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Bushido no KoKoRo. Essenza del Bushido.

Lanima interna del bushido non pu essere individuata con chiarezza se non si conosce il pensiero tradizionale. Altrimenti il suo aspetto esterno (morale, sociale, educativo) che passa in primo piano, mentre il fine ultimo viene perso di vista o travisato. La parola viene spesso tradotta letteralmente come (Via del guerriero); tuttavia, non si va oltre l' idea di un codice formativo di morale pratica, giacch la via (D) viene identificata con la regola, il dovere, il codice d'onore -peraltro non scritto - dei guerrieri (Bushi). Nitobe la intende persino, in qualche punto, come una norma di condotta o di etica professionale intesa ad ordinare i rapporti all'interno di un gruppo sociale. L uomo moderno (occidentale ed orientale) incline a ridurre tutto agli schemi della sua razionalit. Egli resta quasi sempre ancorato agli aspetti esteriori dei fenomeni che analizza ed portato, dalle limitazioni della sua cultura profana, a ridurre persino la religione (quando essa era ancora qualcosa di diverso) a livello di morale. Entro tali confini, I'etica del guerriero non pu che apparirgli autonoma e I'idea ch'essa dipenda dalla metafisica gli manifesta una mentalit prelogica e primitiva. Sul piano esteriore il Bushid indubbiamente una morale eroica che regola la <<retta azione>> del guerriero e disciplina il suo animo. Ma il carattere pi profondo si delinea in correlazione con il concetto ind di Dharma: il dovere inerente alla propria natura interiore,la legge d'azione legata alla propria casta. La legge del Kshatriya il combattimento e la morte, e solo la fedelt al proprio Dharma gli pu consentire la realizzazione spirituale ed il superamento dell'effimera condizione umana. In un celebre passo del Bhagavad Gt, il Dio Krishna dice ad Arjuna:

<<Considera il tuo proprio dharma: non puoi esitare. Nessun ideale pi alto per un guerriero che ,un giusto combattimento. Felici i guerrieri, o Prta, che arrivano, in modo spontaneo, ad un tale combattimento: una porta aperta verso i Cieli>>.
L azione dunque spiritualmente efficace solo se conforme alla natura interiore di chi la esegue. Non diverso significato hanno in Cina ed in Giappone quelle discipline di vita e di azione, di arte e di mestiere che vengono chiamate <<Vie>>. Sono i <<metodi>> da seguire al fine di una realizzazione spirituale secondo il proprio modo di essere uomo. Ci sono 1e vie dell'ascesi iniziatica, le vie mediate della partecipazione religiosa attraverso i riti, le vie della pura azione guerriera e delle arti marziali, le vie di approssimazione tramite arti, mestieri e corporazioni. L' ideogramma che i cinesi leggono tao (ed i giapponesi: D o Michi) designa la <<Via>> nel senso che abbiamo descritto. una nozione fondamentale del pensiero cinese, che non appartiene solo al taoismo, e che rappresenta un complesso di idee e di realt ben pi vasto del significato letterale del termine. L'ideogramma antico sembra fosse composto dall'immagine grafica di tre idee: una strada, la testa di un maestro, i piedi di un altro uomo. Si tratta di un discepolo che segue il Maestro sulla Via. E questa <<Via>> il processo o legge immanente di un Principio assoluto che, nel suo aspetto trascendente e metafisico, di l dal mondo manifestato e da quello non-manifestato, viene dai taoisti indicato pure con il nome di Tao (che i cristiani assimileranno a quello di Dio ed i buddhisti a quello di nirvana). Come legge immanente della Realt, Il Tao dunque la via che bisogna seguire, in conformit alla propria natura ed all' Ordine celeste, al fine di riconnettersi al Principio. Da qui le regole, i metodi, le discipline che per i taoisti saranno le vie: alchemica, ginnica, marziale, respiratoria, alimentare, sessuale ecc.; per i confuciani la <<Via dei Saggi; per i giapponesi,. che, designeranno come Via degli Dei>> (Shint) la loro religione originaria, saranno, sotto l'influsso dello zen,le vie del t, dei fiori, del pennello, della poesia, della medicina, .delle numerosissime arti marziali e del Bushid. Sul piano esteriore tutte queste discipline sembrano portare al dominio di una tecnica o alla conoscenza di un'arte. Ma, ad un certo punto dell' addestramento, si esce da quellambito ristretto per <<sconfinare>> su di un piano pi elevato, che comporta una purificazione ed una trasformazione interna del discepolo. Questi, uscito dai propri limiti angusti, si trova a percorrere la via superiore della realizzazione spirituale. Tutte le vie tendevano a questo scopo, ma l'aspetto interno dell'insegnamento veniva, di regola, tenuto segreto e solo gli allievi pi qualificati spiritualmente potevano accedervi. A questo punto necessario fare un passo indietro. Una religione in senso lato o, meglio, una forma di tradizione spirituale ha quasi sempre due aspetti: uno essoterico o pi propriamente religioso e l'altro esoterico o iniziatico. Per il buddhismo mahayanico i giapponesi usano due termini: triki (l' aiuto di unaltro) e jiriki (il fare da s). Triki il potere <<ab extra>>, cio la salvazione affidata alla grazia divina, al credere, alle opere buone, alla recitazione di

formule salvifiche. la via del buddhismo popolare, del jd e di tutte le sette amidiste che confidano nella rinascita nella Terra Pura, nel paradiso del Buddha Amida. Jiriki il potere <<ab intra>>: la Via verso l' illuminazione per il tramite di una realizzazione interiore, di uno sforzo interno condotto con autodisciplina e severo addestramento ascetico sotto la guida di un maestro che ha solo la funzione di istruire sulle tecniche del <<risveglio>>". la via dello zen, dello shingon e del tendai. A proposito di queste sette buddhiste, in Giappone si diceva:

<<Il tendai per la famiglia imperiale, lo shingon per la nobilt, lo zen per i samurai ed iI jd per la massa del popolo>>.
Lo zen, dunque, come tutte le <<Vie>> di approssimazione alla sua dottrina, una disciplina di autorealizzazione. Nell'ambito di una dottrina jiriki, ogni D ripresenta un aspetto esterno ed uno interno. Quello interno il <<Cuore>> dell'insegnamento, l' essenza della Via. l'insegnamento esoterico che i giapponesi chiamano hden. Ogni via ed ogni scuola aveva il suo hiden, cui si giungeva solo dopo aver percorso i gradi inferiori dell'addestramento. Secondo il simbolismo adoperato da Gunon, si pu dire che il <<nocciolo> pu essere raggiunto solo attraverso la <<scorza>>. Qual era il <<nocciolo>> del Bushid? La via del guerriero, strettamente connessa con lo zen da un lato e con le Vie marziali (Bud) dall'altro, confluiva naturalmente, ad un livello superiore, verso un'unica disciplina ascetica: quella dello zen.Tuttavi4 possibile collegare direttamente il Bushid - inteso come una <<religione>> dell'azione eroica e della lealt, od anche come <<lo zen dei samurai>> - ad una forma autonoma di ascesi. Il cosciente e predestinato completamento dell'azione eroica era la morte in battaglia od il suicidio con il rito del seppuku harakiri) per lealt (ch), per senso del dovere (giri), o per seguire nel mondo del <<al di l>> yukai) il proprio signore (junshi: il seppuku della <<felice partenza>>). Nel periodo del Bushid guerriero, il samurai che non concludeva in tal modo la sua vita, si ritirava in un monastero zen. Il guerriero era dunque un volontario della morte e I'essenza del suo addestramento era la preparazione alla morte eroica. Nell' Hagakure, un testo del XVII secolo di cui parleremo pi avanti, c' un passo, giustamente famoso:

Bushid significa la determinata volont di morire. Quando troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ci non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Qualcuno potr dire che se tu muori senza raggiungere alcun obiettivo, la tua morte non avr scopo: sar come la morte di un cane. Ma quando ti trovi al bivio non devi pensare di raggiungere un obiettivo: non il momento di far piani. Tutti preferiscono la vita alla morte e, ragionandoci su o facendo progetti, si sceglier la strada della vita. Ma se tu manchi allo scopo e resti in vita, sarai in realt un codardo. Questa una considerazione importante. Nel caso tu muoia senza raggiungere un obiettivo, la tua potr essere una morte da cane, la morte della pazzia, ma non ci sar alcuna macchia sul tuo onore. Nel bushid l'onore viene per primo. Perci ogni mattina ed ogni sera abbi l'idea della morte impressa nella tua mente. Quando la tua determinazione di morire in qualunque momento avr stabile dimora nel tuo animo, tu avrai raggiunto l' apice dell' addestramento del bushid.
Uno scrittore guerriero del XVII secolo, Daidji Yuzan, riprende esortazioni affini dirette ai samurai:

<<L'idea essenziale per il samurai quella della morte. Dinanzi alla sua mente l'idea deve essere presente giorno e notte, notte e giorno, dall'alba del primo giorno fino all'ultimo minuto dell'ultimo giorno dell'anno il samurai deve considerare ogni giorno della sua vita come I'ultimo >>.
Il grande guerriero Kusunoki Masashige (1294-1336), salutando per l'ultima volta il figlio ancora fanciullo, gli raccomand: <Tieni sempre l'idea della morte presente dinanzi alla tua mente>. Ed il figlio Masatsura rifiuter la pi bella dama della corte - offertagli dall'imperatore in ricompensa del suo lealismo -, affermando che la vita di un guerriero doveva servire per la morte e non per l' amore. Morir a vent'anni combattendo per l'imperatore. Infine, uno dei pi grandi maestri di kend, Tsukahara Bokuden (1490-1572), esprimeva in versi lo scopo essenziale dell' addestramento dei samurai:

<< samurai deve apprendere une cosa solamente, una ultima cosa: affrontare la morte c on fermezza>>.
Riprenderemo I'argomento, con altri esempi, quando parleremo dei rapporti tra il bushid guerriero e 1o zen. Possiamo ora concludere, riassumendo: le Vie marziali (bud) che si esprimono nelle arti marziali (bugei) sono indissolubilmente legate al bushid; per il loro tramite si ha un avvicinamento all'esperienza spirituale dello zen. Ma se si vuole delineare nel <<tao del guerriero>> una forma autonoma di ascesi, essa deve ritrovarsi in una disciplina dell'azione pura (che pu avere carattere rituale ed iniziatico), come preparazione alla morte attraverso un'etica eroica che ponga la fedelt, il dovere, il coraggio e lo spirito di sacrificio in primo piano. Cos il samurai pu seguire la legge definita dalla propria natura interiore. Abbiamo valutato il bushido nel suo aspetto essenziale; vediamolo ora nel suo sviluppo temporale. Possiamo dividere la storia del bushid in tre periodi. a. Il bushid guerriero. , il bushid classico dei racconti epici giapponesi. Durato oltre quattrocento anni, inizi con il periodo Kamakura (1185), prosegu con I'epoca Ashikaga e Momoyama, si concluse all'inizio del xvII secolo. Si form e si svilupp nello spirito dominante dello zen. b.II bushid confuciano.Inizi con il periodo Tokugawa (1603) ed ebbe termine con la fine della societ feudale (1868). Si svilupp in un periodo di pace, durato due secoli e mezzo, sotto I'influsso prevalente delle dottrine del neoconfucianesimo. c.II bushid nazionale. Va dalla Restaurazione Meiji (1868) alla fine della guerra del Pacifico (1945). Rappresenta la ripresa dei princip fondamentali del bushido diffusi tra il popolo. La dottrina dominante lo shintoismo di Stato che una forma di patriottismo mistico. Il bushid storico occupa dunque 760 anni della storia giapponese. Secondo la tradizione, I'impero nipponico fu fondato l' 11 febbraio del 660 a. C. Il paese entr <<ufficialmente>> nella storia nel VI secolo d. C., quando furono introdotte, con il buddhismo, la scrittura e la civilt cinese. Mancano allora diciotto secoli dei quali solo gli ultimi cinque sono storia: il resto dicono gli specialisti abituati a giudicare solo con documenti - leggenda. Possiamo delineare un periodo preistorico del bushid venutosi a formare nel lungo corso di tutti questi secoli <<bui>>? Certamente, se prendiamo in esame i racconti mitologici e le antiche gesta del primi abitatori, come appaiono nel Kojiki e nel Nihongi. I giapponesi si presentano subito come un popolo guerriero e, come giustamente nota il Sansom, la relazione di totale dedizione mistica fra vassallo e Signore, fra guerriero e capo, risale al sistema patriarcale dei tempi feudali e persino preistorici. dunque nel segno dell'antica religione dei kami che si possono individuare le prime tracce di una via del guerriero. Lo shintoismo una delle forme tradizionali che alimentarono il bushid: esaminandone i rapporti ed i retaggi tracceremo pure una specie di preistoria del bushid.

Kami To Eiy. La Via degli Dei e degli Eroi. Tra le fonti spirituali cui attinge il bushid, l' originaria religione dei kami, cos intimamente radicata nell'animo dei giapponesi (anche in quelli che ostentano distacco o ne irridono la mitologia primitiva), non valutata nella sua giusta misura. I contributi del confucianesimo sono, sopra tutto per gli ultimi secoli, pi facilmente individuabili; cos lo shint e lo zen passano in seconda linea. Taluni per contro, colti da idiosincrasia per tutto ci che sa di guerresco, e presi da forte attrazione per certo buddhismo oleografico e popolare, tutto amore e compassione, si affannano ad accrescere I'importanza dello shint, cui attribuiscono l'origine delle arti marziali e quindi del bushid. Lo shint porta al bushid il senso divino della stirpe, la fierezza di un retaggio guerriero degli avi divenuti Dei, lo spirito eroico e gentile della terra di Yamato (Yamatodamashii), il culto degli antenati e la piet filiale, il senso sacro della spada, i sentimenti (inespressi, poich da millenni connaturati nella psiche del popolo giapponese) della purezza, della sincerit e della fedelt. Cos, certe virt confuciane, tipiche del bushid, trovano in realt la loro originaria e vivente espressione nella <<Via dei kami>>. stato detto che lo shint non una religione, poich non ha una morale

espressa e codificata. Anche Suzuki, attento divulgatore dello zen, definisce lo shint <<un mucchio di superstizioni mitologiche e di sciocchezze ultranazionalistiche>>. In primo luogo facciamo osservare lo strano fenomeno di una religione, definita primitiva e animistica, un paganesimo che gli evoluzionisti relegano ad uno stadio infantile e prelogico dell'umanit, che resiste per secoli al confronto di una religione <<superiore>> come il buddhismo mahayanico, al potere corrosivo del <<razionalismo>> cinese, alla forza dissacrante del pensiero europeo, al trauma tenibile della sconfitta nel 1945. possibile codesto fenomeno senza una forza interna, una tradizione spirituale che tuttora agisca nella religione dei kami? In secondo luogo, a proposito dell'assenza di una morale - di l dalle considerazioni che si possono fare circa il rapporto tra religione e morale -, si dimentica che I'uomo, per lo shint, non stato creato da un Ente supremo o dagli Dei, ma discende in linea diretta dagli Dei stessi. Il giapponese, spiritualmente e biologicamente, si sente knmi-no-k (frglio degli Dei). il prof. Fujisawa ha scritto recentemente:

<<L'uomo nipponico indissolubilmente legato ai kami da vincoli biologici e spirituali. In lui scorre lo stesso sangue divino che scorre negli animali, nelle piante, nei minerali ed in utte le altre cose della Natura>>.
Un kami (che etimologicamente ha un significato molto vicino al termine superi dei romani, e ideograficamente rappresentato dal carattere cinese <<shn>>, significante in origine, come notano i commentatori dell' I-King, <<ci che fra le diecimila cose sottile>> o <<quello che imperscrutabile nella manifestazione>>, e che nel taoismo caratterizza shn-jen: l'uomo-divino, l'uomotrascendente) non solo una divinit del Cielo, o un Dio terreno, o un eroe divinizzato, ma pu essere anche lanima (mitama) di una pianta, di una roccia, di una sorgente. Il giapponese, che conforma la sua vita al retaggio spirituale degli antenati divini seguendo il kannagara no michi (che il riflettere in s stessi I'immagine dei kami e seguirli nella via divina), pu, in purezza rituale, ritrovare nel proprio cuore (kokoro), aperto alla innata e spontanea sincerit (makoto), il retto agire. Egli, dunque, non ha bisogno di codificare con regole la sua giusta condotta. Inoltre, osservano gli shintoisti, la morale codificata regola i rapporti sociali degli uomini, ma lo shint si occupa pi del problema interiore dell'uomo: il <<conosci te stesso>> individuato nella propria interiorit spirituale. Lo shint non soltanto una mitologia teogonica ed un culto primitivo della natura divinizzata - come generalmente si crede per difetto d'informazione -, ma una forma tradizionale religiosa completa (quindi con un essoterismo ed un esoterismo), con una metafisica e discipline iniziatiche segrete. Kitabatake Chikafusa scriveva nel XIV secolo: <<La Via degli Dei [shin = knmi; t = d; shint in puro giapponese si legge: kami no mchi] non deve essere svelata che con circospezione>>. Infine, dopo quanto ha scritto Jean Herbert non pi possibile valutare lo shint entro i logori schemi della vecchia ..scienza delle religioni>>. Chiariti i punti essenziali, accenniamo in breve alla teogonia shint) ed alla dottrina dell'idea imperiale: avvio ad un discorso pi pertinente. Da un' Essenza primordiale 1o shint fa sorgere un primo kami: l'Augusto Signore del Centro del Cielo (Ame-no-minaka-nushi-no-kami). Quindi la prima dualit divina, la coppia dei kami delle origini, da cui discendono le sette generazioni degli Dei del cielo (Ama-tsu-kami o ten-jin) che abitano la Grande Pianura del Cielo (Takamn-no-hara). Ultima coppia divina di questi Dei sono lzanagi e lzanami (che, metafisicamente, verranno assimilati alla diade taoista dello Yang e dello Yin). Scendendo dal Ponte del Cielo (Amano-hashidate), la coppia divina produce le isole del Giappone e genera gli Dei della terra (Kuni-tsu-kami), ta cui la Grande Dea luminosa del Cielo (Amaterasu--mi-kami), antenata divina dell'imperatore. La Dea solare consegner al nipote Nnigi i <<tre emblemi>> (shinki) del potere imperiale (la sacra spada, lo specchio sacro ed il gioiello o pietra preziosa) simboli della natura trascendentale della sovranit -, e lo invier sulla terra, con una numerosa scorta di kami, a fondare l' impero giapponese. Per due generazioni la dinastia giapponese sar ancora divina, poi con Jinmu Tenn (il Divino Imperatore Guerriero) si umanizzer. Si conclude l'ra degli Dei (jin-dai) ed inizia quella degli imperatori umani (ninn-dai), che durer ininterrottamente per ventisei secoli fino all'attuale imperatore, centoventicinquesimo successore di Jinmu Tenn. Per designare I'imperatore il termine mikado (l'augusta porta) poco usato in Giappone. Pi comune tenn6 (sovrano celeste). Il discendente dalla Dea solare anche chiamato tenshin (figlio del cielo) oppure Aki-tsu-mi-kami (l'augusta divinit sotto forma umana). Quando, ogni anno, I'imperatore celebra il grande rito nel tempio di Ise (ove risiede il mitama della Dea solare), egli <incarna lo spirito> della divina antenata e

perviene allo stato di amn+su-hi-tsugi, cio acquista la <luce spirituale> di sovrano celeste. Nelle interprefazioni esoteriche dei dotti giapponesi, I'imperatore, che <<incarna l' Etemo Presente>> (naka-ima) poich in lui si uniscono il Cielo e la Terra -, designato col nome di Sumeramikoto. Mikoto (l'augusta parola) un epiteto delle divinit: sinonimo di kami; , in una interpretazione corrente, la <<parola sacra>> che provoca l'unione del Cielo con la Terra. Il termine sumera potrebbe essere inteso come <ci che recupera la chiarezza unitaria della trasparenza divina>, ossia il potere che integra e coordina armonicamente, ricreando l'unit e la chiarezza originarie; ed il Giappone stesso, tra i tanti nomi allegorici chiamato anche Sumera-mikuni: il paese del sumera divino. L imperatore dunque la pi alta personificazione di questo <<potere>> di rendere chiaro e trasparente il sovramondo divino, la forza spirituale e celeste che anima il mondo. <<Egli impersona ed interpreta il 'mandato del Cielo' (tenmei)>>. L atto del governare diventa quindi atto religioso (matsurigoto), in quanto i riti divini (matsuri) ed il governo del paese (goto) si conformano al principio del sai-sei-ichi (i riti religiosi e gli affari pubblici vengono ad essere una sola cosa). La digressione ci consente d'introdurre il discorso sul sentimento di fedelt all'imperatore, sul culto degli antenati e sullo Yamatodamashii: tre gemme che sbocciano da uno stesso ramo e confluiscono nel bushid. La fedelt all' imperatore (chgi) - che Evola giustamente paragona alla fides del Medioevo ghibellino - comprende in s la fedelt allo Stato, alle istituzioni ed al popolo giapponese. In tal senso il sentimento sar avvalorato dal bushid nazionale, che lo contrapporr a quello dei secoli precedenti, fondato sulla fedelt al signore feudale. In tempi pi antichi e fino al XIV secolo, la fedelt all'imperatore aveva un carattere propriamente religioso e serviva da tramite al superamento trascendente della personalit umana. La fedelt e la sincerit (makoto), coltivate nel profondo del cuore (kokoro), consentivano al guerriero di agire <<in armonia con il volere degli Dei>> (kannagara) e gli permettevano di aprire l'animo - in virt anche dei riti dell'imperatore, <<pontifex>> fra l'umano ed il divino - al potere misterioso che unisce i due mondi. In siffatta condizione, la fedelt trascendente comportava il desiderio sublime di morire per I'imperatore: la <<mors triumphalis>> del guerriero che si trasforma in kami. Il culto degli antenati discende dagli stessi princip. Il popolo giapponese sente di appartenere ad una stessa grande famiglia originaria dal Cielo. Come I'imperatore venera la Dea solare, sua divina progenitrice, cos ogni gens (uji) onora un capostipite divino: uji-gami (il Dio del cognome), che si differenzia in -uji, se il Dio della grande gens, e k-uji, se il Dio protettore della famiglia. Tutte le persone collegate tra di loro dal culto del medesimo uji-gami si chiamavano uji-bito. I capi degli uji ed i capi famiglia celebravano i riti dinanzi al kamidana, il sacrario domestico, il lararium. Appaiono evidenti le singolari affinit con il culto degli <<dii parentes>> di Roma antica. Dal culto degli antenati sorge il sentimento della piet filiale che il confucianesimo porr in particolare risalto. Yamatodamashii, Yamatogokoro e bushid sono tre nomi uniti da un simbolo comune: sakura, il fior di ciliegio giapponese. L'anima di Yamato, lo spirito mistico-religioso del patriottismo giapponese, lo Yamatodamashii. Tamashii l'azione di tama o mitama cio dell'essenza che sopravvive alla morte del corpo fisico. Mitama pure lo spirito dei kami che abita in un tempio o in un luogo sacro. Il mitama spesso considerato composto da pi parti, di cui quella inferiore pu essere collegata allo spirito vitale ed al genius della stirpe, perci esso riassume in s i concefti tradizionali di <animo> e <spirito>>. Yamatogokoro il <<cuore> di Yamato, l'anima del Giappone, quindi sinonimo di Yamatodamashii in una accezione pi sentimentale. Kokoro la pronuncia in puro giapponese dell'ideogramma (che raffigura un cuore) letto, con pronuncia sino-giapponese: shin. I cinesi leggono: hsin.In senso traslato si traduce come <<anima>>, <<spirito>>, <<coscienza>>. I testi zen usano lo stesso ideogramma per indicare ci che in occidente viene tradotto col termine di <<mente>>. Yamatogokoro il sentimento profondo che lega i giapponesi al loro paese. In questa espressione contenuto pure il sentimento del mono no aware (letteralmente: commozione delle cose), che rende il giapponese cos emotivamente partecipe del ritmo sacro della natura e pronto a manifestare serena compassione verso le cose belle ed effimere. I celebri versi di Motoori Norinaga (che riportiamo nella traduzione di Pierre Pascal) suggeriscono l'immagine dell' anima di Yamato:

Shikishima no Yamatogokoro wo hito towaba

Se qualcuno domanda qual l'anima dell'Yamato:

asahi ni niou Yama-zakura bana

unfiore di ciliegio che profuma il sol levante.

Scriveva nel 1942 il prof. Shimazu: <<I samurai sono l'incarnazione del bushid, attraverso gli insegnamenti del fior di ciliegio>>.Il mono no aware il sentimento che provano i giapponesi contemplando la bellezza del ciliegio in fiore. La bellezza effimera del sakura ricorda la caducit della vita. Nel fior di ciliegio la natura si rivela pura, come adamantina la lealt di w samurai. La fragranza del sakura simile al nome onorato di un samurai, che detesta la codardia e si sforza di lasciare dietro a s un nome fragrante ed imperituro. Il fior di ciliegio, giunto a completa fioritura, cade repentinamente, cos I'ideale del samurai morire combattendo, senza rimpianto, quando I'ora giusta giunta. <<Sono caduti come fior di ciliegio>>, si diceva in Giappone dei soldati che avevano sacrificata la loro vita in battaglia. Ed un giovane samurai veniva chiamato: <<un bushi simile ad un ciliegio in fiore>. Il sakura un fiore gentile, e l'animo del samurai non solo educato alla fermezza ma anche alla cortesia, espressione del mono no aware. Un tema ricorrente nella pittura giapponese quello di un famoso eroe del XII secolo, Minamoto Yoshiye, rappresentato prima della battaglia, chiuso nella sua armatura di guerra, che contempla immobile un albero di ciliegio e compone un tanka (poesia classica in 31 sillabe) sui petali di sakura, mentre il vento leggero li faceva cadere sulla sua corazza. Un antico detto giapponese ricorda: <<L'eroe forte come una montagna, gentile come una brezza>>. Il pianto dei samurai, cos frequente negli addii e durante la compilazione dei jisei (i tanka del commiato alla vita), lascerebbe sorpreso chi non conoscesse il duplice aspetto dell'animo guerriero giapponese: I'imperturbabile calma di fronte alla morte e la sensibilit gentile affinata dal mono no aware. Con un altro antico detto giapponese, riassumiamo quanto abbiamo fin qui esposto: tra i fiori, il ciliegio; hana wa sakura gi hito wa bushi. tra i fiori, il ciliegio: tra gli uomini, il guerriero.

Il sakura il samurai ed il bushid Yamatogokoro. Il contributo dello shint determinante nelle espressioni e nelle immagini che abbiamo descritto. Prendiamo ora in esame i sentimenti di purezza e di sincerit. La Via dei kami si esprime essenzialmente nella purezza rituale. Solo chi ha l'animo purificato pu entrare in contatto con gli Dei e far operare le innate virt. <<Noi giapponesi - scrive il prof. Hirata - discendiamo dai kami ancestrali e siamo perci spontaneamente in possesso della via degli Dei [kami no michi = kannagara no michi]; ci significa

che ritroviamo in noi stessi le virt della devozione verso gli Dei, l'imperatore ed i genitori, della benevolenza verso le spose ed i figli; conformandoci alla Natura ed adeguandoci all'insegnamento dei kami troviamo in noi quelle qualit morali che i confuciani chiamano le cinque virt [goj] ed i cinque grandi principi etici (gorin)>> .
Senza la purezza rituale ci non possibile. La purezza shint non ha presupposti morali; la contaminazione I'impurit che si contrae venendo a contatto con uomini o cose ritenute inquinanti. Nella formazione mentale e spirituale che il bushid impone u samurai (shugy), si trovano esercizi che non appartengono allo zen ma allo shint: le abluzioni sotto le cascate, I'ascensione rituale delle montagne, i digiuni preparatori sono pratiche misogi tendenti a purificare il corpo e lo spirito. Makoto viene generalmente tradotto come sincerit. Il nome, peraltro, abbraccia concetti pi ampi. Comprende le idee di veracit' onest e lealt. Indica, tra I'altro, lo zelo con cui w samurai disposto a seguire la via indicata dal bushid. Esprime makoto colui che evita di pensare al proprio interesse, che rifugge dal profitto (un usuraio, dicono in Giappone, manca di makoto), che sa liberarsi dalle passioni e dai conflitti emotivi. Una setta esoterica dello shint afferma:

<<Makoto l'attitudine di uno spirito risvegliato [alla verit], ove sono spazzate le otto polveri [le otto contaminazioni) e l'animo liberato dalla cattiva sorte>>.
Per Nakanishi, makoto lo stato di kannagara; per Ruth Benedict, makoto una misura dell'entusiasmo dispiegato, pi che una qualit specifica. Makoto significa che le parole debbono divenire azioni: ci che si dice dev'essere tradotto sbito in azione. Makoto, per altri commentatori, <<sentire e vivere immediatamente le cose del mondo senza la mediazione del pensiero>>. Dallo stato di makato sembra derivi il sentimento del mono no aware. , dunque, un principio supremo dello shint, giacch, servendo i kami con makoto, l'uomo si conforma alla loro volont. la qualit essenziale di un uomo di michi, di un uomo che si trova sulla Via. Concludiamo parlando della spada e del suo significato sacro. La spada definita l'anima del samurai, il simbolo della sua dignit, del suo coraggio e del suo onore. Gi nei racconti mitologici dello shint la spada un simbolo sacro, uno dei <<tre emblemi>> che Amaterasu-mi-kami consegna al nipote Ninigi. Il fratello guerriero della Dea solare, il Dio Susano-o (il Maschio Impetuoso) trover la spada nel ventre del feroce drago con otto teste da lui ucciso. Yamato Takeru (il guerriero di Yamato), l'eroe pi famoso dei tempi leggendari, ricever dalla sacerdotessa del grande tempio di Ise la <<spada celeste cumulo di nubi> (ame-no-murakuno-no-tsurugi) con la quale, in epici combattimenti, vincer gli Ainu. Si tratta sempre della stessa spada che ora un mitama del kami venerato nel tempio di Atsuta. I samurai attribuivano alla spada poteri misteriosi e divini, e la trattavano con la venerazione che impone un oggetto sacro. Alla morte del samurai la spada era posta a fianco del suo letto, e quando nasceva un figlio in una casa di samurai, la spada lo difendeva dagli influssi malefici. Si racconta del comportamento di due lame forgiate da due famosissimi maestri spadai, Masamune e Masashige: immerse nelle acque di un ruscello per la prova del filo, la prima tagliava in due le foglie che la corrente portava a contatto, la seconda deviava dal filo tagliente le foglie che si avvicinavano; terribilmente efficace quella di Masamune, misteriosamente superiore quella di Masashige, altrettanto efficace con la sua benevolenza. Era sacra anche I'arte dello spadaio: un rito shint praticato anche da imperatori. Il maestro spadaio, dopo digiuni e riti preparatori condotti sulle montagne o in ritiro nei templi, decorava la fucina con le corde sacre delle cerimonie shint (shimenawa), compiva le abluzioni purificatorie, si vestiva con i bianchi paramenti dei sacerdoti shint, accendeva ritualmente il fuoco con la percussione di pietre, invocava davanti al piccolo altare (kamidana) il Dio protettore della fucina. Durante il lavoro, che durava pi giorni, egli continuava a praticare i riti di purificazione e si asteneva dal mangiare cibi ritenuti impuri. Nessuno poteva entrare nella fucina e nessuno doveva rivolgergli la parola. k formule e le tecniche della tempera costituivano il segreto pi geloso di ogni scuola. Si racconta la storia di un discepolo sleale che, volendo scoprire il segreto della tempera, immerse improvvisamente la mano nella vasca: la mano ne usc scheletrita. In un dramma del n (il <<Kokaji>>), scritto nel XV secolo - e ricordato da Suzuki, si narra un'antica storia che ci pu dare una significativa idea dell'importanza religiosa della fucinatura delle spade. L imperatore Ichij (che regn verso la fine del X secolo) aveva ordinato al pi grande maestro spadaio del tempo, Munecbika Kokaji, la forgiatura di una spada. Munechika non poteva eseguire l'ordine imperiale senza un abile assistente che lo aiutasse nell'opera. Non avendo, in quel momento, alcun aiutante, egli preg il Dio Inari, protettore della sua fucina, di mandargli un valido aiuto. Nel frattempo, completati i riti purificatori, inizi i lavori preparatori. Indi rivolse al Dio Inari questa preghiera:

<<L'opera che io sto per intraprendere non serve per glorificare la mia arte, ma per obbedire all'augusto ordine dell'imperatore che regna sovra I'intero mondo. Io prego tutti gli Dei, numerosi come le sabbie del Gang, di venire quaggi e di aiutare questo umile Munechika che si accinge ora a forgiare una spada degna delle vrt dell' augusto committente>>.

Gli Dei intesero la sua sincerit(makoto). Mentre Munechika compiva i riti dinanzi al kamidana della sua fucina, si ud una voce esortarlo ad iniziare I'opera e ad avere fiducia negli Dei. Indi comparve una figura misteriosa che lo aiut a martellare il ferro. Fu forgiata una spada meravigliosa che l'imperatore conserv con sacro rispetto. Nella spada racchiuso dunque qualcosa di divino. Il samurai deve essere degno di portarla e deve conformare il suo comportamento alle origini sacre della spada: il suo <<cuore>> (kokoro) deve essere unito al <<cuore>> che anima il freddo acciaio. Questo il significato spirituale del detto: <<La spada l'anima del samurai>>.Lo zen, successivamente, attribuir alla spada ed al combattimento un'ulteriore significato; per i samurai l'ideale sar: <<Non usare la spada, ma essere la spada stessa>>. Questi i principali contributi dello shint al bushid. Resterebbe da accennare al culto del Dio della guerra Hachiman--kami, particolarmente venerato du samurai. Il Dio shint Hachiman onorato in quasi cinquantamila templi sparsi in tutto il Giappone: oltre la met di tutti i jinia dello shintoismo. Fino alla guerra del Pacifico i soldati giapponesi seguendo I'uso degli antichi samurai - portavano con s, prima di andare al combattimento, una reliquia proveniente da uno dei templi di Hachiman. E con ci crediamo di aver dato sufficienti ragguagli su quanto dello shint afflu nel bushid, colmando cos le lacune riscontrate nell'opera di Nitobe.

Zen To Bushi. La Via dello Zen e dei Guerrieri Le strutture tipiche di una societ feudale, fondata sul sistema gentilizio degli uji, esistettero in Giappone fino al VII secolo - quando, abolite le autonomie locali, il governo aristocratico di corte modell lo Stato sugli schemi formali della dinastia cinese dei T'ang, Il feudalesimo vero e proprio inizi nel XII secolo, con il governo shogunale di Kamakura. Il trapasso dal periodo Heian a quello di Kamakura fu segnato dall' esito dell'epica guerra Gempei tra le grandi famiglie dei Taira e dei Minamoto. stato giustamente osservato come i Taira quali appaiono negli indimenticabili episodi guerreschi celebrati dall'epica giapponese -, pur rappresentando un mondo raffinato e formale, destinato a soccombere dinanzi a quello rude e virile dei samurai, affrontano la morte come i bushi di Kamakura, sfatando cos la leggenda di un'aristocrazia di corte effeminata e decadente. Fu dunque la nobilt guerriera (buke) delle province, furono i signori feudali, i daimy (grandi nomi) con il loro sguito di kerai (fedeli vassalli) costituito dai bushi o samurai, che si affermarono sulla nobilt di corte (kuge) ed imposero i loro costumi virili e marziali ad una societ che, da allora fino al XIX secolo, manterr tali caratteristiche. Nello stesso tempo si andava affermando la setta buddhista dello zen, altrettanto severa e virile nella sua disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi. L incontro fu quindi spontaneo: da un lato i guerrieri trovarono nello zen un metodo di ascesi congeniale alla loro natura, dall'altro lo zen trov in essi, pi che in altre caste, uomini adatti a seguire la disciplina del <<tirare avanti diritti senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema>>. Da allora lo zen divenne prevalentemente la religione dei samurai, ed il bushi, tramite lo zen, un tipo d'uomo unico e irripetibile nella storia del genere umano. Nel periodo Kamakura ed in quello successivo degli Ashikaga, il genio giapponese offr due sole grandi strade: la via del monaco e quella del guerriero. Quest'ultima, poi, se non s'arrestava improvvisamente per la morte eroica del viandante, confluiva naturalmente nella prima alla fine del percorso: i grandi samurai si ritiravano nei monasteri, attendendo in serenit e meditazione la loro ultima ora terrena. In questi secoli di guerre continue,il samurai non fu solo guerriero, fu anche monaco. Da un lato bushi dal cranio rasato (simbolo dell'ordinazione monacale), che continuavano a combattere ed a servire il loro Signore; dall'altro monaci armati - come i tenibili <<cavalieri della montagna> della setta Tendai -, che guerreggiavano per conto loro. Ci si chiede: come la dottrina di compassione e di amore universale si accorda con le forme guerriere del buddhismo giapponese? Anzitutto - lo abbiamo gi notato - vi un buddhismo popolare e religioso (che attribuisce prevalente valore alla morale) ed un buddhismo iniziatico. Lo zen, in quanto dottrina jiriki, appartiene a quest'ultima forma. I1 buddhismo delle origini si accorda conlo zen: fu prevalente dottrina delle caste guerriere, I'ascesi richiedeva la virt del guerriero e tutta la dottrina pervasa da spirito kshatriya. Il Buddha storico fu di stirpe regale ed anche Bodhidharma, il patriarca dello zen - secondo alcuni racconti -, fu figlio di re: giunto in Cina, assieme alla legge del Buddha insegn pure l' arte marziale del combattere a pugni

