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VIAGGIO IN PERSIA

(1968)

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Pochi sanno che tipo d’uomo è il direttore di giornali e
quei pochi tacciono: addetti ai lavori, serbano il segreto. I più
lo credono un giornalista che dirige. In verità è un despota
che impera. Despota dagli umori variabili, oggi urla per un
errore da niente, domani sorride ad una colpa mortale. De-
spota dai gusti misteriosi, dalle decisioni improvvise e incom-
prensibili. Mio padre, giornalista, diceva: all’automobile non
stare davanti, al cavallo non stare dietro, al direttore non stare
davanti né dietro. Conosco bene i direttori di giornali: son
trent’anni che mi danno da mangiare. Perciò mangio poco,
pur d’evitarli.
Eppure, tornato a Roma da Parigi, mi trovavo davanti al
dilemma: catturare un direttore o rinunciare. Cattura diffici-
le, caccia grossa. V’è tutta una tecnica e il colpo riesce di
rado. Men che meno adesso, senza più Edoardo ad aiutarmi.
Cosa avevo combinato a Nuova York, Los Angeles, Lon-
dra e Parigi? Niente, proprio niente. Sì, avevo scoperto il
culto del peyote, ma non è per me, m’è precluso, ammette sol-
tanto il pellirossa: ho il viso pallido. Sì, avevo trovato Mag-
gie dell’onnipotenza e m’ha donato un Arcangelo, ma voglio
molto di più, voglio diventare l’Arcangelo, avere la sua beati-
tudine e la sua immortalità. Si, avevo trovato i Leroy, ma a
che serve passare da questo oscuro dramma terrestre ad un
altro più sottile e ancor più incomprensibile, quando si resta
sempre sul proscenio a recitare?
Voglio andare dietro le quinte, voglio vedere chi dirige, chi
stabilisce le nascite e le morti, la morte di chi amo, la mia
morte. Voglio leggere il copione. Oppure sapere una volta
per tutte che nessuno dirige e che copione non c’è.
Come per caso ho cominciato tre anni fa una ricerca: deb-
bo concluderla. V’è gente al mondo che dice di parlare con
gli Dei, di guardare Dio faccia a faccia. Debbo trovare que-

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sta gente, debbo smascherarla o inginocchiarmi. Chi sono? I
sufi dell’islam, i lama del Tibet e i bonzi del Siam, i sadù del-
l’India, la Mère di Pondichéry che ha novant’anni e il maestro
Uyeshiba di Tokyo che ne ha ottantasei. E i grandi anacoreti
dell’Athos.
- Sei un po’ matto, sei proprio un po’ matto.
Così mi dice una donna dolce. Non è intelligente, eppure
sa di me più che io stesso. Mi capita d’incontrare a qualche
ricevimento uomini e donne intelligenti, famosi, professoroni,
accademici, ma i loro discorsi sono sempre insipidi. Me ne
duole, poiché ho gusto nell’ammirare. Ma essi parlano molto
di sé, sparlano degli altri, raccontano barzellette. Vorrei por-
re loro qualche domanda essenziale, ma come li guardo (affa-
bili, sorridenti, il bicchiere in mano, la clientela intorno)
m’accorgo che non è il luogo né il momento: anzi, che non è
la persona.
- Sei un po’ matto, sei proprio un po’ matto.
Deve aver ragione. Se non fossi matto, probabilmente sa-
rei ricco, probabilmente sarei famoso. Ma se fossi ricco e fa-
moso, forse non avrei più stimolo alla ricerca e necessità di
catturare direttori.

La prima regola per catturare un direttore è di non inse-


guirlo. Se lo insegui, sei perduto. Se ti presenti a un diretto-
re e apertamente gli dici che avresti l’idea di metterti in viag-
gio alla ricerca d’entronauti, ti ribatte:
- Entronauti? Che’ è?
- Sai, i continenti interiori...
- Continenti? Ma quali?

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Già t’ha disarcionato. Non è più lui la tua preda: tu la
sua. Infatti decreta:
- Senti, devi andare a Vigevano. Sai quanto è importante
la questione delle scarpe? Dovresti farmi un articolo sull’in-
dustria della calzatura. Non è facile, lo so: perciò l’affido a
te.
Se non scappi subito, il giorno dopo ti ritrovi davvero a
Vigevano.
Dunque, prima regola: non cercarlo. Seconda: farti cerca-
re.
Occorre un battitore, amico. Un tipo fidato, addetto ai la-
vori, un tipo come Edoardo, ma se n’è andato in Congo. Oc-
corre chi, come per caso, al momento opportuno, gli dica:
- Ho visto il tale. Lo ricordi? Ha scritto anche per noi.
M’ha parlato d’un servizio, qualcosa di grosso...
Il direttore, incuriosito:
- Per chi lo scrive?
- Non lo sa ancora, forse per...
- Telefonagli di venirmi a trovare.
Hai vinto la prima battaglia: la preda s’è messa sulla tua
traccia. Resta la seconda, lo scontro resta a testa. Il direttore
sta dietro il suo gran tavolo e, per quanto seduto, sembra ritto
in piedi. Ti dice:
- Non ti vedo da anni, com’è? Non hai più voglia di scri-
vere? Qualche buona idea?
- L’avrei, ma è un gran viaggio: Grecia Persia India Siam
Cina Giappone e ritorno. È un viaggio che stanca, non so...
- E l’idea?
- Non morire.
- Non morire?
- Diventare immortali.
- Spiegati meglio.

