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Della natura del lavoro

Di Luigi Leone
(pubblicato su Il Giusto processo, bimestrale di cultura giuridica e di varia umanit, Luglio Settembre 2005, euro 20,00) n. 16- 17,

un fatto, conclamato ormai, che la societ mercantile porti con s limbarbarimento dellindividuo; il quale pu passare dalla massificazione allatomizzazione, ma in ogni caso menomato sempre rimane. Gli che ci appare funzionale al funzionamento del mercato. E del resto: il principio dellutilit sembra tollerare al massimo quello del diletto, che una specie di vacanza subordinata al vero fine, che rimane lutile; per cui si approntano una serie di diletti (dal cinema, alla tv, allo stadio, e via rimbecillendo), ma poi si deve tornare a lavorare. Lutile non pu sopportare princpi alternativi, o addirittura antitetici. per questo che la ricerca del Bene per la polis migliore, appare un lavoro insulso, a cui ben si adatta laggettivo platonico, nellaccezione di in-utile, di scopo non conseguito, che esso (oggi) ha per ogni scolaretta occidentale. per questo che alcuni modelli sociali vengono oggi - considerati ormai utopici, quando non addirittura fasulli. Dunque la domanda a cui rispondere : come fecero i Greci a pervenire a quel livello mentale di consapevolezza che permise loro di realizzare unutopia, e diventare cittadini e filosofi invece che sudditi e laboranti? Forse la risposta sta proprio nel momento topico della divisione, quella isomoira che poi dovette evidentemente dar luogo alla isonoma: perch in parti uguali? Gian Antonio Gilli (1988)1 sostiene che il concetto di eguaglianza, presupposto della polis, sia nato insieme alla Societ e non prima come dichiarava Rousseau; esso era cio una risposta originaria razionale - al disordine precedente. Un disordine causato dalla coesistenza (sullo stesso piano) di uomini e di animali, dotati tutti di proprie peculiarit (dynameis e technai) le quali, se da un lato li facevano sopravvivere nel proprio habitat, dallaltro li bloccavano in una coazione ripetitiva e ottusa della specialit che li determinava totalmente; il che rendeva impossibile qualunque convivenza fra gli uomini stessi; cio rendeva impossibile qualunque costruzione di uno strumento ordinante della comunit, attraverso lunica via possibile: quella culturale. Come far accettare infatti una qualsivoglia forma di mito delle origini comuni - se non poteva esistere nemmeno un linguaggio accomunante, dal momento che la prassi che improntava gli individui era quella della sopravvivenza per s? Una sopravvivenza animalesca, appunto. E una prassi che ricorda ma guarda il caso - quella dellutilit. Allora avrebbe ben altro spessore il famoso mito di Prometeo, nel quale il di questi fratello Epimeteo distribu in maniera diseguale, ma secondo una logica compensativa, tutte le dynameis agli animali lasciandone sprovvisti gli uomini;

Gian Antonio Gilli, 1988, Origini delleguaglianza. Ricerche sociologiche sullantica Grecia, Giulio Einaudi Editore spa, Torino, 570 pp

cosa alla quale dovette riparare Prometeo rubando le technai di Efesto e di Atena e distribuendole agli uomini in maniera altrettanto diseguale. Vediamo. Se lo si legge in maniera superficiale, tale mito non dice molto, tranne il fatto che Epimeteo forse era un po tonto, e si sbagliato. E il fratello ha dovuto riparare, con un furto. Ma noi invece sappiamo che i miti sono pregni di significati. E allora la storia assume tuttaltro aspetto se si pensa che Epimeteo non si sbagliato (ha ragione Gilli), visto che stato capace di accoppiare le dynameis in modo lungimirante; ad esempio abbinando secondo la mentalit bipolare propria dei Greci (Reale, 2003)2 - alla debolezza la prolificit, e viceversa alla forza la scarsa fecondit. Semmai, avrebbe agito con troppo zelo, seguendo alla perfezione una prassi canonizzata, ma distraendosi, e cos dando luogo a un errore. Oppure, forse, non poteva fare altrimenti. E il fratello cercher s di riparare, rubando, ma non