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Elisabetta Ruffini

Lintellettuale e luomo di buona memoria. Lincontro-confronto tra Amry e Levi

I nostri ricordi di laggi coincidono abbastanza bene sul piano dei dettagli materiali, ma divergono su un particolare curioso: io, che ho sempre sostenuto di conservare di Auschwitz una memoria completa e indelebile, ho dimenticato la sua figura; lui afferma di ricordarsi di me anche se mi confondeva con Carlo Levi, a quel tempo gi noto in Francia come fuoriuscito e come pittore.1

Se il lettore si sofferma con attenzione su queste righe, potr avere limpressione di vedere Primo Levi conversare con Jean Amry. Gli sembrer di vederli reagire luno alle parole dellaltro attraverso lespressione del volto, con un gesto del capo o delle mani. A futura memoria del suo incontro-confronto con Amry, Levi consegna a noi lettori una fotografia. Una fotografia di parole, certo e tuttavia essa ci interpella proprio al modo in cui una fotografia riuscita cattura, senza esplicitarlo, un segreto del corpo immortalato. Vediamo due uomini, due sopravvissuti, parlare di quanto stato e, nello stesso tempo, nellimmagine dei loro corpi, ci pare possibile intravedere le loro rispettive abitudini mentali.2 Al di l del confronto che Levi intesse esplicitamente con Amry, c forse un nondetto, un implicito che a noi, lettori che veniamo dopo, suggerito di scoprire, scandagliando nelle parole che i due dissero o si dissero? E questo non-detto non invita forse a ritornare sul loro pensiero a partire dal corpo che ha vissuto quanto stato? dal corpo in quanto ai confini dello spirito3? Il nostro intervento si propone quindi di essere una lunga nota tesa ad animare quella fotografia di parole, per tentare di catturarne il segreto. Si tratter cos di raccontare un dialogo tra deportati, cercando di cogliere le piste di riflessione che in esso si incontrano e si scontrano, i sottintesi e le domande di cui noi, venuti dopo, siamo gli eredi.

Levi e Amry furono ad Auschwitz e, come tanti altri, si incrociarono senza conoscersi. Si conobbero dopo, attraverso i rispettivi libri, ma anche attraverso alcune lettere. Una lettrice tedesca di Se questo un uomo, una donna con una vocazione4 per gli incontri umani, Hety S., aveva infatti dato a Levi lindirizzo di Amry e ad Amry quello di Levi e i
1 P. Levi, I sommersi e i salvati, ora in P. Levi, Opere, Einaudi, Torino, 1997, p. 1093. 2 Idem, p. 1101 3 Titolo del primo capitolo di J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987. Come vedremo su questo capitolo si concentra lattenzione di Primo Levi. 4 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1146.

due ne fecero uso. Ritorniamo tuttavia ai libri, attraverso cui a noi dato continuare ad ascoltare Levi e Amry. Nel dicembre del 1978, quando si diffonde la notizia della morte di Jean Amry, Levi sulla terza pagina de La Stampa scrive Jean Amry, filosofo suicida:5 riassume la vita di Hans Mayer, alias Jean Amry, e si sofferma a considerare il tema della tortura, ripreso dal suo libro pi noto, Jensits von Schuld and Shne. Bewltigungsversuche eins berwaltigten.6 Nel 1986, sulla soglia de I sommersi e i salvati, Levi ricorda Amry, a cui poi consacra lintero VI capitolo dal titolo Lintellettuale ad Auschwitz che prende in considerazione il primo saggio di Jensits von Schuld and Shne. Questo saggio porta un doppio titolo: Intellettuale ad Auschwitz. Ai confini dello spirito e proprio di questo lavoro, il capitolo di Levi vuole essere un sunto, una parafrasi, una discussione e una critica. 7 Due precisazioni sono dobbligo a questo punto. Quando Levi scrive, il libro di Amry non ancora tradotto in italiano; lo sar solo nel 1987 con il titolo Intellettuale ad Auschwitz.8 Risulta cos evidente il richiamo a Levi e al confronto che egli instaur, con estrema prudenza, con Amry in I sommersi e i salvati.9 Nelle prime righe del VI capitolo de I sommersi e i salvati egli infatti appare persuaso della necessit e urgenza di quel confronto, ma altrettanto consapevole della sua intrinseca difficolt:
Scendere in campo con uno scomparso imbarazzante e poco leale, tanto pi quando lassente un amico potenziale ed un interlocutore privilegiato: per pu essere un passo obbligato.10

Proprio allinterno del saggio citato da Levi, Amry ricordava il chimico torinese come il mio compagno di baracca,11 unico compagno di baracca ricordato e chiamato per nome. Levi uneccezione nella scrittura di Amry che ricorda il campo, proprio perch, nel campo, egli apparve ad Amry come lesempio di uneccezione. Nel suo interrogarsi sul
5 Ora anche in P. Levi, Opere, Torino, Einaudi, 1997, vol. I, pp. 1248-1250. 6 J. Amry, Jensits von Schuld and Shne. Bewltigungsversuche eins berwaltigten , Szezesny Verlag, Mnchen, 1966, trad. it. J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987. La traduzione letterale del titolo in italiano: Al di l della colpa e dell'espiazione. Tentativo di superamento di un sopraffatto 7 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1093. 8 Ricordiamo che il libro di Amry tradotto dalla Bollati Boringhieri nel 1987 e precisiamo che conseguentemente alla sostituzione del titolo del libro viene anche modificato il titolo del primo saggio: non pi Intellettuale ad Auschwitz. Ai confini dello spirito, ma solo Ai confini dello spirito. 9 Notiamo che nella IV di copertina si legge una frase firmata Primo Levi un volume che da molti anni vorrei vedere tradotto in italiano. E la frase estratta giustamente dal VI capitolo de I sommersi e i salvati, pp. 10941095. Ricordiamo anche Cesare Segre che osserva: il titolo [] stato sostituito nella traduzione italiana di Bollati Boringhieri (1987) con quello precisamente del capitolo VI del libro di Levi (Intellettuale ad Auschwitz) cos da sottolineare il riferimento che vi fa Levi (in Ritorno alla critica, Torino, Einaudi, 2001, ora anche in P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 2005, Appendice critica, p. 203). 10 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1091. 11 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 32.

destino dellintellettuale ad Auschwitz, Amry nota che tra i detenuti chi, prima di entrare al campo, esercitava una professione dellingegno diventa nel campo un operaio non qualificato, costretto a fare la sua parte allaperto, e ci solitamente significava che il suo destino era segnato.12 Cerano per delle differenze: i chimici, per esempio, che venivano utilizzati nella loro professione, come il compagno Levi appunto. Nel VI capitolo de I sommersi e i salvati Levi non fa riferimento a questo ricordo, ma ci informa dellesistenza di una lettera, indirizzata a Hety S., in cui Amry lo definisce il perdonatore. Di fronte a questa definizione Levi sente il bisogno di precisarsi.13 Levi considerava Amry un interlocutore privilegiato. E un interlocutore privilegiato non forse quello capace di smascherare chi con lui si confronta? La fotografia di parole che Levi ci aveva consegnato a memoria del suo incontro-confronto con Amry comincia ad animarsi. Due uomini si parlano e ci colpisce delluno quellaria ansiosa, come di chi sente urgente il bisogno di prendere la parola per assicurarsi che la parola detta sia stata capita. Si tratta di interrogarsi su questaria ansiosa, su questo bisogno di precisare.

Levi osserva che come si vede dal primo titolo,14 il tema scelto da Amry circoscritto con precisione15 e quindi intende confrontarsi con lui a partire dalla domanda: Essere un intellettuale era ad Auschwitz un vantaggio o uno svantaggio?.16 Levi nota che Amry non stato soltanto un detenuto di Auschwitz: stato in varie prigioni naziste ed ha soggiornato anche a Buchenwald e a Bergen-Belsen. Tuttavia, le sue osservazioni, per buoni motivi, si limitano ad Auschwitz: i confini dello spirito, il nonimmaginabile, erano l.17 E da detenuto di Auschwitz che Amry svolge il suo pensiero, da detenuto di Auschwitz che Levi interagisce con Amry. E a partire dalla sua esperienza del campo che Levi risponde alla domanda enucleata dal saggio del compagno di baracca. Il VI capitolo de I sommersi e i salvati si presenta quindi come lo sviluppo di unosservazione contenuta nel III capitolo: ognuno di noi, sia oggettivamente, sia soggettivamente ha vissuto il Lager a suo modo.18 Il VI capitolo mette alla prova la legittimit di questa affermazione. Esaminata la definizione di intellettuale proposta da Amry, Levi considera in un
12 Ibidem. 13 Cfr. P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1098. 14 Quello che nella versione italiana funge da titolo del libro di Amry. 15 Cfr. Idem, p. 1094. 16 Ibidem. 17 Ibidem. 18 Idem, p. 1048.

primo tempo gli svantaggi dellessere un intellettuale ad Auschwitz, poi si interroga sugli eventuali vantaggi e quindi conclude sul tema della morte. Ad ogni passo riprende le riflessioni di Amry e le accompagna con il racconto della sua esperienza di detenuto ad Auschwitz. In questo modo Levi, leggendo Amry, sottopone il pensiero del compagno ad unoperazione di sfaccettatura. Il VI capitolo, di conseguenza, non soltanto un sunto del saggio di Amry: nellesperienza del detenuto Levi, il pensiero di Amry si sviluppa quasi che Levi gli sottoponesse un esempio supplementare da inglobare e da meditare. Il VI capitolo non neppure soltanto una critica: Levi non contesta il pensiero di Amry - sulle conclusioni di Amry, non si pu che concordare-19, ma lo precisa con la sua esperienza di detenuto. Facciamo qualche esempio. Prendiamo innanzitutto in considerazione la definizione di intellettuale che Amry propone in apertura del suo saggio e che Levi riporta per esteso allinterno del suo capitolo.
Certo non intendo qui alludere a chiunque eserciti una delle cosiddette professioni intellettuali: laver avuto un buon livello distruzione forse una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ognuno di noi conosce avvocati, medici, ingegneri, probabilmente anche filologi, che sono certamente intelligenti, magari anche eccellenti nel loro ramo, ma che non possono essere definiti intellettuali. Un intellettuale, come io vorrei fosse qui inteso un uomo che vive entro un sistema di riferimento che spirituale nel senso pi vasto. Il campo delle sue associazioni essenzialmente umanistico o filosofico. Ha una coscienza estetica ben sviluppata. Per tendenza e per attitudine, attirato dal pensiero astratto []. Se gli si parla di societ, non intende il termine nel senso mondano, ma in quello sociologico. Il fenomeno fisico che conduce a un corto circuito non lo interessa, ma la sa lunga su Neidhart von Reuenthal, poeta cortese del mondo contadino. 20

