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Ad Andrea (e ai suoi genitori, Claudio ed Angela)

UNIVERSIT DEGLI STUDI DI ROMA LA SAPIENZA FACOLT DI SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE


CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE CATTEDRA DI TEORIA E TECNICHE DEI NUOVI MEDIA

TESI DI LAUREA

SPAZI PUBBLICI DIGITALI


Dal digital divide agli usi comunitari delle nuove tecnologie

CANDIDATO Fabrizio Nasti RELATORE Prof. Alberto Marinelli CORRELATORE Prof. Giuseppe Anzera

- A.A. 2003/2004 SESSIONE INVERNALE -

Contenuti

Introduzione Ringraziamenti

vii xi

Capitolo I
Critica della Societ dellInformazione
1. Le origini della societ dellinformazione
1.1 La matematizzazione della realt 1.2 La razionalizzazione della sfera pubblica 1.3 L organizzazione scientifica di produzione e consumo 1.4 La societ disciplinare e il totalitarismo

1
4
4 6 8 11

2. Dalla societ dellinformazione alla societ in rete


2.1 Informazionalismo e globalizzazione: Manuel Castells e la ristrutturazione del capitalismo 2.2 Il capitalismo culturale di Jeremy Rifkin 2.3 Postfordismo e informazionalismo: i saperi al lavoro fra subordinazione e liberazione 2.3.1 Marx, il general intellect e il capitalismo cognitivo 2.3.2 Esodo dalla societ del lavoro? 25 29 24 16 22

15

ii

Contenuti

2.4. Letica hacker e lo spirito dellinformazionalismo 2.4.1 La criminalizzazione dellhacking 2.4.2 Breve storia dellhacking 2.4.3 Informazionalismo ed etica hacker

32 33 34 38

3. Una societ della conoscenza post-capitalista ? 41


3.1 Risocializzazione della sfera produttiva 3.2 Economia dellabbondanza e societ post-capitalista 41 46

4. La societ dellinformazione: estensione del fordismo e della razionalizzazione tecnocratica Note 51 56

Capitolo II
LEcologia Digitale: una razionalizzazione democratica
1. Tecnologia e societ: la prospettiva della razionalizzazione democratica di Andrew Feenberg
1.1 Strumentalismo e determinismo tecnologico 1.2 Essenzialismo, teorie critiche e costruttivismo 1.3 La razionalizzazione democratica 1.4 Razionalizzazione democratica e disuguaglianze digitali 81

63

65
67 70 74

2. Unaltra razionalit possibile: l ecologia digitale


2.1 Ecologie dellinformazione

88
90

Contenuti

iii

2.2 Propriet intellettuale vs . information e digital commons 2.3 Lecologia digitale 92 99

3. Il software libero e open source


3.1 Archeologia del software 3.2 Le origini e i principi del software libero: il progetto GNU 3.3 Il sistema operativo GNU/Linux e gli sviluppi del software libero 3.4 Gli aspetti commerciali del software libero e open source 3.5 Le implicazioni sociali ed economiche del software libero 3.5.1 I benefici economici 3.5.2 Il software libero, i governi e lo sviluppo locale 3.5.3 Modelli sociali e motivazioni nello sviluppo di software libero 3.5.4 Tecnologia, software libero, inclusione sociale

100
101 103 105 111 115 116 120 126 132

Note

142

Capitolo III
Spazi pubblici digitali:inclusione ed esclusione sociale nellet dellinformazione
1. Stratificazione ed esclusione sociale nella societ in rete
1.1 Laumento dellingiustizia sociale e della povert

153

160
160

iv

Contenuti

1.2 I processi di esclusione sociale nella societ in rete

163

2. Le geografie della societ in rete


2.1 Geografie della comunicazione 2.2 La relazione fra lo spazio dei flussi e lo spazio dei luoghi 2.3 La geografia di Internet 2.3.1 La geografia tecnologica 2.3.2 La geografia dellaccesso 2.3.3 La geografia della produzione

171
171 174 177 178 181 189

3. Dal digital divide allinclusione sociale nella societ in rete


3.1 Il digital divide : origini e dimensioni principali 3.1.1 Le ICT per lo sviluppo 3.2 Oltre il digital divide 3.2.1 I limiti del digital divide 3.3 Digital Inequality 3.4 Le nuove tecnologie per linclusione sociale 3.4.1 Ridefinire laccesso 3.4.2 LUnione Europea e le tecnologie per linclusione sociale 224

194
194 199 202 205 214 218 220

Note

228

Capitolo IV
Prodigi in Tunisia: laboratori comunitari
1. La Tunisia in rete
1.1 Il mercato delle telecomunicazioni

235
235
237

Contenuti

1.2 Le mappe della connettivit 1.3 Le politiche pubbliche 1.4 Il progetto Publinet

239 240 241

2. Il Progetto Prodigi in Tunisia


2.1 Le attivit sul campo: mediazione e formazione 2.2 Il contatto con il territorio 2.3 Laboratori e corsi di formazione 2.4 La scelta del software libero

244
244 247 248 250

Note

252

Bibliografia

253

Introduzione
Le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione hanno costituito in questi ultimi anni il mio principale ambito di interesse e di studio. Le loro molteplici manifestazioni, prima tra tutte Internet, e i relativi impatti nella societ, investono un ampio spettro di fenomeni tecnici e sociali, che interessano le relazioni economiche e produttive, le dinamiche del consumo culturale e quelle della partecipazione politica, i rapporti interpersonali, la cooperazione sociale e la produzione e lo scambio di informazioni e conoscenze. Esse sono alla base delle trasformazioni economiche e sociale che guidano gli sviluppi della societ dellinformazione. Il mio interesse di studio per le nuove tecnologie, in origine rivolto in particolare alla loro applicazione negli ambiti della comunicazione pubblica e sociale, si poi esteso alle conseguenze della loro diseguale distribuzione nella societ. Le opportunit offerte da queste tecnologie per una rinnovata partecipazione dei cittadini al processo politico- amministrativo, sollevavano diffusione al contempo la preoccupazione societ potesse che una loro ad squilibrata nella contribuire

aggravare le esistenti disparit in termini di potere e risorse, e imponevano, dunque, la necessit di un intervento pubblico volto a correggere i meccanismi di mercato che generavano tali squilibri. Il tema della distribuzione irregolare delle nuove tecnologie e delle competenze necessarie a sfruttarne i benefici, ha ottenuto nel frattempo il riconoscimento degli attori politici ed economici dominanti, ed stato rilanciata ed amplificato dallespressione

viii Introduzione

digital divide . Questo termine, per, e linsieme di assunti su cui si basa, si sono rilevati col tempo inadatti a cogliere la complessit dei fenomeni di disuguaglianza ed esclusione sociale che si impongono con sempre maggior forza nel mondo contemporaneo, i quali sono s legati, in effetti, alle potenzialit delle nuove tecnologie, ma, pi che da relazioni di tipo causale, in una forma ambivalente e contraddittoria. Molti degli assunti impliciti nel concetto di digital divide , e molto dellinteresse che esso ha suscitato, possono infatti ricondursi al fervore tecnologico che ha contraddistinto la retorica dellavvento di una societ dellinformazione. Per fare luce su questa retorica, e di conseguenza su quella che circonda il concetto di digital divide , nel primo capitolo ripercorreremo alcune tappe della storia delle idee che sembrano porsi come diretti antecedenti della societ dellinformazione. Seppure esaltata da pi parti come assoluta novit, e nonostante essa esprima strutture di fatto sociali, alcune trasformazioni societ significative nelle lattuale dellinformazione

rappresenta, in realt, la continuazione di un lungo processo storico che punta nella direzione di un estensione del dominio della razionalizzazione tecnocratica sulla vita delluomo. E cos come in tutte le fasi storiche, questo dominio incontra anche oggi la resistenza di soggetti e gruppi sociali, i quali, facendo perno sulle ambivalenze della tecnica, mettono in atto razionalizzazioni democratiche e danno vita alle forme di un ecologia digitale . Nei margini delineati da questa opposizione fondamentale, trovano spazio la riconsiderazione complessiva dei presupposti su cui si fonda lidea di un digital divide e lindicazione di una prospettiva alternativa: quella, cio, che considera le nuove tecnologie come elementi di un pi ampio insieme di risorse, da

Introduzione

ix

attivare in sinergia allo scopo di promuovere processi di inclusione sociale. In questo senso, date le peculiari dinamiche spaziali della societ in rete giocate sullasse della contrapposizione fra flussi e luoghi , luso delle tecnologie per scopi di inclusione e coesione sociale trova il suo campo di applicazione privilegiato in quello spazio dei luoghi in cui le identit culturali e le relazioni sociali in esso radicate, attaccate e indebolite dalle logiche impersonali e strumentali dei flussi di informazioni, ricchezza e potere, costituiscono nondimeno il valore aggiunto nella costruzione di capitale umano, culturale e sociale, che a loro volta pavimentano il percorso verso linclusione. E necessario, dunque, promuovere nei luoghi ampi e sistematici processi di appropriazione di quelle stesse tecnologie su cui i flussi si strutturano per dominare i primi e farne strumenti e oggetti della propria valorizzazione. E affinch le nuove tecnologie possano realmente integrarsi con le risorse e le relazioni presenti e nel alla territorio coesione allo scopo di contribuire auspicabile, in allinclusione sociale,

conclusione, che le politiche pubbliche si orientino verso la realizzazione, la promozione e il supporto di spazi pubblici digitali . Tali spazi, insieme fisici e virtuali, possono infatti essere intesi come lambiente intenzionalmente e pubblicamente costruito allintersezione dei due spazi, quello dei flussi e quello dei luoghi. Un ambiente aperto ed accessibile, che scaturisce, dunque, da una molteplicit di risorse, pratiche e relazioni radicate sul territorio che ruotano intorno alle nuove tecnologie digitali, espandendo per questa via il loro raggio dinteresse e dazione alla dimensione intraterritoriale e globale: centri pubblici per laccesso e la formazione alle nuove tecnologie, risorse di

Introduzione

software libero a disposizione on line e off line , comunit in rete per lo sviluppo di software libero, contenuti digitali di dominio pubblico o rilasciati sotto licenze che ne tutelano il fair use , portali e servizi di pubblica utilit, reti civiche o comunitarie legate alla prossimit on line , geografica, siti web reti e di cooperazione e condivisione piattaforme software

collaborative, social software , sistemi di open publishing , mailing lists comunitarie, ecc. In questo complesso insieme, le strutture per laccesso e la formazione alle nuove tecnologie possono svolgere il ruolo di catalizzatori e moltiplicatori di energie e risorse legate al territorio; per poter far questo, per, essi devono diventare qualcosa di pi che semplici punti di accesso pubblico ad Internet, il pi delle volte integrati in istituzioni che riservano loro solo poco spazio e visibilit o comunque non riescono ad attirare un pubblico adeguato. Devono piuttosto essere pensati, progettati e gestiti come spazi pubblici digitali : ossia, in questo caso, come spazi fisici, posseduti, gestiti e animati dalla comunit locale, attraverso associazioni o strutture partecipative ad hoc ; finanziati attraverso un mix di impegno pubblico e privato; impegnati ad attrarre competenze ed energie per costruire mobilitazione e innovazione sociale intorno a e sfruttando le potenzialit di unampia gamma di tecnologie, da Internet al video digitale. In questo modo essi possono rivelarsi strumenti fondamentali per favorire lo sviluppo a livello locale e promuovere linclusione e la coesione sociale.

Ringraziamenti
Questa tesi il frutto delle letture, delle esperienze e delle riflessioni da me maturate nei cinque anni appena trascorsi. In questo lasso di tempo molte persone hanno contribuito pi o meno direttamente alle mie esplorazioni nel campo delle nuove tecnologie, o ne hanno semplicemente accompagnato il percorso. Qualcuno di loro, in realt, mi accompagna da molto pi tempo. Altre quasi non sanno accendere un computer, e anche se loro non sanno cos, mi ricordano cosa (non) il digital divide . A tutte devo comunque tanto, perch senza di loro il mio mondo sarebbe freddo come una scheda di memoria. Ma ne nominer solo alcune, e lordine sar quasi rigorosamente casuale: spero in ogni caso che nessuno ci rimanga male. Devo ringraziare innanzitutto i miei genitori, per avermi dato la possibilit di iniziare il viaggio, e poi di arrivare fin qui; per la pazienza con cui hanno atteso, nonostante tutto, che io compissi le mie contorte evoluzioni prima di portare a termine questo primo difficile compito della mia vita. Grazie di cuore di tutto quello per cui non vi ho mai ringraziato abbastanza. Poi un grazie a Chi, la mia musa ispiratrice, nonch correttrice di bozze, prepara-caff, maestra di coccole e massaggi, e tanto altro ancora; senza di lei sarebbe stato tutto molto pi difficile. Grazie a Luca, per la sua filosofia della banana , per le mille discussioni sui mondi tecnologici, per aver condiviso con me gioie e dolori di questa universit, e per aver sempre creduto in me . Grazie a Daniele, per il preziosissimo contributo dato alla veste grafica di questa tesi. Grazie a Lollo e a Giulia, perch mi sono stati vicini.

xii Ringraziamenti

Grazie a Davide, a Ugo, al Palletta e ad Alfredo, amici da una vita, chi pi chi meno. E ai primi due, bartender alle prime armi, un grazie in pi per il supporto morale (e gratuito) ricevuto in quel del BaoBar . Pu passare anche da l, da un pinguino che si dimena in savana, il tentativo di diffondere una cultura informatica pi aperta e libera ( free as in free speech, not as in free beer!). Un grazie particolare, infine, va ai Prodigi, a Matilde, a Giulio, ad Iginio, ad Ale e a Ludovica, perch alla fine sono le persone che fanno la differenza, e non le tecnologie; e perch in fondo siamo una comunit strutturatissima . Grazie anche a tutti i partecipanti al progetto in Tunisia, ad Enrico, Tony, Gianna, Muriza , Maddalena, Andrea, Jamel, Imhed e Lotfi, e alla comunit di Kerchaou.

Capitolo I Critica della Societ dellInformazione

Il dibattito in ambito accademico e politico relativo al cosiddetto digital divide , e pi in generale ai complessi rapporti tra la societ e le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione, spesso condizionato da un equivoco di fondo e reso incerto da alcune ambiguit. L equivoco riconducibile alla centralit assegnata alle tecnologie, in particolare ai mezzi di comunicazione, nella nascita e nello sviluppo di inedite configurazioni sociali, presunte o reali, attuali o future. Esso si manifesta, da un lato, nellassunzione di una prospettiva che fa propria una qualche connesso forma alla di determinismo dei tecnologico ; mezzi di dallaltro, evidente in quella sorta di neo avventismo laico storicamente capacit nuovi comunicazione di trascendere i vincoli della distanza che ha la sua forma pi visibile nell hype che circonda l avvento di ogni nuovo strumento o applicazione. Le ambiguit sono invece legate alloggettiva difficolt di inquadrare le tecnologie digitali, e i media a cui danno forma, in uno statuto epistemologico univoco. Da un lato, linedita velocit con cui si evolvono tecnologie e formati nel nuovo ambiente digitale rende rapidamente obsoleti

Capitolo I

non solo l hardware

e il software , ma anche i modelli

interpretativi utili alla loro comprensione e contestualizzazione. Dallaltro, la natura generalista dellinfrastruttura informatica e telematica che fa da base alle attuali inedite ibridazioni di vecchi e nuovi media rende artificiosa o quantomeno critica una netta distinzione tra i loro diversi ambiti dapplicazione sul versante della produzione cos come su quello del consumo: si assiste ad unesplosione della comunicazione iper mediata , che assume una centralit senza precedenti in contesti che vanno, senza soluzione di continuit e con frequenti sovrapposizioni, dal sistema produttivo alla comunicazione interpersonale. Occorre, a mio avviso, assumere in pieno tali ambiguit, indagando, anche retrospettivamente, il ruolo dellinformazione e della comunicazione al di l del tradizionale ambito di pertinenza dei media studies ; nel far questo necessario al tempo stesso rigettare gli equivoci del determinismo e dellavventismo. Scopo di questo capitolo inquadrare assunti e realt del digital divide nel pi ampio contesto delineato dallinterazione fra le dinamiche di innovazione e diffusione selettiva che interessano le moderne tecnologie dellinformazione e della comunicazione e i processi di ristrutturazione che coinvolgono a diversi livelli il capitalismo, in quanto sistema economico e sociale prevalente nonch ambito privilegiato di sviluppo di tali tecnologie. Si rende utile, perci, il riferimento ad alcune tendenze di lunga durata sottese al ruolo dellinformazione e della comunicazione nelle societ industriali avanzate e alla loro evoluzione conseguente allapplicazione delle tecnologie digitali nelle sfere sociale, economica e culturale. Al di l dei pur notevoli elementi di discontinuit osservabili nellattuale fase storica, ad uscire rafforzata dai mutamenti in corso sembra essere la presa, sui diversi ambiti delle attivit

Societ dellInformazione

umane, di una razionalizzazione tecnocratica sempre pi sofisticata ed escludente. Originata dal cuore stesso dellindustrialismo come sistema sociale oltre che economico nelle pretese di regolazione sociale ispirate allorganizzazione scientifica del lavoro, questa presa oggi approfondita ed estesa dalla pervasivit delle reti strumentali che si appoggiano alle infrastrutture fisiche di informazione e telecomunicazione (Robins e Webster 2001). Su tali reti, infatti, si strutturano e transitano le funzioni economiche, finanziarie e di potere dominanti, il cui nocciolo sempre pi costituito da flussi di informazioni e di conoscenze. In questo senso le reti informano e veicolano saperi e risorse culturali, cognitive, linguistiche, affettive, relazionali e di socialit, intercettate dalle macchine digitali e fatte sempre pi oggetto di mercificazione tanto sul versante della produzione quanto su quello del consumo. Istanze tecnologiche ed economiche sempre pi globalizzate, da una parte, e identit soggettive e culturali sempre pi frammentate e desocializzate, dallaltra, non sembrano poter essere pi armonizzate da alcun principio dintegrazione sociale. Ad esso fa da surrogato un processo di mercificazione globale delle esperienze e degli immaginari locali , che produce in realt una socializzazione antisociale (Castells 2001): decontestualizzate e impacchettate, queste risorse immateriali comuni vengono appropriate e valorizzate nelle politiche di marketing , sospinte dai meccanismi promozionali nellimmaginario collettivo e nei processi della percezione sociale, rivendute nei parchi a tema e nei centri commerciali o trasmesse cyberspazio . dalle megacorporations della comunicazione attraverso le reti elettroniche globali a interazione vigilata del

Capitolo I

La logica strumentale allopera nelle dinamiche economiche e tecnologiche attua, quindi, una connessione artificiale e funzionale fra globale e locale, nella quale finisce per inglobare al suo interno anche i processi culturali; essa accompagna cos il capitalismo nella sua opera di sottomissione di una porzione sempre maggiore dellesperienza umana al dominio della sfera economica (Rifkin 2001). Brevetti, copyrights , licenze, marchi, loghi, e i rispettivi meccanismi tecnici e giuridici di controllo e sfruttamento, sono funzionali alla privatizzazione forzata di sempre pi ambiti del patrimonio culturale e persino biologico dellumanit e completano il tragitto del capitalismo lungo quel percorso di predazione delle esternalit , tracciato al suo avvio dalle enclosures delle terre comunali ( commons ) nellInghilterra del XVI secolo. Luniversalismo astratto della razionalit strumentale, dato per spacciato insieme ai suoi tragici paradossi con il declino della fabbrica fordista e della burocrazia monolitica, riemerge nelle forme diffuse, reticolari, leggere, persino trasgressive, dei network globali dellintrattenimento digitale, dei mercati elettronici della finanza o delle reti delle imprese transnazionali.

1. Le origini della societ dellinformazione


1.1 La matematizzazione della realt
Come argomentato, tra gli altri, da Robins e Webster (1999) e da Mattelart (2001), e per altri versi anche da Anderson (1991) 1 , il ruolo fondamentale delle risorse e delle tecnologie dellinformazione e della comunicazione nellorganizzazione sociale e nelle idee che ne sostengono laffermazione, ha in realt origini pi antiche di quanto comunemente si pensi. Accennando

Societ dellInformazione

appena al rapporto dialettico fra le strutture della testualit e le tecnologie della stampa e del libro, da un lato, e lo sviluppo dello spirito della modernit, delle coscienze nazionali o delle stesse burocrazie degli Stati moderni, dallaltro (Anderson 1991; Ricciardi 1998), si pu invece ripercorrere con Mattelart (2001) la storia delle idee e degli avvenimenti che hanno segnato laffermarsi della formula e della retorica della societ globale dellinformazione. Secondo il sociologo francese i suoi presupposti risalgono a ben prima dellingresso della nozione di informazione nella lingua e nella cultura della modernit, agli ideali illuministici di calcolabilit e matematizzazione della realt e di automatizzazione del ragionamento e dellazione, ossia alla mistica del numero e di un linguaggio universale, lontano antecedente del linguaggio informatico che ne formalizzer due secoli dopo il progetto di una ricomposizione pre-babelica dellumanit. In quel lasso storico, tra il
XVII

e il

XVIII

secolo,

prende forma il progetto ideale e concreto di una societ trasparente e governata dal pensiero del numerabile e del misurabile. Questultimo diventa il prototipo di ogni discorso e al tempo stesso lorizzonte della ricerca della perfettibilit umana": sui suoi principi, tra laltro, Adam Smith edifica nella seconda met del Settecento le fondamenta delleconomia politica liberale, mentre gi un secolo prima i pionieri della statistica ovverosia la scienza dello Stato (e del commercio) si confrontavano con la nuova realt geo-politica frammentata, sorta alla firma dei trattati di Westfalia del 1648, i quali inauguravano il concetto moderno di Stato-nazione e con esso quello di confini stabili e appartenenze univoche. Per lo Stato, e soprattutto, da quel momento in poi, per la sua forma nazionale, la raccolta, la conservazione, il trattamento e la

Capitolo I

trasmissione di informazione e la capacit di comunicare sono sempre state condizioni indispensabili per amministrare e coordinare strutture sociali territorialmente disperse e complesse, mantenendone allo stesso tempo la coesione e lintegrit, e per controllare i membri devianti della popolazione interna e sorvegliare le popolazioni esterne (Robins e Webster, 1999, trad. it. p. 147) 2 .

1.2 La razionalizzazione della sfera pubblica


Il ruolo dellinformazione e della comunicazione stato cruciale, inoltre, per il processo democratico del dibattito politico nella sfera pubblica. E stato, come noto, il filosofo e sociologo tedesco Jurgen Habermas (1962) a descrivere magistralmente genesi, consolidamento e disgregazione, tra il XVII e la prima met del XX secolo, della sfera pubblica borghese. Essa nasce come quellambito di discussione pubblica separato dallo Stato e ad esso contrapposto, sorto alla convergenza storica dei principi democratici, dei nuovi canali di comunicazione e pubblicit e della fede illuministica nella Ragione (Robins e Webster 1999, p. 148). Al suo fulcro vi largomentazione razionale di privati, dotati dei prerequisiti di cultura e propriet, riuniti in pubblico in quanto controparte del potere pubblico (statuale) e destinatario delle sue decisioni riguardanti le sfere della produzione e riproduzione sociale. Fondamentale nel percorso di sviluppo e autointendimento, anche politico, della sfera pubblica borghese in quanto tale il ruolo della stampa, prima sotto forma di gazzette e dispacci amministrativi, poi di giornali, riviste, pamphlet e libri. Essi fornirono linfrastruttura comunicativa necessaria al pieno dispegarsi di una sfera pubblica con funzioni

Societ dellInformazione

politiche ormai matura. Allinterno dellampio Stato-nazione questa infrastruttura comunicativa si arricch via via di nuovi media che garantissero i canali di discussione e comunicazione e laccesso alle risorse informative necessari alluso pubblico della ragione. Quello che pi attiene alla discussione qui presentata il successivo processo di trasformazione del dibattito razionale e informato della sfera pubblica in organizzazione scientifica della societ da parte di tecnici e burocrati ( ibid. ). Le complesse dinamiche originate proprio dallemergere di questo spazio pubblico di discussione finirono per rafforzare ed estendere le prerogative del mercato, da un lato, e i poteri di uno Stato divenuto nel frattempo borghese, dallaltro. Furono queste due forze, impersonali e dirompenti, della modernita (Touraine 1992), insieme alle contraddizioni insanabili sorte al suo interno nellatto di diventare essa stessa elemento di quel dominio da cui aspirava ad emanciparsi, a disgregare la sfera pubblica borghese prosciugandone la vecchia base sociale, situata originariamente nello spazio di separazione poi svanito fra Stato e societ, fra ambito pubblico e ambito privato. Il pubblico culturalmente critico dei club letterari, dei salotti e dei caf diventa il pubblico consumatore di cultura dei mass-media , dellindustria culturale e della societ di massa; la discussione assume la forma di un bene di consumo, la razionalit stessa si trasforma in consumo (Habermas 1962, pp. 192-196). Ad accompagnare questa intrusione del mercato e delle relazioni commerciali nella sfera pubblica e la sua progressiva mercificazione, si fa sempre pi strada la regolazione dellambito di discussione pubblica da parte di ampi corpi imprenditoriali e politici una rifeudalizzazione nelle parole di Habermas. La massiccia intrusione nella sfera privata dei

Capitolo I

media di massa e dei loro messaggi, emanazione del potere statuale e commerciale, riduce drasticamente lautonomia di una sfera pubblica trasformata in pubblicit e in opinione pubblica. La funzione di mediazione fra Stato e societ, svolta un tempo proprio dal dibattito politico di privati riuniti nella sfera pubblica, viene presa in carico da istituzioni come partiti, associazioni e industrie mediali , e condotta dentro i margini della manipolazione, della propaganda e del marketing politico e commerciale. Come conclude lo stesso Habermas, la dimensione pubblica critica soppiantata da quella manipolativa ( ibid. , p. 213). Nel complesso, in questo processo di erosione di una sfera pubblica di discussione informata e critica, la ragione in essa coinvolta ed esaltata lascia il posto, con quel passaggio storico e filosofico della modernit individuato da Adorno e Horkeimer (1944) come dialettica dellIlluminismo, alla razionalizzazione tecnocratica e amministrativa della vita politica e allorganizzazione scientifica e totalizzante dellinformazione e comunicazione pubblica. E interessante notare, per altro, come lo stesso sviluppo delle risorse dinformazione e comunicazione necessarie al pieno dispiegarsi di uno spazio di discussione pubblica incoraggi, invece la centralizzazione e il rafforzamento di quellapparato statale e imprenditoriale teso proprio a pregiudicare il dibattito razionale in favore di istanze di razionalizzazione e controllo (Robins e Webster 1999).

1.3 Lorganizzazione scientifica di produzione e consumo


Sui processi informazionali legati allambito politicoamministrativo si innestarono, accentuandone lestensione, le

Societ dellInformazione

dinamiche al centro dello sviluppo storico del capitalismo in quanto modo di produzione 3 del e
4

in Al

particolare cuore del

dellorganizzazione

scientifica

lavoro .

"taylorismo" come teoria e come pratica secondo Robins e Webster (1999, p. 139) vi infatti proprio l'appropriazione e la duplice occup articolazione in di informazione/conoscenza di nella incorporare tecnologia delle per una pianificazione efficiente e per il controllo. Il "fordismo" si seguito questa strutture informazione/conoscenza

organizzative della produzione la famosa "catena di montaggio" , automatizzando le mansioni e il controllo tecnico su di esse e rendendo quindi invisibili i rapporti di potere. Queste due dottrine non si limitarono a organizzare il lavoro allinterno della fabbrica: esse furono le forze che contribuirono ad estendere le funzioni di controllo e razionalizzazione alla societ in generale. Nel corso della loro ricognizione storica del ruolo dellinformazione illustrano il nelle percorso societ che industriali ha e dellapparato i principi ideologico che ne ha accompagnato la crescita, Robins e Webster condotto dellorganizzazione scientifica oltre le mura della fabbrica. Innanzitutto ci avvenne per via della disciplinarizzazione della forza lavoro, dentro e fuori gli stabilimenti, funzionale agli stessi criteri di efficienza e controllo: la sorveglianza manageriale del lavoro intensivo alla catena di montaggio si combina con linquadramento ideologico nella e della vita privata. Luna impensabile scientifica senza del laltra a (Mattelart promuovere 2001, p. 36). Pi la direttamente, furono gli stessi sostenitori dellorganizzazione lavoro esplicitamente riorganizzazione di una societ-macchina, guidata da ingegneri ed esperti sulla base degli stessi principi di calcolabilit, razionalit strumentale ed efficienza (Robins e Webster 1999) 5 .

10 Capitolo I

Su

questo

versante, e

quindi, della

lorganizzazione e

scientifica che

dellinformazione

conoscenza

lideologia

laccompagnava accentuarono i meccanismi amministrativi di pianificazione e controllo gi allopera nello Stato-nazione. Ma fu soprattutto lindiscussa capacit del taylorismo e del fordismo di incrementare la produttivit, la crescita economica e, di conseguenza, la ricchezza sociale, a legittimare lestensione dei suoi caratteri allintero contesto sociale. Il sistema di consumo di massa e la promessa del sogno consumistico furono i necessari complementi allo sviluppo della produzione di massa; lintegrazione e la regolazione di questo complesso sistema di produzione e consumo richiedeva lapplicazione alla societ in generale degli stessi principi di efficienza e ottimalit che governavano la produzione. La raccolta, laggregazione e la disseminazione di informazioni acquisirono scientifica un del ruolo fondamentale dei per lorganizzazione dei desideri e consumo, bisogni,

dellimmaginazione e diedero vita alle forme moderne del marketing e della pubblicit che a loro volta contribuirono a plasmare i formati dei tradizionali mass media (stampa, radio, televisione). Per questa scientifica via, e dunque, della i principi dellorganizzazione razionalizzazione

penetrarono a fondo nelle attitudini e nellimmaginario sociali, guidati dallefficienza del mercato e del sistema di consumo. Le istanze di pianificazione e controllo, incarnate da un lato nei meccanismi amministrativi dello Stato-nazione, dallaltro nei principi dellorganizzazione scientifica della produzione e del consumo, fecero perno sul ruolo fondamentale delluso strumentale dellinformazione/conoscenza. Il loro dispiegarsi nella societ rappresenta, insieme alle connesse questioni del potere politico e aziendale, il reale orizzonte della rivoluzione

Societ dellInformazione 11

dellinformazione nella forma, indicata da Beniger (1986), di una rivoluzione del controllo. Tale fondamentale rivolgimento, da molti fatto risalire ai rapidi progressi registrati negli ultimi trenta o quaranta anni del secolo scorso nei diversi campi delle ICT, quindi in realt il frutto di un processo molto pi lungo, avviatosi come risposta alla crisi di controllo determinata nei primi anni dellOttocento dallavvento della ferrovia e degli altri trasporti a vapore (Beniger 1986, p. 25), proseguito con la moltiplicazione degli strumenti di calcolo e comunicazione durante tutto il corso del secolo (Fidler 1997) e culminato con
lemergere, nel primo Novecento, dellorganizzazione scientifica del lavoro (come filosofia sia di produzione sia di riproduzione sociale). E in questo momento che la pianificazione e lorganizzazione scientifica si sono mosse oltre la fabbrica per regolare lintero stile di vita. [] Quando queste strategie di amministrazione e di controllo dellinformazione sono state sviluppate su una base sistematica, stato in quel momento storico, crediamo, che la rivoluzione dellinformazione si scatenata. Le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione hanno fatto avanzare con maggior sicurezza, e automatizzato, queste attivit combinate di informazione e intelligence, ma esse rimangono essenzialmente miglioramenti di quella che stata fondamentalmente una rivoluzione politico-amministrativa (Robins e Webster 1999, pp. 154-155).

1.4 La societ disciplinare e il totalitarismo


Le complesse dinamiche fin qui osservate portano a compimento, tra laltro, lo sviluppo della societ disciplinare descritta da Michel Foucault, la cui opera si focalizza proprio sulla relazione inscindibile fra conoscenza e potere 6 . Nel

12 Capitolo I

processo di riconfigurazione della relazione fabbrica-mondo esterno e conseguentemente delle stesse strutture della vita quotidiana susseguente allimporsi del fordismo come modello organizzativo della produzione, la societ si trov assoggettata ad un nuovo tipo di controllo, analizzato da Foucault nella sua nota interpretazione del Panopticon. Ideato da Jeremy Bentham alla fine del secolo XVIII come struttura architettonica che garantisse lesercizio automatico e ininterrotto del potere e del controllo nelle carceri, nelle scuole e nelle fabbriche, tale meccanismo insieme visivo e disciplinare fa si che la sorveglianza venga, di per cos 1975). dire, Con interiorizzata mai la soggetto dal di sorvegliato, oggetto uninformazione,

comunicazione

(Foucault

rivoluzione

dellinformazione, non solo la prigione o la fabbrica, ma la totalit sociale pu arrivare a funzionare come macchina gerarchica e disciplinare (Robins e Webster 1999, p. 166). Nelle origini disciplinari della societ dellinformazione inscritte, come abbiamo visto, nel ruolo delle risorse e delle tecnologie dellinformazione e nella relativa convergenza delle istanze di organizzazione e sorveglianza sono rintracciabili persino i germi di quel totalitarismo che ha segnato il
XX

secolo al di l

delle vicende tragiche e circoscritte del suo effettivo e dichiarato esercizio del potere (Revelli 2000). Un accenno alle origini storiche delle tecnologie e delle applicazioni informatiche, in quanto concretamente e simbolicamente legate allavvento della societ dellinformazione, pu fornire elementi utili a mostrarne questo lato oscuro. A promuovere la nascita e le prime fasi di sviluppo dellinformatica moderna furono, tra la fine dellOttocento e la met del Novecento, da un lato le esigenze degli apparati militari, dallaltro proprio quelle necessit di pianificazione e

Societ dellInformazione 13

controllo che facevano capo, come visto, sia allo Stato e alle sue strutture politiche e amministrative, sia al settore industriale (Robins e Webster 1999). In entrambi casi le spinte allinnovazione vennero quindi sostenute dalle capacit di spesa in ricerca e sviluppo dello Stato con il fondamentale supporto del complesso industriale nelle sue punte pi avanzate ci che avviene, daltronde, in (quasi) tutti i campi dellinnovazione tecnologica e dell hi-tech . Da una parte, i primi utilizzi e i progressi dei mastodontici super computers o mainframe furono allo stesso tempo finalizzati e dovuti, a cavallo fra le due guerre mondiali, alle esigenze di decrittazione dei messaggi nemici, ai calcoli balistici dei programmi missilistici e antiaerei e al progetto Manhattan per la bomba atomica (Mattelart 2001, p. 45-46). Dallaltra, le prime macchine a schede perforate erano gi state impiegate, sul finire del
XIX

secolo, per il conteggio

automatico dei voti nelle consultazioni elettorali, ma soprattutto per la registrazione, la schedatura e lanalisi statistica delle popolazioni. 7 Lo sviluppo dei servizi statistici e di censimento 8 aveva gi accompagnato, tra la met e la fine dellOttocento, il trionfo della ragione contabile e con essa dei principi delluomo medio; fondamenti di una nuova scienza della fisica sociale e di un nuovo modo di regolazione sociale, la societ assicurativa, presupposto per il futuro stato assistenziale del secondo dopo-guerra; pilastri, inoltre, dellantropometria e della sua missione igienica di normalizzazione delle classi a rischio. Nel 1890, in occasione del censimento generale, lamministrazione federale degli Stati Uniti fa uso per la prima volta, per il trattamento automatico dei dati raccolti, della macchina a schede perforate inventata due anni prima dallo statistico Hermann Hollerith (1860-1929). A partire dal 1896, la macchina industrializzata e commercializzata dalla Hollerith

14 Capitolo I

Tabulating

Machine

Corp.,

nucleo

originario

dellIBM

(International Business Machine) ( ibid. , p. 33-36). Il ricercatore e giornalista statunitense Edwin Black (2001), nel libro LIBM e lOlocausto 9 , ha svelato lenorme mole di documentazione che testimonia limpiego di schede perforate, macchine punzonatrici e tecnici IBM per lindividuazione e la catalogazione di milioni fra ebrei, omosessuali, rom e oppositori politici di diverse nazionalit, perseguitati, arrestati, deportati o uccisi dalla Germania nazista fra il 1933 e il 1945. Secondo le prove fornite da Black e dai suoi collaboratori, non solo lIBM e le sue filiali in Europa e in Germania continuarono a fare affari tramite la fornitura di schede e macchinari ai nazisti per quasi tutta la durata del regime; in effetti le prove mostrerebbero anche che lazienda statunistense contribu attivamente a far funzionare quei meccanismi delicati e complessi che, evidentemente, richiedevano unassistenza costante e soprattutto configurazioni personalizzate e un addestramento specifico, entrambe attivit orientate allo scopo. Al preliminare lavoro di censimento volto ad individuare e catalogare gli ebrei e le altre minoranze da ghettizzare e perseguitare, si aggiunsero via via la gestione efficiente delle linee ferroviare e dei treni per la deportazione, lamministrazione dei campi di concentramento e la registrazione dei detenuti e dei giustiziati. Al di la delle vicende giudiziarie in corso tese a individuare le responsabilit a carico dellIBM e dei suoi manager dellepoca, quello che conta che ci troviamo di fronte allesempio forse pi abominevole nella storia di un utilizzo delle risorse dellinformazione al servizio di una forma, estrema, di ingegneria sociale. Ma ad informare il progetto criminale del nazismo furono gli stessi principi (e lo stesso apparato concettuale e tecnico) di ingegneria sociale, organizzazione e controllo dellinformazione

Societ dellInformazione 15

ed efficienza che guidano il buon governo tanto pi se elettronico delle societ democratiche. Insieme alle istituzioni di persuasione attiva, ai diversi meccanismi di segretezza, sicurezza e censura e ai crescenti sviluppi in direzione della mercificazione e commercializzazione dellinformazione, la massiccia collezione di informazione da parte di interessi aziendali e politici costituisce, infatti, una delle forze che sostengono lorganizzazione scientifica delle risorse dellinformazione, meccanismo cruciale per assicurare la coerenza organizzativa dello Stato-nazione (la societ di massa) (Robins e Webster 1999). Si pu allora concordare con Anthony Giddens, secondo il quale, alla luce della convergenza e dellintreccio fra i processi di gestione delle risorse allocative (pianificazione, amministrazione) e delle risorse autoritative (potere, controllo), determinata dalla dipendenza di entrambi dalla sorveglianza e dal monitoraggio continui e quindi da un utilizzo strumentale dellinformazione , il totalitarismo una tendenza propria dello Stato moderno (Giddens 1985, cit. in Robins e Webster 1999, p.194).

2. Dalla societ dellinformazione alla societ in rete


Sin qui si sono cercati di evidenziare e contestualizzare due aspetti del rapporto fra le risorse e le tecnologie dellinformazione e della comunicazione e la societ nel suo complesso. In primo luogo, la centralit di tali risorse (la cosiddetta rivoluzione dellinformazione) ha origini pi antiche di quanto comunemente si creda e risale almeno alla seconda rivoluzione industriale di fine 800 e alle innovazioni nellambito dellorganizzazione che vi ebbero luogo; quindi

16 Capitolo I

sganciata, almeno in parte, dalle specifiche innovazioni tecnicoscientifiche degli ultimi 50-60 anni. In secondo luogo, la mobilitazione di tali risorse e tecnologie stata funzionale da allora alla regolazione (nel binomio pianificazione e controllo) delle istanze politiche ed economiche delle societ industriali avanzate, capitalistiche o stataliste che fossero; la dimensione fondamentale di questo processo si svolta nella direzione di una razionalizzazione tecnocratica dei diversi ambiti della vita umana. Si rende opportuna, a questo punto, una ricognizione degli elementi di discontinuit riscontrabili nellattuale scenario dominato dalle tecnologie digitali e di rete, da diverse forme di riorganizzazione delle strutture economiche e politiche a livello locale e globale e da significativi mutamenti nella sfera culturale, cos come sono state presentate e discusse nella letteratura degli ultimi anni. Il lavoro di alcuni di questi autori si pone in misura diversa in antitesi alle posizioni sin qui presentate, nella misura in cui tende ad assegnare allapprofondimento dei processi di valorizzazione dellinformazione e della conoscenza osservato negli ultimi trenta anni, un carattere di trasformazione epocale nel percorso di sviluppo del capitalismo e delle societ occidentali in generale.

2.1 Informazionalismo e globalizzazione: Manuel Castells e la ristrutturazione del capitalismo


Il notevole contributo teorico ed analitico del sociologo Manuel Castells 10 intorno allet dellinformazione segue le orme dei classici lavori di Daniel Bell e di Alain Touraine sulla societ postindustriale , riprendendo ed adattando, dal primo, il ruolo sostanziale dellinnovazione scientifica e tecnologica, e dal

Societ dellInformazione 17

secondo limportanza attribuita alle mutazioni del gioco sociale e allinterazione fra i suoi protagonisti, tra i quali in particolare i movimenti sociali. Lopera di Castells inoltre debitrice nei confronti delle analisi del delleconomista e sulla Robert in Reich sulle ed trasformazioni del ruolo sociale dellimpresa e nella divisione internazionale lavoro crescita
11

numero

importanza dei cosiddetti analisti simbolici . Secondo lautore catalano la ristrutturazione del modo di produzione capitalista alla fine del XX secolo, susseguente alla crisi attraversata negli anni 70 dal modello keynesiano, ha plasmato un modo di sviluppo mai visto prima, linformazionalismo in cui lelemento essenziale per lavanzamento della produttivit nel processo produttivo [] risiede nella tecnologia di generazione del sapere, dellelaborazione simbolica delle informazioni 15-17). e Pur della comunicazione che (1996, pp. sottolineando

linformazione e la conoscenza hanno costituito elementi critici in tutti i modi di sviluppo, Castells ( ibid. , p. 17-18) evidenzia che la peculiarit del nuovo modo di sviluppo consiste nel fatto che la sua fonte principale di produttivit lazione della conoscenza sulla conoscenza stessa [] in un circolo virtuoso di interazione tra le fonti del sapere della tecnologia e lapplicazione della tecnologia allo scopo di perfezionare la generazione della conoscenza e lelaborazione delle informazioni [] in un ciclo di feedback cumulativo tra innovazione e usi dellinnovazione. Lasse principale dello sviluppo di quello che Castells definisce sociologo capitalismo spagnolo informazionale nella rivoluzione individuato delle dal tecnologie

dellinformazione e nel nuovo paradigma tecno-economico da essa plasmato, allo stesso modo in cui la determinante innovazione nella generazione e distribuzione di energia fu alla base del capitalismo industriale. Allestensione e

18 Capitolo I

allaccrescimento della forza del corpo umano resi possibili dalle innovazioni della seconda rivoluzione industriale, subentrano oggi lamplificazione da e lestensione e sistemi di di una mente umana Le potenziata computer comunicazione.

innovazioni sinergiche ed esponenziali degli ultimi cinquanta anni nei campi della microelettronica, dellinformatica e delle telecomunicazioni, nonch negli ambiti convergenti dellingegneria genetica e delle biotecnologie, e la loro complessa interazione con la ricerca militare, gli interessi commerciali, gli investimenti statali e gli ambienti culturali di riferimento, si sono coagulate intorno allo spartiacque tecnologico degli anni Settanta dando origine, a partire dalla costa occidentale degli Stati Uniti, ad un nuovo sistema tecnologico che ha pervaso le funzioni, i gruppi sociali e i territori del globo dominanti, con una rapidit inedita per le rivoluzioni tecnologiche precedenti, determinata proprio dalla natura virtuosa ed esponenziale dei suoi sviluppi. La concretizzazione a lungo termine pi eclatante e visibile di questo sistema tecnologico stata senza dubbio Internet. La Rete delle reti si strutturata, nel giro di un trentennio, come la principale infrastruttura di comunicazione a livello globale e la prima nella storia a consentire lo scambio in tempo (quasi) reale di enormi e crescenti quantit di dati in grado, sfruttando la duttilit del codice binario, di veicolare una gamma pressoch infinita di formati, risorse, attivit e relazioni sociali: dal traffico voce alle risorse informative che le diverse strutture dellazienda in rete si scambiano per funzionare e interagire tra loro e con clienti e fornitori; dal semplice formato testuale della posta elettronica, dei newsgroups di Usenet, degli oramai lontani BBSs, e poi delle chat e dell instant messaging , ai formati multimediali e interattivi che circolano sul World Wide Web o

Societ dellInformazione 19

sui circuiti della televisione digitale e che assolvono alle pi disparate funzioni comunicative, informative o transattive; dalle applicazioni di calcolo distribuito del grid computing e dallo scambio di dati fra istituzioni scientifiche e accademiche in tutto il mondo allaltrettanto globale condivisione di risorse audio, video, software e altro attraverso i circuiti delle reti peer to peer . In questa parziale ricognizione ci che salta agli occhi la natura assai eterogenea degli scambi e delle attivit che avvengono attraverso i protocolli di comunicazione che costituiscono linfrastruttura logica di base di Internet: gli ambiti della produzione e del commercio, del consumo e dellintrattenimento, della ricerca scientifica e della collaborazione accademica, delle relazioni interpersonali e di gruppo, tutti trovano nella Rete e nei formati digitali uninfrastruttura e un ambiente comuni. Ne consegue, tra laltro, che in tale ambiente prendano forma allo stesso tempo i dispositivi del potere cos come le relative istanze di resistenza. Le evoluzioni tecniche che plasmarono il nuovo paradigma tecnologico e diedero vita alla Rete delle reti, si intrecciarono e si alimentarono reciprocamente con i processi di ristrutturazione capitalistica avviati negli anni Settanta per porre rimedio alla crisi del modello keynesiano di sostegno alla domanda. La ricerca di nuovi mercati, in grado di assorbire la crescente capacit produttiva di beni e servizi che non trovava pi sbocchi nelle economie avanzate, innesc il processo di sviluppo di uneconomia globale, cio uneconomia le cui componenti centrali hanno la capacit istuzionale, organizzativa e tecnologica di operare come ununit in tempo reale o scelto su scala planetaria . Le sue linee fondamentali furono il frutto dellinterazione fra mercati, governi e istituzioni finanziarie internazionali:

20 Capitolo I [] n la tecnologia n gli affari potevano dar vita in modo autonomo alleconomia globale. Gli agenti decisivi per la realizzazione della nuova economia globale furono i governi e, in modo particolare, i governi dei paesi pi ricchi, i G-7, e le istituzioni internazionali sussidiarie da essi dipendenti: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e lOrganizzazione Mondiale per il Commercio. Tre politiche interrelate gettarono le fondamenta della globalizzazione: la deregolamentazione dellattivit economica nazionale (a partire dai mercati finanziari); la liberalizzazione del commercio e dellinvestimento internazionali; la privatizzazione delle societ di propriet pubblica.

Le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione risultarono non a caso uno degli oggetti privilegiati delle politiche di liberalizzazione e privatizzazione e al tempo stesso gli strumenti indispensabili per la loro piena implementazione su scala globale nei pi diversi settori merceologici e produttivi (Schiller 1999). Gli effetti globali ma differenziati per aree geografiche e influenze culturali generati dallintreccio di queste politiche furono lintegrazione globale dei mercati finanziari, linternazionalizzazione spinta del commercio (in particolare la crescita del settore dei servizi) e soprattutto della produzione sviluppo (crescita degli investimenti e diretti la allestero, conseguente delle imprese multinazionali)

trasformazione organizzativa del processo produttivo in reti di produzione transnazionali. E interessante notare, come fa Castells, come una volta garantito il collegamento tecnologico, il processo di generazione e diffusione della tecnologia e del relativo know-how si organizza intorno a queste stesse reti, grazie allo stretto legame fra ricerca di base e ricerca applicata e alla loro diffusione selettiva e diseguale, da cui dipendono sviluppo economico e competitivit.

Societ dellInformazione 21

Informazionalismo,

globalizzazione

networking,

caratteri principali della nuova economia identificata da Castells, sono dunque processi strettamente interconnessi tra di loro, e a loro volta legati a trasformazioni profonde nei modelli dimpresa (sviluppo e di dellimpresa divisione a rete), nella del struttura lavoro occupazionale (polarizzazione misurazione del internazionale

sociale, valore

flessibilit,

precarizzazione, nella

individualizzazione del lavoro ), nei meccanismi di creazione e (finanziarizzazione), configurazione e nelle dinamiche del potere politico (perdita di influenza da parte dello Stato-nazione), nei processi, nei modelli e negli strumenti della comunicazione e degli scambi culturali (virtualit reale), nelle dinamiche del consenso politico e del processo democratico, nella configurazione dominante delle dimensioni materiali fondamentali dellesperienza, ossia spazio e tempo (prevalenza dei flussi sui luoghi, tempo indifferenziato o acronico ). Lassetto sociale complessivo scaturito da queste dinamiche organizza sempre pi le funzioni e le strutture dominanti intorno a reti, la cui logica binaria (inclusione/esclusione) e i cui flussi prevalgono sugli stessi attori e sullo stesso potere: la societ in rete caratterizzata dalla preminenza della morfologia sociale rispetto allazione sociale. In conclusione, questa struttura sociale fondata in maniera predominante sui network ha avuto origine, secondo il sociologo spagnolo, dallintreccio di tre processi indipendenti: laffermarsi in campo economico delle esigenze di flessibilit gestionale e globalizzazione di capitali, produzione e commercio; lemergere nella societ dei valori della libert individuale e dellapertura della comunicazione; gli straordinari miglioramenti delle prestazioni dei computer e delle telecomunicazioni, resi possibili dai progressi della microelettronica (Castells 2001).

22 Capitolo I

2.2 Il capitalismo culturale di Jeremy Rifkin


Al di l della gi menzionata versatilit della Rete, la convergenza dei diversi ambiti delle relazioni umane verso un ambiente omogeneo il cui perno rappresentato dalla comunicazione, stata indagata, da un punto di osservazione maggiormente attento agli aspetti culturali, da Jeremy Rifkin (2000). Lautore statunitense sottolinea infatti come le societ moderne stiano attraversando una fase di profondo cambiamento, riassumibile nel graduale passaggio, nei diversi ambiti delle attivit sociali, dalla prevalenza della propriet di beni fisici alla poi. priorit Questo pi dell accesso mutamento del dalla a si servizi, prima, in ed una il alla esperienze, progressivo inscrive

trasformazione

ampia

capitalismo,

ovverosia

slittamento

produzione

industriale

produzione culturale. Questultima rappresenterebbe la fase finale del modo di vita capitalistico, il cui scopo quello di sottoporre una porzione sempre maggiore dellesperienza umana al dominio della sfera economica ( ibid .). Mentre Stati e mercati vengono sostituiti dalle Reti, la dimensione della mercificazione del lavoro, il pi tipico dei tratti di uneconomia e di una societ industriali, estende la sua presa in direzione di una mercificazione del divertimento, e quindi del tempo e della vita stessa, in cui le risorse culturali e le esperienze umane sono frammentate, decontestualizzate e impacchettate per essere messe a valore nel processo produttivo o rivendute a pagamento come diritto daccesso a mondi ibridi fra virtuale e reale turismo, parchi a tema, centri commerciali, sport, musica, cinema, televisione, e ora anche Internet e lintrattenimento digitale delle reti globali che danno forma al ciberspazio 12 . Dato il legame strutturale che sussiste fra comunicazione e cultura,

Societ dellInformazione 23

quando, come sta avvenendo oggi, gran parte delle risorse e degli strumenti allo stesso di comunicazione di vengono Il privatizzati risultato e un commercializzati, la cultura stessa non pu che andare incontro processo mercificazione. ipercapitalismo fondato sullaccesso a esperienze culturali e un processo di recinzione del patrimonio culturale dellumanit inteso come insieme costituito dalle risorse culturali, ma anche dagli stessi caratteri biologici delluomo e delle diverse specie animali e vegetali con cui esso ha interagito nel corso della sua storia per trarne sostentamento. Rifkin non il solo, inoltre, a sottolineare come questi processi presentino significative analogie con le enclosures che interessarono le terre comunali nella fase di avvio del capitalismo caratterizzata da quella che Marx ha definito accumulazione primitiva tra il
XVI

e il

XVII

secolo, e

inaugurarono quella predazione di esternalit di cui parla Yann Moulier Boutang. Il sistema della produzione di merci, infatti, si sempre rivolto nel corso della sua storia a ricchezze esterne per reperirvi quelle risorse indispensabili al suo funzionamento ma che esso non era in grado di produrre secondo la sua logica e i suoi propri metodi (Gorz 2003, pp. 51-57). Dallambiente naturale, bene in origine collettivo, appropriato e sfruttato dal sistema industriale, alle risorse sociali di fiducia e onest, indispensabili per lefficacia degli istituti finanziari e di mercato (contratti, compravendita, ecc.) e originate nella sfera delle relazioni sociali; dalle attivit di cura e riproduzione familiare che garantivano la disponibilit della forza-lavoro e la socializzazione primaria dei bambini; fino allodierna crescente valorizzazione economica dei beni collettivi dellumanit, come la biodiversit, i genomi e i saperi viventi in corso di brevettazione e privatizzazione ( ibid .), degli spazi comuni,

24 Capitolo I

urbani e naturali, delle conoscenze vive e, pi in generale, [delle] capacit umane prodotte nella cooperazione e mediante essa ( ibid .), spontaneamente e al di fuori dai meccanismi dello scambio mercantile e anzi tanto pi utili e di valore quanto pi inserite in un ambiente di condivisione e reciprocit. In ognuno di questi casi di appropriazione di esternalit da parte delle forze del capitale, tali risorse sono state depredate e deteriorate, in alcuni casi fino al loro esaurimento. Secondo Rifkin la massiccia introduzione delle risorse culturali nel ciclo produttivo configura il grave rischio, di cui gi si intravedono le prime avvisaglie nella loro trasformazione in prodotti di consumo 13 , di un loro progressivo impoverimento e deterioramento, con conseguenze nocive per le stesse prerogative del mercato ma soprattutto per i fondamenti su cui si basa lesistenza delle diverse comunit umane e in definitiva dellumanit stessa in quanto tale.

