Sei sulla pagina 1di 70

Letteratura italiana: dalle Origini alla morte di Boccaccio

Premessa [Il Basso Medioevo: dal latino al volgare] Il Basso Medioevo ossia il periodo, che qui consideriamo, compreso tra i secoli XI e XIV caratterizzato da un grande fermento negli mbiti pi diversi della vita culturale: dalle arti alle scienze, dalla filosofia alla letteratura. In questultimo settore, il fermento legato soprattutto a un evento, o piuttosto a un processo, davvero epocale: il passaggio dal latino ai volgari nazionali, o meglio laffiancarsi dei volgari nazionali al latino come lingue della scrittura. Se fino allincirca al secolo XI gli intellettuali e i poeti si esprimevano per iscritto usando soltanto il latino, di qui in poi essi hanno facolt di scelta, e la scelta pi naturale sar per molti, per molto tempo ancora, quella di usare entrambi gli idiomi a seconda del pubblico che hanno di fronte e a seconda del genere letterario cui appartiene lopera: si pensi al bilinguismo non solo di Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche degli umanisti pi tardi come Alberti o Poliziano. Bench, dunque, la tradizione latina resti vitale, e addirittura predominante (o esclusiva, nelle cancellerie, nella Chiesa, nelle universit), levento o processo di cui va sottolineata limportanza la nascita delle letterature nazionali in volgare. [Il pubblico della letteratura volgare] Se si guarda alla cronologia, la prima fioritura della letteratura in volgare si registra in Francia. Qui, nellambiente ricco e raffinato delle corti, and formandosi un pubblico interessato alla letteratura non pi come mezzo di edificazione e distruzione ma come libera forma dintrattenimento, assimilabile ad altri generi di spettacolo come il canto o la danza: un pubblico laico, spesso ignaro di latino, e per la prima volta nella tradizione occidentale composto anche e soprattutto da donne. Tra i laici, in effetti, sono soprattutto loro ad avere il tempo e il gusto necessari per apprezzare le opere letterarie; e sono loro le committenti che amano circondarsi di romanzieri e poeti: alla corte di Maria di Champagne (ultimo quarto del sec. XII), per esempio, Andrea Cappellano scrive il libro in cui viene codificata letica dellamore cortese, il De amore (in latino), e Chrtien de Troyes il suo romanzo Il cavaliere della carretta (Le chevalier de la charrette). Anche in Italia la nascita della letteratura volgare strettamente legata alla civilt cortese. La prima scuola poetica della nostra tradizione si riunisce infatti, nella prima met del Duecento, attorno allimperatore e re di Sicilia Federico II. Ma il fenomeno sociale pi significativo di questo lungo periodo storico lo sviluppo dei comuni ha riflessi importantissimi anche sul piano della produzione culturale. Nella Toscana e nella Emilia tardo-duecentesche cambia infatti la composizione sociale sia dei produttori sia dei consumatori di letteratura. Gli uni e gli altri sono ora i nuovi professionisti che reggono le sorti del comune: i notai, i giuristi, i medici, e presto anche i mercanti unlite economica e intellettuale diversa da quella nobiliare che dominava nel mondo cortese. [I caratteri della poesia e della prosa] Con la scuola siciliana inizia una tradizione di poesia lirica che per ampiezza e qualit dei risultati non avr rivali in Europa sino al Rinascimento. Alla fine del Duecento, in Toscana, un gruppo di giovani intellettuali recupera le forme e i contenuti che erano stati propri dei poeti provenzali (i trovatori), ma d alla lirica unimpronta pi marcatamente personale e autobiografica: sono i cosiddetti stilnovisti, e tra loro c anche il giovane Dante, il quale di l a poco, nei primi anni del Trecento, inizier a scrivere la Commedia. Allesempio degli stilnovisti, e soprattutto alla Vita nova di Dante, guarder il massimo lirico del Trecento, Francesco Petrarca, che col suo Canzoniere offrir allEuropa un modello di confessione in versi la cui influenza, profondissima nei due secoli successivi, perdurer almeno sino alla rivoluzione romantica. Il quadro per ci che riguarda le forme del narrare meno trionfale. La novella e il romanzo sono generi soprattutto francesi: e alla tradizione francese e a quella mediolatina dovr guardare infatti il massimo narratore del Medioevo, Giovanni Boccaccio, quando alla met del Trecento lavorer alle novelle del Decameron. Prima di quellopera, raro che chi scrive in prosa lo faccia per il puro gusto del narrare: quasi sempre vi alla base un interesse educativo o moralistico 1

interessi che, piuttosto che attraverso le libere forme del racconto, vengono soddisfatti attraverso i sermoni, le leggende, gli aneddoti esemplari. [La societ bassomedievale] A questa prodigiosa vitalit culturale fa riscontro un quadro socio-politico altrettanto movimentato. Tra il X e il XIV secolo la popolazione italiana raddoppia. questo il segno pi importante e vistoso di un progresso sociale che ha molteplici aspetti, i quali si possono interpretare ora come effetti ora come cause dellesplosione demografica. Da un lato, migliorano le condizioni alimentari e quelle igieniche: fino alla met del Trecento non si registrano epidemie tanto gravi quanto quelle che avevano afflitto periodicamente lEuropa nellAlto Medioevo. Dallaltro lato, migliorano le condizioni economiche medie, e ci soprattutto in conseguenza di due fatti. In primo luogo, lampliamento della rete dei commerci. I mercanti italiani non si muovono pi soltanto in un mbito locale o nazionale ma viaggiano in tutta Europa acquistando ben presto sulla concorrenza straniera un primato commerciale e finanziario: ricche famiglie toscane e lombarde aprono crediti alle maggiori dinastie regnanti europee facendo nascere cos le prime banche. Insieme, allo scopo di tutelare lattivit mercantile, nascono le prime compagnie assicurative. Tutto ci, a sua volta, conseguenza del fiorire dellindustria manifatturiera: le merci italiane (i tessuti pregiati in modo particolare) hanno grande successo nelle fiere che periodicamente si tengono per esempio nella regione francese della Champagne. [Il nuovo rapporto tra citt e campagna] Ma allorigine dellespansione economica c soprattutto un rapporto pi dinamico tra le citt e la campagna. Il modello feudale, fatto di microunit economicamente indipendenti in cui il contado al servizio esclusivo del vassallo e della sua corte, cessa di essere lunico modello possibile. Nel corso dellXII e del XIII secolo i nuovi soggetti politici, i comuni, conquistano il contado riducendo il potere dellaristocrazia feudale: la produzione agricola entra cos a far parte di un pi aperto sistema economico fondato non sullesazione (quella imposta dal proprietario terriero al servo o al mezzadro) ma sulla compravendita. Frattanto, si affinano le tecniche agricole cio quel complesso di pratiche legate, per esempio, allaratura, alla ferratura dei cavalli, alla macina e si amplia la superficie coltivabile, onde numerose opere di bonifica, dissodamento, colonizzazione: nel giro di pochi secoli, questa umanizzazione della natura, specialmente in aree ricche come la Toscana, cambia profondamente laspetto del paesaggio italiano. 1. Il periodo storico e i movimenti culturali 1.1 Il quadro storico-politico [LItalia alle soglie del secondo millennio] II quadro politico italiano dopo lanno Mille appare diviso in quattro grandi aree di influenza. Al centro-nord, il cosiddetto Regno italico soggetto allautorit dellimperatore tedesco, e uno dei fili conduttori della storia politica sino alla fine del Medioevo sar appunto il conflitto tra questa lontana autorit (la sede imperiale era a Aquisgrana, nella Germania settentrionale) e i comuni italiani del nord desiderosi di indipendenza. Il Mezzogiorno dItalia in parte sotto il controllo dellImpero bizantino, in parte (la Sicilia) in mano agli arabi. Il dominio longobardo, un tempo esteso a larga parte della penisola, persiste soltanto nellattuale Campania. Questa frammentazione implica che non si possa parlare, per questo periodo, di una anche solo idealmente unitaria storia italiana. Se la mappa dei poteri di diritto quella appena delineata, il potere effettivo nelle mani di grandi proprietari terrieri che organizzano i loro possedimenti come piccoli sistemi autosufficienti scarsamente comunicanti luno con laltro: il castello domina sul contado sfruttandone i prodotti e assicurando in cambio protezione contro gli attacchi provenienti dallesterno. [Il conflitto tra papato e impero nellXI e nel XII secolo] Nel corso del secolo XI si verificano due eventi politici fondamentali. Al centro-nord si acuisce il conflitto tra lImpero germanico e il Papato, che, pur senza detenere ancora un grande stato territoriale, dalla sua sede romana influenza profondamente la vita e le idee dei popoli cristiani. Da un lato, secondo il modello 2

cesaropapista per cui lautorit religiosa devessere sottomessa allautorit politica, limperatore pretende di avere voce in capitolo nella elezione del papa. Dallaltro, limperatore intende avocare a s la nomina dei vescovi: carica importantissima, in quanto ai vescovi era attribuita non soltanto unautorit di guida spirituale ma anche un concreto potere politico-amministrativo. la cosiddetta lotta per le investiture, che si prolungher per pi di un secolo. Alle pretese imperiali risponder infatti nel 1073 papa Gregorio VII emanando il Dictatus Papae, che annulla le investiture imperiali e codifica lideologia della teocrazia (ovvero la superiorit del potere religioso su quello politico). Seguiranno quasi cinquantanni di conflitti tra i papi e gli imperatori. Nel 1076 limperatore Enrico IV a Canossa, a implorare dal papa il ritiro della scomunica che gli era stata inflitta (e ben a ragione il provvedimento era temuto, dato che implicava per i sudditi cristiani lobbligo di non obbedire allimperatore che ne fosse stato colpito). Ma nel 1086 lo stesso Enrico occupa Roma ed elegge un anti-papa. Solo con il concordato di Worms, nel 1122, la vertenza potr dirsi conclusa con un compromesso sostanzialmente favorevole alla Chiesa: la nomina dei vescovi viene dichiarata pertinenza dellautorit ecclesiastica ma limitatamente al territorio tedesco previo gradimento da parte dellimperatore. [I normanni] Al sud, le lotte fra gli ultimi prncipi di stirpe longobarda e i bizantini vennero arbitrate e spente, allinizio del secolo XI, dai cavalieri normanni giunti dal nord della Francia e insediatisi nelle contee di Melfi e Aversa. Ma, da pacificatori che erano, costoro si trasformarono presto in conquistatori e, col benestare del papa, nel corso di un secolo estesero il loro dominio a tutta lItalia meridionale, giungendo anche a liberare la Sicilia dalloccupazione araba. Alla fine del secolo XII la corona normanna pass a Costanza, figlia del re Ruggero II; il matrimonio tra Costanza e limperatore Enrico VI port il regno di Sicilia (comprendente lisola e buona parte dellItalia del sud) nelle mani della casa di Svevia. Di qui in poi, lItalia intera sar il teatro del conflitto tra lImpero - titolare di questo amplissimo territorio, dalla Germania alla Sicilia e il Papato. [La nascita dei comuni] Il fenomeno socio-politico cruciale dei secoli XI e XII la nascita e lo sviluppo dei Comuni nellItalia centro-settentrionale: fenomeno originale di questarea, perch nulla di simile accade, a questaltezza cronologica, in altre zone dEuropa. Dopo la dissoluzione dellimpero carolingio, il potere politico reale era andato concentrandosi, come si accennato, nelle mani dellaristocrazia terriera e, soprattutto, dei vescovi (e le due categorie solitamente coincidevano, nel senso che i possidenti occupavano anche i ranghi pi alti della gerarchia ecclesiastica). Ma la crescita demografica, lintensificarsi dei commerci, la nascita di nuove professioni legate alla manifattura e allo scambio tutto ci fece s che, progressivamente, le citt si ingrandissero e prendessero il sopravvento sul contado, dotandosi anche di istituzioni di governo laiche: i consules, nominati dal popolo del comune, subentrano ai vescovi nellamministrazione pubblica. Una nuova e dinamica classe, la borghesia dei commerci, delle manifatture e delle banche, conquista, oltre al potere economico, quello politico, e si insedia nelle magistrature comunali. Nel corso del Duecento, soprattutto in Toscana e in Emilia, questo nuovo sistema di governo evolver in maniera autenticamente democratica da un lato con la moltiplicazione degli organi amministrativi (cos che una percentuale sempre pi alta di cittadini sar coinvolta nel governo della cosa pubblica), dallaltro con lestensione del diritto di voto e di rappresentanza ai membri del ceto popolare. Tale tendenza alla democratizzazione finir anzi per portare talvolta ad una specie di sovvertimento del principio del censo: come quando alla fine del Duecento, nella Firenze di Dante, le leggi antimagnatizie decreteranno lineleggibilit dei cittadini pi ricchi (i magnati, come lamico di Dante Guido Cavalcanti) alle cariche pubbliche. [Le lotte tra i comuni e limpero] Il conflitto tra i nuovi soggetti politici, i comuni, e limperatore, scoppia alla met del secolo XII. Federico I Barbarossa scende in Italia, chiamato dal papa a da alcuni comuni lombardi preoccupati dallespansionismo di Milano. Ma presto la situazione si ribalta, e Milano riesce a trovare alleati che, coalizzati nella Lega Lombarda (1167), sconfiggono limperatore a Legnano nel 1176. Nel 1183, la pace di Costanza segna un progresso

significativo sulla strada dellautonomia comunale: la tutela imperiale sar dora in poi quasi solo un fatto formale. [Papato e impero nel Duecento] Il figlio del Barbarossa, Enrico VI, avendo sposato la normanna Costanza dAltavilla incoronato re di Sicilia nel 1194. Muore per pochi anni dopo, e gli succede il giovanissimo Federico II, il quale, raggiunta la maggiore et, assumer su di s le due dignit di re di Sicilia (comprendente, ripetiamo, anche il Mezzogiorno dItalia) e di Imperatore. lui, senza dubbio, la figura di maggior rilievo politico del Duecento. Un lungo conflitto, spesso cruento, lo opporr al papa e ai comuni centro-settentrionali. Quanto al papa, il Duecento il secolo in cui si consolida lo stato pontificio: le mire di Innocenzo III (1198-1216) e dei suoi successori di estendere il dominio papale a tutto il centro Italia urtano contro la volont di Federico II di controllare, sia pure indirettamente, lintero territorio della penisola. Quanto ai comuni, la lotta si acuisce e si allarga a tal punto che i comuni italiani finiscono per dover prendere partito: chi risolutamente a favore dellimperatore (i cosiddetti ghibellini, dal casato tedesco dei Wibelin) e chi risolutamente contro di lui e favorevole invece al papa (i cosiddetti guelfi, dal casato tedesco, a quello contrario, dei Welf: altro nome della stirpe Bavarese). Sicch nella storia italiana duetrecentesca sar costante da un lato la speranza nella discesa degli imperatori, che pacifichino e guidino la penisola ( questo, per esempio, lauspicio di Dante); dallaltro la fedelt al papa e lorgogliosa rivendicazione dellautonomia comunale (ed il caso per esempio di Firenze, sempre fierissima nemica degli imperatori). [La crisi dellimpero] Il dominio svevo in Italia non va molto oltre la morte di Federico II (1250). I tentativi dei suoi eredi, Corradino e Manfredi, di conservare agli Svevi il regno di Sicilia falliscono per lalleanza tra il papa e il regno di Francia, protettore storico, da allora in poi, dello stato pontificio. Il cugino del re di Francia, Carlo I dAngi, sconfigge lesercito imperiale capeggiato da Manfredi a Benevento (1266), e a lui il papa consegna il regno di Sicilia. [Il nuovo assetto italiano nel Trecento] Lunit del Regno di Sicilia sotto il governo di Carlo dAngi dur soltanto pochi anni. Nel 1282 si scaten in Sicilia una rivolta di popolo contro loccupante francese, rivolta entrata nella storia col nome di Vespri siciliani. Nel ventennio successivo, i rivoltosi ricevettero laiuto della casa dAragona, che si insedi nellisola. La pace di Caltabellotta, nel 1302, sanc questa spartizione: la Sicilia agli Aragonesi, lItalia del sud agli Angi. Dopo che si era conclusa la lotta tra angioini e aragonesi nel sud, limperatore tedesco Enrico VII riprese liniziativa al nord, proponendosi di riaffermare il potere imperiale sui comuni e di contrastare lalleanza tra il Papato e gli Angi. Enrico riusc a superare le resistenze oppostegli da alcune citt italiane soprattutto da Firenze, che capeggiava la Lega guelfa e rivolse il suo esercito verso sud, ma mor improvvisamente in Toscana nel 1313. Bench non completata, la missione dellimperatore in Italia ebbe conseguenze politicamente importanti. I casati che si erano schierati dalla sua parte acquistarono prestigio e potere: in citt come Verona, Mantova, Milano, si profil quel passaggio dal comune alla signoria (rispettivamente gli Scaligeri, i Gonzaga, i Visconti) che in tempi diversi sar il destino comune a buona parte delle medie e grandi citt centrosettentrionali: dora in poi, il conflitto non sar pi tanto quello tra guelfi e ghibellini quanto quello tra le grandi dinastie italiane in lotta per la supremazia territoriale. [I conflitti tra le grandi citt: Milano, Firenze e Venezia nel Trecento] Le citt che nel corso del secolo simposero nel panorama politico-militare nazionale furono Milano, che mantenne forti legami con limpero tedesco (i Visconti chiesero e ottennero la nomina a vicari imperiali); Venezia, che non cadde mai nelle mani di una sola grande famiglia ma si affid ad una sorta di oligarchia fondata sul diritto di nascita: il Maggior Consiglio; e Firenze, che rest pi a lungo delle altre citt un comune libero, cio non soggetto a ristretti gruppi aristocratici: sino a quando la cosiddetta rivolta dei ciompi (1378) - i ciompi erano gli operai dellindustria tessile, che chiedevano salari pi alti e condizioni di lavoro pi umane non innesc, dopo essere stata repressa, una reazione di segno opposto da parte delle grandi famiglie fiorentine: che allontanarono il popolo dal governo consegnando la citt a unoligarchia entro la quale doveva prevalere, di l a poco, la famiglia dei Medici. La storia politica del Trecento nellItalia centro-settentrionale 4

segnata dal conflitto fra queste tre citt, ciascuna al centro di una a volte amplissima zona di influenza. Alla fine del secolo, con la signoria di Gian Galeazzo Visconti (1385-1402), Milano arriv a conquistare Padova e Verona, e ad esercitare un dominio indiretto su vaste zone del centro Italia. Ma, alla morte di Gian Galeazzo, Venezia e Firenze ripresero liniziativa, la prima estendendo il suo potere sulla terraferma sino a comprendere lintero Veneto attuale, la seconda sottomettendo Arezzo e, nel 1406, la nemica storica, Pisa. [Il Mezzogiorno dItalia nel Trecento] La storia dellItalia meridionale nel Trecento caratterizzata da un fenomeno analogo a quello ora descritto: lindebolimento delle grandi dinastie regnanti e il frazionamento del potere. Nel Regno di Sicilia, gli Aragonesi dovettero governare scendendo a patti con i baroni dellisola, che ripristinarono una sorta di potere feudale su larga parte del territorio. Nel Regno di Napoli, il debole Roberto dAngi (1309-1343) fu costretto a fare ampie concessioni alla nobilt locale, delegando parte della sua autorit a parlamenti cittadini egemonizzati dai grandi proprietari terrieri. La disunione del regno e la crisi finanziaria che port al ritiro del credito da parte dei banchieri fiorentini furono il preludio del conflitto politico che alla fine del secolo oppose Luigi dAngi a Carlo di Durazzo (e i rispettivi casati e satelliti: Angioini e Durazzeschi) per la successione al trono. La crisi si concluder, nel 1442, con la conquista di Napoli da parte degli Aragonesi, che riuniranno dopo un secolo e mezzo il Mezzogiorno dItalia sotto ununica corona. 1.2 Il ruolo della Chiesa nella storia italiana due-trecentesca [La crisi morale della Chiesa e i tentativi di riforma: movimenti pauperistici ed eresie] Il difficile equilibrio tra il potere politico e il potere religioso , come si accennato, una delle questioni fondamentali nella storia italiana dopo il Mille. Come anche si detto, la Chiesa tese sempre pi ad unire i due poteri estendendo la sua giurisdizione sulle cose terrene. Ma la compromissione col mondo port con s la corruzione dei costumi del clero: nulla di pi lontano dalla norma di una vita cristiana, cos come era stata illustrata dal Vangelo e dai Padri della Chiesa, della condotta di quei religiosi che vivevano nel lusso e nel vizio facendo pubblico commercio delle cariche ecclesiastiche. Questa crisi sollecit reazioni diverse. La prima fu quella dei movimenti pauperistici come la cosiddetta Pataria, che nel secolo XI, a Milano, lott contro la corruzione del clero locale. La seconda fu quella degli eretici, che alla volont moralizzatrice univano pi pericolose perch potenzialmente rivoluzionarie istanze di revisione in materia dottrinale: non solo una riforma del clero ma una riforma della fede. La Chiesa di Roma ag contro questi gruppi di eretici con estrema violenza: nel giro di alcuni decenni, i catari (cio i puri), la pi cospicua di queste sette ereticali, furono sterminati nel nord Italia e nel sud della Francia, e lo stesso accadde a gruppuscoli minori riuniti intorno a figure carismatiche, come i seguaci di Gerardo Segalelli (gli apostolici), finito sul rogo nel 1300, o di fra Dolcino (dolciniani), fatti massacrare da papa Clemente V. [I nuovi ordini religiosi nel Duecento] La terza reazione alla corruzione della Chiesa, la pi importante e gravida di futuro, si mantenne entro i confini dellortodossia. Si tratta dei nuovi ordini religiosi che nascono in Italia allinizio del Duecento. Il castigliano Domenico di Guzmn (11751221), dopo aver combattuto gli eretici nel sud della Francia organizz una comunit di sacerdoti che nel 1216 ricevette lapprovazione di papa Onorio III: nasceva lordine domenicano. I suoi membri vennero detti frati predicatori, perch questo fu il loro primo compito: viaggiare di citt in citt predicando la fede cristiana; e anche frati mendicanti, poich, in linea col precetto evangelico della povert, potevano sostentarsi soltanto con ci che ricevevano in elemosina. Gli ideali dellumilt e della povert sono anche caratteristici dellordine francescano, sorto allincirca negli stessi anni. Nato ad Assisi nel 1182 da una famiglia di mercanti, ancora giovane Francesco raccolse attorno a s un piccolo gruppo di confratelli, chiamati minores. Ben presto, questa comunit si allarg e fece proseliti in tutta Europa. Nel 1223, la cosiddetta Regula bullata dei francescani venne approvata da papa Onorio III; poco dopo (1226), Francesco moriva. 5

[La rivoluzione domenicana e francescana] Domenicani e francescani modificarono profondamente lassetto della Chiesa nel Duecento e nei secoli successivi. Mentre i monaci benedettini e degli altri ordini sorti durante il Medioevo risiedevano nelle campagne e avevano una scarsa influenza sullesistenza dei laici, domenicani e francescani furono protagonisti della vita cittadina: ebbero un ruolo di primo piano nella risoluzione dei conflitti sociali, spesso parteggiando per i ceti popolari; imposero un modello nuovo, pi partecipe e aggressivo di predicazione, non indugiando come faceva il clero secolare sulle sottigliezze della dottrina ma concentrandosi sui rapporti tra questa e la vita concreta dei fedeli (accade spesso di leggere, nelle fonti contemporanee, che i predicatori pi abili richiamavano ascoltatori anche da luoghi molto lontani); grazie a una profonda conoscenza della dottrina, occuparono molte delle cattedre universitarie di teologia: i pi grandi intellettuali cattolici appartengono alle loro fila: Tommaso dAquino un domenicano, Bonaventura da Bagnoregio un francescano. [Le crociate] Nella storia della Chiesa tra lXI e il XII secolo devono essere ricordati altri due fenomeni di grande rilievo. Le cosiddette crociate furono spedizioni che a pi riprese tentarono talvolta con successo di strappare ai musulmani i luoghi santi della cristianit. Nel 1099 il capo della missione cristiana, Goffredo di Buglione, conquist Gerusalemme e ne fece la capitale di un Regno cattolico che avr, tuttavia, vita breve per la pronta reazione dei Turchi. Le sette successive spedizioni, promosse ora dal papa ora autonomamente da prncipi cattolici, ebbero, accanto alle motivazioni religiose, pi concrete ragioni economiche e strategiche: e per esempio la ricca citt di Venezia finanzi la crociata allo scopo di conquistare i mercati orientali, fondamentali per la sua espansione economica. Al principio del Duecento, larma della crociata verr adoperata da papa Innocenzo III non per la riconquista dei luoghi sacri ma per estirpare leresia: cristiani contro cristiani. La crociata contro i catari di Albi e Tolosa si concluse dopo un ventennio col massacro della popolazione locale e con la fine dellautonomia politica delle contee meridionali in cui era fiorita la poesia dei trovatori, che vengono annesse al regno di Francia. [I pellegrinaggi] Alla liberazione dei luoghi sacri ed questo il secondo fatto caratteristico nella storia della cristianit tardo-medievale seguirono i pellegrinaggi: per penitenza, o per guadagnare suffragi, molti fedeli intrapresero il lungo e pericoloso viaggio per la Terrasanta o per altri luoghi di culto. Tra questi ebbe particolare importanza, richiamando un altissimo numero di pellegrini, la citt di Santiago di Compostella, nella Spagna nordoccidentale, unarea da poco riconquistata dai cristiani alla dominazione araba. Qui, nel secolo IX, era stata ritrovata una tomba che si ritenne appartenesse a San Giacomo, fratello di san Giovanni Evangelista: la devozione per il santo si diffuse in tutta Europa, e da tutta Europa, attraverso lItalia, la Francia, la Spagna, migliaia di pellegrini presero, nei secoli successivi, la via di Santiago. [La Chiesa nel Trecento: la cattivit avignonese] Dopo il sogno dellimpero teocratico universale di Gregorio VII, alla fine del 1100, e di Innocenzo III, allinizio del 1200, la Chiesa vive durante il Trecento la sua crisi pi grave. Il secolo si apre con due iniziative dirette a riaffermare con forza lautorit ecclesiastica: il giubileo dellanno 1300, con cui si prometteva unindulgenza plenaria ai pellegrini che avessero visitato Roma; e la bolla di Bonifacio VIII Unam sanctam (1303), che rivendicava la superiorit dellautorit papale su quella dellimperatore e di ogni altro principe regnante. Ma Bonifacio VIII mor proprio nello stesso anno. Indebolitosi, il Papato cadde in balia dell suo tradizionale alleato e protettore politico, il regno di Francia. Il re francese Filippo il Bello riusc a far eleggere papa il vescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V (1305-14), e far trasferire la sede pontificia da Roma ad Avignone. Questa cattivit avignonese - che scandalizz i contemporanei, primo fra tutti Petrarca, il quale non cess mai di lottare per il ritorno del papa a Roma dur quasi settantanni, dal 1309 al 1377. Roma, in questo periodo, fu teatro dei conflitti anche armati tra le potenti famiglie locali come i Colonna e gli Orsini, e del breve e fallimentare tentativo di governo popolare promosso da Cola di Rienzo, che nel 1347 si autonomin tribuno del popolo ma, attiratosi gli odi dellaristocrazia cittadina, venne ucciso nel 1354.

[Lo scisma doccidente] Il ritorno del papato a Roma non avvenne senza proteste e divisioni. Gi nel 1378 una parte del collegio dei cardinali tent di riportare la sede ad Avignone. Ne nacque una frattura detta scisma dOccidente che oppose allinterno della Chiesa due fazioni, una romana e laltra francese e, per trentanni, un papa eletto dalla prima ad un antipapa eletto dalla seconda. Lo scisma si ricomporr soltanto nel 1417 con il concilio di Costanza e la nomina a pontefice con sede a Roma di Martino V. 1.3 Le scienze e la tecnica [Lunit di teoria e prassi] A partire dallXI secolo si assiste in Europa a uno straordinario progresso nelle scienze e nelle arti applicate. Ci dovuto sia alle mutate condizioni sociali lincremento della popolazione, le nuove esigenze imposte dallintensificarsi dei commerci e dellattivit manifatturiera sia alla progressiva acquisizione del pensiero scientifico greco e arabo. Il dato pi caratteristico di questo periodo lunit fra scienza e tecnica: vale a dire che gli scienziati elaborano teorie ma non perdono mai di vista le loro possibili applicazioni concrete, e lavorano alla risoluzione di problemi pratici. [La matematica] Si prenda per esempio il caso della pi pura delle scienze, la matematica. Il Liber embadorum (Libro delle aree) del Savasorda, un ebreo vissuto tra Spagna e Provenza nella prima met del sec. XII, affronta e risolve problemi relativi alla pratica mercantile e nautica. E il primo grande matematico italiano, il pisano Leonardo Fibonacci (inizio del sec. XIII) lui stesso un mercante, che applica il suo ingegno a questioni relative al commercio. Nel Liber Abbaci (1202) introduce forse per primo in Europa le cifre arabe al posto di quelle romane; nella Practica Geometriae (1220), ispirata in parte allopera del Savasorda, in parte a testi greci e arabi conosciuti durante i suoi viaggi daffari nel Mediterraneo, Leonardo getta le fondamenta della trigonometria e applica per primo lalgebra alla risoluzione di problemi geometrici. Il genio matematico del Fibonacci non avr rivali sino al Rinascimento. Sulla sua scia si muoveranno, ormai nellet di Dante, linglese Giovanni di Sacrobosco (autore del De arte numerandi e del De sphaera mundi) e soprattutto, in pieno Trecento, il francese Nicola Oresme, il quale nel Tractatus de latitudinis formarum (1361) elaborer una rappresentazione grafica delle funzioni matematiche attraverso assi perpendicolari che precorre la geometria cartesiana. [La produzione di energia] In altri settori della scienza, laspetto pratico prende decisamente il sopravvento su quello teorico. Non si scrivono trattati di chimica o di meccanica o di idraulica, ma ogni artigiano conosce, per averle apprese dal maestro, le tecniche necessarie alla produzione dei manufatti: un sapere che si comunica attraverso la pratica, non attraverso un insegnamento formale simile a quello cui siamo abituati oggi. Di qui, per lo storico, una certa difficolt nel ricostruire con esattezza la mappa e la cronologia delle scoperte e delle invenzioni, per le quali occorre fidarsi della testimonianza, spesso imprecisa e lacunosa, dei cronachisti del tempo. Nel settore, allora come oggi cruciale, della produzione di energia due sono le innovazioni pi notevoli che hanno luogo a partire dal sec. XII: la progressiva introduzione in Europa dei mulini a vento e limpiego dellenergia idraulica non solo, come in passato, per la macina, ma anche per la conciatura, la filatura e le altre attivit legate alla lavorazione dei tessuti. Nel secolo XIII, poi, lenergia idraulica inizier ad essere usata anche nella metallurgia: negli altoforni, alimentati da grossi mantici, sar possibile aumentare la temperatura di fusione e ottenere metalli pi puri e pi resistenti, e ci avr importanti ricadute sulla vita civile (perch il legno comincer ad essere sostituito dal ferro, sino ad allora costosissimo, negli attrezzi agricoli) e su quella militare (perch le nuove tecniche rivoluzioneranno lindustria delle armi). [Lagricoltura: i prodotti e le tecniche] In un mondo ancora per grandissima parte contadino, chiaro che le innovazioni pi importanti siano quelle relative alle tecniche agricole. Per quanto riguarda i prodotti, mentre restano vive le colture tradizionali della vite e dellolivo, gli arabi introducono in Italia, fra XIII e XIV secolo, la coltura degli agrumi e della canna da zucchero. Una vera e propria rivoluzione avviene per nel settore dei filati, che alimenteranno quella che durante 7

tutto il Medioevo sar lindustria italiana pi vitale e redditizia. I bachi da seta erano stati introdotti in Occidente gi nel VI secolo dallArabia; ma a partire dal XII secolo la tecnica della lavorazione della seta si affina dal semplice sistema della rocca e del fuso si passa alla ruota a mano che attraverso una cinghia di trasmissione mette in moto il fuso, quindi alla gualchiera mossa da energia idraulica e gli artigiani di Lucca e Venezia detengono, in questo settore, un primato assoluto per la qualit e la quantit del prodotto. A Bologna, nel 1273, il lucchese Francesco Borghesano installa il primo filatoio meccanico, e ci garantir per secoli alla citt una posizione davanguardia nella filatura della seta. Nei secc. XI e XII, poi, viene introdotta la coltura del cotone, anchessa alla base di una industria fiorentissima e di un commercio che far la fortuna di molte famiglie e citt dellItalia centro-settentrionale. Gli artigiani toscani importano tessuti grezzi di lana, cotone, seta, li lavorano e li esportano sui mercati francesi e orientali; e attorno a loro si sviluppa un embrionale sistema capitalistico di finanzieri (che concedono in usufrutto il telaio agli artigiani), assicuratori, banchieri. Per quanto riguarda invece le tecniche di produzione agricola, il discorso pi complesso perch le innovazioni, in questmbito, sono molto pi difficili da situare nel tempo e nello spazio. Ma tra il XIII e il XIV secolo vengono definitivamente acquisite alcune tecniche che muteranno in profondit i modi di produzione e la vita stessa delle campagne: 1) si perfezionano i sistemi di irrigazione attraverso lo scavo di pozzi artesiani e lapertura di canali (o la riapertura di quelli romani o etruschi); 2) si realizza laratro a ruote nella forma che esso conserver, senza grosse variazioni, sino allet moderna; 3) si introduce la ferratura dei cavalli e dei buoi, che possono cos essere adoperati meglio e pi a lungo anche su terreni accidentati; 4) cambia la tecnica di bardatura degli animali da soma e da traino: viene abbandonato il collare di gola che strozzava lanimale e abbassava la potenza di traino, e si diffonde la moderna bardatura di spalle, che poggia sulle scapole dellanimale e ne convoglia tutta la forza. [Un trattato medievale de re rustica] Anche in questo caso, si tratta di un sapere diffuso attraverso la pratica e lesempio piuttosto che attraverso la lettura di trattati; tuttavia, merita di essere citata lopera dedicata allagricoltura (Opus ruralium commodorum) da Piero de Crescenzi (1233-1320), che per due secoli rappresenter una sorta di manuale per gli studiosi delle tecniche agricole. [La nautica] Cos come alla produzione agricola e industriale, linnovazione tecnica legata anche allincremento dei traffici. Il trasporto su terra ancora lento, difficoltoso e pericoloso: i commerci sfruttano soprattutto le vie dacqua. Nuove tecniche di fasciatura degli scafi e di velatura consentono di costruire navi da trasporto molto pi grandi che in passato, e lintroduzione del moderno timone di dritto (XII-XIII secc.) rende la navigazione pi sicura: saranno le scoperte e i progressi tecnici di questi secoli a rendere possibili, di l a non molti anni, le grandi scoperte geografiche. [Chimica e medicina] Quanto infine alle scienze applicate, novit rilevanti si registrano nel settore della chimica: nel sec. XIII si scoprono lacido solforico e altri acidi minerali che avranno grande importanza nella metallurgia, nellindustria tessile, nella tintoria. Un pi lungo discorso richiederebbe la medicina. Qui basti dire che, per ci che concerne la teoria, i medievali conoscono le opere dei grandi medici dellantichit, Ippocrate e Galeno, e dei loro commentatori; inoltre, a partire dal sec. XI, grazie alle traduzioni di Costantino Africano, possono leggere gli scritti medici di Avicenna e di Averro. Nella prassi, domina ancora un empirismo che oggi chiameremmo senzaltro pre- o a-scientifico, anche perch fondato su nozioni di fisiologia molto incerte. Ufficio del medico quello di mantenere il giusto equilibrio tra gli elementi che formano il corpo umano (il caldo, il freddo, il secco, lumido) e tra gli spiriti che mettono in relazione gli organi e le membra. La farmacologia fa ancora tuttuno con credenze tradizionali prive di fondamento scientifico. Soltanto con lingresso della medicina nel canone delle discipline universitarie soprattutto a Salerno, Bologna e Padova, tra XII e XIII secolo inizier quel lungo processo di raffinamento che porter alle scoperte rinascimentali e alla moderna scienza anatomica e chirurgica. 8

1.4 La filosofia [Il sistema scolastico] La dissoluzione dellImpero romano aveva portato con s la crisi del sistema scolastico. NellAlto Medioevo, listruzione legata per lo pi alle scuole cattedrali e alle scuole dei monasteri, dove il clero e i monaci venivano educati alla lettura della Bibbia, dei testi liturgici e dei Padri della Chiesa. Soltanto con Carlo Magno e Alcuino, e con la scuola palatina da loro organizzata, lo stato riprende liniziativa formulando un progetto educativo coerente: attraverso la formazione di maestri poi inviati nei vari centri episcopali e monastici, la scrittura - da parte di Alcuino di veri e propri manuali per gli studenti dedicati allortografia, alla grammatica, alla retorica, la codificazione dellesegesi biblica. per soltanto a partire dalla fine dellXI secolo che iniziano a formarsi quelle scuole cittadine che prenderanno il nome di Universit. Si tratta di scuole specialistiche consacrate allo studio e al perfezionamento di discipline come la giurisprudenza, la medicina, la teologia. E si tratta di scuole in cui, per la prima volta, la componente laica importante tanto quanto quella ecclesiastica: per esempio, molti degli insegnanti di diritto bolognesi sono laici che, costituitisi in libere associazioni, decidono la natura e il calendario dei corsi. I nuovi modi di organizzazione e trasmissione del sapere influenzano anche la tecnica della ricerca scientifica. Nasce un nuovo metodo scolastico articolato in due fasi: il maestro propone la quaestio, cio un interrogativo che viene esaminato in ogni suo aspetto attraverso lanalisi degli argomenti favorevoli o contrari ad una data soluzione. E gli allievi si esercitano nelle disputationes, cercando di affermare il proprio punto di vista nella discussione di un problema proposto dal maestro. [La Scolastica] allinterno di questo nuovo sistema del sapere, le universit, che vivono e operano i maggiori intellettuali del periodo qui considerato: e il nome di scolastica deriva appunto dallo stretto legame che unisce la produzione scientifica del tempo alla scuola: se prima gli uomini di pensiero, i maestri, scrivevano per esortare e persuadere rivolgendosi ai confratelli, o al pubblico incolto dei fedeli, ora essi hanno di fronte proprio come i docenti odierni degli allievi che debbono essere istruiti. Ne deriva una forte sistematizzazione del sapere: cio la scrittura di summae, commenti, raccolte di sentenze (celebri quelle di Pietro Lombardo, una sorta di enciclopedia teologica) che forniscono allo studente tutte le informazioni necessarie circa lo stato di una determinata questione attinente la teologia, il diritto, la medicina, la retorica e le altre discipline professate alluniversit. [La traduzione e il commento delle opere di Aristotele] Due sono i problemi cruciali per i filosofi medievali: quello del rapporto col pensiero pagano e quello del rapporto tra ragione e fede. Quanto al primo, nel corso dellXI e del XII secolo si avvia in Europa la traduzione delle opere di Aristotele in latino e il loro commento da parte degli intellettuali cristiani: inizia cos, con quello che viene definito il philosophus per eccellenza, un dialogo che influir profondamente sia sul metodo sia sulla sostanza del pensiero tardo-medievale. Tale dialogo venne ostacolato dal fatto che Aristotele giunge allOccidente non per via diretta bens filtrato dalle traduzioni e dallesegesi dei filosofi arabi: Avicenna (980-1037) e Averro (1126-1198), i quali valorizzano la componente razionalistica del sistema aristotelico, svalutando invece quella meditazione sulla metafisica e su Dio che poteva accordarsi con le verit cristiane. Nella sua interpretazione di Aristotele, Averro nega limmortalit dellanima individuale e afferma leternit del mondo, cio esclude la creazione: due tesi inaccettabili per un cristiano. La storia della ricezione di Aristotele nei secoli XIII e XIV perci una storia molto accidentata, fatta di ammirazione e devozione, e tentativi di inquadrare la sua filosofia pagana nellambito della fede, ma anche di divieti e censure: pi volte, lautorit ecclesiastica proib lo studio di alcuni o di tutti gli scritti aristotelici nelle universit in quanto contrari alla dottrina cristiana. [La traduzione e il commento delle opere di Platone] Pi vicina alla metafisica cristiana la dottrina delle idee di Platone, il filosofo che con Aristotele ha pi influito sullo svolgimento del pensiero occidentale. Di fatto, elementi platonici sono ben presenti nelle opere del maggiore dei padri della Chiesa, Agostino, nel cui solco proceder tutta la speculazione cristiana fino alla 9

