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SULLA VIA DI DAMASCO

L’inizio di una vita nuova


Note introduttive alla mostra

La mostra vuole proporre la figura di S. Paolo, di cui ricorre quest’anno (proclamato dal Sommo Pontefice Benedetto
XVI anno giubilare paolino) il duemillesimo dalla nascita.

La mostra si compone di 2 sezioni :


- la prima è sostanzialmente storica e racconta la vita di Paolo e i suoi viaggi dopo l’incontro con il Signore e
la sua conversione
- la seconda vuole farci entrare nel cuore di Paolo, quale nuova coscienza di sè l’incontro con Cristo ha
generato in lui

La splendida documentazione iconografica che potrete ammirare è sia di carattere storico-archeologico che artistico.
La prima, spesso inedita, proviene dall’archivio fotografico dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme e
vuole dirci che la storia di Paolo è una storia reale, segnata da date e da luoghi, a sottolineare che la fede cristiana si
fonda sulla memoria di persone e avvenimenti storici attraverso i quali Dio si è reso presente e incontrabile.
La seconda raccoglie ritratti di Paolo eseguiti da artisti noti o ignoti, ma che hanno espresso quell’aspetto di Paolo che
maggiormente li ha colpiti.
L’immagine è essa stessa comunicazione ed è evidente che le immagini riportate nella mostra non hanno valore solo
decorativo, ma sono parte essenziale, costitutiva della mostra stessa. E’ impossibile, per limiti di tempo, soffermarsi su
ognuna di esse, ma lungo il percorso mi permetterò di attirare l’attenzione su qualcuna in particolare.

Prima sezione

Vita e viaggi di Paolo (attraverso gli Atti degli Apostoli)

