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Marco Cipriano

VISTO DA SINISTRA
un “blog di carta”
per riscrivere insieme
un po’ di sinistra
© 2009 M&B Publishing srl Milano
Via Solari 19, - 20144 Milano
Tel. 02 / 89423416
e-mail: mbpub@tin.it

ISBN 978-88-7451-___-_

I diritti di traduzione, riproduzione e di adattamento,


totale o parziale, ad uso interno o didattico sono liberi
purchè si citi la fonte.
ra le ragioni della crisi della politica vi è sicura-

T mente quella diffusa sensazione di scollamento tra


la classe dirigente e le persone; quella idea che sia
impossibile partecipare, una condizione che frustra
aspettative e disponibilità oltre a disperdere energie,
idee, risorse che sarebbero preziose per rilanciare una
politica radicata nel territorio.
In una Regione governata da tempo dal centro destra,
dove serpeggia la sindrome da sconfitta inevitabile,
sembra d’obbligo cercare strade nuove perché la parte-
cipazione trovi forme e pratica e non rimanga una pero-
razione.
Proporre in campo aperto, disposti a misurare giudizi,
opinioni, altre proposte, a correggere ed innovare, mi
sembra questa l’idea di fondo del “blog di carta”, uno
strumento aperto, una dichiarazione di attenzione, una
richiesta di pensiero.
I temi, aperti, sono quelli che caratterizzano una idea di
Regione dalla parte dei cittadini, il riscrivere e ripensare
un’idea di eguaglianza che si misura con le tante diffe-
renze che la Lombardia manifesta, produce, vive.
Un blog di carta che può misurarsi con una sfida in più;
c’è chi definisce la crisi internazionale incrementata
dalle debolezze del nostro paese: “una lunga traversata
del deserto”, sarà una crisi lunga, ma non conosciamo
ancora la profondità - se lasciata correre - alla fine del
deserto, ci sarà un’Italia più povera più sfiduciata ed
impaurita, ma anche un tessuto produttivo ridotto, ridi-
mensionato, sfibrato.
Non è la crisi di qualcun altro, la Lombardia delle centi-
naia di migliaia di imprese, che ha bisogno dei migranti
per far funzionare i cantieri e le cascine, che ha visto
crescere la sua ricchezza perché le donne lavorano, può
pagare prezzi alti.
Attraversare il deserto vuol dire non regredire nelle
relazioni sociali, non degradare pensando che cacciando
gli stranieri e tornando agli angeli del focolare si possa
proteggere il proprio benessere.
Vuol dire difendere il credito alle imprese e finanziare e
selezionare la ricerca e l’innovazione.
Vuol dire saper affermare che per i giovani dopo la pre-
carietà non c’è solo disoccupazione. Soprattutto in
Lombardia vuol dire misurarsi su cosa significa ritorno
del pubblico, primato della politica sull’economia.
Vuol dire sapere che nella crisi il pubblico-privato della
sanità, dell’istruzione, dell’assistenza può diventare una
trappola micidiale per molti.
Tutto questo, ovvero attraversare il deserto con lo
sguardo ad un futuro possibile, è sfida economica di
sistema, e culturale, rimette in causa il senso della soli-
darietà, della coesione sociale, del significato dell’egua-
glianza.
Serve passione democratica e partecipazione, una vera
sfida per sapere che con c’è un solo modello possibile,
ed anche un blog può dare la scintilla.

Susanna Camusso
Qualche
considerazione
generale

a quasi vent’anni sembra che la storia,

D l’esperienza di generazioni, ciò che si è costruito


– spesso a prezzo di grande sforzo e perfino
sacrificio – sia tutto tramontato. Anzi: azzerato, per rico-
minciare da capo. E in questo “nuovo inizio” non c’è
più la storia concreta di uomini e donne ma solo un
ricordo infastidito di tempi andati. Per dare una data di
partenza, dal crollo del muro di Berlino è come se tutto
sia finito, come se le differenze culturali, sociali e politi-
che siano scomparse d’incanto, per lasciare il posto ad
un vasto e piatto mondo dove solo la dimensione eco-
nomica e finanziaria da parte e quella religiosa-spiritua-
le dall’altra caratterizzano lo scorrere del tempo e dei
rapporti tra gli individui.

E invece, da qualche settimana è caduto il secondo


Muro. La crisi esplosa a Wall Street mette a nudo non
una generica questione di regole, almeno per chi non
si accontenta di stare alla superficie delle cose, ma una
questione più generale, quella della differenza tra il
potere democratico, quello delle istituzioni, del giudi-

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zio e della volontà dei cittadini, e il potere finanziario
che non risponde a nessuno, nemmeno alle istituzioni
che dal suo interno nascono. E se c’è il problema
urgente di costruire strumenti sopranazionali per il
governo dell’economia (dell’economia, ripeto, non solo
della finanza), proprio come è già successo dopo la
seconda guerra mondiale, c’è – per la sinistra – anche
il problema di ricostruire un punto di vista, a partire
dalla distinzione tra salvataggio del sistema finanzia-
rio e, passata la bufera, rilancio del vecchio modello di
sviluppo. Da un lato, Salvare aziende private con i
soldi dei cittadini sarebbe un altro modo per mantene-
re un rapporto di dipendenza tra la politica e gli artefi-
ci della speculazione finanziaria. Dall’altro,
l’intervento dello Stato, se non vogliamo ripercorrere
le strade del passato, deve – almeno per la sinistra -
implicare un diverso modo di operare e la discussione
pubblica per definire condividere le finalità produttive
e sociali. E allora occorre riaprire il tema di forme e
strumenti di democrazia economica e questo ci deve
portare a ragionare di un nuovo patto sociale, a partire
dall’esigenza di una diversa distribuzione del reddito
e del potere tra capitale e lavoro.

Eppure qualcuno si era spinto fino a parlare di “fine


della storia”: come dire che la vita è solo accostare un
minuto dopo l’altro, e tutto scorre giorno per giorno,
senza progettare il futuro e senza lasciare traccia dopo
di sé. Che illusione, anzi che imbroglio ideologico.

E’ vero che è finito il mondo bipolare – quello nato

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dopo la seconda guerra mondiale – e con esso
l’ideologia del cosiddetto “socialismo reale” ma non
per questo sono finite le ideologie: basti pensare alla
ideologia del mercato, a quella del potere e del denaro,
al nazionalismo esasperato e al crescente uso della reli-
gione come fondamento della politica degli stati. E
invece del bipolarismo c’è uno stato di insicurezza cre-
scente e guerre aperte in tutti i continenti.

E per chi è di sinistra? Anche qui non si giustifica la


scomparsa di una visione del mondo e della storia.

Non credo che l’unica cosa possibile, per chi vuole


agire politicamente, sia quella di accontentarsi di un
“pragmatismo” senza colore, fatto di un insieme di
“tecniche” che – se pure si riferiscono ad un quadro di
regole democratiche – finiscono per perdere la capacità
di rappresentare interessi e valori precisi.
Ma questo vuol dire essere consapevoli di esprimere
un punto di vista, che pure ottiene consenso ma certo
esprime una visione “di parte”. Qui nasce la forza
della democrazia, perché solo così può aprirsi davvero
una relazione (di confronto ma anche di scontro) con
altre visioni e rappresentanze.
Non ho nessuna nostalgia per verità assolute “uniche,
incontrovertibili e scientifiche”, ma, altrettanto, nessun
interesse per una idea di politica come un campo in
cui tutti sono uguali e dunque non distinguibili, e per
cui, a lungo andare, non servono consenso e rappre-
sentatività partecipata, ma solo competenze e capacità
“tecniche”.

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Resto dell’idea che ci debba essere una certa “filoso-
fia”, una certa visione delle relazioni tra gli individui,
che dia forza e contenuti all’agire quotidiano.
Tutto il contrario di una chiacchera inutile cui contrap-
porre la “concretezza degli atti”. Anche chi si scaglia
contro le ideologie e teorizza il “fare” esprime precisa-
mente quella ideologia e in questo sta l’inganno. E
invece, il pensiero politico, la ricerca di nuovi orizzon-
ti, di nuove frontiere, aprono nuove opportunità alla
convivenza civile, così come le ricerche e le scoperte
scientifiche e tecnologiche aprono nuove dimensioni
per la vita di tutti noi.

Non vediamo forse tutti i giorni che nuove scoperte ci


consegnano nelle mani temi come la vita e la morte,
non più come fatti esterni che succedono ma come
conseguenza del nostro volere, del nostro agire? Ecco
che la politica ha nuovi compiti enormi, che può
affrontare solo a partire da una visione culturale, filo-
sofica, etica. Legiferare in materia di bioetica, eutana-
sia, testamento biologico, aborto, convivenza tra diver-
si per etnia e cultura, insomma i tanti “temi sensibili”,
è indispensabile per le società moderne.
Questo è il compito della politica e non può essere
delegato a poteri di carattere spirituale o morale rite-
nuti “superiori”.
Pensiamo ai rapporti economici e sociali, al mercato.
Continuo a pensare che il mercato sia un luogo, una rela-
zione storica che muta nel tempo, non una verità indi-
scussa ed eterna (e il capitalismo uno dei diversi sistemi
che l’umanità ha visto nella storia millenaria, non il

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primo e nemmeno l’ultimo), di cui la politica dovrebbe
per alcuni essere un prolungamento.
Più in generale, l’economia è uno strumento dell’uomo e
non un potere universale al quale l’uomo deve sottostare.
Penso anche una cosa in più: i saperi, le conoscenze
tecniche non sovrastano la politica e le sue regole.
La politica è quella attività che trasforma le conoscen-
ze dell’uomo in opportunità reali di vita e di crescita,
che trova l’equilibrio tra esigenze diverse ed anche
contrapposte, che rende possibile la vita quotidiana di
ogni individuo in rapporto a tutti gli altri individui,
che assicura come diritti quelli che – lasciati da soli –
sarebbero inaccettabili privilegi.

