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Rom E Sinti
Il Libro dell'Anno 2008 - stampa Rom e Sinti Un uomo saggio ride quando pu. Sa bene che ci sar molto da piangere nella vita (Proverbio rom) Rom e Sinti in Italia: minoranza senza territorio di Maurizio Ambrosini

LA STORIA TRAVAGLIATA DI UNA POPOLAZIONE COMPOSITA


Va chiarito in premessa che le persone che nel linguaggio corrente sono definite zingari rifiutano questo appellativo, ritenendolo dispregiativo, e si definiscono invece Rom oppure Sinti (nel caso siano storicamente insediati nelle regioni dellItalia settentrionale). Sono membri di una minoranza etnica priva di territorio (la pi numerosa, complessivamente, dellUnione Europea), che ha mantenuto nei secoli alcune peculiarit distintive, rappresentate in modo particolare dalla lingua, il romans, pur suddividendosi in gruppi e sottogruppi. In realt, difficile persino parlare di una popolazione omogenea e lo stesso romans comprende circa 60 dialetti soltanto in Europa. Ci troviamo di fronte a un mosaico di gruppi sociali, tra loro diversi per nazionalit, religione, data di arrivo, pratiche insediative. Anche il trattamento giuridico concorre a istituire categorie diverse, con una dotazione diseguale di diritti, in modo particolare per quanto concerne la cittadinanza e la possibilit di risiedere sul territorio, producendo differenziazioni e divisioni. Incontriamo infatti cittadini italiani, cittadini dellEuropa comunitaria, stranieri in possesso di permesso di soggiorno, rifugiati, richiedenti asilo, immigrati in condizione irregolare e altri casi ancora, talvolta insediati negli stessi luoghi o legati da rapporti di parentela. Vi anche un certo numero di apolidi: per esempio cittadini dellex Iugoslavia che, con il dissolvimento del vecchio Stato di appartenenza, hanno perduto la nazionalit che possedevano, senza riuscire ad acquisirne unaltra. In questo, come in altri frangenti, sono i minori a pagare un prezzo particolarmente alto allambiguit e alla reticenza delle norme giuridiche, nonch alle applicazioni discrezionali e restrittive del loro dettato: quasi tutti nati in Italia, non di rado sono privi di uno status di cittadinanza definito, al di l del documento di registrazione della nascita. Limitandoci alle principali componenti presenti oggi in Italia, possiamo distinguere in questo composito arcipelago: i Sinti, un gruppo antico e da tempo italianizzato, occupato tradizionalmente soprattutto nello spettacolo viaggiante, che assumono denominazioni territoriali legate alle regioni di insediamento: piemontesi, lombardi, veneti ecc.; i Rom dellItalia centro-meridionale, arrivati nel 15 secolo, distinti a loro volta in abruzzesi, napoletani, calabresi; i Rom Harvati, provenienti dalle zone settentrionali dellex Iugoslavia in seguito alle due guerre mondiali; i Rom Kalderasha, Lovara e Churara, provenienti dalla Moldavia e dalla Valacchia, arrivati in pi ondate a partire dalla fine dellOttocento; i Rom Khorakhan e Dasikhan, a loro volta distinti allinterno in sottogruppi, di arrivo pi recente (dalla seconda met degli anni 1960) dallex Iugoslavia (Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati 2001, p. 686). Grazie soprattutto alle ricerche dei linguisti, si ritiene che queste popolazioni siano originarie dellIndia e che siano migrate verso Occidente a partire forse dal 5 secolo d.C. Due opere di area persiana del 10 secolo (la Storia dei re di Persia di Hamzah dIsfahan e Il Libro dei Re di Firdusi) ne attestano il passaggio. Le tracce successive si rinvengono in Armenia, nelle regioni orientali dellImpero Bizantino, quindi in Grecia, con diverse attestazioni nel 14 secolo e la fondazione di numerosi insediamenti nel Peloponneso, oltre a una Baronia degli Zingari a Corf, verso il 1340, riconosciuta dalla Repubblica di Venezia (Argiropoulos 2005).

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Nei Balcani, Rom e Sinti divennero stanziali ma, forse a motivo della loro abilit nella lavorazione dei metalli, furono ridotti in schiavit dai principi locali (nel 1370 in Valacchia): una condizione che in Romania sar abolita soltanto dopo la met dellOttocento. Queste vessazioni, insieme alle invasioni turche, furono probabilmente le ragioni che li spinsero a mettersi nuovamente in marcia verso Occidente. In Italia le prime segnalazioni del loro passaggio risalgono alla prima met del Quattrocento (1422 a Bologna). Inizialmente si presentarono come pellegrini diretti a Roma, suscitando curiosit nelle popolazioni locali e fruendo della tradizionale ospitalit, religiosamente motivata, nei confronti dei pellegrini diretti verso i Luoghi Santi. Ben presto per la benevolenza si mut in ostilit e cominci una storia secolare di decreti di espulsione, deportazioni, violenze, tentativi di assimilazione e sedentarizzazione forzata, che non riuscirono mai a distruggere questa minoranza, ma ebbero lindubbio effetto di rafforzare la diffidenza reciproca tra maggioranze stanziali e minoranze marginali e itineranti. Lapice di questa dolorosa vicenda stato raggiunto dal genocidio nazista, il porrajmos delle minoranze rom e sinte, a cui tuttavia gli Atti del processo di Norimberga dedicano un solo paragrafo e la storia successiva non ha ancora reso giustizia.

