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VIAGGIO IN EUROPA

(1967)

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Tornato da Nuova York a Roma, preparato il servizio sui
pugili, ho la sorpresa di non trovare più Edoardo. Ha lascia-
to il settimanale, assunto dalla televisione, che l’ha spedito in
Congo. Il mondo assomiglia a un aeroporto, la gente è sem-
pre in procinto di partire. Volgi un momento lo sguardo ed
ecco, il vicino se n’è andato.
Il mio libro, i miei viaggi? La ricerca degli entronauti par-
ve scolorirsi e disparire sotto la nebbia del consueto quotidia-
no. Mantenevo però viva l’intenzione, leggendo libri e scri-
vendo qua e là, a gente che avrebbe potuto darmi notizie, gen-
te dall’esistenza spesso incerta e dall’indirizzo approssimati-
vo. Di solito le lettere tornavano con laconiche indicazioni
postali: partito, sconosciuto, defunto.
Una risposta tuttavia arrivò.
In quel tempo leggevo esclusivamente libri sul corpo e sul-
l’anima, la vecchia questione. V’è chi crede solo nel corpo:
morto, non resta che il cadavere, spaventoso superstite. V’è
chi crede solo all’anima: uscita dal corpo, incontra il giudizio.
Non riesco a dar ragione ai primi. I pensieri non sono
corporei, i miei pensieri spesso aggrovigliati, talora limpidi,
talora inesprimibili, non sono del cervello: li sento più in alto.
Come non sono viscerali i sentimenti: l’incanto che m’invade
davanti al beato Angelico, l’inesauribile- stupore davanti al
mare di Capri, l’amarezza davanti alla malvagità umana, la
mia malvagità. Non esiste viscere che, toccato, faccia nasce-
re in cuore la speranza. Non riesco a dar ragione ai primi.
Non riesco a dar ragione ai secondi. Certo nel cadavere
non v’è pensiero né sentimento: dove sono andati? Dove va
l’intelligenza, dove la bontà? Agli Dei, a Dio? Quali, quale?
Giudice istruttore? Fabbricatore di miliardi d’uomini, desti-
nati fin dal principio a perpetui inferni? Dopo trent’anni, gra-

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ziamo gli ergastolani: è blasfemo pretendere Dio peggiore di
noi. No, non riesco a dar ragione ai secondi. .
In quel tempo leggevo libri e libri, scrivevo lettere e lette-
re. Per l’anima e per il corpo, cercavo una verità sperimenta-
le. Ma non trovavo strade.
Una risposta tuttavia arrivò.

Qualcuno m’aveva detto che a Parigi v’è un gruppo che si


dedica ad esperienze extracorporee. Non sapevo altro. Ex-
tracorporeo: cosa vuol dire? Forse è spiritismo (esumazione
di cadaveri psichici) o teosofismo (paccottiglia spirituale),
oppure parapsicologia (l’infinito dell’anima misurato col cen-
timetro del sarto) o forse occultismo (parola ambigua, che co-
pre tutto, anche i giocolieri).
Fra tante incertezze, proprio da Parigi m’arrivò un libro,
anzi due, vecchi del 1926. Autore? Nascosto sotto un pseu-
donimo: Yram. Editore: Adyar. Stampatore: L’émancipatri-
ce, rue de Pondichéry.
Coincidenza: proprio a Pondichéry avevo incontrato nel
‘65 uno scrittore francese, un grande scrittore, nascosto die-
tro un pseudonimo: Satprem. Era malato. Non ho mai di-
menticato i suoi occhi, di una dolcezza struggente. Stavamo
su d’una terrazza e il cielo era bianco di sole. Si parlava di
corpo e d’anima. Disse, quietamente:
- Si può svincolare la coscienza dal corpo e uscirne. Ma
attenti da dove si esce: dal cuore va bene, dalla testa è ri-
schioso.
- Davvero possibile?
Satprem, già volto ad altro, come si trattasse di cosa risa-
puta, continuò con la voce bassa e lenta dei malati:

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- Sono esperienze vecchie come il mondo, vecchie come
l’uomo.
Orbene, ecco questo Yram, stampato a Parigi in via Pon-
dichéry, raccontare lungo due volumi d’aver per dodici anni,
dal 1914 al 1926, cavalcato l’anima, andandosene dal corpo.
Dava anche i particolari e aggiungeva che a voce ne avrebbe
dato altri. Denise, l’amica parigina che m’aveva trovato i li-
bri, scriveva in un biglietto: «L’autore è morto intorno al
1935. Cercherò altre notizie». Yram offriva quel che andavo
cercando: una verità sperimentale. Ma ormai non lo potevo
più incontrare.
La gente che più vorremmo conoscere è quasi sempre
morta. Aurobindo, Plotino, Angela da Foligno, Oppenheimer,
il pellegrino russo, la monaca portoghese e tanti altri. Adesso
anche Yram.
Spedisco un’altra lettera. Chiedo all’editore parigino noti-
zie su Yram, pur minime. Dopo tanti partito, sconosciuto,
defunto ho poca speranza.
Invece la risposta arriva e reca l’indirizzo ove Yram visse,
quarant’anni fa. Un indirizzo: una traccia. Ma dovrei andare
a Parigi e ora non posso, a causa dei soldi.

La questione dei soldi dovrebbe essere chiarita. È assai


oscura.
La prima oscurità, la più evidente e fastidiosa, è che tanti
buttano i soldi e non capisci dove li prendano. Un esempio?
Quel tale che ti saluta sempre, che incontri da per tutto, con
la grossa automobile, belle donne, casa nei quartieri alti, im-
barcazione, cartoline dall’estero, quel tale che spontaneamen-

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te ti ha confessato d’essere uscito da un orfanotrofio, quel
tale a cui domandi, incuriosito:
- Ma tu, che lavoro fai?
Risponde, cordiale, aperto, eppure sibillino:
- Un po’ di tutto, quello che capita.
Che mai gli capiterà? A me i soldi non capitano: li debbo
strappare.
La seconda oscurità è che quanti hanno saputo arricchire,
sono spesso persone semplici, anche ignoranti e perfino scioc-
che, persone che parrebbero incapaci di dar vita a un nego-
zietto e invece hanno messo in moto cento supermercati. Li
guardi, misteriosi e ti senti un allocco.
La terza oscurità è che uomini e donne intelligenti, capaci,
industriosi, faticano a campare, s’indebitano, muoiono poveri
e sfiniti. Ciò avviene in ogni ceto, fra i professionisti e fra gli
operai, fra gli intellettuali, gli artisti e i contadini. Come mai
le migliori doti, le più pratiche, spesso non portano al denaro?
Forse il denaro ha delle preferenze, forse è attratto dagli
sciocchi e respinto dagli intelligenti.
Quanto a me, posso viaggiare soltanto se un giornale mi
spedisce. Non l’avevo ancora cercato, allorché tanto deside-
ravo recarmi a Parigi, sulle tracce d’Yram.
Non l’avevo cercato e mi mancavano i soldi. Così mi ri-
trovai a Londra.