Levi considera questa definizione troppo restrittiva. La giudica pi che una definizione unautodescrizione e non esita a cogliervi unombra di ironia. 21 Tuttavia non intende proporre una definizione alternativa. Attraverso una lunga parentesi, propone al lettore di considerare il suo percorso di intellettuale:
intellettuale sar forse oggi, anche se il vocabolo mi d vago disagio; certamente non lo ero allora, per immaturit morale, per ignoranza ed estraniamento; se lo sono diventato poi, lo devo paradossalmente proprio allesperienza del Lager.22

Levi fa notare al lettore che il suo essere un intellettuale nel presente si radica, paradossalmente, nellesperienza passata del campo. In tante occasioni, ed anche in questo VI
19 Idem, p. 1095. 20 Cfr. Idem, p. 1094. Notiamo che la traduzione di Levi non coincide perfettamente con quella della traduzione italiana proposta da Enrico Ganni per Bollati Boringhieri nel 1987 (cfr. J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., il passaggio figura a p. 30). Noi abbiamo qui riportato per ovvie ragioni la traduzione di Levi. 21 Idem, p. 1094. 22 Ibidem.

capitolo, Levi non mancher di ricordare Lidia Rolfi:


non sembri cinico: per me, come per Lidia Rolfi e per molti altri superstiti fortunati, il Lager stata una Universit; ci ha insegnato a guardarci intorno e a misurare gli uomini.23

Esiste un paradosso nellesperienza dei detenuti che obbliga a ripensare alla definizione di Amry. Nel campo c il filosofo della Sorbona che ammutolisce di fronte al tentativo di Amry di avviare un dialogo intellettuale e in questo modo testimonia di rifiutare un gioco linguistico-intellettuale che in quel luogo non aveva pi alcun nesso sociale.24 Ma c anche un Levi o una Rolfi e come loro tanti altri, per i quali la definizione di Amry appare restrittiva proprio perch non prende in considerazione cosa delluomo luomo ha scoperto ad Auschwitz. Da detenuto, Levi sente cos il bisogno di estendere la definizione di Amry.
Proporrei di estendere il termine alla persona colta al di l del suo mestiere; la cui cultura viva, in quanto si sforza di rinnovarsi, accrescersi ed aggiornarsi; e che non prova indifferenza o fastidio davanti ad alcun ramo del sapere, anche se evidentemente non li pu coltivare tutti.25

Levi, in quanto detenuto di Auschwitz, ci lascia in eredit uno sforzo che impone di pensare alla cultura non per restaurarla dopo Auschwitz, ma perch essa si faccia carico del fatto che Auschwitz stato. Nella non-definizione di intellettuale proposta da Levi, egli non soltanto rifiuta il vieto dilemma delle due culture e si rivela gi pronto ai mutamenti delle posizioni umanistiche nel mondo odierno.26 Il detenuto Levi, considerando indispensabile alla definizione di intellettuale lo sforzo di aggiornarsi, ci suggerisce, anche e soprattutto, la necessit di pensare la cultura a partire da Auschwitz. Non si tratta di rifiutare la definizione di Amry, n la tradizione che la presuppone, ma di ripensare proprio quella tradizione, nei suoi diversi rami, a partire da ci che stato. Lo sforzo lasciatoci in eredit da Levi, lettore di Amry, si esplicita in una duplice domanda: possibile dare una definizione di intellettuale che renda conto di Auschwitz? possibile costruire, nel presente, una definizione di intellettuale attraverso cui non dimenticare che Auschwitz stato? Passiamo ad un altro esempio: la mutilazione del linguaggio. In Se questo un uomo Levi aveva osservato che se i Lager fossero durati pi a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa faticare lintera giornata nel vento, sotto zero, con solo indosso camicia, mutande, giacca e brache di tela e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene.27 Con questa frase, certo, Levi
23 Idem, p. 1102. 24 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 38. 25 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1095. 26 C. Segre, Un dissenso istruttivo: Primo Levi e Jean Amry, cit., p. 204. 27 P. Levi, Se questo un uomo, ora in P. Levi, Opere, cit, vol. I, pp. 119-120.

esprime la difficolt del testimone di raccontare il campo e farsi intendere dallinterlocutore che non lha vissuto. Nello stesso tempo per afferma anche, e con fermezza, che l dove si fa violenza alluomo, la si fa anche al linguaggio.28 Il IV capitolo de I sommersi e i salvati, dal titolo Comunicare, sostiene che il bisogno di parola per luomo un bisogno primario come quello di mangiare o di bere: Anche il cervello sottoalimentato soffre di una sua fame specifica. Di pi, in quel capitolo, Levi nota che nel campo laccettare leclissi della parola, era un sintomo infausto: segnava lapprossimarsi dell'indifferenza definitiva. Il confronto con Amry sulla questione della mutilazione del linguaggio diventa cos per Levi un modo per approfondire quel IV capitolo, per precisare quanto loffesa deliberatamente portata alluomo dai nazisti investa anche il linguaggio e in esso si espliciti. Su tale questione infatti lesperienza di Amry diversa da quella di Levi. Amry, osserva Levi, ha sofferto in modo diverso da noi alloglotti ridotti alla condizione di sordomuti: in un modo, se mi lecito, pi spirituale che materiale.29 Nel IV capitolo, Levi faceva notare infatti sapere il tedesco era la vita: bastava che mi guardassi intorno. I compagni italiani, cio quasi tutti salvo qualche triestino, stavano annegando uno ad uno nel mare tempestoso del non capire. 30 Tutti i lettori di Levi sanno del resto che, con il pane poich altra moneta non cera, egli compr da un compagno alsaziano un corso privato e accelerato [di tedesco] distribuito in brevi lezioni somministrato sottovoce, fra il momento del coprifuoco e quello in cui cedevamo al sonno.31 E sanno anche che Levi giudic che mai pane fu speso meglio.32 Con Amry la questione invece si pone diversamente. Amry era di lingua tedesca e perch era di lingua tedesca, perch era un filologo amante della sua lingua33 sostenne che nel campo esisteva il problema dellincomunicabilit.34 Da alloglotto, Levi osserva che il tedesco del Lager, scheletrito, urlato, costellato di oscenit e di imprecazioni, aveva soltanto una vaga parentela con il linguaggio preciso e austero dei miei testi di chimica, e col tedesco melodioso e raffinato delle poesie di Heine.35 Quel tedesco urlato era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo pi: con noi come con le vacche o i muli, non cera una differenza sostanziale tra lurlo e il pugno. 36 Mensch
28 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1066. 29 Idem, p. 1097. 30 Idem, p. 1065. 31 Idem, p. 1066. 32 Ibidem. 33 Idem, p. 1097. 34 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 34. 35 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1066. 36 Idem, p. 1061.

(essere umano) una parola che solo un Kapo novellino preso alla provvista, e ripreso prontamente dal suo superiore, pu utilizzare per indicare gli Hftlinge (i prigionieri), gli Stck (i pezzi destinati al campo). Per loro, mangiare si rende con fressen, verbo che in buon tedesco si applica soltanto agli animali. Per loro, mai si dice Morgen frh, domani mattina. Da filologo amante della sua lingua, Amry prova un disgusto fisico37 a parlare questo gergo barbarico.38 Il prigioniero abituato a un modo di esprimersi relativamente differenziato era costituzionalmente impedito a utilizzare spontaneamente il gergo del campo.39 Questo gergo diventa per lui una barriera, lo condanna alla solitudine. Quando luso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinch luomo sia uomo40 cade in disuso, la conoscenza della lingua non serve a farsi degli amici.41 Parlare diventa misurare il problema dellincomunicabilit in ogni istante in maniera reale, direi tormentosa.42 E interessante notare che, come Levi, anche Amry, nel suo saggio, riprende alcuni termini precisi in cui il lettore pu misurare la mutilazione del linguaggio; tuttavia c un esempio che permette di cogliere la diversit tra i due. Da alloglotto, Levi aveva osservato che il Kapo novellino proferendo la parola Mensch era caduto in una svista, come se in quel momento il Kapo, prigioniero anche lui, avesse considerato i pezzi non delle cose, ma degli uomini, dei suoi compagni. Per il filologo amante della lingua tedesca invece anche su quella parola si misura loffesa: solo al prezzo di un grande sforzo su stesso riusciva [] ad apostrofare esclusivamente con Mensch [tipo] il suo compagno di prigionia.43 Per lamante della lingua tedesca, non c pi nessun riparo: la lingua diventa la prova martellante delloffesa. Levi condensa in una frase la diversit che sulla questione della mutilazione del linguaggio coglie tra s ed Amry: luno era un deportato, laltro uno straniero in patria.44 Siamo peraltro persuasi che con questa frase Levi voglia richiamare lattenzione del lettore su un altro saggio di Amry contenuto in Intellettuale ad Auschwitz: Di quanta patria ha bisogno luomo?. In questo scritto, che riflette sulla condizione di colui che and in esilio perch costrettovi, la questione della lingua riemerge e circoscrive con precisione loffesa
37 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 34. 38 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1097. 39 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 34. 40 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1061. 41 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 34. 42 Ibidem. 43Ibidem. 44 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit. , p. 1097.

subita dallo straniero in patria.