STIME E PREGIUDIZI
Mancano dati ufficiali circa la consistenza numerica delle minoranze rom e sinte, o perch le leggi nazionali non prevedono (o addirittura vietano) di raccogliere dati circa lappartenenza etnico-culturale delle persone, o perch i singoli preferiscono sfuggire a unetichettatura stigmatizzante, o anche perch i processi di assimilazione conducono effettivamente ad abbandonare lidentificazione minoritaria. Secondo la stima di Caritas-Migrantes 2006, in Europa vivono allincirca 9 milioni di Rom e Sinti, di cui meno di 2 milioni nellEuropa occidentale. Per lItalia, i dati si attestano intorno alla cifra di 120.000-150.000 unit, che hanno presumibilmente conosciuto di recente un incremento significativo in seguito allingresso nellUnione dei nuovi paesi membri (Bulgaria e Romania). Vale la pena di ricordare che, secondo la stessa fonte, la consistenza della popolazione rom e sinta raggiungerebbe una cifra compresa tra le 650.000 e le 800.000 unit in Spagna, tra 280.000 e 340.000 in Francia, tra 160.000 e 200.000 in Grecia. Per vari paesi dellarea balcanica, storico territorio di insediamento delle minoranze qui analizzate, si verificano consistenti scarti tra dati ufficiali e stime di esperti e Organizzazioni non governative: per la Romania si oscilla tra i 400.000 dei dati ufficiali e 1,4 o addirittura 2,5 milioni delle fonti indipendenti. Per la Bulgaria, da 360.000 a 600-750.000; per lUngheria, da 190.000 a 600-800.000; per la Slovacchia da 90.000 a 480-520.000; per la Repubblica Ceca da soli 11.000 ufficialmente censiti a cifre stimate comprese tra 160.000 e 300.000. Gi queste vistose incongruenze tra dati ufficiali e stime ufficiose indicano una questione irrisolta: essere definiti e catalogati come Rom (o Sinti) comporta una stigmatizzazione gravida di conseguenze, che molti degli interessati cercano di evitare. Malgrado le incertezze connaturate ai conteggi e nonostante gli arrivi dai Balcani a partire dagli anni 1990, vi sono pochi dubbi sul fatto che buona parte (poco meno della met, probabilmente) delle persone ascrivibili a queste minoranze e oggi residenti nel nostro paese sia di nazionalit italiana, talvolta acquisita ormai da decenni o addirittura da parecchi secoli. Lo scarto tra quadro giuridico, riferito alla regolazione delle migrazioni internazionali, e condizioni di insediamento delle minoranze rom e sinte risalta nettamente proprio quando si considera che si tratta di popolazioni per la maggioranza non pi nomadi, composte anche di cittadini italiani e pertanto non immigrate, ma tali da formare una minoranza interna senza territorio, senza riconoscimento e senza tutela. Semmai, gli arrivi degli anni recenti hanno contribuito a un processo volto a ridefinire ed etichettare come stranieri coloro che sono sempre stati considerati per eccellenza gli estranei, ed estranei pericolosi, da parte della componente maggioritaria della popolazione. Come ricorda uno studioso della questione, il potere di definire uno strumento fondamentale nelle mani di chi detiene il potere per razionalizzare e gestire coloro che sono percepiti come estranei/stranieri/diversi; allo stesso tempo, le etichette tracciano i confini allinterno dei quali coloro che sono etichettati possono giocare la loro partita politica e costruire le loro domande e le loro chances di promozione sociale (Sigona 2005, p. 281). I Rom rappresentano dunque il caso estremo dellalterit percepita come minacciosa da parte di comunit locali che si autodefiniscono come ordinate, pacifiche, rispettose delle leggi. Il normale immigrato,

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specialmente quando lavora, non si immischia in attivit illegali, non avanza rivendicazioni scomode, ha potuto godere nel tempo di una qualche forma di legittimazione, bench stentata e fragile, essendo sempre pi chiaro che il nostro sistema economico (e le nostre famiglie) ne hanno bisogno (Ambrosini 2005). Invece, le persone identificate come rom (e sinte) restano al di fuori del perimetro della pur precaria accettazione economica dellimmigrato, interamente consegnate a una visione patologica del loro rapporto con la societ maggioritaria. Entrano in azione nei loro confronti, in modo emblematico, i meccanismi del pregiudizio: la definizione in forma collettiva della minoranza etichettata, senza riguardo per le articolazioni interne e le differenze individuali; lapplicazione di denominazioni spregiative; la netta separazione tra noi e loro; il confinamento ai margini della societ, in luoghi possibilmente lontani e invisibili; la radicata persuasione che i Rom siano cos per natura, o come oggi si preferisce dire, per cultura, sempre per supposta come rigida e immodificabile. Pi ancora, nel caso dei Rom e Sinti circolano leggende nere, come quella molto radicata secondo cui rubano i bambini; si producono i tipici circoli viziosi dellesclusione, per i quali a essi pressoch precluso laccesso a un lavoro normale, e nello stesso tempo si rimprovera loro di vivere di espedienti, rifiutando il lavoro. Anche la definizione di nomadi mal si attaglia alle minoranze di cui ci occupiamo. Secondo le stime disponibili, solo una frazione, di entit compresa fra il 15% e il 30%, conduce ancora una vita itinerante, gli altri sono ormai sedentarizzati o in via di sedentarizzazione. I Rom arrivati dai Balcani provengono da secoli di insediamento stabile, anche se in condizioni di discriminazione e marginalit, e sono stati resi mobili da guerre, pulizie etniche, sconvolgimenti economici e sociali. La reiterazione delletichetta di nomadi suona dunque a sua volta come un espediente retorico per ribadire lalterit di questa popolazione, la sua irriducibile diversit rispetto agli stili di vita e alle pratiche sociali della maggioranza stabilmente insediata. Va dunque ribadito che la ricorrente tentazione di fare appello a categorie culturali etnicizzate, supposte come fissate e immodificabili, una facile scorciatoia per attribuire agli stessi Rom e Sinti la colpa della loro mancata integrazione, occultando le responsabilit della societ maggioritaria e delle sue istituzioni.

I CAMPI NOMADI: DA SOLUZIONE A PROBLEMA


Anche politiche inizialmente animate da buone intenzioni, come quelle dei campi nomadi, hanno generato effetti perversi. Di fatto, le pratiche di gestione della diversit rappresentata dalle popolazioni rom e sinte attraverso lallestimento di campi di sosta o altre soluzioni allinsegna della precariet e insieme della rigida regolamentazione delle pratiche abitative hanno contribuito in maniera decisiva ad aggravare il problema dei cosiddetti nomadi. I campi sono nello stesso tempo la principale risposta fornita istituzionalmente alla domanda abitativa delle minoranze rom e loggetto principale delle tensioni con i cittadini residenti: i campi nomadi occupano un ruolo centrale nella gestione del problema. In quanto luoghi di controllo sociale, ma anche di smistamento della carit istituzionale e non, essi mantengono e salvaguardano i confini, evitano lincontro, tengono gli zingari in un nessun luogo che in ultima analisi consente il mantenimento dello status quo (Sigona 2005, p. 270). I campi, oltre a controllare e a mantenere ai margini i cosiddetti nomadi, rappresentano uno strumento di assimilazione, che tende a normalizzare le popolazioni previamente definite come itineranti, costringendole di fatto a una situazione di stabilit insediativa, bench in condizioni di precariet e di degrado, a causa del crescente affollamento, della carente manutenzione, dei difficili rapporti con le societ locali. Proprio lorganizzazione degli insediamenti temporanei, con la parallela difficolt a trovare altre aree di sosta, tende a far diventare permanenti soluzioni che dovrebbero essere provvisorie, istituisce in parecchi casi grandi contenitori difficili da controllare e gestire, obbliga alla convivenza forzata famiglie e gruppi fra loro ostili: Attualmente, uno degli aspetti pi complessi della gestione delle aree di sosta da parte di quartieri e Comuni proprio la convivenza forzata di un numero elevato di famiglie che, non potendo spostarsi per motivi legati al rilascio delle autorizzazioni in aree diverse da quelle in cui risultano residenti, organizzano il poco spazio a disposizione in modo da evitare il pi possibile il contatto con altre famiglie vissute come ostili (Santoro 2004, p. 32). Contenere, controllare, isolare, alloggiare, dare ricovero: questi e altri sono i significati associabili ai campi, tutti allinsegna per di una separazione tra i destinatari delle misure insediative e i normali residenti, tra le zone marginali in cui sorgono i campi e il tessuto urbano,