otterr poi un cos gran risultato, come sappiamo dal Protagora. Pare di vedere Ulisse, che mente col dio Eliseo per ottenere il ritorno a casa, e poi accidenti! si addormenta proprio in vista di Itaca, causando lo sperdimento definitivo, e la successiva rovina di tutti. Sembrerebbe potersi riconoscere, anche in questa di Prometeo, innanzitutto la narrazione della separatezza fra gli uomini e la divinit. Non sono pochi, nella storia delle civilizzazioni, i miti che esprimono questa antichissima cognizione. Infatti essa appare nel mito mesopotamico di Adapa che precede e parrebbe ricordare quello di Adamo (Voegelin, 1956).3 Adapa rifiuta limmortalit perch rifiuta - su consiglio del dio Ea suo padre - il cibo offertogli dallaltro dio Anu, credendolo veleno. Limmortalit, la libert dagli affanni, parrebbe dunque conseguibile, sol che non si commettano errori, e invece non lo mai. In tali racconti la grande occasione appare sempre perduta per infingardaggine o dabbenaggine, ma in realt linsegnamento sembra essere proprio questo, e sempre lo stesso: la grande occasione non potr mai venire colta perch semplicemente al di sopra dei limiti umani, e i tentativi goffi di questi uomini non fanno altro che procurare ad essi dolore e smarrimento e, infine, la mercede corrispondente allimpudenza del tentativo: la consapevolezza della propria caduta spirituale. La quale ha ragione Voegelin la vera punizione per Adamo. Della quale il lavoro ne il corollario, e il memento. (Eppure v chi cerca di farlo apparire una benedizione!) Caduta spirituale: quindi degrado, non evoluzione. E infatti che cosa ottiene Prometeo, rubando le technai, se non un diverso disordine per gli uomini, laddove avrebbe invece voluto favorirli? Dunque, ci dice il mito, egli non avrebbe affatto rimediato all errore del fratello, n ottenuto come credeva - unemancipazione degli uomini. Insomma: una impasse. Un vicolo cieco. Quindi, tutta fatica sprecata; si rimane sostanzialmente al punto di partenza, senza alcun progresso. Ma pu un mito essere insensato? No. E allora, cosa vorrebbe significarci questo mito? Per capirlo, occorre porre ogni attenzione sulla vera questione adombrata nel racconto, poich in essa nascosta la chiave per aprire una porta sullorrore

Giovanni Reale, 2003 Per una nuova interpretazione di Platone, ed. Vita e Pensiero, Milano, 21a edizione. Eric Voegelin, 1956 Ordine e Storia. Israele e rivelazione. Titolo originale: Order and History. Israel and Revelation. Baton Rouge, Louisiana State University Press. Traduzione a cura di Gian Franco Lami, ed. Aracne, Roma, 2004
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delle origini. La questione : perch la distribuzione delle dynameis (quella di Epimeteo), riguarda indifferentemente uomini e animali? evidente che il mito voglia rappresentare proprio questa indifferenziazione: uomini e animali convivevano (prima dellintervento divino) sullo stesso piano. Dunque si riconoscevano uguali. la consueta storia dellumanit: luomo non sa di essere un uomo; anzi, non sa di essere. Lunica cosa che sa che il pi debole fra gli animali; quindi costruisce lance, e usa il fuoco, ecc. ecc. per ridurre il divario; ma la cosa Neandertahl insegna finisce l; per millenni, anzi per sempre. Attenzione a questo punto, rilevato bene dal mito: il salto dellumanit nella coscienza non viene dunque dalle technai pur divine - rubate da Prometeo, come molti commentatori ottusi (o interessati, in qualit di utilitaristi) hanno detto; tant vero che gli uomini con esse costruiscono, s, palazzi; ma si accoltellano. E dunque non nasce alcuna religione, n comunit, n lingua; nessun ordine, n plis, n logos: luomo non . Ci vorr il Dono Divino di Zeus - (non il furto-aidivini, tracotanza che viene regolarmente punita) - per il balzo nellessere: ci vorr la Sapienza, quella che La Virt sostanziale, dalla quale derivano (Platone, Menone) tutte le altre Virt; comprese quelle (Platone, Protagora) della Giustizia e del Rispetto, che sole possono fondare