Paolo, o con il suo nome ebraico Saulo, nasce a Tarso nell’anno 8 d. C. Tarso è una città della Cilicia, la zona sud-
orientale dell’attuale Turchia, fiorente dal punto di vista economico e culturale (nel I sec era un centro di studi a livello
di Atene e di Alessandria). Dai tempi di Augusto godeva di ampi privilegi, tra cui lo status di città romana. Saulo,
quindi, è cittadino romano per nascita (e vedremo come ciò avrà una notevole importanza nella sua vicenda personale).
Saulo, appartenente alla tribù di Beniamino, aveva ricevuto una buona formazione nelle scuole ellenistiche della sua
città natale (nelle lettere dimostra di conoscere la letteratura greca, la filosofia e la retorica). Era anche un buon Giudeo,
della corrente farisaica, la più rigorosa, ed era un profondo conoscitore della Legge e delle Scritture, essendo stato
allievo a Gerusalemme di Gamaliele, uno dei maestri allora più stimati.
Paolo entra in scena negli Atti degli Apostoli in occasione del martirio di Stefano.
Nell’anno 36, Stefano viene arrestato e condotto di fronte al Sinedrio, invidioso del successo degli Apostoli, con
l’accusa di aver parlato contro il Tempio e contro la Legge, colpa passibile di condanna a morte per lapidazione.
Secondo l’uso ebraico, la lapidazione avveniva fuori dalla città. I primi a colpire il condannato dovevano essere i due
testimoni dell’accusa : uno doveva farlo cadere a terra da un punto sopraelevato, l’altro scagliare il primo sasso. Solo se
l’accusato non era ancora morto, tutti gli altri cominciavano a scagliare pietre.
Il giovane Saulo è presente alla lapidazione e raccoglie i mantelli degli uccisori di Stefano : è come se ricevesse la loro
eredità. Rievocando questo momento, Paolo afferma di aver anche dato il suo voto per mettere a morte i Cristiani.
Il martirio di Stefano è in accordo con la legge giudaica, ma non con quella romana, che non permetteva alle autorità
locali l’esecuzione di condanne a morte . Ciò spinse l’imperatore Tiberio a destituire Caifa e a richiamare a Roma
Pilato.
Ma la condanna di Stefano segna l’inizio della persecuzione contro la comunità cristiana di Gerusalemme da parte dei
Giudei e la dispersione dei discepoli (salvo gli Apostoli) per la Giudea, la Samaria e fuori dalla Palestina (a Cipro,
Antiochia, Damasco, etc). Proprio per questa diaspora, la persecuzione si estende anche al di fuori dei confini della
Palestina.
Saulo si dimostra uno dei più accaniti avversari dei Cristiani. Con l’autorizzazione del Sinedrio, si dirige a Damasco per
arrestare e condurre in catene a Gerusalemme i fedeli cristiani che qui vivono. Ma sulla via di Damasco Saulo ha
l’incontro reale, folgorante con il corpo risorto, glorioso di Cristo : da questo momento, l’annuncio di Cristo al popolo
ebreo e ai pagani sarà la sua preoccupazione di ogni istante, la sola ragione di vita : Cristo diventa Presenza da
annunciare a tutto il mondo. “Ultimo fra tutti, è apparso anche a me come a un aborto “ (1^ Cor) : Cristo irrompe nella
vita di Saulo con violenza, senza preavviso, e lo sradica dalla vita di prima come un feto che viene strappato a forza dal
grembo materno. Più tardi, dovrà spesso ingoiare l’accusa di essere un “illegittimo”, un cristiano “nato
prematuramente”. Paolo ribalta la questione : la diversità rispetto agli altri Apostoli (egli si considera a tutti gli effetti
un Apostolo, perchè Cristo si è mostrato a lui risorto) è sì il suo dolore, ma anche la sua gioia, in quanto rappresenta a se
stesso e al mondo il segno che la Grazia di Cristo è dono assoluto : Paolo è l’Apostolo della Grazia (Charis), parola che
esprime al meglio il suo modo di intendere l’evento di Cristo. Nella lettera ai Galati dirà “Vivo, non più io, ma in me
Cristo” . Questa è la posizione delle parole del testo greco come Paolo le ha dettate. Ne risulta più evidente la
contrapposizione radicale tra l’io e Cristo: Paolo non intende affatto dire che la sua personalità sia stata annullata, ma
che al centro ora si leva la presenza regale di Cristo, morto e risorto per lui.
La storia successiva è nota. Saulo, acciecato, viene condotto a Damasco, dove, dopo 3 giorni, Anania, inviato dal
Signore, gli impone le mani e gli fa riacquistare la vista. Saulo viene battezzato e subito si mette a “predicare Gesù nelle
sinagoghe, proclamando : Questi è il Figlio di Dio”. I Giudei complottano per ucciderlo, ma i suoi discepoli, calandolo
