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Quodlibet Studio

Filosofia e politica

Limmaginario leghista
Lirruzione delle pulsioni nella politica contemporanea

A cura di Mario Barenghi e Matteo Bonazzi

Quodlibet

Prima edizione: ottobre 2012 2012 Quodlibet srl Macerata, Via Santa Maria della Porta, 43 www.quodlibet.it Stampa a cura di pde Spa presso lo stabilimento di l.e.g.o. Spa - Lavis (tn) ISBN 978-88-7462-476-8 Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione Riccardo Massa dellUniversit degli Studi di Milano-Bicocca.

OT-Orbis Tertius, gruppo di ricerca sullimmaginario contemporaneo coordinato da Fulvio Carmagnola, presso lUniversit degli Studi di Milano-Bicocca (http://otorbistertius.blogspot.it/). Ringraziamo i colleghi e gli studiosi che hanno generosamente contribuito alla discussione pubblica da cui questo volume nato.

Indice

Introduzione Uno spettro si aggira per lEuropa: limmaginario


Matteo Bonazzi

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Adro
Vermondo Brugnatelli

23

Autoimmunit
Fulvio Carmagnola

32

Balle
Gian Antonio Stella

44

Canotta
Marco Belpoliti

53

Cristianesimo
Giorgio Galli

56

Discorso
Emanuele Banfi

61

Etnogenesi
Pietro Scarduelli

75

Identit
Gilberto Oneto

indice

82

Idiozia
Lynda Dematteo

94

Linguaggi
Gabriele Iannccaro, Enrica Cortinovis

117

Mappe
Enrico Squarcina

132

Origini
Roberto Biorcio

141

Pedagogia
Sergio Tramma

151

Populismo
Daniele Tonazzo

163

Secessione
Marco Traversari

176

SUV
Marco Senaldi

186

Tradizioni
Marcello Ghilardi

195

Voce
Matteo Bonazzi

208

Conclusione in forma di cronaca


Mario Barenghi

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Bibliografia Notizie sugli autori

Introduzione Uno spettro si aggira per lEuropa: limmaginario

Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere. Baruch Spinoza

Questo non un libro di teoria o filosofia politica. Certo, al suo interno si troveranno contributi di politologi, studiosi delle trasformazioni politiche del nostro tempo, illustri firme del giornalismo. Ma, come si noter, si trover anche la riflessione di letterati, geografi, antropologi, pedagogisti, psicoanalisti, filosofi, linguisti, storici. E questo perch il fenomeno qui interrogato riguarda tutti e convoca le diverse discipline che oggi articolano lampio territorio delle scienze umane. Loggetto del presente volume non il partito italiano della Lega Nord. Le riflessioni qui proposte traggono soltanto spunto dalle vicende di questa realt politica. Mai come in questo caso sarebbe opportuno ricordare che ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti da ritenersi puramente casuale. Ci che qui viene indagato esattamente immune alla prova di realt, per questo chiamato immaginario: limmaginario leghista. Raccogliamo qui lesito della rielaborazione che diversi studiosi hanno realizzato a partire dalla loro partecipazione al Convegno Limmaginario leghista. Genealogia, Mitologia, Clinica, organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione Riccardo Massa e da OT-Orbis Tertius nellautunno del 2011 presso lUniversit degli Studi Milano-Bicocca. Si tratta del risultato di un secondo tempo, di riflessione, comprensione ed elaborazione, ma non di attualizzazione. Il volume non intende entrare nel merito dei fatti di cronaca che hanno di recente investito la

matteo bonazzi

Lega Nord. Limmaginario leghista continua per noi a rappresentare uno dei luoghi pi evidenti di quella profonda mutazione che ha investito il nostro modo di stare al mondo, di vivere in comune e di rappresentarci vicendevolmente. Lipotesi di fondo da cui muove questo volume che quello della Lega sia un esempio paradigmatico di come, per noi oggi, stia cambiando pi in generale limmaginario nel quale ci muoviamo, dentro e fuori la politica. La cosiddetta crisi del simbolico ha infatti prodotto una profonda mutazione del nostro rapporto col linguaggio, con la rappresentazione e dunque anche con la politica. Levaporazione della funzione normativo-trascendentale della legge simbolica ha favorito il proliferare acefalo di molteplici forme, immaginarie, di articolazione e di rappresentazione dello spazio comune del nostro vivere quotidiano. Il contemporaneo sembra aver messo radicalmente in discussione la stessa possibilit di porre un limite e, a partire da questo, costruire una logica, un orientamento, una possibile lettura della nostra esperienza politica. Le categorie che tradizionalmente hanno funzionato da utili strumenti di interpretazione, quando non addirittura di trasformazione, della realt politica, testimoniano oggi, da pi parti, la propria difficolt a rendere conto di quanto accade. Limmaginario leghista un fenomeno che non pu essere compreso allinterno dei canoni della razionalit politica perch si regge su elementi di differente natura e presenta caratteri originali rispetto al Moderno e alle sue tradizioni: un set di elementi eterogenei figure, narrazioni, parole, simboli, miti, pratiche che incarnano istanze estranee allideologia progressista e alle sue retoriche. Istanze che muovono e fanno-fare. Per questo, quello leghista rivela la logica dellazione che sta alla base del funzionamento contemporaneo dellimmaginario in generale. Campo acefalo di forze, spesso tra loro contrastanti, che per manifesta una singolare efficacia, una tacita intesa tra le sue parti, tra i suoi frammenti, nel produrre effetti di realt. Ed proprio questa sua efficacia a manifestarsi nel carattere imperioso col quale ci costringe a fare, a desiderare e anche a sentire in un certo modo. Per questo, allora, non si tratter qui di analizzare la politica del leghismo, ma di analizzarne lefficacia para-

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digmatica su questo nuovo piano post-politico? pre-politico? transpolitico? , cercando di sfuggire ai luoghi comuni rassicuranti e alle spiegazioni basate sulla ragionevolezza. Nella versione moderna, un immaginario sociale una formazione composta da rappresentazioni di carattere simbolico (parole, immagini, narrazioni) che mobilita un collettivo sociale nella costruzione di scenari (come vorremmo essere) e nella produzione di una identit collettiva. Una narrazione identitaria, una prefigurazione della futura legge comune che richiede un riconoscimento e fa-comunit. Tuttaltra la versione contemporanea dellimmaginario: una formazione fantasmatica, derivata proprio dalla rottura del patto simbolico, un insieme eterogeneo di elementi che mettono in scena piuttosto un processo di rigetto o di separazione dalla Legge e ne accentuano la crisi. Nello stato di crisi dellefficacia simbolica del Moderno, queste configurazioni sono in grado a loro volta di orientare il desiderio sociale con un carattere insieme trasgressivo e collusivo, percepito come incomprensibile o aberrante dalla tradizione moderna di radice illuminista. Limmaginario contemporaneo una forza pragmatica, non un insieme didee: non ci dice cosa dobbiamo pensare, ci impone come fare un certo stile, una certa gestualit, un certo abito. Partendo da questa ipotesi, forse possibile guardare al contemporaneo con una molteplicit di prospettive anche differenti, qui rappresentate dalle discipline che sono state chiamate a riflettervi. Limmaginario leghista ha contribuito alla riscrittura del vasto campo dellimmaginario contemporaneo. In politica, ha inventato una nuova grammatica, una nuova scrittura della scena, della polis, una gestualit inedita, uno stile e una modalit di abitare il nostro essere in comune fino a qualche decennio fa inimmaginabile. In questo senso, limmaginario leghista qui presentato come una costruzione, e non semplicemente come uninvenzione alla quale sarebbe possibile contrapporre la realt. In quanto immaginario, un campo di forze che dispongono soggetti, situazioni, credenze, desideri, articolando anche un certo godimento. Come ogni costruzione fantasmatica, anche quella leghista un campo che produce la propria realt di riferimento.

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Se questo lo statuto delloggetto col quale abbiamo a che fare, non sufficiente farne la critica invocando un sano e illuministico riferimento alla realt, alla ragionevolezza, al senso della cultura. Limmaginario leghista mette profondamente in discussione i presupposti su cui poggia ogni pensiero critico orientato illuministicamente. Per entrare in questo campo, non ci si pu affidare a una e una sola disciplina particolare, per dir cos specializzata. Non si tratta delloggetto dindagine di un sapere dato. Limmaginario, per definizione, trasversale, attraversa tutti i campi del sapere, perch riguarda il luogo comune nel quale tutti noi operiamo, prima ancora di essere politologi, antropologi, filosofi, geografi etc. Questo spiega il taglio interdisciplinare che abbiamo dato alla presente ricerca e la necessit di tener vivo linnesto fecondo tra metodi, saperi e pratiche apparentemente lontani ma che, di fronte alle trasformazione che il contemporaneo produce, trovano occasione di tornare a pensare in comune ci che pi conta. Si tratta di accettare la sfida, che arriva da fuori, ad assumere il compito di un pensiero critico, nonostante tutto. Un pensiero critico che sappia mettere in discussione anche la sua stessa distanza critica, soprattutto quando questa rivela la propria sterile inefficacia di fronte alle trasformazioni alle quali stiamo assistendo. In questa direzione, il volume interroga i modi, le strategie, le logiche con le quali limmaginario si d unorigine, articola il proprio campo al presente, e inventa di volta in volta utopiche prospettive per sostenere la propria presa ed efficacia. dunque necessario produrre una lettura genealogica e decostruttiva del campo immaginario, passare a setaccio le sue strategie discorsive, isolarne gli enunciati chiave, i gesti costitutivi, i toni ruvidi della voce, le strategie retoriche della propria invocazione, la costruzione di spazi e luoghi immaginari, di un proprio abito, unabitudine e un abitare il nostro essere-in-comune. In altre parole, interrogarsi sulla sua efficacia, sulla capacit che ha dimostrato nellassoggettare, nel fare comunit, nelliscrivere situazioni, corpi, contesti anche tra di loro molto lontani: in una parola, nel costruire un campo di realt (immaginaria). Limmaginario leghista un campo complesso, di non facile let-

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tura, che presenta per alcuni tratti distintivi che possono essere individuati e analizzati. Questi tratti, per quanto apparentemente distanti tra loro, partecipano reciprocamente a costruire quella circolarit che sostiene e rende efficace il suo tessuto e la sua articolazione. Per questo abbiamo organizzato il volume attraverso una serie di lemmi, come fosse un lessico che invita il lettore al non facile compito di decifrare, tra le righe, il diagramma funzionale dellimmaginario leghista. Come ogni costruzione, anche limmaginario leghista necessita di nobili antenati: un campo di forze che retroattivamente si d una provenienza. Da qui, limportanza ma anche lo statuto delle origini mitologiche che si attribuisce nellinventare la propria tradizione: dallimmaginario celtico a quello cristiano, fino al mito della madre terra. Si tratta ovviamente di costruzioni che il presente getta allindietro assegnandosi aprs coup un artefatto dorigine. Questa prima ricostruzione genealogica permette di intercettare i tratti distintivi dellimmaginario leghista, il suo codice diagrammatico. In primo luogo i gesti termine da prendere nella sua accezione pi ampia. Limmaginario leghista produce una gestualit propria che viene a scrivere un modo particolare e originale di stare al mondo. Ad esempio la voce, clinicamente indagata, mostra quanto sia oggi sempre pi importante il tono, il modo e lo stile dellenunciazione, rispetto al contenuto enunciato. Questa pragmatica gestuale viene a produrre un vero e proprio mito della positivit: nel gesto che lossessivo richiamo ai fatti (immaginari) e alla loro positivit ha modo di diventare sentire comune allinterno del campo qui indagato. Di questa positivit sono investiti alcuni oggetti paradigmatici, lanalisi dei quali mostra lestrema complessit che queste concrezioni immaginarie portano con s e anche il segreto della loro efficacia, rivelandone la dimensione auratica ed evocativa. Ma poi, limmaginario leghista soprattutto un discorso, una strategia retorica, un dispositivo. Tutto spostato sul versante emozionale, il discorso leghista si articola con linguaggi specifici perlopi incentrati sulla costruzione dialettica di opposizioni politica-

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mente strategiche, del tipo noi/loro. La parola diventa qui strumento di appropriazione: il mito dellautenticit, della madreterra, che viene a sostanzializzare lesigenza comune di dirsi noi, di dire nostro e non loro, di affermare lo spazio del proprio (Eigen). Uno spazio linguisticamente costruito che trova modo di consolidare la propria positivit, la propria supposta fattualit, attraverso linvenzione di una geografia immaginaria, fatta di mappe, grafici, cartine le quali, pi che rappresentare il territorio, lo scrivono, lo inventano, lo battezzano. cos che limmaginario leghista si d un luogo proprio, che al contempo spazio geografico territoriale, la Padania, ethos linguistico, abito gestuale, ma anche vestito esemplare, come la canotta di Bossi, e infine ma forse bisognerebbe dire fin dallinizio dispositivo pedagogico. La capacit di promuovere prassi educative informali ma efficaci ha infatti contribuito a produrre quel mito della comunit fusionale, immaginaria, che a suo modo risponde al bisogno di solidariet di cui il linguaggio dei leghisti testimonia. Si tratta di una risposta immaginaria a un sintomo reale. Ed proprio nella costruzione di questo affetto, di questa affezione immaginaria, che il legame trova modo di dare un corpo allinvenzione, altrimenti vuota, di un significante come quello di Padania. Lefficacia dellimmaginario leghista, pi volte constatata e interrogata in questo volume, trova modo di spiegarsi proprio l dove chiama in causa i corpi che quel campo riesce ad assoggettare. Corpi presi nel loro godimento reale, nelle loro domande di solidariet, di riconoscimento, di vita e che la macchina acefala dellimmaginario riesce a inscrivere nelle proprie trame attraverso laffezione che i significanti sanno incarnare. Ed proprio in nome di questo godimento in immagine che il popolo leghista non vuole rinunciare al proprio immaginario, non ne vuole sapere della supposta realt, della ragionevolezza con la quale altri discorsi fanno presente lestrema inconsistenza delle invenzioni leghiste. Non la ratio n il principio di realt a tenerli legati: il legame qui dato proprio da quel godimento che, per definizione, immune a ogni realistica razionalit.

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Secondo questa prospettiva, limmaginario qui descritto capace di sopravvivere ai destini pi o meno gloriosi del partito che lha incarnato. La sua logica di funzionamento permane e mostra la forza e la tenuta della propria efficacia. La profonda riscrittura del nostro scenario politico, che la Lega ha contributo a produrre, si potuta realizzare proprio grazie a una messa in sospensione di quella Legge simbolica che stava alla base del funzionamento della politica a livello della rappresentanza. La crisi del simbolico non trova rimedio attraverso tentativi tanto nostalgici quanto utopici di ripristinare il quadro ormai infranto. Si tratta di entrar dentro la logica, i sintomi, le strategie, i discorsi, le pratiche che limmaginario contemporaneo produce affinch, a forza di analizzarlo, un suo decompletamento, seppur minimo, possa accadere. Loccasione di dis-sentire si scrive tra le righe del nostro comune acconsentire. Non bisogna illudersi che limmaginario segua il destino che la cronaca pare assegnare oggi al partito nel quale si maggiormente radicato. Limmaginario pu transitare anche altrove, spostarsi, cambiare faccia. per definizione trasformista. Eppure, ci che non passa, che non si trasforma, che non cambia, almeno per ora, proprio la sua presa reale, la sua capacit di catturare, di fare legame, di costruire spazi, occasioni, luoghi, abiti che un pensiero critico, se ancora vuole ritenersi tale, non pu ignorare.
Matteo Bonazzi

Adro
Il caso Adro: brevi note sul Sole delle Alpi

Per qualche tempo, nellautunno del 2010, il cosiddetto Sole delle Alpi, un disegno geometrico a simmetria esagonale adottato dalla Lega Nord come proprio simbolo, finito sotto i riflettori dei media nazionali per via delle polemiche esplose riguardo allesteso utilizzo che di questo simbolo era stato fatto nelle opere pubbliche di Adro (provincia di Brescia), paese ad amministrazione leghista. Il Sole delle Alpi non fa parte dei simboli utilizzati dalla Lega nelle prime fasi della propria esistenza (per esempio, nel periodico a fumetti Quelli della Lega, di cui sono apparsi non meno di 8 numeri tra il 1991 e il 1992, si rilevano un po tutti i simboli in uso in quegli anni, come la figura di Alberto da Giussano, la croce di san Giorgio, il leone di San Marco e la cartina stilizzata del Nord, ma il Sole delle Alpi totalmente assente). Esso si afferma ufficialmente nellimmaginario leghista solo a partire dal 1995. nellestate di quellanno che nasce la rivista Quaderni Padani, che gi nel primo numero ospita un articolo di Gilberto Oneto dal titolo eloquente: Il Sole delle Alpi simbolo Padano. La Libera Compagnia Padana che pubblica la rivista adotta questo simbolo, che apparir in copertina fino al 1999, quando il Sole delle Alpi verr registrato dalla Editoriale Nord S.c.a.r.l., proprietaria del quotidiano La Padania, e la rivista prender ad utilizzare (a partire dal n 27, gennaio-febbraio 2000) un logo ispirato a una sua variante fuori copyright. Il simbolo era gi stato sporadicamente in uso fin dagli anni 80 in alcune associazioni localistiche, per lo pi di area piemontese-

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vermondo brugnatelli

occitana. Secondo Tavo Burat (Gustavo Buratti), la paternit spetterebbe a Giovanni Rossi:
Fu il Rosso [Giovanni Rossi, detto Gioanin Ross, un piemontesista che avrebbe militato nella Lega Nord allontanandosene prima del 1992. Su di lui si pu vedere unintervista con una nota biografica: Gioanin Ross, in Quaderni Padani, 6, 32, novembre-dicembre 2000, pp. 52-53] a usare per primo, sul frontespizio del suo giornale, il famoso Sole a sei punte, antico motivo alpino che qui trovi dappertutto: dalle vecchie pietre ai fienili, dalle credenze alle marche da burro. Ma un giorno Bossi glielo sottrasse, e vale la pena di raccontare come. Nel 94 il Senatr venne a Biella per un comizio, e Rosso gli chiese con insistenza di dire qualcosa in piemontese, in omaggio al luogo. Sfortunatamente, il leghismo non era ancora etnico. Il Gran Lombard perse la pazienza ed espulse dalla Lega lo sfrontato che insisteva. Solo un anno dopo, diventato etnico, Bossi si ricord del Sole biellese. Da buon ladro di simboli, lo adott, lo dipinse di verde, lo padanizz. Non riabilit leretico epurato, e non gli chiese se un sole alpino poteva funzionare in pianura. Ne scont le conseguenze: perch quel simbolo montanaro da quel giorno inchiod la Lega in Pedemontania (Rumiz 2010, p. 134).

Prima che i Quaderni Padani lo scegliessero come emblema, una proposta esplicita di adozione del simbolo era stata gi avanzata dallo stesso Oneto in un libro del 1992, Bandiere di libert: simboli e vessilli dei popoli dellItalia settentrionale, ed aveva avuto lautorevole avallo di Gianfranco Miglio, che nellintroduzione al volume lo proponeva come sigillo padano in quanto segno antichissimo, il quale
ricorre nelliconografia popolare (e nella Bauernmalerei) di una vasta area culturale che comprende le Alpi, la Padania ed altre regioni dellEuropa centrale: limmagine del sole, che splende sulle vette della cerchia alpina e riscalda le terre della Valle del Po, come gli altopiani dellElvezia e della Germania del Sud (Oneto 1992, p. 2).

Successivamente, in un altro articolo su Quaderni Padani del 1995, anche Oneto ne parla come di un sigillo da adottare accanto alla bandiera con la croce di san Giorgio. Di fatto, sono soprattutto gli scritti di questo autore che hanno fornito il sotto-

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fondo simbolico, in gran parte di ambito celtico, associato a questo simbolo. A suggellare lassociazione di questo simbolo con il concetto di Padania anchesso elaborato col tempo e assente nei primi documenti della Lega il Sole delle Alpi, in verde su bianco, venne poi approvato come principale simbolo della Lega in occasione della modifica dello statuto che adottava la denominazione Lega Nord per lindipendenza della Padania (15 febbraio 1997). Quelle qui riassunte sono le vicende del simbolo nellambito dei movimenti di ispirazione leghista, ma ovviamente, trattandosi di un disegno geometrico relativamente semplice, ne esistono esempi fin da epoche molto antiche nelle localit pi svariate, non solo in Italia ma anche altrove, in Europa, nel bacino del Mediterraneo e nel resto del mondo. In particolare, nella mia esperienza di studioso del Nordafrica mi sono imbattuto di frequente in raffigurazioni di questo simbolo in molte e diverse manifestazioni artistiche del mondo nordafricano, a tal punto che lo si potrebbe a buon diritto considerare uno dei pi diffusi simboli ornamentali del Nordafrica. interessante osservare come ladozione di questo simbolo da parte di un partito pesantemente connotato per la sua xenofobia e intolleranza verso limmigrazione dal mondo islamico e nordafricano sia stata fatta ignorando completamente questi forti legami simbolici che esso ha con la sponda sud del Mediterraneo. Per converso, proprio questo impossessarsi del simbolo a sei spicchi da parte della Lega fa s che la scoperta del suo uso nelle manifestazioni culturali del Nordafrica venga percepita in Italia come qualcosa di curioso e quasi provocatorio: tutte le volte che mi capita di segnalare lesistenza di questa o quella rappresentazione del simbolo in Nordafrica vedo i miei interlocutori reagire con un misto di stupore e a seconda delle loro tendenze politiche soddisfazione o dispetto, come se lornamento fosse stato volutamente eseguito per irridere la Lega. Lassociazione esclusiva di simboli particolari a determinate ideologie politiche, con conseguente tendenza a proiettare tali ideologie in tutte le rappresentazioni di questi simboli, anche quelle pi antiche e ovviamente

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estranee a questo legame, non rara nella storia e pu portare, in casi estremi, alla censura del simbolo. Un esempio a tutti noto quello della svastika, motivo ornamentale associato al corso del Sole nella cultura indiana e che spesso era presente nelle composizioni a forma di greca: da quando diventata simbolo del nazismo, il suo uso di fatto proscritto, e chi, come il partito greco di estrema destra Alba Dorata ha per simbolo una greca, viene accusato di volersi richiamare al nazismo. Un altro esempio, forse meno noto, quello della stella a sei punte. Si tratta di un simbolo molto diffuso, anche e soprattutto in ambito nordafricano, dove viene tradizionalmente denominato bu sitta quello delle sei [punte]. Ma da quando entrato nella storia come elemento della bandiera di Israele, il suo uso praticamente cessato in tutti i paesi islamici. A corredo di quanto sopra esposto, presento qui alcune di queste raffigurazioni particolarmente significative: 1. Una stele del Tophet di Cartagine (vicino a Tunisi), col simbolo della dea locale Tanit sormontato dal Sole dellAtlante. Questa immagine attesta quanto fosse antico in Nordafrica luso del simbolo. 2. Un antico portone ligneo fotografato a Ttouan (Marocco). Come si vede, pieno di simboli come il Sole dellAtlante. 3. Una serie di antiche steli funerarie marocchine (si veda al proposito Laoust 1927). Interessante, nellottica sopra ricordata di appropriazione del simbolo da parte di un partito anti-islamico, la presenza del Sole delle Alpi tra i simboli di questa religione come la mezzaluna o il Sigillo di Salomone (stella a sei punte). 4 e 5. Elementi decorativi allinterno di luoghi di culto islamico: la volta della moschea di Sidi Mansour a Djerba (Tunisia) ed un minbar, un pulpito, da una moschea marocchina. A titolo di curiosit, pu essere interessante osservare come anche riguardo ad un altro simbolo forte della Lega, la croce rossa

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in campo bianco (la croce di san Giorgio), lesaltazione leghista del simbolo abbia inconsapevolmente steso un altro ponte verso il Nordafrica. Infatti, nellarticolo del 1995 sopraricordato, Oneto, per sottolineare lantichit del vessillo milanese, scrive tale simbolo sarebbe stato dato come stendardo della citt da papa Gelasio I, nellautunno dellanno 489, a tale Alione Visconti, maestro di campo generale dellesercito milanese, che combatteva contro Teodorico, re degli Ostrogoti (Oneto 1995, p. 12). Orbene, questo Gelasio, da cui il simbolo proverrebbe, era un papa nordafricano
Vermondo Brugnatelli

Autoimmunit
Imagine gaudet

Socrate dovr bere la cicuta. Ma anche se questa sentenza gi stata emessa, non potr essere eseguita finch la nave sacra non sar tornata da Delo. In piena epoca storica una sentenza del tribunale, una sentenza operativa, dipende per la sua esecuzione dalla ripetizione rituale di un mito, quello di Teseo. Cos comincia Mito, di Furio Jesi (1973). La sostanza del mito distinta dalla sua operativit pratica, ma il racconto mitico, pre-storico, interagisce efficacemente con unepoca per la quale il mito non pi presente. Il rito performa il mito, lo ripete e cos ne istanzia il potere. Il mito fonda il rito con la sua origine presunta, ne giustifica la presenza. Ma si potrebbe anche dire il contrario, come sostiene Marcel Detienne qualche anno pi tardi: il rito la vera origine, e il mito ne la favola ormai disillusa o, come osservavano ben prima Horkheimer e Adorno, trasformata in arbitrio dellinvenzione (Detienne 1980, pp. 348 sgg.; Horkheimer, Adorno 1947, p. 62). E tuttavia questi elementi della scienza del mito appaiono inadeguati a comprendere come mai, in piena disillusione postmoderna, una formazione politica che ha tuttora notevole seguito nel Nord laico e tecnologico si presenti e comunichi attraverso riti e narrazioni che hanno lapparenza del mito, di un passato arcaico abborracciato e confuso. Bisogna porsi il problema di questa efficacia che resiste alle prove di realt (la Lega come tutti gli altri) e alle disillusioni, e anzi finisce a consolidare il nucleo duro dei credenti. Forse occorre fare attenzione proprio alla figura di Socrate. Socrate illuminista, incarna una sorta di esortazione a verificare innanzitutto lesistenza del mito come sostanza, scrive Jesi. E gli studiosi moderni del mito, appunto, dubitano di questa sostan-

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za. La parola mito indica per noi oggi, al culmine della modernit, unessenza gi e ormai non pi accessibile (Jesi 1973, p. 40), un oggetto dato alla rappresentazione ma non pi vivibile. Si chiama mitologia, sostiene qualche anno dopo Detienne, un insieme di enunciati discorsivi e di pratiche narrative (1980, p. 351). Ma non siamo pi in grado di vivere il mito come i Romantici si illudevano ancora di poter fare. Allora, di fronte al disinvolto uso della parola nei contesti contemporanei, dalla pubblicit alla politica al rock, dovremmo porre il problema: si tratta di pure occorrenze ludiche o illusionistiche (Smith 1979)? La definizione di mito e di rito appropriata o non si rischia di cadere nel ridicolo prendendo alla lettera la parola quando viene evocata in questi contesti, scomodando la scienza? Il primo problema, ci pare, lincomprensione degli illuministi che noi siamo noi, gli eredi di Socrate di fronte a queste pratiche narrative e a questi enunciati discorsivi. la verifica del mito, che non regge. Socrate come noi: noi vogliamo opporre la verit alla menzogna e ci stupiamo, oggi, dellefficacia di questi raccontini barbari, di queste grottesche cerimonie. La nostra domanda : ma come si pu oggi credere a questi scenari di cartone? C insomma un inganno del mito rispetto alla verit, cos pensa lilluminista di tutti i tempi: ogni illuminismo borghese concorda nellesigenza di sobriet, senso dei fatti [] il desiderio non devessere il padre del pensiero (Horkheimer, Adorno 1947, p. 66). Ma cos non ci si rende conto che c unefficacia del rito/mito che oltrepassa lopposizione di vero e falso. Linganno in cui cade lilluminista consiste nel credere che una verit di fatto posta davanti agli occhi della sana ragione o del gesunder Menschenverstand abbia il potere di sconfiggere la menzogna e la rozzezza, di aprire gli occhi di chi ignaro delle cose, gode dellimmagine (rerumque ignarus, imagine gaudet: un verso di Virgilio). Da un lato dunque lilluminista sopravvaluta ingenuamente il potere della verit, ma dallaltro sottovaluta, nel caso, questa specifica forma di godimento-in-immagine, che costituisce la sostanza dellaccozzaglia di miti/riti leghisti, questa la nostra ipotesi. Il

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mito oppone lefficacia alla verit, anche quando in se stesso puro artificio ideologico. A sua volta il ragionamento dellilluminista si basa su una doppia opposizione: a) Il mito, qualunque sia, solo immaginario, vale a dire non ha unorigine, inventato di sana pianta (come la cerimonia dellacqua del Po, per esempio). O anche, pur essendo radicato in una narrazione pre-storica (nel caso dei miti veri) non dovrebbe interferire con la razionalit delle decisioni fattuali e dovrebbe accontentarsi appunto di essere solo favola. b) E comunque, si potrebbe obiettare, c mito e mito. Ci sarebbero veri miti, nobilitati dalla loro effettiva precedenza rispetto al tempo storico, e falsi miti, inventati oggi. Il marketing ne sa qualcosa. Dunque i primi sarebbero giustificati dal peso specifico della cultura, mentre i secondi andrebbero respinti. Ora, nessuna di queste due affermazioni riesce a spiegare il punto. E il punto proprio quello dellefficacia dellimmaginario, a prescindere da ogni valore di verit e/o di autenticit, nel produrre effetti che, come intuivano Horkheimer e Adorno, riguardano precisamente il desiderio. Il terzo, tra verit e efficace menzogna, appunto questo. Cos un punto di forza apparente latteggiamento critico erede della condanna sprezzante di Senofane di Colofone che derideva i miti residui della sua epoca si rivela debole di fronte a una realt evidente: la macchina mitologica (Jesi 1973, pp. 105 sgg.) funziona. Forse la gente ci crede e forse no. Ma di fatto esercita unazione, innesca una pratica che riguarda il sentire. In che cosa consiste questa funzione di efficacia, questo logos operativo della macchina mitologica moderna? A prima vista, nel semplice rivestimento di un discorso ideologico/politico, di potere. Se per usiamo la parola pseudo (non sono veri miti) siamo gi sviati. Se queste pratiche narrative sono presunte, posticce o ridicole per la mentalit illuminista, visti dallaltra parte, per cos dire

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dallinterno della credenza o della comunit, sono lantropologo o il sociologo o il critico a risultare ridicoli, con la loro presunzione di spiegare (lossessione del significato) e con i loro apparati sovrabbondanti di strumentari scientifici. Tra la scienza umana che spiega il mito e la credenza che lo accetta o finge di farlo, c forse un terzo strato intermedio: la mitologia vera o posticcia come pratica retorica, discorso efficace, macchina. E tuttavia, in che cosa consiste questa efficacia? Questi effetti sono a loro volta attivi in quanto sembrano restare ortogonali rispetto allordine pratico. Sono efficaci in quanto produttori di credenza e non di azione. Dalla cerimonia dellacqua del Po o dal grottesco giuramento delle spade di cartapesta non scaturisce alcuna conseguenza pratica se non linstaurazione ideologica di una credenzadi-comunit, di una sorta di comunit fusionale (Esposito 2006). Il rito rafforza o crea un noi, fa contorno rispetto a un loro. La performance immaginaria insomma efficace in quanto delinea i propri stessi contorni efficace verso il proprio interno, auto-performativa. Produce un paradossale godimento, un godimento-in-immagine. Ha il pregio essenziale di auto-soddisfare il desiderio, posticipando indefinitamente lordine delle azioni conseguenti. Lordine immaginario della credenza non interviene nellordine reale dellazione. Da un lato si pu continuare nella credenza, mentre sullaltro versante, quello operativo, si persegue cinicamente unazione che ha tutte le caratteristiche della vecchia politica. Cos davvero la pretesa genuinit [] ha gi qualcosa della malafede e della scaltrezza del dominio [] che usa la preistoria come rclame (Horkheimer, Adorno 1947, p. 54). Proviamo a prendere in considerazione il coacervo mito/rito nella fattispecie leghista. Come composta lenciclopedia mitologica? A prima vista si potrebbe individuare innanzitutto una componente neo-pagana: la cerimonia dellacqua alla sorgente del Po, appunto. C per anche la reminiscenza semplificata di una sorta di cristianesimo militante anti-imperiale, con il Carroccio e la spada di Legnano: insomma il celta-pagano alloccorrenza si autoraffigura anche come cristiano medievale, come afferma con pre-

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cisione Giorgio Galli nel suo intervento (in questo volume, alle pp. 53-55). E vi si pu aggiungere di tanto in tanto, quando occorre fare la voce grossa, una componente che potremmo definire neoresistenziale: il mito dei fucili pronti a spuntare per resistere in armi alloppressione. Questi tre potrebbero essere assegnati propriamente alla componente dei miti di fondazione, ai racconti e ai riti di celebrazione delle radici. Stanno insieme?, si chiede il critico. Evidentemente no, e qualunque analisi in chiave strutturalista sarebbe ridicola, ma la loro stessa composizione eteroclita produce un paradossale cemento. C per anche uno sfondo ulteriore, in cui potremmo individuare il mito del povero, la componente populista del basso contro lalto, alimentata dallinsistenza sul dialetto e dalla presenza sul territorio contrapposto al palazzo romano (come spiega laccurato lavoro di Dematteo 2009). E poi il separatismo, sostenuto dal mito paradossale del Nord oppresso, che ribalta la questione meridionale in questione settentrionale. E al fondo di tutto, la componente pi oscura e oscurantista, il mito dellAltro, dello straniero ladro vorace. Insomma una componente politica complementare a quella fondazionale. Il rito inventa lorigine e il mito istanzia narrativamente la parabola dellaltro che ci ruba il godimento e il desiderio osceno che ne sta alla base. Il razzismo in realt, come ha osservato recentemente Rocco Ronchi
un insieme di giudizi stereotipati, sputati come proiettili di una mitragliatrice (la macchina mitologica) che mai passerebbero il vaglio della ragione, ma che su chi li pronuncia e su chi li ascolta funzionano come esigenze materiali del linguaggio []. Il razzismo non perci una teoria ed quindi insensibile a ogni critica razionale. piuttosto un significante magico, la magia di una semplice formula capace di generare, per il semplice fatto di essere pronunciata, il collettivo stesso, cio loggetto comune (Ronchi 2012, p. 151).

Questa osservazione potrebbe valere per lintero corpus della mitologia leghista e per la pratica rituale che vi si associa. Lilluminista naturalmente colpito dalla rozzezza e dallincongruenza dellinsieme. A ognuna di queste varianti si pu reagire certo dimo-

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strandone linsussistenza e la vacuit (il vaglio della ragione, appunto), ma inutilmente: dimostrare, per esempio, che senza gli immigrati la prosperit dei padroncini svanirebbe, che i poveri padani fanno soldi in Romania, che il federalismo insostenibile ma sono solo dati di fatto, appunto. E lordine dei fatti ortogonale rispetto alla credenza mitica. La pratica dellimmaginario leghista non pu essere decostruita n sulla base della falsit (tutte storie posticce) n su quella del contrasto con i fatti, n tantomeno cercando un senso sincretistico (una struttura) dietro laccozzaglia. Pare che lefficacia consista nel rendere immuni da una doppia critica quella che dice che il mito falso rispetto a se stesso, un falso-mito, e quella che falso rispetto alla realt. Non funziona per i credenti il sorriso sarcastico che implica: poveri scemi, con la loro cerimonia grottesca dellacqua alla sorgente (e che significa?), con il fantoccio ridicolo di Alberto da Giussano e le rauche urla scomposte del loro leader Tuttavia, si diceva, c un aspetto paradossale e ironico: leffetto ultimo dellefficacia consiste proprio nellimmunizzazione dei credenti, allinterno del noi cos costruito, contro gli stessi fatti che il mito dovrebbe anticipare e rendere possibili la separazione dai poteri oppressivi di Roma e la cacciata dello Straniero che si profilano come i temi principali. Ma anche, e questo veramente singolare, immunizzazione dalle prove di realt che metterebbero in discussione la comunit e il suo stesso leader, come accaduto in occasione delle vicende pi recenti. Limmaginario in questo caso stato messo alla prova in modo ben pi duro, dimostrandosi doppiamente efficace: produce fedelt e immunizza dal vaglio della ragione. Si tratta, propriamente, di un agire con le parole, di una performance che funziona precisamente in quanto entra nel loop con le parole stesse che la pronunciano. Un agire che immunizza dalle sue stesse conseguenze. Insomma: il leghista che partecipa al rituale pu davvero permettersi di restare rerum ignarus. Questo tratto lintensit della credenza distingue effettivamente la Lega da ogni altro partito e la rende originale nel panorama politico contemporaneo.

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Ma si tratta poi davvero di credere? Seguendo le considerazioni pi volte ripetute di Slavoj iek, potremmo notare che il cinismo consiste in una sorta di rovesciamento grottesco della credenza simbolica: mentre il credente pensa e agisce il simbolo nonostante la realt lo neghi e resta fedele al simbolico anche quando questo ormai defunto, il cinico sa benissimo che sono tutte balle ma disloca la credenza stessa rispetto alloperativit di una ragione politica perversa. Cos quando lilluminista gli chiede ragione (reddere rationem) delle sue affermazioni palesemente smentite dai fatti, il cinico pu reagire con linsulto. Di fronte alla forza di unargomentazione razionale, la maggiore forza e la conclusivit stanno dalla parte del vaffanculo, del dito medio levato, dellinsulto alle congiure della magistratura romana. Il lenzuolo della credenza si solleva e si scosta indifferente alla pallottola dellargomentazione che pretenderebbe di perforarlo. Quale dunque il logos di questo mythos? un logos cinico, rovescio speculare della credenza simbolica. Il mito il Reale del logos, la frattura grazie alla quale il logos pu esistere, ripete iek sulla traccia di Horkheimer e Adorno: il mito cos il Reale del logos: lintruso estraneo, di cui impossibile sbarazzarsi, ma entro cui impossibile rimanere [] lilluminismo stesso mitico, cio il suo stesso gesto fondativo ripete loperazione mitica (iek 2005, p. 71). Allora si potrebbe dire anche che il linguaggio leghista a sua volta il reale di cui il linguaggio politico tradizionale, con la sua retorica di luoghi comuni, la componente immaginaria. E Bossi stato il reale di Berlusconi, quello che ne rivelava il godimento osceno, la canottiera emergente dietro il doppiopetto. E del resto Bossi non rappresenta, non performa in se stesso il lato osceno della politica, o una sorta di preistoria mitica del politico, una versione dellorco mitologico con i suoi gesti appena abbozzati, il corpo sgraziato, la voce roca e leloquio ridotto necessariamente a poche sommarie sentenze che i credenti accolgono come oracoli? Del celebrato intuito politico del capo fa parte integrante questo aspetto: la razionalit cinica del politico si accoppia con loscenit di unapparenza premoderna.

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La funzione simbolica della credenza cos si assottiglia, e attraverso queste rozze mitologie limmaginario precipita nel reale: si tratta dunque di godimento. Si gode dellimmagine, appunto. Mai come in questo caso la cosa, la faccenda del godimento, letterale: si dovrebbe dire che nella loro chiusura tautologica le narrazioni e i miti leghisti fanno godere. La loro ripetizione costituisce uno specifico godimento. Nello stesso tempo questo reale-in-immagine preserva dalla presa di realt, l fuori, che affidata al cinismo. Nel suo libro sugli immaginari sociali moderni, Charles Taylor (2004) sostiene che la funzione storica principale dellimmaginario sia quella di anticipare sotto forma di narrazione o di istanza visibile uno stato futuro delle cose, insomma di pre-figurare. Ma nella partecipazione illusionistica alla comunit del noi leghista il desiderio precipita nellautosoddisfazione di un godimento presente. Il logos cinico del mito , n pi n meno, un dispositivo nel senso foucaultiano del termine. Mentre latto simbolico performativo implica la credenza (iek 2001, p. 136), il dispositivo retorico una pratica di discorso, una tecnica che non implica che si creda davvero, cos come va al di l dellautentico e dellinautentico. Allineiamo dunque le nostre ipotesi: si tratta certamente di prendere sul serio queste pratiche e queste cerimonie, di non limitarsi alla derisione. Ma nel far questo dobbiamo riconoscere il doppio errore del razionalismo illuminista, basato sullopposizione tra mito e verit fattuale, e tra miti veri e falsi. Non si corre il pericolo di dare troppa attenzione alla paccottiglia da bazar, contrapponendovi i miti veri delle culture: si tratta di riconoscere unefficacia singolare, una sorta di funzionalit, a queste pratiche che si combinano bene con la pratica dellagire politico, con la rivendicazione razionale del federalismo, per esempio. La favola sta bene accanto al cinismo politico, insomma. E tuttavia, in secondo luogo, in che cosa consiste davvero lefficacia? Il meccanismo appare basato su una doppia immunizzazione: crea una barriera protettiva rispetto alla critica che va inutilmente troppo per il sottile, e immunizza rispetto allo stato delle cose che vorrebbe instaurare: nessun ordine di realt pu entrare

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in conflitto con questa instaurazione di credenza. Si produce cos una forma singolare di tanto peggio per i fatti. In terzo luogo per, si pu discutere se si tratti davvero di credere, se ci credono davvero. Alla credenza simbolica andrebbe opposta limmunizzazione cinica. Al desiderio, si pu contrapporre il godimento una forma di singolare godimento attraverso limmagine e limmaginario. La mitologia leghista, si potrebbe dire, un simulacro di mito ma non perch sia una falsa immagine, piuttosto per il fatto che restituisce specularmente lo stesso allo stesso e in questo, soddisfa. Cos la scienza del mito doppiamente sconfitta e impotente. In primo luogo perch i suoi imponenti apparati non funzionano al cospetto di queste singolari formazioni: si tratta di politica, dopotutto. In secondo luogo, perch quello che abbiamo davanti un ingranaggio della macchina dellimmaginario, che funziona auto-alimentandosi. Una macchina celibe, si direbbe ma efficace perch stringe le fila del noi. Scrive Judith Butler in relazione alla nozione sartriana di immaginario che si tratta di una forma di soddisfazione del desiderio fondata sulla de-realizzazione del mondo fattuale. Il desiderio cerca in modo magico di possedere il suo oggetto ponendosi come creatore di quelloggetto (Butler 1987, p. 128). Fino a un certo punto dunque il credere immaginario pu costruire un suo mondo rerum ignarus. curioso constatare che queste relativa impermeabilit allordine dei fatti fa parte del bagaglio dellimmaginario politico, proprio nel tempo in cui la politica stessa non pu fare a meno della medialit. Ma fino a qual punto lignoranza delle res pu mantenersi?
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Balle, sempre balle, fortissimamente balle

Amo la storia, come mio padre. Quando giriamo a Roma, chiede continuamente: Quella che chiesa ?. Sa sempre tutto, impressionante. Parola di Renzo Trota Bossi, bocciato trevolte-tre agli esami di maturit e poi benedetto (dice lui) da un diploma preso chiss dove e quindi iscritto (dice lui) a chiss quale misteriosa universit straniera dove studia (dice lui) chiss quale materia imprecisata. Mistero risolto, come noto, dalla scoperta nella primavera del 2012 di una laurea presa a Tirana dove il genio dellInsubria avrebbe dato tutti gli esami (oh, res mirabilis!) senza sapere una sola parola di albanese. Che il Senatr possa impressionare cotanto figlio col suo sapere sempre tutto, non dubitiamo. Che il suo curriculum scolastico sia impressionante sotto un altro profilo, lo ammette lui stesso nellautobiografia affidata anni fa allamico Daniele Vimercati: La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino, un corso per corrispondenza che spiegava il funzionamento di molte apparecchiature. La seconda: Decisi di iscrivermi alle superiori, in un istituto privato, per bruciare le tappe: ormai avevo 25 anni, non potevo permettermi di perdere altro tempo. Superai gli esami del biennio poi cominciai a prepararmi per la maturit scientifica. [] Mi dedicai anima e corpo agli studi; senza dimenticare le donne, per. [] Sul finire degli anni Sessanta mi diplomai (Bossi 1992, p. 47). Stando allanagrafe era gi sulla trentina. Non meno impressionante, va detto, la catena di ricostruzioni storiche, diciamo cos, eccentriche inanellate negli anni. Come quella sulla quale si avventur dal palco del Palavobis il 15 febbraio 1997: Giulio Cesare stato il primo leghista. Per questo lo ucci-

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sero. Voleva sostituire la classe politica e militare romana coi Galli. Meglio ancora, con la sua III legione, che poi erano i lombardi. Stringi stringi: maledetto Bruto e tutti i terroni come lui Non meno bizzarra fu la ricostruzione delle Cinque giornate di Milano nel corso delle quali, dicono i dati ufficiali del Regno Lombardo-Veneto che gli studiosi considerano attendibili, sarebbero morti 602 soldati austroungarici. Revisione del Senatr, sul Corriere della Sera del 27 ottobre 1996: Gli austriaci furono cacciati via e il tanfo di diciottomila cadaveri di militari aleggi per mesi in questa citt. Trenta volte di pi? Garantisce lui. Indimenticabile, poi, fu lannuncio (Corriere della Sera, 22 agosto 1996) che si sarebbe recato con commossa venerazione allArena di Verona per assistere al Nabucco di Giuseppe Verdi: In questo momento della storia italiana, per me, ha un significato particolare. Voglio proprio ascoltarlo, il Coro dei lombardi. Pernacchia cosmica: che centra il Va, pensiero cantato dagli Ebrei prigionieri a Babilonia con I lombardi alla prima crociata, che unaltra opera del compositore di Busseto? Cesello finale, lomaggio a Verdi: un padano che sentiva certe cose. Peggio il rattoppo del buco. Non solo i patrioti risorgimentali scrivevano sui muri viva Verdi perch significava Viva Vittorio Emanuele Re DItalia, ma come scrive il musicologo Fabrizio Della Seta delluniversit di Pavia Verdi non si sent mai padano, per tutta la vita cerc di staccarsi dalla provincia, si sentiva di casa a Roma, a Napoli e a Parigi, con Milano si riconcili in vecchiaia. Credeva nellUnit dItalia, fu vicino a Mazzini, poi a Cavour. Nel 1848, su richiesta del primo, music un altro inno di Mameli e nel 49 compose per la nascente Repubblica romana La battaglia di Legnano. Visto? La battaglia di Legnano! Con la Lega Lombarda e il Carroccio!, tuonerebbe il Trota. Pi padano di cos! Peccato che La battaglia di Legnano, composta su un libretto del napoletano Salvadore Cammarano, si apra (atto I, scena I) con queste parole: Viva Italia! Un sacro patto / Tutti stringe i figli suoi: / Esso alfin di tanti ha fatto / Un sol popolo dEroi!; e finisca (atto IV, scena ultima) con Arrigo che agonizzante invoca la bandiera che

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sta sul Carroccio: salva Italia! io spiro / E benedico il ciel! (Bacia la bandiera, e cade morto, stringendone il lembo sul cuore). Quanto al pi volte insultato Inno di Mameli, vale la pena di rileggere quanto ha scritto sul Foglio Giuliano Zincone: curioso che Bossi disprezzi linno attribuito al genovese Gotifreddo (bel nome nordico) Mameli dei Mannelli, e che gli preferisca La leggenda del Piave, scritta da Ermete Giovanni Gaeta (pseudonimo: E. A. Mario), nativo di Pellezzano (Salerno) e autore anche di Santa Lucia luntana, Vipera, Balocchi e profumi etc. Secondo il Capo leghista, la canzone del terrone E. A. Mario molto pi popolare di quella del settentrionale Gotifreddo. Per La leggenda del Piave non se la prende con gli extracomunitari e/o con i sudisti, bens con i nemici che vengono dal Nord. Come la mettiamo?. Dice un manifesto del Carroccio: Quando un popolo come quello padano si muove, piega la storia. Vien da chiedere: in che senso, scusate? Non c dubbio, infatti, che da diversi anni il Senatr e gli altri leader del partito celtico stiano piegando davvero la storia, spesso nella totale indifferenza verso le ricostruzioni degli studiosi, per farne una cosa mitica su misura della propaganda di bottega. Non , sia chiaro, una novit. Senofonte, ad esempio, nelle Elleniche racconta di uno sbruffone dellantica Grecia che proprio sui temi dellidentit, nel 364 a.C., cerc di costruire la sua fortuna di condottiero: Comparve poi un certo Licomede di Mantinea [] riemp di orgoglio gli Arcadi, affermando che erano gli unici a poter considerare il Peloponneso la loro patria perch ne erano gli unici abitanti autoctoni e che la popolazione arcadica era la pi numerosa e la pi forte della Grecia. Diceva che erano anche i pi coraggiosi, come testimoniava il fatto che, ogni volta che qualcuno aveva bisogno di rinforzi, preferiva gli Arcadi a chiunque altro (VII, 1, 23-24, trad. it di M. Ceva). Spiega Cinzia Bearzot (2006) della Cattolica di Milano, in uno studio sullo straniero nel mondo greco, che esaltando lArcadia e il sacro suolo dellArcadia e la terra santa e benedetta di Arcade e il re Cercione che aveva una forza eccezionale e riusciva a piegar

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da solo le cime di due pini per attaccarci i nemici da squartare, Licomede puntava tutto sullesasperazione dellautocoscienza. Unautocoscienza sovraeccitata, che serviva a incitare gli arcadi ad assumersi le relative responsabilit storiche come egemoni di un Peloponneso libero da influenze esterne, finalmente nelle mani non di usurpatori venuti da fuori, ma di un popolo dotato di una forte identit etnica strettamente legata alla dimensione locale (Bearzot 2006, p. 14). La Grande Arcadia, per Giove! E gi gi per i secoli sempre andata cos, fino al mito di Marko Kraljevi, leroe popolare che nella battaglia della Piana dei Merli contro lodiato invasore ottomano con una mazza uccise cento turchi. Mito probabilmente fasullo (diversi storici sono convinti che facesse il doppio gioco) ma sventolato da Slobovan Miloevi nelle grandi adunate a Kosovo Polje per attizzare il nazionalismo serbo che avrebbe scatenato la guerra civile jugoslava portando alla disintegrazione dello Stato multi-etnico e multireligioso, al bombardamento della biblioteca di Sarajevo e a mattanze spaventose come quella di Srebrenica. Fulvio Tomizza disprezzava quel nazionalismo esasperato basato sulla mitopoiesi, la costruzione di un mito. Magari farlocco. O basato su cose vere ma forzato al punto di diventare comunque truffaldino. Figlio di un italiano e di una slava, aveva provato sulla sua pelle i disastri che pu fare lesaltazione sovreccitata dellidentit, che in pochi anni aveva annientato la pacifica convivenza tra slavi e italiani che per secoli aveva distinto lIstria e il suo paesino, Materada, sul quale aveva scritto quello che forse il suo capolavoro. Diceva: Eh, lodio! Devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia lodio. un fenomeno spaventoso. Gente fino a ieri normale perde lintelletto e prova un solo sentimento: lodio. Certo, va dato doverosamente atto alla Lega che, al di l del linguaggio bellicoso (un esempio solo, bossiano: Se c qualche magistrato che vuol coinvolgere la Lega in una storia di tangenti sappia che noi siamo molto abili con le mani ma anche con le pallottole. Dalle mie parti una pallottola costa 300 lire e se un giudice vuole coinvolgerci sappia che la sua vita vale 300 lire), sem-

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pre rimasta alla larga dalla violenza fisica. Di odio, tuttavia, ne ha seminato tanto. Cos come ha disseminato la propria strada per il potere di miti improvvisati. Due libri dicono tutto. Il primo fu distribuito qualche anno fa tra i ragazzi delle scuole venete a spese dellAssessorato alla Cultura e alla Identit Veneta, allora in pugno al leghista Ermanno Serrajotto. Si intitolava Noi veneti e si riprometteva di ricostruire una storia venetista dalle mitiche origini in Paflagonia ai Visigoti, dallImpero Bizantino alla Repubblica di San Marco, la quale trattava i sudditi con larga liberalit, tolleranza e rispetto (tesi ridicolizzata da storici come Alvise Zorzi secondo cui il rapporto tra Venezia e le sue terre era come quello tra lInghilterra e la Rodhesia) fino al Ventesimo secolo che si chiude con la fama di un Nordest stimato per lintraprendenza dei suoi piccoli imprenditori. E lemigrazione di milioni di veneti? Otto righe, dedicate alla fuga di tanti contadini veneti verso il Brasile, senza una riga per quelli che se ne andarono in Germania, in Francia o nelle miniere belghe. E la cultura? Non una parola su pittori come Giorgione o Tintoretto, Tiziano o Canaletto, Carpaccio, Tiepolo o Lotto. Non una su musicisti come Vivaldi o Albinoni, Benedetto Marcello o Cavalli, Monteverdi o Gabrielli. Non una su scrittori come Pietro Bembo o Ruzante, Giorgio Baffo o Niccol Tommaseo, Piovene, Parise o Buzzati e men che meno Francesco Petrarca che a Venezia, a Padova e sui Colli Euganei decise di passare gli ultimi anni della sua vita. Zero. In compenso il capitolo Il dialetto conteneva chicche impareggiabili come una pagina intera dove si spiegava che la coccinella sia chiama qui e l nei diversi dialetti veronesi con decine di nomi diversi: violeta, boarina, sgoleta, catarina, cocheta, galineta dea Madona Per non dire del capolavoro, la traduzione in dialetto veronese di una delle poesie pi celebri di Catullo: Paene insularum Sirmio, insularumque ocelle, / quascumque in liquentibus stagnis (I, 31). Partendo dalla tesi che il grande poeta latino fosse vero-

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nese (come dire che Settimo Severo essendo nato a Leptis Magna era libico o SantAgostino essendo di Tagaste, oggi Souk Ahras, era algerino), la poesia diventava cos: Perla lustra de luce, Sirmione mia / fra tute le penisole, tute le isole / de mari e de laghet, ristreti e mensi: / quanta sodsfazin, quanta alegria / te me meti intel cuore!. Un passaggio su tutti era irresistibile: Cossa de mejo gh del riposarse / infin, dal peso e dal strassinamento. Catullo! Non meno interessante era il secondo libro di cui parliamo, distribuito nelle scuole lombarde a spese dellassessorato alla cultura regionale. Si intitolava Storia della Lombardia a fumetti, non parlava mai di Garibaldi a dispetto dei 180 garibaldini partiti da Bergamo (erano addirittura cinque dalla minuscola Pontida) e men che meno di Alessandro Manzoni e dei Promessi sposi e dedicava al Risorgimento poche righe: Fatta lItalia, si dovevano fare gli italiani. Cos si diceva dopo il 1870 quando altre guerre e una spedizione dei Mille, alcune manovre politiche e piccoli intrighi, certi eroismi e strani trattati, avevano portato la penisola italiana a essere un unico regno, ma con popolazioni che erano ancora ben differenti. E cos la Lombardia che era stata spagnola, austriaca, francese, austroungarica adesso era italiana. Indimenticabile, nello stesso libro, una pagina sui Celti in cui erano raffigurati un suonatore di tamburo e un chitarrista; la cui didascalia diceva: In ogni trib cera almeno un bardo, musico e poeta, cio un cantautore a.C. che scolava boccali di una bevanda simile alla birra e teneva concerti rock che nelle notti stellate. E cosa cantavano? We are the champions, we are the padan cocks. Cio, nelle intenzioni degli autori, noi siamo i campioni, noi siamo i Galli padani. In realt, nello slang inglese, il senso completamente diverso: noi siamo i campioni, noi siamo i cazzi padani. Complimenti al traduttore Ancora pi divertente, durante la campagna elettorale che avrebbe portato alla disfatta di Letizia Moratti alle comunali di Milano nel 2011, furono due paginate de La Padania dedicate alla squadra dei 48 candidati leghisti sotto lo slogan: Per ona Miln semper pussee blla de viv.