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Terza regola: la scaletta, ossia l’idea in venti righe, breve
breve, astuta astuta, pronta in tasca. Gli dài il foglietto, egli
legge e tace. In quel silenzio si determina la tua sorte. Mi
volgo all’Arcangelo: pensaci tu, grazie.
Alza il capo dal foglio e dice sì. Dice proprio sì. Decreta:
- Parti sùbito per Tehran. Lo ascolto senza stupore, senza
esultanza. Di colpo le mie astuzie m’appaiono meschine e
inutili: questo viaggio era nel destino, non so da quando, non
so perché. Anche il dialogo col direttore è stato una semplice
formalità, un visto sul passaporto. Sono invaso dalla persua-
sione che tutto era già stabilito: la mia proposta e il suo sì.
Le battute erano sul copione, scritte. Da chi?

Tehran è distesa sotto l’aeroplano, calante. Il tramonto,


fastoso dietro le montagne, s’impoverisce nella pianura e di-
spare fra le luci della città elettriche e splendenti.
Dall’alto guardo l’intreccio dei viali, delle strade, dei vico-
li: è una rete sterminata e m’avvilisce. Come troverò il cam-
mino da percorrere, l’itinerario giusto, le porte a cui battere
per incontrare gli uomini che cerco? Cerco i sufi: dove si na-
sconderanno? Perché il sufi si nasconde, s’è sempre nasco-
sto.
Il sufi è un iniziato in cerca di saggezza, santità, perfezio-
ne: cerca, pena e infine trova. Per gli altri, la sua esistenza è
scandalosa. Egli rifiuta i nostri piaceri brevi e i nostri brevi
poteri, egli sta fermo mentre noi giriamo nella danza del mon-
do, risa e lacrime, diletti e spaventi, oggi vivi, morti domani.
Il suo sorriso quieto ci è intollerabile. Perciò egli se ne sta se-
greto da dodici secoli e benedice in silenzio. Se si mostra, lo
uccidono. Li hanno sempre uccisi.

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Hanno ucciso Ali, il puro esempio dei sufi, il compagno di
Maometto, lo hanno pugnalato quand’era immerso nella con-
templazione interiore. Hanno ucciso Bistami mentr’era pieno
di spirito e ne cantava le lodi. Hanno flagellato, mutilato, im-
piccato e, dopo morto, decapitato Hallag, bruciato, disperse
le ceneri. Gli oscuri non sopportano gli illuminati.
Mentre scendo la scaletta dell’aereo, mi sento disanimato.
Come li troverò?
- Sei un po’ matto, sei proprio un po’ matto.
Ha ragione. Mi sono impegnato col direttore, ho scelto
per prima tappa la Persia, arrivo a Tehran e non so dove an-
dare, cosa fare. La città è immensa, nessuno mi conosce, fa-
ticherò a trovare un albergo e pretendo di discorrere coi sufi.
Sono matto davvero.
In coda per i passaporti e le dogane. Inaspettatamente,
l’altoparlante pronunzia il mio nome, sì proprio il mio nome e
lo ripete. Aggiunge (in inglese) che mi si attende all’uscita.
Sono matto, è vero, ma ho l’Arcangelo.

Non è un miracolo dei sufi. Nella lingua del Corano nem-


meno esiste il vocabolo miracolo: invece di miracolo si dice
segno. L’appello dell’altoparlante è un segno dell’Arcangelo,
se volete. E se non volete, è la cortesia d’un amico.
A un amico di Roma, venuto a mostrarmi un bulldog
(sono competente in bulldog), avevo detto del mio viaggio in
Persia. Egli sta nei petroli, non so quali, non so come: parlia-
mo soltanto di bulldog. A mia insaputa, ha spedito un mes-
saggio ai suoi agenti di qui ed eccoli precipitati a ricevermi.
Sono in due, italiani, mi chiamano professore, vorrei dir
loro che non lo sono, ma li deluderci. Mi tolgono la valigia,

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mi mettono su di un’automobile, hanno prenotato l’albergo,
m’invitano a cena. M’accorgo così di quanto è importante il
mio amico petroliere.
A cena parliamo del clima. Per quattro mesi l’anno la
Persia è traversata da un vento sfiancante, che toglie ogni im-
pulso. Del resto il lavoro è sempre contro natura, tant’è che
stanca. Poi parliamo di petrolio. Me ne illustrano i problemi,
per me oscurissimi. Se ne avvedono e mi domandano che mai
sono venuto a fare. Sono due tipi simpatici, giovani, fra i
trenta e i quarant’anni. Uno è ingegnere, l’altro geologo. Il
loro mondo è composto di perforazioni, raffinerie, oleodotti.
Sono convinti che ciò sia importante, anzi la sola cosa impor-
tante. Quando osservo che, da Adamo sino a ieri, l’umanità
ha raggiunto molte grandezze senza petrolio, ridono gentil-
mente, credendo a una barzelletta. Il geologo ripete la do-
manda:
- Scriverete degli articoli? Possiamo aiutarvi?
Amico mio, non sai quanto ho bisogno d’aiuto. Ma come
faccio a dirti che non so scrivere di petroli né di economia né,
di sociologia né di politica? Mi stimeresti un buono a nulla (e
avresti ragione), sprezzeresti l’amico di Roma (e avresti tor-
to). Ho tanto bisogno d’aiuto, ma dovrei dirti:
- Cerco i sufi.
L’ho detto (non so come trovando il coraggio) ed entrambi
mi guardano, pieni di zelo. Allora aggiungo:
- Suf è il mantello di pelo che gli antichi sufi indossavano
e, dice un cronista, puzzavano come pecore sorprese dalla
pioggia: In Persia li chiamano anche derwis, in Arabia faquîr,
in Africa murâbit, nomi che ricordano Salgari, ma forse voi
non l’avete letto, siete di un’altra generazione. Dervisci, fa-
chiri, marabutti, traduzione un po’ spregiativa a causa del-