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tra i circuiti di socialit della maggioranza e quelli delle minoranze l alloggiate. Accanto ai campi-sosta autorizzati si sono sviluppate, spesso spontaneamente, altre soluzioni abitative, in genere allinsegna della precariet o anche dellabusivismo: parcheggio di roulotte in terreni di propriet, costruzioni spontanee, insediamenti non autorizzati su aree pubbliche ecc. Anche quando queste pratiche riescono a evolvere verso costruzioni stabili e dignitose, per esempio con la costruzione di case in muratura su terreni agricoli di propriet, devono fare i conti con il problema delle norme edilizie, che non consentono neppure linstallazione di roulotte o case mobili su terreni non adibiti a usi residenziali (Vivere ai margini 2007) Le condizioni insediative, con le loro prevalenti caratteristiche di precariet, determinano in ogni caso in modo decisivo le opportunit di vita in generale e la possibilit di percorsi lavorativi, di tutela della salute, di inserimento scolastico, di accesso ai servizi. Nel 2007, nellarea milanese e in altre citt italiane, hanno occupato il centro della scena le resistenze e le mobilitazioni poste in atto da una parte della popolazione maggioritaria contro gli insediamenti destinati a popolazioni rom e sinte, con lappoggio di forze politiche che hanno alimentato le proteste. Si tuttavia manifestata in questi conflitti urbani una strisciante contraddizione dello schema che inquadra le minoranze scomode come una minaccia collettiva per le societ maggioritarie: una volta che questi gruppi sono stati definiti come pericolosi, non si trovano pi residenti disposti ad averli come vicini di casa, neppure ai margini del quartiere, e gli insediamenti collettivi diventano ancora pi segregati e difficili da realizzare, lasciando di fatto altro spazio agli insediamenti abusivi. Le ripetute demolizioni di questi ultimi compromettono inoltre i tentativi di integrazione e di tutela sociale, anche sotto il profilo dei diritti umani basilari, come listruzione per chi ne ha diritto, aggravando la marginalit delle persone e dei gruppi sociali che li subiscono: scuola per i minori, lavoro per gli adulti, tutela sanitaria per tutti, per non parlare della disponibilit di unabitazione, diventano pi difficili da garantire. La spirale dellesclusione rischia di diventare inarrestabile (Ambrosini-Tosi 2008). Come confermano queste vicende, paura e diffidenza salgono dal basso, si formano per dinamiche spontanee e incontrollabili. Mostrano i loro effetti perniciosi le dinamiche psicosociali della categorizzazione, secondo modalit collettive e omogenee, di gruppi sociali internamente differenziati, stratificati, di diversa origine e condizione giuridica, oltre che composti di individui irriducibili alletichetta collettiva, per i quali la caratterizzazione etnica solo uno degli aspetti dellidentit sociale. Come mostra una ricerca condotta nel Mezzogiorno, i Rom calabresi, insediati nella regione da secoli, occupati come muratori od operatori ecologici, alloggiati in molti casi in appartamenti, con figli che in alcuni casi hanno conseguito un diploma della scuola superiore, sono assimilati con i Rom arrivati a Messina da pochi anni in seguito alle guerre balcaniche, avendo lasciato alle spalle una casa e un lavoro, considerati a loro volta zingari e non rifugiati: Loro non si vedono uguali. Ma noi li etichettiamo, li rendiamo uguali per poterli meglio emarginare (Rom e Romn 2004, p. 10). La polemica che si concentra intorno alla realizzazione di nuovi campi, in termini di accettazione o rifiuto, appare dunque in larga misura fuorviante. Il conflitto apparentemente insolubile tra popolazione maggioritaria e installazione di gruppi rom e sinti in appositi campi richiede di spostare la discussione su un altro piano, ponendo a tema il superamento o almeno la flessibilizzazione della forma-campo, inteso come insediamento eterodiretto, numeroso, istituzionalmente controllato, di fatto permanente, collocato ai margini dei contesti urbani, scollegato da interventi adeguati di integrazione e promozione sociale. Come stato osservato, mentre molti Sinti chiedono aree residenziali attrezzate dove vivere in piccoli gruppi, i Rom stranieri chiedono un impegno serio verso soluzioni abitative sostenibili e dignitose che superino leterna precariet rappresentata dai campi nomadi e cercano politiche di sostegno e supporto allinserimento lavorativo e alla regolarizzazione dello status giuridico (Sigona 2007, p. 29). Non solo: pi volte, anche le istituzioni internazionali attive nel settore, come la Commissione europea contro il razzismo e lintolleranza (ECRI, European Commission against Racism and Intolerance) hanno formulato critiche sulla politica dei campi-sosta praticata nel nostro paese, rilevando il fatto che tale situazione di segregazione effettiva dei rom/zingari in Italia sembra riflettere latteggiamento generale delle autorit italiane che tendono a considerare i rom/zingari come nomadi, desiderosi di vivere in accampamenti. Pi o meno negli stessi termini, il Comitato delle Nazioni Unite sulleliminazione della discriminazione razziale (CERD, Committee on the Elimination of Racial