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Larticolo, come gi raccontai sul Corriere, spiegava che i candidati del Carroccio erano gente talmente legata al territorio da urlare a gran voce il programma elettorale in dialetto milanese e che dunque gli obiettivi dei prossimi anni erano stati tradotti in meneghino da Pietro Dragan e Adriana Scagliola, esperti di milanese oltre che candidati del Carroccio nei Consigli di zona. Come lo vide, il professor Vermondo Brugnatelli, docente alla Bicocca, milanese, linguista, autore di una novantina di pubblicazioni scientifiche nonch poeta dialettale (Voeuri propi cuntav se m success / laltra nott che m seri adree a torn / perduu in mezz a on nebbion negher e spess / cont on fregg che faseva barbell) ha fatto un salto sulla sedia: Ma Miln non femminile!!! Lo ricordava ad esempio, polemizzando proprio con chi aveva svirilizzato la sua amatissima Heimat maschia, anche un monumento lombardo come Gianni Brera. Che ne LArcimatto 19601966, a pagina 272 strapazzava i critici: Milan Milanon / chi te lassa l un cojon. Milano inabitabile, Milano cafona, Milano ricca (e nunc pover). Oh, basta! Intanto Milano maschile. Come Parigi. El m Milan. E lo trovo anche bello, brutti fregnoni. Ma il grande giornalista pavese fattosi milanese per amore solo uno dei tanti. Prendiamo Carlo Porta, il pi grande dei poeti in milanese, morto nel 1821 dopo aver lasciato strofe che non lasciano il minimo dubbio. Se no tavesset faa el me car Milan / che mett al mond di basger come m: il mio caro Milano, non la mia cara. Unaltra strofa? E lor che in sto Milan ghhin vegnuu gris / Ghhan coragg de stampann ch in sul muson: questo Miln, non questa. Unaltra ancora? Pover Milan, se la va innanz insc, / Prest prest te restet / senza nobiltaa: povero Milano, non povera. Andiamo avanti? Prometti e giuri col vangeli in man / de am prima de tutt chi mha creaa / e subet dopo st me car Milan: prometto e giuro col Vangelo in mano, prima di tutto di amare chi mi ha creato e subito dopo questo mio caro Milano. Mezzo secolo pi tardi Carlo Righetti, che col nom de plume di Cletto Arrighi fu tra i massimi esponenti della Scapigliatura, nel

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suo dizionario milanese-italiano edito nel 1896 cita esempi uguali a quelli del Cherubini. In aggiunta, scrive che Milan incoeu el f quatercentquindes milla anim: Milano oggi fa 415mila anime. Dove Milano (el f e non la f) di nuovo ma-schi-le. Poi, certo, le lingue vive cambiano e lortografia delle parole spesso controversa. Ma il sesso di Miln no, non cambia. E le grammatiche di Franco Nicoli (Grammatica Milanese, 1983) e Claudio Beretta (Contributo per una grammatica del milanese contemporaneo, 1984) confermano. In una nota Nicoli, a corredo di una frase quasi identica a quella della Moratti (el nst bll Miln: la nostra bella Milano) precisa: si noti che Miln (come pure Pars e el Cairo) maschile. Esattamente come recitava oltre un secolo fa la pi nota delle commedie di Carlo Bertolazzi: El nost Milan. Il nostro Milano. Perfino la pi famosa delle canzoni popolari, O mia bela Madunina, che fa luccicare gli occhi per tutti i padani, non lascia proprio dubbi. Verso la fine, dice: Tutt el mond a l paes e semm daccord / ma Milan, l on gran Milan! Milano un grande Milano. La cosa buffa, che aggiungeva un tocco surreale allo strafalcione, che due anni prima donna Letizia, senza la consulenza dei filologi leghisti, laveva indovinata giusta. Il titolo dun opuscolo edito dal Comune alla fine di ottobre del 2009 per illustrare i risultati della giunta e inviato a decine di migliaia di famiglie milanesi era infatti in tre lingue. Milanese, italiano, inglese: El nost Milan / La nostra Milano / Our Milan. Correttissimo. E chi poteva immaginare che proprio loro, i teorici del celodurismo, svirilizzassero oggi il loro maschio capoluogo? Nulla per, nella manipolazione della storia ad uso e consumo del mito, tocca le vette raggiunte dallesaltazione del cosiddetto Sole delle Alpi. Quello con cui il sindaco leghista di Adro, Oscar Lancini, tappezz per 700 volte ( solo un piccolo particolare macroscopicamente evidenziato dei nemici della Lega, disse allo scoppiar delle polemiche) la nuova scuola elementare del suo paese, dai cestini alle vetrate, dalle aiuole alla moquette.

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Ma cos, per il Carroccio, il Sole delle Alpi? Lasciamo rispondere a Mario Borghezio, riprendendo unAnsa del 13 settembre 1996: Sulle nostre bandiere ritorna, dalla notte dei tempi, un simbolo antico ed augurale, la ruota solare graffiata da millenni sulle rocce delle Alpi. Anche degli Appennini, per. C un Sole delle Alpi su una colonna del monastero bizantino di san Fruttuoso di Camogli in Liguria, su unurna cineraria etrusca di Perugia, su una stele funeraria di et ellenistica conservata ad Assisi, su un portale di san Bevignate a Perugia, sullo stemma di un portale del 1778 a Tramutola in Basilicata Per non dire delle ruote solari padane che si possono trovare su un portale di Maramures in Romania e sulle case di Kozelets in Ucraina e poi ancora su antiche decorazioni greche ad Atene e su una lapide dellVIII secolo a. C. nellisola di Lemno, su due grandi vasi attici esposti al Museo Archeologico di Atene. Peggio ancora, di tutti i soli delle Alpi rintracciati e fotografati dallo stesso Vermondo Brugnatelli (si legga il contributo in questo volume, pp. 15-22), durante i suoi studi sulla lingua berbera, in giro per la fascia Nord del Continente nero: Quel simbolo tuttaltro che unesclusiva padana, dal momento che anzi un disegno che compare con grande frequenza nellarchitettura e nellarte nordafricana. A tal punto che, per conto mio, meriterebbe lappellativo di Sole dellAtlante. Per questo un suo libro, intitolato Il Nordafrica e i nordafricani, ha un sole marocchino addirittura in copertina. Identico al sole padano. Di pi: il sole di Bossi, cos sprezzante con africani, arabi, musulmani e bingo bongo, si pu trovare su un antico portale di legno di Tetouan in Marocco, in una decorazione di marmo dellantica moschea di Sidi Mansour a Djerba, nelle pagine del libro Stles funraires marocaines pubblicato a Parigi dal professor Emile Laoust nel 1927, sulle tombe nel cimitero di Madhia, sulla costa tunisina E allora cosa resta: il mito di Pontida? La grande epopea dei comuni lombardi finalmente riscoperta da Umberto Bossi? Manco quella, ha spiegato sul Corriere della Sera Paolo Grillo, docen-

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te di storia medievale e storia militare alla statale di Milano e autore del libro Legnano 1176. Una battaglia per la libert. Infatti un secolo e mezzo prima di essere riscoperta da Umberto Bossi, Pontida era gi stata un luogo mitico per altri patrioti: i protagonisti del Risorgimento. Ogni uomo di cultura italiano, allepoca, conosceva alla perfezione lepopea della lotta dei comuni riuniti nella Lega Lombarda contro Federico Barbarossa e riteneva che essa prefigurasse la lotta per lindipendenza da intraprendere contro gli austriaci. La resa di Milano e la sua distruzione, nel 1162, adombravano gli esiti disastrosi del Congresso di Vienna. Alla sconfitta e allumiliazione erano per seguiti il momento della concordia e del riscatto alla creazione della Lega Lombarda a Pontida nel 1167, la vittoria militare a Legnano nel 1176 e il successo diplomatico della Pace di Costanza nel 1183, che segn il ritiro della presenza imperiale dalla penisola. Rievocare tali eventi, nella storia e nella letteratura, implicava indicare un modello a chi si opponeva alla presenza di un altro impero, quello asburgico, e augurarsi un uguale esito della contesa. Cos, continuava Grillo, lesule Giovanni Berchet, fuggito a Londra dopo i moti del 1821, scriveva che gli anni della Lega Lombarda furono lepoca pi bella, pi gloriosa della storia italiana. Giuseppe Mazzini, anchegli rifugiato nella capitale inglese, affermava che i sedici anni che corsero dalla prima congrega (della Lega) alla pace segnata in Costanza valgono due secoli interi di Roma. Il politico, scrittore e pittore torinese Massimo DAzeglio si dedicava alla stesura di un romanzo dedicato alla lotta fra i Comuni e il Barbarossa, dato che fu lepoca la pi bella e luminosa della nostra storia. Lo stesso Giuseppe Garibaldi, contro il quale oggi i leghisti attaccano sui muri manifesti insultanti (per non dire della indecente sceneggiata del 2011 vicino a Schio, dove un gruppo di padani si spinse a bruciare una sagoma del condottiero dopo avergli appeso al collo il cartello eroe degli immondi) si sent in dovere di andare a rendere omaggio a Pontida 130 anni prima che la stessa cosa venisse in mente al Senatr. E da un palco improvvisato, avrebbe spiegato la rivista Bergomum, nel 1976, leroe dei due

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mondi disse commosso: Quante volte pronunciai il nome di Pontida rievocando la sua con altre glorie dItalia per infiammare gli animi de miei compatrioti!. Ricordate cosa url lallora leader della Lega qualche anno fa fingendo di prendersela con la destra post-missina alleata del suo stesso alleato, il Cavaliere? Url: Noi coi fascisti puzzolenti non andremo al governo mai! Di pi: Fascisti, vi spezzeremo la spina dorsale, nel Nord passeremo casa per casa a cercarvi. Di pi ancora: Noi i fascisti di Fini li attaccheremo sempre, perch sono uomini del vecchio regime: li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester. Eppure erano stati proprio i fascisti, dopo qualche decennio di oblio, a riscoprire Pontida. Rileggiamo quanto scriveva lEco di Bergamo sotto il titolo Le secolari mura della Badia di Pontida rivivono il giuramento della Lega Lombarda l8 aprile 1940: Una Pontida imbandierata, in una festante cornice di sole e di pubblico, qui convenuto in massa dai paesi vicini, ha rivissuto ieri mattina [] la gloriosa data del giuramento della Lega Lombarda. Mai tanto flusso di folla ha invaso le vie del paese pavesato in ogni

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dove di tricolore: bandiere alle finestre, alle balconate, alle porte, sui muri, lungo le cancellate, perfino sui tetti; ovunque, dove lo spazio appena appena lo permette, un tricolore o uno striscione bianco inneggiante al duce il fondatore dellimpero. E ancora: Anche la piazza, come tutto il paese, un solo tricolore: festoni piovono dallalto dei fabbricati sino a terra, ghirlande di lauro intrecciate avvolgono in ampie spire le colonne della basilica, grandi stemmi delle citt che presero parte alla Lega Lombarda sono allineati lungo la facciata della Badia, dallalto del cui cornicione campeggiano e dominano la piazza due ritratti del Duce.
Gian Antonio Stella

Canotta
Il canotta. Fenomenologia di Umberto Bossi

Umberto Bossi il politico dei gesti: il dito medio, la mossa dellombrello, la pernacchia, o il gimme five!, dammi cinque, tipico dei giocatori americani. In tempi recenti ha pi volte reiterato il gesto del dito medio, la spinta del medio, come chiamata, un gesto fallico, di erezione, vecchio di oltre duemila anni, noto ai Romani, i quali si riferivano, scrive lo zoologo Desmond Morris (1992), al dito medio come dito imprudente ed osceno. Nel caso del Senatr si collega invece a una retorica leghista di tipo maschilista, di cui Bossi si fatto pi volte promotore: laffermazione che i Padani ce lhanno duro. Uno studioso dei gesti, Claudio Franzoni, ha sottolineato come si tratti di gesti da bar: far ridere la compagnia dei maschi al Bar Sport. Il senso di queste posture perfetto: il politico uno di noi, come noi. Non, dunque, un intellettuale, un professore, un professionista della politica, uno probabilmente migliore di noi, da ammirare, bens proprio uno identico a noi, se non addirittura uno inferiore a noi. Segna un cambiamento epocale, cui non estranea la televisione, come aveva segnalato gi nel 1961 Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Buongiorno (ora in Eco 2001). Al termine di un lungo processo, ritenuto a torto di democratizzazione, lo sguardo ammirato di molti non si rivolge pi a persone di notevole rilievo morale o intellettuale, bens a uomini e donne modesti, anonimi, assolutamente identici alluomo della strada o alla donna della porta accanto: il Grande Fratello. Bossi e la Lega hanno avuto un ruolo importante nella direzione del cambiamento della visione sociale e culturale della vita politica, e cos vanno letti anche i gesti compiuti dal leader leghista nei luoghi pubblici, davanti alle macchine fotografiche e alle telecamere.

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Il suo caso davvero emblematico. Se infatti, come scrive Elias Canetti in Massa e potere (Canetti 1960), il problema delluomo politico quello di creare una distanza dalluomo comune, e al tempo stesso di colmare linevitabile distanza che si genera, il caso di Umberto Bossi quello di un leader che tende piuttosto a ridurre, quasi annullare, la distanza. E allo stesso tempo indubbio che intorno alla sua figura, al suo corpo di capo, si generato un carisma. Su cosa si fonda questo carisma? Per capire da cosa derivi, non a un leader politico che bisogna paragonarlo, per quanto un parallelo con un altro Capo assolutamente popolare, istintivo e istrionico come il leader leghista, lo si potrebbe stabilire: Benito Mussolini. Il senso carismatico del leader leghista richiama piuttosto quello di un artista del XX secolo, Andy Warhol, come lui personaggio in apparenza timido, incolore, non particolarmente bello, uscito da una realt periferica, la colonia degli immigrati cecoslovacchi di Pittsburgh. Bossi emerge dalla piccola, piccolissima borghesia, con ascendenze contadine, della provincia di Varese, da ambienti marginali sia socialmente sia culturalmente. E come nel caso di Warhol esattamente leccentricit rispetto ai modelli dominanti a creare il personaggio di Bossi, la sua valenza di maschera, come ha scritto Lynda Dematteo nel recente volume Lidiota in politica (Dematteo 2011). Sia per lartista americano sia per il politico lombardo vale un elemento fondamentale: il travestimento. La maschera appunto un vestimento, in cui, come dice il proverbio: labito fa il monaco. Nel corso dei vari decenni della sua carriera, dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, Andy Warhol ha perseguito un costante mutamento nel proprio aspetto esteriore che lo assegna a una forma clownesca di mascheramento di s, ma anche di produzione continua di segni, utilizzando per questo abiti e altri accessori, come gli occhiali neri, sino ad arrivare alla celebre parrucca argentata che da un certo momento non ha pi smesso di indossare. Lo scopo di Warhol era quello di creare una sorta di anti-omologazione, di allontanamento dallo stile e dal costume di volta in volta dominante, facendo di se stesso unicona.

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Quale abito indossa Umberto Bossi? Quello delleveryman, delluomo qualsiasi, o qualunque. Un abito che funziona perch un costume indossato da tutti, comune, collettivo. Con un aggettivo possiamo dire: popolare. Allinizio della sua predicazione leghista Bossi indossava un impermeabile che ricordava quello del Tenente Colombo, il protagonista dei telefilm televisivi, ma la canottiera quella che lo identifica maggiormente, e ne costituisce un tratto distintivo ai nostri occhi. Probabilmente pi che un segno, in senso classico, la canotta vale come un gesto vero e proprio che compare in un momento preciso della vita politica del leader leghista. Nel 1994 il capo della Lega si reca in vacanza in Sardegna; sta per rompere lalleanza con Silvio Berlusconi e si fa fotografare in canottiera; con questo abbigliamento rilascia dichiarazioni alla stampa e posa davanti alle telecamere televisive. La canottiera appartiene ai capi cosiddetti di intimo, posti sotto la camicia, a diretto contatto con la pelle. Il suo nome deriva dallattivit del canottaggio; la divisa dei rematori, ma anche lindumento indossato nel basket e nellatletica leggera insieme ai calzoncini corti. In questa veste Bossi si mostra in un luogo di vacanza dove i vestiti sono informali e in cui prevale la tenuta sportiva. La canottiera di Bossi intesa come indumento sportivo si contrappone alla tuta da ginnastica, da footing, portata in varie occasioni da Silvio Berlusconi. Il messaggio politico che il gesto di Bossi comunica al pubblico dei telespettatori : io sono parte del popolo, e la Lega un movimento popolare. Seduto sulla spiaggia di Porto Cervo, luogo frequentato dai vip, il Senatr, in procinto di interrompere la collaborazione governativa con il miliardario Silvio Berlusconi, si mostra in pantaloncini corti, canottiera e una grossa catena doro al collo con annesso crocefisso. leroe popolare, sincero e insieme burino, povero e nel medesimo tempo cafone, tuttavia sempre autentico. La canottiera presente nelliconografia popolare italiana, mille volte presente negli scatti dei fotografi: canotta da muratore, prima di tutto, e poi da operaio. ritratta in tanti film e fotografie a partire dagli anni Venti e Trenta: Massimo Girotti nel film di Luchino Visconti Ossessione (1943), dove interpreta il personaggio di

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Gino Costa, la indossa per gran parte del film: un uomo del popolo e insieme un vagabondo e un amante focoso; cos in La terra trema del 1948, dove recitano i contadini siciliani; e poi Renato Salvadori in Rocco e i suoi fratelli del 1960. Sono tutti film di Visconti, non a caso militante del Partito Comunista: mostrare il Popolo. Ma c un modello ancora precedente in cui la canottiera diventa un elemento simbolico assai efficace: il Duce. Benito Mussolini passa nel corso degli anni, dalla conquista del potere, nel 1922, in camicia nera, da ardito, dallabito ufficiale, da cerimonia, con tanto di tuba niente tubi di stufa sulla testa, si dir in seguito tra i fascisti rifiutando questo simbolo borghese , fino al torso nudo della Battaglia del grano nel 1938, ritratta in fotografia e sulla copertina del popolare La Domenica del Corriere. Un chiaro messaggio propagandistico, in cui il Duce si mostra sullaia a trebbiare indossando gli occhiali protettivi e in calzoni bianchi e cappello, una coppola bianca, da padrone, che si distingue nettamente dai cappelli di paglia delle contadine e dei contadini. Un doppio messaggio: landata verso il popolo lessere popolare e anche la differenza dal popolo Mussolini pur sempre il Duce. Un esempio di quello schema di rapporto tra potenti e popolo di cui scrive Canetti in Massa e potere: vicinanza e insieme distanza. Uno schema che non sembra valere per Bossi. La sua canotta somiglia infatti a quella delleroe maledetto, incarnato da Girotti nel film di Visconti, oppure a quella degli eroi ambivalenti positivi e negativi insieme di Rocco e i suoi fratelli. Il riferimento agli attori non casuale dato che lattore, come il cantante, uno di noi che diventato, grazie allo star system, qualcuno di nuovo Andy Warhol con il suo in futuro ciascuno sar famoso per un quarto dora. Non bisogna dimenticare che Bossi ha anche tentato da giovane la carriera di cantante. Inoltre lattore un sex symbol e la canotta ne un accessorio fondamentale, come mostra Marlon Brando prima in Un tram che si chiama desiderio (1951) e poi nel celebre Fronte del porto di Elia Kazan (1954). Anche qui leroe un maledetto-buono, una figura ambivalente, in cui lindumento intimo funziona come segno

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didentificazione, gesto indicatore di una forte identit maschile. A questo alludono le canottiere di Dolce & Gabbana, diventate oggetto cult, che veicolano nella pubblicit un evidente messaggio erotico, meglio: omoerotico. Un segno del cambiamento dellidentit di genere avvenuta poi negli ultimi decenni. Se gli attori, i cantanti, le star dello spettacolo si presentano al pubblico sotto laspetto dellidentificazione sono uno di voi , in Mussolini funziona invece il contrario. Il Duce che trebbia il grano, che sale a cavallo, sembra uno di noi, ma non lo . La sacralit del corpo del Duce, su cui si soffermato Sergio Luzzatto (1998), fondata appunto su una distanza. Nel caso di Umberto Bossi si verifica il contrario: la sacralit data dalla vicinanza. Come simbologia in atto e carisma richiama piuttosto la figura del Santo della tradizione cristiana. Anche su questo piano si evidenzia la differenza tra la politica del corpo di Bossi e quella di Silvio Berlusconi. Mentre il Presidente del Consiglio nasconde i segni del suo naturale decadimento fisico, ricorre al lifting, al trapianto dei capelli, al trucco, per nascondere rughe, calvizie, linvecchiamento del viso e del corpo, Bossi, colpito da un ictus nel marzo del 2004, si mostra in pubblico nonostante i vistosi segni della malattia: parziale paresi della bocca, i capelli imbiancati, voce quasi assente, difficolt nei movimenti, fatica a camminare, etc. Una scelta istintiva e coerente con la sua politica del corpo, in cui i segni visibili della malattia non sono occultati, bens esposti come se fossero le stigmate del Santo, che ricorda, per alcuni tratti, la lunga malattia in pubblico di Papa Wojtyla; e in modo pi remoto, e complesso, un altro santo popolare del XX secolo, Padre Pio, litaliano pi famoso nel mondo dopo Benito Mussolini. Un esempio della differenza circa lidea del popolo che manifestano Berlusconi e di Bossi, sul piano dei segni e dei simboli, si coglie nel manifesto elettorale del 2001, dove il leader di Forza Italia si presenta con lo slogan: Un presidente operaio per cambiare lItalia. Berlusconi nel grande cartellone stradale di propaganda non indossa la canottiera operaia, e neppure la tuta, alla Cipputi, bens il maglioncino e la camicia bianca. Per lui operaio colui che opera, ovvero chi lavora. Labito, la divisa, sar quel-

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la informale dellimpiegato, del lavoratore di concetto, piuttosto che quella del lavoratore manuale, cui alludono, in modo seppur differente, il torso nudo e la canottiera di Mussolini, e la canotta e le braghette sportive di Bossi. Bossi non per il primo leader politico italiano che si mostra in canottiera dopo la caduta del Fascismo. Lha anticipato con il suo stile informale Bettino Craxi. Sono famose le sue camicie aperte, le giacche sportive di camoscio, lostentata assenza della cravatta, e poi le foto a torso nudo e in pareo sulla spiaggia di Hammamet, che richiamano le immagini di Mussolini; ma mentre il Duce si mostrava seminudo nel lavoro dei campi, Craxi si fa fotografare nel nuovo lavoro dei tempi postmoderni: la vacanza. Il leader socialista ha praticato una politica del corpo che si distingue da quella dei suoi predecessori, sia rispetto ai concorrenti politici, democristiani e comunisti, sia riguardo i socialisti stessi. Salvo il basco di Nenni e le foto di Pertini durante gli anni della sua permanenza in Francia, dove aveva fatto il manovale, nessun politico italiano del secondo dopoguerra aveva adottato abiti simili, che lo avvicinavano pi alla gente comune che non ai chierici della politica, da De Gasperi a Moro, da Togliatti a Berlinguer. Ed stato proprio Craxi a far entrare nella iconografia politica la canotta, per quanto anticipato da due politici democristiani, Remo Gaspari e Ciriaco De Mita, entrambi immortalati in canotta al loro paese (laspetto paesano meridionale, poi presente in Antonio Di Pietro). Il sudore di Bettino Craxi, segretario socialista, nella sauna della sala del congresso di Bari, nel giugno 1991, fa trasparire involontariamente sotto la camicia la canottiera; lo evidenzia, oltre alle immagini, anche un articolo di Giampaolo Pansa, che segna una sorta di degradazione simbolica del corpo del leader socialista, un suo abbassamento. Sono solo tre anni prima che Bossi si mostri in intimo sulla spiaggia della Sardegna. E dopo poco tempo vediamo sulle pagine dei rotocalchi limmagine del leader socialista ad Hammamet, fuggito dallItalia in seguito allinchiesta di Mani pulite. La foto lo fissa in canottiera, mentre dipinge vasi nel suo esilio nordafricano; Craxi indossa scarpe da tennis tagliate per far spazio ai piedi gonfi per il diabete che poi lo porter di l a poco alla morte.

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Lultima canottiera di Bossi arriva sette anni dopo lictus che lha colpito. Durante questa estate del 2011, il leader leghista la indossa in diverse occasioni pubbliche, e i giornali interpretano il gesto come un ritorno al passato. la canottiera bianca sfoggiata in una festa leghista nel cremonese, insieme al sigaro toscano; e poi la canotta grigia, marca Cagi, sulla spiaggia di Alassio. Siamo tornati al 1994, alla spiaggia sarda? Il leader che si mostra in questo indumento intimo non ha pi la forza simbolica della prima volta: appare nelle fotografie invecchiato, pi simile a un pensionato che non al brillante provocatore politico degli ultimi ventanni. Certo, allude ancora allelemento popolare, com evidente dagli scatti che lo fissano sulla spiaggia ligure, attorniato da persone che vogliono farsi ritrarre insieme a lui, o accanto a giovani ragazze e militanti leghisti in t-shirt nel cremonese (la t-shirt la versione rinnovata della canotta di Marlon Brando). Ma il gesto non pi quello di un tempo. La malattia lha reso legnoso, lha indurito. Laspetto di maschera, che sempre stato presente nella sua espressione e nella gestualit, si fissato nella smorfia che lictus impietosamente ha impresso nel suo viso. Nelle foto in canottiera laspetto di santit, quel carisma che ancora conserva nei discorsi dal palco, si stempera e quasi scompare. O meglio: diventa il segno di una vistosa decadenza fisica, che finisce per sublimarne la figura, la santifica, almeno in parte, ma soprattutto la sposta fuori dal campo simbolico della politica in senso stretto. Ora la canottiera non pi un gesto provocatorio. Torna a essere un indumento intimo che nel galateo piccolo borghese (il popolo che si vergogna di essere popolo) doveva restare nascosto sotto i vestiti. Tutta la forza della canotta, come dimostrano Marlon Brando, e Fabrizio Corona, sua copia degradata, si fonda su un mito ulteriore, quello della giovinezza. La giovinezza come energia, forza, e anche bellezza. Una bellezza che non segue i canoni estetici fissati dallo star system, ma si fonda sullinvincibile energia che scaturisce dallesibizione parziale del corpo maschile sotto le spalline della canotta. Ora questa giovinezza svanita dal corpo del fondatore della Lega, e con lei anche gran parte del potere cari-

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marco belpoliti

smatico. Resta nellevocazione dellintimo licona come memoria del passato. Dopo la canottiera per la figura carismatica di Bossi si apre la possibile strada della beatificazione, e forse della santificazione. Ma questa gi unaltra vicenda. Post mortem.
Marco Belpoliti

Cristianesimo
Immaginario della Lega Dallimmaginario precristiano al cristianesimo da battaglia

Limmaginario della Lega frutto di molti sincretismi, ma possibile vedervi un prevalente filo conduttore, a sfondo religiosizzante, per il quale il movimento-partito passato, nel corso degli anni, da un immaginario celtico a uno da cristianesimo da combattimento. Nel quadro di una geografia dinvenzione (si veda in questo volume la relazione di Squarcina, pp. 117-129), la Padania avrebbe potuto avere qualche riferimento politico meno lontano dei druidi: per esempio, le Repubbliche cispadane e transpadane, dove nacque il tricolore; o anche il Regno dItalia del primo Napoleone, che andava dal Ticino allEmilia; oppure il successivo Regno Lombardo-Veneto, rappresentato a Milano (sempre capitale) da un vicer asburgico. Ma la Lega curiosamente imitando quella che una sua bestia nera, la Massoneria, che talora pretende di risalire a Salomone e ai Templari ha inizialmente inventato una genealogia alquanto remota, a partire dagli abitanti della Gallia cisalpina, nemici di Roma ladrona. Cos il colore simbolo della Lega, sembra sia ispirato dal verde delle foreste druidiche, anche se lo storico gi a lei vicino, Gilberto Oneto, ritiene si riferisca alle maglie di una squadra di calcio irlandese che comunque ha nome Celtic. A queste radici la Lega ancora fedele, come dimostra il tipo di ricostruzione storica del film su Barbarossa, se si pensa che nellautunno 2011, quando la crisi economica incombeva sullItalia e quando mancavano solo un paio di mesi alla fine della sua lunga esperienza di governo, la stessa Lega indugiava a celebrare la consueta cerimonia neopagana dellacqua del sacro Po, il dio Eridano, messa in ampolla sul natale Monviso, per essere versata in Adriatico a Venezia alla fine del percorso del fiume.

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giorgio galli

Ma, nel frattempo, la Lega ha abbandonato i riti dei matrimoni celtici di alcuni suoi dirigenti, del periodo nel quale Bossi prendeva in giro i vistosi anelli e gli abbigliamenti fastosi dei vescovoni, per impugnare invece la bandiera di un cristianesimo di stampo medievale, in parte immaginario come la ricostruzione storica del film su Federico Barbarossa che pu essere considerato quello che per il fascismo era stato Scipione lAfricano, anche se con meno successo di pubblico. Riprendo qui e sviluppo considerazioni avanzate nel terzo capitolo, col titolo Populismo e carisma, del libro Esoterismo e politica (Galli 2010). Escludendo che la Lega potesse ricollegarsi al pensiero esoterico, partivo da una analisi dello studioso delle religioni Renzo Guolo, che parla di un partito che, abbandonato il folcloristico neopaganesimo delle origini, rilegge la tradizione cristiana in modo del tutto indifferente ai contenuti del Vangelo. Un cristianesimo senza Cristo, degradato a una sorta di religione civile padana. Una religione senza Chiesa, almeno quella post-conciliare. Un cristianesimo iperpolitico, in cui la religione essenzialmente unarma identitaria, da impugnare contro gli altri (Guolo 2009). A me pare che questa impostazione tenti di rispondere a un problema reale della chiesa post-conciliare, talvolta criticata per apparire una istituzione pi impegnata nel sociale che nel sacro. Rappresentata, per esempio, dalla protezione a comunit tipo SantEgidio (il cui leader ministro del governo Monti). A questo cristianesimo la Lega ne contrappone uno di tipo medioevale, bene espresso dalle immagini di copertina della sua rivista Idee per lEuropa dei popoli: nellimmagine del numero di luglio-dicembre 2008 campeggia una piccola chiesa di campagna, dai muri candidi, con la scritta Europa bianca e cristiana. La copertina di gennaio-marzo 2009 raffigura un guerriero ferrato, con la scritta LEuropa che combatte. Nel gennaio 2012, corrispondenze di Radio Padania da Lourdes assicurano che la Madonna protegge la Padania. Il libro inchiesta di Riccardo Chiaberge Lo scisma. Cattolici senza papa (2011) registra, soprattutto in Lombardia, un conflitto tra cattolici adulti e quelli pi tradizionalisti, unarea

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culturale sensibile, particolarmente sui temi della bioetica, ai richiami leghisti. Se non gli mancano precedenti storici, questo cristianesimo da battaglia, identitario e iper-politico, largamente immaginario rispetto alla realt dellevoluzione della Chiesa propiziata dagli ultimi pontificati, ma pu essere utile alla Lega nella fase apertasi col declino del berlusconismo. A quello che ho detto sullimmaginario leghista al convegno, un mese prima della caduta del governo Berlusconi, posso oggi aggiungere che la Lega di lotta e di governo, diventata ora Lega di opposizione, potrebbe trovare un fattore di coesione, oltre che nellimpostazione politica, in un immaginario nel quale questo tipo di cristianesimo, forse assimilabile a quello dei patrioti cristiani della destra nordamericana, riesca a convivere coi residui del neopaganesimo folcloristico, ben evidenziato dai pi accesi militanti leghisti di Pontida, che affiancano verdi abbigliamenti druidici ad armature di combattenti neocrociati.
Giorgio Galli

Discorso
Intorno al linguaggio politico della Lega Nord e di Radio Padania Libera

1. Muover da alcune considerazioni di ordine generale relative alla nozione di linguaggio politico inteso quale importante e del tutto particolare genere testuale: il riflettere sul linguaggio della Lega Nord e, pi in particolare, sul linguaggio di Radio Padania Libera vox clamans via etere della Lega Nord, il mezzo con cui questa compagine politica si rivolge giornalmente al grande pubblico e, pi nello specifico, al suo pubblico non pu se non partire dallosservazione che il genere testuale etichettabile come linguaggio politico si articola secondo due modalit, gi ben presenti, tra laltro, nella riflessione sulla filosofia del parlare di cose di interesse pubblico propria della Atene classica. NellAtene del V-IV sec. a.C. Platone e, dopo di lui, Aristotele (e poi, sulla loro scia, altri osservatori delle cose del mondo) avevano individuato due tipi di politikos logos: da un lato, il discorso politico razionale, basato sullanalisi di dati, su argomentazioni, su sequenze logiche: un discorso rivolto a interlocutori rispettati in quanto politai (cittadini) che, attraverso il gioco della dialettica orientata verso la ricerca del vero e verso la comprensione dei problemi, fossero in grado di scegliere tra opzioni proposte, in piena autonomia e in totale consapevolezza. Insomma: un politikos logos da Repubblica dei filosofi, finalizzato alla crescita civile degli interlocutori e inteso quale base indispensabile del gioco democratico; dallaltro, il discorso politico emozionale, basato su una lettura orientata della realt, privo di reali argomentazioni e finalizzato essenzialmente a coinvolgere i destinatari del messaggio attraverso soluzioni pragma-linguistiche rozze, semplificate. Insomma: un politikos logos mirante non tanto alla crescita civile degli inter-

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locutori quanto, piuttosto, alla sollecitazione delle loro dinamiche pi immediate, irriflesse e, quel che peggio, a seguirne i desiderata. Tutti, anche quelli irrazionali, anche quelli torbidi, presenti come ben noto in qualsiasi gruppo sociale complesso. I due modi del politikos logos erano (e sono) funzionali a due diversi atteggiamenti. Hanno, per usare un termine tecnico caro ai linguisti teorici, diversa forza illocutiva: il politikos logos razionale, nella sua complessit, sta alla base del dialogo democratico; laltro tipo di politikos logos, intrinsecamente autoritario, stava (e sta) alla base di modelli politici essenzialmente antidemocratici quando non apertamente dittatoriali: di vari colori, evidentemente. Come la storia, anche quella recente e recentissima, insegna a chi voglia coglierne il messaggio.

2. A mio vedere, il politikos logos della Lega Nord, i cui riflessi bene si colgono sulle onde di Radio Padania Libera, rientra pienamente nel secondo tipo. E cercher di motivare, seppure in breve, il perch di questa mia asserzione: la Lega Nord crea un clima discorsivo che, abbassandosi a livello di interlocutori privilegiati, fa spesso leva su un linguaggio triviale, su slogan pi o meno apertamente razzisti (contro gli immigrati, in particolare), su una talvolta marcata violenza verbale (ti mando allospedale rivolto da Umberto Bossi ad un giovane filopisapiano che lo contestava in un quartiere di Milano in occasione delle elezioni amministrative del capoluogo lombardo, nel maggio del 2011); violenza verbale accompagnata da pari violenza non verbale: basti, per tutti, il gesto osceno il dito medio sdoganato sempre da Bossi, quale risposta a giornalisti o ad altri che pongano quesiti importuni e che fa il paio con le volgarit, esibite, incontrollate del Primo ministro, lonorevole Silvio Berlusconi: quel Berlusconi che, con fiuto populista, ha distorto fin dallinizio il politikos logos nel lessico, nelle regole, nella pragmatica imponendo complici i mass media da lui governati il linguaggio del Capo, fatto di manierismi (mi consenta), di metafore (soprattutto calcistiche: scendere in campo, fare un passo indietro), di formule bana-

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li, di tormentoni (una scelta di campo, odio e invidia personale) fino ad arrivare al partito dellamore. Quel Berlusconi che, con i suoi fidi, ha poi sconvolto le regole del dibattito politico, specialmente negli spazi televisivi: aggressioni verbali, battibecchi indegni, intimidazioni violente (il dito puntato e lossessivo si vergogni, si vergogni!, detto a chiunque fosse di parere contrario) con lintenzione di comunque imporsi sullinterlocutore, in modo che il pubblico fosse colpito, pi che dal ragionamento, dalla sceneggiata catodica. Non solo forma ma, anche, sostanza: dati citati in modo insensato, numeri e percentuali inventati, fonti falsificate. Dopo il ventennio fascista mai si era assistito, in Italia, ad una cos violenta denigrazione dellavversario mediante epiteti e gesti ingiuriosi: basti, per tutti, la proposta di alcuni parlamentari neofascisti e leghisti di portare le stampelle ai senatori a vita pi anziani, lutilizzo massiccio di argomenti vietati dal codice etico delle democrazie moderne quali il riferimento a difetti fisici, al colore della pelle o ad altre propriet e a scelte individuali. Violenza verbale e non verbale che si accompagna a immaginari e mitologie totalmente inventate, quali elementi di coesione fittizi per masse trattate quasi fossero culturalmente sottosviluppate: il dio Po e lampolla con lacqua tratta dalle sue sorgenti; lAlberto da Giussano ripescato da un medioevo di cartapesta; luso dei dialetti come bandiere del noi contrapposti agli altri; il dileggio delle istituzioni nazionali (e ci, da parte di ministri della Repubblica, che hanno giurato sulla Costituzione!); la messa in discussione del ruolo, culturalmente e socialmente imprescindibile, dellitaliano e della nobilissima cultura di cui veicolo; lirrisione rivolta alla bandiera nazionale e allinno nazionale e lappropriazione, del tutto indebita, di una celebre pagina verdiana; lirrisione per la cultura, per la fatica dello studio: i titoli di studio comprati e il disprezzo aperto per gli intellettuali. E non si dimentichi che, in tale clima evocante truci scenari da rogo dei libri di nazista memoria, il ministro Gelmini impose al Senato accademico dellUniversit della Insubria lattribuzione della laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione a Umberto Bossi per il suo ruolo nella storia nazionale Fortunatamente non se ne fece nulla.

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Ancora: il rito del matrimonio celtico; la proposta di un onorevole tale Pierguido Vanalli di usare la sola lingua locale nei matrimoni; lintroduzione dei dialetti e delle culture locali nelle scuole e non solo per gli studenti, ma, anche, per gli insegnanti le fictions con i sottotitoli in dialetto e versione audio nelle lingue locali sul digitale, come proposto dal ministro Zaia; i Tg in dialetto di Telepadania; le copertine de La Padania in (un) dialetto veneto; gli interventi alla festa milanese del Carroccio tradotti in simultanea in un improbabile meneghino; le t-shirts dei Giovani Padani con leffigie del loro Capo, novello Che Guevara, glossata con un devo dire divertente El Gh riecheggiante quel El Che, eroe dei giovani democratici degli anni 60 e 70 (e oltre). Infine: la demonizzazione della toponomastica in italiano e la invenzione di scriptae locali caratterizzate da una bizzarra anarchia scriptoria (e non solo).

3. Ultimamente qualcosa, comunque, pare muoversi. Qualche elemento di contestazione, di irritazione nei confronti di tutto quanto ho sopra menzionato pare sia in atto: il varco stato aperto dalla nota, recente lettera scritta al Corriere della Sera (29 settembre 2011) dal sindaco leghista di Macherio; le tensioni interne al gruppo dirigente della Lega Nord (culminate nella dura contestazione a Bossi nella sua Varese in occasione della nomina a segretario provinciale di Maurilio Canton e nelle ricadute che tali contestazioni hanno avuto a Roma, in sede parlamentare); la disaffezione crescente della base leghista per il penoso familismo del Capo (sempre scortato dal suo erede, limbarazzante figliolo noto per littionimo attribuitogli dal genitore: quasi ombra di novello Kim Il-Sung). Ecco: forse, anche nellItalia berlusconizzata e in buona parte anestetizzata da quasi ventanni di regime, corrotta da uninformazione guidata, si sta cominciando a capire che qualcosa di pi ci si deve aspettare quali cittadini dalle classi dirigenti. E, per tornare al politikos logos, si sta forse cominciando a capire che ogni politikos logos anche questione di forma: nessuna cosa dav-

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vero buona pu stare chiusa entro un contenitore sciatto; i programmi, anche quelli apparentemente virtuosi, non possono servirsi di parole rozze, di espressioni indegne, di attitudini infamanti senza esserne contaminati, corrotti. Si sta forse cominciando a capire che il linguaggio pensato/pesato, sorretto da un tessuto testuale razionale, non pu prescindere da un pensiero meditato e dalla cultura e che, infine, proprio la cultura non un vezzo di intellettuali schizzinosi e lontani dal popolo, come hanno creduto in un passato non troppo lontano gli squadristi e come, temo, credono anche molte delle camicie verdi. La cultura lunica cosa che d dignit a un popolo, che lo toglie dalla sua sottomissione, che davvero lo libera e che, infine, lo fa classe dirigente. Tutto il resto anche molte delle cose veicolate dal linguaggio politico della Lega Nord e diffuse per il tramite di Radio Padania Libera appartiene alla categoria, ambigua e intrinsecamente pericolosa, del folklore: tutti i totalitarismi hanno avuto a cuore il folklore: se ne sono serviti. Con i risultati tragici che sono (o dovrebbero essere) nella memoria di tutti.
Emanuele Banfi

Etnogenesi
Unetnogenesi in laboratorio

Negli ultimi decenni lo sviluppo dellUnione europea e la progressiva integrazione sovranazionale che essa ha perseguito e in parte realizzato, si sono scontrati con un processo opposto: la fioritura di rivendicazioni regionali su base etnica e di nazionalismi sub statali. I due processi: quello di integrazione continentale e quello di disgregazione nazionale, apparentemente antitetici, sono tuttavia intrecciati. Gi in una conferenza tenuta nel 1975 il politologo americano Connor aveva sottolineato lampia diffusione delle manifestazioni di inquietudine etnica nel Continente europeo: in Catalogna, in Bretagna, in Corsica, fra fiamminghi e valloni, fra sudtirolesi e il governo italiano, fra baschi e Madrid, fra protestanti e cattolici nellUlster (ora in Connor 1995). Per comprendere il paradosso di unintegrazione paneuropea che produce localismi e tendenze secessioniste allinterno degli Stati necessario analizzare nel dettaglio la strategia politica che alla base della costruzione dellUnione europea. La nuova identit europea in costruzione non concepita come drastico superamento dei nazionalismi statali e non mira a sradicarli ma piuttosto a operare una sintesi delle differenze, ad aggregare piuttosto che a cancellare quelle identit nazionali che per secoli hanno intrattenuto rapporti antagonisti e conflittuali; tuttavia, al tempo stesso, lUnione ha messo in atto una strategia mirante a operare nei confronti degli Stati membri una progressiva sottrazione di sovranit, in primo luogo in ambito economico. Limmagine della sovranit nazionale e i suoi simboli non sono stati toccati ma la sostanza stata erosa. Certamente anche altri fattori hanno contribuito a questo indebolimento, fattori individuabili nei processi di globalizzazione del-

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leconomia, nel nuovo ruolo dei paesi emergenti, in particolare Cina e India, nellinfluenza che le nuove tecnologie e il potere del capitale finanziario e della speculazione internazionale esercitano sulle dinamiche di mercato. La capacit di penetrazione nei mercati delle potenze emergenti e la forza destabilizzante della speculazione finanziaria si sono aggiunti allazione di vigilanza, controllo e imposizione esercitata dagli organi centrali dellUnione, che dettano ai governi nazionali le misure economiche ritenute necessarie per sanare i bilanci, moltiplicandone leffetto di indebolimento della sovranit nazionale. In questo quadro gli Stati europei, in particolare quelli economicamente pi fragili (il ventre molle dellUnione: Grecia, Portogallo, Irlanda ma anche Spagna e Italia) hanno subito una drastica riduzione della propria sovranit e i governi hanno visto scemare non solo il consenso popolare ma anche la propria capacit di mantenere la coesione nazionale e di tener a freno le rivendicazioni delle minoranze etniche e i sub-nazionalismi regionali. Nei Paesi europei che per la loro configurazione storica sono pi esposti al rischio della frammentazione, la pressione esercitata dai fattori che abbiamo indicato pu innescare tendenze centrifughe dato che tale pressione (prodotta dalle imposizioni della Banca centrale europea, dai colpi della speculazione finanziaria, dalla concorrenza delle potenze emergenti) produce, fra i suoi effetti, anche quello di approfondire le linee di frattura interne. In questo scenario possono innescarsi dinamiche per cui le aree pi ricche, maggiormente sviluppate o dotate di maggiori risorse (i Paesi Baschi, la Catalogna, lItalia settentrionale, la Slovenia e la Croazia nella ex Jugoslavia ma anche la Scozia in quanto detentrice delle risorse petrolifere nel Mare del Nord) tendono a sottrarsi al controllo politico-fiscale degli Stati in cui sono incapsulate e ad assicurarsi, attraverso lindipendenza o una forte autonomia, la possibilit di gestire le proprie risorse e di negoziarne direttamente lo sfruttamento con le grandi imprese transnazionali. Questa tendenza si manifestata con particolare rilevanza negli ultimi due decenni, determinando il rafforzamento di movimenti nazionalisti regionali che rivendicano la secessione dagli Stati di appartenenza.

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Ancora Connor, nella conferenza del 1975, aveva osservato che spesso questi movimenti non si sviluppano nelle aree periferiche ed economicamente depresse per protestare contro il disinteresse dello Stato e la propria marginalit ma al contrario sorgono nelle regioni caratterizzate da un tenore di vita pi alto di quello medio degli Stati in cui sono incapsulate e puntano come si detto al controllo delle risorse locali (dalle materie prime alle entrate fiscali, cfr. Connor 1995). Al contrario di quello che si potrebbe pensare, lidentit etnica non svolge un ruolo fondamentale nelle sviluppo di questi movimenti regionalisti; vero che viene spesso invocata ma in realt funge di solito solo da meccanismo di legittimazione ideologica a posteriori delle rivendicazioni politiche. Lo conferma il fatto che, sul piano culturale, i nazionalismi sub-statali europei non presentano costanti significative. Il ricorso a specifiche matrici culturali, quali la lingua o la religione, non sembra essere indispensabile al loro sviluppo: infatti i fattori culturali a cui la leadership di questi movimenti fa ricorso per la costruzione di un modello auto rappresentativo variano da caso a caso: a volte si tratta della lingua, come in Catalogna e nei Paesi Baschi, dove catalano e basco vengono contrapposti al castigliano dei dominatori spagnoli; a volte si tratta della religione, come in Croazia, che durante la guerra di secessione dalla Jugoslavia ha innalzato la bandiera del cattolicesimo in contrapposizione alla Serbia ortodossa. In altri casi non stato possibile ricorrere n alla lingua n alla religione per costruire unidentit etnica ma questa mancanza, come nel caso della Scozia, non si rivelata un ostacolo insormontabile. Il caso pi evidente di assenza di fattori etnici nello sviluppo di un movimento regionale indipendentista costituito dalla Lega Nord. Lideologia etno-nazionalista elaborata dalla Lega Nord costituisce un esempio di etnogenesi realizzata in laboratorio per costruire unidentit nazionale ex nihilo ancorata ad unentit geopolitica inventata: la Padania. Per rendere credibile lobiettivo della secessione delle regioni dellItalia settentrionale e della creazione

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di un nuovo Stato (la Padania) stato necessario costruire unimmaginaria identit etnica che sarebbe condivisa dalle popolazioni di queste regioni. A questa identit stata attribuita una matrice celtica per differenziarla dallidentit latina delle popolazioni dellItalia centro-meridionale. In tal modo la Lega Nord riuscita ad operare una sintesi efficace delle spinte alla difesa egoistica del benessere e del bisogno di identit politica e sociale nelle aree periferiche del Nord che rappresentano il suo bacino elettorale. La Lega Nord ha intercettato il consenso sia di strati popolari sia dei ceti medi (soprattutto nei piccoli centri) mobilitandoli su temi razzisti, xenofobi e demagogici e sfruttando il malcontento causato dalle croniche disfunzioni dellapparato statale, dalla corruzione del ceto politico, dalla gestione clientelare delle risorse e soprattutto da quella che percepita come uningiusta ridistribuzione delle risorse fiscali, prelevate per lo pi al Nord e dirottate verso le regioni meridionali. La Lega ha sfruttato tale malcontento con una martellante propaganda contro il centralismo statale che spoglierebbe il Nord delle sue risorse e si presentata come paladina dei ceti produttivi dei piccoli centri (imprenditori, commercianti, operai non sindacalizzati delle piccole e medie imprese) e degli agricoltori, riscuotendo il massimo consenso nelle aree nord-orientali (Lombardia e Veneto). Facendo leva su una delle principali linee di frattura sociale e geografica che attraversano lItalia, quella fra Nord e Sud, la Lega ha deliberatamente scelto una strategia politica che consiste nel concentrare la propria azione nel bacino costituito dallelettorato settentrionale, coltivandone lostilit dapprima nei confronti delle popolazioni meridionali e degli apparati statali e poi anche nei confronti dellimmigrazione extracomunitaria (una invasione da cui lo Stato non proteggerebbe i cittadini); in tal modo la Lega ha alimentato una sindrome da assedio che rappresenta un fertile terreno di coltura per una mobilitazione su base etnica: gli abitanti delle regioni settentrionali sono rappresentati come le vittime della duplice minaccia costituita da uno Stato lontano ed esoso e da orde di stranieri che delinquono e rubano i posti di lavoro.