La mia identit era legata a un nome sinceramente tedesco e al dialetto della mia regione. Il dialetto, tuttavia, non mi sono pi concesso di usarlo dal giorno in cui una disposizione ufficiale mi viet di indossare il costume tradizionale che, sin da piccolo avevo sempre portato. A quel punto aveva poco senso anche il nome che gli amici avevano sempre usato con uninflessione dialettale.45

Sar il caso allora di ricordare che Jean Amry il quasi anagramma di Hans Mayer. Ma non basta. Se Hans Mayer costretto a rinunciare alla lingua in cui tale nome radicandosi acquista un significato, il nome Jean Amry resta la traccia indelebile della mutilazione. Senza la lingua erano cancellati anche gli amici, con i quali avevo parlato il dialetto di casa. Solo loro? Ma no, tutto ci che aveva contribuito a formare la mia coscienza, dalla storia del mio paese che non era pi il mio sino ai paesaggi il cui ricordo reprimevo: tutto mi era diventato insopportabile.46 Nel linguaggio, dicevamo, non c riparo dalloffesa, anzi gli stessi meccanismi del linguaggio inchiodano alla condanna.
Ero un uomo che non poteva pi dire noi e che quindi solo per abitudine, ma senza avere la sensazione di possedere appieno s stesso, diceva io. Io non ero pi un Io e non vivevo pi in un Noi. Non avevo n passaporto n passato, non avevo n denaro n storia. Cera solo un albero genealogico composto da tristi figuri Senza terra, colpiti da anatema. Erano stati a posteriori privati del loro diritto alla patria e io dovevo portare le ombre con me in esilio.47

Nel nome Jean Amry resta la testimonianza della condanna che non si cancella.
Devo accettare lestraneit come elemento costitutivo della mia personalit, insistere su di essa come su una propriet inalienabile. Ancora, e ogni giorno di nuovo, mi trovo nella solitudine.48

Si pu quindi osservare che il confronto tra Levi e Amry sulla questione della mutilazione del linguaggio, da una parte, rimanda alla riflessione del IV capitolo de I sommersi e i salvati e la precisa, rendendo conto di unesperienza non vissuta in prima persona dallautore, dallaltra, solleva nel lettore almeno due domande. La prima si radica nella condanna alla solitudine denunciata da Amry: la mutilazione del linguaggio irreversibile? Di fronte al linguaggio, il sopravvissuto sarebbe condannato soltanto a mettere in luce le tracce delloffesa, vedendo in esso solo lo specchio di ci che stato? La seconda domanda invece concerne la questione della patria: di quanta patria ha bisogno luomo? Nel suo saggio, Amry sosteneva con estrema chiarezza: una nuova patria non esiste. La Heimat il paese dellinfanzia e della giovinezza. Chi lha smarrita,

45 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 86. 46 Ibidem. 47 Idem, p. 87. 48 Idem, p. 155.

resta spaesato.49 E Levi? Levi si qualificato un deportato in confronto ad Amry, che egli definiva uno straniero in patria.50 Con maggiore precisione, in un altro passaggio, Levi nota di non essere stato, a differenza di Amry condannato allesilio e alla perdita dellidentit nazionale.51 Anche Levi tuttavia era ebreo, aveva vissuto in un paese che dal 1938 aveva emanato le leggi per la difesa della razza, aveva subito lemarginazione, era finito in campo perch ebreo, bench, come Amry, arrestato come resistente. Pare che Levi provochi il lettore, spingendolo a domandarsi se lItalia fosse stata pi buona o se Levi fosse veramente, come diceva Amry, un perdonatore e stia qui assolvendo la sua patria. Ancora una volta Levi, confrontandosi con Amry, finisce per instillare nel lettore alcuni dubbi, un bisogno di chiarificazione, che solo la pazienza di leggere altri libri, di ascoltare altri testimoni potr in qualche modo soddisfare. Dagli esempi portati, possiamo osservare che nel VI capitolo ora la voce di Levi a precisare il pensiero di Amry, ora la voce di Amry a precisare il pensiero di Levi. Nel VI capitolo, Levi intesse un dialogo serrato con il compagno di baracca affinch il lettore possa sentire luno correggere laltro. Nel confronto tra i due sopravvissuti, la testimonianza di quanto stato si sfaccetta e si precisa; il discorso di ognuno dei due testimoni si trova cos smantellato da quello dellaltro. Il pensiero delluno fa da nota al pensiero dellaltro. Il VI capitolo de I sommersi e i salvati pi che un sunto, pi che una critica del saggio di Amry appare come il tentativo di una testimonianza fatta da due sopravvissuti simultaneamente, al fine di raccontare il pi precisamente possibile il campo. I due uniscono le loro esperienze, i loro ricordi, le loro considerazioni e il lettore ha come limpressione che bisognerebbe cucire insieme tutti quei racconti pezzo per pezzo. Niente sarebbe da trascurare,
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cos forse

potrebbe cominciare ad immaginare linimmaginabile. Dal confronto tra i due sopravvissuti, emerge infatti una nebulosa di domande a cui non viene data una risposta, ma che chiamano il lettore a interrogarsi su quanto stato. Si potrebbe concludere definendo la modalit con cui Levi affronta la lettura di Amry come uninfinita operazione di precisazione. E tuttavia va notato che questoperazione nasce, paradossalmente, da unimprecisione. Riprendiamo lintroduzione del VI capitolo de I sommersi e i salvati. Levi osserva che il tema del saggio di Amry circoscritto con precisione. Leggiamo direttamente Amry:
49 Idem, p. 93. 50 Cfr. P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1097. 51 Idem, p. 1099. 52 R. Antelme, La specie umana, Torino, Einaudi, 1997, pp. 338-339.

in questa sede non intendo parlare genericamente di Auschwitz, non intendo fornire un resoconto documentaristico e mi sono invece proposto di affrontare il tema del confronto tra Auschwitz e spirito. Non potr tuttavia evitare di parlare delle atrocit, di quegli avvenimenti al cospetto dei quali, come una volta disse Brecht, i cuori sono forti, ma deboli i nervi. Il mio tema Ai confini dello spirito; non ho colpa io se questi confini sono segnati proprio da sgradite atrocit.53

Se il tema del confronto chiaro, altrettanto chiaro risulta loggetto di studio: lintellettuale o come si sarebbe detto in passato [l] uomo dello spirito.54 Ritorniamo quindi alla domanda con cui Levi intendeva affrontare il confronto con Amry: essere un intellettuale ad Auschwitz era un vantaggio o uno svantaggio. A prima vista, potremmo pensare che Levi non faccia che riproporre, con parole proprie, lintento esplicitato da Amry, ma necessario registrare uno slittamento lieve, ma non secondario, che fa s che il tema circoscritto nel saggio di Amry venga ulteriormente circoscritto. Levi concentra la sua attenzione sull'intellettuale e si interroga sulla sua condizione ad Auschwitz; pare per dimenticare che per Amry la scelta dellintellettuale ad Auschwitz come oggetto di studio era funzionale alla volont di affrontare il tema del confronto tra Auschwitz e spirito. Si pu osservare che lattenzione scivola dal tema globale del saggio di Amry alloggetto di studio che serve ad Amry per svolgere quel tema. Lo slittamento, si diceva, lieve, ma produce un effetto ben preciso. Levi restringe il campo semantico della parola spirito a quello della parola cultura. A met del suo confronto con Amry, per tirare le fila di quanto analizzato e introdurre alle successive riflessioni, Levi appunto nota: Questi gli evidenti svantaggi della cultura ad Auschwitz. Ma non cerano proprio vantaggi?.55 Di fronte alloperazione di precisazione che Levi compie leggendo Amry, limprecisione commessa sorprende: lo slittamento dalla parola spirito alla parola cultura ci interroga. Levi si augurava di vedere presto tradotto il libro di Amry. In questo slittamento allora egli ha nascosto un messaggio o un invito per il lettore italiano? Ritorniamo al saggio di Amry: oggetto di studio lintellettuale, quindi anche Amry si interroga sulla funzione, sugli svantaggi e i vantaggi, che la cultura poteva svolgere ad Auschwitz : la cultura, il sostrato intellettuale nei momenti decisivi sono stati dausilio al prigioniero del campo? Lhanno aiutato a resistere?.56 La delimitazione del suo oggetto di studio pone tuttavia una questione che solleva nel lettore una domanda ben precisa. Se comunque evidente che la questione dellefficacia
53 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., pp. 29-30. 54 Idem, p. 30. 55 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1099. 56 J. Amry, Iintellettuale ad Auschwitz, cit., p. 34.

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dello spirito non pu essere posta quando il soggetto, alle soglie della morte per inedia e sfinimento, non solo despiritualizzato ma letteralmente disumanizzato,57 con dolorosa decisione, Amry esclude dal suo oggetto di studio il cosiddetto Muselmann: il prigioniero che aveva abbandonato ogni speranza ed era stato abbandonato dai compagni, non possedeva pi un ambito di consapevolezza in cui bene e male, nobilt e bassezza, spiritualit e non spiritualit potessero confrontarsi. Era un cadavere ambulante, un fascio di funzioni fisiche ormai in agonia. 58 Il tema del confronto tra Auschwitz e lo spirito rinvia al corpo come alla sua linea di confine. Ai confine dello spirito, la questione del corpo emerge come questione impossibile da evitare e costringe il lettore a domandarsi: il corpo ridotto a un fascio di funzioni fisiche ancora un uomo? senza spirito dov luomo? Levi a questo punto si dimostra un esegeta attento e nello stesso tempo scaltro. Lo slittamento dalla parola spirito alla parola cultura infatti non impedisce di leggere il saggio di Amry, ma non esplicita la questione che esso solleva ed elude la domanda che ne deriva. Levi suggerisce al lettore che per Auschwitz passano i confini dello spirito, osservando proprio che Amry concentra la sua attenzione sullesperienza di detenuto di Auschwitz perch i confini dello spirito, il non-immaginabile, erano l. Tuttavia lo slittamento dalla parola spirito alla parola cultura impedisce di porre chiaramente la questione del corpo. Non avrebbe infatti senso pensare al corpo come confine della cultura. In questo modo, Levi lascia sottintesa la domanda che deriva, in Amry, dalla delimitazione delloggetto di studio. Come se toccasse al lettore andare a ritrovarla nel saggio di Amry. Capiamo allora perch il lieve slittamento non secondario. Quando, ritornato dal campo, Levi raccontata la sua esperienza di detenuto ad Auschwitz, egli chiede al lettore di considerare se luomo ridotto a un fascio di funzioni fisiche un uomo. Nella poesia che apre Se questo un uomo e porta lo stesso titolo del libro infatti si legge:
considerate se questo un uomo / che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che muore per un s o per un no/ Considerate se questa una donna senza capelli e senza nome/ senza pi forza di ricordare/ vuoti gli occhi e freddo il grembo/ come una rana dinverno

Quando Levi legge Amry, attraverso lo slittamento dalla parola spirito alla parola cultura elude quella domanda che lo stesso titolo della sua testimonianza pone come ineludibile: Se questo un uomo.
57 Idem, p. 39. 58 Ibidem.