Mi ritrovai a Londra una sera, inaspettatamente. Al mat-


tino ero ancora a Roma, lontana ogni idea di viaggio. Ero an-
dato alla sede della stampa estera (ove ho un recapito), spe-
rando di trovare posta.

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Invece trovo John, radiocronista francese, italiano di pa-
dre, americano di madre, sposo d’una svizzera. Armeggia
sempre nel suo registratore, sa tutte le lingue, capace d’inter-
vistare i muti, bravissimo nel suo mestiere eppure è di quelli
che hanno sempre pochi soldi. Ma i soldi, chi li capisce?
La nostra è un’amicizia ilare: nel vederci, ci mettiamo di
buon umore. Finge di detestare gli scrittori, fingo di detestare
i giornalisti. Mi domanda se finalmente ho smesso di scrive-
re, gli domando se finalmente ha imparato. Del resto non ve
n’è più bisogno: con radio, televisori, registratori, i giornalisti
possono benissimo restare analfabeti. Ribatte: e gli scrittori
illeggibili, anzi non letti.
Esauriti gli improperi, parliamo di cose serie. Gli viene
un’idea:
- Perché non vai a Londra? Debbo lasciare il mio posto
vuoto e mi secca. Sai, il volo inaugurale della compagnia in-
glese d’alberghi. Perché non vai a Londra?
- No, grazie. A Parigi sì Che faccio a Londra di questa
stagione, con la nebbia?
- Che fai? Dieci giorni di vacanza, i migliori alberghi, tut-
to pagato. Eppoi forse l’aereo si ferma a Parigi. Per favore,
va al posto mio, mi spiace di lasciarlo vuoto, avevo promes-
so. Al ritorno butti giù due cartelle e le registro. Dai, aiuta-
mi.
Insomma tanto fa e tanto dice, che al pomeriggio mi ritro-
vo in volo, con trenta giornalisti, accanto a un inglese che co-
nosco di vista e che è il capo della spedizione. Conoscersi di
vista vuol dire non conoscersi. C’incontriamo qua e là da
dieci anni, ci salutiamo ogni volta con un mezzo sorriso e sia-
mo totalmente ignari l’uno dell’altro. Non ne so neanche il
nome, né conosce il mio. Gli domando:
- Ci fermiamo a Parigi?

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- No, direttamente a Londra.
Consapevole dei doveri di capo spedizione, cerca di con-
versare:
- Vi occupate sempre di quei problemi, eh? Molto interes-
sante, molto.
Chissà cosa vuol dire. Aggiunge, mentendo per sola genti-
lezza:
- Il vostro ultimo libro, eh? Molto interessante, molto.
Trova un argomento migliore:
- A Londra dovreste incontrarvi con Mrs. Maggie Mc-
Cann. Conoscete? Straordinaria, donna straordinaria. Vo-
glio darvi un biglietto. È l’onnipotenza.
Chissà cosa vuol dire. Probabilmente mi scambia per un
altro. Scrive su d’un suo biglietto alcune righe di presenta-
zione. Me lo dà ripetendo:
- Mrs. Maggie McCann. È l’onnipotenza.
Si alza e se ne va lungo l’aereo, di giornalista in giornali-
sta, a distribuire gentilezze da capo spedizione. Guardo il bi-
glietto. Non mi par vero: ha scritto esattamente il mio nome.
Che è l’onnipotenza?

Siamo nel cielo di Francia, verso la Manica. Non scendia-


mo a Parigi, non potrò mettermi sulle tracce d’Yram. Chiudo
gli occhi.
Vado riflettendo a quanto ci è faticoso aprirci agli altri.
Siamo pigri. Degli altri conosciamo solo i margini. Ostriche
mute. Chi è John, che m’ha indotto a questo viaggio? Non lo
so. Ci vediamo, ci mettano di buon umore, ci scambiamo
quattro insolenze. Troppo pigri per varcare i margini.

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Ricordo Aldo, un collega americano. Avevamo lavorato
insieme al tempo della guerra, eravamo amici. Ciao Aldo,
come stai? Ciao ciao e tu e tu? In gamba.
Nel rivederlo lo trovavo sempre un po’ più grasso, mi tro-
vava sempre un po’ più magro. Ma restavamo ai margini.
Un’estate lo incontrai alla stampa estera, nella sala di let-
tura. Nascondeva il naso con un fazzoletto.
- Che t’è successo?
- Niente, sono caduto, niente: un po’ di sangue.
- Hai bisogno di qualcosa? T’accompagno a casa?
Se ne andò, lo vedo ancora. Andò a casa, aprì il gas e
s’uccise. Era disperato, tanto da voler morire, Non disse
niente. In niente potei aiutarlo eppure avevamo lavorato in-
sieme, eravamo amici. Ostriche mute.
In quel giorno d’estate Aldo andò a casa solo, in silenzio:
col gas, staccò l’anima, dal corpo.

Maggie McCann è una donna straordinaria, maestra d’on-


nipotenza. Ho mal valutato il capo spedizione. Si valuta
male, stando al margini.
Andai da Maggie una domenica mattina, spinto dalla noia
del giorno festivo. Il tedio domenicale britannico è compatto,
opprimente, secolare. Già nel 1830 Tommaso de Quincey lo
accusava d’averlo indotto all’oppio e cent’anni dopo Roberto
Byron avvertiva che pochi viaggiatori sopravvivono, senza
ammattire, a una domenica di Glasgow.
Così, uscito dall’albergo, chiamo un tassì e mostro all’au-
tista il biglietto del capo spedizione con l’indirizzo di Maggie.
L’uomo guarda il biglietto, lo legge, lo rilegge, poi dichiara di
non conoscere quella strada e se ne va. Londra è talmente

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grande che nessun tassista la conosce intera. Affronto la neb-
bia, sprofondo nella metropolitana e ho maggior fortuna.
Maggie abita in periferia: una di quelle strade londinesi
che si dilungano per non sai quanti chilometri, le case piccole,
a un piano, identiche, tutte col giardinetto, eguali nel colore,
nella porta, nelle finestre, nei comignoli: intercambiabili.
Forse intercambiabili anche gli abitanti.
Trovo il numero, varco il cancelletto, controllo la targa:
McCann. Premo il campanello e lo odo trillare all’interno.
Ormai non si torna indietro. Sistemo la cravatta, verifico i
bottoni. Un passo energico avanza verso la porta, che si spa-
lanca. Un uomo in giacca da camera, l’aria del colonnello:
anzi è il colonnello inglese. Alto magro baffuto, gran naso e
occhi chiari, sopracciglia ispide, pochi capelli biondi e la scri-
minatura laterale. È il colonnello inglese simpatico.
- McCann?
- Yes.
Gli porgo il biglietto, lo legge ed esplode in ospitalità.
Sfoggia l’italiano. Avanti avanti, è stato due anni a Roma du-
rante la guerra, perbacco, come no, certo certo. Allora parla-
va bene l’italiano. Avanti avanti perbacco, come no, certo
certo.
- Siete venuto per l’onnipotenza. Scrittore. Perbacco,
certo certo.
È il marito di Maggie. Non colonnello: ex capitano, ex
funzionario in pensione, certo certo.
- Adesso Maggie scende. Sta scrivendo in camera. Lette-
re da tutto il mondo. Troppo, troppo.
Mi ha sistemato in una poltrona, nella stanzetta del sog-
giorno, accanto al caminetto ove il carbone è acceso. Mi sen-
to assai imbarazzato. Ignoro tutto: chi è questa gente, cos’è
l’onnipotenza. Come giustificherò la visita?