dalle mura della città in una cesta, lo fanno rocambolescamente fuggire da Damasco a Gerusalemme. La comunità di
Gerusalemme, però, nutre qualche perplessità nei confronti del convertito : è solo con la mediazione di Barnaba che
Paolo è accolto e inizia il suo apostolato missionario.
Ma gli Ebrei di lingua greca della diaspora reagiscono duramente e cercano di ucciderlo, per cui Saulo è costretto a
rifugiarsi nella sua città natale, Tarso.
Intanto, ad Antiochia sull’Oronte (l’attuale Antakia turca), l’annunzio di Cristo ha uno straordinario successo. La chiesa
madre di Gerusalemme vi invia Barnaba per una autorevole verifica. Barnaba decide di affidare a Saulo il compito di
continuare l’opera di annunzio cristiano in questa città, quindi si reca a Tarso per cercare Saulo e condurlo ad
Antiochia. Qui, per la prima volta, appare il termine “Cristiani” per designare i fedeli della nuova religione, ormai
distinta dal Giudaismo.
Da Antiochia, su incarico ufficiale di questa comunità e su ispirazione dello Spirito Santo (“Riservate per me Saulo e
Barnaba per l’opera alla quale li ho chiamati”) parte il primo viaggio missionario di Saulo, nell’anno 44. Saulo è
accompagnato da Barnaba. La prima meta è l’isola di Cipro. A Pafo vengono interpellati dal proconsole Sergio Paolo,
“desideroso di ascoltare la parola di Dio. Il proconsole, colpito dalla dottrina del Signore, credette”, malgrado i tentativi
di dissuasione di un falso profeta, Bariesus, che viene acciecato da Saulo. A Pafo Saulo cambierà il suo nome in Paolo.
Salpati da Pafo, arrivano a Perge in Panfilia, quindi ad Antiochia di Pisidia. In queste città, Paolo si rivolge sempre, nel
giorno di Sabato, ai fratelli giudei nella sinagoga. Costoro, però, lo scacciano sistematicamente. Paolo e Barnaba
proseguono per Iconio e per le città della Licaonia Derbe e Listra, dove Paolo guarisce un paralitico, provocando
l’entusiasmo della folla che, ritenendoli dei, vuole offrire dei sacrifici in loro onore. Quindi arrivano ad Antalia, dove si
imbarcano per riguadagnare Antiochia di Siria.
Già il primo viaggio ci suggerisce alcune considerazioni
- Nella sua predicazione, Paolo accosta sistematicamente i Giudei nelle sinagoghe locali, attento a valorizzare
la cultura ebraica . Ad Antiochia di Pisidia, per esempio, dove Paolo tiene il suo discorso più lungo riportato
negli Atti, fa un discorso fondato sul compimento delle Scritture : dopo un excursus della storia ebraica dai
Patriarchi fino a Davide, richiamando le promesse dei profeti circa un Messia Salvatore, arriva alla morte di
Gesù e alla sua resurrezione, concludendo con la giustificazione che può venire solo dalla fede in Gesù e non
dalla Legge.
- Paolo preferisce predicare l’annuncio cristiano nei centri urbani per vari motivi. Ovviamente il sistema viario
marittimo e terrestre era stato sviluppato da Roma per raggiungere gli agglomerati urbani. In secondo luogo,
la città, rispetto alla campagna, favoriva la predicazione di Paolo poichè disponeva di una maggiore unità
linguistica (la koinè greca). Inoltre, le sinagoghe, dove Paolo proclamava abitualmente il Vangelo, erano
situate di preferenza nelle città più popolate. Infine, la comunità cristiana cittadina esercitava una forte
rradiazione missionaria sulle aree extraurbane.
- Tutti i viaggi di Paolo partono da Antiochia. Questa città rappresenta il cuore della vita missionaria della
Chiesa delle origini, ancor più di Gerusalemme, poichè è una Chiesa “ricca di profeti e di maestri”, dotata di
un atteggiamento di particolare apertura verso il mondo non giudaico.
- Fin dall’inizio, la missione di Paolo è a prezzo di sacrificio, sofferenze, persecuzioni : deve fare i conti con
l’ostilità dei Giudei. Al contrario, almeno sotto Tiberio e Claudio, godrà, se non dell’appoggio, almeno della
neutralità dell’autorità romana. Nel 35, addirittura Tiberio chiederà che il Senato romano, competente in
materia di riconoscimenti religiosi, proclami il cristianesimo “religio licita”, ritenendolo non pericoloso per
l’impero. Il Senato non accolse la proposta semplicemente per questioni procedurali ; ciononostante, il
cristianesimo fu benevolmente tollerato fino al 62, quando Nerone, sobillato dalla giudeizzante Poppea e
allontanato Seneca, scatenerà una feroce persecuzione contro i Cristiani.