2.3 Postfordismo e informazionalismo: i saperi al lavoro fra subordinazione e liberazione


Le considerazioni di Rifkin sulla deriva culturale del capitalismo si intrecciano, quindi, con le riflessioni, di origine soprattutto europea, sulle mutazioni del lavoro e dellimpresa indotte dallaccresciuto ruolo delle risorse di informazione e conoscenza nei processi di valorizzazione capitalistica. Non solo il valore aggiunto e spesso la stessa sostanza di prodotti e servizi immessi sul mercato sempre pi costituito dalla loro componente immateriale, ma gli stessi processi produttivi tendono ad incorporare una quota sempre maggiore di capitale umano, intendendo con ci linsieme delle conoscenze e delle facolt umane generiche messe a lavoro non pi solo tra le mura dellimpresa fordista ma nella societ nel suo complesso.

Societ dellInformazione 25

Si trova un accenno a tali questioni nello stesso Castells (1996, p. 107), quando afferma che la specificit dellinformazionalismo non il tipo di attivit che impegna lumanit, ma la sua abilit tecnologica nellimpiegare come forza produttiva diretta ci che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacit di elaborare simboli; ne deriva, dice ancora Castells ( ibid. , p. 32), un rapporto stretto tra i processi sociali di creazione e manipolazione dei simboli (la cultura della societ) e la capacit di produrre ed erogare beni e servizi (le forze produttive). Per la prima volta nella storia la mente umana una diretta forza produttiva, non soltanto un elemento determinante del sistema produttivo.

2.3.1 Marx, il general intellect e il capitalismo cognitivo


I mutamenti delle forme del lavoro e dellimpresa nel nuovo contesto tecnico-organizzativo del capitalismo sono state affrontate soprattutto nellambito del dibattito relativo alla nascita del post-fordismo un dibattito risalente, in realt, addirittura alla met degli anni Ottanta (Revelli 2001, p. 115). In pratica linsieme di fenomeni e trasformazioni riassunti da Castells nel concetto di impresa a rete, trova in questi autori una sistemazione teorica che ne sottolinea il ruolo di cesura storica rispetto al fordismo , ovverosia rispetto al modello tecnico-organizzativo che ha dominato la scena dello sviluppo industriale e ha plasmato le strutture delle societ avanzate lungo il corso del Novecento. In particolare la teoria critica di matrice europea, e soprattutto il pensiero neo-marxista e post-operaista italiano 14 , nellincontro con la scuola poststrutturalista francese, ha evidenziato come il nuovo paradigma implichi uninedita messa al lavoro dellintelletto umano, che da

26 Capitolo I

un delle

lato

prefigurerebbe umane,

un

processo dallaltro

di

estensione

e uno

approfondimento dello sfruttamento capitalistico sulla totalit relazioni costituirebbe stravolgimento dei fondamenti del capitalismo tale da sancirne la crisi irreversibile. Allorigine di tali interpretazioni si colloca innanzitutto la riproposizione di un anomalo e controverso brano di Karl Marx, tratto dai Lineamenti fondamentali della critica delleconomia politica del 1857-58; tale brano riletto quasi come antesignano (e allo stesso tempo come contrappunto) delle teorie odierne che parlano di uneconomia della conoscenza e di un capitalismo cognitivo espressioni utilizzate, forse con eccessivo compiacimento, per riferirsi appunto alle mutate condizioni di valorizzazione del capitale. In quel testo si parla ora dello stato generale della scienza, ora del sapere sociale generale ( knowledge ), ora del general intellect , ora delle forze generali della mente umana (Gorz 2003, p.10). Marx parla quindi del sapere oggettivato nel capitale fisso (Virno 2001) ossia della scienza e della tecnologia incarnate nel sistema di macchine e originate dal general intellect il cui sviluppo gi mostrava fino a che punto il sapere sociale generale, knowledge , fosse diventato forza produttiva immediata . La tesi l sostenuta da Marx con una forse involontaria ma notevole lungimiranza che la conoscenza ( knowledge ) o il sapere astratto, o il general intellect sarebbe diventata la forza produttiva principale e la principale fonte di ricchezza, relegando il lavoro immediato in un ruolo indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale. Andr Gorz (2003, p. 10) fa notare opportunamente loscillazione della terminologia marxiana, per cui inclusi nel general intellect sembrano essere anche la formazione e [lo] sviluppo artistico, scientifico ecc.

Societ dellInformazione 27

che lindividuo potr acquisire grazie allaumento del tempo libero e che retroagisce sulla produttivit del lavoro. Il che fa s prosegue ancora Gorz citando il brano di Marx che la liberazione del tempo dedicato allo sviluppo pieno dellindividuo pu essere considerata, dal punto di vista del processo di produzione immediato, come produzione di capitale fisso , questo capitale fisso being man himself . Lidea di capitale umano si trova dunque gi nei manoscritti del 185758. La stessa ambiguit del termine conoscenza si riscontra daltronde nelluso che se ne fa oggi per indicare la materia prima della nuova economia: nel novero delle attuali forze produttive , non solo le conoscenze formali incarnate negli individui si aggiungono alla conoscenza oggettivata nel sistema di macchine divenuto tra laltro in grado di manipolare altra conoscenza ma esse sono in realt solo una minima parte del complesso di conoscenze informali, capacit espressive, relazionali, cooperative, affettive, immaginative, inclinazioni etiche, mentalit, saperi pratici, ecc., che gli individui producono nella cooperazione sociale al di fuori dalla sfera produttiva che producono proprio in quanto fuori da essa, attingendo al general intellect come il parlante attinge alla lingua (Virno 2001) e di cui il processo produttivo si appropria gratuitamente, novello plusvalore assoluto . Queste competenze cognitive e affettive non sono oggettivabili, riguardano le pi generiche attitudini della mente, la semplice facolt di pensare, e appartengono a quell intellettualit di massa definita come linsieme del lavoro vivo post-fordista proprio in quanto depositario di competenze cognitive non oggettivabili nel sistema di macchine ( ibid ).

28 Capitolo I

Linedita compenetrazione di azione comunicativa e azione produttiva, lavoro e linguaggio sino allaffermazione secondo la quale il lavoro interazione ( ibid. ) legata a doppio filo alle potenzialit delle tecnologie digitali; non tanto, appunto, come mezzi di oggettivazione del sapere diffuso, quanto come macchine 2002). le Il cui funzioni riguardano e la piuttosto linterazione comunicativa e la codificazione linguistica (Formenti computer, allora, rivoluzione microelettronica in generale, rappresenterebbero in ambito produttivo un punto di non ritorno in quanto danno vita a macchine il cui compito non oggettivare competenze precostituite, bens intercettare le conoscenze l dove esse si producono, cio nel corso delle interazioni che avvengono allinterno del lavoro vivente ( ibid. ) per inserirle in quei circuiti dellaccumulazione flessibile, capaci di mettere in rete risorse, modi, tempi e luoghi di produzione fra loro molto diversi. Ne deriva una messa al lavoro (e a valore ) dellintero insieme di attivit umane, che divengono quindi direttamente o indirettamente produttive, e anzi in qualche modo producono se stesse . Come afferma Gorz (2003, pp. 12-14, 48) non solo lavorare prodursi dal momento che, a differenza della spoliazione dei saperi, delle capacit e delle abitudini sviluppati nella cultura quotidiana necessaria allinserimento dei lavoratori nel processo produttivo parcellizzato della fabbrica taylorista, i lavoratori postfordisti devono entrare nel processo di produzione con tutto il bagaglio culturale acquisito; ma la centralit assunta dal capitale simbolico nel processo di valorizzazione fa s che anche il consumo sia produzione di s. Attraverso tale concettualizzazione possibile, per alcuni, affermare il destino ineluttabile di subordinazione effettiva ( sussunzione reale , con terminologia marxiana) al dominio del

Societ dellInformazione 29

capitale cui va incontro non pi solo il lavoro, ma ogni ambito dellesistenza sottomesso ad un foucaltiano biopotere attraverso cui il capitale produce direttamente i corpi e le menti dei produttori-consumatori; un tipo di dominio al quale diventa possibile opporre solo la politicizzazione antagonista di ogni relazione sociale direttamente o indirettamente implicata nel processo capitalistico di produzione. E questo il punto di vista del pensiero attualmente pi in voga in buona parte della sinistra radicale europea; un punto di vista in cui si collocano anche le riflessioni sui concetti di Impero e di Moltitudine espressi in particolare da Toni Negri e Micheal Hardt in alcuni loro recenti lavori (Hardt e Negri 2000; 2004). Da questa prospettiva, tuttaltro che uniforme, si osserva il confluire della politica, delleconomia, delle facolt, delle abitudini, della stessa sfera affettiva in un unico elemento, luscita del lavoro da una pura dimensione economica, lingresso della politica nel processo del lavoro, lo svilupparsi di forme di vita e di comportamenti non pi riconducibili separatamente alluna o allaltra sfera, tanto sul versante del potere quanto su quello di chi vi si oppone.

2.3.2 Esodo dalla societ del lavoro?


Le critiche di Formenti (2002) alla versione pi ortodossa per quanto tale aggettivo possa qui risultare paradossale del pensiero post-operaista e in generale ai limiti del paradigma postfordista, si appuntano in particolare proprio sullestensione del concetto marxiano di sussunzione reale allinserimento duna sfera sempre pi ampia di attivit umane nella catena del valore di una produzione capitalistica terziarizzata, smaterializzata, semiotizzata [] soprattutto perch le attivit in questione [] non vengono unificate dal modo di produzione, come avveniva con le vecchie attivit professionali omologate

30 Capitolo I

dalla catena di montaggio fordista, al contrario: esse sono tanto pi funzionali al nuovo modo di produrre quanto pi conservano le loro differenze. Riprendendo le considerazioni di Rifkin sulleconomia dellaccesso e sulle new enclosures , Formenti interpreta queste ultime come la manifestazione di un nuovo processo di sussunzione formale , non pi solo del lavoro in senso classico, ma delle attivit e delle risorse sociali comuni in generale al capitale; un processo analogo a quello che interess nella fase aurorale del capitalismo le attivit artigianali, concentrate dallimprenditore sotto il suo comando unificato e nel suo spazio produttivo, ma ancora non intaccate nei rispettivi metodi di lavoro. Due fattori impedirebbero invece di estendere il concetto di sussunzione reale agli attuali fenomeni di estrazione di valore dalla spontanea cooperazione sociale: da un lato la gi citata polverizzazione delle attivit direttamente o indirettamente produttive e lirriducibilit delle loro differenze il paradosso per cui luomo a molte dimensioni non pu pi essere privato delle sue molteplici prerogative ma ugualmente deve essere ridotto allunica dimensione della merce. Dallaltro, e soprattutto, ad impedire una tale riproposizione sarebbero le resistenze opposte dagli attori sociali dallinterno stesso di relazioni compiutamente capitalistiche relazioni, cio, e strumenti abilitanti, generati dallo stesso sviluppo capitalistico. Tali resistenze sarebbero analoghe per natura ed intensit a quelle incontrate dallideologia del laissez-faire a cavallo tra Ottocento e Novecento, allapice di quella grande trasformazione, in primo luogo culturale, della societ, situata da Karl Polanyi allorigine del capitalismo moderno. Le societ occidentali starebbero attraversando, infatti, unanaloga fase di riconfigurazione dei rapporti sociali, determinata oggi in gran parte dallintreccio fra la rivoluzione informatica e digitale e le

Societ dellInformazione 31

trasformazioni culturali e sociali sostenute dai movimenti sociali degli ultimi trentanni. A differenza di allora, per, i soggetti che secondo Formenti si oppongono alla nuova trasformazione hackers , frange del lavoro cognitivo, piccole imprese innovatrici, ricercatori e scienziati, sviluppatori di free software , utenti delle reti p2p e in generale di Internet, comunit virtuali lo farebbero proprio per preservarne i caratteri originari, difendendo modelli di relazione non residuali, perch sorti al centro stesso dello sviluppo capitalistico e del suo incessante processo di mutamento, ma paradossalmente ad esso in qualche modo contrapposti, perch fondati sulla gratuit dello scambio, sulla cooperazione e sulla condivisione di strumenti e risorse. Ci troviamo qui su quel crinale della riflessione intorno al nuovo paradigma produttivo e sociale scaturito dalla crisi del capitalismo industriale e dallavvento delle nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione, secondo cui le linee di rottura del modello socio-economico novecentesco (Revelli 2001) riscontrabili una nelle trasformazioni in corso, positiva rappresenterebbero possibile modernizzazione

lungo un percorso di emancipazione individuale e collettiva dalla societ del lavoro. Una visione condivisa, pur con sfumature e accenti molto diversi tra loro, non solo da Rifkin e da molti esponenti dellutopia digitale californiana, rappresentata da autori, ricercatori e guru quali Nicholas Negroponte, Kevin Kelly e Gorge Gilder e da riviste patinate come Wired e Mondo2000 ; ma anche da quelle che lo stesso Formenti definisce le eresie della teoria postfordista e da una parte della net theory accademica nordeuropea e nordamericana. Da questa assai sfaccettata prospettiva il lento dissolvimento della distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero, la centralit assunta dagli aspetti relazionali e comunicativi (il lavoro al femminile) e in generale

32 Capitolo I

lemergere dei caratteri di una societ dellinformazione vengono intesi, piuttosto che come gli elementi di un processo di subordinazione della totalit delle attivit umane al controllo del capitale e della sfera produttiva, come i contorni ancora sbiaditi di uno scenario caratterizzato dalle diverse espressioni di unauspicabile identificazione positiva di vita e lavoro.

2.4. Letica hacker e lo spirito dellinformazionalismo


Significative in proposito sono le riflessioni che provengono dalla letteratura riguardante la cosiddetta etica hacker . Con evidente ed esplicito riferimento alla nota opera di Max Weber 15 e condividendo in pieno il punto di vista di Castells, il ricercatore finlandese Pekka Himanen (2001) presenta i caratteri di quello che definisce spirito dellet rinvenendone dellinformazione le origini o dellinformazionalismo, appunto

nelletica hacker . Se Weber aveva rintracciato la matrice storico-culturale delleconomia capitalistica nelletica monastica del cattolicesimo medievale e soprattutto nelletica protestante, in particolare nel loro approccio al lavoro come sacrificio, vocazione e conferma dello stato di grazia, Himanen istituisce a sua volta un legame fra linformazionalismo, inteso nei termini di nuovo modo di sviluppo del capitalismo, e letica hacker , ossia quella concezione del lavoro e della vita che privilegia la passione e le motivazioni personali rispetto al guadagno economico e lo interpreta come mezzo di realizzazione personale piuttosto che come valore in s in quanto risposta alla chiamata divina.

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2.4.1 La criminalizzazione dellhacking


E innanzitutto necessario spazzare il campo dagli equivoci che circondano le diverse accezioni del termine hacker , equivoci generati per lo pi dal perverso intreccio fra le semplificazioni e le vere e proprie distorsioni implicate dai meccanismi di newsmaking adottati dai media fin dagli anni Ottanta e le campagne denigratorie e persecutorie messe in atto, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, da diversi nei confronti delle quello viene controculture italiano 16 . In informatiche tali governi

statunitense in primis , seguito, tra gli altri, anche da quello rappresentazioni, infatti, l hacker mostrato come un esperto informatico dedito ad unampia gamma di attivit criminose o a scopo criminale: dalla violazione di codice informatico alla penetrazione in reti protette, dalla diffusione attraverso la Rete di diversi tipi di virus , worm e trojan informatici allaggiramento delle barriere poste al libero utilizzo di software commerciale, fino al cosiddetto furto didentit, ossia lappropriazione indebita, attraverso sistemi informatici ( sniffing ) e meccanismi sociali e psicologici ( phishing ), di dati personali relativi ad informazioni bancarie. In tempi pi recenti, da un lato la mole di ricerche ben documentate su storia, cultura e valori condivisi del variegato universo hacker ha portato ad una sua maggiore comprensione, soprattutto in ambito accademico e nella copertura dei media indipendenti; dallaltro, per, ci non servito ad impedire la sua ulteriore criminalizzazione da parte del sistema dei media mainstream , delle istituzioni governative e degli apparati di controllo e repressione, sulla base dellaccostamento fra l hacking e la nuova categoria, emersa con particolare veemenza dopo l11 Settembre, del cyberterrorismo (Vegh 2005). In questo senso, il progressivo slittamento dallequazione hacker -criminale

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a quella pi adeguata ai tempi hacker -terrorista, sembra mirato ad indebolire quel potenziale di dissenso che venuto caratterizzando il movimento hacker negli ultimi anni, nella sua parziale sovrapposizione con quei movimenti che fanno uso dei nuovi media per proporre esperienze, modelli economici e immaginari, alternativi a quelli dominanti ad esempio le pratiche dellattivismo on line e del mediattivismo, o lesplicito riferimento a tale sovrapposizione del neologismo hactivism (Di Corinto e Tozzi 2002; Lovink 2002; 2003). Nel frattempo persino la violazione del copyright sulle cosiddette opere dellingegno nella nuova fase digitale soprattutto musica, audiovisivi e software attraverso la loro condivisione nei circuiti delle reti peer to peer , o addirittura il semplice sviluppo del software necessario al loro funzionamento, sono stati fatti oggetto di criminalizzazione e in molti casi di veri e propri procedimenti legali e superficialmente assimilati per certi versi alluniverso hacker .

2.4.2 Breve storia dellhacking


Nelle ricostruzioni delle reali connotazioni che sono andati assumendo nel tempo i termini hack , hacker , hacking e le loro diverse derivazioni (Levy 1984; Di Corinto e Tozzi 2002; Himanen 2001; Willliams 2002; Castells 1996; Berra e Meo 2002), si fa risalire la loro origine non informatica al clima goliardico dei campus statunitensi e in particolare del MIT di Boston nei primi anni Cinquanta: hacks erano gli scherzi raffinati e inventivi, attivit creative svolte per divertimento, per lo pi innocue e non dolose, in alcuni casi semplici passatempi che richiedevano una certa abilit. Pi avanti il termine acquist una connotazione pi netta e ribelle, per cui oltre a continuare ad indicare prese in giro e scherzi elaborati, sempre pi diretti

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contro lamministrazione e i vincoli burocratici e formali che essa incarnava, cominci ad essere utilizzato anche nellaccezione di esplorazione senza limiti, sia delle diverse zone off-limits degli istituti del campus ( tunnel hacking ), sia delle potenzialit delle tecnologie allora disponibili, in particolare il telefono ( phone hacking 17 ). La combinazione tra divertimento creativo ed esplorazioni senza limiti costituir la base per le future mutazioni del termine hacking (Williams 2002). I primi ad auto-definirsi computer hacker , nei primi anni Sessanta, trassero ispirazione da un gruppo di studenti del MIT, appassionati di modellismo ferroviario, riuniti alla fine degli anni Cinquanta nel Model Railroad Club e dediti alla realizzazione di complessi sistemi elettrici per il funzionamento dei loro modellini, per la quale diventava fondamentale e prendeva forma un altro degli aspetti significativi della futura cultura hacker , ossia la sfida a raggiungere leleganza e lefficienza del prodotto realizzato, in altre parola la ricerca delleccellenza. I primi mainframe che arrivarono al MIT, in particolare nel suo Laboratorio di Intelligenza Artificiale, trovarono quindi un clima gi intriso di quella curiosit nei confronti della tecnologia e del desiderio di esplorarne le potenzialit e migliorarne il funzionamento. L hacking divenne lattivit di comporre in modo non convenzionale programmi che sfruttassero appieno le scarse risorse di calcolo di quelle prime macchine ( mainframe e minicomputer ), per scopi non necessariamente utilitaristici e conservando uno spirito giocoso, irriverente e creativo. A differenza del primo hacking che in generale consisteva di attivit di natura semi-clandestina, individuali o svolte in piccoli gruppi la programmazione creativa delle prime macchine informatiche si inseriva inoltre allinterno di una disciplina scientifica basata sulla

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collaborazione e sullaperto riconoscimento dellinnovazione. I concetti di innovazione collettiva e propriet condivisa del software distanziarono di conseguenza lattivit di computer hacking dai suoi precedenti non informatici e segnarono un altro passaggio cruciale nellevoluzione dei caratteri della cultura hacker . La successiva generazione di programmatori (e hacker ), cresciuta nel clima dei movimenti controculturali degli anni Sessanta, si trov a portarne pi o meno consapevolmente i tratti. Nel frattempo la diffusione dei computer e la nascita delle prime reti di comunicazione estendeva la portata della costruenda cultura hacker oltre le mura del MIT e verso gli altri campus (Stanford, Cambridge, Harvard) e i rispettivi bacini culturali e sociali. A tale estensione fece seguito, a partire dalla seconda met degli anni Settanta, una riduzione dellampiezza del significato associato ai termini hacker e hacking , i quali assunsero connotazioni allo stesso tempo maggiormente elitarie e tribali. Cominci in questo modo a prendere corpo quel senso di appartenenza ad una comunit di pari sulla base del quale, secondo la tautologica definizione di uno dei maggiori osservatori del mondo hacker , Eric Raymond, gli hacker sono quelli che la cultura hacker riconosce come tali (Castells, 2001). In questo modo il rispetto dei valori, delle tradizioni e delle regole pi o meno esplicite che caratterizzavano la cultura hacker in altre parole la condivisione di quella che si cominciava apertamente a definire etica hacker divenne il prerequisito per farne parte, alla pari delle capacit di programmazione. In questa etica continuava a maggior ragione ad essere valido il tab delle origini nei confronti di ogni comportamento malevolo e gratuitamente doloso.

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Ma per quanto questo indirizzo costituisse un elemento fondamentale delletica hacker , i giovani programmatori che la diffusione esponenziale dei computer e i primi esperimenti di della rete ARPANET mettevano in contatto con hacker di grande livello e con la loro filosofia anarchica, cominciarono a sperimentare le proprie capacit con finalit dannose (virus, irruzioni nei sistemi informatici militari, blocco degli stessi nodi della rete), in un clima culturale in cui parte dell underground informatico si sovrapponeva con la nascente sottocultura punk . Fu in quel momento, nei primi anni Ottanta, che il termine hacker e i suoi affini assunsero, nei discorsi istituzionali e soprattutto nei media mainstream , una connotazione negativa associata ai crimini informatici. Il rigetto della cultura hacker verso tali comportamenti malevoli port la stessa maggioranza degli hacker a coniare per tali criminali informatici il termine cracker e poi la pi sottile distinzione tra black hat e white hat . Tuttavia, come sottolinea Williams (2003, p. 199)
[] le valenze ribelli del termine [hacker] risalenti agli anni 50 rendono difficile distinguere tra un quindicenne che scrive programmi capaci di infrangere le attuali protezioni cifrate, dallo studente degli anni 60 che rompe i lucchetti e sfonda le porte per avere accesso a un terminale chiuso in qualche ufficio. Daltra parte, la sovversione creativa dellautorit per qualcuno non altro che un problema di sicurezza per qualcunaltro.

Soprattutto se si tiene conto, come raccomanda di fare il critico della Rete Geert Lovink (2004, p. 22, nota 37 ) lamentando il carattere ideologico di molte rappresentazioni buoniste e consensuali della cultura di Internet e delletica hacker in particolare del fatto storico che molti hacker

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dovevano hackerare per accedere alla Rete, prima che diventasse accessibile al pubblico allinizio degli anni Novanta. Forzare la sicurezza non un atto criminale per definizione, soprattutto se lo inquadriamo nel contesto di unaltra etica hacker, le informazioni vogliono essere libere (una definizione che va al di l del solo codice). Lovink sottolinea opportunamente anche un altro aspetto da tenere presente, un aspetto per altri versi notato anche da Castells: il mondo hacker, i suoi valori e le sue aspirazioni sono tutte interne a quella fiducia tecnocratica nel progresso del genere umano attraverso la tecnologia che il sociologo spagnolo indica come il motore fondamentale dello sviluppo di Internet.

2.4.3 Informazionalismo ed etica hacker


Il legame fra linformazionalismo e letica hacker dettato quindi in primo luogo dal contributo fondamentale che chi si riconosceva nei suoi valori ha fornito alla cosiddetta rivoluzione informatica. La nascita e lo sviluppo, negli anni Settanta, di quello che sarebbe diventato nel tempo lo strumento principe della produttivit nel campo dellagire economico, il personal computer 18 , furono infatti paradossalmente il frutto proprio di questo tipo di approccio non strumentale: quello dei primi appassionati di computer che, sulle orme dei primi computer hacker , nei garage della West Coast assemblavano schede e periferiche per dar libero sfogo alla propria creativit e al proprio spirito anticonformista o, nelle formulazioni dei pi visionari, per dotare il popolo di un mezzo di comunicazione alla portata di tutti o favorire modelli di relazione tra le persone fondati sulla condivisione e linformalit (Revelli 2001; Di Corinto e Tozzi 2002; Castells 2001). 19 Come sottolinea Marco Revelli (2001, pp. 103-104) la sofisticata tecnologia che ha

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cambiato il nostro modo di vivere e di produrre nata in realt prima che se ne potesse anche solo immaginare un uso possibile . O, comunque, stata concepita nel quadro di un immaginario potenziale dutilizzazione radicalmente diverso da quello in cui si sarebbe in realt incarnata. Non fu casuale in proposito la cecit delle aziende allora leader del settore informatico, prima fra tutte lIBM, e dei loro uffici marketing , che non compresero il potenziale rivoluzionario del PC e tanto meno gli spazi di mercato che esso apriva. Per la prima significativa immissione sul mercato di questo nuovo strumento di calcolo in miniatura bisogn aspettare che lo spirito libertario dei primi hacker , alimentato studentesca, dalla temperie la culturale vocazione della contestazione e incontrasse imprenditoriale

individualista che trovava terreno fertile nella cultura americana. La stessa realizzazione e successiva diffusione di ARPANET e poi di Internet, la cui storia si intreccia ovviamente con quella dei primi computer , furono il risultato di molteplici innovazioni nei campi dellinformatica e delle telecomunicazioni provenienti dallimprobabile intersezione tra Big Science , ricerca militare e cultura libertaria (Castells 2001). In questo intreccio la cultura hacker e i suoi esponenti giocarono il fondamentale ruolo di trait dunion tra i diversi ambiti coinvolti in particolare tra lambiente universitario e i network alternativi che cominciavano a sperimentare usi alternativi delle prime reti accademiche e tra questi e lambiente imprenditoriale e i suoi prodotti, e allo stesso tempo costituirono il terreno fertile delle innovazioni tecnologiche pi importanti realizzate attraverso la cooperazione e la libera comunicazione ( ibid .). Lesempio forse pi indicativo e sicuramente pi noto del contributo della comunit hacker allevoluzione delle tecnologie informatiche e in particolare di Internet e del World Wide Web

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rappresentato dal modello aperto di sviluppo del software. La stragrande maggioranza dei protocolli, dei programmi e delle applicazioni su cui si basa il funzionamento e la gestione della Rete sono stati sviluppati in un regime di condivisione e apertura del codice sorgente e messi a disposizione delle comunit degli sviluppatori e degli utenti sotto la tutela di licenze libere (ovvero non proprietarie) oppure in totale assenza di copyright (ovvero come dominio pubblico). Se quelle creazioni fossero state chiuse da clausole di non divulgazione e dallapposizione di licenze che ne limitavano la libera copia e la modifica, Internet non sarebbe affatto diventata quel medium aperto e difficile da recintare che oggi conosciamo. E in effetti limperativo alla cooperazione e allapertura e condivisione del codice costituisce uno dei valori fondanti della cultura hacker . Ma secondo Himanen e Castells, la cultura hacker alla base del nuovo modello di sviluppo fondato sulle tecnologie dellinformazione non solo per il suo contributo fondamentale allinnovazione tecnologica e alla sua diffusione nella societ in generale o in quanto espressione di modelli di relazione e comportamento della sola comunit degli hacker , ovvero di uno dei protagonisti della rivoluzione informatica. In maniera forse anche pi significativa, infatti, il sistema di valori delletica hacker trova riscontro nellintero a insieme dalla di caratteri citata dellinformazionalismo, cominciare gi

valorizzazione, in campi molto diversi tra loro, della creativit, delle attitudini relazionali, della flessibilit organizzativa, delle capacit nella di adattamento, in cui del questi lavoro di squadra sono e della cooperazione, della condivisione delle conoscenze, per lo meno misura caratteri funzionali allaccumulazione capitalista. Ovvero, nellanalisi di Himanen

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lespressione etica hacker viene usata in unaccezione che trascende il mondo dellinformatica e considerata da questo punto di vista, letica hacker diventa sinonimo di quel generale rapporto entusiastico nei confronti del lavoro che si sta affermando nella nostra et dellinformazione. In questo senso pi ampio, ancora secondo Himanen, letica hacker trova espressione in unetica del lavoro e in unetica del denaro; ma anche, e forse soprattutto, in una netica , ossia unetica del network , fondata sulla condivisione, la cooperazione, il decentramento, la libert e il libero accesso per tutti alle risorse costruite collettivamente nella Rete.

3. Una societ della conoscenza postcapitalista ?


3.1 Risocializzazione della sfera produttiva
Facendo riferimento proprio alle implicazioni ad ampio raggio dellavvento della cosiddetta etica hacker , oltre che ad una consolidata letteratura di stampo pi tradizionale, Formenti (2002) e Revelli (2001) sottolineano i diversi fenomeni di sburocratizzazione, decentramento e flessibilizzazione cui vanno incontro i modelli organizzativi e i processi di produzione, cos come quelli di personalizzazione, autonomizzazione, individualizzazione e responsabilizzazione che interessano pi direttamente un lavoro sempre pi declinato al plurale, in una societ scossa dalla rivoluzione microelettronica e pervasa dalla lunga durata dei movimenti controculturali del ventennio Sessanta-Settanta. Ma, sebbene i caratteri tecnici e sociali riscontrati come indicatori di un cambio di paradigma socioeconomico sembrerebbero confortare le ipotesi dei due autori circa, rispettivamente, una possibile risocializzazione della

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sfera produttiva (Formenti 2002) e un possibile esodo dal dominio del lavoro totale che ha dominato la scena del Novecento (Revelli 2001), non sfuggono ad entrambi, seppure con accenti e declinazioni differenti, i pericoli e le avvisaglie di una riconfigurazione e intensificazione in forma elettronica e digitale del dominio del capitale e del mercato sulla sfera sociale. Se per Formenti queste avvisaglie sono da ricercare, come si diceva, nel processo di new enclosure che interessa i beni comuni digitali sorti dalla cooperazione sociale in rete, Revelli sottolinea invece come sia legittimo assimilare tale nuova forma di internalizzazione delle facolt comunicative e cooperative di una pluralit di figure del lavoro disseminate sul territorio per un verso alla marxiana pre-moderna sussunzione formale del lavoro al capitale []; per altro verso a una pi avanzata post-moderna forma di sussunzione reale (Revelli 2001). Nellambito della teoria critica di stampo europeo, i contributi di Ulrich Beck, Yann Moulier Boutang e Andr Gorz si confrontano con la crisi della modernit e dei suoi tratti caratteristici incentrati sul modo industriale di sviluppo, sul welfare e sul ruolo preponderante dello Stato assistenziale, su forme gerarchiche di organizzazione e divisione del lavoro e sui conseguenti specifici modelli di integrazione fra lindividuo e la societ. Venuto meno il modello dintegrazione radicato nella societ industriale e nelle dinamiche dei suoi rapporti di forza in particolare quelli, mediati dallo Stato, fra capitale e lavoro i legami sociali che su tale modello si fondavano si sfaldano, dando vita a nuove configurazioni che, se da un lato fanno perno su flessibilit estrema, individualismo spinto e consumismo sfrenato e producono quella che Beck definisce una societ del rischio, dallaltro offrono lopportunit di liberare lindividuo dalla rigida disciplina del lavoro fordista, risocializzare alcuni

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ambiti della sfera produttiva, sostenere forme di cooperazione sociale non monetizzabili. Nellanalisi di Moulier Boutang la crescita del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione osservata negli ultimi decenni rappresenta lennesima tappa della lunga marcia che lumanit conduce da secoli verso lemancipazione dal lavoro, a partire dalla schiavit e passando attraverso le diverse fasi del lavoro salariato. Gorz, daltro canto, mostra come lo stravolgimento delle classiche nozioni di lavoro e di valore agito dallo sviluppo del capitalismo immateriale e dal ruolo che in esso giocano saperi e conoscenze, rappresenti la crisi del capitalismo tout court , e pi in generale di una concezione economicista dei rapporti sociali. Dalle riflessioni di questi autori prende corpo lipotesi di una ricostruzione di meccanismi di tutela individuale e collettiva a partire dalla proposta di un reddito desistenza o di cittadinanza, a seconda delle formulazioni e delle giustificazioni, e con una diversit di intenti che travalica le sottigliezze linguistiche slegato dalla specifica e sempre pi precaria condizione occupazionale e in grado di valorizzare le attivit e gli scambi della cooperazione sociale informale senza snaturarli in forma di merce. In questo ampio orizzonte interpretativo le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione, ed in particolare le reti di comunicazione fisse e mobili, e i diversi soggetti protagonisti della loro appropriazione sociale, diventano rispettivamente lambiente e gli attori, allo stesso tempo virtuali e reali, in grado di sviluppare le forme pi avanzate della cooperazione sociale. Anche se da una prospettiva decisamente diversa, pi legata allimmaginario provenienti libertario sponda che caratterizza gli approcci i dalla occidentale dellAtlantico,

pionieristici lavori sul campo di Howard Rheingold, prima sulle comunit virtuali (1994) e poi sulle cosiddette smart mobs

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(2002), confermano limportanza cruciale dei valori e delle pratiche di cooperazione e condivisione nello sviluppo e nei percorsi di appropriazione dei dispositivi della comunicazione digitale e pi in generale nei modi delle relazioni sociali. Una centralit paradossale che, se da un lato finisce per condizionare la sorte commerciale di servizi e strumenti informatici e della comunicazione, fino a sancirne il carattere di killer application o al contrario di fallimento, dallaltro collide con lesigenza delle imprese che operano nei settori delle telecomunicazioni, dellinformatica e della produzione e fornitura di contenuti e servizi, di estrarre valore monetario dalle conoscenze e dalle passioni implicate in quelle pratiche. Un esempio di tale contraddizione, ampiamente trattato da Rheingold nel suo ultimo libro e pi che mai attuale, rappresentato dalla cosiddetta Terza Internet, o Internet mobile. In questo ambito, considerando qui solo le modalit di connessione e accesso alle reti mobili da parte degli utenti e tralasciando le pur connesse questioni sociali relative allo e sviluppo smart di oggetti almeno intelligenti, due modelli, computer indossabili, applicazioni di realt aumentata, reti amplificate mobs , tecnologici, economici e politici allo stesso tempo, si contendono gli spazi aperti dalle innovazioni tecnologiche nel campo della connettivit senza fili. Da una parte, le reti mobili di terza (e quarta) generazione implementate dallalto, dagli operatori della telefonia e delle telecomunicazioni, e basate su investimenti e licenze da milioni di euro, protocolli proprietari e servizi a pagamento di dubbia attrattiva. Dallaltra, lampia gamma di tecnologie wireless a basso costo che sfruttano le porzioni libere dello spettro radio e funzionano secondo la logica dei commons digitali, ossia aumentando il loro valore al crescere degli

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utilizzatori e valorizzando le dinamiche di condivisione e moltiplicazione delle reti peer to peer 20 . Tradizionalmente questi beni comuni erano costituiti da terreni per il pascolo e lagricoltura, boschi e legname, riserve idriche ittiche, vie di comunicazione e trasporto. A questi beni comuni classici se ne aggiungono ora altri, risorse immateriali la cui accresciuta importanza o la cui stessa esistenza il frutto delle recenti e intrecciate innovazioni nei campi della microelettronica, dellinformatica, della comunicazione e della biologia molecolare. Frequenze radio, algoritmi, protocolli informatici, linguaggi di programmazione e codici sorgenti, ma anche le risorse culturali e informative prodotte dallumanit nella sua storia, prima e durante lavvento dei mezzi di comunicazione di massa, e rese sempre pi fruibili dai nuovi formati digitali (narrazioni, miti, musica, letteratura, performances varie e prodotti audiovisivi, ecc.) e persino il corredo genetico o i singoli geni degli esseri viventi sono infatti da pi parti descritti come i nuovi commons del XXI secolo, alfabeti della conoscenza e per questo soggetti allo statuto di patrimonio collettivo dellumanit. In realt, lecito attendersi che la natura pubblica di queste risorse e la stessa affermazione di un nuovo spazio pubblico ( commons ) ri-costruito dallavvento del digitale e dei nuovi media sulle macerie della fabbrica del consenso dei vecchi media broadcast non sar qualcosa di dato e di assunto, bens loggetto di contese, continue ri-negoziazioni e veri e propri conflitti (Lovink 2003) (vedi Cap. 2 par. 2.2).

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3.2 Economia dellabbondanza e societ postcapitalista


Le aspettative, per molti versi profetiche, di uninedita e rivoluzionaria economia dellabbondanza, sono state senzaltro dettate, nella seconda met degli anni Novanta, dalle sirene dellottimismo e del determinismo tecnologico. Ma a sostenere questa visione nellimmaginario collettivo e nelle teorie e nelle pratiche economiche stata anche la fondata considerazione della natura immateriale delle nuove materie prime indispensabili ai processi produttivi in sostanza creativit, conoscenza e risorse di relazione e dei prodotti da immettere sul mercato. In effetti, se i principali input del sistema produttivo diventano beni non rivali, ossia che non si deteriorano o si esauriscono con luso, e anzi si moltiplicano proprio in virt della loro fruizione o sulla base delle cosiddette esternalit positive di rete, sembrerebbe lecito attendersi una crescita del sistema pressoch infinita 21 Lo stesso valore dei prodotti, daltra parte, come gi sottolineato, in molti casi rappresentato pi dal contenuto immateriale che dalla loro sostanza fisica; questultima inoltre si riduce a mero supporto per beni del tutto immateriali come il software o i prodotti dellindustria culturale (musica, audiovisivi, ecc.) o addirittura scompare grazie a mezzi di distribuzione essi stessi digitali come la Rete (Carlini 2002). Le aspettative generate da tali valutazioni e da un entusiasmo assai meno fondato, hanno contrassegnato lavvento della societ della conoscenza e dato il l alleuforia che ha accompagnato limpressionante crescita dellindice dei titoli tecnologici della Borsa di Wall Street, il Nasdaq, alla fine degli anni Novanta 22 . Linfondatezza dei business plan della maggior

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parte delle imprese dot.com moltiplicatesi nel giro di pochi mesi sulla scia del miraggio dei soldi facili e foraggiate dallimmissione di generosi finanziamenti da parte del venture capital e dei milioni di investitori on-line abbagliati da una presunta democratizzazione del capitale; la resistenza da parte degli utenti alla commercializzazione di Internet; i conseguenti fallimenti a catena fino al vero e proprio crollo di tutto il listino tecnologico; i cospicui tagli al personale e ridimensionamenti vari che falcidiarono anche le imprese che erano riuscite a rimanere in piedi: il susseguirsi degli eventi, nel giro di pochi mesi, ha arricchito pochi speculatori, che ebbero la loro buona dose di responsabilit nel repentino crollo dei titoli tecnologici, mandato sul lastrico centinaia di migliaia di risparmiatori, molti dei quali avevano investito nelle dot.com i loro fondi pensione, impoverito quei lavoratori i cui stipendi venivano pagati con stock options (diritti di opzione sui titoli azionari della societ) e soprattutto tarpato le ali allintero sistema di assunti dellideologia della crescita infinita nonch della tecnologia come panacea. Le aspettative e i veri e propri miraggi che sorreggevano leconomia della post-scarsit, si sono quindi presto dovute scontrare con i canoni delleconomia classica e con gli interessi e le posizioni consolidate degli attori economici dominanti e dei loro garanti istituzionali. Cosa non ha funzionato? Tra gli aspetti pi controversi c senzaltro la questione che con termine ombrello e affatto neutrale viene riassunta sotto la definizione di propriet intellettuale e agitata dalle grandi corporations dellintrattenimento, dellinformazione e del software e dalle grandi istituzioni sopranazionali che si occupano di commercio internazionale. Lestensione a dismisura della durata e dei campi di applicazione dei cosiddetti diritti di propriet intellettuale e al suo corollario

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lequiparazione di fattispecie affatto diverse (diritti dautore, copyright, marchi e brevetti) che lutilizzo di tale espressione ombrello comporta, hanno in realt ben poco a che fare con la difesa di inventori, autori e artisti e molto con la necessit di ricreare artificiosamente quella scarsit delle risorse, presupposto fondamentale delleconomia politica classica cos come della sua critica, e soprattutto della conservazione delle posizioni di potere economico e politico acquisite. Nella sua analisi dei nuovi meccanismi della valorizzazione nel contesto delleconomia immateriale, centrati sulla trasformazione della conoscenza in valore, Gorz (2003) riporta unosservazione di Enzo Rullani che si applica a ogni merce la cui materialit, di un costo unitario molto basso, solo il vettore o limballaggio del suo contenuto immateriale, cognitivo, artistico o simbolico ( ibid. , p. 32):
Il valore di scambio della conoscenza dunque interamente legato alla capacit pratica di limitarne la libera diffusione, cio di limitare con mezzi giuridici (brevetti, diritti dautore, licenze, contratti) o monopolistici la possibilit di copiare, di imitare , di reinventare, di apprendere le conoscenze altrui. [] La scarsit della conoscenza, quel che le d valore, dunque di natura artificiale. Essa deriva dalla capacit di un potere, di qualsiasi tipo, di limitarne temporaneamente
23 la diffusione e di regolamentarne laccesso .

Nelle lotte che si consumano intorno alle questioni relative alla cosiddetta propriet intellettuale nellattuale fase di sviluppo del capitalismo la posta in gioco costituita dalle conseguenze potenzialmente deflagranti generate dallavvento di uneconomia basata in prevalenza sulla valorizzazione e sulla produzione di beni e risorse immateriali e non rivali.

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Riassumendo gli aspetti per i quali il nuovo capitalismo cognitivo si distingue dal capitalismo classico e ne rappresenta in qualche modo persino la negazione, Gorz (2003, pp. 33-34) sottolinea innanzitutto come nel nuovo sistema economico la forza produttiva principale, la conoscenza, un prodotto che, in gran parte, risulta da unattivit collettiva non remunerata [] essa in gran parte intelligenza generale, cultura comune, sapere vivente e vissuto [] non ha valore di scambio, il che significa che pu in teoria essere condivisa a piacere. Inoltre la conoscenza formalizzata, separabile dai suoi produttori e che esiste soltanto per essere stata deliberatamente prodotta, anchessa virtualmente gratuita, poich pu essere riprodotta in quantit illimitata a un costo trascurabile e condivisa senza dover passare per la forma valore (per il denaro) [] il che significa che la principale forza produttiva, e la principale fonte di valore pu per la prima Infine, volta ed essere la vera sottratta novit, allappropriazione privata.

rivoluzionaria [], la conoscenza, separata da ogni prodotto nel quale stata, o sar incorporata, pu esercitare in s e di per s stessa unazione produttiva sotto forma di software, economizzando una quantit di lavoro molto maggiore di quella che costata e distruggendo immensamente pi valore di quel che serve a creare. torna La qui prospettiva nella forma di uneconomia di un dellabbondanza capitalista:
Leconomia dellabbondanza tende di per s verso una economia della gratuit e verso forme di produzione, di cooperazione, di scambi e di consumo fondate sulla reciprocit e la messa in comune, nonch su

auspicata

superamento progressivo dei meccanismi classici delleconomia

50 Capitolo I nuove monete. Il capitalismo cognitivo la crisi del capitalismo tout court.

Per contrastare questa tendenza, prosegue Gorz, leconomia capitalistica deve appropriarsi di un prodotto, la conoscenza, per far s che esso non diventi ci che in realt in origine, cio un bene collettivo, e farlo invece funzionare come capitale immateriale. Da questa esigenza sembrerebbero derivare allora gli attuali sforzi in direzione dellimposizione e dellestensione di artificiali diritti di propriet intellettuale. Ma questa appropriazione, dice ancora Gorz, non devessere sempre diretta. Basta che il capitale si appropri dei mezzi di accesso alla conoscenza in particolare i mezzi di accesso a Internet per conservare il controllo di questultima, impedendole di diventare un bene collettivo abbondante. Laccesso e i mezzi di accesso alla conoscenza diventano dunque la posta in gioco principale di un conflitto centrale. Il cerchio si chiude, se vero, come affermano Robins e Webster (2001, p. 132), che la rivoluzione dellinformazione [...] una questione di accesso differenziato (e non equo) alle risorse informative e di controllo su di esse. La diseguale distribuzione degli strumenti, delle risorse, delle competenze e delle opportunit legate alle nuove (e vecchie) tecnologie dellinformazione e della comunicazione , allora, direttamente implicata dallevoluzione delle forme del capitalismo contemporaneo.

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4. La societ dellinformazione: estensione del fordismo e della razionalizzazione tecnocratica


Nel tentativo di tirare le fila degli spunti fin qui presentati, torna ancora una volta utile il punto di vista non convenzionale sullattuale evoluzione del capitalismo informazionale di autori come Robins, Webster e Mattelart e il loro puntuale richiamare lattenzione sui fattori di lunga durata 24 . E lo stesso Castells, daltronde, nellesporre le trasformazioni in corso e le loro implicazioni a largo raggio, ad usare alcune significative cautele e a gettare cos una luce diversa sulla vulgata prevalente di una societ (e di uneconomia) dellinformazione o della conoscenza. Le complesse e contraddittorie tendenze legate alla crescita della produttivit nei diversi settori delleconomia a seguito della diffusione delle tecnologie dellinformazione 25 , ad esempio, fanno affermare al sociologo spagnolo che la differenza delleconomia informazionale rispetto alleconomia industriale
non sta nelle fonti di aumento della produttivit. [] La peculiarit risiede nella comprensione del potenziale di produttivit contenuto nelleconomia industriale matura grazie allo spostamento verso un paradigma tecnologico fondato sulle tecnologie dellinformazione. (Castells 1996, p. 106)

E ancora, poco dopo, pi significativamente:


[] anche se leconomia informazionale globale distinta dalleconomia industriale, luna non contrasta le logiche dellaltra; le sussume, piuttosto, attraverso lapprofondimento tecnologico [] (ibid. p. 107)

52 Capitolo I

Robins e Webster (2001), da parte loro, fanno riferimento al lavoro di Jean-Paul de Gaudemar 26 e alla sua suddivisione dello sviluppo capitalistico in periodi, a seconda delle modalit con cui il capitale ha utilizzato assoluta una la del forza primo lavoro e mobilitato si che le popolazioni. In particolare, per il sociologo francese, alla mobilitazione Ottocento relativa, sostitu estese progressivamente mobilitazione

progressivamente il ruolo della tecnologia e trov il suo compimento nellorganizzazione scientifica del lavoro di Taylor e nella catena di montaggio automatizzata di Ford. Gli effetti collaterali prodotti dal fordismo diedero poi vita, nel ventennio Sessanta-Settanta del Novecento, ad una serie di movimenti sociali che contestavano in parte o in tutto il sistema sociale e le sue disfunzioni contribuendo a far s che le forze del capitale ristrutturassero il modo di accumulazione per ammortizzare e contenere queste contro-mobilitazioni. Molta della retorica intorno alle ICT, dagli anni Ottanta in poi, sembrata in effetti proporre il tentativo di assimilare le richieste legate alla qualit della vita provenienti da quei movimenti, come motore di una nuova fase di accumulazione.
La mobilitazione delle nuove tecnologie dellinformazione pu essere considerata come una risposta a chi sfidava il fordismo, come modo di produzione e stile di vita. [] La cosiddetta rivoluzione dellinformazione [] rappresenta una nuova fase significativa nella strategia di mobilitazione relativa, una fase in cui la dominazione tecnologica viene usata in modo estensivo e sistematico in sfere che vanno molto al di l del luogo di lavoro. Questa trasformazione rappresenta unintensificazione e, soprattutto, una riconfigurazione del fordismo come stile di vita. (Robins e Webster 2001, pp. 159-160).

Societ dellInformazione 53

Nel quadro cos delineato della mobilitazione, da parte del capitale, della forza lavoro, delle popolazioni e delle risorse sociali un quadro confortato dallosservazione dellambigua realt che si cercato sin qui di presentare le nuove tecnologie non supportano semplicemente una sovrapposizione totale fra lavoro e interazione fino alla sussunzione reale di ogni attivit sociale da parte del capitale; n sembra daltra parte giustificabile sostenere una loro intrinseca, seppur potenziale, carica emancipatrice, in ambito produttivo o nel pi ampio contesto sociale, per quanto riguarda, ad esempio, lesercizio democratico o linclusione sociale. La loro applicazione estensiva incarna piuttosto il desiderio da parte del capitale e dello Stato di istituire un ordine razionale ed efficiente, prima nella sfera di produzione e poi nella societ in generale, ci che i due autori inglesi definiscono come limmaginazione cybernetica del capitale ( ibid ., pp. 157-177). La crescente pervasivit delle nuove tecnologie, le loro concrete applicazioni, i loro modelli di utilizzo dominanti propongono, in altre parole, una sottile estensione di quella ideologia razionalista che ha segnato sin dai suoi lontani esordi la societ dellinformazione e ha fatto s che le lusinghe e le mistificazioni della razionalizzazione tecnocratica (Feenberg 2001) egemonizzassero lorizzonte culturale delle societ occidentali. E ci non tanto per qualche presunta essenza delle tecnologie o della tecnica in quanto tale, quanto piuttosto per il sistema di valori e di assunti che le une e laltra sono andate incarnando nelle specifiche configurazioni sociali che le hanno prodotte e utilizzate. Come vedremo nel secondo capitolo, infatti, le due prospettive complementari del determinismo e dello strumentalismo hanno guidato laffermazione di un approccio ingegneristico alle tecnologie in generale, che non ha fatto

54 Capitolo I

altro che rafforzare unagenda tecnocratica e depoliticizzata. In questo modo si sono mascherati, sottovalutati ed ignorati i reali processi di costruzione sociale della tecnologia, che interessano tanto il versante della sua progettazione e realizzazione quanto quello del suo utilizzo e della sua appropriazione e coinvolgono aspetti emotivi, cognitivi e culturali oltre che economici, tecnici e politici (Feenberg 2001; Warschauer, 2003). Il frame interpretativo e suggestivo proposto dal concetto di un digital divide ha contribuito a perpetuare questo schema anche nel campo in divenire delle nuove tecnologie e dei nuovi media e del loro possibile contributo alla crescita autonoma di individui e comunit, indirizzando lattenzione di ricercatori, societ civile e amministratori sulla questione del gap tecnologico, piuttosto che sugli aspetti problematici dellintegrazione e dei concreti utilizzi dei nuovi strumenti del comunicare nelle diverse culture e nei diversi contesti sociali per finalit di promozione sociale. Le tecnologie, ed in particolare le ICT, non sono entit separate che esercitano un impatto esterno sulle strutture, sulle organizzazioni e sulle istituzioni sociali. Esse si caratterizzano piuttosto come network (Kling 2000; Warschauer 2003) o sistemi (Gallino 1998; Ortoleva 1998) sociotecnici, in cui le tecnologie in uso e i mondi sociali si costituiscono reciprocamente in modi complessi e altamente interrelati. Cos demistificate le tecnologie si prestano ad essere messe in discussione in quanto artefatti culturali che hanno origine in specifiche configurazioni di sistemi mezzi-fini e vengono definite dalluso c socialmente per contestuallizzato lo (Feenberg di una 2001). In questo senso nellanalisi delle interazioni fra tecnologia e societ spazio prefigurare scenario possibile razionalizzazione democratica ( ibid. ).

Societ dellInformazione 55

Questa

tensione

democratizzare

la

tecnica

riavvicinarla ai bisogni sociali espressi da comunit e individui e in particolare la sua concretizzazione nei modelli aperti di accesso alle tecnologie e alle conoscenze e nel loro ancoraggio ai territori reali pu forse indicare lunica via per la quale riequilibrare la diseguale distribuzione di strumenti, competenze e opportunit legate alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, promuoverne utilizzi finalizzati allinclusione sociale, e allo stesso tempo garantire un controllo democratico sulla loro progettazione tecnica e le relative applicazioni, che ricollochi nel giusto ordine di priorit bisogni sociali e innovazioni tecniche. Il secondo capitolo tenter di approfondire tale incorporazione sociale delle tecnologie , con particolare riferimento al rapporto fra le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione e le problematiche dello sviluppo e dellinclusione sociale.

56 Capitolo I

Note
1

Cfr. in Anderson (1991, cap. X ) lilluminante illustrazione del ruolo culturali centrati nei su una di forte valorizzazione e

svolto dai censimenti, dallo sviluppo della cartografia e dai musei, tutti artefatti dellinformazione/conoscenza, processi immaginazione

consolidamento della coscienza nazionale e quindi dello Stato-nazione; tale ruolo rintracciabile in particolare nel passaggio dagli imperi coloniali ai nazionalismi post-coloniali. Cfr. in questo senso anche Robins e Webster (1999, p.134, nota 2 ).
2

Negli attuali incerti e contrastati processi di trasferimento della

legittimit politica dallo Stato, da un lato verso organismi sovranazionali, dallaltro verso attori istituzionali locali, tali funzioni di coordinamento e controllo vengono naturalmente nuove a riconfigurarsi e ad estendersi. e della Lapplicazione delle tecnologie dellinformazione

comunicazione rafforza, inoltre, la loro presa sulla societ consentendo un decentramento centralizzato delle risorse e degli archivi informativi a tutti i livelli.
3

Pur senza voler qui riproporre quel "determinismo tecno-economico"

che Formenti (2002) denuncia riprendendo l'osservazione di Marco Revelli (2001) circa la vocazione totalitaria del concetto marxiano di "modo di produzione", in particolare come riletto tra gli altri da Gramsci una vocazione inscritta a pieno titolo, secondo Revelli, nel razionalismo autodistruttivo del Novecento , tuttavia innegabile, a mio avviso, la relazione storica che intercorre fra i modelli produttivi e i caratteri culturali e istituzionali dell'intero sistema sociale. La considerazione di tale legame si spinge oltre lovviet se solo ci si sforzi di considerare la natura contingente occidentali.
4

arbitraria

del

ruolo

fondamentale

che

produzione

(e

consumo) e lavoro rivestono, in maniera differenziata, Con questa espressione si indica la dottrina di

nelle societ gestione e

organizzazione della produzione ideata da F. W. Taylor tra la fine dellOttocento e linizio del Novecento, in contemporanea con i primi sviluppi del capitalismo aziendale, cio a forte prevalenza di imprese di

Societ dellInformazione 57

medie

grandi

dimensioni

riunite

tipicamente

in

conglomerati

oligopolistici. E da sottolineare che tale dottrina venne fatta propria anche dalla rivoluzione sovietica, non prima di aver decretato la neutralit di questa scienza dellorganizzazione del lavoro; significativamente essa venne assunta a paradigma dellorganizzazione razionale dellinsieme della societ socialista (Mattelart 2001).
5

Nello stesso senso si esprimevano pi di un secolo prima gli auspici

di Claude-Henri de Saint-Simon (1760-1825), non a caso tra i primi sostenitori della scienza positiva; il filosofo francese sosteneva, infatti, prima ancora che in Francia prendesse forma il processo di industrializzazione, la necessit di assimilare lorganizzazione della societ a quella di una grande industria (Mattelart 2001).
6

Tale relazione riscontrabile nella stessa ambivalenza del termine

disciplina , che da un lato denota un campo di sapere e dallaltro un insieme di tecniche e norme che regolano il comportamento.
7

Tali

attivit

non

furono

semplicemente

la

conseguenza

di

innovazioni tecnologiche; piuttosto, le esigenze di controllo alle quali rispondevano, figlie di una lunga evoluzione sociale, culturale e politica in un determinato contesto, finirono evidentemente per essere inscritte in quelle stesse tecnologie e per determinarne caratteristiche e usi che a loro volta retroagirono sulla societ, estendendo ad esempio le stesse dinamiche di sorveglianza e controllo, ma dando E anche vita a processi sistema di di trasformazione della tecnologia. questo complesso

interrelazione fra tecnologia e societ che sottovalutano gli assertori pi o meno dichiarati di una qualche forma, ottimista o meno, di determinismo , tecnologico o sociologico che sia (Feenberg 1999; vedi Cap. 2 par. 1).
8 9

Cfr. nota 1 del presente paragrafo Cfr. anche www.ibmandtheolocaust.com; della vicenda si parla anche

nel notevole film-documentario canadese The Corporation realizzato nel 2003.


