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Notizie di POLITEIA Anno 12 - N.

41/42 - 1997 Le ragioni del dialogo ADRIANO PESSINA Centro di Bioetica, Universit Cattolica, Roma
Premessa1 Gli estensori del Manifesto di bioetica laica hanno avuto indubbiamente il merito di richiamare l'attenzione sulla necessit di un confronto teorico e, se possibile, di un accordo pratico su alcuni principi in grado di indirizzare sia la futura riflessione nell'ambito della bioetica sia l'attivit legislativa. un progetto ambizioso, ma assolutamente condivisibile, se vuole porsi, per cos dire, a monte di quelle risoluzioni pratiche e di quelle scelte politiche, che pure dovranno essere prese, per regolare l'attivit biomedica, che ha rilevanti ripercussioni morali, sociali e culturali e coinvolge non soltanto il campo della ricerca e della sperimentazione ma anche la concreta esistenza di molti cittadini. Occorre quindi sviluppare un'ampia riflessione nella convinzione che, comunque, la materia trattata rester in via di evoluzione: questo progetto, mi sembra, vuole quindi costituire le premesse teoriche in grado di dar luogo, in seguito, a possibili accordi laddove non si verificasse una motivata convergenza intorno ad alcuni criteri regolatori della prassi biomedica. Qualche perplessit va peraltro espressa per la sede che si scelta per lanciare questo manifesto: per quanto autorevole, un quotidiano resta pur sempre un mezzo che risponde ad esigenze comunicative differenti da quelle richieste da una comunicazione filosofica. La necessit della semplificazione, connessa con l'intento di trovare un consenso che coinvolga il pi vasto pubblico, pu infatti andare a discapito del rigore della proposta. Di contro, peraltro, si pu valorizzare questa scelta apprezzando l'idea di sollecitare una maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica nei confronti di problematiche che non sono soltanto di confine ed hanno, e sempre pi avranno, un'ampia ricaduta sociale. L'aver promosso, sebbene in tempi cos rapidi, un convegno che cerchi di fissare quali siano le condizioni di confronto e di dialogo oggi praticabili all'interno di una comunit di ricerca sorretta da impostazioni e metodologie differenti, segno comunque di una positiva volont di superamento dei limiti di una proposta veicolata in chiave giornalistica, senza che peraltro venga trascurata l'esigenza di mantenere anche un serio spazio di dibattito aperto ad un pubblico di non specialisti. Il Centro di Bioetica dell'Universit Cattolica di Roma aderisce oggi a questa iniziativa con la speranza che si inauguri un confronto teorico meno condizionato da quelle strategie comunicative che erano presenti nel Manifesto stesso. Con ci si intende sottolineare un atteggiamento di
Il presente testo stato preparato in vista del Convegno indetto per il giorno 11 luglio 1996 a Milano ed stato parzialmente letto in quell'occasione, perci non contiene riferimenti ad aspetti del dibattito emersi nell'ambito del Convegno stesso e, tanto meno, a questioni sollevate in seguito.
