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RIFLESSIONI SU LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE Ogni discorso si fonda, fondato su assiomi e su paradigmi (insiemi di principi ed assiomi), che vanno a fondare,

, a loro volta, determinati enunciati (verbali, discorsivi). Lenunciato stesso, per sua stessa natura, non si pu scindere dallassioma, e dal paradigma, come presa di posizione, come sistema inf(i)erente di equivalenze, correlazioni e termini di paragone intrinsecamente condizionato e determinato. Nellenunciato stesso, in quanto tale, insito un irriducibile elemento di ipostatizzazione ed essenzializzazione dellesperito, del fenomeno (gi lesperito ed il fenomeno, lambito circostanziale, contestuale e inter-esperienziale dellaffacciarsi stesso sullo scenario del reale, sono delle maschere edulcorate e laccate, [ad]ornate di sostrati, sub-strati latenti, incrostazioni e stratificazioni della comunicativa, nel senso pi ampio del termine, linguistico, semiotico, prossemico, virtuale e non, a livello macro e microscopico). Lenunciato, di per s, in quanto formulazione, ed in quanto assunto (sussunto: sussunzione del reale in ed entro i termini, i confini della circostanziazione e circoscrizione concettuale, inferente, categoriale, gi un mediato dellesperito mediato, in particolare nellambito della civilt ultra e post-moderna, della surmodernit. Esso instaura la dimensione del virtuale dellinganno e della sparizione, il virtuale della realt integrale, del simulacro e dellimpostura duna fittizia e surrettizia seduzione fantasmatica, in cui inscindibile il rapporto tra segno e funzione, o valore, referenziale, semantico, che ricondurrebbe al suo oggetto, al suo referente esterno, (o, per dirla in termini strettamente linguistici, rapporto tra significante e significato). Per dirla in termini baudrillardiani, il reale non potr mai sorpassare il modello, di cui non che lalibi. Ma, superando questo stesso assunto, o meglio, portando alle estreme conseguenze ci che gi in esso in nuce, bisogna arrivare a dire che lo stesso modello non che laltra faccia del reale, e che il reale stesso insuperabile, invalicabile dal modello, ovverossia: reale (oggetto) e modello non sono che le due facce morte che si compenetrano, o meglio, fondono a vicenda, in unimplosione intra-essenziale (intra-ontologica) inscindibile nei suoi presunti poli e termini di interreferenza. Ci provoca, appunto, la definitiva sparizione delloriginale, del modello primo, e della copia stessa ( gi errato, a questo punto, parlare di copia, come di originale), la definitiva sparizione della (data dalla) realt integrale. E loggetto che vi pensa, dice Baudrillard (potremmo fare, a tal proposito, un parallelismo con Lacan, quando dice che il linguaggio che ci parla, che noi non parliamo, ma siamo parlati). Anche questaltro assunto pu (deve) essere superato, in quanto ipostatizzazione e assunzione reificante (reificata), cosalizzante, cristallizzazione astraente (astrattiva) delloggetto stesso, posto l davanti a noi come un punctum, un termine di paragone fisso ed imprescindibile. Lenunciato, in tutto questo, dunque, non pu che svolgere la funzione ipertrofica ed iper-onto-genetica dellulteriore mediazione simulacrale (o ontologica, ontica ed oggettuale, che lo stesso). Qualsiasi ulteriore discorso enunciativo, formulazionale, fossanche decostruttivo e destrutturante, non potr, in ultima istanza, che essere, a sua volta, prodotto irretito nel derivato assiomatico e nellinferenza assuntiva (sussuntiva) della langue latente (non vi pu essere nemmeno pi, in termini saussuriani, distinzione tra langue e parole). Esso (lenunciato verbale o discorsivo) sar quindi, gi in s, cadaverizzazione putrescente e analogica (anacronica, anacronistica) dellimmediato inesistente (debellato?). A questo punto non ci resta che ununica chance, seppur vaga e vana (che non implica o presuppone affatto il contrario di tutto ci prima detto): quella di far scoppiare, delirare e parlare il linguaggio stesso (nellambito strettamente verbale, ossia scritturale, ma non solo), far balbettare il linguaggio, mettere in crisi il linguaggio per portare a galla, allennesima potenza, limpostura e linganno (de)ontologico del linguaggio stesso. Confrontarsi prepotentemente e violentemente con la menzogna del linguaggio, sprofondare nella sua falsit. Una messa in crisi, che sia balbettio e afasia (dislessia) del linguaggio, e che non sia solo semplice messa in crisi logico-sintattica, grammaticale o fonetico-semantica, ma messa in crisi che destabilizzi pienamente gli stessi rapporti intra-fonici (fonemico-fonematici, fonologici), intra-sonora (acustica, segmentale, dei