10

Impegnato negli anni Settanta nello sviluppo di una "sociologia il sociologo di origine catalana ha all'avvento delle nuove tecnologie

urbana" di ispirazione marxista, culturali ed economiche legate

progressivamente rivolto il suo interesse verso le trasformazioni sociali,

58 Capitolo I

dell'informazione e della comunicazione, continuando a dedicare una particolare attenzione proprio alle dinamiche spaziali e alle evoluzioni della forma citt nel nascente contesto dell' informazionalismo . Il lavoro cui si fa qui riferimento la monumentale trilogia da pi di 1200 pagine L'Et dell'Informazione: economia, societ, cultura la sua opera certamente pi completa e ambiziosa in cui l'autore raccoglie e sistematizza interpretazioni ed analisi sviluppate da lui e da altri gi a partire dai primi anni Ottanta.
11

I riferimenti sono in particolare a: A. Touraine, La socit post-

industrielle , 1969; D. Bell, The coming of Post-Industrial Society , 1973; R. Reich, The Work of Nations , 1991
12

Riprendendo il tema della progressiva fine del lavoro, trattato in

un precedente lavoro, Rifkin (2000, pp. 345-353) descrive inoltre, proprio a conclusione del suo saggio, ci che definisce la dialettica di un ethos del gioco. Ossia quella dinamica contraddittoria per cui da un lato la dimensione ludica riconquista nel capitalismo culturale il ruolo preminente ricoperto fino allavvento della societ industriale e del suo ethos del lavoro; dallaltro il tipo di gioco prodotto da questa civilt non che un pallido simulacro di quello che esisteva nella sfera culturale: essendo acquistato, non unesperienza sociale, ma contrattuale. Come vedremo, oltre a richiamare alcune riflessioni sulla cosiddetta etica hacker, tali considerazioni condividono con un ampia letteratura la prospettiva di una possibile rivitalizzazione della sfera culturale come un terzo settore, slegato dagli interessi commerciali ma anche dalle prerogative statali e in grado di ricollocare in posizione centrale relazioni umane non mercificate.
13

Il significato originario del termine e la sua intrinseca connotazione

negativa fanno tra laltro giustizia del suo successivo utilizzo in un contesto segnato invece proprio dalla produzione e dal consumo di massa come elementi fondanti.
14

In Italia la tradizione dell operaismo, sorta negli anni Sessanta

intorno alla rivista Quaderni Rossi e portata avanti negli anni Settanta e Ottanta dalle posizioni di gruppi come Potere Operaio e Autonomia Operaia, oggi ereditata appunto da una scuola post-operaista, per nulla

Societ dellInformazione 59

omogenea,

che

Franco

"Bifo"

Berardi

indica

con

il

termine

di

composizionismo, anche con l'intenzione di segnare una discontinuit con la matrice novecentesca. Composizione sociale e composizione di classe sono infatti concetti al centro della riflessione operaista originale, insieme a quello di autonomia dello spazio sociale dal dominio capitalistico; in essi prende forma il ruolo della soggettivazione, come soggetto in continuo divenire, nei processi di sottrazione progressiva del lavoro vivo dal dominio del capitale e di un pi complessivo rifiuto del lavoro (Berardi 2003). Questi concetti vengono richiamati in modo contraddittorio in riferimento ai processi che interessano il lavoro, e in particolare le punte pi avanzate di lavoro cognitivo, nella fase post-fordista
15 16

Cfr. Weber Max, Letica protestante e lo spirito del capitalismo Cfr. Sterling Bruce, The Hacker Crackdown , 1992; Gubitosa Carlo, Nei primi anni Settanta tali esplorazioni vennero perfezionate e

Italian Crackdown , Apogeo, 1999.


17

codificate con il termine phreaking . Con tale termine si indic allora la pratica, resa possibile da un fischietto che si trovava in omaggio nelle confezioni di una marca di corn flakes (la Captain Crunch, da cui il soprannome del primo phreaker , John Draper), di riprodurre lesatta frequenza utile per connettersi liberamente alle linee telefoniche interurbane. I futuri fondatori della Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, furono tra i primi a fare uso della cosiddetta blue box e a distribuirne esemplari fra i loro colleghi universitari (Di Corinto e Tozzi 2002).
18

Il primo rudimentale PC, lAltair, fu realizzato alla fine del 1974 da

Ed Roberts, titolare della MITS, una piccola ditta di elettronica sita ad Albuquerque, nel New Mexico. Era composto esclusivamente da un processore Intel 8080 e da alcune schede di memoria RAM per un totale di 256 bytes. Non prevedeva, almeno fino al 1977, nessuna periferica di inputoutput e veniva venduto a 397$ (Revelli 2001). Nel 1976 fu la volta dellApple I, mentre si dovette attendere il 1981 per il primo costoso modello di PC della IBM, equipaggiato con il DOS targato Microsoft, che avrebbe dato il via allavvento dei PC compatibili e con essi gradualmente ad un mercato di massa, prima business e poi consumer , sia per l hardware sia per il software .

60 Capitolo I

19

Risale proprio a quegli anni lidea di Lee Felsenstein tra i primi

hacker e futuro animatore del noto Homebrew Computer Club di portare i primi antesignani del PC nelle strade , per farne strumento di relazione fra le persone. Insieme ad altri tecno-attivisti Felsenstein fond nel 1973 il Community Memory Project e, con la collaborazione di unorganizzazione no profit impegnata sul fronte delluso sociale dei computer, la Resource One , realizz un sistema client-server composto da un enorme mainframe posizionato nel suo appartamento collegato via telefono ad un terminale stupido, una telescrivente situata in un negozio di dischi a Berkeley su cui chiunque poteva lasciare messaggi su una bacheca elettronica, fissare appuntamenti, offrire o richiedere oggetti e servizi, dare libero sfogo alla propria immaginazione. Si pu forse considerare il Community Memory Project il primo esempio nella storia di spazio pubblico digitale.
20

Ci vale in particolare per la tecnologia del wireless mesh Almeno nella misura in cui questa crescita infinita venisse

networking.
21

supportata da dinamiche di consumo in grado di assorbirne e sostenerne i volumi di produzione. Il tracollo della new economy registrato alla fine degli anni Novanta stato in effetti ricondotto da alcuni nei binari della teoria economica classica (cfr. e interpretato 2003; come una 2001). crisi Una di tale sovrapproduzione Lovink Formenti

interpretazione economicista della crisi non condivisa da Formenti, che invece ne individua le cause pi nella resistenza culturale opposta dagli attori sociali coinvolti nelle pratiche di condivisione della Rete ad una sua sfrenata commercializzazione.
22

La quotazione in borsa (attraverso lIPO, Offerta Pubblica Iniziale)

di Netscape, la societ che produceva lomonimo browser per la navigazione in Internet, nellagosto-settembre del 1995 e la repentina crescita del valore delle sue azioni da una stima iniziale di 14 $ ai 71 $ definitivi, segna il lento avvio del boom a posteriori bolla della New Economy. Da qui in poi un susseguirsi di start-up create dal nulla sulla base di qualche idea geniale e con Internet e le nuove tecnologie al centro del loro business come denominatore comune e quotate in borsa per rastrellare fondi da

Societ dellInformazione 61

investire nel raggiungimento di profitti futuri (ed eventuali). Dalla sopravvalutazione complessiva e dal clima di hype che laccompagna, montato da guru, presunti esperti e pescecani della finanza sulle rivistemanifesto dellideologia californiana, scaturisce anche qualche attivit pi solida e duratura, ma per la maggior parte le dot.com sono pura illusione (e speculazione) finanziaria. Tra il 1999 e la primavera del 2000 il Nasdaq passa da quota 1400 a quota 5200, un aumento del 271 per cento. E lultimo enorme salto in avanti prima del grande crollo: annunciato gi allinizio dellanno dai primi mugugni che provenivano dai venture capitalists di Wall Street, lo scoppio della bolla avviene con grande clamore tra la primavera e la fine del 2000, quando il Nasdaq si attesta a quota 2200. Nel giro di pochi mesi centinaia di dotcom falliscono (Carlini 2002; Formenti 2002; Lovink 2003).
23

E. Rullani, Le capitalism cognitif: du dj vu? , in Multitudes, n. La dittatura della breve durata fa s che si attribuisca una patente di

2, maggio 2000, cit. in Gorz, 2003, p. 32.


24

novit, e quindi di cambiamento rivoluzionario, a qualcosa che in realt frutto di evoluzioni strutturali e di processi in corso da lunghissimo tempo (Mattelart 2001, p 146)
25

Si

tratta

dell'oramai

classico

"enigma"

"paradosso

della

produttivit" (Castells 1996, pp. 84-105; Formenti 2002, p. 149; Carlini 2002, pp. 29-30). Cfr. anche Tuomi 2004 e Kling 1999.
26

Cfr. J.P. de Gaudemar, La mobilisation gnrale , 1979.

Capitolo II LEcologia Digitale: una razionalizzazione democratica

Gli elementi forniti nel primo capitolo contribuiscono a contestualizzare dellinformazione la questione legandola delle alle disuguaglianze dinamiche nellet della

razionalizzazione tecnocratica, alle trasformazioni negli ambiti della produzione e del consumo e ai mutamenti sociali associati allevoluzione di nuovi mezzi di comunicazione. La crescente pervasivit delle ICT nella vita delle persone andando per altro ad incidere su attivit fondamentali come la produzione, il trattamento e la distribuzione di informazioni e i processi di comunicazione solleva questioni che vanno ben al di l della diseguale distribuzione di dispositivi e infrastrutture, e che pure con questa sono connesse. Il diritto di decidere autonomamente della propria esistenza e di quella delle proprie comunit di appartenenza inficiato dallimpalbabilit delle reti strumentali comando, su cui transitano informazioni dei codici e catene tecnici di che dallimperscrutabilit

influenzano gli usi della tecnologia e i relativi modelli di relazione, dalla paradossale trasparenza delle interfacce che ci inducono a cedere parte della sovranit sui nostri stessi corpi e

64 Capitolo II

sul

nostro

stesso

agire

comunicativo.

In

questo

senso

lespansione acritica e incontrollata della tecnica in ambiti tanto delicati rischia di aggravare le condizioni di disuguaglianza non soltanto perch accentua le distanze fra connessi e disconnessi, ma anche perch amplia lo squilibrio fra chi detiene il potere di controllo diretto e indiretto sulle tecnologie e sulle persone e chi questo controllo, diventato sempre pi impersonale, trasparente, automatico mediata e razionale, nuove lo subisce in quanto semplice consumatore o utente. Per questo la semplice diffusione non delle tecnologie, senza unadeguata considerazione di rapporti di potere pregressi e percorsi di esclusione sedimentati e dei processi sociali in cui sono coinvolte le risorse di informazione, comunicazione e conoscenza, rischia di esasperare le disuguaglianze invece di ridurle. Questo rischio impone allora alla ricerca e alla politica una preliminare e critica riflessione sulle forme di esclusione implicite negli attuali modelli di sviluppo tecnologico e una valutazione delle diverse alternative tecniche, organizzative e sociali volta ad individuare le pi adatte a favorire lappropriazione, e non la semplice diffusione, dei nuovi media . Il capitolo traccer quindi i percorsi di una razionalizzazione democratica cos come il concetto stato sviluppato dallo studioso americano Andrew Feenberg (1999) , in relazione, in particolare, ai fenomeni di esclusione sociale legati alluso (o al mancato uso) delle nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione. Il concetto prende forma da una valutazione delle relazioni dinterdipendenza fra tecnologia e societ e si propone come prospettiva alternativa rispetto ai principi e alle pratiche della razionalizzazione tecnocratica e alle sottostanti filosofie della tecnica deterministe, strumentaliste ed essenzialiste. I caratteri della razionalizzazione

Ecologia Digitale 65

democratica

forniranno

quindi

una

chiave

di

lettura

per

interpretare quelle visioni e quelle pratiche, che segnano il campo delle divergenze digitali (Carlini 2002) reclamando e agendo una forma sociale, democratica e partecipata dellinnovazione tecnologica nel settore dei nuovi media digitali : un insieme di idee, movimenti, pratiche, proposte e riflessioni raccolte sotto lespressione ecologia digitale . In questo ambito affronter le questioni legate alla forma che assumono la propriet e la condivisione delle risorse immateriali nelle societ tecnologicamente avanzate, con riferimento in particolare alle tematiche della propriet intellettuale , dei commons digitali e del software libero .

1. Tecnologia e societ: la prospettiva della razionalizzazione democratica di Andrew Feenberg


Il primo capitolo ha ripercorso parzialmente le tappe che hanno guidato laffermarsi, a partire dalle societ e dalle culture occidentali, del dominio della razionalizzazione tecnocratica , e la sua incarnazione nella retorica universalista e nelle politiche culturali ed economiche della societ globale dellinformazione . La fase pi recente di questo percorso secolare coincisa con la ristrutturazione del sistema capitalista avviato a partire dagli anni Settanta e con i connessi processi di innovazione nel campo delle tecnologie dellinformazione e della comunicazione. E questo lorizzonte storico, politico, economico e sociale, giova ricordarlo, da cui emergono e in cui si inscrivono le questioni relative al rapporto fra ICT e inclusione sociale, di cui le disuguaglianze nellaccesso a tali tecnologie (il cosiddetto digital

66 Capitolo II

divide ) costituiscono, come vedremo pi avanti, solo uno degli elementi da tenere in considerazione. Questo pi ampio scenario solleva lutilit di una prospettiva alternativa a quella, sin qui dominante, della razionalizzazione tecnocratica. A tale scopo si far qui riferimento al concetto di razionalizzazione democratica proposto dallo studioso statunitense Andrew Feenberg (1999), e alle sue implicazioni per il rapporto fra ICT e inclusione sociale (Warschauer 2003). Con la progressiva accelerazione del mutamento tecnologico inscritta negli sviluppi del capitalismo e descritta nel primo capitolo, le nostre societ e le nostre vite vengono sempre pi ad essere dipendenti da artefatti e codici tecnici, che per una buona parte rientrano negli ambiti della comunicazione, dello scambio e del trattamento di informazioni e conoscenze, ossia di attivit umane fondamentali. La maggior parte delle tradizioni filosofiche e politiche che si sono confrontate con le questioni della modernit e della tecnica, condividendo una valutazione della sfera sociale e della sfera tecnica come domini fra loro separati e autonomi, ha finito per sottrarre i cambiamenti tecnici e le dimensioni dellesistenza da essi influenzati al vaglio del processo democratico. La disamina svolta nel primo capitolo, nella sua concreta analisi delle interazioni fra uno specifico insieme di tecnologie e gli assetti sociali, politici ed economici storicamente determinati, ha tentato di sfuggire a una tale ipostatizzazione della tecnica: da essa emerso, da un lato, come sia impossibile separare i due ambiti, dallaltro come una tale divaricazione si sia dimostrata nel tempo funzionale al dominio della stessa razionalizzazione tecnocratica. La discussione di tali presupposti teorici si rivela tanto pi importante nel campo, qui in esame, degli usi sociali delle ICT, in quanto la diffusione di tali tecnologie ha innescato, nelle

Ecologia Digitale 67

scienze sociali in generale e nel settore in gestazione dei cyberculture studies (Silver 2000), unaccesa quanto fuorviante controversia relativa al loro impatto sui diversi ambiti della societ, che ha riproposto lo sterile confronto fra cyberentusiasti e integrati, da una parte, e tecnofobi e apocalittici, dallaltra. Non da ultimo, ad essere forgiato da questi assunti impliciti sul rapporto fra tecnica e societ stato proprio il dibattito relativo alle questioni della disuguaglianza e dellesclusione sociale nella societ dellinformazione.

1.1 Strumentalismo e determinismo tecnologico


Il lavoro di Feenberg si situa nel campo della riflessione sui caratteri della modernit e in particolare negli ambiti della filosofia della tecnica e dellanalisi sociologica del fenomeno tecnologico. Ambiti in cui ci si confronta con alcune delle manifestazioni pi importanti del pensiero sociale moderno e contemporaneo, da Weber e Marx ad Heidegger ed Ellul fino a Foucault, Habermas, Marcuse, De Certau e Latour. Linterpretazione del fenomeno tecnologico in relazione alla sua genesi e al suo impatto sociale, si distingue in due approcci fondamentali e nelle rispettive varianti ed evoluzioni. Lo strumentalismo (o neutralismo ), filosofia implicita delle democrazie liberali capitaliste e fatta propria anche dalle economie pianificate, sostiene la neutralit della tecnica rispetto alle scelte politiche, sociali ed economiche, e contemporaneamente contempla la possibilit di un controllo umano sulle sue manifestazioni e applicazioni concrete. Da questa prospettiva, che ha il vantaggio di corrispondere largamente al senso comune, la tecnologia priva di qualsiasi particolare contenuto o valore: piuttosto uno strumento,

68 Capitolo II

appunto, indifferente agli usi e alle finalit per cui viene impiegato. Il determinismo , emanazione diretta dello storicismo e del positivismo del XIX secolo, interpreta la tecnologia come un ambito separato dalla sfera sociale che esercita su di essa un impatto indipendente. Verso la fine del XIX secolo, influenzata da Marx e Darwin, la filosofia del progresso si era trasformata in determinismo tecnico [] si credeva che il progresso tecnico avrebbe assicurato il cammino dellumanit verso la libert e la felicit (Feenberg 1999, p. 2). Nelle teorie deterministe, come ad esempio il marxismo tradizionale, i mezzi tecnici sono comunque neutri perch soddisfano semplicemente dei bisogni naturali; ma, a differenza della fiducia liberale nel progresso dello strumentalismo, tali teorie minimizzano il potere delluomo di controllare lo sviluppo tecnico. Il determinismo afferma che le tecnologie possiedono una logica funzionale autonoma che pu essere spiegata senza far riferimento alla societ ( ibid. p. 92). La tecnologia assunta come la variabile principale e isolabile che causa il cambiamento sociale. In riferimento al complesso fenomeno dell'interazione fra societ e tecnologia, Manuel Castells parla di "conseguenze sociali non intenzionali della tecnologia" (1996, p.7), generate dal fatto che "le persone, le istituzioni, le imprese e la societ in generale trasformano la tecnologia, qualunque tecnologia, con essa" appropriandosene, modificandola, sperimentando

(2001, p.16). Castells cita, inoltre, in proposito, laffermazione di Kranzberg secondo cui le tecnologie possono non essere in se n buone n cattive, ma esse non sono nemmeno neutrali (1996, p. 7). Questo timido superamento sia del determinismo che dello strumentalismo, non per ancora sufficiente a comprendere in che modo lideologia tecnocratica si costituisca come lorizzonte

Ecologia Digitale 69

culturale dominante della societ dellinformazione e soprattutto quali plausibili alternative si offrano. Alcune delle critiche rivolte ai recenti lavori di Castells sullimpatto sociale delle tecnologie dellinformazione sottolineano da un lato come sia anchegli vittima di un feticismo dellefficienza, che risponde pi ad un ICT imperative che ad una qualche forma di determinismo tecnologico (Suoranta 2003); dallaltro come, malgrado interpreti Internet come una creazione culturale (Castells 2001), sia in realt pi affascinato da una presunta razionalit strumentale incarnata dalla Rete e tralasci in fin dei conti di confrontarsi direttamente con gli aspetti conflittuali di Internet, delle sue culture e della sua costruzione sociale passata e presente (Lovink 2003). Pur bilanciando una tale impostazione razionalista la sua con conclusioni sulle ambivalenti e rinunciando generate apprezzabilmente al futurismo tanto in voga, Castells concentra attenzione dinamiche economiche dallapplicazione delle nuove tecnologie e condivide lidea secondo cui lutilizzazione efficiente delle ICT possa condurre un Paese al successo in economico, ad e laccesso Internet, e alle alle fonti di informazione, particolare relative

competenze migliori competitivit e spendibilit degli individui nel mercato del lavoro. Strumentalismo e determinismo, secondo cui la tecnologia e le sue concrete applicazioni sono innanzitutto il risultato di un presunto carattere universale e razionale nel della tecnica, a costituiscono la base di legittimazione pi potente dellideologia razionalista e tecnocratica descritta primo capitolo proposito dello sviluppo delle tecnologie dellinformazione e della loro massiccia applicazione nei diversi ambiti della societ. Le implicazioni di tali prospettive (necessit del progresso tecnologico, separazione fra sfera tecnica e sfera sociale e

70 Capitolo II

imposizione

causale

della

prima

sulla

seconda)

hanno

condizionato profondamente, tra laltro, il quadro concettuale e pragmatico relativo al digital divide e alla pi ampia questione del contributo delle ICT allo sviluppo. Da un lato lidea dellinevitabilit delladozione delle nuove tecnologie si inserita nel contesto pi ampio delleredit storica di quella che stata chiamata lideologia dellindustrializzazione, dalla quale emersa una tradizione di pensiero che percepisce la tecnologia come un aiuto profondo allo sviluppo, estranea alle questioni sociali del potere e del controllo (Robins e Webster 1999, p. 108). Dallaltro la mancata valutazione dellincorporazione sociale dei processi di progettazione tecnica e degli usi della tecnologia, ha compromesso gli sforzi volti a comprendere come e in che misura le ICT interagiscano con le strutture e i diversi ambiti sociali e possano in essi integrarsi per promuovere linclusione sociale.

1.2 Essenzialismo, teorie critiche e costruttivismo


I successi della tecnica moderna nel XX secolo, percepiti come una conferma delle prospettive deterministe che avevano informato gli sviluppi delle democrazie liberali, innescarono un processo di tecnicizzazione di sempre pi ambiti della vita sociale che si tramut nella tendenza tecnocratica a sottomettere la politica alle decisioni e alle competenze tecniche. In opposizione a questa tendenza tecnocratica, il sostanzialismo (o essenzialismo ) contesta sia la neutralit della tecnica sia la possibilit di un controllo umano su di essa: la tecnica incarna valori specifici di per se, in quanto dominio della razionalit e del principio di efficienza che riduce ogni cosa a funzioni e gli esseri umani al rango di oggetti sottoposti al

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controllo tecnico alla stregua delle materie prime e dellambiente naturale; lorizzonte delle sue concretizzazioni quindi precluso, e in ogni caso indifferente, allagire umano. Lessenzialismo rappresenta la reazione romantica e conservatrice al dominio della tecnica nel passaggio alla modernit, espressa gi dalla concezione distopica di Max Weber della gabbia dacciaio della razionalizzazione e poi dalla critica di Adorno e Horkeimer alla strumentalit come forma di dominio e dalle critiche di Martin Heidegger e Jacques Ellul allessenza disumanizzante dellazione tecnica. Queste reazioni, seppure motivate dalle pratiche di dominio messe in atto dalle applicazioni concrete della tecnica nel sistema capitalista e dalla loro legittimazione ad opera dellideologia razionalista, secondo Feenberg da un lato non colgono la complessit dei processi sociali coinvolti nella mediazione tecnica, e dallaltro non offrono nessun contributo per il suo inserimento nel campo dazione della democrazia. Il sostanzialismo, seppure a partire da un diverso giudizio di merito nei confronti della mediazione tecnica, condivide infatti con lo strumentalismo e con il determinismo una analoga concezione lineare del progresso e una simile separazione della sfera sociale e della sfera tecnica, che non riesce a comprendere al contrario the ecological intertwining of technology and society (Warschauer 2003, p. 204). Accettata entusiasticamente o categoricamente rifiutata, la tecnica si presenta come un entit autonoma imposta dallesterno alla societ, una sorta di seconda natura che interferisce con la vita sociale provenendo dal regno della ragione nel quale anche la scienza trova la sua origine (Feenberg 1999, p. VIII). Feenberg fa notare inoltre come tali presupposti esaltata, condivisi dominino tecnica, il campo della nel riflessione controllo filosofica e sociale sulla tecnica: nel bene e nel male, contestata o l essenza della individuata

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razionale e nellefficienza, viene data per scontata e interpretata come un attributo reale delle sue concrete applicazioni, e non come una loro visione parziale e mistificata. La rimozione delle contingenze sociali del processo tecnico e dellambivalenza a cui danno luogo, ha generato una separazione artificiosa tra lambito della tecnica e quello del significato, funzionale in fin dei conti al dominio oggettivo della prima sul secondo e allestromissione della tecnologia dallambito democratico. Le rinnovate ambizioni di razionalizzazione della met del secolo scorso suscitarono nuove reazioni distopiche, che trovarono espressione nei movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta (nuova sinistra, movimenti studenteschi, femminismo e ambientalismo) 27 e nella loro contestazione della tecnocrazia tanto sul versante capitalista quanto su quello del socialismo reale. Questi movimenti trasformarono la concezione essenzialista dei critici della modernit e sollevarono il tema del controllo sociale dello sviluppo tecnologico e di un cambiamento radicale nella natura della modernit. Lattenzione sollevata da questi movimenti nei confronti della contingenza sociale e della matrice ideologica della tecnica venne raccolta da alcuni studiosi americani e soprattutto, nelle sue implicazioni politiche, dal pensiero critico europeo, in particolare da Herbert Marcuse e Michel Foucault. Leredit storica del sostanzialismo giunse quindi alla rottura con il determinismo tecnico e riconobbe il carattere storicamente determinato della tecnologia moderna. Le teorie critiche della tecnica cui Feenberg si riferisce anche con lespressione distopie di sinistra affermano il ruolo dellagire umano, rifiutando allo stesso tempo la neutralit della tecnica. Mezzi e fini sono collegati in sistemi soggetti al nostro controllo finale (Feenberg 1999, p. 12). Pur fortemente

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influenzati dal sostanzialismo e concordando con esso sulla natura tecnica delle forme moderne di dominio, Marcuse e Foucault rifiutano lidea che esista ununica via al progresso basata sulla razionalit tecnica e aprono lo spazio per una riflessione filosofica sul controllo sociale dello sviluppo tecnologico (p. 8), introducendo una nozione di dominio pi specificatamente sociale che stabilisce un legame tra dominio tecnico e organizzazione sociale (p. 9). La rivalutazione delle distopie di sinistra da parte di Feenberg motivata in primo luogo dalla loro duplice valutazione dellincorporazione sociale della tecnica, da un lato, e dello spazio dellagire umano nelle scelte tecnologiche, dallaltro; in secondo luogo dal loro stretto rapporto con i movimenti sociali che sollevarono la questione di una politicizzazione della tecnica; infine dal ruolo da esse ricoperto nella trasformazione dellorizzonte di plausibilit delle riflessioni sulla scienza e sulla tecnica. E proprio a partire dalle questioni sollevate dai movimenti sociali e dalle teorie critiche, infatti, che i recenti lavori della sociologia costruttivista della tecnica sono stati in grado di affermare la natura prettamente sociale delle tecnologie. Influenzato inoltre dalla rottura di Thomas Kuhn con il positivismo e dal programma forte della sociologia della conoscenza e basato su un empirismo rigoroso, il costruttivismo sociale focalizza lattenzione sulle alleanze sociali che sono alla base delle scelte tecnologiche, in cui una grande variet di gruppi sociali interpreta il ruolo di attori nello sviluppo tecnico (p. 13). Ma, secondo Feenberg, laddove il determinismo ha sovrastimato limpatto indipendente degli artefatti sul mondo sociale, il nuovo approccio, limitandosi allo studio dei problemi strategici che riguardano la costruzione e laccettazione di dispositivi e sistemi particolari, ha disaggregato a tal punto la

74 Capitolo II

questione della tecnica da non riuscire a cogliere ed affrontare le implicazioni considerazione tecnologie. politiche della che natura solleva inevitabilmente orientata la delle socialmente

1.3 La razionalizzazione democratica


Le prospettive del determinismo e dellessenzialismo, che hanno dominato finora le riflessioni sui rapporti fra tecnologia e societ, non hanno saputo cogliere la natura sociale della tecnica e delle sue concrete applicazioni. La dimensione sociale dei sistemi tecnologici appartiene invece anchessa allessenza della tecnica. I processi sociali e la competizione fra i diversi sistemi di valori danno forma alla progettazione tecnicoscientifica e ancora prima allinsieme mezzi-fini di cui una societ decide di dotarsi. La storia delle innovazioni tecnologiche, con particolare riferimento proprio al campo delle ICT, dimostra inoltre la natura interattiva del processo tecnico, in cui usi e interpretazioni alternative retro-agiscono sulle tecnologie e contribuiscono a plasmarne caratteristiche e significati sociali. Tecnologia e societ sono quindi il risultato di un processo di co-generazione reciproca la cui congruenza il frutto di adattamenti continui e in divenire. La tecnologia la societ e viceversa. Le mistificazioni del determinismo tecnologico e della razionalizzazione paradigmi tecnocratica nascondono e degli la relativit che dei li tecnologici dominanti interessi

supportano e negano non solo lopportunit ma la stessa possibilit di stabilire un controllo democratico sullo sviluppo tecnologico e sulle sue concrete applicazioni; come conseguenza di ci, inoltre, finiscono per estendere la presa del controllo

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strumentale, razionale e tecnologico sulla societ. Ci il frutto, come si visto, non tanto di una presunta essenza asociale della tecnica, quanto invece proprio dellinserzione sociale di tutte le dimensioni della tecnologia, dalle esigenze da cui scaturisce, alla progettazione tecnica che le da forma, fino agli usi e ai significati sociali che stimola e agli effetti in cui si materializza. Se i presupposti del determinismo e lideologia della razionalizzazione antidemocratici inadeguati a e tecnocratica le reali si rivelano escludenti, non ma solo anche sviluppo intrinsecamente

cogliere

dinamiche

dello

tecnologico, deve porsi una prospettiva alternativa che si confronti, senza fughe dalla realt ma allinterno dellorizzonte democratico, con la complessit delle nostre societ tecnologicamente avanzate, svelando le dinamiche sociali che inquadrano e plasmano i fenomeni tecnologici e consentendo di comprenderne e immaginarne i modelli di unappropriazione creativa. tecnologici Tanto pi se ad essere coinvolta nei processi come la unattivit umana fondamentale

comunicazione. Tanto pi se lo sviluppo tecnologico messo in relazione con la questione della distribuzione diseguale di ricchezze e opportunit. Il costruttivismo ha minato alla base le due premesse fondamentali dellapproccio determinista in parte comuni anche allessenzialismo , confutando sia lidea di un progresso tecnico unilineare ossia che esso segua una sequenza unica di tappe necessarie , sia quella di una determinazione dalla base ossia lidea che le istituzioni sociali debbano adattarsi agli imperativi della base tecnologica (Feenberg 1999, pp. 9293). I nuovi sistemi tecnologici emergono in realt da un

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processo di negoziazione e conflitto fra gruppi sociali rilevanti in cui la scelta fra le alternative non dipende in ultima istanza n dallefficienza tecnica n da quella economica, come pretende chi si affida ad una presunta razionalit tecnica assoluta, ma dallintersezione di oggetti, interessi e credenze di questi gruppi sociali (p. 95). Tutti gli artefatti tecnologici presentano quindi, secondo lapproccio costruttivista, una flessibilit interpretativa, vale a dire che essi vengono percepiti e utilizzati in maniera differente dai diversi gruppi sociali coinvolti nel processo di progettazione. Questo processo sociale non risponde a nessun criterio di necessit, in quanto non concerne la soddisfazione dei bisogni umani naturali, ma riguarda la definizione culturale dei bisogni e quindi dei problemi ai quali la tecnologia si rivolge ( ibid. p. 100). La cultura e lideologia entrano quindi nella storia come forze effettive non solo nel campo politico, ma anche nella sfera tecnica, cos come osservato nel primo capitolo. Lo sviluppo sociale non determinato dallo sviluppo tecnologico, ma dipende allo stesso tempo da fattori tecnici e sociali (p. 99). La valutazione delle implicazioni di tale interpretazione della tecnologia per una politica democratica della tecnica costituiscono loriginale contributo di Feenberg al modello costruttivista. Se la tecnologia uninsieme di potenzialit inesplorate, sono gli imperativi non tecnologici a determinare la gerarchia sociale attuale. La tecnologia piuttosto una scena della lotta sociale, [] in cui le alternative politiche si fanno concorrenza (p. 99). E laddove il costruttivismo considera fra i gruppi sociali rilevanti soprattutto gli attori pi visibili (scienziati, ingegneri, tecnici, amministratori, manager), Feenberg considera necessario includervi anche i semplici utilizzatori, il cui ruolo nel processo di interpretazione sociale

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della tecnologia particolarmente visibile proprio nellambito delle ICT e nello sviluppo della CMC (Computer Mediated Communication). La definizione della tecnologia, arricchita dalla considerazione dei suoi aspetti sociali e politici, pu includere quindi i suoi significati sociali e i suoi orizzonti culturali (p. 100) 28 . Patrice Flichy distingue in proposito un quadro di funzionamento e un quadro duso di un dispositivo tecnologico, per segnalare la differenza tra le caratteristiche specifiche che determinano la sua messa in atto e l'insieme delle manipolazioni e delle attribuzioni di significato di cui esso viene fatto oggetto da parte di una specifica comunit di utenti. Jean Baudrillard suggerisce un approccio simile adattando la distinzione linguistica fra denotazione e connotazione per descrivere la differenza fra la funzione degli oggetti tecnici e le loro numerose altre associazioni. Feenberg sottolinea, daltra parte, come tali distinzioni, per quanto utili, siano il prodotto, e non il presupposto del mutamento tecnico. Linterazione in divenire fra lo sviluppo e luso dei dispositivi tecnologici e il contesto sociale e cristallizzazione istituzionale determina nel tempo una tanto delle funzioni quanto dei dialettica

significati sociali. [] la funzione un termine relazionale che attribuiamo alloggetto come se fosse una qualit reale. In realt, la funzione di ogni tecnologia relativa alle organizzazioni che la creano, la controllano e che le forniscono un obiettivo ( ibid. p. 140). Feenberg avanza quindi una lettura dinamica della cristallizzazione di funzioni e significati in un dispositivo: la distinzione statica di Flichy diventa un processo dinamico in cui lessenza stessa della tecnica caratterizzata da due aspetti che spiegano, uno la costituzione funzionale degli oggetti tecnici, definita strumentalizzazione primaria, e laltro la

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realizzazione di oggetti e soggetti correlati in reti e dispositivi reali, definita strumentalizzazione secondaria (p. 241). Se al livello della strumentalizzazione primaria si dispiega la relazione tecnica fondamentale, in cui il mondo della vita viene ridotto a materia prima e ad oggetto di calcolo e sfruttamento, attraverso la strumentalizzazione secondaria questa relazione tecnica produce sistemi o dispositivi concreti, integrati con gli ambienti naturali, tecnici e sociali che ne sostengono il funzionamento, recupera cio la sua dimensione contestuale (p. 244). Una tale lettura consente a Feenberg di integrare in ununica cornice le risposte alle questioni sollevate dalle filosofie essenzialiste (reificazione e tecnicizzazione del mondo della vita) e dalla sociologia costruttivista (costruzione sociale della tecnologia), correggendone allo stesso tempo i rispettivi limiti. E gli consente soprattutto, come vedremo, di individuare, al livello delle strumentalizzazioni secondarie, lo spazio di una opposizione democratica al dominio della razionalit tecnica. Il processo della progettazione tecnica, oltre a definire significati sociali e funzioni di un dispositivo, incorpora anche alcuni presupposti pi generali che concernono i valori sociali e che costituiscono quello che Feenberg definisce lorizzonte culturale della tecnologia (p. 103). Le controversie fra le alternative in campo nella fase di definizione di una tecnologia si risolvono, in effetti, privilegiando una configurazione fra le molte altre possibili (p. 105), selezionata dagli interessi dominanti. Questo processo di chiusura della tecnologia fissa un insieme definito di funzioni e significati sociali nella forma di un codice tecnico, il quale definisce la tecnologia in termini strettamente tecnici conformemente al significato sociale che esso ha acquisito e fornisce un modello per altri sviluppi nello

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stesso settore ( ibid. p. 105) 29 . La chiusura produce una scatola nera, ossia un artefatto le cui origini sociali sono dimenticate e i cui significati sociali sono dati per scontati come impliciti e necessari. determinista Questo per cui processo lartefatto allorigine appare come dellillusione qualcosa di

puramente tecnico e persino inevitabile. In questo senso il sistema tecnologico si costituisce come lincarnazione tecnica di unegemonia culturale, concetto ripreso dalla tradizione dei cultural studies nella sua accezione di una modalit di dominio contestabile e adottato da Feenberg per sottolineare il margine di trasformazione di una tecnologia di cui dispongono i normali utenti. Nelle societ capitaliste la razionalizzazione tecnocratica egemonizza lorizzonte culturale e la progettazione tecnica la chiave del suo potere (p. 103). Proprio a partire dalla mancata consapevolezza che questa egemonia possa essere contestata come una, e non lunica, tra le forme 175) possibili come di razionalizzazione, dellagire umano Feenberg capace propone di il concetto, e la pratica, di razionalizzazione democratica (pp. 87forma fornire unalternativa alla pura razionalit tecnologica. La nozione di razionalizzazione democratica un ribaltamento della posizione di Max Weber che considera la burocrazia la sola forma razionale di modernit. Feenberg afferma al contrario che lopposizione agli imperativi tecnologici non rientra necessariamente nella categoria dellirrazionalit, ma si configura piuttosto come una forma alternativa di razionalit. Attraverso una critica al concetto di domesticazione di Silverstone e la discussione di alcuni spunti forniti da Foucault, de Certau e Latour, Feenberg giunge a definire la prospettiva della razionalizzazione democratica.

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Lapproccio di Roger Silverstone e di altri cullturalisti alla ricezione della tecnologia allinterno della famiglia, e la relativa metafora della domesticazione, privilegiando ladattamento e labitudine e connotando i confini limitati della casa, non sembrano sufficienti a definire lo spazio di un agire umano significativo nei confronti della tecnica e a valorizzarne inoltre le implicazioni pubbliche (p. 129-130). Le riflessioni di Foucault (1977) sul rapporto fra sapere e potere illustrano invece la contrapposizione fra regimi di verit e strutture di potere incarnate negli artefatti e nei discorsi scientifici, da un lato, e saperi assoggettati e parziali (situati) in grado di attuare una ricodificazione del sistema a partire da forme di lotta locali, dallaltro (Feenberg 1999, p. 131-133). Riprendendo alcune idee generali di Foucault, Michel de Certau (1980) propone la relazione costituente fra le strategie di controllo e pianificazione dei poteri istituzionalizzati e le tattiche di diversione e destabilizzazione attuate inevitabilmente dagli attori sociali nel processo di realizzazione delle strategie (Feenberg 1999, p. 134-136) 30 . Una relazione simile a quella, rilevata in ambito linguistico, fra langue e parole , e alla base del principio di simmetria, elaborato da Bruno Latour, fra programmi e anti-programmi incorporati negli oggetti tecnici e operanti per mezzo di deleghe tecnologiche (p. 137-143). La discussione dei meccanismi di legittimazione e dei limiti della razionalit tecnica guida Feenberg verso la considerazione, mutuata da Marcuse e da Foucault, del limite posto alla razionalizzazione tecnocratica dalla resistenza dei suoi stessi oggetti umani e verso il conseguente recupero di uno spazio dellagire umano significativo confrontato non con la tecnica in quanto tale, ma con le tecnologie e i dispositivi concreti che ne costituiscono la materializzazione. Un tale

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impianto critico nei confronti della tecnologia porta il filosofo americano a riaffermarne la contingenza sociale e la centralit politica per lambito democratico. La razionalizzazione democratica , allora, laffermazione della razionalit della partecipazione pubblica informale al cambiamento tecnologico (p. 90) e dellimplicazione pubblica dellintervento dellutente che sfida le strutture di potere non democratiche radicate nella tecnologia moderna (p. 130); essa procede attraverso progressi tecnici che si oppongono alla tecnocrazia (p. 197) e allegemonia tecnologica ed leffetto dei programmi dominati che realizzano i potenziali tecnici ignorati o rifiutati dai sistemi dominanti (p. 87). tecniche, Le razionalizzazioni innovativi, democratiche progettazione le (controversie attuale dialoghi della

partecipata, appropriazioni creative) (pp. 143-154) rendono lambivalenza tecnologia, contrastando dinamiche di conservazione della gerarchia e le strategie tecnocratiche di modernizzazione messe in atto dagli interessi dominanti (p. 90-91) 31 .

1.4 Razionalizzazione democratica e disuguaglianze digitali


La storia dei media di comunicazione emblematica sia dellambivalenza della tecnologia, sia delle dinamiche di appropriazione creativa da parte degli utenti. Gli sviluppi dellinformatica applicata e delle reti di comunicazione fra computer, in particolare di Internet, ne costituiscono per molti aspetti quasi esempi paradigmatici. E evidente, quindi, la pertinenza della prospettiva della razionalizzazione democratica per gli sviluppi delle tecnologie dellinformazione e comunicazione; lo stesso Feenberg, impegnato in alcuni progetti

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specifici nel campo della comunicazione mediata dal computer, dedica ampio spazio allinsorgenza della comunicazione umana nelle reti telematiche originariamente progettate per la trasmissione di dati (il Minitel in Francia e la stessa Internet ai suoi esordi negli Stati Uniti) (Feenberg 1999) e alla costruzione sociale delle comunit online (Feenberg e Bakardjieva 2002). Le analisi di Feenberg si rivelano allora utili a sgombrare il dibattito sul digital divide e sul rapporto fra ICT e inclusione sociale da semplificazioni e mistificazioni, e si traducono in due elementi di riflessione fra loro complementari. In primo luogo, la considerazione dei processi di costruzione sociale delle tecnologie richiama la questione cruciale di come i significati sociali sedimentati nei sistemi tecnologici e lorizzonte culturale in essi incarnato si confrontino con la loro ricezione da parte dei nuovi utilizzatori. I gruppi sociali dominanti che contribuiscono alla definizione dei dispositivi tecnologici nella fase di progettazione sono anche i primi a fruire delle novit tecnologiche e a fissarne la definizione in una certa configurazione di funzioni e significati. Nel caso di Internet, in particolare, il ruolo dei pionieri stato particolarmente significativo nel forgiarne gli aspetti socio-tecnici, data la velocit del processo di feedback e la flessibilit della tecnologia (Castells 2001). Attraverso un processo di progressiva chiusura che, come nel caso di tutte le tecnologie pi recenti, non ancora compiuto la specifica cultura di Internet emersa come sintesi delle diverse culture incarnate dai gruppi sociali rilevanti nelle diverse fasi della sua progettazione. Con una progressione temporale non priva di conseguenze, tecnici, ricercatori e scienziati del mondo accademico e militare, hacker , gruppi alternativi e network comunitari, e pi tardi imprenditori e manager della new

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economy , hanno contribuito a plasmare i caratteri tecnici e sociali del mezzo e a improntarlo ad unideologia della libert (di espressione e dimpresa), coerente con il pi complessivo milieu socio-culturale di provenienza. La massa dei semplici utenti arrivata molto dopo, sullonda della commercializzazione del Web e dei progressi raggiunti dalle tecnologie di trasmissione ed elaborazione dei dati e dai software per la gestione, la programmazione e la presentazione delle informazioni. La configurazione socio-tecnica attuale di Internet porta i segni delle sue contraddittorie origini e motivazioni, allo stesso tempo radicate nel cuore dellOccidente e protese verso un ideale universalistico, capitaliste e comunitarie, tecnocratiche e libertarie, militari e controculturali. Il vantaggio temporale, le strutture di potere consolidate e legemonia culturale dei modelli della razionalit tecnica, hanno comunque finito per assegnare un ruolo preponderante alla cultura tecno-meritocratica condivisa dalla maggior parte degli attori coinvolti e cruciale negli ambienti universitari e scientifici in cui la tecnologia ha mosso i suoi primi passi e agli imperativi della produttivit economica e del profitto che ne hanno contraddistinto ladozione nel mondo imprenditoriale e amministrativo e la diffusione di massa degli anni Novanta. Lorizzonte culturale di Internet, e in generale delle nuove ICT, ancorato nei valori e nei codici culturali dei gruppi sociali benestanti e acculturati delle societ occidentali, con una forte caratterizzazione maschile e nordamericana (Castells 2001). Questa deformazione iniziale contribuisce a spiegare, tra laltro, alcune delle disparit nellaccesso alle ICT tra diversi gruppi sociali e tra diverse zone del pianeta (Warschauer 2003). La disponibilit di contenuti e servizi giudicati utili o allettanti e la presenza di utenti allinterno dei propri gruppi sociali di

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riferimento, ad esempio, sono tra i fattori che motivano le persone ad utilizzare Internet (Di Maggio et al . 2004). La cultura dei creatori e dei primi utilizzatori di Internet ha determinato in effetti una prevalenza di contenuti e applicazioni commerciali, orientate dai valori delloccidente ricco, un predominio della lingua inglese e una parallela scarsa reperibilit di contenuti alternativi 32 . Le persone provenienti da altre culture, che parlano altre lingue in molti casi con sistemi di scrittura diversi dalle lingue latine o addirittura non alfabetici o che hanno semplicemente dallaccedere al interessi Web diversi, per sono di dunque scoraggiate La attivit consultazione .

conseguente scarsa presenza in Rete di questi gruppi sociali, oltre ad esasperare la marginalizzazione dei contenuti minoritari, costituisce a sua volta per chi ne fa parte un fattore di dissuasione dallaccedere ad Internet per quelle attivit di comunicazione, scambio e condivisione che si attivano sulla base dellesistenza di una massa critica di utilizzatori allinterno delle proprie reti sociali. In questo caso, dunque, elementi tecnici, sociali, culturali ed economici, interni allorizzonte culturale della razionalit tecnica Internet (strumentalizzazione (strumentalizzazione primaria) e incorporati nella costituzione materiale e simbolica del sistema tecnologico secondaria), contribuiscono nellinsieme a dettare le soglie di accesso alle nuove tecnologie e una conseguente stratificazione sociale degli usi e dei benefici associati alle nuove tecnologie in una determinata cultura . Per i segmenti di popolazione delle societ avanzate e dei Paesi in via di sviluppo non raggiunti, o toccati solo marginalmente, dallultima ondata di innovazioni tecnologiche nel campo dellinformazione e della comunicazione, linnesto di queste tecnologie nel tessuto di significati, relazioni e pratiche

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sociali preesistente presenta quindi alcuni aspetti di criticit. Il processo di diffusione di queste tecnologie, se adeguatamente contestualizzato, pu innescare processi di appropriazione che rispondano a bisogni e desideri socialmente riconosciuti e impattino, cos, efficacemente le dinamiche di esclusione sociale e impoverimento crescenti. Ma se un tale processo di appropriazione non si verifica e non viene favorito le nuove tecnologie si rivelano del tutto inefficaci nel sostenere percorsi di sviluppo endogeni, autodiretti e sostenibili e rischiano al contrario di aggravare le dinamiche di subalternit dei soggetti svantaggiati nei confronti di poteri economici le cui maglie non possono in ogni caso essere eluse perch in grado di raggiungere le risorse loro necessarie in qualunque luogo esse si trovino e di imporre ovunque gli effetti delle loro politiche. In secondo luogo, allora, la prospettiva di cogliere e della tutta della razionalizzazione lambivalenza democratica tecnologie consente

delle

dellinformazione

comunicazione e affrontarne la fondamentale contraddizione fra usi sociali e strumentali. Le differenze nella disponibilit e nelluso significativo dei dispositivi della comunicazione in rete da parte di individui e comunit costituiscono, nel contesto di uneconomia informazionale, una fonte di nuove disuguaglianze ed esclusioni sociali che vanno a sommarsi o ad aggravare quelle precedenti, e mobilitano quindi governi, privati, organismi non governativi e istituzioni internazionali ad unazione di contrasto al digital divide . La diffusione delle tecnologie e delle possibilit di accesso alle reti, nello scenario dellattuale modello globale di sviluppo capitalista, non va per ad intaccare, ed anzi rafforza, gli squilibri nella distribuzione di potere e ricchezze. I modelli di divisione internazionale del lavoro nei comparti produttivi delle ICT, i processi di concentrazione nei settori delle nuove industrie

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culturali, nellambito

una della

complessiva dialettica

gerarchizzazione non

delle fanno

reti che

globale/locale

sottomettere nuovi spazi alle prerogative della valorizzazione economica e della razionalizzazione tecnocratica. La fruizione dei media digitali e laccesso alle reti delleconomia globale da parte dei soggetti esclusi dal benessere economico e dal potere di influenza culturale delle societ capitaliste, assumono allora le forme della subalternit, dellimpoverimento e dellomologazione delle differenze culturali e della perdita del controllo sulle proprie vite e culture. Come sottolinea Castells (2001, p. 157), nella societ in rete il potere viene esercitato primariamente intorno alla produzione e alla diffusione di codici culturali e contenuti dinformazione. Il controllo dei network di comunicazione diventa la leva con cui interessi e valori vengono trasformati in norme che guidano il comportamento umano. Questa duplice natura delle dinamiche di esclusione fa s che la tematizzazione dominante della questione delle disuguaglianze nella societ dellinformazione vada incontro ad uninsanabile contraddizione. La nozione di digital divide la cui presunta neutralit apparente e strumentale quanto quella attribuita alle stesse tecnologie e le relative politiche, inscrivendosi nello stesso orizzonte culturale della razionalizzazione tecnocratica, finiscono in effetti per legittimarne e riprodurne le relative dinamiche servizio di esclusione sviluppo si che vorrebbero contrastare. in programmi Gli di interventi volti a colmare il gap tecnologico e a porre le ICT al dello concretizzano trasferimento tecnologico, che invece di stimolare e favorire lappropriazione autonoma degli strumenti in questione, mirano a far percorrere ai soggetti ritardatari le tappe di una modernizzazione il cui assunto implicito lidea determinista di un progresso unilineare e necessario. Allorigine di tali

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politiche vi stato, tra laltro, il ritorno in auge di una concezione diffusionista dello sviluppo (Mattelart 2001) gi messa alla prova dalle fallimentari strategie degli anni Sessanta e Settanta ispirate dallideologia quantitativa della modernizzazione ( ibid. ) secondo cui linnovazione e il cambiamento sociale procedono dallalto verso il basso, per un processo a cascata dalle emittenti centrali e dalle elites tecniche verso i riceventi periferici e gli amministrati. Un tale modello di sviluppo, in cui, come sottolinea suggestivamente Mattelart (2001), il ricevente condannato, in qualche modo, allo status di clone dellemittente , daltra parte, perfettamente coerente con i processi di spersonalizzazione e di imposizione attuati dalle reti strumentali del capitalismo globale. Ma se si vuole interrompere il circolo vizioso fin qui evidenziato tra sviluppo tecnologico ed esclusione sociale, ricerche e politiche riguardanti la diseguale distribuzione delle ICT e il loro contributo allo sviluppo umano, dovrebbero concentrarsi meno sullaspetto quantitativo della diffusione delle tecnologie o sul loro impatto sugli indici di produttivit e crescita economica, e considerare maggiormente le potenziali interazioni tra i modelli tecnologici disponibili da un lato e il sistema di risorse, bisogni e relazioni di potere presente in un determinato contesto dallaltro, stimolando al contempo creativit e risorse locali nei processi di diffusione delle nuove tecnologie. Indagare la relazione costitutiva e dinamica fra artefatti, funzioni e significati sociali e assumere la prospettiva della razionalizzazione democratica significa, nellambito delle ICT per lo sviluppo, valorizzare il ruolo attivo degli attori sociali nelladozione e nella trasformazione delle nuove tecnologie. Significa focalizzare lattenzione sul mutamento sociale desiderato e sui benefici e non sulla tecnologia in se,

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ossia promuovere un uso strategico e consapevole delle nuove tecnologie, adattato agli specifici obiettivi che gli stessi soggetti si danno e integrato nel pi ampio contesto delle precedenti strategie e dei bisogni locali di informazione e di comunicazione.