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Mi guardo intorno: pochi mobili inglesi antichi, un raro
blanc de Chine, un bell’acquarello di Robertson raffigurante
la testa d’un bulldog.
- Bulldog?
- Anche voi?
Sono salvo: siamo entrambi amatori di bulldog. Traggo
fuori la fotografia del mio, il capitano la guarda, esce, torna
con un grosso bulldog bianco, muscoloso, ben rincagnato, che
m’odora i pantaloni rumorosamente, agitando il codino. Il
comune amore per il bulldog val meglio d’una parentela,
Si ode un passo leggero che scende le scale. È Maggie. Il
cane le corre incontro e Maggie appare nel vano della porta,
sorridente. È una donna piccina, bionda, solo il collo denun-
cia i quarant’anni, il viso è bello, con i lineamenti delicati, gli
occhi ridenti a mandorla, come piacevano a Baudelaire.
Mi guarda, mi saluta, offre il tè.

Dieci giorni a Londra, dieci giorni da Maggie. Sono at-


tratto dal segreto dell’onnipotenza. Anche Maggie è un’en-
tronauta. Non come Essy Mills, dal sangue amerindo, Essy
che ha avuto l’incontro sacro e ora deve rendere sacra la vita,
tremendo compito. Non come Yram e Satprem, che a cavallo
dell’anima lasciano il corpo, tremenda avventura. Non così.
Maggie ha scoperto che la sala dei comandi è dentro di noi.
Dentro abbiamo tutte le leve dunque l’onnipotenza. Una veri-
tà semplice, ma difficile da capire, più difficile da praticare.
Maggie non ha scritto libri, non intende scriverne, non ne
scriverà. Rifugge dalla fama. Ogni pomeriggio riceve tre o
quattro persone e le aiuta a vivere. Ogni mattina risponde a
chi le ha scritto. Compensi? No, non la conoscete. Non ac-

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cetta niente, non le interessa il denaro, pur insegnando a tutti
come si diventa ricchi.
Di tanto in tanto è sopraffatta dalla gente e allora il capi-
tano la porta via, in un’altra parte dell’immensa Londra, sen-
za lasciare l’indirizzo, salvo a pochi intimi. Fra gli intimi, il
mio capo spedizione. Chi l’avrebbe sospettato? Ostriche
chiuse.
Davanti a Maggie le ostriche si spalancano. Forse a cau-
sa della sua serenità. È una donna piccina, minuta, sorriden-
te: la serenità le si estende intorno. Il capitano è sereno, è se-
reno il bulldog. Neanche abbaia quando suona il campanello
della porta.
Un giorno venne a trovarla un uomo di quarant’anni, di-
sperato, stretto in una morsa: denaro, famiglia, amori. Stava
per soffocare, neanche tentava più di liberarsi, ormai capace
soltanto di piangere.
Maggie lo ascoltò sino alla fine, poi domandò, con la sua
voce sottile, gentile:
- Com’è tua moglie?
- Arcigna, testarda, ostile.
- Com’è la tua amante?
- Tanto tenera una volta: adesso arcigna, testarda, ostile.
- Com’è il tuo socio?
- Tanto amico una volta: adesso arcigno, testardo, ostile.
- Come mai?
- È perché gli affari vanno a rotoli.
- No. Prendi un’altra moglie, un’altra amante, un altro
socio e diverranno arcigni, testardi, ostili.
- Un destino che non può cambiare?
- Si può: se cambi te stesso.
- Ma come?

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Ecco: come? Questo il segreto di Maggie, il segreto da
scoprire: come cambiare il proprio destino.
Un altro giorno venne a trovarla una sposina. Innamorata
del marito, ne era gelosa: aveva paura dell’altra.
- Quale altra?
- Un’altra non so: l’altra.
- Cara, t’accorgi che la stai fabbricando?
Cominciavo a capire. Le nostre miserie ci sembrano veni-
re da fuori. Invece le formiamo noi, dentro, con la nostra so-
stanza. «Gli affari vanno a rotoli», «ho paura dell’altra»:
l’uomo attira ciò che teme. All’uomo non capita quel che me-
rita, ma quel che gli somiglia.
Come cambiare il proprio destino? Con la certezza.

Lo capii un mattino, da Maggie Il capitano era uscito a


passeggiare col bulldog. Non v’era nebbia quel giorno: il sole
era diventato prima sensibile, poi visibile. Londra era bella.
A Piccadilly Circus avevo preso l’autobus. Se uno stra-
niero si aggira a Piccadilly Circus, entro quindici minuti in-
contra un amico inaspettato, appena arrivato in Inghilterra.
Ma non ho atteso quindici minuti: sono salito sull’autobus
dopo una breve coda. A Londra si sta sempre in coda. Se tre
persone si mettono in fila per caso, i passanti s’accodano mi-
meticamente.
Oggi Londra è luminosa, vista dall’alto dell’autobus a due
piani. I grandi marciapiedi di Regent’s Street pieni di gente
che si gode il sole del mattino, prezioso: le dattilografe dalle
gonne sopra il minimo (ma hanno il passo militare), i giovani
poliziotti dai pochi gesti tranquilli a regolare il traffico, gli af-
fissi che annunciano tutti i pianisti del mondo e la nascita dei

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tigrotti allo Zoo, le secolari insegne dei negozi e le donne in
tuta (sigaretta fra le labbra) che ancora puliscono gli ingressi,
i cani mendicanti pro orfanotrofi, le vetrine delle farmacie con
gli ultimi ritrovati per i due acciacchi nazionali: il raffreddore
e la stitichezza.
Arrivato nella strada di Maggie, la percorro a piedi. È in-
giusto parlare male di queste casette identiche, i giardinetti er-
bosi, le porte dipinte di bianco. Chi vive nelle nebbie, deve
ritirarsi in se stesso. A Napoli si può campare e morire all’a-
perto. Qui no: il sole è raro, prezioso. Qui ciascuno deve
avere la propria casa, aprire la porta bianca con la propria
chiave, senza suonare: dentro, il riparo e il regno.

Come cambiare il destino? Con la certezza.


