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DOPO UNA BESTEMMIA

Negli ultimi giorni sto facendo un mare (libero) di esperienze. Sto giocando il gioco della vitada fermo! Confesso che una dose non piccola di rancore mi accompagna; ma si sa, se non questa sar un'altra, ma la miseria mi fa da ombra! Rifletto, non con la ragione, ma sulla mia pelle (che in medicina chiamano cervello periferico) su certe situazioni. Provo a descrivere, ma gi so che vi riuscir male; in questo periodo mi riesce mal e lo scrivere, meglio la parole, che ha un timbro, un urlo Quando incontri persone la cui vita segnata da ferite, fatiche, incapacit, difficolt, dolori, esclusioni, stilemi, fallimenti, solitudini (magari ben vestite e truccate), difetti, in somma quando incontri la persona e non i personaggio . No, lo dico meglio: quando incontro la gente vera nella sua realt di persona, comincio a non avere pi parole da sacrestia, non ho parole consolatorie o insegnamenti da dare. Anzi, mi paiono atroci quelli che vi tentano. Ricordo quando il grande Ursi, ultimo vero Pastore di Napoli (i successori erano vescovi, ma ho mai capito chi glielo aveva chiesto e chi glielo facesse fare!), ad una donna che si present da lui, distrutta per un amore finito, lui non seppe cosa dire; e vedendola affogare nel suo dolore, le disse: Sorella, piangiamo insieme. E, abbracciandola, pianse con lei. Ecco, questo! Voglio dire che i consolatori, i maestri, i salvatori sono atroci! Ecco, lo dico meglio: ho scoperto i salvatori che salvano se stessi, ma si presentano come salvatori degli altri!! S, portano la croce, ma ben accompagnati da applausi e premi! Portano il fardello, ma ben remunerati dal plauso e dalla ammirazione. Son quelli che ti prendono casa, per poi convincerti che ti hanno tolto il fardello del fitto mensile! I salvatori delle strutture, che dannano la vita dei salvati! Come sono fastidiosi, nella loro sicurezza, nel loro essere sempre impeccabili, sempre in ordine! Come possono capire, abbracciare chi impeccabile non ? Come possono abbracciare chi in ordine non ?!! Ecco, questo! E pensando a ci, mi venuta in mente la mia amichetta del cuore. Non so perch; forse perch siamo tutti bravi a dire e ridire circa lamicizia, ma spesso (e lavverbio di continuit, mi pare sempre pi avverbio di persistenza, di esistenza!) ci si ritrova soli. Fatto sta mi venne in mente lei. Forse perch ella visse una solitudine che neppure immagino, che pensandola mi sale su disperazione Quando la mia amica ebbe un dannato problema, quando tocc a lei pagare il conto della vita, quando tocc a lei misurarsi con la giustizia di questo mondo, con i magistrati di tutti i tempi (guarda caso, anche lei ebbe a che fare con Roma!) lei tacque. Quando gli condannarono il suo cuore, il figlio; quando le tolsero il suo paradiso, il figlio ormai adulto e pronto a sostenere la sua vecchiaia, la sua vedovanza, ella se lo vide uccidere. Lei, donna unica! Lei gli stette accanto; vegli il dolore del figlio. Lei visse con lui, mor in lui. Lei sostenne il trapasso del figlio; non una parola, non una consolazione. Non cera nulla da dire! Si trattava di stare l, umana zeppa che reggeva il patibolo, che sosteneva no la condanna, ma il condannato!

Anche l il figlio impar dalla madre come un uomo poteva essere grande, divino nella sua Desolazione. Anche un Dio avrebbe potuto imparare da quel silenzio! E il Cielo tacque!! Non disse nulla, non intervenne. Il cielo non mand consolatori, non invi salvatori; ma lasci la carne di una donna a essere la carne della giustizia diversa, della potenza che si fa impotente, della resa che non si arrende! Pensando alla mia amichetta del cuore e alla sua storia, sono scivolato al silenzio del figlio, possibile che neppure una parola, nessun non piangere mamma? Ma s, ma che doveva dire? Che poteva dire? Non piangere? Come se uno scelga di soffre, come se il cuore avesse dei lucchetti, come se si potesse smettere di soffrire per decreto del re! Niente. Il figlio vede la sofferenza della madre, e tace. Lei soffre, lui soffre e nessuna parola serve, basta, risolve: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perch non sono pi (Matteo 2, 16-18). Il figlio mor, come muoiono tanti; come muoiono tutti i giusti, tradito e abbandonato. Mor come moriamo tutti, soli. Nel giorno della sua morte, per condanna di uomini, chiamati giudici, giusti, accanto aveva altri compagni di sventura, che lo Stato aveva deciso che era giustizia giustiziare in croce, al patibolo, alla ghigliottina, impiccati, avvelenati, elettrificati tutti nel Tritacarne delle carceri italiote. Neppure a loro e tra loro parole di consolazioni, di circostanza; s perch quelle parole, di circostanza, sono il segno educato delle plastiche del cuore! Dice che quel figlio fosse particolare, unico, ci credo ogni amore unico! Eppure, dice, che era un profeta, un giusto un Dio sceso in terra. Un Dio sceso in terra? Mah! Gi il fatto che un Dio scenda in terra mi convince che di dio non si pu trattare! Ma chi di noi, se fosse Dio, se fosse quello che Dio si dice maius cogitari non potest, farebbe una scemenza del genere?! E una pazzia, un atto assolutamente inutile!! Governare il mondo non impossibile, governare il cuore delluomo inutile! Cos come siamo fatti di miseria e miseria, mescolati con altra miseria, siamo miseria che cammina! Siamo miseria che ruba agli altri la loro miseria. Siamo poveri che rubano la povert degli altri. Siamo il nulla che cammina, il nulla che domina! Quale Dio farebbe una cosa inutile? Che razza di Dio mai questo! Quale onnipotenza, quale onniscienza, si sbaglierebbe in modo cos eclatante da scender gi? A fare che? Perch? E se era Dio perch finito cos? PERCH HA RESO LA MADRE ORFANA DI FIGLIO? Che giustizia mai questa, arrecare dolore a chi ti vuol bene? Gli uomini fanno questo e lo fanno benissimo! Ma un Dio, un Dio no! Un Dio non pu duplicare, ripetere la pochezza delluomo, e se lo fa, un uomo, un finto Dio, un nessun Dio! Questo io credo! E questo mi basta. Un giorno, mentre parlavo con un prete, cercavo di dire lo sconquasso che vivevo; lui mi ascoltava, come sappiamo ben fare noi, e non sai mai se serve e a che serve! Allora, nel pieno della mia rabbia, urlavo i sentimenti di dentro e ho tirato una bestemmia; lui mi parso che abbai come fatto un cenno; allora ho detto, guarda non contro il cielo, il cuore che ha finito le parole e corre a urlare. E un urlo, non una bestemmia! Di fatto avevo urlato contro la mia amica. Ma perch mi lasci in questo mare, con questi nocchieri? Non so pi distinguere contro chi urlare, la tempesta o i marinai!