la societ degli uomini, dunque la plis. E solo grazie ad esse, si potr chiudere per sempre la porta sulla orribile reminiscenza della comunione ferina. Ricordo, retaggio che, certo, a volte, riaffiora, e distrugge. Ma luomo ha pronta la philia, per questo; e i nomoi, gli ordinamenti, che funzionano davvero solo ove vi la philia. Ma tutto questo, ci ricorda Platone, dono divino. Solo da esso poteva venire laffannosa ricerca del Bene, lamore per la Sapienza, la filo-sofia. Pertanto: la Sapienza (o lamore per essa, la sostanza identica) il percorso che collega luomo al divino; cio, secondo laccezione greca, al superamento di s, della propria miseria morale, di cui luomo acquista coscienza nella caduta, nel fallimento. Al contrario: il mondo della pura sussistenza, delle necessit della vita, della sorda materia, e dunque del lavoro; cio, in definitiva, il mondo rappresentato dalle technai, appare essere il sentiero di collegamento alla indifferenziazione cio alla comunanza bestiale, visto che le technai vanno a sostituire le dynameis mancate. Comunanza che viene periodicamente lasciata emergere nella forma controllata del rituale - al fine di ridurre le pressioni distruttive antisocietarie con la hybris dionisiaca. E che le technai siano il retaggio, e dunque il percorso di ritorno alla condizione animale, cosa confermata nel Protagora dalle parole di Ermes il quale - quando domanda a Zeus in quale modo dovr distribuire il Rispetto e la Giustizia chiede se la distribuzione debba avvenire allo stesso modo delle technai, vale a dire col medesimo criterio distributivo delle dynameis animali, ossia quello della disuguaglianza. Invece Zeus, come sappiamo, risponde che il possesso delle Virt del rispetto e della giustizia dovr riguardare tutti gli uomini. E, a evitare equivoci, (e chiarire il vero numeno della societ), precisa: le citt non potrebbero esistere se solo pochi Le possedessero, come avviene per le altre technai.

In conclusione: questo mito chiarisce su quali basi nasca la Plis, cio lUmanit. Ovverosia, il caso di ribadirlo, non per merito di qualche grettezza umana (vedi, en passant, lutilitarismo, il lavoro, ecc.) bens grazie a un rapporto con il divino, il sovraumano; rapporto che suscitatore di ordine, come illumina eccellentemente Voegelin. questo, che stacca finalmente luomo dalle fiere, che lo fa nascere alla coscienza di s; e, dunque, fa nascere il linguaggio, la ricerca, il logos, che perci si mostra come rapporto con il divino. Altrimenti, si rimane allo stato bestiale. E, a rituale consacrazione di quella nascita, si potr osservare nei sacrifici di animali, il netto distacco (descritto insistentemente nei poemi omerici) istituito fra luomo e la bestia. E inoltre, ma solo per la civilt greca, si osservi anche come gli di siano antropomorfi. una questione che meriterebbe una profonda riflessione, questa; ma noi ci limiteremo a mettere in evidenza la coincidenza per la quale quella civilizzazione antropomorfa, sia la stessa che ha illuminato loccidente con le sue scoperte, e condannato il lavoro quale degradazione delluomo. Laddove invece le altre, zoomorfe, attuavano il solito schema di masse di umani, annullati e laboranti, sottomessi a ristrette lites sacerdotali-temporali; con relativa cultura funzionale alla stasi, millenaria (la stasi, non la cultura). sempre la solita conferma: se si rimane alle technai (cio al lavoro), siamo ancora sullo stesso piano delle dynameis (cio delle bestie). Per levarsi da questo disordine ci vuole ben altro. La Sapienza: ma, per tutti, direbbe lo Zeus di Platone. Parrebbe cos confermarsi anche storicamente la deduzione, dal mito, che il lavoro non sia altro che il retaggio ancestrale delle dynameis. E dunque un riavvicinamento al mondo animale. (Il che, a guardare gli effetti che il lavoro produce sugli uomini, non pare davvero una frase a effetto!) E noi sappiamo che i miti (Sebba, 1985)4 sono espressioni di movimenti profondi della Storia; sono il modo compatto (Voegelin, 