Politica significa, “governo della Polis”, cioè della


comunità, è strumento di essa, è al suo servizio. Non
abbiamo tutti le stesse idee, le stesse speranze, bisogni
e condizioni: e allora la politica è la rappresentazione
varia e articolata di queste differenze. Per questo non
tutti i governi della polis sono uguali ma nascono dal
confronto/scontro tra queste differenze e dal consoli-
darsi di una scelta che prevale, secondo modalità e
metodi democratici e partecipati. E ci sono differenze
tra le “ricette” proposte alle comunità, alcune rappre-
sentano le esigenze di qualcuno invece che di altri e
proprio su questo si chiede di scegliere.
Politica è scelta, scelta è democrazia.
Ma come è possibile se si pensa che la politica sia fatta
solo di competenze tecniche e conoscenze specifiche,
se si rifiuta qualsiasi idea di fondo e visione della vita
e dei rapporti in confronto con altre, e se tutto è ricon-

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dotto ad un pragmatismo bipartisan? Forse, allora, le
cose non stanno davvero così e il rumore che sentiamo
è quello dell’asino che è cascato!
Le differenze ci sono, eccome, destra e sinistra ci sono
ancora, eccome, il pensiero e l’azione di una o dell’al-
tra sono ben diverse. Leggiamo insieme questi due
passaggi:

“destra e sinistra rinviano ad atteggiamenti fondamentali,


costanti nel tempo, a modi di rapportarsi al fatto sociale, a
intenzionalità trasformatesi in istinti. Destra e sinistra sono
stati della mente(..)corrispondono a tendenze connaturate
all'uomo e iscritte nelle pieghe più profonde del vivere
comunitario”; più precisamente, “destra e sinistra si riferi-
scono sostanzialmente ai modi in cui vengono percepiti i
rapporti umani e soprattutto quelli di potere”; ne discende
che “dove più intensa è la valorizzazione delle radici, e i
vincoli sociali vengono riguardati come corrispondenti
all'ordine naturale delle cose, ivi è la destra; dove, al
contrario, più forte è l'impegno a limitare, controllare,
ricontrattare vincoli e obbligazioni sociali - il potere
dell'uomo sull'uomo - ivi è la sinistra”

“ […] quando si dice che la sinistra è egualitaria e la destra


inegualitaria, non si vuole dire affatto che per essere di sini-
stra occorre proclamare il principio che tutti gli uomini deb-
bono essere uguali in tutto, indipendentemente da qualsiasi
criterio discriminante […]. Si possono chiamare egualitari
coloro che apprezzano maggiormente e ritengono più impor-
tante, per una buona convivenza, ciò che li accomuna;

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inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso
giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante,
per attuare una buona convivenza, la diversità.”
L’autore del primo è di Dino Cofrancesco, storico
del pensiero politico, quello del secondo è Norberto
Bobbio.
Non mi sembra che i due autori siano fuori dalla real-
tà, pur essendo “figli del novecento”, o che siano peri-
colosi estremisti!

Una visione di fondo che non crede che i vincoli e le


obbligazioni sociali siano naturali e immutabili, che
mira una sostanziale uguaglianza, non sociale ed eco-
nomica ma delle opportunità e dei diritti per tutti gli
individui: questa è una visione che possiamo definire
di sinistra.
Una visione di questo tipo produrrà soluzioni per il
governo della Polis democratica differenti da quella ad
essa contrapposta. Individuerà priorità specifiche, si
porrà l’obiettivo di elaborare idee e praticare azioni
che abbiano al centro, prima di tutto, quegli individui
che non godono pienamente dei principi di uguaglian-
za, che non riescono a cogliere le opportunità o che
sono in condizioni di non libertà. Cercherà di emanci-
parli, rendendoli partecipi del livello più alto espresso
della comunità, includendo e non tenendoli fuori dalla
porta, nell’interesse dei singoli e della comunità nel
suo insieme. Rafforzerà tutti quegli istituti e quelle
pratiche “universali” (welfare, scuola pubblica, salute
pubblica, ecc), che permettono di mantenere alto il
livello della qualità della convivenza civile e sociale

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ma anche di poter utilizzare pienamente tutte le
opportunità. Dall’altra parte, saranno altre – e ben
diverse - le priorità, le idee, la prassi e le azioni.
Dato che i bisogni degli individui sono illimitati, men-
tre le risorse per soddisfarli sono limitate, occorre deci-
dere quali bisogni sono fondamentali e vanno soddi-
sfatti per primi, per il bene di tutti.
Questa è l’essenza della politica.
Le scelte relative alla destinazione delle risorse si tra-
ducono in programmi e i cittadini si aggregano in
quella forma organizzata che appunto sono i partiti,
libere associazioni di cittadini, il cui compito fonda-
mentale è orientare e raccogliere consensi rispetto alle
varie proposte.

Naturalmente si può fare questo anche con altri stru-


menti. Vi sono però differenze fondamentali: da un
lato, chi ha denaro e potere si rappresenta e difende i
propri interessi da solo. Dall’altro, le associazioni che
si dedicano – con impegno e passione e spesso con ele-
vate motivazioni etiche – a singoli temi non hanno il
necessario sguardo d’insieme richiesto per guidare le
istituzioni. Tuttavia non basta che ci sia un “partito”:
occorre anche che esso viva ed operi in modo e con
forme democratiche e aperte alla partecipazione.

Nei sistemi democratici i diritti politici non possono


esaurirsi con il semplice esercizio elettorale, cioè con
un atto di delega che trasmette ad altri il potere di
decidere. Altrettanto fondamentale è che tutti abbiano
la possibilità di partecipare ai processi di elaborazione

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che conducono a definire programmi e proposte: se si
guarda bene, attraverso questa partecipazione demo-
crazia si traduce davvero in “governo del popolo”.
La partecipazione fa sì che le istanze dei singoli si pon-
gano in equilibrio e non in contrapposizione con quel-
le di tutti gli altri.
Se tutto ciò non si realizza, se tutto è venduto come
uguale e i “luoghi” della democrazia e della partecipa-
zione non si trovano, cominciano i guai.

Infatti, in questi ultimi anni il processo si è interrotto,


o ha ridotto di molto la sua portata: anche per questo
i cittadini tendono oggi a trovare forme di auto-deter-
minazione, organizzandosi in lobbies trasversali ai
partiti tradizionali o in veri e propri movimenti politici
autonomi (e spesso a carattere locale) a forte contenuto
tematico.
In assenza di un processo che sistematizzi i bisogni, le
domande dei cittadini tendono ad esprimersi in modo
confuso e contraddittorio.
E questo, purtroppo, è ciò che è capitato nel nostro
Paese, dove tutti i politici si dichiarano riformisti e libe-
rali, dove al posto dei cittadini si considerano i consu-
matori o gli utenti (categorie assai parziali e legate alla
capacità di spesa e non ai diritti costituzionali), e dove,
poi, gli stessi politici, ormai sideralmente lontani dalla
Polis, piangono per la disaffezione verso la politica.
Tra l’altro, c’è da sempre una tendenza a dipingere la
politica come cosa superflua o addirittura dannosa. E’
vero che spesso la politica fa di tutto per sembrare tale
ma allora questo è un motivo in più per cercare di

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cambiarla. Quanto alla indifferenza per la politica, vale
sempre quanto disse Piero Calamandrei, nel suo
“Discorso sulla Costituzione” fatto agli studenti mila-
nesi nel 1955:
“La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa
della politica”: quando sento fare questo discorso, mi
viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che
qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti,
due contadini, che traversavano l’oceano su un piro-
scafo traballante. Uno di questi contadini dormiva
nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che
c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il
piroscafo oscillava. E allora questo contadino impauri-
to domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e
questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento
tra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a
svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se
continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento
affonda!”. Quello dice: “che me ne importa, non è mica
mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.”

L’essere umano è un animale politico, cioè tende a vive-


re con i propri simili e condividerne vita e destini.
E’ portatore di un’individualità precisa che però è frutto
anche della cultura della propria comunità e del proprio
tempo: se lasciato solo, senza possibilità di intravedere
un contesto comune, una prospettiva nel tempo rag-
giungibile e condivisibile, si richiude verso se stesso.
Non è semplice “individualismo egoista”, è fuga in dife-
sa: anche non permettere che ciò accada è obiettivo della
politica, della forza delle sue idee e delle sue azioni.

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Oggi, invece, polverizzando il senso di comunità e
condivisione, rifacendosi esclusivamente al pragmati-
smo, alla “tecnocrazia delle funzioni” nel governo
della cosa pubblica, distruggendo il principio di
“bene pubblico”, si arriva proprio a questo.
Salvo poi cavarsela scaricando il tutto sulle vittime,
gli individualisti egoisti, appunto.

Non voglio compiere lo stesso errore al contrario,


negando pulsioni e atteggiamenti non proprio confor-
tanti presenti nelle nostre comunità.
Resto convinto che la maggiore responsabilità di questo
stato di cose spetti alla cosiddetta “classe dirigente”,
alle élites politiche, economiche e culturali che deten-
gono il comando delle principali leve del potere.
Non è un’accusa qualunquista, è una constatazione
cruda a cui io stesso non mi sottraggo essendo da
sempre impegnato in politica e svolgendo oggi un
ruolo elettivo e istituzionale, all’ opposizione del
centrodestra di Formigoni.

Ma di una cosa sicuramente non sono responsabile:


penso all’assordante coro, proveniente purtroppo non
solo dalla destra, che vuole che tutto ciò che è pubbli-
co è negativo, tutto ciò che è diritti acquisiti in anni e
anni è conservatorismo insostenibile, che produttività
fa rima con quantità e non con qualità, che il lavoro
non è altro che merce da trattare e non anche emanci-
pazione individuale e sociale, senso della vita, che a
legalità e sicurezza si può agire in deroga per un po’ di
profitto in più.

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Ma torniamo al punto di partenza.
Ci vuole, prima degli “atti di governo” un’idea delle
cose, che non è unica ma necessariamente di parte e
parziale (di contro sarebbe una visione assolutistica e
religiosa), riconoscibile e condivisibile, capace di racco-
gliere il consenso dei più perché ad essi è rivolta.
Nulla di “scientifico e determinato” per carità, ma
un’idea forte e capace di rivendicare un passato, di
vivere pienamente il presente e di prospettare il futuro.

Ecco, l’ho detto, il futuro! Anche su di esso è scesa la


cappa del pragmatismo indifferenziato. Nessuno lo
rivendica ma tutti lo consumano. Ci basti pensare alla
furibonda mercatizzazione, figlia di quella visione tec-
nocratica e antipolitica di cui sopra di questi ultimi
anni, dove all’economia reale si è sostituita la finanza
per la finanza, capace di bruciare il futuro a colpi di
titoli spazzatura, scommesse sulle scommesse, senza
generare nuova ricchezza ma, piuttosto, polverizzan-
dola. Oppure al consumo del nostro pianeta, delle
fonti non rinnovabili allo spreco di energie e risorse.