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Linvenzione di unidentit padana ha reso possibile la trasformazione degli elettori della Lega da comunit di interesse in comunit di destino; categorie e ceti eterogenei sono stati cementati attraverso una narrazione che li ha trasformati in un unico soggetto collettivo immaginario. Tale invenzione stato laspetto pi significativo della strategia della Lega Nord al suo sorgere negli anni Novanta nonch il pi marcato elemento di differenziazione rispetto ad altri partiti secessionisti europei, che sono espressione di reali identit storiche e linguistiche. Per costruire lidentit padana la Lega Nord ha attinto sia ai miti sulle origini celtiche, che negli anni Ottanta avevano avuto in Europa una vasta diffusione, sia alle idee del teorico valdostano Bruno Salvatori, molte delle quali derivano dal lavoro di Guy Hraud lEurope des ethnies (1963). Ma il tratto peculiare dellideologia etnica della Lega Nord il suo carattere di artefatto confezionato a freddo da studiosi e dirigenti di partito sulla base di una lettura attenta e strumentale della letteratura antropologica e politologica sulletnicit (uno degli autori di riferimento il gi citato politologo americano Connor). Il complesso di miti e simboli che costituisce il nucleo delletno-nazionalismo leghista ha avuto una duplice utilizzazione sul piano politico: da un lato ha favorito la formazione ideologica di quadri e militanti sulla base di unidentit etnica condivisa, dallaltro ha permesso di elaborare un corredo cerimoniale che ha accresciuto limpatto emotivo dei raduni politici, contribuendo cos a mobilitare simpatizzanti ed elettori e ad attirare lattenzione dellopinione pubblica. Per formare la coscienza etnica dei propri quadri la Lega Nord ha utilizzato, su una pubblicazione periodica destinata a circolare allinterno delle strutture del partito, i Quaderni Padani, articoli concernenti la storia delletnia padana, le sue origini celtiche, i tratti culturali che concorrono a definirne lidentit (costumi, tradizioni, dialetti, religione celtica). Per mobilitare i suoi elettori, invece, la Lega ha fatto ricorso a manifestazioni di massa che hanno il sapore di rituali collettivi in cui la Padania viene presen-

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tata come unentit storico-territoriale del tutto reale, che attende solo la propria piena e definitiva legittimazione attraverso la proclamazione dellindipendenza, la conquista della sovranit e la trasformazione da nazione in Stato. In questa strategia, basata sulla mescolanza di politica, rituale e folclore, si iscrivono, oltre allannuale raduno a Pontida, luogo della battaglia che vide lalleanza dei Comuni guidata da Alberto da Giussano sconfiggere lesercito imperiale di Federico Barbarossa, un referendum organizzato il 25 maggio 1997 per misurare il grado di adesione dei cittadini del Nord Italia alla prospettiva della secessione e numerosi riti di fondazione spettacolari, progettati per produrre, grazie alleffetto di amplificazione prodotto dai mass media, il massimo impatto sullopinione pubblica. Queste cerimonie pubbliche hanno contribuito nel corso degli anni Novanta a fare della Padania lorizzonte mentale di vasti strati della popolazione dellItalia settentrionale, generando quella che Anderson (1991) ha definito una comunit immaginata. Il primo rito di fondazione della Padania organizzato dalla Lega Nord fu listituzione di un governo provvisorio a Mantova, a cui segu il 15 settembre 1996 la Dichiarazione di indipendenza. Per questa cerimonia venne allestita unaccurata scenografia in cui il ruolo centrale era assegnato al fiume Po, che, presentato come principale fattore di unificazione dei popoli che per millenni hanno vissuto nel suo bacino, venne trasformato in simbolo della fusione fra etnia e territorio. La cerimonia si articol in varie sequenze il cui svolgimento ebbe luogo lungo il corso del fiume a partire dalla sua sorgente, dove si svolse il primo atto: la raccolta delle acque in unampolla, trasportata poi dal segretario della Lega Nord lungo il Po fino a Venezia, dove venne versata nella laguna (la cerimonia della raccolta delle acque in unampolla viene da allora ripetuta ogni anno). Nel corso della giornata si svolsero in vari centri comizi, spettacoli e celebrazioni che avevano come accompagnamento musicale i Carmina Burana e Va pensiero, dal Nabucco di Verdi. I primi furono scelti per il loro potere evocativo delle magiche atmosfere di un mondo celtico reinventato e di immaginarie cerimonie druidiche; il ruolo principale per, da

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allora, assegnato al motivo verdiano, adottato come inno nazionale per lallusione che esso contiene allidea di una patria perduta da riconquistare. Lidea di una terra promessa appartenuta agli antenati e poi perduta, un tema fondamentale in un processo di etnogenesi perch evoca la lotta per lindipendenza (in questo caso dello Stato padano) come realizzazione del destino di un popolo. Vale la pena di notare che questa funzione simbolica era gi stata assegnata alla musica verdiana dai patrioti risorgimentali; la Lega, appropriandosene, ha quindi riutilizzato in funzione anti-italiana un motivo musicale inizialmente utilizzato in funzione anti-austriaca. Latto conclusivo della cerimonia del 15 settembre 96 fu la dichiarazione ufficiale di nascita della Padania; come scenario venne scelta Venezia a cui era destinato il ruolo di capitale del futuro Stato per il suo passato di potenza marinara e per il prestigio di citt darte. Ma la costruzione dellidentit padana non avvenuta solo attraverso manifestazioni pubbliche di grande impatto simbolico; anche la formazione ideologica di quadri e militanti era considerato un obiettivo fondamentale al cui raggiungimento forniscono un contributo sostanziale il quotidiano della Lega (La Padania) e una pubblicazione periodica (i gi citati Quaderni Padani), i cui articoli forniscono una lettura strumentale e selettiva del passato. Lindottrinamento ideologico ha rappresentato un aspetto cruciale del processo di etnogenesi; il passato stato usato per dare senso al presente (Eriksen 1993, p. 59), la storia stata manipolata e ricreata; eventi, personaggi e istituzioni sono stati selezionati e collegati in una sequenza tanto coerente quanto artefatta, destinata a raffigurare lidentit etnica padana come esito di un processo storico. La comunit immaginata dei padani stata proiettata nel passato e poi reificata. A questo punto la creazione dello Stato padano diventato il punto di arrivo inevitabile di un processo che ha le sue radici in un passato creato ad hoc e del tutto fittizio. Questo passato fittizio ma creduto reale ha fondato e legittimato il presente: i militanti e i sostenitori della Lega Nord sono stati

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convinti che lesistenza della Padania sia giustificata da una continuit culturale col passato che stato inventato a questo scopo. Accadimenti ritenuti memorabili o significativi sono stati collegati fra loro in modo da dare vita ad una narrazione destinata a rappresentare lazione politica della Lega come la riscossa di una nazione a lungo oppressa. Le sequenze storiche selezionate per narrare letnogensi padana sono il periodo celtico-romano, quello longobardo e lepoca dei Comuni. a questo passato che si richiamano i simboli e gli emblemi scelti dalla Lega: emblemi inizialmente associati ad altri contesti semantici e ri-significati: ad esempio il cosiddetto sole celtico (che in realt un simbolo anticamente diffuso non solo nelle valli alpine abitate da popolazioni celtiche ma anche nellarea mediterranea e in quella nordafricana) e il vessillo con la croce rossa in campo bianco, ispirato agli stendardi dellepoca comunale; per rendere pi esplicito il richiamo a quellepoca sulle bandiere della Lega alla croce stata sovrapposta la figura di Alberto da Giussano a spada sguainata. Cos come per il Va pensiero verdiano, anche in questo caso si tratta di unappropriazione e di una risignificazione: Alberto da Giussano stato sottratto alla retorica risorgimentale prima e fascista poi e reinventato come precursore delle Padania. Se la bandiera rossocrociata sventolata soprattutto dai militanti lombardi della Lega, in Veneto viene utilizzata invece una bandiera con il Leone di San Marco, anche in questo caso per dare legittimazione storica, attraverso il richiamo alla Repubblica di Venezia, allidentit veneta. La scelta del terzo vessillo, lo stendardo con il sole celtico, ha comportato anche ladozione di un colore nazionale: il verde, il colore utilizzato anche per le camice della cosiddetta Guardia Padana. evidente come la Lega, sia nella creazione di un corpo paramilitare, sia nella creazione di una pseudo-uniforme, si sia ispirata alla tradizione dei fascismi europei (le camice brune di Hitler, le camice nere di Mussolini, le camice azzurre della Falange franchista). Non un caso che nellEuropa odierna, oltre alla Lega, solo lestrema destra parafascista ungherese abbia creato un corpo paramilitare le cui uniformi si ispirano alle dittature prebelliche.

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Oneto, autore di un libro (1997) che uno dei pi espliciti tentativi di legittimare letnia padana costruendole un passato fittizio, fornisce uninterpretazione dei due emblemi (la bandiera rossocrociata e il Sole delle Alpi) funzionale alle esigenze ideologiche della Lega. Il vessillo con la croce, diffusosi nel corso delle Crociate, fu poi fatto proprio da molti Comuni che, non essendo legati ad alcuna casa nobiliare, erano liberi di scegliere il proprio emblema (Oneto 1997, p. 204). Il suo radicamento storico dimostrato dal fatto che ancor oggi lo stendardo pi diffuso nel Nord Italia, dove su duecento citt principali, ben cinquantasei hanno nel proprio blasone una croce (Oneto 1997, p. 207). La sua valenza politica, per la Lega, consiste nella sua associazione alla lotta della Lega Lombarda contro il Sacro Romano Impero: perci considerata una bandiera particolarmente adatta a rappresentare il desiderio di libert e federalismo delletnia padana. Secondo Oneto per questa bandiera ha anche altri significati simbolici: il vessillo di san Giorgio, vincitore del drago, animale mitico che a sua volta ha, nella mitologia leghista, una duplice valenza simbolica in quanto si identifica con il Po e compare sugli stendardi celtici. In tal modo il vessillo rossocrociato diviene il mezzo per inventare una sorta di continuit culturale fra lepoca celtica e quella medievale: i due periodi cruciali per la narrazione storica su cui si basa letnogenesi padana. Anche il Sole delle Alpi (un sole a sei raggi iscritto in un cerchio) avrebbe molteplici significati: oltre a rappresentare la divinit solare (occhio del giorno) venerata nelle antiche societ indoeuropee, rimanderebbe al sesso femminile (il sole, nelle lingue celtiche, di genere femminile) e si presterebbe ad essere interpretato anche come un fiore (simbolo dellenergia vitale) e una ruota (la ruota cosmica, che raffigura il percorso celeste del sole). La sua forma circolare alluderebbe anche al perimetro del recinto sacro, il nemeton (Oneto 1997, pp. 194-196). Alla costruzione di una rappresentazione mitopoietica destinata a convincere quadri e militanti dellesistenza storica di unidentit padana ha concorso non solo la saldatura fra due epoche (quella celtica preromana e quella dei Comuni) prive di qualsiasi

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nesso cronologico o culturale ma anche lattribuzione al fiume Po di una funzione unificatrice dei popoli che vissero lungo le sue sponde. Infatti il ruolo assegnato al Po nella cerimonia della Dichiarazione di indipendenza della Padania va letto alla luce della scelta di fare del fiume un simbolo nazionale, sintesi di etnia e territorio. Come osserva Oneto, la costruzione dellidentit padana un processo di etnogenesi fluviale. In proposito esplicito il richiamo al ruolo fondativo dei fiumi nelle mitologie nazionali, dal Volga al Danubio e al Reno. A tale mitologia Oneto si ispirato per trasformare anche il Po in una divinit acquorea che con il suo flusso crea la Padania e le dona unesistenza non solo fisica ma anche simbolica (Oneto 1996a, p. 1). Il fondamento di questa investitura viene trovato nel culto riservato dai Celti a Padus, spirito delle acque fluviali (Oneto 1996a, p. 1; Valla 1996, p. 6). I simboli e i significati che vengono pi o meno arbitrariamente associati al Po servono a creare un complesso mitico coerente che rafforza la saldatura fra il periodo celtico e quello medievale e dunque dimostra la continuit storica delletnia celto-padana. Oneto (1996a, p. 4), affermando che il dio Po celtico era anche un drago, crea infatti un legame fra il culto celtico delle acque fluviali e la figura di san Giorgio, che, attraverso il legame con il Po, assurge a simbolo del popolo padano; la continuit fra le due epoche ulteriormente rafforzata dallaffermazione che il santo era originariamente un eroe mitico dei Celti, cristianizzato solo in epoca medievale. Grazie a questa trama di associazioni simboliche san Giorgio pu assurgere a emblema della moderna Padania. Costruita simbolicamente attraverso lancoraggio ad un elemento del territorio (il fiume che lattraversa) e lindividuazione di radici celtiche e medievali, la Padania viene tratteggiata come una patria perduta, espropriata e negata da dominatori stranieri, unentit etno-nazionale che solo con la Lega Nord ha ritrovato la coscienza di s e la volont di riconquistare la sovranit politica. Nei testi ideologici della Lega si opera infatti una ricostruzione unilaterale e strumentale della storia, rivisitata alla luce della contrapposizione fra mondo celtico-germanico e genti italiche e latine, fra Nord e Sud della penisola italiana.

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La costruzione dellidentit etnica padana realizzata in termini contrastivi attraverso lindividuazione di un nemico che lantica Roma. Una serie di caratteristiche positive vengono attribuite ai Padani (aspirazione al federalismo, culto del lavoro, onest, libert dimpresa) mentre il loro opposto (centralismo, pigrizia, corruzione, burocrazia opprimente) viene attribuito al nemico che ha oppresso e sfruttato le genti padane per due millenni imponendo un dominio non solo economico ma anche ideologico. Infatti sarebbe stata la colonizzazione romana a condannare la nazione padana a un oblio plurisecolare che ha fatto s che le genti del Nord dimenticassero le proprie origini celtiche e facessero proprie le tradizioni mediterranee. Solo la nascita della Lega Nord ha aperto la strada al recupero dellidentit etnica perduta e alla consapevolezza della violenza culturale lungamente subita. Nella ricostruzione leghista la storia della Padania consiste in un interminabile conflitto con una Roma metastorica, assunta ad antagonista, un conflitto che vede la Padania come nazione senza Stato sconfitta, conquistata, sottomessa ed espropriata delle proprie risorse e delle proprie tradizioni culturali da Roma, etichettata come Stato senza nazione. La storiografia ufficiale avrebbe occultato lesistenza dellentit celtico-padana, rappresentando la storia come progressiva costruzione di uninesistente nazionalit italiana di matrice esclusivamente romano-latina (Corti 1996, p. 27). Contro le falsificazioni di questa storiografia asservita agli interessi politici di Roma, bisogna secondo lideologia leghista ristabilire la verit: la storia della penisola sarebbe la storia di una lotta bimillenaria fra Celti e Romani, fra Nord e Sud, fra oppressi e oppressori, fra Bene e Male, fra valori e disvalori. Le due fasi storiche (il periodo celtico pre-romano e quello medievale) che, arbitrariamente saldate, rappresentano il passato delle Padania, diventano, nella ricostruzione leghista, due Et delloro. Agli antenati Celti vengono fatti risalire i valori culturali del popolo padano, il lavoro, la fatica, la solidariet fra uomini liberi (Ciola 1987, p. 26), valori sistematicamente falsificati dalla storiografia ufficiale che ha rappresentato un popolo libero e

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ribelle (Maggi 1996, p. 20), allegro, onesto, ingenuo e smargiasso (Lupo 1996, p. 19) come una banda di selvaggi rozzi, feroci e crudeli. Questa strategia di occultamento della celticit padana risale alla dominazione romana, che ha nascosto le qualit delle genti padane: culto del lavoro, perizia artigianale, vocazione alla convivenza pacifica, aspirazione allautonomia e a unorganizzazione politica policentrica e localista (Lupo 1996, p. 22). I Celti dellItalia settentrionale vengono descritti non solo come profondamente diversi dai loro dominatori romani ma anche come culturalmente affini agli altri popoli germanici dellEuropa centro-settentrionale, presentati come i loro fratelli europei (Oneto 1997, p. 79). Anche nella scelta di queste presunte affinit culturali, pi volte sottolineate (Lieta 1996, p. 32), non difficile vedere la proiezione nel passato di una strategia che mira a stringere forti legami fra la futura Padania e i suoi vicini settentrionali. La seconda Et delloro rappresentata dal Medioevo: i barbari che hanno posto fine allImpero Romano sono eroi della Padania. Le invasioni longobarde vengono presentare come un ritrovarsi fra popoli gemelli ingiustamente separati dai confini imposti dai conquistatori latini. I Longobardi ridanno vigore allo spirito gallico e alle sue tipiche virt, come lintraprendenza nelle attivit artigianali e commerciali e mettono in pratica gli stessi principi su cui si era fondata lorganizzazione politica dei Celti: autonomia e localismo. Lapplicazione di questi principi si manifesta nel corso del Medioevo, che vede la Padania divisa in una miriade di citt. Anche linvenzione di una Padania celtica e medievale in cui fioriscono autonomie e libert locali (contrapponendosi prima al centralismo imperiale romano e poi a quello germanico) leggibile come una proiezione del programma politico leghista, cos come una proiezione del presente nel passato la rivisitazione del Medioevo in termini di contrapposizione fra Nord e Sud dItalia: mentre nel Meridione saraceno e normanno sorgono grandi regni, nel Nord i Comuni manifestano il loro attaccamento alla propria autonomia nello scontro con lImpero, uno scontro di cui le vittorie di Legnano contro il Barbarossa (1176) e di Fossalta contro Federico II (1249) sono i momenti pi significativi.

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Nella narrazione leghista la divaricazione fra Nord e Sud sarebbe conseguenza di un diverso sviluppo, cio dellassenza nel Meridione della fioritura economica, culturale e civile propria dei Comuni. In sostanza il dislivello attuale fra Nord e Sud viene storicamente legittimato, presentato come ineluttabile conseguenza di una divaricazione che ha fatto seguire alle due parti della penisola percorsi diversi per pi di tredici secoli (dallinvasione longobarda allUnit dItalia) e che renderebbe impossibile la loro convivenza allinterno di un unico Stato. Laspirazione allautonomia e la lotta, mai vittoriosa, contro le successive incarnazioni dellimperialismo accentratore romano (dal Barbarossa a Napoleone a Mussolini) scandiscono la storia della Padania dal Medioevo fino ad oggi. In questo lungo intervallo di tempo la Padania riuscita solo raramente a far affiorare la propria identit e ad esprimere la propria aspirazione allindipendenza: le Cinque Giornate di Milano e la Resistenza, presentata come fenomeno padano strettamente legato al federalismo, sarebbero i momenti pi significativi di una lotta lunga e sfortunata. evidente come la costruzione di una narrazione destinata a legittimare la Padania sia basata su una strategia di confisca che consiste nellassociare alla nuova entit etno-nazionale eventi e fasi storiche abitualmente presentati dalla storiografia come momenti cruciali nel processo di fondazione dello Stato italiano. In tal modo viene raggiunto il duplice obiettivo di trovare contenuti che danno consistenza alla storia di unentit inesistente e di svuotare la storia dellItalia di tutti gli episodi in cui gli italiani appaiono come vittime di un oppressore straniero (lImpero asburgico, i nazisti), dato che questo ruolo deve appartenere solo al popolo padano e lItalia deve invece ricoprire quello di Stato oppressore. Questa rilettura selettiva e unilaterale della storia, funzionale alla costruzione di un passato che legittima lesistenza dellentit etnica padana, si basa sullo stesso tipo di manipolazione che si pu rintracciare in analoghe operazioni realizzate da altri movimenti secessionisti europei che si autorappresentano come espressione di nazioni oppresse: si pensi alla manipolazione della storia degli highlanders celti e allinvenzione dei simboli della loro identit, dal

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kilt alla cornamusa (Trevor-Roper 1982); c per una differenza, non irrilevante; mentre le etnogenesi scozzese, basca o catalana possono fare riferimento, per costruire le proprie narrazioni, a eventi storici reali o a effettive differenze culturali, letnogenesi padana unoperazione storiografica del tutto artificiale, una vera e propria invenzione.
Pietro Scarduelli

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Lesperienza dei Quaderni Padani nella costruzione dellimmaginario leghista

Dovendo trattare dellimmaginario leghista, potrebbe essere di qualche utilit iniziare sollevando quattro punti di riflessione che si collegano ad altrettanti atteggiamenti che pi comunemente vengono assunti quando si parla di Lega ma anche di pi generali istanze autonomiste o indipendentiste: 1. inappropriato e antistorico insistere sulla ricerca di aggregazioni identitarie o nella formazione di nuove comunit. 2. La Padania non esiste perch non ce ne sono i presupposti. 3. LItalia una e indivisibile. Punto e basta. 4. La Lega gestisce male il progetto che si data. 1. La prima una posizione quanto meno imprudente, dal momento che va contro il principio di autodeterminazione, che naturale, inalienabile e indisponibile, e contro una dozzina di dichiarazioni di principio internazionali, che vengono solitamente utilizzate anche per dare la pagella di democraticit a movimenti politici o di opinione, e addirittura al comportamento di Stati sulla base della corrispondenza con i principi espressi, dichiarati come universali e fondanti. Sullaccettazione di questi principi, sostenere che non si possano formare o rivendicare nuove aggregazioni identitarie o comunit organizzate perci incoerente e profondamente antidemocratico. Laffermazione contraddice anche ogni principio scientifico: Walker Connor, studioso di etno-nazionalismi, ha scritto che una comunit non quel che , ma quello che vuole e crede di essere (Connor 1995, p. 125). Laffermazione va anche contro la storia: la maggior parte degli Stati europei nati nel 900 sono frutto di processi di autodetermi-

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nazione (e anche di secessioni): il Kossovo solo lultimo esempio. Il principio ugualmente operativo in tutto il resto del mondo: il Sud Sudan ne lultimissimo caso. La carta geopolitica del mondo non un dogma immutabile: i confini sono continuamente cambiati, cambiano oggi e continueranno a farlo. Sostenere e cercare di fare il contrario una posizione retriva e perdente. 2. La seconda affermazione innanzi tutto invalidata dalla considerazione precedente. Lesistenza di una comunit si basa essenzialmente sullautoriconoscimento dei suoi abitanti in comunit, trova legittimazione finale proprio dalla volont della gente. Ha scritto Gianfranco Miglio che con il consenso della gente si pu fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo (Miglio 2004). un principio che chiunque non sia pervaso da pulsioni autocratiche o peggio non pu che condividere senza eccezioni. Viviamo in uno Stato che si autoproclamato nazione e cio comunit identitaria sullapplicazione un po forzata di una serie di principi identificativi di nazionalit ritenuti per un paio di secoli fondanti: la lingua, la geografia, la storia, la religione, il sangue. Quelli che Manzoni ha riassunto in una famosa poesia. Ebbene: anche sulla base di questi elementi un po obsoleti oggi superati e inglobati dalla libera autodeterminazione assai pi facile sostenere lesistenza di una comunit chiamata Padania che di una chiamata Italia. Il solo reale argomento in favore dei negazionisti di ordine lessicale: Padania un termine geografico introdotto nel linguaggio politico molto di recente in sostituzione di altri ormai desueti o inapplicabili (Lombardia il pi noto) o dello stesso nome Italia, che ha subito nel corso dei secoli una serie di slittamenti di collocazione geografica. 3. La terza affermazione solo dogmatica. Non risulta che Mos avesse un undicesimo comandamento scolpito su una piccola lastra di pietra nascosta in tasca e contenente tale principio. Nulla pu diventare verit solo perch stato affermato con continuit e per-

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vicacia per un numero infinito di volte. LItalia una invenzione immaginifica di Mazzini, uno slogan gestuale di Garibaldi (il dito alzato non prerogativa un po sguaiata di leaders politici contemporanei), una imposizione fascista del Codice Rocco ripresa in chiave antifascista dalla Costituzione repubblicana e diventata il mantra ossessivo di attempati residenti sul Colle. Sarebbe molto pi democratico, giusto, moderno e anche conveniente scrivere che lItalia una e indivisibile se lo vogliono i suoi abitanti. 4. Lultima affermazione credo il vero tema di questo volume e non a caso viene affrontata dopo le precedenti, di cui costituisce una continuazione consequenziale. Credo anche che il compito che mi viene affidato sia quello di cercare di esaminare e capire come la Lega abbia gestito questi passaggi e, soprattutto, come abbia cercato di contribuire alla creazione di un repertorio identitario (di nation building, direbbero i colti) e come abbia potuto nonostante le favorevoli condizioni di contorno riuscire a farlo cos malamente o a non farlo proprio. Ancora Miglio (che merita di essere citato spesso, non solo per la sua straordinaria funzione culturale, ma anche perch aveva pi di altri affrontato proprio questo tema) diceva, a proposito della dirigenza leghista, che raramente idee pi grandi erano state difese da uomini pi piccoli (Miglio 2004). Oggi un movimento liberista e separatista ha davanti a s spazi straordinari: la situazione politica ed economica tale che un partito seriamente territorialista potrebbe in Padania riscuotere successi assai pi cospicui di quelli catalani o scozzesi. Le ragioni per cui la Lega potrebbe invece non avvantaggiarsene sono molteplici, molte delle quali legate alla persona del suo lder maximo. 1. Bossi un politico italiano e ragiona da politico italiano. Non vede nellidentit un obiettivo ma un mezzo per giocare col potere. La sua Lega non va al governo per fare lindipendenza della Padania, ma usa lindipendenza della Padania per andare al governo. un devastante ossimoro sostenere lesistenza di una Lega di

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lotta e di governo ma anche il pericoloso corto circuito che ha fatto vorticosamente girare in circolo il partito invece che impegnarlo su una linea diretta verso gli obiettivi dichiarati. Pujol non mai andato a Madrid a fare il ministro. La Lega ha invece addirittura espresso un ministro degli interni, un ministro di polizia dello Stato da cui vuole secedere. 2. Come molti autocrati che si sono fatti da soli, Bossi non ha grandi simpatie per la cultura, o per tutte le idee che non siano sue: fa fuori tutti quelli che manifestano opinioni neppure necessariamente dissonanti, usa il diserbante tutto attorno per difendere la sua posizione. A forza di fare fuori chi aveva idee diverse dalle sue ha fatto fuori tutti quelli che avevano idee. Questo non aiuta in generale, ma ancor meno un movimento che intende costruire il consenso attorno a una creazione che ha soprattutto bisogno di idee. 3. Come conseguenza inevitabile, questo atteggiamento di sospetto e chiusura danneggia prima di tutto il difficile compito di costruzione identitaria e porta a improvvisare cose che soddisfano forse la visione personale del progetto e che inducono alla copiosa produzione di pirlate: miss Padania, il giro ciclistico, etc. Cos si svilisce unidea con interpretazioni banali, spesso sconfinanti nel pecoreccio. 4. Bossi e la dirigenza confondono il partito con il posto che dovrebbe rappresentare. Questo vale anche per i simboli: lo si visto ad Adro. La bandiera della Lega spacciata per la bandiera della Padania ma non dovrebbe essere cos, neppure se la Lega fosse davvero riuscita a rappresentare la societ padana nella sua interezza: avrebbe dovuto tenere separati i livelli. Ci sono altri precedenti del genere e non sono belli: la bandiera del Partito Comunista e di quello Nazista sono diventate le bandiere dei paesi in cui questi hanno preso il potere. E ce n uno ancora meno incoraggiante: la bandiera del partito della Giovane Italia che diventata la bandiera dItalia. 5 e ultima. La dirigenza leghista non sa usare il potere acquisito per implementare lidentit. I suoi sindaci si infiocchettano di tricolore, il partito ha perso la straordinaria occasione del 150

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dellUnit: un invito a nozze per demolire una costruzione retorica e fatiscente. Pensiamo alla Catalogna e a come gestisce gli spazi amministrativi che si guadagnata: a tutti i livelli si promuove la catalanit, ci sono negozi pieni di suoi libri, dischi, poster, video, gadgets e ogni cosa serva a fare identit. Pensiamo anche alla storia risorgimentale italiana: dopo aver fatto lo Stato, lo si usato per creare lidentit. Cos lidentit padana affidata ad altri: oggi il termine Padania ad esempio usato pi fuori che non nel partito, prigioniero di quel Nord che un punto cardinale e non un posto. Oggi il lavoro serio dellidentitarismo padano viene fatto fuori dal partito, a volte anche con lostilit del partito. Questultima considerazione mi consente di entrare qui, sia pur brevemente, nel cuore del tema del mio intervento: i Quaderni Padani. La pubblicazione bimestrale, che esce con faticosa regolarit dal 1995, non , e non mai stata, un organo di partito. cresciuta fuori dalle strutture leghiste, non ha mai ricevuto finanziamenti o sovvenzioni di alcun genere, e si costruita i suoi spazi a volte anche con laperta ostilit della Lega. Questo non toglie che la Lega abbia attinto con larghezza alle idee, ai temi e ai simboli che i Quaderni hanno trattato. C stato un periodo quello di massima attenzione padanista in cui il partito si addirittura appropriato di segni generati dalla rivista e dallAssociazione culturale che la tiene in vita. Il Sole delle Alpi, i riferimenti storici, il termine stesso di Padania sono pezzi di bagaglio identitario che la Lega ha mutuato e sottratto dalla produzione dei Quaderni. In qualche modo si pu addirittura sostenere che sia da quando ha smesso di farlo che si impastoiata in identit farlocche, in trovate estemporanee o in progetti insostenibili. Da circa un anno, la pubblicazione ha assunto il formato di una collana libraria, regolarmente distribuita anche al di fuori del circuito degli abbonamenti, e si per ovvie ragioni concentrata negli ultimi mesi su tematiche risorgimentali. Tutte scrupolosamente ignorate dalla Lega. Non per tutto ci sbagliato sostenere che proprio i Quaderni siano la dimostrazione dellincapacit della dirigenza leghista

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di rapportarsi con il mondo culturale autonomista e di costruire in maniera coerente il repertorio identitario necessario al suo progetto. Mi sembra che di argomenti di riflessione ne siano stati affrontati parecchi. Ma ne voglio aggiungere un altro. Ed questo: perch il compito di gestire lidentit padana stato lasciato alla Lega, se questa lo gestisce cos male? Perch tutto attorno si trattato il fenomeno sulla base di prevenzioni ideologiche, di partito preso, di chiusure che puzzano di razzismo intellettuale, di pregiudizio culturale che non depone a favore di chi lo esercita? Perch in qualche modo si caduti nel gioco al ribasso della Lega, limitando i giudizi a facili sfott, alla goliardica superficie su cui galleggiano ampolle, barbe verdi ed elmi con le corna? Perch, chi ne ha gli strumenti, non ha cercato di analizzare le cause e non solo gli effetti pi pasticciati? Perch chi ne ha i mezzi culturali (o dice di averli) non li ha impiegati per correggere le distorsioni leghiste, per sottrarre idee e progetti giusti alla cattiva gestione bossiana? In questo volume si parla anche di Clinica, che la scienza del medico al letto del malato, per guarirlo, non per sopprimerlo allo scopo di evitare le manifestazioni meno eleganti della malattia. Lidentit padana riguarda per definizione tutti i padani, ivi compresi quelli che appartengono a formazioni politiche diverse e avversarie della Lega. Se la Lega ha sbagliato a darle una dimensione politica, non fanno di meglio gli altri che accettano questa distorsione e, per trarne effimero vantaggio politico, negano se stessi. Cos oggi si nega lidentit padana per principio. E anche quelli che proprio non possono farne a meno ci si avvicinano con circospezione: si c ma non proprio cos, s ma bisogna usare cautela. Mi vengono in mente lavori straordinari in campi diversi, come quelli di Fabrizio Rondolino, di Luca Ricolfi, di Franco Brevini o di Arrigo Petacco, che si fermano sempre un millimetro prima di rischiare di passare per leghisti: cosa altamente disdicevole negli ambienti dabbene. Chiss se avrebbero avuto la stessa paura Gianni Brera o Piero Camporesi che non hanno mai nascosto la loro padanit? Certo non erano degli intellettuali organici,

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forse per qualcuno neppure degli intellettuali. Come non lo Sergio Salvi, toscano e marxista, autorevole studioso di lingue e minoranze linguistiche, che non ha esitato a portare il suo mattone alla costruzione identitaria della Padania, ricavandone solo emarginazione personale. Nel suo album di famiglia non inorridiscono certo n Turati, n Gramsci, n Guido Fanti. Lattuale separatismo ha robuste radici nel campo della sinistra, trova nobili precedenti nella storia dei democratici e repubblicani di sinistra, addirittura nel pedigree di molti rispettati ultrademocratici. Come mai oggi la sinistra italiana ha invece del tutto abbandonato queste sue pulsioni per abbandonarsi allunitarismo pi scontato, al patriottismo pi becero, a un linguaggio che era quello dei vecchi missini? In troppi sono oggi prigionieri di un atteggiamento molto snob di distacco verso un mondo ritenuto ignorante e bifolco, di gente troppo semplice per apprezzare sottili distinguo ideologici. Attenzione: quelli che vanno a celebrare le ampolle lungo il Po sono gli stessi sociologicamente che riempivano le Feste dellUnit. Sulla Lega si sono scritti tantissimi libri ma tutti sono annebbiati da pregiudizi, da pruderies piuttosto razziste e si limitano alla forma grezza delle espressioni, alla greve popolanit, alla anche insopportabile volgarit dei comportamenti. Non ce n uno che sia andato pi a fondo, a capire perch certi personaggi abbiano tanto consenso. Se la gente si affida a ruttatori e a bifolchi perch non trova sugli scaffali della politica nessunaltra agenzia di servizi che dimostri sensibilit verso il suo malessere. Il punto che in pochi hanno finalmente capito o vogliono ammettere che la Lega sta esprimendo male un disagio vero, stia rappresentando a pera aspirazioni e ideali giusti, nobili e sempre meno eludibili. A volte viene il dubbio che in tanti critichino la Lega perch non sono riusciti loro a capire i venti della storia, a mettersi a guidare il flusso degli eventi, a essere in sintonia con la gente e con le sue esigenze che cambiano.
Gilberto Oneto

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Lidiota in politica. Unindagine di campo

La frequentazione continua che richiede il lavoro etnografico mi ha convinta a ricorrere al termine idiota per illustrare il rapporto che i leghisti intrattengono con la politica. Perch proprio idiota? Perch i leghisti si sono presentati come gente che non aveva mai fatto politica, che rigettava i modelli politici del passato e derideva i riferimenti simbolici condivisi dagli italiani. Hanno deciso di assumere questo ruolo fino in fondo, portando allestremo la strategia dellidiozia, che si rivelata vincente nel periodo in cui la classe dirigente della Prima Repubblica era delegittimata. Il rovesciamento e il riso che ne scaturisce hanno generato un immaginario molto particolare che uno pu condividere, senza riserva o con la distanza ironica che consente questo gioco sottile: Noi, non siamo davvero idioti, ma facciamo gli idioti per fare valere le nostre richieste politiche. Cos i leghisti hanno creato una nazione-simulacro, la Padania, che non fa altro che caricaturare lItalia e ridicolizzare ogni rivendicazione etno-nazionalista di stampo tradizionale. Il leghismo, al di l delle sue espressioni rozze, ci indica chiaramente che qualcosa sta cambiando nel nostro modo di fare comunit e di rapportarci allambito politico. Il grido Secessione! soltanto una trasgressione che chiama un ritorno allordine nazionale o ci spinge verso una nuova dimensione dellappartenenza? Sulla base di osservazioni etnografiche cercheremo di aprire alcune piste di riflessione.

Il leghismo o lenergia della rimozione in politica Il leghismo non esce dal nulla, il prodotto di unideologia periferica delegittimata dai centri urbani che, allinizio degli anni 90,

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approfitta dal crollo della Democrazia Cristiana per affermarsi sulla scena politica. Le mie ricerche etnografiche sulle prime reti autonomiste del Nord Italia dimostrano lesistenza di una grande continuit tra i discorsi dellintransigentismo cattolico e il protoleghismo. I rappresentanti della Lega si rifanno a una tradizione ben specifica riprendendo i discorsi del senso comune caratteristici di alcune provincie prealpine. Ancora oggi, lelettore leghista si dichiara cattolico e afferma di andare a messa tutte le domeniche. La pratica religiosa il tratto che lo contraddistingue. Tuttavia, rispetto a questa tradizione, il leghismo introduce una novit determinante: una spiccata distanza ironica destinata a smorzare i discorsi pi trasgressivi che la formazione intende portare avanti sulla scena pubblica. probabilmente Guido Calderoli, il nonno dellattuale ministro, lideatore di questa strategia goliardica che a distanza di anni si riveler vincente. Cos, il leghismo delinea un immaginario politico del tutto particolare che anticiper sotto molti aspetti il berlusconismo degli anni 2000. La mia analisi antropologica della sottocultura leghista di stampo classico. Ho usato concetti elaborati da antropologi della scuola di Manchester per cogliere il senso di un fenomeno contemporaneo. Ho cominciando a studiare il leghismo interessandomi ai suoi principali riti. Ho compiuto la mia prima ricerca etnografica a Pontida nella primavera 1998. Volevo capire cosa faceva di questo paese un luogo politico cos importante per i leghisti. Questa mia curiosit mi ha portata a fare emergere due cose: la matrice cattolica dellautonomismo nordista e la dimensione dissacrante del rito leghista. Riassumendo il Giuramento di Pontida, cio il simbolo del Risorgimento dei cattolici lombardi, il leader della Lega Nord ritorna alla fonte della cultura democristiana e ripete simbolicamente latto di fondazione nazionale a profitto non pi dellItalia, ma della Padania. Lanalisi di questo rito rivela degli elementi di antistruttura nel senso di Max Gluckman: eccessi, brogli stilistici, mistificazione, dtournement (Gluckman 1963; Turner 1990; Babcock 1979). Queste mie prime ricerche mi hanno convinta del carattere tutto sommato paradossale dellimpresa leghista: come possono gli indipendentisti padani creare un nuovo spazio politico reinvestendo in modo ironico un

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antico simbolo nazionale? Questa propensione al rovesciamento la chiave dellazione leghista. Lo studio delle pratiche politiche non pu essere dissociato dallo studio delle rappresentazioni collettive. Le astuzie dei leader della nuova destra seducono una larga parte della popolazione ed esaltano la cultura della furbizia. Diversi antropologi hanno gi saputo cogliere il senso di questo modo di agire (mi riferisco in particolare a Balandier 1992 e Babcock 1979): non concepiscono limbroglio soltanto come esercizio della furbizia in politica, ma anche come una modalit dintervento nellordine del simbolico. Come sostengo nel mio libro (Dematteo 2011), linsieme delle azioni di Umberto Bossi pu essere compreso cos. Limbroglio il suo modo dagire, creando disordine per riportare meglio lordine; il rovesciamento da questo punto di vista la furbizia per eccellenza (Balandier 1992, p. 95). La forza corrosiva della derisione destinata a essere recuperata dal potere. Lontano dallopporsi al potere costituito, Umberto Bossi contribuisce al suo rinnovamento, come provato dalla sua partecipazione ai governi di Silvio Berlusconi. in realt una figura di transizione: ha precipitato la fine della Democrazia Cristiana e prefigurato la nuova destra del leader del Pdl. Laffinit nel pensare e nellagire dei due politici lombardi non per niente casuale: malgrado la loro diffidenza reciproca, traggono ispirazione luno dallaltro. Silvio Berlusconi ha generalizzato luso dei trucchi leghisti (in particolare quello del rovesciamento) per meglio falsificare i termini del dibattito che si scatenato intorno al conflitto dinteressi creato dalla sua presenza al governo. Ponendosi come la vittima di un complotto comunista, si difende meglio dagli attacchi dei suoi avversari. La nozione di imbroglio permetterebbe anche di cogliere il pensiero paranoico nella confusione che genera tra persecutore e perseguitato.

La Padania o lItalia alla rovescia Questa scelta analitica si posta nel corso delle mie ricerche sul campo. Quando la giovane antropologa che ero nel gennaio del

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1999 ha varcato la soglia della sede della Lega Nord di Bergamo, ha lasciato dietro di s lItalia per entrare in Padania. Questa esperienza insieme totalizzante e sconcertante, perch si cade in un mondo alla rovescia nel quale il nostro bene diventa il loro male e il nostro male il loro bene. La costruzione simbolica del partito il prodotto di uninversione che affligge la memoria del Risorgimento, e partendo da qui, lidentit nazionale. Laspetto iconoclasta di questa rilettura storica contribuisce al successo popolare del movimento e rivela secondo me la vera natura dellimpresa leghista. La Lega Nord sviluppa lespressione di un nazionalismo satirico che rovescia gli stereotipi negativi dellitalianit e che interpreto come il prodotto della derisione delle istituzioni nazionali. Questo partito popolare riesce cos a canalizzare un potente movimento contestatario utilizzando i linguaggi del Carnevale e tende paradossalmente a rilegittimare lantico sistema sotto nuova forma. I militanti della Lega hanno la particolarit di non credere del tutto alle loro speranze politiche pi folli, ma non possono rinunciarci. Da qui scaturisce il comico. I ricercatori che hanno studiato la realt sociale della Lega Nord hanno, per la maggior parte, trascurato di menzionare i comportamenti sfasati, il contenuto iconoclasta e il carattere stonato dei discorsi militanti, per interrogarsi sullemergere di una realt etnica postmoderna, la Padania. Portando invece lattenzione sulla natura caricaturale delle rappresentazioni prodotte dai membri del partito, sono giunta a produrre unanalisi che rinnova lapproccio al fenomeno Lega. Come racconto ne Lidiota in politica (2011), linchiesta etnografica si rivelata assai difficoltosa. Bisogna riuscire a stabilire una relazione di fiducia con i membri del partito leghista che, fortemente stigmatizzati, nutrono una diffidenza e un rancore ben comprensibile di fronte alle persone esterne al loro universo referenziale. Mi sono sforzata di esplicitare queste difficolt per sviluppare una riflessione sulla mia situazione dinchiesta. Come scrivo nel mio libro, mi sono lasciata imbrogliare dai discorsi alla rovescia dei miei interlocutori leghisti al punto da sentirmi presa nella finzione ideologica. Sono giunta a liberarmi dellimpresa propagandistica della Lega, prendendo coscienza che la resistenza psi-

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cologica che mettevo in atto per difesa mi portava a utilizzare gli stessi trucchi dei suoi propugnatori: la derisione, lironia Lespressione del mio malessere seguiva le vie della dissimulazione e della presa in giro; fu dunque losservazione delle mie stesse reazioni, immersa comero in questo mondo alla rovescia, che mi diede le chiave dellazione leghista.

La matrice propagandistica della Lega Nord Per realizzare la mia inchiesta etnografica, dovevo partire da un punto della struttura partitica. Stante linsediamento elettorale periferico della Lega Nord, mi sembrava pi interessante indagare uno dei suoi feudi prealpini. Ho dunque proseguito la mia inchiesta nella provincia di Bergamo. In effetti, il sentimento di appartenenza leghista si nutre di un complesso provinciale. La stigmatizzazione che tocca i militanti della Lega indissociabile dalla loro origine geografica e rinnova in parte la satira del contadino settentrionale. La specificit di questa provincia risulta dallisolamento geografico e culturale nel quale fu tenuta per tanto tempo, dal clericalismo dei suoi abitanti e soprattutto dallo sfott sempre rinnovato di cui sono oggetti. Il dialetto bergamasco materializza in effetti unalterit disprezzata nella misura in cui la sua pronuncia, molto particolare, fa ridere gli Italiani che la collegano subito allo stereotipo del contadino settentrionale: il polentone quello che ha lintelligenza spessa come la polenta di cui si nutre (Cavanaugh 2009). I bergamaschi occupano nellimmaginario nazionale un posto particolare: lavoratori coraggiosi e onesti fino alla stupidaggine, si oppongono punto per punto agli stereotipi negativi dellitalianit. I clichs che abbozzano i tratti della loro identit ne facevano degli antitaliani ben prima che la Padania entrasse nel lessico politico della penisola. Da questo punto di vista, il leghismo lespressione politica di una rivincita culturale della periferia nella misura in cui rivalorizza i tratti che vengono tradizionalmente derisi. Durante linchiesta, ho suddiviso il mio tempo tra il microcosmo leghista della citt di Bergamo e i municipi dei piccoli centri

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della provincia. Ho partecipato alle attivit dei militanti tra le sezioni di montagna e la sede di via Bellerio a Milano, ho intervistato gli eletti locali della Lega, i loro avversari politici, e seguito diverse azioni: fiaccolate, rito dellAmpolla, Marcia su Roma del 5 dicembre 1999. Nel panorama delle formazioni partitiche europee, la Lega Nord rimane atipica: si tratta di un partito etnoregionalista e populista. Lequivoco continuo tra rivendicazioni autonomiste (antifasciste) e temi populisti (abbassamento delle tasse, lotta allimmigrazione, rigetto delluniverso istituzionale) determina il suo successo nella misura in cui permette ai locutori dellideologia di moralizzare le loro rivendicazioni: la rivolta fiscale diviene cos la lotta al colonialismo interiore, il rigetto dellimmigrato, la difesa dellidentit del Nord, la tradizionale questione meridionale, la questione settentrionale, etc. Ritroviamo nella matrice ideologica la strategia dellinversione che segnalavo prima. Il leader della Lega dice di aver preso coscienza di un fenomeno che lui qualifica come demenziale: a ciascuna elezione la democrazia cristiana si assicurava di vincere comprandosi i voti del Mezzogiorno con le tasse pagate dalla gente del Nord. Egli vuole porre fine a questo sistema limitando drasticamente i flussi di denaro a favore delle regioni meridionali. Per lui, questo denaro avrebbe ingrassato soltanto gruppi politico-mafiosi al dispetto dei popoli del Nord come del Sud. Pretende dunque di rompere con il paese del furto istituzionalizzato: lI-taglia, il paese dei Tagliani. I dati dello squilibrio Nord-Sud sono cos rovesciati. Il leader della Lega ribalta la storia italiana dicendo che non il Nord che ha colonizzato il Sud come dimostra la storiografia comunista, ma il Sud che ha colonizzato il Nord. I militanti del movimento sono convinti di essere stati vittime di un razzismo imperialista italiano e tendono a identificarsi con i sudtirolesi. Sovrapponendo al tradizionale conflitto Nord-Sud il conflitto privato-pubblico, la Lega manda in frantumi il patto di solidariet nazionale. Oppone un Nord che lavora a un Sud che amministra male, mettendo cos in difficolt le regioni pi dinamiche sui mercati internazionali. La debolezza del legame societ-nazione-

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Stato radicata nella storia dellunificazione italiana gli permette di perseguire un progetto che mira in realt alla distruzione del Welfare e allo screditamento delle forme di controllo amministrativo e giudiziario tradizionalmente esercitate dal centro. La Padania che progetta sarebbe in realt uno Stato multipolare che risponderebbe ai bisogni di un capitalismo molecolare. Il leader della Lega prende di mira il patto di solidariet nazionale al fine di vedere realizzata una politica ultraliberale nel quadro della Padania, che concepisce come una federazione di micro-Stati etnici. In effetti, il successo elettorale della Lega Nord testimonia dellerosione della solidariet nazionale provocata dalla globalizzazione e segnala il riemergere di gruppi di appartenenza primordiali inventati sulla base di interessi comuni.

Transizione politica e riti dinversione Le mie osservazioni etnografiche mi hanno cos poco a poco convinta che le manifestazioni della Lega Nord avevano unaffinit certa con i riti dinversione che gli antropologi hanno potuto osservare nelle societ esotiche, riti che si ritrovano anche in Europa sotto forme folkloristiche nelle manifestazioni del Carnevale. Il successo folgorante delle figure leghiste che niente destinava ad esercitare il potere, basterebbe per svegliare la nostra curiosit intellettuale. Questo percorso indissociabile dal processo di transizione politica innescato in Italia allinizio degli anni Novanta. Il crollo dei grandi partiti della Prima Repubblica e la sparizione dei principali leader, screditati dalle rivelazioni dei magistrati del pool Mani Pulite, hanno aperto una fase di vuoto del potere, nella quale i leghisti si sono infilati sconvolgendo sostanzialmente il panorama politico. Il disgusto ha indotto gli elettori delle periferie del Nord a eleggere, per derisione, dei personaggi totalmente estranei alluniverso istituzionale, ed in alcuni paesi dei veri scemi del villaggio. Teatralizzando gli antagonismi sociopolitici, i leghisti trasformarono un dramma potenziale in cartoni animati, come dir Indro Montanelli. Dirottando la rabbia delle classi subalterne sui responsabili esterni alla comu-

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nit locale (i meridionali, i giacobini, i massoni, gli americani) impedirono ai comunisti di alzare la bandiera rossa sui palazzi municipali del Nord. Il passaggio dallantico al nuovo ordine generalmente marcato da atti eroici e/o trasgressivi. I leghisti elevati dun colpo ai posti pi alti hanno adottato dei comportamenti oltranzisti che rivelavano la precariet della loro nuova posizione. Schierandosi rumorosamente contro il formalismo delluniverso istituzionale, hanno abolito il montaggio simbolico della rappresentazione politica: il linguaggio dialettale, simbolizzando lesteriorit, la purezza e la trasgressione carnevalesca, ha assunto qui una funzione del tutto centrale. I discorsi della Lega sono stati coscientemente folklorizzati. Praticando lautoderisione, i rappresentanti della Lega sono riusciti a far passare i loro messaggi pur cos trasgressivi. Questa volont di folklorizzare i propri discorsi potrebbe sembrare furba se non presentasse perlomeno due difficolt: ammorbidendo le loro dichiarazioni pi scandalose grazie a dettagli inconsueti che ne annullano la portata, i rappresentanti della Lega riescono bene a diffondere le loro idee, ma non possono legittimarle; ripetendosi, la loro mistificazione non pu perpetuarsi: sono per cos dire condannati al sovraccarico grottesco. Usano cos il riso per far cadere le barriere morali e liberare le pulsioni aggressive. Questa strategia permette loro di spostare i limiti del tollerabile. Lascesa politica dei leghisti segna il passaggio da un universo di senso a un altro.

La maschera del Capo Da un giorno allaltro, lo sconfitto Umberto Bossi diventa senatore per riformare le regole istituzionali e rimediare cos alla degradazione morale della nazione. Da questo punto di vista, assomiglia alla maschera contadina che, nella tradizione italiana, assumeva il compito di denunciare pubblicamente i vizi e i soprusi della collettivit nelloccasione delle bosinade. Questa manifestazione rituale del Carnevale milanese si perpetuata fino agli anni Cinquanta. I bost erano i contadini della provincia di Varese che ese-

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guivano i lavori meno qualificati nella capitale lombarda. Il leader della Lega Nord, lui stesso originario di questa provincia, conosce perfettamente questi dati culturali: ha cominciato la sua carriera autonomista facendo conferenze nella societ di Carnevale di Varese, la Scuola Bosina. Nella tradizione carnevalesca italiana, le maschere parlano un linguaggio dialettale e esibiscono con fierezza le caratteristiche della loro citt dorigine. Le maschere contadine, le maschere nere della Commedia dellarte, realizzano spesso un rovescio dello stigma figurando la rivincita dei pi deboli sui pi forti. Malgrado la loro pluralit, queste maschere giocarono un ruolo del tutto essenziale nel formarsi dellidentit italiana, divenendo vettori dellitalianitudine degli esclusi, di tutti quelli che sono stranieri allalta cultura latina (Bollati 1983). Questa prospettiva mi ha portata a considerare con la pi grande attenzione la figura del leader. Umberto Bossi un personaggio sommamente caricaturale (talmente contradditorio, per certi versi che diventa comico). Si pretende padano (celtico), ma si sempre comportato come il peggiore dei lazzaroni. Per la maggiore parte degli italiani, un italiota. Si comporta come una maschera che trasgredisce le norme e che, realizzando una inversione di status, permette a persone marginalizzate, uscite da gruppi sociali e/o politici diversi, di ritrovare unimmagine positiva di s affermandosi padane contro il sentimento della maggioranza degli italiani. Realizza un riscatto. Durante i riti di inversione, i sentimenti ambivalenti che suscitano le figure del potere vengono teatralizzate. La fiaccolata che mi sono sforzata di descrivere nel mio libro da questo punto di vista del tutto rivelatrice e mi ha portata a formulare unipotesi sulla natura del fascino che Bossi esercita sui suoi seguaci. Questultimo riproduce in un modo caricaturale tutti i difetti della classe dirigente della Prima Repubblica. I commentatori non hanno cessato di sottolineare questo paradosso senza davvero spiegarlo. Da parte mia, credo che Bossi sia il doppio parodico del potere dellantica partitocrazia italiana, come testimonia la sua mania di creare una societ padana attraverso istituzioni e associazioni

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improbabili. La contestazione, quando prende la forma disperata della derisione, pu creare figure esagerate dellautorit, sulle quali gli attori rigetteranno poi la responsabilit degli eccessi collettivi. Se lo straniero un capro espiatorio al primo grado, Bossi un capro espiatorio al secondo grado. Prende su di s la responsabilit di esprimere lestremismo dei militanti che lesortano con le loro grida. Questi ultimi, se ridono di lui, partecipano attivamente alla performance. I loro scherzi sono in realt una condanna indiretta del loro stesso modo di agire. La Lega permette cos ai suoi seguaci di essere fascisti senza esserlo davvero: giocano con i simboli del regime mussoliniano, ma lestremista, il fanatico, sempre un altro e in ultima istanza Bossi, il buffone che gli italiani condannano approvando tacitamente le sue provocazioni, il buffone nel quale possono identificarsi senza rischi per le loro coscienze perch nessuno potrebbe prenderlo sul serio senza cadere egli stesso nel ridicolo. Lambivalenza messa cos in evidenza chiarisce senza dubbio i comportamenti grotteschi prestati fino ad un certo punto alle figure autoritarie della storia europea. Le performance dei leghisti rispecchiano le rappresentazioni che le classi subalterne si fanno dei loro dirigenti e dellautorit che esercitano su di loro. Il leghismo, al di l dello sfondo ideologico autonomista, la politica cos come la concepiscono e la praticano uomini che non avrebbero dovuto assumere funzioni istituzionali. La loro volont di rivincita proporzionata allesclusione che pensano di aver subito. Se adottano comportamenti non idonei nelle istituzioni, per reazione antipolitica. La loro ostilit prende la forma di un mimetismo dissacrante. Da questo punto di vista la Lega Nord , in s, non la critica, ma la parodia del potere di cui intende accelerare la fine. Il suo leader elabora tutta una serie di rappresentazioni parodistiche appropriandosi dei simboli delle altre formazioni per prenderli meglio in giro. Larcaismo apparente di questo partito contribuisce in pieno al suo successo: il leghismo una forma di revival (revivalism) politico che al pastiche ideologico e alla nostalgia del piccolo mondo dei campanili. Il mimetismo dissacrante della Lega Nord una forza corrosiva di cui non abbiamo ancora colto bene la natura perversa. In

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effetti, la parodia non consente nessun contrattacco. La creazione di pseudo-istituzioni padane lascia gli uomini politici italiani assai perplessi. Il Parlamento della Padania rispecchia il discredito che affligge oggi le istituzioni democratiche italiane. Bisogna guardare la Padania come il prodotto della derisione popolare. Si tratta di una nazione-simulacro che scredita lItalia anzich contribuire alla costruzione di una nuova realt geopolitica. Inventando la Padania contro lItalia, Bossi lancia un attacco contro limmaginario della nazione. Quando simulano lidiozia per ingarbugliare meglio quelli che li prendono in giro, i militanti della Lega si fanno satirici a loro volta. Ma la dimensione ironica dellimpresa non deve farci perdere di vista che i provinciali che votano Lega rimangono loro stessi prigionieri degli schemi che li portano a ribellarsi. Se riescono a scuotere il giogo centralista, la loro alienazione culturale rimane totale. Il nazionalismo padano sembra assai patetico se lo cogliamo attraverso le affermazioni di nordicit che i leghisti esprimono identificandosi con gli etnonazionalismi del Nord Europa. Per ottenere pi autonomia a dispetto dei loro connazionali del Sud, gli eletti della Lega rivendicano in effetti unaffinit culturale con gli spazi germanofoni (lavoro, pragmatismo, efficacia, etc.); si dissociano dalla loro nazione di appartenenza per difendere i propri interessi, e ci possibile nella misura in cui, che gli italiani siano del Nord o del Sud, litaliano sempre laltro. Vorrei sottolineare lestrema ambivalenza di questa attitudine, che pu benissimo essere interpretata come una volont separatista, ma anche come un nazionalismo esasperato che prenderebbe la forma di un narcisismo tinto da masochismo. Qui ricorderei, ad esempio, che lo scrittore francese collaborazionista Raymond Brasillach sosteneva che solo i normanni erano degni di essere francesi. Il nordismo non un problema prettamente italiano, ma rimanda a unintera tradizione ideologica europea che colloca la modernit sempre pi al Nord del continente. Dopo aver condotto unetnografia del partito Lega Nord, ho cercato di indagare (insieme ad Aziliz Gouez) le contraddizioni sociali che nutrono il leghismo delineando lo spazio transnazionale che si costruito tra Nord Est e Romania dagli anni 80 in poi.

