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Lorenzo Vincenti

La Vita Di Napoleone Bonaparte


© 1985

L'uomo che cambiò il volto dell'Europa

INTRODUZIONE
Napoleone più di qualsiasi altro ha mutato il volto dell'Europa
e donato dimensioni di grandezza ai personaggi, agli
avvenimenti, alle mode, allo stile di vita dell'epoca dominata dal
suo genio. Concepito dai genitori combattenti nell'isola
mediterranea durante la guerriglia corsa contro i francesi e
morto, probabilmente di veleno, a Sant'Elena, sperduta
nell'immensità dell'Atlantico australe. Nell'arco della sua
esistenza, durata meno di 52 anni, con la propria spada sorretta
da una volontà indomabile ha costruito un impero, sconfitto tutta
una serie di eserciti nemici, conquistato città e capitali
prestigiose da Milano a Alessandria d'Egitto, da Vienna a
Berlino, Varsavia, Mosca, Madrid. Ha inoltre promosso e
promulgato quel Codice napoleonico i cui principi ispiratori sono
stati ripresi dagli ordinamenti giuridici dei paesi più progrediti,
avversari compresi, e ravvivato i sentimenti di nazionalità,
indipendenza, in numerosi popoli a cominciare dall'Italia
assolvendo il compito internazionalistico che la storia gli aveva
affidato: guidare l'Europa nata dal regicidio, dagli entusiasmi e
dagli orrori della Rivoluzione francese, verso le nuove frontiere
dell'uguaglianza, della libertà.
La sua vita ci dimostra che ciascuno di noi può crearsi con le
proprie mani il migliore quanto il peggiore dei destini. Per
questo qui si è cercato, tra una bibliografia e una
documentazione che non è esagerato definire sterminate, di
raccontare soprattutto l'uomo che fu Napoleone. Solitario,
squattrinato, intelligentissimo, innamorato, intrigante, eroico,

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rapace, generoso, geloso, perfido, incontentabile. Sublime.
L'Autore

CAPITOLO I
IL GUERRIERO POVERO
Primavera 1769 tra le montagne, le grotte e i bivacchi della guerriglia in
Corsica. I genovesi, dopo secoli di dominazione, non riuscendo a domare
l'insurrezione hanno ceduto l'isola alla Francia. Ma i soldati del re allo
sbarco vengono accolti a fucilate, i corsi sembrano decisi a conquistarsi
l'indipendenza sul campo di battaglia.
La lotta, iniziata nell'estate 1768, viene ripresa con rinnovato vigore in
questi mesi che profumano di primavera. A capo dei ribelli è Pasquale
Paoli, fisico imponente e parola pronta: un trascinatore. Tra gli intellettuali
isolani accorsi al suo fianco è una coppia giovanissima, Maria Letizia
Ramolino e Carlo Maria Buonaparte, appartenenti entrambi a distinte
famiglie di lontana origine italiana. Lei, diciannovenne appena, bella e
fiorente, tiene in braccio il primogenito Giuseppe e porta nel grembo un
secondo figlio che avrà nome Napoleone. Lo sposo, di 23 anni, dopo aver
studiato diritto a Roma e a Pisa ha risposto all'appello di Paoli diventando
il suo aiutante.
Le fucilate sui monti hanno uno schiocco secco, da valle a mezza costa,
e si perdono sibilando tra i rami del bosco. Letizia, che appartiene a una
dinastia di soldati, non conosce paura. Cavalca ore e ore, pur di stare
qualche momento insieme con suo marito, con l'unica compagnia di un
pugnale e di una domestica ragazzina. Racconterà: «Non di rado uscendo
dal nascondiglio tra i monti mi spingevo sino al luogo della battaglia per
avere notizie. Udivo le palle fischiare ma nulla temevo, protetta dalla
Madonna».
Una giovane fiera quanto il marito, che assicurava: «Coraggio, Letizia,
stiamo vincendo». Invece l'illusione dura poco più di una rosa. I soldati di
re Luigi, sbarcati via via a migliaia, non faticano a sbaragliare quei pochi
giovani ricchi soltanto di coraggio, di sogni. Paoli anziché diventare il
condottiero del popolo corso va esule in Inghilterra, che ha delle mire
sull'isola mediterranea; gli altri, i suoi seguaci, sono costretti a venire a
patti coi nuovi padroni.

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I Buonaparte tornano nella loro casa di Ajaccio, che diventa la capitale
dell'isola. Il 15 agosto, festa pagana1 [1 Ferragosto deriva dal latino feriae
augusti, vacanze d'agosto. I romani celebravano la raccolta dei cereali e il
riposo seguente alla fatica.] e della cattolicità,2 [2 Festa di Maria, madre di
Gesù, assunta in cielo o al termine della sua vita terrena. La credenza
dell'Assunzione di Maria è tradizionale nella Chiesa cattolica fin dai primi
secoli. Il dogma dell'Assunzione corporea di Maria in cielo è stato definito
da Pio XII nel 1950.] Letizia viene colta dalle doglie e con l'aiuto del
medico, chiamato dalla cognata Geltrude, mette al mondo un secondo
figlio maschio: Napoleone, appunto.
«Il nome di Napoleone», scriverà Stendhal,3 [3 Stendhal, Henri Beyle
detto, scrittore francese (Grenoble 1783-Parigi 1842). Prima di scrivere
vari capolavori tra cui Il rosso e il nero, La Certosa di Parma, fu al seguito
di Napoleone da Milano alla campagna di Russia. Alla morte
dell'imperatore gli dedicò una Vita di Napoleone in risposta ai «libelli
detrattori».] «è comune in Italia; è uno dei nomi adottati dalla famiglia
Orsini e fu introdotto nella famiglia Buonaparte4 [4 Il vero nome della
famiglia, d'origine Toscana, è Buonaparte come già detto, da Buona Parte.
Nel 1796 Napoleone lo francesizzò in Bonaparte.] con un matrimonio
stipulato nel XVI secolo con la casa Lomellini». Il passo seguente, tratto
dalla storia della casa Orsini del Sansovino, è abbastanza divertente: «Ma
molti più furono i Napoleoni, perché in tutti i tempi gli orecchi italiani, o
nella pace, o nella guerra, udirono questa nobilissima voce in uomini
segnalati».
Concepito tra un proclama irredentistico e uno scontro a fucilate,
allevato al culto dell'indipendenza contro l'invasore straniero (i francesi)
Napoleone cresce fiero, sensibile, intelligente. È attaccatissimo alla
famiglia ma dimostra subito un carattere ribelle, di chi vuol pensare e agire
con la propria testa. Vede aumentare di anno in anno il numero dei fratelli.
Infatti Letizia, senza perdere mai né la sua bellezza né il suo
temperamento, affronta via via tredici gravidanze: cinque figli muoiono in
tenera età. Oltre a Giuseppe e a Napoleone sopravvivono Luciano, Elisa,
Luigi, Paolina, Carolina e Gerolamo.
I figli numerosi sono una forza nell'isola in cui c'è la tradizione delle
rivalità, delle vendette, ma non bastano a sfamarli i proventi dei campi e
dei greggi. Non basta nemmeno l'aiuto dei parenti a cominciare dallo zio
Luciano, arciprete della cattedrale in Ajaccio. E poi non c'è soltanto il

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problema del pane ma quello più importante di istruire, di dare un futuro a
tanta prole. Quanto a Carlo Maria, il capofamiglia, avvocato come il padre
e gli antenati, è più portato alla politica che al faticare quotidiano sui
codici.
Letizia non tralascia iniziative per proteggere la sua nidiata. Diventa
buona amica - e non mancheranno in proposito i pettegolezzi - del conte di
Marbeuf, nominato da re Luigi maresciallo di Corsica e inviato a
governare l'isola. La verità è che il vecchio gentiluomo soffre la lontananza
da Parigi, la mancanza di persone di rango con le quali trascorrere le ore
della conversazione, degli scambi intellettuali. I Buonaparte sono una delle
poche famiglie con le quali vale la pena di intrattenere relazione.
Marbeuf procura all'avvocato Buonaparte il posto di sovrintendente in
una piantagione modello di gelso, introdotto nell'isola per iniziativa reale.
Lo raccomanda all'ufficio di araldica perché confermi, come puntualmente
avviene, il brevetto di nobiltà della famiglia. Infine, non senza qualche
rischio, definisce «benemerito funzionario regio» questo campione
dell'irredentismo corso. E, come benemerito, meritevole di aiuti concreti.
Nel 1778 il sovrano si degna di far sapere che accorda tre posti gratuiti
nelle scuole di nobili per altrettanti figli del fedele funzionario, due maschi
e una femmina. Partono intanto per il «continente» Giuseppe e Napoleone;
Elisa, che ha appena un anno, seguirà i fratelli all'età adatta.
Napoleone ha 9 anni quando riceve l'abbraccio del congedo dalla madre
che adora e che lo esorta con le solite parole: «Sii forte, bravo». Di là dal
mare lo attende un mondo che non conosce, un paese che i corsi seguitano
a considerare ostile, persone e abitudini tanto differenti. Durante la
navigazione da Bastia a Marsiglia, il bambino ha il cuore in tumulto,
dibattuto dal desiderio di restare a scaldarsi nel rifugio ben noto degli
affetti familiari quanto dall'intuizione che il suo destino è sulle sponde che
ora si stanno avvicinando anziché su quelle lasciate alle spalle.
Giuseppe il primogenito seguendo le orme dello zio prete viene inviato
nel seminario di Autun. Napoleone entra nel collegio militare di Brienne o
scuola di Minimi perché gestita dai frati di quest'ordine. Questa scuola non
ha tradizioni essendo stata fondata soltanto un paio di anni prima con la
caratteristica di accogliere, oltre ad allievi provenienti da famiglie
facoltose, dei borsisti appartenenti a famiglie benemerite ma povere. La
nobiltà delle origini è il denominatore comune.
Brienne-le-Chàteau è un centro dello Champagne noto finora soltanto

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per il castello di un illustre casato. Napoleone non può certo prevedere che
proprio qui tra qualcosa come 35 anni egli sconfiggerà uno dei suoi
avversari più temibili, il generale prussiano Bluecher. Intanto è costretto a
vivere in un collegio-convento retto da religiosi verso i quali non ha
particolare simpatia e popolato da coetanei dai quali viene subito preso in
antipatia. Perché? È un «diverso»: parla l'italiano più che il francese, non
ha un soldo e non può quindi comperare né offrire mai nulla, sostiene di
appartenere a un casato nobile ma qui nessuno ne ha mai sentito parlare,
infine ha un carattere così scontroso che è impossibile diventargli amico.
Deve sopportare scherni e insulti. Gode di un giorno di popolarità tra i
coetanei soltanto d'inverno, allorché guida alla vittoria la sua classe in una
battaglia a colpi di palle di neve. Su 110 allievi è il più solitario e
scontroso. Non lega con i coetanei, nemmeno con gli insegnanti. È
considerato, e si considera, straniero. Sogna a occhi aperti la casa natale, il
mare e i monti della sua isola. «Tornerò a riprendere la lotta di mio padre»,
giura a se stesso. «Tutto quello che imparo qui lo metterò a profitto per
liberare la Corsica». Legge con vivo interesse i non molti autori che hanno
scritto delle pagine a favore dell'indipendenza della Corsica, da Voltaire e
Rousseau a Federico il Grande.
Negli studi riesce bene in matematica, per il resto non va oltre la
mediocrità. Scarso in latino e nella danza. In lotta perenne con la corretta
pronuncia e la corretta grafia della lingua francese. Si appassiona allo
studio della storia e del mondo della classicità greco-romana. Manda a
memoria Plutarco e la vita dei grandi. Impara a pensare come loro, a
costruire ragionamenti e progetti di ampio respiro. Medita, riflette mentre i
compagni passano il tempo cercando di combattere la noia.
Un brutto giorno, dopo un diverbio più accanito del solito con gli allievi
più altezzosi, prende penna e calamaio. Scrive a casa: «Venite a prendermi
al più presto. Sono stanco di mostrare la mia povertà come una
maledizione, di essere preso in giro da ragazzi stranieri che mi sono
superiori soltanto per il loro denaro». Suo padre gli risponde: «Devi
rimanere. Qui non c'è avvenire per te. Non abbiamo soldi».
Questo ritornello della mancanza di denaro affligge l'adolescenza, la
giovinezza di Napoleone alla stregua di una tara ereditaria. E, costretto a
trascorrere in questo collegio inospitale oltre cinque anni, i più importanti
per la sua formazione. Se non avesse il carattere d'acciaio che ha, potrebbe
piegarsi o spezzarsi, diventare una sorta di servo o di giullare dei fanciulli

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ricchi oppure un disadattato irrecuperabile. Invece, rimane se stesso:
diverso sì, ma in meglio. Solo e autosufficiente nel suo mondo per ora
fatto soltanto di sogni: le battaglie, la vittoria, la gloria. Sogna con tanta
intensa partecipazione che a volte, il viso improvvisamente arrossato e gli
occhi brillanti, sembra avere la febbre.
Cresce né alto né robusto, con le gambe corte. Il viso, pallido, è
interessante: naso pronunciato, occhi mobilissimi, capelli pettinati lisci
sulla fronte. L'espressione, che muta di continuo, in genere è scontrosa,
diffidente. Sembra debole nel fisico e nel morale invece è tutto volontà. La
solitudine di Brienne gli ha giovato.
Il 17 ottobre 1784 lascia Brienne, non rimpianto e senza rimpianti,
andando a prendere una lettera pronta per lui. È firmata da re Luigi XVI e
controfirmata dal maresciallo de Ségur: questo documento gli schiude la
porta della Scuola militare di Parigi nella compagnia dei Cadetti-
gentiluomini. I compagni di corso lo descrivono come «un giovane bruno,
triste, rabbuiato, severo eppure ragionatore e gran parlatore». Parla perché
è stato zitto fin troppo negli anni scorsi. Che sia triste, non c'è da
meravigliarsi. Non giungono che brutte notizie: suo padre muore nel 1785
solo un anno dopo la nascita dell'ultimogenito, il fratello Giuseppe vuol
lasciare la carriera ecclesiastica per quella militare verso la quale non
dimostra alcuna attitudine, la famiglia ad Ajaccio è così indigente che
mamma Letizia è costretta a insegnare alla piccola, vivacissima Paolina
come sottrarre qualche luigi d'oro dalla borsa dello zio arciprete, don
Luciano.
Agli inizi del 1786, a sedici anni e mezzo soltanto, Napoleone riceve la
nomina a sottotenente d'artiglieria. Ha una classifica mediocre,
quarantaduesimo su cinquantotto cadetti, ma è il più giovane di tutti. Ora
finalmente può guadagnare e aiutare il clan di Ajaccio. Cingendo per la
prima volta la spada dice a se stesso: «La bandoliera soltanto appartiene
alla Francia, la lama è mia». Viene assegnato al reggimento di La Fère, che
ha un'ottima tradizione e per di più è di stanza a Valence, sul Rodano, la
città di guarnigione più vicina alla Corsica.
Scrive nel diario che di quando in quando aggiorna: «Tutti i miei affanni
di famiglia mi hanno rovinato gli anni migliori. Essi hanno influenza sul
mio umore. Sono maturato prima dell'età». Scriverà ancora di questo
periodo iniziale della sua carriera: «La mia testa cominciava allora a
fermentare. Avevo bisogno di imparare e di sapere. Divoravo i libri».

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Fin dal principio, rivela la dote rara di saper trasformare un'avversità in
vantaggio. Siccome la vita di guarnigione è noiosa e d'altro canto non ha
soldi da spendere in divertimenti perché manda quasi tutto lo stipendio a
casa, trascorre le ore libere nella sua stanzetta leggendo avidamente.
Riempie di appunti una serie di quaderni pari a 400 pagine di libro
stampato. Legge, scrive di tutto e molto non lo scorderà più. Per esempio,
questa considerazione illuminante di Guillaume Raynal:1 [1 Guillaume
Raynal, storico e filosofo francese (1713-1796). Gesuita, abbandonò dopo
trent'anni la vita sacerdotale per dedicarsi interamente agli studi. Il suo
nome è legato all'opera Storia filosofica e politica degli stabilimenti e del
commercio degli europei nelle due Indie.] «Nell'Egitto che giace tra due
mari, cioè tra l'Oriente e l'Occidente, Alessandro Magno concepì il disegno
di trasferire la sede principale del suo impero universale facendone il
centro del commercio mondiale».
Ammiratore di Raynal, il giovane ufficiale dopo aver scritto una breve
storia della Corsica la invia in lettura al celebre storico, che commenta:
«Consiglio di stamparla. Quest'opera sopravviverà». Nel 1788, trascorsa
una lunga licenza in famiglia, è promosso tenente e mandato di
guarnigione a Auxonne, nel dipartimento Còte-d'Or, dove il suo nuovo
generale ne nota le particolari capacità affidandogli un incarico importante,
che suscita l'invidia dei più anziani capitani.
L'anno appresso, 1789, la storia accelera il suo corso. Preceduta da
quella americana (1775-1782), inizia la rivoluzione francese, ossia quel
complesso di movimenti politici e sociali che porteranno alla caduta della
monarchia assoluta e delle strutture feudali. Contro il monopolio della
nobiltà terriera, ecco la borghesia e talvolta il popolo al potere col motto:
«Libertà, fraternità, uguaglianza». Si dimostra che re e regine non sono
affatto, come pretendono, sovrani per volontà divina. Quindi è possibile,
essendo persone uguali a tutte le altre, destituirle e perfino tagliar loro la
testa.
Le tappe principali: 14 luglio 1789, il popolo parigino prende la
Bastiglia simbolo dell'assolutismo (vi erano rinchiusi senza processo,
magari a vita, i nemici del re); giugno 1781: Luigi XVI e la famiglia reale
presi a Varennes mentre tentano di fuggire all'estero; 11 luglio 1792:
l'Assemblea legislativa proclama «la patria in pericolo» contro l'invasione
dell'esercito austro-prussiano inviato a rimettere sul trono il re; 21-22
settembre 1792: la Convenzione nazionale, succeduta alla disciolta

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Assemblea legislativa, dichiara decaduta la monarchia e la Francia diventa
Repubblica; 21 gennaio 1793: dopo un processo per alto tradimento, il re
viene ghigliottinato; al giugno 1793: il Comitato di salute pubblica,
dominato dall'estremista Robespierre, per stroncare i nemici interni ed
esterni della Rivoluzione fa «mettere il Terrore all'ordine del giorno»:
vengono giustiziati non solo i nobili, i preti, ma chiunque non obbedisca
agli ordini del Comitato, la regina Maria Antonietta, i deputati girondini,1
[1 Gruppo politico di ispirazione volteriana, miravano al trionfo della
borghesia illuminata. La loro azione, dapprima rivoluzionaria, diviene poi
sempre più moderatrice.] gli «indulgenti» Danton e Desmoulins; 28 luglio
1794: Robespierre, Saint-Just e una ventina di sostenitori sono a loro volta
giustiziati per iniziativa della coalizione di deputati che essi avevano in
precedenza minacciato di morte.
Napoleone vive le prime tappe della Rivoluzione come occasione storica
per liberare la patria corsa da ogni dominio. Si unisce in Corsica a
Pasquale Paoli, l'amico e capo di suo padre. Il condottiero è stato
richiamato dall'esilio e scelto a rappresentare in sede nazionale la Corsica,
dichiarata provincia francese con tutti i diritti di parità. L'anziano e il
giovane patriota si incontrano, cavalcano a fianco a fianco, fanno
conoscenza e non sempre vanno d'accordo. Napoleone vorrebbe tutto e
subito; 1792: in gennaio è nominato aiutante maggiore in un battaglione
della Guardia nazionale di Ajaccio; in aprile partecipa ai tumulti, in
seguito ai quali è costretto ad accorrere a Parigi per discolparsi dall'accusa
di essere un sobillatore antirivoluzionario; in ottobre riconduce a casa la
sorella Elisa dal collegio di Saint-Cyr, per fanciulle nobili, chiuso dai
rivoluzionari.
Quando è in continente indossa la divisa con i gradi di ufficiale
dell'esercito ex-regio e ora repubblicano; in Corsica muta uniforme e gradi
militando nella «Guardia» di Ajaccio. Nel febbraio 1793 partecipa a
un'affrettata spedizione contro le isolette della Maddalena e di Caprera che
appartengono al re di Sardegna, Vittorio Amedeo di Savoia, alleato
dell'Austria e quindi nemico della Francia. Ma il colpo di mano fallisce. È
il primo fatto d'armi di Napoleone, che non si rassegna al rovescio. Scrive
al Ministero della Guerra attribuendo le ragioni del fallimento ai marinai
ammutinati e ai soldati impreparati. Allega un piano per riparare lo scacco.
Va a finire che Napoleone, accusato dalle sue stesse «guardie» di essere
un traditore della patria corsa, minacciato di venire appeso a un lampione

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perché «nobile», è costretto a fuggire dall'isola con tutta la famiglia. I
Buonaparte sbarcano a Tolone il 14 giugno e si stabiliscono a Marsiglia al
quarto piano di un palazzo che apparteneva a un nobile finito sulla
ghigliottina. Qui si tira ancora cinghia ma Giuseppe comincia a far
quattrini col commercio della seta: le prospettive nel settore sono così
favorevoli che lo zio prete, smessa la tonaca, si mette negli affari col
nipote.
Napoleone non dorme. L'ubriacatura della Corsica gli è passata. Il suo
avvenire è qui, nella madrepatria, con la rivoluzione che ha tutto livellato.
Si riparte da zero a cominciare dal calendario, che non inizia più con la
nascita di Cristo ma con la proclamazione della Repubblica di Francia, il
giorno 22 settembre 1792. Tutti uguali; ciascuno padrone del proprio
destino, chi è più bravo farà una carriera più rapida. Su quale scacchiera
vale la pena di sferrare la prima mossa?
Buonaparte, ora capitano dell'esercito repubblicano, voltate le spalle a
Paoli che pare trescare con gli inglesi per cedere loro la natia Corsica,
segue con crescente interesse la corrente giacobina1 [1 Associazione
politica operante durante la Rivoluzione e che dal settembre 1792 ebbe il
suo capo in Robespierre con Marat e Saint-Just.] ora al potere dopo la
caduta dei girondini. Segue in particolare il suo capo, che insiste sul
concetto di «uguaglianza» e quindi sull'implicita meritocrazia: le
promozioni ai migliori non ai più ricchi o nobili o raccomandati. Ha
l'occasione di conoscere Agostino Robespierre, fratello minore del
personaggio più autorevole del Comitato di salute pubblica. Agostino è in
missione politica presso l'Armata d'Italia, alle cui dipendenze è ora
Napoleone con compiti ispettivi nel Mezzogiorno e lungo le coste.
Agostino Robespierre ha soltanto 6 anni più di Napoleone. I due giovani
si stimano e si capiscono, diventano amici. Il capitano ha appena scritto Le
souper de Beaucaire o Colazione di tre generali ad Avignone; prendendo a
pretesto una notte trascorsa in un albergo vicino ad Avignone ascoltando
dei mercanti discutere sull'avvenire della Repubblica come se fossero
esperti di politica, critica gli incompetenti, gli arruffoni che esistono anche
nei quadri delle forze armate, elogia i competenti e proclama la propria
adesione alla tendenza giacobina del rigore contro le improvvisazioni.
Ora c'è il problema di Tolone, la città in cui i realisti hanno preso il
potere alla fine di agosto e fatto entrare nel porto una flotta anglospagnola
opponendosi alla Repubblica. I repubblicani assediano Tolone ma non

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riescono a conquistarla perché, spiega Napoleone al minore dei
Robespierre, sono guidati da ufficiali e da deputati in missione privi di
competenza specifica, militare.
Napoleone si assicura l'appoggio dei Robespierre e di Antonio
Cristoforo Saliceti, corso, deputato alla Convenzione, nuovo
rappresentante in missione presso le truppe a Tolone. Promosso maggiore,
viene così nominato comandante dell'artiglieria partecipante all'assedio. Il
suo piano è di una semplicità geniale. Conquistare il promontorio
dominato dalla collina di Le Caire e che finisce a punta l'Éguilette,
piazzarvi i cannoni a portata utile e costringere così la flotta alleata delle
truppe realiste ad evacuare la Rada Piccola e la zona dei moli di Tolone.
La città, già isolata via terra dagli assedianti, una volta isolata anche via
mare sarebbe rimasta priva di rifornimenti, e indotta alla resa.
In parole povere, impiegare pochi cannoni anziché quell'esercito di
150.000 soldati richiesto da uomini politici e da ufficiali per i quali la
scienza militare è un enigma. Chiede i cannoni a Marsiglia, ad Avignone,
all'armata d'Italia.
Tra il 15 ottobre e il 30 novembre 1792 piazza undici batterie: otto per
un totale di trentotto cannoni pesanti destinate a neutralizzare con fuoco
incrociato il forte Mulgrave, due dirimpetto al forte Malbousquet sulla
spiaggia nord della Rada Piccola, la rimanente a bombardare il centro e le
installazioni della città con sei mortai a lunga gittata. Una delle batterie,
situata sotto il forte Mulgrave, risulta esposta al fuoco nemico e
considerata giustamente "luogo pericoloso". Gli artiglieri non ci vanno
volentieri, o non ci vanno affatto.
Napoleone, ottimo psicologo, fa allora affiggere un cartello con la
scritta: «Batteria degli uomini senza paura»; e da questo momento i
volontari non mancano. Nei giorni successivi il nemico sferra un attacco
conquistando sette cannoni, che inchioda. Il generale Dugommier e
Napoleone in persona guidano il contrattacco, in seguito al quale il
neomaggiore cattura il generale O'Hara, comandante delle truppe
britanniche e governatore militare di Tolone.
Napoleone, che si preoccupa di restituire la spada all'illustre prigioniero
e di assicurargli dal buon vitto, l'indomani riceve la sua prima menzione
pur con nome sbagliato. Scrive infatti a Parigi il generale Dugommier:
«Tra quelli che si sono maggiormente distinti e che mi hanno dato il
miglior aiuto nel radunare gli uomini e portarli all'attacco, cito i cittadini

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Bonna Parte, comandante dell'artiglieria, Arena e Cervoni, aiutanti
generali».
L'attacco decisivo viene sferrato il 17 dicembre. Napoleone si lancia per
primo tra gli inglesi e viene ferito da una baionettata a una coscia mentre il
suo cavallo rimane ucciso sotto di lui. Intrepido, prosegue l'azione
impadronendosi di punta l'Èguilette dove piazza via via dieci cannoni.
Questa batteria possente e collocata al posto giusto è in grado di far fuoco
contro il porto di Tolone a partire dal pomeriggio del giorno 18. Quando
Buonaparte ordina «Fuoco», lord Hood, comandante della flotta anglo-
spagnola, ordina l'evacuazione. Gli ultimi reparti inglesi fanno saltare in
aria l'arsenale e imbarcano sulle navi da carico tutti gli abitanti di Tolone
che riescono a trovare un posto.
All'alba del 19 il tricolore repubblicano viene issato in Tolone al posto
della bandiera blu con gigli simbolo della monarchia. Tutta la Repubblica
è in festa, Napoleone è il suo eroe.

CAPITOLO II
GENERALE A 24 ANNI
La vittoria ha molti padri, la sconfitta ne ha soltanto uno o nemmeno
quello. Nonostante il vecchio adagio, il merito di aver domato la ribelle
Tolone viene attribuito in tutto o in gran parte al maggiore corso che ha
anche la virtù di essere giovane, quindi non suscettibile di nostalgie
monarchiche. Il cittadino Buonaparte viene presentato come un ufficiale
della Repubblica, efficiente ed entusiasta. Ha studiato il piano, lo ha difeso
contro gli invidiosi, ha trovato i cannoni, ha guidato attacchi fino a
piazzare le sue batterie a tiro delle navi nemiche. Napoleone, che fino a
pochi mesi fa era un anonimo capitano, viene promosso di colpo generale
di brigata, con soldo equivalente a quindicimila lire annuali. A 24 anni da
poco compiuti, è il più giovane generale di Francia e tra i più popolari. Il
suo nome è citato fin dal 7 dicembre dal Moniteur,1 [1 «Le Moniteur
universel» o Gazzetta nazionale, giornale noto semplicemente come
«Moniteur». Creato nel 1789 da C.J. Panchoucke con lo scopo principale
di pubblicare i dibattiti dell'Assemblea nazionale. Verso la fine del secolo
diventa il portavoce ufficiale del regime bonapartista, pubblicando i
dispacci del governo e gli articoli firmati da Napoleone stesso.] come
Bonaparte, comitive di parigini si recano a trovarlo nella città conquistata

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per farsi raccontare sul posto la storia dell'assedio di Tolone e lieto fine.
Una pagina epica nella lotta contro le potenze straniere che circondano da
mare e da terra la neonata Repubblica cercando di soffocarla. Si omette di
precisare che la felice conclusione è stata offuscata dalla vendetta delle
truppe rivoluzionarie nei confronti della città ribelle: massacri, incendi,
saccheggi.
Napoleone ha trovato la sua strada e i suoi ammiratori, i primi aiutanti
fedelissimi tra cui il fratello Luigi, appena sedicenne. Durante i lavori
dell'assedio egli aveva condotto Luigi sul luogo in cui il generale-pittore
Carteaux aveva guidato un attacco sconsiderato provocando una strage dei
suoi. Buche, fosse colme di cadaveri e rovine testimoniano il dramma.
Commento: «Guarda, ragazzo mio, impara da questa scena che per un
militare è un affare tanto di coscienza che di prudenza studiare
profondamente il proprio mestiere. Se quel miserabile che ha lanciato
questi prodi soldati all'attacco avesse conosciuto il suo mestiere, un gran
numero di essi godrebbe ancora della vita e potrebbe servire la Repubblica.
La sua imperizia li ha fatti morire, loro, e centinaia di altri, nel fiore della
giovinezza e nel momento in cui stavano per conquistare gloria e felicità».
Un altro prezioso aiutante è il sergente Jean Andoche Junot, di 22 anni,
nativo della Còte-d'Or, che durante un cannoneggiamento stava scrivendo
gli ordini sotto dettatura di Napoleone. Una palla cade così vicina che la
terra sollevata dall'esplosione finisce fin sul foglio umido d'inchiostro. E
questo Junot, senza scomporsi, dice al comandante di battaglione: «Tanto
meglio, così non avrò più bisogno di sabbia». Tra il capo e il gregario
avviene una sorta di colpo di fulmine, il secondo lega il proprio destino a
quello del primo e sarà ricompensato con onori crescenti; fino a generale,
fino al titolo di duca. E poi Marmont, altro artigliere pieno di coraggio,
adesso sottufficiale e diciannovenne ma destinato a meritare il bastone di
maresciallo.
C'è tempo anche per gli affanni di cuore. Napoleone aiuta Giuseppe a far
uscire dal carcere Etienne Clary, figlio di un ricco commerciante di
Marsiglia. Un fratello di Etienne si è appena ucciso per la vergogna di
essere stato gettato in una cella immonda insieme con i nemici della patria.
Giuseppe prende per fidanzata e poi per sposa Julie Clary, sorella del suo
protetto; e presenta la sorella minore, Désirée, all'austero Napoleone.
Désirée, sedicenne, come vuole il suo nome è una ragazza molto
desiderabile. Non bellissima ma assai graziosa, spontanea, naturalmente

Lorenzo Vincenti 12 1985 - Napoleone Bonaparte


elegante. L'eroe di Tolone ne rimane incantato, la corteggia e per la prima
volta indulge a dei progetti matrimoniali. Tanto più che la carriera procede
bene: ha ricevuto dalla Convenzione l'incarico ufficiale di fortificare la
costa da Tolone a Nizza e, sottobanco, il compito ufficioso di prendere
contatti con la neutrale Genova cercando di attirarla dalla parte dell'isolata
Repubblica, di carpire delle informazioni sul sistema difensivo della
riviera e dell'entroterra italiano. Il generale va a Genova nei panni borghesi
di commissario del popolo, si improvvisa diplomatico e spia. Scrive a
Désirée.
Durante la sua assenza, il panorama politico interno, a lui favorevole,
muta profondamente. La gente è nauseata del Terrore, che fa lavorare la
ghigliottina a orari fissi tutti i giorni, come un qualunque servizio
pubblico: 1200 giustiziati in soli due mesi nel 1794. La monarchia, di
stragi, ne aveva fatte di ben peggiori. Ma è la messa in scena che alla fine
fa venire il voltastomaco. Le carceri zeppe fino all'inverosimile, ottomila
prigionieri tra cui nomi amati: Florian, Parny, Hocke, Kellermann,
Antonelle. Processi sommari in tribunale. Ogni mattina nelle varie prigioni
si legge l'elenco di coloro ai quali in giornata verrà mozzata la testa. I
morituri vengono portati su miserabili carrette attraverso le vie di Parigi
sempre affollate («a chi tocca oggi?») sui luoghi delle pubbliche
esecuzioni che sono spettacolo: le finestre delle case affittate a caro
prezzo. Fouquier-Tinville, che dirige il macabro carosello prigione-
patibolo-cimitero, chiede addirittura di piazzare la ghigliottina in tribunale.
I responsabili dei cimiteri parigini si ribellano, non c'è posto per
seppellire tante teste e tanti corpi. Non c'è personale. L'igiene pubblica è in
pericolo. Per far cessare il Terrore si ricorre all'orrore. Massimiliano
Robespierre il 28 luglio (10 termidoro) viene ferito, percosso, insultato,
bendato e infine condotto alla ghigliottina insieme con Saint-Just e altri 20
dei suoi mentre il fratello minore, amico di Napoleone, si butta dalla
finestra. Una visita ai cimiteri della zona di Parigi offre questo bilancio: a
Clamart è sepolto Mirabeau con Madame Roland; alla Madeleine sono
stati tumulati il re, la Gironda al completo e Charlotte Corday, che ha
ucciso Marat nel bagno; a Picpus, André Chénier e «la nobiltà di Francia»;
a Bourg-la-Reine, Concorcet; a Mousseaux, il principale cimitero del
Terrore, ci sono Danton, Robespierre, Camille Desmoulins, Saint-Just,
Anacharsis Clootz, Lavoisier. Finito il Terrore, si riaprono i salotti e le sale
da ballo. La gente smania per divertirsi. Qualcuno pensa anche alle

Lorenzo Vincenti 13 1985 - Napoleone Bonaparte


vendette. Napoleone viene arrestato al suo ritorno a Nizza sotto l'accusa di
essere stato un giacobino, una spada al servizio del tiranno Robespierre. Il
15 agosto, giorno del suo venticinquesimo compleanno, lo trascorre in una
cella del Forte Carrée pensando all'iniziativa più efficace per riottenere la
libertà. I fratelli e gli amici, temendo per la sua stessa vita, lo incitano a
fuggire con l'aiuto dei suoi fidati aiutanti. La fuga? Il generale non vuole
compromettere quello che ha cominciato a costruire. Scrive una lettera,
una delle 60.000 del suo epistolario in ogni senso eccezionale. Si rivolge
alla Convenzione, direttamente, con accenti antichi: «Innocente patriota,
calunniato, qualunque siano le misure che il Comitato deciderà, non
protesterò. Uditemi, distruggete l'oppressione che mi circonda e rendetemi
la stima dei patrioti! Un'ora dopo, se i malvagi esigono la mia vita, la darò
volentieri, ben poco la stimo; l'ho tanto spesso disprezzata. Sì, soltanto il
pensiero che essa può essere ancora utile alla patria, mi fa sopportare il
fardello con coraggio».
Quest'ultima annotazione fa breccia a Parigi. I generali in gamba e non
sospetti di nostalgie non sono numerosi. Nel volgere di una quindicina di
giorni l'amico dei Robespierre riacquista la libertà tornando nella sua casa
di Nizza in rue de Villefranche. Salvo, libero. Non è poco in questo
periodo in cui nessuna testa è sicura perché basta l'accusa più assurda,
lanciata anche senza basi, a rimettere in moto il diabolico meccanismo
tribunale-prigione-ghigliottina-cimitero. Ma dal punto di vista della
carriera, adesso sembra esserci il vuoto attorno a lui.
Appreso che Paoli sta cercando di attuare il progetto di richiamare in
Corsica gli inglesi, accorre a Parigi sollecitando navi e truppe per una
campagna che mantenga l'isola sotto la sovranità francese. Infatti, la
campagna di Corsica viene preparata ma l'ispiratore ne è escluso. Che
delusione! Sollecita un incarico, tutto quello che gli viene offerto è un
comando nella Vandea, la regione della Francia occidentale devastata, dal
marzo 1793, da un'insurrezione controrivoluzionaria fomentata da preti e
da nobili. I vandeani, o Bianchi, forti di 40.000 uomini, hanno dato e
danno filo da torcere alle forze repubblicane (Azzurri) abbandonandosi a
eccessi repressi con altrettanta ferocia.
Napoleone non vuole passare alla storia come capo di una guerra civile,
fratricida. Rifiuta, viene giudicato «in soprannumero» e trasferito d'autorità
in fanteria. Si oppone anche a questa decisione che giudica degradante per
un comandante d'artiglieria delle sue qualità e fama.

Lorenzo Vincenti 14 1985 - Napoleone Bonaparte


Non rimane che andare a Parigi a cercare appoggi, altrimenti bisogna
rassegnarsi alla prospettiva di mettersi in pensione dedicandosi a un'attività
qualsiasi. Napoleone, seguito come ombre da Junot e da Marmont, si
trasferisce nella capitale frequentando i teatri, le feste e i salotti nei quali è
possibile incontrare i potenti del momento. Fulgido sopra tutti brilla adesso
l'astro di Paul Barras, nobile quarantenne che nonostante le origini
(appartiene a un'antica famiglia dell'alta Provenza) è stato tra i primi ad
aderire ai moti rivoluzionari. Deputato alla Convenzione, ha tra l'altro
partecipato all'assedio di Tolone distinguendosi poi nel dirigere la feroce
repressione. C'è chi lo accusa di essersi arricchito con i beni dei realisti
perseguitati o uccisi. È certo che ama il lusso, le belle donne, tutti i piaceri
della vita.
Barras è un personaggio complesso, dalle molte facce, tipico dei
momenti di grande mutamento. Dietro la facciata del divertimento e dei
vizi ha un animo determinato, all'occorrenza feroce. È lui che ha provocato
la caduta di Robespierre procedendo personalmente all'arresto del
temutissimo capo del Terrore con quel colpo di mano detto del 10
termidoro 1 [1 Il calendario repubblicano fa iniziare la nuova èra storica dal
giorno della fondazione della Repubblica, il 22 settembre 1792. Perciò il
periodo 22 settembre 1792-21 settembre 1973 è considerato l'anno 1 della
Repubblica, e via di seguito. I nuovi nomi dei mesi, ciascuno, esattamente,
di 30 giorni, sono: per l'autunno, vendemmiaio, brumaio, frimaio; per
l'inverno, nevoso, piovoso, ventoso; per la primavera, germinale, fiorile,
pratile; per l'estate, messidoro, termidoro, fruttidoro. Ogni mese diviso in
tre decadi e i giorni di ogni decade denominato primidì, duodì, tridì
eccetera.] (28 luglio) dal giorno del drammatico svolgimento. Barras, che è
comunque il più disponibile dei cinque membri del Direttorio che governa
il paese, ha anche una particolare responsabilità sulle forze armate. A lui si
rivolge appunto il giovane generale disoccupato, che chiede soltanto di
poter lavorare come sa.
Barras, che conosce Buonaparte dai mesi di Tolone, lo ascolta con
simpatia. Promette di interessarsi del suo caso e mantiene, anche perché
spera di trarre vantaggi personali dall'operato dell'eroe di Tolone. Dove
mandarlo? La Repubblica ha i nemici peggiori nell'Austria, nello Stato di
Piemonte-Sardegna, nel Papa, nel re di Napoli e soprattutto nella Gran
Bretagna. Gli inglesi finanziano chiunque sia nemico della Francia, ne
impediscono il commercio estero e minacciano le superstiti colonie nelle

Lorenzo Vincenti 15 1985 - Napoleone Bonaparte


Indie occidentali. Mancano però le navi quindi bisogna che la Repubblica
concentri gli sforzi sui rivali continentali. Il progetto è quello di
impadronirsi della Lombardia in quanto dominio austriaco per farne poi
oggetto di scambio coi territori sulla sinistra del Reno già in parte annessi
dalla Repubblica con vari decreti ma mai riconosciuti come francesi dalle
potenze ostili. Un altro piano prevede invece di sconfiggere l'Austria
attaccandola contemporaneamente dall'Italia e dalla parte della Germania.
Interrogato in proposito dagli alti commissari al Ministero della Guerra,
Buonaparte espone seduta stante, in mezz'ora, un piano strategico di ampio
respiro con una sicurezza che sbalordisce gli interlocutori. In sintesi, il
progetto completo di una campagna nell'alta Italia contro il Piemonte e
l'Austria secondo il giovane generale d'artiglieria deve prevedere
l'aggiramento delle Alpi in un periodo, per esempio febbraio, in cui questo
evento è considerato dal nemico impossibile da attuare. Quindi piombare
sulla Lombardia, neutralizzare la munitissima fortezza di Mantova e salire
a Nord verso il Tirolo minacciando da qui Vienna: o una pace appagante,
per la Repubblica s'intende, o l'invasione.
Intanto, si profila un nuovo sommovimento interno. C'è contrasto tra i
deputati, tra le forze politiche sul modo di formare il nuovo Corpo
legislativo che, in via di scioglimento la Convenzione, sta per essere
suddiviso in due Camere distinte, il Consiglio dei Cinquecento e il
Consiglio degli anziani, rinnovabili ogni anno per un terzo. I monarchici
tramano con i moderati per conservare gli antichi privilegi. A Parigi essi
riescono a mettere in minoranza il governo e organizzano una
manifestazione di piazza, col proposito di schiacciare gli avversari, per il
13 vendemmiaio, anno IV (5 ottobre 1795).
C'è il pericolo che una parte almeno della popolazione parigina compia
un'altra delle sue inesorabili marce contro il potere. Ci vuole un generale
energico e capace, se necessario, di comandare il fuoco contro i
dimostranti. Occorre un comandante militare di provata esperienza, di
assoluta fedeltà. Nell'aula risuonano vari nomi finché qualcuno propone:
«Chiamate Buonaparte, l'eroe di Tolone». Napoleone è naturalmente
presente. Accetta quanto ieri aveva negato sia a Robespierre sia in Vandea,
cioè di sparare contro la propria gente. Comprende che stavolta è questo
l'ostacolo da superare per schiudersi la via che può condurre alla gloria.
Del resto, per mentalità e carattere è contrario ai disordini; leggi e regole
vanno rispettate.

Lorenzo Vincenti 16 1985 - Napoleone Bonaparte


Accetta ma pone la condizione di poter agire di propria iniziativa, con la
massima libertà, rispondendo soltanto al governo nella persona di Barras.
Alla vigilia della marcia preannunciata dispone delle sole forze
governative, 5000 uomini più 3000 tra volontari e soldati raccogliticci.
Domani la folla sarà quattro, magari cinque volte tanto. I fucili non
bastano, ci vogliono i cannoni: dove trovarli? L'artigliere Napoleone
rivolge la domanda a chi gli sta intorno.
«So io dove, mio generale». Chi parla così è un giovanottone forte e
spavaldo, impalato sull'attenti, con i muscoli che sembrano volere schizzar
fuori dall'uniforme attillata. È Gioacchino Murat, pure lui sotto i trent'anni;
figlio di un locandiere, destinato al sacerdozio e invece arruolatosi
volontario nell'esercito monarchico. Scacciato per insubordinazione
(1789), fa il commesso di drogheria prima di trovare addirittura i gradi di
ufficiale di cavalleria nell'esercito repubblicano. Ha ambizione e coraggio
sconfinati. Il condottiero Napoleone vede in lui, a colpo d'occhio, il
guerriero nato. Anche stavolta è un'intesa a prima vista destinata a una
reciproca collaborazione di altissima qualità.
Murat si lancia al galoppo nella notte con 200 cavalieri verso la piana di
Sablons a una decina di chilometri dalla capitale, mettendo le mani su una
decina di cannoni pochi minuti prima dell'arrivo dei realisti, che hanno
avuto la sua stessa idea. È quasi l'alba quando Napoleone ode il rumore a
lui consueto dei cannoni che si stanno avvicinando. Dispone truppe e armi
a difesa delle Tuileries, sede del governo, con una prima barricata
attraverso il boulevard dal quale irromperà la folla.
Il «nemico» giunge puntuale, un paio di ore dopo: ci sono esponenti
monarchici, guardie repubblicane, popolani e gente qualsiasi; numerose le
donne, non mancano i ragazzi e nemmeno i bambini, i curiosi. Non è
soltanto una folla rumoreggiante, incontenibile e disordinata; ci sono
agguerriti reparti in armi, ordinati e pronti. I due opposti schieramenti si
fronteggiano a lungo. Discorsi e richieste da entrambe le parti; altri
discorsi si susseguono alla tribuna delle Convenzioni, i cui tremanti
deputati sono stati armati da Napoleone.
Passano le ore finché nel pomeriggio, di colpo, i realisti s'avventano
contro la prima barricata spazzando tutto compresi i soldati che erano stati
posti a difesa.
Napoleone è pronto. «Fuoco», ordina. Scoppia il finimondo. Fiamme e
fumo. I cannoni rombano aprendo squarci sempre più vasti tra le file degli

Lorenzo Vincenti 17 1985 - Napoleone Bonaparte


assalitori. In pochi minuti, il selciato si riempie di centinaia e centinaia di
cadaveri, di migliaia di feriti che urlano tutto il dolore delle loro carni
squarciate. Il grosso dei realisti indietreggia, si sbanda e disperde.
La legalità repubblicana è salva. «Le nostre perdite», precisa con
professionale freddezza il generale dal viso di ragazzo, «ammontano a
trenta morti e sessanta feriti. Abbiamo disarmato tutte le centurie di
irregolari. La situazione è sotto pieno controllo».
Buonaparte si gode in silenzio gli applausi della Convenzione, i
complimenti e le espressioni di riconoscenza dei «padri della patria» che
fino a ieri gli si mostravano indifferenti se non ostili. È di nuovo l'uomo
del giorno. La ricompensa non tarda a venire. Viene nominato comandante
dell'esercito all'interno con le funzioni effettive di generale d'armata,
scavalcando gran parte dei 135 generali dai quali era preceduto nella
graduatoria dell'anzianità.
L'incarico comporta uno stipendio adeguato, alloggio, personale di
servizio, carrozza e tanti altri benefici. Soprattutto, ha implicito il potere
del comando. Una moltitudine di ufficiali e di soldati che attende soltanto i
suoi ordini. Da questo momento in avanti la famiglia Buonaparte non avrà
più problemi economici. Napoleone consegna a sua madre quasi tutto
quello che guadagna e studia la sistemazione più opportuna per ogni
fratello e per ogni sorella. Si preoccupa alla stessa stregua di migliorare la
situazione dei suoi aiutanti, dei primi militari che hanno creduto in lui
siano ufficiali, sottufficiali o semplici soldati. Dagli onori alle ricchezze,
nessun traguardo è più precluso.

CAPITOLO III
CON LA VEDOVA DEL TERRORE
I1 giovane comandante dell'esercito interno è deciso a mantenere
saldamente in pugno l'ordine che ha imposto sparando con i cannoni
contro i dimostranti. D'ora in avanti sarà proibito portare con sé o detenere
armi in casa senza autorizzazione. Dispone perquisizioni su vasta scala
minacciando pene severe ai contravventori.
Ecco che si presenta nel suo ufficio un ragazzo quattordicenne elegante e
compito, cortesissimo. Riesce a farsi ascoltare dagli aiutanti perché ha un
nome ben noto negli ambienti militari. È Eugenio, figlio di Alexandre
visconte di Beauharnais, generale, già deputato della nobiltà e due anni

Lorenzo Vincenti 18 1985 - Napoleone Bonaparte


addietro comandante dell'esercito del Reno. Personaggio brillante,
generale di una certa capacità ma travolto dal nevrotico balletto dei
comandi dati e tolti tipico dei periodi di grandi mutamenti. Nel suo
incarico erano stati avvicendati otto generali in otto mesi. Ossia,
nell'ordine, Custine, Dietmann, Beauharnais, Laudremont, Meunier,
Carlenc, Puchegru, Hoche. In simili circostanze non c'erano da attendersi
buoni risultati.
Ma Robespierre, scatenato il Terrore, non intende ragioni. Accusa
Beauharnais di non aver difeso efficacemente Magonza, città tedesca sulla
sinistra del Reno che era stata conquistata da Custine nell'ottobre 1792,
assediata dalle truppe prussiane e austriache tra aprile e luglio dell'anno
appresso infine perduta dopo eroica resistenza. Beauharnais, né migliore
né peggiore di tanti altri colleghi, viene imprigionato e ghigliottinato.
Napoleone potrebbe far ricevere il ragazzo dai suoi collaboratori: che
sentano quello che vuole e cerchino, se possibile, di accontentarlo. Invece
ha per massima di fare da sé, quando può, e di non trascurare alcuna
occasione. È naturalmente tradizionalista per quanto riguarda la famiglia e
la gerarchia militare. Ascolta volentieri il ragazzo e ne rimane
favorevolmente impressionato. «I vostri soldati», dice Eugenio, «hanno
sequestrato la spada di mio padre. È una reliquia, per me. Vorrei riaverla.
Giuro che, se la userò, sarà soltanto in favore della Repubblica».
Tra il comandante e il fanciullo s'accende la scintilla della reciproca
comprensione. Napoleone, le mani incrociate dietro la schiena, guarda con
simpatia Eugenio, che ha l'età dei suoi fratelli minori. Gli rivolge qualche
domanda e lo accontenta. Un incontro breve ma gravido di conseguenze.
Sembra che nulla sia casuale negli incontri e nelle vicende di Napoleone.
Sembra che qualunque persona abbia la sorte di avvicinare sia destinata a
servirlo in futuro con la massima lealtà ricevendo in cambio onori
adeguati.
Qualche giorno più tardi si presenta a ringraziare per la cortesia usata
verso Eugenio e per la spada restituita la vedova del defunto visconte,
Giuseppina di Beauharnais nata Tascher de la Pagerie. Stavolta anziché
una scintilla divampa subito l'incendio. Giuseppina, che ha sei anni più di
Napoleone, è una donna nel fiore della bellezza, elegante ed estremamente
disinvolta, abituata ad accentrare gli sguardi maschili. È una creola della
Martinica, giunta in Francia col padre che era tenente della fanteria di
marina. Sposato il visconte, gli ha dato due figli, Eugenio e Ortensia, ne ha

Lorenzo Vincenti 19 1985 - Napoleone Bonaparte


condiviso in parte la vita spensierata sia a Parigi sia nella Martinica
accettando di lui anche i ripetuti tradimenti. Nel tentativo di sottrarlo alla
ghigliottina, ha conosciuto anche lei le prigioni del Terrore, lugubri
anticamere della morte.
È stata salvata da Barras di cui ora si dice sia l'amante. È sicuro che il
suo salotto risulta il meglio frequentato di Parigi insieme con quello della
sua amica Madame Tallien,1 [1 Teresa Cabarrus. Figlia di un finanziere
spagnolo, nata a Madrid nel 1773, sposa il marchese di Fontenay e dopo il
divorzio viene arrestata a Bordeaux mentre cerca di tornare in Spagna.
Liberata da Jean-Lambert Tallien, ne diviene prima l'amante e poi la
moglie. Col suo fascino e la sua personalità, lo induce a schierarsi contro
l'amico Robespierre che la farà imprigionare.] moglie di uno dei capi della
reazione termidoriana. In questi salotti viene subito invitato Napoleone,
che dimentica presto la dolce Désirée di Marsiglia per Giuseppina
spensierata dama dagli occhi infuocati, esperta dispensatrice di grazie
femminili.
Giuseppina di Beauharnais e Teresa Tallien sono il simbolo vivente,
spumeggiante, della Francia che vuole dimenticare il Terrore vissuto sulla
propria pelle per costruire un nuovo futuro intessuto di divertimenti più
che di doveri. Una filosofia completamente diversa da quella che ha finora
ispirato la condotta di Napoleone, che proprio per questo rimane colpito,
incantato. L'uomo che ha preso Tolone agli inglesi e cannoneggiato la folla
parigina senza un attimo d'esitazione si comporta nei confronti di
Giuseppina come uno studentello. La vorrebbe soltanto per sé mentre lei è
disponibile a qualunque avventura. Il corso geloso e possessivo rimane
stordito dallo sconosciuto (finora) profumo del fiore delle Antille.2 [2
Creolo significa in origine individuo di razza bianca nato da genitori
spagnoli francesi nelle più antiche colonie d'America (Antille, La Réunion
eccetera) in contrapposizione sia agli indigeni sia agli immigrati nati in
Europa. Le donne creole godevano fama di grande bellezza e femminilità.]
Tutto gli piace di lei, compresi i figli Eugenio e Ortensia che
contraccambiano con slancio il suo affetto simile a quello di un padre.
Il generale si impegna nella conquista della reginetta di Parigi gaudente
con la determinazione che userebbe nell'assalto di una fortezza. Raggiunto
l'obiettivo, non si rende conto che lei gli attribuisce un'importanza molto,
molto minore.
Vittorioso, grafomane, non fa in tempo a lasciare la sua conquista che

Lorenzo Vincenti 20 1985 - Napoleone Bonaparte


già le scrive: «Mi desto pieno di te. Il tuo ritratto e l'inebriante serata di ieri
non hanno lasciato riposo ai miei sensi. Dolce e incomparabile Giuseppina,
quale singolare influsso avete sul mio cuore. Voi vi adirate; vi vedo triste,
siete inquieta. La mia anima è spezzata dal dolore e non vi è riposo per
l'amico vostro, ma ve n'è forse di più quando, abbandonandomi al
profondo sentimento che mi domina, suggo dalle vostre labbra, dal vostro
cuore, una fiamma che m'incendia? Questa notte mi sono ben accorto che
il vostro ritratto non basta a sostituirvi. Tu parti a mezzogiorno, fra tre ore
ti vedo. Intanto, 'mio dolce amor',1 [1 In italiano nel testo originale.] mille
baci, ma tu non darne a me, perché mi bruciano il sangue».
Giuseppina è forse più infastidita che lusingata da questa passione. Non
vuole legarsi a un uomo solo tanto più che ha compreso prima di altri, col
suo intuito femminile, quanto siano smisurate la volontà e l'ambizione del
giovane pretendente. Gli fa paura sentirlo dire: «Con la mia spada andrò
lontano» o usare espressioni di scherno nei confronti dei potenti del
Direttorio, cioè, oltre a Barras, amico comune, benefattore, Rewbell, La
Révellière-Lépeaux, Carnot e Letourneur. Tesse una schermaglia d'amore
cercando di evitare di farsi chiedere in moglie. Una relazione sentimentale
può essere completa, appagante anche senza il bisogno dell'ufficialità
nuziale.
Napoleone è impaziente. Vuole una moglie, una famiglia soltanto sua,
degli eredi cui affidare la propria eredità di grandezza. Non c'è tempo da
perdere perché il destino incalza. Si confida con sua madre, che non
dimostra entusiasmo alcuno per la scelta: figurarsi, una creola
spendacciona con la testa piena di futilità, di capricci! E' chiacchierata
come una cocotte. La signora Letizia teme che le venga a mancare del tutto
l'appoggio economico dell'innamorato figliolo.
Giuseppina chiede consiglio alle amiche: se questo generale della
Rivoluzione sia secondo loro l'uomo adatto a sostituire il visconte, sicuro
marito per lei e protettore paterno dei suoi figli. La preoccupa anche la
differenza di età, uno sposo giovane può risultare difficile da tenere legato
a lungo. Insomma, farebbe volentieri a meno di tanti grattacapi.
Gli eventi si incaricano di far maturare le decisioni agli inizi del 1796. Il
Direttorio ha bisogno di soldi e di successi, di un minimo di stabilità
interna per incanalare i rimanenti sussulti insurrezionali in un grande mare,
quello del «dopo-rivoluzione». Si guarda con interesse verso il fronte
italiano.