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Discrimination), aveva notato nel 1999: In aggiunta alla frequente mancanza dei servizi di base, labitare nei campi porta non solo alla segregazione fisica della comunit rom dalla societ italiana, ma anche allisolamento politico, economico e culturale. Oltre al nomadismo e al desiderio di vivere in campi-sosta precari e affollati, un altro luogo comune che incide sulle rappresentazioni delle minoranze rom e sinte concerne i rapporti di genere. La societ rom, come molte societ tradizionali, dipinta di solito come un sistema sociale rigidamente maschilista, che non solo tiene le donne in una condizione di subalternit, ma ne limita le possibilit di parola, di lavoro, di rapporto con la societ maggioritaria. La realt documentata dalle ricerche molto pi frastagliata e complessa (Vivere ai margini 2007; Ambrosini-Tosi 2008). vero che le figure pi in vista, quantomeno nei rapporti esterni, sono generalmente maschili: lideale tipo del capo rom sembra rimanere, nellimmaginario e nelle attese degli interessati, quello di un uomo, anziano, alla testa di una numerosa famiglia. Cos pure, alcuni aspetti della vita pubblica che ricoprono agli occhi degli interessati una cospicua valenza simbolica, come concludere compravendite, vedono gli uomini in primo piano. Di fatto per le donne sono il vero anello forte dellorganizzazione sociale, sono coloro che tengono insieme le famiglie, presiedono alla vita quotidiana, amministrano in modo oculato le risorse disponibili. Non di rado, lavorano o cercano lavoro allesterno; altre volte, esercitano qualche attivit allinterno degli insediamenti, come la gestione del bar o le pulizie negli spazi comuni. Spesso sono loro a rivolgersi alle istituzioni, a intrattenere rapporti con le organizzazioni solidaristiche che operano in loco, a fare da tramite con la societ esterna. Questo protagonismo femminile pu verificarsi per vari motivi. Per necessit, perch molti uomini sono stati incarcerati e non possono pi svolgere determinate funzioni, e allora si constata che alle donne non mancano le risorse per prendere il loro posto. Per convenienza, perch la societ maggioritaria pi disposta a dare retta e a concedere qualcosa alle donne, mentre teme o rifiuta gli uomini. Per una evoluzione spontanea, perch le donne si rivelano pi capaci e intraprendenti. In ogni caso il maschilismo dei Rom, se non finito, appare intaccato e circoscritto ad aspetti che lo confermano simbolicamente, ma lo svuotano nella sostanza. Di converso, la sottomissione delle donne, bench possa trovare conferme formali, appare contraddetta da una molteplicit di pratiche e comportamenti effettivi.

ECONOMIA DELLA SOPRAVVIVENZA E SERVIZI DI WELFARE


Anche una lettura pi approfondita delle modalit di reperimento delle risorse per sopravvivere consente di circoscrivere e problematizzare alcuni dei pi radicati pregiudizi sulle popolazioni rom e sinte. Sotto il profilo economico, Rom e Sinti sono in un certo senso dei sopravvissuti. Sopravvissuti alle guerre balcaniche, alle pulizie etniche, agli sconvolgimenti politici e sociali dellEuropa orientale che, dopo averli resi sedentari anche contro la loro volont, li hanno costretti a un nuovo nomadismo forzato. Sopravvissuti alla fine delle attivit artigianali e commerciali itineranti, complementari alla vita sedentaria del mondo agricolo, che costituivano la nicchia economica in cui potevano ritagliarsi un ruolo utile e legittimato: arrotini, calderai, commercianti di cavalli ecc. Sopravvissuti al declino dello spettacolo viaggiante, che fino a pochi anni fa rappresentava il principale sbocco lavorativo dei Sinti italiani. Pi che di distanza volontaria dal lavoro e di propensione naturale verso le attivit illegali, sarebbe pi appropriato dunque parlare di una difficile riconversione e di un adattamento problematico ai ritmi e alle regole della societ industriale e postindustriale. In questa cornice strutturale si inseriscono poi almeno due fattori di difficolt pi specifici: la mancanza di documenti che autorizzino soggiorno e lavoro, per i Rom arrivati di recente dallarea balcanica, e il pregiudizio che le societ sedentarie nutrono nei confronti dei cosiddetti nomadi. Anche datori di lavoro bisognosi di manodopera, quando vedono che i candidati provengono da un campo nomadi, molte volte ritirano precipitosamente lofferta. Sovente i medesimi protagonisti evitano di definirsi come rom e se possibile di spiegare con precisione dove abitano. Non vi da stupirsi dunque se i livelli di disoccupazione tra le minoranze rom e sinte visibili sono elevati, anche tra i maschi adulti. Tuttavia, anche vero che molti fra di essi in vario modo lavorano e cercano lavoro, bench spesso in forme precarie, stagionali, irregolari: per esempio in edilizia, in agricoltura, in attivit pericolose come la bonifica dellamianto. Un tipico sbocco, che d luogo a forme embrionali di microimprenditorialit, la raccolta e il recupero di ferro, metalli e altri rifiuti riciclabili, che trae vantaggio, non di