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Per abbattere i costi di produzione, gli imprenditori del Nord Est hanno delocalizzato le loro attivit di produzione nellOvest della Romania stringendo legami lavorativi e commerciali con i Rumeni (Dematteo 2009). Malgrado questa intensificazione degli scambi con lEst, i rappresentanti locali della Lega Nord si sono inferociti, per questa contraddizione tra internazionalizzazione economica e chiusure localistiche solo apparente. I populismi servono indirettamente certi interessi economici, anche quando rinnegano le realt transnazionali. Rifiutando di riconoscere agli stranieri i diritti pi elementari, tentando di limitare i loro movimenti e mantenendoli a lungo nella clandestinit favoriscono una politica dei bassi salari, che deve indurre alla disciplina e al lavoro nella guerra contro la concorrenza. Il leghismo tenta una sintesi impossibile tra liberismo e etnofederalismo. Questa forzatura tipica del pensiero di estrema destra (Dumont 1983). In realt, il leghismo prospera sullanarchismo rampante della societ italiana. Lavversione per lapparato di Stato e per le lites amministrative (che passano per arroganti e predatrici) un tratto largamente condiviso. Molti italiani si mostrano incapaci di distinguere la funzione di difesa e di promozione dellinteresse pubblico dalla coercizione pura e semplice. Il grido Libert che risuona nei raduni di Bossi esprime forse pi un rifiuto delle costrizioni collettive, lespressione di un individualismo forsennato che sfida la ragione, piuttosto che una reale esigenza indipendentista. lindividualismo che sta alla base della Padania: sono tutte le piccole secessioni individuali che, messe insieme, finiscono per formare questa anti-nazione.
Lynda Dematteo

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Il linguaggio della Lega: lingua padana e Radio Padania

Abbiamo capito che gli aspetti folkloristici della nostra attivit e gli equivoci pi maliziosi sulla proposta federalista erano unottima pubblicit. Pubblicit negativa certo; ma tutto fa brodo quando un movimento agli albori. Umberto Bossi

1. Diverse sono le prospettive secondo le quali si pu guardare alluso che la Lega Nord (LN) fa e ha fatto del linguaggio; qui ci occuperemo, dopo una breve discussione sul possibile ruolo della lingua allinterno della sua pratica politica, di un aspetto forse meno evidente, ma non meno importante e rivelatore: ossia dellimpiego reale dei codici nella comunicazione ordinaria da parte della LN tramite il rapporto con i propri elettori e sostenitori, visto attraverso losservatorio di Radio Padania (RP) nella tarda primavera del 2011. E tuttavia necessaria qualche nota iniziale. Una breve: la LN viene normalmente caratterizzata anche, e forse soprattutto, per aver introdotto codici non standard nella comunicazione politica, segnatamente i dialetti lombardi e veneti; tuttavia, sorprendentemente, questuso rimasto largamente periferico, assai di pi di quanto ci si aspetterebbe, come verificheremo anche fra poco. Parleremo qui dunque dellitaliano della LN, ossia delle caratteristiche linguistiche e sociolinguistiche del tipo ditaliano utilizzato, per come appare dai nostri dati. Una seconda nota, pi articolata e che ci permetter di guardare un poco dentro il concetto di una lingua padana, riguarda invece le fonti che possiamo utilizzare per studiare il linguaggio della LN; abbiamo cio a disposizione, come per tutti o quasi i fenomeni analizzabili in linguistica, due strade di ricerca: quella del comportamento linguistico effettivo (ossia di come aderenti

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alla o simpatizzanti della LN parlano effettivamente e anche, qui potemmo distinguere fra un comportamento linguistico direttamente legato alla loro esperienza nella LN e uno da questo irrelato) e quella della dichiarazione di comportamento, ossia dellideologia metalinguistica, eventualmente analizzabile nella differenza fra dichiarazioni irriflesse ed espliciti proclami ideologici (Iannccaro 2000 e 2002; Iannccaro, DellAquila 2006). Prenderemo in prevalenza la prima strada, appoggiandoci appunto a testimonianze di parlato orale di RP, ma non sar inutile una brevissima scorsa anche delle dichiarazioni esplicite di ideologia linguistica che caratterizzano lagire politico e culturale della LN non fossaltro che per comparare le dichiarazioni con luso.

2. Un buon osservatorio costituito dalla rivista Quaderni Padani (QP), che, soprattutto nei numeri che vanno dalla sua fondazione nel 1995 ai primi anni 2000, sotto la direzione di Gilberto Oneto, ha rappresentato un po la camera di discussione scientifica delle idee e istanze leghiste, attenta in particolare alla rappresentazione ideologica dei nessi lingua-nazione-popolo-identit (Bartaletti 1997; Beretta 1996; Centini 1997; Ciola 1997; Dotti 2001; Galimberti 1995; Oneto 1996a e 1997a; Percivaldi 1997; Rognoni 1997 e 1999; Salvi 2001 e 2003; Stagnaro 1997; Tosco 1997; Vitale 1996). del tutto evidente che non ci compete in questa sede neppure accennare alla discussione scientifica, imponente per mole e qualit, legata a questi temi; per i nostri fini, e per inquadrare i nostri obiettivi, pu forse bastare questa non recentissima, ma ancora assai acuta osservazione di Luigi Heilmann (fra laltro riferita a una realt della recente rivendicazione identitaria, quella ladina-dolomitica):
Il rapporto fra identit etnica e lingua sempre stato assunto come essenziale, ma invero lo solo per loccidente moderno. Molti hanno legami etnici senza lingua, come gli ashkenaziti o i copti. La lingua pu essere un fattore sufficiente per identificare unetnia, ma non un tratto necessario; solo una delle variabili ecologiche che possono distinguere un gruppo dagli altri (Heilmann 1987, p. 209).

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Il punto che in un certo momento della sua evoluzione politica e identitaria la LN, come accaduto per molte etnie europee nell800, ha considerato questo rapporto fra lingua e identit come fondamentale o ha detto di considerarlo fondamentale: la riproposta di un sistema di legittimazione (statale, innanzitutto, ma anche di organizzazioni che si vogliono totalitarie rispetto alla comunit) che possiamo etichettare come lingua instrumentum regni, in cui appunto la legittimazione basata sulla lingua e sulla nazione, che esalta la lingua come manifestazione e collante delletnia autoproclamata e indimostrata, in molti casi, e che, appunto tramite la lingua, diventa popolo e poi nazione (Iannccaro, DellAquila 2004, pp. 29-38). Perch poi si instaurino le condizioni per una situazione di lingua instrumentum regni sono tuttavia necessari alcuni presupposti dei quali, ovviamente, fondamentale il riconoscimento da un lato di una diversit linguistica rispetto ai vicini e dallaltro di una diversit di situazione sociolinguistica rispetto al passato. E secondo Weinreich (1953, pp. 152-155), le condizioni di comparsa o riconoscimento di lingue nuove sono sostanzialmente quattro (e non devono essere per forza contemporanee o compresenti): 1) forma manifestamente diversa da quella delle lingue di origine; 2) una certa stabilit formale; 3) funzioni diversificate della comunicazione; 4) i parlanti la riconoscono come lingua diversa (enfasi mia). I QP si incaricano appunto, fra il 1995 e il 2003 circa, di rendere manifeste, o meglio ovvie, queste condizioni per la lingua padana (sui nomi della propria parlata in territorio lombardo rimando a Ianncaro, DellAquila 2005) da usare nella Padania e va avvertito che molto presto ci si rende conto, per valutazione di condizioni linguistiche che non possono essere qui esplicitate ma cui accenneremo fra poco, che la battaglia linguistica si fa, oltre e soprattutto che sulla (archeologica) rivitalizzazione dei dialetti, su una lingua che sia grammaticalmente italiana, ma foneticamente, morfologicamente e lessicalmente connotata in senso regionale. Dunque in quegli anni, almeno negli articoli citati in precedenza, si conduce unopera di informazione e creazione di unopinione pubblica, se non proprio una battaglia scientifica, tesa a dimostrare una serie di requisiti della Padania come Stato nazionale la mani-

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re du XIX sicle. E in particolare la questione della lingua padana viene legata ad alcuni dei parametri che Smith (1986, pp. 36112) lega alla nascita premoderna delle nazioni1. Dunque compito dei QP quello di mettere a fuoco i presupposti scientifici per lagire politico della LN e di dimostrarli in modo irrefutabile, creando un nuovo clero (di cui alla nota 1) di intellettuali che dovrebbe operare per la socializzazione secolare alla memoria collettiva, e soprattutto un pubblico colto che alle istanze di questi nuovi intellettuali si riferisca. La legittimazione delle rivendicazioni
Mi riferisco ai parametri: 1. Nome collettivo (si insiste molto sul coronimo/etnonimo/glossonimo Padania, padano); 2. Miti delle origini e di discendenza comune (Ciola 1997; Beretta 1996, pp. 19-21: Come in una fiaba possiamo dire che le origini del nostro dialetto si perdono nella notte dei tempi. Per la nostra parlata di oggi non molto dissimile da quella attestata gi in epoca romana e trasmessa per via orale di generazione in generazione. Un vero miracolo, tanto pi che, con la lingua locale, si sono trasmessi valori familiari e civici che ancora oggi ci distinguono dalle altre regioni); 3. Storia civica condivisa (Vitale 1996; Salvi 2003); 4. Cultura distintiva condivisa (Centini 1997; Rognoni 1997, che sottolinea la vivacit dellilluminismo padano del Settecento e definisce il Novecento come cornucopia di padanit spesso strumentalizzata e fraintesa, destinata comunque con il tempo ad emergere nei suoi tratti inconfondibili; individua poi come elementi tipici della cultura letteraria padana lattenzione al rapporto tra societ e individualit, tra responsabilit del singolo e condizionamenti collettivi, e la capacit di trattare i temi con modi realistici o spunti favolistici e metafisici (p. 46); 5. Associazione ad un territorio specifico (Oneto 1996a); 6. Senso di solidariet e appartenenza e di converso di differenziazione rispetto agli altri (Oneto 1996; Vitale 1996, pp. 10-11: Identit che non abbiano nulla a che vedere con un interesse comune (quello per il quale ci si scopre affini e si sta insieme) non ne esistono. Lidentit padana [] cresce di giorno in giorno proprio sulla percezione sempre pi diffusa di abitare nella terra pi laboriosa e pi ricca dEuropa e su quella delle popolazioni di essere derubate fisicamente, a tutto vantaggio della burocrazia e degli assistiti parassitari dello Stato nazionale centralizzato; Salvi 2001, p. 37: c una differenza genetica tra Nord, Toscana e Sud che permane dallepoca pre-romana []; c una differenza storica [], un confine preciso, [] c uno sviluppo politico-istituzionale). La transizione ad una nazione moderna si realizza poi, sempre secondo Smith, mediante alcuni aspetti fondamentali: 1. Politicizzazione delletnia (Vitale 1996, p. 12: la crescente partecipazione popolare ai dibattiti miranti a fornire prove schiaccianti alle teorie dei maggiori esperti sulla formazione delle nuove identit, che sono alla base delletno-nazionalismo delle piccole patrie); 2. Formazione di un nuovo clero (Vitale 1996) questo un passaggio fondamentale, cui si dedica lintera costruzione di QP dei suoi primi anni e sul quale torneremo; 3. Autarchia e territorializzazione; 4. Mobilitazione e inclusione (ancora Vitale 1996, p. 10: se le identit si formano sulla percezione di caratteristiche comuni, gli elementi statici, altri due elementi fondamentali, che potrebbero essere definiti mobili, formano e consolidano in tempi rapidissimi lidentit di una popolazione: 1) la componente magmatica e sfuggente degli interessi materiali e 2) la semplice volont di dar vita ad una convivenza dotata di proprie istituzioni spontanee); 5. Nuova immaginazione e qui luso del linguaggio fondamentale, e lo vedremo anche nella pratica di RP. (Devo a Marta Miceli la puntuale individuazione di queste istanze ai passi citati).
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separatiste e autonomiste della LN, in sostanza, trae origine dalla possibilit di rifarsi ad argomentazioni scientifiche; i garanti dellidentit padana e della sua trasmissione sono gli intellettuali/ricercatori, che possiedono gli strumenti necessari a produrle. notevole che questo nuovo clero di intellettuali non riconosca le istituzioni scientifiche precedenti (e concorrenti), come lUniversit: le verit scientifiche enunciate dagli articoli di QP sono autoevidenti, e non necessitano di confronto con voci o argomentazioni esterne agli intellettuali cui fanno riferimento, che sono semplicemente ignorate (Iannccaro 2007). 3. Il tentativo cio quello di costituire una nuova comunit scientifica, autosufficiente, che semplicemente sostituisce le proprie nozioni e deduzioni a quelle correnti presso la comunit scientifica ufficiale, o precedente; e di costituire, per questo tramite, una nuova comunit linguistica che diventi comunit ideologica e poi politica ma in verit loperazione va in senso inverso: da una (desiderata) suddivisione politica deve discendere unetnia e, dal momento che questa indispensabile, una comunit linguistica. Ora, e per nulla curiosamente, questa operazione somiglia in modo molto netto a quella compiuta da alcuni nazionalisti ottocenteschi (Barbour, Carmichael 2000; Mattheier, Panzer 1992; Sriot 1996; Hentschel 1997; Goebl, Nelde, Stary, Wlck 1996 e 1997). Mi riferisco, ma solo per maggiore conoscenza personale, in particolare a quelli operanti nellEuropa Centrale e orientale (Anton Bernolk, udovt tr, Michal Miloslav Hoda per la Slovacchia; Mikhail Lomonosov, Mikhail Maximovi per lUcraina; in Bielorussia, Alexandr Shpilevskij, Yefim Karskiy, Jan Czeczot; in Moldavia, i sovietici Yuri Stepanov, Ilja Ilaenkos; per la costruzione del Serbocroato: Vuk Karadic, udevt Gaj). Vale forse la pena di guardare in modo rapidissimo, e rimandando con rimpianto gli approfondimenti possibili ad altra occasione, linizio della principale opera di udovt (o udevt) tr, considerato il padre della lingua slovacca; per una pi precisa collocazione del testo, si ricorder che la glottologia ufficiale dellepoca non riconosceva una lingua slovacca come separata dal ceco (Nblkov 2007). Si tratta del volume Nauka rei slovenskej, vistaven od Lude-

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vta tra v Preporku 1846, Dottrina della lingua slovacca, esposta da Ludovico tr a Presburgo [Bratislava] nel 1846:
Da diversi anni ormai mi vado chiedendo se per lo sviluppo della vita spirituale della nostra gente slovacca non sia pi utile e persino necessario riconoscere [nel senso di non rinnegare] il nostro idioma e usarlo anche ai massimi livelli della nostra stessa istruzione e non solo nella vita domestica o quotidiana. Ma, nel momento in cui pensavo questo, unaltra questione mi si affacciata alla mente, e cio se noi abbiamo effettivamente un nostro idioma, oppure se non solo un dialetto del ceco che noi in Slovacchia chiamiamo slovacco; e avendo compreso che la risposta alla prima domanda dipende dalla seconda, mi sono messo a studiare lo slovacco. (Trad. it rivista da Andrea Trovesi).

Come si vede, lesistenza dello slovacco data per scontata, nonostante il (molto retorico) dubbio insinuato verso la fine del brano; cos come, e questo per noi ancor pi interessante, il fatto che per lo sviluppo della vita spirituale della nostra gente indispensabile limpiego ad ogni livello della variet che si vuole fondativa della nuova nazione e il ceco, lingua similissima e codificata dal 1450 circa, non andava bene. Nel comune sentire e nel comune fine, tuttavia, ci sono differenze evidenti fra il procedere ottocentesco e quello della LN: per esempio, non sappiamo, nel complesso, come udovt tr parlasse: ossia se parlasse in pubblico in slovacco (e quale?), o in ceco, o in ungherese o tedesco lingue che assai probabile che conoscesse. Invece sappiamo come parlano gli esponenti della LN, e lo vedremo fra poco. Inoltre la comunicazione pubblica e politica molto diversa ai loro tempi e ai nostri; lopinione pubblica ora molto pi vasta e non solo limitata alla cerchia degli intellettuali impegnati (e agli intellettuali QP non si rivolge); e la sua formazione dovuta in larga parte alloralit, essendo forgiata dal dibattito televisivo, mentre relativamente meno importante la comunicazione scritta. Dunque in un certo senso unopinione pubblica involontaria, ossia che acquisisce le proprie notizie e elabora i propri giudizi attraverso media di fruizione in parte, appunto, involontaria, come per la radio o la televisione, e non volontaria come quella di chi acquista esplicitamente, e poi legge, e poi discu-

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te, libri e pamphlet. Il (complicato) rapporto con la Chiesa poi motivo di riflessione comparativa che lasciamo ad altri fra il tentativo linguistico-identitario della LN e i nazionalismi ottocenteschi. Le differenze sono poi anche, evidentemente, di pubblico potenziale, circoscritto a una ristretta cerchia di intellettuali colti e nazionalisti per le iniziative ottocentesche. Ma proprio questo, ne abbiamo accennato, potrebbe essere il fine di QP: la ricreazione, tramite uno strumento volutamente arcaico come una rivista scientifica, di una cerchia di intellettuali nazionalisti, che possa servire di riferimento per gli attivisti, e sostituisca la classe intellettuale precedente e universitaria. E a questo serve anche la prosa prevalente di QP, fortemente assertiva (cfr. in questo volume, Discorso, pp. 56-60), volutamente diversa da quella accademica, ma diversa anche da quella, locale, dialettofila e arcaizzante, vagheggiata dagli autori stessi degli articoli padanisti in ogni caso praticamente solo in italiano. a suo modo un tentativo di rivoluzione copernicana nella linguistica: si sostituisce al paradigma accademico, volontariamente denigrato, un altro paradigma, che viene dato per scontato (in modo da costituire una cintura protettiva, alla Lakatos) e ribadito, non mai discusso. Funzioner? ossia, fra qualche tempo sar pacifico, anche per la comunit scientifica ufficiale, parlare di lingua padana, e attribuirle le caratteristiche e i confini che ora sono indicati in QP? Nel 1820 sarebbe stata assurda lidea di considerare lo slovacco una lingua, o lucraino, o tantomeno il bielorusso; oggi normale. lecito per avere dei dubbi; intanto, per i nazionalisti ottocenteschi la lingua era uno dei fattori cardine della loro campagna, esplicitamente ma anche realmente. Nella LN cos solo esplicitamente: le iniziative concrete su lingue e dialetti sono assai limitate e circoscritte ad ambiti talora molto locali (ho raccolto dallinterno questo lucido parere sulla politica linguistica effettiva della LN: una costellazione di singoli che hanno a cuore il dialetto e le tradizioni). Non poi privo di significato il fatto che articoli sul nesso lingua-nazione-popolo-identit praticamente cessino coi primi anni 2000 e che sovrasti tutta la questione unambiguit di fondo, mai risolta e cui qui si gi accennato: lingue spontanee

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della Padania sono i dialetti gallo-italici; ma la lingua che si parla nella LN, e che viene proposta e difesa dai QP litaliano, variet del nemico, sia pure in unarticolazione regionale. In effetti gli articoli analizzati di QP insistono molto sulla presenza di un ceppo linguistico comune, differente dalla lingua italiana, e recuperabile attraverso la rivitalizzazione dei dialetti; tuttavia gli strumenti di comunicazione di massa, che evidentemente fungono da agenzie di socializzazione linguistica, propongono piuttosto una variante regionale della lingua standard. Lutilizzo effettivo dei dialetti si scontra con 3 difficolt principali: 1. sono tanti, e molto diversi gli uni dagli altri; 2. non hanno, praticamente nessuno, una forma standard; e quandanche lavessero, questa sarebbe ben lungi dallessere onninamente accettata, diventando cos fattore di divisione; 3. sono praticamente inaccessibili ai giovani, e rischiano di divenire ulteriore causa di frammentazione, creando barriere interne al movimento (cfr. Iannccaro, DellAquila 2004). La consapevolezza non dichiarata della criticit viene dunque risolta col tempo tramite la sostituzione dei dialetti locali con una variet retorica che Ruzza (2000, p. 180) definisce linguaggio della strada, sul quale torneremo. Vediamo ora come effettivamente parla la LN.

4. Due sono le trasmissioni di RP particolarmente interessanti ai nostri fini; una esplicitamente dedicata alle questioni linguistiche, Lingua e dialetti, in onda due volte la settimana (Condotta da Gioann March Plli, Giovanni Marco Polli, il marted dalle ore 14.20 alle 15.00 e il venerd dalle ore 14.00 alle 15.00) e Il punto politico, tutti i giorni alle 18.30 (i dati di parlato spontaneo qui analizzati sono tratti da due puntate: del 17 giugno 2011 e del 21 giugno 2011), che abbiamo preferito perch meno esplicitamente connotata. La trasmissione, come molte altre a RP, strutturata come una sorta di filo diretto con gli ascoltatori, i cui interventi assumono un ruolo rilevante allinterno della semplice intelaiatura testuale del programma. La conduzione del giornalista Gianluigi Pellegrin ha il compito di stabilire largomento o gli argomenti della discussione, ispirati principal-

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mente a fatti politici salienti, su cui si innestano le interviste agli ospiti esperti (generalmente politici locali o nazionali, giornalisti o professionisti di diversi settori). Lintervento degli ascoltatori sui temi rilevanti pu avvenire direttamente, tramite telefonata, o indirettamente, tramite sms, poi letto dal conduttore. Il punto politico dunque una trasmissione eterogenea, che ha al suo interno diverse forme testuali: il monologo, di carattere informativo o argomentativo; lintervista, con lintervento di due parlanti; il dibattito, quando lintervista diventa pi approfondita e il ruolo dellintervistatore non limitato al porre domande ma il giornalista interagisce, supportando o confutando le testi dellintervistato; la lettura di sms, ovvero la trasposizione orale di quella che gi di per s una forma di comunicazione scritta peculiare, il parlar spedito, dai caratteri che si distanziano per certi versi dallo scritto, per altri dallorale (Pistolesi 2004; Freher 2008); la lettura dei titoli dei telegiornali televisivi, che consiste in un parlato letto, con poco margine allimprovvisazione e quindi alta pianificazione, e sostanzialmente cristallizzato su un linguaggio giornalistico. Alla trasmissione partecipano tipologie di parlanti molto differenti (dagli interlocutori esperti, ai giornalisti, al pubblico non addetto ai lavori) dai quali lecito aspettarsi diversi stili espressivi che si concretizzano in scelte di registro assai eterogenee (do fra parentesi qualche esempio lessicale, ma si approfondir ulteriormente al paragrafo 5): italiano formale (empito, compagine governativa, in primis, extrema ratio, bizantinismi); lessico specialistico (molti nella fattispecie i lessemi di ambito economico: insolvenza, debito pubblico, PIL, operazione a patrimonio contro debito, NAV); italiano delluso medio (cfr. Sabatini 1985); italiano informale, basso (di brutto, mazzata, te ne freghi, mandare fuori dalle balle);

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italiano popolare (cfr. Cortelazzo 1976, p. 11; De Mauro 1970; Lepschy 1983; DAchille 1994) (pinco pallo, mazzata, soldoni, stramigliardoni, compagnia bella, insegnato professore, osservazione al volante, sta gente); italiano regionale con occasionali sconfinamenti nei dialetti. Considerate le caratteristiche del linguaggio della LN messe in luce dai pochi studi precedenti, ovvero ladozione di uno stile espressivo improntato alla visceralit con ampio ricorso al turpiloquio e al parlar diretto e disfemico, un forte uso dellironia, soprattutto finalizzata alla derisione dellavversario, una preferenza per i registri bassi e lintegrazione di prestiti dai dialetti (Lonardi 2011; Mascherpa 2008, p. 215), lobiettivo di questa breve e circostanziata analisi individuare se vi sia una caratteristica in particolare che possa considerarsi distintiva e identificativa del discorso pubblico della LN, e verificare se il parlato reale sia coerente con le affermazioni di principio viste nei paragrafi precedenti. Per la trascrizione dei dati ci siamo avvalsi del codice CHAT (semplificato, cfr. MacWhinney 2000 e childes.psy.cmu.edu), adottando le convenzioni presentate qui di seguito nella Tabella 1:
*RA1 *COND *OS1 # / Xxx parturno del radioascoltatore. Il numero progressivo indica lordine di intervento nella trasmissione turno del conduttore turno dellospite esperto. Il numero progressivo indica lordine di intervento nella trasmissione pausa cambio di pianificazione, autocorrezione parola o enunciato incomprensibile interruzione allinterno di parola smile voice enfasi volume alto fenomeno esemplificato prolungamento della vocale precedente intonazione sospensiva intonazione dichiarativa enunciato esclamativo enunciato dichiarativo

Tabella 1. Convenzioni adottate nella trascrizione dei dati.

|parola| PAROLA Parola : , . ! ?

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Il linguaggio di RP prima di tutto un parlato, e in quanto tale presenta le caratteristiche tipiche delloralit, pi o meno accentuate a seconda che si scenda o si salga di registro. A livello sintattico si sono riscontrati, anche nel parlato pi sorvegliato: scarsa coesione testuale, cambi nella pianificazione della frase (1) *COND: h. ehm: comunque. ripeto. prendete: prendete quellarticolo che: di questo / mi sfuggito esso il: il nome dellarticolista prendete questo articolo e poi domenica lo cercher io ma, # ho provato a vedere mentre parlavate ma: non lo trovo (2) *COND: poi quello che ho detto io cio linterlocutore Tremonti anzich Silvio Berlusconi eh giusto o sbagliato in realt comunque la volont del Presidente del Consiglio quella determinante in ogni caso enunciati incompiuti, false partenze, pause ed esitazioni, ripetizioni e autocorrezioni (3) *COND: sembra un bel progetto, potrebbe far eh risparmia- / abb- / deve deve recuperare anacoluti (4) *COND: A noi citadini [sic] normali se gli devi al fisco cento euro ti portano via anche le mutande invece chi possiede soldoni vengono condonati (Lettura da parte del conduttore di un sms spedito da un ascoltatore). deitticit (5) *RA3: sono sempre Ermano senti # oh oh in questi giorni qui sono un po nervoso no?

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Oltre a questi compaiono tratti che possono essere attribuiti allitaliano popolare, seppur di fatto frequenti anche nellitaliano parlato di registro medio/basso: clinici pleonastici, che polivalente (6) *RA6: se continuiam cos / andar su Prodi, i suoi amici di Prodi, (7) *RA6: pe-pe la pressione / p- p- pi alta del mondo secondo me, pi alta di altri paesi che dicono che pi alta mancato accordo nei pronomi relativi e negli aggettivi (8) *RA4: complimenti a te, # e # a Giacomo Stucchi in cui eh manifesto a livello / come sindaco come amministratore / Lega /militante Lega la massima stima nei suoi confronti. (9) *RA7: eh salve anzitutto e complimenti a te, # e # a Giacomo Stucchi in cui eh manifesto a livello / come sindaco come amministratore Lega / militante Lega la massima stima nei suoi confronti, Resta da stabilire quanto questi tratti siano spontanei o quanto invece siano ricercati in funzione di un percettibile abbassamento programmatico del registro e del livello. Ora, viste le premesse ideologiche di cui sopra, lanalisi si focalizzata in particolar modo sulla presenza di influssi dialettali, che, considerata la ragione sociale di esistenza della LN, ci si attendeva presenti in maniera considerevole. Al contrario, i tratti dialettali restano quasi del tutto assenti ai livelli sintattico e morfologico e compaiono, anche in questi casi in quantit comunque assai ridotta, solo ai livelli fonologico e lessicale e dunque in maniera assai superficiale. Abbiamo solo tre casi non dubbi: due tratti dal parlato degli ascoltatori e uno, molto particolare, dal parlato dalla giornalista annunciatrice dei titoli del giornale radio.

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(10) *RA5: # perch io leggo la provincia pavese e mincazzo come una biscia / ada, un giornalaccio un fogliaccio: schifoso Qui abbiamo il prestito di un segnale discorsivo di tipo fatico (ada, guarda, diffuso nei dialetti di area lombarda), ovvero utilizzato per mantenere vivo, aperto, il canale di comunicazione. Si tratta di un marcatore pragmatico-discorsivo non insolito e piuttosto diffuso in italiano regionale settentrionale, che ha leffetto di marcare lenunciato del parlante in diafasia, cio verso un registro basso, oltre che in diatopia. I marcatori discorsivi sono elementi piuttosto marginali in un sistema linguistico, la cui posizione rispetto ad altri elementi della frase non quasi mai dettata da regole grammaticali, ma dalla funzionalit pragmatica, e sono pertanto gli elementi pi facilmente trasferibili in caso di contatto tra lingue. Un secondo caso, riportato nellesempio (11) prevede sempre lintegrazione di una parola dialettale in un enunciato in italiano, pur trascurato: (11) *RA8: perch sempre subire ## sempre subire sempre subire mi sembra esser un po anche un po scusami la parola eh? ## da cujoni! Anche in questo caso possiamo parlare di un prestito funzionale, la cui funzione quella, tutta pragmatica, di conferire maggior espressivit allenunciato, mitigando, al tempo stesso, il suo contenuto disfemico. Lunica occorrenza di un intero enunciato in dialetto rintracciata nellestratto (12), che rappresenta per un uso assai particolare del dialetto, meno spontaneo e pi programmato: (12) *COND2: dal Tg Nord davvero tutto alura cume semper buna serada a to etc. Si tratta infatti di una formula di chiusura e di saluto attuata dalla giornalista al termine dello spazio dedicato alla lettura dei titoli del radiogiornale. Lenunciato in questione non aggiunge con-

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tenuto referenziale al messaggio, ma lesistenza di una commutazione di codice dallitaliano al dialetto un atto marcato dal punto di vista linguistico, poich portatore di un forte significato simbolico. Le formule di saluto servono tendenzialmente a delimitare tra loro le diverse situazioni comunicative, aprendole o chiudendole; la loro natura formulaica e la loro ricorrenza le rende quindi salienti e di immediato riconoscimento per linterlocutore. Lutilizzo del dialetto in questo caso si presenta come una scelta comunicativa efficace e coerente con gli assunti della comunicazione leghista: il ricorso a un dialetto nel corso della lettura dei titoli sarebbe stato evidentemente poco economico, poich avrebbe automaticamente escluso dalla ricezione gli interlocutori non dialettofoni. Esso viene perci impiegato nellatto comunicativo del saluto, a basso contenuto referenziale ma ad alto valore pragmatico e simbolico. Limportante non quindi che cosa venga detto in dialetto, ma il semplice fatto che esso sia presente. Si tratta perci di un atto di politica linguistica: luso di una determinata lingua finalizzato ad attribuire un prestigio interno (Trudgill 1972) non tanto alla lingua in s, quanto al sistema di valori che le vengono associati dalla comunit di parlanti. 5. Al di l dei casi isolati che si sono finora presentati, forse lesaltazione della dimensione locale, municipalistica, di cui la LN, attraverso RP, si vuol fare portavoce, emerge dal basso, ovvero dalla base degli ascoltatori e militanti, attraverso limpiego di regionalismi, voci prevalentemente in uso nellitaliano regionale settentrionale, anche se ormai largamente diffuse anche oltre questi confini, soprattutto negli usi espressivi della lingua, nei registri bassi o in certi linguaggi specialistici (come quelli giornalistico e pubblicitario). Per il lessico si registrano entrate diffuse nellitaliano regionale settentrionale (balle) o meccanismi produttivi come lelisione di parte del nome, come in Berlusca (sul modello di commenda). Per la sintassi stata rilevata qualche sparpagliata locuzione, come la costruzione guardare a (pensare a, badare a), per cui dal corpus si riporta:

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(13) *OS2: aveva sempre guardato a dare le risposte ai cittadini Ma soprattutto a livello fonologico che si fa pi percepibile la presenza di tratti caratterizzati in diatopia come appartenenti a variet settentrionali di italiano, la cui frequenza per con tutta probabilit condizionata da fenomeni strutturali nel parlato, quali la velocit deloquio e la conseguente ipoarticolazione, direttamente conseguente al livello di accuratezza articolatoria e soggetta a variazione sullasse diafasico. Nel corpus si sono riscontrate elisioni e semplificazioni, e in particolare: apocopi (abbiam, son, abbassar, chieder, esser, ripulir); semplificazioni dei nessi consonantici (siora, bisoa, bisoerebbe, ammistratore, facea, pech); aferesi (somma, l problema, fettivamente); legamenti (suoi nimali, mi alzo l mattino); scempiamento delle geminate: tra tutti, il tratto pi marcato come settentrionale (dela, quela, abiamo, tute, accetare, teritorio). Oltre al risultato, peculiare e interessante, del tutto sommato scarso rilievo del dialetto, piuttosto inaspettata la comparsa di alcuni fenomeni, soprattutto a livello lessicale, che caratterizzano il linguaggio di RP come molto meno marcato verso il basso di quanto postulato in ipotesi. Questi fenomeni riguardano la presenza di forestierismi, ovvero prestiti soprattutto dalla lingua inglese, e meridionalismi, oltre che del lessico specialistico di ambito giornalistico, politico ed economico. Tra i forestierismi, a titolo desempio citiamo due prestiti piuttosto recenti, forse persino non completamente acclimatati nellitaliano. Entrambi sono pronunciati dallospite esperto, un parlamentare della LN le cui scelte linguistiche sono risultate nel complesso molto meno connotate in direzione localistica del previsto, al contrario del contenuto delle sue argomentazioni.

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(14) *OS2: non si pu sicuramente negare che la golden share la tiene Silvio Berlusconi l dentro: (15) *OS2: guardi io sono # bergamasco e sono abituato spesso a parlare poco e a cercar di far le cose # magari spesso non vengono nemmeno pubblicizzate perch si vive un po cos low profile. Altre scelte lessicali inaspettate sono i meridionalismi (tra cui, per esempio, scialacquare, debbo dire) e un abbondante corpus di lessemi appartenenti ai registri alti: fulcro, bizantinismi, sortire leffetto contrario, pratiche assistenzialistiche, borgomastro, extrema ratio, spartiacque, mitopoiesi, sineddoche). Mentre logico aspettarsi, sempre a livello lessicale, neologismi o lessemi tipici del linguaggio giornalistico: tesoretto, pressione fiscale, cartelle pazze, legge ad partitum, compagine governativa. Pare quindi opportuno concludere che non si pu parlare di una tendenza univoca allabbassamento del registro per il linguaggio della LN, n alla completa regionalizzazione o dialettizzazione della lingua. Le due tendenze, pur presenti, sono mitigate e bilanciate da fenomeni di opposta direzione, ovvero il non abbandono dellitaliano medio-alto e il riferimento a registri colti parte integrante di taluni linguaggi settoriali.

6. poi interessante uno sguardo qualitativo al lessico utilizzato: unanalisi puntuale delle trascrizioni mostra che i campi semantici principali attorno ai quali ruotano i lessemi pi significativi si lasciano organizzare secondo cinque categorie principali. Abbiamo dunque termini (in corsivo i termini utilizzati dagli ospiti/ascoltatori): fondamentali (Lega, Padania, Pontida, Nord, Sud, nostro); cardinali (assistenzialista, cambiamento, popolare [cultura ], gente [nostra ], mezzogiorno, razzisti, tasse); societari (assistenzialista, business, cambiamento, ad partitum [legge ], inefficienza, migliardi [sic], populismo, pressione fiscale, incazza(rsi), razzisti, spartiacque (della legislatura), xenofobi); solidali (comprese le locuzioni) (bellincazzato, cultura popola-

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re, dela [sic] nostra gente, mincazzo come una biscia, Padania libera tutti, noi padani, di noi dela [sic] lega, prominchia [riferito a La provincia pavese, quotidiano], vanno bene alla nostra di gente). Ora, i termini fondamentali sono quelli che possiamo considerare in certo senso inevitabili, dato il contesto: che si parli di LN, o del raduno di Pontida, o della Padania, in una trasmissione politica di RP, diremmo scontato. Questi termini, e le idee e le suggestioni che evocano, sono il tessuto fondamentale dellatto comunicativo, i pilastri sui quali si regge la costruzione del discorso argomentativo e simbolico. Per, proprio a livello simbolico, interessante notare che a questi si accostano altri concetti, che possiamo nominare cardinali, e che specificano e articolano le proposizioni linguistico-ideologiche rette dai termini fondamentali; qui si trovano alcuni dei cavalli di battaglia, per dir cos, della propaganda e dellazione politica della LN: lavversione per il meridione e per il cos definito Stato assistenzialista, linsistenza sul cambiamento (delle istituzioni? della pratica politica? del punto di vista?), lattenzione (che, con il procedere dellanalisi, si scopre sempre pi dichiarata che reale) per la cultura popolare e la gente del Nord ossia il tentativo di creare a approfondire quella comunit di pensiero e linguistica di cui ai paragrafi precedenti. Le altre due categorie sono di tipo diverso: una serie nutrita di concetti (quelli individuati come societari) rivelatrice del tipo di societ disegnata dai conduttori di RP, e che si vuole condivisa dai propri ascoltatori (si noti che qualche termine pu comparire in pi di una categoria): una societ orientata al business, al liberalismo, alla detassazione e fautrice del disinteresse dello Stato per leconomia e la societ civile, la cui classe dirigente si difende dalle accuse di populismo (ma al tempo stesso lo sollecita); una societ attenta alla divisione dei suoi appartenenti in classe, e razze, che si sente ad un punto di svolta delle regole della convivenza civile. E soprattutto, per la costruzione di questi pilastri societari, ha bisogno della solidariet dei propri aderenti, ricercata secondo ben conosciuti stilemi di abbassamento della distanza interlinguistica fra emittente e ricevente tramite la ricerca della complicit informa-

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le e la sollecitazione del senso di comunit mediante luso insistito di pronomi inclusivi di prima persona plurale (sui quali torneremo fra breve). , come si accennava, quello che Ruzza (2000, p. 180) definisce linguaggio della strada: Una nuova strategia linguistica, che prende il codice linguistico direttamente dalla strada e lo importa nellarena politica, ha sostituito in modo crescente luso del dialetto. I discorsi pubblici della Lega si rifanno in modo significativo a metafore, frasi ad effetto e altri elementi del linguaggio quotidiano, e reinterpretano questi elementi in termini politici. Vediamo meglio come si manifesta, nel discorso reale, questa ricerca di solidariet.

7. Uno degli strumenti linguistici di cui uno specifico gruppo sociale pu servirsi per mantenere la coesione del gruppo il meccanismo della soprannominazione, tanto verso gli esterni, quanto verso gli interni, gli appartenenti al gruppo. Il soprannome uno strumento di controllo sociale, perch usato per condizionare la considerazione sociale, e rappresenta un pratica comunicativa attraverso cui vengono prodotte, affermate o contestate le identit sociali dei parlanti (Lytra 2003, p. 48). Questo meccanismo pi che mai produttivo allinterno del linguaggio di RP da noi preso in esame, e mostra tutta la sua efficacia soprattutto nella funzione di identificare ed escludere gli esterni. Dal punto di vista linguistico il soprannome ha le seguenti caratteristiche (Putzu 2000, p. 17): trasparente, cio il suo significato immediatamente percepibile, al contrario del nome; connotativo, ovvero rileva caratteristiche idiosincratiche e le esalta, dando informazioni sul rapporto tra il soprannominato e chi attribuisce il soprannome; il suo valore limitato ed comprensibile e interpretabile solo in un determinato spazio geolinguistico e sociale; non ufficiale ed effimero e mutevole.

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Nel corpus analizzato il meccanismo della soprannominazione sembra ben acclimatato e sembra avere caratteristiche peculiari. Innanzitutto, esso sempre positivo se attribuito agli interni, ed sempre negativo se attribuito agli esterni. Questa dicotomia dentro-fuori meno ovvia di quanto si pensi, e infatti non si realizza allinterno di tutti i gruppi sociali. Nei gruppi di adolescenti, ad esempio, la coniazione di soprannomi negativi ha la funzione di marginalizzare o mira a punire, in modo pi o meno duraturo, i membri riottosi del gruppo, oppure pu essere una pratica temporanea legata alla negoziazione conversazionale dei ruoli (Lytra 2003, p. 53). Nei dati analizzati, invece, i membri del gruppo ricevono sempre soprannomi positivi o lievemente ironici che producono reciproca intimit. (16) *COND: un saluto: e un ringraziamento al # borgomastro orobico, Al contrario, i soprannomi riservati agli esterni sono sempre negativi, denigratori e insultivi. (17) *RA5: ## domenica sul pullman se dovesse esserci un giornalista un fotografo che lavora per / non la provincia pavese caspita la prominchia pavese (18) *RA2: io ho saputo no? che il sindaco [di Napoli] Demagistris ha chiesto al sindaco di Milano Pisacane [Pisapia] # di aiutarlo a smaltire un po dimmondizia, (19) *COND: poi dobbiamo comunicare ogni giorno che i sinistri se vanno al governo aumentano le tasse e trattano i clandestini meglio degli italiani Come si vede dagli esempi sopra riportati, dal punto di vista formale il meccanismo di soprannominazione parte dal significante (il nome proprio dellinsultato), di cui viene modificata la forma attraverso meccanismi morfologici di inserimento e sostituzione di sillabe o di derivazione, che generano un effetto di distorsione del nome originale alla base delleffetto comico-espressivo.

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Un secondo strumento di mantenimento della solidariet ci svelato attraverso lanalisi quantitativa: il conteggio dei termini di maggior frequenza nel corpus (indipendentemente dai parlanti che ne fanno uso) cos ripartito: lessema NostrPontida Padania Nord Berlusconi Cittadini Tremonti Milano Bossi Immigrazione occorrenze 49 26 23 15 14 14 10 6 5 4

Alcuni termini appaiono frequenti per ragioni puramente contestuali; il caso di Pontida, toponimo ricorrente poich una delle puntate prese in esame stata registrata in data prossima al raduno del partito, che in quella localit si tiene. Altri, come Nord o immigrazione sono meno ricorrenti di quanto atteso. Ma il risultato pi interessante lalta frequenza dellaggettivo (eventualmente sostantivato) nostro e le relative forme flesse, un lessema esplicitamente volto a stabilire una dimensione comunitaria. Se di per s questo risultato pu parere ovvio, un ulteriore passo avanti nellanalisi ha offerto nuovi spunti di riflessione. Tramite lanalisi delle concordanze, infatti, si sono potuti rintracciare nel corpus i contesti duso della parola in oggetto, visualizzando le parole precedenti e le successive: ci ha permesso di ricostruire i riferimenti tematici a cui questa rinvia e di tracciare una mappa concettuale tra parole e temi affrontati. Nostro e relative forme flesse concordano dunque con una serie di aggettivi che

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sono stati successivamente organizzati per campi semantici dappartenenza, come si mostra nella Tabella 2:
Comunit Campi semantici Partito politico Mezzi di comunicazione 2 2 1 1 1

gente paese comunit territorio imprese amministratori imprenditori parti casa storia comuni nipoti identit confronti Tot. 8 7 3 2 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 30 proposte parte elettorato logica idee deputati primi ventanni capo movimento 4 2 2 1 1 1 1 1 1 tg portale giornalista regista format

Tabella 2. Concordanze per nostr- organizzate per campi semantici (i numeri indicano le occorrenze).

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subito evidente che laggettivo si riferisce, nella quasi totalit dei casi, al contesto della LN nelle sue diverse manifestazioni o emanazioni: quella comunitaria e sociale; quella politica e quella mediatica. Lultimo ambito, quello dei mezzi di comunicazione orbitanti attorno al movimento politico, citato in modo del tutto referenziale, nel momento in cui vengono date informazioni pratiche. (20) *COND: eh per chi stasera non potesse seguirci c come sempre padanianet.com il nostro portale dov possibile rivedere tutte le nostre trasmissioni Pi nutriti e significativi i riferimenti alla comunit della LN sia come gruppo politico attivo in tal senso, sia come comunit radicata in una serie di domini cardine: il territorio (la casa, le parti, i comuni), la gente (gli imprenditori, gli amministratori, i nipoti),

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lidentit (la storia, la comunit). Si stabilisce pertanto un legame solidale tra gli appartenenti al gruppo, che passa attraverso il continuo rimando discorsivo al tessuto sociale che sostiene e supporta il movimento. In questo sistema cos coerente di riferimenti si affaccia per una macroscopica contraddizione. Il lessema paese, che compare con sette occorrenze concordando con nostro, travalica la dimensione locale portandoci sempre al livello nazionale. Il nostro paese, infatti, usato sempre come sinonimo di Italia, mai di Padania. Utilizzando, evidentemente in modo automatico, una locuzione ormai cristallizzata, i parlanti analizzati esplicitano il paradosso su cui e nonostante cui si fonda limpianto ideologico della LN: e si identificano in una comunit con la propria storia, la propria terra e i propri appartenenti, che si dichiara autonoma e autosufficiente, rispetto a un orizzonte nazionale che, in fin dei conti, fa parte della loro quotidianit ed , allo stato attuale, lunica istituzione possibile.

8. A ben guardare, dunque, se la pratica linguistica degli aderenti alla LN almeno per come labbiamo potuta verificare noi tramite lascolto mirato di una trasmissione di RP , alla superficie, assai diversa da quella dichiarata (ricordiamolo: niente dialetto, italiano connotato solo in modo non strutturale da elementi settentrionali, presenza addirittura di meridionalismi acclimatati, tecnicismi e cos via), loperazione linguistico-ideologica soggiacente non poi cos dissimile. Anche la pratica linguistica di RP tende alla creazione di una comunit: non scientifica, come avveniva per QP, ma ideale e ideologica. Il tentativo, come in molte altre esperienze di testualit orientate verso un fine delimitativo, appunto quello di creare un dentro, il pi possibile gratificante e inclusivo per coloro che ne fanno parte, e un fuori lontano e da tenere lontano, verso il quale generare e alimentare sospetto e diffidenza. Cos le realizzazioni linguistiche effettive rendono evidente quella che unambiguit di fondo del movimento politico, ovve-

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ro lidentificazione con un gruppo altro, autonomo, che si vuole radicalmente alternativo rispetto ai modelli consueti; allo stesso tempo, per, mostrano in chiave propagandistica laccettazione di una situazione reale che molto lontana dai principi separatistici enunciati programmaticamente dalla LN, ovvero il contesto unitario nazionale.
Gabriele Iannccaro, Enrica Cortinovis*

* Il lavoro concepito e realizzato in modo congiunto dai due autori, che hanno condiviso ogni fase della sua preparazione; tuttavia la redazione del testo da attribuirsi a Gabriele Iannccaro per i paragrafi 1, 2, 3, 6, 8 e a Enrica Cortinovis per i per i paragrafi 4, 5, 7. Gabriele Iannccaro ringrazia per le idee e le discussioni i suoi studenti dei corsi di Istituzioni di Pianificazione Linguistica allUniversit Bicocca degli ultimi anni, e in particolare Marta Miceli.

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Fuori le carte. Geografia della Padania

Sempre in bilico tra interpretazione come copia fedele del mondo e del racconto, o come strumento per la costruzione del racconto del mondo, la carta continua da tempi lontanissimi ad essere prodotta dagli uomini con scopi diversi e con altrettanti diversi modi di concepirne lessenza, mentre lei, imperterrita e indifferente, continua il suo gioco ambiguo e complesso. Sembra necessario, prima di affrontare il tema del contributo, tentare di indagare, sia pur sommariamente, alcuni modi in cui agisce, a volte indipendentemente da come considerata dai suoi produttori e/o dai suoi fruitori. Aldo Sestini la definisce cos: La carta una rappresentazione grafica della superficie terreste in piano e rimpicciolita rispetto la realt; vi si aggiunge talora che rappresentazione simbolica, in quanto fa uso di segni convenzionali (Sestini 1981, p. 70). Egli stesso per sottolinea come, riferendosi ad un oggetto complesso, questa definizione non possa essere considerata assoluta, perci ci fornisce altre definizioni, fra cui quella di Edoardo Imhof secondo il quale la carta la figura, resa in proiezione orizzontale, rimpicciolita, semplificata, completata nel contenuto e dichiarata nei suoi segni, della superficie terrestre o di sue parti, e sintetizza quella di Wilfried Krallert, secondo il quale la carta la rappresentazione in piano della superficie terrestre per mezzo di segni convenzionali e anche la rappresentazione dei diversi temi riposanti su tale figurazione (Sestini 1981, p. 71). In ogni caso queste definizioni sottintendono una sostanziale corrispondenza tra rappresentazione grafica e superficie terrestre, tra rappresentante e rappresentato, tra significante e significato. Certo si sottolineano la simbolicit del segno cartografico, le inevitabili deformazioni legate alle

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proiezioni, le necessarie semplificazioni, ma si afferma che la carta tuttavia rispecchia il mondo reale, e lo Hettner afferma che la carta vera secondo realt (Sestini 1981, p. 74). Questa visione della carta, secondo la quale il discostarsi del modello dal reale semplicemente dovuto ad inevitabili problemi tecnici, quella che ha prevalso nella letteratura geografica del 900. Questo tipo di visione abbastanza recente. Secondo Franco Farinelli (1992) lidea di corrispondenza sostanziale tra realt e rappresentazione si afferma parallelamente allimporsi della modernit, processo che si pu considerare compiuto con laffermazione dellideologia illuminista e del liberismo economico. I meccanismi attraverso i quali possibile laffermazione di questo concetto di carta sono la sostituzione del simbolo disegnato da parte del simbolo geometrico e ladozione della rappresentazione zenitale. Proprio questultimo elemento particolarmente importante per lattribuzione di veridicit alla carta. Quale punto di vista pu essere pi oggettivo, distaccato, privo di coinvolgimento emotivo, di quello che pone losservatore fuori dal campo di osservazione? La visione zenitale infatti, basandosi sulla finzione di immaginare che il disegnatore della carta si ponga al di sopra del territorio da rappresentare, sullaccettazione dellidea della rappresentazione cartografica come risultato della lontananza ideale del cartografo dal territorio descritto, sdogana il principio dellimparzialit e delloggettivit della stessa. Vidal de la Blache, nel 1904, afferma: Lo studio della carta a grande scala lo strumento riconosciuto ovunque il pi indicato per lanalisi e linterpretazione dei fatti geografici []: essa ci presenta unimmagine che si avvicina alla verit, quasi una fotografia della regione. [] esattamente l che i fenomeni geografici appaiono nei loro rapporti specifici. [] La carta topografica lo strumento di precisione, documento esatto che raddrizza le nozioni false (cit. da Lodovisi, Torresani 1996, p. 359). Asserisce cos non solo loggettivit della carta, sia pur topografica, ma anche loggettivit dellanalisi a cui serve da strumento, loggettivit della geografia e del geografo.