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Attraverso il lieve slittamento quindi, come colui che si trova smascherato dal suo stesso interlocutore, Levi forse si protegge dalla domanda a cui non sa o non vuole dare una risposta. Come un esegeta teso a non lasciar assopire la mente del suo destinatario, Levi ci spinge a interrogarci con lui sopra quella domanda. Questinvito ci si propone allora come una pista per tentare di cogliere il segreto di quella fotografia di parole che Levi ci consegna a futura memoria del suo incontro-confronto con Amry. Siamo cos indotti a spingere i due sopravvissuti a dialogare esplicitamente sulla questione del corpo in quanto confine dello spirito.

Levi presentando al pubblico italiano Amry ne rilegge la vita individuando il binomio su cui poggia tutto il suo pensiero. Non sar superfluo ricordare che Hans Mayer, alias Jean Amry, il filosofo suicida, nasce a Vienna nel 1912, da una famiglia prevalentemente ebraica, ma assimilata ed integrata nellimpero Austro-Ungarico, e si laurea alla facolt di Lettere e filosofia di Vienna.59 Amry ebreo non si considera;60 sono le leggi di Norimberga del 1935 a definirlo tale. Il suo sangue impuro quanto basta per farne un nemico del Germanesimo. Con lannessione dellAustria alla Germania nel 1938, il suo destino ad una svolta. Come ai molti ebrei tedeschi che avevano creduto nella cultura tedesca, anche ad Amry lidentit tedesca viene denegata ed obbligato a unidentit che non ha. Eppure, osserva Levi, per vivere occorre unidentit, ossia una dignit. E aggiunge:
Per lui i due concetti coincidono, chi perde luna perde anche laltra, muore spiritualmente: privo di difese, quindi esposto alla morte fisica.61

Proprio alla luce di questo binomio tra identit e dignit, capiamo la radicalit con cui il pensiero di Amry mobilita la sua vita di uomo: quelle sue pagine che si leggono con un dolore quasi fisico testimoniano di un naufragio protratto per decenni, fino alla sua conclusione tragica.62 Ora, Levi informa il lettore della presenza di questo binomio nel pensiero di Amry, ma, dandolo come dimostrato, non lo svolge. Ancora una volta, Levi sembra invitare il lettore a una lettura diretta di Amry. Il binomio identit dignit a cui Levi fa allusione si radica nel processo messo in atto dalle leggi di Norimberga e ci rimanda al saggio Obbligo e impossibilit di essere ebreo, in cui Amry descrive appunto la sua reazione alla lettura di queste leggi.
59 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1091. 60 Idem, p. 1092. 61 Ibidem. 62 P. Levi, Jean Amry, filosofo suicida, cit., p. 1249.

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Mi bast scorrerle per rendermi conto che riguardavano anche me. La societ che si riconosceva nello stato tedesco nazionalsocialista, che il mondo a sua volta accettava come legittimo rappresentante del popolo tedesco, mi aveva senza mezzi termini trasformato in ebreo.63

Tuttavia, Amry precisa che


dopo aver letto le leggi di Norimberga non ero pi ebreo di quanto non fossi stato mezzora prima. I tratti del mio volto non erano pi mediterraneo-semitici di prima, la mia sfera associativa non si era magicamente colmata di riferimenti ebraici, lalbero di Natale non si era per incanto trasformato in candelabro a sette bracci. Se la condanna pronunciata dalla societ nei miei confronti aveva un senso tangibile, questo era che da quel momento in poi avrei dovuto considerarmi in bala della morte.64

Per Amry quindi il binomio identit dignit da leggersi allinterno della societ. E la societ a confiscargli la sua identit tedesca, la societ ad attribuirgli quella ebraica. Da una parte, risulta chiaro che lidentit si rileva essere una funzione-finzione sociale che determina la vita dellindividuo nel seno della societ. Da quel momento in poi essere ebreo per me signific essere un morto in licenza, un morituro.65 Dallaltra parte, bisogna verificare in che modo per Amry lidentit coincida con la dignit. Nel saggio La tortura, Amry confessa di non sapere che cosa esattamente sia la dignit umana.66 Per questo ritiene necessario riformulare lopinione secondo cui con il primo colpo il detenuto perde la propria dignit umana. In un primo momento quindi scrive: sin dalla prima percossa il detenuto perde qualcosa che forse possiamo definire in via provvisoria la fiducia nel mondo.67 In un secondo momento, precisa:
Lelemento pi importante della fiducia nel mondo [] la certezza che laltro, sulla scorta di contratti sociali scritti e non, avr riguardo di me, pi precisamente che egli rispetter la mia sostanza fisica e quindi anche metafisica. I confini del mio corpo sono i confini del mio Io. La superficie cutanea mi protegge dal mondo: se devo aver fiducia, sulla pelle devo sentire solo ci che io voglio sentire.68

A fare da ponte tra il concetto di identit e quello di dignit c il diritto alla vita. Come il concetto di identit risulta essere una funzione-finzione della societ che determina il diritto alla vita di ogni individuo facentene parte, cos il concetto di dignit individua nella societ il garante unico della certezza nel diritto alla vita, propria di ogni individuo. Di conseguenza, la dignit pu essere concessa allindividuo solo dalla societ, 69 che cos facendo si prende cura della sua identit. Se lidentit attribuita allindividuo dalla societ coincide con un verdetto di morte, la dignit automaticamente negata allindividuo
63 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., 141. 64 Ibidem. 65 Idem, p. 142. 66 Idem, p. 65. 67 Idem, p. 66. 68 Ibidem. 69 Idem, p. 146.

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dal momento che la societ da garante del suo diritto alla vita ne diventa il boia. Nell essere privati della dignit si esprimeva la minaccia di morte.70 Amry esplicita, in poche righe, come il concetto di identit si trovi legato a quello di dignit passando attraverso il diritto alla vita:
Per anni lo avevamo letto e sentito quotidianamente: eravamo pigri, malvagi, brutti, capaci solo di misfatti, astuti solo nellimbrogliare il prossimo. Eravamo incapaci di creare uno stato, e tuttavia non adatti a integrarci nei popoli ospiti. Con la loro semplice presenza i nostri corpi pelosi, grassi e dalle gambe storte, lordavano le piscine, addirittura le panchine nei parchi. I nostri volti orrendi, alterati e corrotti dalle orecchie a sventola e dai nasi adunchi suscitavano ribrezzo nel prossimo, nel concittadino di ieri. Non eravamo degni di amore e dunque nemmeno di vivere. Toglierci noi stessi di mezzo era il nostro unico diritto, il nostro unico dovere.71

Sulla scorta di queste righe dobbiamo osservare che radicandosi nel diritto alla vita, il binomio identit dignit solleva precisamente la questione del corpo come confine sul quale si misura loffesa ricevuta. A questo proposito, lepisodio del Kapo Juszek significativo. Juszek per un inezia colpisce in volto Amry, che reagisce e ribatte il colpo:
Ribellandomi apertamente, a mia volta colpii al volto il Kapo Juszek: la mia dignit si era espressa nel pugno stampato sulla sua mascella, e il fatto che alla fine fui io, fisicamente molto pi debole a soccombere e a prenderle di santa ragione, non ebbe pi alcuna importanza. Percosso e dolorante, ero per soddisfatto di me stesso. Non tuttavia per il coraggio o lonore, ma solo perch avevo ben compreso che nella vita ci sono situazioni in cui il nostro corpo tutto il nostro Io e tutto il nostro destino.72

Amry nella condizione delluomo ridotto al solo corpo: Ero il mio corpo e nullaltro.73 Attraverso il proprio corpo ristabilisce lequilibrio tra lIo e lAltro. Il corpo ritorna cos ad essere il confine del proprio Io che attraverso quel corpo afferma la propria dignit. Il mio corpo, nel momento in cui si tendeva per sferrare il colpo era la mia dignit fisica e metafisica. Il suo corpo tutto il suo Io: Nel colpo io ero me stesso: lo ero per me e per lavversario. Con quel gesto del suo corpo, di fronte alla societ, Amry riconquista la sua dignit affermando la propria identit. La violenza fisica, in situazioni simili alla mia, lunico mezzo che consenta di ristabilire un equilibrio in una personalit che ha perso il suo centro. Lepisodio del Kapo Juszek ci obbliga quindi a chiederci in che cosa consista una personalit che ha perso il suo centro. Occorre ritornare al saggio La tortura74 e ripartire dall'affermazione che i confini
70 Idem, p. 142 71 Ibidem. 72 Idem, p. 148. 73 Ibidem, come per tutte le citazioni che seguono. 74 Bisogna innanzitutto precisare che Amry convinto che la tortura non fu un accidente ma lessenza del Terzo Reich. La convinzione profonda e rinviamo il lettore alle pagine in cui Amry intende giustificarla.