Lorenzo Vincenti 21 1985 - Napoleone Bonaparte


L'esercito francese d'Italia era da tre anni sulla difensiva. Riconquistati i
territori perduti nel 1793 e rioccupata la Savoia, si era attestato sulle Alpi
mantenendo il saldo possesso dei passi principali. Bisognava smuoverlo,
disincastrarlo dalla posizione di stallo e «produrre» conquiste. Ma si tratta
di un'armata col morale a pezzi e con i rifornimenti di continuo negati, i
cui soldati si sentono abbandonati dalla madrepatria e gli ufficiali
sottovalutati, privi di prospettive.
Ci vuole un generale capace di trasformare questa massa grigia in una
macchina bellica efficiente. Chi farà il miracolo? Ciascuno ha dei candidati
da proporre, Barras si batte per Buonaparte: ha esperienza, ha già
dimostrato di valere ed è autore di un piano brillante per la rapida
conquista dell'Italia austriaca. Non mancano le obiezioni: «Comandare un
battaglione di artiglieria è molto diverso che guidare un'armata». «Quale
esperienza? E chi non è capace di prendere a cannonate la folla inerme?».
Ma in fondo, il rischio è minimo perché i «padri della Rivoluzione» sono
abituati a sostituire i generali come birilli.
Barras informa via via Napoleone, che al colmo dell'entusiasmo non
esita a chiedergli aiuto anche per le sue vicende private: prima di partire
vuole la tranquillità sentimentale. Le nozze. E così il potente Barras deve
darsi da fare per convincere la sua amante, Giuseppina, a sposare un altro
uomo. Il generale cui è destinata l'armata d'Italia. Non è più il momento
delle esitazioni.
Il 2 marzo Napoleone riceve il decreto di nomina al comando con
l'obiettivo di iniziare al più presto la campagna d'Italia. Una settimana
dopo, il 9 marzo, sposa con rito civile Giuseppina donandole un anello nel
quale sono incise due parole: «Al destino». La madre, i fratelli e le sorelle
di lui, i figli di lei, festeggiano gli sposi. Barras, testimone, appare
visibilmente felice. Ha sistemato un'amante e ha accontentato un generale
la cui forza può diventare la sua.
La notte stessa delle nozze lo sposo scopre che gli viene imposto di
dividere il letto nuziale con un intruso, Fortuné, il cagnolino prediletto
della sua bella creola. Se ne lamenterà anche per iscritto, invano.
Quarantotto ore più tardi, il congedo. Dopo una luna di miele così breve,
semplicissima, lei torna al suo salotto e lui va a fare la conoscenza della
sua armata.
Per la verità, l'armata è tale più sulla carta che nella pratica. Inoltre, la
campagna d'Italia è considerata tuttora secondaria rispetto a quella della

Lorenzo Vincenti 22 1985 - Napoleone Bonaparte


Germania nel quadro strategico della guerra per costringere l'Austria a
scendere a patti. Questo, almeno, è quanto hanno in mente i «direttori», i
commissari del Ministero della Guerra. Ma nessuno di loro conosce per
davvero Buonaparte. Non ancora.
Il trasferimento, i primi contatti e le prime ispezioni richiedono un paio
di settimane. Napoleone compie il viaggio in undici tappe, da ciascuna
delle quali manda una lettera alla sposa. Lettere di fuoco. La passione non
gli impedisce di veder chiaro nel mestiere delle armi. Il 27 marzo raduna a
Nizza parte delle sue truppe, rivolgendo loro un famoso proclama:1 [1 Si
tratterebbe, secondo alcune fonti, del riassunto di frasi, di concetti usati in
giorni diversi e circostanze diverse: ma la sostanza è immutata.] «Soldati!
Voi siete nudi e malnutriti; la Francia vi deve molto ma non può darvi
nulla. La pazienza e il coraggio che avete dimostrato tra queste rocce sono
ammirevoli, ma non vi hanno dato gloria: nemmeno un'ombra ricade su di
voi. Io vi condurrò nelle più fertili pianure della terra. Province ricche,
città opulente, cadranno in vostro potere; vi troverete ricchezze, onori e
gloria. Soldati dell'armata d'Italia! Vi lascerete mancare il coraggio e la
perseveranza?».
Parole chiare, che anche i più ignoranti possono comprendere. Finora
siete stati malguidati, io vi porterò dove potrete avere tutto. È la traduzione
del concetto «la guerra pagata con la guerra» ossia con le risorse trovate in
campo nemico, che sarà il filo conduttore delle campagne napoleoniche. I
soldati valutano in silenzio il nuovo comandante concludendo che non
potrà essere peggiore del precedente, il vecchio Schérer dalle concezioni
arcaiche. Dapprima diffidenti verso il nuovo capo, giovane e piccolo,
gracile all'apparenza, con un'uniforme anonima, anche gli ufficiali si
accorgono subito di avere di fronte un personaggio autorevole. La
descrizione più efficace è di Massena: «Si mise in testa il cappello da
generale e sembrò di colpo cresciuto di oltre mezzo metro».
Napoleone si è portato al seguito un piccolo gruppo di ufficiali legati
alla sua persona, dallo spavaldo Murat all'ex-sergente Junot, ora maggiore,
al giovane Marmont e al fratello Luigi. Brillanti, coraggiosi, tutti destinati
a eccezionali carriere. Ma non hanno ancora l'esperienza del comando di
unità. Su 63.000 effettivi dell'armata, sono disponibili per l'impiego
immediato soltanto 37.000 uomini con una sessantina di cannoni. I
comandanti di divisione più anziani sono tre: l'aristocratico Sérurier, che
ha compiuto tutta la sua carriera nell'esercito di sua maestà; il popolano

Lorenzo Vincenti 23 1985 - Napoleone Bonaparte


Augerau, figlio di un muratore, disertore di tre eserciti e assassino di un
ufficiale che lo aveva insultato, reduce da straordinarie avventure in mezza
Europa; infine André Massena, nizzardo, mozzo, sergente,
contrabbandiere e Dio sa cos'altro prima di diventare un energico ufficiale
della Rivoluzione.
L'autentico fiore all'occhiello del nuovo comandante è il suo capo di
stato maggiore Alexandre Berthier, di 42 anni, proveniente dal genio, al
quale si riconoscono capacità organizzative e direttive fuori del comune.
Nel suo lavoro, un rullo compressore instancabile.
Napoleone non progetta di invadere l'Italia seguendo l'esempio classico
di Annibale, attraverso i difficili passi del confine sulle Alpi, bensì
attraverso le valli e i passi più agevoli della zona montuosa sovrastante la
riviera tra Nizza e Genova.
I suoi nemici in campo sono gli austriaci del generale Beaulieu, il
comandante in capo, che ha 72 anni e 19.500 uomini ai suoi ordini diretti,
e di una seconda armata, altri 15.000 uomini guidati dal generale
D'Argenteau; e i 20.000 piemontesi agli ordini di un altro generale pure
austriaco, Colli. Ossia, 37.000 francesi validi contro 54.500 tra austriaci e
piemontesi. Data l'inferiorità numerica, per vincere occorre affrontare le
forze nemiche separate.
Napoleone individua subito il punto debole dello schieramento
avversario, che gli può consentire di dividere le truppe austriache da quelle
piemontesi, e quindi di affrontare queste ultime col grosso delle proprie
forze. Deve spendere alcuni giorni nel riprendere in pugno i reparti che
prima del suo arrivo avevano minacciato di ammutinarsi. Procura gli
stivali alla sua povera armata per metà scalza, racimola il denaro
sufficiente a distribuire la paga arretrata, sposta e riorganizza. Durante
questa fase preparatoria emana 123 ordini scritti in modo che niente sia
lasciato al caso.
Il 6 aprile, dopo dieci giorni appena dal suo arrivo a Nizza, trasferisce il
quartier generale ad Albenga. Progetta di sferrare l'attacco il giorno 15.
L'obiettivo principale è Carcare, centro ligure alla sinistra della Bormida di
Spigno, in collina, dove sembra possibile separare i piemontesi di Colli dai
loro alleati e batterli con il grosso delle truppe lasciando il rimanente a
fronteggiare gli austriaci a Dego.
Invece attacca per primo di sorpresa, il 10 aprile, il nemico. Beaulieu, il
comandante in capo austriaco, credendo che obiettivo dei francesi sia

Lorenzo Vincenti 24 1985 - Napoleone Bonaparte


quello di minacciare Genova per costringere i genovesi a concedere un
grosso prestito di guerra, sferra una puntata in direzione di Voltri.
Contemporaneamente, D'Argentau dovrebbe attaccare Savona: ma
quest'ultima mossa avviene con un giorno di ritardo per la mancata
trasmissione tempestiva dell'ordine.
Napoleone reagisce prontamente all'imprevisto. Trascura per ora
Beaulieu, relativamente lontano, fa attaccare di fronte e sul fianco destro,
con forze preponderanti, D'Argentau, che è costretto a ritirarsi per evitare
l'annientamento. È Montenotte il luogo della prima vittoria del giovane
condottiero, che ora s'affretta a far convergere a ritmo serrato Massena e
Augerau su Carcare, secondo il piano iniziale. Con parte di queste truppe
fronteggia poi gli austriaci a Dego, con il grosso si scaglia contro i
piemontesi verso Ceva. Manda anche il terzo delle truppe agli ordini di
Sérurier contro Ceva, per ammassare qui una forza d'urto di 25.000
uomini. L'avanzata di Augerau, dopo un successo iniziale a Millesimo,
trova un intoppo inaspettato a Cosseria, nelle rovine del cui castello è
attestato un reparto misto austro-piemontese di truppe scelte, granatieri,
che oppone una resistenza feroce.
Di imprevisti se ne verificano altri. Massena conquista il villaggio di
Dego facendo prigionieri 5000 austriaci ma il sopraggiungere di rinforzi
nemici guidati da Vukassovich costringe all'abbandono della posizione il
giorno successivo, 15 aprile. C'è il pericolo che gli austriaci riescano ad
arrivare in forze, minacciando il fianco destro dello schieramento francese.
Invece Beaulieu, battuto per tre volte in pochi giorni, credendo di ricevere
adesso l'attacco principale si dispone a difesa nella zona di Acqui.
Insomma, i due eserciti alleati combattono ciascuno per conto proprio.
Beaulieu a Acqui e Colli a Ceva pensano soltanto alla salvezza dei propri
uomini. Preoccupazione del resto naturale perché ciascuno di loro ha un
sovrano diverso cui rispondere.
Napoleone non ha re cui rendere conto del suo operato ma soltanto un
governo al quale egli ha peraltro richiesto ampia libertà d'azione. Rischia.
Lasciato Massena a controllare le mosse austriache, trasferisce il comando
da Carcare a Millesimo e concentra i 24.000 uomini di Augerau e di
Sérurier contro Ceva, dove Colli, avendo diviso le forze, ha a disposizione
soltanto 13.000 dei suoi piemontesi.
Colli non accetta battaglia. Si ritira per due volte consecutive, di notte,
fino a Mondovì, dove ha l'ausilio di una guarnigione austriaca con un ben

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fornito arsenale. Ma Napoleone incalza costringendo il nemico a
un'ulteriore ritirata. Occupata Mondovì, il 23 aprile ordina l'avanzata verso
Torino sicché la sera stessa Colli, pur non essendo stato sconfitto in una
battaglia aperta, chiede l'armistizio. Napoleone ne approfitta per occupare
sia Alba e Cherasco, completando così la separazione dei due eserciti
nemici, sia Fossano, che gli consente di stabilire comunicazioni dirette con
Nizza. Traccia un primo bilancio. In un paio di settimane ha vinto 6
battaglie, ha ucciso seimila nemici; conquistati 40 cannoni, 21 bandiere,
armi e munizioni, viveri in quantità mentre la pianura piemontese non
potrebbe all'occorrenza negargli le sue risorse. Eppure di sera, al momento
di ritirarsi nel suo alloggio sbianca in volto. Agli aiutanti che gli chiedono
ansiosi che cosa sia mai accaduto di così terribile in quest'ora di vittoria
mostra la miniatura del volto di Giuseppina: il vetro che la protegge, e che
egli suole coprire di baci, è spezzato. Viene udito mormorare: «Brutto
presagio. Giuseppina sta male o mi tradisce».

CAPITOLO IV
A LODI NASCE LA SUA LEGGENDA
Napoleone ha compiuto il primo miracolo: trasformare un'armata scalza,
di straccioni in procinto di ribellarsi perché lasciati con scarsi viveri e paga
arretrata, in una grande unità compatta e agile, pronta ad adattarsi alle
situazioni mutevoli della battaglia. I soldati della Rivoluzione guidati da
comandanti capaci si battono con l'orgoglio di chi ha degli ideali da
proporre e con la determinazione di chi vuole conquistarsi con la baionetta
il sognato bottino.
Ricorderà Napoleone: «Fu uno spettacolo sublime l'arrivo dell'armata
sulle alture di Montezemolo. Da là, essa scoprì le immense pianure del
Piemonte, il Po, il Panaro. Una ragnatela d'altri fiumi serpeggiava lontano.
Una cintura bianca di neve e di ghiaccio, di un'altezza prodigiosa,
circondava all'orizzonte questo ricco bacino della Terra promessa.
Annibale aveva forzato le Alpi, noi le avevamo aggirate».
Prima di riprendere la lotta contro il vero nemico, che sono le truppe
austriache dalle uniformi bianche, dalla consolidata reputazione, bisogna
strappare al Piemonte delle vantaggiose condizioni di pace. Vittorio
Amedeo III di Savoia e la sua corte vivono giornate di ansia a Torino.
L'anziano sovrano è di mentalità antiquata, ferma all'epoca in cui le teste

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dei re erano considerate sacre. Accusa gli alleati austriaci di averlo
abbandonato sul campo di battaglia ma non è insensibile ai segnali che
giungono da Parigi, da emissari, pare, del Direttorio: uscire per sempre
dalla contesa senza danni, anzi con la prospettiva di poter essere chiamato
al banchetto dei vincitori una volta che la Lombardia verrà sottratta al
dominio dell'imperatore absburgico.
Né Parigi né Torino, e tanto meno Vienna hanno ancora compreso chi
sia, che cosa voglia il giovane condottiero dell'armata d'Italia; per adesso,
lo giudicano fortunato, magari presuntuoso; credono che sia possibile
prima o poi neutralizzarlo com'è accaduto con tanti altri generali.
Napoleone incontra a Cherasco i plenipotenziari del re piemontese e li
affronta col consueto impeto che pone in tutto quello che fa. Dice in
sostanza che non ha avuto disposizioni precise dal suo governo per
stipulare un accordo definitivo. In via provvisoria, in attesa
dell'approvazione di Parigi, fa sapere quali sono le «sue» condizioni.
Intanto, assicurare alle sue truppe i rifornimenti («la guerra che paga la
guerra nutrendo l'esercito invasore a spese del paese nemico») e consentire
il libero passaggio su tutto il territorio del Piemonte degli eserciti francesi.
Inoltre, rinunciare formalmente alla Savoia e ai territori di Nizza, Tenda,
Bregio; consentire provvisoriamente lo stanziamento di truppe francesi in
alcuni forti sardo-piemontesi; vietare alle navi nemiche della Francia
l'ingresso nei suoi porti. Eccetera.
Aipleni potenziari del re che lamentano la durezza delle clausole, fa
servire dei dolci. Poi guarda l'orologio. «Dobbiamo sbrigarci», dice. «Alle
due pomeridiane i miei soldati hanno l'ordine di attaccare se non ricevono
conferma che l'accordo è raggiunto». Lo stesso giorno, 28 aprile, Vittorio
Amedeo HI accetta senza controproposte. È la resa ufficiale.
Il generale vittorioso manda a Parigi a briglia sciolta il suo aiutante,
Murat, con l'armistizio da approvare. Chi lo giudica troppo severo e chi
troppo blando. Irrita quel comandante che fa tutto da solo, anche la parte
che spetta ai politici. Ma come sconfessarlo se ha raggiunto con inaspettata
prontezza il primo risultato della campagna? Il Direttorio non fa altro che
mettere in bella copia la minuta del testo del suo generale. E a giro di
corriere riceve il seguente messaggio: «Ho avuto il vostro Trattato di pace
con la Sardegna. L'esercito lo ha approvato». Firmato: Bonaparte.
Un'impudenza sbalorditiva. Si comincia a capire quale personaggio sta
comparendo alla ribalta europea.

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Napoleone, attento anche ai dettagli, d'ora in avanti omette la «u» nel
suo cognome per francesizzarlo, affinché i compatrioti si abituino a
pronunciarlo con maggiore familiarità. Ora deve affrontare la seconda
parte del suo compito. Come egli stesso aveva preteso, il Direttorio
affidandogli il comando lo aveva autorizzato a occupare Ceva e a portare
la sinistra dell'armata nella zona di Cuneo. «Dopo di che dirigerà le sue
forze verso il Milanese, sostanzialmente contro gli austriaci. Dovrà
respingere il nemico di là dal Po, s'impadronirà dei mezzi per superare
questo fiume e cercherà d'impossessarsi delle fortezze di Asti e di
Valenza».
Varcare il Po davanti all'armata di Beaulieu non è impresa facile.
Consultando le carte, tra varie soluzioni Napoleone sceglie il passaggio
anziché nella vicina Valenza, in suo possesso dopo l'armistizio di
Cherasco, a Piacenza, che dista un'ottantina di chilometri. Qui non è certo
atteso in forze dal nemico; inoltre, una volta passato, non avrà altri ostacoli
sulla via di Milano. Il progetto richiede la sorpresa, che si può ottenere
soltanto con la velocità di spostamenti.
Scrive a Carnot:1 [1 Lazare Carnot dal 1792 al 1797 membro del
Comitato di salute pubblica e poi del Direttorio, creatore delle nuove forze
armate col motto «L'entusiasmo popolare dev'essere organizzato». Riesce
a fondere i cittadini-soldati della Repubblica con gli anziani soldati
monarchici in un esercito nazionale, organizza l'addestramento tecnico
degli ufficiali, adatta l'industria e l'agricoltura alle esigenze belliche.] «La
mia intenzione è di agganciare gli austriaci e di batterli prima che lei abbia
il tempo di rispondere a questa lettera». E va, anzi vola, mentre i soldati
brontolano e imprecano nei confronti di questo comandante che non
consente loro di godersi il meritato riposo ma in realtà consapevoli che egli
sta puntualmente mantenendo le sue promesse.
Il 5 e il 6 maggio Serurier e Massena compiono delle azioni diversive
verso Valenza, fingendo che il passaggio avvenga qui come prevede il
nemico; contemporaneamente, un contingente di truppe scelte, circa
seimila uomini, si dirige su Piacenza impadronendosi di un traghetto e
iniziando l'attraversamento del fiume la mattina del 7. Questo contingente,
una volta attestato sulla sponda settentrionale mentre via via sopraggiunge
il grosso, attacca e conquista una posizione tenuta dal nemico, Fombio.
Nel frattempo il comandante austriaco Beaulieu, accortosi delle reali
intenzioni di Napoleone, fa retrocedere le sue truppe per evitarne

Lorenzo Vincenti 28 1985 - Napoleone Bonaparte


l'accerchiamento e ordina il concentramento a Codogno. Queste
avanguardie in movimento si scontrano durante la notte con i francesi, che
presi alla sprovvista reagiscono disordinatamente. Il generale di divisione
Amedeo La Harpe, d'origine svizzera, già distintosi a Loano e a Millesimo,
viene ucciso per errore dai suoi uomini. Interviene con prontezza a
ristabilire la situazione Berthier, con altri ufficiali dello stato maggiore.
Beaulieu, come prima di lui Colli con i piemontesi, non si fida a dare
battaglia in campo aperto. Retrocede dietro l'Adda, per frapporre l'ostacolo
di quest'altro fiume tra il suo esercito pressoché intatto e il nemico.
Napoleone può così completare durante il giorno 9 il passaggio del Po
indisturbato, anche se le truppe inviate a Valenza per il diversivo devono
prima superare a marce forzate qualcosa come cento chilometri.
L'indomani è a Lodi, dove 10.000 austriaci presidiano il ponte sull'Adda
con il compito di proteggere la ritirata del resto dell'armata. Qualunque
altro generale si sentirebbe appagato. Milano è a portata di mano perché
Beaulieu ha rinunciato a difenderla e pare piuttosto deciso a rinchiudersi
nella fortezza di Mantova in attesa di rinforzi.
Ma Napoleone non è un generale qualunque. Dopo, a cose fatte, dirà: «A
Lodi ho capito che il destino mi chiamava a grandi eventi, che non ero un
semplice generale ma un uomo dedito a costruire il futuro di un popolo».
Schiera gli uomini al riparo dalle mura e, anziché cercare un guado in
qualche luogo meno presidiato, indica il ponte. «Passeremo per di qua a
dispetto dei cannoni e dei fucili nemici». Ordina l'attacco mentre il grido
«Viva la Repubblica» risuona più forte delle cannonate.
Manda all'attacco i granatieri, il cui impeto è bloccato a metà del lungo
ponte dal fuoco nemico. L'attacco è subito ripreso, si mettono alla testa
Berthier, Massena e gli altri comandanti in grado più elevato. Va lui
stesso, ora; va tra i primi e gli aiutanti alla fine devono liberarlo da un
viluppo di nemici. Una sequenza memorabile per suggestione e audacia.
Rischiare la vita soltanto per dimostrare che non ci sono ostacoli
insuperabili per chi sa osare.
È sul ponte di Lodi che nasce la leggenda di Napoleone. Quella sera,
preso il ponte e accesi i fuochi dei bivacchi, i soldati completamente
conquistati dal suo esempio, dalla sua personalità, decidono di premiarlo
con il grado simbolico di «Piccolo caporale». Gli concedono l'onore, che
non ha prezzo, di essere uno di loro.
Sul ponte di Lodi, in poche decine di minuti, perdendo soltanto qualche

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centinaio di uomini, ha ottenuto gli stessi risultati pratici di una battaglia
sanguinosa ma necessaria a superare l'ostacolo di un fiume. E adesso il
Signore della guerra dopo un mese di successi ininterrotti guida i suoi
uomini a Milano, ricca e popolosa capitale della Lombardia.
Prima, c'è un altro ostacolo da superare. Il Direttorio, geloso dei suoi
successi, gli ordina di dividere il comando con il generale François
Kellermann restando entrambi sotto la direzione politica del commissario
governativo Saliceti. Kellermann, sessantenne, già ufficiale durante la
Guerra dei sette anni,1 [1 Combattuta dal 1756 al 1763 tra Francia, Austria
e alleati contro la Gran Bretagna e la Prussia per rivalità economiche e
coloniali (gli inglesi opposti ai francesi in Nordamerica e in India). Inoltre
Maria Teresa d'Austria voleva rientrare in possesso della Slesia occupata
da Federico II di Prussia.] è l'eroe di Valmy. In questa località dello
Champagne il 20 settembre di quattro anni fa ha messo in rotta, con
Dumouriez, 34.000 prussiani guidati dal duca di Brunswick liberando la
Francia rivoluzionaria dall'invasione straniera. Una pagina epica che il
poeta Goethe ha definito «inizio di una nuova era nella storia del mondo».
Si vorrebbe adesso che l'esperto Kellermann rimanesse a presidiare la
vallata del Po e che l'intraprendente Bonaparte si dedicasse a raffrenare le
velleità del papa, che impersona l'anti-Rivoluzione.
L'eroe di Lodi non indugia un secondo. Detta la risposta: «Ognuno ha il
proprio modo di fare la guerra. Il generale Kellermann ha maggiore
esperienza e la farà meglio di me, ma noi due insieme la faremmo certo
male... Un cattivo generale da solo può fare meglio di due buoni generali
insieme». È una prima elaborazione di quello che sarà il principio
napoleonico «L'unità di comando è la cosa più importante in guerra».
Addolcisce il «no» annunciando al Direttorio l'invio di un convoglio carico
di oro, argento, quadri: un consistente bottino.
A Milano, adesso, capitale di quella terra lombarda che secondo
Stendhal «era sempre stata un campo di battaglia», dove i francesi
venivano a disputarla ai tedeschi». Gli austriaci se ne sono appena andati
lasciando qualche rimpianto per la loro saggia amministrazione e 300
soldati asserragliati dentro il castello Sforzesco, a un tiro di schioppo dal
Duomo. La popolazione si riversa per le strade tributando una spontanea,
calorosa accoglienza ai soldati che rappresentano la bandiera universale
della fratellanza e dell'uguaglianza dei popoli. Malvestiti come sono,
stanchi e a ranghi disordinati, questi soldati per ora suscitano simpatia. Si

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fraternizza. È il 14 maggio.
Napoleone si fa precedere dai prigionieri come usavano i generali di
Roma antica durante il trionfo. È atteso da un gruppo di autorità:
l'arcivescovo vegliardo, i nobili, la municipalità, i maggiorenti. Accetta la
chiave della città, risponde con poche parole di circostanza e rimonta a
cavallo impaziente di immergersi in un bagno caldo, ristoratore. Né
superbo né arrogante; disponibile, ma autoritario. Io decido, voi ubbidite e
andremo d'accordo. Così appare al primo impatto.
Di sera, dopo il banchetto che gli è stato offerto, sembra sgelarsi.
Pronuncia parole che toccano i cuori dei patrioti e che vengono fraintese
suscitando entusiasmi del tutto ingiustificati. Spiega che intende creare una
Repubblica con 5 milioni di abitanti di cui Milano sarà la capitale.
«Sceglierò tra voi», prosegue, «cinquanta uomini che governeranno questo
paese in nome della Francia. Adottate le nostre leggi conformandole ai
vostri costumi. Se gli Asburgo dovessero un giorno tornare a impadronirsi
della Lombardia, giuro che sarò con voi, che non vi abbandonerò. Se
questo paese un giorno cadrà in rovina, io non esisterò più. Del resto,
anche Atene e Sparta ebbero la loro fine».
Gli applausi crepitano. Il piccolo generale così diverso da tutti gli altri
parla in italiano. Con espressioni, citazioni di quel mondo classico tanto
caro agli italiani. C'è chi non vuol vedere in lui il conquistatore ma il
rappresentante del popolo che ha abbattuto la tirannia, l'oscurantismo.
Paladino delle libertà, promotore dell'indipendenza di tutti i popoli
oppressi.
Si installa nel magnifico palazzo Serbelloni, uno dei più sontuosi della
città. I milanesi vogliono incontrarlo, riverirlo. Tutti lo cercano tranne
l'unica persona al mondo con la quale vorrebbe spartire ogni comodità, dai
saloni lustri di specchi e di marmi al grande letto col baldacchino dorato:
Giuseppina, naturalmente.
«Vieni subito», le scrive. «Tu devi essere con me, sul mio cuore, tra le
mie braccia. Presto, prendi le ali e vieni, vola». E siccome lei non viene e
nemmeno risponde, scrive ancora: «Hai forse un amante? Se è vero, temi
la furia di Otello». Dei suoi affanni di cuore si lamenta perfino con Carbot
nella corrispondenza ufficiale: «Sono disperato, mia moglie non viene. Ha
qualche amante che la trattiene a Parigi. Maledico tutte le donne». Scrive
anche a suo fratello Giuseppe pregandolo di adoperarsi per convincere
Giuseppina a recarsi a Milano «... se sta bene e può viaggiare, bisogna che

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venga: debbo stringerla al mio cuore, l'amo pazzamente e non posso vivere
senza di lei. Se essa non mi ama più, non ho più nulla da cercare a questo
mondo. Amico mio, non trattenere il corriere più di sei ore a Parigi,
rimandamelo con una risposta che mi dia nuova vita».
Una settimana dopo il suo ingresso trionfale, rimette in moto le truppe.
A caccia di Beaulieu con trentamila uomini imbaldanziti dai successi e
dalle paghe arretrate riscosse fino all'ultimo centesimo come non accadeva
da anni. Ma Beaulieu non accetta battaglia. Si ritira dietro la formidabile
linea difensiva rappresentata dalla fortezza di Mantova e dalle acque del
Mincio, fino a Peschiera dove il lago di Garda rappresenta un imponente
baluardo naturale. Commette di nuovo l'errore di disperdere le proprie
forze pur di tenere sotto sorveglianza l'intero scacchiere in modo da parare
i colpi a sorpresa dell'imprevedibile rivale.
Napoleone, chino sulle carte insieme con Berthier, individua il punto
debole dello schieramento nemico nel villaggio di Borghetto, lungo la
strada che dal Garda conduce a Mantova. Progetta di fingere un attacco in
forze su Peschiera con l'obiettivo di tagliare le vie di comunicazioni col
Tirolo e di sfondare invece in massa lo schieramento austriaco al centro,
appunto a Borghetto.
Sta per ordinare la ripresa dell'offensiva quando viene informato che alle
sue spalle è scoppiata una vasta ribellione. I lombardi hanno capito che i
francesi, anziché libertà e indipendenza, portano violenza e Napoleone
impone tributi in denaro per pagarsi la guerra, spoglia musei e chiese per
tacitare il Direttorio con interi convogli di opere d'arte, non trascura il suo
personale tornaconto; sul suo esempio, rubano i generali decisi ad
arricchire sulla pelle delle popolazioni invase; rubano gli ufficiali inferiori
e i soldati, ognuno bramando un proprio bottino. Sono bottino, in
mancanza di meglio, le galline e le uova. Sono bottino le donne.
Saccheggi, incendi, uccisioni figurano all'ordine del giorno. Da qui la
ribellione, domata con fatica a Milano dalle truppe rimaste (5.000 uomini)
mentre Pavia ha addirittura costretto la guarnigione francese alla resa.
Napoleone, furente, controllata Milano piomba su Pavia con 1500
cavalleggeri ai quali lascia per diverse ore la completa libertà di
saccheggiare e uccidere. Una lezione che, purtroppo, non servirà a
scoraggiare altre sollevazioni a loro volta destinate a provocare repressioni
sempre più violente. Il 28 maggio il comandante è di nuovo tra i suoi alla
guida delle operazioni, dirette in sua assenza da Berthier. Due giorni dopo

Lorenzo Vincenti 32 1985 - Napoleone Bonaparte


prende il ponte di Borghetto, il 1 giugno sfugge d'un soffio, nella vicina
Valeggio, alla cattura da parte di un reparto di esploratori della divisione
Sebottendorf ; nei giorni successivi conquista sia Peschiera con Augerau
sia Verona con Massena e invia Sérurier ad assediare Mantova.
Beaulieu pur non avendo mai subito una sconfitta decisiva, sanguinosa,
s'accorge di essere incapace di fronteggiare un rivale così fulmineo, che
opera al di fuori degli schemi tattici convenzionali. Torna a Vienna
rassegnando le dimissioni nelle mani dell'imperatore. Napoleone ne
approfitta per dare una poderosa zampata alle forze papaline, come è da
tempo nei desideri del Direttorio. Il 23 giugno conquista il forte Urbano a
Castelfranco Emilia costringendo Pio VI a chiedere l'armistizio. Fa
occupare anche Firenze, Ferrara e la base navale di Livorno utilizzata dalla
marina inglese. Prima di inviare a Sérurier, per l'assedio di Mantova, i
cannoni conquistati a forte Urbano li mostra alla guarnigione austriaca
sempre rinserrata nel castello Sforzesco di Milano, inducendola alla resa.
È il 29 giugno. In questo stesso giorno Giuseppina, finalmente, giunge
da Parigi col cagnolino in braccio e la carrozza carica di bauli, vestiti e
cappellini in quantità. Napoleone è al colmo della felicità. Palazzo
Serbelloni si anima di ospiti illustri, desiderosi di entrare in amicizia con la
«generalessa», di cui conoscono la fama di donna elegante, molto
emancipata. I saloni si animano di risa, di feste, di musiche. E Giuseppina
non tarda a gettare lo scompiglio sia tra i pennacchi e le uniformi del
seguito sia tra la nobiltà lombarda, un po' incantata e un po' sconcertata dal
suo comportamento disinibito.
Si sussurra che la generalessa apra la porta al proprio spasimante non
appena il consorte esce in missione. Il fortunato di turno è Hippolyte
Charles, ufficialetto dei cacciatori, gran damerino.
Napoleone non s'accorge delle furtive manovre che avvengono alle sue
spalle o finge di non accorgersene, per dedicarsi contemporaneamente -
evento raro - alle sue due grandi passioni, la moglie e l'armata. Il 29
giugno, proprio il giorno della resa del castello Sforzesco e dell'arrivo di
Giuseppina, la colonna centrale di un nuovo, poderoso esercito austriaco
disceso dal Tirolo lungo la valle dell'Adige obbliga Massena ad
abbandonare Verona. Il comandante in capo, generale Dagobert von
Wurmser, richiamato dal fronte renano, ha ricevuto dall'imperatore l'ordine
di liberare i dodicimila uomini assediati a Mantova e quindi di spazzare i
francesi dall'Italia settentrionale. La prima parte del piano riesce, la

Lorenzo Vincenti 33 1985 - Napoleone Bonaparte


seconda no.
Wurmser, che ora può contare su 60.000 uomini, ai primi di agosto
viene affrontato a Castiglione da Bonaparte che ha la metà delle sue forze.
Questi in otto giorni d'incessanti spostamenti riesce a dividere il nemico
mettendo fuori combattimento quasi 20.000 soldati tra morti e feriti,
conquistando 60 cannoni e 20 bandiere. Wurmser cerca allora di porre in
salvo il resto risalendo la valle dell'Adige ma in settembre viene sconfitto
più volte, a Rovereto, a Bassano, e costretto a rinchiudersi in Mantova con
23.000 superstiti.
Se a causa di Castiglione numerosi ufficiali francesi erano caduti malati
per la fatica e il generale Sérurier, febbricitante, era stato spedito in
Francia a curarsi, in questa seconda fase i soldati di Massena hanno
compiuto in dieci giorni 160 chilometri a piedi e quelli di Augerau 180.
Marciare di notte con lo zaino carico e combattere, senza riposare,
l'indomani. E dopo uno scontro vittorioso, anziché godere il meritato
riposo di nuovo marciare per sorprendere il nemico comparendo inaspettati
in altri luoghi e di nuovo combattere. Questo vuole, e ottiene, il «Piccolo
caporale».
Contro questa armata scatenata, indomabile, Vienna manda ora un terzo
esercito al comando del feldmaresciallo Giuseppe Alvinczy, che si era
distinto nell'ultima guerra turca e che aveva partecipato con alterne fortune
alle guerre austro-francesi del 1792-93. Scende le Alpi con 80.000 uomini
per liberare Wurmser a Mantova e annientare insieme con lui il nemico
molto inferiore per numero e mezzi.
Infatti, i primi episodi sono sfavorevoli ai francesi. Napoleone, dopo che
Massena è stato respinto da Bassano a Verona, guida un contrattacco a
Caldiero senza esito. Le sue truppe, che combattono ininterrottamente da
sette mesi senza avvicendamenti, sono esauste. Scrive al Direttorio: «Tutti
i nostri generali migliori sono fuori combattimento: Joubert, Lannes,
Lanusse, Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Ménard,
Chabron sono feriti. L'armata è spossata. Coloro che non sono feriti
vedono la morte come la migliore delle loro opportunità se la situazione
rimane immutata e con delle forze tanto inferiori. Sta forse per scoccare
l'ora del bravo Augerau, dell'intrepido Massena, di Berthier, di tutti noi?»
Sembra sfiduciato, medita una manovra che gli consenta di ristabilire la
situazione con le poche forze disponibili. Il 14 novembre, in piena notte, fa
evacuare Verona senza combattere, misteriosamente. Pochi chilometri in

Lorenzo Vincenti 34 1985 - Napoleone Bonaparte


silenzio e, dietrofront: l'armata torna sulle posizioni di Alvinczy
aggirandole a sinistra davanti a Ronco, a una quindicina di chilometri dalla
città. Minaccia lo schieramento nemico fino a Arcole. Si tratta di
attraversare un vasto tratto di terreno paludoso tra il quale la superiorità
numerica ha scarsa importanza. Molto dipende dall'energia delle teste di
colonne avanzanti.
«La strada tra Ronco e Arcole», annoterà Napoleone, «incontra a metà
cammino l'Alpone, e da là segue la riva destra di questo piccolo ruscello
fino al punto che gira perpendicolarmente a destra ed entra nel villaggio. I
Croati stavano bivaccando tra il villaggio e la riva destra dell'Alpone. Da
questo bivacco, essi avevano davanti a loro la strada da Ronco a Arcole
dalla quale non erano separati che dal fiume».
Il mattino del 27 brumaio dell'anno V (17 novembre 1796) Napoleone
comanda l'attacco a sorpresa lungo tre direttrici, una delle quali passa per il
piccolo ponte di Arcole. Ma questa posizione è ottimamente presidiata, i
soldati croati concentrano il fuoco sopra il ponte falciando chi tenta di
attraversarlo. Le truppe francesi arrestano il loro impeto, si sbandano. Gli
ufficiali più elevati in grado vanno in testa cercando di trascinare col loro
esempio la truppa, secondo la loro abitudine. Restano feriti i generali Bon,
Verne, Verdier, di nuovo Lannes e perfino Augerau. Invano. Non si passa.
In fondo, non è una posizione determinante, si può tentare un aggiramento
o qualche altra soluzione.
Ma Napoleone capisce, col suo intuito, che il piccolo episodio può
diventare determinante. Non si può arretrare. Balza a terra da cavallo,
afferra una bandiera e cammina impavido sul ponte gridando ai soldati:
«Non siete dunque i vincitori di Lodi?». I più vicini ribattono: «Attento,
generale, qui si muore e la vostra vita ci è indispensabile». Infatti una
cannonata centra il ponte che crolla, trascinando Napoleone sanguinante.
Potrebbe essere la fine. È questione di attimi. Gli aiutanti Marmont e
Muiron gli fanno scudo con il proprio corpo: quest'ultimo rimane colpito a
morte. I combattimenti si protraggono furiosi nella zona per tre giorni, alla
fine Alvinczy decide di ritirarsi in attesa di un'occasione più favorevole ai
suoi mezzi: una battaglia in campo aperto.
La leggenda di Napoleone, iniziata sul ponte di Lodi, si alimenta sul
ponte di Arcole. Il «Piccolo caporale» diventa l'idolo dei suoi uomini e un
simbolo di epico coraggio per tutta la Francia. Mentre il poeta Joseph
Chénier dedica un'ode a Muiron caduto per salvare il comandante,

Lorenzo Vincenti 35 1985 - Napoleone Bonaparte


Stendhal scriverà: «La strana fermezza di carattere di cui Napoleone ha
dato prova rifiutando di ritirarsi davanti a Arcole è forse il più bel tratto di
genio che presenta la storia moderna. Queste sono cose che l'adulazione
stessa non può guastare perché non c'è niente al mondo di più grande».
Un uomo che afferra una bandiera e avanza impassibile sotto il
grandinare delle pallottole, delle cannonate. La scena piace anche ai pittori.
Napoleone approfitta dell'ondata di popolarità per strappare dei sacrosanti
rinforzi al Direttorio; in dicembre può così contare su 34.000 uomini ai
suoi ordini diretti oltre a 10.000 dislocati lungo le vie di comunicazione e
altrettanti rimasti con Sérurier all'assedio di Mantova. Manovra in modo da
decidere lui il teatro di quella battaglia campale che Alvinczy va cercando,
convinto di affermarsi con la sua tuttora preponderante superiorità
numerica.
Napoleone sceglie la zona di Rivoli, adatta alla difesa perché protetta da
numerosi ostacoli naturali: l'Adige, il monte Baldo, il Magnone e altre
montagne. Inoltre una sola strada conduce direttamente al paese, un
passaggio obbligato che si snoda lungo una gola e un villaggio, Osteria.
Non può costringere, è ovvio, il nemico a combattere dove egli vuole.
Disloca le sue truppe con Augerau a Legnano, Joubert a Corona e Massena
con 17.000 uomini a Verona compresa la zona di Rivoli. E proprio qui va a
dar di cozzo, scendendo in forze da Bassano, il feldmaresciallo austriaco,
che avanza con 45.000 uomini dislocati su cinque colonne.
Napoleone, avvertito da Messena, accorre dando appuntamento sul
campo di battaglia anche a Joubert (altri 10.000 soldati) e a Rey. Giunge a
Rivoli alle 2 di notte del 14 gennaio ispezionando di persona, a cavallo, le
posizioni: «La scena era illuminata da un magnifico chiaro di luna;
superammo le varie alture e osservammo le linee dei fuochi del campo
nemico, che riempivano la zona tra l'Adige e il lago di Garda. Ci fu
possibile distinguere agevolmente cinque accampamenti, ognuno dei quali
corrispondeva a una colonna».
Dopo l'ispezione, un paio d'ore di riposo. All'alba, l'azione, nel gelo. La
piana silenziosa di Rivoli risuona di spari e di grida: «All'attacco».
L'impeto austriaco sembra dapprima travolgere i francesi, conquista delle
posizioni importanti compresa la cima del monte Magnone e aggira lo
schieramento nemico a sud di Rivoli. Napoleone accorre a incitare dove
più grave è il pericolo, manovra per dividere ulteriormente le forze
austriache già frazionate in colonne secondo un piano sin troppo

Lorenzo Vincenti 36 1985 - Napoleone Bonaparte


complesso.
Ma mentre il nemico ha un solo piano, e a quello deve attenersi,
Napoleone sa cambiare, sul posto, immediatamente, spostando e ancora
mutando manovre e contromanovre, marce incessanti. La battaglia dura
due giorni, però fin dal pomeriggio del primo giorno è evidente che la
vittoria non cambia padrone. Alla fine Alvinczy si ritira verso il Tirolo
lasciando 12.000 morti, 24.000 prigionieri, 60 cannoni e un mucchio di
bandiere. Wurmser si arrende a Mantova.
Napoleone, messo Joubert a guardia del Trentino e del Tirolo, accorre in
Romagna a sferrare un'altra zampata contro le truppe di Pio VI
costringendolo ad accettare, dopo la Convenzione di Bologna dell'anno
precedente, il Trattato di Tolentino, sottoscritto il 19 febbraio. Il papa deve
pagare nel complesso trenta milioni di franchi, che consentono al
Direttorio di proseguire la guerra contro l'Austria, e a cedere alla Francia
100 opere d'arte e 500 preziosissimi codici della biblioteca vaticana (è la
prima volta che viene intaccato il cosiddetto Patrimonio di Pietro).
A questo punto, il Direttorio comprende che il fronte principale per
costringere l'Austria alla trattativa non è più sul Reno bensì in Italia, e
dispone gli opportuni trasferimenti di truppe da uno scacchiere all'altro.
Infatti Vienna, decisa a ogni costo a capovolgere la situazione oltr'Alpe,
mette insieme un quarto esercito, di 50.000 uomini, affidandolo
all'arciduca Carlo d'Asburgo. Figlio di Leopoldo II, fratello minore
dell'imperatore Francesco II, Carlo ha il bastone e la gloria di
feldmaresciallo avendo tenuto testa con successo, in Germania, a Jourdan e
a Moreau. Diventerà un avversario tradizionale di Napoleone, del quale ha
due anni di meno. È, lui, adesso, il più giovane comandante d'eserciti in
Europa.
Il «Piccolo caporale», che finora ha avuto ragione di avversari
appartenenti al secolo delle parrucche e delle ciprie, adesso ha di fronte un
condottiero moderno, dalla mentalità proiettata nell'Ottocento. Non
indugia a Bologna, benché Giuseppina sia giunta apposta a trovarlo da
Milano, con la sua piccola corte al seguito; non aspetta nemmeno l'arrivo
dei massicci rinforzi nel timore che l'arciduca sferri prima l'offensiva.
È il quarto atto della campagna d'Italia, l'ultimo. Napoleone, senza
sottovalutare il nuovo generalissimo, come non farà mai con gli avversari
che non conosce ancora, s'accorge subito del suo punto debole.
Dissanguata dalle prove precedenti, l'Austria non ha potuto dare

Lorenzo Vincenti 37 1985 - Napoleone Bonaparte


all'Arciduca un esercito altrettanto poderoso dei precedenti e per di più
suddiviso in tre armate una soltanto delle quali ai suoi ordini diretti.
Commenta il «Piccolo Caporale» con cesariana sintesi: «Finora abbiamo
combattuto degli eserciti senza generali, adesso combatteremo un generale
senza esercito». Si comporta di conseguenza. Attacca lui, alla grande,
attraverso il Friuli con obiettivo Vienna. Il 20 marzo lascia Bassano con
25.000 uomini, si immette lungo la grande via parallela al mare che da
Venezia conduce prima a Gorizia quindi a Klagenfurt e alla capitale
austriaca. Massena attraversa il Piave con 10.000 soldati e marcia verso il
colle di Tarvisio. Si mettono in movimento con altre truppe anche Sérurier,
Guieu, che sostituisce Augerau, e Bernadotte, mandato in rinforzo dal
fronte renano. L'arciduca Carlo tenta di sventare l'ardita manovra
piazzandosi sul Tagliamento ma viene battuto a Valvasone; quindi cerca di
ostacolare in ogni modo, di valle in valle, da un fiume a una città,
l'avanzata nemica.
Napoleone, ricongiunte le forze a Klagenfurt, riprende la marcia
minacciando il cuore stesso dell'Austria. Il 6 aprile è sulle alture di
Semmering, dalle quali intravvede indistintamente Vienna, abbandonata
dalla corte imperiale. Ma sa di avere le spalle minacciate dalla
sollevazione delle popolazioni del Tirolo e di Venezia mentre Moreau non
riesce a effettuare la programmata diversione dall'altro a questo fronte.
Scrive all'arciduca Carlo: «Non abbiamo ucciso abbastanza, causati mali
in quantità alla triste umanità? Se l'apertura che io ho l'onore di farvi può
salvare la vita a un solo uomo, mi stimerei fiero della corona civica che
avrei eventualmente meritato più che della gloria data dai successi
militari». Subito un ultimo scacco nelle gole di Unzmark, l'arciduca Carlo
invia il suo capo di stato maggiore a discutere la sospensione delle ostilità.
Le discussioni si svolgono a Leoben, nel castello di Eckwold, durante sette
giorni. I preliminari di pace vengono sottoscritti il 18 aprile, due giorni
prima che giunga, da Parigi, Clarke, inviato dal Direttorio con istruzioni e
pieni poteri per la pace.
Napoleone, in un anno soltanto, ha fatto tutto da sé. Battuti prima il
Piemonte e poi quattro eserciti austriaci dalla riviera ligure alle porte di
Vienna. Ha imposto la pace che voleva sia al sacro romano imperatore sia
al Direttorio che forse avrebbe voluto altre condizioni. Spiega ai
«direttori» di Parigi inviando i suoi Preliminari: «Se non si fosse fatta la
pace, gli eserciti nemici mi avrebbero schiacciato. In tali condizioni la

Lorenzo Vincenti 38 1985 - Napoleone Bonaparte


ritirata sarebbe divenuta difficile, e la perdita dell'esercito d'Italia avrebbe
potuto trascinare con sé quella della Repubblica». Non potendo contare sul
soccorso dell'esercito francese di Germania «non dovevo più illudermi di
entrare a Vienna, non avevo abbastanza cavalleria per discendere nella
pianura danubiana».
I termini della pace che verranno sanciti nel successivo Trattato di
Campoformio (17 ottobre) sono i seguenti. L'Austria si impegna a
rinunciare ai suoi diritti sul Belgio e rinuncia altresì al Milanese; riconosce
genericamente alla Francia «i confini decretati dalle leggi della Repubblica
francese» (con il che si intende, da parte francese, i paesi tedeschi già
occupati sulla sinistra del Reno). L'Austria riceve in cambio il territorio a
oriente del fiume Oglio, già appartenente alla Repubblica veneta,
compresa Venezia, più l'Istria e la Dalmazia veneta.
I patrioti italiani lamentano che la gloriosa Serenissima sia stata
«venduta» all'Austria. La Francia può replicare che è stata però creata
(giugno-luglio) la Repubblica Cisalpina, riunendo insieme il Milanese, un
tratto dell'antico territorio veneto, le Legazioni pontificie, l'ex-ducato di
Reggio e di Modena. In sostanza, Napoleone fa e disfa a suo piacimento.
Commenta Stendhal: «Egli era padrone di Venezia perché l'aveva
conquistata, e non era suo dovere fare la felicità di Venezia. La patria
innanzi tutto».

CAPITOLO V
SULLE ORME DI ALESSANDRO MAGNO
Il Signore della guerra non ha fretta di tornare a Parigi. Trascorre gran
parte della primavera e dell'estate 1797 a villa Pusterla, specie di castello
fuori Milano, a Mombello. Politica estera: riceve ambasciatori e
diplomatici come un capo di Stato, fa occupare le isole di Corfù e Zante,
manda a dire al papa «non sono un nuovo Attila», rassicura i vescovi «la
dottrina del Vangelo si basa sull'uguaglianza come la nostra Repubblica».
Politica interna: fa abolire la tortura come metodo di indagine criminale
per giungere all'accertamento della verità, assicura i lombardi che le tasse
da lui imposte per pagare la guerra sono poca cosa rispetto ai benefici che
essi ne traggono.
Ha una corte composta innanzitutto dai suoi alti ufficiali. Berthier, che si
è innamorato di una Visconti; Massena, che ruba di continuo donne e

Lorenzo Vincenti 39 1985 - Napoleone Bonaparte


danaro; Augerau, che racconta storielle sconce in caserma quanto nei
salotti; Murat, che cambia un'uniforme al giorno. Ha voluto qui tutta la
famiglia. Giuseppina cerca invano di andare d'accordo con la suocera
Letizia, che l'accusa di non sapere dare un erede a cotanto marito. Il
fratello maggiore Giuseppe, ambasciatore prima a Parma e poi a Roma,
deputato, ha con sé la moglie che ricorda a Napoleone la fidanzata d'un
tempo, Désirée. Rimasto a Parigi Luciano che a poco più di vent'anni è già
un politico brillante, ecco la sorella «anziana» Elisa col marito, il capitano
corso Felice Biaciocchi, ingiustamente considerato una mediocre
personalità, ci sono Luigi, aiutante fedelissimo, e Paolina, diciassettenne,
spiritosa e bellissima, che fa arrabbiare la cognata Giuseppina giocando in
cortile a rimpiattino con Hippolyte: sta per sposare, obtorto collo, il
generale Leclerc, che seguirà a Santo Domingo. Ci sono Carolina,
quindicenne, che sposerà Murat e sarà regina, e Gerolamo, l'ultimo della
nidiata, tredicenne, anche lui destinato al trono.
Ci sono in continuo avvicendamento nobili, possidenti, scienziati, poeti,
artisti, letterati, ognuno dei quali viene ad abbeverarsi alla fonte del potere
aperto e disponibile, che vuole illuminare ma anche essere illuminato.
Dedica per esempio un paio d'ore allo scrittore Antoine Vincent Arnault,
una lunga intervista in risposta a una serie di domande sulle imprese
belliche che dovrebbe servire alla causa delle pubbliche relazioni.
E la Francia? Da qualche settimana a questa parte si è riempita di
immagini che resteranno a lungo sopra le mura delle capanne e dei palazzi,
delle locande e degli alberghi. Gloria imperitura al conquistatore dell'Italia,
al generale che sa unire nella sua persona l'abilità guerriera con la volontà
di pace. Il ritratto di Bonaparte campeggia in tutti quei luoghi dove fino a
una decina d'anni fa c'era il ritratto di Luigi XVI, il re ghigliottinato. Gli
umoristi si sbizzarriscono a creare caricature nelle quali l'Austria è
raffigurata come una bella donna che sottoscrive la pace gemendo: «Non
ho più soldati». Un nuovo sussulto insurrezionale conquista la
maggioranza del Consiglio e due dei cinque membri del Direttorio,
Barthélemy e Carnot, e sembra travolgere il regime con intenti vagamente
nostalgici, filomonarchici. Napoleone, da lontano, vede e provvede.
Manda Augerau al comando di qualche migliaio di baionette consentendo
a Barras di attuare il cosiddetto colpo di Stato del fruttidoro anno V
(agosto-settembre 1797).
Torna in patria il 5 dicembre. Arriva d'improvviso, Giuseppina fa appena

Lorenzo Vincenti 40 1985 - Napoleone Bonaparte


in tempo ad avvertire Barras che quella sera non potrà tenergli compagnia
a cena. Tutta Parigi vorrebbe invitarlo ma lui si nega ai salotti. Il giorno 10
riceve onori trionfali nel palazzo e nei giardini del Lussemburgo, dimora di
sovrani. Con un'uniforme sobria, silenzioso e attento, ascolta il discorso
ufficiale pronunciato da Talleyrand, vecchia volpe della Chiesa (vescovo
scomunicato dal papa) e della diplomazia, che sta esordendo come
ministro degli Esteri.
Talleyrand traccia il ritratto di questo salvatore della patria dalla romana
grandezza concludendo con una frase sibillina: «Ora tutta la Francia è
davvero libera ma egli forse non lo sarà mai: questo è il suo destino». La
risposta del festeggiato è sconcertante. Termina con un concetto che
nessuno, lì per lì, comprende: «Quando la sorte del popolo francese sarà
basata su leggi organiche, anche l'Europa sarà libera». Gli applausi sono
ugualmente fragorosi, dai saloni dilagano nel parco e nelle vie adiacenti
dove la folla delle grandi occasioni è impaziente di ammirare il vincitore di
due sovrani, del re di Piemonte e dell'imperatore d'Austria.
Napoleone accetta gli omaggi che considera dovuti ma, stranamente, non
fa nulla per aumentare la propria popolarità, per radicare maggiormente nel
cuore del popolo la propria immagine. Si entusiasma soltanto per
Giuseppina, della quale è sempre innamoratissimo, e che a tanta passione
preferirebbe un po' di mondanità: vorrebbe portarselo appresso nei salotti e
nelle case delle amiche, mostrarlo, godere di questo consenso generale.
Macché, lui si nega anche a Madame de Staél, brillante figlia del banchiere
ed ex-ministro Jacques Necker, scrittrice, regina della Parigi intellettuale,
che si vendicherà organizzando la fronda, descrivendolo a colpi di sciabola
più che di penna: «È un grande giocatore di scacchi, per il quale
l'avversario è l'umanità cui egli si propone di dare lo scacco matto». «Non
ama e non odia, per lui non esiste nessuno al di fuori di se stesso; tutti gli
altri sono numeri». Per finire con la stoccata: «In sua presenza non ho mai
potuto respirare liberamente».
Che cosa va meditando il Signore della guerra? Parigi, in questo
momento, gli va stretta. Anzi, gli va stretta l'Europa intera. Confida ai suoi
fidati ufficiali nel gennaio 1798: «Io non voglio restare qui, non c'è niente
da fare. Io sono già rimasto senza pelle perché tutto si logora. Non c'è più
gloria, la piccola Europa ne ha data abbastanza. L'Europa è una topaia».
Vive nella casa che Giuseppina aveva preso in affitto e che lui ha
comperato facendogliene dono. Riceve volentieri scienziati e letterati che

Lorenzo Vincenti 41 1985 - Napoleone Bonaparte


sono suoi «colleghi» in quanto è stato chiamato a far parte dell'Istituto di
Francia, onore, tra i tanti a lui tributati, che apprezza sinceramente. Quanto
al suo vero mestiere, che è quello delle armi, ha ricevuto dal Direttorio il
comando dell'armata d'Inghilterra, l'unico paese rimasto nemico dichiarato
della Repubblica dopo il fallimento della prima coalizione.1 [1 Formata
inizialmente da Austria e Prussia che si sentono minacciate sia dalle idee
sia dai piani di guerra della Rivoluzione. Aderiscono via via la Gran
Bretagna, che vede compromessa la sua sicurezza e i suoi interessi
commerciali, la Spagna, il Portogallo, il regno Sardo-Piemontese, lo Stato
pontificio, il regno di Napoli, il granducato di Toscana e diversi principati
tedeschi.] Si tratta di 120.000 uomini radunati in varie località della costa
settentrionale. Ma si accorge, dopo reiterate ispezioni, che c'è scarsità di
navi, che ogni progetto d'invasione non può essere seriamente preso in
considerazione se non si attua prima il controllo della Manica almeno per i
giorni necessari allo sbarco.
Espone un progetto diverso, che gli sta a cuore perché prima di lui ha
affascinato i due più grandi condottieri di ogni tempo, Alessandro Magno e
Giulio Cesare. Una grandiosa spedizione in Oriente con meta prima
l'Egitto. L'Egitto apparso a questi grandi dell'antichità classica come il
ponte ideale per congiungere l'Europa sia all'Africa sia all'Asia. E da là
minacciare le rotte commerciali con l'Arabia e l'India arrecando alla Gran
Bretagna, nemico mortale, un colpo ancora più grave di un'invasione
dall'esito incerto. Progetto fin troppo grandioso, forse, ma che lascia largo
spazio all'immaginazione e che prevede tanti altri vantaggi a cominciare
dalla conquista, strada facendo, di Malta.
Il Direttorio, incerto, è convinto da un giudizio-sentenza del suo ministro
degli Esteri. «Stabilendo la Francia in Africa», dice Talleyrand, «ci
assicureremo la pace in Europa». Parole che vogliono dire tutto e nulla,
comunque il Direttorio è felice di avere un motivo legittimo per
sbarazzarsi del generale la cui invadenza non ha limiti, anche se finge di
starsene nel buon ritiro della casa della moglie.
Napoleone s'imbarca col grosso a Tolone, in una mattina radiosa di
primavera. Maggio 1798. Sul molo c'è l'eccitazione che accompagna le
grandi spedizioni. Giuseppina agita le mani, sorride, manda baci con
trasporto; accanto al marito c'è suo figlio Eugenio, che inizia la carriera
con questa spettacolare avventura. Il Signore della guerra ha riunito una
flotta che si va formando, oltre che a Tolone, a Marsiglia, a Genova, a

Lorenzo Vincenti 42 1985 - Napoleone Bonaparte


Ajaccio, a Civitavecchia; più di trecento velieri scortati da 26 tra fregate e
di navi di linea e sui quali sono 37.000 tra ufficiali e soldati, 300 lavandaie
e lavoranti dell'esercito ma nessuna sposa o amante (s'imbarca di nascosto
Bellitote Fourés, moglie di un tenentino) e 200 sapienti. Sono letterati,
poeti, un musicista e molti scienziati dell'Istituto di Francia che daranno un
contributo fondamentale all'egittologia. C'è tra l'altro la prospettiva di
studiare il taglio dell'istmo di Suez. A bordo dei lenti convogli sono stivati
infine 1.200 cavalli, un centinaio di cannoni e viveri per tre mesi.
Il Signore della guerra ha ottenuto tutto quello che voleva ma ora non è
tranquillo. Scruta di continuo l'orizzonte nel timore di veder comparire la
flotta da guerra di Nelson. L'ammiraglio Horatio Nelson, quarantenne, il
più grande marinaio inglese di tutti i tempi, valorosissimo, un occhio e un
braccio perduti in battaglia, sta perlustrando il Mediterraneo cercando
appunto di intercettare le navi francesi. Napoleone rischia grosso, potrebbe
perdere tutto compresa la vita perché la superiorità delle navi britanniche,
in velocità e armamento, è indiscussa.
Le ore trascorrono lente, in ozio forzato. Napoleone conversa con i
grandi dell'Istituto alla pari, senza il tono secco di comando, di superiorità,
che gli è abituale. Serate piacevoli in coperta, a godere il fresco della
brezza. Malta viene avvistata il 9 giugno. Il comandante in capo, che ha
bisogno di un pretesto per giustificare in qualche modo l'attacco, chiede un
rifornimento massiccio d'acqua. Von Hompesch, gran maestro dell'Ordine
di S. Giovanni, sovrano nell'isola, risponde che consentirà l'accesso al
Porto Grande a più di quattro navi. Conclusione: «Il generale Bonaparte
prenderà con la forza quello che avrebbe dovuto essergli accordato
spontaneamente». Tuonano i cannoni dell'isola-fortezza, baluardo del
Mediterraneo centrale. Potrebbe divampare una battaglia non facile,
attirando magari l'attenzione di Nelson. Ma i cavalieri dell'Ordine non
hanno più lo spirito combattivo dei secoli scorsi, quando contendevano il
possesso del Santo Sepolcro all'Islam o il dominio del mare ai turchi.
Alcuni di loro sono stati in precedenza corrotti col profumo del denaro.
Napoleone guida lo sbarco e l'assalto principale, impadronendosi
dell'acquedotto, e di tutta l'isola. Con la perdita di tre soli uomini, procura
così alla Francia una base navale di primaria importanza, suscitando
ripercussioni e allarmi in tutte le Corti d'Europa. «Con me o contro di me»,
intima in pratica ai cavalieri. Chi non accetta di seguirlo spontaneamente
alla spedizione d'Egitto viene deportato. Fa saccheggiare i tesori e le chiese

Lorenzo Vincenti 43 1985 - Napoleone Bonaparte


dell'Ordine, riforma l'economia e la pubblica istruzione, lascia un presidio
di 4.000 soldati al comando del generale Vaubois.
La navigazione riprende cinque giorni più tardi con rotta su Creta.
Nelson, nel frattempo avvertito dell'impresa di Malta, credendo che i
francesi siano ora diretti ad Alessandria muove velocemente verso questo
porto. Nella notte tra il 22 e il 23 giugno i marinai francesi, che navigano a
luci spente, in silenzio, odono distintamente un rumore di campane di navi
straniere. Le due flotte s'incrociano al buio nella nottata illune, Nelson non
s'accorge nemmeno d'avere l'odiato nemico a portata dei suoi cannoni.
Infine, da Creta ad Alessandria. Qui Napoleone arriva per primo con la
sua ammiraglia il 29 giugno appena due ore dopo che l'ultima nave di
Nelson ha lasciato questo porto. Una fortuna incredibile, che non si
ripeterà. Il 2 luglio il condottiero sbarca sulla spiaggia della città costruita
da Alessandro il Grande e nella quale ha combattuto anche Cesare. La
capitale di quel regno che secondo il sogno ripreso da Cleopatra e da
Antonio doveva fondere il mondo occidentale con l'Oriente. Le operazioni
di sbarco vengono completate senza incontrare alcuna resistenza. Soltanto
pochi beduini vengono durante la notte tra gli avamposi francesi
catturando qualche soldato per tagliargli la testa. L'Egitto appartiene
all'impero turco che lascia governare da lontano i capi o bey locali, barbari
in genere crudelissimi quanto inetti. Dopo un breve cannoneggiamento e
l'apertura di una breccia, Alessandria viene presa d'assalto dalle divisioni
Menou e Kléber: quest'ultimo generale, ferito durante l'azione, viene
lasciato con 9.000 uomini a presidiare la città.
Napoleone, abituato alle calure quanto al gelo dell'isola natale, non
attribuisce alcuna importanza al clima. E così trascina il grosso delle sue
truppe nella marcia spossante attraverso il deserto di Damanhur sotto il
sole terribile dell'estate africana, sino al Cairo. L'acqua è rara, mancano i
legumi. Il sole uccide più uomini di un nemico insaziabile. Perfino i
veterani della campagna d'Italia, abituati alla vita più dura, perdono il
morale nel volgere di pochi giorni. Manca la forza anche di ribellarsi: si
moltiplicano i casi di suicidio. Murat e Lannes, temerari quando si tratta di
cavalcare contro il nemico, perdono il controllo dei propri nervi e
s'abbandonano a delle crisi isteriche in presenza dei loro soldati. Soltanto il
generale Desaix, che ha un morale di ferro, aiuta il comandante in capo a
rianimare le truppe con la promessa che i «paradisi orientali» sono ormai a
portata di mano. L'importante è marciare in fretta.

