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BORTOLOTTO TERNI SPELLMAN BRITTEN RHYS MOEHRINGER IRVING DUKAJ DEHNEL POESIA ACUSTICA CARMI/NERI MOSTRE: BEMBO A PADOVA

di MARCO DOTTI

Ci sono luoghi che ci ostiniamo a chiamare casa, solo perch non sappiamo trovare loro altro nome. Luoghi di una estraneit cos inquietante da poterla sopportare solo se continuamente giocata tra le sponde dellincubo e del desiderio. In uno di questi luoghi, tra desideri che avvicinano il tempo e incubi che inesorabilmente lo allontanano, si fanno largo ricordi, molto simili a fantasmi, che quel tempo lo bucano, trascinando tutto con s. Attorno a quel buco, si affacciano i fantasmi che per almeno tre generazioni attraversano la vita di una famiglia portoghese: un patriarca che ha fatto fortuna, con la propria durezza e la fatica altrui, servi e domestiche, una tenuta di campagna, due fratelli di sangue, uno legittimo e uno no, che si contendono lo sguardo del padre, abusi e violenze sui contadini, comunisti in rivolta e comunisti ricondotti a pi miti consigli, gente che non ricorda e gente che ricorda fin troppo e, da ultimo, un ragazzino autistico che forse il solo a trarre un senso dal disordine che domina le cose. Anche le loro vicende si aggirano per la casa come fantasmi o forse sono tuttuno con essi attratte da un centro scuro o meglio da qualcosa che ha lumore e lodore della colpa, ma forse con la colpa non centra. Il centro, la casa, disorienta pi che orientare: Da dove mi arriver limpressione che alla casa, sebbene uguale, manchi quasi tutto? I vani sono gli stessi con gli stessi mobili e gli stessi quadri, eppure non era cos, non era questo, vecchie fotografie al posto di mia madre, di mio padre, delle domestiche in cucina e della tosse di mio nonno che comandava il mondo, non la sua presenza, non gli ordini, la tosse, un fazzoletto gli usciva dalla tasca e gli disordinava i baffi. la tosse un piccolo choc a spezzare il ritmo e a invertire la linea degli eventi. Si apre cos Larcipelago dellinsonnia, pubblicato nel 2008 e ora tradotto da Vittoria Martinetto per Feltrinelli, (I narratori, pp. 284, 18) del portoghese Antnio Lobo Antunes, che sembra mettere a frutto le tante e spesso fuorvianti buone intenzioni di cui lastricato linferno di ogni autore, ma in particolare di questo autore, psichiatra in pensione, primo paziente di me stesso come ama scherzare, che in Italia si fatto conoscere nel 1996, con la traduzione di un libro edito diciassette anni prima, In culo al mondo (Einaudi, 1996; ora passato al catalogo Feltrinelli). La scrittura, osservava Antnio Lobo Antunes, capacit di incorporare la violenza nella tenerezza. Una volta tanto Larcipelago dellinsonnia non un libro che smentisce le facili profezie di un autore in vena di confessioni non richieste, rivelandosi, al contrario, proprio un romanzo di grande tenerezza e di grandi violenze. Non sono per le violenze coloniali e postcoloniali che hanno segnato altri suoi romanzi, dal citato In culo al mondo fino agli ultimi, non ancora tradotti, Comisso das Lgrimas, del 2011, o A criar No Meia Noite Quem Quer del 2012. Come sempre accade nellopera dello scrittore portoghese, la dimensione della memoria e la sua disseminazione afasica a costituire lasse portante. La scrittura trasferisce atti e incontri del passato in un presente che definiamo tale solo se ne percepiamo la

VIOLENZA E TENEREZZA IN LOBO ANTUNES

sfasatura con un altrove temporale che nel romanzo per sovvertito. Ne sia prova la scelta, continuamente contraddetta, dei tempi verbali e dalla presenza della casa nel romanzo (e nei romanzi: c sempre una casa, infatti, nei suoi libri), una casa che va in rovina e a poco a poco diventa lo spazio tangibile di una simultaneit che la scrittura asseconda e ricalca, nel farsi e disfarsi dei suo processi mnestici. proprio questo tentativo di riflettere sui processi di memoria senza mai riuscire a accordarsi in pieno a rendere talvolta disarmante il patchwork di Antnio Lobo Antunes. Su questo disarmo, daltronde, lautore gioca danticipo e gioca pesante e in prima persona. Lelemento vissuto importante, non solo per un autobiografismo pi o meno di facciata, ma proprio perch gli consente di calarsi interamente in

questo processo mnestico. Un procedimento complesso, saturo di rimandi interni (pochi quelli esterni, perlopi impliciti, come quello che d il titolo allArcipelago dellinsonnia, che rimanda al poeta Blaise Cendrars), passibile di apparire ostico o difficile a quel lettore che non accettasse di calarvisi in pieno. Il 25 ottobre del 2012, concludendo la sua collaborazione col settimanale Viso, sul quale teneva una rubrica fissa, Lobo Antunes annunci di considerare conclusa la propria opera. Ho scritto ci che volevo scrivere, ora tocca al lettore. Salvo qualche post-scriptum, sempre possibile di questi tempi, il lavoro era da considerarsi terminato: basta interviste, basta apparizioni televisive, basta romanzi. Un sano silenzio, insomma. Non prima, per, di aver regolato qualche conto con chi di-

