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Giuseppe Tortora

Schiller sulla umana bellezza Ovvero: c' bello e bello!

La bellezza - scriveva Oscar Wilde in Il ritratto di Dorian Gray - non ha bisogno di spiegazioni. una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole o la primavera, o come il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia argentea che chiamiamo luna. Non pu venire contestata. Regna per diritto divino e rende principi coloro che la possiedono. La bellezza il miracolo dei miracoli. Ma nella nostra civilt dell'immagine s' sviluppata un'attenzione addirittura ossessiva per la bellezza umana. vero: essa non ha bisogno di essere spiegata; ma pur vero che, di questa bellezza, di cui talvolta si va in cerca in modo compulsivo, spesso non abbiamo un'idea abbastanza adeguata. Eppure, gi nel 1793, nell'opera Grazia e dignit, Friedrich Schiller, il noto poeta filosofo amico di Wolfgang Goethe, ne aveva fatto un oggetto di riflessione teoretica fissando ambiti e confini concettuali. Ad incarnare l'ideale della bellezza i Greci designarono una dea: Venere. La quale - segnala Schiller - esce gi bella dalle acque del mare. Ben conformata dalle forze plastiche della natura: le quali, com' noto, seguono indefettibilmente la legge della necessit. bella nel corpo, senza alcun apporto di uno spirito. Schiller definisce questa: bellezza di struttura, bellezza architettonica. E aggiunge che, con tale denominazione, egli si riferisce a quella parte della bellezza umana che determinata soltanto da forze naturali. La proporzione delle membra, i morbidi contorni, la delicata carnagione, la voce armoniosa ecc. - spiega - sono tutte prerogative che si devono soltanto alla natura e alla fortuna: alla natura, che diede la disposizione ad esse ed anche le svilupp; alla fortuna, che protesse l'opera formativa della natura da ogni influenza di forze ostili. Questa bellezza, precisa Schiller, tutta nel fenomeno, solo una qualit della rappresentazione. Essa ci che - del lavoro della natura appare all'intuito sensibile dell'uomo. Tale bellezza dunque non ha niente a che fare con il valore della realt umana in cui essa si manifesta. Sicch il giudizio di bellezza, relativo alla struttura fisica dell'uomo, non dipende dalla dignit dell'essere umano, n dalla sua posizione apicale rispetto a tutte le altre realt naturali. In altri termini, questa bellezza fisica sussistenon perch l'uomo, rispetto alle altre realt naturali, dotato d'intelligenza e ha una destinazione morale. La dignit dell'uomo non ha alcuna rilevanza nella determinazione e configurazione della bellezza di struttura.