Lorenzo Vincenti 44 1985 - Napoleone Bonaparte


Quando il terribile Murad bey viene avvertito che «una grande armata di
infedeli» sta sopraggiungendo non s'allarma troppo perché si tratta in gran
parte di poveri fantaccini distrutti dal caldo. «Le loro teste sono cocomeri
da tagliare», commentano ridendo i mamelucchi, corpo scelto di cavalieri
d'antica tradizione, agguerriti e temibili al punto da suscitare periodiche
apprensioni nei governanti turchi. Sono da secoli guerrieri di mestiere;
hanno due-tre pistole tutte arabeschi infilate nella cintura, la scimitarra
scintillante e tempestata di pietre preziose, varie lance; usano selle lavorate
come un mobile pregiato. Sono ottomila e rappresentano l'élite del piccolo
esercito (24.000 uomini in tutto) che attende l'invasore a el-Giza, vicino
alle grandi piramidi.
I francesi giungono in prossimità alle 9 del mattino del 21 luglio, dopo
aver marciato per quasi tutta la notte. Napoleone concede un'ora per tirare
il fiato e mangiare qualche frutto. Alle 10 passa in rivista le truppe.
«Dall'alto di queste piramidi», dice additando i tre immensi colossi di
pietra alla cui ombra attende il nemico, «quaranta secoli vi guardano.
Soldati! Voi combattete davanti alla storia per portare la civiltà nel barbaro
Oriente». Dispone le truppe in quadrato in modo che siano pronte a
combattere da ogni lato in caso di tentato aggiramento da parte della
cavalleria nemica. Ha il Nilo alla sinistra, colloca Desaix sul fianco destro.
Le truppe sono appoggiate dall'artiglieria al seguito e dai cannoni di una
flottiglia che ha disceso il Nilo.
L'attacco principale del nemico viene sferrato alle 15,30 quando i
mamelucchi piombano sul fianco destro dello schieramento francese
urlando selvaggiamente. Sono davvero guerrieri magnifici ma conoscono
un solo modo di combattere: caricare e vincere, o fuggire. E stavolta non
hanno di fronte un nemico medievale bensì dei soldati esperti e
determinati, capaci di sviluppare un uragano di fuoco, consapevoli che la
vittoria è l'unica via che hanno sia per salvare le proprie vite sia per
conquistare l'agognato bottino. «Viva la Repubblica». Il grido che
echeggiava ieri in Italia dai colli lombardi alle vallate venete risuona ora
dalle piramidi al Nilo. Ma non c'è storia nella battaglia delle piramidi se
non a senso unico.
Dopo aver cozzato invano contro i lati dei quadrati in marcia che
eruttano fuoco con incessante regolarità, i mamelucchi decimati cercano
scampo verso il Nilo nel tentativo di portarsi sulla riva opposta dove è
relegata, semplice comparsa, la fanteria di Ibrahim. Ma vengono aggirati

Lorenzo Vincenti 45 1985 - Napoleone Bonaparte


da un reparto prontamente inviato e quasi duemila di loro cadono uccisi in
questa fase, annegando o centrati dalle fucilate. Murad bey fugge con i
cavalieri superstiti e la fanteria verso il Medio Egitto. I mamelucchi usano
andare in battaglia con tutto quel che possiedono, danari e oro, con sé o
nelle tende: i loro cadaveri e il loro accampamento diventano il primo
bottino dei vincitori.
Il Cairo spalanca le porte con i suoi sceicchi e i suoi capi religiosi
(imam) a Napoleone, che ha iniziato nel migliore dei modi la campagna
d'Egitto perdendo meno di trecento uomini tra morti e feriti. Prosegue in
bellezza infliggendo una dura sconfitta a Ibrahim bey, a Salalien,
costringendolo a riparare in Siria con i resti delle truppe. Ma d'ora in avanti
è atteso da prove sempre più dure. L'Inghilterra padrona dei mari intercetta
spesso la corrispondenza da e per la Francia. Ma quel gran chiacchierone
di Junot riesce ugualmente a ricevere una lettera con la quale un'amica lo
informa dell'ultimo, ghiotto pettegolezzo che sta facendo il giro di Parigi.
Giuseppina, la creola tutta pepe, ha ripreso la sua relazione con Hippolyte
Charles, benché espulso dall'esercito e allontanato all'epoca della
campagna d'Italia. Lo riceve alla Malmaison, una casa con tenuta che ha
comperato fuori porta.
Napoleone, mentre passeggia, assorto, sulla spiaggia viene avvicinato da
Junot e informato della tresca. Si sente sprofondare dentro la sabbia umida
di quel mare di là dal quale c'è la sua «perfida» donna. Si precipita nelle
tende investendo il suo segretario, il diplomatico Louis Bourrienne: «Voi
non mi siete devoto, non mi informate. Io sono tradito e non lo so. Ah, le
donne, che dannazione». Sembra una belva in gabbia. Successi, vittorie, la
gloria di Alessandro Magno: tutto inutile, tutto ridicolizzato da questa
meschina vicenda. A che cosa serve avere conquistato l'Egitto, dopo
l'Italia, essere ammirato o invidiato o odiato da mezzo mondo, ad appena
29 anni di età, se poi viene tradito proprio da chi più gli è caro?
È roso dal tarlo della gelosia tipica dei corsi con l'aggravante di non
poter sfogarsi con l'ingannatrice né di persona e nemmeno per lettera
poiché potrebbe cadere in preda al nemico e diventare di totale dominio
pubblico. Progetta di ritirarsi in campagna, al suo ritorno, da solo, così
precocemente nauseato dalla vita. Trascorre una notte insonne
tormentandosi. Una notte ricca di stelle e dal profumo intenso, che è
caratteristico dell'Africa. Sogna a occhi aperti la moglie tra le braccia del
suo frivolo damerino, vede se stesso divenuto zimbello delle malelingue

Lorenzo Vincenti 46 1985 - Napoleone Bonaparte


parigine.
Ma non c'è tempo per assaporare questo dolore fino in fondo, bisogna
fare posto a un altro tormento e a un'altra scena, ben più drammatica e
foriera di sventure. L'ammiraglio François Paul Brueys,
quarantacinquenne, comandante la flotta che ha trasportato il corpo di
spedizione ad Alessandria, si è incredibilmente attardato per un mese con
le sue navi nella baia di Abukir. Questa rada, presso Alessandria, ha le
acque poco profonde sicché i dodici vascelli di Brueys erano costretti a
restare lontano dalla riva, fuori dalla protezione dell'artiglieria costiera.
Ed ecco la scena apocalittica. Nelson piomba ad Abukir il 1° agosto, si
colloca con parte della sua squadra tra la riva e la flotta francese
prendendola così tra due fuochi. Soltanto tre navi di Brueys riescono a
fuggire in mare aperto, le altre sono costrette all'impari combattimento.
Alle 11 di sera l'«Orient», la nave ammiraglia sulla quale aveva viaggiato
Napoleone, centrata in pieno esplode con un fragore terrificante mentre
altissime lingue di fuoco miste a fumo denso e nero si sprigionano nella
rada illuminandola a giorno. Muore quasi tutto l'equipaggio compreso
l'imprudente ammiraglio. Altre due navi vengono distrutte mentre la
guarnigione francese di terra è costretta ad assistere impotente alla strage.
Alla fine i rimanenti sei vascelli devono issare la bandiera bianca della
resa.
Da quella del comandante in capo fino alle tende estreme
dell'accampamento, la notizia si propaga fulminea. Distrutta la flotta,
impossibile tornare in Francia. Quale fine attende il Corpo di spedizione?
È questo l'interrogativo inchiodato nella mente Napoleone che deve ora
fare i conti con la popolazione invasa, che rialza la testa dopo il grave
scacco subito dai francesi i quali sono prigionieri dei vinti. Intensifica i
rapporti con i capi e le personalità locali, si reca personalmente sulla
sommità della piramide di Cheope a rendere grazia ad Allah e si fa
chiamare el Kebir, il sultano. Cerca perfino di penetrare il mistero della
Sfinge dal volto umano e dal corpo di leone facendola misurare e studiare
dagli scienziati che sono al suo seguito.
Il grande chimico Berthollet e l'ingegnere geografo François Jomard
riferiscono la loro ammirazione, il loro stupore per la cultura, la vivacità di
spirito dimostrati dal generale durante le periodiche assemblee letterarie e
scientifiche. «Egli poneva i problemi, sondava il malanno e indicava i
rimedi».

Lorenzo Vincenti 47 1985 - Napoleone Bonaparte


Va particolarmente d'accordo col grande matematico Gaspard Monge
conte di Péluse, creatore della geometria descrittiva, membro
dell'Accademia delle Scienze, fondatore della Scuola normale. Uno
scienziato di valore internazionale che s'intende anche di politica, è stato
ministro della Marina e membro del Comitato di salute pubblica.
Napoleone lo mette alla presidenza dell'Istituto d'Egitto, che fonda al
Cairo. Un giorno si reca insieme con lui lontano, nel deserto dell'istmo di
Suez. «Monge», grida d'improvviso, «siamo nel pieno del canale». Vero: si
trovano infatti nel mezzo dell'antico letto fatto scavare dal faraone Nechao
e di cui comincia a far riconoscere le tracce dai suoi ingegneri. Ordina che
sia compiuto uno studio sulla possibilità di stabilire una comunicazione tra
il mar Rosso e il Mediterraneo.
Al ritorno di una di queste escursioni ode una risata femminile provenire
da una tenda: è Bellitote Fourés, la moglie del tenentino imbarcatasi
clandestinamente a Tolone. Giovane e simpatica, piacente. Se la fa
presentare e, scordando quanto dolore costi il tradimento al coniuge
raggirato, ne diviene l'amante. Vuole avere un figlio da lei, subito. A
Eugenio, suo figlioccio e aiutante, che qui rappresenta la famiglia, parla
del tradimento di Giuseppina e costringe l'imbarazzato giovanotto a
partecipare alle sue passeggiate in carrozza con l'amante.
Si immerge nel lavoro. Fonda un divano o consiglio di notabili della
città lasciando intendere che la sua conversione all'Islam sia imminente
come la sua decisione di restare in Oriente a capo di un impero. Organizza
feste facendosi acclamare dalla popolazione. Legifera tramite editti
adottando una serie di misure sociali, finanziarie e giuridiche che possano
trarre il paese dall'anarchia nella quale lo mantenevano i bey.
La carota e il bastone: usa la stessa crudeltà dei bey e dei sultani per
dimostrare che non gli manca nemmeno questo tipo di fermezza. Scriverà
al riguardo: «I turchi non si possono guidare che con la più grande
severità. Tutti i giorni io facevo tagliare cinque o sei teste nelle vie del
Cairo. Bisogna adottare il tono che conviene perché i popoli obbediscano.
E per essi obbedire significa temere». Non riesce a farsi amare. Il 21
ottobre, avendo appreso che il sultano sta preparando a Istanbul due armate
per riconquistare l'Egitto, i capi religiosi scatenano «la guerra santa contro
gli infedeli». La lotta insanguina le strade, i reparti francesi sorpresi
isolatamente vengono fatti a pezzi.
Napoleone ristabilisce l'ordine uccidendo duemila «ribelli» e facendo

Lorenzo Vincenti 48 1985 - Napoleone Bonaparte


scegliere a caso, per fucilarli senza processo, duecento sacerdoti islamici.
Agli inizi del 1799, attraverso l'istmo di Suez e con tutte le truppe
disponibili, si dirige verso la Palestina. Sconfigge di nuovo i mamelucchi a
Beirut, a El Arish, a Gaza. Trascura Gerusalemme, che non lo interessa dal
punto di vista strategico, e marcia sulla costa che è sorvegliata dai vascelli
inglesi. Dal 4 al 7 marzo assedia Giaffa, solida posizione tenuta dai
mamelucchi lungo la via verso la Siria che è il suo obiettivo. La città è
conquistata d'assalto.
Non c'è tregua. Un brivido d'orrore scuote le file dei soldati: la peste.
L'epidemia falcia subito l'esercito, l'ospedale di Giaffa si riempie di
moribondi. Anche chi non è contagiato rimane profondamente scosso,
questo è un nemico che non si può sconfiggere sul campo di battaglia. C'è
bisogno di un gesto per risollevare il morale dei sani e confortare chi non
tornerà più a casa.
Napoleone, accompagnato dal dottor Desgenettes, medico capo
dell'armata, visita l'ospedale degli appestati, interroga i malati e tocca più
volte gli orrendi bubboni: trasporta tra le sue braccia un cadavere dalla sala
operatoria per dimostrare che le possibilità di contagio sono relativamente
ridotte. A Giaffa divampa un altro dramma. Tra i soldati turchi che hanno
cercato di contrastare l'avanzata francese ci sono numerosi superstiti della
guarnigione di El Arish, che quindici giorni prima egli aveva catturato e
perdonato purché non riprendessero mai più le armi. E il prigioniero che
torna a combattere perde il diritto a ogni tutela.
Berthier e altri comandanti pongono il problema: che cosa fare di questi
prigionieri? Portarli al seguito non si può perché non ci sono uomini per
sorvegliarli né viveri con cui nutrirli; scambiarli con prigionieri francesi è
altrettanto impossibile perché il nemico non risparmia nessuno, ammazza
tutti quelli che capitano nelle sue mani. Liberarli? Tornerebbero a
combattere; inoltre, i soldati francesi non approverebbero tanta clemenza
contro chi è abituato soltanto a uccidere. Napoleone tiene consiglio di
guerra nella sua tenda con Berthier, Kléber, Lannes, Bon, Caffarelli e altri
generali. Alla fine decide di far fucilare tutti quanti in riva al mare. Un
massacro che dura due giorni, un crimine di guerra. Scrive laconicamente
al Direttorio: «La guarnigione è stata passata a fil di spada. La guerra non
mi è mai parsa così odiosa».
Di nuovo in cammino. La prossima tappa è Akkon o S. Giovanni d'Acri,
la città-fortezza dei crociati che blocca l'accesso al nord. Durante le marce

Lorenzo Vincenti 49 1985 - Napoleone Bonaparte


estenuanti s'abbandona ai sogni, che confida soltanto a pochi intimi:
sollevare le popolazioni di tutti questi paesi promettendo la fine della
schiavitù, della feudalità; civiltà e benessere sotto la guida del nuovo
Alessandro; marciare uniti contro Istanbul, deporre il sultano instaurando
un nuovo impero d'Oriente, amico dell'Occidente. E da qui, chissà,
muovere verso l'India secondo il progetto iniziale oppure tornare in
Francia spazzando strada facendo la casa imperiale di Vienna.
La realtà è molto più banale, e durissima. La fortezza è difesa da 5.000
uomini guidati da Giazzar pascià, nato schiavo e detto «Carnefice» per la
sua ferocia; dall'avventuriero inglese Sidney Smith, commodoro di varie
marine e pirata; e dal francese Philippeaux, già compagno di Bonaparte
alla scuola militare di Brienne. Con i loro cannoni dominano la zona,
dall'alto degli spalti. Smith ha armato una flottiglia che impedisce i
rifornimenti via mare agli assedianti mantenendoli inoltre sotto il fuoco di
altri cannoni.
Napoleone non può ricevere con navi il materiale d'assedio di cui ha
bisogno, soprattutto i cannoni pesanti. Dirige di persona il primo assalto, il
28 marzo, senza risultati. Nei giorni successivi è costretto a inviare Junot e
Kléber contro un'armata turca comandata da Abdullah, pascià di Damasco,
che ha attraversato il Giordano. Junot con 500 uomini appena ferma 5.000
nemici quindi si riunisce a Kléber nella piana attorno al monte Tabor: qui
3.000 francesi vengono circondati da 12.000 turchi e salvati appena in
tempo dal comandante in capo accorso in forze il 18 aprile.
Distrutta l'armata di Damasco, Napoleone ritorna all'assedio. In un mese,
dal 18 aprile al 18 maggio, scatena cinque attacchi l'ultimo dei quali guida
di persona piazzando egli stesso le batterie come a Tolone. Attorno a lui
cadono più o meno gravemente feriti numerosi ufficiali superiori tra cui
Duroc, al quale è particolarmente affezionato. Non si passa. E allora,
bando ai sogni, occorre realisticamente affrontare la ritirata. Fa requisire
anche i cavalli degli ufficiali addetti alle salmerie per trasportare i feriti e
gli ammalati dell'ospedale da campo. Per i più gravi non esita a suggerire il
rimedio estremo dell'eutanasia. La «buona morte» affrettata con sostanze
stupefacenti.
Oltre allo sterminio della guarnigione turca di Giaffa, questo è un altro
atto d'accusa che gli verrà moralmente contestato dal tribunale
dell'opinione pubblica europea. Ecco la sua difesa: «In tutta questa storia
c'è un fondo di verità. Alcuni soldati del mio esercito avevano la peste; essi

Lorenzo Vincenti 50 1985 - Napoleone Bonaparte


non avrebbero potuto vivere più di ventiquattro ore; io stavo per iniziare la
marcia; consultai allora Desgenettes circa i mezzi per trasportarli; egli
rispose che si correva il rischio di diffondere la peste in tutto l'esercito e
che, d'altronde, una simile cura sarebbe stata inutile per i malati che non
avrebbero mai potuto guarire. Gli dissi di somministrare loro una dose di
oppio e che questa era una soluzione preferibile a quella di lasciarli in
mano ai turchi. Egli mi rispose, da uomo onesto, che il suo mestiere era
quello di guarire e non di uccidere. Forse aveva ragione, benché chiedessi
per loro soltanto ciò che avrei chiesto per me stesso ai miei amici migliori,
in una situazione analoga. Ho poi riflettuto spesso su questo punto della
morale, ho domandato a molte persone la loro opinione in proposito e
credo che in fondo sia preferibile soffrire piuttosto che porre fine al
proprio destino qualunque esso sia. Ho agito così alla morte del mio
povero amico Duroc, il quale, quando i suoi intestini caddero a terra sotto i
miei occhi, mi implorò più volte e con insistenza di por fine alle sue
sofferenze; allora, io gli risposi: 'Vi rimpiango amico mio, ma non c'è
rimedio, bisogna soffrire sino alla fine'».
Per l'altra accusa: «Quanto ai turchi di Giaffa, è vero che io ne feci
fucilare all'incirca duemila. Questo vi sembrerà forse un po' troppo forte,
ma io avevo loro accordato una capitolazione a El Arish a condizione che
tornassero a Bagdad. Essi ruppero l'accordo, attaccarono Giaffa, e qui li
presi d'assalto. Non potevo condurli prigionieri con me perché ero senza
pane, ed essi erano troppo pericolosi perché potessero essere abbandonati
un'altra volta nel deserto. Non mi restava dunque altra alternativa che
ucciderli».
Le grandi decisioni, giuste o sbagliate che siano, appartengono alla vita
dei grandi. «Questa bicocca soltanto», commenta Napoleone durante la
ritirata da S. Giovanni d'Acri, «mi ha impedito di entrare nelle Indie e di
recare un colpo mortale all'Inghilterra». Il sogno d'Oriente svanisce. Al
ritorno al Cairo non c'è modo di ristorarsi dalle fatiche, dall'estate torrida
perché ad Abukir sotto la protezione delle navi inglesi sta per sbarcare una
nuova armata turca, oltre 15.000 uomini, formata a Rodi e guidata da
Mustafà pascià. Lo sbarco avviene l'11 luglio. Il giorno 18 Napoleone
sopraggiunge con 10.000 uomini e scatena la battaglia il 25. Accerta che il
nemico è privo di cavalleria perché le navi con i cavalli non sono ancora
giunte in porto, affida a Murat, che guida mille cavalieri, il compito
principale di attaccare il centro dello schieramento nemico.

Lorenzo Vincenti 51 1985 - Napoleone Bonaparte


Murat carica con impeto inarrestabile, duella all'arma bianca con
Mustafà rimanendo ferito alla guancia ma, imperterrito, prosegue l'azione
catturando l'alto comando nemico al completo e conquistando il villaggio
di Abukir. Le truppe turche in ritirata verso la spiaggia e le navi vengono
prese d'assalto dalla fanteria e sterminate.
Napoleone scrive un bollettino squillante di vittoria per il Direttorio: «La
battaglia di Abukir è una delle più belle che io abbia visto. Dell'armata
nemica sbarcata, non un solo uomo ci è sfuggito». Ha così riconsolidata
l'occupazione nel basso Egitto e rinverdito il suo blasone di gloria
offuscato dalla ritirata di S. Giovanni d'Acri. Ma giungono, stavolta dalla
Francia, dal continente europeo, notizie molto allarmanti. Durante la sua
assenza, la Gran Bretagna è riuscita a formare una nuova coalizione
antifrancese, la seconda, con Austria, Russia, Napoli, Svezia e principi
vari. L'Italia, dove contro i francesi combattono 52.000 austro-russi al
comando del maresciallo Suvarov, è quasi completamente perduta: di
francese non rimangono che le fortezze del Piemonte e la piccola
Repubblica ligure. La Svizzera è stata attaccata dall'arciduca Carlo e
l'Olanda da un altro esercito austro-russo nonché da una flotta inglese.
La Francia stessa è minacciata d'invasione. Il morale del paese è scosso,
l'economia a soqquadro. I grandi ideali della Rivoluzione non bastano più
a rimettere in marcia il popolo. Ogni tanto divampano ancora dei moti
realisti. Lo stato delle finanze è sempre pessimo Il baratro del disavanzo
periodico e quello del debito pubblico appaiono sempre spaventosi. Si
prevede a ogni momento la catastrofe e, per non precipitarvi, si ricorre a
nuove tasse, si progetta un nuovo prestito forzoso per i ceti agiati. I
risparmi sono in pericolo, l'industria non ha la minima certezza
dell'avvenire, il commercio dal respiro internazionale risulta bloccato
dall'incubo inglese.
Napoleone apprende e s'infuria. «Che cosa hanno fatto delle mie
conquiste, dell'ordine e dei traguardi che avevo raggiunto?», chiede
retoricamente al suo éntourage alludendo alla politica del Direttorio.
Svanito il sogno d'Oriente, non ha più compiti da assolvere qui se non
quelli della scienza che non richiedono peraltro la sua presenza. Per quanto
possa sembrare paradossale, l'impresa più importante conseguita dalla
spedizione in Egitto non è militare o politica, e nemmeno economica, ma
scientifica. Si tratta del mistero dei geroglifici dell'era faraonica, che
nessuno finora aveva saputo interpretare. Il segreto per vincere l'oscuro di

Lorenzo Vincenti 52 1985 - Napoleone Bonaparte


questo mistero millenario consiste in una tavola di granito trovata a
Rosetta da un ufficiale del genio. Su questa tavola i geroglifici hanno,
accanto, il testo tradotto in greco: una scoperta di eccezionale importanza.
Per il resto, conquiste e gloria effimeri, se non altri risultati scientifici a
cominciare dallo studio per il taglio dell'istmo di Suez. Napoleone decide
di tornare in patria abbandonando l'esercito a Kléber. Abbandona anche i
saggi; anche Bellitote, la giovane amante che non ha saputo dargli quel
figlio atteso da anni. Porta con sé due scienziati, Berthollet e Monge, e il
poeta Grandmaison; pochi generali: Berthier, Lannes, Murat; gli aiutanti,
tra cui Eugenio, il segretario Bourrienne e il servo mamelucco Roustam;
pochi altri ufficiali guidati da Marmont e duecento uomini scelti. Dagli
altri, non si congeda. Parte in segreto per non suscitare l'allarme e la caccia
da parte degli inglesi.

CAPITOLO VI
LA CONQUISTA DEL POTERE
Africa addio. La sera del 17 agosto Napoleone salpa a bordo di una
fregata veneziana, preda di guerra, condotta dall'ammiraglio Ganteaume e
battezzata Muiron in ricordo del giovane aiutante che gli ha salvato la vita,
perdendo la propria, a Arcole. Ha lasciato sulla spiaggia il generale Menou
di sasso, con queste parole: «Mio caro, comportatevi bene voialtri qui; se
ho la fortuna di mettere piede in Francia, il regno delle chiacchiere sarà
finito». A Kléber ha fatto avere il comando, ma dopo la sua partenza.
Sopravviene la bonaccia mentre le coste africane sono ancora vicine e
dall'alto degli alberi si possono vedere le navi inglesi nella rada di Abukir.
Ganteaume propone di rientrare per aspettare il vento favorevole.
Napoleone incita a proseguire, ormai ha deciso e niente potrebbe fargli
mutare idea. Affronta il viaggio, lentissimo, trascorrendo le ore del giorno
chiuso in cabina a leggere la Bibbia, il Corano e quelle della sera a
conversare con i saggi o a giocare a carte con gli ufficiali. Si diverte a
barare, scherza per allentare la tensione che attanaglia passeggeri ed
equipaggio anche se ciascuno, con gli altri, finge la massima calma.
Chiede a Monge: «Sapete che farei se fossimo intercettati dagli inglesi?».
Spiega: «Combattere non possiamo, arrenderci nemmeno. Pum! Darei
proprio a voi l'ordine di far saltare in aria la nave gettando una torcia nel
deposito di munizioni».

Lorenzo Vincenti 53 1985 - Napoleone Bonaparte


Ignora se la Francia sia stata o meno invasa e nel dubbio,
all'approssimarsi dell'Europa, fa mettere la rotta verso Collioure e Port-
Vendre, in fondo al golfo del Leone. Ma un colpo di vento respinge la
fregata verso la Corsica: laggiù è la sua terra fino, a sei anni fa sognava di
diventarne il signore e ora trova angusto l'Egitto. Come sarà l'isola natia:
amica, insorta, occupata dagli inglesi?
Che strano viaggio e che strana situazione, un generale torna vittorioso
ma senza il suo esercito e non sa nemmeno più dove, quale sia la patria. La
Corsica è libera, Ajaccio accoglie questo figlio divenuto così famoso con
spontaneo calore. Le strade si riempiono di gente, molti si proclamano
«cugini del generale» e vogliono salutarlo. Finalmente si possono avere
notizie di prima mano, farsi raccontare con esattezza che cosa è accaduto
durante i quattordici mesi di lontananza.
Riprende il viaggio, stavolta con impazienza, non appena informato del
quadro degli eventi. Rotta su Tolone con un battello a rimorchio nel caso
che brutti incontri consiglino un disperato colpo di mano. Il 9 ottobre si
scorge finalmente la costa francese ma la vedetta urla dall'alto che al largo
di Tolone ci sono delle navi inglesi. «Avanti, non importa, scapperemo con
la barca a remi». È sera. Il buio o la sagoma veneziana della Muiron
ingannano i marinai britannici però la nave è fatta segno ugualmente a
qualche cannonata. Chi spara? «Sono i nostri, da terra. Ci hanno scambiati
per inglesi». E allora via verso Frejus, al sicuro nel porto di Saint-Raphael.
La peste, il pericolo del contagio? Non appena si diffonde la novella che
Bonaparte è tornato, la sua nave viene circondata da centinaia di barche.
Tutta la popolazione sembra essersi concentrata per festeggiarlo al motto:
«Meglio la peste che gli Asburgo in casa».
La situazione è meno grave di quello che pareva ieri, gli eserciti nemici
sono stati fermati da Massena e da Brune. Ma qualche provincia
occidentale vuole rispolverare la bandiera reale, l'economia va a catafascio
e i briganti sono padroni delle strade fino alle porte di Parigi. Di città in
città, il viaggio di Bonaparte si trasforma in una serie di festeggiamenti
con spettacoli creati apposta per lui. I giornali lo salutano con simpatia.
Napoleone, che fino alla vigilia dello sbarco non sapeva se ad attenderlo
c'era il trionfo o il patibolo, oppure l'indifferenza, scrive al Direttorio per
giustificare l'abbandono dell'armata d'Egitto: «Dopo la mia partenza dalla
Francia soltanto una volta ho ricevuto i vostri dispacci. L'Egitto è al riparo
da ogni invasione e ci appartiene completamente. Quando ho appreso che

Lorenzo Vincenti 54 1985 - Napoleone Bonaparte


la patria era in pericolo mi sono deciso a partire sfidando qualunque
insidia, a costo di gettarmi in una barca».
Parigi, i boulevards, rue de la Victoire: a casa. È l'alba del 16 ottobre; al
rumore della sua carrozza s'affaccia una donna. Non è Giuseppina, è
Letizia, la madre. Giuseppina gli è venuta incontro tre giorni fa ma ha
sbagliato percorso rimanendo intrappolata tra i cortei. Il guerriero si
rinchiude nelle sue stanze dopo aver buttato fuori tutto ciò che appartiene
alla moglie infedele. Quando lei torna, verso sera, bussando, supplicando,
non risponde e non apre. È deciso a chiedere il divorzio. La notte porta
consiglio. In fondo, non solo la moglie lo aveva dimenticato. Molti, a
cominciare dai membri del Direttorio, erano ben felici di saperlo relegato
in quelle remote, ostili contrade, di non dover spartire il potere con lui.
Giuseppina insiste: «Non sapevo dov'eri, non mi hai mai mandato una
lettera o io non l'ho avuta. Che cosa facevi in Egitto quando qui tutti
abbiamo bisogno di te?». Si uniscono alle suppliche la deliziosa Ortensia e
quel caro figliolo di Eugenio. Infine la porta è aperta e la pace fatta.
Adesso, tocca ai nemici. No, non ancora a quelli esterni, agli stranieri;
ora bisogna regolare i conti con i rivali della porta accanto e conquistare
saldamente, definitivamente, il potere. La confusione è enorme se Stendhal
arriverà a scrivere di questi giorni: «Al momento in cui Bonaparte
accorreva dall'Egitto in aiuto della patria, un membro del Direttorio,
Barras, uomo perfettamente adatto a un colpo di mano, vendeva la Francia
alla dinastia esiliata per dodici milioni. Lettere patenti erano già state
spedite per questo scopo. Erano due anni che Barras stava lavorando a
questo progetto. Sieyès l'aveva scoperto durante la sua ambasciata a
Berlino. Nota. Gli intermediari di Barras erano David, Mounier, Tropès de
Guérin, il duca di Fleury. Vedere la Biografia moderna del Michaud,
rapsodia preziosa per questo genere di confessioni. Il Moniteur illustra
molto bene l'avvilimento, il disordine».
Napoleone conta gli alleati. Giuseppe, il fratello maggiore che era a
Roma ambasciatore, è qui col generale Bernadotte divenuto suo cognato
perché ha sposato Désirée, la non dimenticata fidanzata di Napoleone;
Luciano, fratello minore, nonostante la giovane età è a capo
dell'opposizione in seno ai Cinquecento; l'abilissimo Talleyrand lo mette in
contatto con l'abate Emmanuel Joseph Sieyès, che dopo essere stato uno
dei più lucidi teorici della Rivoluzione ha appena sostituito Rewbell al
Direttorio e vuole rafforzare l'esecutivo con una nuova Costituzione

Lorenzo Vincenti 55 1985 - Napoleone Bonaparte


sostenuta da una spada collaudata.
Si prepara il colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre). Trasferite le
Assemblee a Saint-Cloud col pretesto di proteggerle meglio. Bonaparte si
fa conferire il comando della guarnigione di Parigi mentre Luciano, per
questo mese, è in carica come presidente del Consiglio dei Cinquecento: e
in tale veste informa segretamente il presidente del Consiglio degli
Anziani. Bonaparte neutralizza Barras e gli altri del Direttorio di cui non si
fida con la famosa invettiva: «Che avete fatto di questa Francia che io vi
avevo lasciato così bella, fiorente? Che avete fatto dei centomila francesi
che erano compagni della mia gloria? Sono morti. Ma così non si può
continuare. In meno di tre anni ci ricondurreste al dispotismo. La
Repubblica è in pericolo e io voglio salvarla».
Molto bene gli va con i deputati, ai quali non sa parlare. Va a finire che
viene percosso a sangue in una rissa che non è battaglia e che quindi non
sa affrontare. I Cinquecento e gli Anziani, almeno quei settori che gli sono
ostili, vedendolo entrare in aula protetto da 4 granatieri in armi, lo
aggrediscono con l'invettiva che già ebbe ragione di Robespierre: «Ti sei
messo fuori della legge». Salva la situazione Luciano, che fa gettare fuori
dalle finestre i deputati dalle truppe guidate da Murat col pretesto che i
giacobini vogliono assassinare Bonaparte quindi ne recupera un piccolo
numero facendo loro votare la soppressione del Direttorio e la nomina di
tre consoli provvisori. Questo esecutivo, più ristretto del precedente, risulta
composto naturalmente dal generale reduce dall'Egitto, e da due dei cinque
direttori appena deposti, Sieyès e Roger Ducos.
Ma un mese e mezzo più tardi, a Natale, 24 frimaio, il generale batte sul
tempo i colleghi politici sul loro stesso terreno facendo promulgare la
Costituzione dell'anno VIII, ancora repubblicana in teoria ma che
conferisce i poteri più estesi al primo dei tre consoli nominato per dieci
anni e rieleggibile senza limite. Ci sono tre Assemblee, il Senato, il
Tribunato e il Corpo legislativo, ma tutti capiscono che questa è la
Costituzione di Bonaparte primo console.
Eccolo in vetta, in cima a tutti. Inizia il nuovo secolo trasferendosi alle
Tuileries,1 [1 Palazzo fatto costruire nel sedicesimo secolo da Caterina de'
Medici sulla riva destra della Senna, fra il Louvre e gli Champs-Èlisées, in
un luogo in cui si trovavano delle fornaci (tuileries). Ampliato da Luigi
XIV, durante la Rivoluzione divenne sede della Corte e dell'Assemblea
costituente. Preso d'assalto per due volte dal popolo nelle giornate

Lorenzo Vincenti 56 1985 - Napoleone Bonaparte


rivoluzionarie del 20 giugno e 10 agosto 1792.] negli appartamenti reali.
Indossa una strana uniforme rossa, metà civile e metà militare, di sua
invenzione. Mette in divisa tutti i ministri, i consiglieri di Stato, i prefetti
che sono una creazione tipica del consolato. Regna senza avere un trono,
per ora. Trasforma gli ufficiali subalterni e i soldati, dalle città alle
campagne, in pilastri del suo regime.
Regna pur spartendo qualche potere con gli altri due consoli, con i
ministri da lui nominati, con il Consiglio di Stato tutto di sua scelta.
Lavora con criteri manageriali dal primo mattino a notte inoltrata, quando
non è l'alba e gli altri, meno giovani o anziani, cascano dal sonno.
Rimprovera: «Sveglia, cittadini, dobbiamo meritarci lo stipendio che ci dà
il popolo francese». Produce e fa produrre. In Francia il diritto è incerto
perché né i re né i primi dieci anni di Rivoluzione hanno formato un corpo
organicamente unito di leggi.
Il primo console fa varare in un anno e mezzo il Codice civile che sarà
poi detto napoleonico (2281 articoli) e i cui principi ispiratori saranno
adottati in quasi tutti i paesi europei. Abolisce la nobiltà ereditaria,
introduce il matrimonio civile e il divorzio, protegge i figli e i minori.
Blocca l'inflazione rovinosa, regola le imposte, istituisce la banca di
Francia, nomina secondo le capacità indipendentemente dalla nascita.
Regna col pugno duro. Non legato ad alcun partito, si considera
svincolato, libero da qualsiasi autorità e influenza. È solito dire ai suoi
autorevoli collaboratori: «Voi fate le vostre proposte, io valuterò poi la
migliore». Mette la museruola ai giornali, stipendia i senatori purché si
guardino bene dal legiferare, mette a capo della polizia il giacobino
Fouchè. Soffoca implacabilmente ogni tentativo di reazione, eppure le
prigioni sono ora molto meno affollate che con re Luigi.
Scrive dei 27 milioni di francesi che governa: «Essi sono indifferenti
alla libertà, non la comprendono né l'amano; la vanità è la sola loro
passione, e l'uguaglianza politica, che lascia a tutti la speranza di
conquistare qualsiasi carica, è il solo diritto politico al quale sono
veramente interessati».
Ascolta il suggerimento del suo ministro degli Esteri, l'aristocratico
Talleyrand, e scrive una lettera amabile al re d'Inghilterra, Giorgio III: «La
guerra che da otto anni squassa le quattro parti del mondo deve essere
eterna? Non c'è dunque alcun mezzo per intenderci? La Francia,
l'Inghilterra abusando delle loro forze possono ancora lungamente, per

Lorenzo Vincenti 57 1985 - Napoleone Bonaparte


sventura dei loro popoli, proseguire l'impoverimento generale. Ma io oso
dire che la sorte di tutte le nazioni civili è collegata alla fine di una guerra
che abbraccia il mondo intero». L'ottusa risposta del governo inglese
compromette ogni possibilità d'intesa: «Faremo la pace quando la Francia
rimetterà sul trono i Borboni».
Cerca di intavolare delle trattative con l'Austria, ma anche queste offerte
vengono respinte. E guerra sia, allora. Finge di recarsi a ispezionare le
truppe interne invece va a raggiungere una nuova armata, di riserva, che ha
fatto allestire in gran segreto. Non ripete la scontata manovra della prima
campagna, invadere l'Italia dalle Alpi marittime, bensì la storica marcia di
Annibale attraverso il Gran San Bernardo. In questo mese di maggio
dell'anno 1800 le nevi eterne attendono i 50.000 uomini dell'armata che
oggi come quattro anni fa sono stracciati, scalzi, malnutriti perché
scarseggiano sempre i quattrini mentre i commissari di guerra seguitano a
rubare. Bisogna trascinare a forza un centinaio di carriaggi, 76 pezzi
d'artiglieria, una cinquantina d'affusti. Tra tormente di neve e sotto l'incubo
delle valanghe. Meglio dei 10.000 cavalli si inerpicano lungo i sentieri i
750 muli al seguito. Difatti non è su di un cavallo focoso, come lo
dipingerà David, che il primo console arriva in vetta ma cavalcando un
modestissimo mulo. Accetta l'ospitalità dei monaci del convento vicino al
passo, che hanno preparato pane e formaggio con un po' di vino aspro.
Discende di nuovo le valli che conducono alla pianura opulenta. Torna a
Milano, il 2 giugno, non più da generale ma da capo di Stato, con un
ingresso spettacolare che la pioggia battente non riesce a rovinare.
Trascorre una serata alla Scala ascoltando l'idolo canoro del momento, la
giovanissima Giuseppina Grassini, contralto, al cui fascino non rimane
insensibile. Dalla platea e dal loggione, ma anche dai palchi dei nobili «gli
evviva Bonaparte» si sprecano. Da palazzo Serbelloni scrive alla moglie:
«Spero fra dieci giorni di essere nelle braccia della mia Giuseppina, che è
sempre tanto buona quando non fa la civetta». Rimane ottimista anche
quando Massena è costretto ad arrendersi a Genova.
Studia la disposizione delle truppe nemiche, consulta le carte e decide di
sferrare un solo colpo decisivo, a Marengo, villaggio nel comune di
Alessandria sulla destra della Bormida. Senonché il barone Friedrich von
Melas, generale in capo austriaco, veterano della guerra dei Sette anni, lo
previene attaccandolo con forze superiori il 14 giugno. È un mattino di
domenica, il cielo è sgombro di nubi e le messi nei campi appaiono

Lorenzo Vincenti 58 1985 - Napoleone Bonaparte


abbondanti. «La pianura di Marengo», commenta un tecnico, «è forse
l'unica in tutta Italia dove masse di cavalleria possono caricare a piena
velocità».
Napoleone, che ha qui 23.000 uomini, accortosi che Melas è superiore
con i suoi 31.000 soldati manda a dire a Desaix al quale aveva ordinato
due giorni prima di marciare sulla strada Genova-Alessandria ritenendo di
prendere il nemico alle spalle: «Credevo di attaccare Melas. Egli mi ha
attaccato per primo. Per l'amor di Dio, vieni a raggiungermi se ancora
puoi». Napoleone getta nella mischia tutte le sue riserve, fa marciare
perfino i novecento uomini della sua guardia in formazione quadrata sotto
il tambureggiare del fuoco nemico. Si ritira da Marengo verso San
Giuliano.
È l'ora di pranzo. Melas, stanchissimo, lievemente ferito, è certo di avere
la vittoria in pugno. Ordina al suo capo di stato maggiore, generale Zach,
di inseguire il nemico e si concede una pausa per mangiare e mandare
all'imperatore un messaggio urgentissimo: «Stiamo vincendo lungo tutto lo
schieramento. Bonaparte è nettamente battuto». Un bollettino squillante,
che non consente dubbi, al punto che l'imperatore ordina che la cattedrale
sia preparata per un Te Deum di ringraziamento: Napoleone, l'«orco»,
sconfitto!
Nonostante le perdite subite, il primo console, mentre attorno a lui c'è
completa sfiducia dopo la ritirata, attende la fine della giornata. Tutto
dipende dall'arrivo o meno dei rinforzi. Appare ai suoi, incredibilmente, di
ottimo umore. Colpisce col frustino i sassi del campo, gusta un piatto
improvvisato dal suo cuoco nel bel mezzo della battaglia, della ritirata. Il
cuoco ha arraffato dei polli in una cascina e li ha cotti in padella con
l'insaporimento di quel che ha potuto trovare: uova fritte, pomodori, aglio,
gamberetti pescati nella Bormida, una spruzzata di cognac.
Il primo console ha perfino l'amabilità di complimentarsi col cuoco
tramandando così quel piatto improvvisato al piacere dei posteri col nome
di «pollo alla Marengo». Alle due del pomeriggio si vede piombare
davanti, trafelato, Desaix, fortunatamente attardato nella marcia di
trasferimento progettata verso la strada per Genova dalla piena di un
fiume. «Bravo», dice Napoleone. «Che cosa ne pensi?». Desaix, estraendo
l'orologio: «Questa battaglia è completamente perduta. Ma c'è tempo per
vincerne un'altra». Le sue truppe di rincalzo, circa seimila uomini, seguono
nel volgere di un'ora.

Lorenzo Vincenti 59 1985 - Napoleone Bonaparte


Precedute da venti minuti di intenso cannoneggiamento, queste truppe
con Desaix alla testa, suddivise in brigate, si gettano all'attacco degli
avanzanti reparti dalle uniformi bianche, che restano completamente
sorpresi. E disorientati, un momento appresso, dallo scoppio di un carro di
munizioni e dalla carica audacissima di 400 francesi guidati dal figlio del
generale Kellermann.
Alle nove di sera Napoleone apprende che Desaix è caduto sul campo
mormorando: «Andate a dire al primo console che io muoio col rimpianto
di non aver fatto abbastanza per la posterità». Le perdite francesi risultano
ingenti ma quelle del nemico ben peggiori: 8.000 prigionieri, 6.000 morti,
migliaia di feriti, 40 cannoni e 15 bandiere. Melas in rotta chiede
l'armistizio, che viene firmato il giorno appresso ad Alessandria.
Marengo è la svolta della guerra. Altri successi francesi vengono ottenuti
sia in Italia, con Brune al Nord e con Murat nel Napoletano, e con Moreau
in Germania (novembre-dicembre). Questi successi risultano
controbilanciati, in parte, dalla completa sconfitta subita dall'armata
d'Oriente, tra il marzo e il settembre 1801, a opera di un Corpo di
spedizione inglese guidato da sir Ralph Abercromby. Ucciso Kléber, il suo
sostituto Menou firma la resa il 2 settembre ad Alessandria: entro il giorno
15 tutti i francesi superstiti vengono rimpatriati.
La pace di Luneville1 [1Conclusa in Lorena il 9 febbraio 1801.] stabilisce
che tutto ciò che appartiene alla Casa d'Austria sulla riva sinistra del Reno,
e tutto ciò che un tempo faceva parte dell'impero germanico, e di cui le
armi francesi sono in possesso - il Belgio, il Lussemburgo, Liegi, i
Principati ecclesiastici - apparterrà d'ora innanzi stabilmente alla
Repubblica francese. Inoltre l'Austria rinuncia al Milanese fino all'Adige e
alla Toscana, e riconosce ufficialmente le Repubbliche Cisalpina, ligure,
elvetica.