chiara di non capirlo. Ci che non capiscono, osserva lautore, non questo o quel romanzo, ma la complessit della vita, e questo non un mio problema. John von Neumann, padre della teoria dei giochi, lo spieg chiaramente, distinguendo tra variabili vive (che lindividuo tiene in debito conto, nelleventuale calcolo di una strategia) e variabili morte (di cui lindividuo non si serve mai). Le variabili morte sono quasi inutili. sufficiente prestare orecchio attivo alle cose e a noi per comprendere. La paura di sapere ci terrorizza. Lidea di prendere coscienza ci fa venire la pelle doca. Rifiutiamo lidea di vivere dentro di noi. Leggere storie rende meno violenta la parte di infanzia che in noi. Ma questo non serve a niente. Serve solo a tranquillizzarci, a allontanarci da ci che ci inquieta e ci spaventa.

ROMANZO TRA I PI INTIMISTI DELLAUTORE PORTOGHESE, LARCIPELAGO DELLINSONNIA PRESENTA PERSONAGGI CALATI IN SE STESSI, NEGLI INTERNI DI UNA CASA ASSAI DISORIENTANTE

Io non mi sono messo a scrivere per portare la tranquillit a qualcuno. Non vedo alcun interesse a divertire o a agitare nellaria animali di pelouche. Ho scritto libri per adulti che tengono gli occhi aperti. Tenere gli occhi aperti o, meglio, sbarrati una caratteristica delle figure che popolano luniverso romanzesco di Lobo Antunes. Troppa lucidit conduce al delirio, come nellinsonnia prolungata. Ma troppa lucidit approssima anche a quel negativo che, altrimenti, ci scapperebbe di mano per troppo delirio o troppa ragione. Quel negativo che da sempre al centro della sua riflessione e ha trovato nella casa e nella sua decadenza una immagine efficace e un espace fictionnel dove lo scrittore pu giocare e giocarsi tutte le proprie figure, con tutte le ambivalenze messe da loro e con loro in movimento. Ecco, allora, che proprio nei momenti di massima tensione, che so-

no momenti di lucidit e al tempo stesso sono delirio, queste figure hanno accesso a qualcosa che somiglia a un sentimento o a una nostalgia. Accade anche nellArcipelago dellinsonnia libro tra i pi intimisti dellautore, in cui personaggi sono interamente calati in se stessi e nella storia che attraversa questo s quando tra una morte certa e una promessa di matrimonio, davanti agli occhi aperti del lettore si presente improvvisamente questa sequenza: non sei cambiata, non sono cambiato e da adulto arrivo in paese noncurante delle imposte, mi presento ai tuoi genitori e ci sposiamo, c spazio per tutte le tue cose qui, per le bambole e per il carillon con la manovella che va girata con cautela perch a dar troppa corda smette di funzionare, non appena si sente uno scatto bisogna fermarsi e dopo basta ascoltare, prima veloce e poi sempre pi lento, interrompendosi a met del ritornello e noi una malinconia tranquilla, ho sempre immaginato che si morisse in questo modo, un suono flebile che si prolunga per qualche secondo prima di cessare e cessare significa lo sguardo altrove dato che quello che rimane non sono occhi che si spengono chiedendo.

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ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