Usciti il capitano e il bulldog, Maggie è intenta a pulire le
stanze: i guanti di gomma, il fazzoletto in testa. M’accoglie
festosa: ha il sorriso negli occhi a mandorla. Si meraviglia
del mio mazzo di fiori, offre il tè, lo rifiuto, mi rannicchio in
poltrona: la guardo di sott’occhio. La sua presenza acquieta.
John, che m’ha mandato in Inghilterra, John, malalingua, di-
rebbe che sto innamorandomi. Non da adesso, da sempre:
cerco la serenità e l’ho qui, viva.
Suona il campanello, vado ad aprire: è il disperato dell’al-
tro giorno, ha bisogno di Maggie. E Maggie è già lì, già si è
tolta guanti e fazzoletto, già lo porta nel soggiorno, già lo in-
duce a parlare:
- Sto fallendo.
Pur essendo inglese, piange senza badare a me, si pulisce
il naso, singhiozza, si mette la mano sulla bocca, infantilmen-
te. Non bisogna schernirlo, non bisogna accusarlo di debo-

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lezza. È vinto dalla disperazione: chi l’ha conosciuta non ne
ride. Il poveretto dice:
- Tutti m’hanno abbandonato. Non ho più nessuno.
- Hai ancora te stesso.
- Come salvarmi da solo?
- Con la certezza. Non la speranza, non la fede: la certez-
za.

Cambiare il destino, trovare l’abbondanza. Tutti voglia-


mo l’abbondanza, tutti sentiamo d’averne diritto. Come mai
ci manca? Come mai ci mancano i soldi, la salute, l’amore,
la fortuna? Gli è che ci manca la certezza. Anzi, abbiamo la
paura.
A un vecchio banchiere, Maggie dice (chiama tutti per
nome, che è il modo inglese di dare del tu):
- Hai la faccia impaurita, Paul.
- È vero, sono pieno di timori. Principalmente il cancro:
ci penso sempre. Poi l’automobile: ci muori dentro schiaccia-
to, soffocato, bruciato. Poi la guerra: ne ho viste tante. Poi i
soldi: la sterlina scende a zero. Non leggi i giornali?
- Non leggerli, Paul. Atterriscono. Fa la cura del non leg-
gere, del non guardare la televisione, non ascoltare la radio.
Vivi nel terrore, Paul. Con tante paure, come tiri avanti?
Liberarci dalla paura e dai suoi figli, la timidità, il ranco-
re, la gelosia, la collera, l’odio, la vendetta. E la figlia mag-
giore, la scontentezza, che aumenta sempre, che rende sempre
più desolati, tira sempre più in basso e ci si abitua, per iner-
zia: è più facile restare nell’amarezza che salire alla letizia. E
c’è anche un gusto, nel sentire ostile l’universo.
A una donna, abbandonata dal marito, Maggie dice:

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- C’è un gusto. La paura è una droga: non si può farne a
meno. Ma l’universo non ti odia: ti ama. È vero, Ruth: ti
ama.
- Mi ama? Ah, questa è bella. Ma se non sono niente, ma
se non sono nessuno.
- Ruth, l’universo intero sarebbe differente, se anche uno
solo di noi non fosse nato. L’abbiamo cambiato noi, lo andia-
mo cambiando, tu e io. Siamo necessari, anzi indispensabili.
Ruth, vuoi che tuo marito torni?
- Non ho altra speranza.
- Non avere speranza, non avere fede: abbi certezza. Va a
casa, Ruth: prepara il suo letto, come tornasse stasera. Metti
il suo posto a tavola, come t’avesse telefonato. Non sparlare
di lui, non odiare l’altra, non giudicare, non condannare, non
piangere: fatti bella, sta per tornare. Devi spurgarti da tutta
la paura che per tanti anni hai ingoiato. Ruth, quando sarai
piena di certezza, tornerà.
Due uomini dall’animo diverso, davanti agli stessi eventi,
trovano l’uno la fortuna, l’altro la sventura. Il secondo, im-
paurito, lascerà sfuggire l’occasione, volgerà al peggio l’in-
contro, trasformerà in disgrazia il suo momento. Il primo in-
tanto si sarà arricchito. Dentro abbiamo le leve del nostro de-
stino e le possiamo muovere a volontà.
Le domando:
- E se mi capita una sconfitta?
- Battezzala vittoria e lo sarà.
Come molti inglesi, come Blacke il pittore, Wallace lo
scienziato, anche Maggie parla spesso degli angeli. A uno
studente, che vuole lasciare l’università o cambiarla, dice:
- Hai chiesto consiglio all’angelo?
- Quale?
- L’angelo che hai dietro di te. Non te ne sei accorto?

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- Mai. Dove sta?
- Dietro la schiena, un po’ sopra la testa.
- Un angelo?
- Sì. Alcuni lo chiamano santo o vergine: è una presenza.
Chiedigli di guidarti e lo farà.
Per molti è incredibile. Molti derisero l’aeroplano, finché
due fratelli, aggiustatori di biciclette, in preda alla certezza,
volarono. V’è un angelo, dietro la schiena, un po’ sopra la te-
sta. V’è una presenza. Come provarlo? Parlandogli: rispon-
de.

Vogliamo l’abbondanza, ne abbiamo diritto. L’universo è


sovrabbondante d’ogni bene, per ciascuno dei suoi abitatori.
Per essere colmati, basta spalancarsi e non restringersi. V’è
una tecnica, come in tutte le scienze sperimentali. Vi sono le
regole e per ognuna si dovrebbe scrivere un trattato.
Prima regola. Liberarsi dalle paure, sorvegliare i pensieri,
i sentimenti, particolarmente quelli sotterranei, che appena
s’intravedono, vecchi timori retaggio dell’infanzia, dell’edu-
cazione, degli avi. Snida il pensiero che t’opprime.
Seconda regola. Riempiti di certezza, certezza d’ogni
bene. Se l’antica deformazione interiore ancora t’induce al
dubbio, costruisciti delle immagini d’abbondanza: porte si
spalancano davanti a te, strade infiorate, forzieri aperti colmi
di oro. Inventa frasi, strofe, ritmi: ripetili in continuazione,
ripetili tante volte, quante volte hai ingoiato i pensieri ansiosi.
Ripetili fino a diffondere certezza.
Terza regola. Prima ancora che l’abbondanza ti colmi, già
ringrazia. Ringrazia l’angelo, il santo, la vergine, la fortuna,
l’universo, la presenza, non importa il nome. Importa ringra-

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ziare come se già avessi ricevuto, quando ancora non v’è il
minimo segno dell’arrivo. È indispensabile: dà le ali all’ab-
bondanza. Non solo ringrazia, ma comportati come se già
avessi avuto: se stai per ricevere denaro, spendi perché già
l’hai riscosso se stai per ricevere salute, lascia il letto perché
già sei guarito; se stai per ricevere amore, canta perché già
sei amato.
Quarta regola. Benedici. Non è facile, aridi come siamo,
ma è salutare. Trova nel tuo cuore una benedizione e spandi-
la. Benedici chi ti ama e chi no, benedici chi incontri e chi sta
lontano, benedici quando ricevi e quando dai, benedici il pas-
sato e l’avvenire. Benedici perché la vita non presenta osta-
coli, né inimicizie, né rivalità: la vita offre a ciascuno il suo
cimento. Tu l’hai già vinto, compagno come sei della certez-
za e dell’abbondanza, Benedici sempre.
Questa è l’entronautica di Maggie. Naturalmente gli ac-
corti, gli esperti, i saputi ne rideranno, ricordando il farmaci-
sta Coué. Avranno ragione, perché essi hanno già cercato e
trovato la loro abbondanza: quella incredula, negativa e ama-
ra. E non avranno altro.