CAPITOLO VII
LA MACCHINA INFERNALE
Vigilia di Natale, 24 dicembre 1800, verso sera. Le vie di Parigi sono
animate di gente che torna dai negozi o sta andando al ballo, a una cena di
gala. Il primo console percorre in carrozza con la moglie rue de Saint-
Nicaise diretto all'Opera per assistere alla prima rappresentazione di un
«Oratorio» di Joseph Haydn, La creazione. Napoleone e Giuseppina, che

Lorenzo Vincenti 60 1985 - Napoleone Bonaparte


provengono dalle vicine Tuileries, conversano tranquilli; lei è molto
elegante, stasera avrà addosso gli occhi di tutta Parigi e vuole essere, in
fascino femminile, l'equivalente dell'eroe di Marengo. D'un tratto il
cocchiere a cassetta si vede sbarrare metà strada da un carro, stranamente
guidato da un ragazzo, che si pone quasi di traverso. D'istinto, anziché
fermarsi, frusta i cavalli, che in un attimo raggiungono e superano l'angolo
con la via di Malta. In questo preciso momento una terribile esplosione
sconvolge rue Saint-Nicaise facendo letteralmente a pezzi il ragazzo col
carro e una trentina di passanti. Non c'è dubbio, si tratta di un attentato. Il
primo console, impassibile, ordina al cocchiere di proseguire la corsa,
rincuora Giuseppina sconvolta e assiste puntualmente insieme con lei,
come annunciato, alla rappresentazione dell'«Oratorio».
L'indomani si fa raccontare dal ministro della polizia Josepf Fouché i
particolari dell'attentato, almeno quel poco che si sa. Pochi minuti prima
dell'esplosione uno sconosciuto, da tempo in attesa, era stato visto affidare
al povero ragazzo, che passa casualmente per strada e che si lascia
lusingare da una mancia, il carro con sopra un grosso barile evidentemente
pieno di esplosivo. E lui, lo sconosciuto, messosi dietro il carro quasi
volesse spingerlo, scompare.
Lo svolgersi delle sequenze e l'insolito mezzo usato per l'attentato
inducono i giornali a parlare di «macchina infernale». Secondo Napoleone,
la «macchina infernale» è stata approntata dagli ultimi oppositori giacobini
irrimediabilmente ostili al potere costituito, a un'autorità giudicata
dispotica. Decide di toglierli di mezzo destinandoli alla ghigliottina se
riconosciuti colpevoli materialmente, oppure alla deportazione quali
mandanti ideologici.
La «macchina infernale» rimane, per ora, quanto all'esatta progettazione,
un mistero. Ma Fouché si dichiara convinto che siano principalmente
esponenti monarchici coloro che hanno giurato di uccidere Napoleone. La
stragrande maggioranza dei francesi, è vero, approva l'operato del primo
console che ha riportato l'ordine nel paese. I risultati della sua azione
instancabile sono sotto gli occhi di tutti e si susseguono con un crescendo
meraviglioso, dall'intesa con l'Austria a Lunevilla alla pace di Amiens1 [1
Trattato di pace tra la Francia e la Gran Bretagna concluso il 25 marzo
1802, in base al quale l'Egitto viene evacuato dalle truppe delle due
nazioni e restituito alla Turchia. Inoltre l'Inghilterra restituisce alla Francia
e ai suoi alleati (Spagna, Olanda) le colonie conquistate, tranne Trinidad e

Lorenzo Vincenti 61 1985 - Napoleone Bonaparte


Ceylon, e si impegna anche a dare nuovamente Malta ai cavalieri di S.
Giovanni. La Francia, dal canto suo, evacua i porti di Taranto, Brindisi e
Otranto.] con l'Inghilterra.
Finalmente la Francia, dopo un decennio di guerre sanguinose, è in pace
col mondo intero. Finalmente pare possibile costruire quello Stato più
giusto e prospero che è nei voti di tutti. L'uomo provvidenziale non può
essere che lui, Napoleone. Nominato dagli italiani presidente della
Repubblica cisalpina (25 gennaio 1802), viene proclamato dal Senato (2
agosto successivo) primo console a vita col diritto di scegliersi il
successore: tre milioni e mezzo di francesi approvano entusiasticamente
questa promozione che ritengono ben meritata. Il voto è pubblico, gli
elettori si iscrivono su dei registri aperti nel Municipio: 8374 votano no
senza persecuzioni.
Napoleone vede tutto, e provvede. Seguita a lavorare alle Tuileries però
ha preso l'abitudine di risiedere alla Malmaison, la casa di campagna fuori
Parigi che piace a Giuseppina. Favorisce il sorgere di nuove manifatture
come a Jouy e a Rouen, o quelle dei fratelli Sevette. Consulta Volta
intorno alle sue esperienze sulla pila elettrica e Fulton per gli studi della
macchina a vapore. Protegge le lettere, le arti, le scienze. In questo periodo
Chateaubriand pubblica Atala, Georges Cuvies le sue Lezioni di anatomia
comparata, Laplace prosegue la stesura del Trattato di meccanica celeste e
l'abate René-Just Haùy termina il suo monumentale Trattato di
mineralogia.
Fa iniziare la costruzione del canale dell'Ourcq e quello da Nantes a
Brest. Posa la prima pietra della ricostruzione di Lione. Progetta le grandi
vie di comunicazione con la visione dei romani antichi: destina per
esempio 30.000 soldati dell'armata d'Italia a lavorare dal 1801 al 1807 alla
strada del Sempione, che comprende 613 ponti, 20 rifugi e 8 gallerie.
Richiama dal volontario esilio gli emigrati filomonarchici che erano
fuggiti all'estero durante il Terrore facendoli convivere pacificamente con i
vasti strati della popolazione che hanno approvato il regicidio.
Eppure, non tutti sono d'accordo. La ribellione cova in silenzio. A
Londra le immagini celebrative del primo console benefattore dell'umanità
con la pace di Amiens nel volgere di un anno lasciano il posto alle
caricature, alle satire. Napoleone viene indicato dagli inglesi col
soprannome, in senso spregiativo, diminutivo, di «Bonney». Una
caricatura del celebre Gillsay mostra «John Bull» (l'Inghilterra) e

Lorenzo Vincenti 62 1985 - Napoleone Bonaparte


«Bonney» (Napoleone) mentre banchettano spartendosi il mondo: il primo
si tiene i mari e il secondo l'Europa.
E proprio in Inghilterra nasce la congiura antinapoleonica più temibile,
che trova concordi, nella determinazione di uccidere Bonaparte, sia i
repubblicani sia i realisti.
Di questi eventi e di questo periodo c'è la testimonianza resa da
Napoleone stesso agli inglesi a Sant'Elena: «Il vostro governo inviò un
brigantino comandato dal capitano Wright, il quale sbarcò sulle coste
occidentali della Francia assassini e spie. Settanta di loro erano riusciti a
raggiungere Parigi e tutto l'affare era stato condotto con una tale
accuratezza che quantunque la polizia mi avesse annunciato il loro arrivo
nessuno riuscì mai a scoprire il loro rifugio. Io ricevevo tutti i giorni nuovi
rapporti da parte dei miei ministri in cui essi mi annunciavano che si
attentava alla mia vita e, benché non credessi la cosa così probabile come
loro, presi delle precauzioni per la mia sicurezza. Accadde che presso
Lorient venne catturato il brigantino del capitano Wright. Si condusse
questo ufficiale a Vannes dal prefetto, il generale Julien, che mi aveva
seguito in Egitto e che riconobbe immediatamente il capitano Wright. Il
generale Julien ricevette l'ordine di far interrogare separatamente ciascun
marinaio e ufficiale dell'equipaggio, e di inviare i verbali al ministero della
polizia. A tutta prima, questi interrogatori sembrarono assai insignificanti,
ma, alla fine, la deposizione di un uomo dell'equipaggio dette quello che si
voleva. Costui disse che il brigantino aveva sbarcato numerosi francesi e
che fra questi egli si ricordava particolarmente di uno, buon compagno e
molto allegro, che si chiamava Pichegru. Furono queste parole che fecero
scoprire una congiura che, se fosse riuscita, avrebbe precipitato per la
seconda volta la nazione francese in una rivoluzione».
Ancora dalla testimonianza di Napoleone agli inglesi: «A quell'epoca
della mia vita così piena di avvenimenti, ero riuscito a ridare ordine e
tranquillità a un impero agitato da cima a fondo dalle fazioni e tutto intriso
di sangue. Un gran popolo mi aveva messo alla sua testa. Notate bene che
non arrivai al trono come il vostro Cromwell1 [1 Oliver Cromwell (1599-
1688), lord protettore d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda. Combatté la
monarchia, la chiesa anglicana e l'aristocrazia. Organizzatore nel 1642,
quando scoppiò la prima guerra civile, dell'esercito rivoluzionario.
Soppressa la camera dei lord, condannato a morte re Carlo I, si trovò a
essere il nuovo padrone del paese a regime repubblicano. Rifiutò la

Lorenzo Vincenti 63 1985 - Napoleone Bonaparte


corona.] e il vostro Riccardo III.2 [2 Re sanguinario e tiranno (1452-1485).
Figlio cadetto di Riccardo Plantageneto. Si schiuse la via al trono
uccidendo i due nipoti di cui era tutore. Fu ucciso in battaglia a Bosworth
da Enrico Tudor, conte di Richmond ed erede dei Lancaster, sbarcato in
Inghilterra dalla Francia dove s'era rifugiato. Con questo episodio, che
portò al trono il vincitore, Enrico VII, si chiuse la guerra trentennale detta
delle Due rose.] Niente di simile: io trovai una corona in un rigagnolo, vi
tolsi il fango che la ricopriva e me la misi in testa. La mia vita era
indispensabile per la durata dell'ordine così recentemente ristabilito e che
io avevo saputo conservare con tanto successo, come in Francia era
riconosciuto anche dalle persone che rappresentavano la pubblica
opinione. In quell'epoca, ogni notte mi venivano presentati dei rapporti, e
questi rapporti annunciavano tutti che si stava tramando un complotto; e
che a Parigi avevano luogo riunioni in case private. E d'altra parte, non si
riusciva ad avere prove soddisfacenti. Tutta la vigilanza di una polizia
instancabile era tenuta in scacco. I miei ministri arrivarono perfino a
sospettare del generale Moreau. Essi fecero spesso molte pressioni per
indurmi a firmare l'ordine del suo arresto; ma questo generale godeva
allora di una reputazione così grande in Francia, che ritenevo avesse tutto
da perdere e niente da guadagnare cospirando contro di me. Rifiutai di
ordinare il suo arresto e dissi al ministro della polizia: 'Voi mi avete fatto i
nomi di Pichegru, di Georges e di Moreau; datemi le prove che il primo è a
Parigi e io farò arrestare immediatamente l'ultimo'. Una singolare
circostanza portò alla scoperta del complotto.
«Una notte in cui ero agitato e senza sonno, lasciai il letto e mi misi a
esaminare la lista dei congiurati. Il caso, che dopo tutto governa il mondo,
volle che il mio occhio si fermasse sul nome di un medico rientrato da
poco dalle prigioni inglesi. L'età di quest'uomo, la sua educazione,
l'esperienza da lui fatta delle cose della vita, mi portarono a credere che la
sua condotta aveva un motivo ben diverso da quello di un entusiasmo
giovanile per i Borboni. Per quel tanto che le circostanze mi mettevano in
grado di giudicare, il denaro doveva essere lo scopo di quest'uomo. Fu
arrestato, lo si fece comparire davanti a degli agenti di polizia travestiti da
giudici; da costoro egli fu condannato a morte, e gli si annunciò che la
sentenza era esecutiva entro il termine di sei ore. Lo stratagemma
raggiunse il suo effetto: egli confessò. Si sapeva che Pichegru aveva un
fratello, un vecchio frate, che viveva ritirato a Parigi. Il frate venne

Lorenzo Vincenti 64 1985 - Napoleone Bonaparte


arrestato e, al momento in cui i gendarmi lo stavano portando via, un
lamento, che gli scappò di bocca, scoprì finalmente ciò che mi premeva
tanto di sapere: 'È perché ho dato asilo a un fratello che ora sono trattato in
questa maniera'. Il primo annuncio dell'arrivo di Pichegru a Parigi era stato
dato da una spia della polizia, che riferì una curiosa conversazione che
aveva avuto luogo fra Moreau, Pichegru e Georges in una casa sul
boulevard. Fu deciso che Georges avrebbe ucciso Bonaparte, che Moreau
sarebbe stato primo console e Pichegru secondo console. Georges insistette
per essere fatto terzo console. Al che gli altri obiettarono che, essendo egli
conosciuto come realista, ogni tentativo di associarlo al governo li avrebbe
tutti squalificati di fronte all'opinione pubblica. Al che, l'impetuoso
Cadoudal gridò: 'Se dunque non è per me, io sono per i Borboni, e se non è
né per me né per loro, una cosa vale l'altra, ed io amo Bonaparte quanto
voi'. Quando Moreau fu arrestato, rispose dapprima con alterigia, ma
quando gli fu presentato il verbale di questa conversazione, svenne. Lo
scopo del complotto era la mia morte, e se non fosse stato scoperto sarebbe
riuscito. Questo complotto veniva dalla capitale del vostro paese. Il conte
d'Angoumois era il maggior responsabile dell'impresa. Egli inviò all'ovest
il duca di Borgogna, e all'est il duca d'Enghien. Le vostre navi sbarcarono
sulle coste della Francia gli agenti subalterni della cospirazione. Il
momento poteva essere decisivo contro di me».
Il capo del complotto è Georges Cadoudal, capo dei realisti, disposto a
tutto, fanatico, fornito di soldi dagli inglesi. Torna in Francia di nascosto
dalla scogliera di Biville e conta di rimettere in movimento la «macchina
infernale» di tre anni prima facendo assassinare il primo console durante il
tragitto tra le Tuileries e la Malmaison. Si deve poi formare un governo
provvisorio che riunisca gli oppositori giacobini del regime consolare e
degli agenti realisti. L'uomo capace di unire gli uni agli altri è il generale
Pichegru, per mezzo del quale Cadoudal risale al generale Moreau, il
vincitore di Hohenlinden. La polizia fa confessare dei complici secondari
sotto tortura e una volta chiarito il piano ha via libera per procedere agli
arresti. Vengono presi prima Pichegru, poi Monreau e un mese più tardi, il
9 marzo, Cadoudal, che reagisce uccidendo due poliziotti. Cadoudal
finisce sulla ghigliottina, Pichegru viene trovato morto in cella in
circostanze misteriose (suicida o eliminato?), Moreau, col suo prestigioso
passato, se la cava con l'esilio. Altri venti complici salgono il patibolo. Ma
Napoleone vuole dare un monito terribile ai Borboni: «Anche il mio

Lorenzo Vincenti 65 1985 - Napoleone Bonaparte


sangue è prezioso». Il 10 marzo, giorno seguente all'arresto di Cadoudal,
seguendo i consigli di Talleyrand, di Savary e di Murat ordina
un'incursione in territorio neutrale. A Ettenheim, non lontano da
Strasburgo, nel granducato di Baden. La preda è il giovane Luigi Antonio
Enrico di Borbone-Condé, duca d'Enghien. Ultimo discendente della
famiglia dei Condé, questo principe di sangue reale aveva combattuto
contro la Francia con la piccola «armata degli emigranti». Sorpreso nella
notte nel suo letto, mentre credeva che il rifugio in territorio neutrale fosse
inviolabile, viene condotto a briglia sciolta, dai granatieri di Caulaincourt,
a Vincennes. Nei giorni successivi viene processato da un tribunale
composto da alti ufficiali mentre pubblico accusatore è un consigliere di
Stato. L'accusa è di alto tradimento, sia per aver partecipato alla congiura
tendente a uccidere il capo della Repubblica francese sia per aver
combattuto la Francia al soldo dell'Inghilterra.
«Il giovane principe chiedeva grazia per la sua vita», racconterà
Napoleone stesso. «Egli diceva che, secondo la sua opinione, la dinastia
dei Borboni era finita; che di ciò era fermamente convinto; che
considerava la Francia soltanto come la sua patria, e, come tale, egli
l'amava con l'ardore del più sincero patriota; ma che tutti i suoi sentimenti
erano quelli di un semplice cittadino. La prospettiva della corona non
entrava per niente nella sua condotta; essa era perduta per sempre per
l'antica dinastia. Domandava, di conseguenza, il permesso di consacrare la
sua vita e i suoi servigi alla Francia, unicamente come francese nato nel
suo grembo. Si diceva inoltre pronto ad assumere un qualsiasi posto di
comando nell'esercito francese, per divenire un bravo e leale soldato,
perfettamente sottomesso agli ordini del governo, a chiunque esso potesse
essere affidato. Era infine pronto a pronunciare il giuramento di fedeltà.
Finiva poi col dire che se gli fosse stata conservata la vita, l'avrebbe
consacrata, con coraggio e inviolabile fedeltà, alla difesa della Francia
contro i suoi nemici».
Ma i giudici sanno che Napoleone vuole ripagare «con un colpo di
folgore» i complotti monarchici contro la sua persona che egli fa risalire
alla famiglia reale. Il duca viene processato il 20 marzo e fucilato la sera
stessa, sebbene Giuseppina chieda la grazia prosternata ai piedi del marito.
«Più che un crimine è una pazzia», commenta Fouché. L'opinione pubblica
europea non perdonerà mai questa morte a Napoleone, che peraltro se ne
assumerà per intera la responsabilità. È certo che da questo momento la

Lorenzo Vincenti 66 1985 - Napoleone Bonaparte


«macchina infernale» cessa di funzionare.

CAPITOLO VIII
IMPERATORE DEI FRANCESI
Bonaparte lascia la spada della Rivoluzione, che lo aveva proclamato
generale e suo difensore, per impugnare lo scettro. Non ci sono più
ostacoli lungo la via tracciata. Vinti o imbavagliati i nemici interni e
tacitati quelli esterni, sa di avere con sé la stragrande maggioranza dei
francesi stanchi di lotte fratricide, di moti insurrezionali. Il Senato si fa
interprete di questi sentimenti e propone al primo console di fondare una
nuova dinastia monarchica trasmissibile come tutte le altre
ereditariamente, in modo da vanificare qualunque tentativo ulteriore di
destabilizzare la Francia uccidendone il capo.
Napoleone ha già un programma preciso. Vuole in qualche modo
riallacciarsi al precedente storico di Carlomagno, unto imperatore mille
anni fa dal papa. È uno dei motivi per cui, dopo aver imprigionato fino alla
morte il pontefice precedente, Pio VI, ha stipulato un Concordato col
successore, Pio VII, rimettendo su binari pacifici i rapporti tra il paese
della Rivoluzione, del regicidio, e la Chiesa cattolica.
Il 18 maggio 1804 un senato-consulto eleva Napoleone Bonaparte a
imperatore dei francesi. Subito dopo i senatori si recano nel gabinetto di
lavoro del primo console per salutarlo come Napoleone I: lo trovano in
uniforme da colonnello dei cacciatori a cavallo, dignitosamente padrone di
se stesso, calmo, solenne e non vinto dall'entusiasmo con al fianco
Giuseppina.
Attorniato da un semicerchio di consiglieri di Stato e di generali ascolta
l'arringa solenne rivolta da Cambacérès, secondo console con Sieyès e
presidente del Senato. «Tutto ciò che può contribuire al bene della patria»,
risponde, «mi è caro. Accetto il titolo che voi ritenete utile alla gloria della
nazione. Desidero sottomettere alla sanzione del popolo la legge
dell'ereditarietà. Spero che la Francia non abbia mai da pentirsi degli onori
di cui circonda la mia famiglia». Il plebiscito si conclude trionfalmente con
oltre tre milioni e mezzo di sì e appena 2579 no.
Pio VII è invitato a venire a Parigi per la cerimonia dell'incoronazione.
Papa Gregorio Chiaramonti, nato in una nobile famiglia della Romagna, è
un austero benedettino. Si lascia convincere dalla motivazione che la

Lorenzo Vincenti 67 1985 - Napoleone Bonaparte


presenza del sommo pontefice di Roma «conferisce alla unzione e alla
incoronazione del primo imperatore dei francesi la massima consacrazione
religiosa». Muove con un seguito imponente di cardinali e di vescovi, uno
dei quali cerca di alleviargli il disagio con una «battuta» di gran classe: «In
fondo, abbiamo la soddisfazione di vendicarci di fronte ai Galli facendo
dominare questi barbari da una famiglia italiana». Mette soltanto una
condizione, che prima della cerimonia solenne in Nòtre Dame gli augusti
sovrani finora sposati con solo rito civile vengano uniti anche col
matrimonio religioso. È ubbidito.
Napoleone va a incontrare il vicario di Cristo nella foresta di
Fointanebleau con i dovuti onori anche se non accenna a genuflessione o
baciamano. E già prima della cerimonia cominciano a salire verso il trono
gli incensi dell'adulazione più diffusa, smaccata. Al punto che Paul-Louis
Courier, repubblicano di ferro, prorompe: «Essere Bonaparte e farsi 'Sire':
vuol dunque tornare indietro!». Ma da mezza Europa giungono anche
attestazioni di stima e riconoscimento: valga per tutti il gesto di Ludwig
van Beethoven, re dei compositori musicali classici, che dedica al
grand'uomo salito in trono La Sinfonia eroica.
Il mattino del 2 dicembre si riuniscono gli attori dello spettacolo che ha
nome «consacrazione imperiale di Napoleone» e che si svolge all'insegna
della contraddizione più clamorosa. È una ben strana conseguenza o
conclusione che dir si voglia per il grande movimento che dal 1789 al
1793 ha distrutto la nobiltà, abolito i privilegi e reso ai miserabili la
speranza del paradiso in terra. Ecco la donna nata Tascher de la Pagerie,
piccola nobiltà creola, vedova del Terrore, che si accinge a diventare sua
maestà l'imperatrice Giuseppina, mentre viene preparata a vestirsi dalle
sorelle dell'imperatore che smaniano per diventare a loro volta principesse
e regine. Intanto l'imperatore, abbigliato con il più sontuoso dei costumi in
una stanza vicina, si volge verso i fratelli che entro qualche anno saranno
re commentando, rivolto verso il maggiore: «Giuseppe, pensa se potesse
vederci nostro padre».
È la rivincita di un'oscura famiglia nata in un'isola dimenticata e ora al
centro dell'attenzione universale. Un sogno che supera qualunque fantasia
e che fa convergere verso Parigi le riflessioni di centinaia di milioni di
persone. Una favola vera che appassionerà le generazioni future come il
romanzo altrettanto vero di Cesare e Cleopatra.
Da oltre un'ora Pio VII, che indossa i solenni paramenti del papa, attende

Lorenzo Vincenti 68 1985 - Napoleone Bonaparte


nella cattedrale di Nòtre Dame de Paris. Infine, sotto un pallido sole di fine
autunno, arrivano le carrozze del corteo costruite apposta per la
circostanza: Napoleone, che ha il culto dei precedenti, e che quando può
non trascura mai di prepararsi, ha voluto che la cerimonia ripetesse fin nei
dettagli l'incoronazione di Giorgio IV d'Inghilterra nell'abbazia di
Westminster.
Il corteo al termine di un tragitto ravvivato da due ali di folla festante
giunge alla cattedrale la cui facciata è ricoperta da una specie di decoro
teatrale. La cerimonia, interminabile, dura oltre tre ore durante le quali
Napoleone, prestando giuramento, cerca di conquistarsi il futuro
assicurando «i miei discendenti regneranno a lungo». Anche qui vuole
tramandare un gesto simbolico: il generale della Rivoluzione anziché
accettare la corona dalle mani del papa, come aveva fatto Carlomagno, si
incorona da sé e poi incorona Giuseppina.
David, il grande pittore della Rivoluzione, sta prendendo appunti per
tramandare ai posteri la sequenza per mezzo di quattro dipinti come
farebbe ai giorni nostri il fotografo col suo obbiettivo. Al termine si
riforma un corteo, che somiglia a un ballo in maschera: è aperto da
Talleyrand, tutto ori e sete, seguono il papa e il cardinale Fesch, zio còrso
di Napoleone (è lui che lo ha appena sposato con rito religioso); quindi la
coppia imperiale, le dame d'onore e i generali che non sembrano molto
contenti di partecipare a una sorta di processione mescolati a un'infinità di
presuli e sacerdoti.
Napoleone I ha fatto inserire l'iniziale del suo nome, una grande «N», al
centro dello schienale del suo trono. Lo guarda e commenta a voce alta,
affinché tutti possano udirlo: «Che cos'è mai un trono? Quattro pezzi di
legno ricoperti di velluto. Tutto dipende da chi lo occupa». Regna, stavolta
in ogni senso, con naturale maestà. Sembra che sia stato allevato apposta.
Sul trono, che finge di disprezzare, si trova più a suo agio di molti re e
regine che ci stanno seduti sopra «per diritto divino» (anziché per volontà
della nazione).
Tra i suoi primi gesti di sovrano, distribuisce all'esercito gli emblemi
militari del nuovo regime: sono le aquile, ciascuna con i distintivi
caratteristici di un reggimento, che testimoniano una volontà di egemonia
come le aquile dell'antica Roma. Prosegue l'evoluzione monarchica della
sua politica, del suo potere, incoronandosi il 26 maggio 1805 re d'Italia nel
Duomo di Milano. Mettendo da sé in testa la corona di ferro dei re

Lorenzo Vincenti 69 1985 - Napoleone Bonaparte


longobardi afferma: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca». È un grido di
guerra all'Europa e soprattutto all'Austria, abituata a considerare l'Italia
come suo terreno di conquista e dominio. Fa in modo che in non poche
chiese dell'impero venga insegnato ai ragazzi un catechismo che assicura:
«Coloro che mancheranno ai loro doveri nei confronti dell'imperatore
peccheranno come se resistessero all'ordine stabilito da Dio stesso,
rendendosi passibili della dannazione eterna».
Proclamato l'impero, moltiplica le iniziative capaci di saziare la gelosia e
la sete di potere dei grandi capi militari repubblicani. Già prima della
consacrazione ha proclamato un certo numero di essi marescialli di
Francia. Un anno dopo, costituisce una nobiltà imperiale esclusivamente
per meriti: i marescialli diventano duchi o conti dell'impero (pari) e i loro
titoli sono dedicati sia a delle terre italiane assegnate in dotazione sia a
delle vittorie alle quali essi abbiano contribuito.
Secondo i suoi reconditi intendimenti, i marescialli sono divisi in tre
gruppi. Dapprima i «fedelissimi», sui quali crede di poter contare in
qualsiasi circostanza: Gioacchino Murat, marito di sua sorella Carolina,
che per cominciare viene creato grande ammiraglio di Francia (proprio lui,
insuperabile nelle cariche a cavallo ma negato per la vita del mare!); Soult,
duca di Dalmazia; Bessières, duca d'Istria; Lefebvre, duca di Danzica.
Quindi i repubblicani, più o meno legati a Moreau e dei quali desidera
temperare l'opposizione latente: Jourdan, il vincitore di Fleurus (che non
sarà mai duca); Massena, duca di Rivolu; il vecchio giacobino Brune,
conte dell'impero. Terzo gruppo: un po' fidati e un po' no, meritevoli di
riguardo ma non eccellentissimi: Kellermann, duca di Valmy; Mortier,
duca di Treviso; Pérignon, conte dell'impero; Sérurier, pure conte
dell'impero.
Sono poi, via via, creati marescialli: Augerau, conte di Castiglione;
Bernadotte, principe di Pontecorvo; Berthier, impareggiabile capo di stato
maggiore, principe di Neuchàtel, principe di Wagram; Davout, duca
d'Auerstaedt, principe di Eckmuhl; Gouvion Saint-Cyr, conte dell'impero;
Grouchy conte dell'impero; Lannes, duca di Montebello; Macdonald, duca
di Taranto; Marmont, duca di Ragusa; Moncey, duca di Conegliano; Ney,
duca d'Elchingen, principe della Moscova; Oudinot, duca di Reggio;
Poniatowski, principe; Suchet, duca di Albufera; Victor, duca di Belluno.
Tra tutti questi capi militari, singolare è il suo rapporto con Bernadotte,
che egli colma di onori sempre più elevati quasi a voler ricompensare la

Lorenzo Vincenti 70 1985 - Napoleone Bonaparte


moglie di lui, Désirée, sua exfidanzata, di non averla sposata come in
pratica si era impegnato agli inizi della carriera. Bernadotte ricambia tanta
attenzione con alterigia, con atteggiamenti spesso scontrosi e alla fine col
tradimento.
I grattacapi maggiori, forse, provengono dalla famiglia con l'unica
eccezione di Letizia, che avrà il titolo di Madame Mère e che conserverà
sempre l'equilibrio commentando laconicamente: «Finché dura». Fratelli e
sorelle hanno cessato da tempo di trattarlo col «tu» confidenziale passando
istintivamente al «voi», anche nei rapporti privati, fin dall'inizio del
periodo consolare. Ma non si stancano di chiedere e chiedere ancora, di
pretendere, di voler salire. Napoleone cerca spesso, se non sempre, di
accontentarli, ma talvolta perde la pazienza: «Ricordatevi che nostro padre
era un oscuro avvocato di provincia e non un re».
Tutti i fratelli maschi sono creati «altezze imperiali» e grandi dignitari
con stipendi da nababbi. Giuseppe, il maggiore, è primo principe del
sangue con la dignità di grande elettore. Eppure, si mette a fargli la fronda
frequentando gli ambienti anti-impero. Finché viene elevato al trono: re di
Napoli dal 1806 al 1808, quindi re di Spagna fino al 1813, infine
luogotenente generale dell'impero, e comandante della guardia nazionale.
Luciano, ministro degli Interni fin dal 1799, riesce ad alienarsi i favori di
Napoleone per il suo carattere ribelle, ostinato: si ritira a Roma nel suo
feudo di Canino, eretto in principato da Pio VII, e nel 1810 sarà
intercettato dagli inglesi mentre naviga alla volta degli Stati Uniti:
rilasciato soltanto dopo quattro anni. Luigi1 [1 Ha tre figli l'ultimo dei quali
diventerà Napoleone IH e aiuterà l'Italia a conquistare l'indipendenza
dall'Austria.] sposa Ortensia, figlia di Giuseppina, viene collocato sul trono
d'Olanda ma si trova in perenne contrasto con l'imperatore perché
contrario sia a fornirgli soldati sia ad applicare seriamente il blocco
continentale contro la Gran Bretagna. Gerolamo, l'ultimogenito, viene
creato re di Vestfalia e sposa Caterina del Wuerttemberg: ma si rivela un
sovrano inetto e dissipatore, provocando spesso le ire dell'augusto fratello.
Non sono migliori le sorelle. Anna Maria detta Elisa, delle tre, è quella
che somiglia di più a Napoleone: energica e intraprendente, molto attiva.
Lui la ricompensa affidandole il governo dei dipartimenti toscano annessi
all'impero coi titoli di granduchessa di Toscana, principessa di Lucca e di
Piombino. Lei lo contraccambia voltandogli le spalle non appena cade in
disgrazia e intrigando invano coi nemici per conservare i suoi poteri. Maria

Lorenzo Vincenti 71 1985 - Napoleone Bonaparte


Paola detta Paolina è tutta un capriccio. Rimasta vedova a Santo Domingo
del generale Leclerc, ha sposato nel 1803 il principe Camillo Borghese che
lascia presto per condurre un'esistenza dissoluta. Nel 1810 sarà allontanata
dalla corte per aver mancato di rispetto all'imperatrice (fin da ragazza era
solita definirla «la carcassa»).
Infine Maria Annunziata detta Carolina. Volitiva sin troppo, mette tutta
se stessa, compresa la bellezza, al servizio della sua divorante ambizione.
Moglie di Murat, dal 1806 è granduchessa di Clèves e di Berg, e dal 1808
regina di Napoli: alla caduta di Napoleone istigherà il marito a passare alla
causa del nemico, l'Austria, nell'inutile tentativo di conservare il trono e
finirà invece col provocare la morte di lui.
L'imperatore avrà una decina d'anni per fare e disfare a suo piacimento
la Francia quanto la mappa dell'Europa. Agli inizi festeggia il 15 luglio,
presa della Bastiglia e simbolo dell'inizio della Rivoluzione, ma poi fa
scivolare piano piano la ricorrenza nel dimenticatoio. E così fa sparire,
senza sopprimerlo ufficialmente, il calendario repubblicano. Destina a
cariche e uffici imperiali ben 130 persone che a suo tempo si erano battute
per tagliare la testa al re Borbone.
Ripristina l'etichetta di corte e richiama dalla pensione i dignitari che la
conoscono alla perfezione. I suoi generalissimi, i marescialli, repubblicani
ed eretici, diventano «Monsignori». Gli ex-consoli sono ora uno grande
cancelliere e l'altro tesoriere dell'impero. Su tutti s'impone Talleyrand, gran
ciambellano, che ricostruisce l'atmosfera della vecchia corte pur nelle
mutate circostanze storiche, con personaggi tanto diversi.
L'imperatore dispensa denaro a piene mani a chi gli sta intorno, alla sua
corte, appunto; ma tratta se stesso con parsimonia. Dice: «Da giovane
ufficiale mi arrangiavo con 90 franchi di stipendio al mese, oggi potrei
benissimo sopravvivere con 1200 franchi e un cavallo». Lavora
moltissimo, con metodica costanza, inchiodato al tavolino come l'ultimo
degli scrivani. Si alza presto e si corica tardi, mangia in venti minuti senza
accorgersi dei cibi che gli vengono serviti, indossa abitualmente delle
uniformi disadorne, che sembrano sbiadite dall'uso mentre Giuseppina
ammucchia in guardaroba 700 abiti di ogni foggia e colore e non meno di
250 cappellini.
«Viva l'imperatore»: il grido si ripete nelle strade e nelle caserme. Tutto
ciò che quest'uomo tocca diventa moda e storia. Nascono i mobili e gli
abiti stile impero, nasce una nuova classe dirigente e un nuovo modo di

Lorenzo Vincenti 72 1985 - Napoleone Bonaparte


essere francesi: liberi, aperti, impegnati e spensierati allo stesso tempo.
Lavoro e ancora lavoro. È questo il gran segreto che consente a
Napoleone di rifondare le istituzioni, l'economia pubblica, lo Stato
devastato dalle ribellioni quanto dai cattivi amministratori. È stato
calcolato che dal colpo di mano del 18 brumaio, nel 1799, sino al suo
viaggio in Italia nel 1805 egli abbia trascorso lontano dalla sua scrivania
soltanto 259 giorni su 1723: mentre da quest'anno in avanti sarà per vari
motivi costretto all'estero un giorno su tre.
Crea la Legion d'onore che per i suoi soldati diventa subito un premio
ambitissimo, la «crocetta», come la chiamano loro. Rinnova le bandiere:
quadrate, ciascun lato di 80 centimetri, con al centro la scritta
«L'imperatore dei francesi al reggimento xy». In cima all'asta, un'aquila
con le ali spiegate emblema dell'impero (i soldati prendono l'abitudine di
definirla «il cucù»). Dichiara durante la solenne cerimonia della consegna:
«Soldati, ecco le vostre bandiere. Queste aquile vi serviranno sempre da
punto di adunata. Saranno ovunque dove il vostro imperatore lo riterrà
necessario per la difesa del suo trono e del suo popolo. Giurate di
sacrificare la vostra vita per difenderle e mantenerle sempre, con il vostro
coraggio, sul cammino della vittoria?». La risposta è un grido possente:
«Lo giuriamo».
Non mancano certo i critici e le critiche. Ha lasciato scritto la contessa
Potocka: «Questa corte, tanto magnifica da lontano, non poteva sostenere
ispezioni da vicino. Una sorta di confusione e mancanza di armonia erano
chiaramente individuabili, influivano sulle impressioni di grandiosità e
imponenza che ci si sarebbe aspettati di trovare. Nulla appariva veramente
autentico, e si aveva la sensazione di assistere a una rappresentazione in
cui gli attori stessero provando i costumi e ripetendo i loro versi». La
marchesa di Nadaillac nel 1804 compone dei versi che sembrano frustate e
che vengono distribuiti nelle vie di Parigi:
«Vissi molto a lungo di prestiti ed elemosine, di Barras, il vile adulatore,
sposai la sgualdrina; strangolai Pichegru, assassinai Enghien, e per tanti
misfatti ottenni una corona».
Eppure Napoleone può giustamente vantarsi di restare al potere per
volontà generale se non unanime del popolo. Lo vogliono i soldati ai quali
procura carriera e gloria, («ognuno di voi ha il bastone di maresciallo nel
suo zaino»), lo vogliono i contadini ai quali conserva le terre strappate ai
nobili e agli ecclesiastici durante la Rivoluzione, lo vuole una classe media

Lorenzo Vincenti 73 1985 - Napoleone Bonaparte


che sta emergendo conquistandosi con i meriti, con il lavoro,
l'avanzamento sociale. Tra critiche e adulazioni, vilipendi e osanna, resta
solo. Perfino i suoi nemici diventano grandi perché hanno di fronte non un
uomo «normale» ma Napoleone. Per trovare dei paragoni deve rifarsi ai
precedenti storici. Poche ore dopo l'incoronazione commenta: «Io sono
venuto al mondo troppo tardi. Adesso gli uomini sono troppo illuminati,
non vi sono più cose grandi da compiere. Ammetto di aver fatto una bella
strada, ma che differenza in confronto ai tempi antichi. Guardate un po'
Alessandro. Dopo aver conquistato l'Asia si dichiara figlio di Giove e tutto
l'Oriente gli crede, fuorché sua madre, Aristotele e un paio di pedanti
ateniesi. Se io oggi mi dichiarassi figlio del Padre Eterno, l'ultima
pescivendola mi fischierebbe. I popoli sono ormai troppo illuminati. Non
vi è più nulla di grande da fare». In questo sfogo è racchiuso il segreto
delle sue imprese future, una guerra dopo l'altra, una battaglia e un'altra
ancora cercando di dare una nuova dimensione alla grandezza per non
essere da meno dei giganti della storia. Ma agli inizi del suo regno egli
desidera sinceramente la pace e manifesta propositi adeguati scrivendo
personalmente, a sei sovrani. «Per la mia larga fama», comunica allo scià
di Persia, «avrai saputo chi io sia e che cosa abbia fatto, come abbia
elevato la Francia al di sopra di tutti i popoli dell'Occidente, quale
interesse io abbia per i principi d'Oriente. Gli orientali sono pieni di
coraggio e di genialità, ma l'ignoranza di alcune arti e la trascuratezza della
disciplina li pongono in situazione svantaggiosa nella guerra contro gli
uomini del Nord e dell'Occidente. Scrivimi i tuoi desideri e noi
rinnoveremo i rapporti d'amicizia e di commercio. Scritto nel mio palazzo
imperiale delle Tuileries, il 27 piovoso, anno XIII, primo anno del mio
governo».

CAPITOLO IX
SCONFITTO SUI MARI
Tra la fine del 1804 e l'autunno 1805 l'imperatore è dibattuto da un grave
problema squisitamente militare: deve o meno tentare l'invasione
dell'Inghilterra, paese irriducibilmente ostile a lui quanto alla Francia
contro la quale sta montando una terza coalizione? Gli inglesi, che sono 15
milioni, non sopportano che la nazione francese, la più popolata del
continente con i suoi 28 milioni di abitanti, responsabile di aver diffuso

Lorenzo Vincenti 74 1985 - Napoleone Bonaparte


ovunque gli ideali rivoluzionari, acquisti la supremazia e il rispetto, la
sicurezza interna, minacci l'egemonia dei commerci internazionali
britannici.
Napoleone già prima di dedicarsi alla spedizione d'Egitto era stato messo
a capo dell'allora fantomatica armata d'Inghilterra, preparata dal Direttorio
per l'invasione che egli stesso aveva poi sconsigliato ritenendo prima
necessario avere il dominio nella Manica. E una volta conquistato il
potere, dal 1803 va radunando la Grande Armée (Grande Armata) a
Boulogne, vicino a Calais, in faccia all'odiato nemico: nella parte più
stretta il Canale, che divide le coste inglesi da quelle francesi, è largo
soltanto una trentina di chilometri.
Concentra nel campo di Boulogne oltre 200.000 uomini mentre i cantieri
lavorano febbrilmente alla costruzione di battelli a fondo piatto giudicati i
più adatti ad attraversare il Canale trasportando le truppe. Ne vengono via
via approntati circa 2.000, subito ammassati su una decina di fila, oltre che
in quello di Boulogne, nei porti di Calais, Gravelines, Dunkerque,
Nieuport, Ostenda, Flessinga, Ètapes, Wimereux, Wissant, Montreuil,
Ambleteuse. Vengono costruiti anche i vascelli in grado di proteggere con
i loro cannoni le flottiglie da sbarco. La popolazione partecipa a questa
gigantesca corsa all'armamento navale attraverso spontanee sottoscrizioni
municipali: Parigi si quota l'equivalente di un vascello da 120 cannoni.
Napoleone in visita al campo e al porto di Boulogne guarda la riva opposta
della Manica, la terra dove egli personalmente è diventato il nemico
numero uno. Per tutto il secolo i bambini inglesi udranno ripetere dai
«grandi» la terribile minaccia: «Fai il bravo altrimenti viene 'Bonney',
l'orco Bonaparte, a rapirti». Gli inglesi si preparano a resistere
all'invasione perché capiscono che è questione di vita o di morte per tutto
il popolo. È un sogno antico, quello della Francia, di tramutare la «pallida
isola» oltre il Canale in uno Stato vassallo.
Anche l'opinione pubblica francese si prepara all'evento, con qualche
errore di psicologia e di prospettiva storica. «L'Irlanda oppressa dalla più
abominevole e sanguinaria tirannia poteva benissimo, in un momento di
disperazione, accogliere lo straniero», scrive Stendhal. «Mettendo piede in
Inghilterra avremmo diviso fra i poveri i beni di trecento Pari;1 [1
Denominazione riservata nell'ordinamento feudale ai membri della nobiltà
che hanno diritto in quanto tali a essere giudicati non dai magistrati del re
ma da una giuria composta di loro pari. Nell'epopea francese é «Pari»

Lorenzo Vincenti 75 1985 - Napoleone Bonaparte


ciascuno dei dodici paladini, uguali fra loro, che accompagnano
Carlomagno formando la sua scorta d'onore. L'Inghilterra è il paese in cui
questo ordinamento ha avuto il massimo sviluppo dal 1215 (Magna charta
libertatum) con la Camera dei lord o Assemblea dei pari, che ha ancora il
diritto di riunirsi in alta corte di giustizia per giudicare un lord.] avremmo
proclamato la costituzione degli Stati Uniti d'America, organizzato autorità
inglesi, incoraggiato il giacobinismo; avremmo dichiarato di essere stati
chiamati dalla parte oppressa della nazione e di aver voluto distruggere
solamente una forma di governo nociva tanto alla Francia che alla stessa
Inghilterra e che, fatto ciò, eravamo pronti a ritornarcene via. Se contro
ogni apparenza un popolo ridotto per un terzo alla mendicità non avesse
ascoltato questo linguaggio, in parte sincero, avremmo bruciato le quaranta
città più importanti. Molto probabilmente quindici milioni di uomini, un
quinto dei quali è disgustato del governo, e i quali tutti hanno soltanto del
coraggio senza alcuna esperienza militare, non avrebbe potuto, nel giro di
due o tre anni, resistere a trenta milioni di uomini obbedienti, non senza un
certo piacere, a un despota geniale».
Napoleone moltiplica le ispezioni, le visite e le parate al campo di
Boulogne ma non si decide a scatenare l'invasione sapendo di non avere
nella marina dei capi altrettanto agguerriti rispetto all'esercito. Inoltre
ascolta le voci di guerra provenire anche dal continente, a cominciare da re
Gustavo IV di Svezia che sogna una crociata antinapoleonica. Forse nella
sua mente l'invasione è più un sogno che una decisione, comunque
appronta un piano navale di grande audacia.
In base a questo piano il duca Decrès, ammiraglio e ministro della
marina, trasmette all'ammiraglio Villeneuve l'ordine di dirigere con la sua
flotta verso le Antille cercando di attirare in questa direzione Nelson, il
padrone del Mediterraneo. Villeneuve è appena riuscito a sfuggire a
Nelson che lo teneva bloccato dentro il porto di Tolone. Adesso, dopo le
Antille, dovrebbe tornare immediatamente su Brest permettendo
all'ammiraglio Ganteaume di uscire da questo porto anch'esso bloccato
dagli inglesi. Le squadre francesi così riunite, insieme con l'alleata
spagnola, avrebbero infine la comune missione di tenere a bada all'inizio
della Manica la marina inglese per i pochi giorni sufficienti allo sbarco,
all'invasione.
L'imperatore sulla costa sorveglia i preparativi. Durante una notte di
tempesta assiste all'operazione salvataggio di una nave che aveva rotto gli

Lorenzo Vincenti 76 1985 - Napoleone Bonaparte


ormeggi. «Fu uno spettacolo grandioso», scrive a Giuseppina. «Le
cannonate d'allarme, la riva piena di segnalazioni luminose, il mare irato e
ruggente; tutta la notte l'ansietà di salvare o perdere quegli infelici.
L'anima era sospesa fra l'eternità, l'oceano e la notte. Alle cinque del
mattino tutto era rasserenato, erano salvi e io andai a dormire con la
sensazione di un sogno epico romantico».
Sogno premonitore? Pochi giorni dopo apprende che Villeneuve,
evidentemente non all'altezza delle responsabilità ricevute, anziché recarsi
verso Brest si è rifugiato nella rada di Cadice, porto spagnolo
sull'Atlantico. Due giorni dopo, con un cambiamento repentino tipico della
sua genialità strategica, decide di sospendere l'invasione. Ordina alla
Grande Armée di lasciare le coste francesi per puntare, anziché a nord,
verso est. La meta non sono più le coste inglesi bensì il cuore della
Germania. C'è una terza coalizione contro la Francia, formata, oltre che
dall'Inghilterra e dall'Austria, dalla Svezia, dal re di Napoli che è cugino
dei Borboni e dalla Russia sul cui trono il giovane zar Alessandro 1 [1
Alessandro I è nato a Pietroburgo nel 1777. Il suo avvento al trono, nel
1801, coincide con un radicale mutamento della politica russa e ciò fa
nascere il sospetto che il giovane zar abbia avuto parte nell'assassinio del
padre.] ha preso il posto del padre Paolo I, ucciso dalla sua stessa famiglia.
Napoleone raccoglie la sfida confidando ai suoi marescialli: «L'Europa
troverà una pace duratura diventando una federazione di Stati ciascuno dei
quali prenderà ordini dall'impero centrale». Il suo impero, s'intende.
Aggiunge: «La mia giovane dinastia, di cui ora si discorre celiando, sarà
fra cinque anni la più antica d'Europa».
Il 20 agosto 1805 fa sfilare davanti a sé la Grande Armée che manovra
poi verso una delle marce militari meglio organizzate della storia, con
percorsi di 40 chilometri al giorno. Vuole prevenire l'immenso movimento
che si va attuando da quando Francesco d'Austria ha fatto invadere la
Baviera il cui re, Massimiliano, ha scelto per ora di parteggiare per i
francesi. La coalizione russo-anglo-austriaca è risoluta a sottrarre al
dominio francese l'Italia, di cui l'«orco» ha nominato vicerè il figliastro
Eugenio col compito contingente di bloccare il più a lungo possibile il
nemico dentro il Tirolo.
«Conto di passare il Reno il 5 vendemmiaio», scrive nei suoi ordini.
«Non mi arresterò che sul fiume Inn, o più lontano. Confido nella vostra
bravura e nel vostro talento. Conquistatemi delle vittorie». Lo scontro

Lorenzo Vincenti 77 1985 - Napoleone Bonaparte


decisivo avrà luogo nella vallata del Danubio. Oltre 100.000 austriaci sono
in marcia verso la Francia precedendo due grandi armate russe che
discendono dalla Polonia smembrata. Napoleone intende sferrare laggiù il
suo contrattacco per mezzo di sette Corpi della Grande Armée che
definisce «i miei sette torrenti». Partiti dalla Germania e da tutte le coste
francesi, compresa Brest, i «sette torrenti» si raggrupperanno verso Ulma
sorprendendo gli austriaci prima che a essi si congiungano i russi, quindi
marceranno su Vienna.
I «sette torrenti» sono comandati da Bernadotte, che proviene da
Hannover con 30.000 uomini; da Marmont che muove dall'Olanda con
altri 20.000; quindi il grosso al comando di Davout, Soult, Lannes, Ney,
che marciano da Boulogne, infine Augerau dalla Bretagna. In tutto, oltre
duecentomila uomini tra cui 8269 ufficiali di truppa e 108 ufficiali di stato
maggiore. È dai tempi di Carlomagno che non si registra un movimento
così razionale, compatto.
Due masse di centomila uomini ciascuna rotolano dunque una contro
l'altra durante il mese di settembre. Gli austriaci del maresciallo Mack
occupano il margine della Foresta Nera e Passau mentre i francesi
attraversano il Reno, da una parte e dall'altra di Strasburgo, su dei ponti di
barche approntati dagli specialisti del genio. I primi combattimenti si
sviluppano il 6 ottobre quando il 4° Corpo del maresciallo Soult cozza
contro gli austriaci stupefatti, perché certo non si aspettavano di trovarseli
di fronte, conquistando di sorpresa i ponti sul Danubio a Donauwòrth. Tre
giorni dopo Ney assalta i tre ponti di Guntzberg, comanda di persona
l'attacco in faccia al migliore dei comandanti austriaci, l'arciduca
Fernando, che comprende immediatamente la gravità della situazione: se
questi ponti cadranno, l'armata principale, quella di Mack, che dovrebbe
spingere il cuneo dell'invasione fino a Parigi, sarebbe obbligata a rifugiarsi
nella piazzaforte di Ulma.
Napoleone dirige la battaglia. I combattimenti sono aspri, sanguinosi; i
ponti vengono conquistati grazie al sacrificio del 59° reggimento di linea il
cui comandante, colonnello Lacuée, cade ferito a morte: l'imperatore farà
in tempo a rendergli l'estremo omaggio; mentre Murat, a Wertingen,
trascina la cavalleria a dei prodigi sbaragliando un gigantesco quadrato
formato da nove battaglioni nemici. La partita a scacchi prosegue con i
trentamila soldati di Mack bloccati a Ulma, mentre i francesi entrano in
Monaco di Baviera accolti come liberatori dai sudditi di re Massimiliano.

Lorenzo Vincenti 78 1985 - Napoleone Bonaparte


E da questo momento gli Stati e staterelli tedeschi sia dell'est sia del sud
ricercano la protezione della Francia.
Ora l'imperatore vuole battere Mack a Ulma, immediatamente, per
approfittare dell'effetto sorpresa della sua marcia folgorante. Ha già
calcolato fin da agosto che l'armata richiamata dal mare aggiri la Foresta
Nera da nord mentre gli austriaci l'attendono al varco a Basilea: sembra,
secondo le memorie di Fouché, che delle spie svedesi al soldo
dell'imperatore abbiano contribuito a creare questo convincimento nello
stato maggiore austriaco. Bisogna espugnare Ulma a qualunque costo e
innanzi tutto completare l'accerchiamento della città ripassando il Danubio
sotto il fuoco di ventimila austriaci attestati a Elchingen e sulle alture di
Michelberg con una formidabile artiglieria. La manovra viene compiuta
con metodica, impavida progressione da Ney, che si conquista il titolo di
duca d'Elchingen e l'appellativo di «bravo dei bravi».
La sera del 15 ottobre l'aggiramento è concluso. Napoleone ordina un
intenso cannoneggiamento seguito da trattative con Mack, alternando
come suo costume minacce e gentilezze. Il 19 sera, davanti a un enorme
bivacco acceso per il maltempo, riceve l'anziano maresciallo sconfitto.
Questi indossa l'alta uniforme che aveva preparato per la presa di Parigi e
porgendo la spada esclama teatralmente: «Sire, eccovi lo sventurato
Mack». Risposta: «Non so perché noi ci facciamo la guerra. Io non la
volevo. Mi accingevo a farla esclusivamente agli inglesi quando il vostro
padrone mi ha provocato».
Con la stessa uniforme fradicia entra nella sua tenda dettando ai segretari
il 7° bollettino della Grande Armée: «In quindici giorni abbiamo compiuto
una campagna: quanto ci eravamo proposti è concluso. Questa armata che
con tanta ostentazione quanta imprudenza si era radunata attorno alle
nostre frontiere è annientata. Sono caduti in nostro potere 200 pezzi
d'artiglieria, 30 bandiere, tutti i generali. Soldati, io vi avevo annunciato
una grande battaglia ma, grazie alle pessime decisioni del nemico, io ho
potuto ottenere gli stessi successi senza correre alcun rischio; e, ciò che
non ha precedenti nella storia delle nazioni, un così grande risultato non ci
è costato più di 1500 uomini fuori combattimento».
In realtà, sa di aver vinto una battaglia ma anche che le riserve nemiche
non sono affatto spossate. Marcia dunque su Vienna scompigliando lungo
il cammino nuove forze austriache e l'avanguardia di un'armata russa al
comando di Kutuzov mentre gli altri «torrenti» proseguono i movimenti

Lorenzo Vincenti 79 1985 - Napoleone Bonaparte


previsti (Davout passa il Traun il 1° novembre e l'Enns il giorno 5 dopo
aspri combattimenti). Qualche giorno prima, il 25 ottobre, lo zar
Alessandro è stato ricevuto con solennità a Berlino da re Federico
Guglielmo di Prussia e della regina Luisa, la vera sovrana che governa il
paese. La Prussia ha mantenuto finora una neutralità ambigua, grazie alla
sapienza diplomatica di Talleyrand, ma sta evolvendo verso l'ostilità; il suo
ravvicinamento alla Russia e all'Austria è una grave minaccia per la
Francia. Federico Guglielmo esita ancora, promette al giovane zar di
schierarsi al suo fianco dopo che questi avrà inflitto i primi rovesci ai
francesi. Alla vigilia di separarsi i due sovrani e la volitiva regina
discendono nella cripta della cattedrale di Potsdam dove riposa il sonno
eterno Federico il Grande: sulla sua tomba giurano eterna amicizia.
Qualche giorno prima ancora, il 20 ottobre, proprio mentre Ulma sta
capitolando, un'altra drammatica pagina della storia europea si va
svolgendo nelle acque di Capo Trafalgar, vicino allo Stretto di Gibilterra.
L'ammiraglio Villeneuve, che dopo la deplorevole decisione di rifugiarsi a
Cadice anziché raggiungere Brest sogna una rivincita, è ora uscito dal
porto sicuro al comando della flotta franco-spagnola con 33 vascelli d'alto
bordo. È atteso al largo da Nelson, che guida una flotta di consistenza
all'incirca uguale. Ma sono diversi gli uomini.
Villeneuve non ha l'aggressività, la volontà di imporsi a qualunque
costo, caratteristiche di Murat, di Lannes, di Ney e di tanti altri capi
militari che concorrono nelle battaglie di terra a far grande il grande
Napoleone. Né ha vicino l'imperatore che possa illuminarlo con le sue
intuizioni geniali pur essendo notoriamente incompetente di battaglie sul
mare. Non crede in se stesso. Questa sfiducia si è trasmessa ai suoi
equipaggi, dai comandanti delle navi, che per questo sfiorano
l'insubordinazione, alle ciurme avvilite.
Nelson, al contrario, è un marinaio nato. Mostra il moncherino del suo
braccio mutilato e l'orbita vuota dell'occhio perduto contro il nemico con
lo stesso orgoglio con cui le dame ostentano le proprie grazie, i più
favolosi gioielli. Inoltre deve farsi perdonare con un «colpo grosso» la
dissolutezza della sua vita privata (ha un «ménage a tre» con l'amante lady
Emma Hamilton e il marito di lei, ambasciatore inglese a Napoli) e il fatto
d'aver lasciato scappare più volte Napoleone e le sue flotte dalla maglia
della propria rete gettata nel Mediterraneo. Ossia in quello che dopo la
vittoria di Abukir è divenuto un mare inglese.

Lorenzo Vincenti 80 1985 - Napoleone Bonaparte


L'eroe di Abukir è un idolo nazionale in attesa della prova d'appello. I
suoi uomini lo adorano e si fidano completamente di lui. Sono più giovani
dei francesi e addestrati a una tattica di combattimento rivoluzionaria, tutta
impeto e assalti. Sanno che l'orco Napoleone può essere sconfitto soltanto
o prevalentemente sul mare, l'elemento che al popolo inglese è familiare
quanto la terra. Sanno che l'invasione della patria può essere evitata
dominando i mari. Sanno che il comandante nemico non ruggisce. In
definitiva, sono migliori dei nemici anche se provengono dalle prigioni o
da leve coatte.
Nelson non appena avvistata la flotta franco-spagnola ha fatto suonare la
banda sul ponte, terminato il pranzo con molti brindisi con i suoi ufficiali e
fatto issare sul pennone della sua ammiraglia, la «Victory», questo
segnale: «L'Inghilterra si attende che ogni uomo faccia il proprio dovere».
Non c'è bisogno di ordini perché ognuno sa già quello che deve fare per il
lungo, comune lavoro di preparazione, per l'esperienza accumulata, per la
tradizione.
La flotta inglese anziché attaccare il nemico parallelamente, da fianco a
fianco, secondo l'abitudine più diffusa, si dispone perpendicolarmente su
due linee con l'intento di sfondare al centro per poi avvolgere i due
tronconi separati in due cerchi di fuoco. I francesi ribattono dapprima
colpo su colpo, tanto che per ore l'esito della battaglia sembra incerto. Alle
2 del pomeriggio i vascelli «Nettuno» e «Africa» abbordano gli spagnoli
«S. Agostino» e «Santissima Trinità»; il «Conqueroro» affronta
l'ammiraglia francese «Bucentauro» e il «Royal Sovereign» la
«Sant'Anna». Lo scontro decisivo avviene tra i francesi «Forgueux»,
«Redoutable» e il «Temerary» appoggiato dall'ammiraglia «Victory».
Alle 17 Nelson, colpito da una fucilata che gli spezza la spina dorsale,
ordina all'ammiraglio in seconda Collingwood di far allungare non appena
possibile la formazione della flotta per prevenire i colpi della tempesta che
s'annuncia. Raccomanda alla patria di aver cura «di lady Hamilton e di mia
figlia Horatia». Prima di spirare ode l'esplosione assordante provocata da
una nave nemica che, centrata in pieno, salta in aria.
L'ammiraglio spagnolo Gravina resta gravemente ferito a bordo della
«Principe di Asturias». Alla resa dei conti, 17 vascelli franco-spagnoli
vengono catturati e soltanto una decina di unità della possente squadra
alleata riescono a tornare indenni a Cadice. Tutte le unità inglesi, più o
meno danneggiate, mantengono il mare. Gli inglesi lamentano la perdita di

Lorenzo Vincenti 81 1985 - Napoleone Bonaparte


450 marinai: non è molto per un trionfo così. La gioia è grandissima per la
vittoria che ribadisce la supremazia sui mari e allontana o cancella, la
minaccia dell'invasione. Ma il cordoglio per la morte di Nelson è
altrettanto profondo, diffuso. «Non sappiamo», scrive il Times, «se
dobbiamo dolerci o gioire. Il paese ha conseguito la più splendida e
decisiva vittoria mai registrata dagli annali navali della Gran Bretagna,
però è stata pagata a caro prezzo. Il grande e coraggioso Nelson non è
più».
Pierre Villeneuve, di 41 anni (7 di meno di Nelson) è tra le migliaia di
prigionieri trasportati in Inghilterra. L'ammiraglio sconfitto viene liberato
sei mesi dopo. Giunto in Francia, anziché tornare a Parigi si ferma in un
albergo di Rennes, capitale della Bretagna. «Ho raggiunto un punto nel
quale la vita è una disgrazia e la morte un dovere», scrive alla moglie. Poi
si uccide stoicamente con la spada che il vincitore gli aveva
cavallerescamente restituito.
«Si è risparmiato il disonore della corte marziale» commenta Napoleone.
Il progetto di invasione non viene ufficialmente soppresso ma accantonato
a tempo indefinito. Commenta Stendhal: «Tutto ciò fallì perché non si
trovarono dei Nelson nella nostra marina».