Certo, la bellezza fisica di una ragazza tutt'altra cosa rispetto a quella di un fiore. Il lavoro che la natura compie, nel delineare la figura umana, esprime senza dubbio la superiore destinazione dell'uomo. l'esito di un progetto. Ma questo progetto - che sta alla base della configurazione di un corpo umano in ogni caso non pu essere colto col senso, ma solo con l'intelletto. Pu soltanto essere pensato dall'intelligenza dell'uomo, non pu essere percepito dalla sua sensibilit. Schiller lo ribadisce con insistenza: la bellezza architettonica si rivolge e si rivela solo alla sensibilit fisica. L'individuo umano - afferma con accenti kantiani - non che un fenomeno. La sua bellezza dunque non altro che una qualit del mondo sensibile. Per coglierla non pu esser di alcun aiuto la ragione. La bellezza della forma umana - afferma, in fine, e finalmente, Schiller - tale perch quella forma procura piacere alla sensibilit. Indubbiamente - aggiunge ancora il pensatore - si pu anche asserire che quella forma fisica piace anche alla ragione. Ma nel senso che la ragione, nel coglierla, vi aggiunge il suo contenuto, che un contenuto intellettuale. Vale a dire che la ragione conferisce, a quella forma sensibile, un'idea, un significato superiore. Come quando si vede in quella forma umana l'espressione dell'ordine teleologico, di una disposizione finalistica nell'ordinamento naturale. In questa prospettiva, allora, la bellezza pu e deve essere considerata cittadina di due mondi: all'uno, ovvero al senso, appartiene per nascita, all'altro, ossia alla ragione, appartiene per adozione. Finora s' parlato dell'uomo come fenomeno, ovvero di ci che appare di lui in quanto corpo. Ma c' un altro aspetto della sua bellezza. L'uomo s un corpo, ma al tempo stesso una i. il solo tra gli esseri che pu diventare principio originario dei propri stati. Egli infatti pu mutarsi per cause interne a s, per ragioni che attinge da se stesso. In questo caso, il modo in cui egli appare alla sensibilit altrui dipende dal modo del suo sentire e volere. E il suo modo di mostrarsi varia in relazione alla variazione dei suoi stati interni, di quegli stati che egli stesso determina in forza della sua libert. Il suo apparire bello dunque espressione della sualibert, del suo libero modo di pensare e di volere. L'uomo - spiega Schiller - esercita la sua libert anche sui movimenti del corpo. Egli, anzi, non solo origina e governa autonomamente i movimenti volontari, ma pu influire anche su quelli involontari, ossia su quelli che stanno sotto il dominio della necessit naturale. E dunque si pu dire che lo spirito, in un certo senso, conforma, determina tutti i suoi movimenti corporei. Ecco allora l'altra forma della bellezza umana: la bellezza del movimento corporeo sotto la guida dello spirito umano. Ossia la grazia. Lo spirito, insomma, crea liberamente tale bellezza gestendo i movimenti del corpo: che, naturalmente, restano pur sempre sotto il dominio delle leggi naturali. Col suo intervento - dice Schiller - l'individuo-persona toglie dunque alla natura il compito e il potere di difendere la bellezza della propria opera. Si pone esso stesso al posto della natura. La sottomette al suo servizio, ma senza forzarne o violarne le leggi. La libert cos produce la bellezza governando il corpo nella forma del gioco. Dunque: La grazia la bellezza della figura sotto l'influenza della libert. la bellezza di quei fenomeni che la persona determina da s ed

in se stessa. E allora: Lanatura diede la bellezza della struttura, l'anima d la bellezza del gioco. La bellezza architettonica fa onore all'autore della natura, la grazia a chi la possiede. Quella un talento, questa un merito personale. Tuttavia - chiarisce Schiller - non tutti i movimenti dell'uomo sono capaci di grazia. Non possono esserlo di certo quelli che appartengono solo alla natura e sottoposti esclusivamente alla necessit naturale. Come, ad esempio, i movimenti prodotti dalla sofferenza. Ci nonostante - sostiene ancora il poeta uno spirito armonico pu pur sempre tenere il corpo sotto il suo controllo, in modo che la struttura corporea esegua il suo gioco. Lo pu a tal punto che si pu ben dire non solo che esso foggia il proprio corpo, ma addirittura che, in un certo senso, nella sua persona la grazia finisce col trasformarsi in bellezza architettonica. Va da s, naturalmente, che uno spirito in discordia con se stesso pu rovinare anche la pi sublime bellezza della struttura corporea, e, con un uso indegno della libert, pu rendere addirittura irriconoscibile il magnifico capolavoro della natura. Ma l'uomo possiede comunque sufficienti risorse per riparare ai danni da lui stesso prodotti, se lo spirito si disponga ad aiutare la natura, o anche soltanto a non disturbarla nella sua opera plasmatrice. L'analisi di Schiller si muove a livelli ancora pi profondi. Certo - rileva - la grazia si esprime sempre e soltanto nei movimenti. E tuttavia bisogna distinguere tra movimenti volontari e movimenti simpatetici. Nel primo caso la persona prescrive alla volont di eseguire quei movimenti del corpo idonei a realizzare nel mondo sensibile un effetto immaginato. Nel secondo caso i movimenti avvengono per impulso di un sentimento, senza la mediazione della volont. Ma allora i movimenti simpatetici sono istintivi? No, secondo Schiller: non bisogna confondere l'impulso con l'istinto. Questi movimenti sono radicati nello spirito, in un sentimento. Mentre una persona parla - nota Schiller esemplificando -, noi vediamo contemporaneamente i suoi sguardi, i suoi lineamenti, le sue mani, spesso tutto il corpo che parla insieme e non di rado la parte mimica della conversazione giudicata la pi eloquente. Allora questi movimenti "mimici" sono , s, involontari ma accompagnano in modo intrinseco un atto volontario. E poich sono comunque espressione di uno stato morale, essi sono tutt'altra cosa rispetto ai movimenti puramente naturali, totalmente istintivi. Infatti l'istinto naturale, che l'uomo condivide con le bestie, non un principio libero; e dunque, il moto ch'esso produce non ha nulla a che fare con la libera azione della persona. E allora ecco il problema: c' un rapporto tra i movimenti simpatetici e la grazia? Per lo pi i movimenti volontari e i movimenti simpatetici - che noi teniamo distinti sul piano dell'astrazione - nella realt non sono separabili. Infatti spesso la volont, che causa dei movimenti deliberati, si determina proprio secondo quei sentimenti morali da cui nascono i movimenti simpatetici. In questi casi, poich il movimento volontario si manifesta connesso organicamente al movimento simpatetico, la grazia non pu che essere l'esito finale a cui concorrono entrambi i movimenti. Quando io stendo il braccio per ricevere un oggetto, raggiungo uno scopo e il movimento che faccio prescritto dall'intenzione che con esso voglio attuare.