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del mio corpo sono i confini del mio Io. Attraverso lesperienza della tortura, Amry osserva che i confini del proprio Io possono venire violati, senza possibilit di riparo. Nella tortura la violazione del confine del mio Io da parte dellAltro non pu essere neutralizzata dalla speranza di soccorso, n corretta dalla possibilit di difendersi.75 Di conseguenza, la sopraffazione fisica da parte dellaltro diviene definitivamente una forma di annientamento dellesistenza. 76 In via provvisoria possiamo affermare che la perdita del centro della propria personalit coincide con lannientamento dellesistenza. Bisogna per chiedersi in che cosa consista questo annientamento dellesistenza. Amry osserva che nella tortura, il farsi carne delluomo diviene completo: fiaccato dalla violenza, privato di ogni speranza di soccorso, impossibilitato a difendersi, il torturato nel suo urlo di dolore solo corpo, nientaltro.77 Quando lIo non che corpo, lesistenza annientata. Ci ritroviamo ancora una volta ai confini dello spirito e a questo punto, la questione del corpo riemerge e si precisa. Attraverso un richiamo alla Montagna incantata di Thomas Mann, Amry afferma che lessere umano tanto pi corporeo quanto pi disperatamente questo suo corpo appartiene al dolore.78 Se il dolore lelevazione alla massima potenza della nostra corporeit, il corpo sarebbe quindi innanzitutto dolore.79 Ma c di pi: c la tortura, attraverso la quale lIo subisce lAltro come sovrano assoluto80 che violando i confini dellIo ne annienta lesistenza e lo trasforma in corpo. Lequazione corpo=dolore deve quindi essere sviluppata: corpo=dolore=morte.81 Il farsi corpo delluomo coincide per Amry con la morte spirituale: solo corpo e nientaltro luomo vive la propria morte.82
Il torturato non cesser mai pi di meravigliarsi che tutto ci che, a seconda delle inclinazioni, si pu definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la propria identit risulta anniento quando nelle articolazioni tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fragile, questa ovvia verit lha sempre saputa [] Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, trasformarlo cos, mentre ancora in vita, in una preda della morte.83 Ci limitiamo qui invece ad osservare che tale convezione legittima il nostro rinviare a questo saggio come a un supplemento del confronto tra Auschwitz e lo spirito. La tortura, che Amry sub a Breendonk dopo essere stato catturato dalla Gestapo nel luglio del 1943, contiene gi in nuce quello stato SS che egli avrebbe poi dovuto conoscere da detenuto di Auschwitz. 75 Idem, p. 73. 76 Idem, p. 67. 77 Idem, p. 73. 78 Ibidem. 79 Idem, p. 74. 80 Idem, p. 82. 81 Idem, p. 74. 82 Ibidem. 83 Idem, p. 82.

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Due osservazioni si impongono. Da una parte, a questo farsi corpo delluomo si pu solo rispondere assumendo completamente la propria corporeit e ribellandosi attraverso il proprio il corpo. E lepisodio del Kapo Juszek, in cui giustamente Levi individua lepisodio-chiave di quella che definisce la nuova morale di Amry.84 Questa morale consiste appunto nel Zurckschlagen, nel rendere il colpo. Ad Auschwitz, Amry, confrontato al farsi corpo delluomo, ha riappreso anche ci che io e i miei simili avevamo spesso dimenticato e che contava pi della capacit di resistenza morale: la capacit di ribattere il colpo.85 Dallaltra parte, si dimostra chiaramente che per Amry ai confini dello spirito c un corpo che non pi un uomo. Ad Auschwitz, il Muselmann ridotto a un fascio di funzioni fisiche86 un corpo, non un uomo. Ad Auschwitz, il corpo di ogni prigioniero rappresenta la [sua] miseria.87 La riduzione delluomo a corpo coincide per Amry con la morte spirituale. Luomo ridotto a un fascio di funzioni fisiche non pi un uomo, ma testimonia della distruzione delluomo. Solo ribellandosi attraverso il proprio corpo potrebbe riconquistare la propria dignit e quindi la proprio identit. Senza un moto o un gesto di ribellione, il corpo invece non che corpo preda inerme della morte. Si precisa quindi l'esclusione del Muselmann dalloggetto di studio del primo saggio di Intellettuale ad Auschwitz: il Muselmann non rientra nelloggetto di questo studio perch egli si trova al di l dei confini dello spirito, non pi uomo, ma corpo e nientaltro. Levi osserva proprio come Amry si sofferm[i] raramente sul volgo del Lager, e sul suo personaggio tipico, il mussulmano, luomo stremato, il cui intelletto moribondo88 e su questo punto segnala al lettore una distanza tra s ed Amry, suggerendo che la diversa visione del mondo avrebbe indotto i due a vivere, ma soprattutto a raccontare con un interesse diverso il Lager.89 Riprendiamo lepisodio del Kapo Juszek raccontato da Amry e osserviamo come Levi ne renda conto nel suo VI capitolo. Amry presentava lepisodio come atto di riconquista della dignit. 90 Ci raccontava che un giorno il Kapo Juszek per uninezia gli sferra un colpo, a cui lui, fisicamente molto pi debole, ribatte. Levi innanzitutto nota che
84 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1097. 85 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 148. 86 Idem, p. 39. 87 Idem, p. 148. 88 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., pp. 1102-1103. 89 Ibidem. 90 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 145.

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Amry lo racconta non senza divertimento e fierezza retrospettiva.91 Ora, se chiaro dove stia la fierezza, per capire dove stia il divertimento, dobbiamo considerare come Levi, e non Amry, racconta lepisodio.
Un gigantesco criminale polacco, per uninezia gli d un pugno sul viso; lui non per reazione animale, ma per ragionata rivolta contro il mondo stravolto dal Lager, rende il colpo meglio che pu.

Soltanto a questo punto Levi inserisce una citazione di Amry, che condensa la morale dellepisodio:
La mia dignit-dice- stava tutta in quel pugno diretto alla sua mascella, che poi sia stato io, fisicamente pi debole a soccombere sotto un pestaggio spietato non ebbe pi alcuna importanza. Dolorante per le botte ero soddisfatto di me stesso.

Levi non nomina il Kapo Juszek, ma lo descrive. E' la descrizione del corpo del Kapo che crea una situazione di contrasto tra Juszek e Amry. Attraverso questa descrizione, il fisicamente molto pi debole di Amry pu generare una situazione che nella comicit esprime la tragedia di quanto stato. La descrizione del corpo del Kapo non quindi casuale: essa suggerisce quella del corpo di Amry e permette a noi che veniamo dopo di immaginare quanto stato. E con la parola che viene dopo che Levi pare ribattere al colpo. Il faccia a faccia a cui Levi ci fa qui assistere ne richiama cos un altro, raccontato da un altro sopravvissuto, Robert Antelme. Siamo a Gandersheim: Jacques, un detenuto che gi cammina come un fantasma dossa di fronte a una SS e qualcuno potrebbe dire:
Guardatelo, voi avete ridotto questuomo giallastro e marcio a quello che deve assomigliare di pi a ci che voi pensate che egli debba essere naturalmente: un rifiuto, un relitto e ci siete riusciti. Ebbene noi vi diremo quello che dovrebbe annichilirvi se lorrore potesse ammazzare: voi gli avete dato la possibilit di diventare luomo pi completo, pi sicuro delle sue possibilit, della sue risorse, della sua coscienza e delle sue azioni, il pi forte. [] Volevate che rubasse non ha rubato. Volevate che leccasse il culo ai Kapos per poter mangiare, non lha fatto. Volevate che ridesse mentre un Meister allungava colpi a un compagno, non ha riso. Volevate soprattutto che portarlo a dubitare, a chiedersi se ci fosse una causa per cui valesse la pena di decomporsi cos, non ha mai dubitato. Voi gioite davanti a questo rottame che a stento si tiene in piedi davanti ai vostri occhi, ma siete voi i derubati, i marci fino alle midolla. Ai voi si mostrano solo i foruncoli, le piaghe, i crani grigi, la lebbra e voi non credete che alla lebbra. [] La vostra coscienza tranquilla. Avevamo ragione basta guardarli Voi siete stati ingannati come nessuno lo stato di pi e da noi che vi portiamo fino in fondo al vostro errore []. Non aspettiamo la liberazione dei corpi e nemmeno la loro resurrezione per avere ragione; adesso, che siamo vivi come dei rifiuti, che le nostre ragioni trionfano. [] Capitelo bene questo: voi avete fatto in modo che la ragione si trasformasse in coscienza. Avete rifatto lunit delluomo. Avete costruito la coscienza, la coscienza che non si flette. Non potete mai pi sperare condannandoci che noi si sia nello stesso tempo al posto vostro e nella nostra pelle. Nessuno qui potr mai diventare per se stesso la sua propria SS.92 91 Idem, p. 113. 92 R. Antelme, La specie umana, cit., pp. 106-107.

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Come Levi, con la parola che viene dopo, Antelme costruisce un faccia a faccia tra un detenuto e una SS, in cui la descrizione del corpo centrale per raccontare quanto stato. Anche Antelme sta quindi svolgendo la questione del corpo, ma per giungere a delle conclusioni completamente opposte a quelle di Amry. A partire dalla questione del corpo, il confronto tra Amry e Levi sollecita lintervento di Antelme come quello di un buon moderatore. La posizione chiara di Antelme nei confronti di Amry, ci permetter infatti di meditare su quanto Levi lascia implicito. Precisiamo subito che, a differenza di Levi e di Amry, Antelme non un detenuto di Auschwitz e non finito in campo perch ebreo, ma come politico. La differenza non irrilevante e lo stesso Antelme la sottolinea nella Prefazione alla sua testimonianza: Io parlo qui della mia esperienza. Non che lorrore fosse enorme. A Gandersheim non vi erano n forni crematoi n camere a gas. Lorrore era loscurit, la mancanza di riferimento, la solitudine, loppressione incessante, il lento annientamento.93 Occorre ricordare che Gandersheim piccolo Kommando dipendente da Buchenwald, e che proprio la sua dimensione ne fa un punto di vista privilegiato sul sistema concentrazionario.94 Lesperienza di detenuto di Antelme raccontata in un libro, il solo che egli abbia scritto, immediatamente al ritorno, dal titolo La specie umana. Sono andato a pisciare. la prima frase di questo libro. Gi da questo incipit si pu misurare la distanza che separa Antelme da Amry: non una gratuita provocazione, ma lanticipazione sintetica delle considerazioni che Antelme ricava dalla sua esperienza di deportato. Potremmo quasi dire che il senso del faccia a faccia tra la SS e Jacques gi tutto condensato nella scelta di questo incipit. Si tratta di osservare che, a differenza di Amry, il farsi corpo delluomo non implica per Antelme la morte spirituale. Pi si negati dalla SS come uomini pi si accrescono le possibilit di affermarsi come tali.95 Ridotti a non essere pi che tubi di zuppa, qualcosa che si riempie di acqua e piscia,96 i detenuti sono per Antelme la prova dellimpossibilit del progetto SS. Quando il corpo non si riduce che a un fascio di funzioni fisiche, le SS sono smascherate. Al pari di tutte le cose che le SS non possono contraddire,97 le funzioni fisiche, come il pisciare appunto, ma anche il dormire o il mangiare, segnano un limite al loro

93 Idem, p. 7. 94 Idem, p. 6: Il nostro Kommando, per la sua stessa dimensione, obbligava ad un contatto continuo e strettissimo detenuti e complesso direttivo delle SS. 95 Idem, p. 114. 96 Idem, p. 113. 97 Idem, p. 54.

