Sei sulla pagina 1di 2

Problema di un certo tipo di scrittura.

"Vi sono sempre dei seri motivi per non fidarsi dei nomi delle dottrine. Essi evocano sempre una costruzione di pensiero che si basa su fondamenti o si conforma a principi, le cui conseguenze innervano l'intera struttura, dettano regole e proclamano la superiorit di un'adesione convinta. Niente di tutto ci conviene all'esercizio del pensiero e si sa che in tutti gli ambiti le dottrine tradiscono o fanno la caricatura dell'Idea, del Valore o del Nome di cui vogliono essere lo sviluppo. Ci che si definisce "marxista" generalmente abbastanza lontano da Marx, l'"idealismo" si distingue assai difficilmente dal "materialismo", ecc. La storia del pensiero piena di reiterate rettifiche circa "empirismi" che devono assai poco all'esperienza o "platonismi" che sono assai lontani da Platone. Il suffisso -ismo rappresenta in numerosi casi una macchina per irrigidire, alterare, se non addirittura tradire una nozione, un nome o modo di pensare" Jean-Luc Nancy, Corpo Nudo.

Non scriverei mai un trattato di filosofia come un arcaizzante esercizio prosastico, cosa questa che fanno in molti. Loro hanno i loro fini. Io i miei. Certo qualcuno potrebbe obiettarmi che quel linguaggio pu donare particolari significati, pu essere molto intenso, denso di significato, poetico. Ecco, quel poetico che a me insospettisce. Restando pragmatici pochi apprezzerebbero realizzare unopera ermeneutica di vasta eco per comprendere un solo testo, forse nemmeno cos interessante. Il compito del lettore diverrebbe il compito di un erudito. Questo privilegiamento proprio quello per il quale io combatto. Un linguaggio poetico dovrebbe essere usato per chi gi sa, per chi ha gi in possesso la verit

(?), dovrebbe essere esoterico e non essoterico. La poesia ci che di pi intimo si possa produrre, non solo per il significato della stessa, ma anche per lo stile, le parole, i versi che sono specchio di chi scrive. Un trattato di filosofia-se si con me e con molti altri a credere che la filosofia sia soltanto un metodo e non il precipitato della riflessione, sia morfologia dellesistenza, allora visto che si tratta di argomenti grandemente complicati, poich mettono in gioco centinaia di relazioni, rapporti fra fatti, oggetti, idee fino a che non si confonde assolutamente tutto con tutto- deve, uso deve proprio in relazione allidea che perseguiamo, essere chiaro, semplice, distinto, lucente anche nellesprimere cose scure, se crediamo che la ragione illumini allora che lo faccia bene, che illumini veramente ci che appare oscuro anche se loscurit un lato dellesistenza che ha lo stesso diritto della luce. Forse che noi deboli danimo, pragmatici, vogliamo vivere nella luce e abiurare loscurit? No, vogliamo soltanto fare solo la prima il teatro della seconda, cos da essere almeno sollevati, leggeri nel pensiero astratto, nel pensiero del pensiero per andare avanti nel risolvere i dilemmi che la realt, prima, e il pensiero, poi, ci porta alla mente. Non il problema fra analitica o continentale, qui interessa la chiarezza, interessa la comodit del pensare. Uno stile come quello del Wittgenstain, anche se comunque mantiene aperto un bagaglio di lemmi informali oscuri, gi un inizio. La formalizzazione del discorso filosofico non pu far altro che giovare proprio al filosofare, ed in generale a tutto ci per cui si richiede una compattezza, una prontezza, una risoluzione, unutilizzazione. La filosofia se non utilizzata non nulla se non belle parole al vento. Se questa si traduce in vita diviene veramente filosofia, altrimenti pu benissimo essere letteratura dintrattenimento. Con ci voglio ribadire che la finalit della formalizzazione il passaggio pulito dellinformazione fra diversi sistemi conoscitivi senza che in questo passaggio avvengano deformazioni o quantaltro. Dove L sta per linguaggio e W per mondo, e p sta per poetico e c per chiaro come a per arte e s per scienza.