2. Unaltra razionalit possibile: l ecologia digitale


Un interesse non strumentale per il possibile contributo delle nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione allo sviluppo umano di individui e comunit non pu quindi prescindere dalla discussione delle concrete forme, applicazioni e modelli duso che tali tecnologie vanno assumendo nel corso della loro evoluzione. Queste concretizzazioni, come abbiamo visto, non solo non sono determinate da alcun principio tecnico od economico a priori , bens generate dalla negoziazione sociale fra gli attori rilevanti che partecipano allampio processo di progettazione; in particolare nellambito delle ICT, le concrete applicazioni sono anche e significativamente forgiate dallintervento attivo degli utenti e dei diversi soggetti che a vario titolo vi sono coinvolti. Nella ricognizione di Feenberg (1999) laffermazione delle tematiche dellambientalismo e lemersione della comunicazione umana nelle reti di computer (Minitel in Francia e Internet negli Stati Uniti) costituiscono ambientali due del significativi sistema esempi di e razionalizzazione democratica": le controversie relative alle conseguenze industriale lappropriazione creativa delle tecnologie di rete hanno fatto emergere, nei rispettivi ambiti, quei potenziali tecnici ignorati o rifiutati dal sistema dominante ( ibid. , p. 87) che si oppongono alla razionalizzazione tecnocratica. Sottomettendo la presunta

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imparzialit democratica modellante

della e dal le

razionalit sue concrete degli

tecnica utenti, le

alla

discussione allintervento

applicazioni

basso

razionalizzazioni

democratiche includono nei processi di progettazione tecnica valori e significati alternativi a quelli, orientati al profitto, allefficienza, alla pianificazione e al controllo, della razionalizzazione tecnocratica. Gli interessi dominanti, del resto, come gi detto non hanno tardato ad appropriarsi a loro volta delle manifestazioni di una tale razionalit alternativa, riconducendola nei binari dettati dalle loro tradizionali esigenze: basti pensare al controverso significato delluso strumentale delle tematiche ambientali sociale nellambito della o cosiddetta responsabilit dellimpresa; allaltrettanto

ambivalente commercializzazione della Rete e dei processi di comunicazione in genere nella nuova fase digitale . Lincessante avanzata e la pervasivit delle tecnologie digitali in un crescente numero di ambiti fondamentali della nostra esistenza, il ruolo strategico che esse ricoprono nelle principali dinamiche economiche e politiche a diverse scale e i diversi processi di esclusione a cui danno luogo, sollevano oggi, nel contesto dell informazionalismo e della societ in rete , questioni per alcuni aspetti analoghe a quelle emerse dai movimenti ambientalisti ed ecologisti negli anni Sessanta e Settanta in relazione allimpatto delle tecnologie industriali e dellindustrializzazione in generale sullambiente naturale e umano. Alcuni dei movimenti e dei gruppi sociali rilevanti impegnati attivamente sul terreno della tematizzazione, della proposta e della contestazione politica intorno alle questioni sociali e democratiche poste dalla societ dellinformazione, adoperano esplicitamente lespressione ecologia digitale per

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significare allo stesso tempo un ambito di intervento e una prospettiva ideale. Lapproccio ecologico alle tecnologie e alle risorse dellinformazione e della comunicazione da un lato costituisce uninteressante prospettiva da cui guardare alle relazioni tra tecnologie e societ con un particolare accento sulla dimensione locale; dallaltro rappresenta, come si diceva, un caso di razionalizzazione democratica, vale a dire linclusione nella discussione pubblica di temi relativi agli usi delle tecnologie che la razionalit tecnica dominante non considera e lemersione di scenari e soluzioni tecniche e politiche alternative.

2.1 Ecologie dellinformazione


In una prospettiva pi ampia rispetto a quella dellecologia digitale, alcuni autori utilizzano la metafora biologica per rendere conto dei complessi fenomeni di evoluzione e adattamento reciproco delle ICT, dei media e della societ. Warscahuer (2003) suggerisce di guardare al rapporto tra le tecnologie e i diversi contesti sociali in cui operano, come ad una interdipendenza ecologica, vale a dire una relazione in cui i diversi elementi e attori che compongono il quadro agiscono luno sullaltro in una dinamica di adattamento e cambiamento reciproco. Fidler (1997) adopera la metafora biologica per indicare i caratteri della mediamorfosi , ossia dei processi storici di selezione ed evoluzione che interessano i media e i domini della comunicazione. Nardi e ODay (1999) propongono lespressione ecologia dellinformazione ( information ecology ) 33 per indicare un sistema di persone, pratiche, valori e tecnologie in un determinato contesto (Nardi e ODay 1999, traduzione mia ). La

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prospettiva delle due ricercatrici americane focalizza linteresse principale non sulla tecnologia in se, ma sulle attivit umane servite dalle tecnologie ( ibid. ) in uno specifico ambiente locale, come unistituzione, una comunit, uno spazio virtuale in rete. Le caratteristiche salienti di unecologia dellinformazione sono analoghe a quelle di un ecosistema biologico: essa infatti un sistema di relazioni e dipendenze fra elementi tecnici, umani, culturali e sociali interessati da dinamiche di coevoluzione e alcuni dei quali ricoprono dei ruoli chiave per il funzionamento complessivo del sistema; unecologia esibisce inoltre un certo grado di diversit e variet interna ed situato in uno specifico contesto locale . Questa dimensione locale delle ecologie dellinformazione le rende inoltre, secondo Nardi e ODay, gli ambiti privilegiati della partecipazione collettiva alla definizione delle applicazioni e degli usi delle tecnologie. La metafora ecologica che si proposta dalle due le ricercatrici tecnologie americane permette quindi di focalizzare lattenzione sulle complesse relazioni instaurano fra dellinformazione e i valori, i saperi e le pratiche situate in un determinato ambiente ; consente inoltre, indicando ununit di osservazione intermedia come un ambiente locale, di sfuggire allo stesso tempo sia alla concezione comune della tecnologia come strumento con cui le persone si relazionano singolarmente e in modo neutro, sia allidea di un sistema tecnico omogeneo e su larga scala in cui al contrario le persone non sono che meccanismi di un ingranaggio; permette di cogliere, infine, peraltro con un deciso richiamo alla teoria della razionalizzazione democratica di Feenberg il ruolo attivo svolto da unampia gamma di attori nella definizione delle

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concrete applicazioni delle tecnologie dellinformazione e nella loro integrazione nei diversi contesti sociali duso.

2.2 Propriet intellettuale vs. information e digital commons


Il concetto di ecologia digitale (o ecologia informazionale ) emerso negli ultimi anni in analogia con le tematiche relative alla salvaguardia dellambiente naturale sollevate a partire dagli anni Cinquanta dallambientalismo e dallecologismo. Lespressione si colloca infatti, in prima istanza, nellambito delle questioni sollevate da quei movimenti che, preso atto della centralit delle risorse di informazione e conoscenza in moltissimi ambiti fondamentali delle societ contemporanee, ne evidenziano la natura di beni comuni e sottolineano la necessit di preservare questultima dai processi di privatizzazione e commercializzazione portati avanti dagli attori economici e politici dominanti. Questi ultimi fondano le loro pretese sulla nozione per nulla neutrale e gi in parte discussa nel primo capitolo di propriet intellettuale e sullequiparazione delle risorse in questione a merci ( commodities ), alla stregua di un qualsiasi bene materiale (cfr. Cap. 1, par. 3). In effetti il primo riferimento ad un ambientalismo per la Rete si trova in un saggio del 1997, in cui il professore di legge americano James Boyle argomenta lopportunit di un ampio dibattito politico intorno al quadro teorico e alle politiche relative alla propriet intellettuale, in quanto forma legale fondamentale della societ dellinformazione e questione centrale nello sviluppo di Internet. Boyle individua e paventa gi allora la tendenza verso unestensione del concetto e dei suoi ambiti di applicazione, costruita intorno agli interessi di pochi

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attori economici e sulla base di una valutazione semplicistica dei concetti di propriet e di autore , a discapito del fair use e soprattutto di un dominio pubblico delle conoscenze. Questo spazio inteso da Boyle in analogia allambiente naturale: come questo stato posto al centro del dibattito pubblico dal movimento ambientalista come elemento di considerazione contrapposto agli interessi economici dei privati, anche il dominio pubblico deve essere inventato e protetto dallo sfruttamento miope delle forze del mercato. Gli anni successivi a questo saggio da un lato hanno visto confermate le previsioni di Boyle di una maggiore estensione della portata dei diritti di propriet intellettuale, dallaltro hanno visto anche diffondersi dibattiti, movimenti dopinione e pratiche politiche e tecniche in difesa delle diverse forme di un dominio pubblico delle conoscenze, contro quello che in un saggio recente lo stesso Boyle ha definito come un secondo movimento di enclosure , the enclosure of the intangible commons of the mind 34 (vedi Cap. 1 par. 3). Il riferimento alla condizione dei terreni agricoli di uso pubblico ( commons ) precedente allo storico processo di enclosure a cui si richiama Boyle (avvenuto tra il 1500 e il 1800), assai comune tra i movimenti e le organizzazioni che si battono per un pi equo bilanciamento tra i diritti di propriet e quelli di libero acceso e uso dellinformazione. In origine riferito ai terreni agricoli usati liberamente dai contadini per coltivare e allevare gli animali in Inghilterra fino al 1500, il termine commons sta ora ad indicare in generale una risorsa, una struttura o un servizio condiviso da una comunit di produttori o consumatori (Kranich 2004). Molte risorse materiali sono state gestite nel corso della storia e sono tuttora gestite completamente o in parte in regime di propriet comune o di

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libero accesso: tra queste, le foreste e il legname, i terreni per il pascolo, le riserve idriche e ittiche, le vie di comunicazione e trasporto, le piazze, le strade, i parchi e altri luoghi pubblici di citt e stati. In molti casi anche le risorse informative sono accessibili e fruibili in una condizione simile: le collezioni di risorse letterarie e artistiche delle biblioteche comunali, le trasmissioni televisive pubbliche, alcune porzioni dello spettro elettromagnetico e i protocolli ed i software di base di Internet sono tutti esempi di risorse immateriali soggette ad un regime di propriet comune o di libero accesso. Il dibattito in ambito giuridico, economico, sociologico e antropologico sullefficacia, lefficienza e la sostenibilit della gestione condivisa delle risorse, prende le mosse dal noto saggio del 1969, The Tragedy of Commons , in cui Garret Hardin, riferendosi allesaurimento dei terreni comuni utilizzati per il pascolo, il argomentava linsostenibilit delle di un (Carlini accesso 2002; indiscriminato alle risorse comuni, pena uneccessiva domanda e conseguente deterioramento stesse Rheingold 2002; Kranich 2004). Negli anni seguenti altri studi hanno dimostrato che le conclusioni di Hardin valgono in realt solo per quei commons gestiti in regime di accesso libero ( ibid .) e che anche in questi casi la tragedia non n il pi frequente n il pi probabile degli esiti: in effetti nella maggior parte dei casi si osservano modalit di regolazione implicita delle risorse comuni, improntate a diversi modelli di reciprocit ed egoismo altruistico, che garantiscono uno sfruttamento accorto e un equo bilanciamento tra costi e benefici (Carlini 2002) 35 . In altri casi, descritti da Carol Rose, addirittura il valore complessivo di una risorsa aumenta proprio in virt del numero di persone coinvolte nella sua fruizione. Rose cita il caso di attivit collettive quali i festival o le piste da ballo, in cui i

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partecipanti possono ciascuno investire quantit limitate di risorse personali traendone invece un beneficio che cresce allaumentare dei partecipanti, almeno entro certi limiti che Rose individua nellambito dei confini di una comunit (Kranich 2004). Tali esiti positivi sono pi probabili quando a governare un commons provvede un regime di propriet comune, in cui i membri di un gruppo chiaramente delimitato sono titolari di un insieme di diritti, compreso il diritto di escludere i non-membri dalla fruizione della risorsa ( ibid. ). Nellambito delle tecnologie e delle risorse dellinformazione si osserva unampia variet di casi in cui si registrano effetti di esternalit positiva: basti pensare alleffetto di rete caratteristico di vecchie tecnologie di comunicazione personale come il telefono ed il fax, il cui valore complessivo e quello per il singolo utente aumenta allaumentare del numero totale degli utenti. Un discorso analogo vale ancor di pi per le nuove tecnologie e per le relative applicazioni: il valore di una rete di computer o dei servizi di posta elettronica, ad esempio, aumenta in modo esponenziale al crescere del numero di computer connessi o di utenti del servizio. Le reti peer to peer per la condivisione di files , e ancor di pi quelle alla base dei cosiddetti wireless mesh network costituiscono altri esempi significativi di commons (in questo caso digitali) in cui laumento dei partecipanti-utenti non deteriora e anzi accresce le risorse disponibili, contenuti in un caso e quantit di banda nellaltro (Rheingold 2002) 36 . Lavvento della digitalizzazione e lo sviluppo delle relative tecnologie e soprattutto del Web hanno incrementato e facilitato progressivamente e significativamente le opportunit di creare, produrre, distribuire, copiare, modificare, reperire e utilizzare informazioni e conoscenze, integrate in qualsiasi tipo di

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contenuto, dalle risorse scientifiche ai software passando per le opere artistiche e per i prodotti culturali, di informazione e di intrattenimento, originati nellambito dei vecchi media o creati grazie agli stessi nuovi supporti digitali. In questo senso le tecnologie digitali e Internet non solo consentono potenzialmente la disseminazione di una gamma di espressioni ampia quanto la diversit dei punti di vista e del pensiero umano, ma creano anche le condizioni per dar luogo a meccanismi di produzione e distribuzione decentralizzata delle informazioni e delle conoscenze ( peer-production ), che alterano lattuale sistema basato in maniera preponderante su produttori commerciali e consumatori passivi (Kranich 2004). In effetti, seppur solo in quella porzione minoritaria del pianeta in grado di sfruttare a pieno tali opportunit, innovazioni sociali prima ancora che tecniche, come i sistemi di open publishing e di scrittura collaborativa, di discussione on-line e di file-sharing , resi possibili da Internet, hanno avuto un impatto significativo su ambiti quali linformazione e la comunicazione indipendente, il consumo dei media e la fruizione e la promozione artistica e culturale, commons . Questi sviluppi hanno finito per minacciare le posizioni consolidate dei tradizionali produttori di contenuti. Le grandi corporations dellindustria culturale, piuttosto che rivedere i propri modelli di business per adattarli alle mutate condizioni tecnologiche, hanno risposto sviluppando tecniche di protezione dei contenuti (Diogital Rights Management), portando avanti intense attivit di lobbying a livello nazionale e internazionale affinch queste tecniche acquisissero valore legale e gli organismi competenti dettassero legislazioni pi restrittive, prefigurando possibili modelli di produzione dellinformazione basati sullidea e la pratica di un digital

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rafforzando i controlli sulla fruizione dei propri prodotti e limitando i tradizionali diritti degli utenti garantiti nellambito delle leggi sul copyright 37 . Il risultato di questi sforzi stata lapprovazione quasi contemporanea negli Stati Uniti Europa e in di legislazioni particolarmente restrittive sul diritto

dautore e la propriet intellettuale 38 . Pi in generale si registrato, a partire dalla met degli anni Novanta, un deciso impegno da parte di alcuni organismi internazionali 39 verso lattuazione di politiche relative ad un nuovo termine ombrello , Intellectual Property Rights, la cui ampiezza, includendo unampia gamma di fattispecie molto diverse tra loro, mira ad offuscare le differenze anche profonde fra i diversi sistemi giuridici di e incentivazione collettiva e, e per protezione quanto della creativit le opere individuale riguarda

dellingegno, a spostare cos laccento dalla definizione dei limiti al diritto di copia, e quindi di fruizione, a quella di un inedito ed esteso diritto di propriet. Oggi la creazione e la difesa di una sfera della condivisione delle conoscenze in forma di commons che vi si accompagni laggettivo creative , digital o information si trova fra gli obiettivi espliciti di molte delle organizzazioni e associazioni mobilitate per la difesa di una sfera pubblica dellinformazione e nelle elaborazioni di molti studiosi e ricercatori provenienti da diverse discipline 40 . Pi in generale lo sforzo di elaborare modalit di produzione, gestione e fruizione dellinformazione e della conoscenza improntate ad un qualche regime di propriet comune o di libero accesso comune ad unampia gamma di settori in cui sono coinvolte queste risorse: dal software libero, rilasciato sotto licenze che garantiscono lapertura e la libera distribuzione dei suoi algoritmi di base, alle riviste scientifiche open access , dai databases liberamente consultabili delle

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ricerche svolte con fondi pubblici fino ai prodotti culturali e artistici tutelati da una gamma di licenze alternative alle rigidit del copyright . Questi movimenti si oppongono in un certo senso, pi o meno consapevolmente, al dominio della razionalizzazione tecnocratica cognitivo e alle recenti sulla evoluzioni di un (e capitalismo quindi sulla fondato valorizzazione

privatizzazione) di informazioni e conoscenze (vedi cap. 1 par. 3). Limportanza attribuita da questi movimenti alla tutela e allestensione di una dimensione pubblica delle informazioni e delle conoscenze, sottratta alle prerogative del mercato e dei grandi interessi commerciali, si fonda su un insieme di assunti e di valori condivisi, che possiamo raggruppare in tre ordini di questioni. In primo luogo essi sostengono limportanza di tutelare e accrescere la diversit culturale , in quanto spinta al confronto e alla crescita intellettuale di individui e popolazioni e garanzia della conservazione di quei significati sociali condivisi che costituiscono il capitale sociale necessario al pieno dispiegarsi di tutti gli aspetti della convivenza civile allinterno di e fra diverse societ e culture. In secondo luogo tali movimenti fanno riferimento al ruolo storicamente attribuito dalle societ liberali allaccesso equo ad unampia gamma di informazioni per un pieno esercizio dei diritti di cittadinanza e della democrazia e per un bilanciamento dei poteri fra governanti e cittadini. Infine evidenziano il legame fra un ampio e libero accesso alle informazioni e lo sviluppo umano, culturale e sociale di individui, comunit e Paesi. In ognuno di questi ambiti, si sottolinea inoltre, i nuovi ambienti digitali, interattivi e reticolari possono estendere le possibilit di accesso, produzione, manipolazione e fruizione delle informazioni ma allo stesso tempo restringere queste possibilit tramite limposizione di codici, tecnici o legali. Lestensione della portata e dei campi di

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applicazione dei diritti di propriet intellettuale, il predominio degli interessi commerciali, le concentrazioni aziendali nei settori dei media e delle industrie di telecomunicazione, e il conseguente restringimento delle opportunit di libero accesso alle informazioni, alle conoscenze e ai saperi che questi elementi comportano, costituiscono quindi altrettanti pericoli e ostacoli per la diversit culturale , per l esercizio democratico e per lo sviluppo umano (CIPR 2002). Analisi e politiche relative alle disuguaglianze digitali, e in particolare allintegrazione delle nuove tecnologie nelle dinamiche di inclusione sociale, non possono prescindere, quindi, da una puntuale valutazione dellimportanza che rivestono per questi ambiti la costruzione e la difesa di commons digitali e dellinformazione.

2.3 Lecologia digitale


A partire dalle elaborazioni e dalle pratiche appena descritte, il concetto di ecologia digitale venuto assumendo una connotazione pi ampia, relativa alla comprensione delle dinamiche di produzione, distribuzione, immagazzinamento, possesso, accesso, selezione e uso dellinformazione e della conoscenza in ambienti strutturati dalle tecnologie digitali. Questi ambienti possono essere infatti intesi come ecosistemi informazionali, vale a dire come costituiti da flussi di informazione digitalizzata e processata da diversi media . In questo senso la costruzione e la difesa di un digital (o information ) commons e la conservazione e laumento del valore duso dellinformazione in contrapposizione ad un artificiale valore di scambio, parte di un pi ampio sforzo, che, riconoscendo il ruolo fondamentale della comunicazione nella costruzione dellidentit, del senso di comunit e della

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partecipazione civile, miri a valorizzare la diversit culturale e la qualit della vita delle persone nellambito di tali ecosistemi informazionali 41 . L ecologia digitale si riferisce quindi ad idee e pratiche volte a promuovere usi consapevoli della Rete e delle nuove tecnologie, sostenibili da un punto di vista tecnico, economico, ambientale e culturale . Le disuguaglianze digitali e i fenomeni di esclusione e disuguaglianza legate alluso (o al mancato uso) delle ICT rientrano certamente in questo ambito di analisi. Le tematiche relative al software libero costituiscono un aspetto di importanza cruciale per lecologia digitale da almeno tre punti di vista correlati tra loro: in primo luogo esse interrogano le modalit di produzione e distribuzione di risorse di conoscenza fondamentali come gli algoritmi e i programmi informatici; in secondo luogo rappresentano un caso particolare ma assai significativo della pi ampia controversia relativa alla propriet intellettuale nellera digitale; infine rientrano nella discussione intorno agli strumenti pi adeguati per contrastare ad ampio raggio le dinamiche di esclusione legate alle tecnologie digitali.

3. Il software libero e open source


I principi del software libero (Berra e Meo 2001; Williams 2001) discendono in parte direttamente da quelli alla base della libera circolazione di idee ed informazioni e della revisione dei pari nellambito della comunit scientifica, un modello per altro da pi parti riconosciuto tra le ragioni fondamentali degli straordinari progressi raggiunti negli ultimi duecento anni dalla scienza. A questo modello si uniscono poi i valori e gli atteggiamenti propri della cultura e delletica hacker : la spinta della curiosit, la creativit, il piacere e il divertimento, la

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ricerca

delleccellenza,

valori

della

solidariet

della

cooperazione, il senso della comunit, lopposizione a monopoli, gerarchie e burocrazie, e infine labitudine e il valore della programmazione collettiva e della condivisione del codice. Le concrete applicazioni del software libero , oltre a rientrare nellambito della costruzione e della difesa di un commons digitale, possono essere letti come esempi di un uso razionale delle risorse in ambito informatico: la trasparenza e la riusabilit del codice permettono un risparmio in termini di tempo ed energie e un guadagno in termini di risorse economiche investite localmente; la modularit e la scalabilit intrinseche al software libero consentono di personalizzarne le concrete realizzazioni per adattarle alle specifiche esigenze dei diversi utenti. In questo modo non solo gruppi di programmatori sparsi per il mondo possono impegnarsi nel soddisfare esigenze minoritarie (una localizzazione in una particolare lingua poco diffusa, uninterfaccia adattata ad un particolare contesto o livello di alfabetizzatone culturale, unapplicazione utile in un determinato ambito sociale, ecc.), ma da un certo punto di vista lo stesso carico cognitivo per lutente si riduce grazie alla possibilit di limitare la complessit di una tecnologia ai suoi usi di volta in volta pi necessari e quindi familiari.

3.1 Archeologia del software


Fino alla fine degli anni Settanta il mercato informatico era appannaggio delle poche compagnie lIBM su tutte che progettavano, costruivano e vendevano i complessi sistemi hardware per i grandi computer mainframe . In un mercato cos controllato da pochissimi soggetti il margine di guadagno sullhardware era elevato e la dipendenza dai fornitori quasi

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assoluta. Inoltre le architetture hardware erano specifiche per i diversi costruttori e i linguaggi di programmazione dellepoca, assai vicini al del linguaggio software macchina, non consentivano dalla di sviluppare indipendente specifica

configurazione della macchina. In pratica, pur conservandone i diritti di propriet, le case produttrici distribuivano il software insieme al suo codice sorgente 42 e in forma gratuita, incoraggiando i clienti a realizzare e redistruibire modifiche e miglioramenti; gli utenti di computer erano infatti per lo pi essi stessi programmatori e, soprattutto nei dipartimenti universitari, il software era uno strumento da condividere e scambiare con la comunit dei pari allo stesso modo dei risultati della ricerca (Carlini 2002). Lo spartiacque tecnologico degli anni Settanta (Castells 1996) fu determinante anche nel trasformare la natura del software. I progressi nel campo della microlettronica (linvenzione nel 1971 del microprocessore), levoluzione dei primi network di computer (la nascita di Arpanet nel 1969 e la creazione dellarchitettura di Internet in tutti gli anni Settanta) e lo sviluppo di un nuovo ambiente software comune costituito dal sistema operativo Unix, si sostennero a vicenda e contribuirono nellinsieme alla nascita di unindustria del software, avvenuta allinizio degli anni Ottanta. Unix un sistema operativo universale e scalabile ossia in grado di girare su diverse piattaforme hardware ideato tra la fine degli anni Sessanta e linizio dei Settanta nei Laboratori Bell della AT&T sulla base di un altro sistema operativo, il Multics, e scritto nel linguaggio di programmazione C, unaltra invenzione proveniente dallo stesso ambiente, che consentiva un maggior livello di astrazione e quindi di indipendenza dalla specifica architettura hardware. Obbligata nel 1974 dal governo americano a diffondere i risultati delle sue ricerche, la ATT cominci a

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distribuire alle universit il nuovo sistema operativo, fornito del suo codice sorgente, ad un prezzo simbolico. Il sistema venne ampiamente adottato, modificato e migliorato e nel 1977 un gruppo di studenti dellUniversit di Berkeley cre la Berkeley Software Distribution (BSD), una versione avanzata di Unix, e la rilasci con una licenza che ne consentiva la modifica. Ma la nascita di un sistema portatile cio in grado di far comunicare i computer (e dare cos ulteriore slancio ai network di computer) e soprattutto di consentirne una programmazione omogenea attir le brame di profitto di tutte le principali societ dinformatica e della stessa AT&T, e port negli anni Ottanta ad una moltiplicazione di sottodialetti Unix proprietari che fin per frammentare quel linguaggio universale e rallentare la sua evoluzione cooperativa, impedendo ad esempio che esso si diffondesse sui personal computer. Nel frattempo, i primi sviluppi del personal computer negli anni Settanta, oltre che dar forma al sogno di una democratizzazione dellinformatica, segnavano anche, in senso opposto, lavvio dei primi tentativi di commercializzazione del software 43 ; quando, nei primi anni Ottanta, la miniaturizzazione crescente e il debutto dei PC IBM-compatibili innescarono la nascita di un mercato di massa del Personal Computer e un abbassamento dei prezzi, il software era ormai diventato una fonte di guadagno al pari dellhardware, e destinato perfino a sopravanzarlo.

3.2 Le origini e i principi del software libero: il progetto GNU


Il movimento per il software libero sorse come pratica consapevole allinizio degli anni Ottanta dalle lotte in difesa

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dellapertura del codice sorgente di Unix e pi in generale in risposta alla tendenza delle societ informatiche a chiudere sempre pi il proprio software, imponendo clausole di non divulgazione e licenze restrittive che ne limitavano le libert duso, modifica e condivisione per gli utenti, in particolare per i ricercatori impegnati nei laboratori di calcolo delle maggiori istituzioni accademiche e di ricerca. Una tendenza che port, tra laltro, nel 1984, i Laboratori Bell a reclamare i diritti di propriet su Unix, allatto dello spezzettamento della AT&T e del suo disimpegno dagli stessi laboratori. Uno di questi ricercatori, Richard M. Stallman (Williams 2002; Berra e Meo 2001), in netto disaccordo con queste politiche e resosi conto in prima persona delle loro conseguenze negative, decise nel 1983 di abbandonare il laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT di Boston per dedicarsi alla realizzazione di un sistema operativo compatibile con Unix. Secondo Stallman, programmatore dalle notevoli doti e figura eccentrica non rara negli ambienti della cultura hacker (vedi cap. 1 par. 2.4), le licenze del free software devono garantire in particolare allutente quattro libert, il cui insieme definisce cosa si intende per software libero : la libert (0, o libert fondamentale) di eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo; la libert (1) di studiare il funzionamento del programma e di adattarlo alle proprie esigenze; la libert (2) di redistribuire copie del programma; la libert (3) di migliorare il programma e di distribuirne i miglioramenti. Presupposto in particolare delle libert 1 e 3 la trasparenza del software, ossia la disponibilit per lutente del codice sorgente del programma. Stallman diede quindi vita nel 1984 al progetto GNU 44 e alla Free Software Foundation; nellambito di questultima, insieme

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ad alcuni collaboratori, defin inoltre i termini della GNU General Public License (GNU GPL), una licenza duso che, applicata ad un programma, da una parte ne garantisce le quattro libert, e dallaltro impone a chiunque redistribuisca quel programma o sue versioni modificate o altri programmi che comprendono parti di quel codice, di farlo esattamente alle stesse condizioni e aderendo al medesimo contratto 45 . In questo modo si evitano le conseguenze indesiderate legate al rilascio di software in un regime di pubblico dominio (ossia senza la tutela di alcun copyright ), modalit comunemente adottata dalla comunit degli sviluppatori ma che non impedisce che un software cos diffuso venga incluso in programmi proprietari, limitandone cos la disponibilit e spezzando la catena del lavoro e delluso cooperativo (Berra e Meo 2001) 46 .

3.3 Il sistema operativo GNU/Linux e gli sviluppi del software libero


Nel 1991 Linus Torvalds, uno studente di Helsinki, pose le basi per lultimo tassello necessario a completare lambizioso progetto di Stallman. Nonostante lenorme mole di programmi realizzati in prima persona da Stallman e da molti altri sviluppatori che si erano interessati al suo progetto, il sistema GNU mancava ancora del kernel , il cuore del sistema operativo in grado di coordinarne i diversi componenti. Con lobiettivo di dotare il suo personal degli computer di delle fascia funzionalit alta, di programmazione elaboratori Torvalds

cominci a scrivere il nucleo di un nuovo sistema operativo Unixlike basato sul sistema GNU e sui suoi strumenti. Ma invece di iniziare da zero, come avvenuto per la difficile realizzazione di Hurd , il kernel del progetto GNU che stentava a decollare, prese

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come modello e fonte dispirazione una versione didattica minima di Unix realizzata da Andrew Tannenbaum, il Minix, che veniva rilasciato s insieme al codice sorgente, ma con una licenza che limitava la libert di ridistribuire le modifiche realizzate. Il suo proposito, ispirato anche dalle elaborazioni di Stallman e della FSF, era di realizzare un sistema che tutti potessero utilizzare e modificare liberamente, anche perch questo gli sembrava il modo migliore per garantire leffettiva buona riuscita del progetto. Nellagosto del 1991 Torvalds post un messaggio sul newsgroup Usenet dedicato al Minix in cui annunciava la sua intenzione di creare un sistema operativo libero, descriveva i primi progressi
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fatti

chiedeva

consigli,

impressioni

suggerimenti . Un mese dopo, tramite un server FTP, mise una prima versione del suo lavoro a disposizione di chiunque fosse interessato ad utilizzarla e senza chiedere altra contropartita che la collaborazione per migliorarla ed espanderla, ponendosi come coordinatore e guida naturale di questo sforzo. Nel giro di alcuni mesi i contributi si moltiplicarono e vennero alla luce le prime versioni beta e circa due anni dopo, nel 1994, nacque la prima versione stabile (1.0) del kernel Linux 48 . Ci che unorganizzazione centralizzata e una leadership dispotica, come in parte erano il progetto GNU e la guida di Stallman, non erano riusciti a fare, era riuscito invece, quasi per caso, allanarchia organizzata e alla ridondanza decentralizzata della Rete e alla guida morbida di Torvalds. Il progetto di Torvalds aveva per un debito non solo ideale nei confronti del progetto GNU: per motivi pratici infatti lo sviluppo di Linux aveva beneficiato di molti strumenti, ma anche di porzioni di codice, provenienti da quel progetto e rilasciati sotto la GNU GPL, di cui si ritrov quindi a dover rispettare i termini rilasciando a sua volta il

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codice sotto la medesima licenza. Il kernel Linux and ad integrarsi con il sistema GNU e diede vita ad un sistema operativo completo liberamente distribuibile e modificabile, il sistema operativo GNU/Linux 49 . Da allora, in maniera proporzionale allo sviluppo di Internet, si assistito ad un aumento esponenziale del numero di persone coinvolte a diverso titolo nello sviluppo di GNU/Linux e di software libero in generale, e ad un incremento della qualit dello stesso sistema operativo e del volume e della qualit degli applicativi disponibili. Il software libero e le relative applicazioni hanno avuto origine nellambito delle comunit di sviluppatori e ingegneri informatici, e in generale allinterno di ambienti caratterizzati da un elevato livello di competenze informatiche ( hacker , utenti esperti, professionisti dellinformatica) e si rivolto quindi in un primo momento a soddisfare le esigenze e a rispondere ai modelli di fruizione di questi gruppi. Lutilizzo di interfacce a linea di comando , cos come un orientamento preponderante verso applicazioni e finalit di fascia alta, come quelle relative alla programmazione, hanno a lungo costituito un ostacolo alla diffusione del software libero (in particolare di GNU/Linux) tra gli utenti comuni di computer. Nel frattempo il numero di questi ultimi aumentava, nelle societ ad economia avanzata, grazie, oltre che alla progressiva discesa dei prezzi dellhardware, proprio alla facilit duso e allattrattiva raggiunte dal software proprietario 50 . Ma lo stesso aumento del numero, e quindi della variet, degli utenti di computer in aziende, uffici e abitazioni private, e poi la diffusione e lo sviluppo di Internet e del Web a partire dalla met degli anni Novanta, hanno determinato, da un lato, una diversificazione degli usi e delle applicazioni e un aumento della domanda di software facili da usare, dallaltro una crescita

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esponenziale delle possibilit di comunicazione e scambio di informazioni e dati, ci che ha a sua volta incrementato i volumi di software libero sviluppato con le finalit pi diverse e per modelli di utenza differenti. Il software libero, beneficia inoltre degli effetti di rete legati ad un bene immateriale liberamente distribuibile, la cui diffusione, nel caso particolare, non fa che moltiplicare le conoscenze disponibili e le possibilit di modifica e di sviluppo di prodotti derivati. In effetti molti sviluppatori alle prime armi e hobbysti della programmazione si sono giovati della possibilit di vedere come fatto un programma per trarne codice da utilizzare o semplicemente insegnamenti gratuiti, in un modo analogo a quello con cui i primi utenti del Web hanno potuto imparare a programmare in HTML, semplicemente studiando il codice sorgente delle pagine. La partecipazione al mondo del software libero da parte di soggetti legati pi al consumo di massa dellinformatica e del Web che agli ambienti professionali dellinformatica e dellingegneria, ha cos contribuito ad inscrivervi gradualmente le esigenze degli utenti meno esperti, in termini di applicazioni, facilit duso e piacevolezza delle interfacce. Internet costituisce lambiente privilegiato per lo sviluppo di software libero, come dimostrato fin dallinizio dallimpresa di Linux, e allo stesso tempo il suo risultato pi notevole. Lutilizzo della Rete come ambiente condiviso per lo sviluppo del software costituisce un modello fortemente innovativo: decentramento, organizzazione reticolare, cooperazione, selezione naturale tra le diverse soluzioni, in definitiva quello che Eric Raymond (1998a) in un noto saggio ha definito il modello Bazar, hanno dimostrato la loro efficacia nel raggiungimento di qualit e affidabilit persino superiori rispetto al modello Cattedrale, adottato per lo pi nello sviluppo di software proprietario. E

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daltra parte senza il software libero Internet non esisterebbe o per lo meno sarebbe molto diversa da come la conosciamo oggi. La stessa architettura e i protocolli di base di Internet sono il frutto dello sviluppo cooperativo e della libera condivisione del codice sorgente: i protocolli TCP/IP, HTTP, FTP, I programmi e protocolli per la gestione della posta elettronica, il linguaggio HTML e le sue estensioni, il software per la gestione dei nomi di dominio e la loro traduzione in un determinato indirizzo IP, BIND, sono tutti software libero che permette buona parte del funzionamento di Internet 51 . Al di l del sistema operativo GNU/Linux, certamente lesempio pi noto nonch primo responsabile della diffusione delle idee e delle pratiche del software libero, esiste oramai una mole sconfinata di programmi, piattaforme e linguaggi nonproprietari, in grado di girare su tutte o quasi le piattaforme hardware e software e di coprire quasi lintera gamma delle applicazioni informatiche, dalle pi comuni alle pi complesse, con performance (qualit, sicurezza, affidabilit, stabilit) in molti casi migliori dei rispettivi omologhi proprietari, laddove presenti 52 . Le applicazioni pi complesse (lato server, automazione industriale, gestione di grandi databases e persino lelaborazione grafica 3D di alcuni film di animazione di successo), molte delle quali si affidavano fin dalle origini a sistemi Unix, fanno oramai sempre pi affidamento su sistemi GNU/Linux e utilizzano in misura crescente strumenti basati su software libero o open source 53 . Permane il netto predominio di Windows nel mercato dei sistemi operativi in ambito desktop (stimato al 90%), intaccato solo da piccole quote in crescita appannaggio della Apple peraltro su unarchitettura hardware diversa e proprietaria, denominata PowerPC e soprattutto dello stesso GNU/Linux, la cui maturazione e moltiplicazione

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sembrano nel frattempo far presagire una sua decisa erosione del mercato. Lattenzione riservata a Linux a partire dal 2001 nei mezzi di comunicazione; le campagne di sensibilizzazione e di advocacy svolte dai gruppi di utenti Linux (i LUG, ma anche gli hacklabs in Italia e in altre parti del mondo), dalla Free Software Foundation e da altre associazioni in tutto il mondo; la moltiplicazione nel numero e nella variet delle distribuzioni nonch la crescita continua del numero di sviluppatori; una crescente attenzione dimostrata dagli stessi sviluppatori e dagli utenti nei confronti degli aspetti di usabilit 54 ; la sua progressiva sostituzione ai sistemi Unix proprietari impiegati sui server aziendali e Internet, sulle workstation e sui cluster in ambito accademico e scientifico 55 ; linteressamento di grandi compagnie del mercato dellinformatica 56 e la promozione del software libero da parte di alcuni governi locali e nazionali e di alcuni organismi internazionali soprattutto in ambito ONU; infine, ma non ultimo, la tendenziale gratuit del software libero, ulteriore valore aggiunto alla sua qualit, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: linsieme di queste evoluzioni interrelate, unite alla diffusione di applicazioni free sui computer equipaggiati con il sistema operativo Windows, hanno spinto negli ultimi anni la diffusione di GNU/Linux e del software libero oltre il tradizionale ambito delle applicazioni server o degli utenti esperti, verso i computer desktop e portatili dellutenza comune. Lattivit di sviluppo del software si accompagna inoltre ad una serie di attivit accessorie ma fondamentali, che vanno dal coordinamento degli sviluppatori, alla gestione e allintegrazione delle varie porzioni di codice, fino alla localizzazione del software 57 e alla produzione di unenorme mole di guide, how-to , commenti al codice. La produzione di documentazione

Ecologia Digitale 111

rappresenta un enorme valore aggiunto del software libero, da un lato perch consente di coinvolgere nella comunit anche i non tecnici, impegnandoli ad esempio nella traduzione dei materiali di supporto o in attivit di primo supporto on line ; dallaltro perch costituisce uno strumento di diffusione e condivisione delle conoscenze, indispensabile al lavoro cooperativo e decentrato degli sviluppatori, ma anche al semplice utilizzo del software. Internet rappresenta naturalmente linfrastruttura fondamentale per tutte queste attivit accessorie, quella che consente coordinamento e distribuzione delle informazioni in tempo reale e a costi contenuti.

3.4 Gli aspetti commerciali del software libero e open source


Il modello di sviluppo del software libero ha riguardato via via sempre pi applicazioni informatiche, dando luogo ad unamplissima gamma di prodotti e sistemi liberi in ambiti anche molto diversi dalle classiche applicazioni del personal computing (dallautomazione smartphone meccanismi e di industriale miriade alla di telefonia dispositivi su che IP, fino allinformatica embedded , incastonata in telefonini, palmari, nella includono e di trattamento delle informazioni

comunicazione), la cui realizzazione si basa sulla cooperazione in rete di sviluppatori sparsi in tutto il mondo e sulla disponibilit e modificabilit del codice sorgente. Il suo contributo alla creazione di ricchezza e allinnovazione tecnologica che ne costituisce un fattore determinante, indubbio. Secondo Castells (2001) e Lovink (2003), il business nel campo delle ICT dipender sempre pi dalle capacit creative, economiche e manageriali necessarie per implementare servizi e applicazioni

112 Capitolo II

basate sullassemblaggio di porzioni di codice e applicativi disponibili in forma open source nel mare magnum della Rete. Gi a partire dalla met degli anni Novanta, negli Stati Uniti si assistito alla nascita di societ specializzate come la Cignus nello sviluppo e nella personalizzazione di applicazioni basate su software libero per aziende e organizzazioni e nelle relative funzioni di assistenza e consulenza; attivit che mostrano tra laltro come lambiguo termine inglese free , come sottolineato pi volte da Stallman, non si riferisca alla gratuit (come in free beer ) ma alla libert (come in free speech ) del software. Alla fine degli anni Novanta altre societ hanno cominciato a realizzare distribuzioni del sistema operativo GNU/Linux, vale a dire versioni del sistema operativo composte di pacchetti precompilati e assemblati per uno specifico tipo di utenza, scaricabili da Internet o distribuite su supporti ottici (CD e ora DVD), gratuitamente o a pagamento, accompagnate in questo ultimo caso da
58

sistemi

di

supporto,

assistenza

customizzazione . Queste distribuzioni nel tempo si sono arricchite di funzionalit, che ne facilitano luso da parte degli utenti meno esperti (a partire dallo sviluppo di sistemi di installazione semplificati e di ambienti grafici come KDE e Gnome), e si sono differenziate per rispondere alle esigenze pi diverse (ad esempio con lo sviluppo di distribuzioni Live, che non richiedono installazione su disco fisso ma girano nella memoria temporanea RAM del computer). Le potenzialit commerciali del software libero hanno spinto, tra laltro, nel 1998 alcuni esponenti della comunit a individuare un termine che ne disinnescasse le ambiguit insite nel termine free , ma soprattutto che depotenziasse la stessa carica ideologica presente nel richiamo ai principi di libert, cos cari al fondatore del movimento Stallman ma indigesti per il

Ecologia Digitale 113

mondo degli affari. Bruce Perens, Eric Raymond, Christine Peterson e altri coniarono quindi la definizione open-source software fissata nella Open Source Definition e avviarono una campagna allo scopo di promuovere i vantaggi pratici della condivisione del codice, in termini di qualit, trasparenza, adattabilit, sicurezza, conformit agli standard e indipendenza dai fornitori, e al fine di coinvolgere nel progetto compagnie di software e altre aziende high-tech mainstream (Williams 2002; Di Bona et al. 1999) 59 . Le divergenze fra il movimento open source e quello del free software riguardano pi gli aspetti politici ed etici che quelli pratici, per quanto la definizione di software open source sia pi ampia di quella di free software e alcune licenze ammesse dalla Open Source Initiative non siano invece accettate dalla Free Software Foundation. Le controversie intorno alle soluzioni migliori da adottare e ai principi cui fare riferimento, sono proseguite quasi immutate fino ad oggi, coinvolgendo via via diversi attori e intrecciandosi con le periodiche compagnie campagne di attuate dalla Microsoft volte a e da altre software proprietario dissuadere

dallutilizzo di software libero o open source. Le questioni sorte intorno al software non-proprietario 60 , al di l delle divergenze rispetto ad una diversa considerazione degli aspetti etici e di quelli pratici, interrogano le possibilit di creare ricchezza da un bene immateriale fondamentale negli attuali processi economici, a partire dalla sua condivisione piuttosto che dalla sua appropriazione. E in effetti intorno al FLOSS 61 si strutturata unampia gamma di attivit commerciali che hanno segnato la nascita di societ ad hoc di diverse dimensioni e attirato i tradizionali protagonisti dellinformatica. In un complesso gioco di cooperazione e competizione, il software libero ha costituito e costituisce, di volta in volta, un

114 Capitolo II

bene distribuito gratuitamente su cui costruire servizi di assistenza, manutenzione e personalizzazione, un perno su cui far leva per contrastare o indebolire la concorrenza, uno strumento per ridurre i costi e aumentare cos produttivit e competitivit, una risorsa da integrare con i rispettivi software proprietari per mantenere un vantaggio competitivo (Berra e Meo 2001). Per quanto il nuovo comparto industriale sorto intorno al software libero abbia dato vita a nuovi modelli di business alcuni dei quali per altro non totalmente aderenti ai suoi principi originari , questi in realt coincidono con i modelli adottati dalla grande maggioranza degli operatori del settore del software, compresi quelli che non credono nel software libero i e utilizzano esclusivamente su il software pagati proprietario, quali lavorano commessa,

sostanzialmente dal cliente in funzione del tempo dedicato ad ogni specifica attivit; solo una piccola minoranza, infatti, lavora per produrre software da vendersi su licenza [], secondo il modello economico delle note multinazionali del settore (Berra e Meo 2001, pp. 202-203). E nel modello economico di gran lunga prevalente, ladozione dei principi dell open source [] una scelta obbligata ( ibid. ), dettata dalla natura collettiva della conoscenza incorporata nel software, e alla lunga vincente. Le innovazioni fondamentali incarnate dal software libero riguardano allora il suo modello di sviluppo volontario, cooperativo e decentrato, la sua sfida agli assunti della chiusura del software e dellutilit, oltre che della bont, di un regime di forte tutela della propriet intellettuale.

Ecologia Digitale 115

3.5 Le implicazioni sociali ed economiche del software libero


Il modello aperto di sviluppo e distribuzione del software rappresenta unalternativa alla razionalizzazione tecnocratica e alla dinamiche di esclusione che essa genera. Il software libero scardina i meccanismi di appropriazione della conoscenza prodotta collettivamente messi in atto dagli attori economici dominanti e restituisce i saperi alla loro dimensione pubblica. Contrasta i meccanismi di restrizione allaccesso alle risorse dellinformazione e della conoscenza, alla base delle disuguaglianze sociali e economiche e delle dinamiche del potere, reclamando la libert delle informazioni. Indebolisce le pretese della strumentalit economica mettendo in atto le forme di uneconomia solidale, fondata su relazioni di scambio gratuite e sul bene pubblico dellinnovazione. Depotenzia il ruolo dei grandi apparati della razionalizzazione e del comando, favorendo lo sviluppo di attivit economiche radicate sul territorio e nelle sue relazioni di sociali. Riduce lopacit e di della tecnologia il consentendo guardarvi dentro controllarne

funzionamento. Si oppone alla spersonalizzazione costruendo legami sociali, comunit e progetti a misura duomo e ristabilendo una circolarit fra innovazioni tecnologiche, usi e bisogni sociali. Combatte lomologazione culturale e lesclusione sociale permettendo di adattare la tecnologia ad esigenze specifiche e circoscritte. Contrasta le ipocrisie e la miopia del trasferimento tecnologico aprendosi allo scambio reciproco di esperienze, idee e competenze. Scioglie i lacci delle dipendenze economiche liberando le risorse della cooperazione decentrata e dellinterdipendenza. Limita i processi di delega agli esperti

116 Capitolo II

ridistribuendo cooperativa.

le

competenze

in

maniera

decentrata

Per questo ed altro, il software libero e la sua diffusione rappresentano un fattore di democratizzazione dello sviluppo tecnologico, in grado di redistribuire risorse e opportunit, non solo fra gli individui, ma anche e in maniera pi significativa fra Paesi ed aree del globo. In questo senso esso pu rappresentare uno strumento cruciale per riequilibrare le disparit nella distribuzione del potere e delle risorse di informazione e conoscenza nel contesto delleconomia globale dellinformazione.

3.5.1 I benefici economici


In primo luogo la disponibilit di un sistema operativo e di unenorme quantit di software di qualit a costo zero rappresenta unalternativa ovvia al pagamento degli alti prezzi delle licenze dei sistemi operativi e del software proprietario, in particolare per le realt (individui e organizzazioni) con scarse disponibilit economiche e per i Paesi poveri o in via di sviluppo dove il costo totale per una licenza di Windows XP pi una di Office pu arrivare fino a settanta volte lo stipendio medio mensile (Ghosh 2003). La copia illegale di questi software stato in realt il principale tramite della loro diffusione nelle societ avanzate, soprattutto fra gli utenti privati, e in quanto tale tollerata, quando non direttamente favorita. La pirateria incide in maniera considerevole sul mercato del software ed un fenomeno ampiamente diffuso anche e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo 62 , fin dentro le aziende e persino nella pubblica amministrazione (cosa molto pi rara nei Paesi ricchi). Le software houses chiudono un occhio, pronte ad approfittare nel tempo delle dinamiche di dipendenza e assuefazione che si instaurano per motivi psicologici e per ragioni pi sostanziali

Ecologia Digitale 117

legate

alla

propriet

dei

formati

utilizzati

e
63

alla

retrocompatibilit degli stessi e degli applicativi utilizzati . Negli ultimi anni i controlli si sono periodicamente rafforzati e allentati nei diversi Paesi, a seconda della congiuntura economica stipulati e delle politiche adottate dai dei TRIPS governi e dalle Aspects of istituzioni rispetto allutilizzo del software libero. Gli accordi nellambito (Trade-Related Intellectual Property Rights), impongono ai Paesi aderenti di attuare politiche efficaci di contrasto alla violazione dei diritti di propriet intellettuale; il WIPO e il WTO, gli organismi internazionali che pi o meno direttamente si occupano di questioni annesse alla propriet intellettuale, premono sui governi affinch implementino tali politiche, in molti casi sotto la minaccia pi o meno esplicita di ritorsioni commerciali ed economiche. Ladozione di software libero permette quindi ai governi, in particolare a quelli dei Paesi in via di sviluppo, di allentare la morsa di queste pressioni congiunte e di destinare altrove le risorse impegnate nel contrasto alla pirateria. Soprattutto in America Latina, linasprimento dei controlli e delle sanzioni relative alla violazione del copyright sul software, ha portato non tanto ad una diminuzione della pirateria, quanto ad una maggior diffusione del software libero. Se il risparmio associato al FLOSS particolarmente eclatante in paesi dove il costo delle licenze, rapportato al tenore di vita e al costo del lavoro, risulta esorbitante, vantaggi immediati si osservano anche in presenza di migliori condizioni economiche. Tra i parametri utilizzati per valutare esistenza ed entit di tali vantaggi, il pi diffuso il cosiddetto Total Cost of Ownerswhip (TCO) 64 , ovvero i costi totali associati al possesso, alla gestione e al mantenimento di una tecnologia, solitamente allinterno di unorganizzazione come unazienda o

118 Capitolo II

unamministrazione pubblica. Sulla base di questo parametro molte ricerche hanno confrontato i costi associati alladozione dei diversi sistemi operativi (in particolare Windows e GNU/Linux), giungendo per altro a conclusioni discordanti. Secondo alcuni di questi studi, in particolare, il costo delle licenze influirebbe, nei Paesi ricchi, per una quota tra il 5 e il 10 % del costo totale, a fronte di una quota tra il 60 e l85 % rappresentata da costi di gestione (Ghosh 2003; Pucci 2003) 65 . Di conseguenza, soprattutto nella migrazione di un parco macchine da Windows a Linux, il risparmio sui costi delle licenze a favore di questultimo sarebbe pi che bilanciato dagli alti costi, non solo monetari, relativi allaggiornamento del personale, allinstallazione, alla manutenzione, allassistenza e allintegrazione delle procedure. E opinione diffusa, in effetti, che il passaggio di unorganizzazione al sistema GNU/Linux comporti nel breve periodo costi leggermente pi alti rispetto alla permanenza sui sistemi proprietari gi adottati. Ma altri studi presentano dati molto diversi e inducono a conclusioni opposte. Unindagine del 2004 di un istituto di ricerca australiano, su un periodo di tre anni e un modello aziendale di medie dimensioni, indica, dati alla mano, una percentuale di incidenza dei costi di gestione (compresa la formazione) e di quelli delle licenze del software proprietario, rispettivamente del 39 e del 37 %. Il risparmio netto complessivo derivante dalladozione di una piattaforma open source , a seconda dei diversi scenari analizzati, compreso tra il 19 e il 36 %, (Cybersource 2004). Al di l delle cifre elaborate dagli studi sul TCO, altre valutazioni inducono ad affermare che ladozione di software libero in unorganizzazione (del settore privato o del settore pubblico) comporti per questa una serie di vantaggi economici a

Ecologia Digitale 119

medio-lungo

termine.

Mentre

continua

ad

accumularsi

il

risparmio annuo relativo alle licenze, infatti, la flessibilit e la modularit del software libero determinano un prolungamento del ciclo di vita delle macchine e inducono allacquisizione di hardware calibrato sulle specifiche esigenze e non sovradimensionato per soddisfare quelle delle nuove versioni del software proprietario. La disponibilit del codice sorgente di un software (sistema operativo e applicativi) svincola inoltre lorganizzazione dalla dipendenza da un singolo fornitore (di software e poi dei servizi correlati), consentendo margini di autonomia e di scelta pi ampi in un mercato realmente competitivo, e di conseguenza unulteriore riduzione dei costi (UNCTAD 2003). La formazione del personale, processo necessario allefficace adozione di software libero, pu essere poi loccasione per investire nello sviluppo di competenze interne allorganizzazione, in grado di generare altro valore aggiunto e ulteriori risparmi. A parit di spesa, senzaltro preferibile che essa venga indirizzata allo sviluppo di competenze, anche di base, piuttosto che allacquisto di licenze software. Anche la minore esposizione dei sistemi aperti ai problemi della sicurezza informatica, pu tramutarsi in un risparmio sui costi di manutenzione o di acquisto di complessi sistemi software di protezione. Altri guadagni indiretti provengono poi dalla possibilit di adattare in breve tempo un software alle proprie esigenze, con conseguenti miglioramenti in termini di efficacia e produttivit, e dalla possibilit di stabilire rapporti di collaborazioni con altre organizzazioni analoghe per condividere le soluzioni intraprese. In breve si pu affermare che, se nel caso delladozione di software proprietario le spese (soprattutto licenze, hardware e assistenza) tendono a non generare ritorni per il settore

120 Capitolo II

tecnologico dellorganizzazione e a dirigersi verso pochi attori in un mercato fortemente concentrato, nel caso del software libero, invece, le spese (soprattutto formazione e servizi di personalizzazione e assistenza) da un lato rappresentano veri e propri investimenti, in grado di generare nel medio-lungo periodo risparmi considerevoli nei capitoli di bilancio relativi allIT e veri e propri ritorni in termini monetari e di conoscenza diffusa; dallaltro si dirigono verso un mercato competitivo e diversificato, a sua volta altro fattore di contenimento dei costi.

3.5.2 Il software libero, i governi e lo sviluppo locale


Applicandosi a qualsiasi organizzazione, le considerazioni appena esposte riguardo ai vantaggi economici del software libero riguardano naturalmente, seppur con caratteri specifici, anche le amministrazioni pubbliche e gli organi dello Stato. In questo contesto tali vantaggi assumono una rilevanza particolare, si potrebbe dire politica, legata al ruolo di indirizzo e regolazione che il settore pubblico riveste negli ambiti della vita civile e, in misura diversa, di quella economica. Ad esempio se una gestione oculata delle risorse certamente fra i principi che dovrebbero ispirare lazione delle pubbliche amministrazioni in quanto responsabile di fronte a cittadini-utenti, anche solo considerazioni relative al contenimento dei costi imporrebbero al loro interno ladozione di software libero. Queste ed altre valutazioni, relative soprattutto alla necessaria trasparenza dellazione amministrativa e alle opportunit di sviluppo legate al software libero, hanno in effetti indotto molte istituzioni a riconsiderare le proprie politiche sul software, che in molti casi, soprattutto per quanto riguarda sistemi operativi e applicativi di base, semplicemente non esistevano.