Scolastica. Durante il secolo XII, mentre cresce il numero delle traduzioni (particolare importanza riveste il Timeo, il testo-chiave della metafisica platonica, che viene accostato al libro biblico della Genesi), lo studio di Platone si affianca a quello di Aristotele. Particolarmente vivace, in questo senso, la scuola di Chartres, nella quale viene elaborata, soprattutto da parte di Guglielmo di Conches e Gilberto Porrettano, la nuova metafisica platonico-cristiana. [Il problema del rapporto tra filosofia e fede: Anselmo dAosta] Il secondo problema, quello dellequilibrio tra ragione e fede, parte, naturalmente, di quello appena toccato: avvicinarsi ai filosofi classici significa allontanarsi dalla fede, perch essi non conobbero il vero Dio; tuttavia il cristiano non costretto al sacrificio dellintelletto: ci che occorre invece definire i rispettivi domini e ruoli, e proprio in questopera simpegnano gli scolastici. La figura pi importante del sec. XI quella di Anselmo dAosta, monaco benedettino vissuto in Normandia e in Inghilterra, a Canterbury. In una lunga serie di opere, tra cui si ricordino almeno il Monologion e il Proslogion, egli si propone di indagare razionalmente il problema dellesistenza di Dio: fides quaerens intellectum (la fede che cerca, e sollecita, lintelletto) e credo ut intelligam (credo al fine di comprendere) sono i due motti che illustrano il programma anselmiano di spiegare per mezzo della ragione ci che il cristiano sa gi per fede. [Pietro Abelardo] Nel secolo successivo, limportanza di Pietro Abelardo risiede, piuttosto che nelloriginalit del pensiero, nellelaborazione di quello che modernamente si definisce metodo scolastico: il Sic et non offre infatti al lettore gli strumenti per lesegesi di qualsiasi testo attraverso luso accorto della filologia (comprensione letterale del testo) e della logica (esame incrociato degli argomenti favorevoli o contrari ad una determinata tesi: a ci fa riferimento il titolo del Sic et non: dove si mettono a confronto le opinioni dei padri della Chiesa su una serie di questioni teologiche con ci che dice la Bibbia). Oltre a unimponente opera teorica sui tre grandi domini in cui si divide la filosofia medievale (la teologia, la logica e letica), Abelardo ci ha lasciato anche una delle prime autobiografie della tradizione occidentale, lHistoria calamitatum (Storia delle mie disgrazie). unautobiografia scritta per dare conto di un singolare e tragico destino. Nato nel 1079 vicino a Nantes, in Francia, Abelardo dimostr sin da giovanissimo un talento e una cultura eccezionali; prima insegn allUniversit di Parigi, poi come libero maestro in una scuola da lui stesso fondata. A Parigi conobbe Eloisa, figlia del canonico Fulberto, se ne innamor ed ebbe con lei una relazione: scoperto dal padre della ragazza, fu evirato. La storia damore tra Abelardo ed Eloisa, ricostruibile anche grazie ad un carteggio fra i due (anche Eloisa era unintellettuale, dotta di latino, in unepoca in cui una simile competenza, per una donna, era molto rara) divenne leggendaria. [Pietro Lombardo] Emblematica di questepoca dedita ai sistemi e allorganizzazione del sapere lopera di un contemporaneo di Abelardo, Pietro Lombardo: i suoi quattro libri di Sentenze (1150-52) ebbero uno straordinario successo durante il Medioevo, e furono ripetutamente commentati perch mettevano a disposizione degli studiosi tutte le nozioni necessarie relative alla dottrina cattolica. Pietro non compone unopera originale ma allinea in modo chiaro e ordinato, come in un manuale, le affermazioni (Sentenze, appunto) della Bibbia e dei padri della Chiesa (Agostino su tutti) in materia di fede: dal mistero della Trinit a quello dellincarnazione, dal problema del peccato al significato dei sacramenti, alla genealogia dei vizi e delle virt. [La Scolastica nel Duecento: Alberto Magno] Il Duecento il secolo di maggiore splendore per la filosofia scolastica. Si completa, in questo periodo, la traduzione delle opere aristoteliche, si perfeziona il sistema universitario, la vita culturale si arricchisce grazie allapporto degli ordini mendicanti, che prestano alluniversit i loro migliori maestri: di fatto, i pi insigni filosofi del secolo sono domenicani e francescani. Quasi tutti insegnano per un periodo della loro vita a Parigi, che rimane il centro pi importante per gli studi teologici. Il problema cui si accennava in precedenza, quello dellassorbimento di Aristotele nel pensiero cristiano, affrontato dal tedesco Alberto Magno (1193-1280). Egli pu distinguere rigidamente la filosofia dalla fede perch, seguendo la lezione di santAgostino, ha prima distinto i domini delluna e dellaltra attribuendo alla prima la ratio inferior e alla seconda la ratio superior, cio la parte superiore dellanima che si occupa dellessenza delle cose e non dei semplici fenomeni. Ma, quanto a questi, le speculazioni di 10

Aristotele debbono essere meditate anche dagli intellettuali cristiani, e il ruolo di Alberto Magno fu proprio quello di tradurre, attraverso i suoi commenti allEtica, alla Fisica e alla Politica, il sistema filosofico e scientifico aristotelico - la sua interpretazione del mondo terreno, della natura, non delloltremondo - in un linguaggio che potesse essere accetto allortodossia cattolica. [Tommaso dAquino] Ad ascoltare Alberto Magno a Colonia cera tra gli altri, negli anni 1248-1252, Tommaso dAquino (1221-74), certamente il maggiore filosofo del secolo e, con Agostino, il pi importante di ogni tempo per la codificazione della dottrina cristiana. Come Alberto, anchegli insegn a Parigi e secondo la consuetudine propria dei frati mendicanti di non soggiornare mai a lungo in una stessa citt nelle principali universit europee: Colonia, Bologna, Napoli. E come in Alberto, anche nella concezione di Tommaso la fede non soppianta la filosofia bens la completa, illuminando tutto ci che i filosofi pagani avevano dovuto ignorare. Da questa contaminazione nasce la nuova sistemazione della metafisica cristiana che Tommaso offre nella Summa theologica, unopera immensa nella quale, in forma di quaestiones, vengono vagliati tutti i problemi che possono sorgere nellinterpretazione della dottrina cattolica. Nonostante la resistenza da parte della Chiesa di Roma a recepire alcune delle tesi tomiste sentite come troppo vicine ad Aristotele e ai suoi seguaci averroisti, molto attivi a Parigi alla met del Duecento -, la Summa sar, nei tre secoli successivi, il punto di riferimento fondamentale per tutto il pensiero cristiano (una corrente neotomista si potuta individuare anche nellambito della filosofia novecentesca). [I francescani: Bonaventura] Se Alberto e Tommaso sono i massimi filosofi domenicani del Duecento, Bonaventura da Bagnoregio fu il pi insigne tra i francescani, ed ebbe un ruolo di grande rilievo nella vita dellOrdine: scrisse quella che sarebbe diventata la biografia ufficiale di san Francesco, fu generale dellOrdine e ne redasse le costituzioni; inoltre, nonostante gli impegni legati allinsegnamento, svolse per tutta la vita una assidua attivit di predicatore, che fece di lui loratore pi apprezzato del suo tempo. Le sue due opere maggiori sono luna un commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, in cui difende linterpretazione tradizionale della dottrina cristiana contro le concessioni ad Aristotele che andavano facendo i maestri domenicani; laltra un caposaldo della mistica medievale: lItinerarium mentis in Deum (Itinerario della mente verso Dio - 1259), che illustra i sei gradi dellascesa al divino attraverso lamore di Dio e la preghiera e, insieme, attraverso la rinuncia agli strumenti della ragione: una via che lo allontana, per esempio, dal rigoroso intellettualismo di Tommaso. [Il crepuscolo della Scolastica nel Trecento: Occam] Dopo let dei grandi sistemi filosofici elaborati dagli scolastici, la filosofia cristiana vive, nel corso del Trecento, una crisi profonda. Nelle universit si acuisce il conflitto tra la gerarchia cattolica che sorveglia sullortodossia e il pensiero dei maestri pi liberi e spregiudicati, che hanno ormai assorbito completamente la lezione di Aristotele e degli altri filosofi antichi. La vita del maggiore pensatore del secolo, il francescano inglese Guglielmo da Occam, , sotto questo profilo, emblematica. Perch, colpevole di aver difeso tesi ritenute eretiche, venne scomunicato e dovette rifugiarsi a Monaco e mettersi sotto la protezione dellimperatore Ludovico il Bavaro, cui prest la propria opera di polemista nella sua lotta antiecclesiastica e antiteocratica. La filosofia di Occam porta alle estreme conseguenze, e con ci dissolve, il razionalismo che era stato caratteristico dei filosofi scolastici. Ragione e fede egli sostiene debbono essere distinte perch le verit di fede non possono essere conquistate, e tantomeno spiegate, per via razionale. Se ci da un lato garantisce alla teologia una sfera autonoma, fondata sulla Rivelazione e indipendente dalle speculazioni dei filosofi antichi e moderni, dallaltro libera la ragione dai vincoli della fede. Di qui labbandono dei concetti fondamentali della metafisica e della logica tradizionali a vantaggio di un approccio pi empirico e se non suonasse anacronistico laico ai problemi della conoscenza: linteresse per lindividuo e non per gli universali, per il sapere sperimentale piuttosto che per la speculazione astratta, per la fisica piuttosto che per la metafisica. Questo nuovo orientamento logico-scientifico avr grande influenza nei secoli successivi: e mentre esso confina ai margini del discorso filosofico le istanze umanistiche legate alla metafisica e alletica (ci che provocher la protesta di un intellettuale come Petrarca contro i

11

logici e gli scienziati imperversanti nelle universit), prelude a quel rigore e a quella concretezza di metodo che saranno propri della scienza di Galileo. 1.5 Le arti [Le nuove creazioni dellarchitettura: la cattedrale e il palazzo pubblico] Nel lungo arco di tempo compreso tra lanno Mille e linizio dellUmanesimo, alla fine del XIV secolo, il paesaggio artistico italiano muta in maniera radicale. Lo sviluppo delle citt porta infatti con s la realizzazione di due nuove grandi strutture architettoniche, luna religiosa, laltra civile. Si tratta della chiesa cattedrale, sede del vescovo, e del palazzo in cui ha sede il governo cittadino. A questi due generi di costruzioni, simbolo dellunit e dellidentit popolare, non lavora un solo architetto ma unampia schiera di ingegneri, artigiani e operai; e vi coinvolta anzi lintera citt, e non per lo spazio di pochi anni ma per generazioni: sicch questi monumenti non rispecchiano un unico momento dellarte ma documentano, nella loro composita fisionomia, levoluzione secolare delle tecniche e degli stili. La mappa dei pi significativi edifici religiosi e laici corrisponde in sostanza a quella delle citt che tra lXI e il XIV secolo furono al centro della storia politica italiana: le pi grandi, le pi importanti dal punto di vista strategico, le pi vivaci nel commercio, dunque quelle che avevano pi risorse da impiegare nella realizzazione di opere cos dispendiose Milano (SantAmbrogio, secc. IX-XII; il celeberrimo Duomo, massimo esempio italiano del cosiddetto gotico internazionale, iniziato alla fine del Trecento); Modena (la cattedrale, edificata allinizio del sec. XII da Lanfranco); Venezia (San Marco, iniziata nel 1063; il Palazzo Ducale, terminato nel 1400); Firenze (il battistero di San Giovanni, sec. XI; San Miniato al Monte, secc. XI-XII; il Duomo; il Palazzo della Signoria, sec. XIV), e poi Pisa, Siena, e molti altri comuni soprattutto centro-italiani. [Romanico e gotico] Legate strettamente alla cattedrale e al palazzo pubblico quindi raramente autonome sono le arti plastiche e visive: la scultura per lo pi decorazione, nei portali e nelle facciate delle chiese, o negli elementi architettonici interni (pulpiti, fonti battesimali); la pittura illustra o racconta, negli affreschi a parete, soggetti sacri, a beneficio del pubblico dei fedeli. Questa sinergia delle arti resta costante nei due periodi nei quali si soliti suddividere lepoca qui considerata: il romanico, in cui gli edifici sono caratterizzati da forme semplici e compatte, povere di decorazioni, che si svolgono in orizzontale piuttosto che in verticale (secoli XI-XII); e il gotico, in cui gli edifici, anche grazie al perfezionamento delle tecniche costruttive, tendono invece a sviluppi verticali, con altissimi piloni e archi a sesto acuto, fittissime decorazioni e guglie (secoli XIII-XIV). [Scultura e pittura] Gran parte delle sculture e delle pitture medievali ci giunta anonima: non si trattava del resto di opere autonome bens, generalmente, di parti dellapparato decorativo del palazzo o della chiesa. Tra gli scultori di cui resta traccia nella documentazione meritano di essere ricordati Wiligelmo, che fu attivo a Modena allinizio del secolo XII, e pu essere considerato il caposcuola della scultura romanica emiliana (rilievi con le Storie della Genesi e dei Profeti sulla facciata del Duomo di Modena), e soprattutto Nicola Pisano e il figlio Giovanni. Nicola (attivo tra il 1248 e il 1284), probabilmente di origini pugliesi, lartista che introduce il nuovo gusto gotico nel centro Italia: opera soprattutto a Pisa, dove scolpisce i pulpiti del Battistero e del Duomo, e a Perugia (Fontana maggiore). Giovanni (circa 1245-1314) collabora prima col padre a Pisa e Perugia, poi realizza in proprio il pulpito di SantAndrea a Pistoia, quindi lavora come capomastro alla fabbrica del Duomo di Siena, una delle grandi imprese scultoree architettoniche del secondo Duecento. Per quanto riguarda la pittura, let pre-giottesca vede allopera, in Toscana, due grandi maestri. Il primo Cimabue (attivo nella seconda met del sec. XIII), che opera tra Firenze (Maest oggi al Louvre, Crocifisso di Santa Croce), Roma (dove esegue varie opere tutte perdute su commissione di papa Niccol III), Assisi (decorazione con scene tratte dalla storia sacra della Basilica superiore) e Pisa (mosaico di San Giovanni Evangelista in Duomo). Il secondo il senese

12

Duccio di Buoninsegna, che collabora col maestro Cimabue a Firenze (Maest Rucellai) e ad Assisi, ma opera soprattutto nella citt natale (Maest per laltare maggiore del Duomo). [Artisti polivalenti. Giotto e gli inizi della pittura laica] I maggiori artisti riuniscono insieme, per altro, competenze diverse: di costruttori, scultori, pittori. il caso di Bonanno (tra lXI e il XII sec.), che progetta la torre di Pisa e lavora ai portali bronzei della cattedrale; di Benedetto Antelami (tra il XII e il XIII sec.), architetto e scultore nel duomo di Fidenza, nella chiesa di SantAndrea a Vercelli e soprattutto in uno dei capolavori del gotico italiano, il battistero di Parma; di Arnolfo di Cambio (morto nel 1302), cui si attribuiscono i progetti di Santa Croce e Santa Maria del Fiore a Firenze (1295-96) e a cui si debbono alcuni tra i primi e pi alti esempi di scultura profana: la statua di Carlo dAngi ora in Campidoglio e quella di Bonifacio VIII per il Duomo fiorentino; e infine e soprattutto di Giotto (1266-1337), il quale, oltre a progettare e avviare i lavori per il campanile di Santa Maria del Fiore, rivoluzion la pittura italiana ed europea con il grande ciclo di affreschi per la Basilica di San Francesco ad Assisi e con quello altrettanto grandioso per la cappella degli Scrovegni a Padova (1303-5). Con Giotto e i suoi successori, la pittura passa da uno stadio primitivo, influenzato dai modelli bizantini (le tavole di questo periodo sono i cosiddetti fondi oro, perch le figure sacre, fortemente stilizzate, galleggiano su una superficie dorata che non d alcuna impressione di realismo), ad una fase pi matura: le vicende e i personaggi che troviamo negli affreschi assisiati e padovani ci appaiono reali, sentimentalmente veri, colti nella loro qualit individuali e non rappresi in tipi, cos come accadeva nella tradizione precedente. Questo sforzo di realismo avr tra i suoi effetti quello di aprire la strada ad unarte non pi legata soltanto ai temi biblici o allagiografia ma aperta alla cronaca laica. Simone Martini (Siena 1284 Avignone 1344), allievo di Duccio, affianca alle pitture di soggetto tradizionalmente religioso (affresco della Maest nel Palazzo Pubblico di Siena, 1315), opere su soggetto civile (San Ludovico da Tolosa incorona Roberto dAngi re di Napoli, 1317; il ritratto equestre di Guidoriccio da Fogliano, 1328). E alla fine degli anni Trenta del Trecento, Ambrogio Lorenzetti ci offre, nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena, il primo grande esempio di pittura politica della tradizione italiana: gli affreschi con le Allegorie del buono e del cattivo governo. 2. Le letterature straniere [Lepica in Francia] In Francia, gi a partire dal X secolo si registra una larga produzione di poesia in volgare di materia agiografica (in cui cio si narrano e si esaltano le vite dei santi), spesso legata alla liturgia (come il Saint-Alexis, scritto nellXI secolo in area normanna), o di materia epico-cavalleresca. Dal mito che avvolge la corte di Carlo Magno nascono attorno al Mille quelle leggende che danno lo spunto alle cosiddette chansons de geste (canzoni di gesta). Si tratta di lunghe narrazioni in versi in cui si magnificano le imprese di Carlo e dei suoi Paladini (i cavalieri della sua corte) nella lotta contro i Saraceni, i quali penetrando da sud attraverso la Spagna rappresentarono una costante minaccia per la cristianit. Il fondamento storico di questi racconti dunque solido: i protagonisti sono spesso identificabili con personaggi della corte carolingia e gli episodi narrati, per quanto siano trasfigurati dallinvenzione poetica, sispirano in genere a fatti realmente avvenuti. Il connubio tra storia nazionale e invenzione dovette garantire a queste opere un largo successo: probabile che le chansons a differenza di generi quasi esclusivamente cortesi come la lirica e i romans venissero lette sia nelle corti signorili sia nelle piazze delle citt, destando linteresse di un pubblico per cos dire trasversale. Questa ampia circolazione rende anche ragione di una caratteristica peculiare di questi testi, cio dellabbondanza di varianti di forma e di contenuto, dunque di vere e proprie versioni di una stessa chanson: segno del fatto che si trattava di opere per lo pi recitate, e dunque pi o meno ampiamente ritoccate a seconda della cultura dei giullari (gli anonimi cantori che eseguivano le chansons presso le corti e nelle citt) e delle circostanze in cui avveniva la recita (durata della performance, composizione del pubblico, ecc.). 13

[La Chanson de Roland] La pi famosa delle chansons de geste antico-francesi la Chanson de Roland, la cui prima redazione attestata risale alla fine del sec. XI. In una lunga serie di lasse di decasillabi, essa narra della spedizione effettuata dallesercito francese in Spagna nel 778, e dello sterminio, da parte dei Saraceni, della retroguardia dellesercito cristiano allinterno della quale si trova leroe Orlando. Alla semplicit della trama corrisponde unaltrettanto schematica visione del mondo: i Saraceni rappresentano il male, i cristiani rappresentano il bene, e i feudatari e i cavalieri francesi sono i paladini di una fede che devessere difesa con la spada. Anche i protagonisti sono, piuttosto che esseri umani in carne ed ossa, simboli della virt o del vizio: il prototipo delleroe prode e generoso (Orlando) contro il prototipo del traditore (il conte Gano, che consegna lesercito francese al nemico). Dal punto di vista formale, va notata la caratteristica tecnica narrativa che lopera condivide con le altre chansons: luso di espressioni-clichs frequentemente ripetute o di motivi ricorrenti che potevano essere agevolmente memorizzati dal giullare e dal suo pubblico. il cosiddetto stile formulare, caratteristico di ogni scrittura epica. Quanto infine alla fortuna delle chansons, va ricordato che da questa materia carolingia cucita insieme in sempre nuove variazioni dai giullari trarranno ispirazione generazioni di poeti anche italiani, ben oltre il Medioevo (si pensi a Boiardo e ad Ariosto). [Il romanzo in Francia] Affine, ma distinta, la tradizione, sempre francese, dei romanzi cortesi. Mentre le chansons de geste originano dalla storia nazionale, e sia pure una storia trasfigurata in mito (di solito, come si detto, il mito delle battaglie sostenute dai soldati cristiani per la riconquista delle terre occupate dai musulmani), i romanzi in versi dei secoli XII e XIII o (1) sispirano alla storia antica o (2) sono narrazioni per lo pi o del tutto fantastiche. (1) I romanzi storici traducono o rielaborano materiali relativi ad antichi eventi ed eroi, rendendoli accessibili ad unaristocrazia che spesso non era in grado di leggere il latino. La leggenda di Alessandro Magno cos raccontata da Albric de Pisanon nel Roman dAlexandre (circa 1110), quella della guerra di Troia da Benot de Sainte-Maure nel Roman de Troie (circa 1165). (2) Nella seconda met del sec. XII, i romanzi storici veri e propri lasciano il posto alle epopee dei cavalieri, che non attingono alle leggende greco-latine bens alla tradizione popolare, o nascono dalla libera fantasia degli autori. La cosiddetta materia bretone, in cui si narrano le avventure di re Art e dei cavalieri della Tavola Rotonda, ispira per primo il poeta Robert Wace, che nel Roman de Brut (1155) mette in versi lHistoria regum Britanniae scritta circa un ventennio prima dallinglese Goffredo di Monmouth. Notevole e caratteristico di questo genere letterario il fatto che la leggenda arturiana venga usata per celebrare i re anglo-normanni, alla cui corte Wace compone la propria opera: il passato mitico serve spesso, nellepica e nel romanzo cavalleresco, a legittimare il potere presente. Alla materia bretone appartiene anche il pi grande romanzo damore medievale, la storia di Tristano e Isotta (storia del folle amore fra Tristano, nipote di re Marco di Cornovaglia, e la promessa sposa del re, Isotta: folle amore che porter i due adulteri alla morte), che ci giunta come molte delle opere narrative di questo periodo in differenti versioni: e si ricordino almeno quella anglo-normanna di Thomas (circa 1170) e quella, quasi contemporanea, di Broul, nonch il Tristan in prosa, scritto probabilmente agli inizi del sec. XIII. [Chrtien de Troyes] Maestro indiscusso del genere romanzo fondato non sulla storia ma sullinvenzione per Chrtien de Troyes, vissuto nella seconda met del XII secolo in Inghilterra, in Francia e nelle Fiandre, e autore di Erec et Enide, Cligs, Yvain, Lancelot. Come risulta evidente sin dal titolo, questi romanzi sono epopee personali in cui leroe chiamato a superare una serie successiva di ostacoli, che implicano valore e lealt (la sconfitta di uno o pi prepotenti), ovvero sagace capacit di sconfiggere magie e incantesimi (la liberazione di un singolo personaggio o di una comunit da un sortilegio, ma anche la conquista di qualche talismano prezioso), o infine perfetto dominio di s: sono queste ultime, di solito, le situazioni che coinvolgono i rapporti con laltro sesso (Meneghetti). Si tratta cio, in certo senso, degli antenati del moderno Bildungsroman (romanzo di formazione): la costruzione della personalit attraverso lavventura. 14

[Altri generi narrativi: i lais e i romanzi in prosa] Epica e romanzo cavalleresco non esauriscono il repertorio dei generi narrativi antico-francesi. Molto pi brevi dei romanzi (poche centinaia, a volte poche decine di versi) sono i lais, che tramandano leggende di origine celtica e bretone. La maggior parte dei lais a noi pervenuti opera non di uno scrittore ma caso rarissimo nel Medioevo - di una scrittrice, Maria di Francia, vissuta nella seconda met del sec. XII (dunque negli stessi anni di Chrtien de Troyes) alla corte di Enrico Plantageneto. Cos come lepica delle chansons e i romanzi, anche i lais sono narrazioni in versi. La prosa, in latino e nelle lingue romanze, era adoperata di solito per le scritture sacre, per i documenti ufficiali, per la storiografia. Perch essa venga usata anche nella letteratura dinvenzione in volgare occorre attendere il Duecento, quando il materiale leggendario cantato dai poeti trover spazio in grandi cicli prosastici destinati non pi alla recitazione ma alla lettura privata: e nasceranno la saga del Lancelot-Graal (1215-1235), quella gi citata del Tristan (1230-1235), e quella di Guiron le Courtois (1235 circa). [I romanzi allegorici: il Roman de la Rose] Se lepica delle chansons de geste ricrea una leggenda a partire da dati storici oggettivi, e se il romanzo cavalleresco inventa i suoi personaggi facendoli muovere in un mondo immaginario di corti meravigliose, tornei, incantamenti, i romanzi allegorici, le cosiddette visioni rinunciano ad ogni legame con la realt e mettono al centro della narrazione non degli esseri umani ma delle astrazioni, dei simboli. Prototipo e modello di queste allegorie la Psicomachia del poeta latino Prudenzio (secc. IV-V d.C.), che mette in scena una guerra tra i vizi e le virt cristiane dalla quale queste ultime riescono vittoriose. Tra i romanzi che direttamente o indirettamente sispirano allopera prudenziana merita di essere ricordato, anche per la diffusione che esso a sua volta ebbe in tutta Europa, il Roman de la Rose (Romanzo della rosa, ma si cita sempre con il titolo originale), iniziato da Guillaume de Lorris attorno al 1240 e terminato da Jean de Meung verso la fine del Duecento. In sogno, lautore-protagonista aspira a conquistare la Rosa, simbolo del sesso femminile, ma in questa impresa ostacolato da una serie di forze ostili raffigurate come simboli: la Vergogna, il Pericolo, la Gelosia, Malabocca, ecc. A tali nemici si oppongono altrettante virt positive: la Piet, la Bella Accoglienza, Venere, ecc. Il romanzo la storia di questa lunga ma infine vittoriosa battaglia. [I prodromi del teatro] Il teatro delle origini legato alla liturgia e alla vita religiosa della comunit. Durante le funzioni sacre, o in occasione delle festivit religiose, gruppi di fedeli mettevano in scena episodi tratti dalle vite dei santi o dalla Bibbia (soprattutto la storia di Adamo ed Eva, o della Passione): ed questa, del resto, una pratica di devozione ancor oggi vitale. Il processo di laicizzazione del teatro si avvia proprio in Francia nel corso del XII e del XIII secolo, quando le recite (jeux, nella tradizione francese, autos, in quella spagnola) iniziano ad aver luogo non pi allinterno delle chiese ma allaperto, e nuovi temi profani trovano spazio accanto a quelli sacri. Tale processo potr dirsi compiuto con le opere di Adam de la Halle (1240-1288): il Jeu de la Feulli, che mette in scena la comica storia di un paesano che si reca nella grande citt per studiare, e il Jeu de Robin et Marion, commedia a due voci in cui un cavaliere tenta di sedurre una pastorella. [La lirica in Francia: trovieri e trovatori] Anche la lirica in volgare nasce e si sviluppa, prima che altrove, sul territorio dellattuale Francia. Nel nord, in una vasta regione che ha al suo centro Parigi, il volgare il dialetto oitanico (la lingua dol), e i lirici che a partire dagli anni Settanta del secolo XII compongono in questa lingua sono detti trovieri. Si tratta di borghesi, di cavalieri come il Chastelain de Coucy, e di nobili come Goffredo di Bretagna o Thibaut di Navarra. Nel sud, nelle regioni della Provenza e della Linguadoca, il volgare il dialetto occitanico (la lingua doc). in questarea e in questo idioma che - a partire dalla met del sec. XI e per circa due secoli, in netto anticipo dunque rispetto a quella dei trovieri - viene composta la poesia dei trovatori. [La poesia trobadorica: i temi] I temi della poesia trobadorica sono molteplici: (1) la cronaca e la vita politica contemporanea commentate con forte spirito partigiano da poeti che spesso risiedevano nelle corti di prncipi che in quella cronaca e in quella politica erano direttamente coinvolti; (2) la satira, poich spesso i poeti intrattengono il loro pubblico con scherzi e invettive allindirizzo dei loro avversari (tipica la forma poetica della tenzone, un dialogo in versi nel quale due poeti si affrontano ciascuno argomentando, stanza dopo stanza, il proprio punto di vista); (3) la 15

morale e la religione (il genere poetico in cui vengono trattati questi temi si definisce serventese). Ma il tema principale della lirica trobadorica lamore, e un particolare tipo di amore, idealizzato e immateriale (lamore detto appunto cortese), che influenzer profondamente non solo la lirica successiva ma limmaginario stesso degli autori e dei lettori europei, la concezione che essi avranno (e che noi moderni avremo) dellamore. Lamore dei trovatori non raggiunge mai il suo scopo: il desiderio del poeta-amante non viene mai soddisfatto. Egli ama, e perci loda, corteggia, implora una donna che gi sposata talvolta lirraggiungibile signora della corte presso la quale il poeta si trova e si offre a lei non come un amante allamata ma come il vassallo al suo signore. In modi e con termini simili a quelli che si usano nel patto feudale, il poeta si raccomanda a lei, le si d in omaggio, la chiama midons (mio signore), svolge il proprio servizio damore a suo vantaggio, ma senza aspirare a una ricompensa: in questo che stato definito come paradosso cortese cio la devozione per una donna destinata a rimanere per sempre inaccessibile risiede buona parte del fascino della lirica provenzale. [La poesia trobadorica: la ricezione] Dal punto di vista della ricezione dei testi, vanno sottolineati soprattutto due elementi. Il primo che quella trobadorica per lo pi poesia originalmente pensata per essere recitata davanti ad una corte. probabile che essa corrispondesse ad una sorta di pratica sociale, uno spettacolo pubblico: qualcosa di simile al teatro attuale e, invece, di ben diverso rispetto alla nostra attuale esperienza della poesia: che unesperienza solitaria, fatta quasi esclusivamente attraverso la lettura. I trovatori erano spesso anche gli esecutori dei loro testi; altrimenti, essi erano recitati da giullari che viaggiavano di corte in corte ed erano in possesso di un congruo repertorio di poesie altrui. Il secondo elemento la musica. Nella poesia trobadorica, parole e musica vanno insieme, analogamente a ci che avviene nelle moderne canzoni: il poeta mette in musica i propri testi oppure, una volta compostili, si rivolge a musici professionisti. Comunque sia, la recitazione dei testi presupponeva quasi sempre laccompagnamento musicale. [I principali trovatori] Dato questo stretto legame con le corti, non sorprende il fatto che molti trovatori appartengano allaristocrazia: il caso di quello che convenzionalmente considerato il primo trovatore, Guglielmo IX, duca dAquitania (1071-1126), o di Raimbaut dAurenga (1144-1173). Lestrazione sociale importante, perch soltanto i ceti pi elevati potevano aspirare a quella preparazione culturale che la poesia trobadorica richiede. Pur appropriandosi talvolta di motivi definibili come popolari, essa infatti una forma letteraria dotta sia sotto il profilo dei contenuti sia sotto il profilo dello stile. Quanto ai contenuti, i trovatori si ispirano spesso alla poesia erotica latina: per esempio, del motivo dellamor de lonh e ses vezer, cio dellinnamoramento per una donna lontana e mai vista, motivo caratteristico del trovatore Jaufre Rudel (met del sec. XII), si sono potute indicare le fonti nelle Heroides di Ovidio. Quanto allo stile, la poesia trobadorica si distingue per una raffinatissima elaborazione formale, che implica la perfetta padronanza delle risorse linguistiche, metriche, retoriche. Poeti come il suddetto Raimbaut dAurenga, o come Peire dAlvernhe, Marcabruno (di poco successivo al primo trovatore Guglielmo IX), Arnaut Daniel (fine sec. XII: il trovatore pi amato da Dante, che lo elogia nella Commedia), ricorrono anzi intenzionalmente ad uno stile difficile, oscuro, detto trobar clus, col proposito di selezionare il loro pubblico impedendo agli incolti laccesso alla poesia. A questi fautori di uno stile difficile si oppongono idealmente quei trovatori che pur senza rinunciare ad una forma raffinata, non permettono che questa si frapponga come un ostacolo alla comprensione del pensiero. Tra i seguaci di questo trobar leu (poesia di stile leggero, facile) va segnalato almeno il nome di quello che nella tradizione successiva verr considerato come un poeta classico, cio un vero e proprio modello per lo stile e per i contenuti: Bernart de Ventadorn, la cui opera si colloca tra il 1150 e il 1170. Come si accennato, la poesia dei trovatori parla soprattutto ma non soltanto damore. Autori come il gi citato Marcabruno, o come Peire Cardenal, si servono della poesia non per dilettare o per commuovere il loro pubblico ma per correggerne i costumi: e i loro serventesi sono, di fatto, prediche in versi che si richiamano, piuttosto che alla tradizione della lirica laica, alle Sacre Scritture e ai padri della Chiesa. Al polo opposto non lascesi ma il totale coinvolgimento nelle 16

vicende umane sta il trovatore Bertran de Born. Signore del castello di Altaforte, vissuto nella seconda met del secolo XII cio in quello che pu essere considerato il periodo di massimo sviluppo e splendore della poesia trobadorica -, di lui ci resta una quarantina di testi, buona parte dei quali dedicata a descrivere e a celebrare la guerra. Fu apprezzato da Dante, che lo cita come modello da imitare nel De vulgari eloquentia, insieme a Arnaut Daniel e a Giraut de Borneil; ma il poeta guerriero ebbe anche parte attiva nelle lotte che opposero i feudatari francesi e inglesi, e ci gli vale un posto nel canto XXVIII dellInferno, tra i seminatori di discordia. Al principio del secolo XIII, papa Innocenzo III indice una crociata contro alcune citt e corti del sud della Francia, accusate di essere altrettanti focolai di eresia (cfr. 1.2): per il principale alleato del papa, il re di Francia, loccasione per ridurre sotto il proprio dominio i feudi meridionali. Una delle conseguenze di questi eventi politico-militari sar lemigrazione di alcuni trovatori verso lItalia, in cerca di nuovi mecenati. Gi prima della crociata antialbigese, in realt, alcuni trovatori avevano trovato ospitalit nelle corti del nord Italia: Raimbaut de Vaqueiras (1155-1205), per esempio, era stato a Genova (e infatti usa il dialetto genovese in una delle sue poesie, alternandolo al provenzale) e nel Monferrato, alla corte di Bonifacio. Ma nei primi decenni del Duecento la migrazione si fa pi intensa. Poeti come Aimeric de Peguilhan o Uc de Saint-Circ (noto anche per aver realizzato, ad uso del suo pubblico di corte, le prime antologie dei trovatori e per aver raccolto le biografie dei suoi predecessori, le cosiddette vidas) si stabiliscono nelle corti del Veneto (a Este, Treviso, Padova). Non solo: col tempo, la lingua provenzale viene adoperata come lingua della poesia anche da autori nati e vissuti sempre in Italia: il bolognese Rambertino Buvalelli (morto nel 1221), il genovese Lanfranco Cigala (morto nel 1257), e soprattutto il maggiore di questi trovatori italiani, Sordello da Goito (circa 1200-1269): il mantovano che Dante e Virgilio incontreranno nel sesto canto del Purgatorio. [La letteratura nelle altre aree europee] Bench sia la Francia, in questi primi secoli, a detenere il primato tanto nella narrativa quanto nella lirica, entrambi i generi sono frequentati anche in altri paesi europei, spesso previa traduzione o imitazione dei modelli francesi. Quanto allepica, la letteratura spagnola vanta un capolavoro nel Poema de mio Cid, storia del mitico eroe che liber Valencia dai Mori e diede origine alle nobili dinastie degli Aragona e dei Navarra. Quanto alla lirica, la poesia dei trovatori provenzali venne presto esportata nelle regioni limitrofe: in Italia, in Germania e nella stessa Spagna. In Germania, si registra una vivace tradizione di lirica in anticotedesco: sono i cosiddetti Minnesnger, il pi importante dei quali fu Walther von der Vogelweide. Nelle regioni della Castiglia e dellattuale Portogallo, nel XIII e nel XIV secolo, prese corpo una tradizione di lirica in lingua galego-portoghese che ebbe tra i suoi esponenti anche grandi aristocratici come il re Alfonso X el Sabio epiteto da tradursi piuttosto come il Sapiente che come il Saggio: 1221-1284 - e suo nipote Dom Denis (in generale, da osservare che gli esordi della lirica volgare, tanto in Francia quanto in Spagna quanto in Italia, sono spesso legati alliniziativa personale di un principe o di una corte signorile). Infine, facendo un grosso salto nello spazio e nel tempo, merita almeno un cenno la figura del maggiore scrittore inglese del Medioevo: Geoffrey Chaucer, vissuto tra il 1340 e il 1400 in Inghilterra e autore tra laltro dei celebri Racconti di Canterbury, i quali attraverso lartificio narrativo della cornice, che Chaucer riprende dalle novelle dellitaliano Giovanni Sercambi si fingono narrati da un colorito gruppo di pellegrini in viaggio da Southwark a Canterbury. 3. Le tendenze della letteratura italiana 3.1 Il quadro dinsieme [Il contesto politico e culturale] La storia della letteratura italiana del Medioevo non una storia unitaria. Alcune regioni, come la Toscana e lEmilia, conquistano sbito, sin dagli albori del Duecento, un primato culturale che conserveranno stabilmente nei secoli successivi. Altre, come la 17