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l’antica incomprensione fra cristiani e islamici, fin dal tempo
delle crociate. Ecco, cari amici, cerco i sufi.
Sono davvero cari amici, non s’arrendono davanti alla mi-
steriosa parola, alla misteriosa inchiesta. M’arrenderei sùbito
se mi domandassero qualcosa sulle ricerche petrolifere nel
golfo persico. Essi no. Si consultano, l’ingegnere va al tele-
fono, il geologo mi dice:
- Forse troviamo la strada.
E la trovano. Torna l’ingegnere:
- V’è un professore che s’interessa di queste cose. Si
chiama Ruzbehan. Domattina dà lezione all’università.
Manderemo l’automobile all’albergo.
L’albergo è ottimo, la camera comoda, il mio cuore lieve.
Perché talora m’avviene di dubitare dell’Arcangelo? Basta
affidarsi a lui e dirgli grazie.

L’università di Tehran è recente: al centro la moschea, luo-


go di preghiere. La moschea persiana è aperta al cielo e inon-
data di luce. Non vi s’incontrano preti né diaconi. L’islam
mai ha voluto clero, culto, concili, gerarchie, patriarchi. Né li
hanno l’induismo, il taoismo, l’ebraismo, né li ebbero gli
scinto, i manichei, i celti. Solo la tarda romanità pagana in-
trodusse nel cristianesimo i pontefici massimi, connubio di
profano e sacro. L’islam non chiede che preghiera e digiuno.
Alle pareti della moschee nessuna immagine: le surate del Co-
rano.
Girovago d’edificio in edificio e trovo la segreteria, ove mi
spiegano tutto: il professor Ruzbehan è un medico, psichiatra
e stamane parlerà al congresso internazionale per l’unità della
scienza. Titolo: cervello e coscienza. Ingresso libero.

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Mi cadono le speranze: i congressi sono mercati di vanità,
l’unità delle scienze è una fisima, la psichiatria non possiede
certezza e non può darne.
Tuttavia entro nell’aula del congresso, mi metto in un an-
golo, ascolto Ruzbehan. E presto tiro fuori il taccuino e
prendo appunti. Questo psichiatra persiano dice cose strabi-
lianti, per un congresso di scienziati. Ma i più confabulano e
alcuni pisolano. Mi sembra d’essere il solo ad ascoltarlo.
Annoto, in fretta:
«... l’uomo adopera appena due o tre decimi delle connes-
sioni, circuiti, sintonie del suo cervello (Penfield)... l’area ce-
rebrale n. 19, muta e silente (Boardmann)... non 5 ma forse
20 i nostri sensi (Martiri): senso dell’equilibrio, della tempe-
ratura, dell’orientamento, dello spazio, del tempo, vibrazioni
dei nostri sentimenti e risonanze psichiche altrui, captazione
del pensiero che transita nella mente... tutte queste percezioni
in noi consuete, varcano il limite dei 5 sensi convenzionali e
ci aprono uno scibile immenso...».
Ruzbehan continua a leggere il suo testo, tradotto simulta-
neamente in quattro lingue, eppure quasi inascoltato. I con-
gressisti discutono in crocchi la distribuzione di cattedre uni-
versitarie, scambiano inviti a congressi futuri, esibiscono sen-
za pudori le vergogne del do ut des.
«... da un secolo le scienze hanno modificato l’immagine
mentale che l’uomo aveva di se stesso... l’importanza esclu-
siva data ai 5 sensi convenzionali, ha indotto la gente del no-
stro tempo a inserire nel proprio cervello un’immagine di sé
soltanto corporea, dimenticando la realtà offertaci dai molti
sensi non convenzionali... ciò ha avuto conseguenze disastro-
se... l’erronea immagine cerebrale di se stessi come corpo,
porta l’individuo all’angoscia, ne falsa totalmente la condotta
e ha sulla società le pericolose conseguenze che vediamo...».

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Chiudo il taccuino. Ruzbehan è un tipo da conoscere, ma
non in questo luogo. Anche se non mi piace la sua confusione
fra mente e cervello, ossia fra il musicista e il suo strumento.
Dovrebbe leggere Bergson. Esco dall’aula e dall’università,
passeggio per Tehran, città senza giardini: autobus rossi ai
due piani tassì arancioni, vigili con berretti orientali asini
bianchi. L’asino è il compagno della povera gente: mangia
poco, lavora sempre, sta da per tutto. Dove vedi l’asino, là è
l’indigenza. Lo trovi in Lucania, non in Lombardia. In tutto
il cantone di Berna v’è un unico asino: allo zoo.
Le donne persiane, pur islamiche, non si coprono il volto.
Portano invece un velo dalla testa ai piedi e sotto traspare la
minigonna. Il velo le rende segrete e desiderabili.

