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Kant e la Felicit

La presente trattazione si propone, innanzitutto, il compito di illustrare brevemente le due divergenti linee teoriche che Kant mantiene contemporaneamente in relazione al sommo bene e alla felicit1 ad esso inerente2: vale a dire la prima visione del mondo, secondo la quale il sommo bene non fine ultimo morale, e essa si articola nella Analitica della Critica della Ragion Pratica e nello Scritto sopra il Detto Comune3 questa visione verr da noi denominata Teoria 1-; agli antipodi, la seconda visione del mondo, secondo la quale il sommo bene, la felicit fine ultimo imposto dalla stessa ragion pura pratica, cos come si argomenta nella Dialettica della Critica della Ragion Pratica4 - questa visione verr da noi denominata teoria 2 -. Non solo a questo ci si limiter, bens, sulla scorta dellilluminante testo di Daniela Tafani, Virt e Felicit in Kant, che ci ha guidati, orientati e ispirati in questo paper , si prover a delineare per sommissimi capi una terza via morale, della quale noi siamo gli originali autori, la quale dovrebbe ovviare alle incongruenze che affliggono le altre due posizioni esaminate in questa sede. Questo paper, da considerarsi come working paper in progress, con tutte le limitazioni strutturali che ne conseguono, si rivolge a un uditorio che possieda almeno una laurea in filosofia e contempli una pi che discreta familiarit con gli scritti kantiani, in particolare quelli morali.

Si scelto di usare la locuzione sommo bene e felicit ad esso inerente , in quanto questa meglio comprende le differenti possibilit che si andranno esaminando: qualora si fosse optato per sommo bene, la felicit si sarebbe pregiudizievolmente sposata la teoria morale 1, relativamente per al solo accordo di libert e necessit in Dio, e cos pure lintera teoria morale 2, escludendo a priori la teoria morale 3 la quale costituisce il focus e la destinazione di questa medesima trattazione. 2 Successivamente alla Critica della ragion pratica, e fino alla religioe nei limiti della semplice ragione, Kant svilupp, quanto alloggetto della volont buona, due linee teoriche potenzialmente divergenti: malgrado lidentificazione nel sommo bene del fine complessivo di una volont moral mente determinata, infatti, il riconoscimento della definizione di un fine morale quale condizione necessaria per la moralit umana and rafforzandosi, in Kant, parallelamente allaffermazione che il sommo bene non potesse essere inteso che impropriamente quale fine morale [D. Tafani, Virt e felicit in Kant, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2006, p. 61]. Ancora questa compresenza delle due interpretazioni rimarcata quando si afferma che: Lindividuazione del sommo bene quale fine morale [ nella Dialettica ] poneva perci il problema della sua conciliabilit con quanto stabilito nellAnalitica [ Op.cit. Ivi ]. 3 Largomento contro lassunzione della felicit morale quale movente morale [ e fine ] si trova compiutamente formulato fin dalla Critica della Ragion Pratica, e nuovamente, nello scritto Sul detto comune [ Op. cit. p. 40 ]. 4 Che loggetto completo della volont buona, e quindi il fine morale per eccellenza, fosse rappresentato dal sommo bene, Kant lo ripeteva, nella Dialettica, non meno di venti volte [ Op. cit., p. 60 ].