Sicilia e il Mezzogiorno dItalia in generale, conoscono una breve fioritura poetica, coincidente a grandi linee col regno di Federico II (1196-1250), alla quale tiene dietro un lunghissimo silenzio artistico. Al costituirsi di una letteratura italiana in volgare che superi le barriere regionali sono dostacolo sia la frammentazione politica, dal momento che nella penisola si affrontano almeno tre grandi potenze (il papa, limperatore tedesco, la monarchia francese), ciascuna dotata di una sua propria area di influenza, soggetta ad ampliamenti o a riduzioni a seconda delle vicende politicomilitari; sia, soprattutto, la frammentazione linguistica. Mentre perdurava ovunque, e ad ogni livello della comunicazione scritta, luso del latino, nessuno dei dialetti parlati e scritti nelle varie regioni italiane godeva di prestigio tale da poter imporsi a scriventi (poeti e prosatori) originari di altre aree della penisola. Farsi da lingua regionale lingua nazionale sar il destino del toscano, ma perch questa lenta conquista abbia luogo occorreranno lesempio e lopera dei tre massimi scrittori del nostro Medioevo: Dante, Petrarca e Boccaccio. [La questione della lingua] Sino ad allora, la storia della letteratura italiana altro non se non la storia delle sue variet regionali: manca un idioma comune; manca - e mancher sino alle soglie dellet moderna - un pubblico nazionale che ne favorisca e solleciti la creazione. Al di sopra di questa vita multiforme dei dialetti sta, come si detto, la lingua della comunicazione colta, il latino. Nelle pagine che seguono ci limiteremo a dar conto degli autori e dei testi pi significativi della letteratura in volgare: daremo in tal modo alla lingua un valore discriminante che essa in verit non meriterebbe di avere, nel senso che la prosa e la poesia in latino hanno pieno titolo per partecipare alla storia nella letteratura italiana del Medioevo (ben oltre, quindi, il Duecento) dal momento che lungo tutto questarco cronologico due furono di fatto le lingue di cultura (tre se aggiungiamo, per certe epoche e per certe aree, il francese), e delle due fu anzi il latino a poter vantare per lungo tempo la diffusione e il prestigio della lingua ufficiale. 3.2 La poesia [Il ritardo italiano] La poesia italiana nasce in ritardo rispetto a quella di altre regioni europee. Gi prima del Mille, in area francese, germanica e anglo-sassone vengono prodotti testi in versi dargomento leggendario o devoto, scritti nei volgari locali; col nuovo millennio, poi, si afferma nelle citt e nelle corti francesi la nuova letteratura delle chansons de geste, le leggende legate alla corte di Carlo Magno e alle gesta mitiche dei suoi paladini, mentre a sud, nelle corti provenzali, ha inizio la tradizione poetica dei trovatori (cfr. 2). I primi documenti di poesia italiana in volgare si collocano invece tra la fine del Cento e linizio del Duecento. Recentissima la scoperta di una canzone damore (Quando eu stava) databile appunto agli ultimi anni del dodicesimo secolo o ai primi del tredicesimo, e localizzabile con ogni probabilit in area padanoorientale: si tratta, per quanto sappiamo, del pi antico componimento dargomento amoroso scritto in un volgare italiano. [La poesia morale e religiosa] Per il resto, le poesie di questepoca sono tutte dargomento morale e religioso. Come era accaduto anche nelle altre letterature romanze, il distacco dal latino infatti spesso motivato dallesigenza di far intendere un messaggio edificante a un pubblico di incolti. Si tratta dunque - come nel caso del Ritmo cassinese (cos definito perch prodotto probabilmente nellabbazia di Montecassino) o del Ritmo su SantAlessio (uno dei molti testi relativi alla leggenda del santo, diffusissima nel Medioevo) - di componimenti elementari sia per la struttura metrica e retorica, sia per i concetti adoperati (nessuna complicazione teologica ma semplici inviti alla virt e aneddoti esemplari). Pi tardi, a partire dagli anni Venti e Trenta del Duecento, la poesia religiosa in volgare conoscer unespansione pi organica, concentrata nelle regioni centro-settentrionali della penisola. Al Centro, soprattutto in seguito allopera di due tra le massime figure della spiritualit cristiana del tempo, San Francesco dAssisi e Iacopone da Todi non per caso membro dellOrdine di San Francesco - al cui nome legata lespansione del genere poetico di materia sacra, la lauda. A Nord, ormai nella seconda met del Duecento, altri poeti certamente o probabilmente legati alla Chiesa compongono a loro volta lunghi testi di argomento 18

morale a sfondo cristiano, ciascuno nel suo volgare nativo: i pi importanti sono il veronese Giacomino, il milanese Bonvesin da la Riva e il cosiddetto Anonimo Genovese. [La poesia della scuola siciliana. La lingua dei poeti federiciani] Un consistente gruppo di poeti in volgare si raccoglie attorno alla corte dellimperatore Federico II, probabilmente nel terzo decennio del XIII secolo. Sono per lo pi siciliani ma, dato che si tratta di una corte itinerante, anche pugliesi, calabresi, campani, laziali; sono notai, cancellieri, funzionari di vario rango. La lingua in cui la maggior parte di loro scrive devessere un siciliano illustre depurato dei tratti dialettali pi marcati e ricco di latinismi e provenzalismi: diversa, quindi, pi raffinata e colta rispetto al siciliano quod prodit a terrigenis mediocribus (come suona in bocca ai nativi di media estrazione) condannato da Dante nel De vulgari eloquentia (I xii 6) come idioma rozzo e inadatto alla letteratura. Lo stesso selezionatissimo repertorio lessicale adoperato dai lirici siciliani, e lo stretto legame con i modelli trovabadorici, allontanava del resto questa poesia dal registro quotidiano e realistico, che avrebbe richiesto unaderenza maggiore al dialetto, e spingeva invece gli autori a confrontarsi con le lingue della tradizione colta, quelle che erano state usate nei testi letterari cui si ispiravano i loro propri esperimenti di poesia: il latino e il provenzale, appunto. [Una poesia monotematica: lamore] La poesia dei siciliani (termine che va inteso, si badi bene, in senso culturale e non geografico: siciliani si dicono per convenzione tutti gli autori che mostrano di essere in contatto con la corte di Federico II) quasi esclusivamente poesia damore. I rari testi dargomento morale sono opera degli autori pi tardi della scuola, quelli che probabilmente vennero a contatto con la poesia toscana; e sono testi di scarso impegno e di ridotta estensione: sonetti, mai canzoni. Il tema politico, gi vivissimo fra i trovatori, del tutto assente dal canone. Tale scelta tematica ha probabilmente motivazioni di ordine linguistico e stilistico: sia che il volgare, lingua della comunicazione privata, non ufficiale, venisse ritenuto inadatto ad esprimere contenuti di rilievo pubblico; sia che il tema squisito ed eterno dellamore avesse agli occhi dei funzionari-poeti della cerchia di Federico un prestigio particolare, analogamente a ci che avverr mezzo secolo dopo con i cosiddetti stilnovisti. [Caratteri della poesia siciliana] Anche parlando damore, tuttavia, i poeti siciliani manifestano una volont di chiusura e isolamento rispetto al contesto storico-sociale. Nelle loro canzoni manca regolarmente la tornata, cio quella stanza di congedo che nelle canzoni provenzali e poi in quelle toscane serve a indirizzare il testo allamata, o a un destinatario individuato, o al pubblico dei lettori. Rarissime sono le tenzoni, cio quegli scambi di sonetti o canzoni che formeranno invece il tessuto connettivo della societ letteraria italiana nel secondo Duecento e nel Trecento. Quanto al contenuto dei testi, in essi vi una quasi totale assenza di eventi, siano essi traumatici o liberatori, ci che fa s che il poeta-amante ci appaia prigioniero di un eterno presente di dolore e di aspettazione (occorrer attendere Dante perch la dimensione della memoria venga finalmente rivendicata alla poesia). Infine, il poeta-amante osserva scrupolosamente il precetto trobadorico del celar (nascondere, in provenzale) della salvaguardia del proprio amore e del buon nome della donna attraverso il silenzio per timore dei malparlieri: il lettore ignora in pratica tutti i dettagli della storia. Queste caratteristiche fanno della poesia dei siciliani unesperienza puramente privata che non sembra aver bisogno n di un pubblico (la corte, il ceto nobiliare o alto-borghese che pure dovette essere il primo consumatore di queste liriche) n, almeno in apparenza, di un confronto con gli altri rimatori. [La metrica] Nel settore della metrica, il modello trobadorico accolto in maniera selettiva. Non vengono recepite n le forme della poesia colloquiale o invettiva come il partimen e la cobla esparsa, che godranno di una pur limitata fortuna tra i toscani, n le forme della poesia per musica come la dansa (i siciliani non conoscono la ballata, che invenzione di poeti centro-italiani), n infine - lasciando lmbito strettamente metrico - i cosiddetti generi tematici come la pastorella, lenueg o il plazer. Prende corpo invece un canone tripartito nel quale la canzone occupa di gran lunga il posto pi importante e fanno qualche rara apparizione il discordo (sorta di lunga canzone in versicoli fittamente rimati e schema metrico irregolare) e il sonetto. Mentre il discordo, frequentato 19

dal maggiore dei poeti siciliani, Giacomo da Lentini, oltre che da Giacomino Pugliese e Re Giovanni, non avr che un minimo successo in Toscana e verr presto abbandonato a vantaggio di forme meno irregolari, il nuovo genere metrico del sonetto (inventato forse dallo stesso Giacomo, certamente da un poeta della cerchia federiciana) andr incontro invece a unenorme fortuna, e sar insomma il lascito pi significativo della scuola poetica siciliana alla tradizione letteraria europea. [I motivi] Cos come la gamma dei generi metrici, altrettanto povera e ristretta quella dei motivi e del lessico poetico. Allinterno del tema amoroso infatti possibile isolare un numero di motivi ricorrenti tutto sommato piuttosto ridotto: quello del dolore del poeta per la ritrosia dellamata (motivo che a sua volta d origine ad una costellazione di topoi: il pianto senza consolazione, la gelosia, il fuoco damore, eccetera); quello dei maldicenti che seminano discordia tra lamante e lamata; quello delleffetto beatifico che ha per il poeta la visione della donna; quello della lontananza o del servizio amoroso, equiparato - come nei trovatori - al rapporto di fedelt che lega il vassallo al suo sovrano. [Le metafore e il lessico] Scendendo ancora dal generale al particolare troviamo che anche il repertorio delle metafore e delle parole contempla un ristretto numero di elementi che si ripetono di testo in testo con minime variazioni. Dalla contaminazione tra la retorica cortese e la retorica sacra nasce cos limmagine dellamata come nuovo miracolo, bella come e pi del sole e delle stelle, profumata come rosa, lucente pi delle pietre preziose. In modo simmetrico, il poeta identificato volta per volta come pittore che dipinge in cuore limmagine della donna per sostenerne lassenza, oppure come naufrago o nave in balia dei flutti, o ancora come salamandra che vive in foco amoroso. Limpressione che si ricava da una lettura del non amplissimo corpus della poesia siciliana (poco pi di venti autori, per un totale di circa 150 testi) dunque quella di trovarsi di fronte ad unattivit di laboratorio condotta a partire da pochi elementi-base da parte di un nucleo di intellettuali compatto per estrazione sociale e per fisionomia culturale e artistica: a questo terreno comune di linguaggio e di immagini, che pu dare luogo a contatti intertestuali ma che si traduce principalmente in una forte ed estesa aria di famiglia, si affida lidentit di una scuola poetica siciliana. [Lo sviluppo storico della scuola: il ruolo di Federico II] Una storia della lirica siciliana non si pu scrivere perch le informazioni che si riescono a ricavare dai testi sono troppo scarse e, soprattutto, perch sono troppi i vuoti nella documentazione relativa agli autori. Si propone generalmente una scansione in due tempi: una prima e una seconda generazione siciliana. Tale scansione plausibile, a patto che non venga applicata rigorosamente. Alla generazione dei fondatori, fioriti nella prima met del secolo appartiene ovviamente Federico II di Svevia (11941250), cui i manoscritti attribuiscono un sonetto e tre canzoni. Giovanissimo re di Sicilia sotto la tutela di papa Innocenzo III, quindi imperatore (1220), Federico fu per quasi mezzo secolo promotore di unattivit culturale deccezionale intensit sia nel campo delle arti (oltre alla produzione letteraria in volgare, latino e greco vanno ricordate le grandi realizzazioni monumentali e architettoniche, prima tra tutte ledificazione di Castel del Monte, presso Andria, nei primi anni Quaranta) sia in quello della filosofia (alla sua corte, tra laltro, Michele Scoto prosegue la traduzione in latino del corpus aristotelico e delle opere di Avicenna e di Averro; e lo stesso corrisponde con i pi rinomati filosofi arabi del tempo). Culmine di tale attivit la fondazione a Napoli, nel 1224, di quella che a lungo rester lunica Universit del Mezzogiorno dItalia. [Pier delle Vigne] Alla figura dellimperatore strettamente legata quella di Pier delle Vigne (1190-1249). Capuano di origine, fu il pi influente consigliere di Federico. Mor suicida nel 1249 in seguito a false accuse di cospirazione, come vuole una tradizione alla quale attinge tra gli altri anche Dante nel canto XIII dellInferno. Retore e epistolografo insigne, Piero fu per anche poeta: egli lunico esponente della Magna Curia per il quale sia documentato limpiego dei due idiomi in poesia, il volgare materno e il latino. [Giacomo da Lenitini: linvenzione del sonetto e la tenzone] N limperatore n il suo braccio destro Pier delle Vigne, tuttavia, hanno la statura dei capiscuola. Tale ruolo compete, per la critica moderna come per gli antichi lettori di poesia, a Giacomo da Lentini. Il Notaro, com 20

chiamato nei manoscritti antichi e da Dante nella Commedia, spicca tra gli altri membri della corte federiciana per maturit di stile e forza inventiva. Al suo nome sono legate tutte le conquiste formali che la poesia siciliana consegna alla nostra letteratura. Se non linventore, egli certo uno dei primi frequentatori del sonetto, genere metrico che nel suo canzoniere ha un peso percentuale paragonabile solo a quello che gli verr concesso dai rimatori toscani una o due generazioni pi tardi. Allinvenzione del sonetto si lega quella del genere che di quel metro sfrutta al meglio la duttilit: la tenzone. In due delle poche tenzoni siciliane che ci sono pervenute Giacomo occupa una posizione di rilievo: nelluna chiamato a determinare (tale quale la determinatio della quaestio scolastica) un quesito proposto, a lui e a Pier delle Vigne, in un sonetto di Jacopo Mostacci sulla natura damore: se esso sia sostanza o accidente. Nellaltra sostiene un doppio botta e risposta con lAbate di Tivoli - un rimatore della cerchia federiciana attestato solo in questa tenzone - con reciproche accuse di simulazione in fatto di sentimenti e di ingenuit e rozzezza nella teoria damore. [Temi, motivi, stile] Nel canzoniere di Giacomo da Lentini troviamo riuniti tutti i temi, i motivi, le soluzioni formali che ebbero corso tra i poeti siciliani. Il paradosso dellincomunicabilit, per cui il poeta non pu manifestare il suo amore se non svilendo s e la donna, trova in lui la formulazione pi esplicita: Amor non vole chio clami | merzede connomo clama, | n che io mavanti cami, | cognomo savanta cama (Amore non vuole che chieda piet, come fanno tutti gli altri, n che mi vanti del mio amore, dato che tutti quanti se ne vantano). E lo stesso pu dirsi per il motivo poi stilnovista dellineffabilit del sentimento: Lo meo namoramento | non p parire in detto (Il mio amore non pu essere espresso con parole); o per quello della lontananza: Non vo pi soferenza, | n dimorare oimai | senza madonna, di cui moro stando (Non voglio pi soffrire, n stare lontano dalla mia donna, perch ne muoio). Il Notaro inoltre liniziatore di una tradizione di poesia formalmente complessa e chiusa (trobar clus, come si definisce in provenzale) che avr il suo culmine in Guittone dArezzo: i 176 versi del discordo sono una buona palestra per questo genere di esercizi, e pi ancora lo la fitta rete di rime interne sulla quale vengono impostati certi sonetti (per es. quello sul viso dellamata: Eo viso e son diviso da lo viso Guardo ma sono lontano dal viso [dellamata]). [Guido delle Colonne: la poesia in volgare] Cos come Giacomo da Lentini, anche Guido delle Colonne - giudice messinese e funzionario imperiale attestato tra il 1243 e il 1280 - viene citato da Dante nel De vulgari eloquentia come poeta insigne della scuola federiciana. Di lui ci restano cinque canzoni che sperimentano i due registri topici della poesia siciliana, quello euforico per lamore raggiunto e la merzede concessa dalla donna e quello simmetrico del servizio non ripagato (si pensi allanalogia tra amante e vassallo cui s accennato in precedenza). Giustamente celebre la canzone Ancor che laigua per lo foco lassi. Per quanto riguarda il contenuto, una delle tante preghiere rivolte alla donna perch accolga finalmente il corteggiatore che languisce e non pu morire; per quanto riguarda la forma dellespressione, invece, una sequenza di metafore naturalistiche (il ghiaccio, la neve, gli spiriti, la calamita) che, non usuali nel repertorio siciliano, preannunciano quelle canzoni tosco-emiliane in cui verr dato ampio spazio alle metafore ricavate dalla scienza: su tutte, per importanza, il manifesto dello stilnuovo Al cor gentil, di Guinizzelli, e la canzone-trattato sulla natura damore di Cavalcanti, Donna me prega. [Guido delle Colonne: lopera in latino] Rimatore in volgare e prosatore in latino (un doppio binario che in altro modo abbiamo gi visto essere proprio di Pier delle Vigne), a Guido delle Colonne attribuita la Historia destructionis Troiae: una traduzione, o meglio un libero rifacimento in latino del Roman de Troie, cronaca delle mitiche vicende troiane composta in francese, a met del XII sec., da Benot de Sainte-More. Caso pi unico che raro di traduzione in latino di un modello volgare, lHistoria di Guido, che conobbe unenorme fortuna durante tutto il Medioevo, ag in profondit, anche attraverso i suoi volgarizzamenti trecenteschi, sulla formazione della nostra prosa romanzesca e storiografica. [Gli altri poeti della scuola federiciana] Non pi di una rapida menzione occorre infine per quelle che anche a causa di una tradizione manoscritta particolarmente avara ci appaiono come 21

semplici figure di contorno. LAbate di Tivoli, laziale, Jacopo Mostacci, forse pisano, Rinaldo dAquino, anchegli laziale, testimoniano di quanto composita fosse la geografia degli intellettuali di corte. Dopo la met del secolo, altri poeti originariamente legati a Federico II risaliranno la penisola e agiranno da tramiti con le regioni centro-settentrionali favorendo lesportazione della poesia siciliana dal Regno e dando cos un potente contributo alla fondazione della tradizione lirica toscana. Sono: Re Enzo, figlio di Federico e re di Sardegna che, catturato dai bolognesi durante la battaglia di Fossalta (1249), fu loro prigioniero sino alla morte: in prigionia, probabilmente, e a contatto con i pi antichi rimatori bolognesi, compose le due canzoni e il sonetto morale tramandatici dagli antichi codici; Percivalle Doria, nobile genovese, podest in varie citt italiane e vicario imperiale in centro Italia, autore di due canzoni amorose in volgare siciliano e di una tenzone e un serventese politico in provenzale; Mazzeo di Ricco, notaio messinese attestato in Toscana tra il 1252 e il 1260, di cui restano quattro canzoni e un sonetto di materia morale. [Elementi popolari nella lirica dotta] Infine, non saranno estranei allambiente della corte alcuni componimenti di tono popolareggiante i quali denunciano tuttavia, nella lingua e nella versificazione, una mediazione dotta. I generi popolari frequentati da Giacomino Pugliese, per esempio (il discordo, la canzonetta in settenari, il contrasto tra amante e amata, il canto di lontananza), sono in realt perfettamente in linea con la produzione aulica del Notaro o dello stesso Federico II. Per altro verso, neppure il famoso contrasto di Cielo dAlcamo (Rosa fresca aulentissima), dialogo burlesco tra un pretendente sfacciato e una contadina ritrosa (ma non troppo) pu considerarsi poesia di popolo. Al contrario, la coscienza linguistica, la capacit di intrecciare modi curiali e modi realistici (Contini), e insieme la probabile conoscenza di generi della poesia dialogata galloromanza (la pastorella), fanno pensare ad una parodia dotta di quelli che nella considerazione comune passavano per atteggiamenti e costumi popolari. [La poesia della prima generazione tosco-emiliana. Dalla corte di Federico II ai comuni cenro-italiani] Lapprodo della poesia siciliana in Toscana e in Emilia verso la met del secolo fu favorito sia dalla personale mediazione dei personaggi appena menzionati sia pi in generale dal carattere itinerante della corte federiciana. I testi del Notaro e dei suoi compagni darte, concepiti, come si detto, in un siciliano illustre, vengono toscanizzati. Questopera di traduzione dalluno allaltro dialetto non avvenne senza resti. Termini di fonetica siciliana come vui o come aviri, presi a s, possono facilmente essere tradotti nel corrispondente toscano: voi, avere. I problemi insorgono quando dalla parola isolata si passa alla coppia di parole in rima. Nel sistema fonetico siciliano erano perfette rime come cruci : luci, altrui : vui, oppure come aviri : serviri. Tradotte in toscano, tali rime diventano imperfette: croce : luce, altrui : voi, avere : servire. Sulla scorta di questo modello, i poeti dellItalia centrale si sentirono autorizzati a far rimare nei loro componimenti e chiusa con i e o chiusa con u. Si tratta della cosiddetta rima siciliana: che in realt non una particolarit prosodica della poesia federiciana bens un riflesso delladattamento linguistico che verso la met del secolo favor la sua diffusione in Toscana. [I riflessi del nuovo contesto sociale sulla poesia] Non diversamente, le forme e i motivi ereditati dai poeti siciliani si rimodellano sulla diversa situazione storico-sociale e si arricchiscono anche grazie a nuovi e pi estesi contatti con la tradizione trobadorica. Il primo aspetto che occorre mettere in rilievo la ritrovata unit tra lattivit artistica individuale e il ruolo pubblico dei poeti: si ricompone quella frattura che nel regno federiciano separava lesperienza del funzionario dallesperienza del poeta. Nella nuova realt comunale, questultimo chiamato spesso a partecipare direttamente al governo della citt: nella vita di intellettuali come Brunetto Latini o Guittone, come poi per certi versi in quella dello stesso Dante, larte , si pu ben dire, il proseguimento con altri mezzi dellimpegno civile. Si ampliano, in tal modo, i margini di manovra per chi, prosatore o poeta, intenda affermare valori o difendere posizioni politiche. Lequazione tra poesia e poesia amorosa, che era legge presso i federiciani, cade: i poeti della prima generazione tosco-emiliana trattano anche, nei loro versi, contenuti politici ed etico-religiosi. Questa apertura verso lesterno ha una conseguenza importante sui generi letterari. Forme di poesia dialogata 22

appena sfiorate dai siciliani, come la tenzone in sonetti o in canzoni, dilagano, diventando per molti rimatori dilettanti il solo modo di accesso alla poesia: sono numerosi, nei canzonieri, i poeti che hanno composto soltanto un sonetto o due, quasi sempre per la pratica sociale delle corrispondenze in verso. Insieme, prende piede luso, che sar anche dantesco, di inviare le proprie canzoni a destinatari esplicitamente nominati (patroni, amici, colleghi darte) che sintende commuovere o convincere. Da strumento di svago fine a se stesso quale era nella Magna Curia, la poesia si fa cos, nei comuni centro-italiani del secondo Duecento, mezzo di comunicazione alternativo alla prosa. [Due tradizioni opposte: i cortesi e i moralisti] Infine per indicare un ultimo carattere generale del periodo - la transizione da sud a nord d luogo non a una bens a pi esperienze poetiche concomitanti e tra loro variate. Vi un gruppo di poeti che amplia e rielabora il modello siciliano tenendone per ferme alcune acquisizioni essenziali (fedelt al codice dellamore cortese, visto ancora come valore e non come peccato, riluttanza a trasferire nella poesia i temi dellattualit, ecc.); e vi un gruppo di rivoluzionari che rovescia quel modello non solo concedendo largo spazio a motivi politici, etici e religiosi, ma soprattutto smascherando lideologia cortese nelle sue implicazioni anticristiane: la finamor che costituiva per i provenzali e i federiciani, e costituir poi per buona parte dei lirici italiani dopo lo stilnuovo, la ragione prima del far poesia, diventa in costoro un idolo da combattere in nome dei superiori valori della moralit e della fede. Il lucchese Bonagiunta Orbicciani e il bolognese Guido Guinizzelli sono i rappresentanti pi insigni della prima maniera, quella che ripropone i valori laico-cortesi dei lirici siciliani; Guittone dArezzo il caposcuola indiscusso di questa seconda scuola di poeti-moralisti. [Guittone dArezzo. La vita] Nato ad Arezzo probabilmente negli anni Trenta del Duecento e morto prima della fine del secolo, Guittone senza dubbio la personalit di maggiore spicco tra quante ce ne presenta la poesia italiana anteriore a Dante. Ad Arezzo fu probabilmente in contatto con lambiente delluniversit: la sua poesia e pi ancora le sue lettere presuppongono una cultura ampia sebbene non profonda, e una notevole conoscenza delle regole del dictamen (larte del comporre) poetico e prosastico. Di estrazione medio-alta (il padre era tesoriere del comune, lui stesso entrer a far parte di un ordine, i Frati Godenti, al quale si accedeva anche sulla base del censo), Guittone dovette avere un ruolo di rilievo nella vita civile e politica del suo tempo. La celebre canzone Ahi lasso, or stagion de doler tanto, ce lo mostra impegnato in un planh (prov. lamento) sulla sconfitta dei guelfi fiorentini a Montaperti (1260), sconfitta che ebbe negative conseguenze anche sui guelfi aretini e su Guittone stesso, il quale trascorse alcuni anni in esilio. [I due momenti della carriera poetica] Si soliti dividere la carriera poetica di Guittone in due parti. La prima va dagli esordi ai primissimi anni Sessanta; la seconda inizia di qui e prosegue probabilmente sino alla morte. La consuetudine cortese legava indissolubilmente lamore alla giovent (tanto che lamore in tarda et, ben noto ai moderni, si pu dire quasi sconosciuto alla tradizione medievale), e il primo Guittone non si sottrae al clich, ma d dellamore una lettura un po diversa rispetto a quella che ne era stata data dai siciliani e che ne stavano dando i suoi contemporanei. Quale che sia la natura della loro esperienza amorosa e quale che ne fosse lesito (appagamento o frustrazione), costoro accettano lequazione gi trobadorica tra amore e valore, vale a dire il dogma sul quale si reggeva ledificio dellideologia cortese: nella vita dun uomo, amare e cantare il proprio amore sono comunque esperienze nobilitanti, e la partecipazione a queste esperienze distingue luomo nobile, saggio e di alto sentire dalluomo vile. [La nuova e disincantata visione dellamore] In molti dei suoi componimenti Guittone, pur restando poeta damore, corregge questa tradizione cortese in due modi. Da un lato offre una visione totalmente negativa dellesperienza sentimentale, considerata come una malattia dalla quale occorre guarire: lamore, scrive Guittone, una tortura, una passione infausta che annulla la ragione e distrugge il corpo. Dallaltro lato - e ci particolarmente nei sonetti, e pi precisamente in quegli 86 sonetti che per essere conservati insieme in uno stesso manoscritto e per la presenza di un pur debole filo narrativo che li collega luno allaltro sono stati definiti canzoniere - accade che 23

Guittone demistifichi la finzione cortese dimostrando come essa sia soltanto un tenue velo che cela il desiderio del possesso fisico. Nel canzoniere suddetto, il lessico e lo stile della cortesia sono contraddetti dai toni spicci dellautore-personaggio, che nel suo corteggiamento mira ad una cosa sola: Ca, per averti a tutto meo desire, / non tameria un giorno per amore; / ma chesta t volendoti covrire (Non ti amerei neanche un giorno di vero amore, anche a patto che poi potessi disporre di te a mio piacimento: volevo solo portarti a letto). [Il manuale del libertino] In un pi breve ciclo di sonetti guittoniano cade anche lultima finzione, e lideologia cortese (il paradosso della lontananza, del desiderio necessariamente insoddisfatto, ecc.) viene capovolta in quella che stata definita unars amandi radicalmente antiidealista, ovvero un manuale del libertino. In 24 sonetti, Guittone percorre lintera trafila del corteggiamento: si cominci col guadagnare la fiducia della donna attraverso un conoscente comune (faccia che conto de la donna sia | o vero domo alcun di suo legnaggio); le si scriva lodandola per la bellezza del suo corpo e del suo animo; si sfruttino abilmente le assenze del marito e dei familiari; si arriver finalmente, attraverso menzogne, simulazioni e lusinghe, allo scopo che ogni amante si prefigge: il possesso delloggetto amato, la soddisfazione sessuale. [Le rime morali e religiose] Dopo i primi anni Sessanta, resta ferma la polemica anticortese ma cambiano le motivazioni. Nel 1265 Guittone entra nellOrdine dei Cavalieri di Santa Maria, detti Frati Godenti: un ordine mondano al quale era possibile accedere anche se maritati, e senza abbracciare la vita claustrale. Una simile scelta di vita sar stata preceduta dalla conversione a un cristianesimo pi rigido e pi meditato, perci anche, presumibilmente, dalla rinuncia alla poesia damore. Ma mentre per molti intellettuali del tempo - per esempio per molti trovatori convertiti alla fine della giovinezza - lentrata in convento significava la morte allarte, il silenzio poetico, Guittone continua a scrivere cambiando maniera. Con la canzone su Montaperti egli aveva fondato, qualche tempo prima, una tradizione poetica civile che rappresenter a lungo, per i nostri autori, un valido modello alternativo al canto per amore. La seconda maniera, quella successiva alla conversione, connotata in senso cristiano: le forme metriche della lirica laica (sonetto e canzone) vengono usate come veicoli per contenuti etico-religiosi. Nascono cos le grandi canzoni ascetiche (Onne vogliosa domo infermitate, che esorta a vincere le tentazioni della carne; O cari frati miei, con malamente, ai confratelli sul peccato e la grazia) e militanti (Altra fiata aggio gi, donne, parlato - lunga esortazione alle donne perch si conservino caste e virtuose); e nascono testi dallancora pi forte coloritura cristiana: le laudi. [Lo stile e la metrica] Si deve soprattutto a Guittone, al suo esempio, la vena sperimentale che percorre, nel settore dello stile e in quello della metrica, la poesia toscana della seconda met del Duecento. Nel dettaglio: la grande variet delle forme assunte dalla canzone e dal sonetto (la canzone allungata sino a raggiungere le dimensioni di un piccolo trattato in versi, e complicata nello schema metrico e nel tracciato delle rime; il sonetto spesso modificato rispetto al suo schema originario con laggiunta di farciture o code); la proliferazione di forme metriche ibride o eccentriche che verranno abbandonate gi dagli autori della generazione successiva; ladozione di un linguaggio volutamente complesso, allusivo e - il riferimento al trobar clus provenzale chiuso, che ci appare tanto pi inaspettato in quanto si associa a contenuti, per cos dire, di interesse pubblico come la politica e la morale, e dunque si rivolge, almeno in teoria, ad un pi ampio bacino di lettori. [Macrotesti] Alla complessit del discorso morale occorrono spazi dilatati. Oltre ad ampliare le dimensioni delle canzoni e dei sonetti, Guittone inventa cos il macrotesto composto da sonetti. Se bisogna portare in poesia temi come la morale e la fede, allora conviene imitare, almeno nella struttura, il trattato in prosa, e fare di ogni sonetto un paragrafo del discorso: quanto avviene nelle corone di sonetti sui vizi e le virt, o nel cosiddetto Trattato dAmore, nel quale il mito dellamore cortese aspramente condannato alla luce delletica cristiana [Il ruolo di Guittone nel panorama poetico contemporaneo] Il canzoniere di Guittone il pi vasto tra quelli dei poeti del Duecento: sonetti, canzoni, ballate-laude per un totale di pi di duecento componimenti. Ci indice sia di una notevole prolificit sia di un successo fulmineo che 24

garant la trasmissione e la conservazione dei suoi testi. Oggi noi misuriamo quel successo soprattutto col metro delle rime di corrispondenza. Guittone ci appare come una figura centrale nella societ letteraria del secondo Duecento: i rimatori che si rivolgono a lui per consiglio o per elogio ne riconoscono apertamente il magistero poetico e morale. La sua poesia viene letta e cercata, le sue innovazioni formali hanno fortuna, la sua proposta di estendere il poetabile ai campi delletica e della religione trova conferma immediata nella prassi dei suoi allievi. E vuoi dunque per ragioni di forma (il trobar clus, la ricercata complessit dello stile) vuoi per motivazioni ideologiche (la metamorfosi subta dalla lirica per eccellenza laica una volta giunta tra le mani di poeti ormai estranei alla realt cortese, e pi vicini a certa moralit cristiana incompatibile con la cortesia), sembra legittimo parlare di una scuola guittoniana diffusa in tutto il comprensorio toscano. [Gli altri poeti pre-danteschi. Chiaro Davanzati e Monte Andrea] Mentre per molti rimatori minori ripetono senza grosse variazioni la lezione del maestro, alcuni altri si distinguono per una personalit pi originale. Insieme al fiorentino Chiaro Davanzati, il pi prolifico dei rimatori duecenteschi dopo Guittone (circa sessanta canzoni, pi di cento sonetti) merita di essere ricordato almeno un altro poeta della generazione di Chiaro, Monte Andrea. Anchegli fiorentino, Monte eredita da Guittone soprattutto i suoi vezzi formali: ripete le strutture espanse coniate dallaretino (canzoni lunghe, sonetti caudati, ecc.) e, soprattutto, porta allestremo la tecnica degli artifici metrico-retorici giungendo a risultati di quasi totale oscurit. Oltre che per la qualit espressiva del tutto peculiare, il suo canzoniere (un centinaio di sonetti, undici canzoni) si segnala per almeno altre due particolarit. In primo luogo le sue sono, per buona parte, rime di corrispondenza. Segno che si contrae, rispetto ai siciliani ma anche rispetto a Guittone, lesperienza del lirico e la poesia si fa sempre pi spesso veicolo di comunicazione: ma una comunicazione artificiosa, visto che i testi di tenzone sono anche quelli in cui loscurit e il preziosismo sono portati a un punto estremo: la poesia qui occasione di esercizio retorico e di gioco, piuttosto che di autentico dialogo con i corrispondenti. In secondo luogo, Monte Andrea introduce nella poesia un tema inedito per lItalia. Anchegli conosce il registro amoroso e quello morale; ma ad essi aggiunge, nel suo canzoniere, un lirismo personale che trae ispirazione dalla comune esperienza della vita; questo lamento sulla miseria anticipa per esempio - bench in forme drammatiche, non burlesche - le confessioni in versi di Cecco Angiolieri:
Di ssotto son confitto ne le rote, polificato son dongne tesoro, ignudo tuto son dargento e doro, e ancor damici, ch maggiore s-coppio. (Sono nel punto pi basso della ruota della fortuna, non ho un soldo, n argento n oro n - ed la cosa peggiore amici)

Infine, cos come nella poesia di Guittone, vi in quella di Monte una componente politica. Tuttavia, a causa di quella vocazione sociale e non lirica di cui si diceva, per le sue dichiarazioni politiche Monte non si serve pi della forma soggettiva della canzone ma cerca invece il dialogo, il contraddittorio con altri poeti: e resta uno dei macrotesti pi interessanti e atipici della letteratura italiana del Medioevo la tenzone composta da diciassette sonetti che oppone il guelfo Monte ad altri rimatori fiorentini di parte ghibellina sul tema della prossima discesa di Carlo I dAngi in Italia. [Bonagiunta Orbicciani] Laltra tradizione lirica, quella che resta fedele, pur innovando, alla lezione dei siciliani, ha in Bonagiunta Orbicciani e in Guido Guinizzelli i suoi massimi esponenti. Coetaneo, se non pi vecchio di Guittone, Bonagiunta stato definito lautentico trapiantatore dei modi siciliani in Toscana (Contini). Egli piuttosto refrattario alle innovazioni formali e tematiche che vengono proposte, alla met del Duecento, da Guittone e dai suoi allievi. Scrive, s, alcuni sonetti moraleggianti sul tema della fortuna o della modestia o della cautela nei 25

giudizi: ma si tratta di una morale in tono minore, molto lontana da quella aggressiva e risentita di Guittone. Quanto alle canzoni, nel congedo di Similemente onore c leco di conflitti cittadini nei quali Bonagiunta doveva essere implicato (se la prende con quei falsi cavalieri che tradiscono il loro blasone comportandosi in maniera disonorevole); ma laccenno lasciato in coda, dopo unerudita e astratta disquisizione sullonore e la virt. Insomma, a differenza di quanto accade in Guittone, lindignazione non si converte in discorso, e men che meno in manifesto politico. Per il resto, che la gran parte, Bonagiunta si conferma poeta damore nella tradizione siciliana. Pi precisamente, egli sembra fare sua la componente euforica di quella poesia (in tal senso il poeta pi vicino a Bonagiunta non il Notaro n Guido delle Colonne ma il positivo e solare Rinaldo dAquino): la benedizione dellamore, il ringraziamento per la gioia raggiunta, ecc. Unulteriore prova di sicilianit la troviamo nel metro: Bonagiunta compone canzoni di estensione canonica, non aggiunge code o farciture alla formula classica del sonetto, ed lunico rimatore non federiciano a comporre discordi. Ma fedelt non esclude innovazione: e spetta probabilmente a lui linvenzione della ballata laica dargomento amoroso. [Guido Guinizzelli] Sullaltro versante degli Appennini, in Emilia, Guido Guinizzelli compie unoperazione analoga: compone secondo i modi dei siciliani, poco concedendo alla nuova maniera di Guittone, e agisce cos da precursore nei confronti dello stilnuovo fiorentino, che non a caso lo riconoscer come padre (cos lo chiama Dante nel canto XXVI del Purgatorio, incontrandolo tra i lussuriosi). Del suo esiguo canzoniere (ci restano non pi di cinque canzoni e una quindicina di sonetti) due testi sono soprattutto importanti. Il primo il botta e risposta in sonetti con Bonagiunta, che laveva accusato di aver mutato la maniera, cio di essersi dato ad uno stile poetico oscuro e sottile (con probabile riferimento alla canzone Al cor gentil, di cui sbito sotto); la replica di Guido, nel sonetto Omo ch saggio, un sarcastico invito alla prudenza e alla riservatezza. Entrambi i sonetti, testimonianza di una controversia di grande interesse storicoletterario, saranno tra i testi lirici pi fortunati e pi letti del nostro Medioevo. Il secondo testo guinizzelliano di grande rilievo la citata canzone Al cor gentil. Lequiparazione tra amore e cuore gentile (cio nobile, virtuoso), proposta nella prima stanza, rester un punto fermo nella teoria damore dei lirici italiani del Duecento:
Al cor gentil rempaira sempre amore come lausello in selva a la verdura; n fe amor anti che gentil core, n gentil core anti chamor, natura. (Amore torna sempre al cuore nobile come a casa sua: allo stesso modo che luccello torna nel bosco; e lamore e il cuore nobile vennero creati insieme, nello stesso istante, dalla natura)

Nelle stanze successive, questo pensiero centrale viene sviluppato e arricchito grazie a metafore tratte dalla fisica e dallastronomia: il cuore gentile una pietra preziosa nella quale sannida la virt magica (= amore), il cuore gentile ferro nel quale si cela il diamante (= amore); al contrario, il cuore non nobile fango sul quale il sole splende invano. La quarta stanza precisa i termini dellopposizione tra nobilt e non-nobilt: la gentilezza afferma Guinizzelli - risiede nella virt, non nel denaro o in natali illustri. La sesta e ultima stanza compie quellassimilazione tra donna amata e angelo che - al pari dellappena descritta teoria della nobilt - avr importanza cruciale nello sviluppo dellideale stilnovista. Guinizzelli simmagina al cospetto di Dio, il quale lo biasima per avere stornato su un vano amor terrestre le lodi e la devozione che solo a Lui convengono. Ma agli occhi del peccatore - la risposta - la donna era unimmagine del divino. [Lo stilnuovo. Significato e limiti della scuola stilonovista] La critica raccoglie generalmente sotto il nome di poeti stilnovisti, insieme al giovane Dante (quello della Vita nova e delle altre liriche per Beatrice), Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi. In realt, questa etichetta convenzionale cos come quella di scuola guittoniana adoperata in 26

precedenza. vero che i poeti appena menzionati - tutti fiorentini o pistoiesi, tutti vissuti tra la fine del Duecento e linizio del Trecento - ebbero rapporti anche amichevoli tra di loro (proprio a Cavalcanti Dante dedica la Vita nova, e con Cino Dante scambia lettere e sonetti); ed vero che tra le loro poesie esistono analogie notevoli sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista formale. Ma il nome di stilnuovo, e lunit della cosiddetta scuola sono dedotti dai critici da ci che Dante dice nel De vulgari eloquentia, nella Vita nova e nella Commedia. Con Cino, con Cavalcanti, con Lapo Gianni - scrive Dante - egli ha dato vita a un modo di far poesia del tutto nuovo (e migliore) rispetto alla maniera antica di Guittone e degli altri toscani. Lesempio di costoro rifiutato in blocco, senza le distinzioni che pure si potrebbero fare tra luno e laltro autore: tra tutti, lunico poeta italiano della precedente generazione che si salva, a giudizio di Dante, Guido Guinizzelli: lui lautore che merita il titolo di iniziatore e padre del nuovo corso poetico. [Il battesimo della scuola nel canto XXIV del Purgatorio] Con gli altri tre massimi poeti del Duecento, Giacomo da Lentini, Guittone e Bonagiunta, Dante fa i conti in un passo famoso della Commedia che anche quello in cui si afferma a chiare lettere lassoluta superiorit del dolce stil novo. Tra i golosi del sesto girone Dante incontra Bonagiunta, il quale riconosce in lui lautore della canzone Donne chavete; perci lo apostrofa: Ma d si veggio qui colui che fore | trasse le nove rime, cominciando | Donne chavete intelletto damore (Ma dimmi se io vedo qui colui che inaugur un nuovo modo di far poesia con la lirica Donne chavete...). La replica di Dante e la controreplica di Bonagiunta fanno due met della poesia italiana del Duecento - prima e dopo Dante, prima e dopo lo stilnuovo (Pg. XXIV 52-57):
... I mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo significando. O frate, issa veggio, disselli, il nodo che l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo chiodo!.