Al mattino, radendomi, guardo la faccia nello specchio e


non mi ci riconosco: mi sembra antropomorfa e non umana,
comunque non mia. Faccia normale, faccia qualsiasi, forse
non brutta, anzi v’è a chi piace e perfino chi l’ama. Non io.
M’è estranea. Non ho di me nell’encefalo un’immagine cor-
porea.
Nel mio caso il professor Ruzbehan avrebbe torto e invece
ha ragione. È vero: i più si pensano corpo e nient’altro. Con-
seguenze fatali ne derivano per la politica, l’economia, l’arte,
i costumi. A causa di quell’immagine le religioni sono invali-
date, le letterature si disperano, il sesso prevarica. Una sem-
plice immagine mentale impalpabile, invisibile, soggettiva, la
diresti una cosa da niente, eppure determina i destini presenti
e i futuri. Basterebbe cambiarla, per cambiar tutto.
Debbo incontrare questo Ruzbehan. Gli amici petrolieri
se ne occupano, gli vogliono far credere che un giornalista è

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venuto dall’Europa per intervistarlo. Tentano la carta della
vanità.
Fallisce. Il professore mi manda in albergo il testo della
conferenza, con un biglietto gentile in cui dice che la lettura
mi basterà, giacché non l’autore conta, bensì la dottrina.
Toccato, ma mi sta bene: merito la lezione. Perché avvici-
nare gli altri dal basso, dai presunti difetti e non dalle loro
virtù?
Toccato, ferito, ma non vinto. Andrò da lui come fossi un
malato, pagherò la visita, ma gli debbo parlare.

Visto da vicino, il volto di Ruzbehan sembra dominato dal


naso, rilevante come in tutti i persiani. Ma presto l’importan-
za del naso s’attenua, grazie all’affabilità del sorriso. Quan-
do poi incontro gli occhi, vedo solo loro: grandi, scuri scuri,
fermi, indagatori, pesanti da sostenere. Mi costringono subi-
to alla verità. Sono il giornalista venuto d’Europa, non per
intervistarlo, no. L’ho ascoltato all’università, ho letto la
conferenza, vorrei parlargli. Mi consideri malato, se crede.
Una donna che mi conosce bene, dice che son matto, proprio
matto. Probabilmente ha ragione.
Ride, lascia il suo posto dietro la scrivania, mi fa sedere
su d’una poltrona e siede sull’altra. Arriva il tè, m’offre una
sigaretta. Grazie, non fumo (veramente fumo la pipa, ma
partendo per l’Oriente mi sono ripromesso niente tabacco,
niente alcool, niente donna).
- Qual è lo scopo del vostro viaggio?
Vorrei stare sul generico, ma i suoi occhi non concedono
dilazioni: troppo grandi, troppo fermi, troppo scuri, troppo
pesanti da reggere, se non t’appoggi alla verità.

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Rispondo, confusamente. Non morire, questo lo scopo:
tutti accettano, tutti cercano di non pensarci e tutti muoiono.
Non morire e ancor più rifiutare la vita così com’è, quotidia-
na meschina egoista ipocrita, mercato delle vacche do ut des.
Cercare un’altra atmosfera interiore, un motivo che meriti di
dedicarvi i pochi giorni che ci han dato. Anni fa in India ho
conosciuto uomini e donne viventi in- gioia perfetta, tanto da
irradiare serenità. Il suo scopo? Non campare così, inghiotti-
to dalle ore e dai giorni, dalle stagioni e dagli anni, dal futuro
che sùbito diventa passato e non ti resta niente. Il mio scopo?
Accertare se le promesse sono vere o truffaldine: accertare se
Khrisna mentiva dicendo la gioia imperitura, se Budda menti-
va dicendo l’immortalità è trovata, se Gesù mentiva dicendo
la vita eterna, se Maometto mentiva...
M’arresto: Ruzbehan è maomettano e lo sto offendendo.
Il discorso s’è aggrovigliato. Cerco di salvarmi col sorriso:
- A Londra ho trovato un Arcangelo.
Ruzbehan, consenziente:
- Gli Arcangeli sono potenti.

In albergo annoto alcune sue frasi. È più d’uno scienzia-


to. Scienziato, scienze, scientifico mi suonano come vocaboli
peggiorativi. Tutti sappiamo che nei loro laboratori han
pronto lo sterminio dell’umanità. Il metodo delle scienze è di-
sumano: da un lato ci offre la ghiacciaia e la penicillina, dal-
l’altro il massacro a tappeto. È disumano, ma ci obbliga ad
onorare annualmente gli inventori dell’atomica: la Scienza de-
spota folle, noi morituri te salutant.
Ruzbehan ha detto:

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- Il nostro secolo è tanto diverso da tutti i precedenti, per-
ché da cent’anni il cervello umano è stato adoperato in modi
nuovi, che han portato alle tecniche odierne. Si sono aperte
nuove connessioni neuronali, nuovi collegamenti. Ma gli altri
si sono occlusi, gli antichi. Dediti alle sole scienze profane,
abbiamo obliato i circuiti mentali che appartenevano alle
scienze sacre. Scienze introspettive, ma l’introspezione è an-
ch’essa rigorosamente sperimentale. Il sacro esiste e se l’uo-
mo non lo vive, impallidisce, anemico e sconsolato.
Ha concluso, cordiale:
- Siete in viaggio per curare la vostra anemia.
Il colloquio stava terminando e non avevo parlato dei sufi.
Vincendo il ritegno, ho mormorato:
- Credete che i sufi possano guarirmi?
Non ha risposto, come non avesse inteso. Ma stamane ho
ricevuto un suo biglietto: «Eccovi un indirizzo, Sarete ben ac-
colto».

Nessun sufi persiano chiama se stesso sufi. Chiamerà sufi


il suo maestro, ma se stesso derviscio, ossia mendico. Mendi-
cante d’Allah. Allah non è il dio degli islamici: Allah è Dio,
altissimo assoluto uno.
Il sufi è un mendico che non questua, anzi di solito non ci
s’accorge della sua appartenenza ad un ordine iniziatico: è
commerciante, operaio, docente universitario, fruttivendolo,
tecnico, contadino. È un tale con moglie e figli, un tale affac-
cendato. Ma la sua vera faccenda è tutta interiore. Vive
come gli altri, eppure diversamente dagli altri. Noi siamo im-
mersi nell’azione, ne siamo inghiottiti; egli la compie stando
un passo indietro, le spalle appoggiate ad Allah.