1957)5 di stabilire un collegamento noetico con lesistente; e quindi sono in grado di rivelare aspetti antropologici strutturanti, difficili da conoscere per altre vie. E allora esaminiamo un altro importantissimo mito. Nel mito di Er (Repubblica), Platone mostra come la hybris conseguente al degrado nella societ, possa facilmente portare luomo se manca ad esso la sapienza a rinunciare addirittura alla sua condizione umana per ritornare a quella bestiale. Quale era infatti la motivazione che spingeva Agamennone, Aiace, Tamiri e Orfeo a scegliere di ritornare in vita in forma di, rispettivamente: aquila, leone, usignolo e cigno (animali con una dynamis simile alla techne che li aveva interamente individuati in vita6) - se non il disprezzo per lumanit? Essi pervengono a tale disprezzo per vie diverse, ma sempre a causa di interazioni
Gregor Sebba, 1985, Introduzione alla filosofia politica di Eric Voegelin. Il mito della comunit e la societ razionalistica, a cura di Gian Franco Lami, Casa Ed. Astra, Roma, 270 pp 5 Eric Voegelin, 1957, Ordine e storia. La filosofia politica di Aristotele, titolo originale: Order and History. Volume Three. Plato and Aristotle, Luoisiana University Press, Baton Rouge and London, traduzione della seconda parte di Rocco DAmbrosio a cura di Gian Franco Lami, by Antonio Pellicani Editore, Roma, 1999, 202 pp. 6 Gian Antonio Gilli, 1988, Origini delleguaglianza. Ricerche sociologiche sullantica Grecia, Giulio Einaudi Editore spa, Torino, 570 pp
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sociali brutalizzate dalla mancanza di sapienza, cio di razionalit, cio di bellezza, cio di armonia nel rapporto fra le parti, dunque di logos, se ha ragione Reale (2003).7 E se il logos era per i Greci un rapporto, allora si pu ben intendere come tale mancanza di sapienza (cio di razionalit, cio di bellezza) cagionando ignoranza del bisogno di armonia nei rapporti - venisse individuata come la causa essenziale del disordine nel logos. Ma disordine nel logos vuol dire disordine nellEssere, se vero che: luomo (come abbiamo detto) scopre di esistere attraverso il rapporto con lEssere, cio con il sovrannaturale; e il logos altro non che lo strumento per riprodurre tale rapporto con lEssere. Dunque, in definitiva: il logos la percezione umana dellEssere. Pertanto, se si arriva al disordine nel logos, questo significher disordine nella percezione dellEssere; e, dunque, disordine dellanima, nellindividuo; e disordine pubblico, nella societ: in conclusione, il disfacimento; e, infine, il collasso e lannientamento di una civilt. Era questo il pericolo paventato da Platone. Sintetizzando: tali anime illustri per difetto di sapienza - preferiscono ritornare in vita come animali piuttosto che come uomini. Dunque, nel racconto di questo mito evidente come si voglia rappresentare sia pure nella forma allusiva tipica dei miti la difficolt, per luomo, di liberarsi del suo retaggio animale. E al contrario - la facilit di un ritorno ad esso a causa della hybris scatenata dallodio, dal rancore, dalla vendetta, dal disgusto. Tutti sentimenti generati da comportamenti sociali offensivi. Offensivi della grandezza umana, cio dellamore verso la Sapienza, che se avesse spazio procreerebbe uomini buoni; e quindi offensivi dellamore verso il Bene, e quindi verso gli uomini buoni. Insomma offensivi dellamore verso la straordinaria esperienza psichica della plis. In definitiva: se era facile per le anime (sia pure in odio alle cattiverie umane e per ottusit), scegliere serenamente di tornare al mondo animale verso lunico oggetto ritenuto in grado di conferire identit (una dynamis simile alla precedente techne), vuol dire che il distacco mille volte consacrato in ogni sacrificio era una acquisizione recente, tutta culturale e dunque societaria. E dunque il rischio paventato dal mito quello che si possa agevolmente, per logiche in ogni caso personali (e dunque a-sociali), distruggere qualunque plis, e quindi qualunque civilt, qualunque