Ecologia Digitale 121

Il

ruolo

delle

tecnologie

dellinformazione

per

la

partecipazione dei Paesi e dei rispettivi settori produttivi alleconomia globale, comporta che le decisioni adottate dai governi in merito allo sviluppo delle tecnologie, alla definizione e al rispetto degli standard, alla formazione, agli investimenti e alladozione delle ICT assumano unimportanza strategica. In molti Paesi, del Nord e soprattutto del Sud del mondo, i governi hanno cominciato sin dal 2000 a considerare il FLOSS un fattore chiave del loro impegno strategico nel campo delle ICT e hanno definito misure di diverso tipo volte a sondare, incentivare e promuovere ladozione di software libero da parte delle pubbliche amministrazioni e di altri organi dello Stato e, soprattutto nei PVS, anche da parte del settore privato (Wong 2003; UNCTAD 2003; Rajani 2003) 66 . Il ruolo dei governi e del settore pubblico in genere, certamente fondamentale per ladozione e la diffusione dei modelli della cooperazione e della condivisione nello sviluppo e nella distribuzione del software. Le politiche pubbliche di sostegno alla diffusione del software libero si sono rivelate necessarie, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, da un lato per contrastare linerzia legata al predominio globale di Microsoft nel settore dei computer desktop e alla sua potenza commerciale e di lobbying , dallaltra per fornire la spinta iniziale allavvio di unindustria dei servizi costruiti intorno al FLOSS. Le lusinghe e le pressioni della Microsoft e della BSA ( Business Software Association , che raccoglie le major del software), daltra parte, sono mirate esattamente a dissuadere governi e parlamenti di tutto il mondo dal sostenere ladozione di software a codice sorgente aperto nel settore pubblico; e in molti casi pressioni politiche, sconti sulle licenze e donazioni di software o altro hanno raggiunto il loro obiettivo. 67

122 Capitolo II

Tra i governi allavanguardia nel sostegno al software libero, il Brasile ha tra laltro previsto un graduale passaggio di tutto il parco macchine delle agenzie governative a software libero e in alcuni suoi stati la migrazione gi avvenuta in tutto o in parte. In Cina, un Paese destinato, per ovvie ragioni, a ricoprire nei prossimi anni un ruolo fondamentale nei mercati delle ICT, il governo ha coinvolto il settore pubblico in un imponente processo di migrazione e ha sostenuto alcune iniziative commerciali legate al SO GNU/Linux. La Commissione Europea ha avviato diversi programmi di indagine sulladozione di software libero e open source e standard aperti nelle pubbliche amministrazioni, indicando alcune linee guida generiche per i singoli Stati membri; tra questi i pi attivi sono stati finora Francia, Germania, Spagna, Finlandia, Svezia, Regno Unito. In Italia (dove la spesa annuale per lacquisto di licenze da parte della PA ammontava nel 2003 a 274 milioni di euro), dopo alcune proposte di legge al Senato e alla Camera e a seguito della relazione della Commissione di indagine sul software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione del 2003 (Commissione Meo), sembra essere prevalso un orientamento pragmatico, incentrato sul principio del pluralismo informatico e della migliore soluzione al minor costo, tenuti fermi gli impegni a garantire formati e standard il pi possibile aperti, favorire linteroperabilit e promuovere il riuso e la distribuzione del software realizzato ad hoc . In alcuni governi locali (Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Pisa e Pescara) sono stati approvati o sono in discussione provvedimenti che il pi delle volte invitano le pubbliche amministrazioni ad operare sulla base di una generica preferenza nei confronti delle soluzioni open source.

Ecologia Digitale 123

Non

sono

solo

le

evidenti

motivazioni

economiche,

certamente pi rilevanti per i Paesi in via di sviluppo e su cui torneremo tra poco, a spingere i governi nazionali, regionali e locali in direzione del FLOSS. In un ormai famoso scambio di lettere con i dirigenti della Microsoft Per, un membro del congresso peruviano, Edgar Villanueva Nunez, tra i promotori di un disegno di legge volto ad imporre a tutte le amministrazioni pubbliche lesclusivo utilizzo di FLOSS per le applicazioni in cui ve ne fosse disponibilit, esponeva in modo assai efficace i principali vantaggi del software a sorgente aperto per quanto riguarda il rispetto dei principi democratici dellazione amministrativa (Weerawarana e Weeratunge 2004, p. 72). Da questo punto di vista, infatti, luso di formati e standard aperti garantisce il libero accesso alle informazioni pubbliche; anche il requisito della permanenza dei dati pubblici rispettato solo se luso e la manutenzione del software non sono legati alla buona volont del fornitore o alle condizioni di monopolio da questo imposte; la segretezza dei dati sensibili, la privacy dei cittadini e la stessa sicurezza nazionale sono inoltre garantite solo dalla trasparenza e dallispezionabilit del codice sorgente, che consente di assicurarsi dellassenza di elementi di codice che permettono un controllo da remoto, come backdoors , spyware e trojan horses o il recupero doloso di chiavi di cifratura e altri dati di protezione 68 . Villanueva precisava inoltre, in risposta alle contestazioni della Microsoft, che imporre per legge determinati requisiti del software non comporta alcuna discriminazione nei confronti di nessuno, n alcuna forma di alterazione del mercato; del tutto legittimo, infatti, che un governo indichi delle linee guida in un settore strategico e delicato come il trattamento delle informazioni pubbliche; sta poi alla concorrenza che si sviluppa proprio grazie alladozione di software a codice sorgente aperto

124 Capitolo II

stabilire le posizioni dei diversi soggetti sul mercato; chiunque , anche la stessa Microsoft naturalmente, libero di offrire le proprie soluzioni software, a patto che queste rispettino i canoni della libera accessibilit, modificabilit e redistribuilit del codice sorgente ( ibid. ) La necessit di standard aperti e pubblici per le applicazioni e i dati che riguardano informazioni pubbliche oramai universalmente accettata, e applicazioni delicate come la gestione di registri pubblici, sistemi fiscali e medici e, in prospettiva, il voto elettronico devono o dovranno essere basate su sistemi aperti 69 . Le questioni della sicurezza non riguardano solo eventuale codice malevolo, ma anche le falle dei sistemi proprietari, pi diffusi e quindi pi vulnerabili agli attacchi di virus , worm e altro cosiddetto malware attraverso la Rete. La diversit e il sistema di debugging cooperativo che caratterizzano il FLOSS lo mettono maggiormente al riparo da tali vulnerabilit. Anche i principi della conservazione di dati chiave e della responsabilit dellazione amministrativa, richiedono che vengano adottati formati e software aperti, per evitare la dipendenza da un unico fornitore, che potrebbe non supportare pi i prodotti per motivi tecnici o finanziari, costringendo cos la struttura coinvolta a costosi aggiornamenti o cambi di sistema. In generale lindipendenza da un unico fornitore un principio guida per ladozione di FLOSS da parte delle pubbliche amministrazioni, per certi versi in misura pi rilevante di quanto non lo sia per il settore privato. In un mercato del software dominato da 20 societ, di cui solo tre con sede fuori dagli Stati Uniti e di cui una, la Microsoft sopravanza di gran lunga tutte le altre in termini di fatturato derivante solo dalla vendita di licenze (UNCTAD 2003), il software libero rappresenta per tutti gli altri gli altri Paesi, oltre

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che una fonte di risparmio sul costo delle licenze, lopportunit di sganciarsi dalla dipendenza economica e tecnica ( lock-in ) da pochissimi fornitori in molti casi con uno solo preponderante che drena risorse, spesso attraverso relazioni a lungo termine e finanziariamente svantaggiose, e mortifica le possibilit di uno sviluppo endogeno in un settore fondamentale dellIT come quello del software, fondato su competenze, risorse, bisogni, sensibilit e ricchezze scaturite e prodotte in loco . Invece di fare affidamento sullimportazione di licenze, che vanno ad incidere negativamente sulla bilancia commerciale e sul sistema economico in generale, le spese, pi orientate ai servizi, del modello open source rimangono solitamente allinterno dello stesso Paese, producendo investimenti, positivi entrate effetti fiscali, a ma cascata anche su sulle occupazione,

competenze disponibili e sul livello complessivo della cultura tecno-informatica; nellinsieme queste ricadute si rafforzano a vicenda e pongono le basi per lulteriore sviluppo di unindustria locale del software (Wong 2003; UNCTAD 2003). Per questo moltissimi Paesi in via di sviluppo e quelli a rischio di sottosviluppo tecnologico, come lItalia guardano o dovrebbero guardare al software libero come ad un possibile strumento di riscatto da una condizione di minorit economica e tecnologica rispetto agli Stati Uniti e ai pochi giganti economici del settore, che a sua volta permetta di contrastare l esclusione digitale ad un livello pi alto, relativo non solo alla diffusione delle ICT ma anche ad una partecipazione attiva alla costruzione e allinnovazione di suoi pezzi importanti. E in effetti la sfida tra software proprietario e libero nei Paesi in via di sviluppo appena allinizio. Ladozione del FLOSS nellambito del settore pubblico, accompagnata da adeguate politiche di formazione e riassestamento organizzativo, pu fare da volano,

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da un lato ad una sua diffusione tra gli utenti comuni e nel settore privato, dallaltro, e anche grazie a questa diffusione, allo sviluppo di una domanda interna di servizi relativi allassistenza, alla manutenzione, alla personalizzazione di software in grado a sua volta di sviluppare unindustria locale del software.

3.5.3 Modelli sociali e motivazioni nello sviluppo di software libero


Oltre ai motivi di opportunit, che consigliano le pubbliche amministrazioni ad adottare sistemi open source per ragioni di contenimento dei costi e aderenza ai principi di sicurezza, trasparenza e affidabilit delle informazioni pubbliche, la migrazione al software libero anche in grado, come abbiamo visto, di generare effetti positivi sullo sviluppo di un industria locale di servizi software. La diffusione di tecnologie affidabili a costi contenuti e lo sviluppo di un industria locale nel settore delle ICT rappresentano gi un contributo notevole del software libero all inclusione digitale e alla costruzione di societ dellinformazione democratiche, plurali ed economicamente sostenibili . Gli aspetti economici non esauriscono, daltronde, n le questioni connesse allo sviluppo di societ dellinformazione realmente inclusive e plurali, n tanto meno il ruolo che il software libero pu giocare in questa costruzione. In questo senso assumono, infatti, particolare rilevanza i valori della reciprocit e della cooperazione incorporati nel software libero e la natura partecipata del suo sviluppo. Da questo punto di vista, il contributo del software libero allinclusione sociale nella societ dellinformazione, deriva dallopportunit che esso offre di ripensare i modelli dello sviluppo tecnologico ed economico e opporre unalternativa alle dinamiche di razionalizzazione ed

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esclusione in essi inscritti. Lalternativa incarnata dal software libero promuove, infatti, la riappropriazione collettiva delle conoscenze, ladeguamento delle tecnologie per rispondere a diversi modelli sociali e di utilizzo, la distribuzione del potere di controllo su di esse e sulle loro applicazioni, la ricostruzione di quei legami deboli che arricchiscono il capitale sociale delle comunit, la creazione stessa di comunit, decentrate o localizzate, fortemente motivate al raggiungimento di uno scopo e fondate sulla valorizzazione della diversit e dei principi della cooperazione e della condivisione. Le molte e diverse esperienze di produzione, diffusione e utilizzo di software libero, affondano le proprie radici in due modelli sociali complementari e intrecciati: da un lato una moderna etica hacker che ricerca l eccellenza tecnologica attraverso lapertura, la collaborazione, il gioco ed il conflitto; dallaltro unarcaica cultura del dono che radica latto dello scambio in un modello di regolazione sociale improntato alla reciprocit, esaltando i valori della cooperazione e della solidariet (Berra e Meo 2001). Le ambivalenze dei due modelli la contraddizione fra fiducia tecnocratica nel progresso e spirito libertario; quella fra libert e gratuita del dono, da una parte, e intereresse e obbligazione a donare, dallaltra ( ibid. ) e la loro stessa, per alcuni versi paradossale, relazione, richiamano lambivalenza costitutiva della tecnologia e inscrivono a pieno titolo il software libero nellambito della razionalizzazione democratica. Le modalit di produzione e diffusione del software libero presenterebbero, secondo alcuni studiosi, significative analogie con lo scambio antico di doni studiato dagli antropologi, ossia con quel modello di regolazione sociale caratteristico delle societ tradizionali arcaiche e precedente alle forme del

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contratto e dello scambio mercantile (Berra e Meo 2001). In questo modello latto dello scambio segnato da finalit non puramente utilitaristiche e radicato in un sistema di relazioni sociali che regolano il ciclo perenne del dono sulla base dellelargizione di gratificazioni e sanzioni collettive. Nellatto del dono si riconosce tanto una obbligazione al dono quanto un interesse a donare; ad esso non si associa quindi unidea di gratuit, ma piuttosto quella di un diverso modello di scambio, fondato su una reciprocit differita che, a partire da un effettivo atto iniziale di liberalit, innesca una spinta alla cooperazione come modo migliore di perseguire allo stesso tempo interessi individuali e collettivi. Il ciclo del dono, coinvolgendo non un singolo rapporto fra individui ma le relazioni dellintera comunit, diventa in questo modo espressione e strumento di coesione del legame sociale. La prospettiva da cui comprendere al meglio i meccanismi sociali di regolazione che modellano il processo di produzione e diffusione del software libero sarebbe proprio quella di una cultura del dono, adattata ad una risorsa potenzialmente diffusa e abbondante come la conoscenza, la cui circolazione non ne determina un deterioramento, ma anzi un incremento della quantit e della qualit delle sue applicazioni (Raymond 1998b; Berra e Meo 2001; Gorz 2003). Questi meccanismi spingono in effetti i partecipanti al processo a restituire, migliorandolo, ci che ricevono dagli altri, sulla base di un obbligo non formale ma morale, derivante dallappartenenza ad una medesima comunit e dalladesione ad un insieme di norme e valori condivisi, che pone al riparo dalla diffusione di comportamenti di free riding . I vantaggi collettivi derivanti dalla circolazione della conoscenza motivano gli sviluppatori a cedere parte del controllo sul prodotto dei propri sforzi per il conseguimento di

Ecologia Digitale 129

un risultato che arricchisce allo stesso tempo tutti e ciascuno e in cui il perseguimento dellinteresse individuale viene a dipendere dalla partecipazione allinteresse generale. Si innescano quindi modelli di cooperazione fondati su relazioni di reciprocit, che generano scambio. In questi meccanismi nel e gratuit daltronde, si osservano del quindi le stesse e ambivalenze obbligazione, rispecchiata, differenti presenti ciclo dono: Questa peso spontaneit ambivalenza assegnato agli un aumento complessivo della ricchezza sociale prodotta, in termini di valore duso piuttosto che di valore di

interesse. nel del diverso

dalle aspetti

interpretazioni

software

libero

utilitaristici o a quelli socializzanti che ne guidano i processi di produzione e distribuzione. Raymond (1999), ad esempio, opta decisamente per i primi quando, nel tentativo di comprendere come i meccanismi di uneconomia del dono si integrino nei processi di uneconomia di scambio mercantile e si confrontino ai suoi vincoli, pone laccento su una maggiore efficienza ed efficacia del modello di sviluppo del software open source rispetto al software proprietario e sui diversi modelli di business a cui esso da luogo. Tra le motivazioni che spingono le persone a partecipare allo sviluppo collaborativo del software libero, inoltre, alcuni studi, riportati in Berra e Meo (2001) e in UNCTAD (2003), sottolineano in particolare limportanza di quelle concernenti i cosiddetti incentivi di segnalazione, cio i benefici futuri che le persone si aspettano di ottenere dal loro coinvolgimento in una determinata attivit; questi consistono principalmente in incentivi di carriera, ossia nella prospettiva di un miglioramento della propria condizione professionale e quindi economica, e nella gratificazione personale derivante dal riconoscimento pubblico del valore del proprio lavoro. Questi

130 Capitolo II

benefici posticipati aumentano al crescere della visibilit e della riconoscibilit dei contributi individuali al prodotto finale, esattamente ci che il software libero garantisce in misura decisamente maggiore rispetto al software proprietario. Il fatto che questi benefici crescano allaumentare della rilevanza del progetto, inoltre, costituisce per i programmatori un ulteriore incentivo a cooperare con gli altri per raggiungere risultati migliori. Nei dati presentati da Ghosh e Glott (2002), autori della gi citata ricerca FLOSS, tra le motivazioni che spingono i programmatori a sviluppare software libero, quelle riconducibili ai cosiddetti incentivi di segnalazione, in particolare guadagnare una reputazione nella comunit del FLOSS e soprattutto aumentare le proprie opportunit di lavoro, sono menzionate rispettivamente da circa il 25 % e da circa il 10 % del campione. I valori pi alti si registrano invece per le risposte che fanno riferimento allacquisizione (75 %) e alla condivisione (60 %) di conoscenze e capacit; le altre motivazioni pi menzionate, da circa il 30 % del campione, nuove forme di cooperazione sullo e riguardano la possibilit di alla comunit complessivo stessa, da la migliorare prodotti gi realizzati, il desiderio di partecipare a convinzione che il software non debba essere un prodotto proprietario. Interrogati scopo loro assegnato alla comunit del FLOSS, gli sviluppatori indicano soprattutto una maggiore libert nello sviluppo del software (64 %), lo scambio di conoscenze (57 %), una maggiore variet del software (40 %), linnovazione (37 %) e, meno citato, il puro divertimento (20 %). Questi dati sembrano mostrare quindi un maggior peso degli aspetti socializzanti dello sviluppo di software libero. Alcuni autori, come Gorz (2003) o il fondatore-ideologo del gruppo

Ecologia Digitale 131

tedesco

Oekenux

Stefan

Merten

(Lovink

2004),

imputano

addirittura al software libero, soprattutto in quanto espressione della cultura hacker , la valenza di apripista di uneconomia postcapitalista fondata sulla gratuit, in cui lo sviluppo personale, la produzione di se, la cooperazione volontaria e la condivisione acquisiscono la natura di valori in se, ricchezze intrinseche sottratte ai criteri produttivistici, di scambio e misurazione monetaria. Nella ricognizione di Himanem (2001), alla base delletica hacker non vi sono in effetti il denaro o il lavoro, ma la passione e il desiderio di creare insieme ad altri qualcosa di socialmente valorizzante, cio che valga la stima dei pari. La produzione e la distribuzione di software libero e le motivazioni che la inspirano affondano realmente le proprie radici in un modello etico ed economico alternativo alla privatizzazione delle conoscenza e allo scambio mercantile. In questo modello, persino lutilitarismo implicito in uneconomia del dono e i meccanismi della reciprocit risultano inadeguati a cogliere le idee e le pratiche alla base della messa a disposizione di enormi quantit di software gratuito, oltre che libero, per cui ognuno contribuisce al bene comune secondo ci che pu e prende ci di cui ha bisogno. Daltra parte losservazione della realt economica costruita intorno al software libero e open source e le prospettive di un approfondimento del suo sfruttamento commerciale, autorizzano solo fino ad un certo punto ad interpretare questi modelli di condivisione come lavvento su larga scala di un predominio delle ricchezze intrinseche, ossia della ricchezza una volta cancellata la limitata forma borghese come nella nota formula di Marx riportata da Gorz (2003).

132 Capitolo II

3.5.4 Tecnologia, software libero, inclusione sociale


Al di l di analogie pi o meno appropriate e di scenari pi o meno plausibili, i valori di condivisione, cooperazione, decentramento, reciprocit, apertura e trasparenza incorporati nel software libero attraverso i suoi modelli di produzione e diffusione, ne determinano caratteristiche tecniche e implicazioni sociali. Seguendo Berra e Meo (2001; pp. 168-174) le caratteristiche del software libero si possono cos riassumere: a) funzionalit e basso costo; b) flessibilit e adattabilit; c) interattivit fra produttore e utente; d) contestualit e accessibilit. Queste caratteristiche rendono il software libero pi adatto del software proprietario a sostenere linnovazione, nella sua accezione insieme tecnologica e sociale, e soprattutto a supportare un efficace dispiegamento delle nuove tecnologie a sostegno dellinclusione sociale. Vediamo con alcuni esempi come queste caratteristiche si prestino a favorire una diffusione equilibrata ed economicamente e culturalmente sostenibile dello sviluppo tecnologico. Il consumo critico della tecnologia e il trashware Il primo ambito preso qui in esame riguarda la relazione fra lhardware e il software e chiama in causa allo stesso tempo gli aspetti economici, ambientali e sociali della sostenibilit dello sviluppo tecnologico. I componenti e le periferiche dei computer (ma in generale tutti i dispositivi elettronici) contengono, infatti, materiali e sostanze altamente inquinanti, il cui corretto smaltimento risulta ancora costoso e laborioso; gli stessi processi produttivi di queste tecnologie richiedono inoltre limpiego di ingenti quantit di energia e risorse scarse come lacqua, e producono a loro volta ulteriori emissioni inquinanti. Laumento dei dispositivi elettronici e dei computer circolanti rischia negli

Ecologia Digitale 133

anni a venire di incidere pesantemente sui gi precari equilibri ambientali, generando costi, non solo economici, che andranno a ricadere con tutta probabilit sulle fasce pi deboli della popolazione mondiale. Gi nel 2004 il numero di computer dismessi ha superato a livello mondiale quello di computer nuovi immessi sul mercato, tanto che sono in via di definizione in diversi organismi internazionali e nazionali normative sulle modalit di smaltimento dei rifiuti elettronici (RAEE), che prevedono tra laltro oneri e obblighi sia per le case produttrici sia per chi dismette questo tipo di materiali. Due meccanismi correlati sono allorigine del consumo smodato di tecnologie informatiche: in primo luogo ci pu essere ascritto ai pi ampi fenomeni legati al consumismo, che negli ultimi venti anni hanno riguardato progressivamente, nei Paesi pi industrializzati, la cosiddetta elettronica di consumo, i computer e pi di recente le console da videogiochi e i dispositivi portatili di comunicazione; in secondo luogo il monopolio della Microsoft nei mercati dei sistemi operativi e degli applicativi da ufficio e lelevata concentrazione del mercato dei microprocessori, hanno innescato una dinamica di rincorsa reciproca fra laumento delle prestazioni dei chip, fondato sulla famosa legge di Moore, e lincremento della potenza dei software: una rincorsa che abbrevia artificialmente il periodo di obsolescenza delle tecnologie e esaspera i ritmi di aggiornamento e ricambio dei dispositivi tecnologici da parte di singoli e organizzazioni. La natura monolitica e la chiusura del software proprietario generano inoltre il frequente sovradimensionamento delle risorse di calcolo rispetto alle reali e diversificate esigenze degli utenti, dettato spesso proprio dalla necessit di supportare elaborate piattaforme software le cui funzionalit vengono poi utilizzate in

134 Capitolo II

effetti solo per una piccola percentuale. Un caso emblematico rappresentato dalle postazioni dedicate a semplici operazioni di back o front-office negli uffici pubblici, ma equipaggiate con periferiche e componenti di ultima generazione e funzionalit multimediali del tutto superflue per gli scopi a cui sono destinate. La logica del tutto o niente che guida ladozione di software proprietario, obbliga quindi le organizzazioni a costosi e inutili investimenti in hardware, che generano ricadute negative sui bilanci e uno spreco complessivo di risorse per la societ in generale. Al contrario le caratteristiche di flessibilit e modularit proprie del software libero, in particolare del sistema operativo GNU/Linux, lo rendono invece adattabile alle diverse configurazioni hardware e soprattutto alle differenti disponibilit di risorse di calcolo, ristabilendo cos dei rapporti equilibrati fra consumo e uso della tecnologia. Si pu parlare in questo senso di una generica attitudine ad un consumo critico delle tecnologie informatiche: ladozione di un sistema operativo libero e modulare come GNU/Linux permette, ai singoli cos come alle organizzazioni, di ottimizzare le risorse hardware tarandole sulle specifiche esigenze e finalit duso e non sulle richieste imposte dal software, soddisfacendo cos elementari criteri di risparmio e di congruenza fra mezzi e fini ed evitando una rincorsa all upgrade imposta dal mercato. A ci fa da corollario la possibilit di riutilizzare hardware non pi adatto a svolgere determinate allinterno funzioni della destinandolo struttura e ad da altri parte impieghi dello che richiedono una minore quantit di risorse di calcolo o potenza, stessa stesso individuo, o attraverso un mercato dei computer e dei componenti di seconda mano.

Ecologia Digitale 135

Negli ultimi anni, anche sulla scorta delle gi accennate politiche in materia, che configurano per le diverse organizzazioni una certa convenienza a donare lhardware dimesso, si sono sviluppate a livello mondiale diverse iniziative indirizzate al recupero e alla redistribuzione di computer dismessi, portate avanti da strutture apposite o da organismi impegnati sul fronte della solidariet, del sostegno alle comunit e della cooperazione internazionale allo sviluppo. Lattivit di recupero include nella maggior parte dei casi una precedente verifica dei singoli componenti e il loro riassemblaggio, con una conseguente perdita dei diritti di licenza sul software (proprietario) precedentemente installato. Per questo, ma anche per le minori risorse di calcolo disponibili, in molti casi il software libero rappresenta lunica possibilit per far rivivere queste macchine, a meno di non riacquisire ex novo le licenze; in tutti gli altri casi comunque la scelta migliore per ottimizzarne il riuso. In Italia il Gruppo Operativo Linux Empoli (GOLEM 2004), attivo gi da alcuni anni su questo fronte, ha coniato il termine trashware , che si riferisce appunto sia al prodotto sia allattivit del recupero funzionale e del riutilizzo di hardware dismesso per scopi di di utilit una sociale, realt che vanno dallinformatizzazione associativa,

allequipaggiamento di un media center , fino ai progetti per la diffusione delle ICT nei Paesi in via di sviluppo (GOLEM 2004). In molti progetti di diffusione delle tecnologie informatiche in Paesi in via di sviluppo, soprattutto in quelli portati avanti da organizzazioni equipaggiato di con base, in effetti, libero lutilizzo di trashware una scelta software costituisce

funzionale e a basso costo e in alcuni casi obbligata dalle scarse disponibilit economiche degli attori coinvolti 70

136 Capitolo II

Le attivit di promozione e inclusione sociale, attuate a livello locale cos come a livello internazionale, rappresentano senza dubbio lambito non di applicazione e organismi pi rilevante del di trashware . Esso consente infatti ad amministrazioni pubbliche, organizzazioni profit internazionali, sviluppare politiche, programmi e progetti a basso costo volti a diffondere le nuove tecnologie senza contribuire al consumismo tecnologico; questa diffusione avviene quindi in una forma che pu indurre i destinatari dei progetti a fruire delle nuove tecnologie con una consapevolezza maggiore di alcuni aspetti critici del loro sviluppo. Il coinvolgimento dei soggetti nella stessa attivit del trashware pu inoltre costituire un modo per far loro aprire (letteralmente) la scatola nera della tecnologia, e favorire cos la diffusione di una maggiore consapevolezza rispetto ai suoi limiti e alle sue potenzialit. In tutti i casi di utilizzo del trashware si pone daltra parte la necessit di affrontare le questioni relative alla manutenzione delle macchine e soprattutto al successivo smaltimento delle stesse. Una delle critiche pi frequenti allutilizzo di hardware dismesso nei progetti di cooperazione internazionale, infatti, il pericolo che i Paesi in via di sviluppo finiscano per diventare le discariche informatiche dei Paesi ricchi. E necessario allora che le attivit di trashware finalizzate alla diffusione delle nuove tecnologie si integrino in una complessiva razionalizzazione del consumo globale di tecnologia, che, anche grazie alladozione su larga scala del software libero, inneschi un circolo virtuoso di decrescita in cui si osservino aumento del ciclo di vita dei prodotti, diminuzione della domanda e riduzione dellofferta e del volume di emissioni e rifiuti prodotti.

Ecologia Digitale 137

La localizzazione del software Come gi detto il software libero consente potenzialmente a chiunque, di intervenire sul codice sorgente direttamente o delegando ad altri la concreta realizzazione delle modifiche e dei miglioramenti per adattare i programmi alle proprie specifiche esigenze. Una delle applicazioni in cui questa possibilit si rivela fondamentale la localizzazione (indicata anche con la sigla L10n ) del software: con questa espressione si intende sia la disponibilit di comandi e interfacce in una determinata lingua sia la necessaria attivit di traduzione. Per le grandi compagnie commerciali, molti gruppi linguistici non raggiungono dimensioni o livelli di reddito tali da giustificare i costi di una localizzazione. Ma uno degli ostacoli principali alla diffusione degli strumenti informatici, in particolare nei Paesi pi poveri, proprio la necessit di imparare unaltra lingua, considerando che ci si rende necessario non per comunicare con altre persone, il che sarebbe comprensibile, ma per impartire comandi ad una macchina. Il software libero, al contrario, consente a chiunque di intervenire sul codice ed effettuare la localizzazione, che in questo caso potr riguardare anche lo stesso codice sorgente; in questo modo anche un piccolo gruppo di persone motivate basta a rendere disponibile un certo software in una determinata lingua. La localizzazione di un intero sistema operativo, comprensivo di kernel e applicativi vari, o di una suite di programmi, richiede naturalmente un maggiore impegno di risorse: progetti simili per un gran numero di lingue pi o meno diffuse, si sono sviluppati allinterno delle comunit di utenti e sviluppatori di software libero, sfruttando tra laltro le opportunit di comunicazione e condivisione offerte dalla Rete. Un esempio significativo rappresentato dalla localizzazione in Swahili del SO GNU/Linux e del pacchetto di programmi

138 Capitolo II

OpenOffice, un progetto che coinvolge, oltre al lavoro di alcune decine di volontari, luniversit della Tanzania e una societ svedese di consulenza 71 . Educazione e formazione Lapertura e la trasparenza del software libero si prestano inoltre a favorire i processi di apprendimento e di distribuzione delle competenze; Lutilizzo del software libero nei settori delleducazione strumenti discipline; e della formazione di di permette alle di fruire di personalizzabili consente, supporto formare tradizionali degli

inoltre,

allutilizzo

strumenti informatici in maniera generalista e non legata ad una particolare piattaforma software; favorisce infine un graduale avvicinamento alla programmazione del software, prima di tutto per comprenderne i meccanismi generali e poi, eventualmente, per provare a cimentarsi con essa. Le nostre societ sono sempre pi intrise di software, necessario a far funzionare non solo i computer, ma tutti i dispositivi elettronici incastonati in un gran numero di oggetti della nostra vita quotidiana: comprenderne i meccanismi generali e, perch no, apprenderne metodi e tecniche, non solo rappresenta lacquisizione di un bagaglio di conoscenze eventualmente spendibili nel mercato del lavoro, ma anche, come nel caso del trashware un percorso di avvicinamento alle macchine che disperda lalone di mistero che le circonda e che ne riponga il controllo nelle nostre mani. Software libero e comunit Infine le comunit, allo stesso tempo globali e locali, di utenti e sviluppatori di software libero costituiscono una preziosa risorsa di arricchimento del capitale sociale disponibile in un determinato contesto e di supporto ai progetti volti a diffondere tecnologie e competenze relative alle risorse di informazione e alla comunicazione. Queste comunit decentrate,

Ecologia Digitale 139

formate ai valori della cooperazione e della solidariet nello sviluppo collaborativo e nello scambio di strumenti software, da un lato si pongono come fonti delocalizzate per la costruzione e ladattamento di applicazioni specifiche e per attivit di supporto, formazione e assistenza tecnica a distanza, laddove sia disponibile una connessione ad Internet. Dallaltro costituiscono in loco risorse di supporto per i progetti di sviluppo, in grado di svolgere un ruolo di relais fra le tecnologie e i bisogni delle comunit coinvolte, facilitare la sostenibilit e la continuit dei progetti, fornire e assistenza in tecnica di e favorire processi di apprendimento competenze. Arricchendo il learning by using , tipico di una ricezione periferica della tecnologia, con un modello diffuso di learning by doing , appannaggio invece finora di pochi centri di produzione e innovazione (Castells 1996; Berra e Meo 2001), il software libero favorisce la partecipazione diffusa e dal basso ai processi di progettazione tecnologica. Esso quindi offre una reale occasione per ripensare la tecnologia come organizzazione sociale (Berra e Meo 2001; p. 175). Consente, infatti, di ristabilire un rapporto circolare fra innovazione e usi dellinnovazione e fra tecnologia e ambiente sociale, fondamentale affinch le nuove tecnologie possano avvicinarsi alle persone (e non il contrario) ed essere orientate a soddisfare bisogni individuali e collettivi situati e differenziati . In questa interazione la tecnologia attenua le sue caratteristiche di autonomia e di ingovernabilit e si adatta alle esigenze della societ, e il sistema sociale nella sua eterogeneit oppone meno resistenze alla penetrazione delle tecnologie, ma pu pi facilmente attivare capacit positive di intervento e di adeguamento delle tecnologie alle sue esigenze ( ibid. ). seguito sviluppo autonomo delle

140 Capitolo II

Linsieme costituito dai modelli produttivi ed economici del software libero e dai valori sociali in esso incorporati si costituisce allora con i caratteri di una razionalizzazione democratica (Feenberg 1999; vedi par. 1.4), e in particolare come un esempio di progettazione partecipata e allo stesso tempo come la condizione necessaria e per innescare delle processi di appropriazione creativa situata tecnologie

dellinformazione e della comunicazione. Ma i modelli di comunicazione sociale legati al software libero sembrano aprire la prospettiva di unappropriazione creativa non solo della tecnologia ma dellintero sistema economico. I principi della cooperazione e dello scambio sociale informano in effetti le applicazioni pi innovative negli ambiti della comunicazione mediata dal computer, comprese le forme dello sviluppo cooperativo di software in rete. Invertendo lordine di priorit fra monopolio delle conoscenze e loro natura pubblica, il software libero mette in discussione non solo i presupposti del software proprietario, ma le pretese di propriet su molte altre risorse immateriali, indicando al contrario la direzione di una appropriazione collettiva delle conoscenze come modello efficace per garantirne un pieno dispiegamento, che contribuisca alla ricchezza sociale e non solo a quella economica. L ecologia del software libero indica un modello di sviluppo sociale ed economico locale e sostenibile , immerso nelle relazioni sociali del territorio e intrecciato alle comunit globali di sviluppatori e utenti, in grado di contrastare i modelli della dipendenza economica e tecnologica. Il software libero costituisce quindi un punto di partenza per affrontare in tutta la loro ampiezza le dinamiche di esclusione nella societ in rete e progettare interventi che spostino laccento dal trasferimento tecnologico

Ecologia Digitale 141

allappropriazione

delle

tecnologie,

dallaccesso

alla

partecipazione alla societ dellinformazione.

142 Capitolo II

Note
27

Si pu leggere, per altro, l'esplosione di socialit che caratterizz

molti dei movimenti di contestazione degli anni Sessanta in tutto il mondo attraverso la lente della ribellione al predominio della razionalit e dell' agire strumentale sulla societ. Un'"apparatizzazione" contestata tanto alla societ borghese dominata dai principi fordisti e dalle "leggi" del mercato, quanto alle burocrazie dei partiti socialdemocratici e comunisti che in qualche modo avevano finito per riprodurne le logiche (Revelli 2001). Parallelamente, si pu riscontrare con altri (Formenti 2002; Castells 1996; Carlini 2002; Berardi 2004) il legame costitutivo che sussiste tra i movimenti antiautoritari e libertari degli anni Sessanta e Settanta e il successivo sviluppo dell'ideologia liberista , che ne ha a suo modo raccolto i frutti in termini di trasformazioni sociali e culturali. E ancora, a segnare forse un passaggio intermedio, quasi un relais fra i due momenti storici appena enunciati, si pu sottolineare, come fanno in molti, il "rapporto tra rivolta (culturale) e rivoluzione (tecnologica)" (Revelli 2001): ossia il ruolo giocato parole dalle di controculture (1996), secondo americane alla nello di sviluppo libert, delle moderne e tecnologie dell'informazione e della comunicazione, legato proprio, nelle Castells Ancora "cultura "la innovazione della imprenditorialit emersa dalla cultura dei campus americani degli anni Sessanta". Castells rivoluzione tecnologia dell'informazione ha diffuso, in modo semi-consapevole, nella cultura materiale delle nostre societ lo spirito libertario che prosper nei movimenti degli anni Sessanta".
28

Nel contesto della loro teoria della rimediazione , Bolter e Grusin

(1999) definiscono un medium come ibrido tecnico, culturale ed economico, ossia come luogo geometrico dellinterazione di diversi attori, forze, azioni e dinamiche sociali.
29

Il

codice

tecnico

quindi

incorporato

in

un

paradigma

tecnologico, nel senso in cui lo definisce Castells (1996).


30

Nellambito delle elaborazioni e delle pratiche riguardanti i

cosiddetti media alternativi, e nel contesto dellaccresciuta rilevanza da questi assunta con lo sviluppo della Rete e delle tecnologie digitali, i

Ecologia Digitale 143

concetti di de Certau sono stati esplicitamente ripresi da Lovink (2002) e da diversi gruppi di mediattivismo nellespressione e nelle pratiche dei media tattici (www.tmcrew.org; www.n5m4.org). Pi di recente, accanto a questa definizione, emersa quella di media minori, che, riferendosi in particolare alle pratiche dello streaming audio-video su Internet, si rif al concetto di letteratura minore, coniato da Deleuze e Guattari e a sua volta derivato dalle elaborazioni dello stesso de Certau (Lovink 2003). Come si vede, dunque, linfluenza di Foucault rimane in ogni caso fondamentale nelle culture comunicazione.
31

critiche

di

Internet

in

generale

nellambito

della

Tale ambivalenza delle tecnologie particolarmente significativa nel

caso della valorizzazione delle risorse di informazione e conoscenza, cruciale per le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione. Robins e Webster (1999, p. 137) sottolineano in proposito la relazione integrante e necessaria tra le dimensioni repressive e quelle potenzialmente emancipatorie di tali risorse.
32

Il sistema di ranking dei principali motori di ricerca si basa anche

sul numero di link che raggiungono un certo sito. Questo da un lato consente agli utenti, che dai dati risultano in maggioranza consultare solo le primissime pagine di risultati e utilizzare strategie di ricerca elementari, di affidarsi, nella ricerca di informazioni, su una sorta di punteggio di reputazione corrispondente al numero di citazioni di un sito presenti sul Web; dallaltro, per, questo sistema finisce per marginalizzare ulteriormente i siti dai contenuti gi meno diffusi, e quindi meno linkati , rendendoli meno visibili e raggiungibili. Un altro fattore che impedisce ai contenuti alternativi di raggiungere gli utenti (e viceversa) rappresentato dalla sovraesposizione di siti e contenuti accessibili dai portali commerciali che attraggono la maggior parte del traffico. Questi ed altri meccanismi di posizionamento dellinformazione, che comprendono tra laltro anche incentivi finanziari, determinano quindi una progressiva stratificazione degli squilibri nella produzione e nella distribuzione di contenuti on-line che costituisce una delle dimensioni decisive delle disuguaglianze digitali (Di Maggio e Hargittai 2001; Hargittai 2002, 2003).

144 Capitolo II

33

Il termine ecologia ( ecology ) utilizzato in questo frangente in

unaccezione simile a quella di ecosistema , con un maggiore accento, per, sulle relazioni dinamiche che si instaurano fra i diversi elementi che ne fanno parte.
34 35

Cfr. www.law.duke.edu/boylesite Allorigine degli studi sui comportamenti altruistici, di

collaborazione e di condivisione dei costi e dei benefici, nella specie umana cos come in altre specie animali, si trovano le ricerche e le scoperte provenienti dallambito della cosiddetta teoria dei giochi (dilemma del prigioniero, tit for tat , ecc.); queste, insieme a quelle originate nellambito dellantiutilitarismo di Marcel Mauss rispetto alla cultura e alleconomia del dono, mettono in crisi la teoria di un attore razionale impegnato a perseguire il proprio esclusivo interesse personale, e permettono di inscrivere nei modelli di scambio fattori estranei ai principi economici, come la reciprocit, la fiducia, la reputazione, lagire non strumentale (Carlini 2002; Rheingold 2002; Berra e Meo 2001).
36

Gli effetti di rete sono peraltro descritti dalla legge di Metcalfe secondo cui il valore complessivo di un sistema di

dal nome del ricercatore responsabile dello sviluppo dello standard di rete Ethernet comunicazione in rete pari al quadrato del numero dei suoi utenti-nodi e cresce quindi esponenzialmente allaumentare di questi, in contrasto con il tradizionale modello di domanda-offerta in base al quale laumento delle quantit di una risorsa ne diminuisce il valore. C da aggiungere che una sorta di effetto di rete negativo si riscontra con simile dirompente intensit in relazione a quei soggetti che sono esclusi dalle reti stesse: ogni nodo che si connette ad una rete, infatti, non solo accresce il valore di questultima incrementando esponenzialmente il numero delle connessioni possibili, ma aumenta anche, allo stesso modo, gli svantaggi di non essere connessi. A livello di economia globale, il meccanismo alla base dellaumento delle disuguaglianze nellet dellinformazione (Castells 1996).
37

In particolare il fair use , il cosiddetto diritto di primo acquisto e il

libero accesso alle informazioni di dominio pubblico, un ambito in cui rientrano non solo le pubblicazioni governative ed altre risorse non soggette a copyright , ma anche tutte le opere dellingegno una volta scaduto il

Ecologia Digitale 145

termine di tempo previsto dalla legge per la durata della protezione (vedi nota seguente).
38

In particolare si fa qui riferimento al Digital Millenium Copyright

Act del 1998 e alla European Union Copyright Directive del 2000. Ancora negli Stati Uniti, veri paladini nella difesa dei diritti di propriet sulle opere dellingegno, e sempre nel 1998, si provveduto poi alla stesura del CTEA, latto che ha esteso la gi lunga durata della protezione del copyright di ulteriori ventanni, fino a 70 anni dalla morte dellautore per le opere detenute da individui e a 95 per quelle controllate da corporations (Kranich 2004).
39

In particolare la World Trade Organization e la nuova World

Intellectual Property Organization, peraltro oggetto, cos come altri organismi analoghi, quali lFMI e la Banca Mondiale, della contestazione del cosiddetto movimento dei movimenti in quanto responsabili delle politiche neo-liberiste a livello globale e istituzioni non democratiche. Nellambito dellUruguay Round del WTO del 1994, si giunti alla stipula di un accordo internazionale sugli aspetti dei diritti di propriet intellettuali relativi al commercio (TRIPS).
40

Cfr. www.creativecommons.org; www.info-commons.org; Lovink Cfr. World-Information.org, Digital Ecology . Il codice sorgente di un programma linsieme di istruzioni scritte

2003; Kranich 2004.


41

www.world-information.org/wio/readme/992006691/intro
42

in un linguaggio di programmazione comprensibile dalluomo. Per poter essere interpretate da un computer queste istruzioni vengono prima tradotte da appositi programmi (compilatori) che generano un codice oggetto, ovvero un file eseguibile dalla macchina. Da questo codice, illeggibile per un uomo, non possibile risalire in modo univoco alle istruzioni originarie ci che si tenta di fare con incerti risultati tramite un processo di reverse engineering : in molti casi le leggi in materia di protezione della propriet intellettuale vietano esplicitamente questo tipo di pratiche. E quindi solo a partire dal codice sorgente che un programma pu essere efficacemente ispezionato, studiato, modificato, adattato e migliorato.

146 Capitolo II

43

E ormai famosa la lettera aperta agli hobbysti dellAltair con cui,

nel 1976, un giovane Bill Gates, in risposta al furto di un nastro contenente linterprete del linguaggio Basic sviluppato da lui e dal suo socio Paul Allen per il primo microcomputer Altair, sosteneva le ragioni della commercializzazione del software e ribadiva il primato dei diritti di propriet (Levy 2001; Carlini 2002; Castells 2001). I prodromi della commercializzazione del software si possono addirittura far risalire a qualche anno prima, quando nel 1969 una massiccia causa antitrust contro il monopolio della IBM, aveva portato questultima a far pagare separatamente il software e a non distribuirlo pi sotto forma di codice sorgente (UNCTAD 2003).
44

GNU un acronimo ricorsivo che sta per GNUs Not Unix; tipica degli hacker che stata spesso ripresa nella

linvenzione di acronimi con una forte dose di ironia e di creativit unabitudine


45

denominazione di free software . Questo meccanismo virale sfrutta in effetti il modello legale del copyright , rovesciandone per scopi ed effetti. Per questo per tale meccanismo stato anche coniato lironico termine copyleft , che gioca sullasse semantico di opposizione fra right (destra) e left (sinistra) e sulle sue connotazioni politiche. Pi che di un diritto di copia di sinistra , per, nella lingua italiana si pu forse parlare di un permesso di copia contrapposto al diritto dautore. Il rispetto o meno del meccanismo del copyleft un ulteriore discrimine fra le licenze: in pratica esiste software libero non copyleft, ossia software tutelato da una licenza che garantisce le quattro libert ma non obbliga a rilasciare le opere derivate sotto la medesima list.html
46

licenza.

Cfr.

http://www.fsf.org/licensing/licenses/license-

Ci che di fatto succede anche con quelle licenze libere e open


20

source , che non pongono restrizioni in merito allinserimento del codice che tutelano in sistemi e software proprietari (cfr. nota
47

).

[]I'm doing a (free) operating system (just a hobby, won't be big

and professional like gnu) for 386(486) AT clone []. Linus Benedict Torvalds, What would you like to see most in minix?, 25 Agosto 1991,

Ecologia Digitale 147

postato
48 49

su

comp.os.minix.

Cfr.

http://groups-

beta.google.com/group/comp.os.minix/msg/b813d52cbc5a044b?hl=en Nel 2004 stata rilasciata la versione pi recente, la 2.6. Le versioni di Unix derivanti dalla Berkeley Software Distribution

(fra cui FreeBSD, NetBSD e OpenBSD) sono anchesse libere. Ma la licenza con cui rilasciata la maggior parte del software incluso in queste distribuzioni (Licenza BSD), al contrario della GPL, permette lincorporazione del codice e delle relative modifiche in lavori protetti da qualsiasi tipo di licenza, anche proprietaria: alcune funzionalit di networking in Windows sono implementate sfruttando codice BSD, mentre lultimo sistema operativo della Apple, il MacOSX, include nel suo core , Darwin , un gran numero di componenti tratti da FreeBSD.
50

Di particolare rilievo, in questo senso, furono le innovazioni

introdotte nel 1995 dal primo sistema operativo grafico della Microsoft, Windows 95, rispetto alle versioni precedenti di Windows (dalla 1.0 alla 3.11), che erano in realt ambienti operativi grafici da installare su DOS. Oltre a supportare per la prima volta i processori a 32 bit e a integrare in maniera costitutiva una versione dellMS-DOS, Windows 95 migliorava significativamente linterfaccia grafica a finestre e la metafora desktop entrambe gi presenti nei sistemi Macintosh e nel sistema OS/2, sviluppato dalla stessa Microsoft in collaborazione con la IBM, e basate sulle scoperte realizzate al centro di ricerca della Xerox gi pi di venti anni prima e introduceva funzioni e tool grafici che assecondavano le scarse competenze informatiche dellutente medio. La posizione di forza sul mercato che Microsoft gi deteneva grazie al precedente predominio dellMS-DOS sui PC IBM-compatibili, agli accordi esclusivi di licenza in base ai quali il suo SO viene preinstallato sullhardware dalla maggior parte dei costruttori e, non da ultimo, alla frammentazione che aveva rallentato lo sviluppo di Unix, fecero s che essa conquistasse una posizione di vantaggio anche nel nuovo mercato dei sistemi operativi desktop , che a loro volta rappresentarono un forte fattore di diffusione del personal computer, soprattutto in ambiente domestico.

148 Capitolo II

51

La piattaforma libera Apache, ha conquistato, dal 1995, anno davvio

del progetto, al 2004 circa il 70 % del mercato dei sistemi web server nel mondo.
52

Tra i programmi pi diffusi ed importanti citiamo qui il pacchetto di

software per ufficio, OpenOffice; la suite di programmi per Internet, Mozilla (e i suoi derivati principali, il browser Firefox, il client di posta Thunderbird, e il recente editor HTML NVU); il sistema di gestione di databases, MySQL; il sistema di informazione geografica, GRASS; leditor di testo scientifico, LaTex; i motori grafici, XOrg e XFree86, e gli ambienti desktop , GNOME e KDE; i linguaggi di programmazione PERL e Python; la piattaforma di condivisione Windows-Linux, Samba; i programmi di file sharing p2p eMule, DC++, Lime Wire, MLDonkey, Sheraza e BitTorrent; le applicazioni di web server , Apache e Zope; gli editor di grafica, Blender e The Gimp. Lelenco comprende inoltre programmi per la realizzazione di wiki e weblogs , programmi di instant messaging e chat , programmi per laccesso remoto (VNC), content management systems (PHP e derivati e Slashcode), groupware , codec e container per contenuti multimediali (XviD, Ogg Vorbis, Matroska, Musepack), lettori multimediali (Xine e VLC), programmi di editing audio e video (CDex, Audacity, VirtualDub), software di masterizzazione (Gnome Toaster, X-CD-Roast), antivirus e firewall , programmi di crittazione (GnuPG), applicazioni per lo streaming (MuSE e PeerCast), programmi didattici e scientifici, numerose piattaforme di elearning (fra cui litaliana ADA), unimplementazione open source del protocollo standard H.323 per le applicazioni di Voice over IP . Per una lista esaustiva
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cfr.

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_open-

source_software_packages Cfr. paragrafo 2.2.4. Cfr. Nichols e Twidale 2003 per una trattazione delle questioni Secondo dati recenti GNU/Linux gira sul 30 % dei server Web, a

dellusabilit nellambito del software libero e open source .


55

fronte di una percentuale di circa il 50 % appannaggio di varie versioni di Windows, e di percentuali intorno al 7 % sia per il sistema Unix proprietario Solaris sia per i diversi derivati di BSD (UNCTAD 2003).

Ecologia Digitale 149

56

LIBM, soprattutto, ha sostenuto apertamente Linux, finanziando

progetti di sviluppo e equipaggiando server e mainframe della sua linea di prodotti con versioni del sistema operativo libero. Ma anche altre aziende leader nel settore dellInformation Technology, come Oracle, SAP, Hitachi, Hewlett Packard, Intel, Sun Mycrosistem e persino Microsoft, sono coinvolte in operazioni commerciali legate al software (UNCTAD 2003).
57 58

open source

Vedi paragrafo 3.5.3. Tra le prime e pi importanti societ for profit , e relative

distribuzioni, troviamo Red Hat negli Stati Uniti, SuSe in Germania e MandrakeSoft (ora Mandrivia) in Francia. La quotazione in borsa di Red Hat si giov per altro della bolla della new economy . Altre distribuzioni fanno affidamento sul lavoro volontario e sui finanziamenti di alcune fondazioni, come nel caso della Debian o della recente Ubuntu, una distribuzione basata su Debian ma con cicli di rilascio pi brevi e orientata in modo particolare ad un utilizzo desktop , alla facilit duso e al supporto dellhardware dei computer portatili, tradizionale punto debole di GNU/Linux legato agli accordi esclusivi che molte case produttrici stringono con la Microsoft.
59

I risultati non si fecero attendere: nello stesso 1998 la Netscape, produttrice del browser omonimo, anche nel tentativo di

societ

contrastare le pratiche monopolistiche della Microsoft e la conquista di quote di utenti da parte del suo Internet Explorer, annunci che avrebbe rilasciato il codice del suo browser sotto una licenza open source . Da quel codice sarebbe scaturito tra laltro il progetto Mozilla. Altre societ seguirono nel supportare il sistema operativo GNU/LInux sulle proprie architetture hardware e software e poi nellimplementare modelli di business che facessero perno sul software open source (cfr. note 30 e 32).
60

Laggettivo non-proprietario si applicherebbe in realt al solo

software rilasciato in regime di dominio pubblico, lunico a non prevedere alcuna licenza che ne stabilisca diritti di propriet. La utilizzo qui per riferirmi in generale a qualsiasi software che non preveda restrizioni riguardo allaccesso e alla modifica al suo codice sorgente, a prescindere dai

150 Capitolo II

termini
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specifici

delle

diverse

licenze,

quindi

in

maniera

analoga

allespressione ombrello indicata dallacronimo FLOSS. Per evitare equivoci, incomprensioni e questioni di principio e per aperto, in particolare Free/Libre in relazione allampiezza Software, delle loro evidenziare gli aspetti comuni dei diversi modelli di software a codice sorgente coniato implicazioni sociali ed economiche, il ricercatore indiano Rishab Ghosh ha lespressione Open Source abbreviata nellacronimo FLOSS. Il termine comparso per la prima volta nel 2000, anno di avvio di un progetto di ricerca dellIstituto Internazionale di Infonomics dellUniversit di Maastricht e finanziato dallUnione Europea, volto ad indagare una serie di aspetti economici del software a sorgente aperto (Ghosh e Glott 2002).
62

La Business Software Alliance stima che in Vietnam la percentuale di derivante dal mancato pagamento delle licenze ammonti

perdite

addirittura al 94%. Una simile valutazione, ripetuta dalla BSA per tutti i Paesi, non tiene conto del fatto che la maggior parte degli utenti che adottano copie pirata di un software, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non diventerebbero comunque acquirenti regolari, quanto meno perch non possono permetterselo.
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In alcuni casi le principali compagnie arrivano a contrattare costi

pi bassi per le licenze destinate ad istituzioni e organismi di un Paese in via di sviluppo, allo scopo di legarli alle proprie forniture.
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Il TCO si riferisce al costo complessivo di una tecnologia derivante

dalle spese per lhardware, per le licenze del software e per i servizi di riparazione, manutenzione, integrazione, networking , supporto, assistenza, sicurezza e formazione per tutto il ciclo di vita del prodotto.
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Il discorso cambia naturalmente nei Paesi in via di sviluppo o meno

sviluppati, dove il costo del lavoro pi basso e lalto costo delle licenze, come detto, ribalta le percentuali e fornisce un ampio margine di vantaggio economico ai sistemi liberi.
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Cfr. Rajani (2003), Wong (2003) e UNCTAD (2003) per una

rassegna delle iniziative intraprese da un gran numero di governi in tutto il mondo riguardo allutilizzo di Software Libero e Open Source (FLOSS) nel settore pubblico.