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So tutto dei sufi. Sono andato a trovarli, mi hanno aperto
le porte e m’hanno accolto, grazie alla presentazione di Ruz-
behan. Posso dirvi che in Persia il sufismo ha varie scuole e
tre importanti: nematollah, risalente per via diretta ad Alí; za-
khabi, scuola meno spirituale e più religiosa; khaxar, i cui
dervisci si riconoscono perché portano sempre l’abito rappez-
zato, vivono di questua, si ritirano sulle montagne per diveni-
re intimi d’Allah.
Un maestro nematollah m’ha detto:
- Intimo d’Allah è il grande asceta che vive nel mondo e
nel proprio cuore erige la montagna.
Gli ho domandato:
- Cos’è il sufismo?
Ha alzato le spalle, ha allargato le mani:
- Tutto ciò che si può dire del sufismo, non è sufismo.
Ha ragione, non è vero che so tutto dei sufi: in verità non
ne so niente. Ma a poco a poco scopro qualcosa.

Il mio pellegrinaggio fra i dervisci comincia in un loro luo-


go di riunione, nascosto alla periferia di Tehran. M’accoglie
un maestro gioviale, di mestiere commerciante. Non m’è con-
sentito di partecipare alle loro adunanze, ma sono ammesso in
biblioteca, fra duecento manoscritti antichi. Il maestro si
chiama Ahmad. Per lui il sufi è sempre un poeta innamorato.
Nei giorni seguenti, incontro in tutt’altro punto di Tehran
un tutt’altro maestro, di mestiere mineralogista. Sorride
poco, ha il discorso denso e breve. Si chiama Karim. Per lui
il sufi è sempre un tecnico spirituale.
Il pellegrinaggio mi porta poi da Tehran a Isfahan, l’antica
capitale, e v’incontro due maestri sufi, un fruttivendolo e un

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guardiano. Il primo si chiama Zarkub, appartiene alla scuola
dei dervisci danzanti. È un uomo vivace, pugnace, attore: per
lui il sufi è un ballerino.
Il guardiano cura la tomba d’un famoso derviscio morto
mezzo secolo fa. È un vecchio silenzioso, assente, Si chiama
Tarmadi. Dietro le sovracciglia cespugliose, gli scopro un in-
cantevole sguardo di fanciullo. Alla domanda: «Cos’è un
sufi?», risponde, meditabondo: «Uno che è partito».
Il derviscio è un poeta, o un tecnico oppure un ballerino o
addirittura è un assente? Forse è tutto ciò, insieme, in un in-
treccio complesso, un groviglio da dipanare con pazienza.
Manco di pazienza e soprattutto di memoria.
Adesso, mentre sto scrivendo, a qualche mese di distanza,
m’avviene di confondere i quattro maestri. O se non di con-
fonderli del tutto (Zarkub è troppo baffuto, Tarmadi è troppo
silenzioso per essere scambiati), almeno di mescolare le loro
parole. Nel riguardare le annotazioni, non so più chi ha detto
questo e chi quello.
Ricordo bene che Ahmad parlava dell’amore e citava i
grandi poeti persiani: «Tutti sufi, tutti sufi». Fra i duecento
manoscritti, trovava sempre i versi a convalidare il suo di-
scorso. Da esso emergeva un’immagine singolare del dervi-
scio: un pellegrino se non un vagabondo, un innamorato del
vino e della donna, eppure tanto inebriato di Allah da dimenti-
care perfino di vestirsi, come Taher, detto l’ignudo. Folli di
Dio e spregiatori del mondo, di cui non cercano la gloria, anzi
il disprezzo, come Garmani che per apparire ignobile fin dopo
morto, lasciò un testamento scandaloso per l’islam astemio:
«Lavate il mio cadavere col vino, affidate la bara a due ubria-
chi, sotterratela presso la taverna, là ove vomitano i beoni».
La donna sembra essere il centro della vita del derviscio,
sin alla più tarda età: «Perché il tuo sguardo adolescente tre-

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ma davanti a me, vecchio? Perché un giovane amore invade
la mia testa grigia? Vieni, mescola le tue chiome nere ai miei
capelli bianchi: la mia notte e il tuo giorno, uniti, accenderan-
no l’aurora».
Infine una citazione di Molana, fra tutti i grandi il maggio-
re, Molana le cui estasi erano cosi profonde, da lasciarlo per
morto: «Chi è l’essere intimo che sta nel mio occhio e vede
fuori? Chi si nasconde dietro le pupille? Siamo soltanto uno
sguardo: il resto è assenza».
Né di Ahmad né di Karim rammento più la faccia: se li in-
contrassi per la strada non li ravviserei. Del primo ho nitido
il ricordo dei duecento manoscritti, del secondo dei quattro
berretti. Li ho così limpidi nella mente che li potrei dipingere
tutti e quattro. Stavano sempre su d’un tavolo: uno era il ber-
retto di Karim quando indossava l’abito di derviscio, il secon-
do era del suo maestro che glielo aveva lasciato in eredità, il
terzo del maestro del suo maestro e l’ultimo era stato sul capo
d’un saggio antico di cui si era perduta memoria. Il berretto è
importante, perché copre la testa, anzi la sovrasta ed è pro-
prio oltre la testa che il sufi incontra Allah.
Ho domandato ad Ahmad e a Karim:
- Ognuno può diventare derviscio?
Non m’hanno risposto, né l’uno né l’altro.