1.TEORIA MORALE 1: Il Sommo Bene, la Felicit, non fine ultimo morale. 1.1. Secondo tale visione, la felicit assume un carattere solo individuale, egoistico e, in quanto tale, essa costituisce un movente empirico, sensibile che deve realizzarsi nellempiria di questo mondo fenomenico. Ne consegue che: Il principio della felicit pu bens fornire massime, ma non tali da servire come leggi della volont; se anche si facesse oggetto la felicit universale siccome ogni giudizio su di esso dipende assai dalla opinione di ciascuno, questo principio pu dar leggi generali, ma non mai universali, cio tali che, in complesso, si verifichino, nella maggior parte dei casi, ma non tali da dover valere sempre e necessariamente . [ I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Bari, Laterza, 1997, Teorema IV, Scolio II, p. 79 ]. 1.2. Lunico motivo determinante la volont del soggetto deve essere quello del dovere puro, assolutamente a priori, il dovere per il dovere; tuttavia questo formalismo deontologico5 corre il rischio di impedire e concretamente e logicamente il conseguimento di una azione morale in s e per s, cio si lambirebbero le spiagge del puro operare che nulla opera per dirla insieme con Hegel. 1.3. Si reintroduce cos, surrettiziamente, secondo D. Tafani, quanto escluso in precedenza: cio, nellidea trascendentale di Dio, ricompare la felicit, la cui definizione viene, per, rimodulata come corrispondenza di libert noumenica e necessit fenomenica, come costrutto regolativo che ordina e conduce a compimento nel mondo noumenico quanto non pu pienamente realizzarsi in quello fenomenico, a causa della duplicit della natura antropologica. Con parole kantiane: La felicit la condizione di
E bene precisare, in questa sede, che semplicemente si riporta, come fonte secondaria, lo sviluppo della linea interpretativa morale che si deciso di denominare, per semplicit espositiva, Teoria morale 1: questa precisazione storiografica e metodologica dovrebbe porci al riparo dallobiezione di quanti ritenessero di rinvenire, nella dicitura formalismo deontologico , una qualche sorta di indebita e ingenua semplificazione dellimperativo categorico kantiano, secondo la vulgata vigente. Si riconosce solo, la difficolt, per il medesimo, di comprendere agevolmente ogni possibile massima soggettiva che aspirasse a valere come legislazione universale, atteso che la medesima avesse superato entrambi i criteri di verifica elaborati da Kant medesimo, peraltro eterogenei luno rispetto allaltro nella forma forte e in quella debole. ( cfr. Op. cit. pp. 43-52 ). Daltronde, dal punto di vista della storia della filosofia, senza violentare la profondit del testo kantiano, talora facilmente fraintendibile nella sua apparente semplicit, si vuole anche dar conto delle interpretazioni volutamente semplicistiche e riduttive fornite dai contemporanei, giacch esse costituiscono un innegabile corpus secondario, le cui risultanze per la storia della filosofia esigono la dovuta messa a tema. Resta, dunque, il primum del documento kantiano il quale va confrontato criticamente con le coeve interpretazioni, per quanto deformanti, quanto non pu, tuttavia, essere debitamente compiuto nel breve spazio di tale trattazione, condizionata, altres, dal limite strutturale della consegna in conformit alla quale la medesima stata elaborata.
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un essere razionale nel mondo a cui tutto avviene secondo la sua volont [ ed essa felicit ] si fonda quindi sullaccordo della natura con questa volont. Ci accade, perch questo essere razionale un essere che, mediante lintelletto e la volont, [la causazione per libert, Nota Nostra ] la causa, perci lautore, della natura, ossia Dio. [ I. Kant, Critica della Ragion Partica, op.cit., V. Lesistenza di Dio come postulato della ragion pura pratica, pp. 273-275 ]. 1.4. Questa felicit, ideale regolativo che opera secondo il criterio della proporzionalit, salva la purezza della intenzione morale e cos pure il suo adempimento pratico, ma risulta architettonicamente eterogenea rispetto al sistema morale chessa pur vuole fondare6. 2.TEORIA MORALE 2: Il Sommo Bene, la Felicit il fine ultimo morale, imposto dalla ragion pura pratica.

2.1. La felicit il fine ultimo concepito da Dio stesso nella creazione del mondo. Se si domanda quale sia il fine ultimo di Dio nella creazione del mondo - argomenta Kant - non si deve nominare la felicit degli esseri razionali in questo mondo, ma il sommo bene che a questo desiderio di tali esseri aggiunge unulteriore condizione, quella di rendersi degni della felicit, cio la moralit degli esseri razionali [ I. Kant, Critica della Ragion Pratica, op.cit, p. 279 ]. 2.2. In Dio questo fine gi realizzato7 come corrispondenza identitaria fra libert e necessit e questo accordo pu essere espresso come oggetto di un giudizio sintetico a priori8.

Alla tesi che loggetto completo di una volont morale consista nella cong iunzione necessaria della virt con una felicit commisurata ad essa, Kant non giungeva, dunque, attraverso losservanza scrupolosa del meccanismo di valutazione che egli stesso aveva elaborato [ cio le due forme di verifica della universalizzazione delle massime, Nota Nostra ]. Lindividuazione del contenuto del sommo bene era lespressione di una convinzione fortemente radicata in Kant, ossia linterpretazione in senso retribuzionistico della responsabilit morale a ritenere che il giusto meriti un premio non infatti linteressato soltanto, bens addirittura Dio, ossia un interprete non sospetto dei dettami della legge morale . [ Op. cit., p. 59 ]. 7 Quanto viene definito summum bonum primum. 8 La necessit fenomenica, infatti, non analiticamente contenuta nella libert noumenica e vice versa, eppure in Dio ritroviamo queste due determinazioni congiunte in modo puro, astrazion fatta da ogni qualsivoglia esperienza sensibile: dunque, postuliamo che la sintesi di questi due concetti puri avvenga per mezzo di una esperienza che sia sui generis, cio lesperienza pratica analoga a quella che Kant medesimo definisce Faktum della ragion pura pratica nella Critica della Ragion Pratica.