Ecologia Digitale 151

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Le recenti strategie di marketing della Microsoft hanno previsto,

inoltre, il lancio della criticatissima shared source iniziative , ossia il rilascio a sviluppatori selezionati, a grandi imprese e, appunto, ad alcuni governi di parti di codice sorgente del suo software sotto speciali licenze che in pratica permettono al licenziatario di vedere, ma non toccare, n divulgare in alcun modo, il codice. Nel 2004, la Microsoft ha rilasciato la Windows XP Starter Edition, una versione drasticamente ridotta del suo sistema operativo destinata ai Paesi in via di sviluppo e commercializzata finora, a circa un terzo del prezzo della versione standard, in Tailandia, Malaysia, Indonesia, Russia, India e Brasile.
68 69

Cfr. Berra e Meo 2001, p. 138-145 Vedi, al contrario, il caso Diebold in occasione delle elezioni del In Italia molte realt associative e non solo si occupano di

2004 negli Sati Uniti.


70

trashware . Oltre al gi citato GOLEM e ad altri LUG, ad effettuare attivit di recupero e riutilizzo di hardware dismesso per allestire i propri spazi o quelli di altre realt affini, sono spesso i gruppi e i laboratori (spesso definitisi hacklabs ), sorti nellambito dei Centri Sociali, che si occupano di accesso ai saperi e alle nuove tecnologie, proponendo fra laltro corsi di alfabetizzazione e formazione informatica gratuiti. Fra i pi attivi si possono citare il gruppo AvanaNet con base presso il CSOA Forte Prenestino di Roma e il BugsLab di stanza fra lo Strike e La Torre, sempre di Roma, il FreakNet di Catania, il Bulk a Milano. Negli ultimi anni, poi, alcune realt hanno sviluppato alcune iniziative in partnership con scuole e istituzioni: tra queste levocativo Progetto Lazzaro rivolto alle scuole (www.progettolazzaro.it). Una rassegna di realt e iniziative relative al trashware consultabile sul sito http://trashware.linux.it/, base anche di una mailing list di discussione e coordinamento attiva dal Giugno 2004.
71

Il progetto consultabile al sito www.kilnux.org.

Capitolo III Spazi pubblici digitali:inclusione ed esclusione sociale nellet dellinformazione

Lungi dal mantenere le sbandierate promesse di una nuova era di liberazione, uguaglianza e benessere sociale diffuso, lesplosione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e la razionalizzazione tecnocratica che ne ha forgiato i modelli di sviluppo e le applicazioni nella societ, hanno finora rafforzato il dominio degli imperativi economici sulla vita delle persone e incrementato i livelli di disuguaglianza ed esclusione sociale (Robins e Webster 1999; UNDP 2001). Lo sviluppo del capitalismo informazionale (Castells 1996), per come si venuto strutturando attraverso le decisioni e le politiche di governi, organismi internazionali e poteri economici, ha avuto come conseguenza un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, che soffrano la fame o la povert nei Paesi pi poveri, o sperimentino crescenti livelli di insicurezza per i propri progetti di vita nei Paesi pi industrializzati.

154 Capitolo III

Da un lato, data la natura tecnica delle basi materiali degli ambiti fondamentali di produzione e consumo, riproduzione e cultura, le logiche impersonali della razionalizzazione tecnocratica estendono la loro presa su sempre pi sfere della vita sociale. Dallaltro essa assume le sembianze e i caratteri delle reti che sorreggono i processi della produzione delocalizzata, gli scambi nei mercati finanziari, lorganizzazione del commercio internazionale e l infosfera globale. Il dominio della razionalit strumentale si accompagna, quindi, alla preminenza di una "logica di rete" che opera secondo una dinamica binaria di inclusione/esclusione, in base alla quale "le reti di capitali, produzione e commercio sono in grado di individuare le fonti della creazione di valore ovunque nel mondo, e di realizzare il loro collegamento", bypassando invece quei "segmenti" di paesi, regioni, settori economici, popolazioni, territori, societ locali, giudicati inutili ai fini della propria valorizzazione e condannandoli allemarginazione e alla povert (Castells 1996, p. 3). Queste "reti globali di scambi strumentali attivano e disattivano in modo selettivo individui, gruppi, regioni e persino paesi, secondo la loro rilevanza nel raggiungere gli obiettivi elaborati dalla Rete stessa" ( ibid. ). I nuovi squilibri su scala globale legati alla diseguale diffusione di "conoscenza e tecnologia" vanno a sommarsi alle precedenti disuguaglianze e i ridisegnano profili gi la geografia o dellesclusione, accentuandone sedimentati

facendone emergere di nuovi. Le dinamiche simultanee di dispersione, concentrazione e connessione favorite dalle nuove tecnologie accumulano le funzioni strategiche in poli ad alta densit tecnologica e d'informazione e conoscenza (tra cui i cosiddetti milieux d'innovazione ), rafforzando cos le relazioni all'interno della "citt globale" descritta da Saskia Sassen (1991)

Spazi Pubblici Digitali 155

e fra alcuni centri regionali, e indebolendo al contrario i rapporti citt-regioni, con l'effetto di aumentare le disparit fra le zone urbane e i rispettivi hinterland . Fenomeni simili si verificano anche all'interno delle citt e delle nuove "megacitt": "collegate esternamente a reti globali e a segmenti dei propri paesi", scollegano invece "internamente le popolazioni locali non funzionalmente necessarie o socialmente dirompenti" (Castells 1996, p. 466). In generale ogni "segmento" soggetto alle turbolenze dei flussi globali e dei loro interessi e alle connessioni e sconnessioni che questi attuano. A tale "globalizzazione a pelle di leopardo" si aggiungono poi i dirompenti fenomeni di individualizzazione, precarizzazione e frammentazione del lavoro che caratterizzano le relazioni produttive del "capitalismo informazionale". Il risultato complessivo l'emarginazione per povert e miseria di un numero crescente di persone in tutto il mondo, l'aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito su scala globale e locale e laumento dellinsicurezza economica e dellesclusione sociale per larghe fasce di popolazione nei Paesi ad economia avanzata. Dopo la dissoluzione del Secondo Mondo, quello del socialismo reale, e la scomparsa del Terzo Mondo come entit geopolitica e realt pressoch omogenea in termini di sviluppo economico e sociale, si assiste alla nascita di un Quarto Mondo che attraversa indifferentemente paesi ricchi e poveri e "abita" l'Africa subsahriana e le aree rurali impoverite dellAmerica Latina e dellAsia, cos come le inner cities delle metropoli americane e le banlieus francesi meta dimmigrazione (UNDP 2001; Castells 1998). In effetti, come sottolinea ancora Castells ( ibid . p. 186), nellattuale contesto storico, lascesa si fa per dire del Quarto Mondo inseparabile dallascesa del capitalismo globale e informazionale.

156 Capitolo III

Nei processi appena delineati i territori e le identit culturali che in essi si esprimono giocano ruoli contradditori e sovrapposti, dipendenti per altro in buona misura dalla propria collocazione geografica ed economica. Essi si costituiscono come laltra faccia della razionalizzazione, allo stesso tempo oggetto della valorizzazione economica e sottomessi alle sue logiche strumentali, elementi disconnessi dalle reti e condannati allesclusione sociale, origine delle molteplici forme di resistenza alla logica strumentale sulla base delle pi diverse configurazioni di interessi e valori. E su questo terreno che si gioca la fondamentale contrapposizione fra le logiche delocalizzate e impersonali dei flussi globali di capitali, merci, immagini e informazioni e le sensibilit culturali e affettive di individui e comunit per la maggior parte dei quali l'esistenza trova ancora il suo fondamento nella fisicit forma dei luoghi . quella In questa contrapposizione prende inoltre spaccatura

fondamentale tra lo strumentalismo astratto, universale, e le identit particolaristiche, storicamente radicate [per cui] le nostre societ sono sempre pi strutturate attorno ad un'opposizione bipolare tra la Rete e l'io " (Castells 1996, p. 3). Il nuovo spazio dei flussi origina dalle reti telematiche intorno a cui si organizzano i processi produttivi e i mercati finanziari e si riflette nella progettazione urbanistica e nelle architetture delle metropoli globali, il regno del tempo acrono ( ibid. ) e del calcolo economico e strumentale. Lo spazio dei luoghi e i valori culturali dellesperienza umana che in esso prendono forma diventano anchessi semplici strumenti in funzione degli imperativi del potere dei flussi. Ci comporta, da un lato, unerosione delle risorse culturali locali determinata dai processi di privatizzazione e valorizzazione economica di saperi e conoscenze; dallaltro unesasperazione delle chiusure identitarie

Spazi Pubblici Digitali 157

come difesa dellautonomia individuale e collettiva dai processi di omologazione e razionalizzazione globali. Le dinamiche di differenziazione sociale nella societ globale dellinformazione sono dunque legate a due processi distinti e fra loro contraddittori ma correlati. Da una parte esse sono allo stesso tempo causa ed effetto del diverso grado di partecipazione di paesi, individui e comunit ai circuiti della produzione culturale (Rifkin 2000) e alle opportunit offerte in questo senso dai nuovi media e in particolare da Internet. Sono quindi legate alla diseguale distribuzione a livello locale e globale delle nuove tecnologie che incrementano le possibilit di manipolare e comunicare informazioni, conoscenza e simboli, di partecipare alle reti globali o strutturarne di autonome. Dallaltra parte queste dinamiche sono legate alla pi ampia questione relativa alla divaricazione crescente fra economia e cultura, fra Rete e io, tra funzione e significato, fra spazio dei flussi e spazio dei luoghi . Unopposizione che trova origine, al contrario, proprio nella partecipazione subalterna alle reti di accumulazione del capitale e agli ambienti digitali in cui esse operano e a cui danno forma e che segna per individui e comunit una graduale perdita di controllo sulle proprie vite e i propri ambienti. Senza la promozione di processi di appropriazione delle nuove tecnologie da parte degli utenti nei diversi contesti, e senza una reale partecipazione decentrata alla progettazione di caratteristiche, funzionalit e contenuti delle stesse, il semplice trasferimento e la diffusione di scatole nere in funzione delle esigenze e dei valori del produttivismo, della competitivit e della razionalizzazione, esasperano la spaccatura fra strumentalismo e identit e generano un indebolimento dei legami sociali e linasprimento dei processi di esclusione sociale. I due processi alla base dellesclusione in rete risultano,

158 Capitolo III

quindi, strettamente correlati: cos, se da un lato, lesclusione fisica e simbolica di individui e intere comunit dalle reti telematiche e produttive va a peggiorare non solo le loro gi difficili condizioni economiche e sociali, ma anche la loro posizione di subalternit alle logiche strumentali del potere dei flussi, dallaltro gli imperativi della razionalizzazione veicolati dallapplicazione delle nuove tecnologie al dominio globale della produzione e del commercio, esasperando la divaricazione fra la logica strumentale e universalista e le culture localmente radicate, impongono a loro volta per altre vie esclusione e marginalizzazione sociale. In questo capitolo, quindi, presentati alcuni dati e concetti utili a inquadrare le condizioni della stratificazione sociale e i processi di esclusione sociale nella societ in rete, mi soffermer su una delle dinamiche spaziali dellesclusione, riferita al diverso grado di partecipazione di aree geografiche e Paesi ai processi di produzione e fruizione di Internet. Proceder, quindi, sulla base della letteratura e delle analisi pi recenti, ad una rivisitazione critica degli assunti, delle implicazioni e delle pratiche relative al concetto di digital divide , in quanto inadeguato a cogliere molteplicit e complessit dei fenomeni osservati di stratificazione ed esclusione sociale, e quindi inadatto ad informare iniziative di contrasto. In questo senso presenter due modelli che ne correggono limiti e distorsioni: il primo, che riferisce di una disuguaglianza digitale (Di Maggio e Hargittai 2001; Di Maggio et al . 2004), ne corregge innanzitutto la prospettiva dicotomica orientata da una concezione riduttiva dellaccesso, con attenzione particolare alle differenze allinterno dei Paesi; il secondo, che si sofferma sulla relazione fra le ICT e linclusione sociale (Warschauer 2003), ne allarga lorizzonte per includervi linterazione dinamica fra tecnologia e societ e una

Spazi Pubblici Digitali 159

pi ampia valutazione delle questioni dello sviluppo sociale e umano. La ricognizione di alcune politiche e di alcune azioni che in molti Paesi sostengono gli usi comunitari delle nuove tecnologie (a partire dal movimento della community technology negli Stati Uniti) guider infine verso la definizione di un possibile modello dintervento in grado di coniugare lesigenza di unequa partecipazione alle opportunit offerte dai nuovi ambienti e strumenti digitali con la prospettiva di un loro impiego a sostegno dei processi e delle politiche di inclusione sociale, attraverso la loro integrazione in unampia gamma di risorse, esperienze e significati sociali che originano dai territori e dalle comunit. Un tale modello fa perno sulla progettazione e la realizzazione partecipata di spazi pubblici digitali , sia fisici che virtuali, che si costituiscano come ponti culturali e sociali fra lo spazio dei flussi immateriali e lo spazio dei luoghi fisici: spazi, dunque, in cui promuovere la produzione, la condivisione e la libera circolazione di saperi, conoscenze, informazioni e cultura, offrire accesso e formazione ad un ampia gamma di ambienti, tecnologie e formati digitali, favorire la loro appropriazione sulla base dei bisogni e dei significati locali, integrare cultura e consapevolezza tecnologica nelle dinamiche e nei legami sociali, valorizzare le risorse locali della creativit e della diversit culturale e la messa in rete di soggetti e realt istituzionali, privati e della societ civile. Spazi attraverso i quali sostenere la costruzione dal basso di una societ dellinformazione plurale, partecipata e inclusiva, in cui a prevalere non siano gli imperativi liberisti della competizione e della privatizzazione dei saperi, ma quelli della cooperazione sociale, della solidariet e della condivisione.

160 Capitolo III

1. Stratificazione ed esclusione sociale nella societ in rete


Lavvento dellinformazionalismo al volgere del millennio si associa a disuguaglianze ed esclusione sociale crescenti in tutto il mondo (Castells 1998, p. 75). Nonostante lestensione dei processi di industrializzazione e sviluppo ad una consistente quota della popolazione mondiale, e nonostante i buoni propositi delle istituzioni internazionali e dei governi, nel mondo un numero crescente di persone sperimenta in effetti livelli inaccettabili di privazione, legati alla mancanza di un reddito adeguato e in generale di condizioni di vita accettabili. Dei 4,6 miliardi di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo, ad esempio, 850 milioni sono analfabete, pi di un miliardo non pu accedere a fonti dacqua potabile e 2,4 miliardi non possono usufruire delle strutture sanitarie di base. Quasi 325 milioni di ragazzi e ragazze non frequentano la scuola. E ogni anno 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per cause che si potrebbero prevenire o malattie che si potrebbero curare. Circa 1,3 miliardi di persone vivono con meno di 1 $ al giorno e 2,8 miliardi vivono con meno di 2 $ al giorno. Questo genere di privazioni non si limita ai paesi in via di sviluppo. Nei paesi OCSE pi di 130 milioni di persone sono povere, 34 milioni sono disoccupate e il tasso di analfabetismo funzionale tra gli adulti mediamente del 15%.

1.1 Laumento dellingiustizia sociale e della povert


La prospettiva temporale mostra, inoltre, un incremento sia del numero di persone in condizioni di povert e miseria, sia delle disuguaglianze fra Paesi e individui a livello mondiale:

Spazi Pubblici Digitali 161

negli ultimi trenta anni si assistito ad una progressiva polarizzazione nella distribuzione della ricchezza, secondo una dinamica che ha dominato tutta la storia moderna a partire dalla fine del XIX secolo. Secondo i rapporti dellUNDP (2001) nel 1993 solo 5000 dei 23000 miliardi di dollari del prodotto mondiale provenivano dai paesi in via di sviluppo, nonostante questi ospitassero pi dell80% della popolazione. Il 20 % pi povero ha visto scendere la propria quota del reddito globale dal 2,3 % all1,4% negli ultimi tre decenni. Nel frattempo la quota del 20 % pi ricco salita dal 70 % all85 %. La proporzione del reddito del 20 % pi ricco rispetto al 20 % pi povero salita vertiginosamente, da un rapporto di 30:1 nel 1960 si passati ad uno di 74:1 nel 1997. La concentrazione della ricchezza al vertice cresciuta anche negli anni Novanta: il patrimonio in dollari delle 200 persone pi ricche al mondo passato da 440 miliardi a pi di 1000 miliardi tra il 1994 e il 1998. Sempre nel 1998 le tre persone pi ricche del mondo possedevano, insieme, un patrimonio pi consistente del PIL dei quarantotto paesi pi poveri del pianeta, che allora ospitavano circa 600 milioni di persone 72 . In generale un diversi studi alla della fine del secolo scorso nella riportavano incremento disuguaglianza

distribuzione globale del reddito a favore delle classi medie e alte dei Paesi ricchi e delle elite dei Paesi poveri o in via di sviluppo, vale a dire dei settori della popolazione mondiale che hanno profittato maggiormente o esclusivamente della rivoluzione delle ICT (Warschauer 2003). Secondo alcune di tali ricerche, la crescita delle disuguaglianze allinterno dei Paesi ha contribuito per un quarto a tale aumento delle disuguaglianze. In effetti si registra una tendenza dominante allaumento delle disparit

162 Capitolo III

nella maggior parte dei Paesi, sia industrializzati, sia in via di sviluppo sia pi poveri (Castells 1998). Laumento delle disuguaglianze fra e allinterno dei Paesi e il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce della popolazione mondiale, seppure determinati naturalmente da un pi ampio intreccio di fattori economici, sociali, tecnologici e politici 73 , legato in diversi modi con il salto tecnologico del capitalismo globale (Castells 2001): in primo luogo gli incrementi della produttivit legati alladozione delle ICT, appannaggio esclusivamente o primariamente delle realt e degli attori economici dominanti, aumentano il vantaggio di questi ultimi sugli attori e sui Paesi gi pi indietro; in secondo luogo le caratteristiche delle nuove tecnologie rendono pi agevole connettere i nodi della produzione di ricchezza, della finanza e del management presenti nei Paesi pi poveri direttamente alle reti globali, bypassando le economie e le societ locali e incrementando cos il divario economico e sociale interno fra elites globalizzate e masse di diseredati; infine laccresciuta volatilit dei mercati finanziari indotta dalla massiccia adozione delle ICT e dalle politiche di deregolamentazione, sommata alla diffusione di fenomeni speculativi e allinterdipendenza tecnologicamente determinata delle diverse piazze, produce crisi economiche improvvise e devastanti che, come nel caso dellAsia e dellAmerica Latina sul finire degli anni Novanta o dellArgentina nei primi anni del nuovo secolo, finiscono per trascinare nellindigenza anche la popolazione appartenente alle classi medie.

Spazi Pubblici Digitali 163

1.2 I processi di esclusione sociale nella societ in rete


Le dinamiche globali della ristrutturazione capitalista non hanno effetto solo sulla polarizzazione nella distribuzione della ricchezza, ma anche su un pi ampio approfondimento dei processi di esclusione sociale di individui e interi territori; processi che allo stesso tempo originano da e conducono verso situazioni di povert. Anche in questo caso, sono gli stessi caratteri tecnocratici che guidano la trasformazione in corso a determinare I largamente di le forme e dellesclusione esclusione di e il suo sono aggravamento. concetti inclusione sociale particolarmente rilevanti nellanalisi matrice europea,

sviluppati nellambito delle politiche sociali della Commissione Europea e adottati anche dallInternational Labour Organization (ILO) dellONU: riferiti alle persone, essi riguardano in particolare la possibilit o meno per individui, famiglie e comunit di partecipare pienamente alla opportunit sociali ed economiche e determinare autonomamente i propri destini (Warscahuer 2003). Tali condizioni, pur fondamentalmente associate nelle economie capitaliste alla possibilit di accedere a un lavoro salariato relativamente stabile per un membro almeno di un nucleo familiare (Castells 1998, p. 78), chiamano in causa un ampio ventaglio di fattori e bisogni concernenti la qualit della vita e lintegrazione nel tessuto sociale. Linclusione e lesclusione sociale non sono tanto condizioni stabili quanto processi che coinvolgono individui e territori in base a situazioni e dinamiche sociali ed economiche continuamente variabili (istruzione, politiche sociali e imprenditoriali, culture, pregiudizi e valori, ecc.) ( ibid .). Una tale concettualizzazione consente,

164 Capitolo III

inoltre di superare i ristretti confini che connotano il concetto di sviluppo economico e il suo legame con i controversi effetti prodotti dalla crescita economica per orientarsi verso gli obiettivi dello sviluppo umano promossi, tra gli altri, dallONU (UNDP 2001). Dal punto di vista di un individuo o di un nucleo familiare la condizione occupazionale certamente il meccanismo chiave delle dinamiche di inclusione/esclusione sociale. In questo senso la diffusione e la crescente prevalenza di rapporti di lavoro precari generico, e non discontinui, sostenute nellambito per altro da del un lavoro adeguato autoprogrammabile e a maggior ragione in quello del lavoro rimodellamento delle reti e dei meccanismi di tutela e di protezione sociale post- welfare , rappresenta la principale fonte di esclusione sociale per un numero crescente di individui e famiglie nelle economie avanzate (Castells 1996, 1998; Gallino 2001): ansia, inattivit, frustrazione, mancanza di sicurezze economiche e conseguente impossibilit di investire e progettare sul proprio futuro, fosse anche solo con lobiettivo di trovare un alloggio stabile, gi di per se elementi in grado di pregiudicare un sano tenore di vita, possono sfociare a loro volta in ulteriori disagi fisici e mentali, forme di dipendenza, difficolt relazionali, stigma sociali, fino allingresso settore delleconomia informale o illegale. Limpossibilit di provvedere allaggiornamento delle proprie conoscenze e competenze fra un lavoro e laltro pu ridurre ulteriormente le opportunit occupazionali di una persona, costringendola nel limbo di lavori sottopagati e dequalificati. I soggetti coinvolti si trovano cos intrappolati in una spirale di esclusione e marginalit da cui difficile riemergere; una condizione che colpisce ormai non solo i soggetti tradizionalmente svantaggiati ma la maggior parte delle

Spazi Pubblici Digitali 165

categorie sociali e chiunque non regga il passo dei ritmi vorticosi del ricambio lavorativo e della lotta per la sopravvivenza in un mercato del lavoro sempre pi flessibile e privato dei tradizionali meccanismi di tutela e di rivendicazione collettiva. In quanto fondamentalmente legata ai rapporti di lavoro, lesclusione sociale ancora fortemente associata alle dinamiche che interessano i rapporti di produzione e la divisione in classi sociali, tanto pi che alle nuove condizioni di un precariato di massa nelle economie avanzate si affiancano le tradizionali condizioni di sfruttamento e disoccupazione estesa nei paesi poveri e soprattutto in quelli in via di sviluppo. Daltra parte lattuale transizione sociale ed economica, con lo sviluppo dei caratteri di un capitalismo globalizzato, informazionale e flessibile, il ritiro dello Stato sociale e lemergere del valore delle risorse culturali e di informazione e conoscenza, comporta non solo una progressiva integrazione e sostituzione dei modelli di relazione e conflitto tra capitale e lavoro, ma una accentuata diversificazione degli stessi fattori che influiscono sui processi di esclusione e inclusione sociale (Castells e Himanem 2002). Emergono quindi una serie di parametri che eccedono opportunit e condizioni lavorative e, pur essendone in molti casi dipendenti, assumono nondimeno una rilevanza autonoma nel determinare il livello di integrazione nella societ e di autonomia dei soggetti: oltre alla disponibilit di risorse economiche e beni ritenuti essenziali in un determinato contesto, i processi di esclusione/inclusione sociale sono legati alle condizioni di salute e alla possibilit di accedere a servizi sociali adeguati, al livello di istruzione e formazione, alle condizioni abitative, alla possibilit di accedere alla cultura e allo svago e di dedicare tempo allimpegno civico e in generale alla coltivazione dei legami sociali.

166 Capitolo III

In questo senso, quindi, acquista centralit laccesso a un ampio ventaglio di risorse in grado di soddisfare nel suo insieme i diversi ordini di bisogni individuati da Abraham Maslow nella sua nota scala gerarchica dei bisogni. La valutazione complessiva dei diversi bisogni e delle relative risorse, consentendo di acquisire una necessaria visione dinsieme dei rischi e dei processi di esclusione sociale, permette di sviluppare politiche e programmi a livello nazionale e internazionale che non affrontino solo lemergenza fornendo assistenza immediata e risorse di base ai gruppi sociali e ai Paesi pi svantaggiati ma siano in grado, da un lato, di prevenire i fattori di esclusione e, dallaltro, di evitare processi di dipendenza e favorire piuttosto lo sviluppo di processi di sviluppo autonomo e a lungo termine di individui e Paesi 74 . Come afferma Lisa Servon (2002) riferendosi ai programmi di assistenza ai soggetti svantaggiati dellamministrazione americana, per evitare il rischio di trattare solo i sintomi e non le cause del problema, necessario che le politiche di contrasto alla povert includano, accanto alla garanzia delle risorse di primo livello (cibo, acqua, vestiti, alloggio, istruzione primaria e secondaria, cure sanitarie, cura dei bambini, ecc) la fornitura e la promozione di risorse di secondo livello che comprendono formazione avanzata, conoscenza di base dei meccanismi economici, capacit relazionali e di gestione, indispensabili per una piena partecipazione alle opportunit economiche e sociali. Fra queste risorse di secondo livello rientrano inoltre a pieno titolo laccesso alle nuove tecnologie e la possibilit di acquisire le competenze tecniche e cognitive indispensabili per un loro efficace utilizzo. Molti sottolineano in proposito il proverbiale vantaggio che scaturisce dal ricevere una canna da pesca e i rudimenti

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necessari a pescare, piuttosto che del pesce, e certamente la metafora centra alcune delle ragioni principali che giustificano la promozione delle nuove tecnologie anche in contesti afflitti da alti livelli di privazione o che si trovano ad un diverso stadio di sviluppo da quello delle societ industrializzate. Limpiego delle nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione, se adeguatamente integrato nei diversi sistemi di bisogni, esigenze e condizioni organizzative, pu rivelarsi in effetti un mezzo efficace per facilitare laccesso ad informazioni critiche, utili a migliorare il rendimento delle attivit produttive tradizionali che ancora impegnano la maggior parte della popolazione nei Paesi poveri o in via di sviluppo 75 . Le ICT possono inoltre incrementare produttivit occupazionali e competitivit per individui e di comparti economici, Pi reti in produttive e singole imprese e aumentare le opportunit gruppi svantaggiati. generale, nel contesto di un sistema produttivo ed economico sempre pi informatizzato, connesso e globale, il collegamento alle reti elettroniche e di produzione del valore e lo sviluppo delle competenze relative al trattamento della conoscenza e alla padronanza delle nuove tecnologie rappresentano per Paesi e individui i necessari requisiti per accedere a condizioni di vita pi sostenibili. che lo In conclusione, sviluppo senza
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dal

punto

di

vista

della come

razionalizzazione e delle performances economiche, non vi dubbio senza Internet sarebbe lindustrializzazione lelettricit nellera industriale

(Castells 2001, p. 251) . Daltra parte, come gi sottolineato, il modello di sviluppo del capitalismo informazionale, fondato sulle ICT, le reti di comunicazione e la valorizzazione delle risorse di conoscenza e informazione, implica per sua stessa natura una dinamica di integrazione selettiva e sviluppo irregolare, che contempla allo

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stesso tempo una vertiginosa crescita della ricchezza a beneficio di pochi e laumento del numero di persone che versano in condizioni di povert, inclusione ed esclusione sociale. Non solo gli sforzi dei Paesi pi poveri per entrare a far parte delle reti dellaccumulazione capitalista si traducono spesso in un incremento delle disuguaglianze interne e in un inasprimento dei processi di esclusione sociale, ma anche le realt incluse, collegate ai flussi di capitale e informazioni, lo sono per lo pi in condizioni di subalternit rispetto agli attori dominanti e finiscono quindi per patirne gli effetti pi che raccoglierne i benefici ( ibid. ). La connessione di individui, comunit, regioni e paesi alle reti globali della produzione di valore, ricchezza e informazioni, non assicura ovviamente di per se il dispiegarsi di processi di inclusione sociale di queste realt; al contrario, date certe condizioni, pu paradossalmente finire per incrementarne esclusione, isolamento e marginalizzazione processi che, giova ricordarlo, non sono necessariamente associati a situazione di povert o difficolt economica, ma possono derivare dallindebolimento dei legami sociali e delle reti di protezione, dalla mancanza di unadeguata vita relazionale, dalla difficolt ad accedere alle risorse della cultura e dello svago, dal disgregamento, cio, delle basi materiali su cui si fonda la costruzione delle identit. In questo senso, dunque, a innescare processi di esclusione e isolamento sociale possono intervenire anche i fenomeni pi di volte schizofrenia ricordata, fra sociale legati allinconciliabilit, luniversalismo

astratto delle logiche strumentali che orientano i processi dominanti della societ in rete nello spazio dei flussi e i valori culturali radicati nelle relazioni e nei significati condivisi che invece segnano lesperienza delle persone nello spazio dei luoghi.

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La prospettiva imperniata sui concetti di inclusione ed esclusione sociale si rileva allora particolarmente adeguata a cogliere le due relazioni dinamiche fondamentali e parallele che segnano il dispiegarsi della societ in rete e delle sue linee di contraddizione: vale a dire il rapporto dialettico fra la Rete e le identit, da un lato, e fra i flussi e i luoghi, dallaltro (Castells 1996, 1997). Il concetto di inclusione sociale riflette in modo particolarmente adeguato gli imperativi dellattuale et dellinformazione, in cui sono venute alla ribalta le tematiche dellidentit, del linguaggio, della partecipazione sociale, della comunit e della societ civile (Warschauer (2003, p. 9, traduzione mia ). Le questioni dellidentit e della dimensione locale, nel loro rapporto con le reti e i flussi globali, sono dunque cruciali nellarticolazione delle politiche intese a conciliare sviluppo tecnologico ed economico con giustizia e inclusione sociale nellet dellinformazione (Castells e Himanem 2002). La maggior parte degli individui che esperiscono la realt sociale nello spazio dei luoghi, sconnessi dalle reti o connessi in condizioni di subalternit come attori della produzione e del consumo, si ritrova sottomessa ai flussi lontani e disincarnati che ne indirizzano le esperienze mediate e le prospettive di esistenza. I processi di privatizzazione e mercificazione spinta dellinformazione, della cultura e dellintrattenimento messi in atto dalle corporations globali che controllano media e sistemi simbolici, impattano sulle reali possibilit degli individui di godere di tali risorse e quindi sul loro livello di partecipazione alla vita sociale integrata dai media. Il sistema dei media contemporaneo, e limmensa concentrazione di potere simbolico che esso costituisce, genera di per se una dimensione di disuguaglianza sociale (Couldry 2002). La personalizzazione del consumo mediale resa possibile dalle tecnologie e dai formati

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digitali genera inoltre un ulteriore livello di stratificazione sociale degli usi, legata non solo alla provenienza sociale ma anche alle differenze culturali e di istruzione (Castells 1996). Secondo Wellman (2001) Internet ha contribuito al passaggio da una societ basata sui gruppi ad una societ fondata sulle reti che ridefinisce i confini della comunit e della vicinanza geografica e costituisce il terreno fertile per l individualismo in rete ( networked individualism ) (Castells 1996, 2001; Wellman 2001). Chi in grado e ha la possibilit di padroneggiare i nuovi ambienti e i nuovi strumenti digitali li piega alle proprie esigenze per dar vita a nuove forme di socialit improntate ad una relazione simbiotica fra i luoghi fisici in cui vive e le reti attraverso cui estende il proprio raggio di azione e comunicazione. Queste forme di socialit sfruttano efficacemente le potenzialit connettive e interattive delle nuove tecnologie per ricostruire dal basso legame e cooperazione sociale e in alcuni casi addirittura per mobilitare lo spazio dei flussi, ossia utilizzare Internet e la logica di rete per fini sociali. Ma chi non in grado o non ha la possibilit di sostenere il ritmo vorticoso dellinnovazione comunicazione e e del cambiamento, finisce appropriandosi invece per delle essere tecnologie per soddisfare i propri bisogni autoderminati di informazione, interagito da pi che interagire con (Castells 1996) la massa di contenuti multimediali omologati e preconfezionati, mentre viene privato dai meccanismi astratti della razionalizzazione tecnocratica della possibilit di determinare e controllare la propria vita, i propri ambienti e i propri codici culturali. In queste condizioni il ritiro in una socialit e in un intrattenimento privatizzati e addomesticati , raggiunti senza sforzo grazie alla pervasivit delle nuove tecnologie, pu condurre in effetti

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allerosione, pi che ad un rafforzamento delle reti sociali, e ad un progressivo processo di isolamento e conseguente marginalizzazione.

2. Le geografie della societ in rete


2.1 Geografie della comunicazione
Le nuove tecnologie e le forme sociali ed economiche da queste plasmate sono spesso state superficialmente descritte ed esaltate come realt in grado di prescindere da qualsiasi dimensione spaziale e di trascendere o uccidere le distanze (Bonora 2001; Ortoleva 2001). Eppure le reti che ne costituiscono la manifestazione pi eclatante e dirompente sono, in quanto tali , lespressione di una certa organizzazione e modellazione dello spazio. Osservata nel suo insieme Internet il risultato del collegamento progressivo di una quantit impressionante di reti e sottoreti di computer, auto-organizzate in modo semigerarchico sulla base di una molteplicit di snodi principali ( hubs ) e di zone periferiche punteggiate di nodi connessi tra loro in diversa misura, che concorrono a disegnare nello spazio un complesso reticolare (Buchanan 2003). La societ e leconomia informazionale, in quanto fondate sul funzionamento di tali reti, possiedono di fatto alcune peculiari dinamiche spaziali, modellate dallinterazione fra i circuiti comunicativi incarnati nelle infrastrutture di telecomunicazione e nei dispositivi di collegamento, e i luoghi che questi attraversano. Come accennato in precedenza, lesclusione sociale colpisce, oltre che individui, gruppi sociali e famiglie, anche i territori (quartieri, citt, regioni, interi Paesi), secondo dinamiche che si

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differenziano dai tradizionali processi di segregazione spaziale e riguardano piuttosto la capacit delleconomia e del sistema informazionale di mettere in collegamento transterritoriale le aree e i segmenti di societ in grado di offrire valore sulle reti globali, scaricando al contempo quelle realt locali di scarso interesse dal punto di vista dellaccumulazione capitalista. Le dinamiche di esclusione e inclusione che interessano aree e territori, danno luogo dunque ad una geografia peculiare della societ in rete che va a integrare le tradizionali distribuzioni spaziali del potere e della ricchezza e articola i rapporti fra le reti di comunicazione e i territori (Bonora 2001). Sono gli stessi processi di moltiplicazione, frammentazione e specializzazione delle reti, daltra parte, a negare la presunta isotopia del paradigma reticolare e a svelarne piuttosto i caratteri di stratificazione, organizzazione gerarchica e complessit di relazioni con i territori: le reti si differenziano, cos, nettamente in reti orizzontali, a carattere operativo, e reti verticali, a carattere gestionale-decisionale; o ancora, pi drasticamente, in una minoranza di reti attive, nella diffusione di significati, di senso, di innovazioni, e nella marea di reti passive, i cui utenti si limitano a consumare o a eseguire compiti. Come sottolinea Bonora (2001, p. 17-18) bisogna saper distinguere allora tra reti di significati, valori, codici condivisi, in cui la comunicazione frutto di reciprocit, di scambio paritario, generatrici di coesione, dai circuiti funzionali, il cui scopo la mera trasmissione, il trasferimento, e il la velocizzazione del la comando, lorganizzazione coordinamento

pianificazione e il controllo della razionalizzazione tecnocratica e nei quali dobbiamo riconoscere flussi gerarchici, polarizzati, unilaterali e squilibrati, in cui lemittente trasmette le proprie

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informazioni-decisioni e il ricevente ha ruolo subordinato di (intelligente) esecutore. In unindagine orientata a svelare quali nuovi schemi di inclusione/esclusione stia progressivamente sviluppando la diffusione delle ICT nelle citt di tutto il mondo, Stephen Graham e Simon Marvin (2001) hanno mostrato come le reti infrastrutturali stiano frammentando le aree urbane sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo. La competizione sul mercato e le politiche di deregulation hanno creato differenze straordinarie nella capacit di connettersi in rete in maniera efficiente tra le citt e allinterno delle citt in tutto il mondo. Di conseguenza, nel mondo, le aree chiave delle imprese vengono equipaggiate con motori per le telecomunicazioni allavanguardia, formando dei nodi glocali ( ibid. ), vale a dire, aree specifiche che si collegano attraverso il pianeta con aree equivalenti in altre parti del mondo, rimanendo invece disconnesse dal proprio hinterland. Larretratezza degli spazi svalutati nelle loro infrastrutture di telecomunicazioni rafforza il loro isolamento e scava le trincee della loro esistenza basata sul luogo. Un nuovo dualismo urbano sta emergendo tra spazio dei flussi e spazio dei luoghi: lo spazio dei flussi collega i luoghi distanti sulla base del loro valore di mercato, della loro selezione sociale e della loro superiorit infrastrutturale; lo spazio dei luoghi che isola le persone nei loro quartieri come conseguenza delle loro diminuite possibilit di accedere ad una localit migliore (a causa delle barriere dei prezzi), e anche alla globalit (a causa della mancanza di unadeguata connettivit) (Castells 2001) .

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2.2 La relazione fra lo spazio dei flussi e lo spazio dei luoghi


Le geografie della comunicazione (e dellesclusione in rete) sono attraversate dalla dialettica fondamentale, evidenziata da Castells, fra lo spazio dei flussi , in cui operano le reti del capitale, della finanza, dei media transnazionali, e lo spazio dei luoghi , in cui si concentrano il lavoro, il consumo e la vita quotidiana delle persone e in cui si accumulano le conseguenze materiali della sconnessione dalle reti globali (Castells 1996). Una dialettica in grado di sussumere lopposizione fondamentale fra globalit e localismo, articolandola in una relazione contraddittoria oscillante fra complementariet e conflitto. Le metropoli e le megacitt (Castells 1996), in cui vive una quota maggioritaria e in crescita della popolazione mondiale, sono gli snodi fondamentali di questa dialettica. Esse partecipano infatti, a diverso livello, di entrambe le articolazioni spaziali, costituite allo stesso tempo di luoghi fisici e di flussi elettronici, in continua interazione fra loro. La citt globale descritta da Sassen (1991) si presta a rappresentare il paradigma di questa ambivalente sovrapposizione funzionale fra i flussi e i luoghi: il concetto si riferisce infatti allarticolazione globale fra specifici segmenti di diverse metropoli (in particolare i nodi strategici di Londra, New York e Tokyo), tra loro collegati elettronicamente per costituire una rete di controllo delle attivit dellintero pianeta. Da un altro punto di vista si pu notare come la vita quotidiana nei luoghi delle metropoli sia segnata dallincessante interazione con sistemi di informazioni che operano nello spazio dei flussi: questultimo radicato nello spazio dei luoghi, ma nondimeno le due logiche sono profondamente diverse.

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Lo spazio dei flussi origina dalla contemporanea dispersione e concentrazione dei servizi avanzati che costituiscono il nucleo di tutti i processi economici delleconomia informazionale e consistono nella generazione e nel trattamento di conoscenza e, appunto, flussi di informazione (Castells 1996). Se i processi dominanti della nostra vita economica, politica e simbolica sono espressi da flussi (di capitale, informazione, tecnologia, immagini, suoni, simboli), allora il loro supporto materiale sar linsieme degli elementi che supportano tali flussi. Lo spazio dei flussi descritto da tre strati di supporti materiali: un circuito di scambi elettronici, ossia linfrastruttura tecnologica della rete; nodi e snodi, organizzati secondo una gerarchia variabile, che coordinano i diversi elementi delle reti e svolgono funzioni chiave al loro interno; lorganizzazione spaziale delle elite manageriali dominanti che, al fine di conservare il dominio tramite il possesso dei codici culturali, opera secondo la duplice dinamica di una autosegregazione simbolica (e in alcuni casi fisica, nelle comunit recintate) e di unomologazione globale degli stili di vita e dellambiente simbolico e architettonico dellelite. Secondo Castells (1996, p. 542) nelle condizioni della societ in rete, in cui il capitale si differenzia e si coordina globalmente e il lavoro si frammenta e si individualizza, "la lotta di classe fra capitalisti diversificati e classi operaie miscellanee sussunta nella pi fondamentale contrapposizione tra la nuda logica dei flussi di capitale e i valori culturali dell'esperienza umana" che si svolge nello spazio dei luoghi. Nel processo di espansione della filiera produttiva e della catena del valore oltre le mura della fabbrica, luoghi e territori fisici sono integrati nelle dinamiche della valorizzazione e della competizione economica basate sul potere connettivo delle reti e

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delle tecnologie dellinformazione. Saperi incarnati nel tessuto sociale, caratteri storici e culturali, infrastrutture fisiche e logiche, istituzioni locali, livelli di qualit della vita, immagini e riflessi; le risorse che emanano dal territorio svolgono dunque il ruolo di assets da giocare nella competizione globale per attrarre attivit economiche redditizie (Bonomi 1999; Castells 1996). I sistemi locali rappresentano sotto questo profilo perfetti comparti produttivi, dove tutta la societ, il tessuto delle intese e delle relazioni, i legami fiduciari, la comunanza di obiettivi e di valori, sono coniugati in un'unica direzione (Bonora 2001, p. 9). Daltra parte questa integrazione nei flussi globali, se evita marginalit ed esclusione dalle reti, comporta anche il pi delle volte relazioni di dipendenza e lerosione delle risorse culturali per via della loro mercificazione (p. 22-23, 31). Parallelamente i processi di innovazione tecnologica e sociale relativi ai nuovi media sono fortemente influenzati e indirizzati dai caratteri della localit. Vediamone tre esempi. In primo luogo la stessa produzione dellinnovazione tecnologica che ha dato il via e che alimenta leconomia inormazionale legata alle condizioni di prossimit spaziale e alla specifica localizzazione dei milieux dinnovazione . Poi, lo sviluppo commerciale di Internet presenta forti connotazioni spaziali riscontrabili nella dislocazione fisica di routers e dorsali e nella geografia delle coperture satellitari e della produzione di software e contenuti (Castells 2001; vedi paragrafo seguente). Infine, Le tecnologie wireless a banda larga, indicate da molti osservatori e analisti come la promessa di una connettivit universale e ubiqua, si prestano dal canto loro a dar forma ad una realt, aumentata dalle reti mobili di comunicazione ma vissuta (e condivisa) nello spazio fisico, in cui network sociali,

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fisici e virtuali si mescolano per dar vita a nuove configurazioni sociali ibride mediate dalle tecnologie (Rheingold 2002). Le forze che pi spingono verso la deterritorializzazione delle relazioni sociali (lo sviluppo delleconomia informazionale globale e quello delle reti di comunicazione) sono allora paradossalmente le stesse che ridanno centralit ai luoghi. In tale cortocircuito le risorse della localit acquistano per un valore che tale non pi per le comunit che le producono e le incarnano, ma per gli attori globali che detengono il potere di connettere e sconnettere i nodi delle reti e sottomettono tali risorse alle logiche strumentali delleconomia informazionale. Ruolo degli attori istituzionali pubblici e privati, allora, dovrebbe e potrebbe essere quello di ristabilire una centralit dei luoghi connessi in rete che ridia autonomia alle comunit che li abitano, incrementando allo stesso tempo le opportunit di accesso e uso efficace delle nuove tecnologie, e concentrandosi pi che sul valore di scambio dei luoghi (e delle loro immagini), sul loro valore duso da parte delle collettivit (Bonora 2001).

2.3 La geografia di Internet


Costituendo spaziali fin qui Internet evidenziate il si principale intrecciano e ambiente in parte di si comunicazione della "rete globale", gli squilibri e le dinamiche sovrappongono alla complessiva geografia di Internet (Castells 2001, cap. 8). Questultima, riaffermando peraltro la centralit delle coordinate spaziali pur nel contesto della complessiva ridefinizione delle distanze operata dalle ICT, si riferisce alla dislocazione fisica nel dei pianeta centri di delle infrastrutture di telecomunicazione, produzione, elaborazione,

trasmissione e fruizione dei formati digitali che danno forma e

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sostanza ad Internet, e dei luoghi connessi e attraversati dai flussi informazionali. La geografia di Internet a sua volta coerente con il pi ampio paesaggio delle telecomunicazioni e dellindustria culturale e con le loro cartografie, ed integrata nelle discontinuit della geografia fisico-politico-economica del pianeta 77 . Concentrando in particolare la nostra attenzione sulle dinamiche di esclusione e disuguaglianza nella societ in rete legate alla relazione costitutiva fra flussi e luoghi , possiamo distinguere, con Castells (2001, p. 195-210) tre prospettive da cui osservare la dimensione geografica di Internet vale a dire del medium su cui si basa in larga parte questa inedita configurazione sociale e le relative disuguaglianze che vanno a comporre parte dello scenario del digital divide : la geografia tecnologica, la geografia degli utenti e la geografia della produzione di Internet.

2.3.1 La geografia tecnologica


La geografia tecnologica si riferisce al paesaggio disegnato dalle linee e dalle tecnologie di telecomunicazione dedicate al traffico di pacchetti di dati su Internet 78 . Essa concerne, quindi, la dislocazione geografica dei grandi cavi sottomarini e terrestri e dei satelliti geostazionari che forniscono connettivit alle diverse aree del pianeta, insieme a quella dei principali router che instradano il traffico Internet fra gli ISP (Internet Service Provider) di primo livello; da queste infrastrutture di base, che costituiscono la dorsale di Internet, e dalle reti fisiche che raggiungono i singoli Paesi, dipende inoltre lampiezza di banda di cui questi ultimi dispongono. Da tale prospettiva geografica emerge dunque una distribuzione territorialmente irregolare delle infrastrutture di

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rete e, di conseguenza, dellampiezza di banda disponibile, con un deciso squilibrio a favore del Nord America, che in effetti concentra la maggior parte dei flussi di traffico IP in molti casi anche solo come tappa di passaggio intermedia 79 . A seguire, nella graduatoria dellampiezza di banda disponibile, si posizionano, nellordine, Europa e Asia, pi indietro Oceania e America Latina e, staccatissima, lAfrica (figura 1) . Questo quadro complessivo si riflette nelle marcate discontinuit presenti anche allinterno dei continenti fra aree geografiche e singoli Paesi e, aumentando ulteriormente la risoluzione, nella distribuzione irregolare della qualit della connessione fra le regioni di un Paese o le zone di unarea metropolitana 80 . In un ottica complessiva, [] la dipendenza dagli Stati Uniti viene progressivamente rimpiazzata dalla dipendenza tecnologica da un network di reti a banda larga che collega la maggior parte dei principali centri metropolitani del mondo con i nodi principali in larga misura ancora localizzati negli USA (Castells 2001. p. 197).

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Figura 1. Ampiezza di banda disponibile per diverse aree geografiche. 2004.

Fonte: www.telegeography.com

Le tecnologie wireless della famiglia 802.xx 81 , impongono poi una nuova dimensione locale alla geografia tecnologica di Internet: le caratteristiche tecniche delle reti senza fili, basate sulla codifica e la trasmissione di dati per mezzo di segnali radio dalla portata pi o meno estesa, ne rende laccesso fortemente dipendente dalla localizzazione dei dispositivi di trasmissione. Da un lato, quindi, questo insieme di tecnologie, esente dai costi e dalla pesantezza delle infrastrutture su cavo (rame e fibra), promette di fornire una soluzione ai problemi infrastrutturali che minano quantit e qualit dellaccesso ad Internet nelle zone remote e nei Paesi in via di sviluppo (Press 2003) 82 ; dallaltra rischia di riproporre le dinamiche di disuguaglianza ad un diverso livello, con zone servite dalla connettivit ubiqua, mobile

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e a banda larga fornita dalle reti senza fili di ultima generazione e altre tagliate fuori dallinnovazione tecnologica e dai relativi benefici 83 . Negli ultimi anni negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, Finlandia e Spagna, si sono moltiplicati progetti, sostenuti dalle amministrazioni locali e dalla mobilitazione dal basso di attivisti e piccoli operatori, volti a creare reti wireless municipali o comunitarie complementari o alternative ai sistemi tradizionali e agli operatori si dominanti sono per e delle dovuti con le telecomunicazioni; principali questi di progetti

confrontare in molti casi con le resistenze opposte dalle compagnie telecomunicazione regolamentazioni delle agenzie governative del settore tese a favorire le posizioni di mercato consolidate 84 .

2.3.2 La geografia dellaccesso


La seconda prospettiva geografica relativa ad Internet, la geografia dellaccesso (o degli utenti ; Castells 2001, p. 197), vale a dire la distribuzione territoriale, estremamente disomogenea, della popolazione in condizioni di accedere ad Internet, sia in termini assoluti che in proporzione al numero di abitanti. Tale disparit geografica nellaccesso costituisce una delle dimensioni indagate nellambito degli studi e delle analisi sul cosiddetto digital divide . In questa sede, i dati relativi allaccesso vengono presentati esclusivamente per operare un confronto macroscopico fra i diversi livelli di diffusione di Internet per aree geografiche e sottolineare in questo modo uno degli aspetti della dimensione spaziale fra globale e locale delle ICT e di Internet in particolare. I limiti della concezione ristretta di accesso cui si riferiscono questi dati limiti che verranno indagati nel terzo paragrafo

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non incidono pi di tanto sulla definizione di questa dimensione spaziale. In effetti la dimensione territoriale si rivela una componente fondamentale delle disparit nellintensit e nella qualit (stabilit e ampiezza di banda) dellaccesso ad Internet, legata daltronde alla geografia tecnologica appena discussa. Allinterno dei singoli Paesi si riscontrano linee di demarcazione fra regioni, fra aree urbane e rurali, fra citt e fra zone di una stessa citt; i livelli di disuguaglianza diventano macroscopici se si prendono in considerazione le differenze fra grandi aree geografiche o fra Paesi; in questi ultimi una minore diffusione delle nuove tecnologie si accompagna di solito a sua volta a maggiori squilibri interni, su base geografica ma non solo. Le elaborazioni statistiche effettuate da diverse organizzazioni sulla base dei dati pubblicati da organismi internazionali come lITU 85 e da istituti di consulenza privati come Nielsen-NetRatings, oltre che da agenzie governative o private locali, ci aiutano a fornire un quadro dinsieme approssimativo della diseguale distribuzione dell accesso ad Internet a livello globale. I dati pi recenti (febbraio-marzo 2005), raccolti ed elaborati sul sito Internet World Stats, indicano un numero complessivo di circa 890 milioni di utenti Internet 86 nel mondo, con un incremento di quasi due volte rispetto al dicembre 2000 e corrispondente al 13,9 % della popolazione mondiale. Lo squilibrio nella distribuzione globale di Internet evidente se si prende in considerazione la percentuale di utenti rispetto alla popolazione complessiva delle diverse aree geografiche (figura 2) . Il Nord America (con il 24,9 % degli utenti mondiali) guida nettamente la classifica con un tasso di penetrazione del 67,4 % e percentuali molto simili per Stati Uniti e Canada; a seguire

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troviamo lOceania, che conta per un 1,8 % dellutenza mondiale, ma presenta un tasso del 48,6 %, a cui contribuiscono per soprattutto i valori di Australia e Nuova Zelanda. In Europa (29,2 % sul totale) la media di 35,5 utenti su 100 viziata da forti squilibri interni che vedono tassi di penetrazione stimati fra il 35 e il 70 % per la maggior parte dellEuropa dei 15, per alcuni dei Paesi di recente integrazione e per pochi altri come Norvegia, Svizzera e Islanda, e valori decisamente pi bassi per la maggior parte dei Paesi dellEst e per la Grecia. LAmerica Latina, con una quota del 6,3 % e una media di penetrazione del 10,3 %, anchessa caratterizzata da forti disuguaglianze al suo interno, con percentuali pi alte della media, in ordine crescente, per Per, Brasile, Argentina, Costa Rica e soprattutto Cile e Uruguay. Situazione simile per lAsia in cui, nonostante una quota sul totale del 34 %, determinata dallelevato numero di abitanti, e percentuali per alcuni Paesi tra le pi alte al mondo (Hong Kong, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Taiwan) la penetrazione media non supera l8,4%; e per il Medio Oriente (appena il 2,2 % del totale), in cui il valore medio di 7,5 % il frutto di una penetrazione sostenuta solo in Israele e media in alcuni emirati e in Libano. In fondo alla classifica, nettamente distanziata, lAfrica, nonostante ospiti il 14 % della popolazione mondiale, conta solo per un misero 1,5 % degli utenti totali di Internet e presenta un uguale valore del tasso di penetrazione, a cui contribuiscono per ben pochi Paesi: Sud Africa ed Egitto, che insieme concentrano quasi la met di tutti gli utenti Internet dellAfrica, poi Marocco, Tunisia e Nigeria e i piccoli Stati-isola mete del turismo esotico internazionale, tutti comunque con valori inferiori al 10 %. Nonostante limpetuosa crescita del numero degli utenti (addirittura 55 volte quello stimato nel 1995, anno di debutto del

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Web e avvio dellInternet di massa), la globalit di Internet e le idee di un universalismo senza totalit (Levy 1994), di una morte delle distanze e della fine della geografia si sono rivelate nel migliore dei casi pie illusioni, e nel peggiore vere e proprie mistificazioni (Bonora 2001; Ortoleva 2001): anche solo la semplice e generica possibilit di accedere ad Internet riservata, secondo queste stime, a meno di un ottavo della popolazione mondiale, concentrato per lo pi sulle due sponde dellAtlantico, in alcune aree dellAsia e dellOceania e in pochi

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Figura 2. Penetrazione di Internet e percentuale degli utenti sul totale per ciascun Paese. Settembre 2004.