Si apre intanto un acceso dibattito sulla necessità che i pagani si facciano circoncidere, cioè assumano il segno di
appartenenza al popolo di Israele, per essere salvi in Cristo, come sostengono i fedeli cristiani di osservanza farisaica ;
oppure che basti la fede, come sostengono Paolo e Barnaba. La questione si dirime a Gerusalemme, con il pieno
accordo degli Apostoli che decidono di richiedere ai pagani la sola osservanza delle norme di purità rituale.

Nel 50 inizia il 2^ viaggio di Paolo. Paolo, accompagnato da Sila e Luca si dirige verso il mondo greco. Fa sosta in
alcune città già visitate nel precedente viaggio (Iconio, Antiochia di Pisidia, Derbe e Listra, dove incontra Timoteo, che
diverrà il suo più stretto collaboratore). Attraversate la Frigia, la Galazia, la Misia, regioni dell’altopiano anatolico,
arriva a Troade, dove un tempo sorgeva Troia. Qui gli appare in visione un Macedone che lo supplica di annunciare il
Vangelo in terra greca. Si imbarca e si dirige a Filippi, capitale della Macedonia. Come di consueto, il sabato si mette a
predicare in un luogo frequentato da sole donne convertite, tra cui Lidia, che lo invita a trattenersi a lungo in città. A
Filippi sorgono contrasti con i padroni di una falsa profetessa (o pitonessa). Paolo smaschera le loro trame volte ad
ottenere lauti guadagni ; ma costoro sobillano la folla e costringono le autorità romane ad intervenire. Paolo e Sila
vengono bastonati e rinchiusi in carcere. Ma durante la notte un terremoto li libera prodigiosamente : è un segno della
protezione divina, per cui anche il carceriere con la sua famiglia si converte.
Dopo essere passati da Tessalonica ed esserne fuggiti per il solito ostracismo della comunità ebrea, arriva ad Atene.
Qui Paolo è invitato ad esporre la sua fede pubblicamente all’Areopago. Il discorso che Paolo rivolge agli Ateniesi è
raffinatissimo. Parte dalla sincera ricerca di Dio testimoniata dal mondo greco (che si rivolge addirittura al “Dio ignoto”
a cui gli abitanti della città avevano dedicato un altare) per proclamare il legame profondo tra creatore e creatura ( e fin
qui il terreno è comune con la cultura greca). Ma ecco la svolta : i Greci sono nell’ignoranza del vero Dio, che si è
rivelato in Gesù Cristo con il segno decisivo della Resurrezione. Su questo punto, però, si consuma il dissidio con
l’uditorio greco. Di fronte alla derisione dei membri dell’Areopago (“su questo di sentiremo un’altra volta”) l’Apostolo
deve terminare il suo discorso, che tuttavia non rimane del tutto senza frutto, dal momento che tra i convertiti c’è anche
un importante membro dell’Areopago stesso, tale Dionigi. E’ comunque un insuccesso e d’ora in poi Paolo riterrà
inutile portare l’annuncio basandosi sull’abilità oratoria o su discorsi filosofici.
Il discorso di Atene suggerisce alcune riflessioni.
- L’intervento di Paolo all’Areopago è l’unico esempio nel Nuovo Testamento di un discorso ai pagani. E’
noto che nei confronti dei gentili il giudizio di fondo del Giudaismo era assolutamente negativo (da Isaia, ad
es., erano bollati come “un nulla”). Rivolgendosi a loro, Paolo attua una enorme operazione culturale :
supera i recinti del sacro, della razza, della cultura, tutte barriere ormai definitivamente abbattute in Cristo,
non temendo di incontrare la diversità altrui, andando anzi a cercare gli “altri” là dove essi sono e vivono.
Non con la pretesa di strapparli alla loro cultura, ma adottando punti di vista della cultura altrui che possano
preparare alla accettazione del Vangelo.
- L’Areopago può valere come metafora di tutte le possibili occasioni e di tutti i possibili luoghi di confronto
tra il Vangelo e la cultura.

