere che tail questioni siano indifferenti a forze poiitiche che sono diverse si da me ma che sono chiamate a misurarsi con le domande del paese, con I traumi e gll sconvolgimenti di questa cosi assiilante mutazione di fase? io non sono molto generoso nel gludlzlo verso le forze poiitiche che vedo suila scena, ma non posso pensarle inert! di fronte a mutazion! che hanno questa portata. Devo, vogiio scommettere su una loro capacity di reazione. Altrimenti, se dovessi vederii solo come rami secchi, o gruppi chiusi In un gioco partitocratico al dl fuori e al di sopra delle vicende della nazione, dovrei giungere a conclusloni assai piu drastlche. Forse alcune differenze di giudizio fra nol due dipendono dal fatto che io non so vedere questi anni prossimi come un'epoca di stabiiizzazione. E anche la riforma istituzionaie non mi pare una questione eventuale del future, ma un processo gik in atto, un conflltto glk aperto, dove rilevanti, massicce redistribuzioni di potere stannno glk avendo iuogo. Ho parlato prima di eld che accade nei campo dell'informazione. Potrel ricordare le Inedite concentrazioni di cultura e di potere che stanno determinandosi nel campo degii apparati mllitari. E gik neiia mla iettera precedente alludevo alle teorizzazioni e strategie di autocrazia della grande impresa, che stanno chiaramente profllandosi nel nostro paese, lacerando tutto un tessuto di relazloni industriaii. Vengo qui aliora alia nostra discussione suiia democrazia dl massa (questo termine che ti susclta quasi una repuisione). Per me 6 gii importante i'affermazione che tu fal, quando consent! che I partiti di oggi non sono soitanto una somma di individui ma un insieme dl Individui organlzzati, al fine comune come tu scrivi di prendere decisioni collettive vincoianti, ovvero decisioni che vincoiano tutta ia coiiettivit^. Dove questo associarsi poiitico coiiettivo awiene In modo democratlco, e non autoritario, io lo chlamo democrazla di massa, a sottoiineare I'espanslone enorme non solo come quantity, ma come qualitii deil'lniziativa che soilecita che ha avuto questo tipo dl aggregazione sociaie. Non place la paroia massa? E un fatto che essa oggi 6 un termine di iarghissimo uso in tutta una letteratura imponente, che non saprei escludere daiia scienza politica. Ma non conta il nome. Conta ii processo che esso indica: II fatto che nei nostro tempo I'individuo, per essere individuo, e persino per contare come eiettore ha dovuto costltuirsi in associazlone, ed d attraverso questo associarsi che ha potuto a partire da un certo tempo affermare ia sua individuality politica. nol oggi se vogiiamo cogliere

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questo farsI cittadini siamo sempre piu chiamati ad analizzare e conoscere ia trama di queste associazioni, ii ioro intreccio e le loro specifiche pecuiiaritii, ii ioro sorgere e 11 ioro decadere, e ie interreiazioni che corrono tra di ioro. ^ impossibile fare la storia delia poiitica net nostro tempo senza fare ia storia dl questi rapporti: e la dimensione ctie questa trama assume, ne segna le pecuiiaritii. Se mettessimo tail dimensioni in parentesi, percosi dire, ci sfuggirebbe ia fonte e la forma di processi fondamentall. Temo c/ie // problema torni, quando veniamo a discutere sui concetto dl egemonia. Non vedo come questo concetto possa essere ridotto aH'acqulslzlone di un consenso elettoraie sia pure di iunga durata. ii consenso eiettoraie 6 un memento Importantissimo dell'egemonia, ne segnala la presa e la forza, ma non la esaurlsce. L'egemonia non si esprime solo nei votare. E ctiiede moito dl piu (non solo quantltativamente) del voto: domanda una convinzione generale. Comporta I'esistenza di una trama di infiuenze sociali e culturali, che esigono apparatl, strutture, reiazioni di Iunga prospettiva. in GramscI la conquista del potere comportava rapporti e nessi ben piu ampi e complessi di un consenso eiettoraie: sia come vislone generale, sia come strumentazione di reiazioni, e incontro su obiettlvl concernenti /'insieme del quadro e del processo sociale e politico, almeno per tutta una fase. Insisto su questo punto, perch^ qui sento che emerge una differenza non piccola, che forse ha carattere generate. Rileggendo ia prima e la seconda lettera tue, mi pare di cogliere un'enfasi sull'ldentificazione tra democrazia e i'atto del voto: I'atto, quantlficablle, misurabiie (come tu did) che permette al principle di maggioranza di funzionare. io comprendo anche Io splrlto iasciameio dire pedagogico, che tu probabllmente senti, pariando a chi come me viene da una sponda che ha quaiche peccato quanto alia valutazione data (o non data) deila liberty di voto. Democrazla mlnlma: did tu. Ma anche quel iiveilo minimo (eguagiianza formate nelia iibertii di voto) pud reallzzarsi, senza chlamare In causa tutta una serie di condlzioni, che riguardano iibertii di voto, modalitii di voto, contenuti del voto, conseguenze del voto, attuazione del voto? L'atto d quelle, h/la ii quadro sociale, politico, statuaie entro cui esso si svolge 6 decisive, perch6 esse possa essere non dice esausti/o, ma significants. Per mlnima che sia ia democrazia, quel voto ha bisogne dl un prima e dl un poi che gii diane verity Altrimenti ia forma dell'uguagllanza riveia II sue limite, ia sua debeiezza di centenute. Vorrei essere inteso bene. Per essere nato setto II fascismo, ho Imparato per esperienza II vaiore che ha quel date: voto iibero, per fragile e limitato che esso possa essere. Ma quanta varletk e complessltk dl contenuti, di condlzioni, di sfumature hanno quelle due parole: veto Iibero; e in particelare queU'aggettlve Hbero! Soprattutto nei memento in cui esse diventano esperienza concreta di milloni di esserl umani, quale iatitudine prende ia questiene deile condlzioni materiall, deii'organizzazione dei saperl, delta mediazione degll Interessi, deile strutture organ Izzatlve!