La globalizzazione ha reso il mondo più grande e più


piccolo allo stesso tempo.
Più grande, e questo è bene, facendo entrare nella par-
tita del progresso miliardi di individui che ne erano
esclusi; più piccolo, e questo è un male, perché ha rac-
chiuso le leve delle decisioni, che riguardano la vita
proprio di quei miliardi di individui oltre alle nostre,
nelle mani di pochi circuiti e realtà che non soggiaccio-
no alle regole democratiche ed al conseguente control-

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lo e bilanciamento. Ne è risultata una crescita disarmo-
nica dove, a fronte di indici di crescita positivi, non
corrispondono processi di ridistribuzione della ric-
chezza prodotta altrettanto positivi.
Il mondo industrializzato, infatti, vede un progressivo
impoverimento della sua famosa “classe media”, unito
ad un costante assottigliarsi delle risorse per le assicura-
zioni e le garanzie sociali; i paesi emergenti, pur a fronte
di una forte crescita, hanno ancora moltissimi dei propri
cittadini in situazioni di vita a dir poco basse.
Superare le contraddizioni di questo sviluppo e di
queste relazioni profondamente ingiuste non potrà
essere raggiunto dalla autoregolamentazione dello
stesso mercato (che, con buona pace dei liberisti, ha
miseramente fallito, come dimostrano le gravissime
crisi e crac finanziari di questi mesi), ma piuttosto con
un profondo rinnovamento della politica.

La condizione è che la politica deve essere intesa e


praticata come ho cercato di indicare fin qui.
E – subito dopo – penso che potrà essere determinante
e vincente una politica di sinistra, orientata da quelle
idee di libertà, eguaglianza e partecipazione, legalità e
certezza dei diritti che ho cercato di tratteggiare.
Certo, quella che si prospetta è una lotta per il potere,
per il governo delle comunità e che altro se no?!
Il socialismo democratico è questo, valori, idee, rap-
presentanza sociale e lotta per cambiare le cose, attra-
verso le leve democratiche. La semplice testimonianza
è figlia di una dimensione religiosa, non politica.

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Un governo non vale l’altro, i valori “condivisi” non
sono oggetto di trattativa altrimenti non sono tali e la
politica non è fare tavoli ma civili contradditori, cer-
cando il massimo consenso e, se sostenuto dalla mag-
gioranza degli elettori, assumendosi le responsabilità
delle scelte per cui si è stati votati.
Per questo credo fermamente che, per diventare classe
dirigente, ad una classe politica non basta essere eletta
in un “listone”: per indirizzare la vita della comunità e
realizzare atti di governo coerenti ad un disegno
comune e preciso, c’è bisogno di un’idea o, meglio, di
un ideale. Per questo non basta fondare un partito per
risolvere il problema: quel che risolve non è il conteni-
tore ma il contenuto.
E per fare ciò si deve ripartire dai “fondamentali”,
teoria e prassi, rappresentanza e consenso, passione e
responsabilità, come all’inizio della fase moderna
dell’Italia, con i movimenti dei lavoratori, la coopera-
zione e la loro rappresentanza politica, il governo
municipale.

Mi fermo qui con le considerazioni “generali” e provo


a sottoporvi alcune proposte concrete, per il nostro
Paese e le nostre comunità locali e che vorrei, utiliz-
zando gli spazi liberi che troverete, voi commentaste
ed emendaste, per poi incontrarci e confrontarci insie-
me, per ricostruire quella trama e quell’ordito, fatto
di idee e azioni di cui la sinistra e, soprattutto, l’Italia
ha bisogno.

Buona riflessione e buon lavoro.

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Qualche idea e
qualche proposta
per ripartire.

on voglio fare, a questo punto, un elenco di

N promesse: si sa che fine facciano, di solito.


Penso invece che sia utile (per chi leggerà) e
comunque doveroso (per come penso debba essere la
politica) indicare i temi che ritengo più rilevanti per
aprire una nuova fase per la Lombardia e quanti qui
nascono, vivono, studiano, lavorano e per ciascuno di
questi indicare una direzione di marcia e dei primi
contenuti, sui quali iniziare un lavoro collettivo di ela-
borazione, di definizione, di proposta partecipata.

E voglio dire anche che sempre più dobbiamo pensare


alla Lombardia come luogo nel quale fianco a fianco
sono presenti chi in Lombardia è nato, chi vi giunge
da altre parti d’Italia, chi da altri Paesi, dell’Europa e
del mondo.
Ciascuno è qui per ragioni diverse, perché trova dalle
nostre parti opportunità, creatività, utilità per sé e per
la propria famiglia, perché cerca condizioni migliori di
quelle che hanno lasciato in zone povere o devastate,

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perché (ce ne sono, anche se troppi fanno finta di non
vederli) cerca di sfuggire a guerre crudeli. Vorrei che
fossero di più: chi studia qui e magari trova poi un
lavoro che lo appassioni e ne realizzi le aspirazioni, chi
semplicemente trova la Lombardia bella e comoda da
vivere, chi ritrova qui la possibilità di una vita digni-
tosa e una prospettiva per i propri figli. Non è un
sogno ma certo potrà succedere se molte cose cambie-
ranno, dall’ambiente vivibile alla qualità delle nostre
città, dalla capacità di realizzare un più alto senso civi-
co alla progressiva costruzione di un rapporto tra
diritti e doveri che a Milano e alla Lombardia serve
come l’aria.

Lo voglio dire con chiarezza: non mi riferisco solo agli


stranieri, per i quali certo il problema è particolarmen-
te rilevante per le differenze oggettive che ci sono e
che noi – popolo storicamente di emigranti – dovrem-
mo conoscere o almeno ricordare bene. Penso anche
alla necessità di costruire un nuovo legame, sociale e
civico, fondato su pluralismo, dignità delle persone,
attenzione al bene comune. Insomma, anche qui, la
sinistra.

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La qualità
sociale
ualità sociale è l’insieme dei fattori di sicurezza su
Q cui i cittadini possono contare perché siano garan-
titi diritti essenziali che fanno parte della nostra cresci-
ta sociale e culturale. E’ un campo sempre più ampio:
salute, istruzione, formazione, abitazione.
Le prime domande che si rivolgono ad una persona
sono quasi sempre“cosa fai?” e “dove abiti?”. Le per-
sone e la qualità della loro vita dipendono – in gran-
dissima parte – dalla risposta a queste due domande.

1 - Cosa fa ciascuno, cosa studia o dove lavora, cosa


sta imparando e cosa sa fare: tutto ciò decide della
qualità della sua vita, oggi e nel futuro, e dice molto
della qualità della società in cui vive. Dobbiamo
costruire strumenti capaci di dare a tutti ampie oppor-
tunità di allargamento delle capacità e delle competen-
ze e – nello stesso tempo – fare in modo che la società
(le istituzioni, le imprese) sappia riconoscere e valoriz-
zare tali capacità. Si dice lavoro ma sempre di più si
deve intendere istruzione, formazione, apprendimento
continuo.
Il lavoro precario, quello sottopagato, quello magari
“nero” sono un insulto alla capacità delle persone e

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uno spreco intollerabile della più grande ricchezza,
quella che sta nella testa e nelle mani delle persone.
Tanto più intollerabile, se questa ricchezza viene
nascosta dal privilegio dato alla nascita e alla immobi-
lità sociale.

Le proposte:
a. obbligo scolastico e diritto allo studio: contrastare la
tendenza – cambiando le leggi attuali – a mettere sullo
stesso piano l’obbligo scolastico, che vogliamo esteso
fino a 18 anni, e la formazione professionale, perché
con la scusa delle esigenze delle imprese i giovani ven-
gono obbligati a scegliere tutta la loro vita futura in età
precoce; sostenere gli studi dei capaci e meritevoli con
bassi livelli di reddito con interventi per le abitazioni e
contributi per gli studi.

b. formazione continua: è una esigenza di tutti, al di là


delle differenze di età, di professione, di titolo di stu-
dio, perché deriva dai continui mutamenti dello scena-
rio economico e produttivo e perché riguarda ormai la
acquisizione di competenze – pensiamo a quelle infor-
matiche – necessarie a tutti i cittadini.

c. accompagnamento nei percorsi lavorativi e mercato


del lavoro: gli strumenti ci sono, le risorse spesso
anche, mancano invece le sedi nelle quali decidere i

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settori di sviluppo e impostare politiche a più lunga
scadenza.

d. contro i monopoli e le rendite di posizione econo-


mica e sociale, per un mercato equo, per l’autonomia
delle persone e la mobilità sociale: c’è un ampio venta-
glio di politiche che chiedono profonda innovazione,
proponendo l’obiettivo di abbattere tutti i muri che
oggi proteggono situazioni di privilegio economico e
sociale, dall’accesso alle professioni (dall’avvocato…al
taxista!) allo sviluppo di nuove attività (ad esempio
nel campo della distribuzione e della vendita), dal
sostegno a nuove attività di tipo solidale e cooperativo
alle misure di sostegno per chi vuole iniziare un per-
corso di vita autonomo – dalla casa al lavoro all’inizia-
tiva imprenditoriale.

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31
2 - Un tetto e buona salute: tutto il resto può venire
anche dopo. Così dice il buon senso popolare ed è così
nell’esperienza di ciascuno. Ma nessuno può essere
lasciato solo dinanzi al mercato della casa e della salu-
te: da soli si rimane preda della speculazione edilizia o
vittime delle operazioni fatte solo perché rendono.