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rado, dallubicazione degli insediamenti, irregolari e anche regolari, in prossimit di discariche. In questi casi un problema ricorrente consiste nella corretta gestione amministrativa e fiscale dellattivit. Unaltra forma di lavoro autonomo, incoraggiata da progetti e iniziative solidaristiche, riguarda la formazione di gruppi musicali che propongono, in occasione di feste e trattenimenti, musiche tratte dal ricco repertorio tradizionale delle minoranze rom e sinte. Anche le donne spesso cercano lavoro, nel settore delle pulizie o in altre attivit di servizio accessibili; si dedicano alla vendita ambulante; a volte vengono formate e assunte come mediatrici culturali o accompagnatrici sugli scuolabus, nellambito di progetti sociali ad hoc. Lidea di unostilit culturale di principio nei confronti del lavoro va dunque catalogata fra i tanti pregiudizi a carico di Rom e Sinti. Il lavoro un mezzo per procurarsi quanto necessario per vivere, ma la lotta per la sopravvivenza comporta uno sfruttamento oculato e a suo modo razionale delle risorse che lambiente offre. Possiamo distinguere al riguardo altre fonti di reddito (Vivere ai margini 2007): a) le attivit svolte al servizio della vita collettiva dellinsediamento o richieste dalle altre famiglie residenti (bar, spacci di generi alimentari e prodotti per la casa, forni per il pane, servizi di pulizie e raccolta dei rifiuti, lavori di manutenzione, a volte guida dello scuolabus); b) la ricerca dellelemosina (manghel), affidata soprattutto a donne e bambini, quando possibile presentata per nella forma di un embrionale scambio economico, come per esempio richiesta di denaro in cambio di un intermezzo musicale durante il tragitto in metropolitana, lavaggio dei vetri delle auto agli incroci, vendita ambulante di qualche articolo di scarso valore ecc.; c) il ricorso alle magre possibilit di assistenza che gli enti pubblici devono in alcuni frangenti assicurare, quantomeno ai cittadini italiani e talvolta agli stranieri provvisti di regolari documenti ( il caso per esempio delle sovvenzioni per le madri non coniugate con figli a carico); d) la richiesta di aiuti alle organizzazioni caritative (Caritas locali, parrocchie, alcune associazioni), oppure anche a singoli e famiglie con cui Rom e Sinti sono riusciti ad allacciare rapporti; e) gli scambi di aiuto e di ospitalit tra familiari e parenti, in cui rientrano i prestiti intrafamiliari, provenienti anche dallestero e legati alla dispersione dei reticoli familiari per tutta Europa; f) le attivit illegali, che rappresentano per solo una delle fonti di entrata tra le altre, con visibili differenze tra gruppi e insediamenti. Di questo atteggiamento a suo modo razionale fa parte anche un rapporto apparentemente distorto con il sistema del welfare e dei diritti sociali. Per esempio, accade non di rado che la scolarizzazione dei figli non sia avvertita come un valore in s, ma che possa essere apprezzata come una risorsa da scambiare per conseguire un vantaggio per lintera famiglia: se pu dar luogo alla concessione di un permesso di soggiorno per cure parentali, allora serve; se fornisce anche un servizio di mensa ai bambini e li accudisce al caldo per un certo numero di ore della giornata, allora pu avere un senso. Se soltanto fonte di umiliazioni e reprimende e per di pi distoglie i figli dal partecipare alla lotta per procurarsi di che vivere allora non serve, un pedaggio imposto dalla societ maggioritaria, a cui sottrarsi appena possibile. Anche la cura della salute, compresa quella delle madri incinte e dei neonati, se comporta dei costi, mal compresa, trascurata, spesso percepita come una spesa di cui fare a meno o da cui stare distanti per motivi scaramantici. Questi atteggiamenti rimandano altres a una radicata diffidenza nei confronti della societ maggioritaria, speculare al pregiudizio delle popolazioni stanziali nei confronti dei veri o presunti nomadi: gli zingari si rivolgono ai gag se hanno domande e bisogni precisi, ma senza avere mai una completa fiducia nel non zingaro (Santoro 2004, pp. 33-34). La frequenza scolastica rappresenta tuttora un punto dolente per gran parte dei minori degli insediamenti. Le situazioni pi diffuse riguardano un rapporto in molti casi positivo con le scuole elementari, che tende a incrinarsi gi alle medie, comportando bocciature e abbandoni, e raramente prosegue nellistruzione superiore. Il pi delle volte, due resistenze si incontrano: da parte delle famiglie rom e sinte, considerato sufficiente che i figli imparino a leggere, scrivere, far di conto; da parte delle scuole, molte volte si cerca con vari mezzi di scoraggiare o dirottare altrove le domande di iscrizione di alunni rom e sinti. Anche laddove la situazione risulta comparativamente migliore, si osserva di frequente che limportanza della scuola comunque lontana dallessere interiorizzata, e i risultati ottenuti sono tributari dellattivit di mediazione tra famiglie rom e istituzione scolastica, da parte di operatori, insegnanti volontari, organizzazioni solidaristiche. Le difficolt derivano anche dallubicazione marginale degli insediamenti nello spazio urbano e nella mancanza di collegamenti: se i Comuni non attivano servizi di scuolabus fin dallinizio dellanno scolastico, la frequenza

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viene subito scoraggiata. Per gli alunni delle scuole medie, non essendo previsto il servizio di trasporto, il problema diventa strutturale e talvolta insolubile.

CONCLUSIONI
La questione dellintegrazione delle minoranze rom e sinte storicamente stratificata e intreccia diversi fattori critici, come pregiudizi reciproci, nodi dello status giuridico, politiche sociali sbagliate o carenti, deficit di consenso verso interventi sociali visibili e dedicati. Cercando di guardare agli spazi del fattibile, laccento va posto su soluzioni che vedano attivamente coinvolti i destinatari, li rendano protagonisti, li responsabilizzino nel rispondere alle proprie esigenze, a partire da quelle abitative. I gruppi rom e sinti analizzati hanno dimostrato di essere tuttaltro che in una posizione di mera attesa di interventi pubblici di assistenza, e neppure inclini a un nomadismo senza meta. Ove possibile, la realizzazione di piccoli insediamenti a base familiare o parentale, anche risolvendo il problema della conversione dei terreni agricoli in suoli parzialmente edificabili, almeno a titolo precario, potrebbe rispondere alle esigenze abitative senza creare grandi campi che suscitano allarme e rifiuto tra i residenti e fomentano conflitti da convivenza forzata tra i destinatari. Accompagnamento, mediazione, rassicurazione dei residenti sono comunque investimenti necessari, giacch il nodo dellaccettazione e della convivenza con la popolazione maggioritaria resta un terreno molto critico. Un aspetto che merita attenzione, anche per le potenzialit che pu sviluppare sul terreno cruciale del miglioramento dellimmagine delle minoranze rom e sinte e del rasserenamento dei rapporti con la popolazione maggioritaria, concerne la valorizzazione e la divulgazione delle espressioni culturali della loro tradizione. Dal circo alla musica, il patrimonio culturale rom e sinto ricco e affascinante. Promuoverlo avrebbe un significato esemplare per il riconoscimento della dignit di queste minoranze. Il 2008, anno europeo contro le discriminazioni, potrebbe offrire occasioni preziose per muovere in questa direzione.

REPERTORIO LUNIVERSO ROM


Definizione Si indica con il termine Rom (in lingua romans uomo, essere umano), o Sinti (da Sindh, regione del Pakistan occidentale, attraversata dal fiume Indo, dalla quale probabilmente ebbero origine), o con quello pi comune di zingari (da Atsigan e pi tardi Tsigan, adattamento del greco medievale Athgganos, propriamente intoccabile, che, al plurale, designava una setta di manichei provenienti dalla Frigia) un insieme di gruppi migranti e nomadi diffusi in tutto il continente europeo e nelle Americhe. Il problema della loro definizione etnica estremamente complesso, essendo legato da un lato allambiguit del concetto stesso di etnia e dallaltro al carattere particolarmente fluido, in termini sia sociali sia culturali, dei diversi gruppi caratterizzati come rom. Alla fine del 18 secolo risale lipotesi che essi costituiscano un gruppo etnico omogeneo, parlante una lingua neoindiana, il romans (o romani), di cui furono evidenziate le somiglianze con alcune lingue dellIndia. Nel corso del 19 secolo, a partire dalla scoperta di questa parentela linguistica, si costitu una specifica disciplina, la ziganologia, avente come fine quello di classificare e, in ultima analisi, controllare gli zingari. Lideologia indianista elaborata dagli ziganologi venne fatta propria da istituti e organizzazioni di protezione dei Rom e propugnata, dalla seconda met del 20 secolo, da intellettuali che ne fecero uno strumento, spesso utile, di lotta politica e culturale. Tuttavia, da un punto di vista antropologico, tale teoria crea notevoli problemi, come lindividuazione delle sedi indiane dorigine, di volta in volta diverse, e lo studio delle migrazioni. Appare inoltre arbitrario ridurre a unit gruppi tra loro diversi per storia, cultura e societ e di contro ritenere diversi, sulla base di alcuni parametri, gruppi tra loro simili. Per quanto, per esempio, molti di questi parlino una qualche variante del romans (come i Rom Kalderasha, presenti nellItalia centro-meridionale, o i Khorakhan, dellItalia nordorientale, per i quali, come per gli altri Rom, possibile pensare a un legame linguistico e culturale con lIndia), altri, pure considerati Rom (come i Minceir, o Travellers, irlandesi, o i