progresso umano. Insomma: distruggere il logos. Diventa allora pi chiaro perch mai Platone metta cos tanta attenzione nella edificazione della perfetta plis; e impegno nel sistemare ciascun individuo nella giusta collocazione della propria indole (il bronzo, largento, loro); e anche nel lasciargli la possibilit di cambiare classe, se le qualit personali lo richiedano; e infine nel cercare di legare lindividuo alla plis (comunanza delle donne ecc. ecc.). Platone era spaventato dalla hybris dellindividuo almeno quanto era incantato dalla sua genialit. In sintesi: nella riflessione platonica sulle technai, il Nuovo Ordine, persino nella sua modalit pi alta, quella della Scelta, fatica a liberarsi dallOrdine arcaico, quello della Necessit (Gilli, 1988)8. Non dimentichiamolo questo punto:
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Giovanni Reale, 2003, Per una nuova interpretazione di Platone, Vita e Pensiero, Milano, 21a edizione. Gian Antonio Gilli, 1988, Origini

quelle anime possono scegliere, e infatti decidono liberamente; ma per disillusione arrivano addirittura a scegliere di rinascere come animali, negandosi qualunque possibilit di incontrare la Bellezza in una vita fra gli uomini, poich sono certi di trovare fra di essi solo brutture! la morte del logos; cio la morte della percezione dellEssere; cio la Morte, tout court. il punto cruciale, per questo va ribadito: se viene ad essere paventato con tanta veemenza questo pericolo, vuol dire che il condotto di comunicazione con la bestia, nonostante la separazione, ancora aperto. E lidea che la donna sia il gradino inferiore in una figurata discesa verso il regno animale, starebbe a rappresentare la stessa cosa: lemancipazione delluomo dalla comunanza bestiale solo culturale, cio razionale, cio filosofica. Insomma: se luomo smette di filosofare, gli si spalanca subito il gorgo del vuoto mentale (i technitai), o dellhybris irrazionale (la donna). E tale gorgo lo potrebbe risucchiare in qualsiasi momento verso labisso dellindifferenziato bestiale dal quale emerso a fatica, grazie al logos. E non solo vana speculazione: quante volte, anche nelle nostre societ apparentemente razionalistiche in quanto utilitaristiche, vediamo stracciarsi il sottile diaframma della quotidianit, ed emergere nella sua terrificante concretezza lOrrore? Quanti abominii vengono compiuti da esseri umani senza che la nostra razionalit apparente, cio il nostro utilitarismo, sia in grado di spiegarli? La Grecit insomma, per bocca di Platone, aveva intuito che, se il percorso per abbandonare la bestialit era stato il pensiero, deviando da esso era facile ricadere in quella abiezione. E quindi era ovvio che disprezzasse le donne, e le technai: entrambe erano collegamenti sempre aperti con la reminiscenza della condizione bestiale. Vere e proprie porte temporali verso quella condizione abominevole che per quanto lontana nel tempo era tuttavia sempre raggiungibile, sol che luomo avesse dimenticato anche per un attimo il privilegio della sua natura divina: lamore per la sapienza, la filo-sophia. Il numeno Abbiamo quindi chiarito, per quanto sopra, come il nuovo Ordine civilizzato della Scelta, fatichi a liberarsi dallOrdine arcaico della Necessit, cio della caduta, ossia della vita bestiale ove ogni scelta preclusa giacch vi dominano istinti e bruti bisogni. Ma riflettiamo proprio su questo punto: dove si situa il crinale fra Scelta e Necessit, ovvero fra azione e co-azione, ovvero fra lagire e lessere agti, ovvero fra attivit e lavoro, se non proprio nella facolt di scegliere? Nella facolt di scegliere, dunque. Cio, nella libert, che la sostanza di qualunque facolt, cio di ogni scelta. E si pu essere liberi senza sapienza? No. Ma, soprattutto, senza sapienza - lo abbiamo visto - si torna verso lottusit bestiale. Dunque: la Scelta un simbolo; il simbolo dellemancipazione umana dal suo retaggio bestiale. Perci, negare la scelta vuol dire negare tale emancipazione. E quindi far riemergere quel retaggio.