Le proposte:
a. case per l’affitto: già numerosi sono gli interventi
(di sostegno, di alleviamento dell’onere dei mutui, di
favore fiscale) per l’acquisto della casa ma rimane irri-
solta la questione del mercato dell’affitto, giunto a
livelli insostenibili anche per redditi medi o medio alti,
che la Regione può affrontare assumendo un ruolo di
incentivazione e di garanzia tra Comuni e operatori
(privati, pubblici, Fondazioni, cooperazione) per la
realizzazione di alloggi destinati esclusivamente
all’affitto.

b. edilizia pubblica: pensiamo a ricostruire – nel conte-


sto del federalismo fiscale – una modalità automatica
di alimentazione di un grande fondo permanente per
rilanciare l’Edilizia Residenziale Pubblica, sia per il
recupero (ma anche la ricostruzione nei casi più gravi)
del patrimonio esistente sia per la realizzazione di
nuovi quartieri secondo politiche abitative e sociali
integrate per evitare fin dall’inizio il rischio della

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costruzione di zone separate o ghetti.

c. rimettere insieme la prevenzione e la cura: la più


grande rivoluzione nel campo della salute consiste nel
rilanciare una grande scelta della sinistra, la ricomposi-
zione tra la fase di prevenzione – che vuol dire maggio-
re attenzione alla persona, al suo sviluppo psicofisico,
alle sue condizioni di vita e di lavoro – e fase della
cura. Per fare questo va rimodellato il sistema dei servi-
zi, sia sociali che sanitari, rendendoli più vicini al citta-
dino e superando la politica della “libertà di scelta”,
che è stata spesso solo apparente e ha messo la sanità
in mano a chi vuole trarne profitti e ha reso le persone
più sole nel momento della necessità e della debolezza.

d. servizio sanitario pubblico e privato complementa-


re: è la logica conseguenza, il secondo passo dopo la
ricomposizione. Il sistema sanitario pubblico è ricco di
capacità, competenza, impegno e dedizione, assicura
ogni tipo di intervento e di emergenza, a differenza
del privato: dunque, non c’è vera competizione perché
non sono sullo stesso piano le condizioni e gli obbli-
ghi. Il privato può svolgere una preziosa funzione
complementare, come presenza ed anche come specia-
lità e ricerca, in un regime rigoroso di controlli che non
permetta il ripetersi delle drammatiche condizioni
come nel caso della S. Rita, solo ultimo di una serie
che ha riguardato grandi cliniche private.

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34
35
36
La qualità
democratica

ualità democratica è tutto ciò che ci fa essere citta-


Q dini e non sudditi di poteri estranei. La democra-
zia, scritta nella Costituzione, deve poi essere assicura-
ta e praticata tutti i giorni: assicurata, perché non deve
essere minacciata né da poteri fondati sulla illegalità
né da chi vorrebbe imporre proprie opinioni o valori a
tutti gli altri; praticata, perché il pur fondamentale
diritto di voto – e dunque di delegare altri a fare al
posto nostro – sappiamo non essere sufficiente e
vogliamo istituzioni vicine a noi, alla nostra vita, e alle
quali partecipare in modo costruttivo.

Le proposte:
a. Legalità: impegno contro le grandi organizzazioni
criminali, sostegno alle vittime del racket e dell’usura,
misure per la prevenzione (credito e sostegno alle pic-
cole attività economiche), controllo rigoroso degli
appalti e sul lavoro nero, trasparenza e controllo delle
decisioni pubbliche, educazione alla legalità nelle

37
scuole e nei quartieri, interventi integrati anche con
politiche più propriamente di sicurezza per il rilancio
dei quartieri degradati.

b. Laicità: le politiche pubbliche non possono privile-


giare o punire idee, comportamenti, credenze, come
indica la Costituzione. Questa è l’unica base su cui si
possa essere da un lato titolari di diritti e dall’altro
tenuti all’osservanza di doveri: vuol dire riconoscere –
con strumenti legislativi e amministrativi – le condi-
zioni e le scelte di vita che cambiano con il passare del
tempo e il mutamento delle culture e dei costumi, la
compresenza di uomini e donne provenienti dal resto
dell’Europa e del mondo.

c. governo locale: è il primo gradino non solo del


governo ma del potere dei cittadini di intervenire e
determinare le scelte pubbliche. Abbiamo fatto grandi
cose, diciamolo: la nostra democrazia sarebbe diversa
se non ci fossero la storia delle amministrazioni locali
e la tradizione dei Comuni. Dobbiamo fare passi avan-
ti, però, perché nel tempo – per le difficoltà economi-
che, per l’affermazione di poteri economici non demo-
cratici e non controllati, anche per scelte diventate “di
principio” (quando invece sono solo strumenti legati a
momenti particolari) molto è cambiato e oggi siamo in
difficoltà. Il momento elettorale è decisivo ma non
tutto può finire lì: il potere che deriva dalla elezione

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diretta ha svuotato le assemblee elettive che non
hanno quasi più funzioni vere, il personalismo appare
largamente prevalente. Non è un problema che riguar-
da chi fa politica, è un problema che poi diventa realtà
quotidiana, nella gestione dei servizi e nella decisione
che diventano sempre più funzioni tecniche, risolte dai
consulenti e dagli “esperti” ma sempre più lontane dal
coinvolgimento dei cittadini. Il sistema sociale comu-
nale va ripensato e riprogettato a partire dalla ricostru-
zione dell’intervento attivo di chi i servizi utilizza, dai
bambini agli anziani, se vogliamo continuare ad avere
città e comuni “a misura d’uomo” e naturalmente “di
donna”, che sappia tenere conto delle esigenze e delle
differenze proprio per affermare quella parità nelle
opportunità che è l’unica forza che possa bilanciare la
“lotteria” della nascita.

d. Partecipazione: è la vera, grande “arma” a disposi-


zione di chi non ha la forza del denaro o del privilegio
sociale e culturale. Dobbiamo dare il via ad una vera e
propria rivoluzione democratica ma il problema non è
fare – come tante volte si è fatto, perfino in modo ripe-
titivo e rituale – assemblee, discussioni, incontri, tavo-
li: parole sempre uguali e stanche, spesso associate al
senso di inutilità. No, si deve pensare ad un’altra cosa,
alla necessità di far crescere progressivamente forme e
strumenti, luoghi ed occasioni in cui la partecipazione
ha la finalità precisa di giungere ad una decisione con-

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divisa. Vi sono già esperienze sul bilancio partecipati-
vo, esperienze pionieristiche che vanno estese. Si può
andare oltre: la Regione può definire con legge modi e
strumenti per allargare il campo della partecipazione
per decidere alle scelte in materia di uso del territorio,
di infrastrutture, cioè sulle scelte più impegnative e di
lunga durata.

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La qualità
ambientale

ualità ambientale è, semplicemente, l’impegno (ma


Q anche l’unica garanzia possibile) per lasciare in
eredità ai nostri figli quel mondo che abbiamo avuto
in prestito dai nostri padri, essendo consapevoli che
finora ne abbiamo fatto un cattivo uso. Le risorse non
sono infinite e anzi molte di quelle fondamentali –
acqua, aria, terra – sono molto degradate e in diminu-
zione. Un intero modello di sviluppo va ripensato e
modificato: se grandi popoli vivessero come noi, nel
cosiddetto mondo sviluppato, e come sarebbe loro
pieno diritto, il pianeta non potrebbe reggere. La soste-
nibilità dello sviluppo economico e dei modelli di vita
e di consumo non è un lusso, è una condizione per
poter parlare di futuro.
Questo non riguarda chi partecipa a convegni ma inci-
de sulla vita quotidiana e ciascuno – persona e istitu-
zioni – può e deve iniziare a cambiare.

Nella parte che segue, i primi due argomenti sono


accomunati nel tentativo di definire un quadro nuovo

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di convenienze: politiche ambientali coerenti ed effica-
ci sono anche “un buon affare” non solo sotto il profilo
economico ma anche guardando alla necessità di rin-
novare e qualificare il lavoro e l’industria italiana.

I due successivi, invece, costringono ad intervenire sui


comportamenti delle persone ed anche a cambiare abi-
tudini consolidate, cui si può giungere alternando
opportunamente incentivi e divieti, premi e sanzioni;
soprattutto, sono due campi nei quali far intervenire
una nuova risorsa, quella partecipativa.
Bisogna avere chiaro che lo stato delle cose presenti ha
prodotto paradossi assurdi: il diritto alla mobilità ci ha
portato alle strade intasate e al traffico impazzito (tutti
possono muoversi ma poi…stanno fermi nelle code), le
città sono una trappola per la respirazione di bambini e
anziani ma sempre di più per tutti, le bellezze concen-
trate in alcuni secoli di sviluppo urbano sono soffocate
da costruzioni francamente brutte e contesti urbani in
differente stato di degrado.
Non è inevitabile. Tutto questo non si può e si deve
cambiare, anche se sarà difficile e soprattutto lungo il
cammino da fare.

Le proposte:
a. energia: risparmio, efficienza energetica, fonti alter-
native. E’ il “terzetto” ben noto che tutti richiamano:
ma allora perché non si fanno passi avanti sostanziali? Il

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meglio del pensiero ambientalista ha da tempo prodotto
convincenti proposte ma al di là degli allarmi – quando
aumenta il costo del petrolio, quando scoppia la crisi
idrica, quando il termometro sale o scende un po’ di più
– non si riesce a consolidare un cambio di passo adegua-
to alla crescente percezione di drammaticità della que-
stione. E poi alcuni anni di trasformazioni societarie e di
fusioni industriali non hanno prodotto benefici sotto il
profilo dei costi per cittadini e imprese. Bisogna assu-
mere un doppio criterio che guidi poi politiche e inter-
venti. Il primo è di tipo economico: risparmio ed effi-
cienza energetica delle strutture (attrezzature, fabbricati,
spazi privati e pubblici) sono una nuova filiera produtti-
va che richiede investimenti, manodopera qualificata,
impegno per la ricerca scientifica e innovazione tecnolo-
gica. Il secondo è di tipo sociale: anche nel campo della
produzione di energia si possono favorire impianti, tec-
nologie e modalità non solo a basso impatto ambientale
ma anche a proprietà e responsabilità diffusa.
Responsabilità, verso le generazioni future; sobrietà con-
tro la società dello spreco; decentramento per rispettare
l’ambiente. Altro che ritorno, vergognoso, centralistico,
autoritario, al nucleare!

b. rifiuti: a ben guardare, tutte le soluzioni a valle – cioè


successive alla produzione di rifiuti – sono state già spe-
rimentate e sono ben note nei pregi e nei difetti, anche
se certamente vi sono ancora ampi spazi di azione, per
quanto riguarda l’estensione della raccolta differenziata,

