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Pietro Aretino Rime d'encomio Edizione di riferimento Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, Aquilecchia, Giovanni (a c.

di ), Romano, Angelo (a c. di), Salerno editrice, Roma, stampa 1992LAUDE DI CLEMENTE VII MAXIMUS OPTIMUS PONTIFEX COMPOSIZIONE DEL DIVINO POETA MESSER PIETRO ARETINO Or queste s che saran lodi: queste lodi chiare saranno, e sole e vere, a punto come il vero e come il sole. Ma crede forse alcun ch'io le maniere vogli exaltar d'accorte donne oneste, o il bel degli ochi, o 'l suon de le parole? Io dico de le laudi eterne e sole del terren nostro Idio, il qual doi volte pria se vest che vestissi il gran manto. Et 'l merito suo tale e cotanto ch'io mi credo che Pier fiate molte su in Ciel con voci sciolte dica, per ch'egli optimo costui, ch'in terra essendo vorrebb'esser lui. N miracol che Pietro dica in Cielo volere esser CLEMENTE essendo in terra, per c'ha la somma d'ogni sua vertute, e sa ch'egli fa sempre e mai non erra, e quel ch' sempre fu, et ha buon zelo. Sue opre un fine ha sempre conosciute, e per per la publica salute, e per salvar nostra religione, per tr nimici, e dar i amici a Dio eletto stato , ei ch' giusto e pio fra 'l numer degno dell'altre persone a regger tre Corone, doi chiavi, e un manto de s grave pondo, sotto del qual debil sostegno 'l mondo. Potere aprire e riserrar lassuso a gli omeri mortali s gran soma, ch'alzar non la pot sesto Adriano. Ma il tuo omnipotente impero, o Roma, e la cura di noi ch'egli ha quaggiuso, gli leggier carco ognor presso e lontano. Mentre il gran peso tien con l'una mano, spiegar pote con l'altra in l'Oriente l'alma insegna di Cristo valorosa: per ch'ei sa 'l tutto, e sol vede ogni cosa, e 'l cor legge in la fronte a ogni gente. N potea veramente, per far viver sua sposa in lieto onore, farsi Cristo un vicario oggi migliore. Bench' gran tempo che Dio ebbe impresso, e riserbato in la divina idea, per farlo redemptor del secol grave, n Italia minor medico or volea per le sue piaghe, n Pier volse adesso meno experto Nocchier per la sua nave. E vole Idio, poi ch'el suo titolo have, ch'oggi l'aspre ferite saldi a quella, e doman doni a questo un porto eterno, et ei che i d vedr nel gran governo

ch'avisti, un sol ciglio l'empia e fella turba del Ciel ribella frener sempre, e fia sempre stupendo angeo a i buoni, a i rei giusto e tremendo. E che sia 'l ver, che solamente il cenno gli basti a vincer l'onorate imprese, Alfonso il sa, tant'altri erranti il sanno; che subito ch'el ver fece palese il grado suo, allor mal grado il senno con freddo ardir gli dimostr il suo danno. Quel Luter che peggiora d'anno in anno se smarr, quel che Cesar puote e deve stirpar facendo alto servigio a Chiesa; e il Sultam, che dianzi 'l magno acquisto (al fratel di Ies s esilio greve), non prosume pi leve prender l'Europa, anzi disegna i modi per salvar se non pur Belgrado o Rodi. Ma chi sta in forse ch'el favor di sopra nel maximo Pastor tutto non piova, o ch'amico de Ddio non sia 'l pi grato, mille argomenti stanno al dubbio a prova. I quai non poter mai romper quell'opra per cui 'l divino al Ciel collegio alzato; quel che tante a Milan fatiche ha dato, gallico orrore, e i tre corsi a gran fretta, e quel ch'usc del giusto carcer tetro, ch'egli non fusse successor di Pietro, n de i vent'un la congiurata setta, non poter far ch'eletta era sua altezza alla terrestre cura, deDdio fameliare e creatura. Dunque credesi pur, poi ch'egli tale, ch'egli abbia a partorir qualch'util fine, ch'empir di stupor pi d'una etade. Ma se le grazie sue nuove e divine, e l'ata dal Ciel dote immortale, quel saper, quel veder, quella bontade, tanta severit, tanta pietade, e le vertuti a 'l gentil sangue unite, se la relegion, l'intera fede, omai non han locata la sua sede im Babilonia, vostre voglie ardite, crudelmente infinite, Carlo e Francesco, il fan tardar fra noi; e causatel voi Signor: voi, voi. Deh Principe Catolico, ponete, deh Signor Cristianissimo, gi l'ire, e seguite il desio del comun Padre, che mi par gi veder Cristo gioire de i trofei che dell'Asia gli darete, e 'l turco sangue ber l'antica madre. Gi veggio triomfar fra mille squadre Federico Gonzaga, e a lui Fiorenza e la Chiesa sacrar la statua e l'arco; gli scorgo apresso il Rangon Guido, carco di senno e di valor, n mai fu senza, e in lui la conoscenza d'ogni cosa, e ancor di Vitel dico, fervente servo al Signor nostro antico.

E gi 'l Signor Giovanni veder parmi, con la mortale e inmortal spada invitta, statua nell'infedeli ossa intagliarsi. E veggio ognuno eterno il nome farsi, veggio l'Unico e 'l Molza averni scritta ( Vinta la Grecia aflitta ), altro ch'una Canzone, e 'l Iovio istoria: e 'l Mondo farne un tempio alla memoria. ESORTAZIONE DE LA PACE TRA L'IMPERADORE E IL RE DI FRANCIA. CANZONE O Re, o Imperador, temete e amate il Padre universal, perch' Dio in terra per giovar tanto a Dio quanto ch'a noi, e lo sdegno che gli animi ci afferra per consiglio di lui umiliate, che del par veramente ama ambi doi; principi invitti, non vedete voi con qual fervido amor, con quale affetto il comun vostro ben cerca Clemente? Egli e Cristo vorria che a l'Oriente oferiste concordi il ferro e 'l petto, che fora altro suggetto ch'adesso e sempre star con l'armi in mano, acquistando e perdendo ognor Milano. Domar de 'l Turco ogni expugnabil parte pi gloria vi saria, vita pi eterna che l'Italia tener sempre im paura. Superbissima e iniqua turba externa, Italia nostra, e a noi la diede im parte quando compart 'l mondo la natura; e che sia 'l ver ponetici voi cura, e vedrete che l'Alpi divis'hanno da le vostre le nostre alme contrade; poi v' gran biasmo insanguinar le spade di voi medesmi, e poco onor vi danno tutti gli uomini che sanno che titol sacro e santo al nome avete, e la relegion sua gli ofendete. Ma se volete che l'immortal Chiesa Cristianissimo l'uno, e l'altro chiami Catolico, ponete a l'ire il freno, n di voi stessi a l'odio l'empie fami saziate, e nel valor de l'aspra impresa torni il vostro furor di senno pieno, et obedite il vero Dio terreno, il qual vi prega, vi comanda e sforza ch'oserviate a la f debita fede. E se dal voler suo torcete il piede forse a mal grado de la viva scorza quant' la diva forza conoscerete (e dicolo a buon zelo), perch pu 'l tutto il vece re del Cielo. Tu 'l sai Francesco se p Iulio o vale, e tu Cesare il sai, che ad ambi ha mostro quanto che noce e giova il suo favore. Dunque devresti or ch'egli 'l Signor nostro porvi nelle man sue, che dentro tale

qual la bontade sua lo mostra fore, e mai non fu, n sar mai Pastore che sappi e possa tanto, e sempre vle quel ch'a Dio piace, e quel che pi conviensi. Per, Signori, i pensier vostri intensi locate in lui con celebri parole: ch'anco il fattor del Sole per ch'atto il vide a reggere ogni pondo, su le spalle gli pose il Cielo e 'l Mondo. Non tardar, Francia, e quel somm'uom risolve mandato a te dal vicario diDdio per maggior gloria di tua magna altezza. Carlo usa un tratto come Cesar pio, e 'l degno nunzio di Clemente assolve de la grazia, ch'al par del grado aprezza; n'aspetti vostra indomita alterezza che 'l Pontifice a vostro danno s'armi, n che l'ira del Ciel vi piova sopra: che d'una tanta e mal cominciat'opra vi pentirete; e gi discerner parmi l'eclesiastiche armi voltarsi a voi e di voi fare acquisto: ch' sempre la vittoria dov' Cristo. N credete ch'un spirito s chiaro, uno a cui diede l'optima Fortuna tanto ch'impover tutte le stelle, cerchi in voi pace per viltate alcuna, n perch gli abbia un pi che l'altro caro, ma 'l fa perch la Fama ne favelle, e ch'ella dica in queste parti e 'n quelle: Per util di Ies, Clemente im pace pose il Re de' Romani e 'l Re de Francia ; che s'ei pareggiass'or vostra bilancia (che non poterlo far s gli dispiace), come Pastor verace prenderia l'arme: e nel triumfo doma ne menerebbe Babilonia a Roma. Ma fate pur, magnianime Corone, poco servigio a Dio, ch'abbiam pi volte visto di voi un miserando fine, e non eran per le forze molte de i successori a Pier, n in sua magione genti in consigli com'or pellegrine; forse che 'l Ciel le grazie sue divine ha sparse in un plebeo o in uom che tremi o per romor di trombe o suon di squille? Scorgonsi in la sua fronte a mille a mille e trofei, e triumfi, e onori extremi: et ha racolti insiemi, nel mirabil sembiante almo e severo, armi, relegion, la fede e 'l vero. Per CANZON, s'a i pi di quello arrivi, che per far lieti altrui turba se stesso, di' che sgombri dal cor tutta la noia, per ch'ei porr (a tosto) il mondo in gioia, e per bisogno Iddio ce l'ha concesso: perch s'utile expresso non vedea in lui sotto l'inmortal manto, Pastor non era mai d'un gregge tanto.

CANZONE DI MESSER PIETRO ARETINO IN LAUDE DEL DATARIO N pi n meno possibil che sia d'Iddio l'onor, n per biasmo o per lode di lingua n di stil cresce n scema. E per Dio la laude pi disia della sua madre, e volentier pi l'ode che l'infinita sua laude suprema. Cos 'l Vicario suo, di cui estrema la gloria e tanto chiara in ogni parte, che maggior n minor far non si puote, pi tosto vuol che le virt sien note della sua creatura, ch'in le carte veder sue laude sparte. Dunque io dir del nome suo gradito, bench cerco por fine allo 'nfinito e vo' l'inmenso misurar, che tanto di lui s' inamorata la Fortuna, ch'ottima fatta nella sua bontade, e tutto quel che d'ora in ora aduna porge a' suoi merti, e pi non vuole 'l vanto d'alzare i rei per sue beate strade, s che se alcun vile 'n questa etade, che per miracol suo speri esaltarsi, veramente lasciar pu la speranza; per che in lui ell'ha cangiata usanza, e comincia de i buoni a dilettarsi, e non p pi mutarsi, n dar gran cose come gi facea: perch ella ha dato a lui quant'ella avea. M'a egli hanno pi di lei dato le stelle, e pi di loro il cielo e la natura, n giammai di lass tanto ben venne, n'arrich mai quaggi simil ventura uom d'ossa e carne, e tante cose belle la terra non mai pi dal cielo ottenne. Ma se Fortuna e 'l Ciel nulla si tenne (ch'avarissimi son) per dargli assai, che deve fare Iddio ch' largo sempre? Dio gli di la bont con ferme tempre s volentier come la desse mai; et ei, che ne' bei rai di tal bont vede sua vita accensa, a s gran cortesia grato esser pensa. Et gran cosa ch'ei pensi ch'aDdio debitor, perch'un felice sle sempre esser ebrio del favor di sopra, n gli uomini n Dio conoscer vle, anzi a chi 'l fece tal, paga 'l gran fio d'ambizione e d'ingratissim'opra; ma ei che ha senno e sorte, ogni ora adopra la sorte e 'l senno in cosa che procacci vita all'anima eterna et alla fama. Questo giovin perfetto altro non brama che questa e quella maestade facci vera pace, e discacci dal cor l'orgoglio e l'odio empio et atroce, onde triemi il Sultam pur della voce. Se mostr senno, e sudor molto ha sparso, il bel spirto divin per porre in pace gli 'nvitti Regi, il san Francesco e Carlo;