[La semplificazione dello stile] Dal punto di vista della forma, lo stilnuovo porta con s una semplificazione dello stile: lo sperimentalismo di Guittone e dei suoi seguaci cede il passo a una maniera pi regolare, una maniera che in sostanza rester dominante per buona parte della tradizione letteraria italiana. Il trobar clus caro a Guittone e a Monte Andrea non trova che pochi ed episodici continuatori: Dante e i poeti della sua cerchia scelgono una maniera leu (= lieve, facile, comprensibile) contro loscurit dei predecessori. Una semplificazione analoga investe anche la metrica dei testi: i poeti guittoniani avevano lunghissime canzoni-trattato, e avevano modificato la struttura del sonetto cos come era stata codificata dai siciliani, aggiungendo dei versi nel corpo del testo o in coda: questa metrica abnorme non trova eco tra gli stilnovisti. [La nuova ideologia amorosa] Dal punto di vista dei contenuti, la frattura rispetto alla generazione passata ancora pi netta. Non per caso Bonagiunta, nel citato passo del Purgatorio, identifica in Donne chavete, una canzone damore, il testo emblematico dello stilnuovo. Guittone e i suoi contemporanei avevano usato la poesia in volgare anche e soprattutto per parlare di morale e di religione. Con lo stilnuovo, lamore torna a essere il tema principale della poesia: per un certo periodo, probabilmente, e per certi autori, lunico tema possibile. Ci implica un atteggiamento del tutto diverso, rispetto a quello dei predecessori, di fronte al problema dellamore tra uomo e donna. I moralisti come Guittone avevano descritto lamore terreno come un male. Gli stilnovisti, al contrario, vedono nella donna unimmagine di Dio, un angelo inviato sulla terra per la salvezza degli uomini. Chi innamorato entra nella cerchia degli eletti e gode di questa beatitudine semplicemente contemplando la bellezza della donna amata. Da questa prevalenza del visto sul vissuto e sullo sperimentato deriva, nei testi, il primato della descrizione - ossia della lode delle virt fisiche e morali dellamata - sul narrato; nel famoso sonetto dantesco Tanto gentil e tanto onesta pare, come in tante altre poesie contemporanee, lamante limita il suo ruolo a quello di semplice spettatore del miracolo. 27

[Il legame tra siciliani e stilnovisti] La critica ha parlato, per gli stilnovisti, di un ritorno ai siciliani. In effetti, la nuova centralit del tema amoroso, e lelaborazione, soprattutto da parte di Dante e Cavalcanti, di una complessa teoria dellamore, rimanda in un ambito che ormai quello della civilt comunale a quellantico modello cortese. Simile anche il rifiuto da parte dei poeti delle due scuole di parlare della realt extra-soggettiva. Non solo gli stilnovisti evitano di affrontare temi politici, etici e religiosi, ma sembrano anche rinunciare a quel dialogo con interlocutori estranei allarte, non poeti, che era stato tenuto vivo da Guittone. La loro una poesia indifferente alla quotidianit, una poesia che richiede spesso conoscenze di tipo filosofico e teologico e parla dunque ad una ristretta lite di letterati. [Gli autori. Guido Cavalcanti: la vita] Il primo degli amici di Dante, com chiamato nella Vita nova, fu uno degli intellettuali pi reputati della sua generazione. Nato da una ricca e potente famiglia fiorentina, Guido Cavalcanti dovette compiere in giovent studi filosofici approfonditi, ed entr certamente in contatto con ambienti averroisti: per questo motivo, probabilmente, ebbe fama di eretico. In seguito agli scontri che opponevano tra loro le maggiori famiglie fiorentine, Guido fu esiliato nellanno 1300 insieme ad altri capiparte, e mor a Sarzana pochi mesi dopo forse per febbri malariche. [La poetica cavalcantiana] Il suo canzoniere ha molte facce. Vi troviamo rime di corrispondenza, rime di tono burlesco e, soprattutto, liriche in cui trova sfogo unesperienza damore dolorosa e devastante. Per Guido lamore non infatti, come sar per il Dante della Vita nova e per Cino da Pistoia, unavventura positiva anche nei suoi risvolti dolorosi - lincolmabile distanza dalla donna, il tormento interiore, la speranza frustrata - bens unesperienza tragica, che confina con la morte. Ecco leffetto che ha sul poeta-amante lo sguardo dellamata: Allor maparve di sicur la Morte, | acompagnata di quelli martiri | che soglion consumare altrui piangendo (XXI 12-14). I critici hanno parlato di tragedia, ma sarebbe pi giusto parlare genericamente di dramma, dal momento che la poesia di Cavalcanti per sua natura poesia dialogica, nella quale i vari attori della rappresentazione amorosa (i sospiri, la donna, il cuore, il dio dellAmore, gli spiriti - cio quelli che nella concezione medievale erano i vapori o pneumi prodotti dal cuore e preposti alle varie funzioni del corpo umano, ecc.) vengono personificati e dotati di parola, cos da sviluppare, allinterno del testo, complessi discorsi a pi voci. Una delle due sole canzoni di Cavalcanti rimasteci, Io non pensava che lo cor giammai, fa di questa tendenza allintreccio di voci un principio strutturale: ognuna delle quattro stanze ospita, insieme al discorso dellio poetico, parole daltri: del dio Amore nella prima stanza, di uno spettatore nella seconda, del cuore nella terza, della canzone stessa personificata nella quarta. [La canzone Donna me prega] Laltra pi celebre canzone cavalcantiana, la dottrinale Donna me prega, merita di essere ricordata per unaltra ragione. Essa infatti un prodigio di difficolt formale e concettuale. Gran parte dei suoi versi sono spezzati da una rima interna, alcuni addirittura da due. Il tema lamore o meglio, una serie di domande sullamore che una donna avrebbe posto a Cavalcanti: dove risiede Amore? Chi lo crea? Qual la sua potenza? Quale la sua essenza? Come si muove? Perch ingenera piacere? Pu essere veduto corporalmente? La costrizione del metro e delle rime porta a spiegazioni di questo tenore:
Lessere quando - lo voler tanto choltra misura di natura - torna, poi non sadorna - di riposo mai. Move, cangiando - color, riso in pianto, e la figura - con paura - storna. (La sua essenza desiderio che eccede il limite naturale, e non trova mai requie; ltera chi gli soggetto facendogli mutare colore e convertendo il riso in pianto, stravolge con la paura le fattezze dellamante).

28

La difficolt concettuale sta soprattutto in questo, che Cavalcanti risponde alla sua (immaginaria?) interlocutrice servendosi della filosofia aristotelica e del suo interprete Averro: e la canzone, come si potuto vedere dal breve brano citato, tutto un fiorire di tecnicismi e astratte definizioni. [Il significato di Donna me prega nella poesia delle origini] Donna me prega segna unimportante novit nella storia della lirica italiana delle origini. Alla canzone damore si sostituisce la canzone sullamore: il sentimento diventa materia di riflessione filosofica. Lo era gi stato in parte con Guido delle Colonne e con Guinizzelli, ma nessuno dei due poeti si era spinto a questo livello di complessit e di impegno: non stupisce che Donna me prega sia stata, sin dal Trecento, studiata e commentata (privilegio che in genere i testi volgari non hanno, e men che meno quelli lirici) da generazioni di lettori. [La ballata Perchi no spero] La ballata Perchi no spero di tornar giammai , insieme a Donna me prega, il testo pi celebre di Cavalcanti, soprattutto in ragione della sua originalit tematica. Si tratta infatti non di una normale lirica amorosa ma di una sorta di testamento. Lontano da Firenze, il poeta si rivolge alla ballata stessa e la prega di recarsi dalla donna amata facendosi messaggera delle sue ultime parole: egli infatti convinto che la sua morte sia prossima.
Perchi no spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va tu, leggera e piana, dritta la donna mia, che per sua cortesia ti far molto onore.

possibile come ritenevano i critici ottocenteschi, da Foscolo a De Sanctis che questa poesia sia davvero una sorta di congedo dallesilio da parte del poeta morente; ma anche possibile che si tratti soltanto di una finzione retorica: cio di una situazione puramente letteraria priva di un concreto fondamento biografico. Quale che sia linterpretazione corretta, il testo si distingue per una originalit e una verit sentimentale che raramente si trovano nei testi pre-petrarcheschi, e che sembrano invece e ci spiega il favore di cui il testo gode presso i lettori odierni - il prodotto di una sensibilit moderna. [Cino da Pistoia. La vita] Con Dante e Cavalcanti, il terzo grande poeta stilnovista il pistoiese Cino. Egli riassume in s quelli che sono i caratteri distintivi della scuola: uno stile dolce e piano, una misura classica nei metri e nella lingua, lamore come tema quasi esclusivo. Nato negli anni Settanta del Duecento, morto nel 1337, Cino fu, oltre che poeta, uno dei massimi giuristi del suo tempo: insegn a Siena, Perugia, Napoli, e scrisse opere importanti in materia di teoria del diritto (si ricordi almeno la sua Lectura in Codicem). Guelfo, esule forse a Firenze nei primi anni del Trecento, egli fu, come Dante, fautore dellimperatore Arrigo VII, e partecip attivamente alla vita civile e politica della sua citt esercitando lavvocatura e assumendo incarichi di consigliere del comune e di ambasciatore. [Lamore per Selvaggia] Tra gli stilnovisti, Cino lautore pi prolifico. Buona parte dei suoi circa centocinquanta testi sono dedicati a una donna di nome Selvaggia. Con gli stilnovisti, infatti, i poeti tornano a dare un nome alle donne cantate nei loro versi: in ideale continuit con quella che era stata la norma nella lirica classica (Catullo, Properzio, Ovidio). Tale nome pu caricarsi di significati simbolici grazie a pi o meno sottili interpretazioni (cos, chiaramente, la Beatrice beatifica della Vita nova), ma rappresenta comunque qualcosa di pi reale e vero dellepiteto generico di donna. [La poetica] Poeta leu nelle sue rime damore, Cino pi sperimentale nei sonetti di corrispondenza, genere che egli pratica con grande assiduit soprattutto negli anni trascorsi presso lo Studium di Bologna. Qui la dolcezza del poeta damore lascia spazio a un registro medio che di volta in volta al servizio della satira, dellinvettiva, della burla. I suoi corrispondenti bolognesi sono gli eredi del primo e maggiore poeta emiliano, Guinizzelli. Certo nessuno di loro allaltezza

29

di Cino: ma aperta con lui e con loro quella comunicazione tra la Toscana e le regioni del centro e del nord-est dItalia che presto verr tenuta viva e potenziata dallesule Dante Alighieri. [La poesia comico-realistica. La tradizione della poesia burlesca] Nella tradizione mediolatina e franco-provenzale, accanto alla poesia seria, dargomento erotico o moralereligioso, ebbe un ruolo di grande rilievo la poesia burlesca, composta dai giullari e recitata spesso di fronte al pubblico delle citt (laddove i poeti damore si rivolgevano solitamente a quello pi colto delle corti). I suoi temi sono ricavati da una vita quotidiana tuttaltro che rosea, intristita com dalla povert, dalla malattia, dalla senescenza, dalla fame. Ma non mancano, a parziale risarcimento, piccole gioie anchesse materiali e anchesse adoperate come tema per la poesia: il vino, il sesso, il gioco. Testi di questo genere si trovano soprattutto nella raccolta dei Carmina Burana, unampia antologia di testi poetici latini scritti da vari autori tra il XII e il XIII secolo e riuniti in un manoscritto proveniente dallAbbazia di Benediktbeuren (di qui il nome della raccolta), e oggi conservato a Monaco di Baviera; ma assai probabile che ci che oggi ci rimane sia solo una piccola percentuale di una produzione originariamente molto pi vasta sfuggita per certo per la trivialit dei soggetti trattati alla registrazione nei codici. N questo tipo di poesia comicorealistica rest appannaggio dei soli giullari o dei goliardi, dal momento che ad essa si rivolsero anche poeti sicuramente colti e nobili come il pi antico dei trovatori, Guglielmo IX (cfr. 2). Di fatto, il registro comico-realistico divent col tempo una maniera nella quale tutti i poeti indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dal loro credo artistico poterono esercitarsi: tra essi anche gli stilnovisti Guinizzelli e Cavalcanti. [Rustico Filippi e Cecco Angiolieri. I temi] In questepoca (seconda met del Duecento), tuttavia, i maggiori esponenti del genere comico-realistico sono il fiorentino Rustico Filippi e il senese Cecco Angiolieri. Di entrambi rimangono soltanto sonetti (circa venti per il primo, un centinaio per il secondo), e la cosa probabilmente non casuale: il registro basso, il linguaggio colloquiale adoperato da questi poeti si serve della pi facile e immediata delle forme metriche. Quanto ai temi, in Rustico e in Cecco lamore visto nei suoi aspetti pi fisici e materiali: letica della cortesia cui sispirano i lirici contemporanei come Cino o Dante viene smitizzata: la donna una figura in carne e ossa, non unimmagine divina, e ci che il poeta desidera da lei non altro che il suo corpo. [La questione del realismo] Questa visione disincantata del reale porta nella poesia anche motivi che erano rimasti sino ad allora estranei alla lirica italiana, ed erano invece vivi, come si detto, nella poesia goliardica latina dei secoli precedenti: veniamo a sapere della povert del poeta e dei suoi cattivi rapporti coi genitori (Cecco), o dei suoi dolori di padre (Rustico); visitiamo ambienti preclusi alla lirica darte, come il bordello o la taverna in cui il poeta perde il suo tempo tra il vino e i dadi; ed entriamo in contatto con figure minori della realt cittadina anchesse ignorate dalla ferrea dialettica amante-amata dei lirici cortesi. Lintenzione realistica va dunque in due direzioni: in primo luogo, il poeta parla di s, delle sue passioni e delle sue disgrazie con sincerit; in secondo luogo, il poeta ritrae senza abbellimenti, ma anzi al contrario col gusto della caricatura, i personaggi che popolano i rioni di Siena e Firenze: mercanti, donne di malaffare, soldataglia. Lesperienza dei poeti comico-realistici implica cos la pi radicale rottura nei confronti della tradizione lirica siculo-toscana e lingresso della realt comunale nel mondo dellarte. [Lo sberleffo e linvettiva] E poich si trattava di una realt a fortemente conflittuale, sia per ragioni economiche, sia per ragioni di fede politica, sia per le frizioni che sempre hanno luogo tra concittadini, non stupisce che tra le forme predilette di Rustico, Cecco e gli altri minori comicorealistici ci siano quelle dello sberleffo e dellinvettiva. Dei conflitti che la gran parte dei lirici contemporanei tiene fuori dal cerchio della poesia, autolimitandosi a un canto damore sempre pi stilizzato, i giocosi fanno materia di sonetto. Citiamo, a titolo desempio, pochi versi di Rustico che miscelano tutti gli ingredienti fondamentali del burlesco - lessico basso, corposit delle immagini (tutte legate alla sfera pratico-professionale), allusione a cose o persone note a una ristretta e solo fiorentina - cerchia di persone: 30

Ne la stia mi par esser col leone quando a Lutier son presso ad un migliaio, che pute pi che nfermo uom di pregione o che nessun carname o che carnaio. Li suo cavegli farian fin buglione e la cuffia faria ricco un oliaio (Mi sembra dessere in gabbia con un leone, quando arrivo ad un miglio di distanza da Lotario, perch puzza pi di un carcerato ammalato o di un mucchio di carne putrefatta, o di una fossa comune; coi suoi capelli si farebbe un bel brodo, e il cappello (una volta strizzato) farebbe ricco un mercante dolio).

[La letteratura religiosa. La prevalenza del latino nella prosa religiosa] La prosa dargomento religioso, che dar frutti splendidi nel Trecento con le prediche del Passavanti, gli scritti del Cavalca e, soprattutto, con lepistolario di Santa Caterina, tutte opere in volgare, si esprime nel Duecento quasi esclusivamente in latino. Bench la predicazione avesse certamente luogo anche, e forse prevalentemente, in volgare, tutto ci che rimane di essa sono i 22 Sermoni subalpini, composti allinizio del Duecento e localizzabili in area piemontese: non a caso in prossimit della Francia, dove la registrazione per iscritto delle prediche volgari era da pi di un secolo pratica comune. Anche la letteratura francescana - i Fioretti, le biografie del Santo - furono concepite in latino e solo in un secondo tempo, nel Trecento, volgarizzate. La poesia di contenuto religioso, al contrario, fior prestissimo nel Duecento in numerose regioni italiane, anche in quelle nelle quali mancava del tutto una tradizione di lirica darte, e fu coltivata da alcuni dei massimi poeti del secolo, come Guittone e Iacopone da Todi. [Francesco dAssisi. La vita] Tra i testi primo-duecenteschi di carattere sacro prodotti nellItalia centrale, il cosiddetto Cantico di frate Sole certo il pi importante per qualit letteraria e per significato storico; il suo autore, Francesco dAssisi, rappresenta inoltre, com noto, una delle figure cardinali per la spiritualit cristiana medievale. Nato in una famiglia della medio-alta borghesia commerciale, dopo una giovinezza trascorsa tra gli agi e le avventure militari, Francesco adotta nel 1205 una rigida disciplina cristiana: abbandona la famiglia, rinuncia alleredit paterna e con un piccolo gruppo di seguaci comincia a predicare il Vangelo in assoluta povert. Dopo un lungo soggiorno in Egitto e in Terrasanta, speso nel tentativo di convertire gli infedeli, Francesco rientra in Italia nel 1220; qui lOrdine - approvato prima solo verbalmente da papa Innocenzo III, poi ufficialmente da papa Onorio III - conta ormai adepti a migliaia; a loro uso, Francesco elabora una Regula prima in 23 capitoli quindi, nel 1223, un compendio di quella, la Regula secunda, che cerca di mediare tra le esigenze di ortodossia imposta dalla Chiesa di Roma e la vocazione francescana alla povert. Muore nelleremo della Porziuncola, presso Assisi, nel 1226. [Il Cantico di frate Sole] Francesco fu autore di varie opere edificanti, quasi tutte in latino. Negli ultimi anni della sua vita, secondo la tradizione, compose il Cantico di frate Sole (o Laudes creaturarum). Il breve testo (una trentina di versi) non segue un preciso schema metrico: quelli che si definiscono in genere versi di ineguale lunghezza assonanzati, e che si avvicinano a quelli delle sequenze paraliturgiche mediolatine, possono altrettanto bene essere interpretati come prosa ritmica, certo destinata a essere musicata e salmodiata. In una forma molto immediata, senza complicazioni di stile, il Cantico ripete per otto volte la lode a Dio in ragione di altrettante sue creature giudicate intimamente buone: il sole, la luna e le stelle, il vento, lacqua, il fuoco, la terra, gli uomini virtuosi, la stessa morte corporale, tenuta distinta da quella morte secunda, morte dellanima, che non ha potere su chi rispetta le sanctissime voluntati di Dio. Del testo, letto di solito come documento di una religiosit spontanea, tanto pi accattivante quanto pi sciolta da preoccupazioni dottrinali, la critica recente ha messo in luce i possibili sottintesi anti-ereticali. Lelogio della creazione fatto da Francesco reagiva forse si sostiene - al dualismo professato, nellItalia di primo Duecento, da sette come quella dei catari: i quali, contro il dogma cristiano, separavano nettamente la sfera spirituale, emanazione diretta di Dio, da quella mondana e corporea, ritenuta creazione di Satana. 31

[La lauda] Si definiscono laudi gli inni dedicati soprattutto a Maria e ai santi che alcune confraternite laiche adoperavano nelle loro preghiere, in margine ai canti liturgici, gi a partire dalla prima met del Duecento. Questo tipo di devozione popolare si sviluppa soprattutto a Siena, Bologna e, in generale, in tutta lItalia centrale. Del 1233 il movimento degli Alleluianti (che prende il nome dal canto della messa che veniva intonato dai pellegrini), e a quelloccasione rimontano, probabilmente, i primi esempi di questi canti paraliturgici. Del 1260 la formazione della compagnia dei Disciplinati di Perugia sotto la guida di Raniero Fasani. Da allora in poi, col fiorire delle confraternite laiche in tutta lItalia centro-settentrionale, la lauda divent il pi comune dei mezzi di devozione, e ancor oggi biblioteche e archivi vescovili conservano circa duecento raccolte di questi componimenti, i laudari. Si tratta di testi in grandissima parte anonimi, i pi scritti in forma di ballata. Agli schemi delle origini, metricamente e retoricamente piuttosto semplici, ne succedono presto altri pi complessi: segno che, alla lunga, le leggi formali della lirica darte - una certa eleganza di stile, una maggior cura nella composizione - hanno fatto breccia in questo settore inizialmente davvero popolare e ingenuo della poesia antica. [Iacopone da Todi. La vita] Tra i pochi nomi di autori di laude conservatici dalla tradizione, quello di Iacopone da Todi (nato tra il 1230 e il 1236) di gran lunga il pi importante: importante al punto che egli pu definirsi, se non linventore, il codificatore del genere e il modello per tutti coloro che dopo di lui lo praticarono. Vissuto sino agli anni della maturit come laico, e (forse) precisamente come procuratore legale, Iacopone si converte attorno al 1269, diventando prima terziario poi frate minore, e aderendo allala radicale del francescanesimo, gli Spirituali, i quali professavano unassoluta povert e unosservanza scrupolosa della Regola del Santo. La lotta condotta da Bonifacio VIII contro gli Spirituali e i loro alleati, la potente famiglia dei Colonna, coinvolge anche Iacopone, che viene messo in carcere. Ne esce nel 1304, per intervento del nuovo papa Benedetto XI; ritiratosi nel convento delle Clarisse di San Lorenzo, nelle vicinanze di Todi, qui muore nel 1307. [Temi e carattere delle laude iacoponiche] Se li paragoniamo alle laudi che si trovano, per lo pi anonime, nei manoscritti duecenteschi, i testi iacoponici presentano una gamma di registri e di temi molto pi varia. C s in lui, come nei suoi predecessori, una componente mistico-ascetica che in cui si esprimono i motivi pi caratteristici della spiritualit cristiana: lesortazione alla virt e al pentimento, il timore di Dio e della morte nel peccato, lo svilimento del corpo, labominio delle ricchezze. Ma insieme, il canzoniere di Iacopone d spazio a temi di natura privata: invettive (per esempio quella contro il nemico per eccellenza, il papa Bonifacio VIII contro il quale si scaglier anche Dante nella Commedia), epistole in versi a destinatari storici (come papa Celestino V o i confratelli dellOrdine, ai quali molte di queste laudi sono di fatto indirizzate), testi autobiografici e lirici come quello notissimo scritto in prigionia, Que farai, fra Iacovone? (vv. 15-19):
la presone che m data, una casa sotterrata arscece una privata, non fa fragar de moscune. [Sono stato rinchiuso in un sotterraneo - i sotterranei del convento di San Fortunato a Todi - nel quale sbocca una latrina: lodore non quello del muschio].

un modello di poesia dellio ben diverso da quello che ispira la contemporanea lirica toscana. Il tono brusco e diretto, la violenza delle immagini, la quotidianit del lessico e della sintassi, in una parola il realismo di Iacopone si avvicinano piuttosto allaltra scuola poetica, questa interamente laica, che andava formandosi in quegli anni tra Firenze e Siena: il filone burlesco di Rustico Filippi o di Cecco Angiolieri che abbiamo visto rappresentare una sorta di contraltare borghese e realistico al mondo della cortesia tenuto vivo dagli stilnovisti.

32

[Linee evolutive della poesia nel Trecento. I due filoni principali: lirica e narrativa in versi] La poesia trecentesca pu essere distinta in due filoni principali:quello lirico e quello allegoriconarrativo. Il primo riprende e sviluppa il modello proposto dai grandi poeti toscani dellultimo quarto del Duecento: Cino, Cavalcanti, Dante. Il secondo segue la strada aperta dalla Commedia: la rappresentazione oggettiva, in versi, di contenuti morali, filosofici, dottrinali. [La lirica: dalla Toscana al Veneto] La tradizione lirica si spegne quasi del tutto, in Toscana, dopo la generazione stilnovista: anticipando quella che sar una delle tendenze dominanti del secolo, i minori vissuti allombra di Petrarca e Boccaccio si orientano, piuttosto che verso la poesia damore, verso un tipo di lirica didattico-morale di scarso impegno formale e ideologico. Solo nella seconda met del secolo, dopo Petrarca, poeti fiorentini come Alberto degli Albizi e Cino Rinuccini vorranno tornare allortodossia cortese: e comporranno esclusivamente liriche damore attingendo insieme al repertorio dello stilnuovo e alla nuova maniera petrarchesca. Il terreno per la poesia pi fertile in Veneto. Qui, in seguito alle faide tra guelfi e ghibellini, si trasferiscono molti intellettuali toscani: e vi soggiornano prima Dante (anni Dieci) poi Petrarca (anni Cinquanta e Sessanta), ciascuno raccogliendo attorno a s un gruppo di ammiratori e imitatori. Il trevigiano Nicol de Rossi (1290-post 1348) il primo a riprendere in maniera consapevole la lezione stilnovista dedicando a una donna chiamata col senhal di Floruzza alcune centinaia di sonetti e quattro canzoni, una delle quali scritta a imitazione della canzone filosofica cavalcantiana Donna me prega. [Il nuovo ruolo sociale del poeta] Nel corso del secolo, la crisi delle istituzioni comunali e laffermazione delle corti signorili ha riflessi importanti anche sullattivit artistica. Gli intellettuali che un tempo occupavano i posti pi importanti nelle magistrature cittadine (si pensi a Brunetto Latini, o allo stesso Dante) ora vengono arruolati nelle corti per svolgere il ruolo di epistolografi o cancellieri, o di poeti al servizio del signore: Dante e Petrarca svolgeranno talvolta questa mansione (per esempio rispondendo a sonetti inviati ai prncipi da altri poeti: Dante per i Malaspina, Petrarca per i Colonna), ma molti autori minori loro contemporanei ne fecero una vera e propria professione, e passarono la loro vita viaggiando tra le corti del nord Italia: il caso del toscano Fazio degli Uberti (nato nel 1367); del ferrarese Antonio Beccari (1315-1371); del padovano Francesco di Vannozzo (ante 1340-post 1389) tutti ospiti, in tempi diversi, della corte milanese dei Visconti e di quella veronese degli Scaligeri. [La poesia allegorico-narrativa: Cecco dAscoli] Quanto ai poemi allegorico-narrativi, il Trecento produce, com noto, due capolavori, la Commedia e i Trionfi, e unopera altrettanto fortunata anche se di minor valore letterario, lAmorosa visione di Boccaccio. Ma, accanto a queste vette, da segnalare lesistenza di una larghissima famiglia di imitatori pi o meno pedestri: al linguaggio versificato di solito nella forma della terzina incatenata o dellottava vengono affidati temi e compiti che a noi lettori post-romantici sembra possano essere espressi e soddisfatti soltanto dalla prosa. In questa vastissima produzione merita un cenno almeno lAcerba di Cecco dAscoli (1269-1327), un poema incompiuto in cinque libri che passa in rassegna una buona fetta dello scibile umano spiegando le propriet dei pianeti, la natura delle virt e dei vizi, le propriet degli animali e delle pietre, ecc. [Fazio degli Uberti] Mentre Cecco caso pi unico che raro nel Trecento polemizza con Dante, opponendo il proprio enciclopedismo, il proprio interesse filosofico e scientifico alle favole narrate nella Commedia, il Dittamondo di Fazio degli Uberti una chiara ed esplicita imitazione del poema dantesco sia nel metro, sia nei motivi, sia nelle strategie narrative. Originale per il tema centrale dellopera: un viaggio immaginario attraverso tutto il mondo con la guida dellantico geografo Solino. Il resoconto del viaggio il poema stesso finisce cos per essere un manuale storico-geografico ricco di notizie su luoghi esotici ma ancora pi ricco di leggende e mirabilia che fanno del Dittamondo una sorta di repertorio della letteratura fantastica. 3.3. La prosa

33

[Primi esempi di prosa tecnica] A paragone di questa eccezionale fioritura poetica, gli esordi della prosa letteraria italiana ci appaiono tardi ed incerti. Prosa letteraria, bisogna specificare, perch sin dal XII secolo attestato luso del volgare per brevi scritti di carattere pratico, senza alcuna intenzione artistica e in genere, per dir cos, di immediato consumo. Si tratta di testi per la gran parte toscani: gi tra il XII e il XIII secolo questa regione infatti quella in cui pi fiorente la vita economica e commerciale, e in cui dunque pi intensa la comunicazione e pi viva lesigenza di registrare per iscritto conti o documenti di varia natura. La tipologia dei testi per lo pi rimanda, in effetti, al ceto mercantile che di l a poco avrebbe fatto trionfare la potenza finanziaria di Firenze (ma anche di Lucca e di Pisa e di altri comuni toscani) sui mercati europei. Libri di conti (i cosiddetti libri del dare e dellavere), portolani (cio brevi manuali scritti a beneficio dei naviganti), testamenti, lettere di mercanti, ecc.: sino quasi alla met del Duecento luso del volgare mira soltanto a questo, a una comunicazione pi rapida e chiara tra soggetti che scrivono per comprendersi, senza intenzione artistica o culturale, o alla registrazione di dati (denaro, mercanzie) ad uso strettamente personale. [Lepistolografia e lars dictandi] Nel corso del XIII secolo le cose cambiano, prima di tutto nelle scuole e nelle universit. Larte notaria e larte di scrivere lettere, discipline di lunghissima tradizione e veri capisaldi dellinsegnamento scolastico, interessano un numero sempre crescente di individui, alcuni del tutto ignari di latino: si spiega cos, con questo graduale ampliamento del pubblico, il proposito di Guido Faba, docente allo Studium di Bologna, di fornire al suo lettoreallievo, oltre che modelli di epistole in latino, modelli in volgare di materia - bene sottolinearlo sia privata sia pubblica. Anche il volgarizzamento dei trattati latini di retorica - opera di Bono Giamboni, di Guidotto da Bologna e soprattutto di Brunetto Latini - rispecchiano presumibilmente una situazione analoga: la retorica, le arti del discorso, escono dalle aule universitarie e diventano strumenti duso comune nella vita cittadina dogni giorno: non un caso che nel suo commento al De inventione di Cicerone Brunetto Latini si dedichi costantemente ad attualizzare il trattato ciceroniano facendo osservare al lettore, in volgare fiorentino, le possibili applicazioni che quelle regole hanno nellamministrazione del comune. [La persistenza del latino] Si tratta, in ogni caso, delle prime deboli avvisaglie del futuro trionfo del volgare, non certo di una rivoluzione linguistica. Nelle scritture dargomento sacro, nella storiografia e nella memorialistica, nelle pratiche di cancelleria, il prestigio del latino rappresent a lungo una remora insuperabile per il costituirsi di una tradizione prosastica in volgare. Esso restava la lingua della comunicazione colta, quella che era necessario adoperare per farsi capire al di fuori dei confini nazionali e regionali, quella inoltre che poteva contare su una grammatica gi formata, cio su una lunga tradizione di scrittura: in ambienti ufficiali come la Chiesa o le cancellerie di corte il latino rester per molti secoli ancora lunica lingua possibile. Ma nella prosa morale e in quella scientifica il volgare toscano, pur minoritario, trov nel Duecento una pi larga applicazione, e qui ci occuperemo pi in dettaglio dei tre maggiori prosatori toscani del secolo: Bono Giamboni, Brunetto e Ristoro dArezzo. [La prosa narrativa] Meno ampia e meno variegata la prosa narrativa. Molti dei testi volgari che si possono far rientrare in questa categoria sono testi di frontiera, che stanno cio a met strada tra il racconto quale oggi noi lo intendiamo e il sermone morale, con qualche propensione per questultimo: storie esemplari, insomma, in cui il narrare non fine a se stesso ma sottintende una lezione morale. Una separazione pi netta tra le due sfere, quella - per dir cos etica e quella estetica, si avr nel Novellino: una raccolta di cento novelle messa insieme alla fine del XIII secolo, che in pratica inaugura la narrativa italiana moderna. [Gli autori. Bono Giamboni. La vita] Bono Giamboni, attestato tra il 1261 e il 1291, fu giudice e podest di Firenze e viene considerato, con Brunetto Latini, il massimo prosatore toscano della sua generazione. Come molti intellettuali del suo tempo, oltre a comporre opere originali, volgarizz testi classici (la Rhetorica ad Herennium, falsamente attribuita a Cicerone) e della latinit tarda (le Storie contro i pagani da Orosio, Larte della guerra da Vegezio). Unampia 34

conoscenza del Medioevo latino (Prudenzio e Claudiano, ma soprattutto il De consolatione philosophiae di Boezio) sta del resto a fondamento della sua opera maggiore, il Libro de viz e delle virtudi. [Il Libro de vizi e delle virtudi] Nei 76 capitoli del Libro sintrecciano due storie esemplari. La prima corrisponde al viaggio - viaggio-visione simile a quello di Dante nella Commedia - che il protagonista e autore del Libro compie per la propria salvezza spirituale. Caduto in uno stato di sconforto e di prostrazione, Bono incontra la Filosofia, che lo consola per la perdita dei beni materiali e lo esorta a intraprendere in sua compagnia il cammino verso la virt. Una serie di incontri e di colloqui - il primo con la Fede che lo interroga circa il Credo, i sacramenti, i peccati capitali, ecc., gli altri con le varie Virtudi che lo esaminano a loro volta - porta Bono ad essere ammesso, nellultimo paragrafo, tra i fedeli delle Virt: E dacch mebbero benedetto e segnato e ricevuto per fedele, scrissero BONO GIAMBONI nella matricola loro, secondo che la Filosofia disse chio era chiamato. Circa alla met del suo viaggio il protagonista assiste ad un grande spettacolo esemplare. Radunata in unimmensa pianura, tutta la gente del mondo combatte divisa in due fazioni contrapposte, chi per le Virt chi per i Vizi (capitanati da Superbia). Presto la visione, da allegorica che era, diventa storica, e la cornice della battaglia fornisce al narratore il pretesto per un lungo excursus sulla storia del mondo e della cristianit, dalla creazione al peccato originale e dalla fondazione della Chiesa alla lotta contro le eresie. La lotta (e la visione) si chiude con la vittoria delle Virt e della vera religione; ma una vittoria parziale, dal momento che rimane aperto il conflitto tra il cattolicesimo e lultima e pi insidiosa delle eresie partorite da Satana, lIslam. [Le lettere di Guittone dArezzo] Rispetto allopera del Giamboni, lepistolario di Guittone dArezzo (cfr. 3.2) offre un modello tutto diverso di ammaestramento morale. Lo stile irruento, la ricchezza di esclamazioni e di interrogative retoriche, tipiche della predicazione e delloratoria, sono lo strumento di una morale militante perfettamente inquadrabile in quello che abbiamo visto essere il secondo tempo della carriera poetica di Guittone: lopera del convertito. Come spesso le canzoni, le lettere si indirizzano a singoli destinatari - confratelli, amici, uomini investiti di responsabilit civili o politiche - per confermarli sulla strada del bene o per distoglierli dal vizio. Nate dunque come forma di comunicazione privata, esse vennero presto raccolte dallautore o dai suoi discepoli a formare un epistolario organico per ledificazione di tutti. Le 34 lettere che ci rimangono (certo una scelta da un corpus pi ampio), come rispecchiano la forza polemica del Guittone poeta, cos ne ripetono lo stile spesso oscuro e contorto, gonfio di latinismi, costrutti poetici e, soprattutto, di citazioni dalle autorit (i classici latini e gli autori cristiani) tanto numerose da rendere pi di una lettera una semplice collezione di sententiae a tema. E come il poeta, cos il prosatore dovr a questo gusto per gli artifici formali lo scarso successo incontrato nella tradizione italiana gi a partire dal Trecento. [Brunetto Latini. La vita] Nella storia della letteratura italiana delle origini Brunetto Latini occupa una posizione di grande rilievo. poeta lirico, didattico (col Tesoretto), traduttore dal latino e trattatista: insomma raduna in s competenze disparate che ne fanno il primo intellettuale italiano davvero polivalente, quelle stesse competenze che ritroveremo, potenziate, nel suo discepolo e amico Dante Alighieri. E come e pi di Dante, Brunetto fu coinvolto nella vita politica e civile del suo tempo. Fiorentino di nascita, sindaco di Montevarchi nel 1260, quindi ambasciatore del comune di Firenze presso Alfonso il Saggio di Castiglia. Esule per cinque anni in Francia in seguito alla vittoria dei ghibellini, rientra nella citt natale nel 1266 e qui ricopre varie cariche, da cancelliere a priore, sino alla morte, nel 1294. [Il volgarizzamento della Rhetorica ad Herennium] Bench abbia luogo negli anni dellesilio francese, proprio al suo impegno civile devessere collegata lopera del traduttore. Il volgarizzamento del De inventione (Sullinvenzione) ciceroniano (la cosiddetta Rhetorica vetus [Vecchia retorica], la nova essendo la cosiddetta Rhetorica ad Herennium [Retorica a Erennio], falsamente attribuita a Cicerone) si accompagna infatti ad un fitto commento che reinterpreta a beneficio del reggitore, cio di colui che porta la responsabilit politica, le norme retoriche che nelloriginale latino erano prescritte alloratore: uscita dalle aule del tribunale, la retorica viene 35