Da Atene Paolo si dirige a Corinto, città cosmopolita e dal commercio fiorente, posta in favorevole posizione tra mar
Egeo ed Adriatico. Qui si trattiene 1 anno e mezzo (51 – 52), condividendo casa e lavoro (era fabbricante di tende) con
Aquila e Priscilla, una coppia di Ebrei convertiti e costretti all’esilio da Roma in seguito all’editto antigiudaico di
Claudio.
Come al solito, Paolo svolge la sua attività missionaria il Sabato nella sinagoga. Ma di nuovo i Giudei lo accusano di
illegalità di fronte al proconsole Gallione, fratello di Seneca, che ritiene comunque l’accusa infondata, anzi fa scacciare
gli accusatori dal tribunale.
Da Corinto, attraverso Efeso (dove lascia Aquila e Priscilla), raggiunge Cesarea e ritorna ad Antiochia.

Nel 3^ viaggio segue parzialmente l’itinerario del secondo, visitando di nuovo le comunità della Galazia, Frigia e
Licaonia. Nel 54 giunge ad Efeso, capitale della provincia romana di Asia, uno dei centri culturali, commerciali e
religiosi più importanti del mondo greco-romano. Ad Efeso si ferma almeno 2 anni. Qui scrive la 1^ lettera ai Corinzi,
quella ai Galati e forse anche quella ai Filippesi. Il suo metodo pastorale è sempre lo stesso : si rivolge ai Giudei nella
sinagoga, con esiti antitetici di conversione e di rifiuto.
Apre una vera e propria campagna contro la magia e l’idolatria, molto diffuse in città (i papiri con le formule magiche,
anche se provenienti da altre città, venivano chiamati “scritti efesini” e gli argentieri del posto lucravano grandi
guadagni fabbricando e vendendo statuette della dea Artemide). Dopo che alcuni suoi compagni, trascinati nel teatro
dalla folla sobillata dagli argentieri che vedevano i loro guadagni sfumare, vengono a stento salvati per l’intervento di
un alto funzionario cittadino, Paolo parte per la Grecia, toccando di nuovo Filippi, Tessalonica, Corinto e arriva a
Mileto. E’ qui che manda a chiamare gli anziani della chiesa di Efeso per salutarli per l’ultima volta, sapendo che “non
avrebbero più rivisto il suo volto”. E’ un discorso commovente e appassionato, che si trasforma nel suo testamento.
Guarda al suo passato missionario, scandito da prove e difficoltà, ma anche dalla costanza e dalla fedeltà al Vangelo.
Affida la comunità alla loro cura pastorale, richiamando l’importante dovere di “vigilare contro i lupi rapaci”. Conclude
con un appello alla generosità e al distacco dai beni, poichè “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Al termine dei 3 viaggi, possiamo dire che la missione di Paolo ha una sola radice : lo struggimento generato in lui
dall’amore con cui Cristo l’ha investito. Non può stare fermo, deve dirlo. Nel giro di pochi anni, fonda un numero
impressionante di comunità. Spesso in viaggio, senza un piano rigidamente fissato, deve ingegnarsi a seconda delle
circostanze, leggendo in esse il segno di Dio , in obbedienza e unità con Pietro, Giacomo e Giovanni, ritenuti le colonne
della fede. Fino ad allora, nessun uomo aveva mai abbracciato le differenti culture in quel modo : abborda
positivamente ogni uomo in cui si imbatte, condivide l’esperienza di chiunque incontra, prende ciò che c’è di buono,
certo che “tutto in Cristo consiste”. E’ capace di creare una fittissima trama di rapporti, di amicizie, il cui conto si perde
tra le righe delle sue lettere. Su tutti, i volti di Tito e di Timoteo. Commovente è leggere il capitolo finale della lettera ai
Romani, che Paolo dedica pressochè esclusivamente a salutare, uno ad uno, gli appartenenti alla comunità di Roma.
Via Cos, Rodi, Patara arriva a Tiro, quindi a Cesarea. Qui riceve il primo annuncio del suo martirio : un profeta di nome
Agabo, con un gesto simbolico, si lega mani e piedi con la cintura di Paolo, per indicare che Paolo “sarà legato così dai
Giudei a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei pagani”. I compagni e i discepoli, preoccupati, lo pregano di non
recarsi a Gerusalemme. Ma Paolo si dichiara pronto a morire per il nome del Signore e sale a Gerusalemme. Appena
viene riconosciuto nel Tempio, i Giudei, inferociti poichè un tempo era stato uno di loro, mentre ora andava insegnando
contro la Legge, gli si scagliano contro per ucciderlo. I soldati romani fanno appena in tempo a sottrarlo al linciaggio da
parte della folla, alla quale Paolo chiede, però, di potersi rivolgere per raccontare la sua vita e rivendicare le sue origini
romane. In breve, viene condotto nella fortezza Antonia. Il giorno dopo, si difende abilmente di fronte al sinedrio,
sostenendo la sua appartenenza alla corrente dei farisei, così che farisei e sadducei (l’altra corrente del sinedrio) si
trovino in conflitto tra di loro. La notte, ha la visione del Signore, che lo incoraggia a rendergli testimonianza a Roma.
Evita un complotto di Ebrei fanatici che lo vogliono eliminare. Viene condotto a Cesarea al cospetto del governatore
Felice, scortato da un gran numero di soldati. Da Gerusalemme arrivano gli accusatori ebrei. Paolo ribatte alle accuse,
affermando la coerenza della sua fede con quella dell’ebraismo e per la terza volta negli Atti testimonia l’irruzione di
Cristo nella sua vita e la sua conversione. Le lentezze processuali fanno sì che Felice sia sostituito da un altro
governatore, Festo, il quale riapre il processo dopo 2 anni. Gli accusatori lo vogliono a Gerusalemme e a questo punto
Paolo si appella a Cesare. Viene allora imbarcato su una nave diretta a Roma, ma si imbatte in una tempesta e fa
naufragio presso l’isola di Malta. Qui sverna. Ripresa la navigazione, facendo scalo a Siracusa, Reggio Calabria e
Pozzuoli, arriva a Roma nel 63.
La prigionia di Paolo a Roma dura 2 anni, durante i quali è messo agli arresti domiciliari, ma può predicare e incontrare
non solo i fratelli cristiani, ma anche la comunità giudaica ed esponenti della cultura romana, soprattutto stoica (vedi
carteggio con Seneca).
Il finale degli Atti è singolare : essi terminano quando Paolo giunge a Roma prigioniero. Il Vangelo , arrivato alla
capitale dell’impero, è giunto idealmente ai confini del mondo, secondo la promessa di Gesù.
Luca non dà informazioni sull’esito del processo a Paolo. Del martirio parla Clemente Romano in una lettera datata alla
fine del I secolo. Secondo Eusebio di Cesarea, che scrive nel IV secolo, la data è il 67, durante la persecuzione
anticristiana di Nerone. Se l’informazione è corretta, si deve pensare che Paolo, dopo i 2 anni di prigionia, sia stato
liberato. Secondo alcune tradizioni si recò in Spagna. Rientrato a Roma, subì il processo e il martirio per decapitazione
lungo la via Ostiense.