e s'a Clemente e Dio quest'opra piace, vedelo ognun, che alluno e l'altro parso pi che tutti gli altri uomini esaltarlo, n verr mai chi possa celebrarlo, tant' el merito suo; e s'io 'l ver dico ne chiamo in testimonio ogni Virtute: le quali erono a tale omai venute, ch'andavan sospirando 'l tempo antico, et ei, lor vero amico, gli ha dato albergo, e vuol ch'ogni Idioma delle fatiche sue triomfi a Roma. Ver ch'ei chiede in premio a ogni inchiostro, non che facci di lui perpetua istoria, ma in servigio diDdio l'armi sue prenda, e che gli occida insino alla memoria di Luter, falso e scelerato mostro, che le fiamme di lui faranno emenda; e premegli s 'l cor ch'oggi s'intenda ch'uno eretico errante a te, pio Cristo, gli ordini rompa delle leggi tue, ch'altro non pensan le vertuti sue che di trti un nimico cos tristo: ben ch'egli ha fatto acquisto di s vil turba, che per lei si vede tolta ogni machia della nostra fede. Forse che 'l suo sincero cor tormenta pensiero di salir quel grado raro, dove 'l cielo el suo merto destina; forse che l'et giovane gli aventa un desiderio a voler nome chiaro per altra via che per bont divina, l'alta et umil persona pellegrina vorria due cose: a Luter porre 'l freno e 'n dui cori scemar l'ira mortale; e solo il suo valor che lo fa tale, e la propria virt di ch'egli pieno: n potea Dio terreno ritrovar mai fra l'universa gente miglior Datario et ei miglior Clemente. CANZON, ch'hai d'un tant'uom parlato meco non come si convien, ch'a tal suggetto non aggiungeria mai penna d'ingegno , tu sai con quanta divozion m'ingegno di lodar lui di vera laude obbietto, ma e' vince ogn'intelletto: pur mostrati se puoi dentro e di fore, che t'aiuter 'l mondo a fargli onore. CANZONA ALLA VERGINE MADRE ALLA ILLUSTRE E MOLTO REVERENDA SIGNORA SUOR PAULA FELICE TORELLA CARMELITANA. Essendo io qui in Vineggia co 'l mio carissimo e onorando Padre Pallavicino, ebb i da un gentiluomo questa canzona composta gi dodeci anni dal signor Pietro Areti no; qual, per esser al debol mio giudicio bellissima, vi mando sapendo voi esser della santissima Vergine divotissima, promettendoli mandare fra qualchi mesi li Triomfi del Redemtor del Mondo Ies Cristo, quale esso gentilissimo Aretino ha pr omesso di comporre al prefato mio reverendo Pallavicino. E son certo lo far, perc h altro pi non brama che di volgere il suo bellissimo ingegno e le soe alte e dolc

i rime al Cielo. Vostro menor fratello in Cristo, fra Filippo da le Tovaglie bolognese carmelitano. ALLA VERGINE Vergine doppo 'l gentil parto e sempre, qual saldo vetro ov'entra et esce il sole, e intero si riman dentro e di fuore, ti lodar con semplici parole ch'Amor mi detta, e sparse in dolci tempre d'umile, casto e ben gradito ardore. O chiaro speglio de l'eterno Amore dov'ogni ben appare, v'appaga il gioco d'ineffabil dolcezza, Angeli et alme; bench'io il preggio tu sia de le cose alme, al desio ch'arde in s fervente fuoco nel favor tuo d luoco: e qual io sia a' tuoi divoti sproni f che tu sei per la mia lingua suoni. Vergine sola e nanzi 'l mondo impressa e serbata ne l'alta idea divina sin ch'in te lampeggi nostra salute, nella toa forma umana e pellegrina volse riffar Iddio soa forma istessa, perch toe grazie fosser conosciute; e inamorossi s de toa Virtute, ch'egli, che sempre fu con umil zelo, mostrass'in te visibil e mortale, che la parola increata e immortale ch'il felice Angel ti recc dal Cielo, s'unio co l'uman velo, e creast'uom colui stabil eterno: caggion che pianger sempre l'inferno. Vergine, nanzi ch'el tuo vivo raggio fosse a noi giorno, entr con luce innata ne l'alte menti de li spirti eletti, onde foste ne i secoli nonciata da chiare carti e nobil grido saggio sin che Natura in te porse gli effetti. Vidersi al nascer tuo con lieti aspetti le celesti famiglie, e udirsi acenti che ferno sfavillar gioia a le stelle; il paradiso aprissi e le soe belle cose mostr, e i gran fiumi repenti tennero i pi correnti, spianars'i monti: e in manifesto esempio sopra gli idoli suoi cadde ogni tempio. Vergine, il venir tuo per tempo in terra con le propie arme l'empia morte uccise, e ripar la vita indarno viva; lieta fra Dio e l'uom pace commise, e fu publico ben l'estinta guerra, e il carcer ruppe a la gran schiera diva. La Fortuna affren invida e schiva, diede legge al destin, a influssi e a sorte, e il camin chiuse al creder vano e oblico, e rileg 'l nostro avversario antico in fuoco e in pene, e soe malvaggie scorte; apr l'eccelse porte: e per memoria del tuo divo pondo,

fece del cielo Cittadin il mondo. Vergine, tua merc, nostra sembianza ch' aDdio simile, ogni util pompa spiega si la fai con piet grata al suo padre, perch la tua bont non mai ci nega cortese dono e sazia ogni speranza d'ingorde fami in tue opre leggiadre. Figliuola del tuo figlio, sposa e madre, tu la santa ira al sommo Re sospendi, che giustamente sopra il fallo abonda; tu di questo gran mar tranquilli ogni onda, curi infermi, ami i buoni e ' rei difendi, ch l'ammendar attendi: ma se la tua piet fosse in te meno, sarebbe in un sol d l'abisso pieno. Vergine, ogni alma, ogni mente, ogni core ch'a te non corre e tenta grazia altrove abraccia l'ombre e ne sospira, poi che per terra e ciel se ferma e move; n sa, n p, n vl l'alto Motore scemar un sol di mille preghi tuoi. Tu l'impossibil possibil far puoi; e Dio che tutto p negar, nol pote a te, che per altrui mai sempre chiedi: perch fur tali i fiumi ch'a' suoi piedi vers 'l tuo cor per le luci divote in dolorose note, ch'allor che i cari membri in croce affisse, il potere ogni cosa ti permisse. Vergine, e' non fia mai per nuova etade ch'ascolti, parli, scriva, intendi o pensi la millesima dramma di tue lode; in te l'Angel contempla i beni immensi, da te ha Dio il vel d'umanitade, per te l'eternitate intera gode, lass 'l tuo nome in ogni lingua si ode, qua gi 'l tuo nome in ogni core ha impero, e nel tuo dolce amor ciascuno ha parte. Adunque ognuno aggia toe lodi sparte, se ben con l'ali non vi va 'l pensiero: che pi tosto Dio vero vuol che s'esalti il nome tuo gradito, che 'l suo sol singulare et infinito. Con le ginocchia de l'anima umili, contrita adora CANZON mia colei, prima Reina in ciel ch'in terra donna; prega m'acolga a l'ombra di sua gonna e perdoni a gli indegni versi miei c'han parlato di lei: poi la ringrazia e le di' senza indugio ch'ell' d'ogni mia speme il ver refugio. Finis A LO IMPERADORE NE LA MORTE DEL DUCA D'URBINO AL SIGNIOR DON LOPE SORIA ILLUSTRE ESSEMPIO DI PROVIDENZA Al signior don Lope Soria illustre essempio di providenza Io dedico a la dignit vostra la piccola somma de i versi tessuti con lo affetto del mio cordoglio ne la perdita di quel Principe, di cui foste a mico e io servo. Ma se io non so racontare i meriti di lui a voi nel modo ch'egl i seppe narrare di voi a me, non maraviglia, percioch sua eccellenza operava con

l'animo di Alessandro e parlava con la lingua di Cesare; onde la eloquenza di co tanto Duce aguagli in se stesso la virt de l'armi proprie. Ora nel basciare a Vost ra Signoria la mano se le promette tosto il secondo libro delle Lettere, che a q uella intitolo io Pietro Aretino suo servitore. Cesar Sacro, egli morto il Duca fido, del quale il pregio e 'l grado de l'onore in eterno vivr nel comun grido. E bench non convenga a real core ne gli irremediabili accidenti di rivolger la mente nel dolore, saria bel vanto il mostrare a le genti con l'oscuro de l'abito e col pianto come vi dolgon gli uomini eccellenti. Il vestire per lui lugubre manto, e 'l lagrimar di lui, che n' pur degnio, al mondo vi faria grato altretanto: ch'oltre ch'egli era di Marte l'ingegno, de la milizia sua gli occhi e le braccia, de l'armi e degli esserciti sostegnio, oltre che raro quel che dica, e faccia ci che dire e far diesi, onde risponda la mano al piede e l'animo a la faccia, fede non fu gi mai tanto profonda, n valor che spiegato abbia pi l'ale a la steril fortuna, a la feconda. Divin consiglio e fortezza fatale, maniere tolte a le virt superne, in servigio di voi lo fecer tale. Non si accendono in ciel tante lucerne, quante opre degnie di statua e d'istoria nota il secol di lui con lodi eterne. L'alto intelletto de la gran memoria solo ha discorsa, antevista e compresa l'arte, del cui sudor nacque la gloria. Anima non fu mai cotanto accesa di zelo militar di vigor puro, n pi spregiante ogni tremenda impresa. A le difficultadi ei ruppe il duro, sempre facendo, in parole e in effetti, il dubbio chiaro e 'l periglio sicuro. Per intender di Pallade i concetti con gravi discorsi e pensier alti d'intrepida prontezza armava i petti. Schif il repentino de gli assalti, prese il fugace de le occasioni, fe' lenti passi de i nemici salti. De le vittorie intese le cagioni, sostenne il s, di perminenza al vero, e crebbe ne la guerra arti e ragioni. Mostr in fronte il candor del sincero, fu ne i conflitti, u' l'ordin si disgiungnie, ora Duce, or Pedone, or Cavaliero. Vide come la sorte ne le pugnie dirizza il ferro e i colpi, e le virtute reggie l'animo e il core, e in un gli giugnie. Con le scienze de le cose sute, che la memoria gli tenne guardate,

aveva le future prevedute. Deliber ne la necessitate, tutta via essegu ci che propose o con l'essempio o con l'autoritate. Fu lena a le faccende bellicose, fu polso de le sbite occorrenze, fu nervo a l'opportuno de le cose. Egli era il corpo de le esperienze, egli era i membri de gli stratagemi, egli era fiato e Dio de le avertenze. Seppe il terror fuggir de i casi estremi, e le sedizioni enfiate e dure estinse con la spada e coi proemi. De i paesi conobbe le nature, e da s con prestezza ogni or rimosse l'insidie, gli aversari e le paure. Mai orror di pericolo non lo scosse, mai temenza inimica nol ritenne, n indarno mai pur una squadra mosse. La fatica, il digiun fermo sostenne, la notte gli fu d, letto il terreno, o vinse altrui, o d'altri il vincer tenne. Pose a i desir religioso freno, a i nimici appar sempre audace, e sempre a i suoi d'ogni clemenzia pieno. Tempesta e calma di guerra e di pace, veramente puot chiamarsi Urbino, e spirto illustre del tutto capace, ei seppe i campi mettere in camino, seppe fargli pugnar, seppe aloggiarli, e seppe vincer gli uomini e 'l destino, tal che Italia dovrebbe consacrarli in questo et in quel luogo altari e tempi e mete et archi e colonne drizzarli. Fati rei, sorti inique et influssi empi, gran carco fate a la bont de i Cieli, dando di voi s scellerati essempi. Dovria salvarsi da gli ultimi gieli un Francesco Maria, un Capitano gi mosso a triomfar de gli infedeli, non che toccar con accidente istrano la magnanima sua lucida vita, riputazione del genere umano. La creatura nobile e gradita, avendo il cerchio del mondo trascorso con l'ali de la sua fama infinita, se ben di Morte necessario il morso, si transferita a le celesti sfere, perch'ebbe intoppo il natural suo corso. Del Metauro gemer le nimfe altere, nel chiuder di quegli occhi gravi e immoti, gi chiari specchi de le franche schiere. Gli Iddii del mare suo squamosi e ignioti a l'urna lo portar sopra il fertro, da i cui lati pendean ghirlande e voti. La pompa funeral, che seguia dietro, si facea ombra con le insegnie invitte, che gli aggiunse Fiorenza e Marco e Pietro. E mentre lo spargean le turbe afflitte di Ghiande d'or, di corone e di palme

a la Immortalit nel tempio ascritte, Posate in pace ossa felici et alme , dicea chi vide le reliquie sole, sgravate pur de le vivaci salme. Ne lo sparar colui, che aveva le scole di Minerva nel petto d'onor cinto, onde ne sospir la Luna e 'l Sole, con supremo stupor d'amor dipinto sculto in materia che lo scritto indora, nel gran cor se gli lesse ;Carlo quinto. Or quello Imperador che il mondo adora, poscia ch' 'l fedel suo morto e sepolto, risguardi la Gonzaga Leonora. Duo fiumi amari le irrigano il volto, ch'ella piangendo del cor preme e svelle, da che le ha Giove il buon Consorte tolto. Torto fareste a le cortesi stelle, che quasi gemme vi ornan la corona, de le lor sorti invidiate e belle, mancando a la dignissima persona, che rinchiuso il marito in freddi marmi con seco stessa in tai note ragiona: Da che non posso celebrare in carmi l'alta Maest sua, che ha ricco il nome di spoglie, di trofei, di carri e d'armi, n singular darle triomfo, come le dava il Padre di tre miei figliuoli, con l'aver l'ire a l'Oriente dome, le sue lodi usciranno a stuoli a stuoli fervidamente fuor de i labbri miei, de gli altri detti ogni or vedovi e soli. Adunque voi, che pareggiate i Dei, per 'l Cielo ogni grazia vi comparte, resuscitate il suo Signior in lei, raccoglietele omai le gioie sparte, che se 'l merto dee giungere a la fede, devrebbe entrar con voi ne i Regni a parte: perch la terra mai non vide o vede constanza, pertinacia, affetto e voglia pi intenta al sommo de la vostra sede. Langue se l'aurea Ispagna sente doglia, gioisce poi, s'ella in letizia ride, col suo ben veste e col suo mal si spoglia. Sich in vece di quel che la conquide, et in cambio del cor che vi consacra, e perch in lei sian le speranze fide, l'alta gloria di voi inclita e sacra, con ristorar le ducali fatiche, le acqueti, o scemi la pena aspra et acra. Se 'l fate, ei, ch' tra l'eccelse ombre antiche, e gli eroi di Dio ha per compagni, le milizie del Ciel terravvi amiche. Ecco il tesor de i paterni guadagni, ecco la imago de l'uom venerato, ecco la destra de i suoi fatti magni: Guidobaldo dico io, giovane ornato di ci che i buoni bramano in colui ch' per regniare e per dar legge nato. Rimiril pur, se vl veder altrui del suo pio Genitor le virt conte