La questione dei soldi si è così chiarita. Sembrava assai


oscura.
Dicevo: tanti buttano i soldi e non capisco dove li prendo-
no. Ora capisco. Per ricevere in continuità il denaro, bisogna
darlo senza paura. Ciò che dài agli altri, lo dài a te stesso.
Se non ascolti gli impulsi a dare, ti restringi. Se rallenti il de-
flusso, rallenti anche l’afflusso della tua abbondanza. È una
legge idraulica.
Ora capisco quel tale che a Roma mi saluta sempre e dice:

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- Che faccio? Quello che capita.
A lui capita, a me no: è naturale. Egli sta con l’animo
aperto e attende, invece io non aspetto niente, sto chiuso nel
mio scrivere, neanche immagino. Possediamo quello che ab-
biamo in mente: se neanche ci passa per la testa, non possia-
mo certo possederlo.
Ora capisco perché tanti ricchi sono persone semplici,
ignoranti, perfino sciocche. Perché il ricco dovrebbe essere
intelligente? Gli basta il convincimento, nel fondo dell’anima,
nel segreto. Costruisce la sua fortuna con la certezza profon-
da,
Ora capisco perché uomini e donne capaci e industriosi,
muoiono poveri e sfiniti, dopo tanti stenti. Ognuno immagina
la propria vita e così la vive. Essi hanno sempre temuto: la
povertà, le malattie, l’inettitudine. La vita consente: dice
sempre «Sì, sì». Dà quel che ciascuno immagina. Nulla im-
magina meglio della paura. E’ l’onnipotenza all’inverso.
L’onnipotenza non è un segreto: è un metodo.

Ritrovo Maggie sola. È l’ultimo mattino: parto domani.


Ha guanti e fazzoletto, intenta a spolverare. M’accoglie fe-
stosa. V’è un grande incanto nei suoi occhi a mandorla. Al
solito si meraviglia del mazzo di fiori. Mi rannicchio in pol-
trona e la fisso mentre sfaccenda.
Come avrà trovato il metodo dell’onnipotenza questa don-
nina inglese, bionda, piccina, semplice, la voce sottile, gentile,
entronauta senza saperlo? L’avrà trovato curando la casa,
curando il capitano e il bulldog?
Glielo domando e mi risponde senza esitare:
- Nel Vangelo. Voi cattolici...

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- Maggie, non dirlo anche tu. Conosco il Vangelo,
letto e riletto.
- Allora ricorderai...
Cita, molto seria:
- Se uno dice a questa montagna: Gettati in mare e non
esita in cuor suo e ha certezza che quanto dice si compie, il
monte si getterà. Sono parole di Gesù, riferite da Marco. E
ancora: qualunque cosa domandate avendo certezza d’ottener-
la, l’otterrete. Matteo: se avete certezza quanto un granello di
senape, niente v’è impossibile. Luca: se avete certezza, pote-
te dire a questo gelso: sradicati e trapiantati in mare. Vi ob-
bedirà. Tutte parole di Gesù. Anche queste.
Canticchia, forse un inno della sua chiesa: ha la voce sot-
tile ben intonata:
- Non vi angustiate per il vostro vivere. Guardate gli uc-
celli dell’aria e i gigli del campo. Non mettetevi in pena per il
domani: il domani avrà cura di voi.
Corre ad un cassetto, ne trae la sua Bibbia, vorrebbe rega-
larmela, in ricordo.
Rifiuto:
- No, ho quella italiana, M’hai già regalato un Arcangelo.
- Non è un angelo?
- No, a me hai dato un Arcangelo. Comincio a parlargli.

Tornano il capitano e il bulldog. Uomo simpatico merite-


rebbe d’essere colonnello. Bel cane, vale il mio. Ciao Mag-
gie. Si alza sulla punta dei piedi e mi bacia la guancia. Cara
Maggie. In tre m’accompagnano al cancelletto. Li saluto an-
cora, prima di sprofondare nella metropolitana.

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Perché debbo sempre partire? Ove sto, lì vorrei radicar-
mi. Nel 1965 a Pondichéry, nel 1966 a Nuova York. V’è
sempre un vento che mi porta via. A Londra metterei radici
accanto a Maggie. La sua casetta di periferia m’è parsa la
dimora (deve pur esistere da qualche parte) ove, con l’amico
sicuro, ci aspetta sorridente la serenità.
Dove mi conduce il vento? Stanotte tornerò a Roma, desi-
derando Parigi. Mi sento triste e non dovrei, perché l’onnipo-
tenza è uno stato d’animo.
E’ sera, la nebbia è calata sul ponte di Waterloo, ove indu-
gio a guardare il Tamigi. Intorno tutto è indistinto, salvo la
luce dei fanali, flanella grigia. Sul fiume appaiono e dispaio-
no infaticabili battelli, insetti neri. In tanta bruma, mi sembra
d’essere solo. Rivolto all’Arcangelo, gli dico a voce alta:
- Dunque non vado a Roma: mi fermo a Parigi.
Voci in me gridano impossibile, impossibile. Rifiuto l’a-
scolto. All’albergo m’accoglie il capo spedizione, sorridente:
ha telefonato a Maggie e sa della nostra amicizia.
Mi dice, rammaricato:
- Il ritorno sarà un po’ più lungo. Vengono con noi cinque
giornalisti francesi. Dobbiamo far scalo a Parigi.
Stupefatto, dimentico di ringraziare l’Arcangelo.

Parigi di maggio, sulle tracce d’Yram, navigatore dell’ani-


ma. Mi manca la lettera dell’editore con l’indirizzo: è rimasta
a Roma. Telefonerò alla casa editrice appena recuperate le
valigie.
Parigi di maggio: cielo azzurro. A Londra, quando appare
un brano d’azzurro, la gente si sporge dall’autobus per guar-
darlo e se lo indica. Si rallegra, come ad Alessandria d’Egitto