spesa in ambasciarie e in consigli de signori e delle comunanze e in sapere componere una lettera bene dittata. Quella che ne deriva, nonostante il dislivello stilistico tra la lunga glossa di Brunetto e il testo tradotto, che ha lappoggio del perfetto latino ciceroniano, unopera compatta, tanto pi interessante e vivace quanto pi si allontana, nel commento, dalla traccia del modello. Da un lato, c un ricco apparato didascalico che svolge e chiarifica la terminologia tecnica - dai vari genera in cui si suddivide la retorica alla classificazione delle controversie, alle partizioni della lettera e del discorso forense - attingendo soprattutto al commento di Boezio; dallatro lato, c in Brunetto la capacit di rendere meno astratta larte retorica inserendola nel vivo della realt contemporanea. Non solo quindi il libro mira esplicitamente a uno scopo pratico, cio alla formazione intellettuale di chi andr a ricoprire cariche pubbliche, ma gli stessi esempi introdotti nel commento a beneficio del lettore sono tratti in pi di unoccasione dalla cronaca comunale: Verbigrazia. Il comune di Firenze... (e segue un episodio locale che illustra il precetto retorico appena discusso nel trattato). [La riflessione sulla poesia] Appare dunque coerente con questa estensione della retorica ad ogni aspetto della vita cittadina limportante paragrafo sulla poesia. Su questo argomento, naturalmente, Cicerone tace, limitandosi a fissare le regole della controversia giuridica. Ma - scrive Brunetto - che cos uno scambio epistolare se non un particolare tipo di controversia (una tencione tacita) nella quale, proprio come nel discorso forense, ogni lettera arricchita con parole ornate e piene di sentenzia e di fermi argomenti? E che cosa sono le canzoni damore se non tipi particolari di epistole, petizioni in verso alla dama in modo di tencione o tacita o espressa? Col che la lirica riportata sotto lombrello della retorica: intuizione fondamentale che individua con chiarezza uno dei caratteri pi tipici della poesia delle origini. [Il Tresor] Laltra opera maggiore di Brunetto, il Tresor [Tesoro], scritta in francese durante lesilio, merita di entrare in un sommario di letteratura italiana anzitutto perch ebbe vasta diffusione presso gli intellettuali toscani del tempo (non a caso ad essa che Dante consegna il ricordo del maestro in Inf. XV: Sieti raccomandato il mio Tesoro, | nel qual io vivo ancora), e in secondo luogo perch il francese , anche nellItalia del Duecento, lingua raccomandata per la prosa soprattutto in ragione della sua diffusione internazionale: in francese Martin da Canal scriver la sua storia di Venezia, e il pisano Rustichello, sulla base dei racconti del veneziano Marco Polo, Il Milione. Diviso in tre lunghi libri, il Tresor il rappresentante pi insigne, in una lingua volgare, di quella tradizione enciclopedica che sino ad allora non era uscita dai binari del latino scolastico. Il primo libro unampia raccolta di nozioni in materia di teologia, storia, fisica, geografia, architettura, storia naturale, zoologia. Il secondo associa a una lunga sezione sui vizi e sulle virt una traduzione parziale e un commento dellEtica di Aristotele. Nel terzo libro, il Tresor raggiunge la sfera dinteressi della Retorica; paragrafi sulla retorica, appunto, e paragrafi sulla politica coronano il trattato indirizzandosi a quel lettore cui lopera intera pu dirsi idealmente dedicata: luomo di stato. [Ristoro dArezzo, La composizione del mondo: struttura] Cos come la filosofia, anche la scienza, disciplina internazionale che vive quasi esclusivamente nelle Universit, parler latino sino a tempi relativamente recenti. Tra le rare opere scientifiche scritte nel Medioevo in un volgare romanzo, La composizione del mondo di Ristoro dArezzo probabilmente quella pi estesa e pi impegnativa. Lautore, forse un frate, certo un intellettuale che opera a stretto contatto con lo Studium aretino, non attinge a un unico modello ma contamina fonti diverse: Tolomeo, gli enciclopedisti medievali, i filosofi arabi - Averro, Avicenna - letti nelle recenti traduzioni latine e, soprattutto, Aristotele. E da Aristotele deriva la categoria concettuale che informa tutto il libro, quella della dialettica degli opposti: categoria applicata da Ristoro con tanto rigore da risultare a volte goffa e irragionevole. Poich - cos sostiene Ristoro - ogni cosa esiste in virt dellesistenza del suo contrario, nulla considerabile separatamente, senza il suo opposto che lo spiega e giustifica: perci ciascun segno zodiacale si definisce nel suo influsso in rapporto ad un segno contrario, e lo stesso va detto per i quattro elementi naturali (aria, terra, fuoco, acqua), per la destra e la sinistra, ecc. E poich il mondo dea ssare composto da cose oposite, giusto che anche questa regola patisca uneccezione e contempli insomma il suo contrario, vale a dire che il mondo 36

sia una cosa sola, senza opposto. Considerazione che porta ad affermare, alla fine del trattato (II.8.24), che luomo solo nelluniverso: non trovamo altro mondo che questo. [Temi] La prima parte dellopera, in 24 capitoli, dedicata alla cosmologia e alle scienze naturali: stelle, pianeti, segni zodiacali, geografia terrestre, flora e fauna, climi e stagioni. La seconda (94 capitoli) prosegue con osservazioni analitiche sui pianeti e sullo zodiaco (senzaltro largomento che sta pi a cuore a Ristoro, che crede ciecamente allinfluenza delle stelle sulla vita umana), quindi passa in rassegna le regioni terrestri, i fenomeni naturali e atmosferici (il terremoto, le comete, larcobaleno, ecc.). Nel finale, landamento abbastanza lineare del trattato si spezza, e lautore si pronuncia su questioni minori che hanno poco a che vedere con la trama generale del discorso: la genesi dellamore, la ragione per cui il fiato pu essere insieme freddo e caldo (ma gi in precedenza le osservazioni naturalistiche erano state interrotte da digressioni sulla virt dei saggi [I.21] o sulla bellezza dei vasi antichi [II.8.4bis]). [Linterpretazione del mondo naturale] Tipica della mentalit di Ristoro e della sua tecnica espositiva linterpretazione organicistica della natura: Questo mondo rascionevelemente lo potemo asimelliare ad una casa o ad un regno. Stante questa equazione tra cosmo e regno, tutto luniverso non che un grande codice obbediente a poche leggi fondamentali, e ci che nel cielo trova precisa corrispondenza nel mondo degli uomini. I pianeti sono figura delle classi sociali (Saturno, il pi distante, lastro dei lavoratori della terra, il Sole, il pi luminoso, lastro dei re, e cos via), e intervengono attivamente a modificare i destini umani: E li savi sacordano tutti che li corpi che sono de qua de sotto so retti e dominati da quelli de sopra. Un passo pi in l, e la teoria dellinfluenza dei corpi celesti fa posto a quella che negli animali e negli oggetti terrestri vede il semplice riflesso di immagini fissate per sempre nella conformazione dei pianeti e delle stelle: e questa similitudine recevono dal cielo tutte le cose che so engenerate de li elementi, emperci che la meno nobele cosa dea recevare similitudine da la pi nobele: cos, per esempio, le macchie lunari so desegnate a similitudine del viso umano, secondo quello che vegono e ponono li savi, e il tracciato delle costellazioni prefigura le fattezze di certi animali e cose del nostro mondo: il carro, la bilancia, laquila, la nave, e cos via. [Guido Faba: le istruzioni su come scrivere] Come abbiamo visto accennando allopera di Brunetto, listruzione nel campo della retorica ha nel Medioevo un peso difficile da sopravvalutare. La domanda su che cosa scrivere? passa quasi ovunque in secondo piano rispetto ad unaltra che sembra stare molto pi a cuore agli intellettuali del tempo: come scrivere?. I trattatisti insegnano a mettere insieme unorazione, un poema, una lettera. Generalmente, questa precettistica in latino e si rivolge a scriventi in latino. In quanto opera insieme storico-critica e prescrittiva, il De vulgari eloquentia sar a suo modo un manuale di questo tipo, ad uso dei poeti italiani. Ma nel corso del XIII secolo il volgare prese piede in ambienti che in passato gli erano rimasti preclusi: i tribunali, le cancellerie, persino la Chiesa. Non stupisce, dunque, che Brunetto, Bono e Guidotto da Bologna volgarizzino e commentino per un pubblico pi vasto di quello degli specialisti gli antichi trattati di retorica. E non stupisce che la storia della prosa di scuola in volgare si apra con i protocolli di Guido Faba. [La Gemma purpurea e i Parlamenti et epistole] Come altri retori del suo tempo (i toscani Bene da Firenze e Boncompagno da Signa) Guido insegna allUniversit di Bologna, massimo centro europeo per gli studi giuridici, e compone in latino una Summa dictaminis (che potremmo tradurre come Arte dello scrivere lettere e documenti) ad uso dei suoi studenti. Negli anni Quaranta scrive le sue opere maggiori, la Gemma purpurea, un trattato di epistolografia diviso in una sezione di precetti e in una di esempi (formule di poche righe da impiegare nelle scritture pubbliche - preghiere a un superiore, ingiunzioni a alleati o nemici - o private - lettere damore o damicizia); e i Parlamenti et epistole, brevi modelli di orazioni che illustrano gli accorgimenti retorici utili per confezionare un discorso elegante (i modelli riguardano in genere lattivit podestarile, ma ci sono anche esempi di orazioni fittizie come il contrasto tra la Quaresima e il Carnevale, uno dei luoghi comuni della letteratura mediolatina). Ebbene, allinterno dei Parlamenti Guido raccoglie anche modelli di orazioni in volgare; e nella Gemma purpurea - dopo il prologo, la 37

lista delle voci e delle locuzioni da usare nelle lettere, dopo la Doctrina che insegna analiticamente a comporle - gli esempi di exordia (esordi, avvii di documento) presentati al lettore sono nelle due lingue, litteraliter et vulgariter (in latino e in volgare). Per esempio: Supplica la mia parvitade a la vostra segnoria devotamente, che vio, per Deo e per lo vostro onore, segundo la vostra fora ch sufficiente in questa parte, vugliae dare overa che possa avere officio in comuno (Nella mia umilt supplico la Vostra Signoria perch vogliate, in nome di Dio e del Vostro buon nome, operare affinch io possa ricevere un incarico presso il comune). dunque probabile che gi nella prima met del secolo lepistolografia e larte notaria dovessero venire incontro alle esigenze di un pubblico di utenti non letterati sempre pi ampio. [La storiografia] La grande storiografia in volgare nasce nel primo Trecento, con le Cronache di Dino Compagni e Giovanni Villani. Nel Duecento, la lingua delle scritture storiche il latino, e il loro impianto piuttosto elementare: si tratta o di cronache che mettono in fila, senza analizzarli, piccoli fatti di risonanza locale, oppure di storie universali che si riducono a una rozza elencazione degli eventi succedutisi dalla fondazione di Roma (o pi indietro ancora) agli anni in cui vive lo scrivente (unica eccezione la Chronica latina del frate parmense Salimbene de Adam, che fu testimone diretto di buona parte degli episodi della storia duecentesca da lui narrati). Le due pi importanti cronache duecentesche in volgare sispirano di fatto a questi semplici modelli. Marcatissima limpronta annalistica nella Cronaca pseudolatiniana (cos chiamata perch un tempo falsamente attribuita a Brunetto Latini), opera di un fiorentino che anno per anno elenca gli eventi a suo parere pi notevoli ravvivando la sua cronaca con aneddoti curiosi circa strani fenomeni naturali, eventi miracolosi, leggende dedotte dalla sua fonte primaria, lopera di Martino Polono. Pi critica, meno incline allaneddoto e insomma pi moderna invece lIstoria fiorentina di Ricordano Malaspini (proseguita dal nipote Giacotto fino al 1285) che ripercorre la storia della citt dalle mitiche origini fiesolane ai Vespri siciliani (1282). Ritenuta a lungo una falsificazione a causa delle sue estese concordanze con la pi tarda Cronaca del Villani, oggi opinione comune che essa rappresenti invece una delle principali fonti di questultimo. [La prosa narrativa. Premessa] Il genere che nelle altre letterature romanze ha spesso una funzione fondatrice, la prosa narrativa, diede nel Duecento italiano frutti poverissimi. Suo carattere tipico , nei primi tempi, la fusione tra listanza narrativa e quella morale-religiosa. Linvenzione romanzesca ha bisogno di appoggiarsi allautorit dei filosofi o della Chiesa: narrare possibile, ma solo a patto che ci serva alledificazione del lettore. Le prime raccolte di novelle italiane (dato che per trovare qualcosa che assomigli al romanzo occorrer attendere il Trecento) riflettono questa situazione di limitata autonomia tanto nel loro contenuto quanto nella loro struttura e genesi. Circa il contenuto esse mirano sempre ad insegnare qualcosa. Quanto alla struttura, essa ricalca quella delle collezioni di exempla (brevi racconti che illustrano un precetto morale: un esempio, appunto) o di leggende sacre: le novelle raccolte nei Conti senesi o nel Fiore di filosafi (cfr. infra) nascono gi in gruppo, come un organico manuale di precetti virtuosi. La novella singola o, come si dir, spicciolata, specchio di un gusto per la narrazione diventato premio a se stesso, sar uninvenzione quattrocentesca. Quanto alla genesi, le nostre prime prose narrative sono in buona misura traduzioni o rimaneggiamenti di modelli francesi o latini. Quel confronto con le altre lingue di cultura che rappresent, in poesia, la necessaria premessa allo sviluppo di una tradizione italiana originale, accompagn per pi lungo tratto levoluzione della narrativa italiana medievale. [I Conti senesi] Nei Conti senesi, frammentario volgarizzamento di prose devote francesi, le Vies des Peres, lintenzione edificante e didattica esplicitata gi in righe introduttive che possono ben considerarsi come il prologo dellintera raccolta. I 14 racconti (ma dovevano essere pi numerosi in origine) vengono preannunciati come opera di grande autorit, scritta a utilit di coloro che lo legierano. Ne sono protagonisti non i borghesi che vedremo allopera nel Novellino e nel Decameron n i saggi e i filosofi di altre raccolte coeve bens anonimi personaggi legati alla chiesa - eremiti, frati, monache - i quali attraverso le loro vicende forniscono al lettore un modello 38

di virt e di comportamento cristiano. Nelle novelle pi estese, questa significazione morale viene resa esplicita per due volte dal narratore, il quale prende direttamente la parola sia in avvio di racconto, per istradare il lettore alla giusta comprensione del testo (queste righe iniziali vengono designate come prologo nella nov. XIV, ed assolvono dunque la funzione di micro-cornice, ossia di legante tra i vari racconti), sia in coda, per mettere in chiaro il significato esemplare della novella. [I Conti di antichi cavalieri] Databile allultimo trentennio del secolo e localizzabile nella Toscana orientale (forse ad Arezzo) unaltra breve silloge di racconti messa insieme, come i Conti senesi, non per diletto bens per utilit pratica ma, diversamente da quelli, senza implicazioni di tipo religioso. I Conti di antichi cavalieri si propongono infatti di far conoscere detti saggi e belli e di gran sentimento acci che sempre inviamento bono ne possa avere eppigliare ciascuno cui governa. In altri termini, gli exempla qui raccolti e romanzati rielaborando principalmente il Liber Ystoriarum Romanorum non hanno un generico intento didattico bens una precisa funzione di ammaestramento e moralizzazione dei reggitori dello stato: onde la scelta, come protagonisti, di cavalieri (cio equites, nobili) dellet greco-romana che, in quanto eterni modelli di virt, possono affascinare e convincere uomini di ogni parte politica. In coerenza con lintento dellopera, che quello di istruire i governanti del Comune, costante in tutte le novelle di ambientazione greca o romana linteresse per le virt politico-militari, mentre poco spazio viene concesso ai valori della saggezza e della temperanza, preminenti invece nelle altre raccolte di novelle contemporanee. [I Fiori e vita di filosafi e daltri savi e dimperadori] Probabile fonte dei Conti appena citati e, forse, del Novellino, la raccolta nota come Fiori e vita di filosafi e daltri savi e dimperadori, databile agli anni Settanta del Duecento. Lopera, che traduce, riducendo e rimaneggiando a sua volta, un compendio dello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, conobbe uneccezionale fortuna nel Medioevo per essere un comodo repertorio di aneddoti sulla vita degli antichi filosofi e degli eroi romani e, insieme, una collezione di sentenze riciclabili in ogni occasione: il titolo rispecchia appunto questa giustapposizione di una parte aneddotica (vita) e di una antologicasentenziosa (fiori) (DAgostino). Le due classi di personaggi presentate come esemplari (savi e filosofi come Pitagora, Socrate, Platone, eroi romani come Valerio, Bruto, Torquato, apprezzati per le loro virt morali e non pi - come nei Conti di antichi cavalieri - per le imprese guerresche) sono considerati insieme, su un identico piano, per aver dimostrato saggezza nella loro condotta o nei loro scritti: anche personaggi noti per altri meriti (meriti letterari nel caso di Plauto o di Stazio) interessano qui solo come savi produttori di sentenze di facile riuso. Naturale quindi che le due sezioni delle novelle abbiano ampiezza e rilievo diseguali. Vale a dire che la parte biografica ridotta allosso (Epicurio fue uno filosafo, che non seppe lettera, n non seppe disputare: seguono citazioni dalla sua opera), o si fonda su aneddoti inverificati scelti per le loro applicazioni morali, mentre tutto linteresse si rivolge ai detti memorabili: i lunghissimi profili di Cicerone e di Seneca sono di fatto composti quasi per intero da stralci delle loro opere, sicch la biografia romanzata si trasforma in antologia. [Il Novellino. Struttura] Il Novellino la raccolta di brevi racconti che, composta nellultimo ventennio del secolo, getta le basi della nostra prosa narrativa. dubbio se la sua struttura e la consistenza attuale (cento novelle) risalgano alla stesura originale o se siano invece il frutto di una selezione pi tarda operata da chi volesse dare al Decameron boccacciano il contraltare di Cento novelle antiche (titolo della prima edizione cinquecentesca, che presuppone appunto il ricordo dellopera pi recente e pi celebre): il pi antico tra i manoscritti che ci hanno conservato il Novellino aggiunge infatti alle cento della vulgata varie altre novelle, le une tratte pari pari da raccolte contemporanee come il Fiore di filosafi, originali le altre. Come che stiano esattamente le cose, certo che il Novellino presenta, se non una vera e propria architettura narrativa da macrotesto, un principio di strutturazione interna, o meglio una variet di princpi: novelle unificate da un tema comune (per esempio la saggezza, nella prima decina), o dallambientazione (il mondo classico, nelle novelle 66-72), o dallidentit del protagonista (le novelle federiciane 21-

39

24). Formule di connessione debole, tutte queste, che individuano inflessioni e motivi ricorrenti ma non fanno del libro un organismo compatto. [Il pubblico] La dedica ai cuori gentili e nobili, nel prologo al libro, e laugurio che chi ha intelligenzia sottile segua i begli esempi illustrati nel libro hanno fatto parlare di un tentativo di selezione del pubblico, alla stregua di quella che nella contemporanea lirica stilnovista riserva laccesso alla poesia alla cerchia ristretta degli intendenti damore, ossia ai nobili danimo e di costume. Ma se in questultima il richiamo etico ha la sua ragion dessere nel carattere elitario dellideologia cortese, i contenuti del Novellino non ritagliano affatto un pubblico di intendenti in qualsivoglia disciplina, ch anzi per la piana quotidianit dei soggetti trattati e per la scioltezza della sintassi non c probabilmente in tutto il Duecento opera che pi di questa si presti a una fruizione popolare. La novella 29, nella quale con una risposta arguta un matto fa giustizia della pseudoscienza di alcuni grandissimi savi parigini (matto e forsennato - cos conclude - colui che pena e pensa di sapere il suo Principio [lorigine, la causa delle cose e della propria esistenza]; e sanza veruno senno [del tutto privo di intelletto] chi vuol sapere li Suo [di Dio] profondissimi pensieri), dice in sintesi quali siano in effetti i valori apprezzati dallautore e, presumibilmente, dai primi consumatori dellopera: il buon senso e lumorismo, non lintelligenzia sottile richiesta nel prologo: nel quale lappello ai gentili e nobili ha dunque tutta laria di una captatio benevolentiae (formula con cui si cerca di ottenere captare il favore, la benevolenza delluditorio) vlta non gi a selezionare bens a lusingare, sulla soglia dellopera, il pubblico dei lettori. [Lo scopo del libro] Come gran parte dei testi prosastici del tempo, il Novellino ha finalit esemplari. Ma la sua esemplarit si risolve tutta quanta nella sfera pratica. Nelle poche righe che introducono il primo dei Conti senesi, lautore dichiara che le vite dei santi padri sono state qui trascritte a utilit di coloro che [le] legieranno: la narrazione - ci dice questa importante premessa - puramente funzionale allammaestramento morale dei lettori. Lautore del Novellino chiarisce invece sbito che il suo impegno di natura laica. Linizio sul nome di Nostro Signore Ges Cristo adempie a un luogo comune della trattatistica coeva, ma prelude a un libro in cui i valori della religione hanno una parte molto esigua. Le poche novelle cristiane sono tra le meno felici della raccolta o perch ricalcano con troppa passivit la traccia dellexemplum o perch al piano della narrazione applicata in maniera troppo meccanica una coda moralizzatrice e parenetica (si pensi alla nov. 28, che passa bruscamente dalle gesta di Lancillotto alla lode di Dio: Ohi mondo errante e uomini sconoscenti [...], quanto fu maggiore il Signore nostro che fece lo cielo e la terra, che non fu Lancialotto). Invece gli spiriti antifrateschi, cos diffusi nella letteratura popolare del Medioevo, danno vita ad alcuni quadretti non indegni del paragone con Boccaccio: mentre la nov. 54, ripresa infatti nel Decameron (I 4), mette in scena un piovano Porcellino che, accusato di concubinaggio, si discolpa dimostrando che i costumi del suo censore, il vescovo, non sono migliori dei suoi, ben tre brevi novelle sfruttano, per scatenare leffetto comico, il momento del contatto tra laici in buona fede e chierici lussuriosi (nov. 87), avidi (91) o cialtroni (93) - la confessione. Nellassoluto disimpegno e nella volont di non mescolare le cose terrene e quelle divine, nel suo taglio insomma laico-razionalistico, il contenuto della raccolta non contraddice quindi le anticipazioni del prologo: rallegrare il corpo e sovenire [aiutare] e sostentare [...] a prode [a vantaggio] e a piacere di coloro che non sanno e disiderano di sapere. [I temi] La scelta dei temi in linea con quanto si osservato finora. Facciamo qui memoria - annuncia lautore - dalquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di belli risposi [belle risposte] e di belle valentie, di belli donari e di belli amori. Ma alla lettura appare chiaro che la prima voce dellelenco (i fiori di parlare, i belli risposi) quella che unifica e spiega la grande maggioranza delle novelle. Ci significa che lindugio sui particolari, lelaborazione dellintreccio, insomma il piacere della narrazione gratuita che sar cos tipico della prosa italiana dopo Boccaccio, tutto questo si cerca invano nel Novellino. Qui i fatti sono al servizio delle parole, e gli scarni elementi del plot corrono rapidamente verso il colpo di scena che chiude la novella. Il colpo di scena una battuta arguta e spiritosa che risolve la situazione. Il silenzio dellautore che, come si detto, non aggiunge mai il suo commento alle parole del personaggio, si giustifica col fatto che 40

queste ultime contengono da sole una morale implicita perfettamente comprensibile. Insomma, quando si raccontano delle storie non bisogna farla troppo lunga; ecco come questo precetto morale - che possiamo prendere a simbolo della meditata stringatezza del Novellino - reso narrativamente nella nov. 89:
Brigata di cavalieri cenavano una sera in una gran casa fiorentina, e avevavi uno uomo di corte, il quale era grandissimo favellatore. Quando ebbero cenato, cominci una novella che non vena meno. Uno donzello della casa che servia [...] lo chiam per nome, e disse: Quelli che tinsegn cotesta novella, non la tinsegn tutta. Ed elli rispuose: Perch no?. Ed elli rispuose: Perch non tinsegn la restata [cio non ti insegn a fermarti quando lora]. Onde quelli si vergogn, e ristette.

[Larma della parola] Centrale, nel Novellino, dunque la dimensione della parola, non come sar nel Decameron - quella dellevento. Negli anni in cui volgarizzatori come Guidotto da Bologna o Bono Giamboni o Brunetto Latini traducono ad uso degli studenti e dei giuristi la Rhetorica ad Herennium e il De inventione, il Novellino offre ad un pubblico di laici e di borghesi di media cultura un modello pi abbordabile e pi avvincente di retorica civile: un prontuario di belle risposte trovate da ingegni brillanti, spesso subalterni dal punto di vista del rango sociale rispetto ai loro interlocutori nella fictio (nella nov. 89 appena citata chi viene sbeffeggiato luomo di corte, chi sbeffeggia un semplice donzello, un cameriere). Nella formazione degli intellettuali duecenteschi, le arti verbali della retorica e della dialettica occupano una posizione di assoluto rilievo; in un mbito profondamente diverso - quello della novellistica popolare - il Novellino risente di questa congiuntura culturale. In esso, le situazioni non interessano se non nella misura in cui possono essere risolte - e di fatto vengono risolte - con le armi della parola. [Verso il romanzo: la materia troiana, romana, bretone; loriente] Accanto a questampia produzione novellistica, importante perch segna la strada che porter nel giro di mezzo secolo al Decameron, fanno la loro comparsa sullo scorcio del Duecento altre forme narrative che per estensione e per struttura possiamo accostare al genere moderno del romanzo. Attraverso la letteratura francese, filtrano in Italia tre temi mitico-storici che rappresenteranno per tutto il Medioevo altrettante fonti del romanzesco. Alla materia troiana, compendiata da Benot de SainteMore nel Roman de Troie, fanno capo la gi citata Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne e lIstorietta troiana, in volgare toscano, oltre a Brunetto Latini, nel Tresor, e ad alcuni racconti del Novellino. Un centone francese di primo Duecento, Li fait des Romains, che mette insieme informazioni desunte dagli storiografi e dai poeti latini (Sallustio, Svetonio, Lucano, ecc.), invece alla base dei Fatti di Cesare e di altri numerosi volgarizzamenti che attestano lampia diffusione della materia romana in Italia. Infine si moltiplicano, tra la fine del Due e linizio del Trecento, le versioni del Roman de Tristan francese, la celebre storia delle imprese di Tristano, esule dalla corte di re Marco, e del suo amore per Isotta. Il Tristano riccardiano, di area toscana, la pi antica e la pi ampia delle traduzioni che portano la materia bretone nei comuni toscani e nelle corti venete (abbiamo cos - i nomi rinviano per convenzione alle biblioteche e alle collezioni nelle quali sono conservati i testi - un Tristano panciatichiano, un Tristano palatino, un Tristano corsiniano, ecc.). [Il Milione] Occupa infine una posizione eccezionale nella prosa delle origini il resoconto dei viaggi del mercante veneziano Marco Polo, il Milione (dal soprannome della famiglia Polo: Emilione), dettato nel 1298 da Marco a Rustichello da Pisa, uomo di lettere e suo compagno nelle carceri di Genova. Lopera, che Rustichello scrisse in francese (il titolo originale fu probabilmente Divisament dou monde), si apre con un prologo che espone largomento e i termini generali del suo viaggio in Asia, quindi allinea una lunga serie di paragrafi, ciascuno relativo a una delle molte regioni e citt visitate, che culmina nellincontro col monarca cinese Qubilai (o Kublai) Khan. Alle informazioni sui traffici e sulle vie di comunicazione - che si spiegano con gli scopi della missione di Marco, commerciante di preziosi e tessuti - si affiancano quelle notizie curiose e leggendarie (su uomini con la coda o con testa di cane, su personaggi del mito come il Prete Gianni, ecc.), che 41

fecero limmensa fortuna del libro dal Medioevo a oggi attraverso traduzioni, riduzioni, rimaneggiamenti. Nato come racconto di viaggio, il Milione fin dunque per dischiudere alla cultura europea, dopo la materia greco-romana e troiana e dopo quella bretone, una terza sorgente di romanzesco, stavolta remota non nel tempo ma nello spazio: loriente. [Linee evolutive della prosa nel Trecento. La diffusione del volgare come lingua della prosa: la storiografia] Nel corso del Trecento la pratica della scrittura in volgare interessa un numero sempre crescente di individui, e si diversifica in unampia gamma di tipologie. Oltre che nella letteratura dinvenzione (novelle e romanzi), il volgare viene adoperato nella storiografia, nei libri di famiglia, nella letteratura edificante. Tra gli storiografi in volgare ha un posto di grande rilievo il fiorentino (e, come Dante, guelfo) Dino Compagni, che in una breve Cronica narra gli eventi occorsi nella sua citt tra il 1280 e il 1312. Lerede ideale del Compagni Giovanni Villani, anchegli fiorentino, che compone una Nuova cronica pubblicata in dieci libri gi nei primi anni Trenta e successivamente ampliata dallautore fino alla sua morte, nella peste del 1348. Ma lopera trov nella famiglia stessa di Giovanni dei degni continuatori: la riprese il fratello Matteo, narrando la storia italiana dal 1348 al 1365 e offrendo, tra laltro, una memorabile descrizione della peste; e vi mise mano infine, per un breve aggiornamento, il nipote Filippo. [La Cronica dellAnonimo Romano] Se tuttavia la gran parte della prosa anche storiografica trecentesca ci giunge dalla Toscana, la regione culturalmente pi avanzata, e nella quale il volgare aveva raggiunto un pi completo sviluppo, il capolavoro della storiografia del secolo venne scritto in unarea eccentrica come il Lazio. Si tratta della Cronica scritta da un Anonimo Romano tra la fine degli anni Cinquanta e linizio degli anni Sessanta e relativa alla vicenda del tribuno Cola di Rienzo. La materia romana sollecita, in un autore che pure mostra di conoscere il latino e il volgare toscano, limpiego del dialetto romanesco, e ci conferisce alla narrazione una insolita vivacit e forza espressiva. Ma lo speciale realismo dellopera si spiega anche con la circostanza che lautore, oltre che storico scrupoloso, anche spettatore di molti degli eventi che racconta: e per esempio il ritratto di Cola, passato in breve tempo da eroe a dissoluto traditore, di quelli che solo un testimone oculare sarebbe stato in grado di dare. Di recente, il filologo Giuseppe Billanovich ha proposto di identificare lAnonimo con Bartolomeo di Iacovo di Valmontone, un nobile laziale che, dopo studi di medicina, intraprese la carriera ecclesiastica: identificazione non certa, ma che darebbe ragione sia della cultura non comune che lautore mostra di possedere sia delle informazioni di prima mano che egli detiene (Bartolomeo era in effetti, in quegli anni, a Roma). [La novellistica dopo Boccaccio] Nellambito della narrativa dinvenzione, ben poche opere e ben pochi autori meritano di essere segnalati prima del capolavoro del secolo, il Decameron (cfr. 6): un libro che cercher altrove nella tradizione classica e mediolatina e nella letteratura francese i suoi modelli. La produzione novellistica si intensifica, invece, e quasi dilaga, negli anni subito successivi alla pubblicazione del Decameron. Particolare importanza ha, allinterno di questa linea, la figura di Franco Sacchetti (circa 1332-1400). Nato anchegli, come Boccaccio, in una famiglia di mercanti, ricopr cariche importanti nelle principali magistrature fiorentine. Scrisse alcune centinaia di testi poetici quasi tutti raccolti in un manoscritto, copiato di sua mano, oggi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze e, soprattutto, il libro di racconti noto come Trecentonovelle (trecento nel progetto iniziale, ma ce ne restano soltanto 223), composto a partire dal 1385 e ultimato nei primi anni Novanta. Rispetto al pi vario repertorio stilistico e tematico del Decameron, Sacchetti compie unopera di riduzione e semplificazione. Manca, a differenza che nel Decameron, una cornice che permetta allautore di parlare in prima persona e di coordinare in un unico disegno le diverse novelle; e queste sono generalmente tanto brevi e semplici da meritare piuttosto il nome di aneddoti, o motti, o barzellette. Del realismo boccacciano accolta insomma solo la componente aneddotica e giocosa, quella che nel Decameron trova posto soprattutto nella sesta giornata. Far ridere, o far sorridere: questo lo scopo a cui Sacchetti sembra ridurre la pratica del novellare. E tale infatti la cifra del libro: una raccolta di episodi divertenti tratti per lo pi 42

dalla vita popolare fiorentina. Di fatto, gran parte dei personaggi sacchettiani sono presi direttamente dalla realt, e citati per nome e cognome, cos da dare luogo a una cronaca giocosa e pettegola piuttosto che a una vera e propria opera dinvenzione. Scrive infatti Sacchetti nella premessa al libro: E perch molti [...] forse diranno, come spesso si dice: Queste son favole: a ci rispondo che ce ne saranno forse alcune, ma nella verit mi sono ingegnato di comporle. Ben potrebbe essere, come spesso incontra [cpita], che una novella sar intitolata a Giovanni, e uno dir: ella intervenne a Piero; questo sarebbe piccolo errore, ma non sarebbe che la novella non fosse stata. [Gli scrittori religiosi] Infine, una spinta decisiva a favore delluso del volgare venne dagli scrittori di religione. Non che il volgare venisse adoperato nella liturgia o nelle discussioni teologiche, dove il latino regner ancora incontrastato; ma nella predicazione, nella preghiera, nei trattati spirituali la volont di farsi comprendere da un pubblico pi ampio di quello dei soli letterati porta gli autori ad adottare la lingua della comunicazione quotidiana, oppure a volgarizzare scritti religiosi sino ad allora accessibili soltanto in latino: tipico il caso delle leggende legate alla figura di san Francesco. Anche in questo caso la Toscana il centro del rinnovamento. Qui il domenicano Giordano da Pisa (prima met del secolo) compone e pronuncia pi di settecento prediche in volgare, rivolte non ai confratelli ma alla borghesia mercantile delle citt, e perci scritte nella sua lingua e su temi che pi da vicino la riguardano: il lusso, i costumi delle donne, lusura, la corruzione. E qui Domenico Cavalca, anchegli pisano (1270-1342), svolge unimportante opera di volgarizzamento di trattati latini relativi alla disciplina del buon cristiano e ai sacramenti: lo Specchio dei peccati, lo Specchio di croce, il Pungilingua. Qui, infine, il domenicano fiorentino Iacopo Passavanti (morto nel 1357) compone, oltre a vari sermoni latini, il trattato Specchio di vera penitenza, una (incompiuta) rassegna dei vizi e delle virt scritta sul modello dei manuali de poenitentia ma, a differenza di questi ultimi, a beneficio del pubblico ignaro di latino: il quale pubblico ed questo il fatto cruciale, destinato a sviluppi dincalcolabile importanza nellet della Riforma e dopo entra cos in contatto direttamente, senza la mediazione dei sacerdoti, con testi di carattere religioso. 4. Dante Alighieri 4.1 La vita [La giovinezza] Dante nasce nel 1265 a Firenze. All'epoca, la citt il principale centro economico e finanziario della Toscana, ma anche segnata dalle discordie e dalle lotte tra le fazioni: cos come altrove nel centro-nord della penisola italiana, i partigiani dell'Impero (ghibellini) e i partigiani del Papato (guelfi) si contendevano la supremazia, il che significava, di volta in volta, la strage e l'esilio della parte avversa. Dante appartiene a una famiglia della piccola nobilt. Studia certamente a Firenze, nelle scuole de li religiosi (Convivio, II xii 7): ossia in quegli Studia ecclesiastici cui, a quel tempo, potevano accedere anche i laici. Integra questa istruzione regolare con la lettura dei filosofi antichi e col dialogo con gli intellettuali della sua generazione (come i poeti Cavalcanti e Cino da Pistoia) e di quella precedente: su tutti riconoscer come maestro il poeta e retore Brunetto Latini. [Gli anni della maturit a Firenze] La superiore cultura e l'appartenenza a una famiglia non registrata tra quelle magnatizie (famiglie, queste ultime, cui per volont del popolo minuto erano state precluse le cariche pubbliche) fanno s che, a met degli anni Novanta, Dante possa partecipare in prima persona al governo del Comune. Per Firenze, questo un periodo particolarmente burrascoso a causa delle lotte tra le fazioni dei guelfi Bianchi - riuniti attorno alla famiglia dei Cerchi - e dei guelfi Neri, che fanno capo alla famiglia Donati. Coi primi, difensori del popolo minuto e delle magistrature cittadine, si schiera Dante. Allinizio uno fra i tanti, nelle assemblee che affiancano il Capitano del Popolo e i Priori; poi, crescendo il suo prestigio, riceve incarichi pi importanti. Nel 1300 eletto priore. Nel 1301 ha un compito molto delicato. Papa 43