ringiovanite, e ridondate in lui: per vi inchiner l'Apennin Monte quasi a suo Dio terren verace e caro, la superba, ventosa, orrida fronte. Intanto a Cesar sempre Augusto chiaro bascia il pi l'Aretin servo suo buono. Di Vinezia alma al mezzo di genaro, ne l'anno Mille Trentesimo Nono. Fine CAPITOLI DEL S. PIETRO ARETINO 1 ALLO ALBICANTE Salve meschin, volsi dire Albicante de le Muse pincerna e patriarca, di Parnaso agozino et amostante. Vada in bordello l'una e l'altra Parca, circa il tagliarvi a pezzi col morire, e sia roffiano lor Dante e 'l Petrarca; altro che il cantar del Dies ire, e Pecorar, quando anderastu al monte?, il bestialaccio umor del vostro dire. Voi spolverate i gesti del Piemonte con un romor di stanze s feroce, che amazza i serpi di Laocoonte. Io mi feci il segno de la croce, leggiendo i due strammotti che gli fate, onde esclamai con pasquinesca voce: O fra Porro poeta da scazzate, che in Milano ti affibbi la ghirlanda di boldoni, busecchie e cervellate, la fama a l'Albicante d la banda, la gloria gli promette il colonello, e la immortalit se gli arcomanda. Or per tornare al mandato libello, o cronica, o leggenda che ella sia, per che pure vi scappa del cervello, nel ringraziarne tanta cortesia, mi congratulo cento millia volte con lo aguzzo di vostra signoria. Visto ho di voi opre legate e sciolte, in fino a quella che avanza l'Ancroia, cio trilame, Trimarte e trivolte. Ma questa sola vi trarr la foia per infinita secula del nome ch'ogni giorno ci impicca il tempo boia. Potete ormai caricar le some de la laude propria, et infrascarvi a vostro beneplacito le chiome. Tra il Iovio e il Molza potete piantarvi, e poi del porta inferi al dispetto con il d del giudicio imparentarvi. O de le rime eroico architetto, o de i versi stupendo prospettivo, il vostro libro ho tutto quanto letto. E certo in grado egli superlativo, ma si vorrebbe che non fusse tale, avendol fatto l'Albicante divo. Lasciate pur abbaiar le cicale,

ch il Boiardo, il Pulci e l'Ariosto a petto a voi un bagaro non vale. Ma se in un cantoncin mi aveste posto d'un romanzuccio, ci trionfarei, come un ch' a la taverna a fferagosto. Confessi pur di esser caduta a' piei la turba de gli eroi che immortalate col vostro stil proprio da semidei. In estasi il mio fegato mandate, con alcuna sentenzia traditora, che a tempo e ne i suoi luoghi sguainate. L'anima e il cor m'imbertona e innamora quella che dice con suon mariuolo: Un bel servir tutta la vita onora. Fate s ben campeggiar Ficaruolo suso la coda d'una desinenza, che se ne sbraca l'uno e l'altro polo. Mi d la vita il leggere Firenza non miga detto dal Decamerone, ma da l'Albicantissima licenza. Quel che vi tien compositor coglione ha un gran torto, perch ste infatti di Febo piva, cornetto e trombone. Hanno del simulardo come i gatti, dite voi ragionando de i tedeschi; comparazion che ci ha tutti disfatti. I poveri poeti stanno freschi nel ritrovarsi un tal bravo a le spalle, cagion che niun sa ci che si peschi. Se la rotta che fu di Roncisvalle, avess'avuto voi per iscrittore, volareste ora come le farfalle. Voi sgargagliate le paci d'Amore e vomitate le guerre di Marte, come il Pattol de l' Orchessa inventore. Bandendo va e la natura e l'arte, che il lor culo diventa beato quando si netta con le vostre carte; e perci, sozio mio laurato, sia benedetto il lunatico inchiostro col qual l' Istoria avete abbeverato: l'ermafrodito e da ben secol nostro glorifichi et essalti tutta via in vocem magnam ci che c' di vostro. Da la sua lingua celebrato sia il coltel che tempr le penne isnelle, che di Cupido fer la Notomia. Voi avete pi obligo a le stelle che in capo vi pisciarono lo ingegno, che i Milanesi a chi trov le ofelle. Ma se in rame intagliato e non in legno fosse la maest del vostro viso che 'l sa Dio quanto egli ha grazia e disegno ne incacareste da dover Narciso, e quella bardassuola di Iacinto, e il paggio che tien Giove in paradiso. Bench il vivo che in voi paia dipinto, se vi ritressi messer Tiziano sareste uom ver, non barbagianni finto. Il vostro ingegno de i savi decano,

il vostro stil de i dotti maggiordomo, il vostro andar de i secoli scrivano, merta la statua sul tetto del Duomo, anzi un colosso lavorato al torno, e dedicato nel lago di Como; perch il Burchiel, che sta nel ciel del forno, non farebbe quel verso ove diceste: che vinse, e poi fu vinto al far del giorno. Senza alcun dubbio in ascendente aveste madama Caliope e mona Clio, onde ste uomo dal d de le feste. Per esser voi amico e padron mio, ne son tanto superbo che mi tengo, quasi che non ho detto, un mezzo Iddio. Per voi a l'armi spesso spesso vengo, bont de la tristizia de i pedanti, a cui la rabbia con gli sguardi spengo. Chi costui che canonezi e vanti, che solo a mentovarlo impazzo e spirto? mi dimanda un di tali asini erranti. un subietto da lauro e da mirto, un profumato ingegno, un gentil bue , disse egli, in quel ch'io volea dire spirto. Se non ch'il braccio tenuto mi fue da un prete schiercato sodomito, ad ogni modo gli dava le sue. Fratello, ancor che mi aviate chiarito adosso a chi vi morde mi squinterno, e in ciel vi pongo calzato e vestito, che a dir la verit io non discerno chi impellicci e spellicci versi e prose, s come voi ne la state e nel verno. Le vostre fantasie lussuriose usano i grevi epiteti e i leggieri secondo il tempo, le genti e le cose. Di Pinarol, di Turino e di Cheri bilanciate l'onor dandolo a peso a l'uomo d'arme, al fante, al cavalieri. Poi, dal furor del ghiribizzo acceso, duchi, marchesi, conti e capitani per tutto il mondo portate di peso. Ma le fatiche son gettate a i cani, ch non che un zugo, Vergilio in persona, col porgli in ciel non gli trarria duo pani. Sopra dei grandi non piove e non tona, e in lode di colui che ha qualche soldo senza tirarla ogni campana sona. Io ho de i campi, diceva il Mainoldo, et illustrava con quella parola tutto il gaglioffo del suo manigoldo. Almen quando cinguetta una gazzuola, se la d de la suppa e s'accarezza, onde ella in gi e in su salticchia e vola; e il versificator si caccia e sprezza come la povert e 'l dire il vero, per c'or la villania gentilezza. Or per fornirla fatevi un cristero di foglie di speranza, digestendo fino a l'affezion che avete al clero. Tenete sempre in bocca in convertendo

quando parlate ad un signor ribaldo, o dite a longe me vobis comendo . In questo mezzo a l'ottimo Castaldo del concetto in cui l'ho toccato un tasto, se ben lo legge ne la stampa d'aldo, a la luce d'ognun non che del Vasto, contar come io l'adoro non bisogna, per che la fede mia conosce al tasto. La man basciate al cavalier Cicogna da parte mia, poi che il catenino ha tolto al suo prometter la vergogna. Se vedete il marchese di Sonzino, che le virt con le promesse infregia, direteli il vostrissimo Aretino quel che 'l volto a tutti i nomi sfregia; per a soiar lui vadisi adagio. Non altro state sano. Di Vinegia nel Trenta nove, il d doppo san Biagio. 2 AL DUCA DI FIORENZA Pietro Aretino Signor Cosimo duca di Fiorenza e per grazia e per merito e per sorte, bascio le mani di vostra eccelenza; la qual forse mi vole un mal di morte, tutta via parendole che io badi pi a l'altrui che a la sua corte. Volesse Gies Cristo, padron mio, che nel modo che ste nel mio core ci fusse il nome di Domenedio, ch in ciel andrei gratis et amore come andr in paradiso, gratia Dei, quel uom da bene di Nostro Signore. Cos rifrusti i monsignor plebei un morbarello a cavallo a cavallo, come ve ho dedicato i fatti mei. Certo io vi son per fortuna vassallo, e per volont schiavo; e questo noto come cost la Porta di San Gallo. Io odio Michelagniol Bonaruoto perch non caccia i pretacci al bordello, faccendovi di s debito voto. Doverebbe uno spirto come quello far miracoli in voi, che simigliate la signoria de l'angel Gabriello: con la fronte le turbe rallegrate, come l'atristan certi ceffi grisgi proprio subietti da sfatar le fate. S'avesse a trasformar Malagigi in piattola, in zecca et in zanzara, la cera pigliaria di Pierluigi. Non favello del duca di Ferrara che a la presenza sua diminutiva la grandezza de l'animo ripara. Il re di Francia ha viso d'una diva, per ser Cupido il nostro imperatore, et il papa una vita transitiva. qualche d ch'io non viddi signore che non avesse l'aria e le fattezze di birro, di mugnaio e di pistore; salvo l'esterne e l'interne bellezze

del mio marchese del Vasto da bene, che mi fa ogni d mille carezze. Or perch ognuno a proposito viene quando vl raccontar qualche sciagura, se gi non un cervel da catene. Dico ch'il ciel, le stelle e la natura, per isfregiare i principi graziani vi fer con una gran manifattura. Perci gli andari vostri muy galani lodabilmente tengono a stecchetto e la brachetta e la lingua e le mani. Voi aprite la bocca con rispetto, n impregnate al prossimo le figlie dandogli poi d'un pugnale nel petto; Voi non rubbate le ricche famiglie, n vi piace di por guinzagli a i buoni, n d'alentar a i cattivi le briglie; voi fate corte le cavillazioni de la giustizia longhissima, dando torto a i torti e ragione a le ragioni. Vivete adunque felice regnando da che la robba, l'onore e la vita gite a i sudditi vostri conservando; ma per esser la cosa inaudita, i Piagnoni tra lor vanno dicendo che ci fate una brava riuscita. Per Dio ver, ch'io ascolto godendo il bene che ciascun dice di voi e lo desino, il ceno e lo merendo; n imbriaca il mio cor gli spirti suoi, et ei ne ha quel piacer col qual biscanta il villanel che ha ritrovati i buoi. In cotal mezzo mona Fama pianta a gli altri gran maestri un porro dietro, vantando sol la vostra vita santa; ella vi d il titol di discreto di savio, di gentile e di cortese, di pio di liberal, di mansueto; e di poi giura per ogni paese che al vostro nome, fin che dura il mondo, vole meritamente far le spese. Permette Cristo a Cosimo secondo, per che Dio teme, il viver quanto brama cos bel, cos bianco e cos biondo. Consente ancor che la inclita Madama, lampana, torcia, fiaccola e lucerna di Spagna, di Toscana e di chi vi ama, di voi procrei con grazia superna il tremendo e magnanimo Giovanni, simulacro di gloria sempiterna. Son l'armi sue gli scettri e gli scanni de la Casa de' medici divina che il senno in lucco come un barbagianni. Ma perci che saria la mia rovina, se voi lodando me dimenticassi io vengo via a mettermi in dozzina, con dir che qui non si mangiano i sassi, n si veste di carta fabriana, e non s'alloggia di fuora ne i chiassi. S'io fussi sogno e fantasima vana,