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Figura 1. F. Bertelli, Universale descrittione di tutta la terra conosciuta fin qui (fonte: Jacob, 1992).

Eppure, in modo solo apparentemente contradditorio, la carta serve anche a costruire dei mondi inesistenti. A parte le carte che corredano e danno senso a diverse opere letterarie, ci piace citare un planisfero disegnato da Bertelli nel 1565 e intitolato Universale descrittione di tutta la terra conosciuta fin qui (Figura 1): rappresenta un mondo in cui il Continente americano e lAntartide sono rappresentate come terre estremamente vaste, ricche di particolari come catene montuose, tracciati di fiumi e popolate di animali, ma, in diversi punti, una scritta ci avverte che si tratta di Terra incognita. Ovviamente ci si chiede come si possano rappresentare i particolari di una regione di cui non si conosce, dichiarandolo, lesistenza. Lo si pu fare perch la carta, precedentemente alla sua totale normalizzazione moderna, non presuppone la coincidenza tra rappresentazione e realt territoriale, concependola come simbolo del mondo, la cui sostanza concreta evoca realt indipendenti dal simbolo stesso (Eliade 1952). In fondo, la concezione della carta prima dellaffermazione dei procedimenti scientifici per la sua costruzione, meno ingenua

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Figura 2. Le peregrinazioni della citta di Logashkino (fonte: Monmonier, 1996).

dellattuale. Proprio perch alla carta moderna assegnata una patente di veridicit, che resiste tuttora, almeno nel senso comune, loggetto di qualsiasi rappresentazione cartografica viene, almeno in prima istanza, considerato come reale e la carta come veritiera. Ma, tanto per citare solo due tra i tanti possibili esempi, Mark Monmonier, mettendoci in guardia sul possibile uso maldestro o truffaldino delle carte, ci mostra come la citt di Logashkino, possa, in diverse edizioni di atlanti sovietici, cambiare posizione (Monmonier 1996, p. 116) (Figura 2), e Martin I. Glassner, in un diffusissimo manuale di geografia politica, illustrando il concetto di nazione non Stato, ci mostra a titolo desempio la carta della Repubblica delle Molucche Meridionali (Glassner 1995, p. 134), territorio esistente solo nei desideri di un gruppo di individui prevalentemente residenti nei Paesi Bassi.

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Se con Christian Jacob (1992) consideriamo la carta, pi che un oggetto, uno strumento di comunicazione con il quale non si rappresenta, ma si costruisce, secondo le proprie idee, le convenzioni sociali e le regole comunicative in vigore, il mondo, possiamo considerare la carta un discorso i cui contenuti possono essere falsi o veri, ma, anche in questultimo caso, reticenti, parziali, persuasivi, apologetici e cos via. Il discorso della carta inoltre particolarmente efficace perch, utilizzando prevalentemente il linguaggio iconico, che si presume sia in grado di diffondere il sapere pi efficacemente di quasi ogni altro mezzo di comunicazione, dato che si ritiene che la comunicazione visuale sia universale e internazionale sembra non avere apparentemente limitazioni imposte dalla lingua, dal vocabolario o dalla grammatica e pu essere compresa sia dallanalfabeta che dalla persona colta d alluomo lillusione di esprimere e riferire le sue esperienze in forma oggettiva (Carlotti 2000, pp. 31-32). Della presunta oggettivit e dellapparente immediatezza comunicativa della carta si spesso avvalsa la politica per esprimere le sue istanze, i suoi progetti, le sue visioni del mondo. La carta ha il potere di trasportare il suo lettore in una dimensione altra, su quella perpendicolare e a quella distanza che pu permettere di trasformare lindividuo in un titano il cui sguardo pu abbracciare ci che nella sua esperienza umana diretta non potr mai vedere. La carta diviene cos uno strumento per progettare, per immaginare. Non a caso Benedict Anderson nel suo libro Imagined communities (1991), nel descrivere i meccanismi e gli strumenti con cui sono state immaginate, e dunque rese possibili, le comunit nazionali, annovera la carta fra i mezzi utilizzati per la costruzione dellimmaginario nazionale e, conseguentemente, della comunit nazionale. Il discorso leghista, non necessariamente coincidente con le posizioni ufficiali del partito della Lega Lombarda prima e della Lega Nord poi, ha fatto largo uso della carta geografica come strumento comunicativo e, soprattutto, come strumento per immagi-

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nare/progettare la nazione padana cos come per rappresentare ci che padano non . Non solo la spada sguainata di Alberto da Giussano campeggiante sulla carta geografica della Lombardia o della Padania, o la massaia romana intenta a raccogliere le uova della gallina nordista raffigurata sul profilo della penisola, sono ormai entrati nel paesaggio politico-propagandistico italiano, ma della cartografia il discorso leghista ha fatto un uso costante e spesso pi raffinato. Periodici come La Padania, Il Sole delle Alpi, e i Quaderni Padani, cos come una serie di pubblicazioni non periodiche dispirazione leghista, hanno fatto e fanno un uso rilevante del linguaggio cartografico. Data la massa di materiale disponibile si scelto in questa occasione di analizzare, sia pur in modo sommario, le carte geografiche pubblicata dal bimestrale Quaderni Padani a partire dallinizio delle sue pubblicazioni, avvenuto nel 1995, fino allultimo numero del 2008. Ovviamente il discorso costruito da questa rivista si avvale prevalentemente del linguaggio verbale, al quale si affianca il linguaggio iconico e, pi in particolare, il linguaggio cartografico. In alcuni casi il linguaggio cartografico ha una valenza puramente decorativa, in altri casi discorsiva autonoma, in altri ancora linguaggio verbale e linguaggio cartografico si giustappongono, in altri casi linguaggio verbale e linguaggio cartografico sono strettamente connessi nella costruzione del discorso. Occuparsi solo dellelemento cartografico contenuto in questa pubblicazione dunque limitativo, ma lanalisi dellintero suo discorso sarebbe un compito che richiederebbe competenze e una trattazione molto pi vaste di quelle di cui si dispone. In ogni caso sembra di poter affermare che il discorso prodotto dalle carte pubblicate giochi su entrambe le sponde dellambiguit cartografica di cui precedentemente si detto. Infatti da una parte la carta viene presentata come una rappresentazione fedele, oggettiva della realt, dallaltra viene usata per la costruzione di realt inesistenti e, dunque, come strumento per immaginare delle realt ipotizzabili. Anzi, la prima dimensione,

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quella della veridicit, spesso rafforza la seconda, suggerendo che ci che rappresentabile cartograficamente realizzabile, se non gi reale. Fin dal loro primo numero, i Quaderni Padani (QP) hanno ospitato una sezione denominata La rubrica silenziosa in cui una serie di dati statistici, prevalentemente su base regionale italiana, ma a volte anche su base provinciale e, pi raramente, su base regionale a scala europea, sono presentati, senza alcun commento, in tabelle e in carte tematiche fra le quali prevalgono i cartogrammi a mosaico. Le oltre 200 carte pubblicate in questa rubrica spaziano su temi che vanno dal numero di protesti ogni 100 abitanti alla percentuale di disoccupati, dalla percentuale di pensioni dinvalidit sul totale delle pensioni Inps al numero di minori fuggiti di casa, dal numero delle ditte individuali al rapporto tra condannati per regione di nascita, dalla diffusione dei quotidiani sportivi al numero di extracomunitari regolarizzati e cos via. Queste rappresentazioni cartografiche potrebbero essere sottoposte a una serie di critiche. Ad esempio spesso la scelta della base territoriale del dato e dunque la scelta di scala, in senso geografico (De Rubertis 2009), della rappresentazione cartografica del tutto inadeguata, annegando nella media regionale realt fra loro diversissime dal punto di vista sociale, economico e culturale, oppure la carta che rappresenta le distanze chilometriche in linea daria da Milano (QP, 3, 14, p. 55) non tenendo conto della morfologia territoriale e della rete viaria, risulta ben poco significativa, ancora spesso le variabili messe in correlazione per la costruzione della rappresentazione non sono significative, ad esempio in una carta (QP, 12, 68, p. 41) si mette in relazione il numero dei protesti con i residenti, mentre sarebbe stato molto pi significativo metterlo in relazione con il numero dimprese. Ci che per in questa occasione ci preme di pi la dichiarata fiducia nellelaborazione statistica e, conseguentemente, nella sua rappresentazione cartografica. La rubrica infatti sempre introdotta da una dicitura che ha il tono della dichiarazione di fede: La statistica una scienza fatta di dati e cifre che

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quasi sempre non necessitano di commenti. Di seguito si riportano i dati di alcune indagini scelte fra le tante disponibili e pi o meno note. Appare chiara ladozione dellidea della carta come rappresentazione oggettiva della realt, anche se un cartogramma dedicato al numero di pillole di Viagra ogni 1000 uomini affiancato da una tabella in cui sono elencate le province pi consumatrici e quelle meno consumatrici di questo farmaco, fra queste ultime annoverata la provincia di Potenza e, tra parentesi, pubblicata la domanda: per via del nome? (QP, 12, 68, p. 47, cfr. Figura 3), che, se pu essere interpretata come lemersione dello spirito goliardico e dissacratore che caratterizza gran parte del linguaggio leghista, pu anche essere intesa come una larvata e ironica messa in guardia nei confronti della statistica e delle carte che, rappresentandone i risultati su di un disegno che nel senso comune il territorio, operano quellinversione denunciata da Emanuela Casti (1998, p. 11): Dopo la sua redazione la carta acquista una individualit a s stante in grado di influire sui destinatari in modo autonomo: essa opera quale strumento idoneo a comunicare lintenzione del cartografo di far accettare una determinata interpretazione della realt, ma nello stesso tempo esprime una funzione indipendente dalle intenzioni di colui che lha prodotta. Soprattutto, la carta si fa oggetto e soggetto del discorso, dirige il discorso, mentre si crede di parlare del territorio con lausilio della carta, in realt si parla della carta credendola il territorio. Le carte pubblicate sulla rivista sottoposta ad analisi, come gi detto, tendono anche a costruire una realt territoriale, la Padania, che, almeno da un punto di vista politico, non c, o meglio, che esiste solo nei desideri dei suoi fautori. Ci avviene in diversi modi. Innanzitutto appaiono in pi occasioni le carte che rappresentano, dunque reificano, il progetto politico padanista, ad esempio, a completamento di un articolo intitolato Levoluzione dei progetti costituzionali padani, sono state pubblicate sei carte che rappresentano le varie ipotesi di territorio federale padano (QP, 6, 27, pp. 25, cfr. Figura 4). Ancora, ad illustrazione di un articolo che propone larma della persuasione per la battaglia indipendentista stata pubblicata una carta dellauspicato stato padano (QP, 10, 55, p. 1).

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Figura 3. La rubrica silenziosa (fonte: Quaderni Padani, anno XII, n. 68).

Coerentemente con la caratterizzazione di periodico culturale dei Quaderni Padani, lapporto delle carte alla costruzione del progetto padanista consiste nella rappresentazione di temi considerati elementi dellidentit padana. Una serie di carte tende a costruire lidentit padana basandosi su presunte o reali basi comuni storiche, genetiche, linguistiche, religiose, della cultura materiale, rappresentando, in questa occasione non importa quanto correttamente sia da un punto di vista cartografico, sia da un punto di vista storico, etno-

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Figura 4. Progetti padanisti (fonte: Quaderni Padani, anno VI, n. 27).

grafico e sociolinguistico, tutta una serie di temi, come le aree di diffusione di lingue e dialetti, le aree dinsediamento di antichi popoli, le localit con toponimi dalle radici riconducibili ad antichi abitatori dellarea, la presenza di particolari simboli nellaraldica cittadina, le localit caratterizzate dal culto di particolari santi, le aree o le localit in cui persistono alcune tradizioni popolari, le aree in cui si verificarono rivolte antigiacobine interpretate come rivolte antinazionali, le aree in cui maggiore fu la resistenza allavanzata romana nel nord dItalia e cos via. Questo insieme di carte tende a diffondere lidea che gli elementi culturali e, come si visto, in questo caso anche genetici comuni, siano precedenti alla costruzione della nazione politica, che, a questo punto, vista come non solo auspicabile e rispondente a giustizia, ma anche inevitabile, fornendoci un chiaro esempio di visione primordialista della nazione (dellAgnese 2005, pp. 120-121).

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Le carte pubblicate dai Quaderni Padani possono essere considerate un tassello di un discorso geopolitico pi ampio. Secondo Simon Dalby (1991), caratteristica di questo tipo di discorso lalimentarsi di dicotomie, non tanto funzionali a descrivere e capire laltro, quanto a rappresentare se stessi attraverso un metodo di comparazione ed esclusione, di modo che la comunit degli uguali si costruisce pi per differenziazione dallaltro che per individuazione di caratteristiche comuni. Per la verit, il materiale cartografico pubblicato dalla rivista in esame tende pi a costruire in modo positivo la comunit padana che non per contrapposizione a quanto non viene considerato padano. In ogni caso la linea che divide il noi dal loro nelle carte pubblicate dai Quaderni Padani sembra dividere lo spazio in un Nord e in un Sud ideali. Una serie di carte sono volte a mostrare lappartenenza degli elementi culturali padani alla cultura centro e nordeuropea, anche se non mancano carte che rappresentano comunit di popolazioni identificate come padane localizzate al di fuori dello spazio padano. La descrizione dellaltro viene affidata soprattutto ai cartogrammi in cui la scelta dei tematismi tende a costruire una distinzione netta tra il Sud e il Nord della penisola. Forse non a caso un articolo riassuntivo delle molte carte pubblicate ne La rubrica silenziosa e intitolato I numeri delloppressione, introdotto da unimmagine metacartografica in cui la parte peninsulare dellItalia prende la forma di una mano che strangola la Padania (QP, 11, 61-62, p. 44). Laltro per antonomasia sembra per rappresentato dal mondo islamico. Un articolo significativamente intitolato: Il ruolo della Padania nelleterna lotta fra lEuropa e lIslam (QP, 5, 22-23, pp. 1835) corredato da dodici carte. Rappresentano in sostanza il tentativo di ricostruire le fasi storiche de quella che viene definita lespansione islamica. Un gran numero di carte rappresenta essenzialmente o il bacino del Mediterraneo o il blocco continentale euroasiatico-africano. Nella maggior parte di queste carte per distinguere i territori occupati dagli islamici si utilizzato il colore nero che si contrappone al bianco dei territori non islamizzati, trasmettendo da una parte lidea di netta contrapposizione tra le due realt territoriali rappresentate e dallaltra lidea di uniformit interna fra que-

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enrico squarcina

sti due mondi. Inoltre ladozione, fatta pi o meno consciamente, del colore nero per laltro, suggerisce lidea della sua pericolosit, come ci ricorda infatti Monmonier (1996, pp. 163-173) la scelta e luso dei colori nelle carte non affatto banale. Le legende che, secondo Jacob (1992, pp. 251-262), pur non esprimendosi con il linguaggio cartografico, sono da considerare, cos come i titoli, facenti parte della carta, sia perch ne condividono lo spazio/supporto, sia perch hanno il potere dindirizzare locchio e linterpretazione della carta tendono a costruire unidea di contrapposizione costante e netta tra mondo islamico e mondo cristiano, viste come realt uniformi e antitetiche e a suggerire che lattuale situazione geopolitica sia interpretabile come la fase pi recente di questa lotta. A titolo desempio si vuole ricordare come la Tavola IV, che rappresenta i Conflitti che hanno coinvolto i paesi islamici 1970-1999, sia posta dopo una serie di carte che rappresentano lespansione territoriale islamica (QP, 5, 22-23, p. 22, cfr. Figura 5). Sulla carta una serie di simboli puntiformi, che vagamente ricordano unesplosione, individuano le aree in cui si sono svolte o sono in corso, Guerre o guerre civili, mentre una crocetta di dimensioni inferiori, ricorda i luoghi dove si sono verificati i Principali atti di terrorismo. Lutilizzo di un solo simbolo per ogni conflitto che ha coinvolto i paesi islamici annulla la complessit geopolitica, tace sulle motivazioni dei conflitti, non dice nulla sui protagonisti di questi scontri. La carta pu essere interpretata anche come racconto visuale della contrapposizione tra un mondo ordinato e pacifico, lEuropa occidentale, e il regno del caos che, tramite il terrorismo e la vicinanza spaziale dellarea balcanica, le cui guerre sono dalla carta annoverate tra quelle che hanno coinvolto paesi islamici, cerca di contaminarci e degradarci alla condizione di disordine. Basta sfogliare velocemente un atlante storico per rendersi conto di come, volendo ad esempio rappresentare in una carta le guerre che hanno coinvolto i paesi cristiani, anche volendoci limitare a quelli che hanno coinvolto lEuropa occidentale e anche volendo limitare il lasso di tempo considerato, il risultato sarebbe inintelligibile. Ne risulterebbe un caos composto dal sovrapporsi dei simboli

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Figura 5. Noi e loro cartografico (fonte: Quaderni Padani, anno V, nn. 22-23).

evocanti i conflitti grandi e piccoli che hanno caratterizzato questa parte del nostro pianeta. Ma per quale motivo costruire una carta del genere se non si ha bisogno di dipingere il nostro mondo come il regno del caos? Disegnare una carta non significa riprodurre una parte di superficie terrestre, ma fare un racconto, fondato su basi storiche o su percezioni, paure, progetti: significa immaginare uno spazio. In fondo, anche quando con un tratto di matita tracciamo sulla carta una rotta, immaginiamo una traversata, progettiamo un futuro. In questo senso la cartografia padanista perfettamente consona al suo scopo e forse pi interessante leggerla come interpretazione del mondo piuttosto che come progetto che su quellinterpretazione posa le sue fondamenta.
Enrico Squarcina

Origini
La Padania promessa Genealogia e storia dellimmaginario leghista

Svilupper un riflessione sullimmaginario leghista partendo da due domande: a) perch la Lega si impegnata molto pi di altri partiti sul piano simbolico, per la costruzione di un immaginario collettivo?; b) perch limmaginario leghista ha assunto progressivamente una forma originale e specifica, che ha valorizzato soprattutto linvenzione della Padania? Limmaginario collettivo pu essere definito in generale come un insieme di simboli e concetti, intrecciati a sentimenti ed emozioni, presenti nella memoria e nellimmaginazione degli individui facenti parte di una collettivit. Per un partito politico, limmaginario collettivo assume una grande importanza perch pu connotare profondamente sia la sua identit che la comunicazione e le interazioni con la comunit nazionale in cui opera. Si pu fare riferimento allimmaginario leghista come a uno specifico immaginario collettivo condiviso da militanti, simpatizzanti ed elettori del Carroccio e conosciuto/riconosciuto anche da gran parte dellopinione pubblica. La Lega ha costruito il suo immaginario collettivo seguendo un percorso pi complesso e in certa misura anomalo rispetto a quello seguito da altre forze politiche. Il riferimento a un ambito territoriale subnazionale stato sempre laspetto centrale dellimmaginario leghista: in una prima fase le singole regioni dellItalia settentrionale, poi la Padania, una nuova nazione immaginata di cui sono cambiati nel corso del tempo la configurazione geografica e i contenuti. Per affermarsi sul piano politico ed elettorale la Lega ha spesso utilizzato le idee e le forme di comunicazione tipiche delle formazioni populiste, con la necessit di costruire uno specifico immaginario collettivo molto diverso e contrapposto a quello degli altri partiti. Nella costruzione dellimmaginario leghista hanno assunto grande importanza sia le pratiche e le strategie comunicative di

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Bossi e degli altri attivisti del movimento, sia le interazioni complesse e ambivalenti fra il sistema dei media italiani e il Carroccio. Le principali reti televisive e i quotidiani pi diffusi hanno oscillato fra il silenzio, lironia e le critiche feroci alla Lega in alcune fasi, e la sovraesposizione e una implicita ammirazione in altre. Bossi riuscito spesso a cogliere, con molto anticipo rispetto al ceto politico e ai media, le tensioni, gli umori e i problemi presenti nella societ italiana. La proposta di un nuovo e diverso tipo di linguaggio ha consentito poi di rendere immediatamente evidenti i tratti centrali dellimmaginario leghista, offrendo un potente referente simbolico per i sentimenti di appartenenza.

Limmaginario regionalista Il processo di costruzione del partito di Bossi si era avviato nel corso degli anni Ottanta con la formazione di diverse leghe autonomiste che cercavano di trasformare un riferimento geografico-amministrativo (la regione) nella base per una intensa identificazione (Diamanti 1993; Biorcio 1997). La scarsit di risorse organizzative proprie aveva indotto i primi nuclei di autonomisti ad impegnarsi in unattivit di produzione simbolica innovativa per attirare lattenzione del pubblico, sfruttando in particolare le opportunit offerte delle diverse scadenze elettorali. Le leghe autonomiste cercavano di coniugare la difesa di interessi specifici, localizzati sul territorio, con la valorizzazione di tutti i tratti distintivi della culture regionali. Poich era difficile basare la identit nazional-regionale su evidenti differenze etniche, razziali, o religiose, le leghe autonomiste hanno scelto di valorizzare i dialetti come base privilegiata per costruire nellimmaginario collettivo lidea dei popoli delle diverse regioni del Nord. Lostentazione di discorsi dialettali da parte dei leghisti eletti nelle istituzioni svolse una funzione importante per dare visibilit alle nuove formazioni politiche. Il dialetto ha conservato anche negli anni successivi un importante significato simbolico, come testimonianza di forme culturali autonome. Espressioni dialettali sono state usate soprattutto per designare, su manifesti e nelle scritte murali, le

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citt dellItalia settentrionale, riaffermando unidea di sovranit della popolazione locale sul territorio. Per tutti gli anni Ottanta lattenzione della grande stampa per la Lega era stata molto scarsa, malgrado gli aspetti di novit e il carattere trasgressivo di molte iniziative leghiste. Solo dopo i primi successi elettorali, il Carroccio ha potuto trovare spazio sulla grande stampa e sui network televisivi. Lattenzione era attratta soprattutto dalle manifestazioni di folklore, dalluso del dialetto da parte dei leghisti eletti nelle istituzioni. Poca attenzione era dedicata al programma e ai problemi segnalati. Si sottolineavano le posizioni antimeridionaliste e i tratti razzisti delle posizioni leghiste. Si metteva in evidenza linesperienza politica dei candidati proposti dal nuovo partito. Gli articoli sui giornali assumevano in molti casi una funzione espressiva-interpretativa, punteggiata di critiche anche pesanti e di disprezzo (Mazzoleni 1992, p. 293). La Lega impar daltra parte a usare a proprio vantaggio anche le prese di posizioni pi ostili della stampa: Allinizio reagivamo, ma non serviva a niente. E cos abbiamo deciso di adeguarci, di trasformare gli attacchi dei giornali in un formidabile veicolo di propaganda (Bossi 1992, p. 99). Lappello elettorale delle leghe autonomiste proponeva soprattutto lidea di dare espressione allappartenenza regionale, con slogan del tipo Sono piemontese e voto piemontese; Sono ligure e voto ligure e cos via. I risultati elettorali furono per deludenti fino al 1989, quando fu presentata la lista Lega Lombarda-Alleanza Nord, una coalizione di sei leghe regionali (la coalizione comprendeva la Lega Lombarda, la Liga Veneta, Alleanza Toscana, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola). Sul simbolo elettorale e sui manifesti comparve per la prima volta una carta dellItalia settentrionale che si estendeva senza confini precisi fino a inglobare un parte delle regioni del Centro. In Lombardia la Lega divent il quarto partito e promosse la formazione delle diverse Lega Nord. Alle elezioni regionali del 1990 i voti leghisti triplicarono rispetto a quelli dellanno precedente. I manifesti elettorali richiamavano ancora lappartenenza alla singola regione come motivazione del voto, ma tutte le liste

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presentano la denominazione Lega Nord, e la stessa mappa dellItalia settentrionale sotto limmagine di Alberto da Giussano. Per spiegare gli inattesi successi elettorali leghisti i giornalisti utilizzavano spesso uno schema che si pu definire come una teoria del rispecchiamento (Biorcio 1991): si assumeva cio una sorta di relazione speculare fa la Lega e la societ (la Lombardia, le regioni dellItalia settentrionale) entro cui si era affermata. Venivano presi alla lettera i messaggi della Lega e proiettati sulla societ. Al tempo stesso si cercava di comprendere il nuovo attore politico proiettando su di esso alcuni tratti tipici dalla societ, e la capacit di soddisfare le esigenze che da essa emergevano. I giornalisti che usavano ampiamente questo schema di analisi diventavano importanti veicoli per la identificazione del pubblico con il nuovo soggetto politico. Limmaginario populista Le difficolt a dare vita a un autentico partito a base etnica nelle regioni dellItalia settentrionale sono state superate dalla Lega sfruttando a fondo le possibilit esistenti in Italia per la protesta populista (Biorcio 1991; Kitschelt - McGann 1995; Diani 1996; Betz 1998). Le rivendicazioni originarie dellautonomismo regionalista sono state trasformate con nuovi contenuti: le polemiche contro i partiti tradizionali e i grandi poteri economici, unite a una crescente intolleranza verso gli immigrati. I nuovi contenuti non erano specifici delle singole regioni, ma potevano unificare lintero movimento leghista. Nella contrapposizione fra le popolazioni dellItalia settentrionale e lo Stato centralista si potevano cos esprimere sia il rancore per la perifericit politica delle regioni economicamente pi sviluppate sia le tensioni esistenti fra la grande maggioranza dei cittadini e i partiti politici al governo. La polemica leghista contro i partiti, la corruzione e gli sperperi della pubblica amministrazione si esprimeva in messaggi strutturati su codici a bassa soglia di percezione, atti ad accarezzare la sensibilit dellelettore lombardo, ma anche dellelettore di altre regioni, non necessariamente del Nord (Mazzoleni 1992, p. 293).

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Le proteste e le proposte leghiste trovavano un consenso crescente in tutta lItalia settentrionale. Le elezioni del 1992 furono considerate da molti commentatori come un terremoto politico per i partiti della Prima Repubblica. Si diffondeva fra gli editorialisti lopinione che la Lega poteva essere uno strumento efficace per combattere la partitocrazia. Anche sulle reti televisive trovavano spazio i temi che la Lega aveva sollevato. Lantipolitica e la crisi dei partiti della Prima Repubblica venivano rappresentate e amplificate nei programmi di informazione-dibattito e nei talk show di successo. Era spesso messo in scena uno dei temi chiave del discorso della Lega: la distanza fra la classe politica e i cittadini. Agli interventi dei politici si contrapponevano spesso le dichiarazioni della gente comune e dei rappresentanti di diverse categorie sociali. Ai toni retorici e al politichese dei primi, si contrapponevano spesso la rabbia, le proteste e talvolta le urla dei cittadini comuni. Dare la parola alla piazza, o a platee appositamente costruite, era una strategia abitualmente impiegata per la spettacolarizzazione dellinformazione, che metteva in scena le tensioni e i temi della crisi politica in corso (Grossi 1994, p. 54). Le immagini dellItalia settentrionale presentate sulle reti televisive erano spesso una sovrapposizione di tradizionali luoghi comuni (loperosit, limpegno nel lavoro, lelevata produttivit) con alcune tipiche idee leghiste (la protesta antistatalista, la critica alla amministrazione centrale, la domanda di autonomia). E veniva di fatto legittimata la Lega come autentica espressione delle regioni settentrionali: Portatore dellidentit del Nord sempre Bossi, e il rapporto con le altre identit (nazionali, locali) in genere di contrapposizione (Grossi 1994, p. 24). Il modo di parlare, di vestire, di atteggiarsi del leader leghista si presentava al tempo stesso come garanzia di autenticit e di autovalorizzazione di uno stile di vita popolare. Al politichese Bossi contrapponeva un linguaggio immediatamente chiaro e concreto, che evocava la quotidianit della gente comune. Erano spesso esibite come elemento di autenticit le infrazioni al galateo osservato nel linguaggio politico e nel linguaggio colto in generale. Il linguaggio leghista diventava daltra parte solenne e aulico

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per sottolineare la sacralit dei momenti e dei luoghi in cui si svolgono rituali e cerimonie di massa.

La Padania come patria immaginata La fusione delle Leghe in un unico movimento politico ha fatto emergere il problema di individuare un nuovo ambito territoriale come riferimento per lidentit e lappartenenza. La mancanza di un comune profilo etnoculturale delle regioni settentrionali ha indotto la Lega a fare emergere lidea di una nuova patria creando i simboli e i rituali di un vero e proprio Stato. La prima idea stata quella della Repubblica del Nord che divent nel 1991 il tema caratterizzante del primo Congresso della Lega Nord: Repubblica del Nord - Uno Stato Confederale Nord-Centro-Sud. La nuova patria fu poi consacrata nellimmaginario degli attivisti e dei simpatizzanti dai rituali collettivi del giuramento a Pontida. Le proposte leghiste trovarono il sostegno nel progetto di riforma costituzionale di Gianfranco Miglio: una divisione dellItalia in tre macroregioni confederate, intermedie fra Stato e regioni, designate come Repubblica del Nord, del Centro e del Sud, dotate di competenze quasi esclusive nel campo della politica economica e della fiscalit (Miglio 1992). Nel 1996 la Lega riusciva a diventare il partito pi votato nelle regioni del Nord (20,5) e si impegn nel tentativo di fare emergere nellimmaginario collettivo lidea della Nazione Padana, con il ricorso a simboli, rituali e miti secondo il classico percorso di invenzione della tradizione (Hobsbawm, Ranger 1983). Le manifestazioni del 13-15 settembre 1996 hanno cercato di demarcare simbolicamente il territorio della nuova nazione. Riprendendo la logica del ritualismo pi antico, si operava una sacralizzazione del fiume Po dalle sorgenti fino al mare, facendolo diventare un nuovo simbolo del movimento. Le tre giornate di mobilitazione hanno coinvolto solo gli attivisti e i simpatizzanti del Carroccio, ma hanno avuto un grande impatto

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sullopinione pubblica, trasformando in modo duraturo limmagine del partito di Bossi. La Marcia sul Po e la proclamazione simbolica dellindipendenza della Padania hanno avuto una grande visibilit sui media, occupando una quota rilevante del tempo dei telegiornali delle reti Rai e Mediaset. Una elevatissima copertura era offerta anche dai principali quotidiani con innumerevoli servizi, immagini ed editoriali. Liniziativa della Lega era criticata da quasi tutti gli interventi, che accusavano il partito di Bossi di colpire la Costituzione e di rappresentare una minaccia per il Paese. Lelevatissima attenzione dei media e le dichiarazioni delle autorit politiche nazionali testimoniavano la grande importanza assunta dallevento. Molti giornalisti commentavano con ironia i riti, i giuramenti corali, i simboli e le bandiere che caratterizzavano le manifestazioni leghiste. Rituali e giuramenti collettivi hanno per suscitato un elevato coinvolgimento emotivo nei partecipanti, rafforzando la solidariet di gruppo e trasformando i suoi simboli. Allidea del Nord si affiancava e sovrapponeva quella della Padania, un nome autoreferenziale senza riferimenti impliciti allesistenza di un Sud. Nel febbraio 1997 il terzo congresso ordinario cambiava il nome del movimento: da Lega Nord Italia Federale a Lega Nord per lIndipendenza della Padania. E anche i nomi del quotidiano e della radio gestiti dal Carroccio ripropongono lidea della nuova patria. Per i militanti e i simpatizzanti del Carroccio la Padania diventava un simbolo onnipotente, sintesi di una grande variet di significati e di desideri, che vanno molto al di l del progetto di modifica dellassetto istituzionale del nostro paese. Si associano allimmagine della Padania sia il suo grande potenziale produttivo che le virt civili della popolazione: i valori morali, gli usi e i costumi e il rispetto delle regole di convivenza. Questi tratti trovavano fondamento in una cultura, una memoria storica e una discendenza comune. Il nuovo simbolo era naturalmente connotato da forti valenze polemiche rispetto allItalia e al Mezzogiorno, rielaborate dallimmaginario individuale dei militanti e dei simpatizzanti (Biorcio 1997, p. 205). Il Carroccio ha sempre daltra parte sottolineato la coincidenza fra la propria affermazione e il destino della nuova patria.

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Pu vivere lidea della Padania soprattutto per lesistenza di un soggetto politico protagonista di battaglie (reali o immaginarie) per lautonomia del Nord. Esiste la Padania perch esiste, ed ha successo, un movimento che ne reclama la liberazione.

Le paure della comunit invasa Il progetto della indipendenza della Padania non ha coinvolto, e non ha avuto il sostegno, delle lites economiche, finanziarie e intellettuali del Nord. Il quadro politico daltra parte molto cambiato a partire dal 2001, quando la Lega si nuovamente alleata al centrodestra e ha potuto occupare posizioni chiave al governo e in molte amministrazioni regionali, provinciali e comunali. Gli effetti della globalizzazione e della crisi economica in corso creano difficolt crescenti per i ceti popolari. La risposta della Lega a questi problemi si espressa soprattutto focalizzando lattenzione sugli immigrati e promuovendo azioni simboliche per difendere le comunit locali da presenze percepite come invasive. Pi che sul tema del federalismo, che non appare in grado di mobilitare lopinione pubblica, il partito di Bossi ha investito soprattutto sul binomio sicurezza/immigrazione (Biorcio 2010). La Lega ha cos notevolmente ampliato la sua influenza a livello popolare, soprattutto fra gli elettori di centrodestra e di destra. Si cos trasformata in modo significativo la cultura politica delle destra nelle regioni del Nord perch la diffusione delle idee leghiste si estesa anche al di l dellelettorato del Carroccio. Lindividuazione di un potenziale nemico comune (limmigrato) ha favorito lespansione elettorale della Lega non solo in tutto il Nord, ma anche nelle tradizionali regioni rosse. difficile per riconoscere tratti etnoculturali comuni in un complesso ormai troppo vasto e diversificato di regioni. La Lega si impegnata cos a sviluppare una sorta di patriottismo difensivo a geografia variabile. Partendo dalle opinioni e dalle paure diffuse fra la gente, il partito di Bossi si impegna e avanza proposte per rallentare gli sviluppi della globalizzazione e proteggere con ogni mezzo le comunit

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locali, le regioni, la Padania e anche lItalia. Ai processi di tipo globale in corso viene contrapposta la difesa delle comunit a base territoriale, dei loro interessi, della loro cultura e in generale delle loro forme di vita tradizionali, compresa la religione cattolica. Lidea della comunit invasa e le parole dordine come comandiamo a casa nostra o padroni a casa nostra istituiscono sostanziali differenze fra i diritti dei padroni di casa e quelli degli eventuali ospiti, pi o meno desiderati. Sono legittimate tutte le forme possibili di resistenza allo sviluppo di una societ multietnica, cos come lidea del diritto a un primato (o alla esclusivit) di chi appartiene alla comunit locale (e anche alla regione, alla Padania o allItalia) rispetto agli immigrati nellaccesso al lavoro, ai servizi sociali e alle risorse pubbliche. la stessa idea che stata inventata da Le Pen, il principio del primato nazionale (les Franais dabord). Il Front National francese riuscito cos a collegare strettamente la questione immigrazione e la questione dellidentit nazionale, una strategia che si rivelata molto efficace sul piano elettorale. La Lega ripropone queste idee in modo pi flessibile, sia riferendole alle comunit locali o regionali, sia estendendo il campo di applicazione alla Padania e anche in molti casi allItalia. Liniziativa politica pu svilupparsi cos a diversi livelli, impegnandosi anche nella difesa della comunit e dei confini nazionali, e non solo di quelli regionali o della Padania. Il partito di Bossi ha acquisito progressivamente (e intenzionalmente) la funzione di diga per frenare i flussi migratori e linsediamento degli immigrati sul territorio, cos come nel secondo dopoguerra la Dc si era attribuita la funzione di diga nei confronti del comunismo.

Le componenti dellimmaginario leghista Le culture politiche italiane, e gli immaginari collettivi ad esse associati, avevano sempre assunto come referenti una serie di polarizzazioni semantiche: cattolico/laico, operai/padroni, democratico/fascista, statalismo/privatismo, e poche altre. Le diverse contrapposizioni erano politicamente sintetizzate e tradotte nella

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dimensione sinistra/destra, nellambito di un regime dominato dal bipartitismo imperfetto (Galli 1996). La Lega ha contestato queste idee, e soprattutto limportanza attribuita alla dimensione sinistra/destra. Nellimmaginario collettivo leghista trovano spazio altri tipi di scenari conflittuali, parzialmente sovrapposti: la frattura Nord-Sud, la tensione fra cittadini e ceto politico, fra piccola e grande impresa, fra gli insediati nel territorio e i nuovi immigrati, la tensione fra gente comune e devianti (dai rom agli omosessuali). Limmaginario costruito e comunicato dal Carroccio ha cercato di sintonizzarsi con la cultura, le storie, i miti, i pregiudizi diffusi a livello popolare nelle regioni dellItalia settentrionale. Le polarizzazioni valorizzate dalla Lega si dislocano in due dimensioni principali: una orizzontale, lungo la linea di potenziale frattura fra i diversi popoli e territori; una verticale che contrappone chi sta in alto e chi sta in basso nelle diverse gerarchie di stratificazione sociale. Nel discorso leghista, la polarizzazione orizzontale contrappone il Nord al Sud: da una parte le regioni settentrionali e la Padania, assimilati agli stati europei di lingua tedesca, dallaltra tutto ci che nellimmaginario collettivo pu essere assimilato allAfrica. Gli immigrati meridionali e extracomunitari sono associati a potenziali minacce per le popolazioni delle regioni settentrionali. La polarizzazione Nord-Sud spesso declinata in chiave politica come contrapposizione fra la Lega e i partiti che hanno un radicamento privilegiato nellItalia meridionale La polarizzazione verticale assume le tipiche forme del populismo. La gente comune, i popoli della Padania, la piccola impresa e i suoi lavoratori, si contrappongono al ceto politico romano, ai gruppi che dominano leconomia e la finanza, ai grandi mezzi di comunicazione di massa. In questo modo la Lega cerca di recuperare in chiave populista la frattura di classe, proponendo unalleanza fra gli operai, i piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti contro il grande capitale e contro lo stato coloniale, che dissipa le risorse delle regioni settentrionali a favore del Mezzogiorno. Nellimmaginario leghista i diversi tipi di scenari conflittuali sono intrecciati e sovrapposti e il Carroccio si rappresenta come protagonista centrale in grado di gestire i conflitti che via via emer-

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gono. La narrazione proposta ha avuto una forze valenza di tipo identificante, funzionale a creare un noi collettivo che accomuna il leader, il movimento e il suo pubblico, contro nemici definiti in chiave sociale e territoriale. La spiegazione degli eventi politici ha fatto molto spesso riferimento allidea del complotto, ordito da nemici diversi, contro la Lega. Il movimento e il suo leader sono sempre stati in passato pronti a sventarlo, spesso ricorrendo a mosse inattese che si ispirano alla sagacia e allastuzia popolari. Le inchieste della magistratura sugli affari del tesoriere Belsito e le accuse di comportamenti scorretti dei familiari di Bossi hanno creato molte difficolt al Carroccio perch hanno colpito alcuni degli elementi pi importanti dellimmaginario leghista. Le denunce della corruzione del ceto politico romano hanno sempre caratterizzato limmagine del Carroccio nellopinione pubblica e sono rimasti un punto di riferimento fondamentale per gli attivisti e i simpatizzanti del movimento. Bossi ha cercato di utilizzare ancora una volta largomento del complotto dei magistrati e dei media contro la sua persona e contro la Lega, ma ha dovuto dimettersi dalla carica di segretario. Per la prima volta, non stato seguito su queste posizioni da gran parte di dirigenti del Carroccio. Maroni si impegnato tanto per la difesa del leader, ma ha chiesto una pulizia morale nel movimento, cercando di mobilitare lantipolitica e la rabbia contro il ceto politico su bersagli interni. Liniziativa ha cambiato i rapporti di forza allinterno del Carroccio ma non riuscita a modificare in modo significativo il malumore della base e a riaccendere la mobilitazione. Si avviato un complesso e inedito processo di trasformazione dalla leadership del movimento. Anche se si ampliato lo spazio politico per lopposizione contro le misure impopolari del governo Monti, le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il Carroccio lo rendono pi simile agli altri partiti e possono provocare significative cadute del consenso elettorale.
Roberto Biorcio

Pedagogia
Esiste una pedagogia leghista?

Una pedagogia pochissimo critica Per rispondere alla domanda attorno allesistenza di una pedagogia leghista, in ovvia associazione allaltro quesito concernente lesistenza o meno di uneducazione leghista, si rende necessario definire preventivamente, e con sufficiente precisione, cosa possa intendersi per pedagogia e cosa per educazione. necessario farlo poich le parole in questione non sono considerabili (ammesso che altre possano esserlo) soltanto come descrittive rispetto alloggetto che definiscono, ma sono altres esplicitamente valutative, cio tendono a circoscrivere qualcosa che, per il solo fatto di essere definito in un certo modo e non in altro, assume una connotazione valoriale positiva o negativa. Per esempio, la parola educato (beneducato in contrapposizione a maleducato) oltre a descrivere linearmente il risultato raggiunto di una intenzione educativa (gli educatori hanno raggiunto i risultati auspicati e previsti), valutativa in s poich esprime un giudizio rispetto a un certo modo di essere di un soggetto, considerandolo confacente al contesto in cui inserito (gli educatori hanno risposto alle aspettative valoriali presenti in tale contesto). Pedagogia ed educazione sono quindi parole che, come molte altre, non sono sottoposte solo alla fatica dovuta alla necessit di delimitare e definire il proprio contenuto, ma anche alla fatica del soggiacere a, o dello svincolarsi da, molteplici implicazioni valoriali. In ambito pedagogico, inoltre, la necessit di raccontare qualcosa attorno alle parole che si utilizzano si accentua poich, a differenza di altri termini che contribuiscono a costruire linguaggi specialistici, le parole delleducazione appartengono non solo al lin-

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guaggio scientifico ed esperto, ma diffusamente anche a quello non esperto e non scientifico. Sono parole che danno il nome, e contribuiscono a fornire una cornice di senso a molte esperienze che si svolgono nella quotidianit delle vite individuali e collettive. Innanzitutto pedagogia: con tale termine, in questo caso, si fa riferimento, utilizzando una razionale e funzionale analisi a bassa soglia, al sapere sulleducare, senza esclusione alcuna, a prescindere dal suo essere ingenuo o manierato, istituzionale o no, consapevole o meno. Tutto il sapere, non soltanto una componente di tale sapere come, per esempio, il sapere critico sulleducazione (Cambi 2005). Questultimo quel sapere costantemente impegnato a riflettere, oltre che sul proprio oggetto dattenzione, anche su se stesso: i propri postulati, il rapporto con le altre discipline, la propria scientificit, le modalit con le quali tale sapere si conosce e si pensa. Va da s che la pedagogia leghista non sarebbe riconducibile a questa definizione, non per incapacit congenita della Lega a collocarsi su un qualitativamente superiore piano critico, ma perch laggettivo critico si associa a storie e tradizioni di ricerca degli ultimi 60 anni, che sono state in gran parte connotate da forti componenti democratiche e progressiste, quindi strutturalmente anti, quantomeno non, leghiste. Intendere la pedagogia nel suo significato ristretto di sapere critico sulleducazione, piuttosto che di prassi educative strettamente connesse a finalit dapprendimento eterne e universali, comporterebbe dunque una delimitazione eccessiva del campo di ricerca che avrebbe come conseguenza lesclusione dalle riflessioni le importanti, e qualche volta anche insospettate, pedagogie non democratiche e non progressiste che esistono nel panorama contemporaneo, come appunto quelle della Lega. Si tratta allora di riportare alla pedagogia qualsiasi discorso che analizzi raffinatamente e/o grezzamente le esperienze educative passate, in atto o future, a prescindere dalla loro formalit, intenzionalit e ufficialit (Tramma 2008).

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La centralit pedagogica del locale Lesistenza di una pedagogia leghista immediatamente evidente: esiste un sapere distinto e originale sulleducazione, che matura in alcuni ambienti culturali e politici; un sapere che risulta, per alcuni aspetti, ingenuo e primitivo (nel senso della fase iniziale di elaborazione, non nella presunta rozzezza dei suoi contenuti), per altri, invece, molto ben attrezzato riguardo a valori di riferimento, finalit generali, obiettivi specifici e didattiche. E ci per quanto riguarda leducazione sia in ambito scolastico sia extrascolastico; anzi, un sapere pedagogico che riesce a saldare, senza apparenti contraddizioni e sofferenze teoriche, tali distinti ambiti educativi, considerando per di pi tale saldatura non come pratica residuale o periferica, bens come vero e proprio asse strategico di un neo-localismo che pone il territorio educato ed educante al centro di s. La centralit del territorio come asse strategico non uninvenzione della Lega, una ripresa di temi inaugurati degli anni Settanta, recuperando pro domo sua alcune delle ragioni che lhanno determinata, ma una centralit del territorio diversa, anzi contrapposta, rispetto a quella democratica sviluppatasi da quegli anni nel nostro Paese. Inoltre, sempre riguardo alla saldatura tra scolastico ed extrascolastico, il neo-localismo leghista si pone come prospettiva in grado di superare uno dei principali limiti insiti in qualsiasi riflessione (democratica e progressista) attorno al sistema formativo territoriale integrato, in particolare quel limite costituito dallimmaginare e prospettare un territorio nel quale agisce unintenzione che vorrebbe integrare le esperienze educative in contesti territoriali che, nei fatti, non costituiscono uno spazio di vita continuativo, complessivo e integrato per i soggetti che lo abitano. Lattenzione pedagogica dedicata dalla Lega al territorio non si esaurisce nel pensarlo quale luogo di destinazione di intenzionali azioni educative, ma si estende sino a considerarlo luogo di produzione di quella cultura primaria alla quale socializzare/educare i nuovi nati e i nuovi arrivati, cio quella cultura di chiara matrice regionale che si radicata nelle tradizioni popolari per mezzo delle lingue locali, gli usi e i costumi. Un territorio rite-

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nuto continuativamente impegnato a riprodurre la propria presunta unicit attraverso storie letterarie provinciali, i repertori teatrali e musicali, le strutture museali e bibliografiche, la valorizzazione di beni culturali e monumentali non reperibili in altre zone (www.leganord.org). Il territorio della Lega pensato e praticato come netto progetto di ritorno a un locale che intenzionalmente educa a se stesso, ai propri orizzonti e confini, non dovendo sottostare nel farlo alle fatiche concettuali e progettuali di chi aspira a intrecciare in termini non conflittuali le dimensioni locali con quelle globali (Aime 2012). In questo senso esemplare ci che dichiarato attorno alla nota e finanziata Scuola Bosina di Varese, considerata una sorta di sperimentazione pilota di eccellenza. Innanzitutto, si tenta di stabilire la verit sulle scuole padane: nelle nostre scuole [] non si insegna la storia della Lega Nord come molti insigni opinionisti hanno invano cercato di far credere alla gente: da noi si insegna la storia locale, lamore per il proprio territorio, la riscoperta della lingua locale che il centralismo romano ha sempre combattuto. un amore per il proprio territorio esplicitamente connesso dalla Lega a uno di quei temi che nella contemporaneit si rivelano, se non affrontati ideologicamente, contraddittori e densi di sofferenza per chiunque se ne occupi, quello dellidentit: la formazione crea nei nostri ragazzi la consapevolezza di avere una precisa identit che si pone come identit alternativa ai processi di omologazione accentuati dalla globalizzazione: non quella rappresentata dalle bevande americane, n dai fast food, bens quella che unisce insieme lingua storia e tradizioni locali, un bagaglio indispensabile per poter affrontare con successo le spinte sempre pi forti provenienti dalla globalizzazione senza esserne irrimediabilmente centrifugati. Ma la modernit, nonostante il fervore localista della Lega, irrompe, e quindi anche nella scuola padana non esiste solo la cultura locale, ma grande e doveroso spazio viene dato alle materie tradizionali e alle lingue straniere [litaliano?], ormai indispensabili per potersi inserire con successo nel mondo del lavoro (www.leganord.org). In questo quadro di valorizzazione del locale (una pedagogia

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del locale?) riacquista una rassicurante solidit anche la scuola: nellimmaginario leghista non il luogo di faticose e contraddittorie pratiche dintegrazione multi/interculturali e di rielaborazione della mondializzazione, bens diventa una dotazione territoriale che assolve una funzione socializzatrice lineare e senza troppi ripensamenti rispetto alla propria funzione. In fondo, quella della Lega anchessa una pedagogia maieutica (ti aiuto a scoprire e far emergere il padano che c in te) finalizzata a una socializzazione nazionale padana e non nazionale italiana.

Una pedagogia ancora non sufficientemente istituzionale La pedagogia pensiero che si produce nella terra delle esistenze, non nel cielo delle essenze; prassi teorica costruita, in un dato periodo storico in alcuni contesti sociali, al fine di analizzare e/o organizzare e/o disarticolare leducazione presente e/o auspicata nel tempo in cui tale pensiero pensato. La pedagogia prodotta da soggetti individuali e collettivi che praticano alcuni luoghi ed esperienze (dalle universit ai ministeri), scrivono e pubblicano con alcune case editrici e su alcune riviste, discutono e si confrontano tra loro, si riconoscono reciprocamente come interlocutori. una pedagogia definibile ufficiale-intenzionale per distinguerla da quella informale prodotta nelle occasioni, nei luoghi e dai soggetti pi disparati. Nel campo istituzionale-ufficiale, quella della Lega si presenta come una pedagogia debole, ancora troppo dipendente dai corsi e ricorsi politici, dallessere o meno gli esponenti del partito presenti allinterno di quei luoghi decisionali (ministeri, assessorati, etc.) che influenzano o determinano gli orientamenti e le concrete politiche della formazione e dellistruzione nazionale e locale. La pedagogia leghista ancora relativamente debole, non potendo negli ambienti pedagogici formali, a differenza di quanto accade nel pensiero pedagogico diffuso, vantare sufficienti e, nel medio periodo, irreversibili sfumature di egemonia in alcuni ambienti educativi ufficiali, anche attraverso la costruzione di solide casematte in grado di presidiare tali sfumature con una rela-

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tiva autonomia dalle contingenze e dalle alterne fortune politiche. Quella della Lega una pedagogia definibile pi come informale che formale, e ci anche a seguito della constatazione di quanto non sia (per adesso) rilevante la presenza di una pedagogia formale leghista in quegli ambienti universitari che sono deputati a produrre una considerevole parte del pensiero sulleducazione e dintorni, cio le facolt di Scienze della formazione. Ma il fatto che la Lega non possa vantare una significativa presenza in alcuni ambienti accademici non deve consolare pi di tanto chi strutturalmente oppositivo alla politica e alla visione del mondo leghista. La Lega non ancora significativamente presente nelle facolt di Scienze della formazione, ma tali facolt oggi contano meno nella produzione del pensiero pedagogico. Infatti, in questi ultimi anni molta pedagogia stata prodotta in altri ambiti, per esempio, in quello confindustriale-aziendale (leducazione pi efficace ed efficiente per le esigenze del mercato, nella sua declinazione sia europeista e tecnicista, sia da magliari) e in ambiti extra-accademici quali, per esempio, lUnione europea, il lavoro socio-educativo, e per lappunto, lazione politica originale della Lega. Esiste dunque una pedagogia informale leghista che si occupata e si occupa (molto) seriamente di educazione. Una pedagogia autonoma, non sempre esplicita, alle volte semiclandestina, autonoma, che fa a meno di alcuni luoghi, occasioni e rituali consolidati, e ne fa a meno perch esclusa e perch non li considera essenziali alla propria elaborazione.

Leducazione leghista Individuare e definire leducazione leghista (loggetto principe della pedagogia leghista) controverso almeno quanto individuare e definire leducazione. A tale scopo potrebbe essere intrapreso un percorso classico e universalistico che parte dalla disamina delletimologia della parola per concludersi in una variegata gamma di approdi: la completa espressione di s di un qualsivoglia soggetto, la trasformazione delle potenzialit innate in atti, il

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preservare-il-bambino-che--in-noi, portare a compimento lumanit (ovviamente colta, collaborativa, interculturale e progressista) della quale ontologicamente dotato ogni essere umano. In particolare, se leducazione riconducibile a questultima finalit, allora difficilmente potrebbe essere rintracciata nella Lega, se non per quei tratti riconducibili a una sorta di distinta umanit padana. Distanziandoci dagli approdi precedentemente accennati, se per educazione si intende un differenziato e variegato (alle volte inquietante) processo di socializzazione socialmente e culturalmente connotato, cio il processo di apprendimento di saperi (informazioni, competenze, atteggiamenti, comportamenti) prescindendo dalla connotazione valoriale, dallauspicabilit e dalla simpatia dellapprendibile e dellappreso, allora si rende necessario arrendersi allevidenza e ammettere che la Lega di opposizione e/o di governo si comportata, e si comporta nonostante la crisi che attualmente attraversa, come una formidabile educatrice collettiva che ha prodotto con successo apprendimenti in molti, e anche tra loro diversi, ambiti. In primo luogo in ambito politico dove, oltre ad avere dettato una parte rilevante dellagenda politica degli ultimi decenni (federalismo, sicurezza, migrazioni, riforme istituzionali) e ad avere occupato luoghi di potere (locali e nazionali) ha costruito una proposta politico-culturale organica (creduta, pi che credibile) in termini di visione strategica del mondo, invenzione di storia e storie, spiegazione della contemporaneit, organizzazione dellazione trasformativa/conservativa nei confronti dellesistente. Una proposta politico-culturale che, pur con tutte le oscillazioni del caso come, per esempio, il rapporto ondivago con la religione cattolica , ha generato apprendimenti nei soggetti individuali e collettivi presenti nelle aree territoriali di riferimento. La Lega ha prodotto un sapere decifrabile in grado di rendere comprensibili, attraverso lipersemplificazione, i nessi tra globale e locale, di raccogliere e organizzare una parte considerevole di reattivit allo spaesamento della contemporaneit, di integrare alcune componenti neo-comunitariste di antica e recente tradizione con un localismo amorale di nuovo conio.