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ben lontana da livelli adeguati, e l’efficienza degli
impianti (dal compostaggio alla termovalorizzazione). E’
evidente che molto dipende dal modello dei consumi e
dei comportamenti, individuali e collettivi, e politiche di
educazione insieme a meccanismi di premio e sanzione
(sul piano tariffario e fiscale) devono essere portate
avanti con determinazione, anche se dobbiamo essere
consapevoli che ciò richiede tempi medio-lunghi. Il vero
salto di qualità, indispensabile se si vuole uscire da una
situazione non sostenibile, consiste nel aggredire gli
aspetti industriali del problema, da un lato operando per
la riduzione degli imballaggi – che è la maggior parte
del volume dei rifiuti – e dall’altro incentivando lo svi-
luppo di nuove filiere produttive nel comparto della tra-
sformazione dei rifiuti.
Si deve, in sostanza, affrontare la questione come un
problema di politica industriale: altri Paesi – e più di
tutti la Germania – hanno fatto questa svolta, allentando
l’assedio dei rifiuti e realizzando nuove imprese
nel settore, con aumento dell’occupazione e del volume
economico.

c. ambiente urbano: la città – in Italia e ovunque, alme-


no in Europa – nasce come spazio di libertà e di svilup-
po civile. E’ ancora così, ma sempre di meno e con mag-
giore difficoltà. Un obiettivo: ricostruire una nuova
civiltà degli spazi. Intanto gli spazi: quelli aperti, che
non sono uno spreco ma una necessità, che vanno pro-
gettati con la stessa cura (anzi, di più) riservata al pro-

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getto di un palazzo, non solo per tutelare aspetti natura-
listici (il giardino, il parco, la via d’acqua, l’aria) ma
anche per riorganizzare piazze, varchi nella cortina di
case così fittamente costruita, riaprire anche fisicamente
zone di città perché possano tornare ad essere luoghi di
vita e di incontro. Così si costruisce sicurezza, quella
vera, cioè una abitudine alla convivenza reciproca e al
rispetto di regole comuni e per questo condivise. E que-
sto significa “nuova civiltà”, cioè rapporti fatti di scam-
bio (i negozi…), di crescita comune (la scuola, il campo
sportivo…), di incontro (la sala, il circolo, la piazza…):
tutte cose che chiedono luoghi, attenzione, e soprattutto
un deciso orientamento verso la “programmazione par-
tecipata”. Assetto urbano, riqualificazione dell’esistente,
viabilità, realizzazione e manutenzione di stabili e sedi
pubbliche: sono tutte scelte per le quali bisogna contare
sulla capacità – le esperienze, le competenze, la “vici-
nanza” - di chi quei luoghi abita, frequenta o utilizza.

d. mobilità responsabile: anche in questo ambito


l’elenco degli obiettivi e delle scelte da fare è largamente
noto, dall’orientamento al trasporto pubblico e su ferro
alla riduzione del traffico privato, dagli interventi sulla
logistica e per il trasporto merci alla moltiplicazione di
zone a traffico limitato e pedonalizzate e così via. Nel
contesto urbano – fondamentalmente la grande città e
l’area immediatamente circostante – si tratta di non
separare queste scelte di indirizzo da quelle indicate
sommariamente al punto precedente.
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Le idee, le proposte
e i progetti su cui
mi sono impegnato
nel consiglio regionale

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La qualità
sociale

LAVORO

Il lavoro è certamente l’aspetto principale che determi-


na la vita di ognuno di noi, perché è reddito e perché
è dignità, ruolo, funzione sociale, dispiegamento delle
proprie capacità. Per questo il lavoro innanzitutto.
Da consigliere regionale me ne sono occupato sul ver-
sante della sicurezza.
- Ogni anno in Italia muoiono sul posto di lavoro oltre
1.100 persone, i feriti sono oltre un milione, tantissime
sono le inabilità permanenti e le malattie professionali
e non si dichiarano oltre 200.000 infortuni;
- la tanto avanzata Lombardia detiene il primato
nazionale degli infortuni sul lavoro, con 154 morti e
157.968 feriti nel 2006 (dati Inail). Certo dipende
dall’elevato numero di lavoratori lombardi ma anche
dalla inadeguatezza della rete dei controlli e delle

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misure di contrasto al lavoro illegale e sommerso;

- la tragedia della ThyssenKrupp e l’impegno del


Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno
alzato la sensibilità per il dramma delle morti bianche.
La stessa maggioranza di centrodestra, prima poco
attenta, ha iniziato timidamente ad affrontare il proble-
ma con un piano per la promozione della sicurezza sul
lavoro.

Il piano della Regione Lombardia è carente sotto


diversi punti di vista e ho lavorato per potenziare
l’impegno finanziario, portandolo al 5% dei finanzia-
menti del Piano sanitario regionale e del programma
pluriennale per l’educazione alla prevenzione, e per
renderlo più completo.

In particolare, ho proposto:
- l’introduzione della Certificazione regionale degli
standard di sicurezza sul lavoro;
- la negazione ed eventualmente la revoca dei
finanziamenti regionali alle aziende o imprese che
violano le normative vigenti in materia di sicurezza;
- potenziamento e coordinamento delle strutture
deputate alle attività di controllo;

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- istituzione di un fondo regionale per il sostegno
economico alle famiglie delle vittime di infortuni sul
lavoro;
- specifiche misure di accompagnamento nei percorsi
di progressivo superamento del lavoro irregolare, di
emersione del lavoro nero e dell’adozione degli
interventi per la sicurezza.

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CASA

Il sistema abitativo lombardo non è sufficiente a


rispondere ad una domanda in crescita quantitativa e
in continuo mutamento.
Aumentano i proprietari ma anche il disagio abitativo,
per l’aumento incessante del costo delle case e degli
affitti e per l’impossibilità di accesso per le fasce sociali
più deboli, i giovani, gli immigrati: nella sola area
metropolitana milanese, il fabbisogno è di 60 mila
alloggi.
Formigoni, in contraddizione con le politiche nazionali
inaugurate dal governo Prodi, non ha messo in atto
misure che permettano forme di integrazione attiva.
Al contrario, utilizza il tema della casa ai fini di propa-
ganda politica, come nel caso dei criteri per le assegna-
zioni degli alloggi pubblici basati sulla anzianità di
residenza.

Il bisogno di casa rischia di diventare una delle cause


di esclusione e di emarginazione sociale: la domanda
ha cambiato natura, oggi riguarda la formazione di
nuove famiglie, gli studenti universitari fuori sede, i
lavoratori temporanei, in particolare quelli impegnati
nei settori più moderni e avanzati e ad alta mobilità di
residenza.
Per questa ragione vanno incentivate le soluzioni abi-
tative temporanee, con la realizzazione di nuovi

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alloggi o il recupero di edifici già esistenti, per fornire
soluzioni abitative a quanti non riescono a trovare sul
libero mercato un’offerta idonea a soddisfare le loro
esigenze.

In secondo luogo, va stimolata la realizzazione di alloggi


in affitto permanente attraendo, con le opportune conve-
nienze, risorse pubbliche e impegni privati, e cercando
di favorire un adeguato mix sociale e generazionale.
Si deve salvaguardare, attraverso la costituzione di un
nuovo Fondo sociale, per gli utenti la sostenibilità del
canone, in base alle loro capacità i reddito, e per i
proprietari un volume di risorse costanti da canone per
garantire manutenzione e qualità degli immobili.

In particolare, ho proposto:

- interventi per abbassare i canoni d’affitto attraverso


l’incentivazione delle soluzioni abitative temporanee,
la realizzazione di nuovi alloggi o il recupero di
edifici già esistenti;

- di bloccare la tendenza alla svendita del patrimonio


residenziale pubblico, come nel caso del programma
di vendita degli alloggi di P.le Dateo, Via Cicco
Simonetta e altri - per un totale di circa 500
abitazioni - messo in opera dal Comune di Milano;

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- interventi per favorire l’accesso dei giovani
all’alloggio in locazione mediante aiuti economici
che rendano sostenibili i prezzi correnti del mercato
abitativo e consentire loro, siano essi single o coppie,
di poter vivere e programmare il proprio futuro;

- norme – come la fissazione dei costi massimi


ammissibili per l’edilizia agevolata - in grado di
disciplinare il rapporto tra operatori e comuni nelle
convenzioni, per estendere il mercato dell’affitto,
moderarne i canoni e rendere possibili interventi
per concordare i prezzi di vendita degli alloggi.

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SANITA’

La salute è la più grande fonte di preoccupazione per


tutti i cittadini e sempre più è la voce più importante,
insieme al lavoro, per giudicare le politiche pubbliche.

In tutto il mondo i Paesi spesso vengono divisi in cate-


gorie proprio in base alla capacità dei loro sistemi sani-
tari di fare fronte ai bisogni delle persone.
In Lombardia oltre il 70% del bilancio regionale riguar-
da la sanità e il centrodestra ha sempre vantato il
“sistema lombardo” come la più alta delle “eccellenze”.
Dal 1997 Formigoni - con la legge 31 - ha profonda-
mente modificato l'assetto sanitario della nostra
regione. I punti chiave di tale modifica sono stati:
- la separazione tra enti “erogatori di servizi”
(gli ospedali e le cliniche private) ed enti "pagatori"
(le ASL);
- l’apertura al privato accreditato;
- l’enfatizzazione della libertà di scelta del cittadino
e della efficienza dei servizi.

Il centrosinistra ha sempre contestato questa legge,


sottolineando i molti aspetti negativi emersi nella sua
applicazione. I punti più rilevanti sono :
a) costi e tetti di spesa. Sui costi c’è stata una

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continua e forte crescita. Così, per l'equilibrio dei
bilanci si è chiesto da una parte una forte comparteci-
pazione dei cittadini lombardi (l'addizionale IRPEF, i
tickets, ma anche il ricorso al privato-privato) e dall’al-
tra la Regione è stata costretta ad accendere numerosi
mutui. Inoltre la Regione ha dovuto introdurre i tetti
alle prestazioni del pubblico come del privato (per
contenere l’incremento della spesa sanitaria) contrad-
dicendo la sua stessa politica sanitaria e gli stessi
principi della legge 31, soprattutto per quanto
riguarda la libertà di scelta del cittadino.

b) livello prestazioni. Abbiamo assistito ad un


aumento vertiginoso delle prestazioni, nel privato
come nel pubblico, che non è andato però nella dire-
zione di una migliore qualità né di una maggiore
appropriatezza delle cure. L’ingresso “spinto” del pri-
vato nel sistema, invece di garantire una competizione
virtuosa, ha sollecitato anche il pubblico a un uso spes-
so distorto delle prestazioni e dei DRG.

c) sistema ospedale-centrico. La legge 31 ha di


fatto determinato uno spostamento di risorse verso le
strutture di ricovero pubbliche e private, a scapito dei
servizi territoriali sia di diagnosi e cura che di preven-
zione e di riabilitazione, peggiorando in questo modo
la qualità del servizio offerto ai cittadini, soprattutto in
settori delicati come la salute mentale, l'assistenza agli

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handicap, le non autosufficienze.

d) separazione tra erogatori e pagatori.