Forse ho dimenticato i volti di Ahmad e Karim perché


m’hanno deluso. Sono stati generosi d’ospitalità, di notizie,
perfino di segreti, ma hanno evitato il punto essenziale. Non
ero andato fin in Persia per informarmi, istruirmi, dilettarmi.
V’ero andato per tentare di persona, pagare di persona, ri-
schiare, affogare, magari impazzire: oppure riuscire.

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V’è un punto in cui l’islam diventa affascinante. L’ha in-
teso anche Carlo de Foucauld, santo cattolico. Mi dicevo che
se essi hanno la verità, voglio diventare anch’io derviscio, per
quanto il suf puzzi di pecora bagnata. Hanno rifiutato la do-
manda, elusivi.
Non dimentico invece la faccia di Ruzbehan. M’aiutò
come gli fossi fratello, m’aiutò perfino nella faccenda delle
fotografie. Gli articoli per i rotocalchi debbono sempre esse-
re accompagnati da fotografie, fotografie straordinarie che
solo i professionisti sanno scattare. Dovevo quindi trovare un
gran fotografo e soprattutto dovevo indurre i sufi a lasciarsi
riprendere in costume. Impresa difficile con gente tanto chiu-
sa. Come comparire nei luoghi iniziatici, seguito da un foto-
grafo carico d’apparecchi lampeggianti?
Intanto a Teheran i giorni passavano, gli incontri con mae-
stro Ahmad e con maestro Karim erano terminati e la man-
canza di fotografo m’era d’assillo. Inquieto, rimettevo tutto
in discussione. Perché mai sono venuto in Persia? Cosa vo-
levo dire a Essy del peyote, quando le parlavo di render sacra
la vita, le parlavo di far emergere le nostre latenze? Frasi a
me stesso oscure o forse una confusa intuizione.
Non per le fotografie chiedevo consiglio a Ruzbehan, piut-
tosto per la delusione. Gli dicevo:
- Invece di cercare i sufi e gli altri, ossia cercare la propria
salvezza, sarebbe meglio dedicarsi a una causa, magari socia-
le o riformatrice o rivoluzionaria. Insomma, pensare al pros-
simo: il lebbrosario di Schweitzer.
La conversazione era in francese. Ruzbehan ha un france-
se sonoro, colto, eloquente. Nelle sue frasi s’avverte la pun-
teggiatura: la virgola, l’a capo, le parentesi, s’avverte addirit-
tura il sottolineato corsivo:

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- L’altra volta m’avete detto che a Londra Maggie v’ha
dato una certezza: la stanza dei comandi sta dentro di noi.
Invece l’abbiamo cercata fuori: ecco perché ad ogni Bastiglia
segue Napoleone. L’uomo si muta dentro o non si muta. La
grande rivoluzione tecnica di oggi porta all’atomica (l’avete
detto voi). Salvare gli altri?
Certo, salvandoci. Elevarli? Certo, elevandoci. Passare
dall’animale superiore che siamo, all’uomo davvero sovruma-
no. È questo che ognuno va cercando.
Replico:
- Sovrumano? Sono tanto bestia. Vorrei solamente non
morire del tutto, vorrei solamente capire un poco.
- Vi do un consiglio. Andate a Isfahan. Troverete un
uomo giusto e forse anche le fotografie.

Un’ora di volo. Lascio Tehran, troppo contemporanea per


essere bella. La bellezza è un diritto delle donne giovani e
delle città antiche. Lascio Tehran sotto il plenilunio. Le ter-
razze sono popolate di dormienti. La gente, d’estate, mette il
giaciglio sui tetti. Alla luce lunare, un milione d’abitanti si
mostra nei suoi abbandoni notturni, nelle sue nudità, nei suoi
sogni e nei suoi amori.
M’appisolo fissando la cupola d’oro della grande moschea
di Tehran, inargentata dalla luna, mi risveglio fissando le cu-
pole delle moschee di Isfahan, splendide. Ricordano i duomi
della penisola d’Amalfi. Sono egualmente di ceramica,
ugualmente azzurre, ugualmente si stemperano nel cielo. Al
nord, Demavend, la più bella montagna del mondo, piramide
di seimila metri, misteriosa, color di lapislazzuli.

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Isfahan è la splendida città della Persia da mille anni. Vi
cerco un uomo giusto che parla solo persiano e m’occorre un
interprete che capisca le parole degli uomini giusti. A questo
scopo Ruzbehan m’ha dato due lettere.
La prima per un professore, ma all’ateneo non c’è, anzi
nasce un equivoco con un tale dal nome simile, un architetto
che d’acchito mi s’affeziona, parla solo inglese, ci capiamo
male. Carica la mia valigia sulla sua automobile, mi ci fa sa-
lire, mi fa scendere al ponte dei trentatré archi, mi trascina al-
l’harem delle quaranta colonne, poi alla Torre, poi alle Mo-
schee e ancora ancora. Invano gli dico che non m’importa dei
monumenti, che cerco un uomo giusto. Nemmeno tenta di ca-
pirmi, dice yes, yes e si dirige verso i Minareti tremanti.
Mi libero lasciandolo bruscamente, malamente, mi libero
a onta del suo volto esterrefatto: afferro la valigia e mi rifugio
in un albergo. Ove sùbito mi pento e vorrei rincorrerlo per
scusarmi. Ma non posso perdere tempo: sono venuto a cerca-
re un uomo giusto.
La seconda lettera è per un fruttivendolo che ha vissuto in
Francia, si chiama Bahar e capisce le parole degli uomini giu-
sti. Mi perdo per stretti dedali e infine arrivo alla botteguc-
cia: Bahar è partito, sta a Tehran. V’è il padre, Zarkub: parla
solo persiano. Lo fisso, avvilito.
E’ un tipo alto, grosso, con grandi baffi, mi sorride, mi fa
sedere su d’una cassetta di mele, mi porge un grappolo d’uva.
Chiacchiera coi compratori (donnette nel velo, ragazzini bru-
ni), mi addita ai suoi clienti (chissà chi mi crede, chissà cosa
dice), mostra loro la lettera per il figlio ma non la legge, pur
scritta in persiano: forse è analfabeta. Fra un acquirente e
l’altro mi rivolge la parola, elevando sempre più il tono, a
causa della convinzione popolare che chi non capisce la no-
stra lingua è sordo e bisogna alzare la voce. Recita benissi-