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Rudari, rumeni), parlano lingue diverse. Nemmeno la mobilit sembra poter costituire un tratto di definizione comune: i Rom Kalderasha e i Rudari sono sedentari, mentre i Travellers e gli Khorakhan vivono da nomadi. Gli stessi tratti appena considerati non possono intendersi come qualit essenziali, intrinsecamente ascritte allidentit dei numerosi gruppi che compongono luniverso rom. Infatti gli uomini e le comunit possono mutare lingua o forma di insediamento nel corso del tempo: gruppi che sicuramente in passato parlavano dialetti del romans, in seguito sembrano aver abbandonato tale lingua, mentre i Khorakhan, nomadi in Italia, erano invece sedentari nella ex Iugoslavia. Cenni di storia Le cronache bizantine riportano che nell835 gruppi rom si trovavano nella citt di Anazarbos, in Cilicia. DallAsia Minore si diffusero in Egitto e nellAfrica settentrionale, dalla quale passarono in Spagna in gran numero (dove vennero chiamati gitani). Unaltra colonia si diresse verso lEuropa centrale stanziandosi in Boemia. La loro presenza segnalata sporadicamente in Grecia e nellisola di Corf prima del 1326. Nel 1348 il re serbo Stefano Dusan assegn dei Rom a un monastero, al quale essi dovevano dare un certo numero annuo di ferri da cavallo; nel 1370 comparvero in Valacchia dove nel 1387 Mircea il Grande don al convento di Tismana 40 famiglie rom, in condizione di schiavit. Alberto Krantius nella sua opera Saxonia (XI, 2) riporta che nellanno 1417 apparve in Germania un popolo strano: bruno di pelle, sudicio, barbaro, dedito alla truffa e al furto. Erano gli zingari che, divisi in vari gruppi, fra il 1417 e il 1430 si diffusero, attraverso la Germania, in Svizzera, nella Francia meridionale e in Italia, dove nel 1422, passando per Bologna e Forl sotto la guida di un leggendario duca Andrea, si spinsero sino a Roma; in Inghilterra, invece, non sono segnalati se non dal 16 secolo. In principio i Rom, dando a intendere che erano poveri pellegrini egiziani diretti in Terra Santa, godettero di grandi favori presso i popoli che li ospitavano e ricevettero ricchi doni dietro promessa, quando fossero giunti a Gerusalemme, di pregare per la salvezza del donatore. Per accrescere lillusione, portavano vesti da pellegrini e alla fine del 15 secolo beneficiarono pure della protezione papale. I capi delle bande di Rom, muniti di vari privilegi, riuscivano a esercitare una grande influenza sulla vita politica. Non sembra che in quel tempo i Rom, almeno quelli che si propagarono nellEuropa centrale e occidentale, esercitassero i mestieri di calderaio, ramaio, stagnaio, maniscalco, che divennero pi tardi loro abituali. Erano indovini e chiromanti, specialmente le donne; manipolavano polveri e decotti per ogni sorta di mali: per le partorienti, per le mestruanti, per vincere limpotenza maschile; spacciavano filtri damore e ricette e amuleti contro il malocchio e la iettatura o per avere figli; facevano scongiuri per liberare glindemoniati ecc. Tutte queste pratiche, il loro aspetto, il loro modo di vivere e, forse, qualche misfatto, fecero sorgere sospetti e circolare la voce che fossero in comunicazione con il demonio e in segreto consumassero riti tremendi. Furono accusati di rapire i bambini per sacrificarli in certe loro ricorrenze, di cibarsi di carne umana e di altre usanze efferate. In quasi tutti i paesi dEuropa a partire dalla fine del 16 secolo e sino al 18 si emanarono leggi severissime che davano loro lo sfratto sotto pena di morte. Non pochi furono in quei tempi i processi intentati contro Rom o nei quali furono coinvolti sotto laccusa di magia o satanismo o cannibalismo. Non di rado tali processi finivano con condanne allimpiccagione e al rogo. Nella seconda met del 17 secolo, ma con maggiore incidenza nel 18, di fronte al fallimento dei tentativi di liberarsi definitivamente della presenza di queste comunit, le autorit iniziarono a cambiare le politiche repressive. Non si cerc pi di ottenere lauspicata scomparsa di Rom e Sinti prevalentemente attraverso i bandi, cio la negazione geografica, quanto piuttosto attraverso limprigionamento, il frazionamento del gruppo, lassimilazione forzata, cio la negazione sociale. Le politiche di espulsione, si cap allora, non potevano essere risolutive, dal momento che, adottate da Stati confinanti, non facevano che spostare il problema da un paese allaltro. Nel Settecento, nel secolo dei Lumi, si instaur la politica dellassimilazione dei diversi, e dunque anche degli zingari, che non dovevano pi essere discriminati a patto per di diventare cittadini come tutti gli altri. Maria Teresa dAustria e suo figlio Giuseppe II proibirono agli zingari di usare il loro nome, la loro lingua, di vivere secondo la loro tradizione. In Austria i bambini sinti e rom, allet di quattro anni, dovevano essere tolti alle famiglie e dati in affidamento a contadini che li crescessero come buoni cristiani. La situazione cominci a migliorare dalla fine del 18 secolo: nei paesi dove molti Rom avevano perduto la