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dialogo che va ben oltre la semplice tolleranza e si costituisce nei termini del rispetto e della consapevolezza che la verit si acquisisce tramite un confronto dialettico. Il rispetto per l'altro uno dei valori che appartengono alla tradizione propria del personalismo filosofico: ed proprio a motivo di questa considerazione che le altrui tesi sono considerate seriamente ed anche criticamente, come meritano. Detto altrimenti: noi pensiamo che il dialogo non sia semplicemente la condizione della consistenza sociale e una delle modalit di relazione tra persone civili, ma la sostanziale condizione per la verifica della consistenza teorica delle proprie valutazioni morali e dei propri convincimenti. L'auspicio che sottinteso a questa mia relazione perci che si rafforzino ambiti di dialogo, ovvero di confronto e non soltanto di mediazione politico-culturale. L'ampliamento di una comunit di ricerca autenticamente tesa ad individuare i criteri necessari ad orientare le scelte in campo bioetico e a fornire indicazioni per lo sviluppo tecnico-scientifico, perci un progetto serio e positivo, che va valutato positivamente. Fatta questa premessa, data la necessit di contenere i termini di una riflessione che, di per s, meriterebbe un'articolata serie di considerazioni, mi limiter a qualche cenno su alcuni punti che, a mio avviso, possono costituire, se non la base, almeno l'avvio di un pi ampio e consolidato dialogo e con fronto, che comunque di fatto gi esiste, sebbene all'interno delle pubblicazioni specialistiche dedicate alla bioetica. Chiarificazione linguistica e pluralismo culturale La prima condizione per un dialogo data da quella che definirei la necessit di una chiarificazione linguistica. Non infatti priva di fondamento l'impressione che molte volte si usino le medesime parole con significati assolutamente differenti e che, favoriti da una certa polisemia, non si sfugga alla tentazione di costruire un'immagine inconsistente, se non addirittura ridicola, delle tesi di coloro che appartengono ad orizzonti culturali differenti dal proprio. Per comprendersi, ma anche per discutere, necessario sapere non soltanto di che cosa si parla ma anche che cosa intendano i nostri interlocutori con certe parole. A questo proposito proporrei il definitivo embargo del termine laico, che ognuno usa come vuole (come gi ricordava E. Agazzi nel suo intervento sul "Sole 24 ore") e che spesso designa la pretesa di qualcuno di poter parlare a nome di tutti, escludendo posizioni teoriche differenti, semplicisticamente definite come visioni di fede, e come tali in grado di vincolare soltanto coloro che le condividono. In particolare, l'individuazione di due poli contrapposti, desinati come bioetica cattolica e bioetica laica rischia di essere strumentale e di introdurre elementi di confusione nel dibattito laddove non si venga a chiarire in nome di quale titolo una posizione si autodefinisca in un modo o in un altro. Un'attenta considerazione dell'attuale letteratura bioetica permette in realt di fare distinzioni meno semplificatorie:, infatti si possono distinguere bioetiche filosofiche e bioetiche a base teologica o confessionale, intendendo queste ultime nel significato specifico che loro compete, cio concezioni che dipendono direttamente da una religione storica, positiva, come la religione ebraica, quella cristiana, musulmana o buddista. Sia chi suole invocare il pluralismo come valore, sia chi lo consideri come condizione di un dialogo o semplicemente come un dato di fatto, deve prendere atto dell'esistenza di diverse voci teoriche, tutte

