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G. Vico, De nostri temporis studiorum ratione, Cap.

VII
(ritraduzione delle pagine 131-133 dell'edizione Battistini) Ma il pi grave danno del nostro metodo che, mentre ci occupiamo molto assiduamente di scienze naturali, trascuriamo la morale, specialmente quella parte che si occupa di queste cose: dell'ingenium e delle passioni dell'animo umano indirizzate alla vita civile ed all'eloquenza; dei caratteri peculiari dei vizi e delle virt; di abilit tecniche buone e di quelle cattive; delle peculiarit dei costumi umani in relazione alle diversit di et, sesso, condizione, fortuna, provenienza sociale, appartenenza politica; di quella abilit, di tutte la pi difficile, che consiste nell'arte del decoro ( ars decoris). Cosicch, noi trascuriamo e lasciamo incolta la pi nobile e la pi importante tra le discipline razionali: quella relativa alla cosa pubblica (doctrina de re publica). E poich oggi l'unico fine degli studi la verit, noi studiamo la natura perch ci sembra certa; non investighiamo invece la natura degli uomini perch questa incertissima a causa della libert (arbitrium). Ma questo metodo di studio arreca tali danni ai giovani che questi, in seguito, non sapranno comportarsi saggiamente nella vita in comune (vita civile), n sapranno colorire e infiammare opportunamente un discorso pubblico col calore dei sentimenti. Riguardo alla saggezza (prudentia) nella vita in comune, poich nelle cose umane dominano l'occasione e la scelta, le quali sono incertissime, e poich esse sono per lo pi guidate dalla simulazione e dalla dissimulazione, cose ingannevolissime, quelli che si curano soltanto del vero, difficilmente sono capaci di star dietro ai mezzi, e ancor pi difficilmente ai fini, delle cose umane. Ne segue che 1

costoro, frustrati dai propri propositi ed ingannati da quelli degli altri, finiscono spessissimo con l'allontanarsi. Dato, dunque, che le cose da fare nella vita ( vitae agenda) vanno giudicate muovendo dai motivi e dalle contingenze, ossia dalle cosiddette circostanze circostanze che sono spesso incompatibili e inopportune, sovente dostacolo e alle volte addirittura avverse al proprio fine i fatti umani non possono essere giudicati con il criterio di questa rettilinea regola della mente, che rigida. Ad essi occorre guardare con quel metro flessibile di Lesbo1, che non
1) Cfr. Aristotele, Etica nicomachea, V, 1137 b 29 32: Di ci che indeterminato (aoriston) anche la misura indeterminata, come il regolo di piombo tipico del modo di costruire che hanno a Lesbo; infatti tale regolo si adatta alla forma della pietra e non rimane saldo, allo stesso modo il decreto si adatta ai fatti. Aristotele, Etica nicomachea, V, 1137 b 11 20: Produce laporia il fatto che lequo (to epieiks) giusto, ma non lo secondo la legge, al contrario una correzione di ci che legalmente giusto. Ne causa il fatto che ogni legge universale, ma su certi argomenti non possibile pronunciarsi in forma universale. Quindi nei casi in cui necessario pronunciarsi in forma universale, e dallaltra parte non possibile farlo correttamente, la legge tiene conto di ci che accade per lo pi senza ignorare lerrore. Ciononostante essa formulata correttamente, dato che lerrore non sta nella legge n nel legislatore, ma nella natura della cosa: infatti la materia delle azioni senzaltro di questo tipo.

conforma i corpi a s, ma si piega in conformit ai corpi. Perci, la scienza differisce dalla saggezza (prudentia) in quel che segue. Eccellono nella scienza coloro che ricercano un unica causa dalla quale possibile giungere a molteplici effetti della natura; nella prudenza civile, invece, sono superiori coloro che ricercano quante pi cause di un unico fatto, per poter poi congetturare quale di esse sia la vera causa. Ci accade perch la scienza mira alle verit superiori ( summa vera), la saggezza (sapientia), invece, alle inferiori (infima vera), onde possibile distinguere le note caratteristiche dello stolto, dellastuto ignorante, del dotto inesperto e delluomo saggio. Infatti, nella vita pratica (vita agenda), gli stolti non si curano n delle verit supreme, n di quelle inferiori; gli astuti ignoranti avvertono quelle inferiori, ma non vedono le superiori; i dotti inesperti pretendono di regolare le verit inferiori con quelle superiori, mentre i saggi conformano quelle superiori alle inferiori. Ma ci che vero universalmente ( ex genere vera) eterno, laddove le verit particolari (particularia) da un momento allaltro divengono false. Le cose eterne sono superiori alla natura, nella quale non v cosa che non sia mobile e mutevole. Ma quando il buono viene a coincidere (congruit) con il vero, ne condivide anche la medesima forza, le medesime doti (tum autem bonum cum vero congruit, et eandem cum eo vim habet, easdem dotes). Perci lo stolto, cui sono ignote tutte le verit, tanto quelle universali ( ex genere vera) quanto quelle particolari (in specie vera) paga continuamente le conseguenze della sua sconsideratezza. Allastuto ignorante, che coglie le verit particolari senza possedere il vero in universale, quelle stesse astuzie che giovano oggi, nuoceranno domani. I dotti inesperti, che dalle verit universali vanno dritto alle verit 2

particolari, finiscono con il rimanere impigliati negli anfratti della vita. I saggi, invece, che mirano alle verit eterne facendole collimare con le tortuosit e le incertezze della vita pratica, non potendo imboccare la via retta, aggirano lostacolo; costoro prendono decisioni che, per quanto possibile in natura, si rivelano vantaggiose nel tempo.