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libert personale ed erano stati vincolati al suolo, come in Ungheria, Transilvania e Moldavia, labolizione della servit della gleba restitu loro la libert; quasi dovunque venne loro concessa, a certe condizioni, la facolt di muoversi liberamente e di esercitare i loro mestieri, purch, naturalmente, non violassero le leggi. Nuovi argomenti sorsero a sostegno del pregiudizio contro queste genti con il positivismo e con la sua pretesa di scientificit. Nel 1879, Cesare Lombroso, in una delle sue pi celebri opere di antropologia criminale, Luomo delinquente, descrive gli zingari come limmagine viva di una razza intera di delinquenti []. Hanno in orrore [] tutto ci che richiede il minimo grado di applicazione; sopportano la fame e la miseria piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato []. Amanti dellorgia, del rumore, dei mercati fanno grandi schiamazzi; feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro. Dalla seconda met del 19 secolo la trasformazione dei confini degli Stati europei, in particolare la ridefinizione del neonato Stato tedesco, le guerre franco-prussiane, lemancipazione dalla schiavit in Romania a partire dal 1855 e, in seguito, il crollo e lo smembramento dellimpero asburgico incentivarono la mobilit delle comunit zingare. Una grande migrazione fu diretta verso la Russia, la Bulgaria, la Serbia, lUngheria, lEuropa centro-occidentale, ma anche verso le terre doltremare. Il fenomeno delle migrazioni intercontinentali (verso gli Stati Uniti, il Messico e lAmerica latina, in particolare Brasile e Argentina), gi attivo nel 19 secolo, and intensificandosi raggiungendo punte elevate dopo la Prima guerra mondiale, in seguito allo sfacelo dellimpero austroungarico, e durante la Seconda guerra mondiale, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Il nazismo, infatti, riserv a Rom e Sinti lo stesso trattamento degli ebrei: nel 1939, con il Decreto di stabilizzazione, furono obbligati a non abbandonare il luogo allora occupato e lanno successivo ne fu ordinata la deportazione in Polonia. Il 16 dicembre 1942 fu infine promulgato il Decreto di Auschwitz: tutti i Rom dovevano essere internati senza alcuna considerazione n del grado di purezza razziale (essendo di origine indiana, erano sicuramente ariani), n del paese di provenienza. I Rom furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici; ci non avvenne solo in Germania, ma anche in Italia, Iugoslavia, Francia, Belgio, Olanda, Polonia: circa 500.000 di essi trovarono la morte durante il bar porrajmos (in lingua romans: grande distruzione). Con la fine della Seconda guerra mondiale i Rom si rimisero in movimento. Nel dopoguerra Rom Kalderasha, Lovara e Churara si spostarono dalla Iugoslavia, dallUngheria e dalla Turchia verso lEuropa occidentale, mentre altri affluirono dalla Carelia verso la Finlandia. In tempi pi recenti, con la guerra nei paesi della ex Iugoslavia, il flusso verso lEuropa occidentale considerevolmente aumentato. Usi e costumi Gli studi antropologici sui Rom hanno fatto emergere la presenza di alcuni tratti che, pur non caratterizzando il loro intero universo, denotano comunque la vita di molti gruppi. Tra questi vanno ricordati i complessi rituali e le credenze legati alla morte; la presenza di particolari forme di amministrazione della giustizia e di regolamentazione del conflitto; lorganizzazione sociale fondata su un parentado bilaterale e non, come ritenuto dallideologia tardo-romantica di molti ziganologi, su una mai dimostrata matrilinearit; la tendenza a svolgere attivit economiche che sfruttino sia la sovrapproduzione delle societ con le quali i gruppi interagiscono, sia alcuni disservizi e disfunzionalit dei sistemi economici delle societ stesse. Da questultimo tratto deriva la capacit dei diversi gruppi di sfruttare il territorio urbano attraverso lelemosina e la divinazione, attivit prevalentemente femminili, o di praticare commerci, come per esempio quello dei rottami, ritenuti poco redditizi e quindi non esercitati dai gruppi non rom. Allo stesso modo pu essere spiegata la specializzazione di numerosi Rom europei e nordamericani nel commercio ambulante o in attivit come quelle di stagnaio o di calderaio. Precise regole rituali sono volte a definire, in termini simbolici di purit e impurit, i rapporti tra interno ed esterno, tra comunit rom e mondo dei gag (i non Rom). La comunit zingara immaginata al centro di un universo esterno ostile, impuro, sporco, costituito dal mondo dei gag. Dato, per, che proprio in questo esterno impuro e ostile i Rom devono comunque guadagnarsi da vivere, numerose comunit hanno messo a punto cerimoniali di purificazione cui devono sottoporsi i membri pi esposti alla relazione con lesterno (di solito le donne) prima di rientrare a contatto con la parte pi intima e pura (quella maschile) del proprio mondo.