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potere. Pisciare unevasione, osserva Antelme.98 Sulle funzioni organiche, come sulla margherita del campo,99 la SS non ha presa. E tutto il progetto SS ad essere smascherato dal corpo andato alla deriva, ridotto a non essere che un fascio di funzioni fisiche. Tu non devi esistere: una macchina enorme stata montata su questa derisoria volont di imbecilli []. Tu non devi esistere: ma non possono decidere al posto di colui che tra poco sar cenere che egli non sia!.100 Ai confini dello spirito, non ci sono ambiguit: arrivati al punto di assomigliare a tutto quello che si batte e muore se non mangia, ai detenuti che non sono ormai pi che corpo e nientaltro, risulta chiaro che
noi restiamo uomini, finiremo come uomini. La distanza che ci separa da un'altra specie intatta; non storica. E un sogno SS. [] Proprio perch siamo uomini come loro, le SS in definitiva saranno impotenti davanti a noi. Perch avranno tentato di mettere in questione l'unit di questa specie, finalmente saranno schiacciati. [] Noi non possiamo diventare n bestia, n animale. N noi possiamo, n le SS possono farci arrivare a questo punto. Ed nel momento in cui la maschera ha assunto l'aspetto pi odioso, quando sta per diventare la faccia che noi abbiamo, che la maschera cade.101

La SS pu uccidere luomo, non pu costringerlo a diventare qualcosa daltro. Ai confini dello spirito, il corpo distrutto di un uomo testimonia per luomo e delluomo. Ci si potrebbe qualche volta credere fuori dalla vita, in una specie di vacanza orribile. Eppure una vita, la nostra vita, non ne abbiamo nessunaltra da vivere. [] Qui si compiono e si interrompono realmente i singoli destini.102 Bisogna guardarsi quindi dal confondersi al modo SS e capire che il regno delluomo che agisce e si manifesta non pu estinguersi:
Le SS che ci confondono non riusciranno mai a fare che noi ci si confonda. Non possono impedirci di scegliere. [] Pi ci si trasforma, pi ci si allontana da laggi, pi la SS ci pensa ridotta a una indistinzione, a una irresponsabilit di cui noi mostriamo lapparenza incontestabile; pi la nostra comunit contiene di fatto delle distinzioni, pi queste diventano rigorose. Il prigioniero dei campi non ha affatto abolito le differenze. Le ha anzi realizzate concretamente. 103

A questo punto, risulta chiaro che sulla questione del corpo, le riflessioni di Amry e di Antelme divergono fino a giungere a considerazione opposte. Questa divergenza ne genera almeno altre due: la riflessione di Antelme lontana dalla morale del ribattere il colpo di Amry; la modalit di raccontare il campo di Antelme diversissima da quella di Amry.
98 Idem, p. 42. 99 Idem, p. 111. 100 Idem, p. 88. 101 Idem, pp. 256-257. 102 Idem, p. 103. 103 Idem, pp. 104-105.

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Da una parte, sulla scorta delle considerazioni sul corpo sviluppate da Antelme la necessit di ribattere il colpo affermata da Amry risulta priva di senso. E infatti il corpo alla deriva che smaschera il progetto SS. E in quel corpo alla deriva che luomo si afferma. Il titolo della testimonianza di Antelme resta il condensato della sua morale: La specie umana e resta una. La prova irrefutabile appare chiara proprio nel momento della pi forte distanza tra esseri, nel momento in cui il limite dellasservimento degli uni e il limite della potenza degli altri sembra doversi immobilizzare in un rapporto sovrannaturale.104 Proprio in quel momento appare chiaro che le SS sono degli uomini come noi.105 Da questa constatazione non discende unassoluzione delle SS; si afferma invece con forza che i campi appartengono a questo mondo e sono opera delluomo. Di conseguenza, le SS sono inchiodate alla loro colpa in quanto uomini.
Se tra le SS e noi [] noi non possiamo vedere nessuna differenza sostanziale n di fronte alla natura n di fronte alla morte, siamo costretti a dire che vi una sola specie umana. Che tutto ci che maschera nel mondo questa unit, tutti coloro che mettono gli esseri nella condizioni di sfruttati, dasserviti implicando con questo lesistenza di specie diverse, falso e folle; noi qui ne abbiamo una prova, la pi irrefutabile prova, visto che la pi miserabile vittima non pu fare altro che constatare che la potenza del boia nel compiere la sua funzione non che una delle tante possibilit umane, la possibilit di uccidere. Pu ammazzarlo un uomo, ma non cambiarlo in qualcosa daltro.106

Dallaltra parte, la modalit con cui Antelme racconta il Lager pu essere descritta invertendo lappunto che Levi faceva a proposito di Amry: lo sguardo di Antelme si sofferma con attenzione sul volgo del Lager. La specie umana pullula di personaggi. C Jacques, Gaston, Ren, c lEvangelista tedesco, Piedi Piatti, lAssassino, ma c anche il Kapo Felix, Ernest, Fritz e il toubib spagnolo. Potremmo continuare, ma quel che conta osservare lopera di differenziazione che Antelme compie attraverso la parola che viene dopo. Dai corpi alla deriva, che lo sguardo SS confonde, emergono singoli destini. In questo modo Antelme pone la questione del confine tra uomo e non-uomo allinterno di quella specie di cui ha dichiarato lunit. In altri termini, pone la questione da un punto di vista morale. Nel confronto con Amry, Antelme costringe quindi Levi a chiarirsi: il titolo La specie umana suona come unobbiezione a Intellettuale ad Auschwitz che rimanda a Levi e alla forma interrogativa scelta come titolo della sua testimonianza: Se questo un uomo. Affermando che luomo e resta sempre un uomo, Antelme obbietta ad Amry che ai confini dello spirito non c un corpo che non pi un uomo. Di fronte a Antelme che afferma che
104 Idem, p. 257. 105 Ibidem. 106 Idem, pp. 257-258.

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luomo e resta tale, a Levi si impongono tre domande. Con il titolo Se questo un uomo, con la scelta di questa forma interrogativa, Levi intende precisare laffermazione di Antelme? E cos facendo egli intende convergere sulle posizioni di Amry, che Antelme aveva finito per contestare? Quando il corpo va alla deriva, ai confini dello spirito per Levi c o non c un uomo? Occorre ripartire proprio da Se questo un uomo. Il 22 febbraio 1944, Levi parte per Auschwitz da Fossoli con 650 pezzi su un treno composto da dodici vagoni merci chiusi dallesterno e dentro uomini, donne, bambini, compressi senza piet.107 Arriva ad Auschwitz quattro giorni dopo, di notte. Sulla banchina avviene immediata la selezione e Levi inquadrato nel gruppo degli uomini validi: scomparvero cos in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli.[] Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolante in avanti e le braccia rigide []. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva.108 Al termine del capitolo Il viaggio, appaiono per la prima volta gli Hftlinge, i prigionieri di Auschwitz. Come lettori, in questincontro tra gli uomini discesi dal treno e i prigionieri cogliamo unanticipazione. Fin da questo momento sappiamo che Levi in quanto narratore ci racconter la metamorfosi: anche il narratore che qui, dicendo noi, non soltanto si mostra implicato in quanto personaggio nella storia che racconta, ma stringe il proprio destino a quello dei personaggi di cui racconta. Al di l del cancello su cui campeggia la scritta Arbeit macht frei,109 dopo essere stati spogliati e rasati, dopo la doccia, dopo aver ricevuto stracci per vestirsi e scarpacce a suola di legno, dopo urla di comando e attesa, quando la procedura di ingresso al campo finita, gli uomini validi della banchina sono visi lividi [] pupazzi miserabili e sordidi.110 Il narratore osserva eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera e aggiunge: Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.111 A questo punto, in quanto lettori, intuiamo la scommessa sottesa alla scrittura di Se questo un uomo e siamo rinviati al dialogo immaginario tra Levi, Antelme e Amry. Da un parte, la scrittura di Se questo un uomo ci appare come il tentativo di esprimere, con il linguaggio degli uomini liberi, la demolizione delluomo. I pupazzi miserabili e sordidi non
107 P. Levi, Se questo un uomo, cit., p. 11. 108 Idem, pp. 14-15. 109 Idem, p. 16. 110 Idem, p. 20. 111 Ibidem.