nudi. noto infine che il primo buddhista consider sita (la retta condotta) non come una morale autonoma, bens come stadio preparatorio, che si abbandona e si supera lungo la via dell'ascesi (il paragone della zattera !): la vera spiritualit - come afferma Evola - si trova di l dal <<bene>> e dal <<male>>. La stretta connessione fra samurai e monaci e fra daimyo) e maestri spirituali dello zen, far sorgere, su di un terreno gi preparato dallo shint, il bushid nel suo significato essenziale e letterale di <<Via del guerriero>>. Il nome sembra abbastanza recente. C' chi afferma che stato usato per la prima volta solo nel XIX secolo, e chi 1o fa risalire al XVII secolo. Nel periodo Kamakura si us il termine Kyba no michi (la Via dell'arco e del cavallo). Quello che importa non il nome, ma le realt spirituali (antichissime) che trovarono nello zen v polo di aggregazione e di definizione. Riprendiamo il tema della preparazione alla morte quale fondamento principale dell'insegnamento superiore del bushid. <<Un uomo nato samurai - si raccomandava - deve vivere e morire con la spada in mano>>, ed una vecchia massima consigliava: <<Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo>>. Entrando pi propriamente negli insegnamenti zen il samurai trovava questi consigli: <<Se voi avete un io cosciente, voi avete un nemico; se voi non avete un io cosciente, voi non avete alcun nemico>>. Ma nell'Hagakure che si trovano i maggiori riferimenti a quest'ordine di conoscenze. Il libro stato scritto nel XVII secolo - quindi in un periodo gi sotto l' influsso del neoconfucianesimo - da un monaco zen. E una raccolta di varie note, aneddoti ed osservazioni sul bushid6, ed il titolo significa <<nascosto sotto le foglie>>, con allusione alla virt della modestia che impediva ad un samurai di vantare le proprie qualit.

<<Quando stai sul campo di battaglia - si legge nell'Hagakure chiudi la mente al troppo ragionare, poich quando cominci a ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta>>.
LHagakure insiste sempre sulla necessaria prontezza che un samurai deve avere nel sacrificare la propria vita. Vi si afferma che nessuna opera grande stata mai compiuta senza <divenire pazzo>>, senza cio rompere il livello della coscienza ordinaria: per giungere ad uno stato di superindividualit ove l'Io superiore stabilmente dimori in una coscienza illuminata. Se I'idea della morte perde il suo potere ammaliante, la <<mente>> (si tenga presente quanto abbiamo detto a proposito di <<kokoro>>, <<shin>> e <<hsin>>) pu penetrare direttamente entro I'oggetto in s e guardarlo dall'interno: ci si trova in uno stato libero dalle motivazioni coattive della coscienza. Ad un livello inferiore, dominare l'idea della morte - sostiene Suzuki - era l' attrattiva maggiore che lo zen offriva ai samurai; e ci essi lo potevano ottenere senza le sovrastrutture di una religione, di una morale, di un ritualismo. I samurai occupavano il rango pi elevato dei ceti feudali, quel rango che in altre societ occupato dai sacerdoti. La loro vita guerresca, che era una continua preparazione alla mote, li portava - anche nell'immagine popolare - pi vicini delle altre caste ad un contatto con il mondo misterioso del non-umano. In un testo tardivo, rispetto alla tensione eroica e spirituale del periodo che abbiamo chiamato del bushid guerriero, si manifesta ancora la correlazione tra il bushi e la vita spirituale.

<<Il popolo - scriveva il principe di Mito in un indirizzo rivolto ai suoi samurai - diviso in quattro caste: shi, n, k, sh. Ciascuna casta ha i suoi compiti. ln gente del n6 si dedica all'agricoltura, quella del k all'artigianato, quella del sh6 al commercio. Qual dunque il compito dei bushi [shi]? Mantenere inalterato e puro il sentimento del dovere [gin]. La gente delle altre caste si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali>>.
Nel mondo delle forze sottili ed insostanziali si muovono ed operano, con effetti prodigiosi, tutti i grandi maestri delle arti marziali. Anche nell'esoterismo shint si utilizzano tali forze. Aoyama Shigeyoshi, grande sacerdote (gji) e maestro di dottrine segrete nel tempio di Iso no kami, dichiar recentemente a Jean Herbert:

<<Spesso le battaglie in realt s'ingaggiano entro il tana de guerrieri combattenti ) una forza misteriosa pu agire nel kend, nel jud e nel karate, ed in altre arti marziali meno conosciute>>.
Di l dall'addestramento zen contenuto nelle vie marziali - di cui fra poco tratteremo -, anche il solo bushid poteva condurre allo stesso punto. Ecco un esempio tratto dall'Hagakure. Uno dei pi grandi maestri di kend,

Yagi Tajima no kami Munenori, fu avvicinato un giorno da un hatamoto (un samurai al servizio dello shgun), che gli manifest il suo desiderio di apprendere la vera arte del combattimento con la spada. Il maestro gli rispose: <<Da quanto mi appare, voi siete gi un maestro di kend; a quale scuola appartenete?>> <<Purtroppo - rispose l'hatamoto - non ho mai appreso l'arte>>. Tajima replic: <<Non posso ingannarmi, io sono un maestro ed il mio occhio non sbaglia>>. Lhatamoto, umilmente, sostenne che in effetti lui non sapeva proprio nulla di kend. Il maestro soggiunse perplesso: <<Sar come voi dite, tuttavia io sono sicuro che voi siete maestro in qualcosa.<<Se c' una cosa - rispose l' hatamoto, di cui posso dire di essere veramente padrone questa: quando, ancora bambino, seppi che un samurai non avrebbe mai dovuto temere la morte, mi sforzai sin d'allora, per lunghi anni, a pensare al problema della morte e del suo superamento, e un giorno infine tale problema cess improvvisamente di esistere per me. Alludete forse a questo?>>. <<Esattamente, questo che intendo - rispose Tajima no kami -; sono lieto di non essermi sbagliato: il segreto ultimo del kend risiede nell'assoluta libert dal timore della morte. Io ho allenato centinaia di allievi su questa via, ma finora a nessuno potevo riconoscere la qualit di maestro del kend. Voi non avete alcun bisogno di essere istruito sulle tecniche di combattimento, voi siete gi un maestro>>. Un grande guerriero del XVI secolo, signore di un feudo e monaco zen,Uesugi Kenshin, cos esortava i suoi samurai:

<<Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale la Mente [shin]; guardate in questa Mente e prendete stabile possesso [in questo stato di Superindividualit]. Voi comprenderete allora che c' qualcosa in voi di l dala morte e dalla vta. Io stesso, giunto al grado supremo della meditazione [samdhi], ho avuto la coscienza illuminata e so di che cosa vi sto parlando. Quelli che non son disposti a dare la loro vita ed a correre incontro alla morte non sono veri guerrieri>>.
Un passo dell' Hagakure sostiene:

<<Non vero samurai chi non sa andare di I dalla vita e dalla morte. Quando vien detto che tutte le cose si ritrovano in una sola Mente, voi potete suppone che esista un qualcosa che pu essere conosciuto come 'Mente'; ma in verit proprio una mente attaccata alla vita ed alla morte che deve essere definitivamente abbandonata. In tal caso potrete compiere azioni meravigliose, poich avrete raggiunto uno stato superindividuale della coscienza [mente] chiamato: mushin no shin che, in accordo con quando disse il grande maestro Takuan, uno stato della mente non pi turbato dai problemi della morte o dell'immortalit>>.
Cerchiamo ora di chiarire alcune formule tipicamente zen come <<andare di l dalla vita e dalla morte>> e <<mushin>>. Sar, necessariamente, una spiegazione schematica che, peraltro, ci consentir d'introdurre il discorso sullo zen incluso nelle vie marziali (bud). Landare di l dalla vita e dalla morte significa, per lo zen, superare la divisione del mondo in oggetto e soggetto. Il mondo della diversit (shabetsu) tale solo perch l' ignoranza cosmica (mumy) e la mania (bonn) - cio la forza intossicante delle passioni - ottenebrano, nell'<<io>> che noi crediamo di essere (ma che in realt solo un aggregato di elementi impermanenti, immerso nell'angoscia del divenire), la capacit di vedere nella propria natura pi profonda. Questa natura il <<volto originario>> dell'Io superiore che i buddhisti chiamano il <<cuore del Buddha>>, l'assoluto. Ritrovare la nostra Essenza superiore,distruggendo le aggregazioni caduche ed effimere dell'io terreno ed illusorio compito di ogni ascesi. <<Lasciando la presa>>, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre ad una visione improvvisa, lucida ed intuitiva (quindi n concettuale, n psicologica, n intellettuale) dell'identit assoluta (byd), in cui si risolvono ogni antitesi ed ogni dualit - perci anche: vita e morte. Questa coscienza illuminata o conoscenza intuitiva suprema prajna,la facolt spirituale d'ordine metafisico che abolisce appunto ogni separazione fra conoscitore e conosciuto.<<Risvegliarsi>> a questa conoscenza il satori,l' illuminazione, il fine ultimo dello zen. Da questa esperienza metafisica, che rappresenta il superamento della condizione umana, si apprende, ultima verit ed estremo paradosso (per chi ancora legato al pensiero discriminante), che prajna immanente in ogni uomo e che diversit ed identit sono la stessa cosa: il mondo del divenire e l'Assoluto coincidono. Da una diversa angolatura e ad un certo grado, il risveglio di prajna chiamato mushin (vuoto mentale) o munen (assenza di pensiero) o muga (non-io). In codesto stato spirituale, abolite le discriminazioni tra soggetto ed oggetto, tra io e non-io, si raggiunta la perfetta identit e simultaneit tra volont ed azione: il punto d'arrivo

delle Vie marziali (bud) o arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto I'addestramento tende a questa meta, e non si possiede veramente un'arte se non si giunge allo stato di mushin. Ma chi raggiunge questo stato gi sulla via che conduce alla liberazione: I'arte non gli serve pi. Qui s'incontrano zen, bud e bushid. Di l dal modo schematico, seguiamo ora lo stesso ordine di considerazioni, riassumendo la celebre lettera sul fine ultimo del kend, scritta dal monaco Takuan al maestro Yagi Tajima no kami Munenori. La mente comune vien detto - ferma la sua attenzione sull'oggetto della sua azione. Questo fermarsi, questo avere la consapevolezza di quello che si sta facendo I'ostacolo maggiore da superare nell' addestramento del kend secondo i princip dello zen. Se un avversario attacca, e chi si difende fissa la sua attenzione sulla spada del nemico, si sconfitti in partenza. Se la mente si ferma su di un qualunque oggetto - sia questo la spada dell'avversario, L' avversario stesso, la propria spada, il proprio corpo, l'azione che si vuole intraprendere in difesa o in attacco -, si in ogni modo dominati e vinti. L opposizione fra soggetto e oggetto deve essere superata. Lattacco e la difesa devono diventare una cosa sola. Dovendo combattere contro dieci uomini uno dopo I'altro, l'azione di attacco deve sgorgare spontanea, senza alcuna soluzione di continuit, con movimento fluido e sereno. Un allievo desidera apprendere l'arte del kend. Da profano, all'inizio delle lezioni, le sue parate saranno istintive. Dopo un lungo periodo di tempo apprender minuziosamente tutte le tecniche di attacco e di difesa. Combattendo, ora, cercher di applicare le tecniche che ha appreso; facendo questo la sua mente sar consapevole dell'azione: egli avr perduto l'originale senso d'innocenza e di libert. Solo nella terza fase, dopo un altro lungo periodo di addestramento, egli riuscir finalmente a dimenticare le tecniche (che peraltro il suo 'corpo' avr appreso in modo autonomo), e la sua mente ritorner libera ed istintiva come era all'inizio, ma ad un livello diverso. Il discepolo infatti divenuto maestro ed il ritorno alle origini gli appare da una posizione superiore: dallo stato incondizionato di mushin. Nella fase intermedia dell'addestramento, egli si era trovato nelle stesse condizioni narrate nella parabola del millepiedi. Quest'ultimo camminava tranquillo e spontaneo; gli chiesero come faceva a coordinare cos bene tutti i movimenti delle mille gambe; ci pens, e non riusc pi a camminare' vien posta la domanda: se la mente non pu essere fermata su alcunch di esterno, quando si combatte dove bisogna dirigerla? Se la si concentra nel tanden (che il <<campo di cinabro>> del taoismo, il centro vitale dell'uomo, idealmente situato tre centimetri sotto l'ombelico), si ottiene l'effetto voluto, e si liberano ed utilizzano le forze impersonali e sottili dell'energia vitale (ki), che danno possibilit meravigliose. Ma il fenomeno non interessa lo zen che vuol portarsi pi oltre. La mente deve lasciar andare s stessa in assoluta fluidit, senza fermarsi in alcuna parte del corpo: il mushin no shin,la mente consapevole della sua non consapevolezza: la <<mente imperturbabile>> (fud- shin). Per raggiungere questo stato di <<vuoto mentale>> nelle arti marziali come in tutte le altre arti intese come <d>, si percorrono, pi o meno, gli stessi stadi dello sviluppo spirituale della disciplina zen monacale. Diremo soltanto - per chi ha qualche conoscenza dello zen - che questa graduale purificazione allegoricamente rappresentata dalle <<dieci figure dell'uomo e della vacca (o del bue)>>: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. si cerca la Verit; si scopre la Verit; si riconosce la Verit; si vede la Verit; si sperimenta la Verit; si domina la Verit; . si dimentica la Verit; si dimentica di essere il portatore della verit; si ritorna all'origine; si riposa nel Nulla (poich si reciso ogni vincolo).