chiamate a contribuire ad un serio ripensamento della questione bioetica. Il pluralismo, quindi, va inteso in duplice modo: all'interno delle bioetiche filosofiche e tra queste ultime e quelle schiettamente religiose o confessionali. E poich, come nel caso delle riflessioni sviluppatesi all'interno della fede cattolica, alcune proposte vengono argomentate nel convincimento che esse possano venir comprese e condivise anche da coloro che non si collocano nella fede nel Cristo Risorto, giusto che vengano prese in considerazione e discusse anche da coloro che si collocano in una prospettiva metodologica di stampo strettamente filosofico. A ci si aggiunga che un coraggioso atteggiamento di confronto culturale, pur tenendo conto delle distinzioni sopra menzionate, dovrebbe al fondo includere tutte le posizioni bioetiche, al fine di verificare le possibilit di una convergenza teorica prima di accedere alla mediazione pratica, ad un consensuale accordo pragmatico. Ci che invece risulta illegittimo, a mio avviso, il tentativo di qualificare una teoria filosofica come cattolica o come laica (qualora, ovviamente, quest'ultimo termine assumesse esso stesso una connotazione dogmatica): esiste forse un'ortodossia filosofica laica e un'ortodossia filosofica cattolica? Penso, motivatamente, proprio di no2. Su questa osservazione innesterei un altro punto. Il presidente della Consulta di Bioetica, il professor Defanti, intervenendo sul "Sole 24 ore" nel dibattito sul Manifesto di bioetica laica, ha infatti espresso una tesi che mi sembra si discosti da quella del Manifesto stesso in quanto egli non si limita ad affermare la tolleranza per le concezioni religiose del mondo, ma formula un criterio metodologico che dovrebbe sancire la qualit della bioetica laica. Questo principio espresso nei termini di un'ipotesi, ragionare in bioetica come se Dio non ci fosse - etsi Deus non daretur. Questo principio, aggiungeva Defanti, non va inteso come negazione ma ovviamente nemmeno come affermazione - dell'esistenza di Dio (ci che si ritiene di non poter provare nemmeno si pu confutare), ma come, se ben ho inteso, terreno comune su cui innestare il dialogo tra le diverse prospettive e tradizioni morali. In questo modo viene ripresa anche l'impostazione che fu di Scarpelli, pensatore che in Italia si fece promotore di quella linea di riflessione che si suole denominare come noncognitivismo etico. Anche qui mi permetterei di fare un' altra proposta. Innanzi tutto quell'impianto potrebbe venir definito senza usare il termine laico: esso esprime, con accentuazioni che per ultimamente non condivido, l'idea della cosiddetta etica autonoma, cio di quella riflessione che alcuni (come Gadamer) vorrebbero far risalire persino ad Aristotele, ma che ha come autentico referente storico Kant. A partire da Kant si ritiene che si possano individuare delle norme di condotta senza entrare in merito al problema dell'esistenza o meno di una finalit ultima della vita, e assumendo come impossibile ogni dimostrazione dell'esistenza di Dio, condizione, invece, ritenuta necessaria da coloro che propongono un'etica teleologica non utilitaristica. Ma per Kant, come noto, la tesi dell'esistenza
Non certo questo il luogo e il momento per aprire il discorso su questi temi: ho accennato ad essi soltanto per rimarcare come sia auspicabile evitare l'introduzione di elementi che invece di facilitare il confronto lo rendano equivoco. In ogni caso, la presente comunicazione si colloca esclusivamente a livello filosofico e il relatore non ha n la pretesa, n l'autorit per esprimere o rappresentare un'eventuale bioetica cattolica in senso confessionale.
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di Dio, che pu essere soltanto un postulato, oggetto di una fede, sia pure una fede razionale, continua a svolgere una sua funzione nell'ambito della riflessione morale. Non questo il momento per discutere questa prospettiva: personalmente condivido l'idea che la morale abbia una sua autonomia ma non ritengo che essa sia totalmente scindibile da una prospettiva metafisica. Infatti non la stessa cosa pensare ed agire come se Dio non ci fosse o come se Dio ci fosse: di fatto ci sono anche alcuni negatori dell'esistenza di Dio che poi propongono valori e si comportano come se Dio ci fosse. Una pretesa neutralit finisce di fatto con introdurre surrettiziamente elementi che ultimamente dipendono da una non esplicitata impostazione metafisica. Gi Sartre, e prima ancora Nietzsche, ricordavano con lucidit le conseguenze che si dovrebbero trarre sul piano antropologico qualora si pensasse sul serio l'inesistenza di Dio. E la storia della filosofia testimonia come sia difficile negare un Fondamento ultimo dell'intelligibilit del reale. Non si pu infatti scordare che la concezione dell'uomo, della sua vita e della sua