Seconda sezione

Per non ripetere quanto già detto nella prima parte si può invitare chi ci ascolta a porsi nell’atteggiamento di chi chiede
a S. Paolo: “Cosa ti è successo dopo l’incontro con Gesù?” (partire sempre dalla frase in basso, che sintetizza il
messaggio del pannello)
- immedesimarsi in Paolo
- porre particolare attenzione ai dipinti, che ci testimoniano come gli artisti hanno “incontrato” S. Paolo, l’aspetto di
lui che li ha maggiormente colpiti.
Di seguito alcune note (pannello per pannello). Si deve ovviamente operare una scelta: salvaguardando il “discorso”
sviluppato dalle quattro sotto-sezioni si può puntare su ciò che più colpisce noi e sul messaggio più “comprensibile” per
chi abbiamo di fronte.

1. L’imprevedibile iniziativa di Dio


Si tratta di quattro pannelli , nei quali si ripercorre la vocazione di Paolo (“il persecutore - scelto da Dio” come
recitavano i primi due pannelli della prima sezione)
a) l’”incontro “di Saulo con S. Stefano → si può partire del quadro di Carracci, sottolineando il contrasto fra
Stefano (sereno, ieratico…) e Paolo (tutto teso e rabbioso) e la funzione di collegamento dell’angelo, che raccorda
cielo e terra e inserisce l’evento in un disegno più grande di misericordia.
b) la conversione → sottolineare la singolarità dell’esperienza di Paolo (“ha contemplato la bellezza suprema”),
ma anche la perentorietà dell’intervento di Dio: gli viene subito ordinato di rimettersi in piedi e di essere testimone
di Cristo → non solo è perdonato, ma chiamato ad un compito speciale.
La preferenza che Gesù dimostra a Paolo si esprime nel raggio di luce che lo colpisce → Paolo è ghermito, preso
direttamente. Il suo compito è gia scritto nel rotolo che Cristo tiene in mano.
c) ricreato dalla misericordia → si può partire dalle citazioni bibliche (soprattutto quella del papa): proprio la
coscienza del suo grande peccato lascia Paolo attonito di fronte alla misericordia di Dio.
Nell’immagine si comprende come la luce della grazia divina travolge tutte le sue resistenze → gli occhi chiusi e
la mano protesa a difendersi non possono arrestare lo sguardo penetrante di Gesù e le sue dita, che sembrano
volerlo ungere per il mandato che gli è assegnato.
d) la Chiesa, corpo di Cristo → per capire l’ansia missionaria di Paolo in mezzo alle prove più dolorose si deve
tornare all’inizio: tutto ha origine nel desiderio di rivedere quel Volto che lo ha folgorato sulla via di Damasco. E’
un rapporto personale quello che si è instaurato con Gesù → Paolo è mosso dal desiderio di riconoscere i tratti
inconfondibili di Quel volto in quello delle persone da lui cambiate.
Gesù presenta da subito la Chiesa a Paolo come il Suo corpo : infatti gli dice “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?).
L’immagine rappresenta il Battesimo di Paolo, perché è con il Battesimo che siamo inseriti sacramentalmente nel
corpo della Chiesa
Notare nel bellissimo mosaico la mano dell’Apostolo Pietro che battezza Paolo (atteggiamento paterno, libro nella
mano sinistra che rappresenta il Vangelo); il raggio dello Spirito, che arriva dal cielo tagliando tutto il riquadro, e
lo fa creatura nuova; la forma del battistero: sembra un fiore (per impreziosire il giardino del mondo) ma anche un
calice (anticipazione del martirio?)