over cameleonte spirituale tre lire farian la settimana; ma essendo io un pazzacon morale e nato per purgare i miei peccati, con animo di re nello spedale, quei cento scudi nuovi e profumati che l'altro d mi mandaste a donare, furno un piatto di micca a venti frati. Duca voi fate altrui trasecolare, non col non farmi un rilevato bene, ma col non darmi del pan da mangiare. Apresso a me una vostra si tiene che dice: Io ti vo' dar ci che ti diede mio padre gi, come destro mi viene. Egli che meco per la sua mercede non aveva spartita cosa alcuna, quale informar se ne pu chi nol crede, sotto Milan dieci volte, non ch'una, mi disse: Pietro se di questa guerra mi scampa Iddio e la buona fortuna, ti voglio impatronir de la tua terra; ma piace al destin ladro ch'io pur sia povero e vecchio, et ei morto e sotterra. Oltra di ci la signora Maria, splendor del grado u' le virt l'han posta, non riconosce pi la fede mia. Che ella abbia molti disturbi mi consta, perch chi regge un dominio s degno non pu mangiar n dormir a sua posta. Pur il mostrarmi un caritevol segno n pi n meno la disconciarebbe che quel che presta a usura in sul pegno. Dicon gli amici che far lo doverebbe, ma quando sia che non ci pigli sesto mi appeller al marito ch'ella ebbe. Tra i cardinali saria disonesto il mio avere fino a l'olio santo, al tener lo sperare a pollo pesto. Signor mio dolce l'amor passa il guanto, per trapeli al vostro intendimento la lealt del mio servir cotanto. Quanti scannapagnotte a tradimento isguazzono ci che hanno i padron loro, et io da voi una miseria stento. E di qui vien che non servo il decoro de la mia devozion, n vi intertengo come ch'io faccio costoro e coloro. Facilissimamente mi ritengo quando fo, quando orino e quando tosso, et anco quando vado e quando vengo. Ma quasi quasi che tacer non posso il vedermi trattar da' scoppiettieri, et in vostro servigio me ne arrosso. Se date agli strozzieri e ai canattieri vittu e vestitu, e la provisione a questo e quello errante cavalieri, devete aver di me compassione, che per esser in uggio a l'avarizia mi mangion l'ossa un monte di persone. Ma s'io vivacchio quando la divizia,

che debbo fare or che la carestia strascina tutta Italia a la giustizia? Ho pegno a quei che aspettano il Messia, omnia bona, e 'n publico e 'n privato sto come vole il mio duca ch'io stia. Or voi potreste dir: Tu hai fondato ne i casi miei ogni tua contentezza, poi in me speri come in un prelato. Perdonate signore a la vecchiezza, la qual difficilmente si confida nel trascurato de la giovenezza. L'et sbarbata va presa a le grida non de la gran virt ma del sollazzo, et ha caro che intorno se le rida; ella veste un buffon, dona a un pazzo, et in quella baiaccia si trastulla, che si tira drieto il populazzo. Onde la occasion, mentre le frulla si sforza di grappare quel tosto tosto, che alora alora si risolve in nulla. Padron se bene ho due parole esposto circa la verde et, non tasso miga la prudenzia di chi ste composto. A lei che sa gir ritto senza riga, il grillo giovanil bizzarro e duro non per dar giamai punto di briga. Garzone illustre anzi colombo puro, per tutto manifesto che voi ste di corpo acerbo e d'animo maturo. Per la qual cosa non sopportarete che mi assassini sei mesi a la fila la stizza, il freddo la fame e la sete. Se a questi tempi ogni puttana fila, di sgomentarsi le Muse han ragione, poi che drietogli alcun non se gli sfila. Or nel venirne la conclusione, ponga mente a la mia grande speranza la grandissima vostra discrezione, ch amicizia non fu mai fratellanza quella ch'ebbi col vostro Genitore, di propria man di voi n'ho la quetanza. So ben ch'io gli era inutil servitore, ma piacque a la bont che vi fa tale scrivermi ci per rallegrarmi il core. Che vi par de la lettra imperiale, che gi mandovi la sua Maestade perch voi mi tenesse in su le gale? Finaliter la vostra umanitade facci ora s che non l'esca di mente la mia straordinaria povertade. Di Vinezia rifugio d'ogni gente, nel mese di novembre a' giorni doi, l'anno affamato tropo bestialmente, Pietro Aretino servo de i servi di voi. 3 AL PRENCIPE DI SALERNO Pietro Aretino Illustrissimo principe, per Dio che voi fate un gran carico a voi stesso a non vi ricordar del fatto mio; sta bene di mancar ci che ha promesso

al cardinal de i Gaddi verbigrazia, e non so ancora se gli fosse ammesso. Imputarei la mia mala disgrazia circa la pensione che s'impose la eccellenza vostra per sua grazia, se 'l non dare a persone vertuose non fosse cos proprio de i signori prodighi in tutte quante l'altre cose. Ond'io che son un uom de gli altri fuori dico che l'avarizia de i padroni privilegio de i buon servidori. Per le zoppe altrui provisioni in tutta la lor vita son pagate una o due volte a i poeti coglioni; i quali dovrian far le scampanate in gloria del sof e del soldano, non di voi altre stitiche brigate. Diventa pi che buon, pi che cristiano, quando senza pensarci punto punto fin de i re canta ogni cervel balzano. Pare ad un grande manucar pan unto mentre che offende un dotto poverello, che per disperazion gli ha il nome punto. Debbe un signor rimunerar di bello non pur colui che ne ha fatto istoria, ma chi non suona i suoi vizii a martello. Se il Rosso buffon, buona memoria, che nel gridare sol Viva Salerno! vi pu spegner le forze de la gloria, ha tante veste da state e da verno, puntali, anella medaglie e catene, e danari da spendere in eterno; perch quello che al mondo vi sostiene per viva forza de le sue scritture co qualche presentin non si mantiene? Date duchi e marchesi, date pure a poltroni, a ribaldi, a parasiti e doletevi poi de le sciagure. Per opra di s fatti favoriti Medici cardinal, Fiorenza e Urbino in pochi d abbian visto basiti. Mi si scordava di Francia il Delfino, ma non i cento ducati che ogni anno v'obligaste mandare a l'Aretino. I soldi a Pasqua altretanti saranno, cio ducento per due paghe scorse, e se vi fo arrossire vostro il danno. Non si debbe prometter senza forse quello che non si vuole o non si puote, n a me di lungherie empier le borse. Io c'ho il cervello in bilichi et in ruote sotterro poi le turbe vive vive, ch' altro che il cacciar de le carote. Non son di queste bestie positive che si van consumando passo passo dirieto al culo de le spettative. Con voi tratto averei sino o ambasso, s'a la mia stizza, cinque mesi sono,

non s'opponea quel frappator del Tasso. Egli mi dici: Fratellin mio buono, infallanter fra venti giorni o trenta per lettere di cambio verr il dono. O ch'egli pi di me non si ramenta, o c'hanno in voi le sorti ladre e sporche la partita del mio credito spenta; anzi il mal vien da le speranze porche che si pigliano spasso di vedere il mio d'oggi in domane in su le forche. Conchiudiamola qui: egli dovere ch'una servit presa fedelmente si debbe come gli occhi mantenere; onde io che averto a l'umor de la gente con tutto quel che sono e quel che paio della promessa vi faccio un presente. Non altro. Pietro che gitta il danaio, con riverenza a scrivervi si move; di Venezia l'ottavo di gennaio nel Mille Cinquecento Trentanove. 4 AL RE DI FRANCIA Cristianissimo re, dopo i saluti et il basciarvi con l'animo il piede, che vi convien pi che a i papi cornuti, suplico di Francesco la mercede che facci s che la sua maestade mi dia gli scudi che a Nizza mi diede. Io gli ebbi in quanto a la vostra bontade, la qual si pensa ch'io gli abbia imborsati come gli ho spesi con la voluntade. Certo il Gran Contestabil me gli ha dati col prometter di darmili, tal ch'io senza l'obligo son tra gli obligati. Ho mandato a la corte Ambrogio mio gi tre volte per essi, e se mi costa ve lo pu dir messer Domenedio. Udite questa: un goffo mi s'accosta dicendomi pian pian che mi stimate pi che di luglio il vento d'una rosta. Il caso, sire, dar quando voi date, l'altre cose son baie cortigiane che si piglian piacer de le brigate. Ma perch non uom che vegga un cane a baiargli d'intorno da dovero, che non lo cacci o non gli dia del pane, chiariscami il s schietto o il no sincero, circa i seicento che mi prometteste ne lo aboccarvi con papa cristero. Date la lunga a certi guarda feste, trofei de le tavole dilette, e non a un poeta que pars este. Sfamate di speranze maledette i giorneoni che vi abbasson, come v'inalzano le Muse poverette. Roma che valse per due millia Rome, alor che non pat d'essere schiava e dei muli e de gli asini da some, stiasi menando a i Francesi la fava, n vada conferendo i benefici

de l'alma Francia, magnanima e brava; diasi a i par miei de i gradi e de gli uffici et a chi non divora tuttavia i fagiani, i pavoni e le pernici; se vaca pieve, commenda o badia, non l'abbin quelle bestie che non sanno il Pater nostro n l'Ave Maria. Io lo vo' dir, s'ei l'ha per mal suo danno; parvi che Gaddi, pazzo da catena, debba scroccar s grossa entrata l'anno? Chieti che drieto s gran coda mena, che cose de la bibbia ha fatte o ditte, qual libraria de le sue opre piena? Son mie fatiche i Salmi di Davitte, e di Mos il Genesi; io di Cristo e di Maria le impresse vite ho scritte. Non basta dire egli dotto, egli ha visto; bisogna che il teologo chietino si vegga e legga come il papalisto. Paolo scrisse, Gregorio, Agostino, Girolamo, Grisostomo, Bernardo, Buonaventura e Tomaso d'Aquino; ma ser Caraffa ipocrito infingardo, che tien per conscienza spirituale quando si mette pepe in sul cardo, per gracchiar dal concilio cardinale, dottor de la Chiesa, vangelista, de l'anime nostre piviale; se rinascesse san Gioan Battista, non fingendo l'astuzie del volpone si porria de i ribaldi in su la lista. E per, sire, senza paragone di f, di senno e di gloria prestante, moderno redentor de le persone, porghino a me le vostre grazie sante spacciatamente l'adiutrice mano, a la barbaccia del clero furfante. Re buono, re cortese, re umano, re da ben, re gentil, re grazioso, io vi sono e voglio esser partigiano. Adunque il cor mettetemi in riposo ch'ancor che mi facciate spedalieri vedrete come rimo e come proso. Se a Roma son dei sarti e dei barbieri, frati dal Piombo e cavalier di Rodi, a ingrandir me non vi mette pensieri. Manucano a Gies la croce, i chiodi e gli beano il sangue alcune arpie, che a mentovargli infamarian le lodi. Fosse pur ch'io dicessi le bugie, e che sempre mentisse per la gola la verit de le croniche mie! Or lasciam gir la turba mariola e ritorniamo a quanto mi farete un monsignor di qualche terriciola? Datimi prima i denar che devete, rifacendomi i danni e gli interessi, e poi del fatto mio consultarete. Non istette a formar brevi e processi il vostro gran cognato Ferrandino,

n aspetto il replicar de i messi. Ducento venti ongari d'or fino poco fa mi mand con dire: Io parto teco la cappa come san Martino. La pension di Cesare non iscarto, che motu proprio ne venne battendo a sostentar de le mie spese il quarto. Et ancora il duca Ercole commendo, che dar mi fece pi che di galoppo un presente al d d'oggi arcistupendo; e se alcun altro non gli verr doppo dar la colpa a i tempi traditori che non comporton che s'allarghi troppo. Hanno ben caro che facci gli amori con le montagne di quei millioni che danno a i preti tanti batticori, ma il ciarlar con le digressioni non fa per moi, perch bont loro potrei scordare le mie orazioni; onde ritorno a quei ducati d'oro che mi darete visto la presente, non perch'io il merti ma perch'io vi adoro. Il vescovo di Nizza veramente de le virt di voi predicatore, e uomo onestissimo e prudente perch'egli intende i dubbi del mio core, giurar vi pu che voi ci ste drento, come in quel de Loreno Dio d'amore. Quando dal mondo celebrar vi sento ne godo qual si gode uno elefante alor ch' fimbriato d'ariento. De l'eccellenze vostre io sono amante e n'ho il martello, honne la gelosia che ha Paolo terzo di non so che fante. Io sempre inchino con la fantasia quella affidabilit, quella dolcezza, quel largo andar, quella galantaria e quella chiara e nobile allegrezza che fa risplender voi, che ritrovaste il conversare e la piacevolezza. Quel parlar con ogniun che sempre usaste mi d la vita, perch l'atto grato come al fin del mangiar le pere guaste. Impara su Pierluigi amorbato, impara ducarel da sei quattrini, il costume d'un re s onorato. Ogni signor di trenta contadini e d'una bicoccuzza usurpar vole le cerimonie de i culti divini. Ora per rappiccar le mie parole col proposito nostro dico, sire, che ste pi domestico che il sole, per la qual cosa dovrei comparire a intertener tutta la vostra corte e in le sue braccia vivere e morire. Mi vengano i sudori de la morte solo a pensarci, perch son bestiali gli aggiramenti che gli d la sorte, e 'l praticar coi cervi e coi cinghiali di fauni e di satiri natura,