relazione con i suoi simili e con il suo ambiente, dipende in larga parte da quei presupposti metafisici, che possono anche non intervenire direttamente nell'argomentazione etica, ma che di fatto le sono alle spalle. Per il metafisica, come per l'uomo religioso, infatti, certe connessioni tra Dio e l'uomo esistono ed hanno una loro funzione nell'interpretazione della scala dei valori. E questa osservazione dovrebbe valere anche per l'ateo professo, cio non per chi nega la possibilit di provare con la ragione l'esistenza di Dio, ma per chi nega che Dio sia. Nessuno pretende che si accetti dogmaticamente la prospettiva metafisica, n quella anti-metafisica, ma che semplicemente non si escludano dal dialogo tutte le posizioni forti, per privilegiare un vago scetticismo di maniera che ha il solo torto di non essere sufficientemente scettico anche verso se stesso. Non questa, ovviamente, la sede per aprire una discussione su questi problemi. Il motivo per cui li ho, per cos dire, evocati, deriva, anche in questo caso, dall'esigenza di essere propositivo e di formulare quindi una diversa condizione di dialogo, che formulerei con la richiesta di lasciare spazio sia a coloro che coltivano una riflessione metafisica (ed , per esempio, il caso di coloro, come chi vi parla, che si collocano all'interno di un personalismo ontologico, che ha radici metafisiche), sia di chi si colloca in una fede storica o in una prospettiva di fede razionale o, invece, crede che Dio non sia. La prima condizione formale del dialogo e della ricerca comune che non si escluda apriori il confronto con tutti coloro che intendono porre delle ragioni per difendere e fondare dei valori: tutto questo nella speranza che si possano trovare tesi condivisibili anche partendo da presupposti differenti (e in alcuni casi persino opposti). Se questa ipotesi di lavoro manca allora impossibile ed inutile iniziare una qualsiasi ricerca comune. Se il dialogo deve essere a tutto campo, penso che si debba e si possa discutere senza richiedere che si assuma come unico presupposto l'agnosticismo, ma prendendo le mosse da ci che si presenta nell'esperienza e aprendo un confronto su quei criteri interpretativi che, fondati e giustificati in modo differente, sono messi in atto dalle diverse tradizioni filosofiche per individuare norme di comportamento. Esperienza e ragione sono, in fondo, i due poli di ogni riflessione: siano anche le uniche condizioni per andare insieme a verificare come le rispettive teorie sono in grado di interpretare in modo significativo l'esperienza.

Progresso scientifico e autonomia Su altri due punti mi sentirei di fare ulteriori annotazioni: il primo riguarda la relazione tra progresso scientifico-tecnologico e i compiti propri della bioetica come disciplina interdisciplinare ma a valenza filosofica; il secondo riguarda invece la valorizzazione del significato dell'autonomia personale, espressione che, una volta ampiamente chiarita, potrebbe costituire un punto di accordo preliminare. A mio avviso lo scopo attuale della bioetica quello di costituirsi come coscienza critica dello sviluppo scientifico e tecnologico. Questo comporta almeno due elementi: una chiara consapevolezza epistemologica e il convincimento che sia necessario trovare dei criteri per indicare quali ricerche siano da privilegiare, quali da vietare, quali da permettere. Di fatto la scienza non mai neutra: essa viene esercitata in un contesto storico-culturale determinato, subisce l'influsso positivo e negativo delle condizioni economiche, si intreccia con esigenze che non sono mai soltanto conoscitive, ha una pesante e potente ricaduta sull'esistenza quotidiana di moltissimi uomini, almeno di tutti quelli che appartengono alle cosiddette societ avanzate. Basterebbe la scarsit delle risorse ad imporre l'esigenza di una regolamentazione dei progetti di ricerca: ma a questo si deve aggiungere che in realt non soltanto il fattore economico richiede l'individuazione di criteri che la comunit scientifica (e in essa la comunit bioetica) deve porre, ma anche una questione morale. Molte conoscenze richiedono infatti interventi manipolatori che debbono essere valutati moralmente poich incidono direttamente sulla vita di alcuni