19
mo la sua parte di fruttivendolo persiano, davanti a uno stra-
niero.
Pilucco tristemente gli acini. E adesso, pover’uomo? In
quell’avvilimento entra un pensiero luminoso: l’Arcangelo.
Gli dico: senti, pensaci tu, grazie.

Rimango scomodamente seduto sulla cassetta, assisto alla


vendita delle mele, delle verdure, delle insalate. Viene l’ora
del pranzo: il fruttivendolo se ne va, torna col suo pasto, lo
divide con me. È riso bollito (celo in persiano, mi grida Zar-
kub) con carne di montone (kabab in persiano, mi grida Zar-
kub). A mo’ di ringraziamento, ripeto: celo, kabab. Sorride,
contento, m’offre un bicchier d’acqua.
Non mi muovo. Aspetto. Ormai la faccenda è in mano al-
l’Arcangelo.
Sei un po’ matto, sei proprio un po’ matto.
Viene il pomeriggio. Non ne posso più. Non per l’atte-
sa, no: per i reni. Una volta un ragazzino m’ha domandato:
«Perché nei libri la gente non va mai al gabinetto?». Chissà
se gli Arcangeli si rendono conto di queste cose?
Se ne rende conto Zarkub. Mi prende per un braccio e mi
guida dietro la bottega. Intanto mi dice, forte:
- Bahar Tehran. Tehran!
Capito, capito, amico mio: non aspetto Bahar, aspetto
l’Arcangelo.
Mi domanda:
- Italian?
- Sì, sì italiano o quasi. Come dirti che l’Elvezia ha tre
stirpi?

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Se ne va. Gente viene a comperare e m’interpella. Sorri-
do e si serve da sola, lasciando il denaro. Passa mezz’ora,
quaranta minuti. Cosa sta’ succedendo? Non m’arrovello.
Son fatti dell’Arcangelo.
Riappare Zarkub con una fanciulletta. Attore com’è, pro-
rompe in una spiegazione gesticolante. Dice più volte: «ita-
lian italian». Poi, la fanciulletta:
- Bongiorno. Mi mamma italiana.
Resto senza fiato: Arcangelo, sei stupefacente.
È una fanciulletta sui tredici anni, magrolina, lunghe trec-
ce nere, non bella, salvo gli occhi. Si chiama Simine. Porta
il velo sopra il vestitino, come fosse donna e non lo è. Ha un
italiano magrissimo. Questa l’interprete? Eppure se l’Arcan-
gelo l’ha scelta, dev’essere proprio quella che mi conviene.
Infatti sùbito mi toglie dalla prigione verbale. È intelli-
gente: si vede dallo sguardo quando le parlo. Aggrotta. un
po’ la fronte, finché afferra la mia frase e, illuminata, fervida,
la traduce a Zarkub. Ne vien fuori un dialogo essenziale,
come quelli fra amerindi e visi pallidi:
- Io venuto Isfahan vedere maestro Tarmadi, sufi.
Mi alzo, prendo la lettera di Ruzbehan, rimasta tra frutta e
verdura e dico:
- Zarkub leggere lettera.
Legge e risponde:
- Io non maestro Tarmadi, io Zarkub, derviscio.
- Tu derviscio?
- Derviscio.
Finalmente non sono più sordomuto. Simine, ti bacerei, se
non temessi d’essere frainteso. Zarkub non è soltanto dervi-
scio, è maestro. Appartiene all’ordine dei mevlavi, ossia i
danzanti. Alto, grosso, fiero e baffuto, fruttivendolo e porta-
tore di cesti, egli non ha nulla del ballerino effeminato che co-

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nosciamo in Occidente. La sua danza dev’essere tutt’altra
cosa della nostra. Simine traduce:
- Tu derviscio danzante. Come danzare?
- Come David.
- Quale David?
- Re.
Re David danzava davanti all’Arca, pervaso da Jehova:
così danzano i dervisci mevlavi, pervasi da Allah.

Ho visto la danza dei dervisci. Zarkub ha ceduto al mio


fervore. L’ho vista di notte, immobile, silenzioso, rintanato
nell’angolo buio d’una terrazza, sulla quale s’apriva illumina-
ta la stanza dei dervisci.
Non dovrei scriverne. Nessuno m’ha imposto il silenzio.
Non dovrei scriverne perché la parola scritta non sa offrire a
chi legge la rievocazione d’una musica o d’una danza. Chi a
parole dirà Bach? Chi a parole dirà Allah che penetra nei
suoi devoti? Nemmeno la Bibbia vi riesce: «David danzò la
gloria di Jehova, danzò con tutta la sua forza, cantando, al
suono delle chitarre e dei cembali. E lo spirito di Jehova in-
vase David». È tutto e non è niente.
Prima di scriverne, dovrei almeno ripulire la parola. Dan-
za è per noi la noia dei balletti classici, è il caos vorticoso dei
selvaggi o il dimenarsi subumano delle balere. Ma v’è anche
la danza del vento e la vediamo fra gli alberi, v’è l’invisibile
danza delle ore, v’è la danza degli angeli, v’è l’arcana danza
dell’universo e in talune notti insonni il firmamento ce la rive-
la, sonora.
Prima di scriverne, dovrei almeno cancellare le ubbie.
L’ubbia che con la parola «autosuggestione» si spiega tutto,