segmenti acustici finanche pi irriducibili), e che scombussoli, quindi, la sequenza stessa del linguaggio a tutti i livelli, in toto. Cos da farlo diventare fono, fonema delirante e compulsivo, pulsante (pulsionale), acusmatica e fantasmatica presenza (assenza) che sbircia nelle pieghe pi recondite ed in tutti i buchi neri del linguaggio. Questo, ripeto, solo per mettere in luce ed in evidenza la sistematica e persistente, crudelmente metodica e chirurgica, impostura ingannevole del linguaggio, affannarla al solo fine di esaltarla. Una pragmatica del linguaggio (semiotico-linguistica) non pu prescindere da questa consapevolezza. Possiamo arrivare addirittura a dire che, a questo punto, un'analisi semio-filosofica del linguaggio e della funzione segnica, incentrata in particolar modo sulla pragmatica, possa, e debba, anzi, necessariamente precedere qualsiasi analisi ed inferenza d'altro tipo, qualsiasi formulazione ulteriore (derivata e secondaria, in tale prospettiva) di tipo speculativo, filosofico, "intellettuale" e di pensiero in generale; qualsiasi, insomma, sistema filosofico in generale, in quanto questo , alla base, un ulteriore sistema convenzionale di segni, di enunciati (discorsivo-verbali), senza cui non potrebbe procedere nella sua apparente sistematicit e coerenza interna. Esso (il sistema filosofico, di pensiero), in quanto insieme di enunciati (di assiomi, di assunti) si fonda ed fondato, pertanto, sul linguaggio (sul linguaggio, ripetiamolo, come sistema convenzionale di segni, e, poi, di enunciati), a questo (si) riconduce e a questo inevitabilmente ancorato. Possiamo infatti anche dire, a questo punto, che il segno stesso, nei suoi elementi pi primi e nelle sue strutture pi minimali (fonico-fonetico-fonematiche e linguistiche, prima che logico-sintattiche e semantiche) costituisce, ab origine, un enunciato, in quanto astrazione, ab-de-induzione semiotica (fonologica e semio-linguistica), astraente ed inferente, da determinate catene, reti, interrelazioni e strutture, patterns (contestuali, circostanziali e contingenti) a loro volta gi mediati e fissati, stabiliti, convenzionali. Un'analisi semio-filosofica del linguaggio dovr, pertanto, essere preminente e precondizionante (anche se, a sua volta, inevitabilmente pre-condizionata, seguendo tutto quanto abbiamo detto) rispetto a qualsiasi altro discorso (filosofico, in special modo), la premessa imprescindibile di qualsivoglia studio o analisi ulteriore, che non potr che essere, in ultima istanza, ulteriormente derivata e secondaria, doppiamente mediata (condizionata). Ergo, una simile analisi semio-filosofica del linguaggio, dopo aver riflettuto sullo statuto e sulla funzione del segno e del minimo (minimale) semiotico-linguistico, in quanto gi questo enunciato (enunciante di un enunciato, a sua volta enunciato), avr lo scopo precipuo di esplorare e sezionare chirurgicamente ogni altro enunciato che da esso (dal segno) deriva, quindi ogni altro enunciato di secondo tipo, e di conseguenza ogni sistema di pensiero come insieme di enunciati, smascherandone e portandone a galla la sua intrinseca (e al tempo stesso derivata) convenzionalit, come convenzionalit di una convenzionalit, al di l della sua apparente sistematicit e coerenza interna (quest'ultima, appunto, "sussistente" in virt della convenzionalit dell'enunciato stesso, e dei rapporti e relazioni tra i diversi enunciati, e, ancor prima, del segno stesso su cui si fonda l'enunciato, e che esso stesso un enunciato). In tal caso, bisogna prima di tutto ridefinire radicalmente la stessa nozione di segno, e la sua funzione, in quanto primum derivatum et derivativum da cui scaturiscono tutti gli altri elementi e processi, micro e macroscopici (linguistici stricto sensu, ma anche discorsivo-verbali pi in generale, teorici, filosofici, scientifici, epistemologici, e storico-sociali). Essi sono, nel contempo, immanenti al segno stesso. Per dirla alla Carmelo Bene, il linguaggio, in definitiva, ci fotte.