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La Lega, anche attraverso le espressioni da verace destra antimoderna ha educato in molte direzioni: al valore della cultura locale, alla centralit del territorio, alla ricerca di unidentit minuta e minima in grado di promettere, ma non certo di mantenere, un ancoraggio nei movimenti del presente. La centralit assunta dal territoriale-locale in quanto proposta educativa-pedagogica colloca la Lega sul piano in cui si sono posti e si pongono movimenti e intenzioni che alla Lega e alle sue politiche pedagogiche non sono riconducibili neppure per equivoco o vaga somiglianza: dallo slow food alla manifestazione Terra madre, dal chilometro zero al tema della decrescita. Piano sul quale si pongono anche movimenti e iniziative di varia natura e foggia, fatti di riscoperta (il pi delle volte invenzioni) di tradizioni paliesche e contradaiole, di musei della civilt contadina, etc. Un piano sul quale la Lega si trova a proprio agio, e in cui pu collocare allinterno di un flusso ampio e variegato di attenzioni e iniziative la propria ricerca orientata a valorizzare quella cultura tradizionale tipica dei [loro] territori: usi, costumi, saggezza popolare, gastronomia locale, manifestazioni religiose e teatrali, feste stagionali, espressioni etnomusicali, letteratura ed arte popolare (proverbi, canzoni, creazioni artistiche di matrice e impiego comunitario). In fondo, il rituale raduno di Pontida con tutto il cerimoniale espresso, non forse un evento educativo (apprendo che sono un popolo) che riesce a tenere insieme un improbabile passato con liper-moderno comunicativo? (Dematteo 2011). La Lega ha contribuito al processo di costruzione del moderno immaginario comunitario (Tramma 2009) a suo modo e per i propri obiettivi politici. Non una comunit includente e tutta protesa al bene comune proprio e universale, allopposto una comunit minacciata dallesterno e dalle varie quinte colonne interne (dai musulmani ai romani). Non la comunit che si sente minacciata, ma la minaccia (il contenuto della didattica) che produce sentimenti comunitari, cio lapprendimento.

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Altri territori Ma la Lega educativa in territori (materiali e/o culturali) anche molto lontani da quelli di naturale riferimento. stata una delle pi importanti agenzie educative informali in grado di sdoganare nella comunicazione politica tutto ci che in precedenza era considerato triviale, poco educato, irrispettoso, relegato in occasioni del tutto eccezionali, e in ogni caso condannato. La Lega in questo si comportata come organizzazione contro-educante nellaccezione pi diffusa del termine, cavalcando e accelerando tendenze alla volgarizzazione, alla semplificazione, alle volte anche alla banalizzazione (quindi anche alla maggiore comprensione del discorso manifesto) della comunicazione (non solo) politica. Espressioni e comportamenti un tempo definibili volgari e tenuti relativamente lontani dallagone politico, il dito medio esibito dal principale esponente dellorganizzazione, le parolacce, il riferimento allo stato del membro maschile, certi modi di abbigliarsi non ritenuti confacenti alla posizione occupata (la canottiera del segretario, ma anche i pantaloncini e le cravatte di alcuni dirigenti) che, insieme ad alcune espressioni/manifestazioni di gruppi facenti capo a un comico genovese, sono riconducibili allalveo di quella maleducazione una volta socialmente stigmatizzata, e oggi, allopposto, salutata con simpatia. Inoltre, la Lega risultata educante anche per la capacit che ha avuto non solo, come precedentemente accennato, di dettare una parte considerevole dellagenda politica ufficiale, ma anche per essere riuscita a inserire e/o far riemergere nelle visioni del mondo quotidiane e nelle procedure conoscitive per affrontare il presente contenuti e categorie quali lassistenzialismo, lantimeridionalismo, la Capitale ladra di risorse, la Padania e la padanit, etc. Non sono molti i movimenti che possono vantare una tale capacit educativa nei confronti della politica, dei suoi linguaggi, della considerazione verso essa: quello della Lega un fenomeno che ha educato la politica ponendovi dei fondamentali irreversibili (dal federalismo allassistenzialismo) nellimmaginario e nel reale delle prassi di coloro che la politica la praticano o la osservano.

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Lultimo periodo La crisi del governo e della maggioranza di cui la Lega era componente integrante, le disavventure politico-giudiziarie che hanno coinvolto una parte del gruppo dirigente, quale effetto hanno e avranno sulla pedagogia e sulleducazione della Lega? La Lega sta vivendo un processo di paradossale normalizzazione politica dovuto alla scoperta delle illegalit e del malcostume nella gestione del finanziamento pubblico, ma non per questo cessano di esistere i motivi che hanno contribuito a determinarne la fortuna e loriginalit. La Lega stata un produttore di fatti politici, culturali ed educativi, e ha contribuito, anche attraverso accorte iniziative educative, a riprodurre se stessa e la convinzione della necessit della sua esistenza, ma non scaturita da unidea e da un atto di volont di un qualche ispirato dirigente. Potr continuare la Lega ad acquisire, rielaborare e proporre i materiali che costituiscono alcune idee-prassi di educazione e pedagogia, oppure altri, dalle forze reazionarie pi schiette e retrive alle variegate espressioni di neoqualunquismo? In ogni caso, la pedagogia informale leghista da considerarsi una pedagogia maturata nel periodo nel quale, mentre tutti erano impegnati ad analizzare la forma prevalente assunta dalla modernit nella contemporaneit, emergeva quanto, per dirla con Pier Paolo Pasolini, la trasformazione antropologica degli italiani sia avvenuta troppo in fretta, nellarco di pochissimi decenni. E ci ha lasciato questioni irrisolte, necessit di strumenti per la ricollocazione dei corsi di vita, ancora necessit di integrazione tra Nord e Sud, citt e campagna, centro e periferia. Problemi e bisogni latenti o manifesti che tentano di trovare risposte nella ricerca di radici orientate verso un passato, un presente e un tanto inventato quanto caricaturale futuro. come se la Lega ci avesse ricordato che sul piano culturale e pedagogico-educativo stiamo s facendo i conti con l89 della caduta del muro di Berlino, ma nello stesso tempo lasciando irrisolte molte delle questioni legate all89 della presa della Bastiglia.
Sergio Tramma

Populismo
La filosofia del populismo e la Lega

Il popolo sar sempre qualcosa di pi di una pura opposizione al potere. C un Reale del popolo che resiste ad ogni integrazione simbolica. E. Laclau

Col nome crisi dellefficacia simbolica la psicoanalisi e la filosofia contemporanea indicano una situazione complessiva di sfiducia nelle istituzioni, nellautorit e nel futuro che caratterizza le societ tardo-capitaliste. Il capitale promuove la dissoluzione dei rapporti con la Tradizione e la Natura, di quella che Hegel chiamava la sostanza etica di un popolo, e lindividuo, svuotato di ogni riferimento sostanziale, appare sempre pi concepito come il titolare di unastratta capacit di calcolo o di decisione, del tutto slegate dal riferimento a qualsiasi matrice territoriale (iek 2003, pp. 391-500). Il mercato trasforma il lavoro, lo rende flessibile e liquido, mentre la tecnologia tende a modificare i rapporti umani, rendendoli anzitutto indipendenti dai luoghi di appartenenza; il sapere viene consumato e prodotto come una merce, appare svincolato dagli effetti di formazione concreta dellindividuo ed moltiplicato in unit discrete che nessuno in grado di padroneggiare (Lyotard 1979, p. 75). Di fronte ad un enunciato simbolico la tendenza non pi a domandarsi se vero o pu essere discusso dialetticamente, ma a che cosa serve (Lyotard, 1979, p. 94); e se non serve, a giudicarlo come un semplice flatus vocis. Le conseguenze di questa situazione complessiva non riguardano solamente il soggetto individuale, ma comportano anche fenomeni di massa, nella misura in cui i soggetti appaiono coinvolti nella stessa logica economica. La filosofia politica ha sottolineato recentemente che lemergenza del populismo pu essere conside-

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rata come una reazione al nuovo ordine economico globale: non si tratta una semplice indicazione sulle procedure di legittimazione del potere, ma di un tentativo di ripensare la logica politica in modo inedito, che mette in gioco da una parte una critica del modo in cui sono state abitualmente pensate le masse e dallaltra un nuovo modo di concepire lemergenza del legame sociale (Laclau 2008). La comunit rappresenta lo snodo cruciale di questa problematica. Il fenomeno italiano della Lega Lombarda costituisce un esempio estremo di questa logica e i tentativi di pensare il fenomeno leghista, che oscillano sempre di pi dal piano della scienza politica a quello dellantropologia culturale, segnalano lesigenza di oltrepassare il livello dellindagine quantitativa per interpretare la logica del fenomeno (Dematteo 2011). a questo livello che la psicoanalisi, intrecciata con un certo versante della filosofia politica, pu apportare a mio avviso il suo contributo. La scienza politica tende da un lato a delineare una storia della Lega Lombarda e dallaltro a tracciare unideografia dellelettore o soggetto leghista, supportata da metodi di indagine quantitativi; dal primo punto di vista la Lega sostanzialmente un imprenditore politico il cui successo consegue a una crisi della rappresentanza politica che discende a sua volta dal cosiddetto crollo delle ideologie politiche, dalla fine della guerra fredda e in ultima istanza dalla logica economica del mercato globale. Il fenomeno leghista apparterrebbe dunque ad una societ post-ideologica e non mostrerebbe alcun mutamento significativo nel funzionamento contemporaneo dellideologia e del potere. La ricostruzione storica mostra da un lato come la Lega sia nata dalla progressiva unificazione di correnti autonomiste a carattere regionale e dallaltro come lespansione del partito esprima la crescente rivendicazione di province caratterizzate da elevata operosit, ma da scarsa voce in capitolo nella dialettica politica del paese. In questo contesto la contrapposizione di fondo tra centro e periferia si somma a quella tra Stato e regioni e a quella tra lites intellettuali o economiche al potere e popolo e acquista progressivamente un ruolo di primo piano nel convogliare il sentire di soggetti che si percepiscono come esclusi, umiliati o penalizzati dalla politica dei partiti e minacciati prima dallimmigrazione e poi dalle pi

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potenti logiche di mercato globali. Lopposizione tra centro e periferia fornisce una base territoriale al bisogno di identificazione dellelettore leghista: il legame con il territorio, che inizialmente sembra essere deciso unicamente dagli anni di residenza nello stesso (Mannheimer 1991, p. 189), si espande progressivamente nella ricerca retrospettiva di una lingua, di costumi e di tradizioni comuni e sfocia nellinvenzione della Padania, che indica il luogo di appartenenza dellelettore e diventa il primo elemento costitutivo della sua identit. Si osservato diverse volte che il significante Padania, che inizialmente avrebbe dovuto presentarsi come la denotazione di una cosa etnica oppure geografica, scivolato sempre di pi verso la denotazione di una comunit di interessi, del tutto indipendente dal luogo dorigine degli interessati e dalla loro etnia (Diamanti 1993, pp. 57-62); di conseguenza la scienza politica caratterizza oggi la Padania come il nome di una comunit immaginaria (Biorcio 2010, p. 150), priva di una linea di confine precisa e di tradizioni riconoscibili, in cui ci si riconosce pi in virt di un calcolo e di un sentimento che di una riflessione ispirata a un criterio di verit, sia che esso riguardi unorigine comune, sia che esso riguardi il rispetto di certe regole o di certe tradizioni (Biorcio 2010, pp. 39-41). Non si padani perch si nati in un luogo geografico, n perch si mettono in pratica certi rituali, ma si padani perch conveniente esserlo o, meglio ancora, perch ci si sente tali. Osserviamo allora che se la critica pu avere una funzione essa meno quella di discutere della verit o della falsit delle tradizioni e dei riti in cui un elettore come quello leghista si riconosce che quella di indagare e di incidere su questo sentire. Daltra parte lideografia del soggetto leghista tracciata dalla scienza politica mostra che, in modo del tutto conforme alla definizione del populismo, il secondo elemento forte dellidentit leghista consiste nella costruzione di quella che Carl Schmitt chiamerebbe una frontiera antagonistica che divide il popolo leghista da un nemico comune: linchiesta sul campo mostra che nel corso degli anni il tracciato di questa frontiera caduto inizialmente sul meridionale e poi sul lavoratore immigrato o extracomunitario,

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per estendersi talvolta agli omosessuali e concentrarsi pi recentemente sullIslam, come se dopo l11 settembre 2001 il terrorismo avesse funzionato anche per lelettore leghista come punto di coagulazione di tutte le differenze che lo separano dagli altri elementi del corpo sociale (iek 2010, pp. 114-115). In ogni caso ci che si pu desumere dalle inchieste politiche che lidentit dellelettore leghista si alimenta da un lato dellindividuazione di una cosa etnica o di una sostanza etica che funziona come punto di scaturigine dellidentit e dallaltro dellindividuazione di una forza che sembra minacciare questa sostanza e contribuisce in questo modo a farne emergere in misura crescente la purezza. Vero questo, il terzo elemento che la scienza politica mette in evidenza concerne levoluzione della Lega come attore politico: si osserva come, con la progressiva presa di potere, loriginaria ispirazione populista del partito venga minacciata e lantagonismo di cui la Lega portatrice, entrando nel circuito del dibattito parlamentare e nelle concrete procedure di governo, rischi di essere assorbito nuovamente nella dialettica (Diamanti 1993, pp. 120122; lo stesso giudizio si ritrova in Laclau 2008, pp. 177-182). Questa linea evolutiva si riflette in pratica nella scissione non priva di tensioni tra la base radicale del partito ed i cosiddetti amministratori (Dematteo 2011, p. 208). Infine, quello che la scienza politica tende a mettere in evidenza nel fenomeno leghista il suo presentarsi come un classico partito di massa, incentrato sulla personalit carismatica del suo fondatore e dotato di una struttura strettamente piramidale (Biorcio 1997, pp. 236-248). Occorre sottolineare tuttavia che questa caratterizzazione risente di un modo di concepire la massa assai tradizionale, che pi centrato sul suo momento di irrazionalit e meno sul momento della sua costituzione. invece precisamente su questo momento che la filosofia e la psicoanalisi contemporanee mettono laccento quando attirano lattenzione sul populismo. Passare dal piano della scienza politica a quello della filosofia politica contemporanea comporta lo sforzo di non assumere la Lega come attore politico, ma di interrogarsi sulla sua costituzio-

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ne; questo sforzo, a sua volta, implica che non si prenda come punto di riferimento dellanalisi la massa dellelettorato leghista nel suo rapporto verticale con il leader, ma anzitutto il singolo elettore leghista come portatore di una domanda insoddisfatta. La domanda infatti lunit elementare a partire da cui la filosofia si sforza oggi di ragionare sul fenomeno del populismo (Laclau 2008, p. 69). Si pu aggiungere, a partire dalla psicoanalisi, che domanda significa mancanza e desiderio. Che cosa dice allora il ragionamento filosofico sul populismo? Nel suo osso, esso afferma che il populismo non n un fenomeno di massa irrazionale, come vorrebbero i primi teorici della psicologia sociale (Tarde, Le Bon, McDougall), n una semplice strategia al servizio della legittimazione del potere; piuttosto, il populismo va definito come la specifica logica politica che presiede alla costituzione ed eventualmente alla dissoluzione dellentit che chiamiamo popolo. La filosofia politica si sforza oggi di sviluppare questa logica sullo sfondo di unontologia sociale radicalmente antiessenzialista, dominata dai concetti di contingenza e di egemonia e fecondata dal contributo decisivo della psicoanalisi (per una ricognizione storico-filosofica del concetto di populismo si veda Merker 2009); essa articola lemergenza del popolo in due momenti, luno simbolico e laltro affettivo, che appaiono disgiunti nellanalisi ma si identificano concretamente nel fenomeno populista. Laspetto simbolico consiste nellinvenzione di un nome del popolo, che pu essere esemplificata nel nostro caso dallinvenzione della Padania (Laclau 2008, p. 178); fondamentale osservare che, secondo una prospettiva anti-descrittivista sul fenomeno della nominazione, il nome del popolo non si applica al popolo come entit in virt delle propriet che esso possiede gi, ma un designatore rigido (Kripke), vale a dire istituisce questa entit nellatto in cui la nomina; ecco perch secondo questa prospettiva non ha senso interrogarsi sul fatto che i membri del popolo abbiano o meno propriet comuni (siano nati in Padania, parlino il dialetto padano, rispettino certe regole di comportamento etc.), mentre ha senso chiedersi se e quali domande insoddisfatte di ciascun membro del popolo trovino di volta in volta il loro punto di coa-

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gulazione nel nome del popolo. Si comprende bene che secondo questo ragionamento lentit chiamata popolo non mai unentit positiva, si potrebbe anche dire unessenza metafisica, ma corrisponde alla sommatoria instabile delle domande insoddisfatte di tutti i membri del popolo, che vengono annodate le une alle altre in una catena in virt di un evento. Questo evento la produzione di un nome del popolo e non mai dellordine della scoperta, ma sempre dellordine dellinvenzione. Dallaltra parte non c costituzione del popolo senza investimento affettivo dei suoi membri per un oggetto-causa di desiderio; affinch ci sia popolo non sufficiente che il soggetto portatore di una domanda si riconosca in un atto simbolico di nominazione o in una dichiarazione , ma necessario che ami una causa. Lamore interviene qui nel ragionamento politico e, come insegna la psicoanalisi, si situa come elemento intermedio tra la domanda insoddisfatta ed il godimento dellUno (Lacan 2007, p. 193), dove la figura specifica dellUno proprio quella totalit che chiamiamo popolo. Potremmo dire allora che ci che fa scaturire lamore del soggetto populista per la sua causa un oggetto parziale, la cui propriet di fondo , una volta trasferito dal piano della psicoanalisi a quello del ragionamento politico, quella di alludere alla comunit come ad un oggetto damore gi sempre perduto, come Cosa impossibile o, appunto, come pienezza assente di una comunit mai realizzata (Laclau 2008, pp. 81, 91, 161). Affinch ci sia popolo, dunque, non necessario che il soggetto si trovi in stato di fusione con il gruppo-massa; necessario, al contrario, che un oggetto funzioni per lui o per lei come un oggetto parziale, vale a dire come una parte per il tutto e alluda in ultima istanza alla pienezza di un legame sociale, ma senza sopprimere il desiderio nel godimento di questultimo. Si comprende bene allora come il momento in cui il godimento perduto ed il desiderio si annodano nella passione per una causa risulti cruciale per il soggetto populista, perch se il godimento si sostituisce al desiderio il momento costituente della logica populista si perde ed in populismo degenera in un fenomeno statico di riproduzione del potere. Appare chiaro allora che in questo ragionamento filosofico sul populismo sempre implicita una componente messianica (Demat-

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teo 2011, p. 189), perch fondamentale, affinch ci sia articolazione delle domande insoddisfatte, che la loro soddisfazione sia allusa pi che realizzata sia nel momento simbolico della nominazione che nel momento affettivo dellinvestimento radicale o della passione. Infatti la soddisfazione della domanda indicherebbe la pienezza di una comunit realizzata che, secondo questa prospettiva, semplicemente non esiste o non si mai data nel passato di ciascun soggetto; tale soddisfazione comporterebbe in ultima istanza la scomparsa del soggetto politico. Secondo questa logica il populismo sarebbe quindi unoscillazione permanente tra domanda e godimento, annodati fra di loro dallamore per una causa che si realizza concretamente in certi significanti (nomi, insegne o rappresentazioni) e in certi oggetti parziali di investimento radicale (corpi). Questa oscillazione ne formerebbe il momento costituente o genetico e coinciderebbe in senso stretto con larticolazione politica, con il politico tout court (Laclau 2008, p. 146). Il principale contributo di questa teoria allintelligenza del fenomeno leghista consiste per noi nellintroduzione del concetto di godimento nel campo della politica: essa fa discendere lessenza del fenomeno populista dal rapporto tra domanda e godimento e individua il luogo di questo rapporto non tanto nella massa o nellattore politico collettivo, quanto piuttosto allinterno del soggetto politico individuale (Laclau 2008; Carmagnola, Bonazzi 2011, pp. 41-55): finch il godimento della comunit rimane per questultimo impossibile, egli o ella articola la propria domanda insoddisfatta sullo sfondo di una totalit aperta, la cui frontiera antagonistica pu continuare a spostarsi nello spazio, includendo ogni volta nuovi portatori di domande insoddisfatte ed escludendo i sistemi di potere istituzionale o simbolico in cui queste domande non ottengono iscrizione; ecco perch, secondo questo ragionamento, il populismo fondamentalmente una conseguenza delle dinamiche economiche e politiche della globalizzazione ed esso stesso in linea di principio il processo di emergenza di unidentit politica che tende a rapportarsi ad un nemico globale (Laclau 2008, pp. 142, 145). Viceversa, quando il godimento prevale sulla

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domanda e il soggetto ha la certezza che la comunit di cui gode e il popolo stesso sono realizzati come meri dati di fatto, o sono sempre esistiti come elementi ontici, il populismo degenera da fenomeno genetico in fenomeno statico, rientra nelle forme di legittimazione e riproduzione del potere e si avvicina in modo preoccupante a una forma di totalitarismo. come dire che c populismo finch c articolazione dellinsoddisfazione delluno con quella dellaltro, che non perviene mai ad unidentit stabile ma rimane in uno stato di perenne fluttuazione, espandendosi in linea di principio allinfinito; oppure che c populismo finch c circolazione del vuoto, dove il vuoto sinonimo di articolazione e di soggettivazione politica, mentre il pieno segna la degenerazione del fenomeno populista e lo avvicina allo spettro totalitario. Infatti quando nel soggetto politico individuale il godimento prevale sulla domanda, ovvero sul desiderio, il populismo comincia a corrispondere ad unaltra logica, che non sembra pi di poter descrivere come una logica della passione politica radicale, o dellamore per una causa, ma come una logica del risentimento. Seguendo contemporaneamente lindicazione della scienza politica, che individua nella Lega un classico partito di massa, e dellantropologia culturale, che realizza sul campo uninchiesta sui meccanismi del consenso leghista, si pu osservare che loggetto dellinvestimento radicale che la filosofia politica individua nel populismo fondamentalmente, nel caso della Lega, il corpo del leader. Tuttavia occorre osservare che la funzione del leader leghista non pi quella di mediare il rapporto del soggetto populista con la pienezza assente di un legame comunitario a cui egli allude e dietro il quale egli scompare, ma quella di inscenare una trasgressione dellordine simbolico delle istituzioni che agisce come il principale punto di precipitazione dellidentificazione del militante: se il leader totalitario , come ha osservato Hanna Arendt, da una parte una funzione della massa che egli stesso crea e che lo ricrea costantemente (Arendt 1951, p. 450; Dematteo 2011, p. 214) e dallaltra un soggetto infallibile, responsabile di tutte le decisioni del movimento (ancora Dematteo 2011, pp. 515-517), il tratto specifico del leader leghista, che lo accomuna a quello della nuova

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destra italiana, la trasgressione della legge simbolica: alle spalle del leader non si prospetta pi unideologia fondata sulla dialettica della Storia o della Natura, come nel fenomeno totalitario descritto da Arendt, ma la negazione della dialettica e, in un certo senso, una forma radicale di misologia: le invenzioni buffonesche dei leghisti al posto delle competenze amministrative, il mimetismo dei militanti al posto della formazione scolastica di partito, il merchandising degli oggetti gadget al posto dei programmi elettorali appaiono condensati nel dito medio opposto dal leader alle domande degli intervistatori e questo gesto appare paragonabile al peto di Diogene il Cinico in risposta alla teoria delle idee di Platone, oppure al suo gesto di masturbarsi in risposta alla complessit dialettica della teoria platonica dellamore (Sloterdijk 1992, p. 65). Tutti questi comportamenti segnalano, in altre parole, pi che una preoccupazione pratica per i problemi concreti della gente comune, una posizione fondamentalmente cinica di disprezzo per la dialettica, e non solo per quella parlamentare. Non ci si identifica dunque nel leader leghista per via delle sue opinioni o del suo programma politico, ma per via di un rapporto immediato, come damore, con il suo corpo; pi esattamente, con quel tratto specifico del suo corpo che riflette al meglio la trasgressione di tutte le norme simboliche. In secondo luogo occorre osservare che lidentificazione del militante passa per limmagine perch la politica, ben pi di quanto accadesse per la propaganda totalitaria studiata da Arendt (1951, pp. 484-502), diventata oggi un affare di comunicazione: fondamentale osservare che limmagine del Capo, del nuovo leader della destra italiana, appartiene in senso stretto allimmaginario mediale (Carmagnola 2006). Si tratta di unimmagine che si consuma e dal cui consumo il soggetto populista trae come tornaconto un godimento personale: infatti, nonostante limmagine appartenga alla sfera mediale, lidentificazione con il Capo un processo ben concreto e somiglia ad un corpo a corpo tra il leader ed il suo follower. Comprendere il meccanismo del consumo dellimmagine del Capo, che al contempo unidentificazione con lui, cruciale allora perch fa capire in che senso il populismo leghista ade-

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risca o meno alla logica costituente del populismo tracciata dalla filosofia politica contemporanea: un po come diceva gi Arendt per i leader totalitari, la cui impresa si erge sempre sulle premesse di una storia personale di fallimento e di miseria (Arendt 1951, p. 453), limmagine mediale del leader agisce sullelettore, che anche un soggetto della domanda, come una specie di modificatore della direzione del suo risentimento (Nietzsche 1887, p. 121), dal momento che si ammette implicitamente che tale risentimento sia lo stesso di cui il leader ha fatto personalmente esperienza. Limmagine del leader, che trionfa con il suo corpo naturale sulle sottigliezze inutili della dialettica politica, realizza fondamentalmente uninversione al livello del sentire, perch trasforma la vergogna della sua base in orgoglio e lemarginazione della provincia in spirito separatista (Dematteo 2011, pp. 204, 211, 215). Pi alla radice, il consumo dellimmagine del leader inverte il senso di un processo innescato nel soggetto della domanda dalla sua stessa appartenenza allordine simbolico: non si tratta soltanto del fatto che limmagine del leader rovescia la vergogna in orgoglio, ma pi radicalmente del fatto che a partire dal trauma del linguaggio, che precipita il soggetto nella cultura alienandolo e sottraendogli il godimento presunto naturale, il consumo dellimmagine riconduce alla rivendicazione della naturalit e della spontaneit a discapito di ogni articolazione politica della domanda, che intesa come artificio, come finzione vuota e in ultima istanza come sottrazione della vita immediata. Si pu dire quindi che, a differenza di quello che accade nelle forme del totalitarismo studiate da Arendt, in cui la partecipazione totalitaria implica labdicazione alla propria spontaneit vitale o alla propria libert sullo sfondo della pi radicale delle solitudini (Arendt 1951, pp. 630-656), nel consumo dellimmagine del leader il soggetto leghista gode della propria stessa vita, ovvero della rivendicazione della sua semplicit; e tutto questo non solo contro le astuzie della dialettica parlamentare, ma, pi radicalmente, contro lordine simbolico nella sua dimensione fondamentalmente alienante. In questo senso il consumo dellimmagine del leader realizza, in senso psicoanalitico, una cattiva separazione del soggetto leghista, che degenera nella rivendicazione di

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una tuttaltra identit, di una tuttaltra appartenenza, capace di sopravvivere e di trionfare a margine dellAltro simbolico; in termini politici, in quello che si chiama separatismo o secessione (Lacan 2003, pp. 199-225). Si rileggano ora le seguenti parole di un elettore leghista paradigmatico, scritte in risposta alle dichiarazioni del presidente Napolitano del 1 ottobre 2011 il popolo padano non esiste (Corriere della Sera, 1 ottobre 2011) intendendo queste ultime come lincidenza stessa dellordine simbolico, posto come identico alle parole del capo dello Stato:
la Padania comprende quattro regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto: interessa per anche la Liguria, lAlto Adige ed il canton Ticino in Svizzera. La popolazione della Padania di 22.500.000 abitanti circa. Il Po ufficialmente lungo 652 Km, con una lunghezza che varia, soprattutto per i depositi di sabbia che si accumulano alla foce, ed una larghezza che arriva anche a 1.500 metri. Il bacino idrografico di 74.970 Kmq. Il sistema idrografico comprende 141 corsi dacqua, di cui 95 affluenti da sinistra e 46 da destra. La velocit media del Po va da 0.5 a 1.5 m/sec; in piena arriva a 2,5 m/sec. I principali affluenti di destra sono: Dora Riparia, Stura, Dora Baltea, Sesia, Ticino, Adda, Oglio, Mincio. I principali affluenti di destra []. (Risposta al presidente Napolitano di un elettore leghista comparsa nella rubrica Io esisto e sono padano, La Padania, 8 ottobre 2011, p. 11).

La risposta del soggetto leghista continua con lenumerazione completa delle propriet fisiche, ovvero ontiche, della Padania; in queste parole occorre ravvisare allora il viraggio dalla domanda insoddisfatta al godimento, dalla logica costituente del populismo rintracciata dalla filosofia contemporanea alla logica del risentimento prossima al totalitarismo e, in una parola, il passaggio dal vuoto dellarticolazione politica al pieno della soddisfazione immaginaria del bisogno di comunit. Vero questo, si pu allora dire che se originariamente la Lega ha potuto incarnare la logica dellemergenza di un popolo, intesa come logica costituente e dinamica del politico, successivamente questa logica venuta progressivamente scemando nella rivendicazione di unidentit statica e nellagitazione dello spettro della secessione ed completamente

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degenerata, pi di recente, nella corruzione politica pi bieca. Tutto questo ha fatto della Lega, da fenomeno autenticamente populista, come forse era al principio, una sorta di caricatura buffonesca del totalitarismo, dal momento che, se c fusione del soggetto politico con il gruppo-massa nella Lega come nei fenomeni totalitari studiati da Arendt, tale fusione non si giustifica a partire da una filosofia dialettica della Storia o della Natura, ma semplicemente dalla riduzione della dialettica al rango di flatus vocis, che caratteristica della posizione cinica, e dalla rivendicazione di unesperienza della comunit, se non della vita, che trova il suo sostegno principale nellefficacia di immaginario mediale e si traduce in unesperienza estatica estetizzata (iek 2001, p. 72), priva di articolazione. Si dir allora che il potere della critica, se sussiste ancora, non consiste nel rischiarare la posizione cinica leghista, mostrandone il carattere di falsa coscienza, perch questa posizione si basa precisamente sulla messa in mora della dialettica che la vuole confutare (Sloterdijk 1992); e non consiste nemmeno nel tentativo di riabilitare nel soggetto politico la domanda, perch questo significherebbe disconoscere le condizioni di crisi dellefficacia simbolica in cui si inquadra il fenomeno leghista, che prevedono la prevalenza del godimento sulla domanda, sul desiderio e sulla mancanza; si tratterebbe piuttosto di mostrare, o meglio ancora di testimoniare, che esiste un altro godimento politico, unaltra pratica di un oggetto comune che da un lato resiste alla tentazione della separazione cinica, e dallaltro non partecipa unicamente dellinsoddisfazione della domanda.
Daniele Tonazzo

Secessione
La secessione immaginaria dallItalia, le secessioni reali dentro la Lega.

Lintervento che svolger si propone di comprendere quali relazioni sussistano tra la rinascita degli etno-nazionalismi in Europa (Gingrich, Banks 2006), dopo la Seconda Guerra Mondiale, e lemergere di formazioni politiche come la Lega Nord. Lo sviluppo di sistemi ideologici basati su una visione della societ in cui prevalgono elementi di distinzione, differenziazione sociale e critica allordine esistente che fanno riferimento ai concetti di etnia e nazione un fenomeno che ha caratterizzato gli ultimi trentanni di storia politica e sociale europea. Con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dellUnione Sovietica sono apparsi sul palcoscenico della politica occidentale nuovi attori sociali: i partiti e i movimenti etno-nazionalisti. Con conseguenze spesso disastrose, come nel caso delle guerre balcaniche che hanno segnato tutto il decennio degli anni Novanta. La nascita di queste formazioni politiche non avvenuta in un contesto astratto, ma sulle macerie delle ideologie che hanno segnato il secolo breve. La fine del comunismo e di una destra conservatrice e liberale hanno permesso il manifestarsi di un immaginario etno-nazionalista che ha fatto da terreno di coltura per i partiti etno-nazionalisti. In questa situazione storica nella ex Jugolslavia sono nati gli immaginari ustascia, cetnici, islamici. E in questi immaginari sono state delineate nuove frontiere geografiche in cui comunit immaginate avrebbero dovuto prendere il posto delle comunit reali. E questi immaginari sono poi stati uno strumento per la costruzione che gli etologi chiamano pseudospeciazione culturale. Essa consiste nel considerare lappartenente a un altro gruppo etnico come un essere diverso, spesso rappresentato

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con delle metafore prese dal mondo animale. Un fenomeno ricorrente nelle guerre balcaniche. Basti qui ricordare le radio nazionaliste serbe che definivano i soldati imprigionati a Vokovar come degli scarafaggi da stanare dalle cantine. Per fortuna negli anni Ottanta e Novanta il nostro Paese non ha attraversato questo tipo di esperienze. Ma la cultura etno-nazionalista, apparentemente sopita dopo il Ventennio fascista, ha ripreso vigore seppur in forme interstiziali sul piano culturale. Dentro questo piano possiamo individuare alcune radici dellimmaginario leghista. Per comprendere questo tipo di relazioni ho scelto di adottare, sul piano metodologico e disciplinare, il punto di vista dellantropologia politica. In particolare, ho cercato di individuare alcuni elementi dellimmaginario culturale alla base dellazione politica della Lega Nord a partire da una ricerca etnografica di tipo comparativo. Da diversi anni, allinterno della scuola di dottorato di Antropologia culturale dellUniversit Milano Bicocca, mi occupo dellanalisi dei contenuti culturali degli immaginari etno-nazionalisti nellambito delle organizzazioni politiche indipendentiste che operano in Spagna, nella regione della Comunit autonoma basca. Questo mio progetto di ricerca si propone anche di individuare gli eventuali aspetti che accomunano, sul piano degli immaginari politici, le diverse politiche di autodeterminazione nazionaliste. Nella ricerca, per quanto riguarda il lato comparativo italiano, ho concentrato la mia attenzione su quellinsieme di associazioni culturali che, dagli anni Settanta, hanno proposto pubblicamente sul territorio programmi politici finalizzati alla valorizzazione delle culture locali. Valorizzazione intesa non come semplice diffusione di aspetti legati alle tradizioni locali, come potrebbe essere per esempio leducazione linguistica di tipo dialettale o la creazione di musei legati alle pratiche materiali, ma come momento propedeutico di un disegno pi ampio il cui fine, prettamente politico, la secessione rispetto alle amministrazioni centrali dello Stato. Prima di iniziare a illustrare alcuni aspetti della mia ricerca, opportuno precisare che i contesti politici e storici dei Paesi baschi

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appaiono radicalmente diversi da quelli dellItalia settentrionale: di conseguenza, le osservazioni di tipo comparativo possono fare riferimento esclusivamente a situazioni particolari. Sul piano della rappresentazione simbolica, ad esempio, interessante notare come sulle tombe di molti militanti dellETA appaia il simbolo della rosa camuna, di origine celtica (Zulaika 1988). Culto della religione celtica, come scaturigine della tradizione, e rapporti con il mondo irlandese accomunano lindipendentismo padano e quello basco. Anticipo inoltre che il nome dellassociazione eco-nazionalista che ho studiato, Dum Nunch, ha lo stesso significato di quello dellorganizzazione politica irlandese, Sinn Fein, che nella lingua gaelica significa solo noi. E se vogliamo trovare altri intrecci, va ricordato che le attuali trattative in corso tra ETA e governo centrale di Madrid vedono come mediatori i principali esponenti del Sinn Fein. Se esiste quindi un punto di vicinanza tra questi tre etnonazionalismi, esso si gioca tutto intorno a unidentificazione con limmaginario celtico. Immaginario celtico pi volte rivendicato, agli inizi della fondazione della Lega Lombarda. Limmaginario leghista ha attraversato due fasi diverse in due momenti storico-sociali altrettanto diversi. Nella prima fase, corrispondente sul piano sociologico allo stato nascente di ogni movimento, le tematiche culturali etnonazionaliste appaiono preponderanti. In questa direzione va considerato lutilizzo massiccio del concetto storico, sociale e geografico di Padania. Nella seconda fase, quella che Parsons definirebbe dellistituzionalizzazione del movimento, le tematiche legate alla valorizzazione delle culture vernacolari sono messe in secondo piano: spariscono dal dibattito pubblico, per essere sostituite da differenti tipologie di retoriche politiche, legate prevalentemente al discorso economico e alle politiche migratorie. In questa fase, le istanze di tipo neoliberista, legate alla critica della fiscalit, prevalgono sulle rivendicazioni di tipo culturale che allinizio si concretizzavano nellinsegniamo il dialetto nelle scuole pubbliche lombarde. Si pu dire che le istanze secessioniste, sempre presenti fino al governo Prodi, abbandonano qualsiasi tipo di discorso etno-nazionalista. Le ragioni che dovrebbero legittimare uneventuale, spera-

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ta e fortunatamente mai attuata separazione da Roma sotto forma di secessione, tornano nel mondo delleconomia, dei discorsi sulla compatibilit e sostenibilit del sistema produttivo allinterno dellUnione europea e del mercato globale. Area geografica e politica nella quale si colloca quellinvenzione storica, quello spettro politico frutto della reinvenzione della tradizione storica, denominato Padania. Labbandono, sul piano dellideologia politica, di una prima fase etno-nazionalista, appare evidente anche attraverso la lettura, nel corso degli anni, delle pagine del quotidiano La Padania, nelle quali lo spazio dedicato alle lotte indipendentiste dei popoli esteri appare via via sempre pi esiguo. Alla fine, come momenti salienti rimangono i tornei di calcio tra squadre indipendentiste. Un evento mediatico che raccoglie meno attenzioni dellincontro di Pontida o dellelezione di Miss Padania. Va comunque sottolineato, per tornare al mio lavoro comparativo, che anche i riferimenti alle lotte indipendentiste sono frutto di un filtro molto specifico, che permette subito di capire come si colloca la Lega Nord rispetto allasse politico destra-sinistra. Per esempio, rispetto alla situazione del federalismo spagnolo, sia nel quotidiano La Padania sia nella rivista di approfondimento teorico Quaderni Padani, i temi riguardanti lautonomismo basco appaiono del tutto inesistenti, giacch tale autonomismo si caratterizza per la propria fortissima componente marxista. Al contrario, ampio spazio concesso al modello di federalismo catalano. Il tipo di modello economico progettato e attuato nella regione della Catalogna costantemente preso come punto di riferimento ideologico nella seconda fase politica della Lega Nord, ignorando per nel discorso pubblico ogni riferimento alle politiche linguistiche messe in atto dagli organismi di governo regionale di Barcellona. A conferma di tale aspetto, relativo al rapporto tra federalismi iberici e situazione italiana, interessante notare come nellintervento precedente il direttore dei Quaderni Padani abbia esaltato il modello catalano come punto di riferimento futuro, nel quadro di una politica secessionista, e non abbia fatto alcun riferimento alla Comunit autonoma basca. Il che potrebbe apparire stra-

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no, poich sul piano istituzionale e culturale tale comunit appare molto pi vicina a un processo di secessione rispetto alle dinamiche che caratterizzano la regione della Catalogna. Gli organismi politici e governativi di Barcellona hanno del resto sempre sottolineato che la separazione da Madrid rappresentava un fatto essenzialmente economico e sempre meno culturale, tanto pi dopo la caduta del regime franchista. Considerata questa premessa, la nostra attenzione si concentrer sulla prima fase di sviluppo della Lega Nord, quella che va dal 1982 al 1989 e che corrisponde alla formazione e allagire, sul territorio lombardo, del partito chiamato Lega Lombarda. La Lega Lombarda nasce nel 1982, tra i suoi fondatori vi Umberto Bossi, e insieme alla Liga Veneta sar una delle componenti principali che dar luogo, nel 1989, alla Lega Nord. Essa la parte che avr maggiore influenza e forza politica, per militanti, cultura politica e sedi sul territorio, nel determinare scelte e indirizzi, prima di opposizione e poi governativi, della Lega Nord. La confluenza della Lega Lombarda nella Lega Nord corrisponde alla fase di transizione tra un primo momento, in cui domina una progettualit in cui lelemento culturalista fondamentale rispetto a quello successivo. Dalla seconda met degli anni Novanta fino ad oggi, i discorsi su unipotetica specificit della cultura padana sono abbandonati a favore di unimpostazione ideologica in cui prevalgono discorsi neoliberisti. Si tratta di un passaggio non semplice e non indolore per gli stessi militanti di base della Lega Lombarda e per gli esponenti della dirigenza leghista. Non tutti, infatti, tra militanti e dirigenti locali, accetteranno questo passaggio, proprio a partire da ragioni strettamente legate alla perdita delliniziale spirito fondativo del partito, che sidentificava con un progetto politico di tipo etno-nazionalista. Intorno a tale questione la Lega Lombarda registrer delle secessioni interne. Non sono le prime e non saranno le ultime. Se volessimo collegare il termine secessione al fenomeno leghista, andrebbe specificato di quali secessioni e separazioni si vuol parlare. Infatti, le uniche che si sono realizzate, dagli anni

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della fondazione del partito guidato da Bossi, sono le secessioni allinterno della Lega stessa. E generalmente, quando non si trattato di singoli casi dovuti a scontri personali allinterno del partito, la ragione di tali secessioni interne va cercata nel progressivo abbandono delle proposte di lotta iniziali. Uno dei punti fermi della Lega Lombarda, allinizio, era un ipotetico conflitto culturale con lo Stato centralista che si concretizzava nel rifiuto di una cultura in cui non c posto per le tradizioni popolari, luso del dialetto, la costruzione di una storiografia regionalista contrapposta alla storia ufficiale fatta da coloro che hanno voluto lUnit dItalia. Limmaginario leghista non rimanda per soltanto a una formazione politica, ma anche a una cultura e a una tradizione da sempre presente nei territori settentrionali. Una cultura che sidentifica con atteggiamenti, associazioni culturali, culture microlocali, microstorie tramandate di generazione in generazione. Un humus nel quale la Lega Lombarda tenta di metter radice. Questo passaggio da una prima a una seconda fase in cui il discorso etnico abbandonato, non genera soltanto secessioni interne al partito. Si crea anche una lenta ma progressiva perdita di consenso e una dura critica alla politica leghista, anche da parte di associazioni etnonazionaliste che allinizio degli anni Ottanta hanno rappresentato il terreno culturale dal quale emersa la Lega Nord. Un esempio di tali associazioni, che rappresentano lintimit culturale entro la quale la lega si nutrita, il gruppo eco-nazionalista Dom Nunch, situato nellarea geografica dellInsubria. Nellambito del mio progetto di ricerca, lo studio di questorganizzazione stato, sul piano della metodologia e della pratica etnografica, la via scelta per comprendere da dove viene limmaginario leghista. Prima di analizzare la struttura e i riferimenti culturali di questorganizzazione eco-nazionalista necessario tornare a porsi la domanda: che cosa limmaginario leghista? E ancor prima, opportuno chiedersi se veramente la Lega Lombarda abbia inventato una specifica e originale configurazione culturale che in que-

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sta sede abbiamo deciso di chiamare immaginario leghista, oppure se si trattato di una semplice e strumentale operazione di sintesi ideologica di qualcosa che gi esisteva e aspettava solo di essere portato alla luce del discorso pubblico. La tesi su cui sto lavorando, mettendo a confronto numerosi immaginari etno-nazionalisti e autonomisti europei, che uno specifico immaginario leghista, inteso come lidea di una comunit immaginata, non sia mai stato inventato dalla Lega. Limmaginario leghista a mio parere una costruzione a posteriori, una pratica di legittimazione simbolica necessaria per giustificare e autogiustificarsi come formazione politica. La Lega Lombarda, come altre formazioni politiche similari, ha inizialmente usato, attraverso unoperazione di bricolage culturale, quanto gi era disponibile sul territorio della Pianura padana e nelle valli alpine. Un processo di legittimazione simbolica di un partito politico, emerso per ragioni legate alla ridefinizione strutturale dei mercati globali. La Lega Lombarda non figlia della cultura etno-nazionalista, ma piuttosto del passaggio da uneconomia fordista a una di tipo postfordista, con al centro del processo produttivo il lavoro autonomo di seconda generazione. Non sintende qui ricondurre la nascita della Lega Lombarda a un processo dialettico tra struttura economica e sovrastruttura ideologica. Al contrario, proprio nello studio di fenomeni come i processi di secessione e federalismo possibile ravvisare la circolarit tra processi economici e culturali. Circolarit in cui il lato della struttura economica non va dimenticato o seppellito sotto affermazioni del tipo la Lega un partito etnico. La nascita del federalismo, infatti, corrisponde alla decentralizzazione dei processi economici e alla fine del ruolo dello Statoimpresa. Sul piano politico questo si concretizzato, nei primi anni Ottanta, nella crisi dei due grandi partiti politici di maggioranza elettorale e nellemergere di piccole formazioni politiche, maggiormente in sintonia con i nuovi scenari economici globali. Tra queste la Lega Lombarda, che, a differenza del Partito Socialista di Craxi, riesce a radicarsi nel territorio lombardo, prima rurale e poi metropolitano, proprio grazie alluso di pratiche e strutture sim-

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boliche da sempre presenti nel territorio, mai sradicate nei processi di acculturazione impliciti in ogni processo di modernizzazione. Valorizzazione della cultura contadina, delluso del dialetto e della cosiddetta cultura della provincia, delle tradizioni alpine, della religiosit locale distante dalle istanze modernizzatrici del Concilio vaticano, sono i primi cavalli di battaglia simbolici che adotter la Lega Lombarda. In seguito arriveranno le campagne anti-immigrazione, inizialmente pensate come forma di difesa rispetto a culture e territori gi devastati, a giudizio della retorica antimodernista della Lega. La Lega Lombarda degli inizi rappresenta un potente attrattore di quella cultura frattalizzata che si esprimeva in associazioni e centri culturali che ponevano come proprio obiettivo culturale, per esempio, il ripristino delle tradizioni locali. Si va dai gruppi che diffondono la cultura celtica fino ai gruppi protezionistici di specifiche specie territoriali. E la Lega Nord riesce a far convivere sotto lo stesso tetto politico associazioni ecologiste con associazioni venatorie. In questarea culturale, la Lega Lombarda riprende e risintetizza culturalmente la propria impostazione etnonazionalista. Di questo bricolage culturale, che creer un ampio consenso politico, rester ben poco, dai primi anni Novanta, nei discorsi pubblici dei leghisti e nelle linee programmatiche del partito. Con la nascita della Lega Nord, spariscono del tutto i riferimenti, se non nei momenti di scontro mediatico, alla comunit immaginaria della Padania. Quando affermo che spariscono, non intendo dire che il termine Padania non risulti pi utilizzato nel dibattito politico. Semplicemente, sparisce lidea di base del progetto politico: sparisce il concetto cementificante dellintero immaginario leghista. Il concetto di Padania rappresentava, infatti, il nucleo dellintera operazione ideologica leghista di matrice etnonazionalista. Un concetto molto sfumato e molto generico nella sua apparente concretezza territoriale. E proprio la genericit di tale concetto, nel passaggio da Lega Lombarda a Lega Nord, ha sancito la fine di ogni discorso etno-nazionalista come base ideologica su cui orientare lazione politica.

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Osservare per che letno-nazionalismo non fa pi parte del discorso ideologico della Lega non significa affermare che hanno smesso di esistere quelle dinamiche, credenze, valori e convinzioni che ruotano intorno allidea di secessione e che allinizio rappresentavano lo sfondo ideologico della Lega Lombarda. Limmaginario etno-nazionalista, se non fa pi parte dellideologia di partito leghista, comunque vivo e culturalmente attivo. Paradossalmente, con la crisi della Lega esso si sta rivitalizzando. Anche come vendetta postuma rispetto al passaggio da una Lega Lombarda attenta alle dinamiche di conflitto culturale rispetto alla successiva Lega di governo. Un esempio molto interessante, per chi volesse studiare la cultura della rappresentazione simbolica delletno-nazionalismo nellItalia settentrionale, si trova nella gi citata associazione culturale Dom Nunch. Nellambito della mia ricerca ho considerato lanalisi delle proposte culturali e delle azioni messe in atto da questa associazione come il prisma per capire quali forme pu assumere, in unarea economicamente avanzata, lideologia eco-etnonazionalista. Nello stesso tempo, lo studio di questassociazione mi ha permesso di leggere e comprendere quellambiente culturale in cui la Lega ha inizialmente messo radici e in cui si sviluppato limmaginario leghista. In questa sede sar possibile trattare brevemente soltanto alcuni aspetti dellimmaginario alla base di questo movimento culturale. Esso si propone come obiettivo la costituzione della nazione dellInsubria, attraverso lannessione di gran parte del territorio lombardo al Canton Ticino. Tutto questo attraverso una serie di referendum municipali che ratificano la secessione dalla Repubblica italiana. Nei primi mesi del 2012 tale organizzazione ha deciso di trasformarsi in partito politico, con lobiettivo di andare a riempire lo spazio politico lasciato vuoto dalla Lega Nord. Dom Nunch si definiva allinizio un movimento autonomista, non un partito, il cui scopo lautonomia dal potere centrale. In questo senso ricorrono le stesse parole che hanno caratterizzato lautorappresentazione, nei primi anni Ottanta, della Lega Lombarda sul mercato politico. Lassociazione ha come proprio strumento princi-

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pale di aggregazione e diffusione dei propri contenuti la rete web, attraverso spazi in Facebook, un proprio sito e una rivista online dal titolo El Dragh Bloeu. Questultima ha la funzione di diffondere le tesi e le analisi svolte dallassociazione al fine di promuovere la propria ideologia etno-nazionalista. Per comprendere pi a fondo la struttura concettuale che sottost a questa associazione, che si definisce come movimento etno-nazionalista, propongo la lettura di due documenti prodotti dai militanti di Dom Nunch, a mio parere rappresentativi dellideologia politica che caratterizza il gruppo. Il primo documento la scheda di presentazione che si pu trovare nel sito dellorganizzazione. Con la stessa semplicit di linguaggio con cui si presentavano i militanti della Lega Lombarda, a quel tempo attraverso volantini e manifesti, il movimento propone una serie di istanze che dovrebbero essere alla base di unauspicata secessione. Come si noter, ricorrono i medesimi riferimenti del primo etno-nazionalismo leghista, infarcito anche in questo caso di riferimenti alla cultura celtica in cui la tradizione si radica nella natura. Basti pensare al riferimento alla madre-terra presente nel documento. Leggendolo, troviamo un riferimento costante a un immaginario dellautodeterminazione, delle radici, della purezza della natura contro la sporcizia dei politici e le conseguenze nefaste della modernizzazione.
Vogliamo unInsubria libera di poter decidere il proprio destino. Decidere se e con chi stare. Una Nazione che abbia una vera coscienza di s, del proprio passato, del proprio carattere. Con una chiara visione di dove vuole andare. Una Nazione che abbia cura della sua Madre Terra e la consideri non come qualcosa da sfruttare, ma qualcuno con cui convivere in armonia. Dom Nunch ha gi denunciato limpossibilit di uno sviluppo sostenibile, termine coniato per distrarci dai gravissimi problemi di fondo del nostro territorio, per i quali il limite gi stato abbondantemente superato: la sovrappopolazione, lopprimente pressione fiscale che ci obbliga a consumare sempre pi le nostre risorse, il consumo del territorio agricolo e naturale, la ridicolizzazione del nostro passato e delle tradizioni, nonch linutilit di una scuola che non permette ai nostri ragazzi di amare la storia e lambiente. Una Nazione moderna e in equilibrio, tramite una rivoluzione totale nel governo del territorio. Vogliamo unInsubria in cui le citt non siano tenta-

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colari, ma abbiano perimetri ben delimitati. Vogliamo riaprire le vie dacqua che tanto famosi ci resero nel Rinascimento; una Milano con meno asfalto e pi canali. Dove il traffico stradale sia ridotto al minimo indispensabile, puntando sulle ferrovie che davvero ci occorrono, non buttando denaro con le TAV, costruite a vantaggio di pochi (e non certo dei pendolari). Una Nazione che annulli la crisi economica, tornando padrona della sua moneta e della sua economia, che miri allautosufficienza alimentare ed energetica. Uneconomia vera e non eterodiretta da qualche finanziere che scommette sul nostro fallimento, non schiava di banchieri e potentati stranieri. UnInsubria con ambiti lavorativi non pi luogo di scontro e sfruttamento, ma generatori di prosperit. Vogliamo la partecipazione dei lavoratori agli utili e, di riflesso, alla gestione delle grandi aziende.