Bonifacio VIII conta di ridurre Firenze sotto il proprio potere grazie allappoggio interno dei guelfi Neri, e Dante inviato presso Bonifacio per trovare un compromesso. Ma durante la sua assenza i Neri si impadroniscono della citt e bandiscono i Bianchi. Dante condannato a morte in contumacia. Non torner pi a Firenze. [Lesilio] L'esilio, durato vent'anni, port Dante in molte citt e corti dell'Italia centrosettentrionale. Fu dapprima in Lunigiana, poi nel Casentino, poi pi lungamente a Verona presso Bartolomeo della Scala (e degli Scaligeri far un commosso elogio nella Commedia). Dante non rivide Firenze, ma continu, almeno per i primi anni, a tentare di rientrare in patria. Si associ, per un breve periodo, ai Bianchi fuoriusciti che tentavano di riprendere Firenze con le armi e con l'ausilio di nuovi improvvisati alleati. Ma ogni tentativo, per la mancanza di una guida e di un disegno comune, fall. Lultimo rifugio del poeta fu la Ravenna di Guido Novello da Polenta, dove mor nel 1321. [La vita privata] Al di l degli impegni pubblici e dei rapporti con i protagonisti della vita politica e culturale del tempo, pochissimo sappiamo della vita privata di Dante. Sposa Gemma, della famiglia dei Donati, e ha da lei almeno tre figli: Antonia, Jacopo e Pietro. Tutti condivideranno la sua condanna e il suo destino di esule. Se poco si pu ricavare dai documenti (scarsi) e dalle biografie antiche (ripetitive, e spesso fantasiose), l'opera poetica stessa di Dante una preziosa fonte di informazioni sul suo autore. Mentre ben difficile trovare, nella poesia del Medioevo, elementi che permettano di risalire dal testo alla concreta esperienza dell'autore (nomi delle donne amate, dati, circostanze storiche), la lirica di Dante appare, per cos dire, carica di realt e perci vicina all'esperienza e al gusto dei lettori moderni. Dal libro intitolato Vita nova apprendiamo cos i dettagli sull'evento cruciale della prima parte della vita di Dante, evento che fino a prova contraria non va ritenuto immaginario o simbolico ma reale: l'incontro con Beatrice, identificabile forse con Bice, figlia del ricco mercante fiorentino Folco Portinari. L'incontro avviene quando Dante ha nove anni: segue l'innamoramento a diciotto anni e, infine, la morte della donna, in un anno che pu essere il 1290. Anche in questo caso, per quanto alcuni particolari della storia possano essere amplificati, o inventati, o vadano essere letti in chiave simbolica, non c dubbio che il racconto ha un fondamento nella realt: la Vita nova , almeno in parte, unattendibile autobiografia. [Cronologia delle opere principali] La decisione di raccogliere i testi in onore di Beatrice in un libello (cio in un libro di piccole dimensioni), la Vita nova appunto, cronologicamente collocabile nei primi anni Novanta del Duecento; al periodo successivo all'esilio appartengono invece le grandi opere teoriche in prosa: il trattato sulla lingua volgare (De vulgari eloquentia, 1304-5, incompiuto) e il progetto filosofico del Convivio (1304-6, incompiuto); qualche anno pi tardi, il saggio politico della Monarchia. In margine a queste opere dottrinali, inizia il lavoro alla Commedia, lavoro concluso poco prima della morte (1321). Mentre - come vedremo - si sono conservati numerosi autografi degli altri due massimi autori del Trecento, Petrarca e Boccaccio, non ci rimasto alcun documento che possa essere attribuito con qualche plausibilit alla mano di Dante: la sua scrittura ci ignota. 4.2 La Vita nova [Contenuto e forma] Con la morte di Beatrice si chiude la prima fase della vita di Dante. La Vita nova il diario di questa fase: o meglio, della vita interiore di Dante durante questa fase. Ma un diario che ha speciali caratteristiche tematiche e formali. Per quanto riguarda il tema trattato, a differenza di quanto accade nelle normali autobiografie, l'io in quest'opera, piuttosto che il protagonista dell'azione, il testimone di eventi memorabili: la vita e la morte di Beatrice. Perci alcuni studiosi hanno potuto chiamare Leggenda di Santa Beatrice questo libro che pure si propone, dal principio alla fine, non come un'allegoria o un mito ma come il resoconto di un'esperienza realmente vissuta. Per quanto riguarda la forma, la Vita nova un prosimetro, ossia un testo in prosa all'interno del quale sono inserite delle poesie, analogamente a ci che si verifica 44

in una delle opere capitali per la formazione intellettuale di Dante, e di pi larga diffusione nel Medioevo, il De consolatione philosophiae (Sulla consolazione della filosofia) di Severino Boezio. I capitoli in prosa sono stati composti dopo la morte di Beatrice: essi situano nel tempo, introducono e commentano le poesie che Dante, anni prima, le aveva dedicato. Il piano dellautobiografia s'intreccia cos con quello della carriera artistica: il racconto anche l'occasione per un bilancio di quanto, in poesia, l'autore aveva saputo fare sino ai suoi trent'anni. [Il titolo e i modelli] La vita nova di cui parla Dante la vita iniziata dopo il primo incontro con Beatrice, al suo nono anno di et: In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova (ovvero: nel libro della mia memoria, poco dopo linizio, si legge un titolo che dice: qui comincia una nuova vita). La critica ha ricordato il versetto dei Salmi in cui lautore promette un canticum novum (nuovo canto): ed possibile che questo o altri luoghi biblici abbiano ispirato a Dante lidea del rinnovamento (renovatio, nella letteratura cristiana); al di l delle fonti puntuali, ci che conta per lidea di evento straordinario, miracoloso, che il poeta vuole comunicare: evento che decide della sua vita e della sua arte. Il riferimento, proprio in avvio dopera, ai testi sacri, chiarisce subito quali siano i modelli letterari che Dante ha soprattutto presenti: il racconto della vita e della morte di Beatrice racconto fatto da chi fu direttamente testimone di questo miracolo ha chiari punti di contatto con la storia di Ges narrata dagli evangelisti e con le leggende legate alla vita dei santi (cfr. per esempio la grande raccolta chiamata Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze). [Il Dante stilnovista] Per la gran parte, i componimenti raccolti nella Vita nova sono rappresentativi di quella fase della poesia dantesca che con pi ragione si pu definire stilnovista. In essi, infatti, sono ben chiare le analogie con le opere di alcuni autori contemporanei appartenenti al gruppo degli stilnovisti: Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni. In questo quadro, loriginalit delle liriche della Vita nova va cercata soprattutto nei molti nuovi motivi a cui esse si ispirano. [I nuovi motivi della lirica dantesca] La lirica romanza conosceva gi l'introspezione, cio la riflessione sull'amore presente e il ricordo dell'amore vissuto, e conosceva la preghiera alla donna perch si dimostri pietosa nei confronti dell'amante. Entrambi questi motivi sono presenti nella Vita nova. Ma a met circa del libro noi assistiamo a un importante cambio di materia. Dal momento che Beatrice gli nega il saluto, Dante decide di rinunciare alla poesia-preghiera e di rifugiarsi in ci che mai pu venirgli meno: la lode di Beatrice senza tuttavia attendersi da lei alcuna ricompensa. La lode - a differenza di quanto era accaduto nella tradizione dei trovatori o dei siciliani - diretta non tanto alla bellezza della donna quanto alle sue virt morali. Il mito stilnovista della donnaangelo, immensamente lontana dal suo amante, trova in queste rime in lode di Beatrice la sua formulazione pi chiara. Virt, miracolo, gentilezza, intelletto, onest, fede sono i nuovi termini che servono a esprimere la nuova materia: alcuni di questi termini, non per caso, derivano piuttosto dal linguaggio religioso che dalla tradizione della poesia laica. [Il motivo del lutto] La morte di Beatrice costringe Dante a un radicale cambiamento di materia. La seconda parte della Vita nova occupata da testi di lutto. Era questa un'opzione tematica non del tutto sconosciuta ai poeti pi antichi, ma nessuno l'aveva sfruttata nel modo in cui lo fa Dante. Egli non si limita al planh (compianto), cio al lamento e alla commemorazione dell'amata. Poich, nel momento in cui lavora alla prosa e riordina i testi poetici, egli sa gi quale sar il destino di Beatrice, l'intero libro gravita attorno all'evento della sua morte: e vi sono cos, al di qua di essa, testi nei quali la morte presagita; al di l dellevento funebre, testi che descrivono il rimpianto e il dolore di chi rimane vivo. Se lo stile della loda trover pochi imitatori, perch il linguaggio della poesia europea sar piuttosto, di qui in poi, quello dellanalisi psicologica e dellintrospezione, il motivo della morte dellamata, e dellamore che sopravvive, entrer stabilmente, gi prima del Canzoniere di Petrarca, nel repertorio tematico della poesia occidentale. 4.3 Le Rime

45

[Una raccolta disorganica] Le poesie giovanili non accolte nella Vita nova e le poesie della maturit formano il corpus delle Rime. Questo voluminoso resto - quasi cento testi se si contano anche i sonetti dei corrispondenti - non forma dunque un canzoniere, cio un libro compatto che abbia continuit di svolgimento come l'avr il Canzoniere di Petrarca. [I sonetti di corrispondenza] Buona parte dei sonetti non compresi nella Vita nova sono testi di corrispondenza: distribuiti lungo l'intero arco di vita del poeta. La maggior parte di questi testi per si crede che appartenga al periodo fiorentino precedente all'esilio. In quell'epoca infatti pi frequenti erano le occasioni di dialogo e competizione con i colleghi. La quantit non ci deve stupire: la mentalit odierna fatica a comprendere come la poesia potesse, nel Medioevo, assolvere tanto spesso a una funzione pratica. In realt accadde molto spesso, in epoca medievale, che dilettanti che oggi in nessun modo chiameremmo poeti scrivessero sonetti di corrispondenza contenenti richieste pratiche o informazioni occasionali. [Le canzoni morali] Il metro usato da Dante per affrontare i temi morali - salvo un caso, il sonetto Due donne in cima de la mente mia - sempre e soltanto la canzone. La ragione di questa scelta evidente: un discorso complesso come quello morale, che non pu esaurirsi in poche battute, ha bisogno della forma metrica pi capace, allungabile a piacere, e pi libera (non libere sono invece le forme metriche concorrenti: il sonetto e la ballata). Tre di queste canzoni morali sono inserite e commentate nel Convivio. possibile, anche se non cosa certa, che lo stesso destino sarebbe toccato anche alle altre tre canzoni che si leggono oggi tra le Rime disperse: Poscia chamor del tutto mha lasciato, Doglia mi reca ne lo core ardire e Tre donne intorno al cor mi son venute. Certo che queste e quelle ebbero grande fortuna durante tutto il Medioevo, venendo ripetutamente copiate nei codici e commentate. Al di l della Vita nova e della Commedia, Dante anche e soprattutto, per i due secoli successivi, il maestro della poesia morale. [Le canzoni petrose] Non tutti i testi giovanili di argomento amoroso finiscono nella Vita nova. Ne rimangono fuori quelli occasionali, quelli scritti per donne diverse da Beatrice o quelli che male si inserivano nella trama del libro. Si tratta in tutto di una ventina di poesie damore: sonetti, canzoni e ballate (genere metrico, quest'ultimo, che Dante e gli stilnovisti e i poeti successivi adoperano quasi esclusivamente per il tema erotico). N la poesia d'amore cessa del tutto dopo la Vita nova, negli anni della maturit; ma cambiano lo stile, il registro e la dedicataria del canto. Beatrice aveva suggerito atmosfere rarefatte e, come dir Dante rimpiangendola, dolci rime damore. Al contrario, una donna chiamata col senhal (epiteto, soprannome) di Petra (perch aspra, spietata, crudele) ispira a Dante, poco prima dell'esilio, alcune delle sue pi celebri canzoni, definite petrose. A unificare queste petrose sono il motivo-base costituito dalla sofferenza del poeta a causa dell'ostilit della donna amata, e, soprattutto, l'estrema originalit dello stile utilizzato. L'invenzione di Dante consiste infatti nel proiettare il tema sul linguaggio, facendo corrispondere alla durezza del contenuto la durezza dellespressione. Si osservi, per esempio, il lessico in rima dei primi versi della canzone petrosa Cos nel mio parlar: Cos nel mio parlar voglio esser aspro / com negli atti questa bella petra, / la quale ognora impetra / maggior durezza e pi natura cruda, / e veste sua persona dun diaspro (Voglio che le mie parole siano aspre cos come aspra questa donna nei suoi atti: lei che sempre pi dura e crudele, e copre il suo corpo con una pietra preziosa...). Di questo sperimentalismo formale prova anche la forma metrica di due dei testi che vengono tradizionalmente inseriti nel gruppo delle petrose: Al poco giorno e al gran cerchio dombra e Amor tu vedi ben che questa donna. Il primo una sestina, cio una forma particolare di canzone coniata probabilmente dal trovatore Arnaut Daniel e composta da sei stanze ciascuna composta da sei versi, e con sei sole parole-rima che si ripetono, secondo un ordine ogni volta diverso, in tutte le stanze del testo; il secondo una sestina doppia: genere, o meglio monstruum metrico inventato da Dante in cui si ripete lo stesso artificio, ma su una superficie doppia: le stanze hanno infatti non sei ma dodici versi. 4.4 Il De vulgari eloquentia

46

[Latino e volgare nellet di Dante] Come si gi detto, nell'et di Dante, tra XIII e XIV secolo, la gran parte dei testi veniva scritta in latino. La poesia in volgare era, si pu dire, appena nata, e ancor meno diffuso era l'impiego del volgare in prosa. Nelle universit, nei pubblici uffici, nelle chiese, il latino era, e sarebbe stato ancora a lungo, la lingua di gran lunga pi usata. Meditare su questa situazione necessario per comprendere l'originalit e il coraggio di Dante che scrive, agli albori del Trecento, il De vulgari eloquentia, un saggio sull'eloquenza (cio sulla lingua e sullo stile) volgare. [Loriginalit del progetto dantesco] Erano stati scritti molti trattati che insegnavano le regole della grammatica e della composizione latina, ma - come osserva Dante all'inizio del De vulgari eloquentia - occuparsi scientificamente del volgare un'impresa del tutto nuova: non ci risulta che nessuno prima di noi abbia svolto una qualche trattazione sulla teoria delleloquenza volgare (I.1). una contraddizione soltanto apparente che, a questo scopo, Dante stesso si serva del latino. Il fatto che, pur volendo parlare della lingua che comune a tutti, Dante non si rivolge al popolo bens ai dotti, cio a quanti con il loro esempio e con i loro scritti potevano, se persuasi dalle argomentazioni svolte nell'opera, dare man forte al suo progetto. [Struttura e temi] L'opera incompiuta. probabile che il parallelo impegno costituito dalla stesura del Convivio, se non gi della Commedia, abbia costretto Dante a interrompere la trattazione del De vulgari a met del secondo libro. L'autore aveva in programma almeno altri due libri. Uno, probabilmente, relativo alla prosa, l'altro certamente dedicato al volgare mediocre, cio alla lingua e allo stile adatti al registro comico. Se l'incompletezza del trattato ci priva del punto di vista di Dante su questi aspetti, non va dimenticato che la sostanza del suo pensiero linguistico contenuta nei due capitoli scritti. Quello che Dante cerca di definire anzitutto un volgare illustre, raffinato nella forma e nel lessico, che sia in grado di competere con il latino come lingua della comunicazione colta (il registro umile, per i temi meno elevati, costituirebbe quindi un aspetto secondario, dal momento che non qui potrebbe essere provata la superiore dignit del volgare) e perch le leggi della poesia, approfondite nel secondo libro, valgono anche per la prosa. Nell'estetica medievale, infatti, la distanza tra prosa e poesia meno grande di quanto non sia oggi: entrambe obbediscono alle stesse norme retoriche e stilistiche e possono avere la stessa funzione ( per questa ragione, tra l'altro, che i medievali potevano mettere in versi temi che noi oggi consideriamo esclusivi della prosa: la morale, la scienza, la religione). [Il giudizio sulla letteratura del passato] Esauritasi, o risolta, la questione della lingua, l'interesse del De vulgari legato oggi soprattutto ai giudizi espressi da Dante sulla letteratura: gli esempi di cui si serve per esporre la sua teoria linguistica ci aiutano infatti a capire che cosa egli pensasse dei poeti del suo tempo e dei suoi predecessori. Quando spiega come dev'essere fatto un verso, o quali sono le parole da usare, Dante cita infatti spesso dei brani di poesie che debbono servire da modello. La cosa importante in s, perch sono molto rari, nel Medioevo, gli scritti in cui venga almeno abbozzata una storia della letteratura, tantomeno in volgare, o in cui si confronti criticamente l'opera di autori diversi. Ma importante soprattutto se guardiamo alla natura degli esempi e al modo in cui essi vengono presentati e discussi. In primo luogo, Dante appare molto ben informato non solo sulla poesia delle varie regioni italiane ma anche su quella francese e provenzale: egli sente trovatori e trovieri (cfr. 2) come parte della sua stessa tradizione. In secondo luogo, Dante non cita soltanto per elogiare - indicando l'autore citato come modello da seguire - ma anche per criticare. Tra i poeti della corte di Federico II, vissuti nel Mezzogiorno d'Italia nella prima met del Duecento, cita e apprezza Guido delle Colonne, Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, e li loda in quanto seppero allontanarsi dal rozzo dialetto d'origine (il siciliano cos come si legge, per esempio, nel Contrasto di Cielo d'Alcamo). Quanto ai trovatori, in coincidenza con la tripartizione tematica tra salus, venus e virtus (De vulgari eloquentia, II.2), nomina Bertran de Born, come cantore delle armi (salus, nel senso di salvezza), Giraut de Bornelh come poeta per eccellenza della rettitudine (virtus) e Arnaut Daniel come poeta dell'amore (venus). Vari elementi fanno ritenere che proprio quest'ultimo fosse il trovatore pi apprezzato da Dante. Arnaut infatti non solo viene citato altre volte nel trattato, ma l'omaggio che qui Dante gli rende 47

verr ripetuto in maniera pi solenne nel canto XXV del Purgatorio, quando Arnaut verr chiamato miglior fabbro del parlar materno, cio massimo artefice del volgare. Inoltre, alcune rime di Dante - soprattutto le canzoni petrose e la sestina Al poco giorno - imitano in maniera evidente altrettanti testi di Arnaut. 4.5 Il Convivio [I temi] Il De vulgari eloquentia proclama la nobilt del volgare e ne illustra le regole. Il Convivio (cio il banchetto di scienza offerto a chi, per varie ragioni, non ha potuto avvicinarsi al sapere), scritto quasi negli stessi anni (1304-1307 circa), in certo senso la realizzazione pratica di questo programma. Dante dimostra infatti qui come il volgare possa essere impiegato non solo per la poesia d'amore (come si diceva nella Vita nova) ma anche per affrontare temi e problemi di maggiore difficolt e impegno: temi e problemi che, sino ad allora, gli intellettuali del Medioevo avevano affrontato servendosi sempre e solo del latino, come la filosofia, la teologia, letica, la fisica, lastronomia. [Struttura] Il Convivio ha la struttura di un commento. Nella Vita nova Dante aveva ripreso alcune sue poesie giovanili e le aveva inserite in una sorta di romanzo autobiografico, commentandole e situandole nelle loro particolari circostanze storiche. Nel Convivio Dante riprende alcune sue canzoni e dedica a ciascuna di esse un trattato che le spiega, parola per parola, e ne rivela il significato allegorico nascosto al di sotto della lettera. Il progetto iniziale era di scrivere 14 trattati, quindi di analizzare 14 canzoni s damor come di vert materiate (di argomento morale o amoroso, Convivio, I.i.14), ma, cos come il De vulgari eloquentia, l'opera rimase incompiuta. [La scelta del volgare] Dante scrisse soltanto quattro trattati: un primo che fa da proemio e illustra i princpi generali dell'opera, e altri tre in cui vengono commentate, nell'ordine, le canzoni Voi che ntendendo, Amor che ne la mente e Le dolci rime. Ora, proprio la struttura dell'opera ha influenzato la scelta della lingua: poich la prosa dei trattati al servizio delle poesie con cui ciascuno di essi si apre, e poich queste poesie sono scritte in volgare, ecco che anche per il commento stato necessario servirsi dell'idioma materno e non del latino. Nel Convivio la scelta della lingua (il volgare, non il latino), imposta per cos dire dalla materia ha per dietro di s motivazioni profonde. Ancora pronta liberalitate [liberalit, generosit, sollecitudine] Convivio mi fece questo eleggere e laltro lasciare. Il latino, osserva Dante, sarebbe stato compreso da pochi perch pochi sanno leggerlo: nel momento in cui si spiegano testi poetici ardui da decifrare, la lingua stessa del commento avrebbe rappresentato, per il lettore, una nuova difficolt. C dunque, in Dante, l'intenzione democratica di ampliare il raggio d'azione della comunicazione letteraria, di guadagnare alla cultura anche coloro che non hanno potuto studiare il latino: un'iniziativa rivoluzionaria, polemica nei confronti di quanti, per vanit e superbia, continuavano a disprezzare la propria lingua materna. Ma c anche l'affermazione di un presupposto teorico oggettivo: per quanto giovane, per quanto sprovvisto della tradizione culturale millenaria del latino, il volgare giunto gi a un grado di elaborazione tale da poter essere impiegato anche per i concetti pi difficili: Ch per questo comento la gran bontade del volgare di s [il volgare italiano] si vedr, per che si vedr la sua vert, e la sua capacit di esprimere altissimi e novissimi concetti (Convivio, I.x.12). 4.6 La Monarchia [Il contesto storico] I tre libri del trattato latino intitolato De Monarchia sono stati composti dopo il Convivio, e precedono, o accompagnano almeno per un tratto, la stesura della Commedia: sono dunque cronologicamente collocabili nel secondo decennio del Trecento. La Monarchia un trattato di teoria politica il cui intento principale consiste nel difendere l'autorit dellImpero contro le pretese temporalistiche (cio di governo e controllo delle cose temporali e terrene, non solo di quelle spirituali) della Chiesa. Questa presa di posizione da parte di Dante, in un momento storico 48

particolarmente delicato, mira anche a intervenire sull'attualit. Negli anni dell'esilio di Dante, infatti, il conflitto tra Chiesa e Impero era andato aggravandosi. L'alleanza fra il Papato e Roberto d'Angi, che regnava sull'Italia meridionale, aveva costretto sulla difensiva prima l'imperatore Arrigo VII - che era disceso in Italia nel 1312 nel tentativo, fallito, di riaffermare il suo potere sui comuni centro-settentrionali - poi i suoi successori, che il papa non aveva riconosciuto come eredi legittimi dell'Impero. Schierarsi con l'imperatore signific dunque per Dante non solo affermare un principio di dottrina politica ma esprimere un chiaro giudizio sulla realt contemporanea. [Fortuna dellopera] Ci spiega la fortuna di cui l'opera godette negli anni subito successivi alla morte di Dante presso i seguaci dell'imperatore, e in generale presso i laici che si battevano per una netta distinzione tra potere spirituale (da affidare al Papato) e potere temporale (da affidare allImpero). E ci spiega anche, d'altra parte, l'opposta reazione da parte ecclesiastica: la Monarchia fu aspramente confutata (tra gli altri dal domenicano Guido Vernani), condannata al rogo come opera eretica dal cardinal Bertrando del Poggetto e - sino alle soglie del Novecento - iscritta nell'Indice dei libri proibiti. [Contenuto e struttura] La monarchia di cui parla Dante non il regime monarchico nel suo significato generico e astratto bens l'Impero. Il primo libro del De Monarchia risponde alla domanda: necessario l'Impero per il buon ordinamento del mondo (I.iv.2), cio per quella pace universale che Dante afferma essere il sommo bene per l'umanit? La risposta affermativa: ma per argomentarla Dante deve procedere a una lunga serie di deduzioni logiche rafforzate dalle citazioni dei filosofi: Aristotele sopra tutti. Ma, prosegue Dante nel secondo libro, giusto attribuire il potere imperiale al popolo romano, oppure hanno ragione coloro che glielo negano? La risposta che l'Impero romano prevalse non grazie alla forza bens grazie a un disegno provvidenziale. La ragione e la fede concordano dunque nell'assegnare a Roma il pieno diritto sulle cose terrene. Il terzo quesito, nel terzo libro, il pi delicato perch riguarda direttamente i rapporti tra il papa e l'imperatore. Dante si chiede se l'autorit del Monarca romano (ossia dell'imperatore) dipenda immediatamente da Dio oppure derivi dal vicario di Dio, il papa (III.i.5). Vale a dire: l'imperatore sottomesso al papa, e gli deve quindi obbedienza, oppure le due autorit stanno sullo stesso piano? [Il rapporto tra lImpero e la Chiesa] Trattandosi di una materia tanto spinosa e attuale, si comprende perch Dante cambi, rispetto ai libri precedenti, il modo della sua argomentazione. Egli deve far fronte a tutte le false ragioni elencate da coloro che vogliono sottomettere l'Impero alla Chiesa. Dante, in primo luogo, osserva come le tesi dei curialisti (i difensori, cio della Curia romana) non trovino alcuna conferma nei testi sacri, n nell'Antico n nel Nuovo Testamento. In secondo luogo Dante affronta il problema della donazione di Costantino. Questi, sostenevano i curialisti, aveva lasciato Roma e l'Occidente nelle mani di papa Silvestro: al papa, dunque, sovrano di Roma, spettava il compito di conferire o di togliere l'autorit imperiale. Ma, obietta Dante, tale donazione va considerata nulla dal punto di vista giuridico: perch Costantino, come primo servitore dell'Impero, non aveva il potere di disporne a suo piacimento, come cosa sua; e perch il papa non aveva il potere di accettare beni terreni, per una precisa proibizione evangelica. Alla confutazione delle ragioni degli avversari segue l'esposizione delle proprie posizioni. Dante sostiene che: (1) L'Impero non pu essere considerato soggetto alla Chiesa perch esso nato prima della Chiesa stessa: dunque quest'ultima non ne stata la causa. (2) Nulla e nessuno mai hanno dato alla Chiesa la virt di dare autorit al Principe romano: n le leggi di natura n Dio tramite la Bibbia, n alcun imperatore, n il consenso delle genti. (3) Ges ha affermato che il suo regno non di questo mondo, intendendo dire che egli, in quanto esempio alla Chiesa, non aveva cura del regno di quaggi. Per queste ragioni, conclude Dante, il potere dell'imperatore discende direttamente da Dio e la sua sfera d'azione autonoma rispetto a quella del papa: mentre a quest'ultimo spetta di guidare gli uomini verso la salvezza eterna, all'imperatore spetta di favorirli e guidarli nella conquista della felicit terrena. 49

4.7 Le lettere La lettera , nel Medioevo, un genere letterario definito da regole e usi particolari, illustrati in appositi manuali (le artes dictandi, cfr. 3.3). Dei maggiori intellettuali dell'epoca ci restano lettere scritte a uso privato (si pensi a Guittone d'Arezzo o a Petrarca) o a uso pubblico, per esempio su incarico di un comune o di un principe (si pensi a Pier delle Vigne, che era al servizio di Federico II). Dante non fa eccezione: di lui ci resta circa una dozzina di lettere, tutte scritte in latino (raramente il volgare veniva usato nell'epistolografia, e mai nelle lettere ufficiali) e tutte databili agli anni dell'esilio (dopo il 1300, quindi). La maggior parte di queste lettere si riferisce all'attualit politica e in particolare alla situazione fiorentina. In un'occasione Dante difende davanti al cardinale Niccol da Prato, paciere inviato dal papa, la causa dei guelfi Bianchi, che erano stati banditi da Firenze. In un'altra parla a tutti i principi e ai popoli d'Italia invocando la pace; in un'altra ancora si rivolge all'imperatore Arrigo VII in occasione della sua fallimentare discesa in Italia. [La lettera a Cangrande] La lettera pi importante e pi controversa, perch alcuni negano che sia opera di Dante, senz'altro la lettera a Cangrande della Scala, alla cui corte Dante soggiorn nella seconda met degli anni Dieci. La lunga lettera accompagna un dono, il Paradiso, che Dante dedica al suo benefattore. Ben pi di un epigramma di dedica, come la definisce il suo autore, la lettera fornisce un'interpretazione generale sia del Paradiso sia dell'intera Commedia. Si comprende dunque l'importanza di questo documento: una lettura dautore della propria opera, se la lettera di Dante; un saggio sulla Commedia scritto da un sottilissimo critico del suo tempo, se la lettera non dantesca. Quale che sia la soluzione di questo dilemma, si tratta di una lettera in trentatr capitoli che presenta se stessa come accessus (introduzione) alla Commedia, e che distingue nel poema cos come si faceva tradizionalmente per le Sacre Scritture due livelli di significato: un primo significato letterale, stando al quale lopera parla dello stato delle anime dopo la morte; e un secondo significato allegorico, alla luce del quale il poema parla delluomo, che per i meriti e i demeriti acquisiti col libero arbitrio ha conseguito premi e punizioni da parte della giustizia divina. Restano fuori da una definizione cos angusta molti degli aspetti pi caratteristici e innovativi della Commedia: e ci un serio argomento contro la paternit dantesca della lettera. 4.8 Le egloghe [Occasione e contenuti delle due egloghe in latino] La poesia di Dante tutta in volgare, con una piccola eccezione: due egloghe - due componimenti, cio, di ambientazione pastorale, in esametri - che Dante invia al bolognese Giovanni del Virgilio come risposte ad altrettanti carmi latini. In questi anni (1319-21), gli ultimi della sua vita, Dante si trova a Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. Giovanni, poeta e commentatore dei classici latini all'universit di Bologna, invia a Dante una lettera in esametri in cui lo invita ad abbandonare il volgare e a scrivere finalmente nella lingua dei dotti, il latino, su temi ispirati alla cronaca contemporanea: meriterebbe cos gli elogi dei letterati pi colti e non solo del popolo. Dante replica non con una lettera in versi ma con un'egloga in cui dialogano due pastori: Mopso (che rappresenta Giovanni del Virgilio) e Titiro (ossia Dante stesso). Titiro, ricevuta la lettera di Mopso, ne riassume il contenuto a un compagno, Melibeo (Dino Perini, amico fiorentino di Dante, come lui esule); poi ribadisce la propria fedelt alla poesia volgare. In un'egloga responsiva, Giovanni del Virgilio ripete il proprio invito alla poesia latina, e prega Titiro-Dante di raggiungerlo a Bologna. Dal canto suo, nel quarto e ultimo testo, Dante ripete di preferire i pascoli noti (Ravenna, la poesia volgare) e di non volerli lasciare per una nuova citt (Bologna, identificabile forse con la poesia latina). L'importanza dei quattro testi legata - oltre che alle informazioni che essi ci danno circa l'accoglienza che la poesia di Dante aveva ricevuto negli ambienti umanistici bolognesi - alla storia dei generi poetici: con queste egloghe, ispirate chiaramente alle Bucoliche di Virgilio (a cominciare dai nomi dei protagonisti della prima: Titiro e Melibeo sono anche i nomi dei due pastori messi in scena nella 50

prima egloga virgiliana), rinasce in Italia il genere bucolico, che avr grande fortuna nei due secoli successivi. 4.9 La Commedia [Il titolo] Pu meravigliare il fatto che un'opera in cui si parla di un viaggio nell'oltretomba si intitoli Commedia. Cos la chiamano non solo i primi commentatori trecenteschi, ma anche lo stesso Dante nel corso del poema e nell'epistola a Cangrande della Scala (ammesso che sia sua). Sulle ragioni di questo titolo si molto discusso: le due spiegazioni pi accreditate valorizzano l'una la forma, l'altra il contenuto dell'opera. La Commedia, secondo alcuni, si chiamerebbe cos perch scritta in uno stile medio, non sostenuto ed elegante come quello usato nel registro tragico (per esempio nell'Eneide di Virgilio). Secondo altri, la scelta del titolo legata alla trama: nella tragedia le cose vanno bene all'inizio ma si complicano a mano a mano che l'azione procede, e finiscono male; al contrario, nel genere commedia (cos come nella Commedia dantesca), la situazione iniziale di solito svantaggiosa per i personaggi ma migliora nel corso dell'opera, sino a sfociare in un finale in cui tutti i problemi vengono risolti. L'una spiegazione non esclude l'altra, ovvero: il nome commedia calzante sia che si guardi al lieto fine sia che si guardi allo stile, o meglio alla variet degli stili impiegati. [Il tema e la struttura del poema] L'inizio tragico dell'opera coincide con lo smarrimento di Dante in una selva oscura, nell'anno giubilare 1300, quando il poeta ha 35 anni ed giunto nel mezzo del cammin di nostra vita (Inf. I.1). La Commedia il racconto del cammino che, a partire da questa selva, Dante percorre nei tre regni ultraterreni: l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. A queste regioni dellaldil sono dedicate tre cantiche, ognuna formata da 33 canti (la prima di 34, perch il primo canto fa da prologo all'opera intera); ciascun canto, a sua volta, costituito da un numero variabile di versi (la gran parte tra i 130 e i 150). [Il viaggio e le guide] La durata del viaggio di Dante di sette giorni, ed egli non solo: nell'Inferno e nel Purgatorio, fino alle porte del Paradiso terrestre, lo guida il massimo poeta latino, Virgilio (simbolo della ragione umana): non oltre, perch non oltre pu arrivare la ragione non illuminata dalla fede, e Virgilio s uno spirito magno, ma comunque un pagano. Virgilio consiglia e protegge Dante dai pericoli che questi incontra sul proprio cammino e risponde ai suoi dubbi circa la natura dei luoghi attraversati, il significato e lo scopo delle pene, l'identit dei peccatori incontrati via via. Nel Paradiso, la guida di Dante la donna amata in giovent: Beatrice, che gi nella Vita nova era stata considerata un'anima eletta, degna di stare, dopo la morte, in sommo cielo. Coerentemente, Beatrice - emblema della Fede o della Teologia - risolve i dubbi di Dante relativi alla dottrina cristiana. Le due guide hanno dunque diversa funzione e autorit: Beatrice che si mossa dal Paradiso e ha pregato Virgilio di aiutare Dante a uscire dalla selva in cui si era perduto; lei che ha voluto riscattarlo dalla condizione di peccato in cui viveva. Quando Dante e Beatrice si incontreranno, sulla vetta del Purgatorio, Beatrice chiarir che la visione dell'Inferno e del Purgatorio era necessaria per ottenere il pentimento e la salvezza di Dante. [Struttura dei mondi ultraterreni: lInferno] L'Inferno raffigurato da Dante come un gigantesco cono sotterraneo la cui base coincide con la superficie del nostro emisfero boreale (con al centro Gerusalemme) e il cui vertice si trova al centro della Terra. A generare questa voragine fu la caduta dell'angelo che os ribellarsi a Dio: Lucifero. Tutta l'enorme massa di terra spostata dal suo corpo ha creato, agli antipodi del nostro emisfero, la montagna del Purgatorio. Alla sommit di questa montagna si trova il Paradiso terrestre. Partendo di qui, dopo aver attraversato l'Inferno e il Purgatorio, Dante e Beatrice saliranno in volo attraverso i dieci cieli in cui, secondo i medievali, si suddivide l'universo: un viaggio dalla Terra all'Empireo, cio al cielo che abbraccia tutti gli altri e in cui risiedono gli angeli, i beati e Dio. [La gerarchia dei peccati] I peccatori dell'Inferno sono distribuiti in gironi, in ciascuno dei quali viene punito un differente peccato. Aristotele, nell'Etica Nicomachea, aveva classificato i vizi e le colpe di cui si pu macchiare l'uomo e Dante riprende in maniera fedele questo ordinamento. A 51

mano a mano che si scende verso il centro della Terra, i peccati si fanno pi gravi e le pene pi crudeli. Nell'Antinferno (una zona dell'oltretomba che precede la valle infernale) si trovano gli ignavi, cio coloro che, incapaci durante la loro vita di scegliere il bene o il male, sono a Dio spiacenti e a nemici sui (Inf. III 65), cio respinti tanto da Dio quanto da Satana; per questo formano un gruppo a parte, ai confini dei regni ultraterreni. Il Limbo, poi, ospita i morti non battezzati e, tra loro, gli spiriti pagani che, pur avendo vissuto virtuosamente, non hanno avuto modo di conoscere Dio. Questo luogo anche la sede abituale di Virgilio che da l si mosso per andare in aiuto di Dante smarrito nella selva del peccato. Seguono gli incontinenti, distribuiti in quattro cerchi: lussuriosi, golosi, avari e prodighi (il peccato di incontinenza pu infatti dare origine a troppo o troppo poco amore per il denaro), iracondi e accidiosi (l'incontinenza consiste nel non aver saputo vivere una vita ispirata alla moderazione). Quindi gli eretici, i violenti, i fraudolenti e i traditori. Si trovano fra i traditori, pi in basso di tutti perch pi colpevoli di tutti: Lucifero (confitto al centro della terra) che trad Dio, Giuda che trad Ges, Bruto e Cassio che tradirono Cesare. [Il Purgatorio] Nel Purgatorio, i peccatori sono distribuiti secondo lo stesso principio seguito nell'Inferno, ma vi sono due importanti differenze. In primo luogo, mentre l'Inferno (cos come il Paradiso) eterno, il Purgatorio destinato a svuotarsi: le anime che espiano i peccati sulle varie balze (gironi o cerchi) verranno un giorno elette in Paradiso, o perch, in vita, si pentirono in tempo dei loro peccati o perch la loro esistenza - a differenza di quella dei dannati - non fu interamente dominata dal peccato. In secondo luogo, l'ordine invertito: dalla colpa pi grave, che si sconta alla base della montagna, si sale verso quelle meno gravi, fino a raggiungere il Paradiso terrestre. [Il Paradiso] Nel Paradiso, infine, non c una vera e propria gerarchia di beatitudini: tutti i beati vivono nell'Empireo e contemplano Dio in un'eterna condizione di felicit. Ma ragioni di simmetria con gli altri due regni e di strategia narrativa suggeriscono comunque a Dante una suddivisione. Egli immagina cos che le anime scendano dall'Empireo e gli si facciano incontro, ciascuna nel cielo che ebbe l'influenza maggiore sulla sua vita: gli spiriti amanti scendono a incontrare Dante nel cielo di Venere; i combattenti per la fede nel cielo di Marte, ecc. Ma al di l di questa divisione funzionale alla visione, tutte le anime ricompariranno nella rosa dei beati che, nell'Empireo, gode della luce divina. [Il contrappasso] Nell'Inferno e nel Purgatorio le pene vengono inflitte per contrappasso. Vale a dire che il peccatore punito in modo tale che la sua pena ricordi la colpa commessa in vita o il vizio che ne determin il destino. Cos, nel canto V dell'Inferno, una bufera terribile agita e sconvolge le anime che, in vita, erano state vittime della passione amorosa; cos (nel canto X) gli eretici, che non ebbero fede nella resurrezione, sono condannati a essere rinchiusi per l'eternit in un sarcofago. Ancora pi trasparente il caso del poeta provenzale Bertran de Born, che Dante incontra alla fine del canto XXVIII dell'Inferno. Durante la sua vita costui aveva istigato Enrico il Giovane a ribellarsi al padre Enrico II re d'Inghilterra; per questa ragione, per contrappasso, la sua condanna consiste nellessere anch'egli diviso, e nel reggere sulle braccia la propria stessa testa mozzata (Inf. XXVIII 139-41): Perchio parti cos giunte persone, / partito porto il mio cerebro, lasso!, / dal suo principio ch in questo troncone (Dal momento che ho diviso persone cos vicine luna allaltra un padre e un figlio ecco che anchio ora porto la mia testa separata dal resto del mio corpo). [Le fonti: Virgilio, la Bibbia e le altre visioni] Bench la si possa definire a buon diritto un'opera realistica, la Commedia fatta di letteratura: in essa, cio, le creazioni dei poeti del passato vengono ampiamente sfruttate come fonti, citate, parafrasate, alluse. Sin dal Trecento uno dei compiti pi gravosi per i commentatori stato quello di dare conto di questa imponente dimensione intertestuale. La forma della visione ha, in primo luogo, numerosi precedenti nella letteratura classica e cristiana. Nel canto VI dell'Eneide, Enea scende nell'oltretomba per incontrare il padre Anchise; nella seconda lettera ai Corinzi, l'apostolo Paolo narra di essere stato rapito in paradiso e di aver udito parole indicibili che non lecito ad alcuno pronunziare (Corinzi, II 52