2.3 La corrispondenza fra libert e necessit in Dio, in quanto fine ultimo, implica ladeguamento del mondo fenomenico a quello noumenico anche per luomo il quale, in questa teleologia morale, si trover tanto pi prossimo alla divina felicit quanto pi si conformer a Dio, fino a identificarsi con Lui stesso9. (Residuo teleologico platonico-aristotelicoagostiniano). 2.4 A fortiori, questa visione impone che il fine ultimo della felicit sia gi agente in ognuno come motivo determinante della facolt desiderante, generando, tuttavia, risultanze problematiche: infatti, il fine ultimo, cos concepito, esige la sua stessa possibilit fisica e rimanda a un movente della nostra facolt desiderante che non pu essere puro, semmai relativamente a priori, ma ci confligge con la purezza del dovere per il dovere; vice versa, la legge morale si disinteressa delloggetto, della sua possibilit fisica, della sua realizzabilit empirica, guarda solo alla purezza dellintenzione e ci contrasta con il carattere pragmatico del fine ultimo della felicit in questa teoria morale10. 3.TEORIA MORALE 3: La Felicit propriet formale dell Io agisco, declinazione sul piano pratico dellIo penso teoretico, e essa, come tale, si configura non solo come ideale regolativo unitario, bens anche come bisogno metafisico universale . 3.1 Questa nostra visione morale poggia sulla forma pura dellIo agisco, che noi definiamo appercezione pura, trascendentale in ambito morale, pratico. Vediamone le funzioni principali le quali, gradualmente, ci conduranno sino a una nuova significazione della felicit medesima. 3.2. Questo Io agisco autocoscienza pura, assolutamente a priori, che ogni soggetto possiede di s come unitario attore morale cui si riferiscano le molte azioni chegli va compiendo nel dominio pratico. Questa
Questa condizione di corrispondenza della felicit alla santit, alla virt, definita summum bonum derivativum seu consummatum. 10 Se loggetto assunto come motivo determinante della nostra facolt di desiderare, il giudizio se esso sia o no un oggetto della ragion pratica deve esser preceduto dalla possibilit fisica di esso mediante il libero uso delle nostre forze. Al contrario, se la legge pu esser considerata a priori come il motivo determinante dellazione e, di conseguenza, lazione come determinata dalla ragion pura pratica, il giudizio se qual cosa sia o non sia un oggetto della ragion pura pratica del tutto indipendente dal confronto col nostro potere fisico, e la questione semplicemente di sapere se ci lecito volere unazione diretta allesistenza di un oggetto, se questo fosse in nostro potere, con la conseguenza che la possibilit morale dellazione deve precedere, perch in tal caso non loggetto, ma la legge della volont il motivo determinante della volont stessa . [ I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Torino, Utet, 1970, p. 197 ].
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autocoscienza pura unitaria in modo sintetico, al pari dellIo penso, e agisce, quindi, unificando le molte azioni del soggetto, altrimenti irrelate tra di esse: Questa relazione - e stiamo utilizzando, mutatis mutandis, il passo che Kant dedica allIo penso nella Critica della ragion Pura -, dunque, non ha luogo ancora per ci che io accompagno colla coscienza pura ciascuna delle azioni ( Sostituzione mia ), ma perch le compongo tutte luna con laltra e sono consapevole della loro sintesi il pensiero: queste mie azioni rappresentate mi appartengono tutte suona lo stesso che: io le unisco in una autocoscienza io chiamo quelle azioni tutte mie azioni, solo perch io posso comprendere la loro molteplicit in una coscienza [ I.Kant, Critica della Ragion Pura, Laterza, Bari, 1996, Anal. Trasc., Lib. I, Cap. II, Sez. I, 16. Dellunit originaria dellappercezione, p.111-112 ]. 3.3. Solo questa unificazione delle molte azioni pratiche nellautocoscienza pura, garantisce che si possa concepire una progressione morale del soggetto pratico verso la santit quanto conduce al postulato della immortalit dellanima: infatti, solo lappercezione pura delle azioni assicura che le stesse possano essere pensate come progressione, cio unitaria successione nel tempo la quale costituisce la irrinunciabile controparte dellimmortalit dellanima al fine della santit; senza tale appercezione del molteplice pratico, infatti, solo si postulerebbe un Io esistente initerrottamente nel tempo il quale, per, mai progredirebbe, frantumandosi, invece, in tanti Io quanti sono i singoli atti pratici di cui esso possiederebbe isolata coscienza. 3.4. Non solo lappercezione morale pura rende pienamente giustificabile e completo il postulato della immortalit dellanima, ma si spinge ben oltre, incorporando la legge morale medesima: la molteplicit delle azioni morali unificata nellautocoscienza pura come gi si argomentato ma quanto occorre mettere a tema il modo nel quale avviene questa stessa unificazione. Questa unificazione -ebbene accade in modo puro, assolutamente a priori, astraendo in toto dallesperienza, cio la molteplicit delle azioni viene riferita allautocoscienza morale cos come se tale molteplicit fosse una totalit fuori dello spazio e del tempo, quindi essa, con moto ascendente, completata sino a comprendere il suo fondamento incondizionato, la legge morale medesima.