Questa condizione ha portato come conseguenza
l’ aumento dei livelli e dei costi delle prestazioni.
Vi è stata poi la trasformazione del ruolo delle ASL in
acquirenti di servizi, mantenendo funzioni di program-
mazione, acquisto e controllo, che ha avuto come con-
seguenza non la razionalità del sistema, ma l’aumento
di elementi di conflittualità.

e) centralismo politico-amministrativo.
E’ cresciuto il centralismo regionale, cioè il contrario
che dei principi di autonomia e anche di aziendalizza-
zione: i direttori generali sono stati scelti in base a crite-
ri di appartenenza e di affidabilità politica piuttosto
che di responsabilità e professionalità e così, a scende-
re, anche per le nomine dei dirigenti sanitari di II e di I
livello.

Ho iniziato ad occuparmi direttamente di politica sani-


taria e di assistenza da quando è stato costituito il
gruppo di Sinistra Democratica (prima, nel gruppo Ds,
erano altri i consiglieri che se ne occupavano).

In particolare, mi sono finora impegnato per:


- la drammatica vicenda della Clinica Santa Rita,
effettuando una serie di visite e sopralluoghi, parteci-
pando alle assemblee di lavoratori e di utenti, soste-
65
nendo la urgenza di una revisione integrale della legge
che governa gli accreditamenti e i controlli.
E’ certo importante garantire i livelli occupazionali,
anche per il valore professionale di tanti operatori, e la
ripresa delle attività della struttura sanitaria ma è
altrettanto necessario avviare severi controlli in tutte le
case di Cura accreditate della Città e della Regione.
Tali controlli devono riguardare non solo le cartelle cli-
niche, ma - come si è fatto per la Santa Rita - tutti i
requisiti di legge che devono essere pienamente rispet-
tati: contratti di lavoro, sicurezza, standard strutturali,
rapporto personale-posti letto e servizi erogati, rispetto
delle normative sugli orari di lavoro. Nessuno pensa
di eliminare la sanità privata, ma essa deve essere resa
compatibile con un servizio pubblico che goda di con-
dizioni di pari livello, che oggi vi sono solo sulla carta.
Oltretutto, il livello qualitativo della sanità pubblica è
certamente elevato. Solo quando le strutture pubbliche
saranno su un piano di parità con quelle private, si
potrà parlare di vera concorrenza tra gli ospedali ed
allora sicuramente tutto il sistema sanitario ne gioverà.
L’opinione pubblica è stata colpita dai reati ipotizzati a
carico di alcuni primari e medici alla S.Rita. Poco
tempo prima, gli avvisi di garanzia al Presidente, a
due direttori amministrativi e a due direttori sanitari
del Policlinico San Donato, oltre a 19 medici della

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struttura, rappresentano l’ennesima dimostrazione che
non si tratta di singole tessere “impazzite”, ma di un
intero sistema sanitario che fa acqua da tutte le parti.

- i donatori di sangue, del cui grande valore civile e


sociale sono convinto ed anche compartecipe (per esse-
re donatore da molti anni).
Ho condiviso e rappresentato le preoccupazioni delle
Associazioni dei donatori volontari di sangue e dei
responsabili dei servizi trasfusionali sulla carenza di
unità di sangue nella nostra Regione. Vi è una aperta
emergenza, sia per le strutture pubbliche che per
quelle private, dovuta certo all’aumento degli inter-
venti ed alla liberalizzazione dei ricoveri extraregionali
ma soprattutto per l’assenza di programmazione che
avrebbe potuto garantire una vera (e in questo caso
utile) integrazione tra pubblico e privato, e non la
competizione esasperata.

- il “caso” di Eluana Englaro, criticando la posizione


espressa dalla Regione sulla richiesta d’aiuto del
padre. Vi è ormai un ampio dibattito sui temi etici
riguardanti la dignità della morte, il diritto a non esse-
re sottoposti ad accanimento terapeutico: sono convin-
to che la Regione – come tutte le istituzioni e le leggi –
deve mantenere un carattere ed un atteggiamento laico
e garantisca – sul suo territorio- a tutti i cittadini le
adeguate prestazioni, qualunque esse siano, senza sta-

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bilire a priori ciò che si può e ciò che non si può fare.

- il project financing e la riforma della legge 31, che


sono stati esaminati approfonditamente con due
momenti di studio proposti dalla ReteLombardaSalute.
Sul primo tema, il problema è il dilagare di un sistema
di finanziamento che vede sì il concorso di privati, ma
che presenta, proprio per questo, rischi negli assetti
gestionali e nella tenuta dei bilanci correnti delle
aziende ospedaliere pubbliche. Sul secondo, è ormai
matura l’esigenza di una nuova legge, anche per le
osservazioni contenute nei punti precedenti:vanno
modificati i principi, gli assetti gestionali, i sistemi di
finanziamento e di controllo.

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WELFARE e ANZIANI

1. Nel 2000 è stata approvata la legge 328 di riforma


dell’assistenza (legge Turco), che introduce i Piani di
Zona e si basa sulle famose tre “p”:
programmare, partecipare, personalizzare.
A questa legge la Lombardia non ha dato pieno svilup-
po: anzi, si è preferito dare risposte di tipo individuale,
con voucher e bonus. Invece di assicurare il diritto uni-
versale di accesso ai servizi alla persona, di fatto si è
scaricato tutto il peso dell’assistenza sulla famiglia, e in
particolare sulle donne, senza il supporto di una rete di
servizi nel territorio.
Anche una nuova proposta di legge – oggi in corso di
discussione - presenta gli stessi problemi:
- assenza di progetti individuali per le persone con
disabilità,
- assenza sportello unitario d’accesso alle prestazioni
sociosanitarie,
- piano sociale di zona poco declinato,
- scarsi strumenti di controllo, di tutela, di
partecipazione,
- assenza di un sistema di controllo della qualità.

2. La nostra società invecchia: si sono ridotte le nascite


e la vita (per fortuna!) dura più a lungo. Queste trasfor-

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mazioni propongono questioni nuove e complesse sia
in tema di politiche sociali sia in relazione agli aspetti
sanitari e di assistenza. Non si può aspettare il momen-
to della cura ma si deve investire sulla prevenzione,
sulla riabilitazione e sull’integrazione socio-sanitaria.
Una particolare riflessione deve essere riservata all’or-
mai indispensabile ruolo di sostegno fornito da soggetti
privati, prevalentemente extracomunitari, inseriti a tutti
gli effetti nelle famiglie degli anziani.

In questi mesi mi sono impegnato per:

costituzione di un fondo per la non


autosufficienza:
si tratta di una alta priorità, che non si può “scaricare”
sulle famiglie e sugli enti locali né risolvere con vou-
chers o altri contributi monetari oppure solo ricorrendo
all’aiuto delle badanti (che peraltro svolgono un ruolo
assolutamente apprezzabile e degno di sostegno).
Eppure già il Governo Prodi, con le due ultime finan-
ziarie, aveva messo a disposizione delle Regioni un
fondo per iniziare a dare risposte alle esigenze dei
Comuni e dei cittadini.
In sede di discussione di bilancio consuntivo 2007, ho
proposto alla giunta regionale di istituire (a partire dai
fondi messi a disposizione dal Governo) un “fondo
per la non autosufficienza” per far fronte alle situazio-
ni più gravi, da aumentare con risorse regionali in

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ogni bilancio annuale.

Qualificazione del lavoro e la regolarizzazione


delle assistenti familiari:
è una straordinaria valenza sociale, dato che le assi-
stenti familiari che già operano nella nostra Regione
sono tra 150 e 200.000 e la maggioranza di esse non ha
un contratto di lavoro “regolare”.
Il recente “pacchetto sicurezza” del Governo
Berlusconi obbliga a procedure di emersione del lavo-
ro nero, pena la contestazione del reato di clandestini-
tà, e questo si tradurrebbe un una drammatica caduta
dei livelli di assistenza e di sostegno della popolazione
prevalentemente anziana, che non potrebbe in nessun
modo essere supportata dalle strutture pubbliche. La
Regione ha recepito le intese Stato/Regioni per attiva-
re interventi, iniziative e azioni sociali e socio-sanita-
rie, quali azioni per informare e orientare le famiglie e
i personale dedicato all’assistenza familiare, “tutoring”
domiciliare e monitoraggio, regolarizzazione dei con-
tratti di lavoro attraverso il sostegno economico alle
famiglie, formazione e aggiornamento del personale
addetto all’assistenza familiare.
Ho presentato in consiglio un documento per ridefini-
re l’impegno economico, perché con le risorse messe a
disposizione si potrebbero regolarizzare non più di
mille assistenti sanitarie, a fronte di un fabbisogno
enormemente superiore; è poi necessario concertare sia
l’impegno finanziario che l’insieme delle azioni previ-

73
ste con tutti gli enti coinvolti (in particolare Province,
Comuni e ASL) sia per coordinare gli interventi sia
concordare le migliori soluzioni operative.