Fonte: www.zooknic.com

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Paesi dellAmerica Latina e del Medio Oriente; senza considerare che a livello di singolo Paese si registrano comunque, in misura variabile, ulteriori disparit nellaccesso, legate, oltre che alla dimensione spaziale, anche e soprattutto alle condizioni socioeconomiche. Da un punto di vista complessivo, lo squilibrio globale nellaccesso ad Internet ben riassunto dal dato secondo cui i primi 20 Paesi per numero assoluto di utenti Internet raggruppano l81,9 % degli utenti mondiali 87 . Il continente africano rimane quasi completamente tagliato fuori da questa opportunit, se si esclude un numero ridotto di Paesi, in cui i tassi di penetrazione rimangono comunque molto bassi. Le dinamiche di crescita recenti ovviamente pi intense nei Paesi in cui livelli di diffusione iniziali erano pi bassi non hanno intaccato in maniera sostanziale gli squilibri globali e nei Paesi in via di sviluppo hanno finito per aggravare quelli interni, incrementando dotazione tecnologica e possibilit di accesso alla Rete delle elites , residenti nei centri urbani e appartenenti alle classi sociali pi elevate. Gli squilibri geografici nella diffusione di Internet allinterno dei singoli Paesi sono molto significativi un po dappertutto e si rivelano, per altro, tra i pi persistenti: nonostante, infatti, lincremento della penetrazione di Internet si traduca in quasi tutti i Paesi pi sviluppati in una riduzione delle disuguaglianze nellaccesso lungo le principali linee di demarcazione socioeconomica (Di Maggio e Hargittai 2001), rilevanti divari geografici nellintensit e nella qualit dellaccesso fra aree urbane e rurali, fra citt di diverse dimensioni e addirittura fra diverse aree di una stessa citt permangono negli Stati Uniti (NTIA 2000) e in molti Paesi europei integrati o meno nel processo di unificazione, peraltro con unanomala e curiosa eccezione rappresentata dallItalia (Commissione Europea 2005).

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Se queste disuguaglianze sono certamente legate ai fattori socioeconomici che continuano a determinare il grado di accesso alle ICT (reddito, istruzione ed et gioca su in tutti) esse e che si sovrappongono alla distribuzione geografica, nondimeno la geografia tecnologica di Internet un ruolo importante. Il fenomeno poi ancora pi accentuato nella maggior parte dei Paesi in via di Sviluppo con tassi di penetrazione significativi (Warschauer 2003; Servon 2002). Oltre alla stima del numero di utenti, laltro metodo di solito utilizzato per misurare lestensione di Internet e gli squilibri nella sua diffusione geografica il calcolo, rispettivamente, del numero totale e della densit in ogni Paese degli Internet hosts , cio dei dispositivi connessi alla Rete e dotati di un indirizzo IP attivo. Il primo valore fornisce unindicazione della dimensione minima raggiunta dalla Rete nel suo complesso, in quanto non esiste una correlazione diretta fra numero di hosts e utenti e un host pu corrispondere ad un singolo computer come ad un server che nasconde unintera rete locale. Questo valore, rimasto su valori bassi fino a tutti gli anni Ottanta (313.000 hosts nel 1990) cresciuto in maniera esponenziale dallesplosione del Web a met degli anni Novanta fino ad oggi, passando dai 5 milioni del 1995 agli attuali 318. Il secondo valore, relativo alla distribuzione geografica degli hosts in termini assoluti e relativi (figure 3 e 4) , a sua volta soggetto ad un margine di errore, legato allimpossibilit di assegnare in modo univoco un host ad una determinata collocazione geografica. In realt questo metodo non stabilisce la collocazione geografica di un determinato dispositivo connesso alla Rete ma quella corrispondente al dominio di primo livello del suo indirizzo IP 88 . I valori effettivamente riscontrati per i singoli Paesi e parzialmente corretti per tener conto di queste

188 Capitolo III

imprecisioni, ricalcano a grandi linee gli squilibri osservati nella distribuzione degli utenti, seppure con alcune eccezioni. Da un lato, infatti, si evidenzia il maggior peso di alcuni tra i Paesi pi connessi di ed nella utenti, in concentrazione bilanciato di host rispetto da un i alla netto quali percentuale America, comunque Stati
89

predominio del Nord particolare degli Uniti, concentrano il 62 % degli hosts mondiali ; dallaltro si osserva, per, un vantaggio ancora maggiore, nella concentrazione degli hosts , a favore di quei Paesi e quelle aree gi con tassi di penetrazione pi alti.

Figura 3. Numero di host Internet ogni 1000 abitanti per ciascun Paese del Mondo. Dicembre 2004.

Fonte: www.gandalf.it

Spazi Pubblici Digitali 189


Figura 4. Numero di host Internet ogni 1000 abitanti per ciascun Paese Europeo. Dicembre 2004.

Fonte: www.gandalf.it

2.3.3 La geografia della produzione


Nellindagare le discontinuit spaziali che segnano la diseguale diffusione di Internet, la natura del mezzo fa s che alla valutazione della distribuzione geografica dei semplici fruitori si debba necessariamente aggiungere quella relativa ai fornitori , vale a dire ai nodi della Rete che generano, processano e distribuiscono informazioni. In questo modo si evidenza una nuova fondamentale prospettiva geografica da cui osservare le disuguaglianze digitali, quella relativa alla produzione non solo dei contenuti, ma anche dei servizi, del software e delle tecnologie, che costituiscono la Rete delle reti e il Web; mentre possibile ipotizzare che negli anni a venire l uso di Internet si

190 Capitolo III

diffonda anche al di l delle attuali barriere geografiche e sociali, questa geografia economica della produzione di Internet si rivela invece pi selettiva e ancorata ai tradizionali modelli di dipendenza culturale ed economica verso un esiguo numero di Paesi e addirittura di aree circoscritte al loro interno. La produzione dei dispositivi e delle tecnologie alla base di Internet si intreccia alla pi complessiva produzione di ICT e si concentra in effetti in pochi nodi tecnologici globali, in cui grandi imprese, start-up e piccoli fornitori intessono reti produttive a partire da pochi milieux dinnovazione gravitanti intorno a grandi dalle aree vecchie metropolitane, funzioni (Castells vecchie o Un o di nuove, nuova modello riconvertite industriali 1996).

informazionalizzazione

dinsediamento simile si registra anche per le societ di software, per i service providers e per le societ che gestiscono i principali portali che costituiscono la soglia dingresso per la maggior parte degli utenti della Rete (Castells 2001). Le politiche di esternalizzazione e delocalizzazione di molte aziende hi-tech hanno in parte sostenuto lo sviluppo di alcuni altri nodi tecnologici sussidiari sparsi per il mondo (come Bangalore in India per il software, o larea di Pudong, di fronte a Shangai, in Cina per le componenti elettroniche, o il cosiddetto supercorridoio multimediale in Malesia), ma il pi delle volte questi nodi si sono costituiti come vere e proprie enclaves di ricchezza e innovazione, imprigionati comunque in ruoli subalterni rispetto alle grandi corporations statunitensi, europee e giapponesi e in stridente contrasto con contesti nazionali caratterizzati non solo dal forte ritardo tecnologico, ma anche dai fenomeni della povert e dellesclusione sociale. La produzione di Internet non si limita alle societ che fabbricano le tecnologie o sviluppano software e servizi. La

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geografia di Internet anche e soprattutto segnata dalla distribuzione dei soggetti che forniscono i contenuti, registrando un dominio e immettendo, processando e distribuendo informazioni. La distribuzione territoriale dei provider di contenuto di Internet, sulla base dellindirizzo postale di un campione casuale di societ proprietarie di un dominio, stata indagata tra il 1996 e il 2001 dal ricercatore americano Matthew Zook per lintero mondo, lEuropa, gli Stati Uniti e per 2500 citt (Castells 2001) 90 . I dati confermano sostanzialmente quanto gi rilevato rispetto una alla produzione dei di tecnologie domini pi nei e servizi, pi La mostrando concentrazione in particolare Paesi

sviluppati, con un netto predominio degli Stati Uniti, e nelle aree metropolitane, quelle grandi. concentrazione dei domini a livello globale per maggiore di quella degli utenti, a suggerire una crescente asimmetria fra produzione e consumo dei contenuti di Internet, con gli Stati Uniti che producono per tutti gli altri e il mondo sviluppato che produce per il resto del mondo (Castells 2001, p. 204). Anche rispetto alleffettivo impatto dei contenuti, gli Stati Uniti dominano nettamente sia la classifica del numero di pagine viste, sia quella dei siti pi visitati. In contrasto con la diffusione delluso di Internet dalle sue zone originarie di sviluppo, la fornitura di contenuti sempre di pi, ed in maniera predominante, un fenomeno metropolitano: nel 2000 le 500 citt al mondo con il maggior numero di domini contavano per il 12,4 % della popolazione e per il 70 % di tutti i domini. Lo stesso predominio degli dei Stati Uniti riflette in nelle realt laltissima aree concentrazione domini Internet principali

metropolitane del Paese e addirittura in alcune aree specifiche di queste citt , che corrispondono pi o meno alle stesse che hanno dato il via allo sviluppo dellInternet commerciale. Anche

192 Capitolo III

in un settore di attivit, come la fornitura dei contenuti di Internet, che sembrerebbe sganciato da grandi investimenti e quindi pi libero di svilupparsi in maniera decentrata e delocalizzata, la concentrazione territoriale, in particolare metropolitana, invece la norma, risultando addirittura pi alta che in altre industrie. La forza culturale ed economica delle metropoli le ha rese lambiente privilegiato dello sviluppo delle tecnologie dellinformazione e della comunicazione: la disponibilit di infrastrutture, un ambiente culturale sensibile allinnovazione e al cambiamento, la presenza di istituzioni accademiche e di ricerca in cui conoscenze e informazioni possano entrare in sinergia e, non meno importante, la presenza di capitale di rischio pronto ad essere investito nello sviluppo e nella commercializzazione dei nuovi prodotti, tutti questi elementi, rafforzandosi a vicenda, hanno avvantaggiato i grandi nodi globali costituiti dalle aree metropolitane delle economie avanzate. Nel caso della fornitura dei contenuti, i fattori appena elencati e lambiente dinnovazione e imprenditoriale a cui danno luogo favoriscono a loro volta la concentrazione metropolitana dei domini Internet; ad essa contribuisce inoltre la forte presenza sanit, delle organizzazioni media, Anche che producono di e trattano informazione (finanza, intrattenimento, scenario formazione, uneconomia

tecnologia).

nello

immateriale e globale, in cui le materie prime sono costituite da creativit, informazione, conoscenza e capacit organizzative e sinergiche, e lattivit produttiva in grado di espandersi ben al di l dei confini nazionali grazie alle reti e ai trasporti aerei, il valore aggiunto di certi luoghi rispetto ad altri rimane fondamentale, e anzi si rafforza, proprio in virt del vantaggio in

Spazi Pubblici Digitali 193

termini di risorse culturali ed economiche accumulato in precedenza. Quasi a dare concretezza a questa rafforzata centralit dei luoghi , in contrapposizione alla volatilit dei flussi informazionali, il settore immobiliare continua a rappresentare una cospicua fonte di guadagno, una delle principali leve del potere economico e politico e uno dei pi rilevanti indicatori delle dinamiche economiche, anche, e in alcuni casi soprattutto, nelle aree maggiormente coinvolte nella produzione di tecnologie e servizi legati allinformazione e alla conoscenza. La rilevanza del mercato immobiliare si pu osservare, nel cuore stesso della rivoluzione informatica, nellandamento parallelo registrato nel mercato dei titoli tecnologici e in quello dei prezzi degli immobili della Silicon Valley, o nellallarme suscitato dalla crisi che sta attraversando da qualche mese il mercato della casa in tutta la California. In Europa, gli sforzi compiuti dallamministrazione di Barcellona per dare alla citt un nuovo volto informazionale , in termini di immagine, ma anche di servizi e settori economici trainanti, si sono concretizzati, tra laltro, in progetti da milioni di euro, finalizzati alla riqualificazione di alcune aree urbane industriali, in vista di una loro trasformazione in poli tecnologici, pronti ad ospitare importanti societ multinazionali nei settori dell hi-tech e in quelli dei servizi informatici e telematici. Ma finora, pi che convogliare capitali e attivit economiche dei settori pi innovativi, questi progetti hanno innescato una dinamica di massicci investimenti e speculazioni nel vecchio e conservatore mercato immobiliare, che da un lato ha arricchito i pochi attori di un mercato fortemente concentrato, e dallaltra ha fatto sentire i suoi effetti sulle gi precarie condizioni abitative delle classi sociali svantaggiate.

194 Capitolo III

3. Dal digital divide allinclusione sociale nella societ in rete


3.1 Il digital divide: origini e dimensioni principali
Lespressione digital divide venuta alla ribalta negli Stati Uniti a met degli anni Novanta. Un intreccio di orientamenti politici e interessi economici guidava allora lenfasi posta dallamministrazione dellinformazione, Clinton sulle autostrade globale sullinfrastruttura

dellinformazione e sulle opportunit messe a disposizione dalle ICT per il progresso materiale e spirituale del popolo americano e dellumanit in generale (Morawski 2001). Orientamenti e interessi, dunque, che miravano ad estendere e ad accelerare il processo di ristrutturazione capitalista e la sua dimensione tecnocratica, legittimandosi al contempo attraverso la promessa di una societ dellinformazione inclusiva che avrebbe eliminato disuguaglianze ed esclusione sociale (Selwyn 2002). Nel giro di pochi anni dalle sue prime apparizioni, il termine digital divide ha rimpiazzato nellagenda politica e mediatica le definizioni coniate e diffusesi dallinizio del decennio per riferirsi alle disuguaglianze nellaccesso a e nelluso delle risorse di informazione ( information inequality , information and communication poverty , information haves and have-nots ) (Selwyn 2002) e indagare la relazione fra tali squilibri e le disuguaglianze sociali ed economiche. Questi antecedenti del digital divide , forse in alcuni casi ( information inequality ; information poverty ) pi adatti a cogliere la gradualit dei fenomeni osservati e laspetto cruciale delle disuguaglianze nella societ dellinformazione, avevano inoltre sollevato la questione di come le disuguaglianze di informazione e quelle sociali

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potessero essere entrambe inasprite o ridotte dallavvento delle nuove tecnologie (Wresh 1996; Selwyn 2002; Norris 2001). In questo scenario il digital divide emerso come espressione politica della volont di rimuovere gli ostacoli che impedivano di realizzare davvero ci che era stato promesso, cio maggiori opportunit economiche e sociali per tutti, nessuno escluso. In una simile prospettiva, lostacolo maggiore sarebbe rappresentato dallimpossibilit per le categorie sociali gi svantaggiate di accedere al computer e ad Internet e, in misura minore e soprattutto nelle aree rurali, al telefono; impossibilit che avrebbe leffetto, al contrario, di inasprire le disuguaglianze. La differenza fra chi ha accesso a queste tecnologie e chi no appunto un digital nellet divide , una frattura, la un linea di demarcazione che separa la societ mondiale in connessi e disconnessi : dellinformazione disuguaglianza fondamentale fra chi ha accesso allinformazione e alle relative tecnologie e chi no (Wresh 1996). Per quanto nel corso del tempo questa concezione si sia articolata e diversificata, se non altro per rispondere alla progressiva penetrazione di questi strumenti nelle societ, essa rimane ancora oggi alla base della maggior parte delle riflessioni, degli studi e, cosa pi importante, delle politiche e delle iniziative, che riguardano il digital divide . Il presupposto pi o meno implicito di tutti i discorsi, gli studi e le ricerche sul digital divide che nelle attuali societ dominate dallinformazione, dalla conoscenza e dalla comunicazione, il mancato accesso a queste risorse e alle pi avanzate tecnologie che ne permettono la manipolazione e il trattamento, tra cui i computer e Internet, costituisca di per se un fattore di riduzione delle opportunit sociali ed economiche e una fonte di esclusione sociale per individui, comunit e interi Paesi. Parallelamente si istituisce un analogo legame fra laccesso

196 Capitolo III

a queste tecnologie e la creazione di ricchezza, lo sviluppo economico, linclusione sociale e unampia gamma di benefici per gli individui connessi e la societ nel suo complesso. Di conseguenza obiettivo prioritario di governi e istituzioni internazionali sarebbe bridging the digital divide , costruire un ponte sulla frattura, attraversarla, superarla, colmarla, per garantire ai cittadini e alle popolazioni uneguale opportunit di godere di questi benefici. Il tema ha suscitato quindi linteresse di diversi soggetti del mondo politico, economico, accademico e della societ civile: governi e istituzioni un po in tutte le economie avanzate, organismi e istituzioni internazionali (Banca Mondiale, OECD, ONU, G8) e relative agenzie specializzate, fondazioni e societ for-profit e non, organizzazioni non governative e dipartimenti di ricerca hanno cominciato ad indagare le dimensioni del fenomeno, a proporre soluzioni e ad attuare interventi. Laccento stato posto fondamentalmente su due tipi di divario nellaccesso alle nuove tecnologie (soprattutto computer e Internet): da un lato il divario allinterno dei Paesi, alle volte indagato in unottica comparativa; dallaltro le disuguaglianze fra Paesi e aree geografiche. Nel primo caso si parlato di un social divide (Norris 2001). Nel secondo caso si parlato invece di global ( ibid. ; Servon 2002) o international divide (ad es. Castells 2001). Un terzo fossato digitale, il democratic divide , stato indicato da Norris (2001) in riferimento alle differenze fra chi fa e chi non fa uso delle nuove tecnologie per partecipare attivamente alla vita pubblica e politica. Le disparit nellaccesso alle tecnologie informatiche sembrano innanzitutto riprodurre le condizioni di disuguaglianza economica e sociale riscontrate in altri ambiti, finendo in molti casi per aggravarle. Le prime indagini sul divario sociale , svolte

Spazi Pubblici Digitali 197

negli

Stati

Uniti

dalla

National

Telecommunications

and

Information Agency (NTIA) del Dipartimento del Commercio americano, hanno rilevato, sulla base di analisi statistiche bivariate, consistenti disparit nellaccesso a computer e Internet legate allappartenenza etnica, al reddito, allistruzione, alloccupazione, allet, al genere, alla struttura familiare, alle aree di residenza (zone urbane, rurali e inner cities ) e alle condizioni di disabilit (NTIA 1996, 1998; Carvin 2000; Cisler 2000). Nel corso degli anni, le analisi si sono fatte pi articolate, indagando un numero maggiore di variabili, individuandone le interdipendenze e il peso relativo nel condizionare le probabilit di accesso (analisi multivariata) e adottando una prospettiva temporale, fondamentale per analizzare il processo di diffusione delle tecnologie. Alcuni gap , quindi, si sono ridotti nel tempo, fino a scomparire nel caso della disparit di genere, mentre altri sono rimasti stabili, emersi ex novo o aumentati, via via che la tecnologia e le sue applicazioni si diffondevano, progredivano e si diversificavano (NTIA 1999, 2000; Servon 2002; Di Maggio et al . 2001). I dati sulla distribuzione irregolare dellaccesso alle nuove tecnologie nei Paesi Europei (Commissione Europea 2005) e in altri contesti ad economia avanzata hanno pi o meno confermato le tendenze osservate negli Stati Uniti, con alcune differenze legate alle caratteristiche demografiche, agli specifici modelli in di stratificazione ritardo sociale, nella intervento delle pubblico e regolamentazione dei mercati, e ad un complessivo, per quanto diminuzione, diffusione tecnologie informatiche rispetto agli Stati Uniti. Ad esempio in quasi tutti i Paesi Europei il gap di genere non si ancora chiuso. Nei Paesi in via di sviluppo mediamente le disparit nellaccesso pi accentuate rispetto a tutte le dimensioni

198 Capitolo III

fondamentali sopra osservate per gli Stati Uniti e con un gap particolarmente significativo fra principali centri urbani e zone rurali; nella maggior parte dei casi la causa di questa maggiore stratificazione da riconducibile a livelli di disuguaglianza sociale pi alti che nelle economie avanzate, come nel caso dellIndia, della Cina o del Brasile, o di processi di crescita economica incontrollata (Warschauer 2003). Nei Paesi pi poveri, infine, i divari sono pressoch irrilevanti, dati i bassissimi livelli di penetrazione delle nuove tecnologie, che beneficiano solo ristrettissime elites . Per quanto riguarda il divario globale , si riscontrata, abbastanza prevedibilmente, una forte correlazione positiva fra il livello dello sviluppo economico e sociale e la quantit dellaccesso ad Internet e alle nuove tecnologie (Norris 2001). Il grado di penetrazione delle nuove tecnologie in un Paese (sempre misurato in termini di accesso a computer e Internet) previsto con buona approssimazione dal prodotto interno lordo pro capite, con poche eccezioni relative in particolare ad alcuni Paesi in via di sviluppo in cui le iniziative congiunte di governo, societ civile e imprese hanno incrementato laccesso a livelli pi alti di quanto non farebbe pensare il grado di sviluppo economico (Norris 2001). Secondo ricerche riportate da Warschauer (2003) i fattori pi fortemente telefoniche e il grado di competizione sono correlati con il settore decisivi delle nel

livello di accesso ad Internet, sono la densit delle linee nel telecomunicazioni; entrambi peraltro

determinare i costi di connessione, anchessi strettamente correlati con il tasso di penetrazione. Altri fattori, in ordine di importanza, riguardano listruzione, il sistema mediatico e i relativi livelli di fruizione, il grado di libert politiche e democrazia, la diffusione dellinglese. Una visione dinsieme del

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global digital divide si pu trarre dalla geografia dellaccesso presentata nel paragrafo 2.1.2.

3.1.1 Le ICT per lo sviluppo


In riferimento al global divide merita un accenno il tema delle ICT per lo sviluppo (UNDP 2001). Molte organizzazioni e agenzie di sviluppo internazionali condividono infatti lidea che le ICT possano costituire per i Paesi poveri o in via di sviluppo uno strumento imprescindibile per favorire crescita economica e sviluppo umano e sociale, e consentire dunque loro di agganciare il treno della globalizzazione. Secondo questa prospettiva, infatti, le nuove tecnologie permetterebbero sia ai sistemi tecnologici, sia a quelli economici e sociali di questi Paesi, di saltare alcune tappe ( leapfrogging ) nel cammino verso lo sviluppo, la cui direzione naturalmente gi inscritta nel loro destino di eterna rincorsa allOccidente ricco 91 . Lentusiasmo che circondava le nuove tecnologie a cavallo del secolo ha certamente contribuito a forgiare questa fiducia nelle nuove tecnologie, come altra faccia del digital divide e ulteriore spinta a colmarlo. In questo senso si sono orientate soprattutto le decine di rapporti e piani dazione per colmare il divario e sfruttare lopportunit digitale, redatti a ritmo incessante da una serie di istituzioni e organismi internazionali dal 2000 in poi, spesso nellambito di apposite Task Force , come quelle dellONU e del G8, o di iniziative dedicate, come la Global Development Gateway della Banca Mondiale. In realt negli ultimi anni lenfasi posta sul contributo delle ICT allo sviluppo dei paesi pi poveri scemata di pari passo con la stagnazione delleconomia mondiale registrata dopo le performances americane degli anni Novanta, il boom della new economy e lo scoppio della bolla borsistica nel 2001, e il conseguente ristagno

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di tutto il settore tecnologico durato almeno fino ai primi mesi del 2005. Lidea, comunque, non ha cessato di ispirare conferenze, reports e ricerche ed stata daltronde rilanciata nellambito della prima fase del Summit Mondiale sulla Societ dellInformazione, tenutasi a Ginevra nel Dicembre del 2003. Essa ricalca in parte le speranze e le aspettative riposte negli anni Settanta e Ottanta nel contributo che i media avrebbero dato nei Paesi pi poveri e in via di sviluppo allalfabetizzazione e allistruzione di massa e ad una migliore distribuzione delle informazioni, processi in grado a loro volta di promuovere lo sviluppo economico e sociale ( comunicazione per lo sviluppo ). Aspettative del resto . Ora le ICT sembrano Le ICT non solo consentirebbero di estendere la portata di tali opportunit attraverso una maggiore forza comunicativa e un pi efficiente sistema di trattamento e distribuzione dellinformazione a costi molto pi ridotti, ma favorirebbero anche la produzione autonoma di informazioni e contenuti e la costruzione e il supporto di reti. Le applicazioni della telemedicina e dell e-learning rappresentano solo due esempi di come le nuove tecnologie possono in effetti contribuire ad affrontare alcuni problemi cronici dei Paesi pi poveri, come la carenza di informazioni e cure mediche, o lalto tasso di analfabetismo, fattori che incidono negativamente sui parametri complessivi dello sviluppo umano. E in realt alcuni progetti e utilizzi delle ICT nei Paesi in via di sviluppo hanno dimostrato come ci possa realmente accadere solo se si tiene conto di un ampio insieme di fattori sociali, politici, culturali ed economici (cfr. Warschauer 2003). In questo senso molti sforzi sono stati rivolti, ad esempio, allo sviluppo di progetti nellambito del cosiddetto e-government per lo

Spazi Pubblici Digitali 201

sviluppo . Il governo italiano impegnato in prima linea nella cooperazione con alcuni Paesi africani e dellest Europa per favorire processi di razionalizzazione e informatizzazione delle loro Pubbliche Amministrazioni, da un lato finalizzati certamente ad un miglior controllo dei flussi migratori, dallaltro rivolti a promuovere efficacia e trasparenza dellazione pubblica e un contesto legislativo e amministrativo pi sicuro e stabile per favorire I un ambiente sociali adeguato possono allo sviluppo di attivit un economiche. benefici ovviamente comportare aumento delle opportunit economiche e per questa via generare ulteriore sviluppo. In alcuni casi le tecnologie sono state adottate su piccola scala per migliorare il rendimento di alcune attivit economiche tradizionali, come la pesca o lagricoltura, attraverso lutilizzo di Internet e dei telefoni mobili per ottenere informazioni sui prezzi del pesce o delle derrate alimentari sui diversi mercati, o informazioni sulle tecniche agricole o le malattie di piante e animali. Dal punto di vista delle ricadute sulla crescita economica complessiva, il contributo delle ICT nei Paesi poveri o in via di sviluppo sarebbe analogo a quello riscontrato nelle economie avanzate: in breve, riduzione dei costi, migliore e pi economico accesso alle informazioni, possibilit di creare reti di impresa, aumento della produttivit del lavoro, creazione di un nuovo settore economico ad alta produttivit. Daltra parte, se finora solo pochi Paesi in via di sviluppo sono riusciti a sfruttare le ICT per partecipare alle reti globali o semplicemente per promuovere lo sviluppo, ci dipende soprattutto da radicate e sedimentate carenze nelle infrastrutture e nei livelli di istruzione. Per di pi Paesi come lIndia, in cui il settore ICT trainante, o la Cina, in cui le tecnologie sono

202 Capitolo III

massicciamente adoperate per favorire la produttivit, non hanno beneficiato di processi di sviluppo complessivi, ma piuttosto hanno assistito ad un aumento delle disuguaglianze interne. Sorv0liamo qui sulle ragioni che consiglierebbero di rivedere le politiche di sviluppo, sganciandole da indici di crescita economica e misurazioni del PIL (Harribey 2004) 92 . Accenniamo appena al fatto che dietro alla retorica delle opportunit digitali fanno capolino gli interessi delle grandi corporations e delle imprese multinazionali Technology e che operano nei settori dell Information delle Telecomunicazioni,

interessate esclusivamente ad ampliare mercati, in cui vendere i propri prodotti e investire per poi sfruttare manodopera a basso costo come quella che gi oggi svolge funzioni di back-office in diversi Paesi in via di sviluppo. Rimandiamo al terzo paragrafo del secondo capitolo per mostrare come il software libero possa davvero costituire unopportunit di sviluppo autocentrato, allavanguardia e in grado di produrre effetti cumulativi e di rete. Facciamo solo notare che le ultime considerazioni indicano come limpiego delle ICT per lo sviluppo debba prevedere come minimo unattenta valutazione delle opportunit precedenti e delle disuguaglianze esistenti. Nel paragrafo 3.4 proporremo un paradigma alternativo che focalizza lattenzione sulleffettiva integrazione delle ICT nelle societ, nelle comunit e nelle organizzazioni per promuovere pi ampi processi di inclusione sociale (Warschauer 2003).

3.2 Oltre il digital divide


Come abbiamo visto nella prima parte del capitolo, la societ in rete attraversata da marcate disuguaglianze

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economiche e da estesi processi di esclusione sociale. Le disuguaglianze nellaccesso alle nuove tecnologie rappresentano senzaltro uno degli aspetti fondamentali dei fenomeni di stratificazione sociale; in effetti, i due fenomeni sembrano andare di pari passo, con le disuguaglianze nellaccesso che, come rilevato dagli studi sul digital divide , riflettono le disuguaglianze socioeconomiche e allo stesso tempo sembrano in grado di inasprirne alcune dimensioni. Insomma, non si pu certo dire che lavvento delle nuove tecnologie abbia contribuito a livellare il campo delle opportunit economiche e delle condizioni sociali, come era stato invece previsto e promesso da molti profeti, ideologi o semplici entusiasti della prima ora della societ e delleconomia dellinformazione. Daltra parte molte altre azzardate previsioni riguardo i presunti benefici delle ICT sono state presto smentite dai fatti, i quali hanno mostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, come le tecnologie non esercitino un impatto indipendente sulla societ e come i due ambiti siano piuttosto sovrapposti e inscindibilmente legati. Tanto pi quando queste tecnologie, come nel caso delle ICT concernono direttamente la ridefinizione della comunicazione e delle relazioni umane. Eppure il concetto di digital divide , per come e in quali contesti emerso e per come stato utilizzato e trasformato in azioni volte a colmarlo, e il parallelo paradigma delle ICT per lo sviluppo sembrano largamente pervase dallidea che le tecnologie, indipendentemente da contesti e modelli duso, possano da sole fare la differenza. E necessario, allora, chiedersi se, in che misura e come la nozione di digital divide sia adeguata ad indagare le complesse relazioni fra le nuove tecnologie, ed in particolare Internet, e i processi di stratificazione ed esclusione sociale a livello globale e

204 Capitolo III

locale, e quindi a progettare e attuare politiche e iniziative volte a contrastare questi fenomeni, che comprendano anche le tecnologie, promuovendone impieghi mirati . Questa sembra essere infatti la vera posta in gioco, pi che la semplice diffusione delle tecnologie. La nozione ed alcune sue premesse e implicazioni appaiono del resto sempre pi problematiche ad un crescente numero di studiosi e ricercatori, che hanno tentato negli ultimi anni di correggerne e ampliarne il raggio dazione e il significato, non solo per adattarli alle mutate dimensioni dellaccesso e ai continui sviluppi di queste tecnologie, ma anche per dare seguito ad una accresciuta consapevolezza delle dinamiche di differenziazione e soprattutto dei processi e delle risorse sociali coinvolte. In molti, dunque, hanno cominciato a ripensare (Warschauer 2003), riconsiderare (Selwyn 2002), ridefinire (Servon 2002), rimappare (Strover 2003), riconcettualizzare (Warschauer 2002) o andare oltre il digital divide (Di Maggio e Hargittai 2001), soprattutto indicandone la natura di fenomeno complesso e dinamico (Van Dijk e Hacker 2003) ed estendendo lanalisi ben oltre la considerazione di chi ha o non ha accesso alle tecnologie. Comune a questi tentativi di riformulare il digital divide , infatti, la convinzione che sia necessario indagare pi a fondo le circostanze che incidono non solo sulla possibilit di accedere alle nuove tecnologie ma anche sulla possibilit e la capacit di utilizzarle per determinati scopi autonomamente definiti. Ci che fondamentale per partecipare pienamente adattare, alla societ dellinformazione e non tanto la disponibilit degli strumenti quanto la possibilit di accedere, creare, manipolare trasmettere efficacemente informazioni e conoscenza.

Spazi Pubblici Digitali 205

Anche se emersi soprattutto nellambito di ricerche dedicate agli Stati Uniti, e in generale riferiti principalmente alla diffusione delle nuove tecnologie nei Paesi sviluppati per i quali disponibile una maggiore quantit di dati i limiti e le semplificazioni imputate da questi studi al digital divide si applicano in generale alla relazione fra disuguaglianze ed esclusione/inclusione sociale e utilizzi delle nuove tecnologie, e, in una certa misura, andrebbero presi in considerazione anche nellanalisi della distribuzione irregolare delle ICT tra diversi Paesi e macroaree geografiche, promuovendo un maggior dettaglio nella comparazione dei dati. Daltronde, uno dei tentativi pi ambiziosi e riusciti di riconsiderare il digital divide (Warschauer 2002, 2003), anche tra i pochi (insieme a Gurstein 2003) ad essere giunti ad un complessivo modello alternativo, che per molti aspetti travalica la distinzione divario interno/internazionale. Lo analizzeremo pi nel dettaglio nel paragrafo 3.3.

3.2.1 I limiti del digital divide


Vediamo ora quali sono le critiche sollevate nei confronti del digital divide e quali i limiti del concetto che emergono da tali critiche.
Digital what?

Il primo aspetto critico rappresentato dal primo dei due termini utilizzati: laggettivo digital (digitale) si riferisce alla propriet di apparecchi o dispositivi elettronici o informatici in grado di rappresentare grandezze in un sistema di numerazione (binario) e utilizzando segnali discreti. Esso si applica dunque ad un ampia gamma in espansione di tecnologie che comprende, al momento, un consistente numero di dispositivi 93 e diverse tipologie di rete 94 . Inoltre laggettivo si riferisce per estensione

206 Capitolo III

anche

alla

molteplicit

di

contenuti 95

prodotti,

trasmessi,

manipolati, fruiti da e su questi apparati e in grado in alcuni casi (e sempre di pi) di lavorare su diverse piattaforme 96 . Il termine ombrello utilizzato per definire questo insieme di risorse tecnologie dellinformazione e della comunicazione (ICT) (Selwyn 2002). Il digital divide , dunque, per far fede a se stesso, dovrebbe occuparsi in teoria di ciascuna di queste risorse: nella maggior parte dei casi ad essere indagata solo la distribuzione di Internet, dando per scontata in questo caso la presenza di un computer; computer e telefoni cellulari vengono subito dopo nel grado di interesse suscitato; le infrastrutture soprattutto per di i telecomunicazione vengono considerate

confronti fra Paesi e, pi raramente, fra regioni. Concentrandosi, come vedremo ora, quasi esclusivamente sulle disuguaglianze nellaccesso, lapproccio del digital divide assegna arbitrariamente unimportanza maggiore alle disuguaglianze rispetto a certe risorse piuttosto che ad altre, semplicemente, forse, perch pi facili da misurare. I contenuti sono ad esempio quasi sistematicamente lasciati fuori dallindagine, tranne rare eccezioni, nonostante siano uno degli aspetti fondamentali nellutilizzo delle ICT, nonch uno di quelli pi segnati da disuguaglianze, radicate principalmente nel dominio pressoch incontrastato dellinglese (Servon 2002; Warschauer 2003); daltra parte la mera valutazione delle disuguaglianze nella distribuzione delle pagine web in base alla lingua, non comunque sufficiente a supportare la produzione autonoma dei contenuti in rete nellambito di comunit linguistiche pi o meno estese (Warschauer 2003). Altri aspetti rilevanti nellanalisi delle disuguaglianze in rete non sono colti o indagati perch non riguardano laccesso ad

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alcunch, perlomeno non nei termini ristretti implicati da questo approccio, e che ora andremo ad analizzare. La distribuzione geografica della produzione dei contenuti di Internet, che pure rappresenta un aspetto importante nei processi di stratificazione sociale legati alle nuove tecnologie (Castells 2001; Castells e Himanen 2002; vedi anche par. 2.1.3), costituisce un esempio significativo di tali omissioni. Ma il problema di fondo in realt un altro: la stratificazione che esiste nellaccesso ad una qualsiasi di queste risorse, non ha niente a che vedere con loro in quanto tali; riguarda piuttosto i contesti politici, economici, istituzionali, culturali e linguistici che danno forma al significato delle tecnologie nella vita delle persone; dunque la disuguaglianza sociale, non digitale. La nozione di un digital divide suggerisce, invece, che il divide , qualunque distanza esso indichi, possa essere colmato grazie alle tecnologie. Nella pratica molti degli interventi di contrasto al digital divide , per motivi che naturalmente esulano dalla semplice aderenza alle connotazioni del termine, si sono concentrati in effetti sulla fornitura di hardware e software e hanno finito per fallire il bersaglio di favorire maggiore eguaglianza e sviluppo sociale. In effetti lidea pi o meno implicita alla base del digital divide che i problemi sociali possano essere affrontati dotando individui e comunit dellaccesso allhardware necessario. Unidea che ricorda troppo da vicino il determinismo tecnologico per essere davvero di qualche utilit nel favorire dinamiche di integrazione delle nuove tecnologie nel tessuto sociale, che promuovano a loro volta sviluppo e inclusione sociale.
Accesso e frattura

Il secondo aspetto critico, data limportanza che assume nelle stesse definizioni del digital divide , rappresentato dal

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concetto stesso di accesso e dalle sue implicazioni che inducono la visione dicotomica di una frattura digitale. Come riportano da Di Maggio e collaboratori (2004), nei primi lavori sul digital divide il termine accesso era usato in senso letterale per indicare se una persona aveva o meno i mezzi per potersi connettere ad Internet se lo avesse voluto ; ma, daltra parte, mancavano quasi completamente indagini sulluso effettivo. Pi di recente accesso stato utilizzato qualche volta come sinonimo di uso, nonostante ci sia una certa discrepanza a favore del primo (negli USA un 20 % di connessi non va mai on line ) ( ibid. ). In generale, comunque, il digital divide stato definito come un problema di accesso nel suo significato ristretto di possesso o di possibilit di fruire di un computer e di Internet, problema legittimando che cos una concezione distorta del equipara linclusione nella societ

dellinformazione allaccesso ai computer e ad Internet (Servon 2002, p. 4, traduzione mia ). Inteso in questi termini, il problema assume necessariamente una connotazione dicotomica, quella di una frattura fra connessi e disconnessi, fra info haves e have-nots . Di Maggio e Hargittai (2001) fanno notare come questa visione binaria dellaccesso (e in generale delle disuguaglianze relative ad Internet), sia da far risalire al paradigma telefonico che informa le politiche americane, e non solo, riguardo alle telecomunicazioni e che ritroviamo nella prima ricerca della NTIA del 1995: un paradigma focalizzato sullobiettivo del servizio universale e quindi su un accesso concepito, in quanto riferito appunto al telefono, in termini binari. Se ovviamente lanalogia fra Internet e telefono del tutto fuorviante, soprattutto nellottica di indagarne le dinamiche di differenziazione sociale, e se evidentemente a quel tempo

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ricercatori e politici dellamministrazione Clinton non avevano ben capito cosa realmente volesse dire collegare un telefono ad un computer attraverso un modem, oggi dovremmo essere in grado di superare questa visione dicotomica sia dellaccesso che delle disuguaglianze digitali. Selwyn (2002) considera ancora laccesso alle ICT in termini di disponibilit dei dispositivi e delle reti, ma invita a considerare alcuni elementi che mediano la forma e il contesto con cui questa disponibilit si manifesta. Innanzitutto vi una sottile ma importante differenza fra laccesso e il possesso. Le questioni relative al tempo, ai costi, alla qualit della tecnologia e allo specifico ambiente in cui questa usata, in particolare se nella propria abitazione, nel posto di lavoro, a scuola, in un punto pubblico di accesso, in un internet caf o simili, in una biblioteca, ecc.; cos come aspetti pi qualitativi della tecnologia, come la privacy, la sicurezza, la convivialit e la facilit duso, sono tutti fattori cruciali nel determinare il tipo di accesso alle ICT di cui dispongono le persone. Questo incide sul grado in cui laccesso percepito come effettivo e non solo teorico o formale e quindi sul grado in cui gli individui si sentono nelle condizioni di sfruttare tale opportunit trasformandola prima di tutto in uso. In questo senso, dunque, laccesso alle ICT e lo stesso digital divide sono essenzialmente concetti gerarchici piuttosto che dicotomici, anche se, secondo Selwyn, permane una allorigine una distinzione binaria fra chi ha e chi non ha accesso. Lapparente a-problematicit del concetto di accesso smentita anche dal fatto che, al di l se esso venga o meno equiparato alluso, le sue differenti definizioni (ad esempio in termini di luogo di accesso, o di qualit della connessione) comportano differenze nei gap rilevati fra le medesime categorie

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sociali (Di Maggio et al. 2004). Esiste, inoltre, una certa correlazione fra le caratteristiche demografiche e lo status socioeconomico di un individuo e il tipo di accesso di cui dispone. Nel frattempo, oltre alle differenze gi esistenti in termini di qualit dellhardware o luogo della connessione, laccesso si diversifica ulteriormente almeno su due fronti: da un lato si assiste allavvento e alla diffusione della banda larga, in grado di modificare significativamente lesperienza on line , accrescendo tra laltro le possibilit e le probabilit di fruizione di contenuti di intrattenimento in rete; dallaltro prendono piede dispositivi di connessione mobile senza fili che sfruttano le reti GSM e UMTS per accedere al Web ed altri contenuti on line mentre i sistemi wireless ( wi-fi e in un prossimo futuro wi-max ) permettono di estendere lampiezza di banda senza fili per una connessione ubiqua. Per quanto riguarda la banda larga negli Stati Uniti, ad esempio, il divario ricalca, leggermente mitigato, quello osservato nei primi anni di diffusione di Internet ( ibid. ; Davison e Cotton 2003). Le reti senza fili, in particolare quelle fisse, riflettono invece pi che altro differenze spaziali, come osservato nel paragrafo 2.1.1. Laccesso alle tecnologie dellinformazione, dunque, non si snoda lungo una divisione dicotomica fra chi ha accesso e chi no, quanto piuttosto lungo una differenziazione fra diversi gradi di accesso alle ICT (Cisler 2000). Gradi che possono arrivare a comprendere, come sottolinea Warschauer (2003, p. 6-7, traduzione mia ), anche unattivista in Indonesia che non ha n computer ne linea telefonica, ma i cui colleghi della ONG con cui sta lavorando scaricano e stampano documenti per lei dalla Rete, consentendole cos di trarre dalla Rete benefici persino maggiori di un utente teoricamente posto su un gradino pi alto

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nella scala dellaccesso (ad esempio un utente mediamente assiduo di un cybercafe che legge solo i titoli di qualche giornale on-line). Si spiega anche, cos, la rilevanza, precedentemente discussa, del significato da attribuire allaggettivo digitale nellespressione digital divide . In questo caso infatti l accesso alle informazioni on line garantito persino in assenza di un accesso ai dispositivi . In definitiva, uno dei principali assunti del digital divide , vale a dire quello di una netta divisione fra chi ha e chi non ha accesso , si rivela del tutto inadeguato a cogliere la molteplicit e la gradualit delle dimensioni significative dellaccesso effettivo alle ICT.
Oltre laccesso. Verso la disuguaglianza digital e

Di fronte alle ambiguit e alle difficolt sollevate dal concetto di accesso e alla sua controversa sovrapposizione con luso, alcuni lavori hanno provato, pi che a distinguere una scala nellentit e nella qualit dellaccesso ai dispositivi , a ridefinirne ed estenderne i termini complessivi per includervi altre dimensioni rilevanti. La pi esaustiva ridefinizione del concetto di accesso alle ICT senzaltro stata operata da Mark Warschauer (2003); essa sar oggetto danalisi nel paragrafo 3.4, insieme al paradigma, alternativo al digital divide , cui da luogo. Wilson (Hargittai 2003) ha proposto di identificare quattro componenti di un pieno accesso sociale, riprendendo cos la distinzione di Kling (1998) fra accesso tecnologico e sociale: i) accesso finanziario , che indica se gli utenti (individui o comunit) possono permettersi di pagare per la connettivit; ii) accesso cognitivo , che considera la misura in cui le persone sono formate ad usare il medium e a trovare e valutare le informazioni che vi cercano; iii) accesso alla produzione di contenuti , che guarda alla possibilit di accedere a contenuti adeguati; iv)

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accesso politico , che indica se gli utenti hanno accesso alle istituzioni che regolano le tecnologie in uso. Van Dijk (Van Dijk e Hacker 2003) distingue invece quattro barriere allaccesso e le rispettive opportunit che esse restringono: i) mancanza di esperienza digitale di base , legata alla mancanza di interesse o ansia nei confronti delle nuove tecnologie (accesso mentale); ii) non possesso di computer e connessione (accesso materiale); iii) mancanza di competenze digitali , causate da scarsa amichevolezza e facilit duso o scarso supporto sociale (accesso alle competenze); mancanza di opportunit di utilizzo significativo (accesso alluso). Dallo studio dei due ricercatori, basato su dati provenienti dallOlanda e dagli Stati Uniti, emergono dinamiche di stratificazione differenziate per ciascuno dei parametri analizzati. E assumono crescente importanza le disuguaglianze relative alle competenze e alluso, legate soprattutto, in Olanda, al genere e allet, prima che al livello di istruzione. Di una certa rilevanza , inoltre, la classificazione, effettuata dai due ricercatori, delle competenze digitali, cio delle abilit necessarie a usare le nuove tecnologie in modo efficiente ed efficace. In particolare si possono distinguere abilit strumentali , per adoperare hardware e software, e abilit informazionali , per reperire le informazioni utilizzando le tecnologie digitali; un terzo insieme di facolt si riferisce poi alle abilit strategiche , ossia alle abilit di usare le tecnologie digitali per migliorare la proprio posizione nella societ, nel lavoro, nella formazione, nelle pratiche culturali. Unaltra ridefinizione dellaccesso proviene dalla Global Knowledge Patnership (in Servon 2002). Laccesso, ampiamente inteso, dovrebbe comprendere, oltre allaccesso fisico alle tecnologie, laccesso alla formazione, laccesso a contenuti locali

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salienti nella lingua dellutente; e laccesso ai processi decisionali riguardanti le telecomunicazioni. Ancora nellottica di andare oltre laccesso, Lisa Servon (2002, p. 7) include nellanalisi del digital divide altre due dimensioni. La seconda dimensione, dopo laccesso, riguarda la formazione, o la IT literacy , cio la capacit di usare le IT per una gamma di scopi, e la conoscenza di come e perch le IT possono essere usata come risorsa chiave. La terza dimensione riguarda i contenuti, sia contenuti che rispondano alla domanda degli individui e dei gruppi pi svantaggiati, sia contributi creati dai gruppi stessi. Quello che importante sottolineare che, seppure nessuno degli autori impegnati essi meritoriamente per, ad approfondire complessit la e tematica del digital divide ne metta da parte il concetto e le relative strettoie, illustrandone molteplicit delle dimensioni, e soprattutto sottolineando la rilevanza di un ampio spettro di risorse sociali ben oltre lambito delle tecnologie, ne mettono in evidenza i profondi limiti nel momento stesso in cui cercano affannosamente di rimediarvi. Ci che gli studi e le analisi sul digital divide giungono invariabilmente a dimostrare e a sottolineare, infatti, che il problema non sta tanto, e probabilmente non mai stato, in una presunta frattura nellaccesso alle nuove tecnologie, quanto nella complessiva distribuzione diseguale nella societ di risorse materiali, una culturali, simboliche, davvero le o quali meno hanno un ruolo delle fondamentale nel determinare se e in che misura un individuo o comunit possano beneficiare opportunit messe a disposizione dalle nuove tecnologie.

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3.3 Digital Inequality


Di Maggio e collaboratori (2004) hanno proposto un quadro dinsieme delle relazioni fra disuguaglianze sociali e nuove tecnologie, in grado di andare almeno in parte oltre i limiti del digital divide . Il punto di partenza di questo gruppo di ricercatori, condiviso per altro da quasi tutti gli studiosi finora qui citati, che, una volta cresciuta notevolmente la penetrazione di Internet nella societ, per lo meno nelle societ avanzate, la domanda che si ponevano le ricerche sul digital divide su chi ha accesso a cosa, debba lasciare il posto alla domanda cosa stanno facendo le persone, e che cosa sono in grado di fare quando vanno in rete (Di Maggio et al. 2004). Premessa e conclusione poggiano ciascuna su un fondamento teorico e unosservazione empirica differenti. Da un lato la teoria della diffusione di Rogers (1986; Mason e Hacker 2003) fa da sfondo ad un esteso dibattito (cfr. Van Dijk e Hacker 2003), riguardante realt, caratteristiche e problematicit del processo di normalizzazione nella curva di diffusione delle nuove tecnologie, dibattito a cui il lavoro di Di Maggio e collaboratori non si sottrae. Dallaltro il riferimento alla teoria degli scarti di conoscenza ( knowledge gap ) (Tichenor et al. , 1970), anchesso molto diffuso nella letteratura, induce a considerare in che modo i diversi ritmi di accesso al Web fra le diverse categorie sociali incidono sulle differenze nel suo utilizzo e quanto ci contribuisca ad accrescere i knowledge gaps a vantaggio delle categorie sociali privilegiate, anche una volta che laccesso sia avvenuto per la maggior parte della popolazione . Il modello proposto composto da cinque dimensioni, lungo le quali si snodano i processi di differenziazione fra gli utenti di Internet. La prima dimensione, riflettendo in un certo modo

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laccento posto sullaccesso dalle ricerche sul digital divide , riguarda le disuguaglianze negli apparati tecnici , cio nelladeguatezza dellhardware, del software e della connessione. In generale una migliore dotazione tecnica sembra favorire una maggiore possibilit di fruire e beneficiare dei contenuti e dei servizi on line ; ci tanto pi vero se si considera come lampliamento progressivo della banda e il conseguente sviluppo di siti Web e applicazioni sempre pi sofisticate pu inficiare la possibilit per i meno provvisti di accedere a determinati contenuti e servizi. Questi ultimi, inoltre, con esperienze on line meno gratificanti sono con maggior frequenza utenti meno assidui e quindi meno in grado di acquisire esperienza. La disponibilit della banda larga associata agli stessi fattori (reddito, titolo di studio, etnia, residenza nelle metropoli) che determinano una maggiore probabilit di accedere ad Internet per primi (cfr. NTIA 2000, 2002). Tenute ferme le variabili relative allesperienza e quelle demografiche gli utenti della banda larga sono maggiormente coinvolti nella ricerca di informazione e in unampia gamma di attivit on line , compresa la produzione di contenuti per il Web. Allo stesso modo, secondo Davison e Cotton (2003), gli utenti broadband passano pi tempo in rete e usano con maggior probabilit e frequenza servizi dedicati alle imprese e ai consumatori e siti di intrattenimento. La seconda dimensione delle disuguaglianze on line concerne il grado di autonomia nelluso , associato alla localizzazione dellaccesso, se a casa, a lavoro, a scuola, in una biblioteca o un centro comunitario. Un maggior grado di autonomia sembra favorire migliori benefici per lutente. Al di fuori del proprio appartamento, nei diversi centri di acceso, la localizzazione, la flessibilit degli orari, i regolamenti, i limiti di tempo, i filtri e il monitoraggio possono limitare in diversi modi lautonomia duso.

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Nel luogo di lavoro, questa varia con la condizione, la posizione e la mansione occupazionale, con il grado di controllo, la quantit di filtri e monitoraggi, e il sistema di regole. La terza dimensione riguarda le disuguaglianze nelle competenze . Gli utenti Internet variano nel possesso di almeno quattro tipi di abilit: la conoscenza prescrittivi , rispetto a come connettersi, condurre ricerche, scaricare informazioni; conoscenze non specifiche di contesto ; conoscenza integrativa sul modo in cui funziona il Web per consentire una migliore navigazione; conoscenza tecnica su software, hardware e reti, necessaria per risolvere problemi di malfunzionamento e restare aggiornato, ad esempio scaricando e installando patches e plug ins . Insieme questi quattro tipi di conoscenza costituiscono la competenza digitale o Internet competence , vale a dire la capacit di rispondere pragmaticamente e intuitivamente alle sfide e alle opportunit in modo tale da sfruttare il potenziale di Internet ed evitare frustrazioni (Hargittai 2002). La capacit di reperire informazioni on line certamente uno degli aspetti cruciali nel determinare un uso efficace del mezzo. Tale capacit, rilevata in una ricerca di Hargittai (2003) sembra essere associata allet in modo negativo, ma debole e diversificato a seconda degli specifici obiettivi, per niente ad altri fattori demografici, in modo pi deciso allautonomia duso e allesperienza. La competenza digitale sembra essere associata alla soddisfazione che lutente trae dallesperienza e dalla misura in cui ci lo porta a continuare ad usare Internet aumentando cos le proprie abilit. La quarta dimensione legata alle disuguaglianze nella disponibilit di supporto sociale . Mentre i primi utenti del Web erano inseriti in fitte reti sociali di esperti, gli utenti pi recenti sono spesso meno competenti e pi isolati. Tre tipi di supporto

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sembrano aumentare le motivazioni degli utenti ad andare on line e quindi ad accrescere le loro competenze digitali: assistenza tecnica formale fornita da persone impiegate per farlo; assistenza tecnica informale fornita da amici, parenti, colleghi, vicini; supporto emotivo dagli amici e dalla famiglia. La quinta ed ultima dimensione riguarda le differenze negli usi , ossia il modo in cui il reddito, la formazione ed altri fattori influiscono sugli scopi per i quali si usa Internet . Adottando la prospettiva opportunit collaboratori incrementano professionale, del di contributo sviluppo degli i usi delle tecnologie Di che Maggio alle e socioeconomico, fattori

(2004) il

esaminano benessere di

determinano

differenti tipi di uso, distinguendo in particolare fra gli usi che economico opportunit (aggiornamento di impiego, conoscenza

informazioni al consumatore, istruzione e formazione) o il capitale sociale o politico (leggere news, raccogliere informazioni su questioni di pubblica rilevanza, reperire informazioni in vista di una scadenza elettorale partecipare a discussioni civili, prendere parte ad attivit politiche e a movimenti sociali), da quelli che sono in primo luogo ricreativi. La variet degli usi di Internet da parte di un individuo sembra riflettere il tempo trascorso da questi on line . Livello distruzione, reddito e padronanza della lingua sembrano positivamente associati agli usi di Internet che incrementano il capitale sociale, con listruzione che sembra spingere verso la ricerca di informazioni e servizi, piuttosto che di intrattenimento. Daltronde utenti a basso reddito e meno istruiti sembrano usare pi degli altri Internet per cercare lavoro, in parte come rimedio allesclusione dalle reti sociali informali e dai legami deboli che veicolano le informazioni circa i lavori pi appetibili.

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Dallanalisi di queste dimensioni, Di Maggio e collaboratori (2004, p. 38) derivano un modello dellinfluenza della disuguaglianza tecnologica sulle opportunit individuali, che si applica ad Internet ma generalizzabile oltre questo, i fattori demografici e contestuali influiscono sulla qualit degli apparati, sullautonomia duso, sulle competenze e sul supporto sociale, a livello individuale. Questi a loro volta influenzano lefficacia con la quale gli utenti impiegano il medium sia direttamente, (facilitando il raggiungimento degli obiettivi), sia indirettamente (aumentando apprendimento e soddisfazione, che a loro volta incrementano continuit, efficacia e volume e ampiezza delluso). Infine, in questo modello, gli incrementi nel capitale umano (inclusi i titoli di studio), nel capitale sociale (incluso lattivismo politico) e nei salari sono in funzione direttamente dellefficacia, dellintensit e degli scopi, e indirette conseguenze (attraverso queste variabili intermedie) della qualit dei dispositivi, dellautonomia duso, delle competenze, del supporto.