12.4). Questi due modelli sono citati esplicitamente da Dante nel canto II dell'Inferno, quando chiede a Virgilio perch proprio lui stato prescelto per il viaggio nelloltretomba cristiano: Io non Ena, io non Paulo sono (Inf. II 32). Ma sia la visione sia il viaggio attraverso mondi immaginari e soprannaturali sono strutture narrative largamente diffuse sia nell'agiografia (le vite dei santi: per esempio nel Purgatorio di San Patrizio, o nella Navigazione di San Brendano) sia nei vangeli apocrifi (quei vangeli, cio, che pur essendo estranei al canone fissato dalla Chiesa cattolica, godevano di larga diffusione anche a livello popolare), sia in testi appartenenti a tradizioni straniere: francesi, spagnoli, arabi (particolarmente importante il Libro della Scala, in cui rappresentato il viaggio di Maometto nell'oltretomba). [Lingua e stile: il metro] Nella Commedia, Dante adopera una forma metrica di cui non si trovano, prima di lui, altre attestazioni: la terzina (o terza rima) detta incatenata: una forma aperta, allungabile a piacere, a seconda delle esigenze del discorso. Lo schema delle rime il seguente: ABA BCB CDC DED EFE, ecc. possibile che tra le ragioni della scelta di questo metro vi sia un'intenzione simbolica: il ritorno del numero sacro 3 (come le persone della Trinit, e come le cantiche della Commedia). Ma la terzina ha soprattutto un'insostituibile funzione narrativa: consente di sviluppare il discorso in maniera ordinata e omogenea ma, insieme, evita la monotonia delle rime baciate (di lunghe serie di rime baciate a due a due si erano serviti spesso i poeti che, prima di Dante, avevano tentato la strada del poemetto in volgare). [Il lessico nellInferno] La variet dei temi e delle figure rappresentate nella Commedia si rispecchia nel linguaggio. Quello della Vita nova e delle Rime poteva limitarsi al riuso di un limitato numero di termini e di espressioni tradizionali: si trattava quasi sempre di testi amorosi che utilizzavano dunque un linguaggio dei sentimenti fortemente codificato. L'oggetto della Commedia molto pi ampio e complesso. La caratteristica saliente del poema la polarit - che pu significare anche compresenza a breve distanza - tra registro basso e registro altro, tra umile e sublime. Da un lato, per la raffigurazione dell'Inferno, Dante si serve di uno stile aspro, violentemente realistico, a volte triviale. Non disdegna perci termini della lingua popolare (stregghia, scardova, buffa, ecc.); allinea nomi di luogo e di persona foneticamente rari e buffi o spaventosi: per esempio i diavoli si chiamano Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Farfarello, ecc. (Inf. XXI); soprattutto, adopera questi procedimenti stilistici in rima, facendo s che il suono aspro delle parole si estenda a intere terzine. [Il lessico nel Purgatorio e nel Paradiso] Rispetto alla rappresentazione dell'Inferno quella del Purgatorio e del Paradiso richiede uno stile del tutto diverso. Occorre, qui, dare conto delle gerarchie angeliche, della forma e della funzione dei cieli, e occorre affrontare delicati temi teologici. Inoltre quella che Dante ha davanti agli occhi non una realt materiale e carnale, fatta di peccatori e di pene, ma un mondo di puri spiriti che sono o saranno beati. Di qui la scelta di un'espressione pi raffinata, lontana dal linguaggio quotidiano. Dante fa larghissimo uso di latinismi (image, viro uomo, cive - cittadino, ecc.) spesso ricavati dal linguaggio scolastico e teologico (querente, quiditate, sillogismo, ecc). Si pensi a un verso come l ve sappunta ogni ubi e ogne quando (Par. XXIX 12). Dovendo inoltre dar conto di una realt estranea a ogni esperienza umana (il Paradiso), Dante inventa, insieme ai dettagli della visione, le parole che servono a esprimerla: di qui i neologismi incielarsi, insusarsi, indovarsi, o versi come sio mintuassi, come tu tinmii (Par. IX 81: se io penetrassi nel tuo pensiero come tu nel mio). [Fortuna critica. Gli scritti in prosa] Ripercorrendo, in sintesi, le tappe principali della fortuna di Dante, conviene innanzitutto distinguere tra il prosatore e il poeta. Il trattato sulla lingua e quello sulla politica ebbero, per ragioni diverse, circolazione limitata. Il De vulgari eloquentia rest incompiuto, e circol pochissimo (ne restano solo tre manoscritti trecenteschi), tanto che, quando nel Cinquecento, venne ritrovato e tradotto dal Trissino molti pensarono ad un falso; la prima edizione a stampa del 1577. La Monarchia, per il suo risoluto spirito anti-teocratico, non piacque 53

alle gerarchie ecclesiastiche, e fu condannata al rogo come libro eretico dal legato papale Bertrando del Poggetto (rester nellIndice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica sino al 1881); lapprovarono invece, trovandovi buoni argomenti a convalida delle proprie tesi, quanti ritenevano che la sfera politica dovesse mantenersi autonoma dalla sfera religiosa: e si spiega cos il favore con cui lopera venne letta da un rivoluzionario come Cola di Rienzo o, nel Cinquecento, dai maggiori esponenti delle chiese riformate. Fortuna pi ampia ebbe il trattato filosofico del Convivio: ma rari imitatori, posto che la lingua della filosofia rest ancora per lungo tempo il latino. [La poesia lirica]. Con Petrarca, Dante fu il massimo e pi influente poeta lirico del Medioevo. La struttura della Vita nova una cornice prosastica che mette in sequenza e commenta alcuni testi poetici, facendo di questa successione la trama di un racconto era, probabilmente, troppo ardua perch potesse trovare subito degli imitatori: e per trovare qualcosa di simile occorrer aspettare, ormai sullo scorcio del Quattrocento, il Comento di Lorenzo de Medici alle proprie liriche. Ma temi, motivi, forme e strutture metriche delle sue poesie vennero largamente imitati nei due secoli successivi: e, soprattutto nella sfera della poesia morale e allegorica (la sfera di una canzone come Tre donne intorno al cor mi son venute), il suo esempio rest vivo e anche nellet dell petrarchismo. [La Commedia] Quanto alla Commedia, basti fissare qui le coordinate essenziali di una fortuna davvero sterminata, imparagonabile a quella di qualsiasi altra opera letteraria medievale. A pubblicarla, cio a commissionarne copie e a sovrintendere alla sua prima circolazione, furono probabilmente i figli stessi di Dante, Iacopo e Pietro, poco dopo la morte del poeta. E subito i letterati si cimentarono nel commento, in latino o in volgare, allopera, inaugurando una tradizione esegetica ancor oggi vitale; si ricordino almeno i commenti di Graziolo de Bambaglioli, di Iacopo della Lana (anni Venti del Trecento), di Guido da Pisa, di Andrea Lancia detto lOttimo (anni Trenta), di Benvenuto da Imola, a met secolo, e di Francesco da Buti poco pi tardi. Una pietra miliare nella fortuna del poema sono poi le letture pubbliche tenute da Giovanni Boccaccio nel 1373 e nel 1374 a Firenze (Esposizioni): pur rimaste frammentarie, esse consacrarono la Commedia al rango di classico, meritevole di essere non solo letto ma studiato. Di qui in poi, la Commedia sar sempre, per il pubblico dei lettori, lopera letteraria pi amata e familiare. Latteggiamento degli intellettuali fu meno univoco. Gli umanisti del Quattrocento rimproverarono Dante per aver usato, in unopera di soggetto cos elevato, il volgare e non il latino. E anche circa luso del volgare, il Rinascimento e in primis il massimo giudice di cose di lingua e letteratura nella prima met del secolo XVI, Pietro Bembo preferir tendenzialmente il raffinatissimo Petrarca al troppo rozzo e diseguale Dante, e il primo, non il secondo, proporr come modello degno di essere imitato. Questo pregiudizio spiega, in parte, la relativa sfortuna della Commedia nel corso del Seicento (tre sole edizioni a stampa durante tutto il secolo). Toccher a Giambattista Vico, nella prima met del Settecento, rifondare la critica dantesca mettendo laccento su quei caratteri della Commedia che saranno poi particolarmente cari alla critica romantica: il rapporto con il sentimento popolare e con la naura, che apparenta Dante ad Omero; la forza quasi barbarica della rappresentazione, soprattutto nellInferno; la capacit di unire in sintesi perfetta fantasia e storia. Nel corso dellOttocento, lamore per la Commedia non far che aumentare, sia perch ad essa si richiameranno i maggiori poeti del secolo, da Foscolo a Leopardi (si pensi alla canzone giovanile Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze), da Monti a Pascoli, sia perch del poema si approprier il patriottismo risorgimentale, trasformandolo in una sorta di mito di fondazione della nazione italiana: e a questa lettura politica contribuir anche il massimo critico italiano del secolo Francesco De Sanctis. Nel solco del Vico e della critica romantica (Hegel), lo stesso De Sanctis concentrer lattenzione sul problema cruciale del realismo dantesco: problema che ha sollecitato pi tardi le ricerche del maggiore dantista del Novecento, Erich Auerbach. Insieme ad Auerbach andranno ricordati almeno altri tre studiosi novecenteschi che, da prospettive diverse, hanno fornito interpretazioni innovative del poema: lamericano Charles Singleton (per i rapporti della Commedia con i testi sacri e la letteratura cristiana) e gli italiani Bruno Nardi (per le conoscenze filosofiche di Dante) e Gianfranco Contini (per la lingua e lo stile). 54

5. Francesco Petrarca 5.1 La vita [La giovinezza e la prima maturit] Dante, Petrarca e Boccaccio sono stati chiamati dalla critica ottocentesca le tre corone fiorentine, ma nessuno dei tre, di fatto, trascorse per intero la sua vita a Firenze. Francesco Petrarca, si pu dire, la conobbe appena, e solo negli anni della maturit. Nato ad Arezzo nel 1304 da un fiorentino, il notaio Petracco di Parenzo, esiliato dalla citt natale in seguito alla vittoria dei guelfi neri, Francesco trascorse linfanzia tra il Valdarno e Pisa. Nel 1312, si stabilisce con la famiglia nella piccola cittadina provenzale di Carpentras, vicino ad Avignone, dove il padre lavora presso la corte papale, l da poco trasferitasi. Intelletto eccezionalmente precoce, Francesco studia prima grammatica sotto la guida del maestro Convenevole da Prato, poi diritto a Montpellier e, dal 1320 al 1326, a Bologna. Alla morte del padre, spinto soprattutto da ragioni economiche, decide di intraprendere la carriera ecclesiastica, diventando cappellano della potente famiglia romana dei Colonna. Nei primi anni Trenta si divide tra lItalia e la Provenza (al 6 aprile 1327 rimonterebbe il fatale incontro con Laura nella chiesa di Santa Chiara a Avignone); ma, come pochi altri intellettuali italiani del suo tempo, grazie al servizio presso i Colonna ha anche lopportunit di conoscere altre regioni dEuropa: i Pirenei, la Francia del nord, la Germania, le Fiandre. durante uno di questi viaggi, precisamente a Liegi, che Petrarca compie la prima delle sue scoperte erudite: due sconosciute orazioni di Cicerone. [Gli anni della maturit] Per circa un ventennio, dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Cinquanta vive a Valchiusa, a quindici miglia da Avignone: non lontano dalla corte papale, quindi, ma non cos vicino da essere costretto a sopportare le miserie della vita cortigiana, secondo un ideale di otium (tempo libero speso nello studio o nella meditazione, laddove il negotium il tempo speso, e sovente mal speso, nelle pubbliche occupazioni) che dar materia, pi tardi, a uno dei suoi pi importanti saggi morali, il De vita solitaria. Tuttavia, in questo periodo spesso in Italia, ospite di amici e benefattori. Nel 1341, il soggiorno a Napoli e a Roma ha una ragione speciale: restaurando una consuetudine che risaliva allet classica, ma che era caduta in disuso, Petrarca riceve la laurea poetica cio una corona dalloro, simbolo deccellenza nellarte - in Campidoglio dalle mani di re Roberto dAngi. Negli anni 1343-45 sar ancora a Napoli, poi nelle corti principesche del nord: a Parma, presso Azzo di Correggio; a Verona, presso gli Scaligeri: e al soggiorno veronese risale la seconda grande scoperta filologica di Petrarca, le lettere di Cicerone a Attico. [I rapporti con lItalia e limpegno politico] I soggiorni in Italia, frattanto, lo portano a riflettere con amarezza sulle disastrose condizioni politiche in cui versa la penisola. Nel 1336 scrive a papa Benedetto XII esortandolo a riportare la sede pontificia da Avignone a Roma. questo un cruccio costante per il poeta, tant vero che trentanni dopo rivolger la stessa preghiera a Urbano V. Nel 1337 a Roma per la prima volta, ospite dei Colonna, e davanti alle rovine della citt pi che mai si convince della necessit di una renovatio (rinnovamento, rinascita) che segni la fine del frazionamento politico della nazione e riporti la citt, e lItalia intera, allantico lustro. Nei primi anni Quaranta segue con favore limpresa di Cola di Rienzo, il quale tenta di imporre a Roma un governo popolare che allontani dal potere le grandi famiglie aristocratiche romane: i Crescenzi, gli Orsini, gli stessi Colonna. Petrarca approva il tentativo di Cola: gli scrive, nel 1347, una lettera con la quale lo invita a ristabilire lantica libertas romana; e intercede personalmente presso il papa perch appoggi a sua volta Cola, difendendolo contro le fazioni nobiliari. Ma Cola fallisce: deve prima lasciare il governo della citt, poi, nel 1354, viene ucciso. Cola dir pi tardi Petrarca non prevalse perch non seppe agire: cio non fu abbastanza risoluto nella lotta contro le grandi dinastie romane. Maggiore decisione, e un uso pi scaltro della forza, avrebbe dato migliori risultati: Cola senza dubbio degno di ogni supplizio scrive Petrarca perch quel che volle non lo volle con tutte le sue forze, come avrebbe dovuto e come richiedevano le circostanze (Familiares, libro XIII 55

vi 11). Sempre pi sfiduciato circa la possibilit che lItalia avesse di trovare da sola un equilibrio politico, confida, come Dante (e come Dante invano), nellazione dellimperatore: e nel 1351 scrive a Carlo IV di Boemia invitandolo a scendere, da pacificatore, nella penisola. Gi da questi brevi cenni evidente la reputazione non soltanto artistica ma anche politica di cui Petrarca gode presso i contemporanei: ben pochi saranno, dopo di lui, gli intellettuali che potranno dialogare con papi e imperatori con la certezza di essere ascoltati. [Il conflitto interiore] La modernit di Petrarca sta, tra laltro, nella sua complessit spirituale, e nella quantit di dubbi, ripensamenti, pentimenti che la sua opera e i suoi epistolari in particolare rispecchia. Vi sempre, in lui, il sentimento di una contraddizione tra il corpo e lanima, tra il desiderio della gloria terrena e lascesi, tra lintenzione di isolarsi dal mondo e il continuo vagare da una corte allaltra e da una citt allaltra. In una delle sue lettere pi celebri Petrarca narra lascesa al monte Ventoso, vicino a Carpentras, effettuata insieme al fratello Gherardo nellaprile del 1336. Arrivato in cima al monte, apre a caso le Confessioni di santAgostino, e la pagina che gli si offre recita: E gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e limmensit delloceano e il corso delle stelle, e trascurano se stessi. Reale o inventato che sia, lepisodio ha una chiara funzione simbolica: indica al poeta la necessit di una conversione, di un ritiro dal mondo. Questo proposito non far che rafforzarsi nel corso degli anni, soprattutto dopo che Gherardo sar diventato monaco certosino (1343): le opere autobiografiche della maturit (il Canzoniere compreso) riflettono questa contraddizione e questa aspirazione a una vita autenticamente cristiana. [Gli ultimi anni] Il 1348 , per lEuropa e per Petrarca, un anno fatale. La peste nera decima la popolazione del continente. Muore Giovanni Colonna e muore, secondo quanto afferma Petrarca, anche Laura. Nel 1350 incontra a Firenze, per la prima volta, Giovanni Boccaccio: ne nasce unamicizia che durer fino alla morte del poeta, con il pi autorevole Petrarca sempre nel ruolo di guida e maestro, Boccaccio in quello di allievo. Nel 1353 lascia per sempre Valchiusa e si stabilisce in Italia. Le citt e le corti del nord Italia si contendono quello che era ormai per consenso comune il maggiore intellettuale europeo. Per alcuni anni a Milano, segretario e ambasciatore dei Visconti; quindi a Venezia, poi a Padova presso i Carraresi. Vicino a Padova, ad Arqu sui Colli Euganei, trascorre lultimo periodo della sua vita: e qui muore nel luglio del 1374. Buona parte della sua ricchissima biblioteca, gi promessa alla Repubblica veneziana, passa invece ai Carraresi, poi ai Visconti come preda di guerra, infine a Parigi. E prestissimo inizia, da parte dei suoi discepoli e ammiratori, la copia delle opere latine e volgari, che nei secoli successivi godranno in Europa di una diffusione maggiore rispetto a quella di qualsiasi altro scrittore medievale. 5.2 La personalit e le idee [Il rapporto tra latino e volgare] Bench Petrarca sia noto al pubblico moderno soprattutto per il Canzoniere, occorre sempre ricordare che la grande maggioranza delle sue opere venne scritta in latino, e che a queste non a quelle volgari il poeta riteneva di dover affidare la sua fama. Cos in sostanza avvenne durante la vita di Petrarca (dato che a guadagnargli la laurea poetica furono soprattutto i primi abbozzi dellAfrica e del De viris illustribus) e per quasi un secolo dopo la sua morte: fu soprattutto il poeta e il trattatista in latino ad essere amato e imitato nei circoli umanistici. Soltanto a partire dalla seconda met del Quattrocento le liriche volgari presero ad avere quel ruolo di classico che tuttora hanno nella considerazione dei lettori, venendo copiate e imitate da generazioni di poeti europei. [Il culto dellantichit classica] Il confronto con gli autori latini e greci fu una costante della vita di Petrarca. Della vita, non solo dellopera. Anche Dante e i suoi contemporanei avevano amato e imitato i classici, ma il caso di Petrarca diverso. Sin dagli anni della giovinezza, egli cerca e colleziona i manoscritti di Virgilio, Cicerone, Seneca e degli altri grandi poeti e prosatori latini. Li studia, e le tracce di quello studio le possiamo ancora vedere nei codici che gli sono appartenuti: sono le glosse, i brevi commenti che Petrarca depone ai margini del testo. Imita i classici nello stile, 56

restituendogli quella purezza e quella eleganza che come egli afferma - si era perduta nel barbarico latino degli scolastici. Tenta, pur senza grande successo, di imparare il greco per poter leggere Omero nelloriginale (e in questo tentativo lo affiancher Boccaccio). In prima persona, inoltre, scopre opere latine dimenticate nelle biblioteche italiane ed europee, e ne trasmette copia agli amici. E questi amici li ribattezza, nelle lettere, con nomi trovati nella tradizione classica: Angelo Tosetti diventa Lelio, il fiammingo Ludwig van Kempen diventa Socrate. Non stupisce che linfluenza della cultura greco-latina, cos forte sulla vita del poeta, si faccia sentire ancora pi forte sullopera: non c testo petrarchesco, infatti in prosa o in verso, che non si richiami in maniera pi o meno diretta allesempio degli antichi. [La critica della cultura contemporanea] Il culto dellantichit greco-latina implica anche un giudizio molto severo nei confronti della cultura del proprio tempo. Lidea di cultura di Petrarca si fonda su due elementi: la lezione umanistica dei classici e la dottrina cristiana cos come laveva codificata il Padre della Chiesa che rappresenter sempre per Petrarca un ideale di intellettuale e di uomo: Agostino. Lincontro tra la classicit e il cristianesimo ha luogo, per Petrarca, sul terreno delletica: ai suoi occhi, la filosofia tardo-medievale, dominata dalle sottigliezze degli scolastici e dei dialettici, non ha alcun valore. Ci risulter evidente in due opuscoli della maturit: le Invective contra medicum (1353), che sono una dichiarazione di superiorit delle cosiddette arti liberali su quelle che sono indirizzate al guadagno, e in particolare un elogio della poesia e della retorica insomma delle discipline umanistiche - contro la pseudo-scienza dei medici. E il De ignorantia (1366-67), in cui Petrarca afferma la superiorit della filosofia morale sulle scienze naturali e, di conseguenza, la superiorit dei grandi moralisti classici (Platone, Cicerone) e cristiani rispetto a quella di Aristotele. Petrarca mette cos in discussione il primato di quello che durante tutto il Medioevo era stato, ed era ancora, il Filosofo per eccellenza; insieme, attacca gli eredi di Aristotele: quelle scuole di logica e dialettica che ne avevano pervertito il metodo, riducendo la filosofia a semplice gioco intellettuale. 5.3 Le opere [LAfrica] Con lAfrica, iniziata a Valchiusa tra il 1338 e il 1339 e mai portata a termine, Petrarca intende rinnovare la grande tradizione dellepica latina. Per farlo, sceglie di narrare non di eventi contemporanei bens di un episodio glorioso della storia romana: la guerra di Scipione contro i cartaginesi, dalla prima spedizione in Africa alla battaglia di Zama al rientro trionfale a Roma. Insieme ai modelli poetici, Virgilio e Lucano, Petrarca ha presente qui soprattutto lo storico Tito Livio, i cui Ab urbe condita libri aveva del resto iniziato a studiare gi negli anni Venti: come spesso in Petrarca, lattivit filologica (egli progetta, e in buona misura realizza, una sorta di edizione critica di Livio) prepara, fornendo dati ed idee, la creazione letteraria. LAfrica rest incompiuta e, vivente lautore, non ne circolarono se non brevi brani; ci che il pubblico arriv a conoscere bast, tuttavia, a garantire a Petrarca una larghissima fama: e la cosa si spiega, perch il tema del riscatto romano, per quanto remoto, poteva ben essere letto come allegoria, ossia come auspicio per lItalia trecentesca. Cos il poeta ne parler nella lettera ai posteri (su cui cfr. oltre): Vagavo tra quei monti [in Provenza], il sesto giorno della settimana santa, quando mi venne il desiderio di scrivere un poema epico su Scipione lAfricano, che mi era stato caro sin dallinfanzia. Ma, per il soggetto trattato, intitolai Africa questopera. Fu amata da molti ancor prima di essere conosciuta; ma, iniziatala, con grande impegno, presto la interruppi, distratto da altre occupazioni. [Il De viris illustribus] Il De viris illustribus doveva essere, nel progetto originale databile alla fine degli anni Trenta, una raccolta di biografie dedicate ai grandi personaggi della storia romana, da Romolo a Tito. Come lAfrica, anche questopera rimase incompiuta; e, come lAfrica, anche nel De viris a Scipione lAfricano viene concesso uno spazio eccezionalmente ampio: la sua biografia lunga quasi quanto tutte le altre messe assieme. Le due opere nascono dunque insieme e procedono per un certo tratto in parallelo. Mentre per il tentativo dellAfrica era quello, davvero grandioso, di ridare vita allepica latina, il De viris ha radici in una tradizione che, da Svetonio in 57

poi, non si era mai veramente interrotta: la descrizione della vita e delle gesta di uomini famosi un luogo comune della storiografia medievale. La novit di Petrarca consiste soprattutto in tre fatti: un diverso rapporto con le fonti erudite, nel senso che egli non si limita a ripetere quanto vi trova scritto ma fa opera veramente critica di storiografo, confrontandole ed emendandole dagli errori; un atteggiamento laico di fronte ai personaggi ritratti, apprezzati e lodati, pi che per la loro funzione provvidenziale, per le loro virt umane (il coraggio, la lealt, ecc.); una rigida selezione quanto al genere dei biografati: non vi si parla scriver Petrarca di medici n di poeti o filosofi, ma soltanto di coloro che si distinsero per le virt militari o per il grande amore per la patria: quello che oggi chiameremmo il valore civile a interessare il biografo, non la virt in s. Il De viris venne ripreso da Petrarca allinizio degli anni Cinquanta e ampliato con laggiunta di biografie di personaggi appartenenti alle civilt extraromane: loriente, il mito greco, la Bibbia; ma anche questa seconda redazione dellopera rester incompiuta. [I Rerum memorandarum libri] Nel 1343, Petrarca avvia unaltra opera storiografica meno impegnativa del De viris illustribus, i Rerum memorandarum libri. Si tratta di una raccolta di aneddoti - sul modello dei Fatti e detti memorabili dello storico latino Valerio Massimo - che, secondo il progetto iniziale, dovevano servire a illustrare le quattro virt cardinali: giustizia, prudenza, fortezza e temperanza. La materia degli aneddoti tratta non solo, come nel De viris, dalla storia romana, ma anche da quella contemporanea: tra i detti e i fatti memorabili registrati ci sono anche quelli, per esempio, di re Roberto dAngi, di Matteo Visconti, di Dante. I limiti dellopera sono chiari. Se il De viris era troppo ambizioso, e perci venne abbandonato, questo catalogo di Res memorandae troppo caotico e occasionale per avere un reale interesse storiografico: anchesso rimase incompiuto e venne pubblicato soltanto dopo la morte del poeta. [La svolta autobiografica degli anni Quaranta: il Secretum] Nel corso degli anni Quaranta, lasciata loggettivit dellepica e della storiografia, lopera di Petrarca si orienta verso un pi forte coinvolgimento soggettivo: il poeta riflette e parla di s, in linea con quel proposito di autoanalisi e di conversione cui si accennato sopra. Nella prosa latina del Secretum (intitolato in effetti De secreto conflictu curarum mearum Sul segreto conflitto delle mie angustie), Petrarca si ispira per il contenuto alle Confessioni di santAgostino e per la forma ai dialoghi ciceroniani, e mette in scena una conversazione immaginaria tra se stesso e Agostino al cospetto della Verit. Nel primo libro, che funge da introduzione, Agostino esorta Francesco a riflettere sulla morte e a orientare la sua vita al bene: nessuno sostiene infatti il maestro pu essere infelice contro la propria volont. Nel secondo libro Agostino passa in rassegna i peccati capitali richiamando lattenzione di Francesco su quelli che pi lo affliggono: e mentre egli pu dirsi immune dallinvidia, dalla gola o dallavarizia, non altrettanto si pu dire della lussuria, o di peccati tipici degli intellettuali come lambizione e laccidia. Proprio sulle tentazioni della carne e sulla fama terrena Agostino insiste nel terzo libro: lamore per Laura, sostiene Agostino, ha allontanato, non avvicinato Francesco a Dio: la devozione per una creatura terrena dostacolo a una condotta autenticamente cristiana. Quanto alla letteratura, tempo che Francesco abbandoni le opere laiche che gli avevano dato la laurea poetica e passi a meditare sui testi sacri e sul destino della sua anima: la morte e in ci il Secretum si avvicina a quelle opere della tradizione cristiana dedicate al contemptus mundi (Il disprezzo delle cose mondane) non lontana. [Le opere dispirazione cristiana] La carriera letteraria di Petrarca segue almeno in parte, di qui in poi, la direzione indicata dal Secretum. Tra il 1347 e il 1348 (ma alcuni studiosi hanno proposto una datazione pi alta, al 1342-43) scrive in latino sette Salmi penitenziali: preghiere tramate di citazioni bibliche in cui il poeta confessa il proprio smarrimento, dichiara il proposito di pentirsi e confida nella misericordia divina. Anche i due saggi De vita solitaria e De otio religioso, scritti nella seconda met degli anni Quaranta, recano chiari i segni dellispirazione cristiana: lerudizione classica delle opere del decennio precedente lascia il posto a un interesse introspettivo e parenetico. Il primo trattato (1346, con successivi rimaneggiamenti e dedica nel 1366, a Filippo di Cabassoles) un elogio della solitudine e dellotium intellettuale (leggere ci che hanno scritto gli antichi questo il progetto petrarchesco e scrivere ci che leggeranno i 58

posteri). Il secondo, scritto dopo una visita al fratello Gherardo monaco a Montreux (e infatti dedicato ai frati Certosini), un paragone tra la vita serena dei monaci, che hanno rinunciato al mondo, e le pene di chi, come Petrarca, nel mondo ancora coinvolto. [Il Bucolicum carmen] La presenza del soggetto, lautobiografismo che si detto essere presente nel Petrarca saggista degli anni Quaranta lascia tracce cospicue anche nelle egloghe latine del Bucolicum carmen. Si tratta di 12 egloghe scritte tra il 1346 e il 1348 e poi secondo un costume tipico di Petrarca - a pi riprese rimaneggiate. Come gi ricordato per Dante (cfr. 4.8), legloga pastorale un genere di antica tradizione classica in cui viene rappresentata la vita dei campi attraverso il dialogo tra i pastori. Petrarca imita questo modello, ma se ne serve per parlare, sotto un pesante velo allegorico, di temi che lo riguardano personalmente: lamore per Laura, lambizione letteraria, i rapporti con i Colonna; oppure delle vicende politiche contemporanee: la morte di Roberto dAngi e la crisi del regno napoletano, le lotte tra le famiglie romane. [Il De remediis] Negli anni Cinquanta, Petrarca vive prevalentemente a Milano, presso i Visconti. Qui conclude, in breve tempo (ma come sempre vi saranno, negli anni successivi, ritocchi e aggiunte), il grande trattato morale De remediis utriusque fortunae (Sui rimedi per la buona e la cattiva fortuna) una sorta di guida alla retta vita in cui si insegna a far fronte alla buona (primo libro) o alla cattiva sorte (secondo libro). La struttura dellopera molto semplice, e prossima a quella di molti trattati medievali: la Ragione dialoga nel primo libro con la Gioia e la Speranza (122 dialoghi), nel secondo con il Dolore e il Timore (131 dialoghi), e pacatamente corregge leccessiva euforia o leccessivo sconforto dei suoi interlocutori, spiegando come affrontare i diversi casi della vita: gli incarichi pubblici, le cure familiari, la guerra, la ricchezza, le calamit naturali, la morte dei propri cari e la propria, ecc. , sintende, una Ragione che sispira, oltre che alla Bibbia, ai grandi saggi dellet classica: La conoscenza dellantichit viene umanisticamente subordinata al frutto che se ne pu trarre nella vita, alle norme che ne derivano per il vivere di ogni giorno (Branca). Grazie a questa universalit dei temi il trattato parla in sostanza della vita umana in tutte le sue manifestazioni e grazie alla semplicit della sua struttura da manuale, il De remediis godette di unenorme diffusione durante tutto il Rinascimento. [I Trionfi] A Milano, Petrarca inizia anche a lavorare ad unopera poetica in volgare che lo terr impegnato sino alla morte (su quello che nel progetto avrebbe dovuto essere lultimo canto Petrarca torna anche durante il 1374) e che tuttavia rester incompiuta: i Trionfi. Si tratta di un poema in terzine chiaramente ispirato alla Commedia dantesca: una visione nella quale Petrarca da un lato passa in rassegna i grandi spiriti del passato raccolti in famiglie, dallaltro riflette sul suo amore per Laura e sul suo destino ultraterreno. Due elementi assicurarono allopera, nei due secoli successivi, una fortuna larghissima, paragonabile soltanto a quella del Canzoniere (insieme al quale venne pi volte copiata e stampata): i dati autobiografici che vi sono disseminati, e che dovevano suscitare grande curiosit tra i cultori del poeta; e analogamente a quanto avviene nella Commedia - lunione di cultura classica e cristiana, cio la rappresentazione di personaggi appartenenti al mondo greco-latino allinterno di una struttura simbolica ordinata secondo i princpi della morale cristiana. [La trama] Articolato in sei trionfi, ciascuno diviso in uno o pi canti, il poema il resoconto di una visione. In un giorno di aprile (il sesto: e il sei aprile del 1327 Petrarca sostiene infatti di aver incontrato per la prima volta Laura), il poeta si trova come il suo modello, Dante smarrito. Il percorso che il poeta compie di qui in poi scandito dallincontro con una lunghissima schiera di defunti illustri: Petrarca contempla prima il Triumphus Cupidinis (trionfo dAmore): il carro del dio seguito dagli spiriti che durante la loro vita vennero vinti dallamore. Si tratta soprattutto di coppie celebri prelevate dal mito o dalla storia classica (si veda per esempio il lungo episodio relativo agli amori di Sofonisba e Massinissa, lalleato di Scipione lAfricano), ma non mancano le coppie moderne, come Dante e Beatrice: n manca, alla fine del corteo, un posto per lo stesso Petrarca, vittima dellamore per Laura. I canti successivi rappresentano una sorta di integrazione e di superamento del Trionfo dellAmore. Mentre prosegue la rassegna dei grandi spiriti defunti (ed questa la parte dellopera meno vicina al nostro gusto, per laffollarsi 59

interminabile di nomi e allusioni erudite), lamore viene sconfitto allegoricamente dalla Pudicizia (Triumphus Pudicitiae), la Pudicizia dalla Morte (Triumphus Mortis: dove rappresentata anche la morte di Laura, e un colloquio in sogno tra lei e Petrarca), la Morte dalla Fama postuma (Triumphus Famae). Nei due ultimi canti (Triumphus Temporis e Triumphus Eternitatis), la rassegna dei defunti lascia spazio a considerazioni di tipo parenetico (= esortativo), e Laura resta lunico personaggio terreno. Di fatto, la visione dellEternit, nellultimo dei Trionfi si conclude non su una preghiera a Dio ma sul presagio del ricongiungimento in paradiso con la donna amata: se fu beato chi la vide in terra, / or che fia dunque a rivederla in cielo? (vv. 144-45). [Le raccolte di versi e di lettere] La datazione delle opere di Petrarca sempre questione complessa, perch il poeta abbandona e poi riprende i suoi testi in momenti diversi della sua vita, pubblicandone versioni provvisorie, o non pubblicandole affatto; o perch di proposito sovrappone alla cronologia reale una cronologia ideale creata a posteriori che, per cos dire, ridisegna le tappe della sua carriera letteraria. Ma vi sono anche testi in movimento, perch formati da altri testi scritti in epoche diverse: sono gli epistolari e la raccolta delle poesie volgari (su cui cfr. 5.4). [I modelli classici] Petrarca fu uno scrittore di lettere eccezionalmente prolifico. Fu in questo modo, piuttosto che attraverso i veri e propri trattati, che si espresse il suo magistero: perch le sue sono lettere nellaccezione ciceroniana o senechiana, e poi umanistica: scritti rivolti a singoli interlocutori che hanno per un forte impegno concettuale, testi densi di ammaestramenti filosofici, di riflessioni morali, di commenti sui classici. Il fatto che si tratti di qualcosa di diverso dalle lettere cos come noi oggi le intendiamo appare chiaro da due circostanze. In primo luogo, Petrarca non solo ritocca o riscrive, allatto della loro riunione in libro, brani di vecchie lettere, ma addirittura ne scrive alcune ex novo, retrodatandole. In secondo luogo, alcune delle sue lettere non sono scritte a corrispondenti reali bens a grandi personaggi dellantichit come Seneca, Livio, Sallustio: lontano dallessere lo spazio della spontaneit e dellimmediatezza, le lettere sono il luogo per eccellenza della sapienza retorica e della consapevolezza ideologica. [Gli epistolari] In momenti diversi della sua vita, Petrarca riun le sue lettere tutte scritte in latino, lunica lingua adoperata da Petrarca per la prosa - in alcune raccolte (resta un numero esiguo di Disperse, molte di dubbia attribuzione): - I 24 libri delle Familiares (Familiarum rerum libri XXIV: 24 libri [di epistole] su cose familiari) raccolgono la parte pi consistente della produzione epistolare petrarchesca. Si tratta di 350 lettere, scritte tra il 1325 e il 1361, che illustrano, quasi giorno per giorno, la vita e levoluzione intellettuale del poeta. Pur senza rinunciare a parlare con i suoi corrispondenti di questioni personali e quotidiane, Petrarca adopera la lettera anche e soprattutto come strumento per la riflessione morale, in ci avvicinandosi, come si accennato, ai modelli classici di Cicerone e di Seneca. Proprio per questampiezza di prospettiva, molte delle Familiari, pur essendo originalmente concepite come messaggi privati, conobbero gi durante la vita del poeta una assai pi larga circolazione nei circoli intellettuali italiani ed europei. - Le 19 lettere del libro Sine nomine (cos chiamato perch Petrarca tace il nome dei suoi destinatari) vennero scritte tra il 1342 e il 1358, e raccolte insieme attorno al 1360. Sono omogenee per tema e ispirazione: vi si parla soprattutto di questioni politiche e religiose, con duri attacchi alla Curia avignonese (e ci appunto sugger allautore di non rivelare lidentit dei destinatari). - le 66 lettere in versi (Epystolae metricae), risalenti agli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, vennero riunite da Petrarca in tre volumi nel corso degli anni Sessanta; vari i loro argomenti: da questioni di carattere privato e familiare a pi oggettive meditazioni morali e filosofiche. - il libro delle cosiddette Seniles (Senili, lettere della vecchiaia), mai portato a termine dallautore, raccoglie 125 lettere composte tra il 1361 e lanno della morte. Un cenno a parte merita la lettera Posteritati (Ai posteri), scritta probabilmente in due tempi: cio ideata nei primi anni Sessanta e poi ritoccata pochi anni prima della morte. Si tratta di una sorta di autobiografia nella quale il poeta giustifica la sua vita e le sue opere agli occhi di un immaginario lettore futuro. Doveva probabilmente concludere la silloge delle Seniles, ma rimase incompiuta. 60

5.4 Il Canzoniere [Il libro delle rime volgari] Nel corso della sua vita, Petrarca raccolse pi volte le sue poesie in volgare. verosimile che, a mano a mano che le componeva, egli le registrasse su carte sciolte; e che, una volta corrette anche a grande distanza di tempo: Petrarca fu un inesausto revisore di se stesso esse venissero riunite e fatte circolare tra gli amici e i corrispondenti del poeta. Di queste forme provvisorie del Canzoniere petrarchesco restano tracce nella tradizione manoscritta, e gli studiosi le hanno intitolate convenzionalmente al nome del probabile dedicatario (cos per esempio la forma Correggio era dedicata, intorno al 1360, ad Azzo da Correggio; la forma Malatesta era offerta, ormai nel 1373, a Pandolfo Malatesta). Quello che noi chiamiamo Canzoniere per la raccolta definitiva: lultima volont del poeta cos come consegnata al manoscritto Vaticano latino 3195, parzialmente autografo, e da Petrarca intitolato Rerum vulgarium fragmenta (Frammenti di cose volgari: di qui, spesso, a definire la raccolta, il nome di Fragmenta). [Consistenza e ordinamento] Il libro consta in tutto di 366 componimenti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine (che gi sperimentate da Dante come forma speciale della canzone, assumono in Petrarca e nei suoi imitatori identit di genere metrico autonomo), 7 ballate, 4 madrigali. Diviso in due parti, separate nelloriginale da alcune carte lasciate in bianco (263 testi in vita di Laura + 103 in morte di Laura), il Canzoniere non per scandito in sezioni metriche cos come lo erano i libri di poesia nella tradizione anteriore a Petrarca: i generi metrici vi si alternano liberamente. I princpi che guidano lallestimento del libro sono invece la cronologia e la continuit tematica. Certo, riunendo insieme le proprie liriche, Petrarca non arriva a comporre un vero e proprio romanzo in versi (ci che aveva fatto Dante nella Vita nova, ma col necessario ausilio dei paragrafi in prosa); ma il Canzoniere , altrettanto certamente, un racconto dotato di un inizio, una fine e un riconoscibile svolgimento: a rendere pi visibile il quale concorrono i cosiddetti testi di anniversario, scritti di anno in anno nella ricorrenza del primo incontro tra il poeta e la donna amata. Daltro canto, nel libro si possono isolare anche brevi sequenze di componimenti che stanno tra loro non in rapporto di successione cronologica bens piuttosto di congruit tematica: testi, cio, che in modo di volta in volta sottilmente diverso sviluppano un identico motivo (per esempio il motivo della lode per gli occhi, o del dolore per la distanza dalla donna amata, o della morte di un amico, ecc.). [Temi] Il Canzoniere soprattutto il diario dellamore di Petrarca per Laura, diario che ha una svolta in corrispondenza di un evento tragico: la morte di Laura nella peste del 1348. Se perci nei primi due terzi del libro si leggono testi che pregano, celebrano, riflettono su Laura viva, lultimo terzo del libro dedicato al compianto su Laura morta, e a una pi generale meditazione sulla transitoriet delle cose terrene. La celebre canzone alla Vergine chiude il Canzoniere su una nota di pentimento che richiama quella con la quale il libro si era aperto: et del mio vaneggiar vergogna l frutto (I.12). Il Canzoniere cos un libro di poesie damore le quali vennero per raccolte e ordinate da un autore che ormai maturo ha allontanato da s lamore per le creature terrene, o meglio lo ha sublimato nellamore di Dio. Non questo, tuttavia, lunico tema del Canzoniere. A parte i numerosi i testi di corrispondenza sollecitati da amici ed ammiratori, che trattano argomenti contingenti e occasionali, alcune delle poesie petrarchesche affrontano questioni politiche di grande attualit, spesso con spirito fortemente polemico. Il Canzoniere ha insomma anche una componente militante, e lo si vede con particolare chiarezza sia nei tre sonetti 136, 137 e 138, noti come sonetti anti-avignonesi perch scritti contro la corruzione della curia papale che aveva sede ad Avignone, sia nella celebre canzone allItalia (128: Italia mia, bench l parlar sia indarno), in cui Petrarca deplora luso delle milizie mercenarie da parte dei prncipi italiani e invita questi ultimi, in perenne lotta tra di loro, alla pace. [La posizione storica del Canzoniere. Il contenuto] La poesia del Canzoniere riprende e rinnova la tradizione lirica dei siciliani e degli stilnovisti fondando un classicismo che simporr per secoli ai poeti italiani ed europei. Questo classicismo investe prima di tutto il contenuto dei testi. 61