La casa della salute:


ho presentato un ordine del giorno per chiedere alla
Giunta regionale di studiare e programmare la speri-
mentazione di una o più case della salute, in collabora-
zione con le ASL e i Comuni competenti. Sono convin-
to – anche sulla base di un lavoro che da tempo è in
corso tra esperti, gruppi politici del centrosinistra,
associazioni – che questa possa essere la chiave di
volta per un cambiamento profondo della politica
sociosanitaria in Lombardia.
Nel territorio regionale vi è grande disponibilità di
presidi territoriali di carattere sociale e sanitari. Questa
offerta rilevante di servizi, per quanto abbia subito
ridimensionamenti negli ultimi anni, non sempre però
corrisponde a un effettivo vantaggio per i cittadini,
soprattutto anziani, nel trovare il percorso più agevole
rispetto alla domanda di salute. Inoltre, solo sulla carta
si realizza l’obiettivo della integrazione socio-sanitaria,
pur declamato dalla stessa Regione.
La causa più rilevante è la molteplicità di gestione dei
soggetti erogatori, tra ASL, poliambulatori specialistici
per lo più in carico alle aziende ospedaliere, attività
sociali svolte dai Comuni, attività svolte dagli IRCCS,
dalle RSA, e quelle gestite da privati.
E poi la Regione Lombardia ha affidato alle ASL un

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ruolo di “PAC” ossia programmazione-acquisto-con-
trollo, ma non la gestione diretta dei servizi e così in
realtà le ASL continuano a dover gestire un numero
rilevante di servizi “residuali”, non facilmente esterna-
lizzabili.
Di qui la necessità di ripensare la migliore organizza-
zione dei servizi, puntando sulla semplificazione e
sulla integrazione, oltre che su un maggiore decentra-
mento a vantaggio dei cittadini, e sperimentando solu-
zioni gestionali innovative.
Allora un primo passo della riorganizzazione sarebbe
quello di una ridefinizione dei distretti e delle articola-
zioni subdistrettuali, per ambiti compresi tra 20.000 e
50.000 abitanti, sperimentando forme nuove di orga-
nizzazione dei servizi come la “Casa della salute”, con
l’obiettivo di aggregare più servizi e di rappresentare
un punto unico di offerta, semplificando e concentran-
do gli sportelli della accoglienza e i percorsi socio-sani-
tari. La Casa della Salute può dunque rappresentare
un punto di partenza per la riorganizzazione di una
serie di servizi oggi dispersi a livello territoriale.
Le funzioni fondanti della Casa della Salute ruotano
attorno a queste quattro aree/settori:
1) Area dell’accesso, del Segretariato sociale e del CUP
2) Area dei Servizi sanitari (SS)
3) Area dei Servizi socio sanitari (SSS)
4) Area dei Servizi e attività sociali (SAS);
La particolarità di molte realtà territoriali (ad esempio

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province di nuova istituzione o comuni che abbiano
subito processi di riaggregazione) rende necessaria
una sperimentazione sia di soluzioni “concentrate”
(ossia prevedendo la realizzazione di una Casa della
Salute in un unico stabile), sia in una logica “di rete”
(prevedendo, in alternativa, la riorganizzazione di pre-
sidi tra loro adiacenti, con un’unica sede di ricevimen-
to per i cittadini e con l’invio successivo alla struttura
sociale o sanitaria idonea al bisogno del cittadino).

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La qualità
ambientale

URBANISTICA

La legge urbanistica regionale è da sempre occasione di


grandi attenzioni, grandi tensioni, grandi aspettative (e
si potrebbe dire di peggio!).
Il provvedimento, dopo una lunga gestazione, è stato
approvato con un’improvvisa accelerazione allo scade-
re della scorsa legislatura, lasciando pensare, ai soliti
sospettosi oppositori, che si trattasse di un’operazione
meramente elettorale. E tuttavia perfino la mitica mag-
gioranza di granito di Formigoni ha visto numerosi
voti contrari.
Approvata la legge, come se niente fosse, sono comin-
ciate le modifiche: quattro, fino ad oggi.
Di modifica in modifica sono state soddisfatte le esi-
genze delle varie forze del centro-destra, in particolare
di Forza Italia, che ha ottenuto il via libera per
l’edificazione nell’area verde della Cascinazza di
Monza (lavori affidati ad una società che fa capo a
Paolo Berlusconi), e della Lega, per cercare di guada-
gnare qualche migliaio di voti rendendo più difficile

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adibire un immobile a luogo di culto con l’obbligo, solo
e soltanto per questa finalità, di una autorizzazione
dell’amministrazione comunale sul cui territorio sorge
l’edificio: per aprire una bisca nessun problema, se si
tratta di una moschea (chissà come mai le iniziative
leghiste che hanno a che fare col religioso fanno sempre
pensare alla componente musulmana!) apriti cielo.

Un’altra modifica “curiosa” è stata quella che riserva


alla Giunta regionale l’adozione dei Piani d’Area,
facendoli piovere nei consigli comunali come prodotti
già confezionati, non più emendabili, sottraendo alle
assemblee elette i loro poteri decisionali: la Giunta
valuta, discute, decide, i rappresentanti dei cittadini
possono solo dire si o no.
Ma c’è di più. I Piani d’Area dovrebbero essere coerenti
con un Piano Territoriale Regionale, ancora non appro-
vato e ciò comporta l’impossibilità per i Comuni di
approvare i nuovi Piani di Governo del Territorio,
sostituti dei vecchi piani regolatori. La scadenza è fissa-
ta al 31 marzo 2009 ma nessun comune fino a 15.000
abitanti (e sono 1451!) ha elementi precisi per decidere
che fare del proprio territorio.
I 95 comuni sopra quel livello hanno potuto al massi-
mo decidere…di avviare la procedura (!) perché le
numerose modifiche e l’imprecisione delle competenze
per l’approvazione dei piani e programmi non permet-
te di fare altro.

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Non è finita: mancano numerosi provvedimenti attuati-
vi (valutazione ambientale dei piani, criteri e modalità
per la pianificazione nei piccoli comuni, riduzione
degli oneri di urbanizzazione in relazione agli interven-
ti di edilizia bioclimatica o finalizzati al risparmio ener-
getico, determinazione del costo di costruzione, com-
missioni per il paesaggio) e soprattutto non esiste il
documento cornice rappresentato dal PTR, Piano
Territoriale regionale, condizione base per gli indirizzi
urbanistici ancora nella fase di annuncio.

In particolare, ho proposto:

- una modifica generale alla legge urbanistica per


attribuire con sicurezza ai comuni il controllo edilizio
sulle trasformazioni urbane, la tutela e la salvaguardia
dell’ambiente, con modalità di collaborazione fra gli
enti (comuni e province) come condizione per
responsabilità, autonomia e capacità di decidere sulle
strategie di sviluppo territoriale;
- di accelerare la individuazione dei criteri per
predisporre i nuovi strumenti urbanistici e permettere
ai comuni di attivare le procedure di formazione
dei PGT;
- di istituire un fondo specifico per il sostegno ai comuni
e alle province nella predisposizione dei nuovi
strumenti urbanistici;

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- di riconsegnare ai Consigli comunali e non alle
Giunte la decisione sulle trasformazioni del territorio
e dei relativi progetti;
- di affidare ai Piani Territoriali di Coordinamento
Provinciali il compito di definire gli orientamenti
generali per la pianificazione locale, la tutela
ambientale, la infrastrutturazione territoriale e i piani
di sviluppo insediativo;
- di affiancare il Piano dei Servizi con il Piano del Verde
e il Piano per la Casa, con incentivi per favorire
l’edilizia sociale;
- misure per la tutela paesaggistica e ambientale,
il risparmio energetico e la bioedilizia, modificando
per questo i Regolamenti Edilizi comunali.

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MOBILITA’ RESPONSABILE

Ogni anno in tutta la Lombardia, a causa della sua col-


locazione geografica nella pianura padana, delle con-
dizioni meteo-climatiche, della alta concentrazione di
traffico, attività produttive, insediamenti abitativi e
popolazione, assistiamo al preoccupante superamento
dei limiti definiti dall’Unione Europea per il PM 10.

La gravità della situazione dell’inquinamento lombar-


do è letteralmente fotografata dalle immagini del satel-
lite: la nostra regione è uno dei cinque siti più inquina-
ti del pianeta per biossido di azoto.
La locomotiva d’Italia è in realtà un vecchio e inqui-
nante treno a vapore e noi respiriamo tutto questo.
Eppure una legge per combattere lo smog in
Lombardia esiste dal novembre 2006. Una legge non
perfetta ma che ha rappresentato un primo tentativo di
risoluzione delle cause di fondo del problema.

Ho l’orgoglio di essere stato nel novembre 2005 il


primo firmatario una mozione, poi approvata all’una-
nimità dal Consiglio, che definiva la regione area
omogenea dal punto di vista del rischio dell’inquina-
mento: un primo colpo ai balletti – durati anni – per
ritagliare l’area dei rischi in base, talvolta, alle esigenze
dei collegi elettorali!
Successivamente, ho predisposto il primo progetto di

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legge organica sulla materia e questa iniziativa riuscì,
finalmente a mettere in moto la discussione: seguirono
infatti le proposte dei Verdi, di Rifondazione comuni-
sta e, per ultimo, quella della Giunta. La legge che
venne poi approvata rappresenta uno dei pochi esem-
pi di legge nata dalla iniziativa e dalla discussione nel
Consiglio e non – come solitamente accade – su inizia-
tiva della Giunta.

Formigoni aveva promesso almeno 450 milioni di


euro annuali ma in realtà poche briciole sono state
destinate all’attuazione della legge.

Il mio impegno, in particolare, ha riguardato:

- il riconoscimento dell’intera regione come area critica


omogenea e una nuova classificazione delle diverse
aree a rischio, che sanciscono la fine delle politiche
“a macchia di leopardo” ;
- il coinvolgimento delle realtà territoriali che la
compongono, attraverso un tavolo permanente con
funzioni di consultazione e concertazione, tra
Regione, province e comuni capoluogo: gli enti locali
potranno essere soggetti attivi nella lotta all’inquina
mento partecipando alle decisioni e non più
vedendosi “piovere sulla testa” gli improvvisati
provvedimenti adottati da una Giunta regionale
quanto mai lontana;

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- quanto ai tavoli di consultazione e concertazione
con gli enti locali – che hanno prodotto significative
proposte sulla limitazione dell’inquinamento nel
breve lungo periodo e l’individuazione delle priorità
- si sono riuniti solo in seguito a continue
sollecitazioni, sostenute da tutto il centrosinistra.

- l’incremento dei contributi alle fasce più deboli per il


rinnovamento del parco auto, dato che spesso i mezzi
più vecchi ed inquinanti sono utilizzati da cittadini
anziani e a basso reddito;

- l’impegno per il rafforzamento del Trasporto


pubblico locale, sia con l’incremento delle risorse
destinate all’acquisto di treni, tram e metropolitane,
sia sostenendo in Consiglio tutte le iniziative di
Comuni e Province per l’introduzione del biglietto
unico per favorire l’uso sistematico del trasporto
collettivo;

- ho proposto di superare l’Ecopass istituito dal


Comune di Milano, sostituendolo con un bonus di
ingresso che incentivasse – con adeguata tariffa di
parcheggio – lo scambio tra mezzo privato e mezzo
pubblico all’ingresso dell’area urbana.