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quando piove. E’ difficile a Orly trovare le valigie. Infine
scopro le mie, sole e abbandonate. Nessun facchino in giro.
Le afferro e m’avvio sotto il peso verso le cabine telefoniche,
lontane.
Parigi di maggio: bel sole. Alla casa editrice, la telefoni-
sta oggi è per il no. Un indirizzo? Di chi? Yram? Non è no-
stro autore. Quarant’anni fa? Esaurito. Il direttore? Parti-
to: torna il mese prossimo.
Parigi di maggio è bella, ma ai miei occhi il sole sta per-
dendo fulgore. Telefono a Denise, l’amica che m’ha trovato i
due volumi e promesso altre notizie su Yram. Vive fra i libri,
direttrice com’è d’una collana editoriale. Al suo ufficio ri-
sponde la segretaria, voce melata, anche lei per il no. Denise
non c’è. A Bordeaux. Non so quando torna. No, non ha la-
sciato niente. Come vi chiamate? No, niente. Volete venire
lo stesso? Venite.
Ci vado perché Denise potrebbe avermi scritto a Roma e
in ufficio troverei la copia. Trovo invece la segretaria bella e
stupida. La bellezza delle ragazze è una moneta che sull’altra
faccia ha spesso la stupidità. L’una è esattamente grande
quanto l’altra. Più guardo questa ragazza e più m’avvedo
che è splendida, accidenti. Il trucco, l’acconciatura, il vestito
sono di oggi, ma la sua bellezza è senza tempo: sarebbe pia-
ciuta ai nonni, piace a noi, piacerebbe al nipoti. Come impie-
gata è un’oca giuliva: benedetta Denise, come fai a tenerla?
Non sa, non è informata, non ricorda. Yram? Ha la voce
dolce, recita un po’, nel guardarmi batte le palpebre. Sa il
mio nome e indirizzo, Denise le detta le lettere, Roma bella
eh? Ci vuol andare. Non m’aiuta, eppure m’intenerisce: so
quanto la bellezza femminile, la grande bellezza, è pesante da
portare.

21
S’è convinta che intendo tradurre un libro, né riesco a dis-
suaderla. Meditabonda:
- Corpi e anime? Non è un romanzo famoso?
Poi, illuminandosi:
- Sì, abbiamo un dattiloscritto in lettura. Bicorpo o qual-
cosa di simile. Aspettate.
Lo trova in un cassetto e me lo porge. Diffido.
Autore: Arthur Leroy. Titolo. Bicorporeità dissociata.
Sessanta pagine dattiloscritte, qualche disegno, una busta pie-
na di fotografie. Il testo è di tipo scientifico eppure comincia,
con una citazione di Victor Hugo:
«Ciascuno è libero d’avanzare o no su questo promontorio
di sgomenti. Se stai fermo, resti nella vita comune, nella co-
scienza comune, nella comune virtù, nella fede ordinaria, nel-
l’ordinario dubbio: ed è bene. Se invece avanzi, sei preso. Se
insisti nell’afferrare l’inafferrabile, nel penetrare l’impenetra-
bile, nell’esplorare l’inesplorabile, ti lanci nella dimensione
infinita».
Il vecchio Hugo è pur sempre un leone. Continuo a sfo-
gliare e cado su questa frase: «V’è una corporeità fisica e una
corporeità aerosomatica: sono dissociabili». Leroy è dunque
figlio d’Yram?
Gli occhi Luminosi della ragazza mi fissano, battendo le
palpebre. La bacerei: ignara, mi ha dato un tesoro. Le pro-
metto i cioccolatini, povera bimba, con tanta bellezza da por-
tare.
Corro all’albergo, il dattiloscritto sotto il braccio. Grazie,
Arcangelo.

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A Parigi non ho mai trovato un albergo che valga quel che
costa. Qui manca una poltrona ove adagiare il corpo e darsi
alla lettura. Mi sdraio sul letto e comincio a leggere in fretta,
commentando.
Primo capitolo. Citazione di studi precedenti, autori, bi-
bliografie. Biometro di Baradouc (è del 1887: strapassato),
raggi N di Blondlot e Charpentier (nel 1903 se ne parlava
tanto, nel 1910 non se ne parlava più), le esperienze di De
Rochas e quelle di Hector Durville (attendibili e interessanti),
i volumi dell’altro Durville (Henri, spesso ciarlatano), di Lan-
celin (libro grosso e confuso), di Bozzano (minuzioso ma li-
mitato), di De Boni (eccellente), di Myers (un grande, un
classico). Bene e poi?
Secondo capitolo. Esperienze quinquennali di un gruppo
di studiosi parigini: cinque uomini e due donne. Scopo: pas-
saggio cosciente dalla corporeità fisica ad un’altra corporeità
che chiamano aerosomatica. Questo aerosoma può provocare
fosforescenze colorate passando davanti ad uno schermo di
solfuro di calcio. In particolari condizioni è fotografabile.
(Aerosoma? Un altro nome, l’ennesimo. Perché, intendiamo-
ci, di questa faccenda si parla da mille anni, da duemila, da
sempre. E i nomi sono stati tanti: cinesi, indiani, maya, gli
egizi lo chiamavano doppio, i greci psiche ossia farfalla per-
ché svolazzante, gli gnostici cristiani pneuma ossia aria per-
ché leggero, gli alchimisti medievali mercurio volatile, nel se-
colo scorso l’hanno battezzato corpo odico, astrale, eterico,
oggi questi parigini aerosoma).
Terzo capitolo. Gli sperimentatori: dai 30 ai 75 anni, tutti
in eccellente salute fisica e psichica tutti con un lavoro quoti-
diano: un elettronico, un tecnico di laser, un attuario, un inge-
gnere, una chimica, una direttrice di liceo e un medico, docen-
te universitario, il più anziano e direttore del gruppo. La loro

23
collaborazione è volontaria e gratuita. Nei cinque anni di la-
voro, uno ha dovuto rinunciare per segni d’insofferenza psi-
chica ed è stato sostituito. (Bisogna che li trovi, bisogna che
li conosca. Aspetterò il ritorno di Denise. Voglio guardare le
loro facce, ascoltare le loro voci. Sono gli entronauti che cer-
cavo. Ti prego, Arcangelo. Anzi: grazie, Arcangelo).
Quarto capitolo. Preparazione fisica e psichica dai 6 mesi
ai 2 anni. Respirazione e tecnica per introdursi lucidamente
nel sogno. L’inglese Dunnes (precognizioni) e il russo Kassa-
tkin (preannuncio malattie). Tecnica per l’interruzione del
pensiero nella veglia e successiva dissociazione volontaria e
cosciente. Identità delle 7 esperienze comparate. L’aerosoma
accanto al corpo fisico e lontano dal corpo fisico. Zone aero-
somatiche e loro aspetti. Oltre l’aerosoma: mensoma e iper-
soma.
Il dattiloscritto finisce qui. Chi sarà Arthur Leroy, l’auto-
re? Mai sentito nominare. Aspetterò il ritorno di Denise. Ri-
leggo la citazione di Victor Hugo, quasi un monito per me: sei
libero d’avanzare o fermarti su questo promontorio di sgo-
menti. Libero? No: non ritorno indietro. Conosco le comuni
virtù e i vizi abituali e non mi bastano più.

Denise al telefono: nessuno l’ha mai desiderata tanto.