3.4 Le nuove tecnologie per linclusione sociale


Le critiche portate da Mark Warschauer (2002, 2003) al quadro interpretativo rappresentato dal concetto di digital divide , si soffermano su alcuni degli aspetti gi osservati nel paragrafo 3.2. In particolare, secondo il ricercatore americano, esso ha fatto propria una ristretta concezione dellaccesso alle ICT, che ha portato ad attribuire un peso eccessivo alla fornitura di hardware e software e a sottovalutare la complessa gamma di fattori in cui incorporato laccesso alle ICT. Questi fattori, che includono risorse fisiche, digitali, umane e sociali e riguardano un complesso sistema di relazioni sociali, sono in grado, invece, di condizionare non solo leffettiva adozione delle tecnologie da

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parte dei singoli, ma anche le effettive ricadute sociali di questa adozione. Queste ultime non sono, dunque, necessariamente positive, come implicato da alcuni assunti del digital divide ; il loro esito dipende piuttosto da unadeguata integrazione e mobilitazione sociale. Il punto fondamentale sottolineato da Warschauer, le cui valutazioni sono ispirate tra laltro da una ricca esperienza sul campo fatta di ricerche e progetti legati alle ICT, che leccessiva enfasi posta sulle tecnologie finisce per prestare insufficiente attenzione ai sistemi umani e sociali, che devono anchessi cambiare per far si che la tecnologia possa davvero fare la differenza (2003, p. 6, traduzione mia ). In effetti il concetto di digital divide , volto ad indagare la diseguale distribuzione degli strumenti informatici e telematici, poggia sulla convinzione implicita che laccesso, inteso semplicemente come la disponibilit fisica di questi strumenti, rappresenti di per se una porta per entrare nel mondo delle opportunit offerte dalla societ dellinformazione. Anche se questo fosse davvero un mondo cos aperto e pieno di opportunit come sostengono i suoi cantori e c davvero di che dubitarne ci sarebbe altrettanto di che dubitare del fatto che il semplice accesso ai suoi strumenti tecnici garantisca di per se unequa ed effettiva partecipazione ai suoi vantaggi. Warschauer condivide in una certa misura lidea che le nuove tecnologie offrano significative possibilit per promuovere sviluppo e inclusione sociale. Ma non si tratta tanto dellaccesso in se, quanto piuttosto della capacit di accedere a, adattare e creare nuova conoscenza utilizzando le nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione; questa capacit, che delle diverse risorse coinvolte, tra cui le tecnologie, nella direzione della promozione dellinclusione

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presuppone e implica molto pi che la semplice disponibilit degli strumenti tecnologici, cruciale per linclusione sociale nella societ in rete ( ibid. , p. 9). Questo implica che le politiche pubbliche orientate a contrastare lesclusione sociale e promuovere linclusione sociale debbano concentrarsi, pi che sulla diffusione degli strumenti informatici e telematici nella societ, sullo sviluppo di queste capacit fra la popolazione.

3.4.1 Ridefinire laccesso


Il ruolo che laccesso alle tecnologie pu giocare nel promuovere linclusione sociale dipende, quindi, in buona misura dal modo con cui definiamo questo accesso. Warschauer parte dunque da una ricognizione dei due pi diffusi modelli utilizzati per indicare laccesso alle nuove tecnologie. Nel primo modello laccesso alle ICT equiparato al possesso di un dispositivo ; in questo senso, dunque, l accesso definito semplicemente nei termini dellaccesso fisico ad un computer o a qualsiasi altro dispositivo ICT. I dispositivi fisici possono diffondersi in maniera relativamente veloce e, in molti casi, equa, come stato per la televisione e la radio. Tuttavia, da un lato il prezzo di acquisto iniziale di un computer, diversamente da quello di un televisore o di una radio, va integrato, in un pi complessivo costo totale di possesso ( total cost of ownership ), pi consistente nel caso di contesti istituzionali e organizzativi, ma significativo per il singolo individuo; dallaltro il possesso di o laccesso ad un computer non sufficiente a configurare un pieno accesso alle ICT, se non altro perch quest ultimo oggi include almeno la disponibilit di una connessione ad Internet, cos come di alcune competenze e conoscenze necessarie ad utilizzare computer e Internet in modi socialmente rilevanti.

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Il secondo modello di paragone per laccesso alle ICT quello dellaccesso alle reti ( conduits ), come quella elettrica o quella telefonica. Mentre un dispositivo pu essere ottenuto con un singolo acquisto, laccesso alle reti richiede una connessione ad una linea di fornitura che fornisce qualcosa su base regolare, come lelettricit o il servizio telefonico. La diffusione di queste tecnologie pi lenta, in parte perch necessitano dellimpianto di infrastrutture, in parte perch il costo mensile delle tariffe pu essere un disincentivo allaccesso anche sul medio-lungo periodo. Secondo Warschauer, dunque, nonostante le condutture forniscano un miglior modello comparativo per laccesso alle ICT rispetto ai dispositivi, nessuno dei due modelli, n la loro integrazione, riesce a cogliere lessenza di un significativo accesso alle nuove tecnologie. Ci che pi importante riguardo alle ICT non tanto la disponibilit di dispositivi di calcolo o di connessioni ad Internet, quanto piuttosto la capacit delle persone di fare uso di questi dispositivi e di queste connessioni per prendere parte a pratiche sociali significative ( ibid., p. 38). Il modello proposto da Warschauer per rendere conto di questo accesso significativo alle ICT , quello riconducibile al significato del termine inglese literacy , in italiano impossibile da tradurre semplicemente con alfabetismo o alfabetizzazione, e tanto meno con la locuzione capacit di leggere e di scrivere, che in effetti non coglie, nemmeno tradotta in inglese, la complessit del concetto, la sua trasformazione nel tempo e nello spazio e le negoziazioni di cui stata fatta oggetto. Ben oltre la capacit di leggere e scrivere, infatti, la literacy ha riguardato il complessivo sistema di modelli di comprensione e comportamento considerati di volta in volta pi adeguati per la societ, a seconda del contesto sociale e degli orientamenti politici e culturali delle istituzioni sociali. Per questo alcuni

222 Capitolo III

studiosi spesso utilizzano la forma plurale literacies . Allo stesso modo altri studiosi hanno preferito usare il termine literacy practices invece di literacy skills per enfatizzare lapplicazione delle competenze nel contesto sociale piuttosto che le abilit cognitive decontestualizzate. Riscontrate una serie di analogie fra gli aspetti coinvolti nella literacy e quelli coinvolti nellaccesso alle ICT, Warschauer ripercorre, inoltre, il dibattito sorto intorno ad un literacy divide ; gli assertori di questo divide si basano sulla convinzione, analoga a quella alla base del concetto di digital divide , che la literacy sia direttamente responsabile dello sviluppo cognitivo e sociale degli individui. Piuttosto, i due termini sembrano legati da una relazione dialettica analoga a quella che caratterizza il rapporto fra tecnologia e societ, e la literacy , in questo senso, compresa pi nei termini di un insieme di pratiche sociali che in quelli di una ristretta abilit cognitiva. La sua acquisizione richiede dunque una variet di risorse, che includono artefatti fisici (libri, giornali, riviste, computer); contenuti rilevanti veicolati da questi artefatti; abilit, conoscenze e attitudini; i giusti modelli di supporto sociale e comunitario. Dallanalisi emerge, inoltre, come lacquisizione di competenze racchiuse nel termine literacy non sia solo una questione di cognizione, o piuttosto di cultura, ma anche di rapporti politici e di potere. Ancora in analogia con i caratteri della literacy , emersi nel corso degli anni dagli studi del settore, Warschauer giunge dunque ad una serie di conclusioni relative alla definizione dell accesso alle ICT ( ibid. , p.46): non esiste un solo tipo di accesso allICT, ma diversi; il significato e il valore attribuito allaccesso varia a

seconda dello specifico contesto sociale;

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laccesso si sviluppa lungo una dimensione di gradualit gli usi del computer e di Internet non comportano gli usi dellICT una pratica sociale, che implica accesso

e non in una opposizione bipolare; benefici automatici al di fuori delle loro particolari funzioni; agli artefatti materiali, contenuti, capacit e supporto sociale; lacquisizione dellaccesso allICT non solo una questione di istruzione, ma anche di potere. Da queste definizioni relative allaccesso deriva, dunque, un modello complessivo dellaccesso allICT per la promozione dellinclusione sociale. Laccesso non pu limitarsi alla fornitura di dispositivi e reti. Piuttosto, esso deve coinvolgere una gamma di risorse, sviluppate e promosse nellottica di accrescere il potere sociale, economico e politico degli individui e delle comunit destinatari degli interventi. Queste risorse possono essere distinte in quattro gruppi di risorse: le risorse materiali comprendono computer e linee di le risorse digitali si riferiscono ai contenuti digitali le le risorse risorse umane sociali riguardano si lo sviluppo alle delle telecomunicazione; presenti on line e alle diverse lingue; competenze e listruzione; riferiscono strutture comunitarie, istituzionali e sociali che supportano laccesso alle ICT. In questo modello, dunque, ognuna di queste risorse contribuisce ad un uso efficace (Gurstei 2003) delle ICT, vale a dire che la loro presenza contribuisce a far s che le ICT vengano usate e sfruttate adeguatamente per gli scopi individualmente e collettivamente definiti; allo stesso tempo, ogni risorsa un

224 Capitolo III

risultato delluso efficace delle ICT, vale a dire che utilizzando efficacemente le ICT si pu contribuire ad estendere e promuovere queste risorse (figura 5) .
Figura 5: Il modello dellaccesso alle ICT di Warschauer

Fonte: Warschauer 2002

3.4.2 LUnione Europea e le tecnologie per linclusione sociale


A partire dal primo e-Europe Action Plan redatto nel 1999 dal Consiglio Europeo di Lisbona, lUnione Europea ha rivolto una crescente attenzione alle opportunit della Societ dellinformazione e delle nuove tecnologie per contrastare lesclusione e promuovere linclusione sociale (Commissione Europea 2001, 2005). Accanto ad una puntuale e approfondita indagine delle differenze nellentit, nellintensit e nella qualit delluso delle nuove tecnologie lungo i tradizionali assi

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socioeconomici e geografici, emersa, col passare degli anni, una pi attenta valutazione dei fattori che differenziano scopi e utilizzi in particolare su Internet, al fine di promuovere e indirizzare capacit di appropriazione di queste tecnologie da parte dei cittadini europei per sfruttarne al meglio le opportunit in termini di inclusione sociale. Un attenzione particolare, ad esempio, richiamata sulla necessit di identificare e creare contenuti e servizi on line rispondenti alle specifiche esigenze di diverse categorie di cittadini, inclusi quelli a basso reddito o pi svantaggiati: un uso socialmente rilevante delle ICT, in grado di incidere sullesclusione e promuovere linclusione, dipende infatti, oltre che dalle competenze, anche dalla disponibilit di contenuti tagliati sui bisogni specifici dei diversi gruppi di utenti. Lespressione e-Inclusion venuta a connotare le politiche per promuovere unequa partecipazione dei cittadini alle opportunit offerte dalle nuove tecnologie, come parte integrante e integrata dei pi ampi gli sforzi per promuovere linclusione e la coesione sociale. Il prossimo sforzo, come richiamato nei documenti pi recenti, dovr essere quello di indagare in modo approfondito, da un lato, lefficacia delle politiche di promozione dell e-Inclusion , dallaltra il loro impatto sulle dinamiche di inclusione sociale. Sembra emergere, dunque, una realistica e salutare prudenza sugli effetti complessivi delluso delle nuove tecnologie nelle politiche di sviluppo, non nella prospettiva di rinunciare a sfruttarne i benefici sociali, ma in quella di calibrare gli interventi sulla base di una maggiore comprensione sia di tecnologie in via di continua evoluzione, sia di dinamiche sociali accelerate dai processi di trasformazione in corso. Anche se nei documenti EU il termine digital divide continua ad essere utilizzato per una certa innegabile capacit di

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sintesi e la

soprattutto considerazione processi di

riferito

ad

alcuni

gap di

nellaccesso, fattori che

lelaborazione, la ricchezza e la complessit delle indagine svolte dellampio inclusione ventaglio sociale, condizionano lefficacia delle nuove tecnologie come opzioni per favorire rendono merito allimpegno profuso anche nellaggiornare i presupposti e i modelli delle politiche pubbliche di contrasto allesclusione digitale. Uno spazio considerevole dedicato allanalisi qualitativa delle dinamiche di differenziazione riscontrate, ad esempio in termini di percezione dellesperienza on line ; o allosservazione di fenomeni tecno-sociali emergenti, come ad esempio lo sviluppo del cosiddetto social software, potenzialmente in grado di incidere sullaccumulazione di capitale sociale e per questa via sulle dinamiche di coesione e inclusione sociale. Altrettanto interessante e meritorio lo spazio dedicato nellultimo report alle dinamiche di e-Inclusion a livello locale e di comunit, con un particolare accento sul loro potenziale for enhancing social integration, political participation, cultural identity, as well as interactions between local and global levels (Commissione Europea 2005). Per 2005) The focus on access and skills is in fact not enough to promote socio-economic inclusion; adequate policy measures should take into account how ICT is experienced in the context of people's everyday life. Along this line, focusing on the impact of ICT on social capital, individual well-being and quality of life can help making the connection between technology adoption concludere, alcuni stralci dallultimo rapporto dellUnione Europea sulla e-Inclusion (Commissione Europea

Spazi Pubblici Digitali 227

and general social participation and cohesion, approaching society at its "center" in addition to focusing on its "margins". More equal access can foster both economic growth and the improvement of living and working conditions in rural and peripheral areas, but will require concerted public policy efforts, at national and regional levels, to promote a network of public access points, linked to initiatives to promote the training of users and to ensure that services and content are provided on the Internet which meet people's real needs. Access to digital contents and services conceived on a high usability level as well as the skills needed for profitably using them should be made available to everybody, intensifying efforts to establish a dense network of public access points adequately equipped and staffed for guidance and support. The success of strategies for digital and social inclusion is largely dependent on a context-based approach, whereby targeted groups are considered within their geographical, social and cultural environment; this is consistent with the exponential growth of local level initiatives, connecting communities and offering online information, services, support and interaction opportunities to its members.

228 Capitolo III

Note
72

A questi dati allarmanti e allo stesso tempo indicativi del

fallimento delle ricette proposte dagli organismi economici mondiali per il miglioramento delle condizioni socio-economiche dei Paesi pi poveri si aggiunge un sempre minore impegno da parte dei paesi OCSE nel cosiddetto aiuto allo sviluppo. Come hanno dimostrato nel 2002 la Conferenza sui finanziamenti per lo sviluppo di Monterey e il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile tenutosi a Johannesburg, la volont degli Stati di contribuire finanziariamente ai programmi avviati nel Sud del mondo minima. Dal 1992 al 2002 i finanziamenti per i programmi di aiuto nelle nazioni pi povere sono scesi del 24 %, raggiungendo una media dello 0,22 % del PIL dei Paesi pi ricchi.
73

In particolare Castells (1998, p. 412-413) individua, alla base dei

fenomeni di disuguaglianza e polarizzazione crescenti, tre processi associati allavvento del capitalismo informazionale e della societ in rete: a) la radicale differenziazione fra lavoro autoprogrammabile ad alta produttivit e lavoro generico ad alta sostituibilit; b) lindividualizzazione del lavoro, che indebolisce i settori minori della forza lavoro; c) il graduale declino dello stato sociale.
74

Le annotazioni di Servon (2002) e Castells (1998) indicano, ad materiale ai soggetti pi svantaggiati, si preoccupino

esempio, come negli Stati Uniti le politiche sociali, incentrate soprattutto sul sostegno raramente di cercare soluzioni per far uscire uomini e donne dalla povert e per promuovere linclusione sociale e finiscano al contrario per ghettizzare ulteriormente quei soggetti dipendenti dallassistenza sociale in condizioni istituzionalmente punitive.
75

Un caso esemplare, casualmente assai vicino alla metafora della

canna da pesca, rappresentato dallimpiego di telefoni cellulari dotati di una connessione ad Internet da parte dei pescatori delle coste occidentali dellIndia per conoscere in anticipo i prezzi sui diversi mercati locali e individuare cos la piazza pi conveniente.
76

E, daltronde, la disponibilit di adeguate fonti di energia e

infrastrutture per la sua distribuzione rimane ancora oggi uno dei principali

Spazi Pubblici Digitali 229

ostacoli allo sviluppo in molti Paesi, soprattutto dellAfrica (Castells 1998), e una pesante limitazione alle stesse possibilit di diffusione e utilizzo delle ICT. In molti progetti di contrasto al digital divide limpiego delle tecnologie si accompagna ad esempio allinstallazione di pannelli fotovoltaici dedicati; sono inoltre in fase di sperimentazione sistemi di alimentazione che sfruttano gli stessi cavi della tecnologia di connessione ethernet . Cfr. news.bbc.co.uk/go/em/-/2/hi/technology/4494899.stm
77

Per una rassegna di rappresentazioni visuali relative alla geografia

delle telecomunicazioni, di Internet, del World Wide Web e degli ambienti del cyberspazio , cfr. www.cybergeography.org; www.mappedellarete.net; www.telegeography.com; www.zooknic.com; www.mappingcyberspace.com.
78

Le

possibilit

offerte

dalla

digitalizzazione

(codifica

compressione) fanno si che il traffico di dati su Internet si riferisca ormai ad unampia gamma di formati codificati in linguaggio binario, che vanno dalla comunicazione-voce del tradizionale traffico telefonico (VoiceOverIP) ai contenuti multimediali della televisione digitale (IPTv).
79

Daltra parte 10 dei 13 root nameservers che si occupano di tradurre

il formato alfabetico di un indirizzo Web digitato in un browser in una qualsiasi parte del mondo nel suo corrispettivo numerico, si trovano negli Stati Uniti. Gli altri tre sono, non a caso, a Londra, Stoccolma e Tokyo. http://en.wikipedia.org/wiki/Root_nameserver
80

Questultimo , ad esempio, il caso di Roma e di altre grandi citt

italiane, nelle quali alcune zone meno appetibili per gli operatori di mercato non sono ancora raggiunte dalle tecnologie per la banda larga (fibra ottica e xDSL): un circolo vizioso in cui la bassa concentrazione di clienti business e le scarse possibilit di spesa dei residenti, inducono le grandi societ di telecomunicazione a non investire nello sviluppo di quelle infrastrutture che, oltre a migliorare le opportunit di un uso significativo di Internet da parte degli utenti, costituiscono una delle condizioni per attrarre attivit e capitali dinvestimento, in grado a loro volta, se adeguatamente indirizzate, di attivare dinamiche di sviluppo economico sul territorio (UNARETE 2003).

230 Capitolo III

81

La

cifra

si

riferisce

ad

una

famiglia

di

standards

definiti

dall Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) e relativi ai protocolli di comunicazione per le reti locali (LAN) e metropolitane (MAN), fra i quali il pi noto lo standard su cavo Ethernet (802.3). Per quanto riguarda le reti senza fili i protocolli ad ora pi importanti sono due: il primo e attualmente pi diffuso l802.11 (Wireless LAN, comunemente denominato WI-Fi), in particolare nelle versioni b e g , che operano nello spettro di frequenze libero da licenze nella banda dei 2.4 Ghz e sono in grado di trasmettere in modalit punto-punto (o ad hoc ) o infrastruttura, a velocit teoriche rispettivamente di 11 Mbps e 54 Mbps e a distanze che vanno da meno di 100 metri fino a decine di kilometri, a seconda della potenza dei dispositivi di trasmissione, delle caratteristiche fisiche del mezzo e della morfologia del paesaggio. Il secondo, ancora in via di sperimentazione ma pi promettente, l802.16 (Wireless MAN, anche detto WiMAX, acronimo per Worldwide Interoperability for Microwave Access), che opera nello spettro di frequenze fra 2 e 11 Ghz, con unampiezza di banda di 70 Mbps e con un raggio di copertura fino a 50 Km; tali caratteristiche rendono questa tecnologia adatta a fornire connettivit senza fili ad Internet per aree estese (una citt, ad esempio, o una zona rurale) e a molti utenti contemporaneamente, integrando cos le tradizionali linee a terra per il cosiddetto ultimo miglio o per distanze pi lunghe, e offrendo lopportunit di una reale mobilit senza fili, non soggetta alle discontinuit degli hotspot tipici del Wi-Fi. Le aspettative riposte nel wireless come opportunit per affrontare gli aspetti infrastrutturali del digital divide si basano sullintegrazione di queste e altre tecnologie (Press 2003). www.wikipedia.org
82

Vedi anche, in questo senso, la posizione della ICT Task Force

dellONU, espressa dal segretario generale Kofi Annan nel giugno del 2003, in occasione di una conferenza dedicata alle opportunit dellInternet wireless stampa per ripreso i Paesi in via di sviluppo: allindirizzo www.w2i.org/pages/wificonf0603/wiofdc_welcoming.html; il comunicato dallagenzia Reuters consultabile lists.pluto.it/pipermail/pluto-ddivide/2003-June/000142.html.

Spazi Pubblici Digitali 231

83

Soprattutto se, come avvenuto in Italia, la regolamentazione delle

nuove tecnologie arriva a limitare fortemente il libero utilizzo di un bene comune come lo spettro elettromagnetico, impedendo, ad esempio, la creazione di reti wi-fi in spazi che non siano locali aperti al pubblico e aree confinate dal
84

frequentazione delle

pubblica,

come il

stabilito 28

dal

Decreto 2003.

Ministeriale di regolamentazione dei servizi wi-fi ad uso pubblico emesso Ministero Comunicazioni Maggio http://www.comunicazioni.it/it/index.php?IdPag=699. Una raccolta di notizie e documentazione, riguardanti soprattutto gli Stati Uniti, reperibile sul sito www.muniwireless.com. Le controversie fra amministrazioni e operatori privati e le implicazione del municipal wireless per il digital divide sono trattate da Jon Lebkowsky in un articolo consultabile allindirizzo www.worldchanging.com/archives/002146.html. Cfr. anche www.bcn.es/sensefils per il progetto di una rete di punti di accesso wi-fi sviluppato dalla municipalit di Barcellona per e la www.cmt.es/cmt/document/decisiones/2004/RE-04-05-27-04.pdf spagnola ne ha imposto lo spegnimento.
85

delibera con cui la Commissione per il Mercato delle Telecomunicazioni L International Telecommunications Union (www.itu.int) lagenzia

delle Nazioni Unite nel cui ambito governi e privati si adoperano per il coordinamento globale delle reti e dei servizi di telecomunicazione. I dati provengono dalle indagini a campione effettuate a livello locale; il numero degli utenti non quindi un dato oggettivo, bens una stima soggetta non solo alle imprecisioni delle rilevazioni statistiche ma in alcuni casi anche alle esigenze di pubblicit dei governi. Il confronto fra Paesi reso impreciso anche dai differenti criteri utilizzati per definire un utente, in relazione allet e alla frequenza di utilizzo minime prese in considerazione (vedi anche nota 18).
86

Da www.internetworldstats.com, da cui provengono i dati qui

presentati, definisce un utente di Internet come chiunque abbia attualmente la possibilit di utilizzare Internet ossia chiunque 1) abbia accesso ad un punto di connessione ad Internet e 2) possegga le conoscenze di base per utilizzare questa tecnologia. Una tale definizione, se da un lato probabilmente esclude alcune modalit di accesso alla Rete, innovative ma

232 Capitolo III

pur sempre ancora marginali (dispositivi mobili), e dallaltro tiene conto dellaccesso condiviso, assai diffuso nei Paesi pi poveri, certamente sovrastima nel complesso le reali dimensioni della penetrazione di Internet per quanto riguarda sia l accesso sia, e a maggior ragione, il suo uso effettivo. Daltra parte, come gi sottolineato nel testo, i limiti di precisione ed effettiva rilevanza dei dati, palesati da queste stime, non costituiscono una distorsione troppo influente per gli scopi di confronto fra Paesi e aree geografiche che qui ci si prefigge.
87 88

Ibid. Ogni host contraddistinto da un indirizzo IP. Ad ogni indirizzo IP,

composto da quattro cifre ognuna compresa fra 1 e 256, corrisponde un nome di dominio in formato alfabetico, composto da pi sezioni, di cui lultima a destra rappresenta il cosiddetto top level domain (TLD). Esistono fondamentalmente due tipi di TLD, i generic TLDs (.com, .edu, .gov, .int, .mil, .net, .org, .biz, .info, .name, .pro, .aero, .coop, .museum) e i country code TLDs (i 240 codici ciascuno di due lettere che identificano ognuno un Paese, come .it, .uk, .fr, ecc.), soggetti a diverse policies e alla gestione da parte di diversi organismi pubblici e privati, nazionali o internazionali, fra i quali lente statunitense non profit ICANN (www.icann.org), addetto al loro coordinamento globale. Lassegnazione di un host ad un determinato Paese basato sul luogo di registrazione della propriet del dominio corrispondente e non sulla reale collocazione geografica del nodo a cui assegnato un certo indirizzo nella Rete: poich tutti i domini generici, a prescindere da dove si trovino realmente le macchine che corrispondono a quellindirizzo, vengono assegnati agli Stati Uniti e poich un dominio di un Paese pu corrispondere a server situati in qualsiasi parte del mondo, il dato della concentrazione per Paese degli host presenta incertezze tanto quanto
89 90 91

le

stime

sul

numero

degli

utenti.

Cfr.

www.itu.int/ITU-

D/ict/statistics/ e www.isc.org. www.gandalf.it Dati sullInternet nel mondo 2004. Cfr. www.zooknic.com Letteralmente leap-frog significa salto della rana; nella lingua

inglese indica il gioco della cavallina e, metaforicamente, significa avanzare per balzi o saltando degli stadi intermedi. Lesempio pi

Spazi Pubblici Digitali 233

ricorrente portato a sostegno dellidea del leapfrogging nellambito delle ICT per lo sviluppo, quello dellimplementazione delle reti della telefonia mobile. In molti Paesi poveri o in via di sviluppo carenti in infrastrutture e con popolazioni disperse in vasti territori rurali, la tecnologia cellulare ha permesso una copertura del territorio a costi pi bassi rispetto a quelli delle tradizionali linee a terra, favorendo in tal modo migliori comunicazioni e di conseguenza una crescita della redditivit delle attivit economiche. In molti di questi Paesi, tra cui le economie emergenti di Cina e India il numero delle utenze mobili ha raggiunto e superato quello delle utenze fisse, cos come gi successo, partendo da tassi di penetrazione assai diversi, nei Paesi ricchi. In Africa, ad esempio, il sorpasso avvenuto nel 2001. Le tecnologie wireless per laccesso ad Internet rappresentano un altro potenziale caso di leapfrogging ( cfr. nota 10 ).
92

Per il dibattito sui rapporti fra sviluppo, "sostenibilit" e crescita, e si vedano anche Latouche

per la provocatoria idea della decrescita, questioni dello sviluppo cfr. Sen (2002).
93

(2001, 2003, 2004) e ancora Harribey (2002). Per un quadro generale delle Computer desktop e portatili, workstation , server , periferiche varie

come stampanti, scanner, masterizzatori CD e DVD, modem PSTN, ISDN e xDSL, dispositivi di rete quali switch , HUB, HAG, router , access point ; consoles per videogiochi, dispositivi per la televisione digitale terrestre, via cavo o satellitare, personal video recorder, antenna satellitare, telefoni cellulari, smartphone , palmari, lettori DVD-DviX-MP3 e foto, lettori CD audio, proiettori digitali, ecc.
94

Infrastrutture di telecomunicazione con e senza fili, intranet e

internet , reti peer to peer , reti GSM e UMTS per la telefonia mobile, satelliti geostazionari per Internet e la TV, ecc.
95

Software, e-mail, pagine Web, siti, documenti di testo, immagini,

audio, video, arte digitale; risorse, informazioni e servizi fruibili sul World Wide Web, VoIP, messaging e chat , streaming audio e video, file-sharing ; contenuti di CD-ROM o DVD-ROM, videogiochi, ecc.
96

Pagine e servizi Web ed e-mail su telefonini, smartphone e palmari,

TV digitale su telefonini e smartphone UMTS (!), SMS e fax via e-mail, ecc.

Capitolo IV Prodigi in Tunisia: laboratori comunitari

1. La Tunisia in rete
In questo capitolo si cercher di osservare nella pratica alcune delle considerazioni fatte finora, concentrando lattenzione prima su un singolo Paese, e poi, restringendo ulteriormente il campo, su un progetto realizzato al suo interno dallAssociazione Prodigi in collaborazione con la ONG italiana Alisei e con lagenzai tunisina UTSS. Obiettivo di questa analisi , da una parte, osservare come entro i confini di un piccolo stato diversi soggetti attivi nellambito dellinformatica e delle telecomunicazioni abbiano collaborato o si siano scontrati per la definizione di politiche finalizzate a diffondere le ICTs sul territorio; dallaltra, prendere in esame come alcuni degli strumenti definiti in questo lavoro possano essere impiegati concretamente allinterno di un progetto orientato ad una comunit. Il paese in esame, la Tunisia, un paese contraddittorio sotto il profilo delle politiche elaborate per combattere la piaga dellesclusione digitale. qui che, nel Novembre 2005, si terr il

236 Capitolo IV

secondo appuntamento del Summit Mondiale sulla Societ dellInformazione, durante il quale si riuniranno i potenti della terra con lobiettivo di definire strategie comuni per la lotta contro il digital divide ; per loccasione il governo ha gi messo in cantiere ambiziose iniziative per dimostrarsi un esempio da seguire per il continente africano. Tuttavia, questa al tempo stesso la nazione in cui Zouhair Yahyaoui, per tutti Ettounsi, il fondatore del pi popolare portale tunisino, TUNeZine.com, stato arrestato nel 2002 con laccusa di diffamazione e utilizzo non autorizzato di spazio su Internet e condannato a due anni di carcere, per la sola ragione di aver creato uno degli spazi digitali pi frequentati dallopposizione al governo e di aver pubblicato articoli che esprimevano forti perplessit sulla legittimit del referendum che ha esteso limmunit al presedente Ben Ali fino al 2004. Rilasciato dopo 18 mesi, Ettounsi morto nel marzo del 2005, sfiancato dalle dure condizioni della detenzione a cui stato sottoposto e per le quali il Paese africano tristemente noto. La Tunisia il paese che ha avviato uno dei programmi educativi pi ambiziosi del Nord-Africa, rendendo obbligatorio linsegnamento dellinformatica in tutti gli istituti secondari e programmando di connettere tutte le scuole superiori del paese entro la fine del 2003, ma anche il paese in cui da anni viene esercitata una forte censura nei confronti dei siti stranieri i cui contenuti non siano approvati dal governo. Vicino Tunisi stato creato il centro di calcolo e di ricerca di El Khawarizemi, il pi importante della regione del Maghreb, ma nel sud del paese i tempi di attesa per ottenere un allacciamento alla rete telefonica possono ancora superare i due anni.

Prodigi in Tunisia 237

1.1 Il mercato delle telecomunicazioni


Fin dallindipendenza, ottenuta dalla Tunisia nel 1956, il mercato delle telecomunicazioni stato controllato e regolato dallo stato attraverso il Ministero delle Comunicazioni e dei Trasporti. Nel 1995 il Parlamento ha approvato una legge che ha istituito un ufficio specializzato per le telecomunicazioni e ha trasformato unimpresa loperatore la precedente con un struttura amministrativa industriale in e pubblica orientamento prima

commerciale. Come conseguenza di tale decisione, nel 1996 monopolista tunisino, conosciuto come Direttorato Generale delle Telecomunicazioni, ha preso il nome di Tunisie Telecom, mentre il Ministero delle Comunicazioni ha continuato a mantenere il suo ruolo di regolamentazione ed tuttora responsabile per lo sviluppo dellinfrastruttura nazionale. Il mercato delle telecomunicazioni tunisino stato quindi caratterizzato da un forte controllo statale, che non ha permesso la nascita di network alternativi, ma recentemente lavvicinamento allUnione Europea, con lobiettivo di creare con essa unarea di libero scambio, ha costretto il paese ad avviare unampia serie di riforme strutturali. Il passo pi importante in questa direzione stata la firma nel febbraio 1997 del WTO Agreement on basic telecommunication service , che ha costretto il paese ad una progressiva liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni e allapertura agli operatori stranieri. Gli accordi con lUE e il WTO hanno consentito lingresso nel gennaio 2003 di un secondo operatore, legiziana Orascom, che ha interrotto il regime monopolistico di Tunisie Telecom nel campo della telefonia fissa e mobile. Questo potrebbe nel lungo periodo consentire un abbassamento delle tariffe , anche se alcune dichiarazioni riportate dalla stampa tunisina lasciano non
1

238 Capitolo IV

pochi dubbi: anche se ci si pu aspettare che Tunisie Telecom e Orascom si diano aspra battaglia sul piano economico, la differenza tra i due operatori si stabilir soprattutto a livello dei servizi proposti agli abbonati e non sul piano delle tariffe (Sassi Sam 2002). Unaltra domanda che finora non ha ricevuto risposte riguarda la possibilit che questo duopolio possa portare o meno vantaggi sul piano della copertura infrastrutturale: in Tunisia, infatti, sono pi di 100000 le domande di allacciamento alla rete rimaste tuttora inevase e nessuno dei due operatori ha finora definito una politica chiara in relazione a questo problema. Per quanto riguarda la comunicazione a commutazione di pacchetto, cio Internet, il mercato coperto da un operatore pubblico e da due privati. La compagni pubblica, lAgenzia Tunisina per Internet (ATI) stata creata nel 1996 come costola di Tunisie Telecom, che ne controlla attualmente il 51%, amministra la dorsale tunisina, gestisce il dominio .tn e offre servizi alle agenzie pubbliche, alle ONG e ai centri di ricerca. I due altri operatori, Global Net e Planet Tunisie, offrono invece accesso ai privati. Tutti e tre i provider sono sottoposti al controllo del Ministero delle Comunicazioni, il quale esercita una forte pressione sulla selezione dei contenuti che gli utenti possono o meno consultare. Questa forma di censura esercitata in maniera sottile e non dichiarata apertamente: non esistono divieti precisi nei confronti di determinati siti, ma se ci si trova a digitare un indirizzo non gradito agli enti governativi, in risposta si avr una pagina bianca con lindicazione operazione annullata.

Prodigi in Tunisia 239

1.2 Le mappe della connettivit


A partire dal 1996, lanno in cui hanno avuto inizio le prime riforme strutturali, il settore delle telecomunicazioni ha conosciuto una rapida crescita. Per quanto riguarda la telefonia fissa, si passati dalle 585.200 linee del 1996 al milione circa del 2002, anche se il tasso di penetrazione rimane ancora basso (in media solo un abitante su 10 allacciato alla rete telefonica). Ma soprattutto nel settore della telefonia mobile che si sono registrati i maggiori progressi, passando in poco pi di sei anni dalle 5.500 unit del 1996 alle 200.000 del 2002 . Anche nel caso delle tecnologie informatiche la Tunisia ha conosciuto una rapida crescita, passando dalle poche migliaia di utenti Internet nel 1995, ai circa 400.000 nel 2002 (un numero comunque esiguo in rapporto alla popolazione tunisina, solo il 4,4% sul totale). Tuttavia controllando gli schemi di consumo e di utilizzo delle nuove tecnologie, i risultati mostrano abitudini ben diverse rispetto a quelle riscontrate in Europa. Buona parte delle tecnologie informatiche diffuse sul territorio sono state impiegate soprattutto per linformatizzazione di aziende, scuole e uffici pubblici
3 2

e, per quanto riguarda la connessione ad

Internet, nella maggior parte dei casi laccesso viene effettuato attraverso postazioni pubbliche o dal posto di lavoro, mentre il consumo domestico rimane limitato ad una ristretta cerchia di persone. Infatti dei circa 220.000 computer in circolazione alla fine del 2000, soltanto 9000 appartenevano ad utenti domestici, e dei 400.000 utilizzatori della rete rilevati nel 2002, solo 25.000
4

possedevano una connessione a casa propria. Inoltre i

numeri variano sensibilmente se ci si sposta dalle aree urbane verso quelle rurali e dal nord industrializzato verso il sud del paese. Se linfrastruttura informatica estremamente capillare

240 Capitolo IV

intorno allarea di Tunisi, dove concentrato quasi il 50% dellutenza complessiva di Internet e circa l80% delle linee veloci , le zone interne sono poco servite e tanto la rete elettrica quanto quella telefonica consentono una fornitura estremamente discontinua.
5

1.3 Le politiche pubbliche


Le strategie attuate dal governo per sostenere il mercato delle ICTs e assicurare una loro pi ampia diffusione sul territorio si sono andate delineando intorno a tre assi principali: - lammodernamento delle infrastrutture, sia sul fronte internazionale attraverso migliori connessioni alla rete mondiale, sia sul fronte interno, creando poli regionali in grado di migliorare la qualit delle trasmissioni tra diverse aree del paese. Su questo fronte il governo tunisino ha ricevuto lappoggio di grandi partner privati, come Alcatel, Ericsson e Novertel, che hanno svolto un ruolo importante nella digitalizzazione delle infrastrutture; - il sostegno delleconomia attraverso la promozione di programmi di e-commerce. Per raggiungere questo obiettivo nel 1997 stata creata unapposita Commissione Nazionale per il Commercio Elettronico, che ha riunito tra loro diversi ministeri e segreterie (comunicazioni, trasporto, turismo, informatica, ricerca scientifica e tecnologica). Il governo tunisino ha deciso di investire molto in questo settore, velocizzando le procedure legate al commercio con lestero per sostenere le esportazioni via Internet, rendendo pi semplici e sicure le transazioni elettroniche per facilitare lopera degli operatori nazionali dellecommerce e aprendo una serie di portali e negozi virtuali per la vendita di prodotti tipici, come vestiti, piccoli oggetti

Prodigi in Tunisia 241

dartigianato, spezie, oppure lacquisto on-line di pacchetti turistici o la prenotazione di alberghi e visite guidate. E stata stimolata anche la creazione di gruppi di studio sul commercio elettronico, lavvio tenuti di a presentare per periodicamente la rapporti della sullandamento del mercato e nuove strategie da adottare; campagne sensibilizzazione popolazione allutilizzo della tecnologia, soprattutto a partire dalle scuole medie e superiori. Solo nel 2000 sono stati spesi circa 4 miliardi di dinari per equipaggiare le scuole con apparecchiature informatiche connesse alla rete, mentre linsegnamento dellinformatica diventato obbligatorio in tutte le scuole superiori del paese.

1.4 Il progetto Publinet


Tra le diverse misure adottate dal governo tunisino per rispondere alle sfide della Societ dellinformazione e cercare di stimolare la penetrazione delle ICTs sul territorio, il progetto Publinet quello che ha attirato maggiormente lattenzione sul piano sia nazionale sia internazionale. Questo progetto stato lanciato nellottobre 1998 con due obiettivi principali: consentire laccesso a Internet e ai suoi servizi in tutta la nazione e creare nuove opportunit di lavoro per i giovani diplomati o laureati. Esso consiste sostanzialmente nella messa in opera di centri pubblici daccesso in diverse aree del paese, che debbano fungere da postazioni privilegiate per lutilizzo della rete, in una realt in cui solo in pochi possono permettersi lacquisto di un PC o labbonamento ad un provider. Per lapertura di un Publinet lo stato interviene fornendo il 50% della cifra necessaria e facilitando la concessione di crediti agevolati per la parte restante. In cambio, ogni Publinet, la cui gestione affidata a

242 Capitolo IV

giovani diplomati o laureati, tenuto a rispettare alcuni parametri, tra cui limpegno a non superare una tariffa massima per laccesso alla rete (2 dinari lora, poco meno di 1,5 _), inferiore rispetto a quella che sarebbe tenuto a pagare un utente per connettersi dalla propria abitazione. Tuttora in Tunisia esistono 306 Publinet, di cui 152 (cio quasi il 50%) concentrati nella regione di Tunisi. Secondo un recente studio (Sassi Sam, 2002), il progetto ha finora riscosso un buon successo presso determinate categorie di utenti. La frequenza media con cui un utilizzatore abituale si reca presso una delle postazioni informatiche di circa 4 volte la settimana, per un consumo medio che si aggira intorno allora e mezza. Per quanto riguarda invece il tipo di uso che viene fatto della rete, il 20% degli individui spendono il loro tempo prevalentemente in attivit di ricerca, il 44% in comunicazioni dirette via chat , il 28% per usare la propria posta elettronica, mentre il 4% non in grado di definire con precisione quale sia la propria attivit prevalente. La popolazione dei frequentatori dei Publinet pu essere suddivisa in due gruppi: - un gruppo composto da studenti universitari e medi che dispongono pubbliche; - un gruppo composto da giovani quadri in possesso per la maggior parte di un diploma di studi superiore. Entrambi i gruppi utilizzano la rete prevalentemente per intrattenersi o per svolgere attivit collegate con il proprio lavoro. La realizzazione dei Publinet ha incontrato quindi soprattutto la domanda di persone gi disposte a utilizzare le nuove tecnologie o perch motivati (pu essere ad esempio il di poche motivati risorse per economiche, presso le ma sono sufficientemente recarsi postazioni
6

Prodigi in Tunisia 243

caso di quadri o studenti universitari che possono utilizzare informazioni raccolte in rete per le proprie attivit di studio e lavoro o di comunicazione) o perch in possesso di risorse sufficienti per spendere tempo in rete alla ricerca di notizie interessanti o siti di intrattenimento. Nonostante potenzialmente tutti gli individui possano avere accesso a Internet attraverso i Publinet, solo studenti e quadri utilizzano queste infrastrutture(Ben Sassi, 2002). Solo quegli individui gi dotati di un interesse preciso verso lutilizzo della rete si recano presso le postazioni pubbliche. E qui ritorna ancora una volta il problema dei contenuti della rete, contenuti che non rispondono ai problemi quotidiani dei paesi in via di sviluppo ( ibid. ). Nonostante il progetto abbia costituito un grosso aiuto per la popolazione, mettendo a disposizione strumentazioni altrimenti irraggiungibili per la maggior parte degli individui, sembra necessario che vengano sviluppate altre strategie se si vuole fare delle tecnologie uno strumento per linclusione sociale. La loro capacit di mettere a disposizione di chiunque, a costi relativamente bassi, strumenti sufficienti per poter partecipare attivamente alla nascente Societ dellInformazione, di livellare il campo di lotta, facendo della conoscenza, ovunque distribuita, la principale fonte di valore aggiunto, rischia di rimanere solo potenziale in assenza di politiche in grado di riconoscere le complesse interazioni tra scopi, strumenti, culture, motivazioni, risorse.

244 Capitolo IV

2. Il Progetto Prodigi in Tunisia


2.1 Le attivit sul campo: mediazione e formazione
Il primo intervento sul campo dellequipe di Prodigi si svolto nellagosto 2003, in collaborazione con la ONG italiana Alisei e lUnion Tunisienne de Solidariet Sociale (UTSS) e ha permesso di installare due laboratori informatici nella citt di Gabs e nelloasi di Kerchaou, nel Sud- Est della Tunisia (figura 1) , e di formare 30 persone allutilizzo delle tecnologie informatiche. II progetto ha visto l'impegno di 11 volontari di diversa formazione coadiuvati in loco da due esperti tunisini di software libero, anchessi volontari. I fondi necessari alla sua realizzazione sono stati raccolti con diverse modalit: - buona parte frutto di autofinanziamento da parte di Prodigi (autotassazione, spese di viaggio a carico dei volontari, iniziative di finanziamento) - il resto deriva dal sostegno offerto dalle due ONG partner del progetto, Alisei per la spedizione del materiale e lUTSS per il supporto logistico in loco. Durante le tre settimane di permanenza sono stati realizzati parallelamente tre differenti corsi di formazione, studiati per rispondere alle esigenze espresse dalle comunit locali e per garantire la sostenibilit dei laboratori al termine del progetto.

Prodigi in Tunisia 245

Fig 1. Le comunit interessate dal Progetto Prodigi in Tunisia

246 Capitolo IV

Il primo dei corsi, quello per mediatori, stato pensato per formare figure capaci di svolgere il ruolo di interfacce umane tra la tecnologia e gli individui, di tradurre in operazioni effettuate attraverso la macchina richieste avanzate da persone che non intendono imparare ad usare un computer, ma che possono averne bisogno solo occasionalmente (per verificare la disponibilit di fondi per determinate attivit agricole, per mettersi in contatto con parenti lontani, ecc.). Lidea che sta alla base di questa scelta che lutilizzo delle ICTs non debba essere imposto alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo come una necessit, un dovere, se queste vogliono rimanere al passo con i tempi. Al contrario, le nuove tecnologie devono rappresentare soprattutto una risorsa in pi al servizio delle esigenze di comunit e individui, tanto di quelle pi radicate, quanto di quelle pi recenti. Il corso per formatori, invece, si rivolto a figure gi attive nel campo della cooperazione o della formazione (insegnanti, animatori, ecc). Lobiettivo stato quello di affidare la trasmissione delle nuove competenze informatiche a individui gi investiti dalla comunit del compito di trasmettere la conoscenza e gi in possesso di strumenti adeguati per formare nuove persone al temine del progetto. Infine, una formazione pi intensa e pi tecnica stata riservata ad un gruppo ristretto, di sole 4 persone, allo scopo di offrire loro le competenze necessarie per essere i futuri manutentori dei laboratori informatici e di rendere i centri il pi possibile autosufficienti, almeno rispetto ai problemi pi frequenti e meno complessi. Per quanto riguarda la scelta dei beneficiari, questa stata effettuata, non senza difficolt, in collaborazione con lUTSS

Prodigi in Tunisia 247

prima della realizzazione dei corsi e dei laboratori, cosa che ha consentito di adeguare il pi possibile la formazione alle esigenze e alle competenze locali e di ottenere una forte partecipazione femminile alle attivit. Nellorientare la formazione, tuttavia, stata riservata maggiore importanza al ruolo che i diversi beneficiari avrebbero dovuto svolgere al termine del progetto piuttosto che alle loro competenze pregresse. Infatti, rispetto ad un approccio pi tradizionale, che avrebbe portato a dividere gli allievi tra un corso base e uno avanzato, a seconda del loro curriculum, stato preferito un atteggiamento che attribuisse maggior peso ai compiti che ognuno avrebbe dovuto svolgere allinterno della propria comunit, una volta formato. Inoltre, laver preferito corsi per mediatori e formatori a corsi base e avanzati, ha evitato di creare nuove gerarchie tra la popolazione interessata dal progetto, un effetto indesiderato comune anche ai progetti di sviluppo ispirati alle migliori intenzioni.

2.2 Il contatto con il territorio


Un aspetto che si rivelato essenziale non solo per lo svolgimento delle attivit, ma anche per il futuro dei laboratori, stato il contatto preso con le organizzazioni e comunit locali prima della realizzazione del progetto. La scelta delloasi di Kerchaou come sede di uno dei due laboratori sta effettuata infatti dietro ad una richiesta esplicita della popolazione locale, interessata ad ampliare le proprie attivit attraverso lutilizzo delle tecnologie informatiche. Il laboratorio di Kerchaou stato installato in un centro precedentemente realizzato da Alisei, gestito da un comitato locale, il quale ha visto nelle nuove tecnologie unopportunit per

248 Capitolo IV

sostenere alcune delle iniziative gi avviate dalla comunit (corsi di educazione alla salute e di microcredito). La forte motivazione della componente locale stata di grande aiuto durante la formazione e ha consentito di fare del laboratorio un centro di socializzazione anche dopo la fine del progetto. Linstallazione del laboratorio, poi, stata accompagnata da tutta una serie di attivit collaterali (pitture murali, proiezione di film, partecipazione a matrimoni locali) che hanno ricoperto un ruolo estremamente importante nellavvicinare lequipe alla popolazione e nel presentare il laboratorio stesso non come qualcosa di alieno e imposto dallalto, ma come un servizio di cui potersi appropriare con facilit. Un ulteriore legame con la realt tunisina stato rappresentato dalla presenza di due esperti di software libero tunisini, contattati fin dallItalia, che hanno affiancato le attivit di formazione (normalmente svolte in francese) con seminari in arabo sul software libero e la realizzazione di pagine web. Il loro coinvolgimento nel progetto ha consentito di mettere in contatto realt che probabilmente non si sarebbero mai incontrate e rappresenta tuttora una garanzia di sostenibilit del progetto, qualora dovessero sorgere problemi che i beneficiari del progetto non siano in grado di risolvere autonomamente.

2.3 Laboratori e corsi di formazione


I due laboratori, allestiti a Gabs e Kerchaou con computer dimessi da enti pubblici e privati ma ancora funzionanti, sono stati concepiti non solo come luoghi di accesso alle nuove tecnologie, ma come spazi di pubblica utilit aperti alle comunit locali, luoghi di aggregazione e formazione.

Prodigi in Tunisia 249

Ciascun laboratorio composto da 5 computer e da una stampante collegati fra loro in modo da formare una piccola rete locale. La connessione a Internet garantita da un provider locale. Per quel che riguarda la dotazione software dei laboratori sono stati utilizzarti esclusivamente prodotti open source. La scelta quindi ricaduta sul sistema operativo GNU/Linux e su alcuni degli applicativi pi comuni presenti in diverse per la distribuzioni: OpenOffice per i applicativo di grafica. Particolare attenzione stata prestata inoltre alla localizzazione delle macchine (tastiere, sistema operativo e software installato) in lingua francese (la seconda lingua parlata in Tunisia) e in arabo su alcuni computer, grazie all'aiuto degli esperti tunisini. I corsi di formazione per mediatori e formatori, tenuti in lingua francese da docenti coadiuvati da pi assistenti daula, sono stati strutturati in modo da fornire ai beneficiari un bagaglio di nozioni informatiche adeguato al ruolo di intermediari con le tecnologie che questi avrebbero svolto allinterno delle rispettive comunit di origine una volta ultimata la formazione. Gli argomenti trattati hanno spaziato dalluso dellelaboratore elettronico e della sua interfaccia grafica, allutilizzo di programmi di videoscrittura e di fogl elettronici, dalla navigazione e ricerca di informazioni su Internet, alluso della posta elettronica. Alla programmazione di pagine web sono stati invece dedicati dei seminari pomeridiani durante i quali i beneficiari, divisi gruppi di lavoro, hanno realizzato dei siti web comunitari e personali attualmente ospitati sul sito di Prodigi 7 . programmi d'ufficio, Mozilla navigazione e la creazione di pagine web, e Gimp come

250 Capitolo IV

Nel corso indirizzato alle 4 persone cui stato affidata la gestione quotidiana dei laboratori sono state invece affrontate tutta una serie di problematiche relative alla manutenzione e al buon funzionamento degli stessi: cablaggio, installazione del sistema operativo, configurazione della rete locale, amministrazione della connessione ad Internet anche in termini di costi, gestione della stampa per citarne alcune.

2.4 La scelta del software libero


La scelta di utilizzare software libero in un progetto di cooperazione mossa innanzitutto da una serie di valutazioni di ordine teorico. Lattuale scenario mondiale vede le nuove tecnologie trasformarsi da occasione di sviluppo delle nazioni ed opportunit di miglioramento delle condizioni di vita degli individui in uno nuovo strumento di esclusione sociale ed economica. Le divisioni tra la minoranza di individui che vi ha accesso e che pu quindi avvantaggiarsene e la maggioranza a cui questo precluso invece che assottigliarsi si vanno acuendo. I grandi centri di innovazione tecnologica, impegnati a tutelare i loro interessi tramite l'imposizione di brevetti e la strenua difesa della propriet intellettuale, stanno limitando la diffusione delle conoscenze tecniche, relegando la maggior parte delle persone nella condizione di semplici consumatori e non di utilizzatori consapevoli delle tecnologie. In questo contesto il software libero, una tecnologia aperta per natura, sembra pi adatta a favorire la condivisione delle conoscenze e il formarsi di una maggiore consapevolezza tecnologica. In realt, come i paesi in via di sviluppo, inoltre limpiego del software libero presenta dei vantaggi rispetto alle soluzioni proprietarie. In primo luogo laccessibilit al codice sorgente e la

Prodigi in Tunisia 251

libert di modificarlo ne fanno una tecnologia capace di rispondere ad esigenze circoscritte, trascurate dalle grandi multinazionali dellICT, orientate verso i grandi mercati e i grandi profitti. Il basso (a volte nullo) costo delle licenze e la concreta possibilit di utilizzarlo anche su hardware datato rendono poi quella open source una tecnologia sicuramente pi sostenibile. Non bisogna infine dimenticare esistenza di una comunit mondiale di sviluppatori e utilizzatori gi strutturata e motivata che ben si presta alla realizzazione di progetti di sviluppo che prevedano limpiego di queste tecnologie, come stato dimostrato dalla stessa esperienza di Prodigi.

252 Capitolo IV

Note
1

Le tariffe applicate da Tunisie Telecom, per quanto possano essere

elevate se comparate con la media europea, sono comunque tra le pi basse rilevate sulla sponda meridionale del Mediterraneo: 0,008 _ al minuto per chiamate locali, 0,09 _ per chiamate interurbane e circa 10 _ per 20 ore di connessione ad Internet
2

Per ottenere un abbonamento alla rete mobile (in Tunisia non sono

ancora state commercializzate le schede prepagate) pu essere necessario attendere dai 3 ai 6 mesi, tempo cui gli operatori effettuano controlli sulla situazione patrimoniale e lavorativa del ichiedente.
3

Il numero di business PC nel 2000 era pari a 210.000, il 95% sul Fonte: Agenzia Tunisina per Internet (ATI) In Tunisia finora lo standard pi evoluto lISDN che consente una

totale.
4 5

trasmissione dati a 64kps, mentre lo standard DSL dovrebbe cominciare ad essere implementato a partire da questanno. Solo pochi istituti possono accedere a connessioni a banda larga, ottenute principalmente tramite connessioni radio o via satellite
6

Le chat hanno riscosso un grande successo presso gli internauti

tunisini e tra i siti pi frequentati dai giovani utenti dei Publinet si colloca Amour.fr, che, come si pu capire dal titolo, offre lopportunit di fare incontri virtuali alla ricerca dellanima gemella.
7

www.pro-digi.org/siti.html

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b.

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