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I Rom nomadi vivono in trib guidate da un capo; esse sono frammentate in piccoli gruppi, i cui membri sono pi volte imparentati fra loro. Il capo eletto da questi raggruppamenti familiari funge da giudice, sacerdote e rappresentante della trib di fronte alle autorit. Decide la direzione da seguire e indica ai singoli gruppi familiari un ben delimitato campo di spostamento. Prevalgono le forme matriarcali: luomo, appena sposato, deve unirsi alla famiglia o alla banda della moglie, a cui apparterranno anche i figli nati da questo matrimonio. Lo sposo riceve dalla moglie una dote (un tempo lintero arredamento per una casa: tenda, carro, cavallo, strumenti da lavoro ecc.), e i parenti della moglie vigilano affinch il patrimonio non venga dissipato. La massima pena che possa colpire un Rom la sua esclusione dalla schiatta, comminata in caso di adulterio. In alcuni gruppi esiste ancora la Kris, che in romans significa giudizio, organo che mantiene lordine e il rispetto per le tradizioni; viene convocata tutte le volte che succedono gravi controversie allinterno del gruppo (ripartizione di beni e guadagni, infrazioni alle tradizioni del gruppo, solidariet nei momenti difficili, osservanza delle promesse fatte, lealt, fedelt nel matrimonio, rispetto reciproco, furto allinterno del gruppo, rottura del fidanzamento, vendetta tra i gruppi, aborto ecc.). La Kris, che composta da alcuni capi della famiglia con il ruolo di giudici, pi una persona influente che funge da presidente, emette un verdetto inappellabile: qualsiasi decisione presa tale rimane e c per questo un certo timore nel convocarla. Si tende perci a risolvere i vari conflitti ufficiosamente, attraverso il cosiddetto divano, dove le famiglie si radunano e discutono. Nei tempi passati, allo zingaro ritenuto colpevole, venivano inflitte pene violente: taglio della mano e delle orecchie; se la colpa era grave, vi era lespulsione dal gruppo che poteva avere carattere temporaneo o perpetuo. Adesso le punizioni consistono nel pagamento di un indennizzo per risarcire i danni alla famiglia offesa. La musica Del patrimonio culturale rom, la musica la manifestazione pi nota. Esempio classico della loro creativit in questo campo il flamenco, espressione musicale tipica dei gitani, cio dei Rom di Spagna. Caratteristici del flamenco, in cui predomina la vena malinconica, sono i ritmi ondeggianti e le insistenti inflessioni cromatiche, che presentano affinit con la musica araba. Il cuadro flamenco (chitarra, danza, canto e battito delle mani) diventato famoso in tutto il mondo. I Rom, inoltre, sono sempre stati considerati esecutori virtuosi (una testimonianza attesta che nel 1430, alla corte dellimperatore Sigismondo, suonava una orchestra zingara) e abili nella produzione di strumenti musicali. Particolarmente legata ai Rom la musica popolare ungherese, di cui essi sono stati pi interpreti che autori, ma interpreti che giungono a una trasformazione stilistica tale da ridurre le musiche preesistenti a mero pretesto. La loro pratica, che si esercita specialmente sul violino e sullo zimbalon raggiungendo talvolta una sorprendente gamma di effetti virtuosistici ed espressivi, riconoscibile per tratti improvvisatori: fioriture, coloriti, accelerandi e ritardandi, rubati, cromatismi ecc., oltrech per la tendenza a modificare la scala tonale in vari modi. I Rom in Italia Dati rilasciati dal Ministero dellInterno nel 2007 stimano la popolazione rom e sinta in Italia complessivamente in circa 120.000 persone; secondo lOpera nomadi, sarebbero in tutto 150.000, di cui poco meno della met (70.000) con cittadinanza italiana da diverse generazioni e 80.000 provenienti dai Balcani (in costante aumento da Bulgaria e soprattutto Romania). Storicamente i Rom sono arrivati in grandi ondate successive: la prima, che risale al 15 secolo, comprende le popolazioni zingare ormai sedentarizzate nelle diverse regioni (Rom abruzzesi e molisani, napoletani, campani, cilentani, lucani, calabresi, pugliesi e camminanti siciliani, un gruppo di cui non nota lorigine), che assommano a oltre 30.000 unit; e i circensi/giostrai (Sinti dellItalia centro-settentrionale), anchessi intorno alle 30.000 presenze. La seconda ondata si ebbe dopo la Prima guerra mondiale e port soprattutto Rom provenienti dallEuropa orientale: Harvati, Kalderasha, istriani e sloveni, riconosciuti anchessi come cittadini italiani e stimati intorno alle 7000 presenze. Un terzo gruppo comprende quelli arrivati negli anni 1960 e 1970, in seguito a una grossa emigrazione dallEst europeo verso i paesi pi industrializzati: Khorakhan, musulmani provenienti dalla ex Iugoslavia meridionale, Dasikhan, cristiano-ortodossi di origine serba e rumena. Un altro importante esodo si avuto dal 1989, in seguito al crollo dei regimi comunisti nei paesi dellEst Europa e agli eventi bellici nella ex Iugoslavia. Dal 1992 al 2000 si stima ne siano arrivati in Italia circa 16.000, che si sono

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insediati in diverse aree del territorio nazionale. Negli anni successivi, e soprattutto dal 1 gennaio 2007, in seguito allentrata della Romania nellUnione Europea, giunto un gran numero di Rom rumeni che ha portato la loro presenza a circa 50.000 unit; le pi grandi comunit sono stanziate a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Bari e Genova. Secondo una ricerca presentata dallISPO (Istituto per gli studi sulla pubblica opinione) alla Conferenza europea sulla popolazione rom, tenuta a Roma il 22-23 gennaio 2008, solo il 6% degli italiani sa che i Rom nel nostro paese sono meno di 200.000 (la presenza molto sovrastimata); il 24% che circa la met di essi italiana; il 16% che i Rom non sono pi prevalentemente nomadi; il 37% che non sono un popolo omogeneo per cultura, lingua e provenienza. Nella mente negli italiani prevale lavversione, rispetto allimmagine positiva, o anche folcloristica, di questo popolo: il 92% degli intervistati afferma che Rom e Sinti in molti casi sfruttano i minori e che vivono di espedienti o di furti; l87% che essi restano chiusi verso chi non zingaro e l83% che abitano per loro scelta in campi, isolati dal resto della citt. Il 65% degli intervistati ritiene che siano discriminati ma prevale, in generale, un antiziganismo radicato, spesso diffuso e accentuato dai media. Secondo la maggior parte degli intervistati per una pacifica convivenza occorrerebbe che i Rom rispettassero le nostre leggi, smettessero di chiedere e iniziassero a fare qualcosa. Ovviamente, la centralit che il tema ha assunto appare in parte legata alla generalizzazione allintera comunit di comportamenti devianti di singoli. Da qui un progressivo slittamento da questione eminentemente sociale a questione quasi esclusivamente di sicurezza. Pure il tema del lavoro e della disoccupazione viene percepito come centrale, anche per le sue ricadute sulla sicurezza e la legalit. Esistono infatti connessioni molto forti tra questa questione e le altre, come conseguenza dello stigma di vivere nei campi, la bassa scolarizzazione, la difficolt per alcuni di provare la regolarit. Infine, c il problema della cittadinanza per quanti ancora non lhanno e quello del mancato riconoscimento come minoranza etnico-linguistica. La legge 15 dicembre 1999, nr. 482 Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche che ha inteso attuare, in maniera compiuta, il dettato della Costituzione sulleguaglianza di tutti i cittadini riconosce e tutela 12 minoranze etnico-linguistiche storiche (albanese, catalana, croata, francese, franco-provenzale, friulana, germanica, greca, ladina, occitana, sarda e slovena). La legge tiene conto dei criteri etnico, linguistico e storico nonch della localizzazione in un territorio definito. I primi tre sono applicabili anche ai Rom di antico insediamento, e di fatto nel testo del disegno di legge tra le minoranze storiche era compresa anche quella zingara. Lapprofondimento parlamentare pose laccento, per, sul mancato ancoraggio della popolazione zingara a un territorio definito e si rimand la questione ad altro specifico provvedimento, mai varato. Pertanto, allo stato attuale, non esiste nellordinamento italiano una norma che preveda e disciplini linclusione e il riconoscimento delle popolazioni rom nel concetto di minoranza etnico-linguistica. Solo tre regioni in Italia hanno elaborato dei disegni di legge e si sono date delle linee generali e programmatiche di intervento a tutela di Sinti e Rom: il Veneto, il Lazio e la Provincia autonoma di Trento. Un tempo i Comuni italiani rifiutavano liscrizione anagrafica ai Rom e le scuole liscrizione ai loro figli, anche se cittadini italiani con diritto allistruzione. Attualmente i Rom sono regolarmente iscritti, possono avere, anche se ancora trovano ostacoli burocratici, regolari licenze di commercio, di spettacolo viaggiante, di artigianato; frequentano la scuola; godono dellassistenza sanitaria ordinaria.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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