Ma in quel momento io non mi curo di calcolare con precisione quale via voglio far prendere al mio braccio per raggiungere l'oggetto e fin dove voglio far seguire il resto del mio corpo, con quanta rapidit o lentezza e con quale maggiore o minore dispendio di forze voglio compiere il movimento: perci questo rimesso alla natura che in me. In qualche modo per quello che non determinato dal semplice scopo deve essere deciso e qui dunque la decisione spetta al mio modo di sentire, il quale, col tono che d, pu determinare la maniera del movimento. Ora la parte che ha, in un movimento volontario, lo stato sentimentale della persona l'elemento involontario del movimento stesso, ed anche quello in cui si deve cercare la grazia. Per Schiller dunque il movimento simpatetico addirittura la conditio sine qua non della grazia. Nell'azione volontaria il movimento effetto della decisione e dello scopo, ma non del sentimento. L'azione volontaria dunque, da sola, non "rappresenta" quella persona. Perch ci sia grazia nell'azione, la deliberazione deve accompagnarsi sempre ad uno stato sentimentale dell'animo. E lo stato sentimentale espresso proprio dai movimenti simpatetici. Sono questi, in definitiva, che possono conferire la grazia ad un atto. Schiller spiega questo concetto nei seguenti termini: il movimento deliberato sta all'animo come il segno linguistico convenzionale sta al pensiero che esprime; il movimento simpatetico o accompagnatorio invece sta all'animo come il suono appassionato sta alla passione. Insomma: Un movimento volontario esprime solo la materia della volont (lo scopo), ma non la forma della volont (il sentimento). Questa ci pu essere rivelata solo dal movimento accompagnatorio. Dai discorsi di una persona, ad esempio, possiamo certamente ricavare come quella persona vuole essere rappresentata e considerata; ma quello che essa realmente, lo possiamo intuire solo dai movimenti involontari del suo corpo: dalla mimica con cui esprime le sue parole e dalla spontanea gestualit che le accompagna. Certo, certo. Anche la gestualit pu essere deliberata, volontaria. Una persona pu volere anche i lineamenti del proprio volto, pu a forza di arte e di studio, riuscire a sottomettere alla propria volont anche i movimenti accompagnatorii e, simile ad un abile giocoliere, a far cadere sullo specchio mimico della propria anima la figura che vuole. Ma allora in quella persona ogni natura inghiottita dall'arte. E non ci sar, in quel che fa, alcuna grazia. E poi, non si deve mai dare l'impressione di essere cosciente della propria grazia. La grazia deve essere sempre naturale, deve mostrare la sua involontariet. Quella imitata o appresa - la grazia teatrale - l'equivalente di quella bellezza che si insegue davanti alla toletta col carminio, con la biacca e con i falsi riccioli. Insomma - commenta Schiller - la falsa grazia sta alla vera grazia press'a poco come la bellezza di toletta sta alla bellezza architettonica.

Rivista di Fondi No 10 - Gennaio-Marzo 2013 pp. 23-28