Come secondo documento, utile a comprendere in modo pi approfondito quale rapporto i militanti esprimono verso lo Stato centrale, interessante leggere alcuni commenti che appaiono nellorgano di informazione dellorganizzazione, in particolare gli interventi dello scrittore Luigi Balocchi. La presenza di questautore mostra come non si possa ridurre leco-etno-nazionalismo a una rozza e semplicistica visione del mondo. Luigi Balocchi, parallelamente allattivit pubblicistica allinterno di Dom Nunch, autore di due romanzi, pubblicati il primo da Meridiano Zero e il secondo da Mursia. Entrambi i testi sono dedicati a due personaggi che possiamo collocare allinterno dellimmaginario ribellistico contro una societ di massa in cui predomina lalienazione psicologica e materiale. Nel primo romanzo, Il diavolo custode (Balocchi 2007), si narra la vicenda di Sante Pollastri, figura mitica dellanarchismo europeo della prima met del Novecento. Nel secondo, Un cattivo maestro (Balocchi 2010), lautore propone uno spaccato di provincia lombarda attraverso la vita di un maestro elementare. Una visione non dissimile da quella proposta dallo scrittore Lucio Mastronardi. Si tratta di due figure di ribelli che usano il dialetto contro il conformismo linguistico espresso dalluso della lingua italiana. Tale critica alluso della lingua anche evidenziata nei siti informativi e nella rivista El Drag Bleu, nella quale ogni articolo presentato in due versioni linguistiche diverse: nel dialetto dellInsubria e in traduzione italiana.

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Parallelamente alla critica rivolta alluso della lingua ufficiale e alla marginalizzazione dei dialetti, Balocchi nei due romanzi esprime un radicale dissenso verso il conformismo sociale e verso la retorica delle istituzioni statali. Critica che ben si evidenzia in questo commento, pubblicato nel El Dragh Bloeu, che esprime efficacemente quel tipo di atteggiamento etno-nazionalista presente anche agli albori della Lega Lombarda. Va anche precisato che alcuni esponenti storici della Lega hanno ripreso latteggiamento espresso da Balocchi, preponderante nella prima fase leghista. Infatti, alcuni di loro si sono rifiutati di celebrare il giorno dellUnit dItalia attraverso interventi polemici nei media.
Mi l soo n, ma quando putacaso succeden di rbb important io non ci son mai. Balocchi assente. Nel mondo suo. Giuro che cos. Non so perch. Sar una svrgola del destino, on quaicss che l andaa mal, sta di fatto che in certi momenti gravi e a loro modo solenni della nostra storia el Luis Balocch, che saria m, el gh n. Anzi, l che bello quieto gi che gli altri si disperan o fan casino. un destino, un destino. Prendi il caso di quando han rapito quel poveruomo dellAldo Moro. Lera, se ben ricordo, el 16 de marz del 1978. Bene, quella mattina, mi trovavo a fare per la prima volta lamor. S. Avevo bigiato la scuola. E con la morosa mia compagna di classe, tale Rita da Gallarate, mero rintanato presto in casa. Pressappoco fino a mesd. Eccezionale quella giornata! Mentrintorno la tragedia di un paese io gioivo della bella nel cantuccio. Com el cairoeu dent on pomm che l marsc. Ed anche l11 settembre del 2001, il fato non mi stato granch propizio. Quel giorno ero sulle sponde del Sesia. Stavlta insc per m. L a godermi la natura prodigiosa. Vasto il cielo. Lustro il sole. A un passo dallincontro con gli Dei probabilmente. Vita! Vita! E anm pusse. Poi, tornando a casa mi fermo nel bar di un paesino. E in presa diretta mi si stampa dalla tele le twin towers che van gi. Giuro altre volte la stessa cosa. E allora se che poeudi d? Posso solo ringraziare lirriducibile individualit umana. Il mondo che uno ha. Ha in s. E gli spazi e le occasioni e gli infiniti modi. Ringrazio questa nostra possibile, bislacca, individuale, gloriosa, libert. Libert. Dallorrore. Dallo strazio. Dallumanit. Da tutto ci che il mondo matto impone come peso e fardello sulle nostre povere spalle. Ed per questo che, scolte ben, il 17 di marzo del 2011, centocinquantesimo dalla proclamazione dellUnit dItalia, di questa Italia, disi quel d l e minga on alter, beh io sar da unaltra parte. S la speri s! (Balocchi su www.eldraghbloeu.eu, il 23 febbraio 2011).

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Questi due documenti possono rappresentare un esempio per chi vuol capire quali forme stia assumendo letno-nazionalismo nellItalia settentrionale. Tali forme sono state il serbatoio e la benzina della macchina di propaganda della Lega Lombarda sul territorio. Letno-nazionalismo padano di oggi, che si esprime in associazioni come Dom Nunch, non appare diverso da quello dei primi anni Ottanta. Unica differenza sono i mezzi di trasmissione dei contenuti ideologici. Nella seconda met degli anni Ottanta internet non era ancora un mezzo di comunicazione di massa, e tantomeno esistevano i social network. Tuttavia, i toni, le espressioni linguistiche, il riferimento e luso della logica amico-nemico nel dibattito pubblico restano gli stessi. Ed interessante notare come tutte queste dinamiche si stiano ripresentando, alla luce dellattuale crisi attraversata dalla Lega Nord. Una rivincita postuma della prima anima leghista. Quella che parlava del separatismo in nome di una tradizione reinventata di una comunit immaginata e immaginaria. probabile che in un futuro prossimo la Lega Nord sar ridimensionata come forza politica mentre quellimmaginario etno-nazionalista, ampiamente cannibalizzato dai militanti leghisti, riacquister nuova forza ideologica. Se si vuole capire quali saranno gli immaginari futuri e chi prender il posto della Lega Nord nel mercato politico italiano, associazioni come Dom Nunch vanno studiate con molta attenzione.
Marco Traversari

SUV
Dal kilt al suv Per una critica dellimmaginario leghista

1. A proposito dellimmaginario in senso moderno occorre ricordare che esistono almeno due grandi tradizioni culturali di riferimento. La prima ha il suo inizio col saggio di Sartre Limaginaire, 1940 (inopinatamente tradotto in italiano con Immagine e coscienza), che si prolunga negli ani 50 con Lacan (Lacan 2009), iz iz e pi tardi in Z ek (Z ek 1997). La seconda invece prende le mosse da Jung (Jung 1967), viene ripresa da junghiani come Gilbert Durand (Le strutture antropologiche dellimmaginario, 1966), che la coniugano con elementi strutturalisti e con le teorie di Bachelard, e giunge fino a Wunenburger (Wunenburger 2008). Queste due linee di pensiero condividono alcuni tratti, e segnatamente la comune (bench controversa) derivazione dalla psicoanalisi freudiana. Tuttavia, nellidea di Sartre (in cui predomina lapproccio fenomenologico), limmaginario ha una funzione derealizzante: quando mi immagino qualcosa in assenza di essa, questa immaginazione si rivela non il sostituto povero della realt, ma, a volte, un Ersatz pi ricco e pi soddisfacente, proprio in quanto irreale. Al punto che se ne potrebbe concludere che luomo meno un animale simbolico che un animale immaginante, capace cio di dare corpo al nulla una tesi che poi Sartre riprender ne lEssere e il nulla, sostenendo che lessere per-s (luomo) lunico essere attraverso cui il nulla viene al mondo (Sartre 1943, p. 61). Quando invece la tradizione junghiana parla di immaginario, e in particolare di immaginario collettivo, si riferisce a un serbatoio di simboli e immagini che incorporano e danno forma a entit positive che luomo incontra nel mondo (lo

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scarabeo simbolo della vicende del disco solare che tramonta e risorge, etc.). In questa linea di pensiero, quella di uno junghiano come Durand una ricerca sulle tipologie dei contenuti simbolici quali risultano dai miti, dalle arti, dalla letteratura delle diverse civilt. Estremizzando le divergenze, si pu dire che per Durand limmaginario nasce e si alimenta grazie allincontro tra la facolt dellimmaginazione e il patrimonio di simboli culturali mentre in Sartre limmaginario derealizza la realt (le rel), quindi la svuota proprio del suo contenuto forte, del simbolo ne fa una mera copia ad uso del desiderio del soggetto. Ma solo con la ripresa, dovuta a J. Lacan, dellopposizione (di origine sartriana) tra reale e immaginario, che viene in luce laltra distinzione chiave, quella fra Immaginario e Simbolico. Laddove la linea durandiana tende a sovrapporre luniverso simbolico e il piano immaginario, Lacan distingue due assi, col risultato che non abbiamo due teorie dellimmaginario, ma, di fatto, una sola, quella che appunto, nellattivit di simbolizzazione, individua un livello immaginario che non riducibile ad essa. LImmaginario in Lacan designa la dimensione fantasmatica della psicologia individuale, ed in particolare descrive come immaginarie le fantasie inconsce di ordine narcisistico. Da qui la connotazione ambivalente del termine Immaginario in Lacan, che viene contrapposto tanto alle formazioni strutturali (simboliche, come lEdipo), che al terzo escluso, il negativo puro, lindicibile in quanto non-simbolizzabile, cio il Reale. Questa linea di pensiero opera pertanto una distinzione che insieme una relazione. Il carattere negativo dellimmaginario sartriano (che si ritrova in Lacan) anche ci che lo delimita positivamente: ne consegue che tale concetto effettivamente dialettico sia in s, sia in rapporto al suo opposto specifico, cio il simbolico. Ci molto evidente nella triade lacaniana Reale/Simbolico/Immaginario, dove ogni termine si definisce sempre e solo in rapporto agli altri due. Nel seminario lacaniano RSI del 1974-5 questa emergenza fondamentale, cosiddetta psico-sociale, cio laspetto individua-

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le-collettivo della costellazione immaginaria-simbolica-reale, evidente, in quanto discende dal suo funzionamento dialettico, e Lacan insiste allinfinito sulla reciprocit dei rapporti che legano ogni termine della triade: ...la consistenza dellImmaginario strettamente equivalente a quella del Simbolico come a quella del Reale. Ci in ragione del fatto che sono annodati in modo tale, vale a dire in un modo che li mette strettamente in rapporto luno con laltro, ognuno in rapporto agli altri due, nello stesso identico rapporto (J. Lacan 1975, lez. 11 feb 1975, p. 64). A ci deve aggiungersi la circostanza che, mentre lattivit simbolica sembra essere (o viene concepita come) una costante antropologica strutturale, lattivit immaginaria (nel senso sopra definito, non come fantasia o immaginazione in senso classico-kantiano) ha una componente storica che la lega irrimediabilmente alla modernit. Come ha notato A. Abruzzese nel suo saggio Lintelligenza del mondo (2001), anzi, si potrebbe facilmente notare come limmaginario (nel senso di una duplicazione derealizzante del reale) si concretizzi con lavvento dei media di riproduzione delle immagini. Le tappe fondamentali di questo accadere storico sono scandite da date divenute ormai celebri, come il 1839 (presentazione ufficiale della fotografia), il 1895 (nascita del cinematografo), il 1963 (commercializzazione del videoregistratore), e via dicendo. Ma questi avvenimenti andrebbero sottratti alla serie di eventi riconducibili entro una semplice storia dei media, per essere assunti in tutto il loro valore storico-concettuale. Infatti, lavvento dei media non un semplice accadimento storico tra altri, ma costituisce quellaccadimento in cui fatalmente la storia stessa si mediatizza, si riflette in uno specchio immaginario e non pi semplicemente se stessa, ma se stessa pi la propria duplicazione mediale, pertanto, la nozione stessa di evento muta radicalmente, divenendo sinonimo, proprio oggi, sia di fatto accaduto che di accadimento mediale. Al limite, in questo senso, il rapporto tra le due linee di pensiero sullimmaginario andrebbe riletto a rovescio: non la linea Sartre - Lacan a essere indebitata con quella Jung - Durand al punto

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da dover giustificare la propria differenza; questultima piuttosto che, in tempi di immaginario mediale dilagante, cerca di rintracciare, sotto il profluvio di immagini sostitutive emergente gi nel XIX secolo, le vestigia di un simbolico di cui va evidentemente perdendosi il senso e la memoria.

2. Tutto ci ha delle ricadute nellanalisi dellimmaginario politico? Prendiamo in considerazione lanalisi di un lacaniano dissidente come C. Castoriadis, che si muove in una zona intermedia fra quelle delineate. In diversi saggi, Castoriadis delinea il profilo di un immaginario sociale come spazio di progettazione della praxis politica (Castoriadis 1998). Con questa nozione egli tende a smarcarsi dalla dimensione improduttiva, sterilmente negativa dellimmaginario sartriano tentando di individuare una curvatura positiva nella possibilit politica di immaginare un futuro alternativo allesistente. Nel suo studio su Gli immaginari sociali moderni (2004) anche Charles Taylor si muove in una direzione analoga: anche Taylor infatti sostiene che la funzione storica principale dellimmaginario quella di anticipare sotto forma di narrazione o di istanza visibile uno stato futuro delle cose, cio di pre-figurare un assetto sociale nuovo. Il ruolo dellimmaginario come agente socio-politico del resto stato corroborato dalle accurate analisi di storici come M. Vovelle sugli immaginari della Rivoluzione Francese (Vovelle 1989). Tuttavia, queste concezioni rischiano di sottovalutare il carattere dialettico dellimmaginario nella versione lacaniana cio di lasciare in ombra il suo fondamentale carattere di illusione sostitutiva. Che ne sarebbe, dunque, se provassimo a rovesciare lanalisi, a osservare limmaginario come una formazione che sta alle spalle di un determinato movimento politico, come tentativo di ricostruire il proprio passato, anzich il proprio futuro, collegando questa concezione moderno-contemporanea di immaginario sociale con la derealizzazione collettiva contemporanea, sostenuta dallapparato mediale?

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Il caso leghista sembra essere perfetto per mettere alla prova queste idee. Di pi: esso sembra dimostrare che la concezione archetipale-tipologica (strutturale) dellimmaginario non che una variante intrinseca alla concezione dialettico-mediale. Fin dallinizio, infatti, la Lega ha fatto uso di archetipi e di simboli, come Alberto da Giussano, il Sole delle Alpi, il verde leghista, lacqua del Po, etc., e cosa da non dimenticare lo ha fatto con successo, intercettando esattamente quel bacino sintomale, quellinconscio politico che stava al fondo di un malcontento diffuso e che non trovava le forme appropriate per esprimersi. Sono simboli che assolvono una funzione relazionale e insieme significante: stanno per qualcosaltro e insieme permettono a chi li riconosca come propri di sentirsi parte di un movimento, di essere dei nostri. Daltra parte essi presentano tratti altamente problematici: non solo provengono da fonti disparate poco coerenti fra loro (leggende medievali, antiche civilt rupestri, mitologie calcistiche, etc.), ma, in certa misura, non sono completamente coerenti nemmeno con se stessi. Alberto da Giussano, ad esempio, chi, meglio, che cosa ? Leroe che avrebbe condotto le armate della Lega Lombarda contro linvasore Barbarossa, e lo avrebbe vinto il 29 maggio 1176, non mai esistito (Grillo 2010). La statua che lo ritrae (un bronzo che sorge in una piazza di Legnano) stata realizzata nell800 (nel 1876, ad opera di Egidio Pozzi; fu poi sostituita dallopera di Enrico Butti), sullonda del revival che coniugava interessi romantici verso il medioevo e afflati risorgimentali. Ora, cos come storicamente assodato che la Lega Lombarda (storica) non avesse alcuna idea di identit nazionale (o territoriale), anche evidente che limmagine romantica di Alberto da Giussano centra ben poco con la Realpolitik postmoderna leghista. Alberto da Giussano, come immagine, gi un simbolo largamente immaginario quando viene concepito nel XIV secolo dallo scrittore Galvano Fiamma (non meno delledificazione di Grazzano Visconti molto pi tardi, alla fine del XIX secolo). Alberto da Giussano dunque gi

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in se stesso un riverbero culturale, nato sullonda di una mediatizzazione introdotta dai romanzi dappendice di carattere storico. LAlberto romantico, cos come la Pontida di Berchet, gi ab origine un tentativo di organizzare intorno a un qualche elemento x il fatto traumatico dellincoerenza di fondo del progetto risorgimentale. La sua ripresa da parte leghista, non potendo restituirlo a una realt storica che non ha mai avuto, finisce per estraniarlo due volte da se stesso. LAlberto leghista dunque un simbolo gi in-s incoerente che viene utilizzato in modo incoerente: figura mitica delleroe italiano, viene declassato a capo di un, ancor pi mitico, sottogruppo lombardo . Tuttavia, che un simbolo sia privo di consistenza storica non significa non abbia consistenza tout-court, anzi. Tale inconsistenza viene sopperita da una robusta riproduzione mediale di immagini, e da un intero immaginario che, per quanto derealizzato e derealizzante (proprio come quello sartriano), si deposita lentamente, ma costantemente ed efficacemente, nel tempo e nelle coscienze. A questo livello, che insieme intersoggettivo e di (pseudo) ricostruzione simbolica, le fantasie immaginarie, come ricorda Sla iz voj Z ek, divengono ideologia.
Una delle definizioni pi elementari di ideologia, perci, : un campo simbolico contenente un tal riempitivo [feticcio, fantasy], il quale sta al posto di una certa impossibilit strutturale, mentre allo stesso tempo rinnega questa impossibilit. Nelle scienze naturali, un esempio il famigerato flogisto (la materia eterea che ipoteticamente servirebbe come medium della trasmissione della luce): questo oggetto positivizza solo linsufficienza e lincoerenza della nostra spiegazione scientifica della vera natura della luce. In tutti questi casi, il procedimento [critico] fondamentale quello di dare precedenza alla negativit rispetto alla positivit: la proibizione non un ostacolo secondario che impedisce il mio desiderio; il desiderio stesso un tentativo iz di riempire la distanza introdotta dalla proibizione (Z ek 2004, p. 114).

Se ne pu concludere che, come molte formazioni politiche di carattere populista, anche la Lega ha cercato i suoi simboli archetipali e li ha trovati, si direbbe, belle pronti (provenienti da altre tradizioni, anche difformi, come quella nazionalista risorgimenta-

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le, o quella di civilt primitive). Ma sono simboli negativi, corrosi internamente dal fatto di non combaciare con se stessi (il Sole delle Alpi nordafricano, lAlberto inesistente, etc.). Invece di un positivo reperimento delle proprie radici tradizionali, costituiscono una formazione reattiva, innescata non dal rinvenimento dellidentit, ma dallangosciante percezione della assenza di qualunque identit. Tutto questo meccanismo diventa assai visibile se si prendono in considerazione elementi meno antichi dellimmaginario leghista. Il recente innamoramento della cultura leghista nei confronti del kilt, il tipico gonnellino scozzese, inteso come simbolo di invincibile orgoglio nazionale, ne un buon esempio. Proprio il famigerato kilt simbolo, se ve n uno, dellidentit scozzese infatti un tipico simbolo immaginario. Come noto, esso nato non dalle ancestrali usanze dei popoli celtici, ma dalla pura fantasia di un commerciante quacchero (Thomas Rawlinsons) che, tra il 1727 e il 1734, volle progettare un nuovo abito per i suoi operai, facile da usare, non sporchevole e pratico. Il gonnellino dunque non ha nulla a che fare con una presunta scozzesit anzi, parente prossimo della cinesit di cui parla Barthes in Mythologis - I miti doggi (Barthes 1957, p. 202) ossia una identit mitologica nel senso di non-simbolica, non radicata in features, tratti autenticamente significativi, ma nella loro ideologizzazione artefatta e posticcia. Del resto la scozzesit si sempre definita in rapporto allinglesit, alla britishness ab origine una funzione dialettica, una determinazione riflessiva, cio quel tipo di relazione per cui una cosa si definisce in rapporto ad unaltra, e un re tale non per nascita, ma solo perch altri uomini si dichiarano suoi sudditi (per dirla con Marx che in una celebre nota del Capitale segue le orme di Hegel; Marx 1989, p. 89, n. 2). Il fatto poi che il kilt sia comparso nel film Braveheart (1995) di Mel Gibson ambientato nel XIII secolo quasi come uniforme di un popolo che lottava per la propria indipendenza, testimonia non solo della disinvoltura storiografica di Hollywood, ma anche del fatto che limmaginario cinematografico riesce a plasmare limmagine stessa che ci facciamo del passato (Cotta Ramosino, Dognini, 2004). Proprio film di questo tenore dimostrano che i media reinterpretano la

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storia reinserendo a posteriori, riproiettando allindietro, elementi della contemporaneit (come il kilt) allo scopo di fissarne il valore simbolico, di sottrarlo alla critica genealogica, al sospetto che di simbolico, di originario, non abbiano un bel nulla. Ma questa riproiezione, non forse un carattere fondante del mito stesso? Non essa stessa immaginaria? In ogni caso, non bisogna sottovalutare la forza di questo immaginario se vero che secondo alcuni proprio Braveheart ha avuto un ruolo chiave nel risveglio della coscienza nazionale scozzese, che ha portato al referendum sulla devolution dell11 settembre 1997 (74,3% s) e alla conseguente ricostituzione del parlamento scozzese, nel 1998 (Anderson 2004).

3. A tal proposito non dovremmo dimenticare il celebre adagio hegeliano, in Lezioni sulla Filosofia della Storia (Hegel 1975, p. 231), secondo cui gli enigmi degli egizi erano enigmatici per loro stessi. Contro i patetici tentativi di ritrovare una qualche verit occulta sotto la mole dei simboli, questa osservazione ci rimette sulla buona strada: i simboli e i miti ancestrali non sono tanto la testimonianza di una qualche verit perduta, nota solo agli antichi popoli che ne erano i legittimi tenutari essi piuttosto sono la positivizzazione di un negativo, di un qualche blocco conoscitivo, di un x che faceva problema a quei popoli stessi. Limpossibilit di spiegarsi razionalmente lavvicendarsi delle stagioni o il ciclo lunare trovava la sua definizione nel cristallizzarsi di un mito. Il modo migliore per dare senso a un enigma cio creare un altro enigma. del tutto probabile che la rosa camuna fosse un simbolo solare, un segno iconico che doveva servire per positivizzare il fatto, traumatico per i camuni stessi, di non potersi spiegare lesistenza del sole ma questa incoerenza, che imputabile ai leghisti, probabilmente anche la nostra (in altri termini: la nostra produzione immaginaria enigmatica a noi stessi). Da questo punto di vista lincoerenza con cui cerchiamo di bollare simbologie di questo tipo di natura riflessiva: dovremmo stare attenti a usare questa accusa perch potrebbe ritorcersi su di noi: forse i camuni soffrivano di un modello esplicativo incoerente, a

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cui cercavano di porre rimedio con dei simboli ma non dovremmo dire lo stesso di ogni sistema simbolico? Il caso del SUV qui paradigmatico. A differenza del kilt, il SUV un oggetto non solo moderno, ma completamente contemporaneo. Anchesso assurto a simbolo di una certo stile di vita sportivo e allaria aperta (autentico), e proprio per questo ha finito con lessere associato alluniverso culturale leghista. Ma se si analizza il SUV in-s si vede come nasca da tendenze contraddittorie: non il classico bene che soddisfa un bisogno, ma piuttosto una neomerce che fa sorgere nuovi desideri e, pur cercando di darne forma in un oggetto positivo, non riesce veramente ad armonizzarli in una risposta coerente. Il SUV, che unisce la struttura della station wagon con la funzione della jeep (la prima fu la Jeep Cherokee, anche se i veri SUV nacquero solo nel 1997 con la Mercedes ML, seguita poi dalla Lexus RX e dalla BMW X5), cerca disperatamente di accordare la tendenza alla vita avventurosa, al fuoristradismo, alla wilderness, con lesibizione del lusso, della potenza e delle pi raffinate comodit (cristalli oscurati, aria condizionata, sedili con massaggio incorporato, come nei luxury SUV o negli XUV tipo Bmw X6). Accade cos che un potenziale simbolo leghista finisca per essere messo in parodia proprio tramite lo stesso linguaggio leghista, come nella pubblicit di Skoda Yeti, con il rap Ga el SUV cantato da Dj Ice in perfetto dialetto lumbrd. In quella pubblicit, Dj Ice sbeffeggia i ricchi proprietari di SUV (bauscia milanes) in odore di corruzione: E col ghisa poi simpunta: Mi compro te e la giunta screditando limplicita mitologia del SUV proprio da un punto di vista leghista, populista, anti-borghese, e moralizzatore. Peraltro, un simile discredito, essendo enunciato allinterno di un contesto pubblicitario volto a vendere unautomobile proprio del genere SUV (bench meno appariscente) esso stesso reso inefficace a priori: il risultato che ci si pu far beffe di un simbolo, e nondimeno crederci attivamente (e farlo proprio). Simbolo scopertamente incoerente di una incoerenza molto pi profonda, il SUV ci costringe a riscrivere il motto hegeliano nella

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forma: i desideri enigmatici dei postmoderni sono enigmatici per i postmoderni stessi Ne consegue che, se la diagnosi dovesse limitarsi a discernere lincoerenza di un sistema simbolico (il fascismo per esempio aveva un immaginario sia futurista che imperiale, sia modernista che passatista etc), sarebbe una analisi miope e dalla portata assai limitata. In effetti, occorre dire qualcosa di pi: nellepoca dellimmaginario, i simboli finiscono per rivelare il loro carattere immaginario e daltra parte continuano a funzionare simbolicamente. Se lincoerenza il problema simbolico della Lega infatti, qualcuno dovrebbe poi spiegare perch non un problema per i leghisti stessi, e come mai la Lega abbia politicamente prosperato pur con dei simboli incoerenti e inconsistenti. La tesi di una mancanza di consapevolezza, di una cecit o addirittura di una imbecillit politica leghista, evidentemente carente, ed assai pi probabile che i primi a prendere i propri simboli con un certo distaccato cinismo postmoderno siano i leghisti stessi il che non impedisce loro di crederci. Ma ad un livello sociale pi ampio non si verifica forse la stessa cosa nei confronti del sistema capitalistico nel suo complesso, il quale funziona solo se si ha fede in cose che invece intimamente screditiamo (le banche, le agenzie di iz rating, il denaro stesso)? Come ha scritto Slavoj Z ek, in questo intreccio di cinismo brutale e fede credulona che risiede il para iz dosso oggettivo del capitalismo (Z ek 2009, p. 378). Il fatto pi sconcertante resta dunque questo: che non si possa esprimere un giudizio da un punto di vista epistemologicamente distante e non coinvolto, non incluso, non immanente a questo campo il che a posteriori getta una luce strana su di esso. Nel campo dellimmaginario infatti sono coinvolti anche coloro che si sforzano di criticarlo.
Marco Senaldi

Tradizioni
Inventare la tradizione. Identit e verit nel discorso leghista

La costruzione di un mito ha lo scopo di produrre effetti di realt in base alla volont di aderire ad esso, volont che sospende o esclude lopposizione di vero e falso secondo la dinamica di un adeguamento tra lintelletto e la cosa oggettiva. Il problema che la cosa oggettiva cessa di essere tale, se essa si svela come il risultato di una interpretazione, ovvero di unazione sul reale. Daltra parte, non si scalza un mito con il logos sar piuttosto un nuovo mito a potersi confrontarsi con esso. Il mito non un oggetto che si possa davvero studiare dallesterno o pretendere di rischiarare con una sorta di ragione illuminista; esso costituisce infatti una forma di esperienza della vita, e resta davvero ortogonale allintendere concettuale, perch sarebbe lorizzonte stesso che conferisce intelligibilit alla domanda su che cosa significhi intendere (Panikkar 2008, pp. 58-61). Ma il mito molto spesso utilizzato anche come efficace pratica retorica: n solo invenzione priva di origine, n mito che affonda le sue radici in un tempo pre-istorico. proprio quello strato intermedio di mito-logia e mito-logemi (dove mythos e logos si intrecciano) posticcio come pratica retorica che va analizzato, perch produttore di istanze, di desideri, di identit. Lidea forte su cui gli emblemi e i mitologemi leghisti si formano e si fondano, anche se di fatto una costruzione posticcia, quella di identit celtica, padana, veneta o lombarda che sia. La nozione che esista una identit autonoma e coerente, indipendente dagli apporti pressoch infiniti di altre culture, di altre lingue, di trascorsi storici mai del tutto definibili, da quindici anni al centro della costruzione immaginaria della Lega. Se anche unanalisi razionale e illuminista pu, di fatto, smontare in

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poche mosse questa concezione fittizia dellidentit, il problema di fondo resta poich, appunto, nessuna operazione di smontaggio svolta con categorie logiche e razionali intercetta la credenza leghista, la quale resta inscalfibile. Paolo Rumiz, in una pagina del suo libro La secessione leggera, descrive il suo incontro con la costruzione del mito (Rumiz 2001, p. 15). Nel bar di un piccolo paese della provincia veneta, alcuni operai, commercianti, padroni di bottega si ritrovano e si raccontano a vicenda episodi di storia veneta, mescolando realt e finzione, storia e fantasia. Rumiz ha la sensazione di assistere a un atto eccezionale, irripetibile, che descrive come ladolescenza dellidentit. E prosegue pochi paragrafi pi sotto: In un contesto politico che snobbava (e snobba tuttora) lirrazionale, essa [la Lega] ha saputo rispondere magari a tentoni a un diffuso bisogno di immaginario, occupando una fascia fondamentale della diffusione mediatica: quella dei miti, delle simbologie e dei riti (Rumiz 2001, p. 17). Proprio a proposito del mito, Rumiz prosegue dicendo che esso una bomba intelligente che la politica sottovaluta. un contenitore selettivo, che ignora ci che lo indebolisce e amplifica ci che lo rafforza. I suoi tempi sono completamente diversi da quelli del teatrino della politica. Il mito non ha fretta. Sta depositato nellinconscio e aspetta i momenti di crisi dellavversario (Rumiz 2001, p. 17). Daltra parte, tutte le sottili distinzioni che lantropologia, la sociologia e la filosofia dei processi culturali cercano di mettere in campo, di definire e di affinare come quelle tra diverso, altro, straniero ed estraneo, oppure quelle tra senso di appartenenza, identificazione e identit non catturano minimamente linteresse del discorso leghista, che scorre su altri binari. Puntando a slogan immediati, trasmessi dalla pubblicit alla politica, il discorso leghista ignora la complessit dellepoca in cui viviamo, non si sogna nemmeno di provare a interrogare la contemporaneit nei suoi molteplici strati. Non ha nessun interesse a farlo. Nemmeno agendo sui presunti simboli della Lega si riesce ad ottenere alcun effetto. Questo perch il simbolo inteso come pratica, ulteriore a tutti i suoi rivestimenti allegorici, liturgici, mito-

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logici (non bisogna confondere il mito con la mitologia) resta sempre altro rispetto a ogni suo scadere nella dimensione dellimmaginario. Mentre il primo implica un movimento di apertura a una dimensione inconoscibile, che sussiste nella sua trascendenza rispetto a chi lo interroga o vi crede, e implica quindi la totale ulteriorit dellaccadere del mondo rispetto alla volont di una definizione compiuta di esso, la dimensione dellimmaginario contemporaneo, inteso come istanziazione del desiderio, pretende esattamente il contrario, cio di determinare in modo assoluto che cosa siano lidentico e il differente, chi siamo noialtri (veneti, lombardi, padani) e chi sono loro (immigrati, extracomunitari, terroni). La complessit del simbolo e limpossibilit di unidentit chiusa e assoluta, cio sciolta da legami e condizionamenti, proprio ci che il leghismo, per sussistere, deve ignorare: pretendendo di affermare una identit la nostra o la loro, con tutte le dicotomie che ne conseguono: lavoratori/fannulloni, padani/terroni, italiani/immigrati incapace di pensarla e viverla nella sua costitutiva impermanenza, nella sua transitoriet, poich lidentit processuale, relazionale, dialettica; e, in questo senso, sempre simbolica. Caso emblematico di pervertimento del simbolico lutilizzo del crocifisso, come emblema di una chiusura comunitaria e portatore di identit locale: ci che per definizione vorrebbe essere universale, cattolico in senso proprio (katholikos) viene esibito come elemento distintamente occidentale, o addirittura italiano, da sbandierare contro lalterit dei musulmani. Ci che, in quanto simbolo, manterrebbe la propria irriducibilit rispetto ad ogni appropriazione ideologica a partire da quella ecclesiastica diviene emblema e allegoria manipolabile, strumentalizzabile, asservibile a scopi particolari, a desideri e forme di godimento immaginario. Si gode cio di quella identit fittizia che si costruita ad hoc, operando una proiezione sul passato di immagini e desideri costruiti qui e ora secondo quel processo che Grard Lenclud ha definito filiazione inversa (Lenclud 2001, p. 131). Ci che spesso viene chiamato tradizione in realt tradizionalismo, cio la rappresentazione cosciente di uneredit culturale pi o meno autentica (Aime 2004, p. 41).

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Pu essere che, come esiste una istituzione immaginaria della societ, ben descritta dallomonimo libro di Cornelius Castoriadis (1995), cos esista una istituzione immaginaria dellidentit. Lidentit viene istituita, inventata, pi che scoperta. Il processo che intende recuperarla da un presunto oblio coincide con quello della sua invenzione e con lattribuzione al passato di una serie di caratteri inediti, creati appositamente. Come scrive Marco Aime introducendo un brano di Ernest Renan (1993, p. 7) sulla costruzione del concetto di nazione, per costruire unidentit occorre una forte dose di memoria, ma anche unaltrettanto forte dose di oblio (Aime 2004, p. 46). Si inventa, si costruisce, e insieme si dimentica, si trascura, come ad esempio le evidenti affinit tra le situazioni dei migranti italiani di un secolo fa e quelle di molti migranti odierni che giungono in Italia. Questo tipo di costruzione si colloca allinterno dello scenario psicosociale, descritto da Massimo Recalcati nel suo recente libro Luomo senza inconscio (2010). Nellepoca iper-moderna in cui stiamo vivendo, epoca della spinta compulsiva al godimento immediato, alla liquidit dei legami psicologici, affettivi e sociali, si affianca una tendenza parallela, quella delle identificazioni solide, che segnalano la tendenza del soggetto alla chiusura autistica, alla pietrificazione, alla solidificazione narcisistica come risposte estreme alla liquefazione generalizzata dei legami sociali (Recalcati 2010, pp. XI-XIV). Se la tendenza a rifugiarsi nella costruzione di forme identitarie una forma estrema di difesa dalla precariet delle relazioni sociali innescata in parte dai rapidi processi della globalizzazione, essa produce anche, per contrasto, una potente mutazione relativa al desiderio. qui che entra nuovamente in gioco limmaginario. Contribuendo alla costruzione di una identit fittizia, il discorso leghista imputa allAltro limmigrato, lextracomunitario la colpa di un mancato godimento; e proietta invece sulla propria appartenenza a un territorio, a una comunit ancestrale, la promessa di un godimento immediato, desublimato appunto, senza mediazioni simboliche e senza pi limiti. [] Il godimento assume la forma di un imperativo categorico che rifiuta la castrazione: Devi godere! (ivi, pp. 9-13). La castrazione simbolica della Legge ci che

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permette al desiderio di non dissolversi nellinforme, ma di acquisire forma e senso per il soggetto. Separandosi dallAltro, credendo di poterne fare a meno, di essere tutelati e indipendenti da qualsiasi ibridazione o meticciato culturale, il discorso identitario della Lega affonda nella perversione del desiderio stesso, e finisce paradossalmente per eliminare ogni possibilit di godimento. Se non si impara a desiderare non si sa pi neppure godere, ci si affanna alla ricerca di sempre nuovi nemici da accusare, per giustificare ai propri occhi limpossibilit del godimento. Si costruiscono rituali e meccanismi di coesione immaginaria, nel miraggio di un godimento promesso e mai realizzato, se non nellimmagine mitica. E infatti a essere delusi, scontenti, mai soddisfatti, non sono i veri poveri, ma gli imprenditori medi e medio-grandi che nel ricco Nordest si lamentano proprio perch sentono di non godere come vorrebbero, o come dovrebbero. La costruzione di valori formali, vuoti di contenuto, che facilitano per la costruzione di unidentit, mostra come non sia tanto la verit ad essere in questione, quanto la funzionalit: Di alcuni atti linguistici non va valutata la verit o la falsit, ma per esempio lefficacia. Cos le scommesse, le dichiarazioni damore, le dichiarazioni di guerra, le promesse. In questo senso, per esempio, lesistenza della Padania assomiglia pi a una scommessa che a unasserzione descrittiva. E se la scommessa vinta, la Padania esiste (DEramo 1999, p. 177). Essendo crollata una sorta di istanza primaria del desiderio la grande narrazione , come se si fossero costruite ad hoc delle istanze secondarie le false narrazioni o i mitologemi che hanno il compito di fornire un godimento di desiderio, un godimento immaginario, ma efficace per colmare il vuoto lasciato dalla perdita di altre dinamiche del senso. Bisogna riconoscere pure il fatto che le descrizioni e le narrazioni che descrivono i processi sociali e culturali non si pongono nei loro confronti in un modo neutro. Ogni fase storica si d anche insieme alle narrazioni che la dicono, che la esplicitano; a posteriori la ricostruzione storica, o storico-filosofica, deve fare anche i conti con la storiografia e le sue evoluzioni, con le autorappresentazioni costruite per raccontare lavvicendarsi degli

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eventi, con le strutture di significato che danno luogo al farsi e al procedere delle identit di un popolo, di un paese, di una cultura. In queste narrazioni si possono rilevare quelli che iek ha definito momenti di occlusione narrativa. Rischiaramento illuminista versus mitologia immaginaria, oppure prova di realt versus godimento dellimmagine. Come conciliare queste visioni contraddittorie? Lunica soluzione a questo vicolo cieco [] considerare questi due racconti come i due sforzi ideologici complementari di risolvere/nascondere il soggiacente vicolo cieco (iek 2004, p. 25) dovuto al fatto che una verit mitica, una tradizione in quanto sistema codificato di valori, appare nel preciso istante in cui la si sente irrimediabilmente consegnata a un luogo che si trova alle proprie spalle; viceversa, lilluminismo dellintelletto e della prova di realt si afferma come evento o come programma da attuare solo se essa si pu confrontare e pu confliggere con un passato o un mitologema da cui distaccarsi, o con cui misurarsi. Sia nella versione progressista del passaggio da unideologia immaginaria a una concezione moderna, illuminata, sia nella versione nostalgica che vede una caduta dalle forme tradizionali nellevoluzione disumanizzante, sacrilega, caotica dellepoca presente, il racconto rischia di celare lassoluta sincronicit dellantagonismo in questione. Di conseguenza, il paradosso da accettare pienamente che quando un determinato momento storico (fra)inteso come momento di perdita di qualche qualit, a unattenta analisi appare chiaro che quella qualit perduta emersa solo nel preciso istante della sua presunta perdita (iek 2004, p. 27). Ma questi discorsi non rischiano di essere autoreferenziali, di confortare soltanto la ragione illuminista che vuole convincersi dellidiozia (idiotes colui che non sa riconoscere laltro, perch occupato esclusivamente dal proprio, dallidion) del discorso leghista? Gi si detto di come i mitologemi leghisti restino al di l, o al di qua, di ogni confronto con il logos o con ogni esame di realt. Si pu tentare forse un approccio diverso, basato sulle strategie oblique e sulle forme indirette di un differente pensiero, che non riposa sugli stessi assunti logico-grammaticali del pensiero e

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della retorica occidentali. Invece di opporre vero a falso, istituendo contrapposizioni frontali, si pu cercare di mostrare di volta in volta la parzialit delle tesi sostenute dallavversario, invalidarle progressivamente tramite altri effetti di senso, mostrando la continuit e linterdipendenza dei processi contro una visione soltanto statica dei rapporti sociali. Alla fittizia e inconsistente logica leghista si deve far fronte non opponendole un sistema che le scivola addosso, ma sapendo far crescere altri potenziali, favorendo linsorgere di condizioni innovative e alternative. Puntare alla possibilit di invalidare il discorso identitario leghista sulla base del principio di non contraddizione o delle regole logiche del linguaggio non risulta particolarmente efficace. Pu essere importante invece aprire una via strategica obliqua per depotenziare quel discorso, mostrandone le incoerenze a livello pratico, facendo leva sulle trasformazioni silenziose che erodono anche i poteri immaginari (Jullien 2010) . In questo senso si esce anche da un ambito di confronto strettamente agonistico, nel senso del dibattito politico tradizionale. I mitologemi leghisti esorbitano dalla sfera della discussione propriamente politica, ed proprio questo uno dei molti motivi che hanno fatto presa sul popolo, che hanno radicato le posizioni leghiste sul territorio. Finch si resta sul terreno dellagone politico e ci si confronta con i mezzi e le armi di quel tipo di dibattito, si sfiora soltanto larmatura del godimento immaginario. Non siamo in presenza di un logos, a cui opporre un anti-logos; la migliore abilit retorica o sofistica non serve. Per riattivare la possibilit e lattualit di un dibattito politico bisogna forse sapere uscire da esso, paradossalmente, adottando anche altri stili non pi sulla base di programmi o modellizzazioni, o sulla base di evidenze che restano sfasate rispetto alle mito-logie della Lega, ma operando secondo forme alternative di coerenza, che possano esautorare la virulenza dei discorsi identitari leghisti riassorbendoli e dissolvendoli, non contrapponendovisi. Lalternativa, quindi, quella che passa da una dimensione puramente logica di cui ogni tipo di ideo-logia non che una possibile parte o conseguenza a una di carattere etico (non

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morale), in cui i mitologemi leghisti possono essere assunti come forme del rimosso di una ragione illuminista che li vorrebbe espungere da ogni discorso. Pu essere che solo dopo aver incorporato quei mitologemi se ne possa far emergere la parzialit e linanit. La ricerca di una verit necessita invece di una opposizione dia-logica, di un dia-logos che metta di fronte due discorsi appartenenti a un medesimo piano logico e semantico; a un logos fa da contraltare un anti-logos, e da questo dibattito, da questo agon scaturisce il politico. Non casuale, in politica, labbondanza di termini che attingono al fondo del pensiero greco: a partire da quel contesto che le forme stesse del pensare e del dibattere si sono evolute. Di fronte al discorso leghista, che fuoriesce dal contesto del logos filosofico e politico classico, bisogner interrogarsi se non sia il caso di adottare altre possibilit tattiche e strategiche, non desunte dalla linearit e dalla modalit di significazione della logica filosofica e politica ereditata dalla grecit. Il pensiero politico cinese, per esempio, non si costruito tanto secondo lopposizione vero-falso, allo scopo di affermare una posizione escludendo laltra. Nella tradizione cinese lefficacia del discorso politico si sempre accompagnata alla capacit di comprensione e riassorbimento delle posizioni opposte. Dunque non bisogna erigere falsit contro verit, illusione contro fattualit, fantasia contro realt; ma sciogliere e riassorbire un atteggiamento parziale, limitato, fazioso in un movimento di pensiero e di pratica globale, ampio, inclusivo. Anche ogni mito ad hoc dovrebbe essere sciolto non negato frontalmente in una trama, in una rete di relazioni pi ampie e inclusive. Chiunque pretenda di mantenersi al di fuori della relazione con il diverso, soffoca nel proprio mito, che sia anche quello dellesattezza, dellilluminismo o della Storia (Panikkar 2008, pp. 90-94). Nel caso del discorso leghista, della sua costruzione identitaria e delle sue forme di godimento immaginario, non siamo di fronte a un logos contro cui ergere un logos contrapposto. Il confronto dialettico si trova cos in un vicolo cieco. Pu essere invece che un confronto etico possa trovare altri percorsi, aggirare lostacolo

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della a-logicit del mito, per riportare sul piano dellincontro di gesti, di azioni, di comportamenti ci che il dialogo razionale si vede scivolare di mano. La politica dovr forse trovare nuove strategie dazione? Seguendo la strategia cinese, che come si accennato dissolve la disgiunzione di vero e falso, di irrazionale e razionale, si deve procedere in favore di un bilanciamento che non neghi le parti del processo sociale, politico, fisiologico, ma le reimmette sempre e di nuovo in una circolazione dinamica. Ci che male il blocco, la sterilit, la fissazione, anche su unidea o una verit che si presumono assolute. Il linguaggio da adottare, di fronte a quello fortemente emblematico e identitario della Lega, non pu essere n quello dellilluminista razionale che cerca di scalzarlo dai suoi fondamenti, mancando ogni volta il colpo, n quello di una contrapposizione ideologica o mitologica. Bisogna piuttosto cercare di adottare un linguaggio e una strategia dellobliquit, che di volta in volta sappia giocare con le parole e le armi del logos o del mythos, che sappia sostenere, da un lato, la prova di realt dei fatti ma che sia anche in grado di accogliere o produrre nuovi miti, non pi legati a una dimensione localistica ed esclusiva, ma ad una globale, aperta, mutevole, quindi anche meno sicura e pi difficile.
Marcello Ghilardi

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Linconscio e la voce del padrone

La voce il fatto primordiale della politica. J. Alemn

Per una clinica della politica Lapproccio clinico alla politica parte oggi dallipotesi che sia in atto una trasformazione profonda, potremmo dire epocale, del rapporto tra potere, desiderio e godimento, una trasformazione che le categorie tradizionali, cio moderne, del pensiero stentano a cogliere e fanno fatica a interpretare. Questa trasformazione riveste la transizione, ormai in buona parte avvenuta, dal piano ideologico al piano immaginario (cfr. in questo volume, Suv, pp. 176185). Per quanto riguarda i limiti e le finalit del presente contributo, minteressa sottolineare soltanto che limmaginario politico un campo nel quale non sono gli individui a decidere di loro stessi e della comunit cui appartengono, ma i corpi presi nel loro reciproco intreccio dinamico e pulsionale. Limmaginario leghista appare, da questo punto di vista, un caso esemplare, un paradigma, come gi stato detto, dellimmaginario contemporaneo. Quello che, fino a poco tempo fa, potevamo ancora considerare ed eventualmente comprendere attraverso le categorie dellidentificazione al Capo, del perseguimento dellideale, dellassunzione di una costellazione valoriale o ideologica, ha oggi lasciato il posto a tuttaltra dinamica. Di fronte a tale profonda trasformazione, che ci riguarda tutti in quanto figli del nostro tempo, viene anche meno la possibilit di esercitare una seria, costruttiva e illuminata critica intellettuale. La critica a sua

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volta sussunta dalla pervasivit immaginaria, diventando parte integrante del suo gioco di rimandi. Limmaginario contemporaneo, e in particolare quello leghista, ci pone fuori da ogni istanza critica di tipo dialettico-oppositivo: noi/loro. Bisogna inventare nuove strategie di analisi e di critica. Lo sguardo clinico, a differenza della critica illuministicamente atteggiata, interroga limmaginario leghista come un sintomo e non come una formazione ideologica. Prendere la questione dal punto di vista del sintomo significa chiedersi a quale strategia di godimento risponde limmaginario leghista e non semplicemente da quali interessi o finalit economico-politiche mosso. La clinica della politica interviene nel campo immaginario non tanto, o non solo, per comprenderlo, ma perch qualcosa daltro possa accadere, dunque per intercettare, o al limite favorire, dei punti di discontinuit, di frattura, capaci di decompletare la sua tenuta appunto immaginaria. Il presente contributo si colloca allinterno di questa prospettiva. Non si tratta di unapplicazione di categorie psicoanalitiche al campo del sociale, si tratta semmai della presa datto che linconscio, se ce ne uno, non qui dentro, in una supposta interiorit, la psiche, ma l fuori: che il collettivo il soggetto dellindividuale (Lacan 1966, p. 207) o, per impiegare unespressione freudiana particolarmente enigmatica ma credo anche feconda, che la psiche estesa e di ci non sa nulla (Freud 1941, p. 566).

Clinica e discorso Qual loriginalit o per meglio dire la novit dello sguardo clinico di fronte a un fenomeno quale quello dellimmaginario leghista? Quale la differenza, se ce n una, tra la clinica della politica e lantropologia, la sociologia o, pi in generale, la scienza della politica? Si tratta di uno spostamento di oggetto che comporta anche un cambiamento di prospettiva: la clinica, l dove evoca quellaltra scena dellinconscio scoperta da Freud, non interroga i propri oggetti a livello della cultura. Non descrive,

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analizza, spiega e comprende il fenomeno dellimmaginario leghista come un fenomeno eminentemente culturale, e che dunque dovrebbe portare con s tutto un orizzonte di rappresentazioni, motivazioni, intenzioni, prospettive, in breve ci che filosoficamente si chiama senso. La clinica non legge limmaginario leghista come orizzonte di senso, dunque non vuole interpretarlo o spiegarlo. Le interessa, a rovescio, interrogare il modo in cui quella scena riesce a intercettare il godimento di ciascuno, a farlo circolare, a costruire uno stile, un modo, o per meglio dire un discorso capace di articolarlo. In questo senso, si pu parlare di un vero e proprio discorso leghista, intendendo con questo termine una struttura articolata i cui termini e le cui posizioni dispongono i soggetti allinterno di un campo immaginario che mette al lavoro il godimento. Come si legge, allora, un discorso, se questo pu essere o anzi deve essere pensato, come sosteneva Jacques Lacan, indipendentemente da chi lo parla o da ci che si dice, prima di tutto come dispositivo denunciazione? Il discorso leghista operativo non tanto per quel che dice, per lo spazio culturale e ideologico che veicola, ma per quel che fa e fa fare. Tale dimensione pragmatica, il discorso la ottiene a livello della sua articolazione enunciante e non a livello del senso o dei significati che trasmette. Si tratterrebbe allora di iniziare a leggerne il funzionamento a livello dellenunciazione e non dellenunciato. Leggere un discorso significa allora farne la clinica: non interpretare i suoi significati reconditi o rimossi, ma intercettare il suo funzionamento. Significa, cio, domandarsi: come fa il discorso ad aver presa sul godimento dei soggetti che cos ne vengono assoggettati? Questo punto, questa leva, questo lembo che permette allimmaginario di intercettare il reale e far girare il discorso loggetto parziale, o lacanianamente, loggetto a. Nel nostro caso, la voce del padrone. La politica, il legame politico, ci che distoglie il singolo dal suo godimento idiota per inscriverlo nel discorso dellAltro, propriamente la voce, la mia voce come voce dellaltro. La voce dellamico (Stimme des Freundes) di cui parla Heidegger in Essere tempo voce che ci chiama, ci convoca, ci fa abitare

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un luogo comune. In questo senso, la clinica interroga la voce del discorso, il corpo e la carne dellenunciazione che lo sostiene.

Che cos una voce? La domanda potrebbe apparire poco pertinente. Eppure, a ben guardare, la voce ha un che di fondamentale rispetto al potere dellimmaginario leghista. Intendiamo, innanzitutto, la voce di Bossi, la voce del Capo dunque non tanto la sua voce, ma quellaltra voce di cui il personaggio politico il supporto pi o meno volontario: la voce che parla in lui, che risuona e che cos entra in risonanza col suo popolo. Di che voce si tratta? Non una voce chiara, determinata, convincente, tuttaltro. Diciamo, prima di tutto, che una voce incespicante. Una voce rotta da un eccesso di godimento che risuona di continuo attraverso la sua dimensione roca, cupa, graffiata. Questa voce non vuol-dire (Bedeutung), o non vuole dire soltanto. In continuazione rimanda chi lascolta al suo supporto. Ascoltare Bossi come fare lesperienza di una voce che resiste e si oppone alla sua completa significantizzazione. Leco della voce ci che dispone (proprio come un dispositivo foucaultiano) i corpi nellorizzonte politico. Ma di che orizzonte stiamo parlando? Lorizzonte immaginario, appunto, di cui la voce leghista forse il supporto nascosto e dunque da interrogare. Proviamo a seguire questa linea che dispone da un lato la voce e dallaltro limmaginario di cui la Lega sarebbe per dir cos il sintomo pi evidente. Questa linea chiama immediatamente in causa la questione del rimosso. In altri termini, potremmo dire che la voce del padrone rappresenta oggi il modo in cui avviene il ritorno del rimosso. Ci che la modernit aveva messo a tacere, ci che in altri termini il simbolico rimuove per potersi installare, ritorna dun tratto con tutta la sua opacit e dimensione spaesante. La voce roca di Bossi il ritorno contemporaneo del rimosso: il supporto sonoro, che il logos per funzionare deve cancellare, viene in superficie o, per meglio dire, prende il potere. Come si sa, per, il rimosso torna sempre in forma trasfigurata: la seconda volta rive-

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la la verit della prima, ma in forma rovesciata. Ci che stato, in un tempo senza tempo, ritorna ora con i tratti rovesciati di una sottile perversione quasi-afona. La voce del Capo torna come voce roca dopo essere transitata per la voce suadente, rassicurante e cinica del Divo di democristiana memoria. cos che quel che dellimmaginario fascista non stato superato (aufgehoben) dal simbolico democristiano torna ora nella forma reale e perversa della quasi-afonia leghista. La voce di Bossi il resto post-storico e postumano del corpo del Capo. La questione per noi oggi non pi quella di Kantorowicz (1997): il corpo mistico da una parte e il corpo materiale dallaltra si tratta di cogliere, di prestare attenzione, a quei frammenti di corpo, n simbolici n meramente fisici, materiali, bens pulsionali che tracciano il nostro spazio comune immaginario. Per interrogare leffetto, la portata e il potere di questa voce bisogna fare un passo in pi allinterno dellatteggiamento critico che ci riguarda; si tratta di andare al di l del rapporto moderno voce = verit = desiderio. Come gi negli anni Settanta invitavano a fare i due giovani decostruzionisti Nancy e Lacoue-Labarthe, bisogna provare a pensare che lidentit tra voce, desiderio e verit non naturale, ovvia o scontata. Qualcosa nel desiderio non parla, resta muto, alle volte grida. Forse dovremmo iniziare ad ascoltare questaltra voce afona, enigmatica, a tratti insopportabile, che attraversa, affetta e scandisce anche il nostro desiderio. In questa disgiunzione radicale tra desiderio e verit emerge tuttaltra voce che forse pu aiutarci a comprendere in che cosa consista quellinquietante desiderio fascista delle masse che Gilles Deleuze ricordava a Foucault nel 1972: No, le masse non sono state ingannate, hanno desiderato il fascismo (Foucault 1972, p. 126).