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sarebbero quindi che corpo e nientaltro, come diceva Amry. Daltra parte per non dimentichiamo che Se questo un uomo presentato da Levi come uno studio pacato sullanimo umano.112 Loggetto di studio rivendicato presupporrebbe necessariamente laffermazione che i pupazzi miserabili e sordidi sono e restano degli uomini, come diceva Antelme. Esiste forse una contraddizione irrisoluta e irrisolvibile in Levi? forse questa contraddizione che la scrittura intende assumere e consegnare in eredit al lettore come una domanda su cui meditare? forse in questa contraddizione che si cela il segreto della fotografia di parole consegnata da Levi a ricordo del suo incontro-confronto con Amry? Notiamo innanzitutto che per Levi luomo ad Auschwitz diventa un Hftling.
Hftling: ho imparato che io sono un Hftling. Il mio nome 174 517; siamo stati battezzati.113

Ma chi un Hftling? E un fantocci[o] rigid[o] fatt[o] solo di ossa114di fronte al quale le parole create e usate da uomini liberi che vivono, godendo e soffrendo, nelle loro case115 risultano inservibili. Poco significa dire che quel fantoccio aveva fame, perch noi siamo la fame, fame vivente.116 E un verm[e] vuoto di anima,117 la cui saggezza consiste nel non cercare di capire, non rappresentarsi il futuro, non tormentarsi sul come e sul quando sarebbe finito: non porre e non porsi domande.118 Ha il suo odore, scialbo e dolciastro119 e nel modo degli uomini liberi, per esempio alla Buna, nello studio del doktor Pannwitz, che un vero studio, lucido e ordinato ha come limpressione di sporcare con la sua semplice presenza: mi pare che lascerei una macchia dovunque dovessi toccare. 120 Ha unet indefinita: puoi sapere che ha trentanni, ma come a tutti gli altri gliene potresti dare da diciassette a cinquanta.121 Cos, confuso con gli altri Hftlinge, curvi e grigi nella piazza dellAppello, fa parte del gregge abbietto,122 incapace di immaginare un mondo e un tempo al di fuori di quello del Lager: Non pareva possibile che esistesse un mondo e un tempo, se non il nostro mondo di fango, e il nostro tempo sterile e stagnante [] per noi, ore, giorni e mesi si riversavano torpidi dal futuro al passato, sempre lenti, materia vile e superflua di cui cercavamo di disfarci al pi presto. Conchiuso il tempo in cui i giorni si inseguivano vivaci e preziosi e irreparabili, il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera
112 Idem, p. 5. 113 Idem, p. 21. 114 Idem, p. 24. 115 Idem, p. 119. 116 Idem, p. 69. 117 Idem, p. 64. 118 Idem, p. 112. 119 Idem, p. 138. 120 Idem, p. 101. 121 Idem, p. 59. 122 Idem, p. 145.

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invincibile. Per noi, la storia si era fermata.123 Se quindi possibile affermare che ai confini dello spirito per Levi c un Hftling, con Amry si potrebbe precisare che quel fantoccio fatto solo di ossa non che corpo e nientaltro. I personaggi di queste pagine non sono uomini si legge in Se questo un uomo.124 Se per Antelme il sogno delle SS viene smascherato proprio dal corpo alla deriva, per Levi quel corpo ne certifica la realizzazione: Distruggere luomo difficile, quasi quanto crearlo: non stata unimpresa agevole, non stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. 125 Tutti sappiamo che il nerbo del campo per Levi proprio il Muselmann, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, gi troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamare morte la loro morte.126 A questo punto, si sarebbe tentati di pensare che anche per Levi come per Amry ai confini dello spirito c solo un corpo e non pi un uomo, ma si sarebbe indotti in errore. Come Antelme, Levi fa emergere i singoli destini da quei corpi andati alla deriva. Di pi, egli suggerisce esplicitamente al lettore che le storie che stanno dietro ai fagotti, ai vermi vuoti danima, debbono restare sacre. Bisognerebbe raccontarle tutte, come quella di Resnyk e che Levi ha dimenticato,
una storia dolorosa crudele e commovente; ch tali sono tutte le nostre storie, centinaia di miglia di storie, tutte diverse e tutte piene di una tragica sorprendente necessit. Ce le raccontiamo la sera, e sono avvenute in Norvegia, in Italia, in Algeria, in Ucraina, e sono semplici e incomprensibili come le storie della Bibbia. Ma non sono anchesse storie di una nuova Bibbia?127

Il gregge abbietto, la massa indifferenziata e incolore, nella parola che la racconta, si differenzia. Come La specie umana, Se questo un uomo pullula di personaggi. C Alberto, 128 il mio migliore amico, italiano e ventiduenne, entrato in Lager a testa alta, vive in Lager illeso e incorrotto [] Lotta per la vita eppure amico di tutti. Sa chi bisogna corrompere, chi bisogna evitare, chi si pu impietosire, a chi si deve resistere. Eppure (e per questa sua virt oggi ancora la sua memoria mi cara e vicina) non diventato un tristo. Ho sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura delluomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte. C Kraus,129 che ungherese e non sa una parola di francese. E lungo, lungo, ha gli
123 Idem, p. 113. 124 Idem, p. 118. 125 Idem, p. 146. 126 Idem, p. 86. 127 Idem, p. 50. 128Per tutte le citazioni che seguono cfr. idem, p. 51. 129 Per tutte le citazioni che seguono cfr. idem, pp. 127-131.

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occhiali e una curiosa faccia piccola e storta; quando ride sembra un bambino, e ride spesso. Fin dentro il Lager si portato la sua sciocca onest di piccolo impiegato e ora lavora troppo e troppo vigorosamente, sbagliando i colpi e facendo innervosire i compagni. Kraus maldestro, non soltanto sul lavoro. Mentre si marcia, quando si scusa per lo sbaglio commesso sul lavoro con gli occhi delluomo Kraus, quando si lascia andare alla commozione ascoltando la voce di un compagno. Che buon ragazzo doveva essere Kraus da borghese: non vivr a lungo qui dentro, questo si vede al primo sguardo e si dimostra come un teorema. C Null Achtzehn, Zero Diciotto.130 E molto giovane, tuttavia tutto gli a tal segno indifferente che non si cura pi di evitare la fatica e le percosse e di cercare il cibo. Tutti lo chiamano con le ultime cifre del suo numero di matricola come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo degno di un nome e che Null Achtzehn non pi un uomo. Del resto, probabile che anche Null Achtzeh abbia dimenticato il suo nome. Non particolarmente indebolito, tuttavia tutti rifuggono dal lavorare con lui. Non possiede la rudimentale astuzia dei cavalli da traino che smettono di tirare un po prima di giungere allesaurimento. Null Achtzehn cede di schianto, senza dire una parola. Da come si comporta d limpressione di essere vuoto interiormente, nulla pi che un involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote. C Henri,131 anche lui ha ventidue anni, eminentemente civile e consapevole intelligentissimo, ha occhi neri e profondi, non ha ancora barba e si muove con languida eleganza. Dopo la morte del fratello, ha reciso ogni vincolo di affetti [] e lotta per vivere senza distrarsi. La sua industria personale costruita sulla piet che Henri consapevolmente suscita nel suo interlocutore. Non c anima cos indurita su cui Henri non riesca a fare breccia, se ci si mette seriamente. In Lager e anche in Buna, i suoi protettori sono numerosissimi. Parlare con Henri gradevole e anche utile. Accade anche a volte di sentirlo caldo e vicino, ma il momento dopo il suo sorriso triste si raggela in una smorfia che pare studiata allo specchio []. Da tutti i colloqui con Henri, anche i pi cordiali, sono sempre uscito con un leggero sapore di sconfitta; col sospetto confuso di essere stato anchio, in qualche modo inavvertito, non un uomo di fronte a lui, ma uno strumento nelle sue mani. Oggi so che Henri vivo. Darei molto per conoscere la sua vita di uomo libero, ma non desidero rivederlo.
130 Per tutte le citazioni che seguono cfr. idem, pp. 36-37. 131 Per tutte le citazioni che seguono cfr. idem, pp. 94-96.

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C Alex, un triangolo verde, tedesco e in campo non come ebreo o politico, ma come un criminale comune. Se in quanto Hftling ariano non privo di una carica,132 in quanto delinquente professionale il Kapo del Kommando Chimico.133 Non troppo robusto e di statura inferiore alla media, Alex parla uno sguaiato tedesco da caserma. E un Kapo come tutti gli altri Kapos,134 un prominente. Sui prominenti come lui c poco da aggiungere: che siano stati stolidi e bestiali naturale.135 Alex si dimostra un bestione violento e infido, corazzato di solida e compatta ignoranza e stupidit, eccezion fatta per il suo fiuto e la sua tecnica di aguzzino esperto e consumato [] fiero del suo sangue puro e del suo triangolo verde ostenta un altero disprezzo per i suoi chimici cenciosi e affamati. 136 Non soltanto urla e picchia come si rivolgesse a delle bestie, ma ai suoi occhi quegli uomini cenciosi non sono pi uomini. Senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso, per nettarla e sarebbe assai stupito, linnocente bruto Alex, se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Panniwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz.137 Potremmo continuare, ma questi esempi mostrano gi chiaramente che lHftling, luomo del campo non ha abolito le differenze. Le ha realizzate concretamente.138 Alberto, Kraus, Null Achtzehn, Henri e Alex sono tutti degli Hftlinge, ma ciascuno un uomo diverso. Il processo di demolizione di un uomo non livella le differenze tra gli uomini. Curvi e grigi nel piazzale dellAppello, gli Hftlinge formano s, agli occhi dei padroni, una massa informe, ma non sono tutti uguali. Laffermazione per cui la demolizione delluomo sarebbe stata condotta a termine nei fatti, nello svolgimento della narrazione, contraddetta. Nelle pagine che ci raccontano del campo, il lettore indotto ad osservare con precisione il volgo del Lager e a constatare che lHftling non soltanto un fantoccio fatto solo di ossa e nientaltro. Loperazione di differenziazione, che Levi compie attraverso la scrittura, implica ed esplicita quella abitudine che egli nel suo confronto con Amry afferma di avere contratto dal suo mestiere di chimico.139 Tale abitudine, definita a piacere umana o disumana, consiste precisamente nel
non rimanere mai indifferente ai personaggi che il caso mi porta davanti. Sono 132 Idem, p. 87. 133 Idem, p. 97. 134 Idem, p. 98. 135 Idem, p. 88. 136 Idem, p. 106. 137 Idem, pp. 103-104. 138 R. Antelme, La specie umana, cit., p. 105. 139 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1102.