che de la spezie son de gli animali. La piuma de la terra tropo dura et il fien de le stalle proprio letto de i cavalli da basto e da vettura. De lo infangarmi non piglio diletto e col piovermi adosso non mi impaccio mi acieca il fumo d'un povero tetto. Come butiro al caldo mi disfaccio, o vogliam dir come la gelatina, al freddo poi come che il brodo aghiaccio. Non mi piace la neve n la brina, n la borea crudel n la tempesta, n il pasto mendicar sera e matina; voglia non ho di accrescervi la festa mentre vedete i grami forestieri come zingari errar per la foresta. Non so s' meglior esser uomo o forzieri quando due o tre ore inanzi giorno s'entra in viaggio che non ha sentieri; onde a suono di lingua e a tuon di corno si va cercando se stesso e altrui sopra un ronzin con le bagaglie intorno; in tanto s'urta costui e colui con dir Cancaro venga al punto e a l'ora ch'io venni in questa corte e ch'io ci fui. E se non fosse che il d sbuca fuora, onde apparisce la vostra sembianza che ogniun consola, recrea e rincora, coloro che per forza e per usanza vi seguono a le caccie brontolando, farebbero le fica a la speranza. In somma io non sono uom che cincischiando vada la vita in queste selve e in quelle, l'agio con il disagio barattando. Ei basta a me che Tiziano Apelle, che sempre mai ne le figure mostra spirto, sangue, vigor, carne, ossa e pelle, per carit de l'amicizia nostra dipinto mi abbi con mirabil fare la imagin sacra de l'altezza vostra; l'ha cinta d'ornamento singulare quel Serlio Sebastiano architettore che il suo bel libro mandavi a donare. Egli vi porta e Tiziano amore, e se bene accettaste il lor presente non dicon che gli siate debitore. Ma io genuflesso umilmente il vostro essempio sacrosanto adoro con l'anima, col core e con la mente; in cotal atto paio un di coloro che a san Giobbe abotisconsi di cera quando del mal commune hanno il martoro. Io dico: O simiglianza viva e vera de re FRANCESCO, cavami una volta de la necessit che mi dispera. E perch veggo ch'ella pur mi ascolta sogiungo: Idolo mio f meco un patto, che mi dia mille scudi a la ricolta. Ma perch'io mi consumo afatto afatto per il miracol che non pu far ella,

suplisca il vivo du' manca il ritratto. Or nel conchiuder di questa novella e del parlar c'ho fatto a la bestiale per ghiribizo de le mie cervella, vi mando la mia effigie naturale acci vediate con che core io so dir bene del bene e mal del male. Ad ogni altra persona pone Iddio il core in seno, a me l'ha posto in fronte qual potete veder, rifugio mio. Da le giovani mani egregie e conte di Francesco Salviati esce il dissegno c'ha nel suo stil le mie fattezze pronte. Pigliate il don del vostro servo indegno, pigliatel re generoso e benigno, de la immortalit pi che altro degno. E senza il grugno far del viso arcigno, speditimi in un tratto se volete che io diventi di cicala cigno. Non altro, state san, bene valete. Di Vinegia il decembre a i non so quanti, nel XXXIX, c'ha fame e non sete Pietro Aretino che aspetta i contanti. IL CAPITOLO E IL SONETTO IN LAUDE DE LO IMPERADORE AL VERAMENTE GIUSTO E MAGNANIMO DUCA D'URBINO Questi o signore sono i versi trattimi de lo ingegno infimo da lo immenso merito di Cesare, da la insolita liberalit vostra e da la intrinsica divozione del mio spirito, sempre acceso nel predicare le lodi d'un s soprano monarca. Eccovi le ri me che il continuo stimolo de le genti e lo smisurato obligo ch'io vi tengo mi h a pur mosso a fare imprimere, e impresse, a dedicarle a quel Guidobaldo al quale ancor io mi son dedicato. Et ben dritto il rivolgermi a l'autore de la mia glor ia con simile gratitudine, da che non posso con altro. Per conoscer io me medesi mo (cosa molto difficile a l'uomo) confesso di essere tale merc de le mercedi lar gitemi profusamente da voi, che (s come dissi a la mansuetudine di Carlo quinto) ste verace esempio de la sua modestia religiosa e de la sua bontade santa. Certo che la vostra cortesia e non la mia virt suta riguardata dal fatale occhio de l'e ccelso Augusto. La riputazione acquistatami da la pompa con cui mi mandaste a lu i nel farmi parer ci ch'io non ero, mi fece diventare quel ch'io sono; la reale c ommodit e de i danari, e de le vesti, e de i cavalli, e de i capitani usatami dal pi che generoso e pi che grande animo vostro, mi present in maniera nel conspetto sacro del diletto famigliare di Cristo che fui raccolto da la sua incomprensibil e clemenza con s amicabile caritade, che in cotal punto desiderai dal dono di Dio la morte, accioch la vita non mi fusse pi adombrata da i nuvoli de le indignitadi umane, ma s'io allora che lo imperator tremendo comport non solo ch'io, uno de i pi vili vermi de la terra, gli cavalcassi a paro, ma da man destra, fusse suto t anto superbo quanto sono umile, quale stella o qual cielo non averei io toccato co 'l dito de l'ambizione? Due estreme consolazioni sent questa anima in quello i stante: l'una deriv dal comprendere che l'opinione che avevate di me non ne rimas e ingannata, l'altra nacque dal ritrovarsi in s fatto spettacolo i preclari e inc liti ambasciatori veniziani; onde viddero ch'io, perpetuo servo de la loro etern a Republica, non sono indegno di godere il piacere e la liberalit di s felice citt ade e di s beata patria. Or piaccia a Dio che i miei d sieno s lunghi che io possa co'l mezzo de la virt che esso mi diede lasciare testimone del debito ch'io ho co n la gentilezza di vostra eccellenza, e memoria de l'obligazione ch'io tengo e c on la benignit de gli uomini serenissimi e con la splendida nobilt che gli accompa gnava. Bench non potendosi per me pi che si possa, dir almeno che voi fuste procrea to per rifugio de la virt e loro per onore de la natura; imperoch le gravit de le d i lei magnificenzie solo si esprimono ne gli atti di s celeste generazione. Di Venezia il XV d'ottobre MDXLIII.

Perpetuo servitore Pietro Aretino 1 IL CAPITOLO di messer Pietro Aretino in laude de lo imperatore e a Sua Maest da l ui proprio recitato Poi che degno non son di laudarvi, ringrazio il cielo, o Imperator modesto, ch'a i d miei ha voluto procrearvi. Pensa in tanto il pensier, nel qual mi aresto, ci che io farei non essendo or ch'io sono, nascendo voi o pi tardi o pi presto. Se inanzi a me v'aveva la terra in dono, con ansia estrema invidiava quelli nati al tempo d'un prencipe s buono; se doppo ben potea nominar felli gli ottimi influssi, qual m'avesser posto ne la prescrizzion de i lor ribelli. Ma poi che questo e quel non s' opposto tra 'l futuro e 'l passato in danno mio, il titol di felice hommi preposto. officio il dir ci d'officio pio, per che in Duce e in Nume salutare vi ha dato a noi l'alta bont di Dio. Le vostre giuste intenzioni chiare fanvi ne i casi del cristiano zelo senza simil, senz'ugual e senza pare. O scudo de i credenti in l'Evangelo, santo lo sdegno che 'l petto v'infesta, santa la causa che in man ponvi il telo. Se volont fusse in voi meno onesta, men fervor in la f, men conscienza e men quel poco creder che ci resta, ch'altro saremmo noi ch'una semenza di crudelt, d'ignominie e di errori, qua d'amor privi e l di riverenza? Certo che i vostri bellici terrori, oltre il distorre altrui da quei peccati, che provocon di Dio l'ire e i furori, annulleran gli orgogli dispietati del profano Rettor de l'Oriente, da l'ignavia di lui anco annullati. Guida Satan la sua perversa gente, move Ies il vostro inclito stuolo, che come quel temerario prudente. In questo dice confusa dal duolo (toltone voi) l'umil Religione: Tra tanti figli non trovo un figliuolo. L'innocenzia di lei pi non dispone, le verit del suo rito sincero tengonla in pi l'opere vostre bone. Il divin culto testimone intero d'ogni cuor fido e d'ogni mente pura, tanto finto in altrui quanto in voi vero. Ma che pi bella e pi lodata cura potea Carlo pigliare e pi dovuta a noi, a s, a Dio, a la natura? Colui che gli astri in cielo affigge e muta, gli assegna in premio una vita che tale

altr'uom da che fu l'uom non ha vivuta. Vole Iddio che lo spirito vitale venti lustri di Cesare si amanti, di Cesare immortal pi che mortale. Ei punisce i superbi e i suplicanti co 'l giogo e co 'l perdon, tal laude dando al grande Iddio de i Dei, santo de i santi. Egli de i rei pon le nequizie in bando, ei trae i buoni fuor de i vilipendi, n indugia a la lor pace il come o il quando. Fa co 'l guardo tremare i cor tremendi, e dove gira l'intrepido ciglio stupidi fansi gli uomini stupendi. Che siate tale io non mi maraviglio, maraviglia avrei ben se tal non foste tale in voi e l'ordine e 'l consiglio; onde l'alme virt da Dio riposte nel sacro erario del Cesareo ingegno, pi al ben d'altri che al suo proprio esposte. Per mezzo del vostro animo s degno a duo re, l'un prigion l'altro mendico, isponte dier la libertade e il regno. Barbaria testimonia il ver ch'io dico, la magnanimit sallo, che infusa vi tien ne l'alma ogni pianeta amico. Per s nova merc grida ogni musa con somma gloria de la gloria vostra, atto pi da lodar quanto men s'usa; tal che pregio saria de l'et nostra s'ella in manna cangiasse quel veneno che la comune invidia or vi dimostra. Coloro che vorrien metter il freno a voi, che raffrenate i moti a l'ire che avampano ogni mente et ogni seno, cerchin di superarvi in quel ardire che liber a Tunisi in un punto cotanto stuol da le catena dire. Poscia di venerar piglino assunto l'esterminio d'Algieri, u' non fu mai Cesar da Cesar in Cesar disgiunto. N l'altre pugne di eserciti assai vi fur contra i metalli e i ferri ardenti, come tu Marte e tu Bellona sai. Vi assalir ivi tutti gli elementi: il caso, il fato, la sorte, il destino, gli augurii, i prodigii et i portenti, l'aspro del verno, lo stran del confino, la miseria del pan, l'orror del fatto, lo sperar lungi e 'l disperar vicino. Ma in tal momento, in tal cosa, in tal atto voi stesso in tutti fermaste talmente, che torn fiero il campo sterrefatto; onde il furor del sinistro repente, da l'ombra del cor vostro ispaventato, restar prigion del proprio suo frangente. E cos l'infortunio d'ire armato, mentre volse con turbide insolenze farvi infelice vi fece beato. Desista dunque da le sue sentenze l'empio livore e tacito tra noi

le vostre adori supreme eccellenze. Poi tenti in la piet d'imitar voi, che or Tremisene e gi Francesco Sforza grata invest de i patrimoni suoi; ne la prudenzia, con cui fate forza a le maligne inique stelle dure, sforzando il ciel ch'ogni vivente sforza; ne la religion, le quali cure translate avete in l'indico emispero, dato a l'ecclesiastiche culture; ne la costanzia, che il petto severo vi mantien s che l'universa mole non s ferma nel suo perno intero; ne la modestia, che lodi pi sole davvi la sua benignit perfetta, che quanti gesti ha mai veduti il sole; in cotali arti ogni nimica setta dovria con pronto istudio esercitarsi, lasciando a voi quel ch'a voi sol s'aspetta. Voi Cesar ste, e chi puote appressarsi al segno che trapassa le vostr'ale pu anco in voi devin deificarsi. Cosa non in voi o tale o quale, senza nessun paragone vedianvi, n movete atto che non sia fatale. Le superne influenze onore fanvi, et i segni celesti ignoti e conti per loro oggetto e per loro idol hanvi. Per volgete le serene fronti de i pensieri catolici u' bisogna che i presidi di voi sien fermi e pronti. Ciascuno, eccetto Cesar serva agogna l'alma cristianitade; ogn'altro sire se vegghia il suo fin vuol, se dorme il sogna. Sol voi tali onte aborrite d'udire come in Cristo cristiano, e confondete chi la sa pi spregiar che reverire. Voi in grado, lor malgrado, la tenete salvando in lei sue degnitadi gravi, perch al merto, a la fede e a Dio vivete, schernendo l'armi; i cavalli e le navi, i tesor gli apparati e il minacciare di chi gli arbitrii altrui suol far ischiavi. Calchin pur il terren, fendino il mare le nefande e le vili turbe esterne che sanno meglio fuggir che affrontare, ch qualunche se sia occhio discerne caso che ancor non si letto n scritto ne le croniche antiche o in le moderne; peroch quei che disperso e sconfitto credonvi aver co 'l numer loro immenso, nel tener vinto voi vi fanno invitto. Ben si aveggon color che han qualche senso, che a domar voi non bastano i monarchi ch'al mondo tutto fan pagar il censo; s che quei che di rabbia e d'odio carchi, conculcar vi vorrien con gare infide, vi sono in vece di colossi e d'archi. In cotal mentre Iddio sommo, che arride a le imprese di voi, gli annunzia il fine