La voce risponde 10 maggio 1967: Je ne dis mme pas la politique cest linconscient mais, tout simplement: linconscient cest la politique! (Lacan 1967). un passaggio a effetto, come spesso succe-

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de per gli enunciati di Lacan, ma dal nostro punto di vista rivelatore. Cos, infatti, limmaginario leghista se non linvenzione residuale del politico ai limiti della politica? Come fenomeno immaginario, la Lega apre i battenti nel momento in cui tutto quel mondo di rappresentazioni simboliche che orientavano la politica viene interrotto anche per una sorta di atrofizzazione dialettica. Limplosione vertiginosa della dinamica simbolica verso il vuoto pneumatico degli anni Ottanta produce come effetto di difesa linvenzione immaginaria del fantasma leghista: il celodurismo. Di fronte allorrore prodotto dalla sguardo di Medusa della castrazione (la scena post-dialettica dellabbattimento del muro di Berlino), il tessuto sociale chiede a forza che venga messo in piedi uno scenario alternativo. Tutto, ma non alzate il velo della politica, questo no. La sferzata leghista risponde a un meccanismo di difesa costruttivo: si tratta di virare di colpo di fronte alla roccia della castrazione. Virare la roccia nella voce roca. A questo risponde la voce di Bossi, in fondo il suo tratto rauco, grezzo, ruvido produce una barriera immaginaria tra noi e la castrazione, ci protegge. Se il Padre sul finire della storia tace, la voce di Bossi risponde. In questo sta il segreto della sua efficacia, cio, come stato detto, della capacit di mobilitare cinicamente scenari di credenza e in quelli orientare il desiderio. Partiamo dal fantasma. In fin dei conti, secondo Lacan il fantasma una scena che si annoda con un enunciato. Proviamo a scomporla: il celodurismo, proferito e ripetuto ossessivamente da una parte e dallaltra determina un certo godimento, appunto, della voce. La voce qui non ha, ripetiamo, la funzione di dire qualcosa, ma di fare da schermo, di proteggere, di bloccare la corsa cieca verso il peggio. In questo senso si pu leggere la sopra-vivenza della voce di Bossi alla sua persona fisica. Nulla sarebbe stato in grado di spegnere quellefficacia, perch quel che conta non ci che ha da dire o dice, ma che la voce risuoni, che la voce roca tenga a distanza la roccia della castrazione. Sicch, se ascoltiamo con attenzione, ci possiamo accorgere che quel suono gutturale, profondo, gergale risponde a una chiamata che gli fa da eco e convoca il desiderio del popolo leghista. Leco apre la scena immaginaria dellorigine la mitolo-

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gia del popolo leghista, della terra originaria, della lingua originaria non costruita ideologicamente, piuttosto prodotta aprs coup, retroattivamente, attraverso il rimbalzo sonoro della voce. Non c costruzione razionale dellinganno mitologico. C un gioco pulsionale ad effetto. Nei corpi e nel sentire comune, il godimento della dimensione roca e gutturale della voce del Capo a retroagire su di unorigine che non mai stata e che, proprio per questo, diventa loccasione per tutti di farsi scritturare sulla scena immaginaria di un desiderio condiviso e cos anche rinnovato: la comunit fusionale. In fondo, la voce di Bossi da sempre quella di un sopravissuto. Per questo non parla ma convoca. Ecco la sua efficacia immaginaria.

Il gergo dellautenticit Allinizio degli anni Sessanta Theodor Wiesengrund Adorno scrive un testo per criticare il gergo dellautenticit che, a sua detta, circolava negli ambienti colti e intellettuali della Germania anni Venti e Trenta (Adorno 1964). Questo gergo dellautenticit, a detta del pensatore francofortese, era parlato tanto da chi come Heidegger, punto di mira critico di Adorno, andava alla ricerca di un linguaggio pi originario alle spalle delloblio dellessere operato dal discorso metafisico occidentale, quando da chi, come Thomas Mann, insisteva sui limiti della politica promuovendo un atteggiamento impolitico. Al di l dei destini diametralmente opposti che la storia ha poi riservato a questi due testimoni della lingua tedesca, interessante ripensare oggi la questione dellautenticit rispetto al gergo leghista. Prendiamo la questione dallinterno dellanalitica esistenziale di Heidegger ed esattamente l dove viene nominata la differenza tra la chiacchiera (Gerede) e lautenticit (Eigentlichkeit). Passiamo buona parte del nostro tempo immersi nella chiacchiera quotidiana del si dice, si pensa e si fa (le figure del Man di cui parla Heidegger). Una vita trascorre indisturbata dallinizio alla fine in mezzo a questo bagno immaginario, salvo rare eccezioni. Leccezione consi-

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ste proprio nellevento traumatico che pu o meno venire a interrompere il continuum dello scenario immaginario, cio a provocare una frattura allinterno dellomeostasi del principio di piacere. Leffetto dangoscia che in questi casi si prova, dice Heidegger, ha il pregio di produrre una vera e propria rivelazione: la verit in quanto disvelamento ci rivela dun tratto il nulla, cio il mondo in quanto tale (Heidegger 1927, p. 235). Di fronte a questa esperienza estatica, allesistenza data la possibilit di incamminarsi verso una dimensione autentica e non pi anonima della propria vita. Bene, ma qual la critica che Adorno muove a questo ragionamento? In termini dialettici potremmo riassumerla cos: in fondo Heidegger punta a ipostatizzare la posta in gioco nella rivelazione dellangoscia. Lautentico si contrappone alla chiacchiera come il vero al falso, lessere si contrappone allente, la verit come aletheia alla verit come adaequatio etc. In altri termini, alle spalle dellautenticit esistenziale di Heidegger troviamo, secondo Adorno, una concezione ingenua e predialettica del linguaggio: la trascendenza della verit rispetto al significato viene sradicata dallenunciazione e ipostatizzata in una sorta di propriet immutabile. Insomma, per Adorno siamo di fronte a un discorso filosofico che punta a favorire e diffondere una certa sensibilit per loriginario, la terra, il gergo appunto, e che certamente sta alla base dellideologia nazista. Chi pu intendere il linguaggio delle origini di cui e con cui parla Heidegger? Soltanto quei pochi che hanno orecchie per intenderlo: noi che non siamo come gli altri, noi che ancora cintendiamo in quanto pastori dellessere o, in altri termini, che parliamo la medesima Ursprache. Il gergo dellautenticit ci parla nellorecchio (di Heidegger?), ci convince, ci seduce. A ben vedere, proprio cos che poco alla volta si costruisce il luogo originario della terra e il radicamento che questa richiede. Strano destino, pensare che la lingua originaria di Heidegger possa oggi risuonare nei ruggiti quasi afoni del Capo leghista. Eppure di questo che si tratta: a partire dal tono della voce di Bossi si dischiude un intero campo immaginario caratterizzato dal mito della positivit, dallodio nei confronti della cultura intellettuale (ridotta a gaio gioco radical chic), dalla terra origi-

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naria delle madri e infine dal primato del Senso che viene a coincidere con il concreto. Allinizio del suo testo, Adorno sottolinea con forza il legame che il gergo istituisce con il regime della positivit dei fatti. Coloro che parlano il gergo dicono anche la realt positiva della cose cos come sono. Stanno ai fatti, per dir cos. Ai fatti reali che il gergo enuncia nella loro verit. Nel tesser le lodi della positivit scrive Adorno si trovano daccordo tutti coloro che sanno parlare il gergo (Adorno 1964, p. 20). Da notare il riferimento importante che poco prima viene fatto al tema della voce, a riprova del fatto che la positivit evocata a livello dellimmaginario sorge propriamente a partire da ci che nella voce si tace, non si dice, ma che dice di continuo, cio che disegna lorizzonte a cui fa riferimento, il tono: Il solo tono di voce gronda di positivit, scrive Adorno (1946, p. 19). In altri termini, proprio la voce presa nella sua materialit sonora, il tono, a disporre lo spazio di quella positivit su cui si erge il gergo dellautenticit. Di fronte a questa sprezzante positivit che giudica con disprezzo ogni critica ritenendola inutile satira sofistica, Adorno ci ricorda che la dimensione comica della sofistica nasconde in realt una salvezza profonda, la stessa salvezza della posizione dialettica. Non a caso, bisogna andare a cercare tra gli sconfitti, gli oppressi, tra i socratici minori che Platone mette a tacere, per rintracciare lala pi radicale del pensiero occidentale: Con la garanzia di conferire a qualsiasi prezzo un senso allesistente, lantico astio antisofista penetra nella cosiddetta societ di massa. Esso domina la tradizione ufficiale della filosofia, a partire dalla vittorie di Platone e di Aristotele sulla sinistra socratica []. Lantisofistica nello stadio finale della mitologia prefabbricata unirrigidita filosofia dellorigine. (Adorno 1964, pp. 34-35). La risata sofistica un sintomo di verit e di legame al di l del riconoscimento simbolico ormai perduto. Dire noi oggi, al di l del mito di una comunit fusionale promosso dallimmaginario leghista, un po come ridere insieme come diceva gi Freud, si ride sempre in due, e non si ride mai senza condividere un po la stessa rimozione, aggiungeva Derrida.

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Limmaginario leghista metafisico proprio per il culto che manifesta nei confronti della positivit dellorigine. Nel suo mitico ritorno alle madri coltiva una forma irrigidita e violenta, cio pre-dialettica, della filosofia dellorigine: Il gergo registra la ricaduta della metafisica risorta in uno stadio predialettico come ritorno alle madri (Adorno 1964, p. 35). L dove Adorno individua la matrice vitale del pensiero, proprio nella dimensione pungente e iperironica della sofistica, la Lega fa dellintellettuale una caricatura da clown, trasformando in farsa il momento ludico che invece essenziale al pensiero. Ovvero, disinnescando ontologicamente ogni forma di critica. Di fronte a questa ricostruzione, paradossalmente, il vero intellettuale metafisico diventerebbe proprio Bossi. La filosofia dellorigine implicita nellimmaginario leghista disegna i tratti irrigiditi delluomo intero, tutto dun pezzo, con le palle luomo, cio, che ha un rapporto privilegiato con la sua terra, con lessere o forse si potrebbe dire con le madri. In fondo, si tratta delluomo che rifiuta la roccia della castrazione e la rifiuta in nome di un radicamento incestuoso con la propria madre-terra: la Padania. Qui si mostra il fantasma che orienta limmaginario leghista: luomo con le palle e la madre-terra sono la cornice che viene a inquadrare il suo orizzonte prepolitico. Il luogo della voce l dove tutto ci si scrive e scrittura il suo popolo. Su questa voce poggia la costruzione delluomo intero radicato nellEssere, come scriveva Adorno. Ma alle tiritere sulluomo intero radicato nellEssere la psicoanalisi d [] risposte ancor oggi attuali (Adorno 1964, p. 50).

Ritorno alla clinica: allorigine il godimento Sicch, se stiamo a quanto Adorno suggerisce, il passo successivo consisterebbe nel dire che a questa logica oppositiva, ideologica, gergale, bisogna invece contrapporre una sana critica dialettica. La dialettica non pensa, dice allora Adorno, al recupero dellautentico, pensa sempre e comunque che la questione si gioca nelloscillazione, pensa cio che non c autentico senza chiacchiera e viceversa. Detto

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altrimenti, pensa che allorigine non c lessere, scritto nei modi pi strani (Seyn) o la Padania, scritta a sua volta nelle maniere pi stravaganti. Pensa che allorigine c la differenza, non come tale, ma che alle spalle di ogni come tale, anche quando il come tale il nulla del mondo come tale, c la pulsazione estimale e intermittente della Vita eterna che si rinnova infinitamente attraverso il suo continuo transito, cio il suo continuo differire. Non dunque la differenza opposta allidentit, ma il differire della differenza. Detto altrimenti, allorigine c propriamente la roccia della castrazione: lorigine divisione, spaccatura, taglio trauma. Ma di questo non vogliamo sapere nulla. Meglio allora la voce del padrone. In fondo, potremmo dire, limmaginario leghista una forma di trattamento dello stato deccezione, della sovranit. qui, infatti, che in qualche modo ci pone il nostro tempo, sul crinale della crisi del simbolico. Sul margine della dialettica hegeliana per il riconoscimento, la posta in gioco, come gi aveva ben visto Bataille, propriamente la sovranit. Nei nostri termini, potremmo allora dire: la voce sempre fuori legge. Come sostiene Jorge Alemn, mentre sugli oggetti classici della psicoanalisi (seno, feci, fallo) possibile operare lAufhebung simbolica, in altri termini si pu operare su di essi il processo di sublimazione proprio alla civilt, per quanto riguarda la voce e lo sguardo non abbiamo pi a che fare con il resto della domanda, ma con il resto del desiderio. Nella voce, in particolare, incontriamo un resto irriducibile al simbolico: se vera la tesi della desimbolizzazione, dellinstabilit delle identit, delle memorie labili e volatili, lo sguardo e la voce hanno partecipato in modo cruciale a questo processo, vale a dire come elementi che rimangono sempre senza possibilit di castrazione. La politica non pu castrare n lo sguardo n la voce. Si pu fare qualcosa con la colpa e con il debito, ma con lo sguardo e la voce non si pu fare nulla (Alemn - Larriera 2009, p. 137). Il resto della voce del padrone attraversa, come la scia di una cometa, lintera storia e ritorna oggi nella forma perversa della voce quasiafona di un Capo zoppicante. Infine, non propriamente lanimalit che ritorna, ma un terzo genere indefinibile di quasi-animalit di cui la politica oggi incarna il sembiante.

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In fondo, potremmo dire, loscenit che caratterizza oggi la vita politica non tanto unoffesa per la nostra coscienza morale. Piuttosto, essa rivela una verit profonda che ci riguarda. E la rivela in uno dei modi che essa pu assumere. Per questo politico oggi linconscio. Ne va del modo in cui sapremo corrispondere a questa rivelazione imbarazzante, spaesante. Essa non dice pi io, la verit, parlo; piuttosto dice io, la verit, godo. Davanti alleccedenza del godimento sulla verit, davanti al muro della castrazione, ciascuno chiamato allurgenza della scelta politica. Questa convocazione generalizzata sfasa i toni attuali della politica. Ed su questa generalit che opera la voce dellimmaginario leghista: siete tutti chiamati a dire, perch il muro stato abbattuto qualunque sia la vostra presa di parola. Lo spettro di Giannini risuona dal fondo opaco della storia repubblicana.

Conclusioni La possibilit di un pensiero critico sospesa oggi alle aperture della clinica. Listanza dialettica non pi sufficiente. Si tratta di entrar dentro il sintomo contemporaneo per comprenderne la logica e la strategia, non per criticarne semplicemente il processo. Lipotesi clinica un modo non tanto di curarsi dal sintomo dellimmaginario leghista, ma di favorire un altro rapporto al godimento che esso incarna. Letica della clinica deve farsi carico del godimento. Si tratta di accogliere la propria singolare responsabilit di fronte al godimento, non semplicemente rifiutarlo, stigmatizzarlo, criticarlo. La posta in gioco non certo quella di prendere coscienza, di comprendere, di giustificare o motivare il nostro godimento. Si tratta di accoglierlo secondo una saggezza nuova, la saggezza del sintomo (Miller 2006, p. 240). In fondo, se loggetto prepolitico che cattura il nostro godimento ambiguo, bisogna provare a spostarne linscrizione immaginaria che ne blocca loperativit. Maneggiare altrimenti limmaginario leghista un modo, una strategia perch qualcosa dallinterno possa emergere. Come diceva Hegel, la riflessione, e dunque la possibilit della cri-

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tica, nasce attraverso una sorta di contraccolpo (Gegensto). di questi contraccolpi inscritti nei corpi, nelle occasioni, nelle situazioni singolari che abbiamo bisogno per favorire un pensiero critico oggi. La resistenza non si produce dallesterno, essa nasce l dove qualcosa del godimento, nella sua materialit e singolarit, si scolla dalla presa immaginaria. Non si tratta allora di curare la politica nel senso di rieducarla. La posta in gioco qui non la Bildung, la formazione di un nuovo soggetto politico. Si tratta, forse, di entrar dentro nello spazio sintomale dellimmaginario politico, scommettendo sulla possibilit che unaltra forma di legame, un altro modo di annodare i nostri corpi e i nostri godimenti, possa far resistenza al riconoscimento immaginario in cui siamo precipitati e che ancora ci lega.
Matteo Bonazzi

Conclusione in forma di cronaca

La grande forza della Lega, fin dalla sua fondazione, consistita nella capacit di attivare meccanismi di identificazione. Nata sulla base di obiettivi concreti e pragmatici lambizione di difendere gli interessi economici della popolazione del Nord Italia ha dato il meglio di s sul piano dellimmaginario. E limmaginario non la fantasticheria, distinta dalla realt effettuale o a essa contrapposta: una parte della realt, suscettibile di condizionare e di orientare i comportamenti, e quindi di produrre conseguenze pratiche. Le ricerche contenute in questo volume intendono contribuire alla comprensione del fenomeno. Una riflessione conclusiva su questo tema si presta anche a qualche considerazione che incrocia inevitabilmente il presente nella forma della cronaca. Anzi, le circostanze e gli eventi successivi al nostro convegno forniscono loccasione per mettere alla prova, nello spazio breve di queste pagine finali, le tesi che hanno animato il nostro dibattito, e in particolare quelle sullefficacia specifica dellimmaginario e sulla sua resistenza rispetto alle cosiddette prove di realt. Come appare ora, a distanza di alcuni mesi e nel confronto con gli eventi recenti, questo carattere distintivo? Gli scandali finanziari che nei primi mesi del 2012 hanno investito la Lega Nord provocando un clamoroso quanto inatteso sconquasso hanno messo in flagrante evidenza sia le ragioni di debolezza del movimento sia i suoi punti di forza, esaltandone su entrambi i fronti le peculiarit che lo contraddistinguono nel panorama politico italiano (e non solo). Levento pi istruttivo appare il raduno tenutosi a Bergamo il 10 aprile: una manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di militanti, desiderosi insieme di riaffermare con vigore il proprio orgoglio leghista (tale lo slogan

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della serata) e di sostenere il rinnovamento interno, proclamando lurgenza di fare pulizia. Nuvole tempestose avevano cominciato ad addensarsi nel cielo della Lega fin dallinizio di gennaio, quando il quotidiano genovese Il Secolo XIX diffuse la notizia che il partito aveva investito somme assai cospicue allestero, con il colorito risvolto immediatamente divenuto proverbiale dellacquisto di titoli allocati in Tanzania per un ammontare di 4,5 milioni di euro. Bench questo non costituisse di per s un reato, a nessuno poteva sfuggire limpropriet del fatto che fondi di provenienza pubblica, formalmente erogati a titolo di rimborsi elettorali, venissero utilizzati a fini speculativi; e lentit delle cifre in gioco contribuiva a dimostrare (bench gi non ci fossero molti dubbi al riguardo) la spudorata generosit dei finanziamenti di cui beneficiavano i partiti italiani. La bufera scoppia allinizio di aprile, quando gli organi di informazione, alla luce delle inchieste giudiziarie in corso, forniscono precisi ragguagli circa il massiccio utilizzo di fondi della Lega per coprire spese personali da parte dellentourage di Umberto Bossi. Gi precaria, la posizione del tesoriere Francesco Belsito definitivamente compromessa; e poco migliore appare quella del figlio di Bossi, Renzo detto il Trota, che risulta aver pagato col denaro del partito perfino le contravvenzioni (numerose) per eccesso di velocit. Bossi, fondatore e leader indiscusso della Lega, si dimette da segretario federale, annunciando la convocazione di un congresso nazionale per il mese di ottobre; nel frattempo il partito sar guidato da un triumvirato (Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Manuela Dal Lago). Sollecitato dal padre, Renzo si dimette da consigliere della Regione Lombardia. La questione appare comunque tuttaltro che risolta. La cartelletta intitolata The family, trovata nellarchivio di Belsito, documenta abusi che riguardano lintero clan bossiano di Gemonio. Ma lattenzione dei commentatori si concentra innanzi tutto sul ruolo delle donne pi vicine al leader, cio la moglie, Manuela Marrone, e la senatrice Rosy Mauro, detta la badante per la sua assidua presenza a fianco del Senatr dallepisodio dellictus (2004) in poi. La stampa di destra non esita a puntare il dito con-

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tro le terrone che avrebbero messo nei guai il povero Umberto. Entrambe sono infatti di origine meridionale: siciliana per parte di padre la Marrone, pugliese di Brindisi la Mauro, che nelle telefonate tra Belsito e le segretarie di Bossi viene chiamata la Nera per lincarnato e i capelli scuri, marcatamente meridionali (nel partito circolano peraltro da tempo soprannomi meno benevoli, come Mamma Ebe). Da pi parti viene avanzata la richiesta delle sue dimissioni dalla carica di vicepresidente del Senato, a cui lei oppone un rifiuto netto. Tale la situazione quando si celebra la manifestazione del 10 aprile, subito acclamata come dimostrazione della vitalit popolare della Lega e della sua capacit di reagire allonta e alle difficolt. Nei giorni seguenti il raduno bergamasco viene ripetutamente ricordato e magnificato come conferma della diversit leghista. Mentre scrivo queste righe, appare a tutti evidente che allinterno della Lega in atto uno scontro tra lex ministro degli interni Roberto Maroni e i bossiani fedelissimi del cosiddetto cerchio magico. A questo aperto conflitto si aggiungono altre tensioni, pi o meno nascoste, a cominciare da quella che cova tra la componente lombarda e quella veneta. Ma valutare laccaduto sul piano propriamente politico compito che non ci compete. Dal nostro punto di vista, laspetto pi interessante la prontezza con cui, di fronte a uno scandalo di inaudita virulenza, la Lega ha saputo rispondere sul piano simbolico. Questo infatti il dato cruciale della storia del movimento fondato da Umberto Bossi. Sul piano dellazione politica, i risultati di venti e pi anni di attivit, molti dei quali passati al governo, sono meno che deludenti; ma sul piano dei simboli la produttivit rimane viva, e forse oggi pi che mai, nel pieno di una difficile e per certi versi drammatica transizione. La serata di Bergamo stata immediatamente battezzata la notte delle scope. Scope di ogni genere, di preferenza dalle setole verdi, brandite come armi o come stendardi, campeggiano in tutte le immagini e in tutti i resoconti filmati; a un certo punto appaiono anche scope di saggina stampate con lo stemma della Lega, il cosiddetto Sole delle Alpi (anche i momenti di crisi possono esse-

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re propizi alla vendita di gadgets). Lidea di per s non nuova, naturalmente. Da sempre scope e ramazze si prestano a rappresentare scenicamente latto di far pulizia, di spazzar via i guai, di cacciare gli intrusi e i malintenzionati; e appena sei mesi prima, nel settembre 2011, una grande manifestazione a Rio de Janeiro aveva visto gli indignados carioca scendere in piazza muniti di scope per protestare contro la corruzione (anche in quel caso con netta prevalenza del colore verde, richiamo alla bandiera nazionale). Daltro canto, lefficacia dei simboli non dipende dalla loro originalit; anzi, probabilmente vero il contrario. Che importa se il giuramento di Pontida stato preso di peso dalla mitologia risorgimentale? Quanto pi un simbolo familiare, intuitivo o acquisito, tanto pi facilmente verr riconosciuto e fatto proprio. Se la scopa non rappresenta uninvenzione, certo ben si attaglia alla retorica leghista: un arnese duso quotidiano, atto a interventi spicci ed energici, efficace contrassegno di popolanit. Unesclusiva dellorgoglio padano del 10 aprile poi lo slogan, coniato per loccasione, o, per dir meglio, ripreso da un detto popolare dal trasparente valore metaforico. L ura de net f ol pulr: ora di pulire il pollaio. Un simbolo, uno slogan. Ecco: la Lega ha reagito. Ha reagito davvero? Be, sul piano dei fatti la questione non solo aperta, ma estremamente controversa. Altan lha sintetizzata da par suo, con caustica lucidit, nella vignetta apparsa sulla prima pagine della Repubblica il 12 aprile. Due figure di verde vestite, padre e figlioletto, un pargolo col berrettino, nudo dalla cintola in gi, e un omaccione corpulento armato di ramazza. Pap, ho fatto la cacca sul tappeto, annuncia il primo; laltro, fiero e impettito, replica: E io pulisco, con orgoglio!. Come spesso avviene in Altan, linvenzione umoristica colpisce pi bersagli contemporaneamente: limmaturit ottusa del figlio, la stolida burbanza del padre, e insieme lipocrisia di chi cerca di addossare tutte le colpe a poche mele marce, quando a esser guasto il cestino. Diciamolo meglio. Se nellintero sistema dei partiti italiani il livello della corruzione allarmante, tanto che abusi, malversazioni e ruberie sembrano mettere a repentaglio la stessa stabilit

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democratica, la magagna specifica della Lega consistita in questi anni nel carattere autocratico del movimento. A uno sguardo per intenderci illuminista, la preminenza assoluta e indiscussa di un vertice fortemente personalizzato offre le condizioni migliori perch, alla sua ombra, si affermi una gestione patrimoniale opaca. Giustamente si va ripetendo che la Lega un partito di popolo. Ma per un movimento politico, si sa, altro godere di appoggio popolare, altro esser dotato di una struttura democratica: lultimo congresso nazionale della Lega risale addirittura al 2002 (a dispetto di uno statuto che ne prevede la celebrazione ogni tre anni). E secondo una legge generale del funzionamento delle organizzazioni, ogni volta che troppo potere si concentra nelle mani di una persona, quella persona chiunque essa sia si trova rapidamente attorniata, se va bene, da adulatori, spiriti servili e gregari, furbetti, yesmen; se va male, da opportunisti senza scrupoli, da profittatori disonesti, quando non da veri e propri delinquenti. Piaccia o non piaccia, tra il carisma del leader e la democraticit di un movimento politico il rapporto tende inesorabilmente a essere di proporzionalit inversa. La Lega Bossi, Bossi la Lega. Il vecchio slogan, che gli scandali dovrebbero a rigor di logica avere appannato, se non relegato nel dimenticatoio, invece rimasto pi vitale che mai. Se nella Lega in atto una resa dei conti, di sicuro non investe direttamente il capo. Contro ogni evidenza sotto molte carte della cartelletta The family c la firma autografa di Umberto Bossi il ruolo del leader carismatico non viene affatto messo in discussione. Perfino quello che tutti sulle prime ritenevano il suo pi probabile successore, Bobo Maroni, si era premurato di dichiarare che se Bossi si fosse ricandidato alla segreteria lui lavrebbe votato. N si tratta solo di parole, o di esteriori apparenze. Bossi ha abbandonato s la carica di segretario federale, ma per assumere quella di presidente del partito, che lecito presumere eserciter in maniera meno impalpabile del suo predecessore (il deputato reggiano Angelo Alessandri); e a lui, non ad altri, si deve la decisione di affidare la reggenza della segreteria a un triumvirato, cosa non prevista dallo statuto.

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Quale sar il ruolo effettivo di Bossi dopo il sofferto passo indietro dalla segreteria? Linterrogativo cruciale. Ma aiuta a comprendere il contesto in cui il quesito si colloca la lettera di un lettore della Padania pubblicata il 12 aprile: se anche trovassero un forziere sotto il letto di Umberto, una banca a Timbuct di propriet della Lega, il mio affetto e riconoscenza per Umberto Bossi rimarrebbero immutati. La devozione per il capo non scalfita dagli scandali. Quandanche venisse dimostrato che Bossi non stato affatto vittima dei raggiri di due terrone tarantolate, quandanche risultasse chiaro che le sue responsabilit andavano ben oltre lomessa sorveglianza verso un rampollo degenere o un tesoriere fellone, il suo nome rimarrebbe verosimilmente sugli scudi dei militanti leghisti. Gi ora, la pulizia nel pollaio viene intrapresa in suo nome, a prescindere dalle risultanze delle inchieste. O forse dovremmo dire che il nome di Bossi tiene il luogo della pulizia del pollaio? Ecco il seguito della lettera alla Padania: Umberto mi ha reso coscente [sic] del valore delle nostre tradizioni, dellorgoglio della mia ascendenza e, soprattutto, ha indicato la strada per uscire dalla palude, affinch i nostri discendenti possano vivere in un paese migliore. N si tratta solo del sentimento di ingenui militanti di base. Il 27 aprile 2011, allepoca della polemica sullintervento armato in Libia, il presidente dellAssemblea regionale lombarda Davide Boni, nel ribadire il concetto che da noi decide Bossi, ha dichiarato: Se Umberto Bossi dice che la mia giacca bianca, io cerco di convincermi che la mia giacca bianca. Questo il nocciolo della questione. Che cosa sia effettivamente accaduto, che cosa stia accadendo, importa e non importa. Sulloggettivit dei riscontri fa premio, sempre, la scelta di appartenenza. Chi sente di dovere a Bossi la propria identit disposto a chiudere gli occhi su eventuali scorrettezze nelluso dei fondi del partito; e verosimilmente non avverte contraddizione alcuna fra ladesione alla teoria del complotto (le procure attaccano la Lega perch rimasto lunico partito di opposizione) e lorgoglio per la reazione della Lega agli episodi di corruzione (noi, a differenza degli altri, facciamo pulizia e cacciamo gli indegni). In verit la

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Lega non ha fatto pulizia; ha solo fatto il gesto di fare pulizia. Ma quel gesto, assurto a rito collettivo di purificazione nella notte delle scope, qualcosa con cui tutti stanno facendo i conti, e che ciascuno cercher di sfruttare ai propri fini. Nel frattempo, sar prudente non illudersi che un calo elettorale della Lega prefiguri la sua scomparsa.
Mario Barenghi

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Notizie sugli autori

emanuele banfi professore ordinario di Linguistica generale presso il Corso di Laurea in Comunicazione interculturale dellUniversit degli Studi di Milano-Bicocca. I suoi interessi di ricerca vertono su temi di Linguistica indoeuropea, di Sociolinguistica del quadro linguistico italiano, di rapporti interlinguistici in ambiente sino-giapponese. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, apparse in sedi nazionali e internazionali. Attualmente riveste la carica di Presidente della Societ di Linguistica Italiana (SLI). mario barenghi insegna Letteratura italiana contemporanea allUniversit di Milano-Bicocca. Fra le pubblicazioni pi recenti, le monografie Italo Calvino, le linee e i margini (2007), Calvino (2009), La dbcle delle parentesi, ovvero Linvolontario tracollo dellincredulit (2010), Primo Levi, Silvio Pellico e la demolizione del tu (2011). In corso di pubblicazione: Che cosa possiamo fare con il fuoco? Letteratura e altri ambienti (2013). marco belpoliti, saggista e scrittore, insegna allUniversit di Bergamo. Tra i suoi libri pi recenti: Il corpo del capo (2009); Pasolini in salsa piccante (2010); La canottiera di Bossi (2012); Camera straniera. Alberto Giacometti e lo spazio (2012); Da quella prigione. Moro Warhol e le Brigate Rosse (2012). Collabora a La Stampa e lEspresso. roberto biorcio docente di Scienza politica presso il Dipartimento di Sociologia dellUniversit degli Studi di Milano-Bicocca. autore di numerose pubblicazioni, tra cui La Padania promessa. La storia, le idee e la logica dazione della Lega Nord (1997); Sociologia politica. Partiti, movimenti sociali e partecipazione (2003); La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo (2010). matteo bonazzi, dottore di ricerca in filosofia, assegnista presso lUniversit degli Studi di Milano-Bicocca, membro del gruppo di ricerca sullimmaginario contemporaneo Orbis Tertius. Oltre a vari saggi, autore di: Il Libro e la scrittura. Tra Hegel e Derrida (2004); Scrivere la contingenza. Esperienza, linguaggio, scrittura in Jacques Lacan (2009); El lugar poltico del inconsciente contemporneo (2012); Lacan e le politiche dellinconscio. Clinica dellimmaginario contemporaneo (2012).

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notizie sugli autori

vermondo brugnatelli, nato a Milano, attualmente insegna Lingua e letteratura araba allUniversit di Milano-Bicocca. Esperto di lingue minoritarie tra cui il berbero e il milanese ( anche poeta dialettale), ha recentemente pubblicato un libro, Libia inedita, sulla rivoluzione libica. fulvio carmagnola insegna estetica allUniversit degli Studi di MilanoBicocca, dove coordina anche Orbis Tertius, gruppo di ricerca sullimmaginario contemporaneo. Tra le sue ultima pubblicazioni, Abbagliati e confusi. Una discussione sulletica delle immagini (2010); Lirriconoscibile. Le immagini alla fine della rappresentazione (2011). enrica cortinovis dottore di ricerca in Linguistica presso lUniversit di Pavia e lavora in ambito editoriale, curando la redazione di testi didattici. I suoi interessi scientifici sono rivolti ad argomenti di interesse sociolinguistico: multilinguismo, sociolinguistica della migrazione, variet etniche e giovanili e lingue in contatto. lynda dematteo antropologa presso lIstituto interdisciplinare di antropologia del contemporaneo, Cnrs-Ehess, di Parigi. Ha insegnato allUniversit di Montral, in Canada, e di Lille, in Francia. In Italia ha pubblicato Lidiota in politica. Antropologia della Lega Nord (2011). giorgio galli, gi docente di Storia delle dottrine politiche presso lUniversit degli Studi di Milano, uno dei maggiori politologi italiani. Uno dei temi costanti della sua ricerca il rapporto tra politica e immaginario. Tra le sue ultime pubblicazioni Hitler e il nazismo magico (2005); I partiti europei (2008); Esoterismo e politica (2010). marcello ghilardi svolge attivit di ricerca presso lUniversit di Padova, dove collabora con la cattedra di Estetica e con il Master di Studi Interculturali. inoltre direttore dellIstituto Confucio di Padova e membro del gruppo di ricerca Orbis Tertius. Tra i suoi libri: Lenigma e lo specchio (2006); Una logica del vedere (2009); Arte e pensiero in Giappone (2011); Il visibile differente (2012); Filosofia dellinterculturalit (2012). gabriele iannccaro insegna Etnolinguistica allUniversit di MilanoBicocca. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica antropologica, alla sociolinguistica, alla dialettologia, alla valutazione delle politiche linguistiche europee, alla teoria dei sistemi di scrittura, alle lingue dellex Unione Sovietica. autore (talora in collaborazione) di 12 monografie, di una ottantina di articoli scientifici in diverse lingue, e curatore o co-curatore di numerosi volumi. gilberto oneto ha studiato negli Stati Uniti. Ha insegnato allUniversit di Genova. stato presidente nazionale degli Architetti del Paesaggio. Ha pubblicato una dozzina di testi di paesaggistica. Si occupa anche di cultura identitaria e

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di storia, su questi argomenti ha pubblicato: Croci Draghi Aquile e Leoni. Simboli e bandiere dei popoli padano-alpini (2005); La questione settentrionale (2008); La strana unit. Risorgimento buono, inutile o dannoso? (2010); Il Sole delle Alpi (2011); Polentoni o Padani? (2012). direttore dei Quaderni Padani. marco senaldi insegna teoria dellarte contemporanea presso lo IULM Milano. Ha curato mostre di arte contemporanea come Cover Theory (2003) e ha pubblicato fra laltro Enjoy! Il godimento estetico (2003); Van Gogh a Hollywood. La leggenda cinematografica dellartista (2004); Doppio Sguardo. Cinema e arte contemporanea (2008); Arte e Televisione. Da Andy Warhol al Grande Fratello (2009); Obversione (in uscita 2013). pietro scarduelli professore associato di Antropologia culturale presso lUniversit del Piemonte orientale. Ha condotto ricerche in Congo, Indonesia (nelle isole di Nias, Alor e fra i Toraja di Sulawesi) e in Nepal. Fra le sue pubblicazioni pi recenti: Per unantropologia del XXI secolo (2005); Sciamani, stregoni, sacerdoti. Uno studio antropologico dei rituali (2007); Culture dellIndonesia (2009). enrico squarcina insegna Geografia e Didattica della Geografia presso lUniversit degli Studi di Milano-Bicocca. Ha pubblicato, oltre a molti contributi su riviste e in volumi miscellanei, Un mondo di carta e di carte (2007) e Carta canta. Materiali per una riflessione critica sul ruolo ideologico della cartografia nei libri di testo per la scuola primaria e nella stampa quotidiana (2006). gian antonio stella inviato ed editorialista del Corriere della Sera, da molti anni scrive di politica, cronaca e costume. Nel 2007 ha pubblicato La casta, scritto con Sergio Rizzo. Tra i suoi libri pi famosi LOrda, in cui parla dellemigrazione italiana allestero e Schei, unindagine sul Nordest dItalia. Nel 2005 ha esordito nella narrativa con il romanzo Il maestro magro. Conduttore saltuario di Faccia a faccia, trasmissione di Radio 3. daniele tonazzo, dottore di ricerca in filosofia, collabora con la cattedra di Estetica dellUniversit Milano-Bicocca ed membro del gruppo di ricerca sullimmaginario contemporaneo Orbis Tertius. Lavora come educatore presso una comunit terapeutica e insegna presso lIstituto freudiano di Milano. Ha pubblicato alcuni articoli dedicati al rapporto tra psicoanalisi lacaniana e filosofia, tra cui Tra Kant e Sade: lamore del prossimo (2009) e Frasi interrotte e parole imposte. Linguaggio ed evento da Schreber a Joyce (2012). sergio tramma, professore associato di Pedagogia generale e Pedagogia sociale preso la Facolt di Scienze della formazione dellUniversit degli studi di Milano-Bicocca. Tra le sue ultime pubblicazioni: Legalit illegalit. Il confine pedagogico (2012); Introduzione alla pedagogia e al lavoro educativo (a cura di, con S. Kanizsa, 2011); Pedagogia sociale (2010).

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notizie sugli autori

marco traversari insegna scienze umane e filosofia negli istituti superiori di Brescia. Presso lUniversit di Milano-Bicocca sta completando una ricerca di dottorato in Antropologia della contemporaneit che ha come oggetto di studio i movimenti indipendentisti europei, in particolare la situazione dei Paesi Baschi. Ha curato nel 2010 un convegno interdisciplinare dal titolo Antropologia della societ civile ed etnografia dei movimenti sociali.

Quodlibet Studio

analisi filosofiche Massimo DellUtri (a cura di), Olismo Rosaria Egidi, Massimo DellUtri e Mario De Caro (a cura di), Normativit, fatti, valori Massimo DellUtri, Linganno assurdo. Linguaggio e conoscenza tra realismo e fallibilismo Giacomo Romano, Essere per. Il concetto di funzione tra scienze, filosofia e senso comune Sandro Nannini, Naturalismo cognitivo. Per una teoria materialistica della mente Giancarlo Zanet, Le radici del naturalismo. W.V. Quine tra eredit empirista e pragmatismo Rosa M. Calcaterra (a cura di), Pragmatismo e filosofia analitica. Differenze e interazioni Georg Henrik von Wright, Mente, azione, libert. Saggi 1983-2003 Elio Franzini, Marcello La Matina (a cura di), Nelson Goodman, la filosofia e i linguaggi Erica Cosentino, Il tempo della mente. Linguaggio, evoluzione e identit personale Francesca Ervas, Uguale ma diverso. Il mito dellequivalenza nella traduzione Jlenia Quartarone, Causazione e intenzionalit. Modelli di spiegazione causale nella filosofia dellazione contemporanea Arianna Bernardi, Intenzionalit e semantica logica in Edmund Husserl e Anton Marty Maria Primo, Alle radici della parola. Lorigine del linguaggio tra evoluzione e scienze cognitive

campi della psiche Francesco Napolitano, Sete. Appunti di filosofia e psicoanalisi sulla passione di conoscere Felice Cimatti, Il volto e la parola. Psicologia dellapparenza Stefania Napolitano, Dal rapport al transfert. Il femminile alle origini della psicoanalisi Luca Zendri, La fabbrica delle psicosi

campi della psiche. lacaniana Jacques-Alain Miller, Langoscia. Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan ric Laurent, Lost in cognition. Psicoanalisi e scienze cognitive Jacques-Alain Miller (a cura di), Lanti-libro nero della psicoanalisi Antonio Di Ciaccia (a cura di), Scilicet. Gli oggetti a nellesperienza psico-analitica Lucilla Albano e Veronica Pravadelli (a cura di), Cinema e psicoanalisi. Tra cinema classico e nuove tecnologie Cline Menghi, Chiara Mangiarotti, Martin Egge, Invenzioni nella psicosi. Unica Zrn, Vaslav Nijinsky, Glenn Gould Nolle De Smet, In classe come al fronte. Un piccolo, nuovo sentiero nellimpossibile dellinsegnare Yves Depelsenaire, Unanalisi con Dio. Lappuntamento di Lacan con Kierkegaard Franois Regnault, Conferenze di estetica lacaniana e lezioni romane Luisella Mambrini, Lacan e il femminismo contemporaneo Rosamaria Salvatore, La distanza amorosa. Il cinema interroga la psico-analisi Jacques-Alain Miller, Commento al caso clinico dellUomo dei lupi Nicolas Floury, Il reale insensato. Introduzione al pensiero di Jacques-Alain Miller

discipline filosofiche Riccardo Martinelli, Misurare lanima. Filosofia e psicofisica da Kant a Carnap Luca Guidetti, La realt e la coscienza. Studio sulla Metafisica della conoscenza di Nicolai Hartmann Michele Carenini e Maurizio Matteuzzi (a cura di), Percezione linguaggio coscienza. Saggi di filosofia della mente Stefano Besoli e Luca Guidetti (a cura di), Il realismo fenomenologico. Sulla filosofia dei Circoli di Monaco e Gottinga Roberto Brigati, Le ragioni e le cause. Wittgenstein e la filosofia della psico-analisi Girolamo De Michele, Felicit e storia Annalisa Coliva and Elisabetta Sacchi, Singular Thoughts. Perceptual Demonstrative Thoughts and I-Thoughts Vittorio De Palma, Il soggetto e lesperienza. La critica di Husserl a Kant e il problema fenomenologico del trascendentale Carmelo Colangelo, Il richiamo delle apparenze. Saggio su Jean Starobinski Giovanni Matteucci (a cura di), Studi sul De antiquissima Italorum sapientia di Vico Massimo De Carolis e Arturo Martone (a cura di), Sensibilit e linguaggio. Un seminario su Wittgenstein Stefano Besoli, Massimo Ferrari e Luca Guidetti (a cura di), Neokantismo e fenomenologia. Logica, psicologia, cultura e teoria della conoscenza Stefano Besoli, Esistenza, verit e giudizio. Percorsi di critica e fenomenologia della conoscenza

Barnaba Maj, Idea del tragico e coscienza storica nelle fratture del Moderno Tamara Tagliacozzo, Esperienza e compito infinito nella filosofia del primo Benjamin Paolo Di Lucia, Ontologia sociale. Potere deontico e regole costitutive Michele Gardini e Giovanni Matteucci (a cura di), Gadamer: bilanci e prospettive Luca Guidetti, Lontologia del pensiero. Il nuovo neokantismo di Richard Hnigswald e Wolfgang Cramer Michele Gardini, Filosofia dellenunciazione. Studio su Martin Heidegger Giulio Raio, Lio, il tu e lEs. Saggio sulla Metafisica delle forme simboliche di Ernst Cassirer Marco Mazzeo, Storia naturale della sinestesia. Dal caso Molyneux a Jakobson Lorenzo Passerini Glazel, La forza normativa del tipo. Pragmatica dellatto giuridico e teoria della catogorizzazione Felice Ciro Papparo, Per pi farvi amici. Di alcuni motivi in Georges Bataille Marina Manotta, La fondazione delloggettivit. Studio su Alexius Meinong Silvia Rodeschini, Costituzione e popolo. Lo Stato moderno nella filosofia della storia di Hegel (1818-1831) Bruno Moroncini, Il discorso e la cenere. Il compito della filosofia dopo Auschwitz Stefano Besoli (a cura di), Ludwig Binswanger. Esperienza della soggettivit e trascendenza dellaltro Luca Guidetti, La materia vivente. Un confronto con Hans Jonas Barnaba Maj, Il volto e lallegoria della storia. Langolo dinclinazione del creaturale Mariannina Failla, Microscopia. Gadamer: la musica nel commento al Filebo Luca Guidetti, La costruzione della materia. Paul Lorenzen e la Scuola di Erlangen Mariateresa Costa, Il carattere distruttivo. Walter Benjamin e il pensiero della soglia Daniele Cozzoli, Il metodo di Descartes Francesco Bianchini, Concetti analogici. Lapproccio subcognitivo allo studio della mente Marco Mazzeo, Contraddizione e melanconia. Saggio sullambivalenza Vincenzo Costa, I modi del sentire. Un percorso nella tradizione fenomenologica Aldo Trucchio (a cura di), Anatomia del corpo, anatomia dellanima. Meccanismo, senso e linguaggio Roberto Frega, Le voci della ragione. Teorie della razionalit nella filosofia americana contemporanea Carmen Metta, Forma e figura. Una riflessione sul problema della rappresentazione tra Ernst Cassirer e Paul Klee Felice Masi, Emil Lask. Il pathos della forma Stefano Besoli, Claudio La Rocca, Riccardo Martinelli (a cura di), Luniverso kantiano. Filosofia, scienze, sapere Adriano Ardovino, Interpretazioni fenomenologiche di Eraclito

estetica e critica Silvia Vizzardelli (a cura di), La regressione dellascolto. Forma e materia sonora nellestetica musicale contemporanea Daniela Angelucci (a cura di), Arte e daimon Silvia Vizzardelli, Battere il Tempo. Estetica e metafisica in Vladimir Janklvitch Alberto Gessani, Dante, Guido Cavalcanti e lamoroso regno Daniela Angelucci, Loggetto poetico. Waldemar Conrad, Roman Ingarden, Nicolai Hartmann Hansmichael Hohenegger, Kant, filosofo dellarchitettonica. Saggio sulla Critica della facolt di giudizio Samuel Lublinski, Saggi sul Moderno (a cura di Maurizio Pirro) Mauro Carbone, Una deformazione senza precedenti. Marcel Proust e le idee sensibili Raffaele Bruno e Silvia Vizzardelli (a cura di), Forma e memoria. Scritti in onore di Vittorio Stella Paolo DAngelo, Ars est celare artem. Da Aristotele a Duchamp Camilla Miglio, Vita a fronte. Saggio su Paul Celan Clemens-Carl Hrle (a cura di), Ai limiti dellimmagine Vittorio Stella, Il giudizio dellarte. La critica storico-estetica in Croce e nei crociani Giovanni Lombardo, La pietra di Eraclea. Tre saggi sulla poetica antica Giovanni Gurisatti, Dizionario fisiognomico. Il volto, le forme, lespressione Paolo DAngelo, Cesare Brandi. Critica darte e filosofia Pietro DOriano (a cura di), Per una fenomenologia del melodramma Paolo DAngelo (a cura di), Le arti nellestetica analitica Miriam Iacomini, Le parole e le immagini. Saggio su Michel Foucault Giovanni Gurisatti, Costellazioni. Storia, arte e tecnica in Walter Benjamin Clemens-Carl Hrle (a cura di), Confini del racconto Paolo DAngelo, Filosofia del paesaggio Francesca Iannelli, Dissonanze contemporanee. Arte e vita in un tempo inconciliato Aldo Marroni, Estetiche delleccesso. Quando il sentire estremo diventa grande stile Daniela Angelucci, Deleuze e i concetti del cinema Marco Gatto, Marxismo culturale. Estetica e politica della letteratura nel tardo Occidente

filosofia e politica Massimiliano Tomba, La vera politica. Kant e Benjamin: la possibilit della giustizia Alberto Burgio (a cura di), Dialettica. Tradizioni, problemi, sviluppi Patrizia Caporossi, Il corpo di Diotima. La passione filosofica e la libert femminile Adalgiso Amendola, Laura Bazzicalupo, Federico Chicchi, Antonio Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione

Paolo B. Vernaglione, Dopo lumanesimo. Sfera pubblica e natura umananel ventunesimo secolo Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida Mauro Farnesi Camellone, La politica e limmagine.Saggio su Ernst Bloch Le vie della distruzione. A partire da Il carattere distruttivo di Walter Benjamin, a cura del Seminario di studi benjaminiani Ferdinando G. Menga, Lappuntamento mancato. Il giovane Heidegger e i sentieri interrotti della democrazia Paolo Vignola, La lingua animale. Deleuze attraverso la letteratura Laboratorio Verlan (a cura di), Dire, fare, pensare il presente

filosofia e psicoanalisi Silvia Vizzardelli e Felice Cimatti (a cura di), Filosofia della psicoanalisi. Unintroduzione in ventuno passi

letterature omeoglotte Silvia Albertazzi e Roberto Vecchi (a cura di), Abbecedario postcoloniale I-II. Venti voci per un lessico della postcolonialit Matteo Baraldi e Maria Chiara Gnocchi (a cura di), Scrivere = Incontrare. Migrazione, multiculturalit, scrittura Silvia Albertazzi, Barnaba Maj e Roberto Vecchi (a cura di), Periferie della storia. Il passato come rappresentazione nelle culture omeoglotte Beatriz Sarlo, Una modernit periferica. Buenos Aires 1920-1930 Franois Par, Letterature dellesiguit Matteo Baraldi, I bambini perduti. Il mito del ragazzo selvaggio da Kipling a Malouf

lettere Andrea Landolfi (a cura di), Memoria e disincanto. Attraverso la vita e lopera di Gregor von Rezzori Felice Rappazzo, Eredit e conflitto. Fortini, Gadda, Pagliarani, Vittorini, Zanzotto Felice Ciro Papparo (a cura di), Di l dalla storia. Paul Valry: tempo, mondo, opera, individuo Carlo A. Madrignani, Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno Francesco Spandri, Stendhal. Stile e dialogismo Antonietta Sanna, La parola solitaria. Il monologo nel teatro francese del Seicento Marco Rispoli, Parole in guerra. Heinrich Heine e la polemica Giancarlo Bertoncini, Narrazione breve e personaggio. Tozzi, Pirandello, Bilenchi, Calvino

Luca Lenzini, Stile tardo. Poeti del Novecento italiano Wilson Saba, Il punto fosforoso. Antonin Artaud e la cultura eterna Paolo Petruzzi, Leopardi e il Cristianesimo. DallApologetica al Nichilismo Guido Garufi (a cura di), In quel punto entra il vento. La poesia di Remo Pagnanelli nellascolto di oggi Christoph Knig, Strettoie. Peter Szondi e la letteratura Vito Santoro, Lodore della vita. Studi su Goffredo Parise Antonio Tricomi, La Repubblica delle Lettere. Generazioni, scrittori, societ nellItalia contemporanea Claudia Pozzana, La poesia pensante. Inchieste sulla poesia cinese contemporanea Vito Santoro (a cura di), Notizie dalla post-realt. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero Enio Sartori, Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici ne Il Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto Francesco Fiorentino (a cura di), Figure e forme della memoria culturale Maurizio Pirro, Come corda troppo tesa. Stile e ideologia in Stefan George Vito Santoro, Calvino e il cinema Giulio Iacoli, La dignit di un mondo buffo. Intorno allopera di Gianni Celati Massimo Rizzante (a cura di), Scuola del mondo. Nove saggi sul romanzo del XX secolo Alessio Baldini, Dipingere coi colori adatti. I Malavoglia e il romanzo moderno Andrea Rondini, Anche il cielo brucia. Primo Levi e il giornalismo

scienze del linguaggio John R. Taylor, La categorizzazione linguistica. I prototipi nella teoria del linguaggio

scienze della cultura Francesco Fiorentino (a cura di), Icone culturali dEuropa Giovanni Sampaolo (a cura di), Kafka: ibridismi. Multilinguismo, trasposizioni, trasgressioni Flavio Cuniberto, La foresta incantata. Patologia della Germania moderna Francesco Fiorentino (a cura di), Al di l del testo. Critica letteraria e studio della cultura

teoria delle arti e cultura visuale Laura Iamurri, Lionelli Venturi e la modernit dellimpressionismo Andrea Pinotti e Maria Luisa Roli (a cura di), La formazione del vedere. Lo sguardo di Jacob Burckhardt Giovanni Gurisatti, Scacco alla realt. Dialettica ed estetica della derealizzazione mediatica