Finito il colloqui, tutto restato tale equale, cio non servito a nulla; se non mettere me tra i bestemmiatori e lui tra i salvatori. E va b, ci sta pure questa, che devo fa?! Poi, la mia amichetta chiamata in questo modo cos sgraziato - mi ha raccontato delle cose del figlio che non sapevo. Provo a farne sintesi, lei parla poco, ma dice tanto, e sottovoce e non colgo tutto ch le mie orecchie non sempre stanno dove Dio le ha collocate, accanto al cuore. Spesso stanno, inutilmente, vicinissime al cervello. Mio figlio era un ragazzo semplice, umile, non misero. Quando incontrava la gente godeva della luce che la gente riprendeva. S, lui portava qualcosa di stano, di alto. Molti non capivano, ma alcuni s, e lui glielo diceva: la tua fede ti ha slavato. Come se volesse dire, guarda che il cielo dentro, non te lo porto io, io te lo ricordo! Lui non predicava salvezze, non era un illuminato, ma un innamorato, quella era la sua luce. Io me ne intendo!! Lui era come uno specchio: chi lo incontrava vedeva la luce, la sua luce. Come se per un attimo la luce della gente fosse passata nei suoi occhi, e cos la gente scorgesse se stessa nel suo volto! Ecco cosa faceva, illuminava la gente; era un percorso possibile, una via, una certezza da ricordare a tutti: Dio non fa differenza tra gli uomini. E diceva, Dio non ha due occhi, uno per il giusto e uno per il peccatore, ma un solo cuore: tutti amati, tutti desiderati, tutti redenti. S, questo. Ecco mio figlio glielo diceva a tutti, il Regno di Dio dentro di voi! Non dentro il cuore dei giusti o nel cuore di chi sa chi; ma nel cuore delluomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini. Diceva alla gente, guarda che tu sei redento: vivi sopra, vivi alto, vivi Altro. Quando lo arrestarono, non fece il salvatore, non fece il profeta. Quanta paura quella sera nellorto, tutta la cena gli and di traverso! L ebbe terrore. Nessuno accanto, tutti stanchi, tutti distanti. E quando lo fustigarono alla colonna, era solo. Tutti lo deridevano, tutti provavano su di lui gli esperimenti che si fanno sui cenci, sugli animali, su chi ormai in balia, e non ha nome, non ha diritto, non ha futuro. Lo umiliarono per recargli dolore. Per lui non cera dignit, non cera piet. Lui tacque. S un parola di perdono la disse; ma la rivolse a Dio. La disse sommessamente; io la udii, come una preghiera che gli si spegne, che si consuma nella notte dellinnocenza che muore. Lui non voleva consolare nessuno, gli pareva di bestemmiare il dolore di chi soffre. Scelse, questo s lo ricordo, scelse, e divenne lui quel dolore. Divenne lui il colpevole, il bestemmiatore, il fallito, il colpevole. Lui era il colpevole perch nessuno fosse pi colpevole. lui il fallito, lui il bestemmiatore, il senza Dio, perch gli uomini in lui si ri-trovassero di Dio. Non url la sua innocenza, ma abbraccio la colpa di essere uomo fragile, uomo per tutti. No, non lho mai sentito dire parole che consolassero; e quando incontrava ammalati, storpi, soli, colpevoli parlava loro, accendeva un fuoco che lui gli scorgeva come sopito dentro. Ad una ragazza gli scorse il cuore: tanto ha sbagliato, ma tanto ha amato. Ad un gruppo di fanatici religiosi, maschi che usano usare le donne come giocattolo in nome di Dio, gli disse, voi la volete ammazzarla perch peccatrice? Fate pure, a patto che la uccida chi tra voi peccatore non ! A Zaccheo, uomo disprezzato perch collaborazionista, non disse nulla; ma lo accese ad una umanit diversa. E Zaccheo si ricord di essere uomo, si accorse degli altri: abit la speranza di un mondo in pace perch scelse la giustizia. Lui, mio figlio, zitto. Guardava e teneva dentro. Poi, la sera, quando pregava, pareva che ripetesse i loro nomi, come quando si fa dettatura, e qualcuno pare scrivesse quei nome in chi sa quale libro della vita.