Donna capace, ancora belloccia, indaffarata come un mini-
stro, in due minuti chiarisce tutto:
- Arthur Leroy non esiste: è un nome collettivo, il nome
dei sette. Sono i Leroy. No, non è un dattiloscritto da pub-
blicare. L’ho ottenuto in prestito, sapendo che venivi a Pari-
gi. È l’argomento d’Yram, no? D’Yram non ho saputo altro.
Vuoi conoscere il gruppo? Difficile, sono chiusi, sfuggono gli

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indiscreti. Sei un indiscreto, non negarlo. Fra tre anni stam-
peranno tutto, ora niente. Come aiutarti? Ve n’è uno che
m’ha chiesto di pubblicargli un libro nella nostra collana sto-
rica. Cercherò di ricattarlo. La mia segretaria ti saluta,
aspetta i cioccolatini, corruttore. Appena so qualcosa ti chia-
mo.
Parigi è la capitale del bighellone. Egli deve avere l’anima
inerte e la gamba alacre. Asceta vagabondo, rinuncia al cor-
don-bleu, s’accontenta del filoncino al prosciutto, accompa-
gnato dalla birra bionda. Poi subito via, fuori, fra la gente,
nei negozi, per le strade, ai mercati delle pulci, fino a sera.
Se gli torna fame, compra un cartoccio dal fruttaiolo e cam-
mina lento nel crepuscolo, sputando i semi.
Nel girandolare, ritrovo i luoghi degli scrittori amati. Jar-
din du Luxembourg ove forse veniva Maurice Magre. Dalle
sue pagine per la prima volta vidi Pondichéry. Giardino deli-
zioso ove passeggiano studenti polemici e professori distratti,
ove giocano i ragazzini affidati alle cure di fanciulle belle e
gravi, intente a leggere libri. Forse Magre sedeva su quella
panchina isolata, schivo com’era, non vecchio ma stanco,
componendo nella mente il suo libro delle certitudini. Ciascu-
no deve possedere le proprie ammirabili certezze.
Rue de Grenelle ove trovo l’ombra di Maurice Maeter-
linck, accompagnato dal bulldog, mentre si reca dall’editore
Fasquelle a consegnargli l’ultima sua opera, al solito piena
d’interrogativi, cui egli stesso non sapeva rispondere. L’im-
portante è porsi gli interrogativi.
Montmartre ove siedono i competenti di pugilato, La Vil-
lette patria del bulldog francese, rue Volta che al numero 3 ha
la più vecchia casa di Parigi, m’han detto abitata da Cartesio,
quello del funesto penso dunque sono, sbaglio che paghiamo
ancora, mentre è vero il contrario, sono dunque penso, come

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dimostra il dattiloscritto dei Leroy che, per le loro esperienze,
debbono interrompere il pensiero: non pensano eppure sono.
Denise telefona:
- Domani hai il primo incontro. È uno del gruppo, forse
non dei sette. Invitalo a pranzo.
Bene grazie. Mi preparo a prendere appunti.

Appunti della sera, dopo il primo incontro.


Un tipo distinto, lungo e stretto, molto pelato per i suoi
trentacinque anni, altezzoso: l’alterigia gli serve da riparo.
Esordisce, spiegando il tovagliolo:
- Non sono che il numero otto, in lista d’attesa. Vi dirò
sùbito che m’hanno mandato per esaminarvi. Aggiungerò che
sono ebreo, così non rischiate topiche. Ebreo e antisemita. E
voi?
Cerco di parlare dei Leroy, ma egli sfugge:
- Abitate a Roma. Ecumenismo, interessante. Non capi-
sco perché oggi i cristiani si occupano tanto della fame: do-
vrebbero interessarsi dell’inferno. Non vi pare? Morire di
fame è probabilmente il metodo migliore per andare in para-
diso. Pensate ai digiuni degli asceti. Allora perché combatte-
re la fame? Non l’hanno combattuta per tutti i medioevi.
Temo che i cristiani siano ormai materialisti. Un momento di
fame quaggiù e il paradiso eterno. Non v’è paragone. Invece
d’offrire cibo alla gente, bisognerebbe toglierlo. Non vi pare?
Nessuno si occupa dell’inferno. Ma ci pensate? All’inferno,
fra pene atroci, si trovano miliardi di uomini donne bambini
di tutti i tempi, da millenni e per sempre. E ogni giorno ce ne
vanno altri milioni, i nostri padri madri figli amici benefattori,
i nostri pensatori poeti artisti, i migliori di noi e quasi tutti

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quelli che non sono cristiani ossia la maggioranza. Vi rendete
conto che orrore universale? I cristiani dovrebbero mettersi
assieme, patriarchi arcivescovi archimandriti abati pope preti
pastori monaci suore, centinaia di milioni di fedeli, mettersi
insieme su tutto il globo, pregando giorno e notte nelle strade,
gemendo lacrimando implorando da Gesù che l’inferno sia
aperto e tutti liberati. Davanti a tanta impetrazione, Gesù
grazierebbe e ne darebbe un segno. L’inferno e non la fame,
capite? Temo che i cristiani siano ormai materialisti.
Vuole sbalordirmi e vi riesce. Vuole impedirmi di porgli
domande e vi riesce. Mangia poco, è vegetariano e analcoli-
co:
- Non per scelta, no. Sono un conoscitore di sciampagna
e di caviale. Ma da un anno sto in allenamento. Come ci
chiamate? Entronauti. I pugilatori devono mangiare bistec-
che, noi verdure. I nostri esperimenti v’interessano, nevvero?
Finalmente comincia a parlarne. Premette che non sa
niente d’esperienza propria. Egli segue il Principio di Amle-
to: tutto è possibile. Se è davvero possibile uscire dal corpo
ed essere coscienti nell’aerosoma, ogni cosa cambia, ogni va-
lore corrente, vita e morte. D’accordo? La maggiore rilut-
tanza all’idea dell’immortalità, ci viene dal non poter concepi-
re un’anima senza corpo. Bisogna parlare con quelli che han-
no avuto l’esperienza del distacco. Sorride, divenuto amiche-
vole:
So che debbo morire e sento che non posso morire, perciò
mi sono messo in quest’impresa. Forse la morte non è che la
vita, non intesa ancora.
Sulla soglia del ristorante si scusa:
- Ho ferito il vostro animo cristiano? Questa è un’epoca
in cui gli uomini giudicano i loro Dei.
Se ne va. Non ho saputo quasi niente. Mi ha esaminato.

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Appunti della sera, dopo il secondo incontro. M’hanno
promosso, credo.
Lo stesso pranzo, ma tutt’altro uomo. D’acchito m’è par-
so più vecchio del primo, a causa dei capelli grigi. Invece
non lo è. Più basso, più solido, uno sportivo. Non ha l’elo-
quenza dell’altro: riflette, cerca le parole giuste, tace. Siamo
entrambi intimiditi dall’argomento che ci interessa e che
appena sfioriamo. La confidenza non s’improvvisa. Per
Maggie sarebbe facile: il suo cuore sa benedire silenziosa-
mente tutti. La benedizione apre le porte interiori.
Il pranzo passa invano. Propongo di recarci al Jardin du
Luxembourg, sperando nel potere distensivo dei prati, dei fio-
ri, degli alberi. Mentre camminiamo, gli confido la mia ricer-
ca. Sam del nudismo, scienziati del monastero, Essy del
peyote, Maggie dell’onnipotenza, infine Denise provvidenzia-
le: cercando Yram m’ha portato ai Leroy, tramite una segreta-
ria bella e sciocca.
Ci sediamo. I suoi capelli grigi contrastano col volto fre-
sco e abbronzato. Comincia a parlare.
È un’esperienza vincolante e totale, come per l’atleta un
primato del mondo. Giorno e notte, anzi la notte più del gior-
no. Si deve aprire un varco alla nostra coscienza, prigioniera
com’è dei sensi corporei. Si comincia fra la veglia e il sonno,
quando la dissociazione è naturale. È un lavoro lungo, tecni-
co, tenace, A poco a poco il varco si apre e la coscienza passa
lucida e memore dalla veglia al sogno alla veglia. Poi si deve
aprire un altro varco, nel pensiero. Quando non siamo incar-
cerati nei sensi, lo siamo nel pensiero. Nel pensiero, l’uomo è
ruminante.