CAPITOLO X
NEL PALAZZO IMPERIALE DI VIENNA
L'invasione dell'Inghilterra rimane un sogno per Napoleone come lo era
stata la conquista dell'India per Alessandro Magno. L'imperatore tuttavia
non perde tempo a piangere sulla sconfitta di Trafalgar. Dal 22 ottobre al
14 novembre discendendo il Danubio trascina i suoi uomini verso Vienna.
«Avanti, avanti», ordina incessantemente e il magnifico Murat lo
obbedisce sin troppo alla lettera gettandosi «a testa bassa» con la sua
cavalleria contro la capitale austriaca mentre il grosso è ancora lontano.
Accade così che il generale russo Kutuzov, al quale poco importa di
difendere Vienna, faccia in tempo a ritirarsi con i suoi 40.000 uomini
evitando una pericolosa battaglia e circondando a Dirstein il maresciallo
Mortier, abbandonato con 5.000 soldati sulla riva sinistra del grande
fiume. Mortier, impugnata la spada, combatte in prima linea con l'agilità di
una recluta. «Non si lasci catturare», esortano i suoi aiutanti. «Si metta in
salvo su di una barca». Risposta: «No, signori miei, non si può

Lorenzo Vincenti 82 1985 - Napoleone Bonaparte


abbandonare gente così brava. Ci salviamo tutti oppure moriremo con
loro».
«Impadronitevi a qualunque costo del ponte che attraversa il Danubio
sotto le mura di Vienna», ordina Napoleone a Murat. Sono gli ordini
prediletti perché il bel cavalleggero non sarà uno stratega geniale ma ama
le imprese difficili se non impossibili. La rapida conquista del ponte intatto
potrebbe consentire alla Grande Armée di riacchiappare Kutuzov. Ma
l'importantissimo obiettivo è presidiato da 8.000 austriaci bene appostati
con cannoni e decisi, in caso disperato, a far saltare tutto in aria con le
mine.
Murat, spalleggiato da Lannes, altra faccia tosta, s'avvia a piedi verso il
ponte con l'aria più pacifica del mondo. I due marescialli, seguiti dai loro
generali, hanno i cappelli impennacchiati in mano, le uniformi sgargianti e
sorridono con molta cordialità. I comandanti austriaci hanno un attimo
d'esitazione nel comandare «Fuoco a volontà» contro i due pari di Francia,
contro il disarmato plotone di «pezzi grossi». Murat si inchina e dice,
mentendo spudoratamente: «Ma signori, non è più il caso che ci spariamo
addosso. L'armistizio è già stato concordato». Ottiene così l'immediata
sospensione delle ostilità da parte dei suoi ingenui avversari consentendo
ai granatieri di Oudinot di impadronirsi di tutti i ponti di Vienna. La
Grande Armée può gettarsi con rinnovato impegno all'inseguimento dei
russi.
Napoleone I, imperatore dei francesi per volontà del suo popolo, la sera
del 13 novembre dorme nella camera di Francesco II d'Asburgo-Lorena,
imperatore del Sacro Romano impero per volontà divina (assicura lui).
Dopo avergli portato via la capitale, lo stupendo castello imperiale di
Schoenbrùnn («Fonte bella») che è la residenza estiva degli Asburgo e il
letto grande come una piazza d'armi, si accinge a levargli per sempre il suo
titolone storico facendolo retrocedere a Francesco I, anziché II, «semplice»
imperatore ereditario d'Austria. Nei prossimi mesi gli farà perdere la
Dalmazia, il Veneto, il Tirolo e altri possedimenti ereditari; e poi qualcosa
come centomila chilometri quadrati di territori tedeschi e non tedeschi
nonché l'accesso al mare. Infine lo costringerà a diventare suo alleato e
suocero accordandogli la mano dell'adorata figlia Maria Luisa.
Nel frattempo Napoleone il persecutore si concede un lungo bagno caldo
e qualche ora di sonno ristoratore nelle stanze imperiali che furono della
grande Maria Teresa; il mattino dopo di buon'ora passeggia nel parco

Lorenzo Vincenti 83 1985 - Napoleone Bonaparte


superbo (120 ettari) che si estende nel retro del castello. Al ritorno detta
una serie di lettere ai segretari che si alternano 24 ore su 24 a sua
disposizione, in qualunque momento e in qualunque luogo compresa la
stanza da bagno o la sella del cavallo. A Giuseppina: «Mi sono affaticato
più del necessario. Per una settimana sono stato sempre bagnato fino alle
ossa e con i piedi gelati». A Talleyrand, l'astuta volpe della diplomazia che
sta intessendo la rete delle trattative: «Ho raggiunto il mio scopo, ho
annientato l'esercito austriaco semplicemente con le marce. Ora mi
rivolgerò contro i russi». Al suo perseguitato, il «povero» imperatore
Francesco: «Sua Maestà comprenderà che è giusto ch'io mi valga della
fortuna favorevole ed esiga una garanzia contro una quarta coalizione
promossa dall'Inghilterra. Sarei sempre felice di poter conciliare la
sicurezza dei miei popoli con la Sua amicizia, alla quale, nonostante il
numero e la potenza dei miei nemici che la circondano, io chiedo di poter
ancora aspirare». La solita doccia scozzese delle minacce e delle
adulazioni.
Balza poi a cavallo per andare a prendere, con la spontaneità di un gesto
dovuto, le chiavi di Vienna, che l'arcivescovo, la municipalità e tutte le
autorità civili sono venute a consegnargli sopra un cuscino di velluto
scarlatto. S'accorge che non pochi dei suoi reparti sembrano formati da
soldatacci campagnoli, improvvisati perché i fornitori non hanno fatto in
tempo a fabbricare le scarpe, le uniformi e l'equipaggiamento completo per
tutti i duecentomila soldati della Grande Armée. Marciano a fianco a
fianco, lungo le vie della città che prima d'ora non era mai stata violata
dallo straniero, dei soldati con le uniformi perfette e dei loro camerati che
hanno giacca e cappello da cacciatore, pantaloni pieni di rattoppi e pezze ai
piedi al posto degli stivali. Gli uni e gli altri sono carichi di bottiglie di
vino, di salumi, di formaggi arraffati nelle campagne prima di Vienna e ora
destinati ai festeggiamenti della vittoria.
Napoleone, che non vuole sfigurare, il giorno seguente fa sfilare lungo le
vie del centro, fanfare in testa, novemila uomini della sua Guardia tirati a
lucido dai baffi alle calzature, galloni e medaglie, tutto un brillìo di else e
di bottoni d'ottone, di spalline e di gradi. Vienna è per popolazione la terza
città d'Europa con i suoi trecentomila abitanti, dopo Londra (quasi un
milione) e Parigi (oltre mezzo). La popolazione viennese, gaudente, un po'
cinica, accoglie nel complesso piuttosto bene gli invasori e in qualche caso
benissimo: le donne, giovani e meno, prostitute e signore dabbene,

Lorenzo Vincenti 84 1985 - Napoleone Bonaparte


intrecciano rapidi amori imparando a cantare La marsigliese.
Napoleone non partecipa alla generale allegria. Controlla gli eventi
bellici che si susseguono con rapide sequenze sui vari scacchieri. Kutuzov,
orbato d'un occhio in battaglia come Nelson, grasso, sessantenne, dietro
l'apparenza bonaria è un generale abilissimo. Con veloci manovre riesce a
sottrarsi all'inseguimento della scatenata cavalleria di Murat per due volte,
a Krems e a Hollabrùnn. Raggiunto dal suo zar, che guida dei rinforzi,
rappresenta adesso una grave minaccia a nord.
In Italia l'arciduca Carlo, la cui abilità militare ingelosisce l'imperatore
suo fratello, ha conseguito a Caldiero, vicino a Verona, una «quasi»
vittoria contro Massena che è riuscito a stento a contenerlo. Ney nel Tirolo
ha avuto il suo bel da fare contro l'armata dell'arciduca Giovanni;
impadronitosi di Innsbruck, ha ritrovato delle bandiere francesi perdute nel
corso delle battaglie precedenti e le ha restituite con grande solennità al
76° reggimento di linea.
Il «Piccolo caporale» di Lodi è al crocevia dei «sette torrenti». Percorre
a cavallo la pianura della Moravia alla ricerca del terreno adatto per
attirare le forze russe e austriache congiunte in una grande battaglia, per
annientare la trappola gigantesca formata dall'Europa intera e le cui fauci
spalancate sembrano sul punto di rinchiudersi sopra di lui. Ha trentasei
anni, da uno appena è stato consacrato imperatore. Attorno a lui e nei
salotti di Parigi si mormora che la corona abbia logorato il suo genio, che
Napoleone I non uguaglierà sul campo di battaglia il generale Bonaparte.
C'è chi assicura che più di lui saranno bravi gli altri due imperatori, questi
per diritto ereditario, che gli sono di fronte. Alla vigilia della battaglia
nessuno immagina che egli stia per diventare, con la battaglia di Austerlitz,
il più grande comandante d'eserciti della storia.
Gli esperti delle generazioni future gli riconosceranno: come tattico, un
contributo originale nell'uso dell'artiglieria davanti e non dietro le proprie
truppe; e come stratega, un'insuperabile maestria per la velocità, la vastità
e il coordinamento delle sue operazioni. Un carisma personale
assolutamente straordinario: la sua presenza sul campo di battaglia
equivale a una forza di 40.000 uomini (la definizione è del suo vincitore,
Wellington).

CAPITOLO XI
IL SOLE DI AUSTERLITZ
Lorenzo Vincenti 85 1985 - Napoleone Bonaparte
Napoleone ha deciso: si farà attaccare vicino a Austerlitz, villaggio della
Moravia sul fiume Littava. È una zona collinosa, striata da piccoli corsi
d'acqua e stagni gelati, dominata dall'altopiano di Pratzen. Come uno
schermidore che invita l'avversario all'attacco fingendo di avere la guardia
abbassata egli sguarnisce l'altopiano offrendo la bella posizione al nemico.
Schiera un debole fianco destro nel proprio schieramento. Debole perché il
nemico sia indotto a sferrare l'attacco sull'altopiano l'attacco principale
sguarnendo gli altri settori e con l'obiettivo di aggirare i francesi sulla loro
destra tagliando poi la via della ritirata su Vienna. Se il nemico si lascia
attirare dall'esca, l'imperatore ha pronte le truppe, nascoste dietro l'altura
chiamata Zurlan, da scagliare contro il centro avversario sguarnito
dividendo così l'esercito austro-russo in due tronconi principali, ciascuno
dei quali da avvolgere e annientare.
La finta è talmente indovinata da ingannare perfino due marescialli
francesi, Lannes e Soult, che litigano e si sfidano a duello dopo aver
discusso sulla necessità di consigliare all'imperatore di arretrare il fianco
destro troppo allungato, sottile. Napoleone ha 67.000 uomini e attende
dalla capitale austriaca il III Corpo di Davout con altri 6.600 soldati.
Questi arrivano sfiniti dopo una lunga marcia, con le scarpe a pezzi e i
piedi sanguinanti: è il giorno 1° dicembre, vigilia di quella che passerà alla
storia come «la battaglia dei tre imperatori» (Napoleone contro lo Zar e
Francesco d'Asburgo). Le truppe austro-russe al comando di Kutuzov
hanno la superiorità numerica: 85.400 uomini.
I francesi si riparano dal gelo costruendo delle capanne di legno e paglia;
tentano di combattere i morsi della fame con delle razzie nelle campagne
circostanti. Napoleone mentre ispeziona l'accampamento interviene a
sedare una rissa esplosa sotto i suoi occhi tra due reparti di granatieri, uno
a piedi e l'altro a cavallo, sul possesso di dodici maiali vivi appena razziati.
«Dividete a metà», sentenzia: i maiali vengono uccisi all'istante, appesi a
rosolare sul fuoco e mangiati. Si distribuisce, con apprezzata generosità,
molta acquavite alla truppa; agli ufficiali, vino tocai da botti enormi.
Nonostante i disagi, il morale è alto perché si pensa che quella di domani
sarà l'ultima battaglia: dopo la vittoria, si potrà finalmente mangiare i
viveri del nemico, riposare e far baldoria.
Napoleone è così sicuro di sé da illustrare il suo piano alla truppa prima
del riposo notturno. «Soldati», proclama, «l'esercito russo si erge contro di

Lorenzo Vincenti 86 1985 - Napoleone Bonaparte


voi per vendicare l'esercito austriaco di Ulma. Sono gli stessi battaglioni
che avete schiacciati presso Hollabrùn e che poi avete senza posa inseguiti
fin qui. Le posizioni che occupiamo sono formidabili, e mentre essi
saliranno per prendere la nostra destra, mi presenteranno il fianco. Soldati!
Io stesso guiderò i vostri battaglioni. Mi terrò lontano dal fuoco se voi, col
vostro coraggio abituale, porterete nei ranghi del nemico il disordine e lo
scompiglio. Ma se la vittoria fosse incerta, non fosse che per un momento,
vedreste il vostro imperatore esporsi ai primi colpi del nemico, poiché non
può esservi incertezza nella vittoria, specialmente in questo giorno in cui si
tratta dell'onore della fanteria francese, così necessario per l'onore della
nazione. Non si rompano i ranghi col pretesto di portar via i feriti!
Ciascuno sia penetrato dall'idea che bisogna vincere questi mercenari
dell'Inghilterra, animati da tanto odio verso la nostra nazione. Questa
vittoria porrà fine alla nostra campagna, e noi potremo tornare ai nostri
quartieri d'inverno, dove ci aspetteranno le nuove truppe francesi che ora si
formano in Francia; e allora la pace che io concluderò sarà degna del mio
popolo, di voi e di me».
Vuole recarsi un'altra volta, durante la notte, a osservare l'accampamento
nemico per accertarsi che tutto si svolga secondo le sue previsioni. Nel bel
mezzo dell'audace ricognizione tra le linee avanzate incappa, nel buio,
proprio contro una pattuglia avanzata cosacca, che cerca di bloccarlo, di
ucciderlo. Si salva ritirandosi al galoppo sotto la protezione delle poche
guide di scorta. Svegliati dalle grida concitate, dai rumori, i soldati francesi
più vicini accendono delle torce di paglia per rischiarire l'oscurità e vedere
chi sia la causa di tanto fracasso. La nota sagoma che emerge dalla notte al
chiarore tremolante delle fiaccole è subito riconosciuta. Sale spontaneo il
grido «Viva l'imperatore»: domani è il primo anniversario della sua
consacrazione in Nòtre Dame. Di bivacco in bivacco, tutti capiscono. Ora
la notte è punteggiata di fuochi levati in alto e di grida «Viva
l'imperatore». Un sovrano che è uno di loro, soldato tra i soldati, che veglia
e prepara la vittoria.
Nell'accampamento di fronte il nemico ode le grida indistintamente,
osserva da lontano i puntini luminosi delle fiaccole e crede che i francesi
stiano ritirandosi dopo aver accertato la loro manifestata inferiorità. Qui
non vegliano né l'imperatore né lo zar, per i quali la battaglia è un lavoro
da lasciar svolgere ai generali e i soldati sono come oggetti da usare
quando servono ma che al di fuori della lotta non hanno anima e non

Lorenzo Vincenti 87 1985 - Napoleone Bonaparte


hanno volto.
Qui vegliano fino all'una i generali alleati per ascoltare il piano elaborato
dal capo di stato maggiore austriaco Weyrother. Ecco il racconto di un
testimone, il generale Langeron: «Quando finalmente eravamo tutti riuniti,
il generale Weyrother arrivò, spiegò su un grande tavolo una grandissima
ed accurata carta dei dintorni di Brùnn e Austerlitz, e ci lesse le
disposizioni a voce alta con un'aria molto soddisfatta che indicava una
profonda convinzione dei suoi meriti personali ed una altrettanto profonda
convinzione della nostra incapacità. Assomigliava più a un insegnante di
scuola che fa lezione a dei giovani scolari. Kutuzov, seduto e
sonnecchiante al nostro arrivo, cadde in un vero e proprio sonnellino prima
della nostra partenza. Tra tutti i generali, soltanto Doctorov esaminò le
carte con attenzione». Per la verità: Kutuzov sonnecchiava perché era
ubriaco.
I movimenti delle truppe russo-austriache cominciano prima dell'alba.
Scrive Lev Tolstoi in Guerra e pace: «Alle cinque di mattina era ancora
completamente buio. Le truppe del centro, la riserva e l'ala destra di
Bagration stavano ancora immobili. Ma all'ala sinistra, le colonne di
fanteria, di cavalleria e d'artiglieria, che dovevano scendere per prime dalle
posizioni alte per attaccare l'ala destra dei francesi e respingerli, secondo il
piano, nelle montagne di Boemia, si agitavano già, e cominciavano i loro
preparativi. Il fumo dei fuochi, nei quali avevano buttato tutto quello che
era ingombrante, faceva bruciar gli occhi. Faceva freddo ed era buio. Gli
ufficiali, in fretta, bevevano il tè e facevano colazione. I soldati
masticavano la galletta, battevano le mani per scaldarsi... La nebbia era
così fitta che, malgrado il sorgere del giorno, non si vedeva a dieci passi di
distanza. I cespugli sembravano alberi enormi, i luoghi in piano, burroni e
pendii. Dovunque, da tutte le parti, si poteva urtare contro un nemico
invisibile a dieci passi. Le colonne marciarono a lungo, sempre nella stessa
nebbia, scendendo e salendo colline, attraversando giardini, orti, in un
paese nuovo, sconosciuto, ma senza incontrare mai il nemico. Al contrario,
ora avanti, ora dietro, da tutte le parti, i soldati vedevano altre colonne
russe che seguivano la stessa direzione».
L'attuazione del piano di Weyrother provoca la suddivisione delle truppe
alleate in sette parti: 60.000 uomini partecipano all'attacco principale
contro il fianco destro francese al comando del generale Buxhowden
sguarnendo il centro del proprio schieramento quasi completamente.

Lorenzo Vincenti 88 1985 - Napoleone Bonaparte


Napoleone segue l'inizio della battaglia stando sull'altura detta Zurlan. Alle
8 tra la nebbia che un sole rosso non riesce a perforare, intravvede un
fiume di baionette russe discendere dall'altopiano di Pratzen. Comanda
allora a Soult di iniziare la marcia verso il centro dell'altopiano, in
corrispondenza del centro dello schieramento nemico. Quando Kutuzov
comprende il significato di questa manovra, arresta le truppe vicine a lui,
inverte la direzione di marcia e accorre in aiuto del settore minacciato. Ma
ormai è troppo tardi per richiamare qui rinforzi in misura adeguata al
pericolo. Gli austro-russi, insomma, non riescono a manovrare con la
stessa rapidità con la quale il «Piccolo caporale» è solito far fronte agli
imprevisti inevitabili in una battaglia.
Napoleone prosegue la partita a scacchi mandando Bernadotte in
appoggio a Soult verso sinistra e più all'estremo Murat, Caffarelli, Lannes,
Suchet. Murat trascina tremila cavalieri a inserirsi come un cuneo terribile,
vivente, dentro il fianco nemico contribuendo alla manovra complessiva di
isolare l'ala destra di Bagration dal resto delle forze. Mentre sulla destra
francese 8.000 fanti e 2.800 cavalleggeri sostengono una durissima
battaglia difensiva, di logoramento, contro 35.000 soldati alleati.
A mezzogiorno, Soult è in possesso del Pratzen proprio nel cuore dello
schieramento nemico; a destra, Davout è riuscito, con l'aiuto di Oudinot, a
bloccare la fiumana nemica; a sinistra, si va completando l'azione di
isolamento di Bagration. Ora il sole s'innalza sconfiggendo finalmente la
nebbia: una nuova massa d'urto travolge l'ormai inesistente centro austro-
russo accerchiando da tre direzioni le truppe di Buxhowden.
Alle tre del pomeriggio Bagration si disimpegna e batte in ritirata
ordinatamente, con le forze quasi intatte. Rotta clamorosa, invece, per
Buxhowden, che ha sopportato il peso maggiore della battaglia dapprima
all'attacco e poi, a sua volta attaccato, nell'intento di sfuggire
all'accerchiamento. Cinquemila dei suoi uomini cercano di salvarsi
fuggendo attraverso gli stagni ghiacciati: Napoleone fa accorrere una
batteria, cannoneggia e sfonda il ghiaccio facendo precipitare dentro
l'acqua gelata cavalli, cavalieri e artiglieria nemica.
Alle 5, tramontato il sole di Austerlitz, col cessate il fuoco si traccia il
bilancio della giornata. Le perdite nemiche: 11.000 russi e 4.000 austriaci
uccisi, altri 12.000 soldati alleati catturati insieme con 180 cannoni, 50
bandiere, ingenti depositi di viveri e munizioni. Perdite francesi: 1.305
morti, 6.940 feriti, 573 prigionieri.

Lorenzo Vincenti 89 1985 - Napoleone Bonaparte


Per la prima volta un cervello unico ha organizzato, pianificato e guidato
sul campo una campagna militare che ha la più brillante delle conclusioni
in questa giornata indimenticabile. «Ho battuto l'armata austro-russa
comandata da due imperatori», scrive Napoleone a Giuseppina. «Sono un
po' stanco. Mi sono accampato all'aperto per otto giorni e altrettante fredde
notti. Domani potrò riposarmi nel castello del principe Kaunitz, e dovrei
poter dormire due o tre ore. L'esercito russo non è soltanto battuto, ma è
anche distrutto. Ti abbraccio». Dice ai prigionieri della Guardia dello Zar:
«Molte nobili Signore di Pietroburgo piangeranno per questo giorno». Più
retorico il messaggio alle truppe: «Soldati, sono contento di voi. ...Date il
mio nome ai vostri figli, ve lo permetto; e se uno di loro si dimostrerà
degno, gli voglio lasciare la mia eredità e proclamarlo mio successore».
Conclusione: «Il mio popolo vi rivedrà con gioia e basterà dire: 'Ero alla
battaglia di Austerlitz' perché vi risponda: «Ecco un valoroso». Conclude
con un attacco alla Gran Bretagna, il nemico che non vuole venire a patti:
«Che tutto il sangue qui sparso, che tutte queste sfortune ricadano sui
perfidi isolani che li hanno causati! Che i codardi oligarchi di Londra
sopportino le conseguenze di tanti strazi».
Annuncia di adottare formalmente tutti i bambini resi orfani dalla
battaglia concedendo loro il permesso di aggiungere Napoleone ai nomi di
battesimo. Alle vedove destina delle sostanziose pensioni. Fa distribuire
due milioni di franchi oro tra gli ufficiali di grado più elevato.
L'indomani l'imperatore Francesco chiede di parlargli. La richiesta lo
raggiunge mentre è già in trasferimento. Napoleone riceve il suo coetaneo
Francesco strada facendo, in un mulino a vento. «L'imperatore chiese di
parlarmi», riferisce a Talleyrand, «e io lo ricevetti; l'incontro durò dalle 2
alle 4 del pomeriggio. Vi dirò quello che penso di lui quando vi vedrò.
Voleva concludere la pace subito. Fece appello ai miei sentimenti. Mi
difesi, un tipo di schermaglia che, vi assicuro, non mi riuscì affatto
difficile. Mi chiese un armistizio e io glielo accordai... Deve informare gli
austriaci che la battaglia ha cambiato la situazione e che ora essi devono
attendersi condizioni più dure; dica soprattutto che mi sono lamentato del
loro comportamento sleale, giacché mi mandarono negoziati nel giorno in
cui intendevano attaccarmi per farmi abbassare la guardia».
Il 26 dicembre con la firma del Trattato di Presburgo l'Austria sparisce
dall'Italia e cede al re di Baviera il Tirolo, Voralberg, altri possedimenti
alpini; la Svezia, inaudito, viene data al duca di Wuerttemberg.

Lorenzo Vincenti 90 1985 - Napoleone Bonaparte


CAPITOLO XII
L'AMANTE PREDILETTA
Quella che durante la radiosa giornata di Austerlitz ha dato una
dimostrazione molto convincente delle sue sbalorditive capacità è la
macchina bellica che Napoleone si è costruito su misura nell'intento di
imporre la propria volontà su tutta l'Europa. La Grande Armée fondata
ufficialmente a Boulogne nel 1803 è nata in realtà l'anno prima come
armata d'Inghilterra e rimane attiva fino al 1815. Ha una consistenza con
punte fino a un milione di uomini sotto le armi contemporaneamente,
media variabile da 200.000 a 500.000 (campagna di Russia). Viene fatta,
decimata o sciolta e rifatta più volte. Nell'arco di tredici anni servono via
via sotto le sue bandiere 1.600.000 francesi oltre ai numerosi, nutriti
contingenti di alleati stranieri che se agli inizi rappresentano soltanto dal
10 al 20 per cento delle truppe totali col trascorrere del tempo diventano la
parte più consistente. I francesi sono tutti soldati di leva di età, stabilita da
Carnot, da 20 a 25 anni.
Su un totale di circa tre milioni di uomini, alla fine dei conti i morti o
dispersi risulteranno un milione; e i feriti, compresi quelli poi deceduti in
seguito alle lesioni riportate in battaglia, circa due milioni. Significa che
dei soldati di Napoleone uno su tre era destinato a morire per cause di
guerra e appena uno su tre sarebbe tornato a casa incolume.
I dati relativi alla campagna di Russia sono un esempio a questo
proposito illuminante: su 450.000 arruolati per questa impresa, di cui
appena 125.000 francesi, 400.000 attraversano effettivamente il Niemen
diretti a est. Ne torneranno indietro soltanto 20.000, forse meno; 280.000
risultano morti di ferite, di gelo, di malattie varie; 100.000 figurano in
mano ai russi, e anche non pochi di costoro non rivedranno mai più le loro
famiglie.
Eppure, diventare un veterano della Grande Armée è un sogno per buona
parte della migliore gioventù europea. I veterani o grognards, brontoloni,
come l'imperatore chiamava i suoi soldati, avevano un prestigio destinato a
sopravvivere alla loro morte, fino alle generazioni successive.
Napoleone usa la Grande Armée per i propri fini ma la ama con
dedizione e sopporta per lei qualunque sacrificio: marce estenuanti al suo
fianco sotto la pioggia, neve, veglie, pericoli mortali. Più che uno

Lorenzo Vincenti 91 1985 - Napoleone Bonaparte


strumento, la considera un'amante per la quale nessuna attenzione è
eccessiva.
La Grande Armée nasce a Boulogne durante il periodo consolare
alloggiata dapprima nelle tende, come avveniva fin dai tempi antichi per
ogni campo militare, e poi in baracche costruite apposta dimezzando
boschi e foreste. Quattro chilometri di costruzioni con viali dedicati ai
nomi delle vittorie, con prati, fontane e, ai margini, le osterie in cui
trascorrere allegramente le ore di libera uscita. Ogni baracca accoglie una
quindicina di soldati, che dormono uno accanto all'altro sopra il tavolaccio
rialzato verso la testa e ricoperto da un soffice strato di paglia. Pulizia
accurata dentro e fuori. Molti soldati sono analfabeti, provengono da
famiglie di contadini o di lavoratori urbani miserabili e hanno più
comodità qui che a casa loro.
Riferiscono i giornalisti del Moniteur dopo le prime visite: «Viali
alberati, cespugli di verde, tappeti di prato, magnifici giardini, aiuole
accuratamente tenute aggiungevano un grazioso aspetto ai campi. Sorgenti
di acqua limpida procuravano una bevanda sana ai soldati e servivano allo
stesso tempo all'irrigazione dei giardini. Le abitazioni dei comandanti
rivaleggiavano in eleganza con le case di categorie sociali ben più ricche».
Rancio tre volte al giorno: alle 7, alle 11,30 e alle 18. Carne quattro volte
alla settimana, alternata con formaggi e verdure; di sera, riso o fagioli,
verdure; 180 grammi di biscotti e 250 di pane ogni giorno. Birra leggera,
un litro di acquavite ogni baracca (ma non sempre). Soldo giornaliero: da
0,45 a 0,62 centesimi per la recluta, fino a 0,96 per il caporale; da 0,87 a
1,23 per il sergente. Stipendio mensile per gli ufficiali: subalterni: 125
franchi al sottotenente, 233 al capitano; superiori: da 300 franchi per i
maggiori a 562 per i colonnelli; generali: 833 di brigata, 1.250 di
divisione, 3.000 per l'intendente e il comandante in capo dell'Armée; 3.333
per i marescialli di Francia.
Soprassoldi, premi, compensi speciali durante le campagne e soprattutto
in occasione di qualche brillante vittoria. Spesso, dopo la battaglia,
l'imperatore in persona senza attendere i rapporti dei generali passa
rapidamente in rassegna i reparti. «Quali sono i soldati più valorosi della
giornata?», chiede ai Comandanti di reggimento. I prescelti fanno un passo
avanti ricevendo all'istante le Legioni d'onore e talvolta anche la
promozione a ufficiale.
Sia al campo sia durante le campagne l'Armée ha al seguito migliaia di

Lorenzo Vincenti 92 1985 - Napoleone Bonaparte


donne, anche oneste, come inservienti e vivandiere, e un numero molto più
elevato di prostitute: queste ultime, unite a quelle trovate nei paesi
conquistati, formano un autentico esercito che falcidia l'Armée talvolta più
del nemico arrecando il contagio delle malattie veneree e l'indisciplina.
Nemmeno Napoleone riesce a contenere questo flagello. Del resto, le
donne sono non di rado protagoniste di episodi eroici andando
spontaneamente in soccorso dei feriti, dei malati, dei combattenti rimasti
senza viveri o con le scorte di munizioni esaurite.
La fanteria, che rappresenta il grosso, combatte col fucile d'ordinanza a
pietra focaia modello 1777 (e successive modifiche), lungo un metro e
mezzo, pesante oltre quattro chili; calibro 17,5 millimetri. Spara palle di
piombo pesanti ognuna 29 grammi; tiro preciso: fino a 200 metri, utile:
fino a 500. Il fante per caricare l'arma deve compiere una serie di
operazioni che richiedono circa 2 minuti. Durante il combattimento i
reparti sono divisi su tre righe: la prima spara stando in ginocchio, la
seconda in piedi, la terza riceve i fucili che hanno appena sparato, per
ricaricarli, dando intanto ai compagni i propri già pronti. Si avanza non in
formazione di parata o a intervalli regolari secondo le rigide formazioni
prussiane ma sfruttando il terreno per proteggersi. L'assalto finale avviene
spesso con la baionetta, lunga 56 centimetri e con lama triangolare,
inastata alla sommità della canna.
I cavalleggeri caricano a velocità non elevate (17 chilometri all'ora) ma
con molta determinazione sull'esempio di splendidi comandanti da Murat a
Lannes. Caricano tenendo in avanti le sciabole dalle lame diritte o ricurve,
secondo i reparti, e hanno tutti delle armi da fuoco, due pistole oppure il
moschetto o la carabina.
L'artiglieria è suddivisa principalmente nelle specialità a piedi e a
cavallo. Cannoni da 4 da 8 e da 12 libbre (una libbra: chilogrammi 0,409),
secondo il peso del proietto lanciato: una palla piena di ghisa; contro il
nemico a distanza ravvicinata si ordina il tiro a mitraglia (lancio di scatole
di latta o di cartone, a forma cilindrica, contenenti piccole palle di piombo
frammiste a rottami di ferro). L'artiglieria pesante ha in dotazione anche gli
obici da 24 libbre, che sparano granate (pallette di piombo e polvere da
sparo).
Ecco l'opinione di Napoleone sulla sua arma di provenienza (dall'opera
Le memorial de Sainte Helene di Las Cases): «L'imperatore ha parlato a
lungo sull'artiglieria. Avrebbe desiderato maggiore uniformità nei pezzi e

Lorenzo Vincenti 93 1985 - Napoleone Bonaparte


una minore suddivisione. Il generale era sovente incapace di giudicare del
loro migliore impiego, e nulla poteva superare i vantaggi dell'uniformità in
tutti gli strumenti e in tutti gli accessori. A suo avviso, il difetto è che,
generalmente, l'artiglieria non spara abbastanza in una battaglia. Per
principio, in guerra non si deve fare risparmio di munizioni: se esse
scarseggiano, è un'eccezione; ma all'infuori di questo caso si deve sempre
sparare. Egli, che ha sovente rischiato di morire a causa di un proiettile
sperduto, che sapeva quali conseguenze questo avrebbe potuto avere per la
sorte di una battaglia e di una campagna, era del parere di tirare sempre,
senza posa, senza calcolare la spesa dei proiettili. Inoltre, diceva che se
avesse voluto tenersi lontano dalla zona del pericolo, si sarebbe messo a
trecento tese1 [1 Una tesa corrisponde a metri 1,949.] anziché a ottocento:
alla prima distanza i proiettili passano spesso al di sopra delle teste; alla
seconda, tutti devono per forza cadere da qualche parte. Ha detto che non
si poteva mai persuadere gli artiglieri a tirare sul grosso della fanteria se
essi stessi si trovavano attaccati dalla batteria avversaria. Ciò proveniva, ha
detto scherzando, da una viltà naturale, da un violento istinto della propria
conservazione. Un artigliere che erra fra noi, ha protestato a una simile
affermazione. «Tuttavia è proprio così», ha continuato l'imperatore, «voi vi
mettete subito in guardia contro chi vi attacca, e cercate di distruggerlo
perché non sia lui a distruggere voi. Sovente cessate il fuoco perché egli a
sua volta vi lasci in pace, e torni alle masse della fanteria, che, fra l'altro
hanno ben poco peso nella battaglia». L'imperatore ricordava spesso il
corpo dell'artiglieria della sua infanzia, che diceva essere il migliore e il
meglio assortito d'Europa; un insieme familiare comandato da capi
assolutamente paterni, i più coraggiosi, i più degni soldati del mondo, puri
come l'oro; troppo vecchi forse perché la pace era stata lunga. I giovani ne
ridevano per la sola ragione che il sarcasmo e l'ironia erano di moda in
quel tempo; ma li adoravano per i loro meriti».
A una signora che gli chiede un giorno quali sono le truppe migliori,
Napoleone risponde: «Quelle che vincono le battaglie. Le truppe sono
capricciose e mutevoli come voi, signore. I migliori soldati sono stati i
cartaginesi sotto Annibale, i romani sotto gli Scipioni, i macedoni sotto
Alessandro, i prussiani sotto Federico. Tuttavia posso affermare che i
francesi sono i soldati più facili da far diventare e mantenere migliori. Con
la mia Guardia completa di quaranta o cinquantamila uomini mi sarei
sentito tanto forte da attraversare tutta l'Europa».

Lorenzo Vincenti 94 1985 - Napoleone Bonaparte


La Guardia è infatti la passione di Napoleone. Creata nel periodo del
Direttorio, questo Corpo diventa consolare e poi imperiale. All'epoca di
Austerlitz è composto di 7500 uomini di ogni specialità: fanti con il
berretto di pelo, cacciatori a piedi, granatieri a cavallo, artiglieri a cavallo,
genieri, cavalleggeri, perfino un battaglione di marinai e una compagnia di
mamelucchi arruolati al Cairo. L'élite di questo Corpo speciale è
rappresentata dai granatieri, che devono essere alti non meno di metri 1,80;
avere dieci anni di servizio già prestato e note caratteristiche eccellenti;
tutti con basette tagliate in avanti, baffi lunghi, capelli legati a coda. Essere
granatiere equivale al grado e alla paga del sergente.
La divisa della Guardia: giacca blu con risvolti sulle code scarlatti,
panciotto e pantaloni bianchi, buffetterie di bufalo bianco, fucile di
modello particolare con incastonature di ottone. Gli ufficiali indossano
uniformi di gala dai risvolti ricamati con fili d'oro. «La Guardia muore e
non si arrende»: è la sua filosofia. In realtà, è a disposizione
dell'imperatore che la usa soltanto durante imprevisti o se le cose si
mettono male. Quando il bollettino riferisce che in occasione di una
battaglia la Guardia non è intervenuta, significa che tutto è andato secondo
i piani, senza intoppi. I suoi soldati per tanti privilegi sono odiati dai
camerati, dai quali vengono definiti «Immortali»: non è un elogio ma il
desiderio... di vederne morire un numero superiore a quanto in realtà
avviene.
Secondo la definizione classica di von Clausewitz, la guerra è la
continuazione della politica con altri mezzi; ossia, quando i rapporti tra
Stati si guastano e non sono più sufficienti le arti della diplomazia. E le
guerre sono fatte di battaglie ciascuna delle quali «è un'azione drammatica
che ha il suo inizio, il suo svolgimento e la sua fine», dice Napoleone.
«L'ordine per la battaglia che prendono le due armate e i primi movimenti
fatti per scontrarsi costituiscono l'esposizione, i contromovimenti che
l'armata attaccata fa prendono il nome di nodo; quest'ultimo obbliga a
nuove disposizioni e porta alla crisi da cui nasce il risultato o la
conclusione».
La battaglia è un'azione drammatica: Napoleone premia o punisce gli
attori teatralmente. Dopo il cessate il fuoco può dire a un soldato che ha
visto distinguersi o del cui eroismo è stato informato: «Ti nomino tenente,
barone dell'impero con un appannaggio di quattromila franchi di rendita».
Può essere la fortuna, l'avanzamento sociale di un'intera famiglia e dei

Lorenzo Vincenti 95 1985 - Napoleone Bonaparte


discendenti.
Le punizioni. Ad Austerlitz il 4° reggimento di fanteria di linea della
divisione Vandamme, travolto, atterrito nel bel mezzo della battaglia da
una carica irresistibile della Guardia dello zar, si è sbandato, si è lasciato
strappare un'insegna dai terribili nemici, è fuggito a rotta di collo senza
capire più nulla rischiando di travolgere Napoleone stesso sull'alto del suo
osservatorio. Uno stato collettivo di choc.
Napoleone non dimentica l'episodio, forse l'unico neo tra tanto
splendore. Al ritorno a Vienna passando in rivista il Corpo di Soult spinge
il cavallo tra questi soldati e urla: «Dov'è la vostra aquila? Siete il solo
reggimento dell'armata francese al quale posso fare questa domanda.
Preferirei aver perduto il mio braccio sinistro che una delle mie aquile.
Verrà portata in trionfo a Pietroburgo e fra cento anni i russi la
mostreranno con orgoglio». I soldati del 4°, strapazzati al cospetto dei
Camerati, impietriscono. Chi ha le lacrime agli occhi, chi inizia a
disperarsi. «Bisogna che alla prima occasione», conclude Napoleone con
voce ritornata normale, «mi portiate almeno quattro bandiere nemiche. E
allora vedrò se ridare al vostro reggimento la sua aquila».
Il dramma della battaglia coinvolge, oltre a chi la combatte, le
popolazioni inermi. È il caso, per esempio, dei saccheggi. L'imperatore
parla un giorno del sacco di Pavia da lui stesso ordinato contro la città
ribelle: «Avevo soltanto mille e duecento uomini, e le grida della
popolazione che giungevano fino a me ebbero il sopravvento. Feci cessare
il saccheggio dopo appena tre delle ventiquattro ore che avevo previsto per
punizione. Se i soldati fossero stati ventimila, il loro numero, al contrario,
avrebbe soffocato i lamenti della popolazione e nulla sarebbe giunto al mio
orecchio. Del resto, la politica per buona parte va perfettamente d'accordo
con la morale quando condanna il saccheggio. Ho molto meditato su
questo argomento; sono stato messo sovente nella necessità di gratificare i
miei soldati; e l'avrei fatto se vi avessi trovato dei vantaggi. Ma nulla serve
maggiormente a disorganizzare e a rovinare completamente un esercito.
Un soldato non sente più disciplina se può darsi al saccheggio: e se
saccheggiando si arricchisce, diventa subito un cattivo soldato e rifiuta di
combattere. D'altra parte, il saccheggio non è nel costume francese; il
cuore dei nostri uomini non è malvagio; passato il primo momento di
furore, egli ritorna in sé. Sarebbe impossibile per un soldato francese
saccheggiare per ventiquattro ore di seguito; molti di essi impiegherebbero

Lorenzo Vincenti 96 1985 - Napoleone Bonaparte


gli ultimi istanti a riparare il male commesso prima. Nelle loro camerate,
spesso si rimproverano vicendevolmente gli eccessi compiuti,
rimproverano e disprezzano quelli di loro le cui azioni sono state troppo
infami».
Napoleone non trascura il grave problema del soccorso ai feriti. Prima
della battaglia di Austerlitz vieta ai soldati di fermarsi durante l'attacco per
aiutare chi cade e si lamenta. Dopo il cessate il fuoco, percorrendo il teatro
dell'«azione drammatica» raccomanda agli ufficiali del seguito di
conservare il silenzio «affinché sia possibile udire meglio il lamento dei
feriti» per individuarli e prestare loro, finalmente, qualche cura.
Sui campi di battaglia non ci sono in genere portaferiti. I feriti devono
trascinarsi da soli, quando e se possono, verso il luogo di soccorso più
vicino (ambulanza o casa privata che sia) oppure attendere la pietà dei
compagni. Non pochi muoiono proprio per la mancanza o la non
tempestività dei soccorsi e quindi delle cure ricevute. Ci sono delle
«ambulanze d'avanguardia» con materiale per medicazioni e con una cassa
di ferri per amputare o trapanare. Ma questo materiale è del tutto
insufficiente quando lo scontro è cruento.
I capi chirurghi della Grande Armée sono Dominique Larrey, che segue
Napoleone fin dai tempi delle avventure in Corsica e della spedizione in
Egitto, e Pierre-François Percy, abituato a esporsi al fuoco al punto da
restare a sua volta ferito per tre volte. Questi ha adattato dei carri
portamunizioni, grossi e lenti, a «ambulanze volanti» (in realtà lentissime
ma preziose lo stesso) in grado di trasportare ciascuna fino a 8 chirurghi
con 8 aiutanti e materiale sanitario. Ha anche l'idea di apporre dei
contrassegni, uguali per tutti i combattenti, sugli ospedali e sulle
ambulanze dei soldati malati o feriti. Vorrebbe renderli neutrali. Ma il suo
progetto, per ora, rimane tale: soltanto tra mezzo secolo sorgerà un
movimento organico per la creazione di un organismo internazionale detto
Croce rossa.
Napoleone dal suo quartier generale in perenne movimento durante le
campagne militari deve governare non soltanto la Grande Armée, come
qualunque altro condottiero, ma anche la Francia e l'impero. Ha qui con sé
400 ufficiali e 5.000 soldati suddivisi in tre settori: la Maison, la Casa,
ossia il suo stato maggiore personale; lo stato maggiore generale
dell'armata al comando diretto di Berthier e il comando del commissariato
per i rifornimenti dell'esercito (acquisto, trasporto, distribuzione dei

Lorenzo Vincenti 97 1985 - Napoleone Bonaparte


rifornimenti di ogni tipo).
Alla Maison l'imperatore ha i suoi collaboratori più diretti in Berthier
per i compiti strettamente militari, in Duroc per l'amministrazione della
famiglia imperiale (compresa la ricerca di donnine in caso di capriccio
imperiale) e della Maison stessa e in Caulaincourt per i servizi di scuderia
(paggi, messaggeri, scorte imperiali). Quest'ultimo segue ovunque
Napoleone portando immancabilmente con sé una grande carta della
regione per consultazioni immediate.
Napoleone dorme avendo steso sulla soglia della camera o della sua
tenda il mamelucco Roustam, che lo aiuta a calzare gli stivali ogni mattina.
Nel suo gabinetto di lavoro opera con cinque segretari e il fidatissimo
Bacler d'Albe capo dell'ufficio topografico personale dell'imperatore.
Bacler d'Albe è responsabile «della esecuzione di tutti i compiti di stato
maggiore derivanti dai piani formulati dall'imperatore»; ha l'incarico
importantissimo «di correggere le carte e di tenere aggiornata una grande
carta della situazione giornaliera sulla quale ogni unità è indicata con spilli
di diversi colori».
Non è raro il caso, per chi è ammesso in questo «santuario», di entrare e
scorgere Napoleone carponi sopra la carta stesa per terra intento ad
appuntare spilli magari battendo la testa contro quella del prezioso Bacler.
Quando va ad assumere il comando in battaglia o in altri luoghi, monta
cavalli arabi addestrati apposta; è preceduto da tre ufficiali con 12
cavalleggeri, accompagnato da un piccolo entourage col capo di stato
maggiore e seguito dalla scorta formata da quattro squadroni di cavalleria
della Guardia. Durante gli spostamenti più lunghi se deve dare l'esempio
marcia o cavalca coi soldati, oppure sale su di un calesse. Di notte o se
deve superare grandi distanze usa una grande vettura da posta creata
appositamente col necessario per dormire o lavorare al lume di una grande
lanterna appesa nella parte posteriore.
Lavora 18 ore su 24 con un ritmo capace di stroncare qualunque altra
persona. Interrompe la notte per leggere gli ultimi rapporti inviati dai
comandanti di unità in modo da poter mutare tempestivamente i piani se
riscontra delle novità tra il nemico. Si concede un'altra ora di sonno ma
alle 6, vestito e fatta colazione, è pronto a iniziare il lavoro. Studia con
Bacler d'Albe i prossimi spostamenti dell'Armée, riceve i ministri e i
personaggi più importanti che hanno chiesto udienza, si sposta nel suo
gabinetto per la normale amministrazione (pile di documenti da esaminare

Lorenzo Vincenti 98 1985 - Napoleone Bonaparte


o compilare). Ispezione alle truppe, con pranzo volante, a cavallo; di
nuovo allo scrittoio a dettare lettere. Cena con Berthier o con altri
collaboratori, altro lavoro urgente o una conversazione, riposo per quattro-
cinque ore, consecutivamente, meno in caso di necessità.
Se la Grande Armée è una macchina bellica, il suo creatore e padrone è
egli stesso una macchina: da lavoro.

CAPITOLO XIII
DA BERLINO A VARSAVIA
Le bandiere nemiche catturate a Ulma e a Austerlitz vengono portate al
Senato mentre la pace di Presburgo fa nascere nei francesi la speranza che
il sesto nevoso dell'anno XIV testimoni l'inizio di un'epoca migliore.
Nonostante la vittoria di Trafalgar, la Gran Bretagna sembra risentire i
rovesci dei suoi alleati anche per la morte di William Pitt, il premier che
era stato l'anima della lunga guerra ideologico-nazionale contro il paese
della Rivoluzione e l'artefice delle coalizioni antifrancesi.
Napoleone ora cita con più frequenza Carlomagno, conferma la volontà
di costruire un impero universale con al centro la sua persona e la Francia.
Annuncia con grande sicurezza: «La dinastia di Napoli ha cessato di
regnare», e invia 45.000 uomini ad abbattere i Borboni dell'Italia
meridionale. Re Ferdinando è trascinato nella caduta dalla sua terribile
moglie, Maria Carolina, sorella della decapitata Maria Antonietta: la loro
corte è un focolaio di ostilità perpetua, il loro porto è stato aperto ai russi e
agli inglesi anche durante la recente campagna d'Austria. La coppia regale
e i fedeli si rifugiano in Sicilia, sotto la protezione britannica, mentre i
borghesi, accolgono Massena con un ballo di gala in suo onore al teatro S.
Carlo. Si alienerà invece le simpatie dei ceti poveri combattendo con
troppa energia il banditismo calabrese e impiccando il popolarissimo Fra
Diavolo.1 [1 Soprannome del bandito Michele Pezza (1771-1806). Entrato
nell'esercito borbonico dopo aver commesso due omicidi, si oppose
all'avanzata dei francesi guidando delle bande contadine. Fu nominato
colonnello da Ferdinando IV re di Napoli e ostacolò le operazioni di
Massena con la guerriglia in Calabria, in Campania, negli Abruzzi.]
L'imperatore inizia a distribuire le corone nell'ambito familiare: insedia
Giuseppe sul trono di Napoli, Luigi e la moglie Ortensia sul trono
d'Olanda, la sorella Elisa sul granducato di Toscana. Il 12 luglio dello

Lorenzo Vincenti 99 1985 - Napoleone Bonaparte


stesso anno, 1806, si fa proclamare Protettore della neonata
Confederazione del Reno, a Francoforte, dove sedici piccoli principi
tedeschi si separano «ufficialmente» dal Sacro romano impero germanico
formando una specie di materasso intermedio, docile alla Francia, tra
questo paese e i due principali Stati di lingua tedesca, l'Austria e la Prussia.
Luisa di Prussia, regina terribile quanto la «napoletana» Maria Carolina,
forte del giuramento pronunciato insieme con lo zar e col marito Federico
Guglielmo convince quest'ultimo ad ascoltare «la marea che monta».
L'opinione pubblica prussiana è convinta di possedere ancora l'esercito di
Federico il Grande. Luisa attizza il fuoco organizzando frequenti parate
delle truppe che, soprattutto a Berlino, vengono applaudite con slancio
quotidiano. I soldati si sentono investiti della missione «santa» di «battere»
il generale giacobino che si crede un imperatore». Si richiama in servizio
Carlo duca di Brunswick, generale ultra settantenne che era stato tra i
migliori durante la guerra dei Sette anni, quando si combatteva con le
parrucche e in formazioni di parata. Una vecchia conoscenza dei francesi:
il duca nel 1792, impadronitosi di Verdun, aveva lanciato ai parigini
l'ultimatum arrogante noto come Manifesto di Brunswick con il bel
risultato di provocare la presa delle Tuileries da parte del popolo. Il
vegliardo viene convinto a rispolverare l'uniforme, a preparare il suo
ingresso trionfale in Parigi alla testa delle truppe prussiane «liberatrici».
Napoleone finge per mesi di non dare importanza alla «marea che
monta» in Prussia. È occupato fino al mese di settembre nei negoziati di
pace con l'Inghilterra di Fox, succeduto a Pitt e pacifista convinto, e con la
Russia dello zar Alessandro. Ma Fox muore improvvisamente e il giovane
zar, ascoltando le vane declamazioni libertarie della regina Luisa, rifiuta di
ratificare una pace che sarebbe vantaggiosa per entrambe le parti. Il 1°
d'ottobre Brunswick emana un ultimatum (ancora!) esigendo l'immediato
ritiro delle truppe napoleoniche, lasciate a presidiare la Germania. È
l'attestato di nascita della quarta coalizione antifrancese, tra Prussia, Russia
e Inghilterra.
Il «Piccolo caporale» stavolta non aveva alcuna intenzione di riprendere
a guerreggiare: tanto è vero che la Grande Armée si mette in movimento
senza calzature di ricambio e con una qualità di biscotti limitata a pochi
giorni. Ma certo non teme, né esita. L'8 ottobre scrive al re di Prussia: «Ho
ricevuto soltanto ieri la lettera di Vostra Maestà. Sono offeso che gli si sia
fatto scrivere questa specie di libello. Ella mi ha dato appuntamento per il

Lorenzo Vincenti 100 1985 - Napoleone Bonaparte


giorno 8. Da buon cavaliere, io mantengo la parola: sono nel centro della
Sassonia».
L'imperatore, messi in movimento 160.000 fanti e 40.000 cavalleggeri,
ha già concertato la sua manovra secondo i consueti criteri: attaccare le
forze nemiche separatamente. Del resto i prussiani avanzano senza
attendere l'arrivo dei russi. Ci sono tre armate distinte. Napoleone dirige
sull'Elba contro un'armata prussiana di pari entità. Il giorno 9 a Saalfeld la
sinistra francese condotta dai soliti Lannes e Augerau incontra
l'avanguardia nemica comandata dal principe Luigi Ferdinando, uno dei
più energici partigiani della guerra: questi viene ucciso e il suo Corpo
d'armata disperso.
Le forze prussiane tentano allora di raggrupparsi per attaccare unite i
francesi; troppo tardi. Si formano due masse compatte ma distinte, che
prendono contatto con l'avversario nella vasta zona compresa tra Erfurt,
Weimar, Iena e Naumburg.
Il duca di Brunswick, che comanda 70.000 uomini in presenza del re, si
dirige verso Naumburg per riguadagnare l'Elba. Più a sud, vicino a
Weimar, il principe di Hohenlohe con la seconda massa, di 50.000 soldati,
si tiene sulla riva sinistra del fiume Saale e occupa il pianoro stretto,
scosceso sopra Iena. Napoleone arrivando il 12 ottobre di fronte, sulla riva
destra, si lascia trarre in inganno (succede anche a lui) dalla vivacità delle
prime cannonate attorno a Iena e crede di avere contro tutta l'armata
prussiana. Quindi mantiene con sé il grosso delle forze mandando verso
Naumburg il maresciallo Davout con le sole divisioni dei generali Friant,
Morand, Gudin per sbarrare il passo a quella che ritiene essere una debole
avanguardia prussiana.
Stanno per scatenarsi due combattimenti distinti e distanti, uno dall'altro,
una trentina di chilometri: a Iena, Napoleone con 56.000 uomini contro i
50.000 di Hohenlohe; ad Auerstaedt, Davout con soli 26.000 soldati contro
i 70.000 di Brunswick.
L'imperatore, sempre convinto di avere davanti a sé un nemico superiore
per numero d'uomini, durante la notte fra il 13 e il 14 ottobre ha fatto
radunare le sue truppe ai piedi dell'altopiano, roccioso e nudo come una
scogliera. Ordina di scalarlo prima che sorga il sole per poi disporsi in
battaglia per un attacco frontale. L'Armée, docile, ha attraversato Iena
senza vederla perché non c'è un solo lume acceso dentro o fuori le case e
in silenzio assoluto per non insospettire il nemico. Durante l'ascesa verso

Lorenzo Vincenti 101 1985 - Napoleone Bonaparte


la sommità, poiché l'artiglieria non ha spazio sufficiente, per salire occorre
allargare il cammino, spaccare in qualche punto le rocce. Il «Piccolo
caporale» afferra una torcia e illumina egli stesso i genieri incaricati di
questo febbrile lavoro che va svolto peraltro provocando il meno rumore
possibile. S'allontana soltanto allorché vede il primo cannone giungere
sulla sommità.
Quando sorge il sole è sopra l'altopiano di Iena con la sua Guardia
schierata al completo. La passa in rassegna e rimprovera un granatiere che
l'acclama tempestivamente. Poi ordina l'assalto con Augerau al comando
della sua sinistra, Lannes al centro e Ney alla destra. All'inizio del
pomeriggio le truppe di Hohenlohe sono messe in rotta. I fuggiaschi vanno
a cozzare contro un'altra ondata di prussiani in ripiegamento, in senso
opposto, da Naumburg verso Iena. È accaduto che Davout, nonostante il
mancato intervento di Bernadotte dislocato nelle vicinanze con 10.000
uomini, ha deciso di dare lo stesso battaglia pur essendo nella proporzione
di uno contro tre. Davout un po' a causa della sua accentuata miopia (ma
non vuole portare gli occhiali) e un po' per il suo coraggio enorme, dopo
aver scrutato le prime linee nemiche ha fatto disporre i suoi reggimenti in
quadrato gridando: «Il Grande Federico sosteneva che sono i grandi
battaglioni che riportano la vittoria. Mentiva: vincono i più cocciuti».
Contro queste fortezze viventi che sono le tre divisioni di Davout si
infrangono le cariche ripetute dei prussiani. Una massa di 10.000 cavalieri
non riesce a far breccia nella divisione Morand. Prova a guidare l'assalto
Brunswick in persona, come faceva ai tempi della guerra dei Sette anni.
Spada in avanti e via. Ma l'anziano generale de colpito mortalmente e il
suo re ha un cavallo ucciso otto di lui.
Davout a questo punto ordina a sua volta l'attacco e respinge l'armata del
duca morente contro l'armata in rotta "i Hohenlohe. È lui, Davout, il vero
vincitore della giornata: viene elogiato dal suo imperatore, premiato col
titolo di duca d'Auerstaedt, con castelli e terreni, con rendite fino a
recentomila franchi all'anno. Ma in fondo Napoleone non li perdonerà mai
di essergli debitore di questa vittoria. I francesi entrano in Lipsia il 20
ottobre. I resti dell'armata prussiana vengono braccati dalla cavalleria di
Murat, che trasforma la ritirata in rotta. La più orgogliosa delle monarchie
militari subisce un'umiliazione profonda. La Prussia si dissolve. A Iena e a
Auerstaedt ha perduto 70.000 soldati, metà dei quali fatti prigionieri; ne
perderà il doppio il mese prossimo. Quella di Napoleone diventa una

Lorenzo Vincenti 102 1985 - Napoleone Bonaparte


cavalcata di giganti attraverso un paese stupefatto, colpito nel vivo. Le
piazzaforti in riva al mare giudicate imprendibili, con truppe fresche e
munizioni abbondanti, si arrendono una dopo l'altra al semplice suono
delle trombe di qualche squadrone dello scatenato Murat. È il caso di
Stettino, che capitola il 31 ottobre. Murat con 200 uomini e l'arma della
sua incommensurabile sfacciataggine convince 10.000 prussiani ad
arrendersi senza aver sparato una cannonata o un solo proiettile di fucile.
Bluecher, l'unico dei generali prussiani che non abbia perduto la testa,
viene inseguito di città in città finché è a sua volta costretto a capitolare, a
Lubecca. Davout ha l'onore di occupare Berlino dove Napoleone entra
trionfalmente il 28 ottobre attraverso la famosa porta di Brandeburgo.
«Evento senza precedenti nella storia», annota Stendhal, «una sola
battaglia annientò un esercito di duecentomila uomini e dette un gran
regno al vincitore... Napoleone entrò a Berlino. Con nostro grande stupore
la musica suonava l'inno repubblicano Allons, enfants de la patrie.
Napoleone, per la prima volta in uniforme da generale e cappello ricamato,
marciò a cavallo venti passi davanti alle sue truppe, nel mezzo della folla.
Niente di più facile che tirargli una fucilata da una finestra sull'Unter den
Linden. Bisogna aggiungere anche una cosa ben triste: la folla silenziosa
l'accolse senza un grido. Per la prima volta l'imperatore tornò con del
denaro dalle sue conquiste. Oltre al mantenimento e all'equipaggiamento
dell'esercito, l'Austria e la Prussia pagarono cento milioni ciascuna.
L'imperatore fu severo verso la Prussia. Nei tedeschi trovò il popolo più
facilmente conquistabile di ogni altro. Cento tedeschi cadono sempre in
ginocchio davanti a un'uniforme. Ecco come il dispotismo meschino di
quattrocento principi ha ridotto i discendenti di Arminio e di Vitichingo».
Il «Piccolo caporale» fa collezione di regge e di storici souvenir in
mezza Europa. Passa in rassegna la sua Guardia nei giardini di Potsdam, la
Versailles prussiana. Dorme nel letto di Federico il Grande, si
impadronisce della sua spada leggendaria e la invia a Parigi col bottino di
guerra. È furibondo contro i reali che lo hanno costretto alla campagna non
prevista anche se così fruttuosa. Re Federico Guglielmo si è rifugiato a
Koenigsberg con 15.000 soldati e invia dei negoziatori a saggiare le
intenzioni del vincitore. Viene intercettata una lettera inviata al sovrano
dal governatore civile di Berlino, principe Hatzfeld, che comunica delle
notizie sulla consistenza e sui movimenti delle truppe d'invasione.
Napoleone, deciso a dare un esempio e a convincere il re alla

Lorenzo Vincenti 103 1985 - Napoleone Bonaparte


sottomissione, fa arrestare il principe, che viene processato e condannato a
morte. Due ore prima dell'esecuzione la principessa Hatzfeld chiede
udienza e si getta ai piedi dell'imperatore supplicando di risparmiare la vita
al marito. Il sovrano, glaciale, le mostra la lettera che prova il tradimento,
lo spionaggio. L'ospite piange e lui cede. Getta il documento sul caminetto
acceso, osservando: «Madame, niente più condanna vostro marito».
Da Berlino il 21 novembre emana il decreto che ordina il blocco
continentale e prescrive la chiusura di tutti i porti d'Europa sia alle navi sia
ai mercanti inglesi. Non riuscendo a folgorare la Gran Bretagna con uno
sbarco, tenta di asfissiarla economicamente.
Intanto il 16 novembre il re di Prussia, reso ostinato dalla cocciutaggine
della moglie, interrompe di nuovo i negoziati per interposta persona col
suo vincitore avendo appreso che è giunta in Polonia un'armata di 60.000
russi comandata dal generale Levin Benningsen. Sessantenne d'origine
tedesca, al servizio della Russia dal 1773, Benningsen è uno dei membri
della congiura che ha rovesciato e ucciso lo zar Paolo I. Gode la fiducia
del giovane zar Alessandro, che preferisce i comandanti militari di
formazione occidentale a quelli tipo «vecchia Russia» di cui Kutuzov è il
principale esponente. Benningsen ha il compito di bloccare e
possibilmente battere Napoleone.
L'imperatore deve pertanto rassegnarsi a rinviare la pace affrontando una
campagna d'inverno per la quale non ha preparato né i piani né i
rifornimenti. La Polonia è povera e preda dei suoi secolari nemici, i due
giganteschi blocchi di popoli di lingua tedesca e russa che la stringono in
una morsa fatale da est e da ovest. Napoleone, costretto controvoglia a
riprendere le armi, lusinga i polacchi con la prospettiva di liberarli dai
nemici portando loro l'indipendenza secondo gli ideali internazionalistici
della Rivoluzione. È il vecchio trucco, sperimentato con successo anche in
Italia, che serve a essere ben accolto in terra straniera.
Investe Varsavia, possedimento prussiano dall'ultima spartizione,1 [1 Dal
1785 l'ex-regno polacco è stato diviso, per la terza volta, tra Russia,
Prussia e Austria. Il povero Stato-cuscinetto è stato privato perfino della
capitale, soppressa come tale e inglobata nei territori sotto sovranità
prussiana.] ora occupata da Benningsen, ne caccia i russi il 27 novembre.
Entra in quella che fu la capitale ricevendo le accoglienze del liberatore.
Murat sogna di diventare il nuovo re di questo sventurato popolo. Riferisce
il bollettino della Grande Armée: «È difficile descrivere l'entusiasmo dei

Lorenzo Vincenti 104 1985 - Napoleone Bonaparte


polacchi. Il nostro arrivo in questa città è stato un trionfo e i sentimenti che
i polacchi di tutti i ceti mostrano da tempo erano chiusi nel cuore del
popolo ed erano stati sommersi dalla cattiva sorte. Il primo impulso, il
primo desiderio è di tornare a essere una nazione. I più ricchi escono dai
loro castelli per venire a chiedere a gran voce di ricostituire la nazione,
vengono a offrire i loro figli, la loro fortuna, la loro influenza. Questo
spettacolo è davvero commovente.
Ovunque hanno già ripreso i loro vecchi costumi, le loro antiche
abitudini». Napoleone si installa nell'antico castello reale di Varsavia
organizzando da qui la Maison e lo stato maggiore. Verso la fine dell'anno
le condizioni delle truppe sono pietose: neve, gelo, malattie, combattimenti
disperati. Mancano i viveri e perfino il pane, le scarpe, le munizioni, le
medicine: tutto. D'altro canto il paese è troppo povero e spremuto per
assecondare la legge della «guerra pagata con la guerra». I suicidi tra
soldati registrano le percentuali altissime lamentate a suo tempo in Egitto,
un altro paese dal clima micidiale.
«Siamo in mezzo alla neve e al fango», scrive Napoleone a Giuseppe
che sta imparando a conoscere il mite inverno napoletano. «Siamo senza
vino, senza acquavite, senza pane, mangiando patate e carne, facendo
lunghe marce e contromarce senza un attimo di riposo e attacchiamo alla
baionetta e sotto il fuoco della mitraglia. Siamo obbligati a trasportare i
feriti su slitte aperte per cinquanta leghe. Dopo aver distrutto la monarchia
prussiana, ci battiamo contro il resto della Prussia, contro i russi, i
calmucchi, i cosacchi e le popolazioni del Nord che una volta invasero
l'impero romano. Facciamo la guerra con tutta la sua violenza e con tutto il
suo orrore».
Trascorre la mattina di Capodanno in viaggio tra Pultusk e Varsavia: a
Bronie, fermata per il cambio di cavalli. Subito riconosciuto, viene
circondato dalla folla entusiasta che la scorta a stento trattiene. Si fanno
largo due signore impellicciate. La più giovane, il viso rosso dall'emozione
si vede appena tra il berretto e il bavero della pelliccia, giunta davanti
all'imperatore gli snocciola un discorsetto preparato in un francese non
fluente ma comprensibile: «Siate il benvenuto, mille volte il benvenuto
nella nostra terra. Niente di quello che faremo vi manifesterà in modo
abbastanza chiaro i sentimenti che sentiamo per voi, né il piacere che
proviamo nel vedervi calpestare il suolo di questa patria che vi aspetta per
sollevarsi».