che i nemici di lui spegne e conquide. Ecco le genti eccelse e pelegrine nel mirar voi scorgonvi a i Turchi immondi perpetuo specchio de le lor rovine. S come cieli ci fussero mondi, sarien costretti a sperare e temere gli esiti vostri di glorie fecondi. Guardinsi dunque le genie austere, che ne le cause e ne le occasioni sono non meno efferate che fere. Gli sdegni d'Austria hanno in s pi ragioni che quante n'ebbe ne' tempi vetusti la gran madre de i Bruti e de i Catoni. Furon gentili i Cesari Augusti e voi fedele Augusto Cesar ste pio in lo spirto, essi nel senso giusti. Per le sorti lor dietro traete a le virt di voi solenni e dive, che mertano altro che obelisci e mete. L'opre di tali si mantengon vive quanto a la lode ch'ebbero assolute, per ch'ognor fur d'ogni viltade schive. Ma le milizie vostre ricevute son dove si registran le facende in servigio di Cristo risolute. Gi si nota la Chiesa in le calende che rinovan le sacre de i beati che riveriamo ne le lor vicende. Gi di voi sono i fatti celebrati come quei di colui che in cielo affisse i pianeti mai pi non affissati. E quale il nome scolpito si scrisse di queste e quelle persone famose in quelle e in queste alte colonne fisse, ne le empiree loggie gloriose in caratter de Dio di stelle cinto, impresso in note pi che luminose, con gaudio ver del celeste procinto Vertudi, Potestadi, Angeli et alme leggeranno in lor lingua CARLO quinto. Le vostre intanto militari salme in voi da voi per voi racquisteranno le d'altrui perse de la fede palme; tal che i tempi, gli altari e i lumi avranno come di Dio reliquie, e in nova gloria de i triomfanti eroi triomferanno. Per la qual cosa ogni antica memoria inchiner a la vostra aurea fama, che or fa di voi con la sua tromba istoria. E mentre famigliar di Dio vi chiama con suon che intona al globo de la luna, trema chi vi odia et ardisce chi vi ama. Ma i nomi non avran pi vita alcuna perch'ogni spirto del viver secondo concede al vostro il ferro e la fortuna. Bench al largo, a l'alto et al profondo merto illustre di lui par c'oggi sia poco il ciel, poco il centro e poco il mondo; e senza che ricordo alcun ne dia comentario o annal altero e solo

al novissimo d come ora fia. Suo privilegio il gir da polo a polo, onde tutti gli inchiostri imparar denno a far volare altrui dietro al suo volo. Ammiri intanto il valor vostro e il senno ogni miracoloso alto intelletto, n di celebrar voi facci altro cenno, ch non lice a nessun nato e concetto di carne e d'ossa e di latte nutrito di entrare in s mirabile suggetto. Cerca al ciel trre ogni moto espedito, l'imo al sommo aguagliar l'atto a l'idea e prescrivere il fine a l'infinito. Colui che volont nel pensier crea, ch'osi cantar di voi, predestinato a ornarvi il crin de la corona ebrea. Voi ste onor dal ciel dato, e ne la vostra carit sincera diletto a Dio, da gli uomini invocato l'Imperatore ch'ogni imperante impera, e s fatto per ch'anco non si visto bontade umana maggior n pi vera. Onde alzarete dopo il santo acquisto la imagin pia de l'oltraggiata fede dinanzi al sasso u' fu sepolto Cristo. N solo in far l'orientali prede in onore del padre omnipotente faravvi eterno de la lode erede, ma ogni piaga di vario accidente che in ci facesse a voi l'animo esangue, di et in et, di gente in gente, versar chiara pi gloria che sangue. IL FINE SONETTO DEL MEDESIMO IN GLORIA DI CESARE L'Invidia che d menda al ciel, che gira, a la Luna che varia, al Sol che manca, a l'Aria c'ora imbruna et ora imbianca, a l'Acqua che co i venti spesso in ira, a la Terra che in grembo ognun si tira, al Fuoco il cui ardor si spegne e stanca, al D che luce non ha sempre franca, a la Notte che strane ombre rimira, a le Fere che son preda nel corso, a gli Uccelli che il volo hanno in s frale, e a l'Uom che in la ragion perde il discorso, vinta da CARLO Imperator fatale, che a tanti orgogli va ponendo il morso, l'afferma un Dio con l'abito mortale. CAPITOLO IN LAUDE DEL MAGNANIMO S. DUCA D'URBINO AL SIGNOR RANIERI DEI MARCHESI DAL MONTE Io mando, o cortese e onorato Cavaliere, a la degna e nobile vostra Signoria il Capitolo da me composto in laude e de le virt e de le bont del Duca Guidobaldo e de le corte sua ancora. Certo ch'io ho consentito che si stampi perch i gran Maestri e i loro famigliari, che sono simili al Principe vostro e ai cortigiani di lui, se ne rallegrino; pe r l'opposito quegli, e cortigiani e principi che altramente vivano, imparino in cos fatta maniera di farsi conoscere dal mondo, e le bascio la mano con animo rea lissimo.

Di Venezia il X di settembre MDXLVII. Obligatissimo servitore Pietro Aretino TERNALE Duca d'Urbino signor Guidobaldo, Pietro Aretino, che piantaria negli orti gli stinchi d'ogni Lutero ribaldo, vi manda inchini, saluti e conforti pi che non son tra le ciurme aretine capi bassi, occhi in drento e colli torti. Intanto adora le Virt divine che adornon Voi come l'aprile e 'l maggio il lor giardin le rose adamaschine, tal che l'onore diventato un paggio di quei che danno a la vostra eccellenza, a la fin del mangiar pere e formaggio. E la Fama si reca in conscienza se in trombeggiar di voi, Principe degno, non dice agli altri: Abbiate pacienza. La Lode, rimirandovi in disegno ritratto vivo da quel Tiziano che fa di carne gli uomini di legno, grida: Io ne indormo il sof e 'l soldano ne le medaglie d'ariento e d'oro, e cos detto vi bascia la mano. La Gloria, per servare il suo decoro, sta sempre tuttavia continuo ogni ora coi vostri benemerti in concistoro. La Grazia, poi che il prossimo innamora, insino a l'Odio imbertona di voi, a onta de la Sorte traditora. La quale, co i briachi andari suoi, d i monti d'oro a certi farisei che in obro<b>rio del ciel regnan fra noi, et a chi non che un mondo, cinque a sei spenderebbe in un d, non porge tanto che possa il grado suo tenere in piei. Onde vi giuro pel sabato santo, vigilia di quell'ova benedette che metton la quaresima da canto, che se io a le stelle maladette ficcar potessi ne gli occhi le dita farei or ora le vostre vendette. Or per entrar ne la bont infinita, in la modestia, in l'onestade, in quella galantaria che vi fregia la vita, dico che il papa, quando egli in capella con tutto il clero di rosado apresso, non fa di s una mostra s bella. Io vado risolvendo meco stesso che questo e quel gran maestro simiglia uno alto, magro e disutil cipresso. Con l'aparenza induce maraviglia una cotale spezie di signori, ch' poi ne i fatti una ladra pariglia. Sol le qualit vostre exteriori cio modi, costumi, atti e maniere, paiono santi ne i lor romitori. Spiegano a nome vostro le bandiere, le condizioni eroiche sin dove

ser Febo accende e spegne le lumiere. Chi ha mai visto le scarpette nove in piedi a chi li port sempre vecchie, che si rincricca, contorce e commove, overo far la ninfa tra due secchie d'acqua fresca e brillante uno asetato, o tra i fiadoni isvolazzar le pecchie, vede l'animo mio amartellato de i pregi vostri che a la cortesia han dato, danno e daran sempre il fiato, a f che ella ha di voi fatto osteria, tal che scempio sar se non ci alloggia come passa da Pesaro il Messia. De i cardinali stitichi le moggia, de i cavalieri erranti le migliaia, come fuggisser la neve e la pioggia corrano a casa vostra e non baia, scroccando in quanto al mondo a tradimento con quella discrezion che ha il cento paia. Bench ognun per partirsene contento va predicando ch' la vostra corte come che vorrebbe essere un convento, ivi sette non son di mala sorte, ma brigate conformi al suo signore, che solo a i vizii fa chiuder le porte. Ivi gara non , n'ivi rancore, e come le donzelle la vergogna tiene a stecchetto chi vi servitore. Non vi bazzica intorno la menzogna, bench secondo il profeta Pasquino virt dirla quando che bisogna. Cos<t> non se bestemia il pane e il vino, e in cento poste il giuoco arcighiottone non cava altrui de la borsa un fiorino. Cost schiava d'ognun l'ambizione, e la superbia ne e fumi rinvolta scompisciata per ogni cantone. Cost non vanno i tabacchini in volta, non ci han punto che fare i ganimedi; n i buffoni ci suonano a raccolta. Voi cacciate col fuoco e con gli spiedi gli eretici e gli ipocriti faliti, e guai a quel che credesse a duo ci<n>edi. Cos fussero i preti ermafroditi, o per dir meglio i monici schiercati, o i frati in la piatanza rimbambiti; come sono discreti e moderati non pure i molti vecchi cortigiani, ma lo stuolo de i giovani soldati. I Giorgi, i Capellaci et i Graziani non vi rompano il capo giorneando con la creanza de i napolitani. De i vertuosi voi ste al comando, parlo de i rari in ogni facultade, che con lo ingegno non vanno anfanando. Per la qual cosa la cristianitade devrebbe in tutte quante le sue chiese canonizar la vostra deitade.

obligato almen sei volte il mese arder gli incensi e acender le candele in vostro onor tutto il vostro paese, perch formar di zuccaro e di mele non potrebbe un signor che vi aguagliasse, n l'esser senza tosco e senza fele. Voi non avete i suoi beni in le casse, perch di mercanzie e di gabelle guadagno non fu mai che vi tentasse. Ma queste burle son frasche e novelle, a petto ariguardagli come fate le figliole, le mogli e le sorelle. Facende ne i monarchi innusitate per bont di Cupido traforello, che vl che asaggi ogni suora l'abate. Forse che mo' a questo e mo' a quello, per beccar suso i crediti e i contanti, cogliete la cagion del petrosello. Con ceffo arcigno affermano i pedanti che ne le lettre latine e in le greche fate i pi dotti parere ignoranti. Io mi stupisco d'alcune cibeche, che udendo il vostro musical concento, non corrano a brusciar le lor ribeche. Bench tali opre son per ornamento de la nobilt vostra, poetessa per gentilezza d'intertenimento, che sol la valentigia principessa del corazzon di voi e la prudenza gemini ha fatto seco di se stessa. Per la viniziana omnipotenza, tanta amica di Dio che al fin del mondo restar ne la sua magnificenza, con un favore a nullo altro secondo, con una pompa inusitata e nova, con un piacer mirabile e giocondo dal Dusi, che pu star con Giove a prova, in presenzia al santissimo Senato, dal qual par che giustizia e grazia piova, dar fece a voi in San Marco, adobbato di pi eroi che non si vidder quando il divo imperador fu coronato, dare a voi fece come al suo Orlando lo stendardo e 'l baston di Generale, trombe, tamburi e campane sonando. E poi che il sacerdozio pastorale cant in vostro pro le letanie, con applauso excorde, in su le gale, il popolo faceva le pazzie nel correre a vedervi in processione im mezo a i padri de le monarchie. Una reliquia di riputazione paravate in voi stesso e ne le gemme il candelabro bel di Salamone. Vedendovi un che and in Girusalemme disse: Il gran cerchio c'ha il buon Duca al collo al mio stentar faria smaltir le flemme. Certo in quel col testimon d'Apollo, tutta questa citt quanto a l'affetto con l'anima e col cor portovvi in collo.