Lamore dei trovatori e dei poeti del Duecento era un sentimento recitato in pubblico, una sorta di rappresentazione delle convenzioni cortesi in cui i sentimenti e i pensieri dellautore avevano poca parte. Petrarca interpreta invece la lirica damore nel modo che ancor oggi ci familiare: si confessa, narra una reale esperienza damore in totale solitudine, senza porsi il problema del pubblico e limitando al massimo la ripetizione dei clichs cortesi. Si pu dire che grazie a lui si verifichi una conversione dalloggettivit alla soggettivit. Lindividuo che ama e desidera viene ad occupare quello spazio che nel passato era riservato alla rappresentazione della donna, ai rituali del corteggiamento, allanalisi oggettivante dellamore: lio del poeta-amante ora al centro della scena. Questa chiusura nei confronti del contesto sociale, questo ripiegamento dellio su se stesso, che a prima vista pu sembrare un impoverimento, nei secoli si riveler un territorio sconfinato. anche grazie a questa scelta che Petrarca diventer il caposcuola della poesia moderna. Egli ha sottratto il discorso amoroso ai condizionamenti storici, alle trasformazioni dei contesti sociali e culturali e ne ha fatto una zona franca, capace di rigenerarsi con il trascorrere del tempo [... Tale scelta] definisce la moderna poesia erotica come spazio dellio e delle sue contraddizioni (Santagata). [La lingua] Il classicismo petrarchesco riguarda, in secondo luogo, il linguaggio della lirica. Collavvento del petrarchismo non ci sar pi spazio per gli sperimentalismi, le audacie formali, i giochi verbali che avevano avuto largo corso nel Duecento. La lingua di Petrarca omogenea, compatta nei toni. Da un lato, pur essendo ricca di riferimenti colti alla tradizione non soltanto volgare (nei testi del Canzoniere sono frequenti le allusioni alla Bibbia, ai classici latini, ai padri della Chiesa), essa evita i tecnicismi che avevano adoperato i poeti-retori come Guittone dArezzo nel Duecento; dallaltro, pur essendo limpida, comprensibile, lontana dalle complicazioni del trobar clus, essa non fa alcuna concessione al linguaggio parlato: su questa norma di medietas (mediet) che Petrarca costruisce quello che il modello linguistico a cui per secoli si adegueranno i poeti italiani. 5.5 La fortuna Il genio di Petrarca fu immediatamente riconosciuto dai contemporanei. Da un lato la sua grande cultura classica, dallaltro la laurea poetica, ricevuta prima dei quarantanni, fecero di lui il letterato pi noto e ammirato dei suoi tempi, non solo in Italia ma in tutta Europa. La sua prima biografia venne scritta, da Boccaccio, quando non aveva ancora compiuto il cinquantanni: il De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia. A contare, qui, soprattutto lo scrittore di prosa e di poesia latina, e tale sar la tendenza anche nel secolo successivo, quando, per i suoi ritrovamenti e i suoi studi, gli umanisti lo celebreranno come un caposcuola: il vero erede della rinata tradizione classica. Solo nel Cinquecento quando la filologia classica avr assimilato e superato le scoperte petrarchesche la tendenza si invertir e linteresse dei lettori e degli studiosi si concentrer sul Petrarca volgare. Pietro Bembo prima curer la stampa del Canzoniere presso Aldo Manuzio, il migliore stampatore del tempo (1502); poi, nelle Prose della volgar lingua, indicher nella lingua poetica di Petrarca il modello da seguire per tutti i poeti volgari. [La fortuna del Canzoniere] Di qui in poi, la fortuna del Canzoniere sar tale da non avere paragoni in tutta la letteratura occidentale. Per secoli, anche dopo il periodo dellimitazione pi pedestre, tra la fine del Quattrocento e linizio del Cinquecento (definita appunto let del petrarchismo), i lirici europei continueranno a trarre ispirazione dalle liriche petrarchesche sui due piani della forma e del contenuto. Per quanto riguarda la forma, Petrarca imporr alla tradizione italiana un lessico estremamente selezionato e alto, ben lontano dalla lingua delluso (perci, leggendo un poeta dellOttocento, la sua lingua ci appare cos distante dalla nostra: da Petrarca in poi la lingua poetica rimasta un sistema sostanzialmente, e artificialmente, stabile, senza grosse variazioni rispetto a quella del modello). Per quanto riguarda il contenuto, diventer un fatto normale, nei due secoli successivi, raccontare attraverso le poesie, cio raccogliere le proprie rime in canzonieri dotati, per cos dire, di una direzione e di un senso complessivo: luso narrativo della 62

lirica uno dei lasciti pi duraturi di Petrarca alla tradizione occidentale. Sul piano dellinteresse critico, lavvio della ricerca scientifica sulla biografia del poeta si deve, nel Settecento, al francese Jacques Franois de Sade (Mmoires pour la vie de F. Ptrarque); quanto invece al giudizio sulla poesia petrarchesca, il ruolo di iniziatore spetta a Ugo Foscolo, che nel Saggio sopra la poesia del Petrarca elabor la prima caratterizzazione stilistica e psicologica del poeta, perfezionata poi da Francesco De Sanctis nel suo Saggio critico sul Petrarca. Dopo limponente lavoro filologico degli studiosi di inizio Novecento (edizione critica delle opere, approfondimenti circa la biografia, ecc.), la critica pi recente si concentrata da una parte sulla formazione e sulla cultura umanistica di Petrarca (si ricordino almeno gli studi di Giuseppe Billanovich, Michele Feo e Francisco Rico), dallaltra sui tempi e sui modi dellelaborazione del Canzoniere (Ernest H. Wilkins, Marco Santagata). 6. Giovanni Boccaccio 6.1 La vita [La giovinezza e la prima maturit a Napoli] Figlio di un ricco mercante fiorentino, Giovanni Boccaccio nasce, dubbio se a Firenze o a Certaldo, nel 1313. Dovrebbe seguire le orme del padre, ed esercitare anche lui la mercatura: ma un talento precoce lo rivela, piuttosto che uomo daffari, uomo di lettere. Dal 1327 al 1340 a Napoli, dove il padre lavora come rappresentante della famiglia dei banchieri della casa angioina, i Bardi. Qui, il il giovane Boccaccio gode dellamicizia degli aristocratici: e nel circolo della nobilt angioina probabilmente conosce la donna che nelle sue opere ribattezzer Fiammetta. Oltre che per lintensa vita mondana che diventer materia di racconto nel Filocolo e nel Decameron gli anni napoletani sono importanti per alcuni incontri culturalmente significativi: con Cino da Pistoia, che dal 1331 al 1333 insegna legge nello Studio napoletano, con i giuristi Barbato da Sulmona e Pietro Barrili, con il frate agostiniano Dionigi da Borgo Sansepolcro. Da costoro, Boccaccio impara a conoscere il nome e lopera di Francesco Petrarca, che incontrer personalmente solo alcuni anni pi tardi, a Firenze. Nella biblioteca angioina ha modo di venire in contatto con opere che nel resto della penisola avevano scarsa o nulla circolazione: unamplissima scelta di testi classici, i romanzi francesi, i mediolatini, i trovatori e i trovieri, la poesia stilnovista, che molto presto prender a imitare nelle sue Rime in volgare. [Il ritorno a Firenze: il culto di Dante e Petrarca] Conclusa la collaborazione tra il padre e la famiglia Bardi, tra il 1340 e il 1341 rientra a Firenze. Il passaggio dalla vivace corte angioina ad una citt nella quale Boccaccio aveva trascorso soltanto linfanzia doloroso. Negli anni subito successivi Boccaccio porta a termine un impressionante numero di opere e inizia unattivit pubblica che sintensificher negli anni Cinquanta e Sessanta: ambasciatore del Comune in Romagna, poi a Napoli, presso limperatore Ludovico il Bavaro, quindi presso il papa ad Avignone e a Roma. A questo ruolo di primo piano nella vita politica, Boccaccio affianca un indiscusso primato culturale in citt: gi celebre per le opere in volgari (e tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta lavora al capolavoro, il Decameron), intorno al 1350 inizia la serie di opere erudite che secondo le sue intenzioni dovevano guadagnargli la fama. Insieme, lui il custode dellopera e delle memorie dei suoi due grandi predecessori. Scrive una biografia di Petrarca (De vita et moribus Domini Francisci Petracchi), e soprattutto studia la vita e le opere di Dante con una dedizione che nessun altro aveva dimostrato prima: gli dedica una biografia informatissima, scritta anche interrogando coloro che lo avevano conosciuto personalmente (Trattatello in laude di Dante, 1351-55); commenta la Commedia nelle incompiute Esposizioni, nate dalla lettura pubblica che Boccaccio tiene a Firenze nel 1373 nella chiesa di Santo Stefano in Badia; copia di sua mano, in un codice, la Vita nova, la Commedia e quindici canzoni dantesche anteponendovi il Trattatello. [Gli ultimi anni] Nel 1360 prende gli ordini sacri: e questa conversione segna anche un distacco dalle opere in volgare giovanili (tra le quali Boccaccio include anche il Decameron); e si 63

intensifica, per contro, la produzione latina di ispirazione classica e biblica. Ritiratosi a Certaldo, vi muore nel 1375, un anno dopo Petrarca. 6.2 Le opere anteriori al Decameron [A Napoli] A Napoli, nella seconda met degli anni Trenta, Boccaccio lavora a tre opere narrative - il Filocolo, il Filostrato e il Teseida che in modo diverso miscelano due generi letterari: lepos e lelegia amorosa [Il Filocolo] Nel lungo romanzo intitolato Filocolo (1336-38: il titolo significa fatica damore, secondo lerrata etimologia dal greco immaginata dallautore) Boccaccio narra, attingendola dalla tradizione letteraria francese, la vicenda di Florio e Biancifiore: storia dellamore contrastato tra i due giovani; dellallontanamento di Biancifiore da parte dei genitori di Florio, preoccupati che, lui di stirpe regale, sinnamori di una fanciulla di bassa condizione; della lunga qute (ricerca) condotta da Florio per ritrovare lamata; del ricongiungimento tra i due amanti e della scoperta che anche Biancifiore ha origini nobili; del matrimonio finale e dellascesa al trono di Florio. Rispetto allesile trama del modello francese, Boccaccio opera deviazioni e digressioni che fanno del romanzo una sorta di contenitore per i pi disparati generi letterari (Battaglia Ricci): dallepistola alla novella, dalla quaestio alle dissertazioni dottrinali. Particolarmente importante il cosiddetto episodio delle questioni damore, nel quarto libro. Si tratta di tredici dilemmi di casistica amorosa che gli ospiti napoletani di Filocolo dibattono affidandosi alla fine al responso della regina della brigata Fiammetta. La loro importanza risiede da un lato nel fatto che in queste pagine pi forte il legame con la letteratura doltralpe (i cosiddetti jeux-partis, quesiti in forma di dilemma su argomenti relativi alletichetta cortese) e con quelli che probabilmente erano i costumi mondani della corte angioina; dallaltro perch qui Boccaccio collauda il motivo della brigata di giovani riuniti in un giardino a raccontare novelle e a ragionare damore: motivo che sar il filo conduttore del Decameron. [Il Filostrato] Ispirato alla Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne (cfr. 3.2), il Filostrato un poema in ottave che narra dellamore di Troiolo e Criseida sullo sfondo della guerra di Troia: amore tragico, perch Troiolo, tradito, si getta in un duello disperato con Achille, e ne viene ucciso. A ragione, il Filostrato stato definito un contro-Filocolo (Surdich): se il Filocolo il romanzo dellamore saldo, che vince ogni ostacolo, il Filostrato il romanzo del tradimento, ovvero dellamore che scende a compromessi con la realt (lamata Criseida, prigioniera dei greci, si concede a Diomede); e se Florio il prototipo delleroe che agisce, Filostrato linnamorato elegiaco che contempla: riflettendo sulamore, scrivendo lettere, piangendo. [Il Teseida] Poco dopo il Filostrato, Boccaccio compone il poema Teseida. Come Petrarca, che lavora in questi anni allAfrica, egli intende rinnovare la tradizione dellepica. Ma lo fa in volgare, e scegliendo come soggetto non un grande tema della storia romana ma un oscuro episodio della mitologia greca: le gesta di Teseo, duca di Atene, e le avventure dei due nobili tebani Arcita e Palemone, entrambi innamorati dellamazzone Emilia. Cos come nel Filostrato, il tema epico si rivela anche qui un puro pretesto, perch la gran parte dellopera dedicata alla storia damore e al duello tra Arcita e Palemone per Emilia, mentre la figura del condottiero Teseo scivola in secondo piano. In tal modo, la lezione dei grandi epici latini, Virgilio e Stazio, che Boccaccio studia approfonditamente, resta superficiale: essa non sostiene per intero il poema ma emerge in certi dettagli tecnici come la descrizione degli ambienti, o il catalogo dei personaggi; il vero modello ispiratore dato che lamore prevale sulla materia epica anche qui, come spesso altrove, il poeta latino Ovidio. [A Firenze. La Comedia delle ninfe fiorentine] Negli anni immediatamente successivi al rientro a Firenze nel 1340, Boccaccio lavora a due opere diversamente legate alla tradizione culturale e alla vita fiorentina: la Comedia delle ninfe fiorentine e lAmorosa visione. La Comedia (chiamata anche Ameto, dal nome del protagonista) un prosimetro, cio unopera mista di prosa e poesia (come la Vita nova di Dante), che narra di come il pastore Ameto, incontrate alcune ninfe nel 64

bosco, si sia fermato ad ascoltare il canto di una di loro, Lia, innamorandosene. Fattosi cantore egli stesso, Ameto si unisce alle ninfe e, dopo un bagno purificatore, vede Venere: tale visione segna il suo passaggio da animale bruto a uomo. Sotto lapparenza del giocoso romanzo pastorale, lAmeto nasconde come spesso accade nel Medioevo, e in Boccaccio in special modo due possibili chiavi di lettura allegorica. Da una parte stato osservato che la storia del rozzo pastore ingentilito da Amore prefigurerebbe quella dellumanit, passata dalla barbarie primitiva alla civilt grazie alla virt e allamore. Dallaltra parte, cos come in altre sue opere, Boccaccio si compiace di dare ai personaggi del racconto fattezze e caratteri propri di altrettanti reali cittadini di Firenze: sicch la lettura dellopera avr dato, ai contemporanei che fossero in grado di afferrare le allusioni, il piacere del riconoscimento. [LAmorosa visione] LAmorosa visione un poema in terzine di chiara ispirazione dantesca: la Commedia forn infatti ai successori di Dante un modello di poesia narrativa, e quello di Boccaccio uno dei primi esempi di tale imitazione. Smarritosi come Dante allinizio dellInferno in un luogo deserto, lautore, che anche lio narrante, viene soccorso da una donna gentile e scortato sino ad un nobile castello. Qui, davanti a lui si aprono due porte: una stretta che porta alla virt e una pi larga che porta ai beni mondani. Il protagonista sceglie questultima, e in compagnia della guida entra in unampia sala del castello, e qui contempla le scene affrescate alle pareti: una sorta di enciclopedia, o di storia del mondo per immagini la cui descrizione occupa buona parte del poema. Si va dai ritratti degli spiriti sapienti (i filosofi e i poeti antichi, ma anche Dante) a quelli dei condottieri e degli eroi (Dario, Cesare, Carlo Magno), a quelli degli spiriti amanti (Orfeo e Euridice, Didone e Enea). Finita la contemplazione degli affreschi, lautoreprotagonista abbandona la sua guida e ritrova, in uno splendido giardino, la donna amata, Fiammetta: con questo ricongiungimento termina la visione. Il poeta si risveglia e apprende che lo attende ora un altro viaggio, stavolta attraverso la porta stretta della virt. [La fortuna del poema] Molti elementi concorrono a rendere faticosa la lettura dellAmorosa visione: i lunghi cataloghi descrittivi, le divagazioni mitologiche, linvadenza dellallegoria (la Guida, per esempio, la si potuta interpretare ora come la Fortezza, ora come la Virt, ora come Venere), le gratuite complicazioni formali (le lettere iniziali di ogni terzina compongono un enorme acrostico: tre sonetti che Boccaccio adopera come proemio). Ma oltre a rappresentare un importante momento di collaudo per le tecniche narrative di Boccaccio lAmorosa visione una sterminata rassegna di storie e biografie raccontate ora in un solo verso ora in pagine e pagine il poema ha importanza cruciale nella storia della poesia medievale perch insieme ai Trionfi petrarcheschi offrir ai suoi successori un modello di allegoria laica-umanistica alternativa o complementare a quello proposto da Dante nella Commedia. [La Fiammetta] Anche lElegia di madonna Fiammetta databile ai primi anni fiorentini (1343-44). Ma a differenza di quanto avviene nellAmeto e nellAmorosa visione, qui Boccaccio rinuncia, felicemente, allallegoria, e attraverso il monologo della protagonista ci offre una sorta di romanzo psicologico o confessione. Abbandonata da Panfilo, che ha lasciato Napoli ed tornato a Firenze, Fiammetta narra alle innamorate donne (secondo una convenzione ben diffusa nella letteratura medievale, che fa delle donne il pubblico ideale per i racconti e per le liriche damore), in forma di lettera, il suo dolore. Anche in questo caso non mancano le fonti letterarie: su tutti, i monologhi femminili delle Heroides (Eroine) di Ovidio; ma la Fiammetta possiede, nei confronti di ogni possibile modello, un superiore realismo psicologico, una speciale verit dovuta forse anche alla componente autobiografica dellopera (la vicenda di Panfilo e Fiammetta adombrerebbe, secondo alcuni interpreti, un episodio degli anni napoletani di Boccaccio). [Il Ninfale fiesolano] Dopo questo felice tentativo di prosa psicologica, il poema in ottave del Ninfale fiesolano ritorna alle forme e alle ambientazioni dellAmeto. Sullo sfondo campestre di Fiesole, vicino a Firenze, il pastore Africo sinnamora della ninfa Mensola e, dopo preghiere e inseguimenti, riesce a possederla. Ma lamore tra il pastore e la ninfa vietato da Diana, e in conseguenza di questo divieto Africo si uccide e Mensola viene trasformata nelle acque di un fiume. Il figlio nato dai due amanti, Pruneo, sar tra i fondatori di Fiesole e da lui trarr origine una delle 65

pi nobili schiatte fiorentine: e con un breve riepilogo della storia di Firenze si chiude il libro. Rispetto alle altre opere del periodo fiorentino, il Ninfale rivela una maggiore coscienza dei mezzi narrativi: gli giovano lambientazione familiare nel contado fiorentino, la popolarit dei caratteri e la semplicit dello stile; e gli giova il fatto che il peso dellerudizione mitologica si sia ridotto, e lallegoria non faccia pi velo a una narrazione che ha la vivacit di quella delle novelle decameroniane. 6.3 Il Decameron [Tempi di composizione] Boccaccio lavora al suo capolavoro, il Decameron (nome da lui stesso coniato unendo insieme due parole greche: Dieci giornate), negli anni subito successivi alla peste nera del 1348. ben probabile che alcune delle cento novelle poi entrate a far parte del libro siano state scritte prima di quella data, cio preesistessero al progetto della raccolta, ma di questa ipotetica preistoria non abbiamo testimonianze precise. Certo che parti dellopera circolarono a Firenze prima che essa fosse conclusa: nellintroduzione alla quarta giornata, Boccaccio si difende dalle critiche che alcuni lettori gli avevano rivolto. Il libro venne ultimato nei primi anni Cinquanta, forse nel 1353; tuttavia, nel ventennio successivo, Boccaccio nonostante la sufficienza con cui sar solito parlare delle sue opere giovanili in volgare non cesser di meditarvi sopra e di ritoccarlo: la sua ultima volont consegnata a un manoscritto autografo (lo Hamilton 90 della Staatsbibliothek di Berlino) databile al 1370, cinque anni prima della morte. [La trama] La trama nella quale le novelle sono inserite molto semplice. Nel 1348 la peste imperversa a Firenze: lintroduzione al libro descrive la drammatica situazione della citt: i cadaveri riempiono le strade, i legami pi sacri tra moglie e marito, tra genitori e figli si spezzano; si moltiplicano le fosse comuni. possibile che Boccaccio abbia presente qui dei modelli letterari o figurativi (il tema della peste ricorre nella tradizione occidentale in autori tanto diversi come Tucidide, Lucrezio e Paolo Diacono, cos come poi in Manzoni e in Camus); ma certo che la sostanza della descrizione tratta dallosservazione diretta: Boccaccio - che nellepidemia perse il padre, la matrigna e vari amici fu testimone del flagello. in questo tragico frangente che un gruppo di dieci giovani (sette donne e tre uomini) si riunisce e decide di abbandonare la citt per evitare il contagio: alcune ville di loro propriet situate nel contado saranno il loro rifugio. La cornice del Decameron quella in cui lautore parla in prima persona e in cui sono incastonate le novelle d conto della vita della brigata durante le due settimane di questo volontario esilio. I giovani scelgono ogni giorno tra le loro fila un re o una regina che fissa modi e tempi delle attivit quotidiane, e suonano, cantano, e soprattutto raccontano delle novelle: una ciascuno per dieci giorni (il novellare sospeso nei giorni di venerd e sabato), per un totale di cento novelle: e queste cento novelle in cui dunque ciascuno dei dieci personaggi prende la parola rappresentano appunto il contenuto della cornice. Passate le due settimane, i giovani rientrano a Firenze. [La cornice] La cornice lartificio narrativo che permette di saldare insieme le novelle non uninvenzione di Boccaccio. Essa era gi ben nota alla tradizione narrativa indiana e araba: e opere come le Mille e una notte, la Storia di Calila e Dimna, o il libro di Sendebar, o la storia di Barlaam e Josaphat, tradotte in latino nel corso dei secoli XII e XIII, poterono senzaltro venire a conoscenza dello scrittore, sia a Firenze sia, pi verosimilmente, alla corte angioina di Napoli. Lo stesso si pu dire di unopera che ebbe larghissima diffusione a partire dal secolo XII, la Disciplina clericalis dellebreo spagnolo Pietro Alfonso: una serie di racconti esemplari che un padre raccoglie allo scopo di istruire il figlio (disciplina = istruzione). Tuttavia, la differenza tra la cornice del Decameron e quella dei testi appena citati salta agli occhi. Nelle raccolte pre-boccacciane, la cornice un davvero un semplice artificio, un pretesto che non ha altro scopo se non quello di fare da esile filo conduttore fra gli exempla raccolti dallantologista-scrittore; in Boccaccio, la cornice ha un ruolo molto pi importante e una ben maggiore estensione: non semplicemente uno sfondo bens il vero motore narrativo dellopera.

66

[I temi: amore e fortuna] Gli argomenti delle novelle sono cos descritti nel Proemio (14): ... nelle quali novelle piacevoli e aspri casi damore e altri fortunati avvenimenti si vederanno cos ne moderni tempi avvenuti come negli antichi. Amore e fortuna sono, in effetti, i temi dominanti del libro. Il primo era, come si visto, gi largamente presente nella narrativa di Boccaccio ma nella sua versione elegiaca (casi sfortunati di disgrazie damore) piuttosto che in quella burlesca o euforica prevalente nel Decameron, dove il nome di amore dato spesso alla semplice soddisfazione sessuale: la quarta e la quinta giornata sono quelle consacrate alle imprese damore cos concepite (ecco per esempio la rubrica che introduce la quarta giornata: Sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro, li cui amori ebbero infelice fine). Il secondo tema, la fortuna, va inteso nel senso pi largo di caso, destino, fatalit, accidente, peripezia: ci che di strano e singolare, insomma, movimenta la normale vita degli uomini, Novelle ispirate a questo soggetto si trovano soprattutto nella seconda giornata (si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine) e nella terza. [Il versante comico] Ma a questi due temi almeno due altri se ne debbono aggiungere, entrambi appartenenti al registro basso o comico della narrativa: il motto, che d la materia alle novelle della sesta giornata (dove si racconta dei leggiadri motti e delle pronte risposte che i personaggi trovano per venire a capo di una situazione spinosa); e la beffa, che al centro delle novelle dellottava giornata (dove, come recita la rubrica che la introduce, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o luno uomo allaltro si fanno). Una parte considerevole delle novelle decameroniane e tra queste alcune delle pi famose scritta infattii col principale scopo di far ridere, e ci avviene o per luso pronto ed arguto della parola da parte dei protagonisti o per il genio da essi dimostrato nel mettere nel sacco i loro interlocutori. Cos - per illustrare il primo caso: labilit nelluso delle parole - Guido Cavalcanti zittisce con una battuta un gruppo di buontemponi che volevano prendersi gioco di lui (nov. VI 9). Oppure, cos frate Cipolla rimedia ad una beffa che due giovani avevano macchinato contro di lui: i due sostituiscono la penna che frate Cipolla spacciava per una reliquia (una piuma dellarcangelo Gabriele) con un pugno di carbone; il frate se ne accorge tardi, durante lomelia, ma non si perde danimo: un nuovo miracolo sostiene ha trasformato la penna nei carboni coi quali fu arrostito san Lorenzo, la cui festa, non per caso, ricorre di qui a due d (nov. VI 10). E cos per illustrare il secondo caso: capacit di ingannare il prossimo lo sfrontato ser Ciappelletto riesce a darla a bere al prete che lo confessa in punto di morte, e dopo una vita spesa nel vizio e nel crimine viene seppellito in terra consacrata e in fama di santit (nov. I 1). Oppure, cos allo sciocco Calandrino viene fatto credere di essere invisibile (nov. VIII 3). [Il nuovo realismo boccacciano] Si tratta, scrive Boccaccio nel Proemio, di episodi ne moderni tempi avvenuti come negli antichi. Una parte delle novelle sispira in effetti alla storia e alla letteratura antica, o situa nellantichit o in un mondo diverso da quello contemporaneo la trama del racconto: la componente erudita della poetica di Boccaccio, che gi aveva fatto le sue prove nel Filocolo, e che ispirer le opere latine della maturit. Ma limportanza del Decameron risiede soprattutto nelle novelle sui costumi contemporanei. Attraverso di esse entra nella letteratura italiana la realt umana nelle sue pi varie manifestazioni: veri cittadini, veri borghesi, donne e uomini reali sono i protagonisti della narrazione, e le loro non sono le sublimi passioni che erano state cantate nellepica o nei romanzi cavallereschi, ma le comuni passioni che sono proprie di ogni essere umano. Sicch, se anche spesso il tema del racconto non originale perch Boccaccio recupera (e talvolta ripete pari pari) i modelli della novellistica classica, mediolatina o volgare, lambientazione lItalia contemporanea, e la citt di Firenze in particolare sortisce sempre effetti di notevole realismo. Ed in questa lezione la rappresentazione della vita cos come essa , senza le idealizzazioni che erano state caratteristiche della letteratura cortese, e senza i moralismi degli exempla cristiani il lascito pi duraturo del Decameron alla tradizione narrativa occidentale, e insieme la ragione della sterminata fortuna di cui il libro godr nei secoli successivi. [Lo stile] Non dello stile del Decameron bisognerebbe parlare, bens degli stili, al plurale. Il linguaggio reagisce e si adegua, infatti, alla variet dei registri e delle situazioni messe in scena 67

nelle novelle. Il Cinquecento apprezz, e promosse a norma per tutti i prosatori, soprattutto il puro ed elegantissimo fiorentino che Boccaccio adopera nella cornice, quando parla in prima persona: una prosa elaborata, sintatticamente complessa, incline a sigillare i periodi con particolari figure ritmiche (quello che nella prosa latina viene definito cursus). Al polo diametralmente opposto, lo stile delle novelle comiche (per esempio quelle della sesta giornata) ebbe grande influenza sui novellieri eredi di Boccaccio. Non che la prosa narrativa anteriore a lui non conoscesse il registro basso, tuttaltro, ma nel Decameron tale registro si arricchisce di molte inedite sfumature. Per esempio, Boccaccio consapevole delle potenzialit espressive dei dialetti, e se ne serve per la descrizione di ambienti e personaggi. Inoltre, egli maestro nella resa del discorso diretto: mentre i narratori che lo hanno preceduto prestavano le loro parole ai personaggi del racconto, senza alcun tentativo di caratterizzazione individuale, Boccaccio d a ciascuno una voce diversa, anticipando quella polifonia di linguaggi e di stili che sar tipica del romanzo moderno. Ma c poi, al di l di raffinatezze come queste, il comico puro, il puro e semplice divertimento verbale, e in tal caso Boccaccio non disdegna di servirsi di artifici tradizionali: giochi di parole, bisticci, doppi sensi o come nellesempio che segue, tratto dalla novella di frate Cipolla (VI x 17) la figura fonica detta omeoteleuto (cio lidentit di desinenza tra parole contigue in un testo in prosa): egli [Guccio Imbratta, aiutante del frate] tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidiente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre teccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. [Modelli e fonti] Cos come necessario parlare di una pluralit di stili, allo stesso modo sono molti i modelli ai quali Boccaccio pu essersi ispirato per la costruzione del Decameron. Si accennato alla tradizione arabo-orientale della cornice; ma lidea di una narrazione di gruppo poteva venire allo scrittore anche da testi classici come i Saturnalia di Macrobio o le Metamorfosi di Apuleio. Quanto alla peste e alla brigata dei giovani, una possibile fonte figurativa stata di recente segnalata (Battaglia Ricci) negli affreschi raffiguranti il Trionfo della morte nel Camposanto monumentale di Pisa. Nelle singole novelle, Boccaccio sfrutta e contamina tradizioni disparate non ultima quella per eccellenza inverificabile: la tradizione orale ed dunque impossibile dare un quadro sintetico dei suoi prelievi. Ma, in sintesi, si consideri leccezionale ampiezza delle fonti boccacciane: oltre ad attingere dalle raccolte di esempi in latino (come la Leggenda aurea di Jacopo da Varazze) e in volgare (raccolte rivisitate, come si accennato, secondo unottica laica e non moralistico-cristiana), egli conosce e riusa i testi latini (Apuleio, Ovidio), i fabliaux (favole) e le poesie francesi lette alla corte napoletana degli Angi, le commedie mediolatine oltre che, naturalmente, i classici della giovane letteratura italiana: il Novellino, la Commedia. A queste influenze colte si affianca infine la tradizione popolare: i proverbi e gli aneddoti che circolavano a Firenze (per esempio, quello relativo alla bella risposta che Guido Cavalcanti d ai suoi motteggiatori: novella VI 9) 6.4 Le opere successive al Decameron e la fortuna di Boccaccio [Le Genealogie] Negli anni della piena maturit, dopo la scrittura del Decameron, Boccaccio abbandona le favole romanzesche, liquida secondo un clich ben diffuso nel Medioevo come errori giovanili le proprie poesie in volgare (che a differenza di Petrarca non raccoglier mai in un volume unitario) e simpegna in alcuni trattati eruditi in latino. Un libro sulla mitologia classica era stato sollecitato a Boccaccio gi attorno al 1350 da Ugo IV di Lusignano, re di Cipro. Ugo mor nel 1359, ma Boccaccio soddisfece lo stesso il desiderio dellantico committente lavorando, dai primi anni Sessanta sino alla morte, alle Genealogiae deorum gentilium (Genealogie degli dei pagani). Lopera si articola in quindici libri: nei primi tredici - che compendiano lintero patrimonio della mitologia pagana, e che avranno grande influenza su letterati e pittori durante tutto il Rinascimento - Boccaccio riversa tutta la sua non comune cultura classica, ricorrendo, oltre che ai ben noti Virgilio e Ovidio, anche ad Omero: grazie alle lezioni dellerudito Leonzio Pilato, Boccaccio possedeva infatti (quasi unico tra i suoi contemporanei) buoni rudimenti di greco, e 68

poteva cos accostarsi direttamente ai testi omerici originali,, che cita infatti orgogliosamente nelle Genealogie. Negli ultimi due libri, Boccaccio svolge unappassionata difesa della poesia: laddove, egli sostiene, gli studi positivi come il diritto o la medicina sono indirizzati al guadagno, e non hanno come fine primario il progresso umano, la poesia devessere piuttosto assimilata alla filosofia e alla teologia: come queste ultime, essa non ha come fine larricchimento ma il progresso delle conoscenze e il miglioramento dei costumi. Lobiezione, che alla poesia viene mossa, secondo cui si tratterebbe soltanto di fabulae (favole, storie inventate) , osserva Boccaccio, legittima, ma facilmente confutabile: poich la vera scienza consiste nel saper vedere sotto il velo della favola, dellallegoria, il contenuto di verit che la poesia racchiude. [Le biografie] Mentre le Genealogie illustrano la forte motivazione umanistica di Boccaccio, il De casibus virorum illustrium (Sventure di uomini illustri) e il De mulieribus claris (Le donne famose) sono due opere di carattere pi tradizionalmente moralistico-erudito. La prima, offerta al fiorentino Mainardo Cavalcanti, e ultimata attorno al 1360, una rassegna, da Adamo ai contemporanei, di personaggi celebri caduti in disgrazia; la seconda (1361), offerta alla nobildonna Andreina Acciaioli, una raccolta di circa cento ritratti di eroine, dalla leggendaria Elena a Giovanna regina di Napoli. Il piacere del raccontare, cos caratteristico del Decameron e delle altre opere volgari, , in questi due trattati, del tutto abbandonato: non si tratta veramente di storie, liberamente narrate, bens di esempi che lautore illustra moralisticamente con apostrofi, invettive, esortazioni ai suoi destinatari. [Il Corbaccio] La satira anti-femminile (ovvero, con termine derivato dal greco, misogina), un tema caratteristico della letteratura medievale: manuali che insegnano a resistere alle tentazioni delle donne, o che ne svelano gli inganni e i difetti, sono ben diffusi nel mondo romanzo, e Boccaccio paga il suo tributo a questa tradizione nel racconto intitolato Corbaccio (forse dal nome di quello che era ritenuto il pi vile degli uccelli), databile probabilmente al 1365. Lautore questa la semplice trama del libro ama una vedova che non lo corrisponde. Fa un sogno: in una valle, incontra il defunto marito della donna amata, che lo ammonisce: lamore egli sostiene - non fa per lui, e la donna che ha scelto ricolma di tutti i vizi e i difetti del suo sesso. Udito lelenco di questi vizi e difetti, lautore-protagonista rimane convinto e, guarito dalla sua infatuazione, esce dalla valle. Ispirato alla vasta tradizione misogina suddetta, e in particolare al De vetula (La vecchia), uno scritto latino falsamente attribuito a Ovidio, il Corbaccio rappresenta - col suo disincantato realismo, con la crudezza di certe descrizioni relative alla sfera corporea e sessuale - una specie di controcanto al quasi contemporaneo trattato latino De mulieribus claris, che Boccaccio scrive invece in eximiam muliebris sexus laudem (in alta lode del sesso femminile). [La fortuna] Nella canzone in cui piange la morte di Boccaccio, Franco Sacchetti non menziona neppure il Decameron: lo scrittore ricordato, e dichiarato grande, soltanto in virt delle opere latine. Questo silenzio in contraddizione con lamplissimo successo di cui il Decameron godette gi mentre Boccaccio era in vita. Libro veramente popolare, perch narra di una realt vicina allesperienza di ogni potenziale lettore, esso raggiunse anche i lettori meno colti: molte delle sue novelle e dei suoi personaggi diventarono proverbiali; e copisti per passione (cio non scribi professionisti ma semplici amanti della letteratura) lo sottoposero a vere e proprie riscritture, aggiornando, cio avvicinando alla propria sfera desperienza, i nomi dei luoghi e dei personaggi. Come nessunaltra opera del Medioevo, inoltre, il Decameron conobbe un immediato successo allestero: lo tradussero e imitarono Chaucer in Inghilterra, Christine de Pizan in Francia, Juan de Mena in Spagna; e piacque anche a un umanista raffinato come Petrarca, che addirittura tradusse in latino la novella di Griselda (X 10). Ma il giudizio di Sacchetti prefigura quello degli umanisti quattrocenteschi, i quali si disinteressano della letteratura volgare e fermano invece la loro attenzione sulle grandi compilazioni erudite degli anni della maturit di Boccaccio: le Genealogiae deorum gentilium, il De mulieribus claris, ecc. La ripresa dinteresse per le novelle del Decameron ha luogo prima, sullo scorcio del Quattroocento, allinterno del circolo di Lorenzo il Magnifico e di Poliziano, poi con Pietro Bembo, il quale nelle Prose della volgar lingua (1525) indica nel volgare di Boccaccio il modello che ogni prosatore italiano dovrebbe sforzarsi di imitare. Questo giudizio di 69

Bembo prelude al grande successo cinquecentesco del libro, che verr pi volte stampato (settanta edizioni nel solo sec. XVI) e imitato da generazioni di narratori. Nel 1573, in pieno clima controriformistico, una commissione appositamente nominata a Firenze, e guidata dallumanista Vincenzio Borghini, introduce alcune correzioni nel testo dellopera, per eliminarne i passaggi pi scandalosi o blasfemi e per riportarne la lingua alla veste originaria, espungendo quegli errori che si erano infiltrati nel corso della tradizione manoscritta ( la cosiddetta rassettatura). Dopo un lungo periodo di diminuito interesse, la fortuna critica del Decameron si riapre, nellOttocento, grazie soprattutto a Francesco De Sanctis, che nella sua Storia della letteratura italiana ravvisa nel libro il caposaldo del realismo moderno, riconoscendo nello spirito tutto terreno e laico di Boccaccio (una sorta di anti-Dante) il vero precursore del naturalismo rinascimentale. Lo stesso De Sanctis pone la questione dellunit dellopera: non semplice collezione di novelle ma libro compatto, ispirato ad una ristretta gamma di motivi ricorrenti: la celebrazione dellingegno, il gusto umanistico per il saper parlare, lesaltazione della sensualit, la meditazione sullinstabilit dei destini umani. Su questi due problemi il nuovo realismo boccacciano e gli elementi unitari del Decameron hanno continuato a interrogarsi gli studiosi novecenteschi: ed entro una vastissima produzione critica si ricordi almeno il volume di Vittre Branca Boccaccio medievale (1956, e successive riedizioni), nel cui solco si colloca buona parte dei contributi pi recenti.

70