Allora, quel dato voto iibero si presents non come un qualcosa di 87 conchiuso ma come un terreno espansivo e fluttuante, dove si misurano e si differenziano le dinamiche di concrete organizzazioni coiiettive, e si la loro capacitii di relazlone ed egemonica. L'uguaglianza formale nel voto, prima di essere un dato, si presenta come un obiettivo, che a seconda del iuoghi e del tempi si deflnisce In modo diverse, e si articola progressivamente. Centra Insomma tutto io spessore delta politica. SI apre tutto Io spettro largo dell'espansione della democrazia in democrazia soclale. E se no, perch6 staremmo, ancora oggi, ad adoperare quella parola: soclalismo? Altrlmenti, credlmi, la questione del Partlto comunista italiano diventa un rebus. E iasciami dire che qualctie cosa di inspiegato, resta anche nelle righe di questa seconda lettera, in cul tu pure cosi amichievolmente ne parli. Cito testualmente le tue parole: E entrato (il Partito comunista), seppure con la grande forza popolare e con il grande prestigio che gli veniva dalla partecipazione alia guerra di liberazione, in un sistema politico che non era 1 1 suo, la cul plena accettazione presupponeva una cultura, una tradizione, una dottrina che non erano le sue, con le quail non aveva mai avuto alcuna familiarity e verso le quali aveva mostrato diffidenza e ostilit^, spesso ostentato disprezzo durante gli anni della sua crescita come partito costituzionale. So quanto d difficile riassumere in poche righe tutta una fase della storia di un partito. Eppure in queste righe resta un che di assolutamente misterioso: com'd possibile che un partito entri Improvvisamente in un sistema che gli 6 cosi radicalmente estraneo, con la forza, I'autorevolezza, la ricchezza di contributi che sono stati propri del Partito comunista? E si pud dire che 11 Partito comunista d entrato in questo sistema, o non piuttosto che ne d stato uno dei coautori, protagonista deile pagine che compongono la Costltuzlone repubblicana? Com'd possibile questa Immissione, cosi brusca e incongrua? Si pud spiegare solo con II grande prestigio conqulstato dal Pel nella guerra di liberazione? Ma si pud presentare la stessa guerra di liberazione come un fatto a parte ed estraneo alia costruzione del regime democratico che poi si formd? Sarebbe assurdo. E allora mi sembra se non vogliamo andare a splegazloni bizzarre e meccaniche, dobbiamo ammettere che 11 Partito comunista non era estraneo alia questione democratica. A guardar bene, il suo stesso ruolo nella guerra di liberazione era stato cosi forte perch6 gik il Pel dava una lettura incisiva ed orlginale della questione democratica, e del nesso fra questione democratica e questione nazionale: per intenderci non in termini di restaurazione del passato liberal-democratico, ma di innovazione (antifascista, si diceva allora) di strutture, e di apparati, di culture, in una prospettiva espansiva della democrazia. Vorrei essere inteso bene. Mi conosci e sal che non sono incline a forme apologetlche; e non voglio affatto mettere la sordlna alle aporle di un cammino che d stato lungo e tormentato. Voglio solo affermare che il contribute concrete, vorrei dire pratico, dato dal comunisti alia costruzione dello Stato democratico italiano non d spiegablle fuori da

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un impegno di reinvenzione deiia questione democratica, in queli'Europa in cui, a cavaiio fra due guerre mondiaii, si erano dispiegate ia crisi terribiie dei mondo e deila cultura liberal-democratica, e la catastrofe dei cedimento dinanzi al fascismo. Si trattd deila vita di milioni di esseri umani, delta sorte di interi continenti, deiia nuova struttura del mondo. Percid non poteva trattarsi di restaurazione liberai-democratica, ma di una rifondazione dove entravano in campo movimenti e culture emersi dai bagtiori di quette catastrofi. Pud essere strano, ma non d forse un fatto significativo che la Costituzione repubblicana abbia avuto come protagonist! principaii 11 Partite comunista e la Democrazia cristiana, clod due soggetti che non venivano dalla sponda e dalla cultura liberal-democratica? Percid non pud trattarsi oggi di una omotogazione a modeili del passato, ma di una ricerca creativa comune. E to raccotgo volentieri te parole aperte con cui tu chiami a questa ricerca comune oggi.