Ma, un momento: non forse il lavoro il luogo privilegiato della negazione della scelta? Quanti miliardi sono al mondo i laboranti per necessit? Ma se negata la scelta, vuol dire che riemerge il retaggio bestiale! O invece - (pu accadere, in occidente!) - potrebbe sembrare concessa, la scelta; anche apparentemente libera. Ma la sapienza? Non parliamo chiaro delle nozioni utili al lavoro stesso: parliamo della sapienza. ovvio che lutilitarismo imperante abbia tutto linteresse a far passare per lavoro persino larte e la ricerca scientifica, auspicando che i veri laboranti si sentano gratificati dal riconoscersi sullo stesso piano degli artisti e degli scienziati, e continuino felici a laborare; ma, purtroppo, i laboranti sanno troppo bene che labisso che li separa da quelli, ben prima del denaro, proprio la sapienza, cio la libert, cio la scelta. Non parliamo poi del tempo: il laborante non ne dispone, deve sempre mendicarlo. Il laborante non pu scegliere, veramente, nulla. Deve solo eseguire. E chi deve eseguire, da una decina di millennii almeno, non deve sapere, altrimenti diventa difficile da controllare. Lessenza del lavoro in realt tutta qui: eseguire. E allora perch offendere i laboranti con la beffa della parit immaginaria con chi pu davvero disporre di s e del suo tempo? E solo una furberia linguistica; che non ha nulla a che spartire con la filosofia, n con alcuna loga. Pensando con coerenza a questi fin troppo trasparenti aspetti, diventa facilissimo individuare il confine netto che separa il lavoro da qualunque agire: la libert, cio la facolt di scegliere, cio la sapienza. Gi, perch qualunque agire presuppone un soggetto, agente; e questo non pu essere davvero tale senza libert, cio senza facolt di scegliere, cio senza sapienza. Se non la possiede non un soggetto agente, ma un oggetto agto; non agente, ma co-agito; coatto. Ma, senza sapienza, lo abbiamo detto, si torna alla bestia. Allora, ne consegue in semplice evidenza che il lavoro, che lo strumento di co-azione ultimo - e perci di negazione suprema della scelta (cio della libert, cio della sapienza) - anche il simbolo per eccellenza del retaggio animale. Il lavoro in definitiva non altro che il sentiero privilegiato del ritorno allindifferenziato bestiale. E se alcuno pensasse ancora che i miti siano fole - la prova empirica di quanto fin qui mostrato facile a chiunque ottenerla: basta osservare gli schemi psichici di comportamento nei luoghi di lavoro. E sufficiente un contrasto anche lievissimo fra due laboranti per veder emergere in ciascuno di essi la reazione primitiva, quella del rettile, ossia laggressivit allo stato puro, per quanto maldissimulata dalle convenzioni del costume e del linguaggio. Anzi, proprio queste sono le prime a saltare, lasciando entrare il Neanderthal, cio quello della techne: sconfitto dal percorso evolutivo, ma ben presente nelle stratificazioni millenarie della psiche umana; ad Esso stata concessa una porta privilegiata di accesso alla modernit attraverso il rituale del lavoro; e infatti Esso sempre presente in quei recinti psichiatrici che sono i luoghi del lavoro. Attraverso il rituale del lavoro sempre sostanzialmente identico pur cambiando in apparenza le modalit il S del laborante viene compresso, sminuito, ostacolato. E, al contempo, si tende invece a far sviluppare riflessi condizionati e azzerare ogni impulso in-condizionato: il laborante non deve pensare. Si spaccia per liturgia socializzante il sequestro nello stesso luogo di molti individui, cos che il controllo sulla loro produttivit divenga pi semplice; e, poich la vera garanzia di produttivit nella mente di ciascuno, si estende tale 7

controllo anche al di fuori del luogo fisico di lavoro, sia facendo in modo che il lavoro invada la vita privata dei laboranti, sia trascinando questi ultimi dentro ulteriori se pur formalmente esterne al lavoro liturgie di sequestro col pretesto della socializzazione. Una volta ottenuto il modellamento della psiche del laborante sulle esigenze della produzione, il suo condizionamento si conclude. Egli sar ormai facilmente flessibile alle mutevoli esigenze del mercato, e potr tranquillamente sopportarne le angherie; siano esse di provenienza gerarchica, orizzontale, o globale. Naturalmente potr anche sviluppare delle aberrazioni nella propria personalit, ma questo un problema al quale sono addetti altri laboranti: poliziotti, assistenti sociali, avvocati, giudici ecc. ecc. Il sistema, tutto sommato, funziona! Per, come abbiamo detto (Jung insegna), rimane aperta la porta con linconscio collettivo (gi intuito da Plotino9) stratificato in ciascuna psiche. Non dimentichiamo il rapporto che c fra S ed Io: il S il centro inconscio che dovrebbe guidare la maturazione ed espansione della nostra personalit, il nucleo centrale da cui dovrebbe svilupparsi la coscienza dellIo. Al tempo stesso tale nucleo intrecciato con lambiente, e con il continuum spaziotemporale nel quale viviamo, e dunque viene influenzato dalla societ (M.L. von Franz, 1967)10; al punto tale da assumere la forma di un oggetto personale, certo, ma anche sociale, sottoposto anche agli influssi altrui. Il S finisce insomma per diventare per il principio di integrit che lo caratterizza (Eagle, 1984)11 - la nostra