Lorenzo Vincenti 105 1985 - Napoleone Bonaparte


Il primo giorno dell'anno, la festa spontanea di tanti sconosciuti, la
giovane che sembra in adorazione con gli occhioni azzurri spalancati.
L'imperatore afferra un mazzo di fiori che ha casualmente nella sua
carrozza e li porge alla sua interlocutrice dicendo: «Conservateli come
garanzia dei miei buoni sentimenti. Ci rivedremo a Varsavia, spero, e
reclamerò un bacio dalla vostra bocca». Una galanteria insolita per il
«Piccolo caporale».
La scena cambia. Qualche tempo dopo, nei saloni del castello reale di
Varsavia. Prima che si aprano le danze viene presentato all'imperatore il
fior fiore della nobiltà polacca. Tra tante dame altolocate, in alcune delle
quali scorre sangue regale, Napoleone sceglie per il ballo d'inizio una
giovane che ha subito riconosciuto tra tanti: è la sconosciuta incontrata alla
stazione di posta di Bronie. La invitano, conversa. Lei è Maria Walewska,
sposa diciannovenne, da due anni, del conte Walewski. Timida e dolce,
non bellissima ma adorabile.
Il Signore della guerra al quale nessuno può resistere, né re né eserciti,
prega Maria di tornare a trovarlo al castello. Le invia messaggeri a cavallo
con fiori. Lei trova il coraggio di rifiutare. Acconsente a un primo incontro
ma evita gli «attacchi frontali». Viene quasi sempre costretta dalla
famiglia, dagli amici, dai compatrioti a cedere all'imperatore pur di
perorare al suo cospetto la causa dell'indipendenza della patria.
In seguito Napoleone sposta il quartier generale nel castello di
Finkenstein per essere più vicino alla linea del fronte. Qui riceve gli
ambasciatori dello scià di Persia e di altri sovrani, passa in rivista la
Guardia, assiste ai concerti, invita avendo al proprio fianco i marescialli e
gli alti dignitari. Tra tutti gli invitati, accuratamente selezionati dal gran
ciambellano Duroc, la più assidua è la contessina Walewska. Silenziosa,
appartata, non chiede mai nulla per sé mentre tutti gli altri fanno a gara nel
pretendere sempre di più. Innamorata, adesso. A lui non par vero di
concedersi qualche cena a tu per tu con questa creatura così rara che ama
l'uomo per quello che è ma non aspira a dividerne i beni e il lusso, il potere
e gli oneri.
Subito informata da qualche «spia», Giuseppina scrive più volte da
Parigi. Vuol venire in Polonia per stare accanto al marito dal quale si sente
per la prima volta trascurata. «Conosco molte belle signore», risponde
Napoleone, «ma nessuna può gareggiare con te in fascino ed eleganza. Qui
non è posto per te. Troppi disagi, ti annoieresti. Amo la mia piccola

Lorenzo Vincenti 106 1985 - Napoleone Bonaparte


Giuseppina, buona, imbronciata e capricciosa, che sa litigare con la sua
solita grazia, eccetto quando è gelosa: in tal caso diventa una diavolessa».
Ora, le parti si sono invertite. Lei è gelosa, lui vuole tenerla lontana.

CAPITOLO XIV
PADRONE DELL'EUROPA
M aria Walewska somiglia a Désirée, dolce e riservata, donne abituate a
dare più che a chiedere. Ma il romanzo d'amore è soltanto una pagina nel
diario giornaliero dell'imperatore fitto d'appuntamenti. Bernadotte manda a
dire che gli avvenimenti al nord non vanno bene. Ney si è mosso di sua
iniziativa verso settentrione, con le proprie truppe, in cerca di viveri,
contravvenendo gli ordini della tregua invernale; Benningsen ha attaccato
in forze Bernadotte, costretto così a ritirarsi per non finire stritolato.
Napoleone impreca contro il disubbidiente ma, chino sulla carta, trova
un rimedio tattico alle difficoltà del momento. Bernadotte deve continuare
a ritirarsi, mentre tutte le truppe francesi raggiungono a marce forzate
l'armata del nord, per attirare il nemico in una trappola gigantesca: verrà
circondato, attaccato da più parti, privato delle linee di comunicazione alle
spalle. Gli ordini scritti vengono consegnati a Berthier che per recapitarli
ai comandanti di grandi unità li affida al primo ufficiale di belle speranze
entrato nel suo ufficio: uno sbarbatello giunto direttamente dall'accademia
al fronte, spaesato in un ambiente tanto lontano, difficile. Si smarrisce,
incappa in una pattuglia di cosacchi e non fa in tempo, oppure non ci
pensa, a distruggere il prezioso documento magari inghiottendolo.
Benningsen, informato, si blocca evitando d'un soffio quella sconfitta
irreparabile verso la quale era incamminato.
L'epicentro della battaglia imminente è Eylau,1 [1 Già conglobato alla
Prussia orientale, oggi appartiene all'Unione Sovietica col nome di
Bagratronovsk. Città di 7500 abitanti con numerose industrie
metallurgiche.] villaggio di 1500 abitanti che rientra nei possedimenti
prussiani. Giunto a ridosso delle prime linee la sera del 7 febbraio, a tarda
ora, Napoleone viene convinto a non esporsi in ricognizione come
vorrebbe. Troppo pericoloso. Viene condotto a riposare per qualche ora
nell'unico edificio disponibile, una stazione di posta devastata dai
saccheggiatori russi e situata all'ingresso di Eylau. Una cena più frugale
del consueto, qualche ora di sonno, la sveglia forzata all'alba con

Lorenzo Vincenti 107 1985 - Napoleone Bonaparte


l'annuncio: «I russi stanno attaccando». Il cielo è ricoperto da nuvole
gonfie e basse, nere; la neve, che cade incessante penetrando fino nella
gola e dentro gli stivali, ha ricoperto i boschi e le case. Un paesaggio
spettrale, così diverso dalla Francia che dista 1200 chilometri. Napoleone
ha con sé per cominciare la battaglia 45.000 uomini oltre alla Guardia
tenuta di riserva più una seconda riserva di 10.000 cavalleggeri al
comando di Murat, che ha l'ordine di intervenire con Augerau quando sarà
il momento di scagliare una massa d'urto decisiva; Davout con 15.000, alla
destra francese, ha ordine di isolare i russi partendo dalla riva orientale del
fiume Alle e chiudendo loro la ritirata verso Koenigsberg. Si spera che
Ney arrivi in tempo dal nord con i suoi 14.000 uomini per ristabilire
l'equilibrio delle forze in campo. Benningsen ha infatti a disposizione
90.000 uomini, 8.000 dei quali prussiani: è in ogni caso superiore come
artiglieria.
I cannoni tuonano subito da entrambi gli schieramenti aprendo vaste
falle. Le fanterie iniziano il concerto della fucileria. La Guardia è
concentrata nel cimitero del villaggio: se qualche granatiere udendo il
sibilo delle pallottole abbassa d'istinto la testa viene rimproverato dagli
ufficiali. La Guardia muore ma impassibile, a testa alta. Il nemico accenna
a sfondare al centro e ad attaccare Davout prima che questi possa iniziare
la prevista manovra di aggiramento. Bisogna distogliere da qui l'attenzione
di Benningsen e delle sue truppe contrattaccando il centro.
Napoleone manda Augerau, manda i cacciatori a cavallo e i dragoni
della sua preziosissima Guardia, manda anche Murat spronandolo: «Ci
lascerai divorare da quella gente?» Murat, che sembra una statua di neve
carica con 80 squadroni. L'imperatore mentre segue lo svolgimento della
battaglia dall'altura della chiesa, col campanile usato da osservatorio per lo
stato maggiore, sta per venire catturato o ucciso da una puntata dei fanti
russi, che hanno sfondato il centro penetrando in paese: è salvato dal
sacrificio delle sue guardie personali fino all'arrivo di due battaglioni della
Guardia. È informato che vengono via via feriti vari generali dallo stesso
Augerau a Lavai, Hendeley, Dahlmann, Cornineau, D'Hautpoul.
Ma adesso, alle 11,30, con la carica di Murat assiste a quello che appare
uno spettacolo magnifico per chiunque eserciti il mestiere delle armi.
Murat travolge i fanti che erano giunti fino al villaggio quindi divide la
cavalleria in due gruppi: uno assalta il fianco della cavalleria nemica,
l'altro sgomina i fanti che hanno appena decimato il 14° reggimento di

Lorenzo Vincenti 108 1985 - Napoleone Bonaparte


linea francese strappandogli l'aquila.. Murat vola sfondando il centro dello
schieramento avversario, fa ricongiungere i suoi due gruppi alle spalle dei
russi ripercorrendo quindi il cammino in senso inverso per decimare a
colpi di sciabola, dopo i fanti, gli artiglieri nemici.
L'azione della cavalleria ristabilisce le sorti della battaglia che stava per
essere perduta. Tra mezzogiorno e le una pomeridiane Davout può
completare lo schieramento e iniziare la prevista manovra. Si combatte con
pari accanimenti da entrambi gli schieramenti per tutto il pomeriggio,
prima di sera giunge finalmente anche Ney, che ha ricevuto gli ordini con
molto ritardo. L'arrivo di queste truppe fresche convince Bennigsen, non
vinto ma stremato fisicamente, ad abbandonare il campo in piena notte
contro il parere dei subalterni, che avevano visto la vittoria alla loro
portata.
Napoleone si addormenta all'incirca alla stessa ora senza sapere se la
giornata, lunga 14 ore di furiosi combattimenti, gli sia stata o meno
favorevole. All'alba è svegliato con la notizia: «Maestà, il nemico batte in
ritirata. Il maresciallo chiede istruzioni». Neanche la Grande Armée,
stremata, affamata, potrebbe adesso compiere il miracolo di riprendersi per
inseguire, annientare completamente l'armata Benningsen.
L'imperatore cavalca lungo il campo di battaglia cosparso di cadaveri di
soldati e di cavalli mentre la neve è per vasti tratti sporca di sangue. Ha
avuto 3.000 soldati uccisi e 7.000 feriti, altri 10.000 sono assiderati o
malati a causa del freddo, venti dei suoi generosi ufficiali sono a letto feriti
oppure giacciono privi di vita. «Amica mia», scrive a Giuseppina, «ieri c'è
stata una grande battaglia, ma ho perduto tanti uomini; le perdite del
nemico sono più considerevoli, ma ciò non mi consola». Da Eylau ricava
due constatazioni su cui riflettere a lungo: primo, ogni battaglia, vinta o
perduta che sia, richiede un massacro; ne vale la pena? secondo, l'arma
della cavalleria, se impiegata con accortatezza tattica, può risultare
risolutiva.
Vuole la pace, la «sua» pace, s'intende; ma per ottenerla, deve
continuare la guerra perché il nemico non si dichiara sconfitto: non i russi,
che considerano Eylau una mezza vittoria; e nemmeno i prussiani, che,
oltre a Koenigsberg hanno ancora la piazzaforte di Danzica intatta dopo sei
mesi d'assedio. C'è bisogno di altri uomini per rinvigorire la Grande
Armée dissanguata ma le leve in Francia non danno buoni risultati. Le
diserzioni si moltiplicano con l'aumentare delle brutte notizie che

Lorenzo Vincenti 109 1985 - Napoleone Bonaparte


giungono dal fronte orientale: la fame, il gelo, un nemico capace di
resistere, terre e popoli sconosciuti. La prima campagna di Russia - tale è
infatti diventata anche se combattuta su terre prussiane e polacche -
allarma il paese. Bisogna ricorrere alle truppe del «grande impero»:
vengono arruolati 100.000 tra tedeschi, olandesi e italiani. Le reclute
francesi e straniere vengono impiegate senza un'istruzione adeguata. Non
c'è tempo. Imperano dai veterani, dai «grognards».
In primavera, la Grande Armée così ricostituita ammonta a 400.000
soldati, 100.000 dei quali agli ordini diretti dell'imperatore e altri 40.000
all'assedio di Danzica guidato dal maresciallo Lefebvre, che si conquista il
titolo di duca. La guarnigione prussiana, guidata con determinazione dal
generale Kalkreuth, tenta di rompere l'assedio con varie sortite e aspetta di
ricongiungersi da un momento all'altra con delle forze russe promesse in
suo soccorso. Invano. Il 26 maggio è costretta a capitolare.
Napoleone s'interroga davanti a Varsavia: se i russi rimarranno nelle loro
grandi pianure di là dal fiume Niemen,1 [1 Neman in russo e Memel in
tedesco. Scorre nella Russia Bianca e nella Lituania.] come sarebbe
possibile batterli e giungere alla pace? I suoi soldati non sono equipaggiati
per una campagna lontana dalle linee di rifornimento mentre l'Austria
potrebbe rivoltarsi pugnalandolo alla schiena. Ma lo zar è impaziente di
vendicare Austerlitz e di disimpegnare Koenigsberg per cortesia verso i
sovrani suoi alleati. Ordina a Benningsen, al quale ha dato una nuova
armata di 100.000 uomini, di riprendere le ostilità.
Benningsen attacca verso ovest agli inizi di giugno, assalendo il Corpo
di Ney, che pur essendo stato colto di sorpresa reagisce riuscendo a
contenere con meno di 15.000 uomini ben 50.000 nemici. Benningsen
ripiega allora sul suo campo trincerato di Heilsberg, nella direzione di
Friedland, accampandosi sulle due rive del fiume Alle e sulle alture
fortificate. Contro di lui muove risolutamente Napoleone con le sue truppe,
la cui avanguardia è comandata da Murat. Murat, anziché tenere
impegnato il nemico sino all'arrivo del grosso, attacca con quello che ha,
cavalleria contro forti, 30.000 contro 90.000 uomini, rimettendoci 9.000
tra morti e feriti.
Ora le truppe russe e francesi convergono su Friedland1 [1 Oggi città di
Pravdinsk, nell'Unione Sovietica, con 18.000 abitanti. Nell'Ottocento era
un grazioso borgo contadino in un'ansa del fiume Alle, sulla riva sinistra, a
25 chilometri da Eylau.] da opposte direzioni. Napoleone ha infatti

Lorenzo Vincenti 110 1985 - Napoleone Bonaparte


compreso che Benningsen è ossessionato dall'idea di difendere a
qualunque costo l'ultima città prussiana non invasa. Quest'ultimo discende
rapidamente lungo la riva destra dell'Alle mentre Lannes e Morthier
avanzano parallelamente lungo la sinistra.
Benningsen arriva per primo a Friedland, si impadronisce dei ponti della
città e cerca di passare in forza sulla riva opposta. Lannes e Morthier, con
forze molto inferiori, trattengono per dodici ore il nemico perché ci sia il
tempo di avvertire l'imperatore, che accorre con tre Corpi d'armata. È il 14
giugno 1807, settimo anniversario della splendida vittoria di Marengo.
Benningsen è sempre convinto che l'obiettivo principale di Napoleone
sia Koenigsberg2 [2 Koenigsberg, oggi Kaliningrad, è stata la capitale della
Prussia orientale fino al 1945. Sviluppatasi attorno al famoso castello dei
cavalieri dell'Ordine Teutonico, nell'Ottocento prosperava con i suoi
commerci con la Russia.] per una questione morale: togliere ai prussiani la
loro ultima città, dalla tradizione guerriera. Perciò vuole sbaragliare le
forze francesi disunite, prima a Friedland e poi nella città dei cavalieri
teutonici.
Napoleone invece non ha remore di tradizioni o di prestigio. Vuole
vincere e basta. Arriva soltanto a mezzogiorno sul campo di battaglia,
avendo ai lati Oudinot e Nansouty. La giornata è lunga, c'è tempo di
rimediare: proprio come a Marengo. Capisce presto che i russi sono andati
a cacciarsi dentro una rete che li ingabbia: hanno il fiume alle spalle quindi
non possono indietreggiare velocemente in caso di bisogno, hanno il
nemico in faccia quindi dovrebbero vincerlo prima di poter avanzare.
Manda l'artiglieria davanti alla fanteria ad aprire la strada verso il centro
dello schieramento nemico, ordina a Ney alla destra di entrare in Friedland
e di conquistare i ponti. Una volta riuscita questa manovra, scatenerà
anche l'ala sinistra. In poche ore il nemico è in rotta inseguito, sciabola alle
reni, dalla cavalleria. Napoleone stesso si mette a inseguire i fuggiaschi.
Per un'ora intera è visto aiutare i genieri, ascia la mano, a ricostruire il
ponte di Wehlau distrutto e insieme con loro mangiare un pezzo di pane
gustando un bicchiere di vino rosso. Scrive a Giuseppina: «Tutta l'armata
russa batte in ritirata; 80 pezzi d'artiglieria, 30.000 uomini catturati o
uccisi, 25 generali russi uccisi, feriti o fatti prigionieri; la Guardia russa
schiacciata. È una degna sorella di Marengo, Austerlitz, Iena. Le mie
perdite non sono gravi; ho manovrato il nemico con successo. Non essere
inquieta e sii contenta. Addio, amica mia, monto a cavallo. Napoleone».

Lorenzo Vincenti 111 1985 - Napoleone Bonaparte


Benningsen e gli altri capi militari stavolta consigliano concordemente
lo zar di chiedere un armistizio. Alessandro il 24 giugno scrive in questo
senso a Napoleone, precisando: «L'alleanza tra la Francia e la Russia è
sempre stata l'oggetto dei miei desideri».
Murat accusa Koenigsberg senza colpo ferire e vi si installa con la sua
aria da «sovrano in attesa di un trono». Napoleone è al culmine della
felicità per quanto possa esserlo un uomo che si considera superiore a tutti
gli altri mortali, un gigante destinato a rimanere nella storia nei secoli a
venire e le cui azioni saranno studiate, descritte in centinaia di migliaia di
volumi. Vuole conquistare, o «mettersi in tasca», il giovane sovrano per
trasformarlo in prezioso alleato della propria strategia politica. Pedina
importantissima nel chiudere la cerniera del blocco continentale contro
l'odiata Inghilterra.
Passeggia in riva al Niemen, calpesta il suolo della santa madre Russia
convinto di dare inizio a un'epoca di pace, di collaborazione
internazionale. Di fronte a Tilsit fa preparare, al centro del grande fiume,
dove la corrente fluisce placida e solenne, una chiatta addobbata e
sormontata da un padiglione. Qui riceve con premura, con affetto quasi,
Alessandro I al quale stringe con calore la mano. Poi lo abbraccia,
dichiarando: «Non sia mai più guerra tra noi, c'è abbastanza spazio per la
potenza e la gloria d'entrambi». È il 25 giugno, giornata memorabile. Lo
capiscono anche i soldati dei rispettivi eserciti, che fraternizzano
scambiandosi attestazioni di stima per il valore dimostrato quando si
combattevano. I granatieri della Guardia imperiale invitano a banchetto i
bellissimi cavalleggeri della Guardia dello zar, il vino e la vodka scorrono
più impetuosi delle acque del Niemen.
Lo zar, trentenne, biondo e occhi azzurri, indossa l'uniforme delle
guardie: giacca nera con paramani rossi bordati d'oro, pantaloni bianchi,
cappello piumato. Dice: «Sire, odio gli inglesi quanto voi». L'intesa
sembra immediata, completa.
Dopo i convenevoli, entrano nel padiglione restando in colloquio loro
due soli per circa un'ora e mezza. L'indomani, secondo colloquio al quale
partecipa come invitato assai meno gradito, da parte di Napoleone, re
Federico Guglielmo di Prussia: legnoso, taciturno, più imbarazzato che
diffidente. Nei giorni successivi gli incontri si susseguono a Tilsit,
dichiarata neutrale. Napoleone e Alessandro si scambiano inviti a pranzo e
al tè nei rispettivi alloggi, sembrano una coppia di innamorati intenti a

Lorenzo Vincenti 112 1985 - Napoleone Bonaparte


gustare la luna di miele, mentre i rispettivi marescialli e generali fanno
corona con le loro uniformi rilucenti.
Ormai è chiaro che Napoleone intende largheggiare con Alessandro
ponendogli in pratica l'unica condizione di essergli alleato e aderire al
blocco anti-inglese. Ma si dimostra inflessibile nei riguardi del re di
Prussia: questo deve cedere tutte le province polacche per formare il
granducato di Varsavia e rinunciare anche al regno di Vestfalia, oltre a
condizioni e clausole di minore importanza ma nel complesso umilianti.
I prussiani cercano di addolcire il tiranno facendo intervenire quale
ambasciatrice d'eccezione la loro sovrana, Luisa. Luisa di Meclemburgo-
Strelitz, figlia del duca Carlo, ha 31 anni e nasconde il suo carattere di
ferro sotto un'apparenza radiosa. È una gran bella donna, intelligente,
raffinata come ci si aspetta che sia una «altezza» nata e allevata per
diventare sovrana. Per il suo primo incontro con l'orco indossa un abito di
crespo bianco che le lascia scoperte le spalle e l'attaccatura del seno,
mostrando una pelle candida come le perle del diadema che ha in testa.
Napoleone le si fa incontro, la ossequia. Ma quando lei comincia a
illustrare le miserevoli condizioni della Prussia, lui la interrompe
bruscamente: «Come avete osato dichiararmi guerra?». Lo chiede proprio
a lei non al re suo marito. La sovrana risponde con un'espressione vivace,
che non dispiace al genio delle battaglie: «La gloria del grande Federico ci
ha ingannati. Era così grande che questo errore ci è consentito».
La regina indossa per l'incontro successivo un abito rosso e oro con
turbante. All'orco, che la fa sedere alla propria destra, offre una rosa dello
stesso colore del suo vestito quasi supplicando: «Il mio fiore in cambio di
Magdeburgo». Al momento del congedo definitivo, secondo alcune
testimonianze, la sovrana avrebbe detto: «È possibile che avendo avuto la
fortuna di vedere così da vicino l'uomo del secolo e della storia, egli non
mi lasci la libertà e la soddisfazione di dirgli che mi ha legato a lui per la
vita?».
Legata lo resta per davvero. Napoleone «per riguardo a Sua Maestà
l'imperatore di tutte le Russie» restituisce al re di Prussia il regno com'era
nel 1772 ma non la città di Magdeburgo (in tutto: quattro province con 5
milioni di abitanti) né la Vestfalia sul cui trono installa il fratello minore
Gerolamo. Le ambizioni dei sovrani sono frustrate. L'umiliazione per la
bella regina, che ha supplicato invano, è profonda. C'è chi sostiene che
questa sia una delle cause, non secondaria, della sua grave malattia che nel

Lorenzo Vincenti 113 1985 - Napoleone Bonaparte


volgere di tre anni la porterà alla morte.
Un quadro di Gosse, in mancanza dell'immagine fotografica all'epoca
impensabile, ci tramanda il significato degli incontri di Tilsit. Luisa è tra il
marito, rigido, aggrondato, e lo zar dal volto di fanciullo; lei tiene gli occhi
abbassati, affida non la mano destra ma la punta di qualche dito a
Napoleone, leggermente più piccolo. Lo sguardo del Signore della guerra
sembra dire: «Ringraziami, ti consento di portare ancora la corona: se è più
piccola di prima, la colpa è soltanto tua».
A conclusione degli incontri con lo zar Napoleone decora con la propria
croce il granatiere russo Lazaref, eroe di Friedland, che gli bacia la mano.
Tutto intorno, i soldati dei due eserciti gridano «Viva l'imperatore», «Viva
lo zar».
Chiede Alessandro: «Ho notato che in questi giorni avete usato un
particolare riguardo verso il generale Benningsen. Perché?». Risposta:
«Francamente, è per farvi la corte. Gli avete affidato il vostro esercito. È
sufficiente che egli abbia la vostra fiducia per ispirarvi sentimenti di
rispetto, di amicizia».
Riferirà Napoleone: «Durante i quindici giorni che passammo a Tilsit,
pranzammo insieme quasi tutti i giorni; lasciavamo la tavola di buon'ora
per liberarci del re di Prussia, che ci annoiava. Alle nove, l'imperatore
veniva a farmi visita in abiti borghesi, per prendere il té. Stavamo insieme
conversando indifferentemente su diversi argomenti fino alle due o alle tre
del mattino; in generale parlavamo di politica e di filosofia. Egli è molto
colto e pieno di opinioni liberali; deve tutto ciò al colonnello Laharpe, suo
istitutore. Talvolta non riuscivo a capire se i sentimenti che egli esprimeva
erano le sue opinioni vere o l'effetto di quella specie di vanità, così comune
in Francia, di mettersi in polemica con la propria posizione».
Napoleone ha vinto sia con le armi sia con la diplomazia. Per ora,
almeno. Parigi non ha mai conosciuto qualcuno che lo possa uguagliare.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. La pace di Tilsit e l'alleanza franco-
russa fanno perdere all'imperatore la simpatia del sultano, che teme per
Costantinopoli, eterna meta dell'espansione russa. Il mondo tedesco resta
atrocemente offeso dalle mutilazioni subite dalla Prussia e dal capriccioso
assestamento dei suoi popoli a cominciare dalla Vestfalia. D'altronde
l'adesione della Russia al blocco continentale accresce il numero degli
interessi gravemente lesi. Gli inglesi compravano in Russia enormi
quantità di granaglie, pesce, lana, tè, pagando un giusto prezzo e in

Lorenzo Vincenti 114 1985 - Napoleone Bonaparte


contanti. Il mercato russo resta profondamente turbato dalla scomparsa
d'un cliente così generoso.
Proteste, lamentele vivaci giungono fino allo zar al suo rientro a
Pietroburgo. Napoleone, in genere buon conoscitore d'uomini, si è
ingannato non poco nei confronti di Alessandro I. Lo ha giudicato un
sognatore, romantico e piuttosto debole. Invece è incostante, sfuggente,
malfido. Ha pianto la morte del padre per poi elevare ai massimi onori i
suoi assassini. Appena conciliato con Napoleone, è portato a schierarsi con
i nemici di lui: e così tra qualche anno, dopo aver contribuito più di ogni
altro alla rovina dell'imperatore, si dichiarerà suo amico e protettore.
Napoleone è forte, grandioso anche negli slanci di generosità, costante
negli affetti, realizzatore, pieno di fantasia e lampi di genialità. Alessandro,
è volubile, incostante, con una sensibilità quasi femminile e, insieme, la
fredda crudeltà dei despoti asiatici.
Estate 1807: l'apogeo. «In questo momento», scriverà lo storico
sovietico Tarlé, «Napoleone si era innalzato a un grado di potenza al quale
non era mai giunto alcun altro sovrano conosciuto nella storia. Imperatore
autocrate dell'immenso impero francese che comprendeva il Belgio, la
Germania occidentale, il Piemonte e Genova; re d'Italia, protettore della
Confederazione del Reno alla quale si accingeva ad aderire anche la
Sassonia, padrone della Svizzera, che dominava assolutisticamente anche
sui regni di Napoli, Olanda e Vestfalia sui cui troni aveva messo i fratelli
Giuseppe, Luigi, Gerolamo». Quest'ultimo appena 23enne, capriccioso, già
maritato negli Stati Uniti con la sconosciuta Elisa Patterson e ora costretto
a sposare in gran fretta la figlia del re del Wuerttemberg. In questa stessa
estate aggiunge un altro «pezzo» al suo impero dando ai notabili polacchi
la Costituzione del Granducato di Varsavia, la cui corona conferisce,
chissà perché, al re di Sassonia.
Tornato a Parigi dopo un'assenza di dieci mesi, il sovrano è ricevuto
solennemente in Nòtre Dame dall'arcivescovo; visita le ragazze allevate
nella Casa della Legion d'onore, a Saint-Denis, che l'accolgono come un
dio più che come un padre; fa erigere in Place Vendòme il monumento
della Grande Armée: una colonna di bronzo fusa coi cannoni conquistati al
nemico e modellata sullo stile della colonna Traiana di Roma. Non accetta
più alcun genere di critiche, nemmeno contraddizioni. Comanda e vuole
essere ubbidito, sempre, incondizionatamente. Perciò ritira il portafoglio
degli Esteri a Talleyrand dandolo all'incapace Champagny, duca del

Lorenzo Vincenti 115 1985 - Napoleone Bonaparte


Cadore. Eleva un oscuro, servile funzionario, Maret, al rango di duca (di
Bassano) creandolo segretario di Stato ossia coinvolto in tutti gli affari
dell'impero. Un imbecille che si impone pubblicamente questa massima:
«La volontà dell'imperatore è una carreggiata di marmo dalla quale non
saprei concepire che ci si possa discostare».
Se Cesare vantava la discendenza divina da Venere tramite Jiulo
(Ascanio) figlio di Enea, Napoleone si è messo decisamente al di sopra di
qualunque altro essere vivente. Viene preso da una collera spaventosa
quando apprende che l'Inghilterra è disposta anche a commettere dei
crimini internazionali pur di punire chi aderisce al blocco continentale
contro di lei: il 2 settembre una flotta britannica cannoneggia e incendia
Copenaghen uccidendo duemila abitanti e obbligando il principe reale di
Danimarca a consegnare la propria flotta. Subito dopo questa spaventosa
prova di forza, si fa aprire i porti dal Portogallo.
L'imperatore si rivolge pertanto a Occidente, dove nasce la nuova
minaccia. Intimato al governo portoghese di ricacciare in mare gli inglesi,
alla prima esitazione manda un Corpo di spedizione che attraverso i
Pirenei e la Spagna occupa il paese fino a Lisbona (30 novembre)
costringendo la famiglia reale a imbarcarsi col governo per il Brasile.
L'armata francese fa all'inizio 25.000 uomini al comando del mediocre
Junot, fedelissimo dai tempi dell'assedio di Tolone, di cui tutta Parigi parla
scandalizzata per il legame sentimentale con una sorella dell'imperatore,
Carolina Murat.
Sul trono di Spagna c'è un Borbone, Carlo IV, che ha disgustato il suo
popolo elevando agli onori più alti e al potere l'amante, il favorito della
moglie, Manuel Godoy. Il paese sta vivendo un lungo periodo di
decadenza come la Casa reale. La Spagna è molto diversa dall'epoca dei
conquistadores degli imperi americani, quando l'imperatore absburgico
Carlo V (Carlo I per gli spagnoli) poteva dichiarare orgogliosamente: «Sui
miei regni il sole non tramonta mai».
Carlo IV, accortosi che l'occupazione francese da provvisoria, di
passaggio, minaccia di diventare definitiva, abdica in favore del figlio
Ferdinando VII, che viene convocato da Napoleone a Bayonne alla guisa
di un signorotto medievale davanti al suo imperatore. L'agnello tra gli
artigli dell'aquila. Dal 15 aprile al 5 maggio Napoleone tratta con
Ferdinando, con suo padre, con la moglie di quest'ultimo Maria-Luisa,
vecchia megera, e con l'amante di lei, il «caro Manuel», Godov. Alla fine

Lorenzo Vincenti 116 1985 - Napoleone Bonaparte


costringe il debole Ferdinando ad abdicare in suo favore: può così
dichiarare decaduta la dinastia borbonica e far nominare, da una Giunta
prezzolata di nobili spagnoli, Giuseppe nuovo re di Spagna sgomberando
Napoli che passa a Murat e a Carolina.
Nel frattempo il popolo spagnolo, dimostrando di essere migliore dei
suoi (ex) sovrani quanto della nobiltà, il 2 maggio è insorto a Madrid
contro le truppe d'invasione ancora al comando di Murat. Questi reprime le
sommosse con implacabile brutalità, con i plotoni d'esecuzione che il
pittore Goya ricostruisce col suo magico pennello consegnandoli alla storia
dell'arte, che è più duratura della storia delle conquiste.
Il 20 luglio Giuseppe fa il suo ingresso in Madrid e siede sul trono di
Carlo V dichiarando fieramente: «Io, il re». Ma regna molto poco. Può
restare soltanto dieci giorni perché il paese prende fuoco. Mentre il
giovane ed energico generale inglese sir Arthur Wellesley, futuro duca di
Wellington, sbarca in Portogallo (1° agosto) dando inizio alla campagna
contro le truppe francesi d'occupazione, il popolo spagnolo insorge in
massa contro gli usurpatori. Napoleone credendo di poter domare
facilmente la sommossa manda via via nuove truppe, fino a centomila
uomini. Ma un'«armata» di 160.000 frati e preti spagnoli sostiene
nell'ombra l'insurrezione popolare, che inventa la guerriglia falcidiando gli
invasori sia alle spalle sia di fronte.
Il Signore della guerra, che ha sbaragliato l'élite dei generali europei,
non riesce a dominare una rivolta di popolo. Assume personalmente la
direzione della campagna di Spagna destinandovi i suoi migliori generali,
da Soult a Lefebvre, Lannes, Victor, Saint-Cyr. Ordina di riconquistare
Madrid, in mano agli insorti dall'inizio di agosto. La resistenza continua
ovunque perché gli spagnoli, ora aiutati dagli inglesi di Blake, non sono
animati soltanto da motivazioni ideali ma anche dalla consapevolezza che
la Francia vuole conservare il dominio del paese per assicurarsi il
monopolio della lana e del panno. Intanto Junot capitola a Cintra ottenendo
di poter tornare in patria con le sue truppe ma deve abbandonare Lisbona
agli inglesi, che mandano in Portogallo una seconda armata.
Napoleone ha appena organizzato il convegno di Erfurt per rinfrescare il
suo idillio con lo zar Alessandro presenti re, sovrani e principi di ogni
genere. Agli inizi di novembre giunge in Spagna, il giorno 30 guida le
truppe alla riconquista di Madrid ma trova il cammino sbarrato sugli
impervi sentieri della Sierra da una divisione spagnola munita di

Lorenzo Vincenti 117 1985 - Napoleone Bonaparte


artiglieria. Comanda allora la carica ai cavalieri polacchi, arruolati l'anno
precedente, il fior fiore della nobiltà di quel paese, per provare il loro
valore e la fedeltà alla sua persona. I polacchi s'avventano, lance contro
cannoni, mettendo in rotta gli insorti. Patrioti sinceri di una Polonia solo
formalmente indipendente, combattono, in nome del despota militare, un
esercito di liberazione nazionale.
Il 1 dicembre l'imperatore installa il suo campo a Champartin, alle porte
di Madrid, dirigendo il cannoneggiamento della capitale nelle cui strade la
popolazione va erigendo in fretta delle barricate. Riceve una deputazione
di notabili, ansiosi che vengano risparmiati i bellissimi palazzi del centro.
Dopo averli ascoltati, tremanti, ai suoi piedi, indica Duroc che, alla sua
destra, ha in mano l'orologio. Tuona: «Se entro un'ora non mi avrete
portato la sottomissione del popolo, vi passerò tutti per le armi quando
conquisterò la città».
È una delle scene che ama recitare sul palcoscenico di quella «azione
drammatica» che è la guerra. Il 4 dicembre, ottenuta la capitolazione, si
installa nello splendido palazzo reale cominciando a legiferare senza
nemmeno interpellare re Giuseppe. Con pochi documenti e con la sua
firma fa fare alla Spagna un balzo in avanti di secoli abolendo
l'Inquisizione, i diritti feudali, due terzi degli ordini religiosi.
Prima di andarsene rimette il fratello sul trono dicendogli graziosamente:
«Giuseppe, vi invidio questa reggia: voi siete meglio alloggiato di me». Si
allontana con la consueta rapidità e la certezza che il suo potere o la sua
influenza si estendano su tutto e su tutti da Madrid a Pietroburgo. È il
padrone dell'Europa da Siviglia a Varsavia, da Napoli al Baltico.

CAPITOLO XV
CARCERIERE DEL PAPA
Il 20 dicembre 1808 il Signore della guerra attraversa la Sierra de
Guadarrama sotto una tempesta di neve cercando di prendere alle spalle
un'armata anglo-spagnola in marcia verso Burgo al comando di John
Moore e del marchese della Romana. Deve marciare sovente a piedi
appoggiando il braccio su quello di Duroc. Fa cambiare direzione una
decina di volte al Corpo principale, avendo Soult e Ney all'avanguardia. Il
giorno 28 apprende che il nemico è riuscito a evitare l'accerchiamento
ritirandosi a La Coruna, verso la frontiera portoghese. «Gli inglesi», scrive

Lorenzo Vincenti 118 1985 - Napoleone Bonaparte


a Giuseppe, «devono ringraziare le difficoltà opposte dalla montagna e dal
fango infame».
Il 1° gennaio, ad Astorga, antica città fondata dai romani che tra un paio
d'anni diventerà famosa come «tomba dei francesi», apprende da un
corriere giunto da Parigi che si stanno preparando nuove insidie. L'Austria
si è riarmata, prepara un'aggressione. Il desiderio di rivincita degli
Asburgo è stato ravvivato a Erfurt dal comportamento di Talleyrand, che
non ha esitato a porre in cattiva luce «questo imperatore straniero»
(Napoleone) di cui egli vede prossima la caduta. Talleyrand, pare, si è
venduto allo zar e a Metternich, che inizia a Parigi una brillante carriera
d'ambasciatore accingendosi a diventare intimo consigliere di re Francesco
e ministro onnipotente.
Dopo qualche giorno di meditazione Napoleone lascia 200.000 uomini
in una terra completamente ostile, nemmeno lontanamente domata.
Tornato nella capitale, investe Talleyrand e anche Fouché, della cui fedeltà
ha motivi di dubitare, con frasi ingiuriose che vengono udite attraverso le
porte dell'anticamera da una folla di ciambellani e di alti militari.
«Talleyrand, non siete che una merda». I due ministri escono con l'aria
atterrita di chi si attende di finire in prigione o al patibolo. Invece vengono
perdonati, anche se la volpe Talleyrand deve lasciare il governo.
Commenta la famiglia Bonaparte: «Egli offende troppo e non punisce
abbastanza». Quel vecchio repubblicano di Carnot, in fondo più devoto di
tanti altri, osserva a sua volta: «Minacciare senza colpire, lasciare il potere
di nuocere nelle mani di coloro che ha insultati, è un errore ch'egli ripete
spesso».
L'Austria suona la diana. Ha messo insieme un migliaio di cannoni e
300.000 uomini, di cui il grosso, 200.000, affidati al comando dell'arciduca
Carlo, che nel marzo 1809 si mette in marcia sulla riva destra del Danubio
per occupare l'altopiano bavarese. La Francia attaccata dovrebbe essere
aiutata dalla Russia secondo gli accordi di Tilsit. Ma lo zar, col pretesto di
doversi salvaguardare dalle mire di Svezia e Turchia, si guarda bene
dall'intervenire. Napoleone accorre e appena sceso dalla carrozza
domanda: «Dov'è il nemico?». Appreso che l'arciduca sta ora marciando
verso Ratisbona, contando di investire in aprile Strasburgo, replica
vivacemente: «Li tengo, dunque. Questa è un'armata perduta. Tra un mese
saremo a Vienna».
Riesce a compiere miracoli con la Grande Armée riunita chiamando

Lorenzo Vincenti 119 1985 - Napoleone Bonaparte


uomini da vari settori, mettendo insieme veterani stanchi e reclute
mediocremente istruite. Si apre la strada faticosamente, combattendo a
Abensberg, Eckmuehl, Ebersberg. Di nuovo conquista Vienna, di nuovo
dorme nella reggia di Schoenbrunn dove fa venire da Varsavia la non
dimenticata amante Maria Valewska, che stavolta rimane incinta. Ma ad
Aspern-Essling, praticamente alle porte della capitale, perde Lannes, uno
dei migliori marescialli dell'impero, perde il valorosissimo generale Saint-
Hilaire e 6.000 uomini uccisi sul campo (21-22 maggio). Lannes ha
entrambe le gambe fracassate da una cannonata mentre si sposta da un
reparto all'altro per incoraggiare le truppe esauste, in difficoltà: trasportato
su di un'ambulanza, agonizza per otto ore con Napoleone che piange al suo
fianco mentre il capochirurgo barone generale Larrey tenta invano la
doppia amputazione.
Occorre una rivincita per ribadire davanti alla ribalta continentale la
superiorità del Signore della guerra. Bisogna sferrare un colpo irreparabile
all'arciduca Carlo, che ha ancora con sé 150.000 uomini agguerriti anche
moralmente. Dopo 48 ore di stupefatta inazione, dovuta all'insolita
stanchezza, Napoleone si immerge nello studio delle carte topografiche,
organizza e riordina, trasferisce. Il 1° luglio è pronto: operazione Wagram.
Attende l'arrivo, il giorno 5, dei rinforzi chiesti a Marmont e al principe
Eugenio, che giunge a marce forzate dalle Alpi tirolesi con la sua armata
d'Italia. Lo schieramento complessivo è di 188.000 uomini.
Napoleone è attestato in Lobau, isola formata dal Danubio a una dozzina
di chilometri da Vienna. Appena arrivati i rinforzi, per evitare che il
nemico riceva a sua volta altre truppe con l'arciduca Giovanni in marcia di
avvicinamento da Presburgo con 12.500 uomini, nella stessa notte sul 5
luglio fa uscire tutte le divisioni dall'isola schierandole nella pianura del
Marchfeld. Conta di sfondare qui lo schieramento nemico per dividerlo in
due tronconi da isolare e battere separatamente.
Alla puntata su Wagram, la sera del 5 gli austriaci rispondono la mattina
del 6 facendo avanzare contro il Corpo di Davout l'ala sinistra, che viene
peraltro respinta oltre il torrente Russbach; contemporaneamente, tentano
con l'ala destra di aggirare i francesi staccandoli dal Danubio. Qui, sulla
sinistra francese, c'è Massena, che con 27.000 uomini deve affrontare l'urto
di una massa più che doppia, 60.000. Massena, ferito in precedenza, non
può ancora montare a cavallo e si è fatto portare in calesse in prima linea
da dove dirige lo scontro. Più volte circondato dagli austriaci, è stato

Lorenzo Vincenti 120 1985 - Napoleone Bonaparte


liberato a sciabolate dagli ufficiali del suo stato maggiore, che per un terzo
rimangono inchiodati accanto a lui, morti o feriti.
Arriva Napoleone, che monta un cavallo bianco per essere riconoscibile
dai suoi quanto dal nemico. Tra il grandinare delle cannonate, della
mitraglia, della fucileria osserva il cocchiere e il postiglione di Massena,
entrambi domestici civili, che resistono impavidi al loro posto. Dice a
Massena: «Ci sono trecentomila soldati sul campo di battaglia, ma questi
due civili sono più coraggiosi di tutti. Noi siamo qui per fare il nostro
dovere, loro si espongono alla morte senza esservi costretti». Dice ai
domestici: «Siete dei valorosi».
L'accanita resistenza di Massena costringe gli austriaci a tenere qui
impegnate a lungo molte forze sulla loro destra sguarnendo il centro. È
proprio qui che l'imperatore sferra l'attacco decisivo spostando in zona 100
cannoni davanti alla fanteria (la tecnica usata a Friedland). Concluso
l'improvviso, terrificante bombardamento, Eugenio di Beaurhanais ha
l'onore di guidare l'attacco principale con i suoi 20.000 uomini tra cui la
Guardia reale italiana comandata dal bravo generale Teodoro Lechi. E
dietro a loro il Signore della guerra manda i corazzieri di Bessières, manda
la sua stessa Guardia perché è il momento di vincere. Prima di sera
l'arciduca Carlo è costretto a ritirarsi per evitare l'accerchiamento lasciando
sul campo 40.000 tra morti, feriti e prigionieri. L'11 luglio chiede
l'armistizio.
Napoleone non ha inseguito in forze il nemico in fuga nonostante gli
incitamenti in questo senso dei suoi comandanti riuniti sotto la sua tenda.
Ha visto sul terreno una distesa di cadaveri senza fine. Deve fronteggiare
tanti altri problemi. Roma è insorta contro i francesi. Stavolta l'imperatore
si accanisce contro il papa accusandolo di sobillare le ostilità contro di lui,
dopo aver rifiutato, fin dal 1806, di aderire al blocco continentale. Lo
spoglia dell'autorità temporale annettendo gli Stati pontifici all'impero.
Il motivo principale della discordia tra Pio VII e l'imperatore che egli
aveva unto in Nótre Dame appena 5 anni fa deriva dalla pretesa di
Napoleone di subordinare la Chiesa allo Stato francese nominando egli
stesso i nuovi vescovi. Pio VII ha reagito con la bolla Quum memoranda,
che scomunica tutti coloro che hanno perpetrato violenza.
La stessa persona che aveva concluso il concordato tra la Chiesa
cattolica e la Francia adesso ordina che il vicario di Cristo in terra sia
arrestato e rinchiuso nel palazzo vescovile di Savona. L'imperatore è

Lorenzo Vincenti 121 1985 - Napoleone Bonaparte


convinto che l'anziano (69 anni) prigioniero rimanendo a lungo isolato dal
resto del mondo, privo di notizie e di alleati, finisca col cedere alle sue
pretese concedendo l'investitura canonica ai nuovi vescovi. Ha in serbo per
lui un'altra pretesa: ottenere lo scioglimento del matrimonio con
Giuseppina contratto anche con rito religioso prima della consacrazione a
imperatore.
Napoleone ha infatti capito, dopo la rivolta di Spagna e dopo Wagram,
che la sua potenza militare, per quanto gloriosa e trionfante, non è
sufficiente a consentirgli di consolidare il suo potere, a garantirgli la
tranquillità. Cerca alleati e, dopo la defezione dello zar, vuole ottenerli per
mezzo di un matrimonio regale. Sposare una giovane principessa del
sangue per avere l'incondizionato appoggio di una dinastia e anche quel
figlio1 [1 Napoleone ha avuto due figli non in costanza di matrimonio: uno
da una dama della sorella Paolina e l'altro dalla contessa polacca Maria
Walewska. Perdute le tracce del primo, del secondo si sa tutto: Alexandre
Walewski, nato nel 1810, nel 1831 dopo la caduta di Varsavia ripara in
Francia dove ottiene la naturalizzazione. Abbraccia la carriera diplomatica,
è senatore sotto il secondo impero e dal 1855 ministro degli Esteri.]
legittimo che Giuseppina non è riuscita a mettere al mondo. Le alleanze e
l'erede: ecco il problema numero uno di questa seconda metà dell'anno
1809.
Al ritorno a Parigi esita per due mesi - mai era accaduto prima d'ora -
prima di affrontare lo scontro che pure non è possibile evitare. Teme le
lacrime di Giuseppina più delle pallottole nemiche alle quali ha fatto
l'abitudine. La storia registra che la spiegazione avviene la sera del 30
novembre nei saloni delle Tuileries. Giuseppina, era facile prevederlo, usa
tutte le armi femminili per convincere lo sposo quarantenne a desistere
dall'idea del divorzio: piange, supplica, urla, prega, perde i sensi.
L'imperatore, sinceramente affranto, mantiene la decisione. Il 15 dicembre
si riunisce il consiglio di famiglia: Madame Mère, Letizia, che non ha mai
avuto simpatia per la creola; i fratelli e le sorelle, che in fondo hanno
sempre considerata la «carcassa» o la «vecchia» alla stregua di un'intrusa; i
cognati e le cognate; Ortenaia ed Eugenio. Giuseppina, impietrita, ode
Napoleone dichiarare: «Dio solo sa quanto mi costi un simile passo. Ma
non c'è sacrificio troppo grande per il bene della Francia. L'imperatrice ha
abbellito la mia vita per quindici anni. Voglio che sia la mia migliore
amica per gli anni a venire. Voglio che conservi il grado, il titolo, il

Lorenzo Vincenti 122 1985 - Napoleone Bonaparte


rispetto e gli appannaggi di imperatrice».
Alla fine della scena patetica, quasi tragica, firma tutti i documenti che
lui le mette davanti. Lo lascia libero. Torna «da signorina», sola, alla
Malmaison, che non ha mai lasciato completamente. Poco dopo riceve una
lunga visita dal suo «ex», che la trova debole e provata. «Non devi
abbandonarti alla malinconia funerea», le dice. «Cura la tua salute che
tanto mi sta a cuore e, se mi ami, mostrati forte».
Giuseppina manda all'imperatore una lista di conti da pagare: milioni e
milioni, tanti (miliardi di oggi). Lui paga, poi se ne sta tre giorni senza
lavorare e senza vedere nessuno, fino a strapparsi dal cuore il ricordo
dell'unica donna che abbia amato con travolgente passione, simile a un
qualunque ufficialetto alle prime armi.
Ma con il papa non la spunta. Deve rivolgersi ai suoi vescovi di fiducia
per trovare chi lo liberi con un pretesto dal legame religioso per sua natura
indissolubile. Il Signore della guerra non perdonerà mai Pio VII: fra tre
anni lo farà venire, stanco e malato, sempre prigioniero, a Parigi, e lo
costringerà con la forza, dopo mesi e mesi di minacce, a sottoscrivere un
diverso concordato. È diventato un carceriere.