2. La vera libertà
Nove pannelli che hanno idealmente il loro culmine nell’Inno alla carità di I Corinzi (interamente riportato) →
dall’amore vissuto per Cristo e in Cristo scaturisce la possibilità di affrontare le sofferenze e le debolezze, con
gratitudine, anzi addirittura “gloriandosi” di esse.
a) Al centro della vita. “Vivo, non più io, ma in me Cristo” (richiamiamo quanto detto nella prima sezione, cfr.
pag.1).
Nel centro dell’esistenza di Paolo c’è Cristo vivente, una forza che cambia tutta la sua personalità → S. Paolo resta
l’uomo di prima (risoluto, coraggioso, orgoglioso…) ma nel contempo diventa capace di tenerezza, amicizia
sacrificio di sé…
Il dipinto di Batoni colpisce per l’intensità espressiva che promana dal viso dell’Apostolo e dal gesto potente →
sembra calamitato, tutto teso a guardare qualcosa che lo illumina (la fonte di luce è davanti a lui)
b) il giusto peso delle cose “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”. “Infatti ogni creazione di Dio
è buona e nulla va rifiutato” (I Tim.)
Si tratta di un’incredibile rivoluzione nel mondo antico!
Se l’uomo appartiene a Dio non è posseduto da nient’altro, ma tutto gli viene “restituito” → tutti gli oggetti, gli
incontri, gli avvenimenti acquistano il loro giusto peso.
Il cristiano non è indifferente di fronte alle cose, anzi “tutto è vostro”!
La vera libertà è però vivere il rapporto con tutto inaugurato da Gesù.
Il mosaico qui rappresentato non raffigura S. Paolo ma Gesù; vuole documentare come nell’arte cristiana trovino
posto tutti gli elementi della natura → ad es. la cornice, anziché ricorrere a disegni geometrici, è un tripudio di
frutti e vegetazione, che indicano l’abbondanza e la bellezza della natura.
c) la libertà di un figlio “…Abbà, Padre”
Possiamo chiamare Dio “papà” → Dio ci ama come un padre, come ama suo figlio, cioè come ama sé stesso! E’
attingendo a questo amore che diventiamo fratelli fra noi.
Il quadro di Halle rende visivamente questa fratellanza: Paolo e Barnaba sembrano fratelli (a Paolo sono addirittura
“ricresciuti” i capelli!!)
d) la libertà dell’amore “mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno”
La libertà di Paolo è permeata dall’amore di Cristo, quell’amore che è salito sulla croce per salvare chi lo uccideva.
Anche Paolo arriva a struggersi a tal punto per amore dei suoi (i Giudei soprattutto) che afferma di esser disposto a
essere dannato se potesse così giovare a loro → lui che ha visto il Volto di Cristo e ha fatto esperienza della gioia e
della soddisfazione piena è disposto a rinunciarvi per amore di chi non crede!
Il mosaico presenta l’abbraccio di Paolo e Pietro: si noti l’intreccio dell’aureola, l’ abbraccio energico e virile; i
volti accostati, ciascuno con i suoi tratti specifici (Paolo più giovane e deciso, Pietro più anziano e paterno) →
l’unità fra Paolo e Pietro ha il suo fondamento in Cristo. Da lì entrambi attingono l’amore che li infiamma
e) lieto nelle sofferenze “do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne” (notare la
traduzione: la mia sofferenza, unendosi a quella di Cristo, contribuisce, acquisendo significato, a dare compimento
all’opera di redenzione. Fuorviante invece la traduzione corrente che recita “compio ciò che manca ai patimenti di
Cristo nella mia carne” come se i patimenti di Gesù non bastassero a salvarci!)
Paolo si immedesima a tal punto con Gesù che le sofferenze patite acquisiscono un senso tutto nuovo, tanto da
diventare addirittura sorgente di letizia.
Il mosaico presenta la fuga da Damasco di S. Paolo, calato dalle mura della città in una cesta. E’ solo all’inizio
della sua missione - che si presenta già avventurosissima – ma Paolo è sereno (è accoccolato nel cesto, con la mano
sul petto in segno di accettazione)
f) orgoglioso nelle debolezze “abbiamo questo tesoro in vasi di creta”
Paolo era di salute fragile (non si sa se aveva una malattia particolare) ma la sua debolezza non è di ostacolo: gli
permette di far trasparire con più evidenza la forza del Signore che si serve di “ciò che è debole per confondere i
superbi”.
Il ritratto di El Greco presenta Paolo consumato, quasi emaciato; la spada, che ha un’enorme impugnatura, è rivolta
verso il basso → la parola non viene diffusa con la violenza, ma trova nella scrittura (sembra tenere in mano una
lettera) la via per raggiungere il cuore degli uomini.
g) gloria e gratitudine “chi si vanta; si vanti nel Signore!”
Dalla coscienza di ciò che Cristo ha operato in lui nasce in Paolo lo stupore e l’ammirazione: nulla del passato è
cancellato, ma tutto è trasformato dalla misericordia di Dio. Paolo è fiero di essere poco per testimoniare Gesù che
è tutto.
Il ritratto di Velasquez presenta Paolo con il viso pienamente illuminato dalla luce (→ grazia divina, verità); la
stessa luce si posa sulle dita della mano che serrano un grande libro (→ parola di Dio, fede); Paolo ha un
atteggiamento intenso e pacato: è consapevole di avere “combattuto la buona battaglia” e tiene stretto il cuore del
messaggio che ha diffuso.
h) non dominato da nulla “tutto mi è lecito! Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla”
si può collegare al pannello “il giusto peso delle cose” → se lì si sottolineava un possesso nuovo e diverso di tutto
qui è posta in evidenza la prospettiva da cui guardare: ogni cosa è vista alla luce dell’eternità del destino, del Bene.
Questo non significa però fuggire dalla vita, ma assumere una libertà sconfinata in tutto, dare a ogni cosa le sue
giuste proporzioni.
L’immagine presenta un’icona con Pietro e Paolo: lo sguardo, però, è attratto - al centro in alto - dal tondo dove c’è
Cristo pantocratore→ tutto tende a Lui
i) proteso verso il futuro “mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Cristo”
partire dalla citazione dei Filippesi: Gesù che ha chiamato Paolo e lo ha fatto “innamorare” di Lui continua ad
attirarlo e gli instilla il continuo desiderio di raggiungerLo:
L’immagine di Domenichino sottolinea – attraverso le braccia aperte – la totale disponibilità di Paolo, che viene
portato dagli angeli verso la luce.
3. La generazione della Chiesa
I primi quattro pannelli commentano (in ordine sparso) le quattro caratteristiche della Chiesa citate nel Credo