vivente immagine pubblica (cio lavorativa, oggi), pur essendo in realt il fondo del nostro essere. LIo cosciente sarebbe invece la rappresentazione del nostro essere, che noi riteniamo di avere solo per noi stessi. naturale che fra le due immagini mentali vi sia uno stretto collegamento; per cui laddove il S riceva offesa, anche lIo ne risenta (e viceversa). Ed di conseguenza chiaro che, ove il S collimi con lIo, cresca la gratificazione di questultimo; viceversa, quando vi sia discordanza fra il S e lIo, si generi violenza: violenza verso il S, o anche verso laltro-da-s. E da dove vengono le energie necessarie, nonch le modalit necessarie a tale violenza, se non dal mare dellindifferenziato bestiale ( quello, linconscio collettivo!), ove vi sono accumuli decimillenari fra cui scegliere? Da quale magma erompono le energie distruttive che sbriciolano psichi e vite? E perch? Le continue, subliminali, offese che il S di ciascun laborante riceve con la quotidiana ripetizione del rituale del lavoro; i continui controlli sulle valutazioni del suo Io: tutto ci produce un sistematico ri-orientamento della sua psiche; ma, nello stesso tempo, scatena quelle forze primordiali che erano state sublimate proprio dalla crescita dellIo, e della sua libert, nel percorso millenario di evoluzione della psiche umana.

James Hillman, 1993, Lanima del mondo e il pensiero del cuore, raccolta di saggi del 1974, 1979 e 1982, a cura di Francesco Donfrancesco, postfazione di Paulo Barone, traduzione dallinglese di Paola Donfrancesco, Garzanti Editore spa, Milano, 131 pp 10 Marie-Luise von Franz, 1967, Il processo di individuazione, in Luomo e i suoi simboli, di C.G.Jung e altri, TEA, Milano, 2004 11 Morris N. Eagle, 1984, Recent Development in Psychoanalysis. A Critical Evaluation, traduzione di Salvatore Maddaloni, La psicoanalisi contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1997, 286 pp.

Il negare questa libert significa obbligare la psiche a percorrere a ritroso un passo ogni negazione - i millenni di evoluzione attraverso i quali luomo si era liberato dai profondissimi legami che lo tenevano congiunto agli altri animali. Voegelin se ne dimenticato: il primo balzo nellessere lumanit lha compiuto quando luomo ha separato la propria esistenza da quella degli altri animali, riconoscendosi radicalmente diverso da quelli; e cos acquisendo per la prima volta una coscienza di s: quella che poi lo porter a rapportarsi con il mondo, sia pure in maniera ancora compatta, ma sicuramente differenziata quantomeno dal regno animale. Era stato quello - il momento in cui scoperse di poter addirittura rappresentarsi questa diversit: attraverso le immagini; ovverosia, i simboli (dal graffito, al rituale, al mito). Infatti, lattivit essenziale della psiche, quella che ne caratterizza la vera essenza, la continua creazione di immagini fantastiche (come diceva Vico); e queste primordiali immagini sono gli archetipi (come poi dir Jung). Il che porta a concludere che, se le basi della coscienza sono tali archetipi, allora pu affermarsi che le fondamenta di essa siano completamente psichiche, cio simboliche, non techniche. Di conseguenza, soltanto lesistenza psichica direttamente verificabile, dalla coscienza (Hillman, 1993).12 Venendo al punto rapidamente. Nel lavoro il tempo dellindividuo viene estorto. Ma il tempo quello che serve per pensare, per produrre simboli. Questo il processo che ci ha differenziato, e tuttora ci differenzia, dallanimale. La psiche tende per naturale curiosit a evolvere, posto che non venga condizionata. Ed evolvere vuol dire crescere, cio progredire in linea retta accumulando una serie di eventi sempre diversi - che generano un prima e un dopo: simboli necessari alla mente per rappresentare s stessa in un continuum storico; e inoltre per dirigersi verso ci che non conosce gi. Se invece si falsa il continuum costringendo il soggetto dentro eventi ripetitivi impedendogli di sottrarsene, o magari falsificandoli affinch appaiano sempre nuovi il percorso evolutivo della sua psiche non sar pi una linea retta, bens una circonferenza, seppur ci non gli appaia palese. In definitiva essa sar costretta (non avendone coscienza) a e-laborare sempre gli stessi eventi. Da un lato ci comincer a sembrargli plausibile, normale; ma, dallaltro, il suo inconscio ben conoscendo gli archetipi, e dunque tutti i veri originali si opporr alla falsificazione e alla nausea del ripetuto, per far invece prevalere la naturale tendenza allinconosciuto, cio allevoluzione, cio alla sapienza. Insomma: una volta instaurato questo percorso circolare, lindividuo avr lillusione di muoversi su un sentiero suo proprio di evoluzione personale, e invece si ritrover periodicamente a tornare verso lo stato limitato, anomico, irrazionale della replica; per poi sopravanzarlo, e di nuovo ritrovarselo di fronte e quindi riattraversarlo, e cos via. La lunghezza del periodo, e cio della circonferenza percorsa, ovviamente dipender dal grado di torsione, ossia dal livello di oppressione psicologica che il lavoro esercita sul soggetto. Cos, pi o meno, fino allesaurimento delle energie della sua psiche, con conseguenze disparate; ma immaginabili: non infatti la ciclicit il segno determinativo di qualsivoglia psicosi?