CAPITOLO XVI
SPOSA UNA ABSBURGO
«I matrimoni dei sovrani non sono affari di sentimento ma di politica. Il
mio non ha motivi di politica interna. Io desidero invece assicurare la mia
autorità all'estero e ingrandirla per mezzo di un'alleanza con qualche
potente vicino. Il mio matrimonio me ne offre i mezzi». La notizia si
sparge rapida come il lampo in tutte le Corti d'Europa. Non è difficile
comprenderne il significato. Napoleone I, imperatore dei francesi, re
d'Italia, quarantenne appena, diventa un marito «possibile» per tutte le
principesse nubili d'Europa. O meglio, per tutte no. Non va scordato che
due suoi fratelli, Luigi e Gerolamo, hanno sposato le figlie di principi
tedeschi; lui non può quindi accontentarsi di una «altezza reale» uscita da
una piccola Corte. Mira più in alto altrimenti i fini politici del nuovo
matrimonio verrebbero a mancare.
La prima idea è quella di trattare con lo zar Alessandro per farsi dare in
moglie la sorella minore Anna, che peraltro ha soltanto 15 anni. La troppo
giovane età della principessina unita alla riluttanza della madre Sofia

Lorenzo Vincenti 123 1985 - Napoleone Bonaparte


Dorotea di Wuerttemberg (Maria Fedorovna) ad accasare Anna con l'orco
rallentano le trattative. Eppure queste nozze imperiali potrebbero
assicurare, assai più del traballante accordo di Tilsit, l'alleanza perpetua tra
occidente e oriente, l'unione dei due maggiori Stati dell'Europa
continentale.
Alla fine il vincitore si accorge che il vinto di Friedland tira le cose in
lungo e si rivolge altrove: a Vienna, presso l'antica, potentissima dinastia
imperiale degli Absburgo, che sono imparentati con tutte o quasi le Corti
europee e da dove proveniva anche l'ultima regina «legittima» di Francia,
Maria Antonietta. Il sovrano austriaco attuale, Francesco, nipote di Maria
Antonietta (è figlio del fratello di lei Leopoldo II), ha la figlia primogenita,
Maria Luisa, in età da marito.
Dunque: Maria Luisa ha 22 anni meno di Napoleone, è parente della
regina decapita e figlia di quel sovrano che è stato privato di possedimenti
e di potere dal despota francese. Ma la ragion di Stato non conosce ostacoli
di questo genere. Come nasce l'idillio? Secondo una versione
particolarmente gradita nel secolo del romanticismo, Napoleone avrebbe
avanzato la prima proposta in occasione di un ballo mascherato danzando
con la moglie del cancelliere austriaco, principessa di Metternich:
«Accettereste voi, al posto di un'arciduchessa, la mia mano?»
Secondo una versione più verosimile, la prima idea è proprio di
Metternich, ansioso di imbrigliare il despota che ha già sconfitto l'Austria
per quattro volte. Fatto sta che un bel giorno Napoleone manda a Maria
Luisa una missiva di questo tenore: «Le doti brillanti che distinguono la
Vostra persona hanno suscitato in noi il desiderio di onorarvi e di servirvi.
Mentre rivolgiamo all'Imperatore Vostro Padre la preghiera di affidarci la
felicità di Vostra Altezza imperiale, possiamo sperare che Voi accoglierete
benignamente i sentimenti che ci hanno spinto a questo passo? Possiamo
lusingarci che Voi non Vi deciderete a un tal passo soltanto per dovere ed
obbedienza filiale? Se i sentimenti di Vostra Altezza Imperiale avranno
soltanto un poco di parzialità per noi, noi ci proponiamo di coltivare tali
sensi e di proporci quale compito supremo di tornarvi in ogni cosa gradito,
e ci lusinghiamo di riuscire: tale è lo scopo cui tendiamo e al cui
conseguimento chiediamo il favore dell'Altezza Vostra». Uno stile
tortuoso, insolito in Bonaparte.
Il cancelliere Metternich commenterà: «Abbiamo dato la ragazza all'orco
per avere un momento di riposo che ci permettesse di rifarci». Povera

Lorenzo Vincenti 124 1985 - Napoleone Bonaparte


Maria Luisa, trattata come una donna-oggetto!
Ma anche Napoleone ha motivo di considerare un successo questa
unione. Intanto, da avventuriero del trono diventa genero dell'imperatore
d'Austria, ossia di uno dei più antichi sovrani d'Europa. Entra cioè nella
famiglia dei re coronati non soltanto per la forza delle armi ma per pacifico
riconoscimento. Inoltre può con molte probabilità attendersi di avere un
erede sposando una donna così giovane e appartenente a una famiglia assai
prolifica.
Avere un erede significa la continuità, la conservazione del potere.
Nell'anno di grazia 1810 Napoleone è finalmente appagato. Vuole
convivere in pace con l'imperatore di Vienna e, attraverso di lui, con quello
di Pietroburgo. Non pensa a nuove conquiste se non a domare l'irriducibile
Inghilterra. Intanto studia l'etichetta, la prassi seguita in occasione delle
nozze di Maria Antonietta, della quale si accinge a diventare... pronipote.
Manda anzitutto alla fidanzata, tramite il suo braccio destro Berthier, il
proprio ritratto con cornice tempestata di brillanti e guarnizione di gioielli.
In occasione del matrimonio civile, celebrato a Vienna, si fa rappresentare
dall'arciduca Carlo, zio della sposa e avversario del «Piccolo Caporale» in
tante battaglie.
Si dimostra impaziente proprio come un innamorato. Compare
d'improvviso davanti a lei prima di Compiègne, ove era stabilito il primo
incontro, mentre si stanno cambiando i cavalli del corteo della sposa sotto
la pioggia battente. Sale in carrozza, bacia Maria Luisa sotto gli occhi
esterrefatti di una dama di compagnia e la notte stessa esercita i propri
diritti coniugali. «Amici miei», mormora l'indomani agli altri dignitari del
seguito, «sposate una tedesca: sono donne fresche, dolci e docili».
Il 2 aprile il cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone, per parte di
madre, lo stesso che lo aveva unito in matrimonio religioso con
Giuseppina prima dell'incoronazione, celebra le nozze religiose.
Napoleone e Maria Luisa attraversano la grande galleria del Louvre
davanti alla Corte al gran completo (mancano però il papa, sempre
prigioniero a Savona, e ben tredici cardinali invitati invano). I
festeggiamenti durano settimane, durante le quali vengono profusi franchi
a milioni. C'è chi rimpiange la grazia, il sorriso di Giuseppina: la nuova
imperatrice viene giudicata fredda e insipida da più parti, un'Absburgo
dalla testa ai piedi. Ma non lo sposo, che sembra davvero innamorato.
Viene visto perfino salire in barchetta, nello stagno di Fontainebleau, con

Lorenzo Vincenti 125 1985 - Napoleone Bonaparte


la giovane mogliettina, e remare con grazia al suo fianco.
Napoleone scrive ora al suocero chiamandolo «caro papà Francesco».
Lo ringrazia del bellissimo dono (la figlia), apprezza altamente il suo
consigliere e cancelliere, Metternich, che conduce egli stesso in presenza
di Maria Luisa: ma non altri uomini, di cui è geloso. Un sinistro presagio
getta sulla parentesi serena un'ombra tragica. Il 1° luglio l'ambasciata
d'Austria a Parigi offre un ballo di gala in onore della nuova imperatrice.
Divampa, repentino, un incendio, che si propaga di colpo alle tende, ai
mobili, ai lunghi e sottili abiti delle dame. Maria Luisa, protetta
dall'imperatore, fa in tempo a fuggire ma bruciano vivi non pochi dei
presenti tra cui la principessa di Schwarzenberg, cognata
dell'ambasciatore.
Maria Walewska, giunta a Parigi per mostrare il figlio all'imperatore, si
stabilisce per qualche tempo alla Malmaison con Giuseppina. Napoleone è
tutto preso dal suo nuovo amore, non ha tempo da dedicare né all'amante
né all'ex-moglie. Freme dall'impazienza di avere un erede legittimo: e già
durante l'estate Maria Luisa annuncia puntualmente di essere «in attesa».
Attesa che l'imperatore, dal canto suo, inganna dedicandosi ai lavori
pubblici, che sono un'altra delle sue passioni. Fa costruire archi, edifici
pubblici, porte, palazzi e strade in una ventina di città da Parigi a Milano e
a Roma. Inizia a far scavare in fianco alle pareti rocciose la magnifica via
da Nizza verso Genova.
Nel corso di un grande viaggio in Belgio e in Olanda, per mostrare
l'imperatrice alle popolazioni fino a ieri sottomesse all'Austria, i sovrani
inaugurano nel porto di Anversa uno dei nuovi, grandi vascelli da 80
cannoni. Sempre ad Anversa, sulla pubblica piazza, davanti a una folla
silenziosa ma visibilmente contrariata, fa bruciare le merci sequestrate dai
suoi doganieri: pezze di tessuti, barili di zucchero, casse di tè, balle di
cotone e altri prodotti contrabbandati con gli inglesi. Nonostante il blocco
continentale, infatti, la borghesia industriale e commerciale ha bisogno
delle mercanzie britanniche.
Maria Luisa si dimostra una moglie di buon carattere. Ha ingegno
mediocre ma possiede un senso di equilibrio, quel certo «non so che» di
veramente regale che si può ereditare col sangue o acquisire vivendo fin da
piccoli nelle Corti. Aiuta sinceramente l'uomo che, prima di essere scelto
quale suo marito dal fido ministro di suo padre, le veniva descritto come
un malfattore, nemico di Dio e dell'umanità. Per amor suo o per senso di

Lorenzo Vincenti 126 1985 - Napoleone Bonaparte


dovere accetta i generali e i marescialli di umile origine, regine e re
improvvisati, dame di nobiltà almeno dubbia. Commenterà Napoleone:
«Le due persone con le quali mia moglie ha giocato a carte la prima volta a
Parigi erano due regicidi, Cambacérès e Fouché».
Napoleone ingrassa, mette su un inizio di pancetta. Discute con filosofi e
con artisti, che in questo periodo riceve, insieme con gli ingegneri e gli
architetti, più di frequente dei generali. Scherza con i figli dei suoi
funzionari e, se richiesto, si interessa dei matrimoni delle ragazze.
Attribuisce una grandissima importanza alla maternità o all'educazione dei
ragazzi. «Gli uomini», assicura, «si formano sulle ginocchia della madre».
Sembrano lontani i tempi in cui le sue occupazioni principali erano
consultare le carte topografiche, studiare col binocolo l'andamento della
battaglia, guidare eserciti lungo le infuocate sabbie africane, sulle Alpi
innevate, tra le foreste germaniche o sino nelle steppe polacche. Mangiare
a cavallo e dormire sotto la tenda.
Le preoccupazioni, è ovvio, non mancano nemmeno in questo periodo.
Luigi è dibattuto in Olanda tra il desiderio di obbedire al fratello col
blocco anti-inglese e quello di fare gli interessi del «suo popolo», che vive
in prevalenza commerciando con la Gran Bretagna. Cerca di praticare una
politica indipendente, apre le spiagge olandesi al contrabbando. Finché
Napoleone, al colmo dell'ira, lo spazza dal trono mandando i soldati di
Oudinot a occupare Amsterdam, che diviene il capoluogo del dipartimento
francese dello Zuyderzee. Per ragioni analoghe le città anseatiche sono
riunite al «grande impero» che comprende adesso più di cento dipartimenti
tra cui quelli delle Bocche dell'Elba, capoluogo Amburgo, e del Tevere,
con capoluogo Roma.
Anche la Svezia sembra disposta ad avvicinarsi alla politica
napoleonica. Poiché il re Carlo XIII non ha figli né eredi, il Riksdag
(parlamento) designa quale principe ereditario il maresciallo Bernadotte.
Questi nel periodo (1807-1808) in cui era stato governatore delle città
anseatiche si era acquistato numerose simpatie per la sua saggia
amministrazione e per l'umano trattamento riservato ai prigionieri svedesi.
Napoleone sa di non potersi fidare incondizionatamente della lealtà di
Bernadotte, ma non può nemmeno ostacolarlo, disapprovarlo apertamente:
anche perché è sempre il marito della dolce Désirée Clary. Ecco quindi un
altro dei suoi marescialli diventare principe reale e futuro (dal 1918) re col
nome di Carlo XIV.

Lorenzo Vincenti 127 1985 - Napoleone Bonaparte


Mattino del 20 marzo 1811, a Parigi romba il cannone. Napoleone ne
riconosce il calibro ma segue soprattutto il numero dei colpi, centouno: è
nato il re di Roma, conferma che l'impero ha un erede e,
contemporaneamente, che l'eredità del Sacro Romano Impero è passata
alla Francia. «I grandi destini di mio figlio si compiranno», annuncia
orgoglioso al Senato. E il 10 giugno successivo, durante la cerimonia del
battesimo in Nòtre Dame, mostra il piccolo alla folla radunata in chiesa. La
sua è la gioia di tutta la nazione, che impara a seguire i bollettini redatti
sulla salute dell'erede con la puntualità con la quale ieri seguiva i bollettini
della Grande Armée. Attorno a questa culla si crea un ambiente di sfarzo
quale non si era mai visto per i Delfini di Francia.
L'apogeo, il culmine del potere e della felicità sono appena velati dalle
notizie poco rassicuranti che giungono a proposito del blocco continentale
e dell'interminabile guerra di Spagna. Il blocco, per essere veramente
efficace, per costringere l'Inghilterra a venire a patti nel timore di assistere
altrimenti alla rovina dei propri commerci, dovrebbe essere completo.
Invece le mercanzie inglesi entrano in Europa da varie parti: dai porti
turchi invadono i Balcani, dalla Svezia e dall'Olanda penetrano in
Germania e da Napoli nel resto dell'Italia.
Napoleone, costretto Luigi a lasciare il trono d'Olanda (un altro fratello
ribelle dopo Luciano) adesso se la prende con Murat bersagliandolo di
lettere di protesta: in tutti i porti del regno napoletano si fa contrabbando a
favore degli inglesi. Questi rimbrotti dimostrano chiaramente che Murat è
un re fantoccio, legato non agli interessi del suo trono ma a quelli della
Francia. Questi è allora portato a intavolare trattative sottobanco con la
Gran Bretagna e con l'Austria nell'intento di conservare il trono all'infuori
della tutela imperiale.
Quanto alla guerriglia spagnola, nemmeno Massena, il «figlio prediletto
della vittoria», riesce a venirne a capo. E nel vicino Portogallo comincia a
brillare l'astro di sir Arthur Wellesley, che ha la stessa età di Napoleone e
che si è fatto le ossa come comandante militare in India. Forte, intelligente,
volontà d'acciaio, mostra indipendenza dal proprio governo e un'alterigia a
volte insopportabile nei riguardi degli inferiori. Attacca Soult, al quale
riprende Oporto, costringendolo a ritirarsi sulla montagna abbandonando
la propria artiglieria; quindi attacca Victor, che indietreggia verso Madrid.
In premio per il duplice successo viene elevato alla dignità di duca. È così
che lord Wellington entra nella storia tra le cui pagine sarà conosciuto

Lorenzo Vincenti 128 1985 - Napoleone Bonaparte


come «Duca di ferro».
Il duca di Wellington respinge invece l'invito che alla fine del 1809 gli
viene rivolto dalla giunta centrale degli insorti spagnoli di andare a
combattere in questo paese il comune nemico. L'armata d'Andalusia
marcia su Madrid ma viene messa in rotta a Oscana, il 19 novembre, da
uno dei Corpi di Soult, comandato da Sebastiani. Kellermann sconfigge
l'armata d'Estremadura e Soult agli inizi del 1910 conquista, in parte,
l'Andalusia disponendosi infine all'assedio di Cadice. Le armate spagnole
non reggono la potenza di fuoco di quelle francesi ma si riformano dopo
ogni sconfitta.
Intanto Massena compie il terzo tentativo di conquistare il Portogallo.
Ma viene arrestato prima di poter giungere a Lisbona da una serie di tre
linee fortificate predisposte da Wellington, che ha anche un numero
doppio di soldati (33.000 inglesi, 30.000 portoghesi, 6.000 spagnoli).
Dopo aver atteso invano rinforzi adeguati per tutto l'inverno, il 5 marzo
1911 Massena deve risolversi alla ritirata. Il 5 maggio sarà battuto di
nuovo da Wellington ad Almeida. Nel caos generale delle operazioni in
Spagna si afferma Gabriel Suchet, che conquista via via Lerida, Tortosa e
dopo 54 giorni d'assedio Tarragona. Preso anche il monastero fortificato di
Montserrat, vicino a Barcellona, passa a sud dell'Ebre, respinge l'armata di
Blake in Valenza costringendola a capitolare dopo 12 giorni di assedio.
Governa poi l'Aragona con giustizia riuscendo a farsi accettare dalla
popolazione come non accade agli avidi Massena, Soult, Kellermann e
Sebastiani.
Abbandonato per sempre il progetto di impadronirsi del Portogallo, i
francesi pur tra alti e bassi non hanno ancora perduto la guerra in Spagna,
dove hanno complessivamente 300.000 uomini. Ma Napoleone commette
l'errore di non recarsi di persona a dirigere le operazioni né nel 1810 né
durante l'anno successivo. Giuseppe non ha certo il suo colpo d'occhio, il
suo senso strategico globale, la sua autorità. Gli invasori sono logorati
dalle imboscate dei guerriglieri, che intercettano i corrieri e i convogli di
rifornimento. Capita così che l'imperatore rimanga a lungo privo di notizie
esatte degli avvenimenti in questo scacchiere mentre le truppe devono
patire la fame e la sete, sopportare l'assalto, oltre che del nemico, delle
malattie.
Né si sa bene dove e chi sia, questo nemico. I preti e i frati possono
nascondere il fucile sotto la tonaca quanto le donne sotto le sottane. È una

Lorenzo Vincenti 129 1985 - Napoleone Bonaparte


lotta sordida, senza quartiere. I massacri si susseguono ai massacri da
entrambe le parti, come gli episodi di eroismo. La penisola iberica diventa
un enorme «pontone da sbarco» per gli inglesi. Quando Napoleone riesce a
comprendere la situazione nelle sue esatte proporzioni, è troppo tardi: una
nuova, lontana campagna militare giunge a distogliere tutte le sue forze,
tutta la sua attenzione.

CAPITOLO XVII
TRA I FANTASMI DI MOSCA
«Ciò che i popoli della Germania desiderano con impazienza», dice
Napoleone al fratello Gerolamo re di Vestfalia, «è che i non nobili e quelli
che posseggono della capacità abbiano un diritto uguale alla Vostra
considerazione e agli uffici pubblici, e che ogni specie di servaggio e i
legami intermedi fra il sovrano e l'ultima classe del popolo siano
interamente soppressi. Bisogna che i Vostri popoli godano di libertà e di
uguaglianza, che questo governo liberale generi cambiamenti più salutari.
Siate re costituzionale! Questa maniera di governare sarà una barriera più
efficace di fronte alla Prussia che non l'Elba e le fortezze più possenti.
Quale popolo potrebbe ritornare sotto l'arbitrario governo prussiano, dopo
che avrà goduto i benefici di una amministrazione saggia e liberale?».
Però via via che l'impero si ingrandisce tanta buona volontà e tante
promesse finiscono disperse come foglie morte. Non sono i propositi
dispotici dell'imperatore a ingenerare il maleficio bensì le necessità ferree
della gigantesca politica estera in cui egli si è impegolato a trascinarlo nel
vortice, a imporre a tutta la sua amministrazione un ritmo di guerra. Preso
nell'ingranaggio del suo stesso meccanismo, egli finisce con l'irrigidirsi in
questo concetto schematico: siccome i popoli sono stati affrancati dalla
tirannia dei vecchi re e governi assolutistici, e hanno ricevuto, come in
dono, una Costituzione, l'abolizione delle servitù feudali ed ecclesiastiche,
l'uguaglianza dei diritti, il Codice civile, essi non devono chiedere niente
altro. Se oltre a quello che hanno ricevuto accarezzano sogni di
indipendenza, di restaurazione del loro passato più o meno glorioso, di
«risorgimento nazionale» come spesso amano fare italiani, polacchi,
tedeschi, spagnoli e così via, queste sono «ubbie pericolose» che essi
hanno il torto di continuare a scaldare nel loro seno, e nelle quali «non c'è
una sola parola che abbia senso». Potrà a intervalli il governo imperiale

Lorenzo Vincenti 130 1985 - Napoleone Bonaparte


ripigliare a manovrare tante illusioni ma il suo frasario stereotipo celerà
sempre un significato diverso da quello che le parole avrebbero
naturalmente.
Il pensiero segreto dell'imperatore, o quello cui lo forzano le tragiche,
contrastanti necessità della sua politica estera, è un altro. Dai paesi alleati o
vassalli non vuole che due cose: uomini e denaro. Denaro non per costruire
strade o scavare canali bensì per nutrire il suo esercito, accrescerne gli
effettivi. Denaro e ancora denaro. Così i popoli devono guardarsi dal
discutere gli ordini o dall'interpretare i loro interessi in maniera differente
da come egli li interpreta; soprattutto dal fare «calcoli indipendenti da
quelli della prosperità della Francia». Già l'ordinamento politico di ciascun
popolo deve essere regolato da lui perché «essendo stati liberati dai vecchi
regimi per via di conquista essi non possono pretendere di darsi un re o
delle leggi». Solo il governo imperiale può stabilire i loro diritti e i loro
doveri; esso solo può sapere come vadano ripartiti tra le varie categorie
sociali. Dietro gli Statuti scritti e giurati deve rimanere sempre vigile e
attiva un'autorità costituente, che potrà, quando voglia, interpretarli, ossia
modificarli, e magari travisarli: l'onnipossente volere dell'imperatore.
«È nei miei principi», scrive per esempio Napoleone al presidente del
Corpo legislativo del Regno d'Italia, «servirmi di tutti i corpi intermedi - o
consiglio dei consultori o consiglio legislativo o corpo legislativo - tutte le
volte che essi avranno le stesse intenzioni e seguiranno le mie stesse
direttive. Ma ogni volta che porteranno nelle loro deliberazioni dei disegni
contrari a quelli che io posso aver meditato, i loro sforzi saranno impotenti,
la vergogna ricadrà tutta su di essi. E loro malgrado io attuerò tutto quello
che avrò reputato necessario. Questi principi trasmetterò ai miei
discendenti, ed essi apprenderanno da me che un principe non deve mai
tollerare che un universale spirito di leggerezza o di opposizione discrediti
quell'autorità, primo fondamento dell'ordine sociale, vera fonte di tutti i
beni dei popoli».
Intanto l'insurrezione spagnola ha dimostrato alla ribalta europea che
cosa possa compiere un paese che abbia forza e coraggio. Adesso tocca
allo zar di tutte le Russie ascoltare le proteste, l'animosità antifrancese che
proviene da larghi strati dell'opinione pubblica, nobili e agricoltori. La
politica napoleonica del blocco continentale squassa l'economia russa. La
chiusura del Mar Nero rovina i produttori di cereali, di canapa e di
legname, gli allevatori di suini, tutti «beni» che fino a ieri gli inglesi

Lorenzo Vincenti 131 1985 - Napoleone Bonaparte


venivano a caricare in grandissima quantità sui loro navigli per poi
distribuirli in ogni contrada d'Europa. I proprietari non sono più in grado di
pagare le imposte: il rublo che nel 1807 valeva 67 copechi nel 1810 ne
vale soltanto 25. Dal canto suo lo zar è irritato anche per la creazione del
granducato di Varsavia nel quale vede la resurrezione della vecchia
Polonia, che solleva ondate di irredentismo nei vicini territori polacchi
soggetti alla Russia. Teme che un altro Stato vicino, la Svezia di
Bernadotte, finisca nel gran calderone dell'impero in funzione antirussa.
Ha paura che anche l'Austria gli diventi ostile.
Lo zar Alessandro, che si considera (quasi) circondato di nemici,
assediato in casa propria, anziché far rispettare il blocco contro
l'Inghilterra finisce col creare un suo blocco contro la Francia; vieta
l'importazione dei vini, dei liquori e di ogni oggetto di lusso di
fabbricazione francese. Licenzia il primo ministro Speranskij, accusandolo
di essere filonapoleonico, apre le porte, al pari dell'Inghilterra, ai patrioti
europei, che la tirannide costringe a fuggire dai rispettivi paesi. Mentre
sorgono ovunque società segrete decise di instaurare regimi nazionali e
liberali.
Napoleone, sposo e padre felice, ha rinunciato da tempo alla prospettiva
di avere nello zar un passivo alleato. Nemico per nemico, decide di
assestargli un gran colpo sbarazzandosi di un rivale nell'egemonia
continentale. Una campagna a est per togliere all'Inghilterra, irriducibile
nemico numero uno il suo migliore «strumento» continentale. Una nuova,
poderosa impresa militare nonostante la ribellione che infuoca la Spagna e
le sommosse latenti in tanti paesi dell'impero. Lo stesso errore che sarà
ripetuto nel secolo successivo da Adolf Hitler, il Signore della guerra di
ceppo teutonico.
Inoltre accarezza in segreto il vecchio sogno, rinverdito, di conquistare
un impero a oriente passando stavolta, anziché dall'Egitto, attraverso gli
spazi sconfinati della Russia asiatica. Di questa seconda parte del suo
progetto non parla con i ministri e con i marescialli ai quali presenta via
via i particolari dell'impresa. Ma anche nella misura più ridotta, il progetto
non è bene accolto dai suoi consiglieri. Pare a molti che il comportamento
dello zar, per quanto ostile, non giustifichi una guerra. Guerra che il
popolo non può sentire, come dimostra anche il rinnovato scandalo delle
numerose renitenze alle leve ordinate dall'imperatore.
Napoleone, che ha già tutto deciso, recluta truppe in tutto il suo

Lorenzo Vincenti 132 1985 - Napoleone Bonaparte


eterogeneo impero. Ne chiede anche all'Austria e alla Prussia ritenendo
che questo sia il modo migliore di interessarle al buon esito dell'impresa,
di impedire che passino nel campo avversario. Ottiene dall'Austria 30.000
soldati al comando del principe di Schwarzenberg, dalla Prussia 20.000 al
comando del generale York, dal regno d'Italia 25.000 uomini guidati dal
vicerè Eugenio, dal regno di Napoli 15.000 condotti dal re Gioacchino
Murat: altri 40.000 tra piemontesi, toscani, liguri, emiliani sono sparsi
negli eserciti di Oudinot, di Saint Cyr, di Macdonald.
Prevede che la Russia possa schierare 300.000 uomini e ne mette
insieme il doppio, di cui soltanto una parte francesi e gli altri tedeschi,
italiani, olandesi, polacchi, belgi, dalmati. Ma 200.000 devono rimanere al
di qua del Niemen per assicurare il servizio delle retrovie. In conclusione,
passano il fiume da ovest verso est 400.000 soldati con 130.000 cavalli,
8.000 carri e oltre 1.000 cannoni. Dopo aver superato il Niemen divide la
Grande Armée in tre Corpi di importanza all'incirca uguale: Macdonald al
nord, lui al centro e Gerolamo Bonaparte a sud.
Ha intenzione di bloccare le armate nemiche con un attacco in massa di
sorpresa (non c'è nemmeno stata dichiarazione di guerra) per costringerle a
una battaglia decisiva, fatale. Ma lo zar oltre ai suoi generali ha dei
preziosi consiglieri che conoscono perfettamente la strategia e la mentalità
di Napoleone: sono Moreau, antico rivale delle campagne di Francia,
compagno di Cadoudal nella famigerata congiura, e Bernadotte ora
principe di Svezia, al quale il sovrano russo ha promesso la corona della
Norvegia attirandolo così dalla propria parte. Pur non essendo presente di
persona, Bernadotte invia indicazioni e suggerimenti che risultano
preziosi.
Sia i generali russi sia i consiglieri stranieri concordano nell'indicare con
quale tattica conviene affrontare Napoleone: attirarlo il più possibile
nell'interno del paese distruggendo davanti e intorno all'invasore tutto
quanto possa servire al suo sostentamento e non consentendogli così di
sfruttare le risorse locali, di «pagare la guerra con la guerra». Si può
accettare battaglia soltanto con la certezza di vincerla, in condizioni ideali.
Il sistema di Fabio il Temporeggiatore applicato contro il moderno
Annibale.
Eppure il «Piccolo caporale», superato il Niemen il 24 giugno 1812 a
Covno, è veramente sul punto di schiacciare le due più grosse armate russe
contro l'impervia regione del Poliessie, paludosa e deserta, in cui sarebbero

Lorenzo Vincenti 133 1985 - Napoleone Bonaparte


immancabilmente perite. La bella manovra non riesce per difetto
d'esecuzione. I suoi marescialli cominciano subito a rivelarsi in non pochi
casi inferiori ai loro compiti. Sono troppo ricchi, potenti, decorati e titolati:
due re, un vicerè, tutti gli altri sono principi e duchi. Sono avidi ma non
vogliono sacrificarsi per conquistare nuovi allori. Più che combattere il
nemico passano il tempo a litigare uno contro l'altro, a contendersi i favori
dell'imperatore, che riesce a farli andare d'accordo soltanto con la sua
presenza. Ma non può essere ovunque data l'immensità dell'esercito e delle
distanze. Particolarmente grave risulta il dissenso tra il maresciallo
Davout, principe di Eckmuehl, principale organizzatore della grande
spedizione, e Gioacchino Murat, re di Napoli, che si considera il più
importante dei capi della Grande Armée dopo l'imperatore. Davout e
Murat si insultano pesantemente, come due sergenti, e sembrano più volte
sul punto di sfidarsi a duello. A questo grave inconveniente di natura
disciplinare si aggiungono le difficoltà dovute al clima e alla natura stessa
del paese. Il pesante calore estivo fiacca le gambe dei soldati mentre i
cavalli, non abituati a nutrirsi esclusivamente di foraggio fresco, ancora
bagnato, si ammalano e muoiono in massa: diecimila in pochi giorni,
sicché molti carri rimangono abbandonati e migliaia di cavalleggeri
risultano appiedati.
Le due principali armate russe sono comandate da un generale del «clan
dei tedeschi», Barclay de Tolly, dietro il Niemen con 120.000 uomini, e da
Bagration più a sud con 50.000. Quest'ultimo viene fronteggiato da re
Gerolamo, che ha 76.000 soldati e il compito di impedire il
congiungimento delle due armate in modo da poterle battere
separatamente. Gerolamo, inetto, incapace, fallisce mandando all'aria il
piano di Napoleone. Viene destituito e rimpiazzato con Davout. La marcia
verso oriente prosegue tra tante difficoltà, con tappe forzate, mentre il
nemico seguita a ritirarsi lasciando alle proprie spalle terra bruciata. Si
ritira anche oltre Vienna, la bella capitale della Lituania, la prima grande
città incontrata dagli invasori.
Il 30 giugno Napoleone scrive a Maria Luisa: «Mia cara amica, sono a
Vienna molto occupato. I miei affari vanno benissimo, il nemico è
sbaragliato. Io sto a meraviglia e penso a te. Sono alloggiato in una bella
casa dove è stato, fino a pochi giorni fa, l'imperatore Alessandro, lontano
dal credere che presto sarei entrato io qui».
Si presenta al bivacco del maresciallo Davout, con una proposta dello

Lorenzo Vincenti 134 1985 - Napoleone Bonaparte


zar per l'imperatore, il generale Balachof, ministro della polizia. Davout fa
attendere Balachof per tre giorni prima di ammetterlo alla presenza di
Napoleone. La proposta è la seguente: non c'è motivo di fare la guerra tra
Francia e Russia; che gli invasori ritornino al Niemen, si inizieranno subito
delle trattative di pace.
Napoleone risponde con una lettera sibillina nella quale tra l'altro
afferma che «... quella Provvidenza invisibile, di cui io riconosco il potere
e il dominio, dovrà decidere di questa come di molte altre cose». Poi
chiede a Balachof: «Qual è la strada che conduce più rapidamente a
Mosca?». Risposta: «Tutte le strade conducono a Roma, Sire, e qui
diciamo che tutte le strade conducono anche a Mosca. Si può arrivarci
come si vuole. Carlo XII è passato per Poltava». È una stoccata storica:
Carlo XII è il re svedese che avendo invaso la Russia nel 1707 deciso a
marciare su Mosca, ebbe l'esercito decimato dal gelo, dalla mancanza di
viveri, dalle malattie e infine da una terribile sconfitta nella battaglia di
Poltava (1709).
La situazione per ora non consente soluzioni. I francesi, senza gioia,
sono condannati a invadere la Russia in profondità. I russi, pure senza
gioia, sono condannati a lasciarli avanzare tutto distruggendo, tentando
soltanto delle operazioni di retroguardia. La marcia riprende il 7 luglio con
la comparsa della cavalleria cosacca, che disturba i francesi come un
nugolo di moscerini: attacca di sorpresa alle spalle i ritardatari, gli
sbandati, i disertori, le reclute che si lasciano cadere a terra vinte dalla
stanchezza, dal caldo, dalla dissenteria. Centinaia di giovani pongono fine
alle loro sofferenze sparandosi una fucilata in bocca.
Una guerra strana, per niente combattuta, ma non per questo meno
popolata di cadaveri. Avanti, dunque. Per più di un mese la campagna di
Russia si riduce a un vasto inseguimento senza risultati: le armate di
Napoleone e di Davout tallonano quelle di Barclay e di Bagration, che si
ritirano peraltro in buon ordine rifiutando la grande battaglia cercata,
sperata dai francesi. Si scatenano soltanto degli scontri di retroguardia. Il
25 e 26 luglio a Ostrowno il conte Ostermann-Tolstoi, comandante la
retroguardia russa, resiste così vivacemente che Napoleone accorre per
incoraggiare di persona i suoi uomini e tenersi pronto in caso di uno
scontro di vaste proporzioni. I lancieri polacchi mostrano una gagliardia
particolare durante questa carica condotta attraverso una foresta profonda
tre chilometri.

Lorenzo Vincenti 135 1985 - Napoleone Bonaparte


Napoleone è felice: crede di dover affrontare, l'indomani, l'armata di
Barclay al completo. Ecco la città di Vitebsk, piattaforma tra la Lituania e
la vecchia Russia. Il 27 luglio occupa le alture che circondano la città,
protetta dal fiume Dvina. Divampa uno scontro durante il quale 200
giovani reclute parigine del 16° reggimento cacciatori rimangono isolate
nel bel mezzo della cavalleria nemica e spinte verso il fiume. Questo
reparto, ottimamente comandato, combatte con calma respingendo i
lancieri russi mentre il resto dell'armata può attestarsi sulla riva opposta.
Napoleone, che ha seguito lo scontro, comanda al suo aiutante di campo
Narbonne: «Andate a dire a questi ragazzi di Parigi che regalo a tutti loro
la legion d'onore». Il 28 luglio occupa Vitebsk abbandonata in piena notte
da Barclay. Deve fermarsi diversi giorni per far riposare gli uomini provati
dalle marce forzate e dalla calura. Duroc e altri marescialli lo esortano ad
arrestare l'avanzata, a non inoltrarsi dentro le sconfinate pianure russe. Ma
nel frattempo lo zar, sollecitato dai cortigiani che giudicano disonorevole
la ritirata continua, ha ordinato a Barclay di contendere al nemico con le
armi il suolo della patria. Barclay, raggiunto da Bagration, si attesta nella
zona di Smolensk.
È forse arrivata l'ora della battaglia? Napoleone supera il 14 agosto il
Dniepr e all'alba del 16 ordina l'attacco generale a Smolensk rinserrata
dentro le sue mura tutte merli e feritoie. Il combattimento, feroce, dura
tutta la giornata. Il principe polacco Poniatowski, divenuto luogotenente di
Napoleone, occupa due quartieri espugnando casa per casa. L'indomani gli
scontri continuano violenti. Nella notte tra il 17 e il 18 agosto la città viene
bombardata pesantemente dall'artiglieria francese; alla fine i russi fanno
esplodere le riserve di munizione e si ritirano nuovamente, disobbedendo
allo zar.
Napoleone e i suoi aiutanti contemplano questa nuova forma di
resistenza alla loro conquista dell'universo. «Bene, Caulaincourt», chiede
l'imperatore, osservando dall'alto il rogo immane, «come trovate questo
spettacolo?». «Orribile, Sire». «No, è superbo. Caulaincourt, ricordate
sempre questa massima di un imperatore romano: «Il cadavere del nemico
puzza sempre di buono». Manda Ney e Davout alla caccia dei russi, per
riagganciarli, ma l'inazione di Junot, che ha i nervi a pezzi, impedisce alla
battaglia di svilupparsi.
Annota Lefebvre: «La strategia napoleonica è stata colta in fallo: il
nemico arretra senza vergogna; nessun ostacolo naturale permette di

Lorenzo Vincenti 136 1985 - Napoleone Bonaparte


bloccarlo, non si può sorprenderlo perché la cavalleria si fiacca senza
riuscire a impegnarsi mentre le continue marce spossanti debilitano la
fanteria oltre ogni ragionevole prova. A Smolensk la massa di manovra
risulta ridotta a 160.000 uomini: che cosa accadrà una volta giunti a
Mosca?».
Napoleone esita. Attorno a lui cresce l'inquietudine. Perfino il docile
Berthier insiste perché ci si fermi a Smolensk. Infine: «Sempre avanti»,
ordina. Si lascia irretire dall'amor proprio, da un senso di fatalismo finora
sconosciuto, dall'ottimismo di Murat che ha soffiato a Davout il comando
dell'avanguardia e che si diverte a incrociare la spada con la cavalleria
cosacca del generale Platof in scaramucce di scarsissima importanza.
Sempre avanti, dal 20 agosto, verso la strada di Mosca, mentre il nemico
abbandona via via Dorogobuie, Viazma, Ghiats.
Ma ecco che qualcosa muta: finalmente i russi si attestano, decisi allo
scontro frontale, ai bordi della Moscova. Barclay è stato rimpiazzato da
Kutuzov, che ha l'ordine di contendere «la città santa all'Anticristo».
Kutuzov sa perfettamente che la battaglia risulterà inutile. Ma sa anche che
non si può non ascoltare il partito preso degli «ultrapatrioti» di
Pietroburgo, in questo momento il più ascoltato dallo zar.
Il 4 settembre i due eserciti sono a faccia a faccia presso Borodino. Si
prepara la battaglia di Mosca. Alla vigilia, i russi portano in processione le
loro sacre icone mentre Napoleone fa mostrare il ritratto del re di Roma,
appena portato da Parigi da Beausset, prefetto del palazzo reale. «Eppure è
ancora troppo giovane per vedere la guerra», mormora osservando
l'immagine del figlio che conosce così poco.
Il vecchio Kutuzov, già battuto ad Austerlitz, dispone di 120.000 uomini
bene appostati tra i boschi che circondano Borodino e nelle robuste trincee
a cavallo della grande rotabile per Mosca. Napoleone ha 130.000 soldati.
La sua superiorità numerica è pertanto minima, inoltre il luogo non si
presta a manovre sapienti: occorre espugnare le posizioni nemiche
attaccandole direttamente una per una. La battaglia dura l'intera giornata
con gravi perdite da entrambe le parti; francesi: 10.000 morti, 14.000 feriti;
russi: 45.000 tra morti, feriti, prigionieri.
Kutuzov si ritira verso sera battuto ma in ordine, senza abbandonare
materiale bellico. Napoleone potrebbe trasformare questa ritirata in rotta se
gettasse nella mischia la Guardia, intatta. Invece commenta: «Non posso
rischiare le ultime riserve a 3200 chilometri dalla Francia».

Lorenzo Vincenti 137 1985 - Napoleone Bonaparte


La via di Mosca, comunque, è libera. Napoleone fa il suo ingresso il
giorno 14 settembre tra l'entusiasmo dei soldati. La misteriosa città
orientale appare in tutta la sua «barbarica» bellezza alle truppe che
vengono dal lontano occidente: francesi, italiani, tedeschi, polacchi,
dalmati. I vincitori hanno le divise lacere e le scarpe a brandelli. Da
400.000 che erano, sono ridotte in 90.000. Gli altri, morti per le ferite e le
malattie; oppure dispersi o abbandonati negli ospedali delle retrovie.
Insieme con i vincitori entrano a migliaia i predoni e i saccheggiatori, le
prostitute, gente di ogni razza che vuole soltanto rubare, trafficare, massa
disordinata che complica i già complessi problemi dei rifornimenti,
Napoleone durante l'avanzata, avendo compreso che non avrebbe potuto
prostrare la resistenza russa prima dell'autunno, aveva già ventilato il
proposito di fermarsi: a Vilna, a Vitebsk, a Smolensk. Adesso, a Mosca,
non può più decidere. La decisione non gli compete più. La sera stessa
dell'arrivo anziché trovare la municipalità con le chiavi di Mosca, come
sempre è accaduto nelle capitali conquistate, anziché trovare un nemico
vinto, disposto alla resa o almeno alla trattativa, alla collaborazione, non
vede che incendi. Dai quartieri periferici le fiamme giungono fino in
centro, fino al Cremlino, l'enorme complesso di chiese, di caserme, di
palazzi che forma il centro imperiale. Mosca brucia. Si dice che il
governatore Rostoptscin prima di evacuare abbia fatto sgomberare la
popolazione e disposte le micce, le sostanze incendiarie per distruggere
tutto.
Sicché invece di una grande, popolosa città ricca di vivere, di comodi
alloggi, di prede, gli invasori trovano fuoco e cenere. Una città popolata di
fantasmi e di predoni. Bruciano le capanne dei poveri e le splendide ville
disabitate dei boiari. Chiese, magazzini, ospedale, caserme: tutto brucia.
La seconda capitale dopo Pietroburgo, l'orgoglio della Russia, con le sue
cento cupole variopinte, coi suoi parchi, con i suoi mercati dove fino a ieri
si incontravano tutti i popoli d'Europa e dell'Asia, sembra ridursi in pochi
giorni in un cumulo immane di macerie fumanti contese tra torme di
soldati privi di disciplina e orde di predoni che instaurano la legge del
disordine.
Secondo alcuni storici l'incendio di Mosca appartiene a quella serie di
azioni feroci e disperate che sfuggono al giudizio morale della civiltà:
militarmente, un atto di barbarie inutile perché Napoleone non avrebbe
potuto sostenersi a lungo nella capitale nemica anche se intatta. Eppure

Lorenzo Vincenti 138 1985 - Napoleone Bonaparte


quella fuga volontaria di 350.000 abitanti, quel fuoco divoratore appiccato
dalle loro stesse mani alla città, lo spettacolo indescrivibile d'una capitale
distrutta in pochi giorni sotto gli occhi del conquistatore impotente,
suscitano profonda impressione.
Di diverso avviso è Tolstoi, che scrive in Guerra e pace: «Per quanto
lusinghiero sia per i francesi accusare la ferocia di Rostoptscin e per i russi
la barbarie di Bonaparte e mettere una fiaccola eroica in mano al suo
popolo, non ci si può esimere dal vedere che una simile causa immediata
d'incendio non poteva esistere, poiché Mosca doveva bruciare, come
devono bruciare tutte le città, le fabbriche o le case dalle quali i padroni
sono partiti e in cui si sono introdotte, per viverci, persone straniere.
Mosca fu bruciata dagli abitanti, è vero, ma da quelli che se n'erano andati,
non da quelli che erano rimasti. Mosca, ceduta al nemico non è rimasta
intatta come Berlino, Vienna ecc. per il solo fatto che i suoi abitanti non
diedero il pane, il sale e le chiavi ai francesi, ma abbandonarono la città».
Napoleone, comunque, agli inizi non dispera. Spenti gli incendi si
insedia di nuovo nelle sale del Cremlino e cerca di riorganizzare l'esercito
facendo arrivare rinforzi, ristabilendo i vincoli della disciplina, assegnando
nuovi compiti ai collaboratori. Si preoccupa del governo della città e fa
affiggere per le strade il seguente appello: «Abitanti di Mosca, le vostre
sventure sono crudeli ma Sua Maestà l'Imperatore e Re vuole fermarne il
corso. Esempi terribili vi hanno detto come egli sappia punire la
disobbedienza e il delitto. Misure severe sono prese per frenare il disordine
e ripristinare la sicurezza pubblica. Un'amministrazione paterna, i cui
membri saranno scelti da voi, formerà il vostro Municipio; cioè
l'amministrazione della città, che avrà per missione di vegliare su di voi, di
provvedere ai vostri bisogni e ai vostri interessi. I suoi membri si
distingueranno da un nastro rosso a tracolla, e il sindaco della città si
cingerà inoltre di una sciarpa bianca. Fuori delle ore consacrate alla sua
carica, non porterà che un nastro rosso attorno al braccio sinistro. La
polizia della città è costituita sulle sue antiche basi e, grazie alla sua
attività, l'ordine sarà presto ristabilito. Il governo ha nominato due
commissari generali e venti commissari di polizia dipartimentale per i
quartieri della città. Li riconoscerete dal nastro bianco annodato sul
braccio sinistro. Alcune chiese di vario culto sono aperte e vi si officia
senza impedimenti. I vostri concittadini ritornano alle loro dimore, e è dato
ordine perché vi trovino il soccorso e la protezione dovuti alla sventura.

Lorenzo Vincenti 139 1985 - Napoleone Bonaparte


Sono questi i mezzi adoprati sinora dal governo per ristabilire l'ordine e
alleggerire le vostre condizioni; ma per riuscirvi, bisogna che voi uniate i
vostri sforzi ai suoi, che dimentichiate, se è possibile, le vostre sofferenze
passate, che accarezziate la speranza di una sorte meno crudele, che siate
sicuri che una morte inevitabile e vergognosa attende tutti coloro che
attenteranno alle vostre persone, ai vostri beni, e che questi beni vi saranno
conservati, perché questa è la volontà del più grande e del più giusto dei
sovrani. Soldati e abitanti di qualunque nazione voi siate, ristabilite la
fiducia pubblica, sorgente della fortuna degli Stati, fraternizzate, aiutatevi
e proteggetevi a vicenda, unitevi per annientare i disegni dei
malintenzionati, obbedite alle autorità militari e civili, e allora, le vostre
lacrime non tarderanno a cessare».
Scrive allo zar: «Io ho fatto la guerra a Vostra Maestà senza malanimo.
Un vostro messaggio mi avrebbe fermato in qualunque punto della mia
marcia... Se Vostra Maestà conserva per me almeno una traccia dei suoi
antichi sentimenti, prenderà nel suo giusto senso questa mia lettera».
Vuole una pace che lo riconosca vincitore e lo tolga dall'imbarazzo di una
vittoria militare riportata così lontano dalla patria e in un paese che rimane
ferocemente ostile. Lo zar, nel comodo rifugio dell'Ermitage, a
Pietroburgo, legge e non risponde. Attende che il tempo decida in suo
favore questa terribile contesa giocata sulla pelle di milioni di persone.
Napoleone ostenta una calma olimpica. Si compiace di redigere il
regolamento della Comédie Francaise, il grande centro drammatico
parigino; invita a Mosca col miraggio di facili guadagni, per risollevare il
morale delle truppe in ozio, vari artisti francesi che giungono
puntualmente frammisti a cortigiani e ad avventurieri assetati di novità;
gran parte di costoro non tornerà mai più in patria: li attende la morte.
Passano i giorni e le settimane. Si snoda l'ottobre russo, con i suoi freddi
precoci e con la sua desolazione. La cavalleria cosacca giunge a molestare
i sobborghi di Mosca. Kutuzov è in vista con una nuova e più potente
armata mentre si avvicinano dal sud altre forze lasciate libere dalla pace
firmato con la Turchia. Anche da Parigi giungono cattive notizie. L'impero
ha bisogno di essere governato dal suo Signore, altrimenti può capitare di
tutto. Perfino che un generale pazzo, Malet, fuggito da una casa di cura,
occupi per una notte caserme e comandi diffondendo la notizia che
Napoleone è morto e nominando un governo provvisorio repubblicano!
Napoleone progetta di proseguire la campagna puntando stavolta su

Lorenzo Vincenti 140 1985 - Napoleone Bonaparte


Pietroburgo ma l'inverno russo ormai è alle porte. Il 19 ottobre ordina alla
Grande Armée di ripercorrere in senso inverso il lungo cammino
dell'andata contando di trovare strada facendo depositi, rifornimenti,
soldati già ammalati o feriti e adesso ristabiliti. Partono 80.000 combattenti
seguiti da una massa enorme di fuggiaschi (avventurieri, donne,
«collaborazionisti») con migliaia di carri carichi di bottino. Bottino che
viene abbandonato tutto, di giorno in giorno, perché il gelo uccide uomini
e cavalli: già il 24 ottobre la temperatura scende a 4 gradi sotto lo zero, il 2
novembre comincia a imperversare una tormenta di neve e il 15 novembre
il termometro registra 30 gradi sotto lo zero.
Talvolta bisogna farsi largo con le armi in pugno e più spesso affrontare
degli scontri di retroguardia per bloccare i cosacchi che sterminano i
ritardatari e i reparti rimasti isolati. I soldati un tempo definiti invincibili,
suddivisi in quattro scaglioni, procedono estenuati affondando nella neve,
scivolando sui ghiacci, percossi dal vento gelido della steppa e senza
possibilità di riparo durante le lunghe notti nordiche. L'esodo,
dolorosissimo, dura parecchie settimane. I feriti, i malati, i più deboli si
lasciano cadere ai margini della strada diventando delle gelide statue di
ghiaccio.
Napoleone marcia spesso a piedi in mezzo alla Guardia, rincuorando gli
affranti: «Coraggio, anche i russi soffrono come noi». È vero. I soldati
dello zar subiscono pure in questa fase delle gravi perdite, che inducono
Kutuzov a sorvegliare la ritirata del nemico da lontano. Il 23 novembre i
francesi sono ridotti a 45.000 uomini disperati che vedono cadere di ora in
ora gli amici, i compagni al proprio fianco e per i quali le possibilità di
scampare all'«inferno bianco» si vanno via via facendo più esili.
La resa dei conti avviene al passaggio, obbligato, della Beresina. Per tre
interminabili giorni e altrettante notti i resti della Grande Armée, non più
soldati ma profughi rivestiti di stracci, tappeti, pellicce e mantelli
femminili, si accalcano lungo due ponti improvvisati che alla fine vengono
incendiati dalle cannonate nemiche. I russi attaccano mentre il freddo
raggiunge temperature mai registrate a memoria d'uomo in questa stagione.
Un intero squadrone di lancieri, dopo aver accompagnato di notte la slitta
dell'imperatore, mentre sosta sfinito passa dalla vita alla morte. Migliaia di
soldati lasciano cadere i fucili che sembrano scottare tra le mani congelate.
Cavalli non ce ne sono quasi più: uccisi dal gelo o dai soldati affranti. Non
ci sono più carri. Non ci sono più cannoni.

Lorenzo Vincenti 141 1985 - Napoleone Bonaparte


Napoleone ordina di bruciare le bandiere perché non finiscano in mano
nemica. Di nuovo avanti, verso occidente. Ecco, finalmente, il Niemen,
ecco le frontiere polacche. Le truppe francesi e alleate rimaste a Vilna non
credono ai loro occhi nel vedere i superstiti che non hanno più nulla di
militaresco e che non sembrano più nemmeno uomini. Tornano sì e no in
ventimila da 400.000 che erano. Una catastrofe che non ha precedenti. Gli
italiani sopravvissuti non sono più di un migliaio su 80.000.
Il 3 dicembre l'imperatore dirama il bollettino n. 29 col quale informa la
Francia dell'andamento infausto della campagna, lascia intuire la gravità
delle perdite e conclude con una frase a sorpresa: «La salute
dell'Imperatore non è mai stata migliore». Vuole spaventare i nemici sia
interni sia esterni e rassicurare gli amici, i fedelissimi. Il disordine è
enorme. Murat ha riunito il consiglio di guerra accusando Napoleone di
aver mandato le truppe allo sbaraglio. Poi cede il comando generale
dell'armata, avuto da Napoleone, a Eugenio, e parte alla volta di Napoli
senza attendere il consenso del Signore della guerra.
Napoleone attraversa la Polonia e la Prussia sopra una semplice slitta
con tre soli compagni, privo di scorta, esposto a tutti i pericoli delle strade.
Durante il percorso conversa tranquillamente con Caulaincourt e con i due
segretari, esaminando con incredibile freddezza la situazione; parlando di
se stesso e della sua sorte con distacco; criticando per primo i propri errori
e cercandone la spiegazione; giustificandosi di fronte a questi modesti
testimoni come se fosse già davanti al tribunale della posterità. «Ho
sbagliato», assicura, «non già nel fare la guerra alla Russia ma nella
maniera in cui l'ho condotta. Dovevo restare fermo a Vitebsk, a quest'ora
lo zar sarebbe ai miei piedi».
Commentando la grottesca avventura del generale Malet ammette con
sorprendente franchezza: «Credo davvero che tutto quanto ho costruito
finora sia poco solido».
A Varsavia si ferma per qualche ora a riposare in un albergo dicendo a
due esterrefatti nobili polacchi che ha fatto accorrere dall'ambasciata:
«L'esercito ha subito gravi perdite, ma soltanto a causa del precoce inizio
dell'inverno... Il re di Napoli non è stato in grado di mantenere il comando,
dopo la mia partenza ha perduto la testa. Tuttavia ho ancora trecento
battaglioni senza bisogno di togliere un uomo solo alla Spagna». Di nuovo
in viaggio, ancora nove giorni prima di giungere a Parigi. Intanto, riflette:
che fare?