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esseri umani, ma anche campioni, esemplari in busta chiusa, da riconoscere, analizzare e pesare.140

Gi in Se questo un uomo il lettore era invitato a considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale.141 Levi vive e poi racconta il Lager con la curiosit propria di quellatteggiamento naturalistico che gli viene dalla chimica.142 Nel suo confronto con Amry, Levi molto chiaro a questo proposito. Il campionario, che Auschwitz gli squaderna davanti, ha contribuito a mantenere viva una parte di lui nel campo e, in seguito, gli ha fornito materia per pensare e per costruire i libri.143 Se questo un uomo risulta essere uno studio pacato dellanimo umano proprio perch il narratore invita il lettore a considerare il campo con quella curiosit che Levi, nel suo confronto con Amry, rivendica come propria.
Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per et, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: quanto di pi rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dellanimale-uomo di fronte alla lotta per la vita. Noi non crediamo alla pi ovvia e facile deduzione: che luomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta, e che lo Hftling non sia dunque che luomo senza inibizioni. Noi pensiamo piuttosto che, quanto a questo, nullaltro si pu concludere, se non che di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio.144

La curiosit con cui Levi visse il campo lo porta a pesare la specie umana attraverso il racconto di quanto stato. Loperazione di differenziazione che la scrittura di Levi mette in atto permette di scrutare e osservare con precisione lHftling, luomo del Lager, luomo di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, luomo ai confini del mondo degli uomini che abitano le proprie case. A questo punto, la posizione che Levi assume nei confronti di Antelme ed Amry chiara. Lo spirito da etologo, per dirla con Belpoliti,145 con cui Levi, forse visse, sicuramente raccont il campo, lo porta a sfumare i confini della specie umana. Luomo anche animale. Ma sia chiaro che questo non significa accomunare vittime con assassini.146 Il fantoccio fatto solo di ossa testimonia la mala novella di quanto, ad Auschwitz, bastato animo alluomo di fare alluomo.147 Quel fantoccio non solo un corpo e nientaltro: fu una cosa
140 Ibidem. 141 P. Levi, Se questo un uomo, cit., p. 83. 142 P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1102. 143 Ibidem. 144 P. Levi, Se questo un uomo, cit., p. 83. 145 Cfr. M . Belpoliti, Primo Levi, Milano, Mondadori, 1998, la voce Etologia , pp. 75-76. 146 P. Levi, Deportati. Anniversario, in P. Levi, Opere, cit., p. 1115. 147 P. Levi, Se questo un uomo, cit., p. 49.

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agli occhi delluomo che per questo ora giudicato. Per questo, Levi non un perdonatore. In primo luogo si tratta di notare che Levi, come Antelme, prova il bisogno frenetico148 di raccontare: il bisogno di raccontare agli altri [] aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari.149 Come per Antelme poi, anche per Levi raccontare significa raccontare quanto stato, mettendo luomo alla prova dei campi. Tuttavia, se per Antelme raccontare quanto stato serve a meditare sulla specie umana e a farsi una precisa immagine della sua unit indivisibile,150 Levi chiede piuttosto ai lettori di considerare quanto stato e di meditare che questo stato.151 La demolizione di un uomo dimostra che i confini della specie umana non sono inviolabili: luomo non n resta sempre un uomo. Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perch nonumana lesperienza di chi ha vissuto giorni in cui luomo stato cosa agli occhi delluomo. 152 Si potrebbe osservare che, come per Antelme anche per Levi, la questione del confine tra uomo e non-uomo si traduce in termini morali.153 Tuttavia necessario precisare che se per Antelme tale linea di confine passa allinterno della specie umana, per Levi essa smaschera limpossibilit di segnare definitivamente i confini della specie. I nazisti e i fascisti hanno dimostrato per tutti i secoli a venire quali insospettate riserve di ferocia e di pazzia giacciano latenti nelluomo dopo millenni di vita civile, e questa opera demoniaca.154 In secondo luogo, risulta chiaro che i vermi vuoti danima proprio perch non-uomini smascherano luomo. Il farsi carne delluomo, proprio perch fa delluomo una preda inerme della morte, denuncia luomo, mette in guardia luomo dalluomo. Attraverso loperazione di differenziazione che si compie nella scrittura, in ogni Hftling emerge e si compie un singolo destino. Quando la demolizione di un uomo compiuta, tale operazione ridisegna il confine tra uomo e non-uomo attraverso la parola che viene dopo. Questa parola, esprimendo l'offesa, la demolizione di un uomo, costringe a guardare gli uomini a partire da quanto stato, a ripensare alluomo assumendo quanto stato. Loperazione di differenziazione messa in atto attraverso la scrittura non assolve, la parola che viene dopo non perdona, testimonia senza ambiguit. Certo di fronte allaccusa che un giudice extraterreno potrebbe formulare sulla scorta di questo testimoniare, tutti gli uomini in quanto appartenenti alla stessa famiglia
148 R. Antelme, La specie umana, cit., p. 5. 149 P. Levi, Se questo un uomo, cit., pp. 5-6. 150 R. Antelme, La specie umana, cit., pp. 7-8. 151 P. Levi, Se questo un uomo, cit., la poesia di apertura. 152 Idem, p. 168. 153 Cfr. A. Cavaglion, Introduzione, in R. Antelme, La specie umana, cit., pp. V-XIV. 154 P. Levi, Deportati. Anniversario, in P. Levi, Opere, cit., p. 1115.

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umana, tutti gli uomini in quanto specie umana non potrebbero non sentirsi responsabili. Tuttavia questo non allevia, anzi aggrava cento volte la colpa dei fascisti e dei nazisti.155 Tra uomini, la parola del testimone, la parola che viene dopo, costringe il presente a considerare il passato e ciascuno a fare i conti con il proprio passato. E proprio in quanto testimone che Levi sente il bisogno di prendere la parola per precisarsi di fronte ad Amry che lo definiva un perdonatore. Nel VI capitolo de I sommersi e i salvati Levi scrive: chiedo giustizia ma non sono capace personalmente di fare a pugni n di rendere il colpo. E il testimone a chiedere giustizia. E il testimone che alla morale del rendere il colpo sostituisce quella della parola che viene dopo. E questa consiste appunto nel chiedere allinterlocutore di farsi carico del passato e di diventare eco nel presente delle parole strappate al silenzio per raccontare il passato. Capiamo allora innanzitutto perch il confronto con Amry per Levi un passo obbligato proprio in quel testo che, dopo tanto tempo, ritorna esplicitamente a confrontarsi con il mondo del Lager ed elabora il concetto di zona grigia. Attraverso il confronto con Amry, il lettore infatti chiaramente indotto a considerare che la zona grigia il risultato delloperazione di differenziazione che il testimone mette in atto nella sua scrittura, non un processo di assoluzione.156 Capiamo poi perch Amry un interlocutore privilegiato. Attraverso il confronto con Amry il lettore indotto a considerare quanto per Levi farsi testimone significhi lasciare al lettore una domanda in eredit. Risulta chiaro infatti che, esprimendo la demolizione di un uomo attraverso il nostro linguaggio di uomini liberi, Levi non intende elaborare una teoria sistematica sulluomo, ma ci impone di interrogarci sul confine tra uomo e non-uomo. Per questo, fin da quel 1947, quando per la prima volta usciva Se questo un uomo, Levi esprimeva la speranza che il lettore capisse che le cose raccontate lo riguardano.157 Catturiamo infine il segreto di quella fotografia di parole consegnataci da Levi a futura memoria del suo incontro-confronto con Amry. Due uomini si parlano e capiamo che nellaria ansiosa delluno intento a precisare quanto si dice si nasconde luomo di buona memoria. E luomo che sa che la memoria uno strumento fallace e impone di ritornare senza sosta a precisare i ricordi dellesperienza passata.158 Sa che questa sua operazione di
155 Ibidem. 156 Per considerare i fraintendimenti sul concetto di zona grigia cfr. A. Cavaglion, Primo Levi era un centauro?, in Al di qua del bene del male, a cura di E. Mattioda, Franco Angeli, Milano, 2000, pp. 23-32 e il suo intervento senza titolo in Primo Levi. La civilt della memoria, I Quaderni di Orbassano, 1, Atti del convegno del 22 ottobre 1997, pp. 16-20. 157 Cfr. P. Levi LItalia che scrive, ottobre 1947, citata da M. Belpoliti nella Nota a Se questo un uomo in P. Levi, Opere, cit., p. 1385. 158 Cfr. anche lintervento di P. Levi dal titolo La memoria delloffesa al convegno organizzato dallAned a

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memoria naufragherebbe se solitaria,159 se non ci fosse un interlocutore che con lui si interroga su quel passato.160 Anche il confronto con luomo che gli sta di fronte quindi per lui indispensabile, anche se il dialogo impresa complessa. A differenza delluomo con cui si confronta, lambito delle sue associazioni infatti non essenzialmente umanistico e filosofico,161 ma lesperienza vissuta che la sua memoria conserva. Cucita nella stoffa della vita vissuta la sua saggezza quindi consiglio: meno la risposta a una domanda che la proposta relativa alla continuazione di una storia.162 Per questo luomo di buona memoria racconta e sembra non rispondere alle domande che laltro pone ad Auschwitz. E se luomo di buona memoria racconta perch il suo talento la sua vita; la sua dignit quella di saperla raccontare fino in fondo.163 Per questo non ribatte al colpo, lo racconta. Cos ci pare che Levi ammicchi dalla fotografia di parole che ci consegna. Cos in quella fotografia di parole abbiamo sentito la voce del narratore esperto nellarte di raccontare, di quel narratore che ci interpella come ascoltatori della storia di un incontroconfronto, affidandoci il compito di continuare a raccontarla poich le cose dette ci riguardano.

Torino il 28 e 29 ottobre 1983, oggi pubblicato in AA. VV. Primo Levi per lAned, lAned per Primo Levi, Milano, Franco Angeli, 1997. Da quellintervento nascer poi il primo capitolo de I sommersi e i salvati. 159 Cfr. P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., p. 1015. 160 Cfr. anche P. Levi Prefazione a A. Bravo e D. Jalla (a cura di), La vita offesa, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 9. 161 J. Amry, Intellettuale ad Auschwitz, cit., p. 30. 162 W. Benjamin, Il Narratore. Considerazioni sullopera di Nicola Leskov in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1962, p.250. 163 Idem, p. 273.

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