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Tace. Forse è stanco di parlare, forse gli è difficile. Ri-
cordo il discorso di Essy del peyote: «La mente diviene legge-
ra, i pensieri s’attenuano, ma non la coscienza: i pensieri se
ne vanno, gli ultimi escono lentamente, uccelli lontani che
passano nel cielo. Silenzio inaudito».
Ripeto, a voce alta:
- Silenzio inaudito.
Mi guarda sorpreso:
- Sì.
Tace. Lungo il viale passano gli studenti polemici, i pro-
fessori distratti, i ragazzini sorvegliati da fanciulle belle e
gravi, lettrici perseveranti. Tace. Raramente ci accorgiamo
che gli uccelli cantano. Mi guarda, sorride, riprende il filo.
Conquistato il sogno, varcato il pensiero, siamo pronti al
distacco in piena veglia. Il distacco ossia lo sgomento.
D’improvviso ti trovi in piedi nella stanza, fra gli oggetti abi-
tuali, con un grande senso di levità. Ti guardi intorno, il ta-
volo, la libreria, il divano. Sul divano... Chi è sul divano?
Un uomo... Addormentato? No... quello... sono io. Il mio
corpo. Un orrore ti prende, terribile e lacerante. Sono morto,
dunque sono morto. Madre, no. Madre, ho tante cose da
fare, hanno tanto bisogno di me. Ti soccorre il lungo, lavoro
preparatorio: non sei morto, sei dissociato. Infatti hai un se-
condo corpo, più piccolo, lieve, aerosoma, libero dalla gravi-
tà, mosso dal volere. Un corpo unito all’altro da una sorta di
legame luminoso, colorato e vibrante, quasi ombelicale. L’or-
rore lentamente t’abbandona, sostituito dall’avidità di cono-
scere. Osservi, controlli, paragoni. La realtà bicorporea
s’impone, evidente, inoppugnabile. Osservi, controlli, para-
goni e t’accorgi che i valori della tua vita stanno franando.
La vita non è quel che hai sempre creduto: è completamente
diversa.

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Lungo il viale passano altri studenti, altri professori, Gli
uccelli continuano a cantare. Nel salutarmi, conclude:
- Forse l’umanità futura dirà dei nostri tempi: quando si
credeva all’esistenza della morte.

Appunti della sera, dopo il terzo incontro, l’ultimo.


È un vecchio, è il capo, m’ha invitato a casa sua:
- Entronauti. Mi piace il vocabolo. L’avete inventato voi?
Un vecchio alto e magro, i capelli candidi. Dalla gola ag-
grinzita gli esce un pomo protuberante: mentre la bocca par-
la, il pomo sale e scende, autonomo. Sopra le guance incava-
te, gli occhi sono incredibili: celesti. Li figge nei miei e ne
sento la vibrazione mansueta, com’è mansueta la voce:
- Pubblicheremo tutto fra tre anni, credo. Vi prego, non
scrivete troppo di noi. È meglio restituirmi il dattiloscritto,
nevvero. Grazie, tante grazie. Entronauti. M’hanno parlato
dei vostri viaggi. Adesso andrete in Persia, in India e in
Estremo Oriente. Bene. M’hanno detto dei fisici in Califor-
nia e del peyote. Noi no, noi evitiamo qualsiasi sostanza sti-
molante, perfino il tabacco, il caffè, il vino, le proteine anima-
li. Noi esercitiamo la coscienza: da liquida com’è, la rendia-
mo solida.
È un vecchio a cui sùbito vuoi bene. Senti che ha cammi-
nato tanto, che ha visto tante cose, tante cose provato, tante
cose capito.
- Pubblicheremo tutto, forse. Amico mio, sembra mirabo-
lante: non lo è. Arrivare all’aerosoma è facile, per chi è sano,
equilibrato, preparato e guidato bene. Si deve soltanto dare
robustezza e continuità alla coscienza, ché non cada nell’abi-
tuale oblio del mattino dopo il sogno della notte, l’oblio di

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Lazzaro dopo la resurrezione. Ci sembra mirabolante solo
perché ci hanno ficcato in testa una vecchia menzogna: «Nes-
suno è mai tornato a dirci com’è». È vero il contrario. Da
sempre, innumerevoli uomini non hanno fatto che andare, tor-
nare e raccontare. Leggete i poemi, leggete la storia. Ulisse
inquieto, l’uomo è andato da per tutto: montagne oceani poli
equatori, sotto terra, sott’acqua, nei cieli, nel cosmo. E non si
sarebbe lasciato tentare da questa soglia? Ma allora non lo
conoscete.
Si alza, prende una bottiglia e mi offre una sorta d’elisir.
Vuoi bene a questo vecchio: lo senti fragile, effimero e prezio-
so.
- Forse non pubblicheremo. L’aerosoma è soltanto una
tappa. Dopo i primi stupori, diventa facile l’altalena volonta-
ria fra una dimensione e l’altra. Ulisse inquieto, non gli basta
più di rimirare il corpo sul divano. Scopre che l’aerosoma ha
un proprio spazio, percorribile. Scopre che oltre la seconda
dimensione ve n’è un’altra. Mensoma? Altre ancora. Iperso-
ma? Dov’è il vocabolario? Siamo oltre la mente, oltre il di-
cibile, ben più del vostri fisici in California. Bevete, bevete,
vi piacerà.
Si alza in tutta la sua magrezza e con le lunghe braccia in-
dica i volumi della libreria:
- Dov’è il vocabolario? Abbiamo tentato col vocabolario
scientifico. Avete visto il dattiloscritto. Ma è troppo limitato.
Per queste esperienze si sono usati altri linguaggi, più espres-
sivi: simbolici, poetici, magici, religiosi, alchemici. Forse
l’alchimia aveva raggiunto la massima capacità comunicati-
va. Noi, i Leroy, abbiamo un idioma povero: arriva all’aero-
soma e poi si ferma. E tutto il resto?
- Quale resto?

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Mi fissa coi suoi occhi celesti, non mansueti adesso: vigo-
rosi, penetranti, nel tentativo d’essere più eloquenti della pa-
rola:
- La ragazza amerinda, la ragazza del peyote: ha detto la
verità. Non tutta la nostra anima è incarnata. Ha detto la ve-
rità: l’universo è una sublime vibrazione di gioia. Il dolore?
Un’onda dissonante e breve.

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