uomini e sulle vite future. Oggi non pi possibile proporre l'ingenua separazione tra una scienza pura, sempre buona in s, ed una tecnologia che pu percorrere vie perverse: nelle conoscenze sperimentali tecnologia e scienza si condizionano a vicenda e spesse volte proprio un'esigenza tecnologica, cio operativa, a dettare le linee di una ricerca scientifica. Senza aprire gi un confronto contenutistico, penso che si debba partire dall'assunto che la bioetica non pu registrare semplicemente le dinamiche delle ricerche scientifiche ma deve saper intervenire, coinvolgendo, in linea di principio, gli stessi scienziati, nella stessa progettualt scientifica, fornendo criteri capaci di salvaguardare non soltanto un generico interesse generale ma anche il bene specifico degli uomini e dei cittadini sui quali ricadranno gli esiti dell'attivit scientifica. La bioetica, ponendo ad oggetto della propria indagine una specifica attivit umana. quella che interessa direttamente la vita umana, non pu esimersi dal considerare criticamente sia gli sviluppi sia i progetti della ricerca scientifica: essa deve saper riproporre quel tema della responsabilit morale e civile del sapere scientifico che, dopo tempi di appassionati confronti, non privi di storture ideologiche, sembra oggi essere abbandonato in favore del nuovo mito del buon scienziato che dovrebbe essere anche scienziato buono. Il confronto tra le diverse prospettive bioetiche pu, o almeno dovrebbe, incrementare un pi acuto senso critico che, senza scadere nello scetticismo o in un ingiustificato atteggiamento antiscientifico, permetta lo sviluppo di una nuova stagione culturale, non pi segnata da una immotivata separazione tra scienza e filosofia ma anche immune da una indebita confusione tra quanto appartiene all'una e quanto specifico dell'altra. In ultimo un richiamo al concetto di autonomia, molto valorizzato dal Manifesto. Personalmente ritengo che esso indichi un aspetto decisivo della

condizione umana nella sua valenza etica. Una lunga tradizione filosofica vede nell'autonomia dell'uomo la modalit con cui si afferma la responsabilit concreta del singolo rispetto ai suoi simili. L'autonomia perci non sinonimo di arbitrariet ma fonte di quella moralit vissuta che si apre alla cura e al rispetto della vita e delle varie condizioni di vita di coloro che non sono in grado di esercitare l'autonomia della volont perch si trovano in particolari fasi della vita (dallo sviluppo alle possibili malattie che ledono questo eserci zio dell'autonomia). L'autonomia, in s, perci la condizione necessaria della moralit: ad essa si oppone sia la pura eteronomia della coazione sia l'eteronomia dovuta all'assenza di discernimento tra ci che bene e ci che male moralmente. Ma non condizione sufficiente: occorre infatti stabilire quali siano quei valori che l'uomo, proprio perch autonomo, cio libero, deve seguire per realizzare la propria umanit, cooperando alla crescita dell'umanit altrui. Dovere ed autonomia sono strettamente connessi, poich non avrebbe senso individuare una necessit morale laddove esistesse un totale determiniamo della volont. Perci, anche in questo caso, un termine pu appartenere a pi tradizioni ma rischia di esprimere diverse concezioni dell'uomo. Iniziare con uno sforzo di chiarimento delle posizioni reciproche, dei presupposti e del linguaggio che appartengono alle singole tradizioni culturali, pu essere uno dei modi per rinforzare quei dialogo che, al di l di ogni ingenuo fattualismo, tende comunque ad andare a vedere come stanno le cose, ed aspira a trovare, nella consapevolezza della rilevanza decisiva dei problemi posti in gioco, dei criteri capaci di definirsi nei termini della verit. L'auspicio, per quanto mi riguarda, quello che comunque vengano a cadere quelle intemperanze verbali che spesso hanno vicendevolmente contraddistinto, nel passato, certe tappe del confronto, specialmente quello attuato e pensato avendo sullo sfondo l'esigenza di ottenere consensi. Una discussione ferma e pacata dovrebbe infatti avvenire senza sacrificare il rigore dell'argomentazione alla retorica: infatti condizione necessaria di ogni dialogo la condivisione di una meta, che in filosofia , prima di tutto, la scoperta della verit.