Per concludere l'argomento, citiamo per intero il cosiddetto (credo del samurai). una specie di manifesto che descrive lo stato ideale in cui viene a trovarsi w samurai educato dal bushid: lo stato di mushin o di muga, dal quale sgorgano le pi stupefacenti azioni.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori. Non ho casa: il saika tanden (centro vitale dell'uomo) la mia casa. Non ho poteri divini: la lealt (chgi) il mio porere divino. Non ho mezzi: I'obbedienza il mio mezzo. Non ho poteri magici: laforza interiore il mio potere magico. Non ho n vita n morte: l'<<Assoluto >> la mia vita e la mia morte. Non ho corpo: la stoica impassibilit il mio corpo. Non ho occhi: la luce del lampo i miei occhi. Non ho orecchi: la sensibilit i miei orecchi. Non ho membra: la prontezza le mie membra. Non ho legge: l' autodifesa la mia legge. Non ho l' arte della guerra: sakkatsu jizai (letteralmente: libero di uccidere e di restituire la vita) la mia arte della guerra. Non ho progetti: il kisan ( il ciuffo del samurai; vale per acciuffare l'occasione per i capelli) i miei progetti. Non ho miracoli: il Dharma (la Legge del Buddha, l'ordine del Cosmo) i miei miracoli. Non ho principi: l' adattabilit a tutte le circostanze (rinkihen) i miei principi. Non ho tattiche preordinate: il kyojitsu (la vacuit e la pienezza) la mia tattica. Non ho capacit: il toi sokumyo (la prontezza di spirito) la mia capacit. Non ho amici: la mia mente i miei amici. Non ho nemici: l' imprudenza i miei nemici. Non ho armatura: jin-gi (la sensibilit umana ed il senso del dovere: le due virt cardinali dei confuciani) la mia armatura. Non ho caste'llo: fud-shin (la mente imperturbabile) il mio castello. Non ho spada: mushin la mia spada. Concludiamo questa ricognizione sul bushid guerriero, riassumendo: l. lo zen, che nei periodi Kamakura e Ashikaga ha influito in modo notevole e duraturo su tutta la civilt giapponese riflettendosi in ogni aspetto della vita e dell'arte -, ha trovato nei samurai e nel bushid la forma pi congeniale e pi completa di manifestazione, dopo la vita monastica; 2. il bushid guerriero non pu essere in alcun modo dissociato n dallo zen n dalle arti marziali. Infine, due esempi di spirito bushid: il primo riguarda monaci che muoiono come samurai; il secondo narra di samurai che muoiono come monaci. Nell'aprile del 1582 Kaisen, abate del monastero di Yerin-ji, aveva dato ospitalit ad alcuni samurai seguaci del suo discepolo Shingen, che Oda Nobunaga aveva sconfitto. Nobunaga assedi il monastero e minacci di darlo alle fiamme se non gli venivano consegnati i rifugiati. I monaci rifiutarono. Si raccolsero nella sala principale e si schierarono bene allineati come per la consueta meditazione. L' abate pronunci il suo ultimo sermone, poi disse: <<Noi ora siamo circondati dalle fiamme; come potreste voi, in questo momento critico, girare la vostra ruota del Dharma? Esprimete il vostro parere!>> ognuno rispose secondo il grado di elevazione spirituale cui era giunto. Per ultimo l' abate espresse le sue conclusioni: <<Per una tranquilla meditazione, non c' bisogno di andare sui monti o vicino ai fiumi; quando la mente imperturbabile, il fuoco stesso fresco e rinfrescante>>. E cos tutti entrarono nel fuoco del supremo grado della meditazione (samdhi). Dalle cronache del Taiheiki riprendiamo, nella traduzione di Suzuki, un esempio di junshi, di suicidio cio commesso per seguire nella morte il proprio Signore. Nel maggio del 1333 la grande famiglia degli Hj, che per oltre un secolo aveva governato il Giappone, al tramonto Kamakura attaccata dalle truppe di Nitta Yoshisada e posta in fiamme. Hj Takatoki preferisce il seppuku alla capitolazione, e si uccide con tutti i familiari, i parenti, i servitori ei samurai. Uno dei nobili samurai al servizio degli Hj avvolge sull impugnatura della spada con la quale sta per uccidersi, una lettera di sua nipote, moglie di Nitta Yoshisada: la lettera gli garantiva la salvezza e la libert. Scrive Auriti: <<I1 guerriero vinto combattendo per il suo Signore, che si ritira in un tempio, e dopo aver composto il jisei, cio il canto di commiato dalla vita, se la toglie serenamente, squarciandosi I'addome con la spada dall'elsa (tsuba) ornata con sobriet, e dalla lama elegante nella linea e tagliente nel filo, esprime la storia, la religione, la letteratura, l'arte e lo spirito eroico che il periodo Kamakura tramand nei secoli>>. L episodio narrato nel Taiheiki parla di Shiaku Shinsakon Nyudo, un samurai di rango non molto elevato nella gerarchia della corte shogunale di Kamakura. Quando egli stava per uccidersi, chiam il suo figlio maggiore

Saburzaemon e gli disse: <<Kamakura, circondata dai nemici, sta per cadere. Io sto per seguire il destino del mio Signore come suo leale vassallo (kerai). Tu sei ancora giovane e non hai I'obbligo della fedelt verso il nostro Signore, poich non sei ancora entrato al suo servizio. Cerca di sfuggire alla tragedia che si avvicina e diventa un monaco: al servizio del Buddha potrai celebrare i riti per i nostri spiriti. Nessuno ti biasimer se ti salverai per fare questo>>. Ma Saburzaemon rispose: <<Io non sono stato ancora ammesso al diretto servizio del nostro Signore, ma come vostro figlio sono stato allevato sotto la sua benevola protezione. Se io gi avessi seguita la via del monaco, il fatto si presenterebbe in modo diverso. Poich sono nato in una famiglia di samurai, non posso abbandonare voi ed il vostro Signore: nessuna vergogna sarebbe pi grande di questa. Se voi volete seguire il destino del nostro Signore, lasciate che io vi preceda e vi faccia da guida nello 'stretto sentiero del di l>>. E gi prima delle ultime parole, egli si era aperto il ventre con la sua spada. Suo fratello Shir, osservando la scena, si prepar rapidamente a seguire l'esempio di Saburzaemon. Ma il padre lo ferm dicendo: <<Non avere tanta fretta, tu devi seguire l'ordine ed aspettare la mia morte>>. Shir rinfoder la sua wakizashi (spada corta) e sedette tranquillamente davanti a suo padre, aspettando gli ordini. Il padre allora gli disse di portargli uno scanno; si sedette a gambe incrociate come i monaci zen durante la meditazione, e quietamente sciolse l' inchiostro nella tazza, intinse con cura il pennello, e scrisse il suo poema di morte (jisei) su di un pezzo di carta:

<<Tenendo questa spada, io taglio in due il Vuoto; nel mezzo del grande fuoco, un fiume di rinfrescante brezza!>>.
Quindi comp il rito del seppuku tagliandosi lentamente il ventre; il figlio Shir complet il rito, in accordo con gli usi prescritti dal bushid, tagliando con un colpo di spada la testa del padre. Poi, con quella stessa spada, si uccise.

Tratto da: Bushido Di: Inaz Nitoube Edizione: Sann-Kai

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