Montando in buccentor pi gi che il petto scappar le Dee di questo mare magno, son Triton di flauto e di cornetto. Vi si diede Neptuno per compagno sino a la riva del vostro palazzo, e di poi si tuff nel proprio stagno. Il vescovo Turpin mi pare un pazzo nel frappar de la Tavola ritonda, du' non poteva ber pure un ragazzo, imper che la gola furibonda de i doci franciosi masnadieri ogni cosa faceva e netta e monda. Lunga la devea far don imperieri aci come a la vostra ci mangiasse uno essercito e pi di cavalieri. Da che Marte se fe' pagar le tasse da casa d'altri come da la nostra, non si ud mai che in extasi egli andasse. Ma ci and ben quando l'altezza vostra con s superba e s real bravura comparse aurato a la stupenda mostra. Rapresentando in l'antica armadura Cesare omo da ben, del qual di cui ebbe gi il mondo una matta paura. Onde stragiura costui e colui che al tempo di noi non s' veduto n ancora sentito n l'altrui, s belle genti in livree di velluto cos bene a caval, s bene armate e con cera ciascun di Ferraguto, bench tra gli altri voi simigliavate, facendo far miracoli al destriero, il vincitor di tutte le giornate. E sar pi che certo e pi che vero venga pur via madama Occasione in grado e in gloria del veneto impero. Ma per che ste di Gies campione Paolo terzo, Pastor de i Pastori, vi ha mandato a Verona lo spadone, che a i re dassi et agli imperadori perch la fede e la religione difendin da le man de i traditori. Ora io conchiudo, dolce mio padrone, che s'una cosa che vi manca aveste, vi adorerebbon tutte le persone. Se qualche volta un pochettin poneste a chi 'l merta la destra in su la spalla, o passando oltra un ghigno gli faceste, il nome vostro restarebbe a galla sopra di qual si voglia mezo iddio, e nel giocar coi secoli a la palla ricordo ne faria sino a l'oblio. 1 LAUDE DE LA SIGNORA VITTORIA Con gli occhi sacri e con le luci sante, la donna che ha qual dea nel mondo onore notte e d move un lampo, uno splendore, ch'ombre e nubi da s svela dinante. Ci fa che Iddio, del suo ben fare amante, dal folgorar del sole e dal candore

puro in la luna tolse quel colore, ch'ivi arde ogni iacinto, ogni diamante; tal che il ciel, ripercorso da i bei rai, fiammeggia del pi vago e vivo lume che stella impirea isfavillasse mai. In tanta rifulgenzia il mortal nume sparge da i cigli castamente gai pace, innocenzia, amor, grazia e costume. 2 NEL RITRATTO DEL DUCA D'URBINO Se il chiaro Apelle con la man de l'arte rasempl d'Alessandro il volto e il petto, non finse gi del peregrin suggetto l'alto vigor che l'anima comparte. Ma Tizian che dal cielo ha maggior parte fuor mostra ogni invisibile concetto, tal che il gran DUCA nel dipinto aspetto scopre le palme entro al suo core sparte. Egli ha il terror tra l'uno e l'altro ciglio, l'animo in gli occhi l'alterezza in fronte, nel cui spazio l'onor siede e il consiglio. Nel petto armato e ne le braccia pronte arde il valore, scudo a ogni periglio d'Italia sacra a sue virtuti <c>onte. IL FINE

TERNALI IN GLORIA DI GIULIO TERZO PONTIFICE, E DELLA MAEST DE LA REINA CRISTIANI SSIMA AL DIVIN PIETRO ARETINO Quella traditora di Fama, oggi (si pu dire) piva da far ballar cittadini nonch con tadini, s'era mossa su tra i tromboni delle citt nostre di qua con una certa musi ca nuova ins le lode di non so che felice consorte della divinit aretina gi tanto l ibera; di modo che con questo suo canto non pi sentito ognun si moveva a entrar n el ballo della comune allegrezza delli amici vostri; et erano da fatto da gittar fuora del rispetto loro per rallegrarsene con voi. Ma ecco che la Sirena vostra travestita d'un sacro manto pontificale, e di una tiara di pura divinit tralucen te, e con un sceptro di gigli purissimi da una mano, e da l'altra con una di que lle sante palle rozze, la qual sola bastava per grandezza sua a designar tuto qu esto nostro globbo terrestre, ci fe' sentir una armonia quale propiamente senton o quelli che odono quella de i moti delle sfere celeste. E tanto pi si faceva str anamente sentire, quanto pi si alzava su la gelosia della libert, in barba d'i nim ici di verit tanto tempo concessavi dalla liberalit di divini influssi liberi. Ond e quella cicala del populazzo a quelli angelici accenti dispar subito in commune letizia di tutti, comme in confusion sua. E ci lasci gustar adaggio questi divini Ternali vostri, i quali avemo fatto ristampar quivi in grazia sua come in lode vostra. Acci sappia Italia che quanti sono amatori delle arti liberali, sono anco ra osservatori della libert concessa alla et matura della felice e immortal vita d el signor Pietro Aretino, per grazia divina uomo libero. Di Lione a d XVII aprile MDLI. AL NOSTRO SIGNORE Che i meriti de la di voi Beatitudine debbano anco mettere in suo pro il mio in qualche parte conoscergli, ecco che viene farne fede a voi (Padre, come Beato, S antissimo) il capitulo che le solenni vostre di vert Eccellenze mi ha tratto de l o ingegno in gloria de lo immortal suo nome e in grazia. Onde la divozione con c ui vi adora il di me animo per bocca de la presente pstola vi bascia i piedi sacr i umilmente. Di Vinezia l'ultimo di ottobre MDL. Inutile servo Pietro Aretino pe r divina grazia uomo libero

1 RIME IN VERSI O lingua indarno eran le tue parole, voce il tuo suono, i tuoi concetti ingegno penna i tuoi inchiostri e le tue carte sole, se Iddio non dava (perch n'era degno), qual fece a Pietro a Iulio senza menda, con le chiavi e col manto il trono e 'l regno. Per che re non che legga o intenda quel che natura in largo don mi diede, perch in l'onor de chi 'l merta lo spenda. Ma or che 'l mondo inginocchiar si vede al pontifice sommo, in s capace in sin di quel ch'ogni giudizio eccede, dopo il iubilo preso in nostra pace de l'alma assunzion, che terren chiostro e l'ambito divin se ne compiace, ingegno, carta, lingua, penna e inchiostro, in voce tutti del nativo stile, decantate exultando il Signor nostro. Poi che 'l di lui sempre animo virile, per conoscer se stesso in ciascun caso, felice oggid come gentile, sembra colmo di gioie un aureo vaso la mente sua di quel pensier riplena, che batezar vorien l'Orto e l'Occaso. In tanto egli rallegra e resserena le cadute virt, gli studi afflitti, le bont regge e le nequizie affrena. Con la pietade punisce i delitti, co i favori e co i pregi ricompensa gli ottimi intenti in gli uomini diritti. Mostra a i superbi una iracondia immensa, porge a gli umili una quiete extrema, tuttavia grazie e ognor venie dispensa. Per lui la colpa e 'l merto ardito e trema, in tale istante la lor varia essenza gli onori acresce e i vituperi scema. Ma perch senso della conscienza, fiato de gli onestissimi consigli e cauto spirto della providenza, per sereni, diletti, amati figli, privi del dubbio, senza gara alcuna, realmente terr l'Aquille e i Gigli. Ch in vero Iddio, ove ogni ben si aduna, quale in figura ha la sua effigie in cielo in sembianza del sole e della luna, largisce a noi con pio, clemente zelo, per lume, immago, il gran Padre ch' in terra, stabilimento al Vaticano ostelo. Onde il concilio mander sotterra l'empia eresia de i luterani erranti con uno error che non errando anco erra. In cotal mentre il bon Pastor, che a quanti papi succederagli insegna a ornarsi de' tituli de cui s'ornano i santi;

con s candido cor viene a mostrarsi che l'invidia, de i biasimi fucina, di opporgli pur un che non sa pensarsi. Ella, a se stessa tosco e disciplina, giura che questo annale e quella istoria gli dee il nome inchinar sera e mattina. Poi ch'egli, obietto a la immortal memoria, per sempre caminar coi pi del merto va per tute le scale de la gloria. Per tal miracol se gli Carlo offerto per divoto e leal, quel Cesar dico, che s' un uomo o un Dio non si sa certo. Non cede il secol d'oggi al tempo antico or che di Cristo il Vicario sincero s magno imperator vedesi amico. Ormai volge la Chiesa il guardo altero ver l'Oriente con dir: Forse ch'io confessar ti far la fede e 'l vero. A Iulio terzo dee pagar il fio chi giamai nol pag, perch' stupendo braccio del sacramento e man di Dio. Egli che sa s ben viver vivendo, e mo' fu sempre e sar tuttavia angelo a i boni, a i rei giusto e tremendo. Chi a lui ricorre di stimar che sia di ricorrerci degno, e infido quello che la clemenza che 'l nutrisce oblia. del culto catolico ribello, composto di strana efferitade, delle piante del vizio scabello, qualunche in l'alma e regia maestade, che gli tranquilla il conspetto fronte u' spazia ignuda ogni sua volontade, non affige le ciglia avide e pronte, imper ch'ella specchio a la speranza che loca altrui nel salutare MONTE. La cui cima ch' foro, albergo e stanza de le grazie, del senno e del valore, aguaglia il Sinai, l'Olimpo avanza. Fonti di carit, rivi d'amore, iscaturisce nel dorso e nel petto, e delle piaghe di Ies il <li>core. La Trinit di s l'ha in vece eletto per dare un capo a religione, d'immaculate deit ricetto. E per l'ostie e gli altari non pone tra l'armi, tra le morti, al sangue, a l'ire, per vanagloria de l'ambizione. Vorei pi cose de i suoi merti dire, ma un s gran suono per l'aria rimbomba, che nel farmi tacer fammi stupire. Ecco la Fama in forma di colomba, che da lo stil la materia mi leva con l'armonia de la sua ch<i>ara tromba. Ella che sopra i pianetti solleva Iulio, nome terribile e giocondo, onde in un tratto allegerisce e aggreva, canta ch'el solo di lode fecondo; per rifulger di splendide eccellenze,

idolo fatto a le genti del mondo; bench l'inclite sue magnificenze modestamente servano i decori de le religiose continenze, tal che nel dove convengon gli onori che si debbano a Dio, lascia da canto il rispetto de i grandi e de i minori. Non gi che lui, che si pu dare il vanto d'aver propizio il fortunato evento, manchi loro in merc tanto n quanto. Pur che in l'uom sia d'intelletto ornamento, il monarca magnanimo non prezza, s' patrizio o plebeo nel nascimento; ma solo tien di nobilt richezza la solerzia, la f, le vert sparte ne la creanza de la gentillezza. In colui poi l'affezzion comparte, che pur non ma non p esser empio, perch da l'onest mai non si parte. Il certo nume (a le gran cose exempio, e della ricordanza eternamente coro, ara, lampa, squilla, organo e tempio), un celeste oraculo evidente, i cui risponsi in note de gli eroi consolono in futuro et in presente. La degnitade ne i misteri suoi s ben procede, che ci mostra espresso come ben l'ha meritata fra noi. Con sicurt di libero possesso in la parola de la lingua tiene il s e il no in forte marmo impresso. Stabilisce con l'un quel che conviene, e con l'altro lo inlecito depenna, e in tal fatto distingue il mal dal bene. Ei le giuste dimande non impenna con il mentir de le promesse vane, anzi s'ottien ci che col cenno accenna. S dotto antiveder saldo permane ne l'opre che i maneggi gli consegna, con temperanze provide e soprane, che a ciascun, standosi queto, insegna quel che si debbe eseguire e deporre, e da niuno imparar ci s'ingegna. Tempo n forse non usa interporre a la necessit de i casi a i quali bisogna dar la prestezza e non trre. ne i progressi, che non voglion l'ali, ma spazio e pensimento gli richiede, tardo e ristretto con termini uguali. La carit l'amministra e la f, onde a quella in ispirito non manca, n mai questa da lui romper si vede. di complession libera e franca, e 'n l'ardor de le fervide azzioni non mai si sazia, si raffredda o stanca. Le qualit de le sue condizioni una machina paiono d'idee, esemplari a le pie cogitazioni. Simiglia un caos di palme idumee la gran copia di i sensi in cui l'ha instrutto

il profetar de le scritture ebree. E per premio, guidardone e frutto il succedere a Paolo gli suto, e ognuno il sa ma nol comprende in tutto. Ch bench il sol sia da ciascun veduto, son pochi poi tra la turba infinita che l'abbino in potenzia conosciuto. La sua Beatitudine gradita da l'altre Santitadi differente ne i gesti, ne l'imprese e ne la vita, pi che il vivace d'un raggio spendente da la luce che 'l forma e sparge lui dal luogo ove lei propria asistente. sempre effetto et abito in costui ci che per varie vie disavedute impeto e volont fassi in altrui. Procaccia a longo andar requie e salute a i popoli che domina, e d legge ne i riti sacri e 'n le cose devute. Tal che nel volto di Roma si legge che voria sempre che Iulio Superno fusse Custode del cristiano gregge. Se gli anni suoi durassero in eterno, l'anime nostre continuo vedrieno il Paradiso aprir, serrar l'Inferno. Compir lieto i venti lustri apieno, ch il Redentor per cui negozia l'ama, e buon pel clero se mai non vien meno. Qui la conclude la squilante Fama, perch'ogni clima del cerchio universo dentro a i suoi tabernaculi la chiama. S che udirassi da lo Atlante al Perso, da gli evangeli del sermon di lei, canonizarlo in venerabil verso. Stupidi rimaran gli Indi e i Caldei nel sentir in sentenzie e vere e vive chi lo agente del Dio de gli Dei. Dal calamo del tempo si descrive che questa etade illustre il privilegia d'inni ammirandi e di cantiche dive, perch di quante in una mente egregia reliquie di vert son dispensate, la sua se ne alimenta e se ne fregia. Nazioni externe di ragion dotate, converse nel piaccer de la letizia, Iulio Ottimo Maximo adorate. Scetro e catedra egli de la giustizia, de la concordia diadema e croce de la cruda e famelica avarizia: la persegue in pensiero, in atto e in voce, n vl che dove guarda alzi la faccia il monstro diabolico ed atroce. Iulio i tesori del Ciel si procaccia, serve si fa le libere persone, e s imperante di modestia allaccia; mentre che ad ogni infamia la prepone, e conculcando i tiranni usurari, circonda il regno di doppie corone.