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PARCHI e AREE VERDI

Altra vicenda complessa, in cui è grande la distanza tra


quel che Formigoni dice e quel che Formigoni fa.

Il sistema dei parchi regionali svolge un’azione di sal-


vaguardia del territorio insostituibile: tutela una vasta
porzione della Lombardia con la gestione di aree di
grande e pregevole naturalità e rappresenta di fatto
una porzione significativa del corridoio ecologico tra
Europa e Mediterraneo.
Il sistema dei parchi, soprattutto, gioca un ruolo inso-
stituibile nella mitigazione delle problematiche ecolo-
giche da cui è afflitta la regione Lombardia, una delle
regioni europee più fortemente antropizzate.
Eppure – ecco la distanza tra le parole e i fatti - la
Regione Lombardia ha ridotto a livelli minimi i finan-
ziamenti per i parchi regionali: in rapporto alla super-
ficie e agli abitanti, è uno fra i più bassi tra le regioni
italiane.
Malgrado questa scelta grave e sbagliata, si sono create
piccole realtà virtuose, in particolare significative
opportunità per lo studio di tematiche scientifiche e
tecniche e interesanti esperienze di creazione di posti
di lavoro per giovani diplomati o laureati, tanto da
indurre le Università lombarde ad attivare borse di
studio per giovani che vivono, studiano e lavorano
nelle aree dei parchi.
Una specifica vicenda merita di essere segnalata,
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quella del parco regionale della Brughiera, emblematica
della insensibilità della giunta Formigoni.
Già previsto dal piano generale delle aree regionali pro-
tette, si tratta di un parco di origine glaciale che si esten-
de per 7166 ettari su 24 comuni a cavallo tra le province
di Milano e Como, il cui scopo principale è quello di
abbracciare le aree metropolitane dei due capoluoghi
con una grande cintura verde, collegando la Brughiera
con la Spina Verde e le Groane. La stessa Regione nel
1997, su sollecitazione dei rappresentanti di alcuni
Comuni e del Parco Sovracomunale della Brughiera
Briantea, ha costituito un Comitato di proposta, con rap-
presentanti degli enti locali ed esperti di settore, con il
compito di formulare una prima ipotesi di fisionomia
generale del Parco. Due anni di lavoro, trasmesso alla
Giunta e, dall’ottobre del 1999 il progetto giace in qual-
che cassetto del grattacielo Pirelli.

Il mio impegno, in particolare, ha riguardato:

- l’aumento dei fondi da destinare ai parchi, al fine


di garantire almeno le risorse adeguate per il mante
nimento, il funzionamento e gli investimenti per
i Parchi regionali e per il Sistema delle Aree Protette
Lombarde;
- nuova presentazione, nel 2006, insieme al gruppo DS,
della proposta di legge per l’istituzione del parco
della Brughiera.

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I servizi di
pubblica utilità
Acqua, gas, energia elettrica, rifiuti: settori fondamen-
tali per la vita delle nostre città; beni necessari per la
vita quotidiana, ma anche importanti realtà finanziarie
e industriali. Si parli di tariffe, di qualità del servizio, di
occupazione, di investimenti, da tempo sono al centro
della attenzione di tutti.

ACQUA
E’ il primo dei beni comuni, indispensabile alla vita ed
allo svolgimento di qualsiasi attività, agricola o indu-
striale. Per questo si parla sempre più spesso di “diritto
all’acqua” e per questo la gestione dell’intero ciclo –
dalla captazione alla distribuzione – rappresenta un
interesse pubblico essenziale.
Questo è stato il mio impegno particolare, a sostegno
del referendum che oltre 100 comuni lombardi hanno
promosso per modificare la legge regionale che costrin-
ge alla privatizzazione della gestione del servizio idri-
co. Ho promosso la dichiarazione di ammissibilità, che
poi il Consiglio ha approvato, in collegamento con il
comitato dei sindaci e le tante associazioni di cittadini
che aderiscono e sostengono una campagna che nel
tempo è diventata mondiale.

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RIFIUTI
La società dello spreco? Certo, dagli imballaggi alla
produzione industriale, dal consumo alla vita familiare,
produciamo montagne colossali di rifiuti. Cosa farne,
come risolvere il problema è una grande questione
ambientale, sanitaria ma anche economica e industria-
le. E in modo sempre più preoccupante sono aumenta-
te le infiltrazioni delle grandi organizzazioni criminali
che hanno in mano lo smaltimento abusivo dei rifiuti
tossici: questa vicenda, evidente in molte indagini della
magistratura ed esplosa nel caso della Campania,
riguarda direttamente il Nord Italia e la Lombardia.
Anche per questo ho criticato l’atteggiamento della
Giunta Formigoni che ha rifiutato di contribuire a
smaltire i rifiuti campani, salvo poi farlo dopo il cam-
bio di governo, con una evidente strumentalizzazione
per ragioni esclusivamente politiche.
Il mio impegno è stato rivolto
- a privilegiare gli interventi lungo tutta la filiera, dalla
riduzione degli imballaggi alle politiche di recupero e
riciclaggio;
- a proporre la completa tracciabilità dei rifiuti per con-
trastare lo smaltimento e lo stoccaggio abusivo;
- a predisporre programmi pluriennali che nel tempo
portino a diminuire il deposito in discarica ed aumen-
tare fino al 70% la parte riciclata o recuperata anche
attraverso la produzione di energia;
a rafforzare gli strumenti di prevenzione e di repressio-
ne nei confronti del danno ambientale.
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“ In queste settimane
sto presentando
due progetti di legge
in ambiti piuttosto diversi
da quelli di cui
mi sono occupato finora.
Riguardano l’educazione
alla legalità e
le scelte di autonomia “
di vita dei giovani.

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L’EDUCAZIONE
ALLA LEGALITÀ

Stiamo diventando tutti più consapevoli del peso delle


grandi organizzazioni criminali. La loro presenza per-
vasiva anche nel tessuto economico diventa un proble-
ma sempre più grave per lo sviluppo del Paese, uno
dei fattori che ne blocca l’attrattività e gli investimenti e
ne condiziona la prospettiva. Questo aspetto non
riguarda solo le regioni di tradizionale presenza ed
insediamento: anche la Lombardia è uno dei luoghi di
presenza organizzata e diffusa, come dimostrano deci-
ne di inchieste e di processi e come dice il clima che si
può respirare in interi settori di attività, dalla gestione
dei rifiuti al’edilizia al commercio. Dopo la relazione
del 1994, anche il più recente (2008) documento della
Commissione parlamentare Antimafia ha evidenziato
la specifica gravità del fenomeno mafioso in
Lombardia.
In secondo luogo c’è la sicurezza dei cittadini. Questo
problema non si può affrontare solo dal punto di vista
dell’ordine pubblico: alla prevenzione e repressione -
che spettano alle forze di polizia - vanno accompagnati
interventi che irrobustiscano gli anticorpi nella società
e perfino negli atteggiamenti e nei comportamenti delle
persone.
Penso alla necessità di consolidare i valori e le pratiche
della convivenza civile: vale per tutti ma in particolare

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per le giovani generazioni. Dalla educazione alla legali-
tà, con pochi piccoli passi, si giunge ad essere consape-
voli della convivenza di tante piccole e grandi differen-
ze. Vi è certo il tema della presenza stabile e di lungo
periodo di culture e nazionalità diverse e lontane, ma ci
sono anche le differenze sociali, quelle economiche, che
in momento – prolungato – di crisi generale possono
facilmente degradare a contrasto e scontro.
E allora bisogna sostenere il lavoro delle associazioni
che dura ormai da tempo ma anche stimolare e ricono-
scere le attività condotte dalle Forze dell’Ordine, dal
sistema dell’Istruzione, dalla Magistratura, dal sistema
camerale dalle organizzazioni sociali, economiche e di
rappresentanza del sistema produttivo.

Con il progetto di legge propongo di sostenere iniziative di


a. diffusione della cultura della legalità e della convi-
venza civile anche attraverso il sistema formativo;
b. aggiornamento degli operatori nel settore della sicu-
rezza, dell’assistenza sociale, del volontariato e del per-
sonale docente nel sistema della formazione;
b. ricerca, documentazione, informazione e comunica-
zione; organizzate da associazioni, enti, istituti di ricer-
ca, Università, Istituti scolastici, enti locali, Camere di
Commercio, associazioni delle categorie economiche ed
imprenditoriali.
Anche la Regione deve svolgere proprie autonome atti-
vità istituzionali, in collaborazione con la Commissione
Antimafia del Parlamento e da altre istituzioni locali.

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L’AUTONOMIA
GIOVANILE E LA CASA
La casa è – insieme al lavoro – alla base di ogni scelta
di vita autonoma, la condizione perché un giovane, da
solo o in coppia, possa iniziare una nuova fase della
propria esperienza.
Per questo è necessario attivare strumenti che permet-
tano di avviare una vita autonoma anche in assenza di
disponibilità economiche delle famiglie di provenienza:
bisogna evitare che condizioni materiali del tutto
casuali (come qualcuno la chiama, la “roulette della
nascita”) diventino ostacoli insormontabili a causa
delle ingiustizie e delle inefficienze del mercato dell’a-
bitazione.
Vi è anche un altro aspetto: molti giovani vorrebbero
stabilirsi in Lombardia per ragioni di lavoro e studio e,
ancora una volta, il mercato – da solo – non risolve i
problemi anzi li aggrava.
Ho pensato a interventi che sostengano l’affitto perché
da un lato cresce l’onere per i mutui e dall’altro conti-
nuare a privilegiare l’acquisto produce rigidità non
positive.
Più in generale, sono convinto che facilitare l’inizio di
una vita autonoma sia una scommessa positiva, che fa
leva sulle risorse delle persone: un atto di fiducia e di
investimento per il futuro di tutti e non solo di chi ne
beneficia. Dobbiamo rimettere in movimento una socie-

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tà che appare sempre più bloccata, in una sorta di
fermo-immagine al nastro di partenza, in cui la grande
maggioranza nemmeno riesce a partire.
Il progetto di legge stabilisce contributi per sostenere
l’impegno per l’affitto per giovani e giovani coppie e,
contemporaneamente, facilitazioni fiscali a vantaggio
dei proprietari delle case.

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Finito di stampare Gennaio 2009
presso Graphic srl,
Via Garofalo, 31 - Milano

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