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James Hillman, 1993 ibid.

Ergo: estorcere il tempo, cio la possibilit di pensare (pensare davvero), imponendo invece gli schemi mentali ripetitivi di qualsivoglia lavoro, vuol dire torcere il percorso psichico dellindividuo ciclicamente - nella direzione della ottusit, della a-noma, del disordine interiore (vedi il mobbing, lusura, il lenocinio aziendale, il lotto, le televendite, la violenza allo stadio, ecc. ecc.), cio della condizione bestiale. Insomma: una specie di eterno ritorno lavorativo. Un eterno laborno! E anche questo non difficile constatarlo: i sintomi di generale diminuzione della vitalit e aumento dellaggressivit, non sono che lennesima prova del rifiuto che linconscio cio il S - del soggetto esprime verso tale estorsione. logico: essere forzati (dalla ripetizione continuata dellidentico) a guardare ciclicamente nellabisso dellumanit, non pu che scolorare le immagini edificanti, facendo al contrario emergere gli archetipi pi brutti, intollerabili; e quindi provocando repulsione e paura. E la paura scatena una indomabile aggressivit: una reazione istintiva primordiale; animalesca, appunto. Basta osservare i laboranti anche fuori dal loro luogo deputato a una riunione condominiale, a un semaforo, allo stadio, a una svendita, a un buffet, in una qualunque interazione pubblica incerta (di quelle private non parliamo dato che non sono osservabili). In sostanza, il processo mentalmente coercitivo del lavoro non fa altro che negare qualunque evoluzione alla psiche, costringendola invece a periodici (e regressivi) salti allindietro, verso livelli sempre pi bassi di consapevolezza ma sempre pi alti di violenza (contro il S, o laltro-da-s). Un vero e proprio viaggio nel tempo, abbiamo detto: dalla corteccia cerebrale al cervello del rettile; che poi ma guarda il caso! - quello che presiede davvero alle interazioni lavorative, le quali si basano su meccanismi brutalmente elementari: amico/nemico; spazio-vitale-territorio/identit; mio/tuo; branco/vittima; branco/capo; offesa-dissimulata/vendetta-dissimulata; consenso-sopravvivenza/dissenso-distruzione. Ora: a tutto il coacervo di piccole, velate, ma ricorrenti, cicliche, mutilazioni del S, lideologia mercantile riuscita a dare attraverso continui aggiustamenti nel corso di due secoli una plausibilit, un pensiero, una liturgia, e perfino un nome simbolico, che ne rappresenta appunto il cerimoniale di ri-affermazione quotidiana nel mondo: homo faber. Attraverso il rituale dell homo faber, cio il lavoro, si distruggono quotidianamente poco per volta - millenni di conquiste mentali della coscienza, dunque della sapienza, lasciando perci spazio alla ri-affermazione degli archetipi bestiali, i quali vanno a gravare la psiche del laborante, ri-affondandola nellindifferenziato (da dove era emersa in quanto sapiens). Il lavoro si mostra allora in forza di ci come la via del ritorno mentale (inconscio) alla condizione anomica, ottenebrata; e dunque bestiale, inumana. Non altra emerge essere, in generale, la sua vera natura.

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