Lorenzo Vincenti 142 1985 - Napoleone Bonaparte


CAPITOLO XVIII
SOLO CONTRO TUTTI
Napoleone torna il 18 dicembre 1812 a Parigi, che è immersa nello
stupore e nel lutto avendo appreso soltanto due giorni prima la notizia
della disfatta illustrata dal 29° bollettino. «Dove hai lasciato i nostri
figli?», chiedono con angoscia tante madri. Uno stupore pressoché analogo
pervade tutti i paesi dell'Europa occidentale perché sembra impossibile che
un esercito tanto possente, guidato da un condottiero geniale, possa
scomparire in pochi mesi. Si interrogano i superstiti nell'intento di chiarire,
e di capire, sia le cause sia la portata dell'immane catastrofe. I nemici
rialzano prontamente la testa. Il conte York, generale prussiano, senza
chiedere permessi prende l'iniziativa di sottoscrivere un armistizio con lo
zar passando poi alla Russia.
Ma è tutto il popolo di Prussia che spinge l'incerto re Federico
Guglielmo, scomparsa da poco l'energica regina Luisa, a ribellarsi
all'imperatore. Gli ufficiali ma anche gli artisti e i poeti, gli studenti, gli
intellettuali come il filosofo Fichte, manifestano la volontà di riscossa. Il
barone von Luetzov fonda il primo Corpo franco prussiano i cui ufficiali
prestano solenne giuramento nella chiesa di Rogan, i cacciatori volontari
acclamano il sovrano a Breslau.
Il Signore della guerra non indugia a meditare sui suoi errori, a
rimpiangere i compagni d'armi rimasti per sempre nella distesa senza fine
di neve. Si considera sempre il padrone dell'occidente, vuol riprendere la
spada al più presto per punire chi osa opporsi. Dalla sua scrivania alle
Tuileries prepara una serie di provvedimenti con i quali intende
fronteggiare gli eventi. Con una solenne cerimonia all'Eliseo, presenti i
ministri e le alte cariche della Corte, delega a Maria Luisa la reggenza
dell'impero. «Ancora una volta», dichiara, «faccio appello alle nostre armi
sempre vittoriose per salvare l'Europa dall'anarchia e per confondere i
nemici della Francia». Vuole costringere il suocero a non schierarsi con gli
avversari. Poi ottiene dal Senato la leva dei ragazzi della classe 1813, che
vengono soprannominati «i Maria Luisa» e che completano
l'addestramento direttamente sul campo di battaglia, a fianco dei veterani.
Il 15 aprile 1813 l'imperatore lascia Parigi alla testa della nuova armata,
ragazzi e «grognards» in marcia a fianco a fianco, e appare sull'Elba con

Lorenzo Vincenti 143 1985 - Napoleone Bonaparte


forze preponderanti. Ha infatti a disposizione 150.000 uomini inquadrati in
150 reggimenti di nuova formazione, con 100 batterie, contro 58.000 russi
e 43.000 prussiani. Manca però di cavalleria per la ricognizione e gli
inseguimenti, inoltre ha perduto in Russia un gran numero di ufficiali
superiori e i sostituti sono mediocri oppure inesperti. Appare rinvigorito, si
sposta dovunque spronando e incitando perché «la patria stessa è in
pericolo». Si rinnova lo spirito di solidarietà nazionale che era stato
caratteristico nel periodo rivoluzionario. I «Maria Luisa», consapevoli
della gravità del momento, si mostrano all'altezza delle migliori tradizioni
della Grande Armée. A Weissenfelds respingono con le baionette la carica
della cavalleria prussiana incoraggiandosi l'un l'altro: «Attenti, l'imperatore
ha l'occhio su di noi».
Il 2 maggio, deciso a marciare nuovamente su Berlino, il rinvigorito
Signore della guerra dirige positivamente l'attacco contro Lipsia. Apprende
durante lo scontro che il bravo Ney, che in Russia si era dimostrato molto
risoluto, stavolta si è lasciato sorprendere dalla riunione dei nemici. I
prussiani guidati dal vecchio feldmaresciallo Bluscher, generale di scuola
fredericiana, si sono infatti congiunti con i russi di Tomasof presso la città
di Luetzen. Napoleone accorre con la consueta tempestività alla testa dei
Corpi di Eugenio e di Macdonald. Ingaggia uno scontro possente
attendendo l'arrivo del Corpo della Guardia imperiale e soltanto l'impiego
giudizioso dell'artiglieria da parte di Drouot decide della vittoria.
A Luetzen, Bluecher batte in ritirata dopo aver perduto 20.000 uomini
ed evita la rotta soltanto perché i francesi sono ancora privi di cavalleria. Il
giorno 20 Napoleone rinnova il successo sconfiggendo a Bautzen 170.000
russo-prussiani, l'indomani avrebbe l'occasione di sferrare un colpo
decisivo ma Ney indugia a inseguire il nemico nonostante le pressioni di
Jomini e del suo stato maggiore. «Come», si stupisce l'imperatore, «dopo
una simile carneficina non abbiamo alcun risultato?». È una vittoria di
Pirro, un colpo di spada infisso nell'acqua. Esita a imboccare la via di
Berlino, aperta, mentre il nemico crede di trovarsi alla vigilia di una nuova
Austerlitz. A entrambi i contendenti fa comodo la mediazione di
Metternich, che porta il 4 giugno alla stipulazione di un armistizio
provvisorio, a Pleswitz. Sconfitto risulta in questa circostanza il vincitore,
perché a furia di combattere contro di lui i nemici vanno imparando a
fargli la guerra.
Il 28 giugno nei saloni del palazzo reale di Dresda, dove è ospite del

Lorenzo Vincenti 144 1985 - Napoleone Bonaparte


vacillante re di Sassonia, Napoleone cerca di scuotere Metternich
apostrofandolo bruscamente: «Ebbene, quanto vi ha dato l'Inghilterra per
mettervi contro di me?». Capisce che il cancelliere medita di tornare a
schierarsi con gli antichi alleati formando una nuova coalizione,
formidabile. L'abile statista risponde con un interrogativo: «Sire, vengo
dall'aver attraversato i vostri reggimenti: i vostri soldati sono dei ragazzi;
quando questa generazione sarà a sua volta distrutta, ne chiamerete alle
armi di più giovani ancora?».
Il dialogo diventa serrato. «Voi non siete un militare, Metternich. Voi
non avete, come me, l'anima di un soldato. Non avete imparato a
disprezzare la vita altrui. Che m'importa di duecentomila morti in più o in
meno?».
«Che Vostra Maestà si degni di aprire la finestra e che l'Europa ascolti
queste parole».
Non vale nasconderlo: Napoleone in questa estate non è più quello di
ieri, primavera brillante. Oggi è psichicamente scosso, nervoso e abulico
come durante i quaranta giorni di Mosca. Non riesce a dimenticare le
amare parole pronunciate nei confronti di Calaincourt, pochi minuti prima
di essere colpito a morte al suo fianco, a Bautzen, dall'eccellente Duroc:
«Amico mio, state osservando l'imperatore? Egli sta per avere delle
vittorie dopo dei rovesci e questo sarebbe il momento di ricavare la lezione
dalla sfortuna. Ma egli non è cambiato: è insaziabile di combattimenti. La
fine di tutto ciò non potrà essere felice».
Ha appena ricevuto notizie disastrose dalla Spagna, dove l'incoerenza
della sua politica militare e l'abbandono nel quale ha lasciato le truppe
affidate a Soult stanno per dare i loro frutti. L'insurrezione ha fatto nuovi
progressi in Biscaglia e nella Navarra. Re Giuseppe, che ha soltanto
75.000 uomini nei dintorni di Madrid, deve evacuare la capitale.
Wellington, dopo aver rastrellato tutta la costa nord, il 21 giugno alla testa
di 80.000 anglo-spagnoli attacca e sbaraglia sotto la città di Vittoria i resti
dell'ultima armata francese in terra di Spagna. La Spagna è perduta per
sempre.
Napoleone potrebbe raggiungere una pace onorevole, conservando i
territori alla sinistra del Reno e l'Italia settentrionale. Ma non si rassegna a
non essere il primo, seguita a giocare d'azzardo: o tutto oppure niente. Il 13
agosto l'armistizio è rotto. L'Austria dichiara guerra alla Francia senza che
il destino di Maria Luisa, la povera «giovenca imperiale», pesi sulla

Lorenzo Vincenti 145 1985 - Napoleone Bonaparte


bilancia della decisione più di un capello. La coalizione stavolta ha
550.000 uomini. È più forte di quella sconfitta ad Austerlitz, a Jena, a
Friedland. Agli austriaci guidati dal principe Schwarzenberg, ai prussiani e
ai russi si sono aggiunti gli svedesi (23.000) comandati dal «traditore»
Bernadotte, che consiglia agli alleati «Ritiratevi davanti a lui, attaccate
ovunque egli non sia».
Infatti Napoleone, che ha poco più di 400.000 soldati, vince al centro
dello schieramento a Dresda, il 27 agosto; ma i suoi generali si fanno
battere: Davout e Oudinot a Grossberen; Vandamme a Kulm; Macdonald
sul Kaltzbach.
La battaglia decisiva si svolge attorno a Lipsia e dura ben quattro giorni.
Sarà chiamata battaglia delle nazioni perché c'è in pratica quasi tutta
l'Europa schierata contro l'orco. Stavolta non c'è scampo, l'invincibile è in
trappola. Congiurano contro di lui la lezione imparata a loro spese dai
nemici, la riunione di questi nemici, la loro superiorità numerica, il
tradimento. In piena battaglia un intero Corpo d'armata, il VI, composto
esclusivamente di tedeschi, rivolta i cannoni contro i francesi. Alla sera del
19 ottobre i resti della Grande Armée ripiegano in disordine verso il Reno
dopo aver avuto 110.000 tra morti, feriti, prigionieri. Il principe di
Schwarzenberg ha l'onore di annunciare la vittoria a tre sovrani, lo zar
Alessandro, Francesco II e Federico Guglielmo, che una stampa popolare
ci mostra inginocchiati a ringraziare Dio: la Santa Alleanza ha finalmente
sconfitto la Francia rivoluzionaria, l'ordine «è ristabilito» in Europa.
Napoleone adesso è veramente solo contro tutti. Deve perfino tenere
prigioniero a Fontainebleau Pio VII, che agli inizi dell'anno egli ha
costretto a firmare un nuovo concordato di ispirazione gallicana (prevede
infatti l'istituzione canonica dei vescovi a opera dei metropolitani qualora
non venga concessa dal papa entro sei mesi). Concordato peraltro
sconfessato qualche mese più tardi dal pontefice nonostante le ricorrenti
minacce dell'orco.
Solo contro tutti inizia il 1814 e la campagna di Francia, che risulta tra
tutte la più stupefacente facendo brillare le risorse del suo genio e della sua
indomita energia. Già a Capodanno, Bluecher, il vecchio capo brutale e
coraggioso, attraversa il Reno a Taub, tra Manheim e Coblenza, alla testa
dell'armata della Slesia. È giunta l'ora della vendetta da tanto tempo attesa
dalla vecchia aristocrazia europea contro la Rivoluzione. Il piccolo
ufficiale còrso ha invano imbrogliato le carte mettendosi sul trono del re e

Lorenzo Vincenti 146 1985 - Napoleone Bonaparte


prendendo nel suo letto un'arciduchessa: i nobili della Santa Alleanza non
si sono mai lasciati ingannare, anche se poteva sembrarlo, e si apprestano a
rammentargli che è il figlioccio politico di Robespierre. Ed è proprio
questa la ragione per la quale se i borghesi e gli uomini d'affari stanno per
tradire Napoleone, questi non subirà mai una sola ribellione da parte dei
contadini e dei provinciali, di cui ha fatto massacrare i figli, né da parte
degli operai, rinchiusi nei sobborghi di Parigi e di Lione e bistrattati dalla
sua polizia alla stregua di ragazze da strada.
Napoleone se ne accorge quando litiga con Augerau che sta per
abbandonarlo: «Quale povere ragioni mi date, Augerau! Io ho distrutto
migliaia di nemici con dei battaglioni formati da coscritti privi di giberne e
senza scarpe, vestiti in qualche modo. Se i vostri sessant'anni vi pesano,
lasciate il comando. È giunto il tempo di calzare gli stivali del 93». È
proprio un sopravvissuto del Comitato di salute pubblica da lungo tempo
caduto in disgrazia, Carnot, «l'organizzatore della vittoria» del 1893, che
gli dimostra un'insospettata lealtà. «Sire», scrive Carnot, «quando il
successo coronava le vostre imprese mi sono sempre astenuto dall'offrire
alla Maestà Vostra quei servigi che credevo non giungergli graditi. Oggi
che la cattiva sorte mette la vostra costanza a grande prova io non esito più
a offrirvi i deboli mezzi che mi restano. È poco, senza dubbio, perché lo
offre un braccio sessagenario. Ma io credo che l'esempio di un soldato i cui
sentimenti politici sono conosciuti potrebbe radunare sotto le vostre aquile
molta gente incerta».
Per due lunghi mesi Napoleone ha lavorato accanitamente alla sua
scrivania ammettendo alla propria presenza soltanto un bambino, il re di
Roma. Adesso, 25 gennaio 1814, affida agli ufficiali della Guardia
nazionale di Parigi l'imperatrice Maria Luisa e questo figlio, che non
rivedrà mai più. Va a raggiungere i suoi soldati, tra cui sono 100.000
coscritti della nuova leva concessa dal servile Senato. Scuote e fulmina
con una celebra arringa le timide opposizioni dei Corpi legislativi.
Ma non s'illude sul fatto che i pericoli più gravi provengano dal suo
seguito più ristretto: l'imperatrice reggente è incurabilmente sempliciotta, i
dignitari disamorati, i marescialli assetati di piaceri. Mentre Talleyrand
tesse le sue trame nell'ombra. Nei palazzi torna a circolare il nome di
grandi dimenticati, i Borboni, si ricorda che esiste da qualche parte in
Europa un vecchio egoista, obeso e gottoso, che pretende di regnare dopo
vent'anni per diritto divino. Sarà Luigi XVIII, sessantenne, secondogenito

Lorenzo Vincenti 147 1985 - Napoleone Bonaparte


del Delfino Luigi (figlio di Luigi XV). Una caricatura bonapartista ce lo
mostrerà mentre chiede in posa supplicante Il giornale dell'impero a
Napoleone, che lo rifiuta mostrando il re di Roma: «Non posso, dopo di
me se l'è tenuto il bambino».
Napoleone è di nuovo in marcia alla testa di 100.000 uomini, atteso da
un nemico quattro volte superiore. Ha infine compreso che in ogni caso
dovrà fare delle concessioni, intuisce che Metternich è disposto a trattare
perché teme la potenza crescente della Prussia e della Russia. Trattare su
quali basi? La conservazione per la Francia delle «frontiere naturali» già
acquisite nel 1892, ossia il Belgio e la riva sinistra del Reno. Abbandonare
l'Italia e la Spagna. In questo senso dà istruzioni a Calaincourt nominato
plenipotenziario a un congresso in programma a Chàtillon con la
partecipazione, anche, dell'Inghilterra.
Comincia bene. Batte i russi a Montmirail (10 febbraio) e a
Champaubert (11); arresta i prussiani di Bluecher a Laon (7 marzo); il 17
muove su Arcis sur Auben provocando l'immediata ritirata degli austriaci
di Schwarzenberg. I soldati diciottenni, i «Maria Luisa», si battono
magnificamente spronati dal suo esempio. Il «Piccolo caporale» rischia
infinite volte la vita, combatte in prima linea e spara il cannone con le
proprie mani come ai tempi dell'assedio di Tolone.
Ma dove non c'è lui, è la diserzione. Città e fortezze si arrendono,
marescialli e generali fanno ritirare le proprie truppe. Il nemico avanza sul
suolo patrio. I cosacchi russi, gli ulani prussiani e austriaci trattano la
comunità delle terre invase con tanta violenza da suscitare l'insurrezione
tra il popolo. Progetta allora di aggirare il nemico lasciandolo nella
tenaglia rappresentata da Parigi, alla cui difesa è un esercito guidato da
Marmont, e le proprie forze come esercito mobile in grado di tagliare le
vie di comunicazione e rifornimenti tra gli invasori e i rispettivi paesi.
Alla fine di marzo schiera la Guardia e illustra il suo progetto,
riscuotendo applausi vibranti. Ritorna verso Parigi nell'intento di
concordare il piano. Ma prima ancora di giungere a Fontainebleau
apprende che Marmout si è arreso ai sovrani alleati senza combattere. I
cosacchi e gli ulani sono entrati tranquillamente nella capitale intatta: i
parigini non si sono comportati come i moscoviti disposti a sacrificare alle
fiamme la loro bella città pur di danneggiare il nemico. Nelle sale di
Fontainebleau mentre ancora s'illude di poter rovesciare con un colpo a
sorpresa le forze coalizzate rimane a sua volta sorpreso dalla rivolta dei

Lorenzo Vincenti 148 1985 - Napoleone Bonaparte


marescialli. Berthier, Ney, Udinot, Lefebvre, Macdonald, Moncey con i
rispettivi stati maggiori si ribellano. I semplici cittadini che erano stati da
lui innalzati alle vette del potere, del comando, della nobiltà dicono
chiaramente che la guerra è perduta e che bisogna salvare il paese. Come?
Abdicando.
L'imperatore parla con calma inconsueta e grande dignità al consesso dei
marescialli piumati che gli rumoreggia intorno. Tenta di persuaderli che la
situazione non è così disperata. «Basta con le chiacchiere», taglia corto,
bruscamente, Macdonald, «bisogna decidere». Il Signore della guerra si
guarda intorno, interroga con lo sguardo i vari principi e duchi alla ricerca
di qualche assenso e non trovando ciò che desidera conclude la scena
penosa: «Ebbene, signori, poiché è necessario, abdicherò».
Intanto Talleyrand, accordatosi col Borbone, ha radunato a casa propria
parte di quei senatori disposti in passato ad avallare qualunque richiesta e
pretesa del despota. Il 2 aprile il feldmaresciallo Bluecher fa affiggere per
le vie della capitale un proclama in cui afferma: «Il Senato francese riunito
a Parigi il 31 marzo sotto la presidenza del signor de Talleyrand ha
dichiarato Napoleone decaduto dal suo trono e ha nominato come re Luigi
XVIII». Un governo provvisorio guidato dallo stesso Talleyrand spalanca
le porte di Parigi al conte d'Artois, terzo fratello di Luigi XVI, che giunge
«dentro le carrozze dello straniero» insieme con qualcuno degli emigrati
del 1789.
Il corteo dei vincitori entra poi nella capitale con alla testa il re di
Prussia seguito dallo zar e dal principe di Schwarzenberg perché re
Francesco preferisce rinviare il suo ingresso a più tardi: unico riguardo
usato nei confronti della figlia imperatrice. «Viva il re» urlano i nobili e i
realisti sbucati dai loro nascondigli mentre le dame festeggiano i soldati
alleati e i cosacchi accendono i bivacchi nei giardini degli Champs-
Elysées. Intanto i notabili di Bordeaux hanno aperto le porte della città agli
inglesi di Wellington sopraggiunti dalla Spagna e al duca d'Angoulème,
nipote di Luigi XVIII; e Augerau, primo maresciallo a tradire, proclama da
Lione la sua adesione ai Borboni.
Napoleone, dopo le scenate dei marescialli, la sera del 4 aprile si lascia
convincere a sottoscrivere un documento di abdicazione «condizionale» in
favore del figlio. Subito dopo, si pente. S'illude ancora di rovesciare la
situazione con un colpo a sorpresa richiamando l'armata della Loira di
Eugenio e le truppe al comando di Suchet e Soult nel Sud-Ovest. Ma viene

Lorenzo Vincenti 149 1985 - Napoleone Bonaparte


abbandonato da tutti. Se ne vanno uno alla volta, alla chetichella, simili a
ladri, i vari marescialli a cominciare da Berthier. Se ne vanno i dignitari, i
camerieri, il mamelucco Roustan che lo aveva seguito dall'Egitto a Mosca.
Il grande astro tramonta in una nube di malinconia, di abbandono.
Giorni che sembrano anni nei saloni vuoti, deserti. Non rivede la moglie,
che sarà «compensata» dai suoi nemici con un piccolo regno in Italia, a
Parma. Non rivede suo figlio, che cade in potere degli Absburgo e sarà
trattato alla stregua di un prigioniero. Malato, con i nervi a pezzi, pressato
dalle richieste dei vincitori, il giorno 6 aprile sottoscrive un atto di
abdicazione stavolta «pura e semplice», per sé e per tutta la famiglia. Nella
notte tra il 12 e il 13 aprile ingerisce del veleno che portava sempre con sé
dal fallimento della campagna di Russia. Ma la quantità non è sufficiente a
provocare la morte. Bisogna sopravvivere, dunque, trangugiare sino alla
fine l'amaro calice della sconfitta. Il potere conquistato sulla punta delle
baionette si è sfaldato con la comparsa di queste baionette. I suoi vincitori
gli concedono, dopo essere stati obbediti, la sovranità della minuscola isola
d'Elba. È tutto quanto gli rimane dopo aver costruito un nuovo impero
d'Occidente.
Il 20 aprile passa in rassegna i soldati dai quali non è stato tradito né
abbandonato, i reparti della sua amatissima Guardia. Sono schierati nel
cortile del Cavallo bianco con alla testa la loro bandiera e il loro generale,
Petit. Napoleone abbraccia l'unico dei suoi generali rimasto al suo fianco
fino all'ultimo e l'unico dignitario dimostratosi fedele, Maret, duca di
Bassano. «Soldati», dice col cuore gonfio di commozione, «mi sono
rassegnato a vivere solo per servire ancora alla vostra gloria. Voglio
scrivere tutte le grandi cose che abbiamo fatto insieme». Inizia il giorno
stesso il suo viaggio verso l'Elba. In Provenza, le folle eccitate dai realisti
cercano più volte di assalire la sua carrozza e gli alberghi dove trascorre la
notte: viene salvato, umiliazione estrema, dagli ufficiali e dai funzionari
tutti stranieri che hanno l'incarico di accompagnarlo.
Nel resto d'Europa fioriscono satire e vignette anti-Bonaparte in quantità
prodigiosa. Irriverente ma in fondo innocua vendetta nei confronti
dell'orco le cui armate hanno invaso quindici paesi, occupato numerose
capitali di Vienna, a Berlino, Mosca, Madrid (oltre al Cairo); razziato
tesori e capolavori d'arte a tonnellate, provocato montagne di rovine
fumanti, fucilato migliaia di civili e provocato la morte di milioni di
soldati: la migliore gioventù europea. La stessa Inghilterra, pur non

Lorenzo Vincenti 150 1985 - Napoleone Bonaparte


essendo mai stata violata, è in preda alla fame e alla più dura crisi
economica per le conseguenze del blocco.
La bandiera inglese sventola sulla fregata che trasporta «Boney»
sull'Elba. Napoleone sbarca a Portoferraio il 4 maggio, accolto da una
piccola folla stupefatta e commossa. Questi toscani sono i primi visi gentili
che vede dopo tanti giorni di atroci delusioni: il sindaco e il parroco gli
consegnano con solennità le chiavi della città. La sua nuova capitale!
La reggia è un modesto palazzo, sulla collina che domina Portoferraio.
La nuova Fontainebleau è una piccola casa di campagna seminascosta tra i
vigneti dolci dell'isola. I suoi sudditi, poche migliaia di contadini e di
pescatori. Ma è gente sana, gentile, non inquinata dalla vita dei palazzi nei
quali s'annida il potere. I pochi notabili si stringono attorno al sovrano con
cortesie costanti, perfino con affetto. Sono contraccambiati dalla
conoscenza che egli dimostra della loro isola e delle loro usanze, perché
prima di mettersi in viaggio aveva letto tutti i libri e i documenti che aveva
potuto far rintracciare sull'Elba.
È perfettamente al corrente delle condizioni dell'isola, delle sue risorse e
dei suoi bisogni. Passano pochi giorni e già si mette in moto per abbellire,
per trasformare, perfezionare, dare nuovo impulso al tran tran di quel
lembo di terra bagnata da un mare tranquillo.

CAPITOLO XIX
CENTO GIORNI D'ILLUSIONE
Pensionato a 45 anni dopo essere stato il Signore della guerra e il
moderno successore di Carlo Magno. Può durare? Si è ricostituita attorno a
lui una piccola Corte: Bertrand maresciallo di palazzo, Drouot esperto
generale d'artiglieria e un altro generale, Cambronne, valorosissimo, al
comando di una minuscola Guardia imperiale, di 400 uomini. Si
avvicendano alcuni membri della famiglia, dalla saggia Letizia alla
capricciosa Paolina, sempre simpatica e immancabilmente pettegola,
informata di tutto. Una nota d'allegria in tanto grigiore.
Napoleone, che è incapace di oziare, fa costruire fortificazioni, caserme,
strade, magazzini, migliorie di vario genere. Potenzia le miniere di ferro
aumentandone la produttività, migliora le finanze locali, studia i possibili
rapporti commerciali con Genova e con la Toscana. Ma per il suo genio,
per le sue ambizioni tutto questo è ben poca cosa. «La mia isola è molto

Lorenzo Vincenti 151 1985 - Napoleone Bonaparte


piccina», si lamenta. S'annoia. È a corto di denaro perché la promessa di
una pensione di due milioni di franchi all'anno non viene mantenuta. Ha
diritto al titolo onorifico di imperatore ma regna soltanto su un nido di
talpe. Scrive ai pochi parenti e amici che non lo hanno dimenticato.
Apprende che Giuseppina, la moglie ripudiata, è morta due settimane dopo
la sua partenza lasciandogli, anziché un ricordo scritto, debiti per tre
milioni da onorare.
Molto gradita è la visita, durante la bella estate, di Maria Walewska, che
gli porta anche il loro figlioletto. Si intrattiene con lei nelle tende che ha
fatto erigere sotto gli antichi castani mentre il bambino, che ha adesso
quattro anni e indossa il costume nazionale polacco, gioca sui prati con i
vecchi granatieri. Ecco, potrebbe ricostituire una famiglia insieme con la
dolce Maria e col bambino, ma rifiuta nel timore di vedere compromesso il
desiderio di ricongiungersi con Maria Luisa e col re di Roma. Rinuncia a
una gioia sicura in previsione di una felicità forse maggiore.
Apprende che il re di Roma, dopo aver conosciuto il nonno Francesco,
ha confidato a un cuginetto: «Ho veduto l'imperatore d'Austria. Non è
bello». Si adira contro chi gli impedisce di riabbracciare il proprio erede.
Dice con la voce vibrante dei tempi migliori: «Questi sovrani, che mi
mandavano solenni ambascerie, che accompagnarono al mio letto una
delle loro figlie e mi chiamarono fratello, maledicono oggi l'usurpatore e si
sputano in faccia cercando di sputare su di me. Tutti costoro hanno
ricoperto di fango la maestà regale. Cosa è mai un titolo imperiale? Se io
avessi altro nome con cui mostrarmi alla posterità, questa riderebbe di me.
Si comportano nei miei confronti come gli antichi, che rubavano al vinto i
figli perché ornassero il trionfo del conquistatore». Scrive: «Io lavoro
molto nel mio gabinetto e quando esco ho momenti felici vedendo i miei
vecchi granatieri. I re per nascita devono soffrire terribilmente se vengono
detronizzati: la pompa e l'etichetta fanno parte della loro esistenza. Per me,
che sono sempre stato soldato e solo per caso fortuito sovrano, le pompe
sono sempre state un peso, la guerra e la vita del campo mi convengono
molto di più. Rimpiango soltanto i miei soldati. Dei miei tesori e delle mie
corone mi rimangono, preziosissimo bene, un paio di uniformi francesi che
mi hanno lasciato».
Quali notizie giungono da Parigi? Brutte, quindi buone. Gli raccontano
che Luigi XVIII «è molto grasso e in certo modo privo dell'uso delle
gambe. Calzato di stivali di velluto nero, viene sostenuto da ambedue i lati

Lorenzo Vincenti 152 1985 - Napoleone Bonaparte


e potrebbe inciampare in un fuscello. Indossa una specie di giubba azzurra
con colletto rosso rovesciato, ha grandi e vecchie spalline d'oro». Una
caricatura di sovrano, insomma. Pare che sia una sorta di burattino
strumentalizzato dal conte di Artois, attorno al quale si sono coagulati con
sete di vendetta gli emigrati che pretendono quei possessi che sono già
garantiti ai successori dei loro diritti. Il re paga alte rendite per questi
perditempo che vanno smantellando tutti gli avanzi del regime giacobino
come di quello napoleonico. Pesa il mantenimento dei liberatori stranieri,
non è gradita la vista del duca di Wellington che passeggia per le vie di
Parigi dove svolge adesso la missione di ambasciatore di sua maestà.
L'esercito è stato ridotto, molti ufficiali sono stati mandati in pensione in
età ancor giovane con mezza paga. Si progetta di togliere ai contadini le
terre che essi aveva avuto durante la Rivoluzione per restituirle ai vecchi
feudatari. Nei rapporti sociali si è ripristinato l'antico cerimoniale che
contrasta con l'uguaglianza dei cittadini. Il vessillo bianco dei Borboni ha
sostituito il glorioso tricolore, è proibito cantare la Marsigliese. Vietato
ogni ricordo di un ventennio esaltante, che si pretende di cancellare dalle
memorie come si cancellano dai monumenti pubblici eretti durante
l'impero le grandi N dell'usurpatore.
Tanti malcontenti attendono solo un capo per diventare un movimento
organico di riscossa contro l'ottusa reazione borbonica. D'altro canto i
rappresentanti degli Stati vincitori, riuniti nel Congresso di Vienna per
decidere il futuro assetto dell'Europa, si confidano l'un l'altro che la
presenza di Napoleone così vicino all'Italia e alla Francia è un pericolo alla
stabilità della pace. C'è chi vorrebbe relegarlo lontano, alle Antille; e c'è
chi vorrebbe toglierlo di mezzo definitivamente dando incarico a un sicario
di ucciderlo.
Napoleone sa che all'Elba si è insediato un agente inglese mentre una
squadra navale pure inglese muove di continuo da Livorno per sorvegliare
le coste dell'isola. Non si sente sicuro, teme per la propria vita che tanti
considerano ancora preziosa invitandolo a tornare a riprendersi il suo
«posto». Trascorre l'ultima parte dell'anno ricevendo visite sempre più
frequenti di nobili, di poeti italiani e anche di altri paesi, perfino inglesi.
Con l'inizio del nuovo anno giungono dalla Francia inviti sempre più
frequenti, allettanti, a cercare la rivincita. A tornare. La sera del 25
febbraio 1815 annuncia in segreto le proprie intenzioni alla madre, che
conviene: meglio tentare quest'ultima carta che invecchiare imprigionato in

Lorenzo Vincenti 153 1985 - Napoleone Bonaparte


un regno minuscolo «indegno di un Napoleone». L'indomani tenta il colpo
di mano, imbarcandosi su di un brigantino dal nome poco adatto alla
circostanza, Incostante. Invece il viaggio si rivela fortunato. Come al
ritorno dell'Egitto, riesce anche stavolta a eludere la sorveglianza della
marina inglese sbarcando il 1° marzo a Cannes. Ha con sè soltanto un
migliaio di soldati e qualche cannone. È accolto con calore dalla
popolazione, anche se il sindaco commenta non senza ragioni: «Si
cominciava a star tranquilli appena adesso, voi scombussolerete tutto».
Il 2 marzo è a Grasse e il giorno 8 in vista di Grenoble. Al suo
passaggio, le truppe di guarnigione comandate d'arrestarlo si pongono via
via ai suoi ordini. A Grenoble, appena fuori le mura, un battaglione regio
marcia risoluto contro i soldati di Napoleone, che non ha mai cercato di
versare sangue fraterno. Scende da cavallo, si avvia da solo. Giunto a
pochi passi dal battaglione regio apre il cappotto grigio mostrando il petto
indifeso. «Soldati del 5° Corpo», tuona, «non mi riconoscete? Se vi è tra di
voi qualcuno che voglia uccidere il proprio imperatore, ebbene, lo faccia».
Cala un silenzio glaciale. Il comandante guarda gli altri ufficiali, i soldati
regi si interrogano muti finché qualcuno urla: «Viva l'imperatore». Il grido
che risuonava abituale sui campi di battaglia viene ripetuto in coro dalla
Guardia: «Viva l'imperatore». Scambio di abbracci, la marcia prosegue
trionfalmente sino nel centro della città. Il fuggiasco adesso può contare su
un numero doppio di soldati disposti a seguirlo sino alla morte.
Da Grenoble lancia i primi proclami e firma i primi documenti usando
l'antica firma: Napoleone I Imperatore dei Francesi: «Dopo la caduta di
Parigi il mio cuore era straziato ma il mio spirito rimase imperturbabile.
Francesi, la mia vita appartiene a voi e doveva esservi utile ancora una
volta. Nel mio esilio udii i vostri lamenti e le vostre invocazioni. Voi
accusavate il mio lungo sonno, quasi io sacrificassi gli interessi della patria
al mio riposo. Circondato da pericoli, ho varcato il mare. Ora sono tra voi
a esigere i miei diritti che sono anche i vostri. Soldati! Noi non fummo
vinti. Il tradimento di Marmont diede la capitale in mano al nemico e
squassò il nostro esercito. Ora sono qui io, ora è restituito a voi il vostro
generale, chiamato sul trono per elezione del popolo, innalzato da voi sugli
scudi. Raccoglietevi intorno a lui. Tornate ad appuntare la coccarda
tricolore dei nostri giorni di vittoria. Tornate ad afferrare le aquile che
avete tenute alte a Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a
Schkmuehle, a Wagram, a Smolensk, sulla Moscova, a Luetzen e a

Lorenzo Vincenti 154 1985 - Napoleone Bonaparte


Montmirail! I vostri beni, la vostra gloria, lo stato vostro e dei vostri figli
non hanno nemici peggiori di questi principi imposti dagli stranieri. La
vittoria procederà a passo di carica, le aquile voleranno di campanile in
campanile fino a quello di Nòtre Dame».
È sempre lui, col suo stile inimitabile, magari retorico ma indubbiamente
efficace. Quando giunge a Lione, il 10 marzo, guida 7.000 uomini. Gli
viene incontro, proveniente da Marsiglia, Massena, che ha servito Luigi
XVIII ma che vuole ugualmente rendere omaggio all'imperatore.
Napoleone lo abbraccia chiedendo: «Dov'è Ney?». Nessuna risposta. Tutta
la guarnigione lionese inalbera le bandiere imperiali. L'esule ritornato
promulga una serie di decreti: le Camere sono sciolte, gli aristocratici
tornati dall'estero sono di nuovo espulsi dalla Francia; tutte le nomine fatte
da Luigi XVIII devono considerarsi nulle.
«Non mi muoverò di qui, voglio guardare in faccia l'uomo che pretende
di salire sul mio trono»: le parole sono risolute, i propositi assai meno. Chi
parla così, nei saloni delle Tuileries, è il re Borbone. Accanto a lui è il
maresciallo Ney, che comanda il suo esercito con pieni poteri. È proprio a
lui che Luigi XVIII ordina di arrestare l'usurpatore. Ney, smoccolando,
giura che schiaccerà l'uomo dal quale era pur stato elevato ai massimi
onori. Invece un paio di giorni più tardi il sovrano gottoso fugge mentre
Ney, in marcia col suo Corpo d'armata contro Napoleone, giunto nei pressi
di Besancon s'accorge che i suoi soldati vanno appuntando sull'uniforme la
coccarda tricolore. Sicché nell'imminenza dell'incontro manda a dire al
«Piccolo caporale» che desidererebbe, prima, potersi giustificare per
iscritto. La risposta è abilissima: «Ditegli che lo amo ancora e che domani
lo abbraccerò». L'indomani Ney, più che abbracciarlo, gli si butta ai piedi.
Voltagabbana anche il Moniteur, che scrive di giorno in giorno: «Il tiranno
è fuggito dall'Elba». «L'usurpatore è arrivato a Grenoble». «Napoleone
entra in Lione». «L'imperatore giunge questa sera a Parigi». La capitale
accoglie il suo beniamino con un'esplosione di gioia popolare, canti e balli.
C'è la convinzione che le grandi potenze non si opporranno al
ristabilimento dell'impero nei confini territoriali già accettati dalla Francia.
Napoleone si comporta con saggia cautela. Indice una grande assemblea
popolare detta del Campo di maggio per farsi confermare dal popolo
l'investitura imperiale. Istituisce due Camere, una di pari e l'altra di
deputati. Perdona varie personalità dalle quali era stato abbandonato
richiamandole ai vertici del potere. Dichiara pubblicamente di accettare il

Lorenzo Vincenti 155 1985 - Napoleone Bonaparte


Trattato di pace sottoscritto da Luigi XVIII rinunciando a ogni conquista
fatta al di fuori degli antichi confini francesi. Propositi pacifici che
comunica per iscritto ai vari sovrani e governi europei. Scrive anche a
Maria Luisa, invitandola a riprendere il suo posto di moglie e di sovrana.
Ma nessuno risponde. Le potenze riunite nel Congresso di Vienna
emettono una dichiarazione comune con la quale dichiarano Napoleone
«fuori della legge» impegnandosi a unire le forze «per ridurre
all'impotenza il Bonaparte e la sua fazione» in modo che non turbino mai
più la pace d'Europa. Per questa guerra, l'ultima, mobilitano 800.000
soldati.
Napoleone raduna 250.000 uomini. Mancano tra i capi militari Berthier,
il suo braccio destro, che si è ucciso gettandosi dalla finestra in un accesso
di follia; Murat, che l'imperatore rifiuta di ricevere da quando aveva
abbandonato di propria iniziativa i resti della Grande Armée al ritorno
dalla campagna di Russia (Murat sarà fucilato dai Borboni di Napoli e
Ney, il suo grande collega-rivale, dai Borboni di Francia); mancano
Morthier, ammalato, i filomonarchici Macdonald, Augerau, Victor,
Oudinot. Mancano Massena, che è stanco di combattere, e Bernadotte, che
era stato il primo a passare con le forze della coalizione.
Nomina Soult al posto di Berthier quale capo di stato maggiore, Davout
ministro della guerra, Suchet al comando dell'armata delle Alpi, Brune alla
guida dell'esercito del Varo. Richiama Grouchy. Promuove in prima fila
generali che prima erano stati in secondo piano, come Erlon, Vandamme,
Reille, Gérard, Lobau. Sa perfettamente che non può fidarsi di tutti. Anzi.
«Signor duca d'Otranto», dice a Fouché in pieno Consiglio dei ministri,
«voi mi tradite. State trattando di nascosto coi Borboni. Dovrei farvi
fucilare». E alla vigilia della battaglia decisiva dovrà apprendere che il
generale Bourmont, caso forse unico nella storia della milizia europea, è
passato al nemico con tutto il suo stato maggiore. Ma questi sono gli
uomini e questi sono i tempi, bisogna prendere quel che c'è, ribattere al
tradimento con l'illusione.
Alla fine, bene o male il suo nuovo esercito è pronto. Tolte le
guarnigioni e le unità d'osservazione nel Mezzogiorno della Francia, gli
rimangono 125.000 coi quali intende affrontare, manovrando per separarli,
Wellington che ha 100.000 soldati e Bluecher con 120.000. E poi? Poi, se
vincerà, dovrà vedersela con i russi e con gli austriaci. Magari si potrà
trattare: chissà.

Lorenzo Vincenti 156 1985 - Napoleone Bonaparte


Il 10 giugno, ossia 100 giorni circa dopo la romanzesca fuga dall'Elba,
ascolta la messa nella cappella delle Tuileries. Tiene le ultime udienze
disponendo perché il governo del paese non rimanga inceppato durante la
sua assenza, che prevede lunga. Accomiatandosi dal fedele Bertrand e
dalla moglie, che lo avevano seguito nell'esilio durato dieci mesi, si lascia
sfuggire un triste presagio: «Purché non dobbiamo rimpiangere l'isola
d'Elba».
Invece comincia bene la sua ennesima campagna. Giunge sui confini del
Belgio molto prima del previsto attaccando con violenza a Ligny, il 16
giugno, Bluecher, che rimane prima disorientato e poi battuto insieme con
Gneisenau. Ma Ney e Napoleone stesso esitano a gettare nella mischia
tutte le forze di cui dispongono rendendo così la vittoria non decisiva. I
prussiani non inseguiti dalla cavalleria (qui Murat sarebbe risultato
prezioso) hanno il tempo di riorganizzarsi più indietro.
Wellington, che si è insediato a Bruxelles, ode il cannone tuonare vicino
mentre i suoi ufficiali trascorrono la serata, come al solito, ballando nel
palazzo del governo. Si affretta a tirar fuori le sue truppe per cercare di non
subire quello che il grande stratega nemico vorrebbe infiggergli:
combattere prima del congiungimento con i prussiani.
Il 17 giugno, all'indomani della sconfitta di Bluecher, Wellington
rinuncia alla posizione detta dei Quatre Bras e si stabilisce a Monte S.
Giovanni, importante crocevia di strade che vanno da Bruxelles a
Charleroi e a Nivelles. Questa posizione avanzata copre il villaggio di
Waterloo, più a nord, dove Wellington stabilisce il suo quartier generale,
dietro la foresta di Soignes. Come a Talavera e a Fuentes de Onoro egli
sceglierebbe di difendersi su un altopiano in modo di nascondere al
nemico la visione complessiva delle sue truppe. Ma non dispone per
ritirarsi che di una gola stretta. Ha forse deciso di vincere o di morire sul
posto?
Napoleone durante la stessa giornata incarica Grouchy, che ha appena
nominato maresciallo, di contenere i prussiani finché egli stesso marcia
contro gli inglesi con Ney e Drouet. Il mattino del 18 giugno, dopo una
notte di violento temporale che ha reso il terreno fangoso e disagevole per
la cavalleria, i francesi si trovano dunque di fronte agli inglesi. È la prima
volta che Napoleone e Wellington s'affrontano direttamente. Hanno,
ciascuno, 70.000 uomini (circa). Il centro dello schieramento inglese è
situato alla fattoria della Haie Sainte, la destra s'appoggia sul castello di

Lorenzo Vincenti 157 1985 - Napoleone Bonaparte


Hougoumont, che Napoleone fa attaccare molto tardi, verso le 11, perché il
terreno possa seccarsi. Nella sua intenzione si tratta di una manovra
diversiva perché lo sforzo di rottura dovrebbe essere prodotto contro la
sinistra dello schieramento nemico.
Ma il combattimento diventa ben presto violento. Tre divisioni francesi
si dissolvono letteralmente nel crogiolo di Hougoumont. Ney riceve
l'ordine di impadronirsi, costi quello che costi, della Haie Sainte; ci riesce
verso le 3 pomeridiane, dopo un duro combattimento tra i suoi lancieri e
corazzieri e i dragoni nemici. Cariche e controcariche si susseguono
incessantemente in questo settore del campo di battaglia. Una volta
conquistata la posizione della Haie Sainte, Napoleone ordina a Ney di
cacciare gli inglesi dal pianoro appena ondulato detto Monte S. Giovanni.
Getta nella mischia anche la cavalleria della Guardia e di Kellermann, le
cui cariche si infrangono contro i quadrati formati da Wellington, saldo
come una roccia. È qui che Wellington si merita il soprannome di duca di
ferro. Attorno a lui cadono molti ufficiali e uno dei suoi aiutanti urla nella
mischia: «Signore, che cosa dobbiamo fare se sarete ucciso anche voi?».
Risposta laconica: «Imitatemi, signori».
Wellington sa che Bluecher è in marcia per attaccare i francesi sul
fianco. Già a mezzogiorno l'avanguardia prussiana, comandata da Bùlov, è
entrata in contatto con le retroguardie nemiche e il Corpo del generale
Mouton ha faticato a contenere gli assalti ripetuti del reggimento di
Nassau. È l'ora della verità. Ney si impadronisce di parte dell'artiglieria
nemica e con una poderosa carica di 10.000 cavalieri fa vacillare l'intero
dispositivo inglese. Se la fanteria seguisse, in questo preciso momento, la
battaglia potrebbe essere vinta. Manda a chiedere i preziosissimi fanti a
Napoleone, che risponde: «Dove volete che li prenda, devo fabbricarli?».
Non ci sono più riserve.
Verso sera una colonna si profila all'orizzonte dietro lo schieramento
francese. Napoleone spera per un istante che sia il Corpo del maresciallo
Grouchy, i cui ufficiali, infatti, andavano insistendo dal mattino perché
marciasse verso il tuono dei cannoni accorrendo in aiuto dell'imperatore.
Ma Grouchy è paralizzato dalla consegna di cercare Bluecher, che invece è
riuscito a infilarsi e ora accorre in aiuto dell'alleato. Alle 7 di sera il
feldmaresciallo ordina l'assalto generale tra Planchenois e la fattoria della
Belle Alliance, dove Napoleone stesso si trovava questa mattina.
I francesi sono presi tra due fuochi. Per la prima volta la teoria militare

Lorenzo Vincenti 158 1985 - Napoleone Bonaparte


di Napoleone si rivolge contro di lui, ecco il vero dramma di Waterloo, che
d'ora in avanti per il mondo intero significherà: sconfitta irreparabile. Il
Signore della guerra abituato a dividere gli eserciti nemici per batterli
separatamente stavolta è stato separato da parte delle sue truppe, quelle di
Grouchy, e ora viene rinserrato nella tenaglia dei due schieramenti
avversari. L'ultima speranza: riuscire finalmente a sfondare le linee inglesi
cercando per quella via una ritirata non disastrosa. L'imperatore manda qui
il resto della sua Guardia, i veterani di cento battaglie che avanzano contro
il fuoco nemico con la tranquillità delle truppe in parata. Gli uomini di
Wellington sembrano davvero sul punto di cedere, alcuni corrieri
cavalcano a rotta di collo verso Bruxelles annunciando la disfatta e re
Luigi XVIII prepara i bagagli.
Ma un secondo Corpo prussiano muove alle spalle dei francesi in
avanzata provocando la rotta definitiva. Ney occupa per un istante la
posizione detta Monte S. Giovanni, però non può mantenerla. Allora Ney,
che oggi ha avuto quattro cavalli uccisi sotto di lui, cerca invano la morte.
L'impavido Cambronne, circondato con i superstiti della Guardia, al
nemico che lo invita ad arrendersi prima di ordinare il cannoneggiamento
da distanza ravvicinatissima risponde sprezzante: «Merde!». Napoleone
cerca di gettarsi contro le baionette inglesi sicché Soult deve afferrare le
briglie del suo cavallo esclamando: «No, Sire, il nemico è già stato troppo
fortunato, oggi». Così finisce la campagna dei Cento giorni.
Il 21 giugno, l'imperatore ricompare a Parigi. Di nuovo la Francia è
invasa dal nemico e di nuovo si fa il vuoto attorno a lui. Ha però il
conforto di veder comparire al proprio fianco due fratelli. Luciano si fa
vivo dopo 15 anni per spronarlo: «Licenzia le Camere, decreta lo stato
d'assedio. Resisti, Osa». Giuseppe lo supplica di mettersi in salvo a
Bordeaux dove ha noleggiato una nave danese che potrebbe far vela verso
i porti sicuri, ospitali degli Stati Uniti.
Ma il Signore della guerra stavolta è stanco davvero. Non vuole più
sfidare la sorte. Abdica di nuovo. Si arrende. Scrive al principe reggente
d'Inghilterra una lettera dagli accenti classici: «Vengo, come Temistocle,1
[1 Uomo politico e generale ateniese (528-462 a.C). Capo del partito
democratico, trasformò Atene in una potenza marinara e ottenne a
Salamina (480) la vittoria dei greci contro gli invasori persiani. Accusato
in seguito di peculato e di tradimento per approcci con la Persia in
funzione anti-Sparta, fuggì in Asia chiedendo e trovando ospitalità onorata

Lorenzo Vincenti 159 1985 - Napoleone Bonaparte


presso la corte persiana di Artaserse I.] a sedermi al focolare del popolo
britannico. Mi metto sotto la protezione delle sue leggi, che reclamo da
Vostra Altezza come dal più potente, dal più costante e dal più generoso
dei nemici». Il 15 luglio si imbarca sul brigantino Lo Sparviero andando
incontro alla flotta inglese che incrocia dinanzi all'isola d'Aix. Il capitano
Maitland, comandante del vascello Bellerofonte, vede arrivare a bordo il
grande avversario del suo paese vestito della famosa uniforme: abito verde
dei cacciatori della Guardia, col piccolo bicorno nero sul capo, calzoni
bianchi, stivali, la corta spada al fianco e sul petto la decorazione della
Legion d'onore.
Napoleone si attende probabilmente di essere segregato in qualche
comoda residenza inglese, magari considerato più ospite che prigioniero.
Invece il governo inglese, consultati gli alleati, decide di relegarlo a
Sant'Elena. Il 10 agosto, nonostante le sue vibrate proteste, l'illustre
«passeggero» senza aver toccato il suolo inglese viene imbarcato sul
vascello Northumberland che dirige verso l'Atlantico meridionale al
comando dell'ammiraglio Cockburn. L'ex-imperatore può portare con sé
nell'esilio definitivo soltanto pochi fedelissimi: i coniugi Bertrand, l'antico
ciambellano conte di Las Cases destinato a diventare il suo biografo
ufficiale, gli aiutanti di campo Montholon e Gourgaud, il medico irlandese
O'Meara, alcuni valletti di camera e qualche altra persona. Il lungo
viaggio, in parte tormentato da forti burrasche, dura 68 giorni. Soltanto il
17 ottobre l'approdo definitivo appare alla linea dell'orizzonte. Napoleone,
che ha già protestato vigorosamente presso tutti i governi europei per la
sorte inflittagli, prova una stretta al cuore: comprende che a 46 anni di età
la sua esistenza attiva sta per concludersi, che la sua figura è già entrata
nella storia quanto nella leggenda.
Bonaparte, l'aquila nata in Corsica per i più alati destini, ha concluso il
suo volo a Waterloo. Adesso non c'è più futuro ma soltanto passato.

CAPITOLO XX
SEI ANNI D'AGONIA
Sant'Elena è un minuscolo puntino sulla carta geografica: piccola isola
vulcanica dell'Atlantico meridionale a 7.000 chilometri dall'Europa e a
2.000 dall'Africa, lunga 18 chilometri e larga 13. Area complessiva: 120
chilometri quadrati. Coste dirupate e flagellate incessantemente dal mare

Lorenzo Vincenti 160 1985 - Napoleone Bonaparte


nel quale sprofondano, poche migliaia di abitanti e una capitale,
Jamestown, che è poco più di un miserabile villaggio. Clima mite,
refrigerato ma umido, panorami selvaggi e desolati. Scoperta attorno al
1500, disabitata, è stata popolata per la prima volta nel 1513 dai disertori
della spedizione di Albuquerque. Conquistata nel secolo successivo dagli
olandesi e quindi dagli inglesi. In questo periodo serve da porto di fermata
perché le navi possano trovare acqua, frutta, verdure, carne. La
popolazione comprende elementi europei, indiani e alcuni schiavi africani
liberati.
Napoleone viene alloggiato per qualche tempo in un padiglione
appartenente alla famiglia Belcombe in attesa che gli venga preparata,
sull'altipiano di Longwood, una casa più comoda. Le prime settimane
trascorrono veloci e nemmeno tanto tristi, il prigioniero è distratto dalla
novità dell'ambiente e dalla sua naturale curiosità. È circondato da rispetto
perché l'ammiraglio Cockburn non ha certo l'animo del carceriere mentre i
membri della comunità inglese - ufficiali, funzionari, mogli e figli - pur
avendo Londra espressamente vietato di rivolgersi a Napoleone col titolo
di imperatore, dimostrano deferenza e comprensione nei confronti del
grande personaggio, del dramma umano che sta affrontando.
La situazione muta radicalmente con l'arrivo nell'isola del governatore
Hudson Lowe, generale della riserva, di mentalità gretta, scrupoloso sino
alla mania. Ha ricevuto ordine dal suo governo di sorvegliare con la
massima attenzione perché il prigioniero non riesca a ripetere la fuga come
all'Elba. Bisogna sorvegliarlo a vista giorno e notte, impedirgli di aggirarsi
per l'isola «troppo liberamente», controllare le sue lettere e i suoi visitatori.
Consegne cui il governatore si attiene con tanto zelo da diventare il
cerceriere di Napoleone, o forse il suo carnefice: né la scienza né la storia
hanno mai potuto fugare il sospetto che egli abbia avvelenato il prigioniero
una goccia dopo l'altra, lentamente, freddamente, su ordini segreti.
Napoleone, vessato dal governatore, angustiato dalla forzata inattività,
detta i ricordi della sua straordinaria avventura a Las Cases ma non
potendo avere a disposizione un archivio, nemmeno un documento, è
costretto a confidare esclusivamente nella sua memoria pur prodigiosa.
Questo racconto rende però con viva immediatezza la dimensione umana
del personaggio e dell'ambiente.
Scrive dunque Las Cases nell'opera Il memoriale di Sant'Elena: «Verso
le otto l'Imperatore è uscito a cavallo; non lo fa da parecchio tempo.

Lorenzo Vincenti 161 1985 - Napoleone Bonaparte


Risalendo la valle del giardino della Compagnia delle Indie, è entrato in
casa di un aiutante di campo, che ha la moglie cattolica; c'è rimasto
qualche momento ed è stato molto allegro. Di là ci siamo diretti verso
l'abitazione di madame Bertrand, dove l'Imperatore è sceso e si è fermato
parecchio tempo. Lì ha descritto con molta energia e con molto spirito i
nostri rapporti col Governatore, i suoi provvedimenti da subalterno, i suoi
pochi riguardi, la grettezza della sua polizia, la ridicola amministrazione, la
sua ignoranza nei rapporti sociali e nei modi. «Avevamo da lamentarci
senza dubbio», diceva, «dell'Ammiraglio, ma almeno era un inglese;
questo è soltanto un pessimo sbirro... Non abbiamo la stessa educazione,
non potremmo intenderci; non abbiamo gli stessi sentimenti; egli non
suppone che cumuli di diamanti non potrebbero cancellare l'arresto di un
nostro domestico che è stato preso quasi sotto i miei occhi. Da allora egli
ha steso il gelo su tutta la mia casa». Al ritorno abbiamo fatto una
colazione in giardino. La sera, durante un doppio giro in calesse, abbiamo
passato il tempo a fare il bilancio di uno che possieda, a Parigi,
centocinquantamila franchi di rendita: l'Imperatore diceva che un sesto
doveva andare alla scuderia, un quarto alla dispensa... La conversazione è
finita sui più curiosi particolari della lista civile e sulle spese della Casa
imperiale. Ecco i miei appunti: per il vitto un milione; e tuttavia il pranzo
personale dell'Imperatore incideva soltanto per cento franchi al giorno.
Non erano mai riusciti a fargli mangiare le pientanze calde, perché quando
lavorava non sapevano mai il momento in cui avrebbe smesso; così, all'ora
del pranzo, ogni mezz'ora gli mettevano un pollo allo spiedo; capitava di
arrostirne delle dozzine prima di giungere a quello che gli sarebbe stato
portato... L'Imperatore diceva di aver avuto nelle cantine delle Tuileries
circa 400 milioni in oro, completamente in suo possesso, al punto che ce
n'era traccia soltanto in un libretto custodito dal suo tesoriere privato. Sono
sfumati a poco a poco, soprattutto in occasione dei rovesci, per le spese di
Stato. Come avrebbe potuto, diceva, pensare e tenersene un po'; si era
identificato del tutto con la nazione. Diceva poi di aver fatto entrare in
Francia oltre due miliardi liquidi, senza considerare ciò che i privati
potevano aver portato per loro conto. L'Imperatore diceva di essere stato
molto colpito dal fatto che de La Bouillerie, nel 1814, trovandosi ad
Orléans con decine di milioni, appartenenti a lui, Napoleone, di sua
proprietà, li portò al conte d'Artois a Parigi invece che a Fontainebleau,
come il dovere e la coscienza gli prescrivevano».

Lorenzo Vincenti 162 1985 - Napoleone Bonaparte


Da un'altra pagina del Memoriale in data giovedì 27: «Abbiamo corso il
pericolo di non avere di che far colazione: una irruzione di topi sbucati da
vari punti della cucina durante la notte ci ha privato di ogni cosa. Ne siamo
letteralmente infestati; sono enormi, feroci e perfino audaci; hanno
impiegato ben poco tempo per forare i nostri muri e i nostri pavimenti. È
sufficiente la durata dei nostri pasti, per loro, per penetrare nel salone,
dove sono richiamati dalla presenza dei cibi. Ci è accaduto più di una volta
di dover dare loro battaglia alla fine del pranzo; e una sera, allorché
l'Imperatore stava ritirandosi, quello che di noi gli porse il cappello, ne
fece sbucar fuori uno dei più grossi. I nostri domestici avevano preso ad
allevare dei polli: dovettero ben presto rinunciarvi perché i topi li
divoravano tutti, arrivando perfino ad assalirli, di notte, sui rami degli
alberi. Oggi l'Imperatore traduceva una specie di rivista, o giornale, nel
quale era riportato che lord Castlereagh, in una grande assemblea pubblica,
aveva affermato che Napoleone, perfino dopo la sua caduta, non aveva
esitato a dichiarare che, fino a quando avesse regnato, non avrebbe mai
desistito dalla guerra contro l'Inghilterra, non avendo mai avuto altro scopo
che la distruzione di quella nazione. L'Imperatore non ha potuto evitare di
sentirsi colpito da quelle parole. «Bisogna», ha detto, con indignazione,
«che lord Castlereagh abbia familiarità con la menzogna e che conti molto
sulla ingenuità del suo uditorio. Com'è dunque possibile che il buonsenso
permetta loro di credere che avrei detto una tale sciocchezza, quand'anche
l'avessi pensata realmente così?». Più oltre si leggeva come lord
Castlereagh avesse detto in pieno parlamento che se l'armata francese
appariva così fortemente legata a Napoleone era perché egli faceva una
specie di coscrizione di tutte le ereditiere dell'Impero per distribuirle
quindi ai suoi generali. «Qui», ha ripreso ancora l'Imperatore, «lord
Castlereagh mente di nuovo a se stesso. Egli è venuto tra di noi; ha visto i
nostri costumi, le nostre leggi, la verità; è certamente persuaso
dell'impossibilità di una cosa simile, assolutamente superiore al mio
potere. Per che cosa prende dunque la nostra nazione? I francesi sarebbero
incapaci di tollerare una tirannia del genere. Senza dubbio, ho favorito
molti matrimoni e migliaia di altri avrei dovuto farne: era uno dei grandi
mezzi per amalgamare e fondere in una sola famiglia fazioni inconciliabili.
Se avessi avuto più tempo a disposizione, mi sarei occupato di estendere
queste unioni alle province riunite, perfino alla Confederazione del Reno,
allo scopo di avvicinare maggiormente tra loro queste entità separate; ma

Lorenzo Vincenti 163 1985 - Napoleone Bonaparte


in tutto ciò io non ho mai impiegato altro che la mia influenza, mai la mia
autorità».
Las Cases è un perfetto gentiluomo, scrittore bravo, ma un anno e mezzo
più tardi, raccolto il suo prezioso materiale di confidenze e d'impressioni,
lascia Sant'Elena. Napoleone è ancora più solo con i suoi ricordi di
grandezza, che, paragonati alla meschinità presente, rendono il forzato
isolamento una condanna atroce. Non gli è concesso riabbracciare nessun
membro della famiglia: né Maria Luisa, la moglie che regna a Parma, né il
figlio destinato a morire ventenne sempre prigioniero degli austriaci, né la
madre, la povera Letizia che supplica invano re e governi, il papa.
È costretto a vendere l'argenteria da tavola per i minuti bisogni, perché
Hudson Lowe gli nega tutto. Sicché al quinto incontro, esasperato dalle
maniere grette e altezzose del suo guardiano, Napoleone rifiuta di
rivederlo minacciando di sparargli addosso con le pistole se volesse
penetrare a forza nelle sue stanze.
Nel 1818 se ne va anche il medico 0' Meara, rimpiazzato soltanto un
anno più tardi da Antonmarchi, un medico mandato dalla famiglia
Bonaparte: lo zio, cardinale Fesch, gli manda due preti, Bonavita e
Vignali, sacerdoti di scarsa levatura ma capaci di richiamare l'attenzione
del prigioniero su quei problemi religiosi e morali che la sua vita turbinosa
gli aveva fatto trascurare.
Nel 1821 apprende la notizia della morte della sorella Elisa Baciocchi,
ancor giovane: rimane sconvolto, la generazione dei Bonaparte comincia a
disfarsi. Inizia il 1820 col riacutizzarsi del male allo stomaco, che cerca di
lenire con sciroppi a base di oppio e di etere. Il 17 marzo esce in
carrozzina, ma torna subito, stanchissimo. È l'ultima escursione. C'è
un'intossicazione che giunge lentamente al cervello minando mente e
fisico, psiche: tutto. Infine sospetta d'essere avvelenato, rifiuta ogni
medicina e si chiude nel suo spasimo sordo a ogni conforto che non sia
quello della religione. L'abate Vignali riceve le ultime confidenze del
grande uomo tornato tardivamente alla fede della prima infanzia. Quella
fede cui si vantava spesso d'aver restituito libertà e onore nella Francia
scossa dalla Rivoluzione.
Il 1° maggio comincia l'agonia, penosissima, tra l'alternarsi dello stato di
coma e di terribili convulsioni. Vegliano poche persone; nell'anticamera, si
susseguono gli ufficiali inglesi ansiosi di notizie. Nella notte tra il 4 e il 5
maggio un uragano di violenza insolita si scatena sull'isola squassando le

Lorenzo Vincenti 164 1985 - Napoleone Bonaparte


piantagioni, le case. Il morente nel delirio mormora: «Massena... Desaix...
Testa d'armata». Poi, un lungo silenzio. Spira alle 17,49 del 5 giugno 1821
mentre un vento di burrasca scuote le fragili mura di Longwood. Il fedele
Marchand avvolge la salma nel mantello che Bonaparte primo console
aveva portato a Marengo. La salma, rinchiusa in una bara di legno grezzo,
viene calata nella fossa scavata sotto un salice piangente: soltanto fra
diciannove anni potrà lasciare questi scogli remoti e trovare una sepoltura
più conveniente a Parigi, in un grande sarcofago marmoreo sotto la cupola
degli Invalidi.
Napoleone: fu vera gloria? Se lo chiede subito dopo la morte, nell'Ode,
celeberrima, Alessandro Manzoni. La domanda è retorica e la risposta
facile. Gloriose, geniali furono le sue vittorie tanto che ancora oggi non
può esistere una cultura militare che trascuri lo studio delle sue campagne
di guerra. Vittorie e imprese effimere eppure così necessarie per conciliare
il vecchio mondo spazzato dalla Rivoluzione con nuovi bisogni e nuovi
ideali. Benché della sua costruzione imperiale non restasse,
apparentemente nulla, e certo che il mondo di qua e di là dall'Atlantico
uscì dall'epoca napoleonica trasformato. Gli stessi suoi nemici dovettero
seguire i suoi sistemi; adottare spesso il suo linguaggio; promettere ai
popoli quell'indipendenza e quella libertà di cui egli aveva inculcato loro il
desiderio sia pure con la punta della spada. Il secolo XIX, che è quello
delle libertà nazionali, si apre con lui.
Il mondo, dopo Napoleone, non sarà più quello di prima.

Lorenzo Vincenti 165 1985 - Napoleone Bonaparte