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Nella fattispecie, la serie finita, condizionata di massima soggettiva, imperativo ipotetico, imperativo categorico estesa in modo puro sino a comprendere la medesima legge morale, trasformandosi cos in serie infinita, incondizionata. Ripercorrendo la serie con moto discendente, dallincondizionato al condizionato, si noter come limperativo categorico rappresenti la prima forma condizionata - a causa del mondo sensibile cos pure, quello ipotetico e la massima soggettiva costituiscano le degenerazioni estreme, condizionatissime del principio primo che la legge morale. 3.5. Articoliamo, infine, pi estesamente la identificazione tra appercezione morale pura e legge morale. Questo Io agisco autocoscienza pura, unitaria e unificante del soggetto pratico e pertanto pu dirsi che essa autorappresentazione di un soggetto che agisca, perci, in ragione di tale purezza, senza che vi sia lostacolo del mondo fenomenico e per il quale il pensiero sia esso stesso immediate azione morale voluta; questo Io agisco sar condizione suprema che renda unitaria la serie delle azioni pratiche in quanto tutte a s le appercepir e, altres, agir come forma mentis universale che dia forma e ordine allintero dominio pratico, in veste di ideale regolativo unitario (non cogente) analogamente allIo penso il quale sar condizione suprema della pensabilit di tutti gli oggetti del mondo fenomenico e agir come forma mentis universale che dia forma e ordine allintero dominio naturale, in veste di ideale regolativo unitario. 3.6. Una siffatta rappresentazione dellIo agisco contiene almeno tre elementi notevolissimi che necessario analizzare: - la autorappresentazione di un soggetto che agisca praticamente senza condizionamento fenomenico e per il quale il pensiero sia immediata azione morale voluta, nullaltro se non la rappresentazione della libert noumenon, noumenica; - questa assoluta libert il carattere della stessa Divinit, per la quale quanto puramente pensato, altrettanto puramente voluto e esso accade nel mondo noumenico in conformit con la libert causatrice ch la medesima legge morale; - questa condizione di conformit fra la libert causatrice e quanto accade, oggetto posto in essere dalla libert stessa, infine la medesima Felicit.
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3.7. Codesta felicit da noi elaborata, essendo determinazione essenziale, formale dellIo agisco, autocoscienza morale pura che comprende in s legge morale, libert, divinit come altrettante sue note necessarie, garantisce i seguenti vantaggi rispetto alla teoria morale 1 e alla teoria morale 2. Nella fattispecie: a) quanto alla teoria morale 2, la felicit, al pari dellIo agisco, non solo ideale regolativo, bens ideale regolativo ch autocoscienza unitaria e unificante: essa paradigma di perfezione la quale unifica le azioni morali e le orienta a s, senza contrastare con la purezza del dovere per il dovere che anzi condivide, senza esigere neppure la sua stessa possibilit fisica, dacch questa felicit, anzich fine ultimo, piuttosto bisogno metafisico, inscritto nel numenon delluomo. b) quanto alla teoria morale 1, la felicit da noi argomentata ben si armonizza con la felicit intesa come movente sensibile: questa felicit egoistica non solo non contrasta con quella regolatrice, ma anzi la presuppone, in quanto essa ne costituisce la forma condizionata estrema, nel mondo fenomenico, al pari dellimperativo categorico che ne rappresenta la prima forma condizionata, solo in tal guisa accessibile alluomo nellempiria che esige lobbligazione del dovere per stornare la facolt desiderante dai moventi sensibili.( come mimesi imperfetta di una moralit perfetta, paradigmatica ala quale necessario riferirsi). Questa felicit non solo rimedia al vizio della grezza materialit del movente e del suo opposto, il formalismo deontologico, ma anzi felicemente recide il capo al mostro morale surrettizziamente forgiato ad hoc: ossia la eterogeneit della felicit rispetto al sistema chessa pur vorrebbe fondare. La nostra felicit non mai un altrove che si insinui ingiustificato nel mondo, bens essa quell Io agisco che noi gi da sempre siamo, una sorta di essere per- la felicit a-venire in senso heideggeriano. Prof. Giovanni Caruso TFA A036

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

D.Tafani, Virt e Felicit in Kant, Firenze, Leo S. Olschki editore, 2006. I.Kant, Critica della Ragion Pura, Laterza, Bari, 1996.
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I.Kant, Critica della Ragion Pratica, Bari, Laterza, 1997. G. Caruso, La filosofia politica di Kant e la Rivoluzione Francese, Pavia, Universit degli Studi di Pavia,a. s. 1999-2000, 3. Il valore giuridico dello spazio, del tempo e dellIo penso pp. 87-97.