a) apostolica
Si ribadisce quanto già detto in precedenza: Paolo diventa apostolo come Pietro e Giovanni; innamorato di Cristo è
spinto dal desiderio di comunicare a tutti (innanzitutto i Giudei) l’incontro con Lui. Genera ovunque amicizia.
L’immagine ripropone l’accostamento Pietro-Paolo, con i loro simboli iconografici tradizionali (Pietro → chiavi
del paradiso e due dita alzate → natura umana e divina di Gesù (?); Paolo spada → parola di Dio “più tagliente
della spada” e mano alzata → testimone della fede (?)); si guardano negli occhi, in un intimo e sereno dialogo.
b) cattolica “Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve l’annuncio”
I Romani avevano una grande apertura nei confronti delle altre religioni: non era un problema aggiungere nuove
divinità, riti e credenze diversi a quelli propri dei Latini, finché non si intaccava il loro “pantheon” (→
sincretismo).
Anche Paolo è caratterizzato da una cordiale apertura nei confronti delle altre culture (“apostolo dei gentili”) ma
con una fondamentale differenza: la simpatia previa per ciò che di schiettamente umano c’è in ciascuno (via
privilegiata alla fede) è simile allo sguardo di un amante che cerca ovunque tracce del passaggio dell’amata
(Gesù); l’apertura perciò non va mai disgiunta dalla fedeltà al messaggio di Gesù, alla verità.
Nell’immagine si nota il contrasto tra l’atteggiamento pensieroso o dubbioso degli astanti e il gesto poderoso di
Paolo, che sembra invitare a guardare in alto.
c) una “noi siamo, benché molti, un solo corpo”
(partire dalle citazioni: Galati e BenedettoXVI)
L’immagine del mulino mistico è una delle più belle della mostra: i chicchi di grano (= la sapienza dell’Antico
Testamento) che il profeta Isaia getta nel mulino (= Cristo) vengono trasformati in farina (=conoscenza nuova, resa
viva dalla fede) raccolta da Paolo in un altro sacco. Nulla va perduto: attraverso Cristo la sapienza antica può
diventare il punto di partenza per un cibo che davvero alimenti.
(i chicchi potrebbero richiamare anche le varie individualità, i carismi ecc. che attraverso Cristo si trasformano
nella base per “impastare” un cibo nuovo → edificazione della Chiesa).
d) santa “sono stato ghermito da Cristo”
Lo stesso amore esclusivo e “geloso” da cui Paolo è stato investito sulla via di Damasco egli lo rivolge ai suoi: lo
struggimento, l’ardore, la paternità energica e tenerissima che egli ha verso i suoi “figli” scaturiscono da lì e sono
tanto più potenti perché non rimandano a lui stesso, ma a Cristo → Paolo ama come un innamorato, ma lo sposo
non e lui, ma Cristo.
Rembrandt dipinge un S. Paolo anziano (Paolo quando è morto non aveva ancora sessant’anni) che ha uno sguardo
pensieroso, come se gli passassero sotto gli occhi fatti e persone lontani ; sta scrivendo in un grande libro, ha il
viso pienamente illuminato (soliti riferimenti)→ l’aspetto è paterno (può richiamare lo sguardo del padre del
figliuol prodigo): Paolo, prossimo a morire, ripensa a tutti i suoi “figli” nella fede.
e) l’abbraccio degli amici “notte e giorno chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che manca
alla vostra fede” → Paolo non è un solitario: è affezionatissimo ai suoi amici e “figli” (vedi citazione di Romani),
premuroso anche nel dare semplici consigli. Ciò che lo lega indissolubilmente a loro è però la fede in Cristo, non
un affetto puramente umano. (Si può richiamare anche l’affezione che, a propria volta, i discepoli avevano per lui:
pensiamo ai Filippesi, ai Corinti ecc.)
L’immagine sottolinea come quasi tutti (tranne i “saggi”) vengano avvinti e attratti dalla predicazione di Paolo: gli
sguardi sono puntati su di lui.
f) i collaboratori di Paolo (molto bella la citazione di Florenskij, matematico e dissidente sovietico, a lungo
detenuto nei lager)
Paolo cerca amicizie vere, persone con cui condividere il cammino (fra tutti Timoteo).
Il mosaico mostra Paolo nell’atto di consegnare a Sila e Timoteo le lettere “da portare in universum orbem”, ossia
nel mondo intero. La fede si comunica, da un testimone all’altro, fino ai confini della terra.
4. Vittoria
a) tutto concorre al bene “se Dio è con noi, chi sarà contro di noi’”
Bellissima la citazione dal discorso di Benedetto XVI, che commenta il noto “inno” di Romani, 8: basta leggerne
qualche versetto…
L’immagine pone a confronto la condanna a morte di Gesù (portato davanti a Erode) con S. Paolo condotto al
martirio. Le due tavole (dipinte a circa cinquant’anni di distanza e certamente di diversa fattura) si richiamano
esplicitamente, anche se sono speculari (il re in trono, i soldati con elmo e lance, lo sfondo con le mura della città):
l’uccisione di Paolo si configura come immedesimazione piena con la passione di Gesù.
b) vivo, non più io, ma in me Cristo
Il pannello ribadisce concetti già ampiamente espressi.
Da sottolineare l’immagine: Paolo viene raffigurato secondo l’iconografia di Cristo pantocratore: è nella mandorla
che indica la gloria del paradiso, assiso sul trono, con il manto scarlatto (martirio) e la spada.
c) la certezza della Resurrezione “Dov’è, o morte, la tua vittoria?”
“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”
Anche la nostra carne è chiamata a risorgere alla fine dei tempi: anche la nostra debole carne è salvata da Cristo
risorto.
L’immagine raffigura Cristo in gloria (notare l’analogia con l’immagine precedente, addirittura nella forma del
trono…); Cristo però è circondato dagli apostoli: la gloria di Cristo uomo e Dio, risorto da morte, esige la presenza
degli uomini, chiamati a condividere con Lui la felicità eterna.
5. Epilogo
La frase di Benedetto XVI mette in correlazione la nascita di Roma, ad opera di Romolo e Remo, con la
fondazione della Chiesa di Roma, ad opera di Pietro e Paolo: pur così diversi fra loro essi fondano una nuova città
e danno inizio ad un modo assolutamente nuovo di essere fratelli, reso possibile dall’incontro con Gesù.
L’immagine è un’antica miniatura che raffigura la Pentecoste; il miniatore pone anche Paolo fra gli apostoli che
ricevettero lo Spirito Santo: è evidente che, anche se in momenti diversi, lo stesso Spirito ha pervaso anche Paolo,
unendolo indissolubilmente a Pietro e agli altri che avevano visto e seguito “fisicamente” Gesù.