Iulio tien di peccunie aperti erari quei cori, quelle viscere, quei petti che gli son di se stessi tributari. Tal che in vert di s veraci effetti, di Iulio eccelso a l'ombra mi consacro; ch'oltra l'esser perfetto intra i perfetti, delle cose divine simulacro, e delle umane suprema statura, e tre volte beato, santo e sacro, altre tante a Dio e a la natura. Fine AL CRISTIANISSIMO SIRE Due corone ornano la serenit de la singula Caterina (per divina providenzia anima e corpo del corpo e de l'anima del magnanimo re Enrigo), due corone dico: quell a del regno e quella del nome. A l'una per isplendere di qualunche gemma ci nasc a non convengan pi gioie; a l'altra s, imperoch non da le minere che producano le n aturali, ma da le vene che partoriscano le divine bisogna ritrarle. Per la qual sorte di cosa, quelle tali che in vert de la propria natura ho saputo con l'ingeg no raccrre, per parermi convenienti al diadema de la fama de s felice reina, a la Maestade vostra, senza parlar del prezzo, le mando. Con ci sia che, nel giudizio de la profusa liberalit sua la stima di cos fatte pietre rimetto. Intanto il ginoc chio sacro con la bocca le bascio de l'animo. Di Vinezia Inutile servo Pietro Aretino 2 TERNALI IN GLORIA DE LA REINA DI FRANCIA Mentre con umilt guardo e contemplo le grazie infuse in l'alma CATERINA, d'umanit miracoloso esemplo, la veggo in ogni parte s divina ch'io dico: Dimmi o provida Natura, opra tua l'altissima regina? Quando che lei di te non sia fattura, chi ha composto quel tranquillo fronte, u' spazia casta l'onestade pura? Chi sotto poi con sotigliezze conte l'ha inarcate le serene ciglia, che fan corona a le sue luci pronte? Chi form gli occhi da i quali il sol piglia norma e veder, per che non miran cosa che in s grado non tenga o maraviglia? Chi questa e quella guancia preziosa stamp con arte e impresse a caso? Ch'il mento, c'ora un pomo, or una rosa? Chi relev s delicato naso, che i sacri incensi gli sono alimento, n mai lascivo odor entra in tal vaso? Chi le intagli, e con quale istrumento, la bocca sobria e i bei denti le diede, e i labri scelti in foggia d'ornamento? Chi la lingua scolp, la qual procede col tacer saggio ne i modesti affari e fa udir quel che il dover richiede? Chi esplic gli orecchi sempre avari in ascoltar ci ch' biasmo deriso, tutta via larghi a i candidi parlari? Chi nel dolce aere del ridente viso ha una di quelle indole conversa, c'han nel volto i beati in paradiso?

Chi la soave isvelta gola (aspersa di lattee perle) e tante gioie belle porge in colonna immaculata e tersa? Chi coni le sacre sue mammelle che sembran fisse ne lo eburneo petto, del cielo uman duo notritive stelle? Chi espresse in tenace ordin perfetto le nivee braccia, d e notte aperte dal proprio suo misericorde affetto? Elleno son di tal clemenza inferte, che a i perversati da i casi villani vengano incontra et han se stesse offerte. Chi le dita aricch quelle mani, che in la bellezza e ne la cortesia fanno istupire i prossimi e i lontani? Con esse premia dovunque si sia l'auree vert, per esser l'aiutrice non punto men che fortunata, pia. Chi offerse in tal fertil genitrice (puro olocausto di sacrario attivo, e minera alma di prole felice) lo spazio intatto in l'alvo sensitivo, che i re predestinati e i duci eletti serba innocente sino al d nativo? Chi la capacit et i recetti dentro ci conferm, perch'ivi poi gisser crescendo i principi concetti? Chi distese le gambe e sculse in doi le sommesse ginocchia, u' a tempo stassi Cristo adorando e i veri santi suoi? Chi a i piedi fece i fondamenti bassi? Chi fa parer ch'ogni giglio, ogni fiore germogli u' move i graziosi passi? Chi fu lo esperto mastro, ch'il fattore che in forma di piramide ridusse il suo sincero e mansueto core? Chi l'egregie eccellenze in lui produsse? Chi a non capir dove cape il costrinse? Chi volse che visibile ogni or fusse? Chi le viscere intorno gli destinse, e con s sviscerata affezzione di tenero fervor calde l'avinse? Chi nel bel corpo con salda ragione e in ciascun membro andato osservando la venust de la proporzione? Chi suto l'architetto venerando de la machina in muscoli viventi? Chi un picol mondo in lei va figurando? Chi tutte le prefate opre esistenti in materia s vaga e mesurata, ne i destri ufficii lor fe' diferenti? Chi un con la ragion l'anima innata? Chi l'anima in lo spirto essenziale tiene essenzialmente consertata? Chi di lo spirto a l'esser corporale che ne i capi, ne i mezi e ne le prode sostiene il moto del peso carnale? Chi 'l genio salutifero in custode ci consegn, acci che le succeda ciascuna occasione in grado e in lode?

Bench a la sua prudenzia avien che ceda angelo tale, e in tutte le maniere le potenze di lui dansele in preda. Ale richieste de le mie preghiere par che in suon di pioventi acque risponda il motor de i pianeti e de le sfere: Per ordin mio la Natura feconda gita distinguendo opre cotante in CATERINA a null'altra seconda. Ella con iscienze sacrosante, oltra quel ch'ode, vede, gusta, odora, e tocca e parla con grazia prestante, oltre il lineamento entro e di fora, per compiacermi d'ogni circostanza l'organiz in guisa d'Aurora. E per i costumi e la creanza splendano in lei con s supremi gesti c'oggi le dee, non pur le donne, avanza. Ma quasi nulla son tutti i celesti strumenti suoi par che sogiunga Iddio , ancor che sien del mio voler contesti. Son nulla in quanto a la mente che io le ho in don concessa, onde continuo pensa col tesor del ben far pagarmi il fio. Ella i pensieri sublimi dispensa in preclari negozii e gli consegna dove il fine d'onor la ricompensa. Largito ha in lei, tre volte inclita e degna sopra ogni dote, la mia providenza, uno animo che pate e non si sdegna. Fede pu di ci far la pazienza, che se vidde e conobbe alor che parse che steril fusse a la real semenza. Tal che il livore al Ciel volle elevarse, ma cadde poi che i privilegi miei la ferno in plenitudine mutarse. In somma un tabernacolo costei, e le reliquie che dentro ci serbo son le virt e le bont di lei. Cos del grande Iddio mi pare il verbo in suo idioma, che in letizia mena quanto si possa mai sentir d'acerbo. Certo che lei, di santimonia piena, soprumana e sopranaturale, et erra chi la tien cosa terrena. L'altezza sua prescritta immortale, non perch sia di qualitade eterna ma perch'ell' composizion fatale. Per la qual cosa ogni luce superna di s splendente clarit l'infoca, che a Gallia lampa, a Italia lucerna. S che chi l'ama, l'adora e l'invoca, porge il suo dritto a l'umile osservanza che a inchinarla ogni nazion provoca. Ora chi vol suscitare la speranza, desunta in aspettar quel tardo punto che di mai non venire ha per usanza, di collocarla in lei prenda l'assunto e vedr che in adempiere il suo voto, a onta de lo indugio, il termin giunto.

S'altri brama far s celebre e noto, e la reputazion restare amico, se l'offerisca in servo e per divoto. Ella, che un tempio del petto pudico ha fatto e consacrataci l'immago del magno, sommo e glorioso ENRICO, merta che il secol del suo ben presago converta il giorno che nacque in festivo, e sia solenne a l'Arno, al Reno e al Tago. Tizian perpetuo e Michelagnol divo, in cotal mezo con pennello arguto rasemplinla in color c'abbia del vivo. Il Buonoaruoti e il Sansovin saputo tolghinla in marmi da la propria idea, in metalli Lione e Benvenuto. Istampinla Gianiacopo et Enea con la medesma acutezza discreta ch'usan d'imprimer Pallade et Astrea. O Vasaro, o Salviati, o Sermoneta, propizia la farete a chi la vede dipingendola in grembo al suo pianeta. Giuseppe e Andrea ritraran la Fede, la Temperanza con la Continenza, lei retraendo a sedere et in piede. Valerio e tu Francesco l'Innocenza a procreare in musaico venite, nel tr la copia de la sua presenza. In uno le tre Grazie insieme unite improntar il da bene Anichino, recandola in corgnuole e in margarite. Principia i suoi simulacri Baccino; fanne, Danese, esemplari virili; tu Meo, tu Rafaello e tu Bro<n>zino. Minia, don Iulio, in ritondi profili i vezzi che da lei Grazia impara, perch angelicamente son gentili. Sola tra ogni imperatrice rara, Bernieri, tale; per miniando le sue florenti leggiadrie dechiara. Nel Genga, in San Michel vassi aspettando, nel Serlio, nel Ruscone, in questi e in quelli; ci che in suo onor vadin tra lor pensando. Essi, Vitruvii in gli edifizii belli, perch a i di lei teatri si dia opra comincino le bozze et i modelli. Medoro, in tal mestier f che ti scopra, et abbi in ci le tue vigilie spese poi che t' simil don dato di sopra. La caterva di tanti in tali imprese, nel superar l'un l'altro mostri come la invidia gloria in le degne contese. Fila d'oro non ha tante in le chiome, quante rime conteste in versi eroi celebraranno a CATERINA il nome. Con il chiaro Alamanno, i Speron, voi, voi Dolce, voi Venier, voi Muzio, ormai cantate a gara i santi effetti suoi. Del saper vostro, Carnesecchi, i rai le sien gemme al diadema, poscia ch'ella rende il niente de i dotti in assai.

Mirabil Caro, CATERINA quella che, sempre mai che al SIRE suo si mostra, in pro de i buoni intelletti favella. Tasso e Capello sien materia vostra, qual de i Candolfi le grandezze umane che umili esaltan l'avocata nostra. S che unico Ruscelli, amabil Zane, grave Molino, illustre Bentivogli, Coccio erudito, culto Frangipane, aci la Fama del tutto s'invogli de le sue maraviglie, itene empiendo l'ample facciate de i perpetui fogli. Ecco il Cesano, giudizio stupendo, et il Brucioli, e il Doni, e il Varchi, e il Nardi, che la vanno altamente descrivendo. Ma quel che tanto importa, che non tardi a dir di lei quelle ammirande cose che intende e sa l'orator Lionardi. Parlo de l'uomo al qual non sono ascose de i cieli le vert non che il decoro, del quale Iddio tal madama compose. Di lei scrivi, Esculapio Fracastoro, Casa, d'Apollo amfiteatro e mole, sia ne i vostri registri in note d'oro. Iovio, da poi che le perite scole ne l'istorie vi cedano, explicate in chiaro annal le sue venture sole. Picolomini, il calamo pigliate col Platon Susio, e per le solite orme in commendarla a pien l'exercitate. Il Tolomei a Omero conforme (anzi maggior per che il poeta invitto qualche volta dorm, ei mai non dorme), intitoli et indrizzi ogni suo scritto, cos lo Spino, il Brembato e 'l Contile, al refugio del merto derelitto. Volga il Manuzio e l'Amalteo lo stile, e il Verit a l'idolo ch' solo perch nessuno esser gli pu simile. Gran Giovan de la Rovere col volo, nei suoi pregi studiando, passareste l'artico perno e l'antartico polo; bench ci fate voi, signor c'aveste quante i libri han dottrine in ascendente, e perch pi vivesser ci nasceste. Cornar Benetto, Anton Corso eccellente, Parabosco, Rosel, Pace, Pompeo, datela in l'opre a l'universa gente. Il possente tuo pletro, Aurialo Orfeo, dedica a l'alta Donna, poi che agiungi con esso a i merti d'ogni semideo. Cerruto, Orazio a te riman di lungi se in ciascuna oda sue grandezze canti, e col fine del mondo ti congiungi. Tiepolo, Magi e Brusantino, i vanti che poetando posson dar le carte nel dir di lei vi apariran davanti. Poi ch'ogni musa in la natura e in l'arte col fiato vostro, Beccatel, respira, le di voi penne abbin sue laudi sparte.

Barbaro Daniel, Fortunio Spira, per decantarne in voi temprando gite l'eccelsa cetra e la superna lira. Del ci che ste il bel volume aprite Vendermino, Domenichi, Bettussi, e in lei le vostre lettre conferite. Gallo urbinate, s'io Pietro non fussi te Antonio esser vorrei; s mi compiaccio nel legger quel che a te dettan gli influssi. E per pon da canto ogni altro impaccio, e 'l tuo furor poetico diserra in suggetto s alter, come anch'io faccio. Cornelio, Ottavian, Sisto, Volterra, suso i pulpiti aperti predicati la sua religion di terra in terra. Padri che in gli ermi solitari orate, vergini ancille del rito cristiano, che sempre viva il Redemptor pregate. Intanto in musical coro, Adriano nel silenzio de l'organo exponete armonizando il suo valor soprano. Bench o voi che nominanza avete ne gli eventi e nei garbi de i disegni, dal ci che pi vi par non vi togliete. Dite academie a i laureati ingegni, di quei s'intende in vert pi securi, che non sono i tesor, gli imperi e i regni, che attendino a gli studi lor maturi, e ancor che in voce d'inchiostro gli chiamo del mio persuader nessun si curi. Ma tacin di costei ch'io adoro et amo, col bramar l'ombra di quella bontade ne la qual par che non peccasse Adamo. Per ch'essendo la sua Maestade oggid squilla de la propria gloria, ne gli anni ancor d'ogni posteritade di se stessa sar tromba e memoria.