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invece è un’etichetta che non serve a nulla e non indica niente.
L’ubbia che rotando la testa venga il capogiro e col capogiro
David si creda invaso da Jehova. Dovrei cancellare la grande
ubbia che abbiamo in mente e che ci riduce a una dimensione:
la sola dimensione corporale. Peggio di un’ubbia: un’amne-
sia.
Se sapessi far questo, potrei descrivere la danza dei dervi-
sci. Non so farlo. Eppure ho visto davvero i dervisci danza-
re.
La danza cominciò a notte fonda. Era stata preceduta da
un lunghissimo silenzio. Nascosto nell’angolo più buio della
terrazza, acquattato, stretto il respiro, vedevo nitida la stanza
illuminata coi sette dervisci. Indossavano abiti e berretti anti-
chi, rossi bianchi gialli, avevano intorno gli oggetti rituali con
le chitarre e i cembali. L’aria recava un profumo d’incenso
orientale, che forse saliva dal basso o usciva dalla stanza o
era in me. Nel cielo crescevano le stelle.
Zarkub leggeva o recitava, non so: surate del Corano, ver-
si di poeti, parole magiche? La sua voce mi giungeva puro
suono, senza significati. Poi tacque e vi fu il lunghissimo si-
lenzio.
Dhekr o fana? Dhekr è la ripetizione d’un nome divino,
fana è la contemplazione muta. In un dialogo con Zarkub gli
avevo chiesto, tramite Simine, ragazzina velata:
- Ti prego, pensa un po’ a me, nelle tue orazioni.
S’era confuso, s’era scusato, recitando un poco, come
sempre gli accade:
- Impossibile, impossibile. Quando c’è fana, Zarkub non
c’è più.
Ormai era notte fonda e nel buio vedevo i sette dervisci, le
gambe incrociate sul pavimento, immobili. Poi si udì una
chitarra, cadenzata da un cembalo e Zarkub si alzò. La notte

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era sacra, sacra la stanza, sacro il firmamento. Come scri-
verli?
«David danzò la gloria di Jehova, danzò con tutta la sua
forza, cantando al suono delle chitarre e dei cembali. E lo
spirito di Jehova invase David».
Ciò accadde davanti a me, lo testifico, a me, spettatore
lontano.

Zarkub m’ha condotto dal maestro Tarmadi. Zarkub (fie-


ro baffuto gesticolante recitatore) è d’una arrendevolezza che
mi dà il senso della colpa. S’è lasciato fotografare nel luogo
dei suoi raccoglimenti, ha preso le pose volute dal fotografo,
ha accettato i lampeggiatori. Poi m’ha portato da Tarmadi,
l’uomo giusto, che poco ascolta e meno parla. È guardiano di
un edificio ove si riuniscono i dervisci khaksar, se ho ben ca-
pito. V’è la tomba d’un grande sufi, credo Alí Ebne Sahl,
morto mezzo secolo fa. La piccola Simine, che s’inorgogliva
nel tradurre, è un po’ imbronciata.
Ma non v’è dialogo con Tarmadi e presto ti accorgi che
non occorre. Magro, svelto nei suoi sessant’anni, ti apre il
cancello, ti sorride tra barba e baffi, dietro le sovracciglia ce-
spugliose incontri il suo incantevole sguardo di fanciullo. In-
dossa l’abito dei dervisci. Ti porta in una stanza, siede per
terra, prepara il tè, non parla, non ve n’è bisogno. Lì dentro
v’è la quiete.
Un giorno sono riuscito a dirgli, tramite Simine:
- Chi è il sufi?
- Uno che è partito.
Un altro giorno gli ho detto:
- Qual è la strada del sufi?

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M’ha risposto senza parlare, con cinque parole scritte col
dito sul pavimento:
Io.
Tu.
Io Tu.
Tu.
- Come si percorre questa strada?
- Con l’Hu.
- L’Hu?
- Ripetilo infinitamente nel tuo cuore.
Un terzo giorno gli ho domandato:
- Ognuno può diventare derviscio?
Ha capito che parlavo di me:
- Tu puoi. Tu cristiano?
- sì.
- Allora no: derviscio uomo dell’islam.

Lascio la Persia, il paese che ci ha dato il grano. Ho fini-


to: incontrati i sufi, pronte le fotografie, soddisfatto il diretto-
re. V’è sempre un vento che mi porta via.
- Sei un po’ matto, sei proprio un po’ matto.
Derviscio, uomo dell’islam. Perciò i maestri erano elusivi.
«In un minuto si entra nell’islam», m’ha detto Ruzbehan, al
momento del congedo.
No, non diventerò sufi. Sono cristiano e tale rimango.
Non per fierezza, tanto meno per fedeltà. Nel Vangelo v’è
certo una strada, ma è oscura, lo dice Gesù: oscura e i notabi-
li l’hanno ostruita. Resto cristiano perché un giorno, me in-
conscio, non so chi m’ha battezzato, nella chiesetta d’un vil-

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laggio delle Prealpi. Forse i marchi dell’anima sono indelebi-
li.
Mi preparo a nuovi voli: Siam, Cina, Giappone, tre paesi
buddisti. Lascio l’islam ove Allah è da per tutto, per andare
nei luoghi di Buddha, che dal suo cielo ha cancellato Iddio.

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