FOGLI MULTICOLORI: UNA RACCOLTA DI ARTICOLI E SAGGI MUSICALI DA ADELPHI

BORTOLOTTO
Un diorama di idiosincrasie e intuizioni
di PIERO GELLI

Si apre col ricordo di Petrassi, amico di una vita; chiude Stockhausen, amore giovanile. E poi Debussy, Ravel, Poulenc...
stenza; e le penetranti osservazioni sul Pellas et Mlisande, che lo studioso curiosamente concordando col Leibowitz definisce come il no mans Land dellopera lirica. E ancora quelle seducenti su Ravel, su cui ritorna pi volte, sul bambino dei sortilegi e la sua geniale inattualit, dove, per, i sortilegi siano pensati in funzione ancillare, rispetto al suo lirismo beffato e inestirpabile. O il davvero incantevole capitolo Francis jamais, ladorato Poulenc e la sua derisoria capacit di tessere trame melodiche sempre rinnovate e il gusto di costruire musiche profane come nate in un bordello di lusso e quelle sacre in un esclusivo atelier di moda. Ed facile immaginare quanto il raffronto diverta lestro dissacratorio del nostro critico. In realt, Fogli multicolori ripropone un diorama bortolottiano che il suo lettore di sempre conosce bene, a parte qualche novit come il capitolo dottissimo dedicato allamericano, da noi quasi sconosciuto, Charles Ives; sono gli autori che lo studioso ama da sempre o che da sempre detesta sopratutto perch lannoiano, come la pi parte del Rossini serio proposto dal ROF (Rossini Opera festival), o linerzia drammaturgica di Haendel (in questo daccordo con Stravinskij), o leterno piagnisteo di Luigi Dallapiccola, di cui poche cose lo convincono. In ogni caso, in ogni foglio, del musicista preso in esame per rapide associazioni, per insoliti illuminanti accostamenti, anche letterari, per bizzarre ma acutissime interferenze, Bortolotto riesce sempre a rilevare quellaspetto da altri negletto, quella caratteristica insolita che ne rinnova radicalmente la conoscenza, la comprensione. Ci sono, inoltre, articoli pi elaborati e importanti, quelli per esempio dedicati al bisbetico grande Sch nberg, dove, tra laltro, quasi venendo dietro a un suggerimento arbasiniano, si affronta il frammento-torso Moses und Aron, oppure rivolti, sia pure per accenni, al vivace dialettico rapporto con Adorno, rispettato anche quando sbaglia, forse per unindubbia affinit di fine alterigia. Ci sono infine, per concludere e riallacciarmi a quel che dicevo allinizio, due capitoli sublimi per ideologia, termine che Bortolotto aborre e che qui significa soltanto libert di giudizio, di gusto da ogni impedenza classificatoria, classicistica o similia, e sono, per esempio, Limiti e silenzio, il De Musica gi citato, oppure Sitlnuovo viennese. Insomma Bortolotto, tra connessioni metalinguistiche o metamusicali, inclinazioni camp appena occulte e noie bisbetiche, ancora una volta ci diverte e affascina. chiave storico-sociologica, se uno spartiacque, perch afferma che il jazz va interpretato alla luce dellesperienza afroamericana, che il motore dello sviluppo del jazz va ricercato nella vicenda afroamericana, e che i protagonisti decisivi di questo sviluppo sono, non casualmente, in modo quasi esclusivo dei neri, Four Lives dal canto suo richiama lattenzione su quattro musicisti afroamericani: un grande misconosciuto, il pianista Herbie Nichols; un fuoriclasse proveniente dal jazz moderno ma arrivato a convergere con le istanze musicali e la sensibilit politica dellavanguardia, il sassofonista Jackie McLean; e i due musicisti che dellavanguardia Spellman considera gli esponenti fondamentali assieme a Coltrane, e cio il pianista Cecil Taylor e il sassofonista Ornette Coleman. Allepoca non cera lodierna vastit di letteratura jazzistica in materia di biografie e autobiografie (che anche adesso del resto molto carente sulle figure meno comode dellattualit jazzistica): dare estesamente voce, facendole assumere la massa critica di un libro, a quattro anticonformisti era dunque decisamente irrituale. Ma il valore di Four Lives lungi dallessere solo storico. Prendiamo Taylor, la prima, e la pi corposa, delle quattro vite. Lungo un sessantennio di carriera Taylor, che ha oggi ottantaquattro anni, stato aristocraticamente avaro di interviste, e non ha mai prodotto unautobiografia, e quindi Four Lives rimane un riferimento indispensabile per le informazioni e la mole di sue affermazioni che contiene. Ma c molto di pi. In un momento in cui Taylor tuttaltro che una figura consacrata, e le sue occasione di suonare

Uno degli aspetti pi inquietanti del linguaggio, anche colloquiale e fatico, non solo letterario critico, quello di celare un significato diverso, ambiguo dietro unapparenza comunicativa, un sorriso che copra una smorfia, un grazie che suoni un insulto. Se vero, come afferma LviStrauss, che la musica, proprio perch linguaggio senza parole, un meta-linguaggio ideale per carpire o adattare ogni possibile diversit di significazione, questultima raccolta di Mario Bortolotto, Fogli multicolori (Adelphi Saggi. Nuova serie, pp. 377, 30,00), cos aperta alle occasioni e cos chiusa in realt dentro le sue note attrazioni e allergie, rivela qualcosa di pi al lettore fedele del musicologo pi colto e sornione che abbia oggi litalia, un abbozzo di teoria della musica se si vuole, che in realt non lo , perch diventa subito una critica del costume musicale, incastonato quasi al centro della silloge e differenziato da un titolo in corsivo: De Musica. Ci dice molto, questo aperu subito richiuso, sulle idiosincrasie lontane del critico intorno a classificazioni facili di generi oggi non pi accettabili se non per comodit o superficialit di catalogazione. Torner su questo brano insinuativo, in chiusura, anche perch si accenna al concetto di divertimento e di noia, cos dirimente nellestetica-etica bortolottiana, e vi si trova quellidea di cultura che il suffisso abusatissimo di meta- oggi sembra incarnare, per quanto il critico lo carichi di ironia: let delle certezze lontana, come quella dei verdetti definitivi; e da questo tutto

sommato eravamo partiti. Converr, prima di troppo divagare, soffermarsi a esaminare i contenuti, per lo meno alcuni, di questultima raccolta, che si apparenta allaltra pi sostanziosa apparsa qualche anno fa, Corrispondenze (ancora Adelphi, 2010), dopo una serie di saggi mirabili pi compatti che affrontavano ora un tema, come quello del teatro lirico (Consacrazione della casa, Adelphi 1982), ora un periodo, come la Francia tardo-ottocentesca (Dopo la Battaglia, Adelphi, 1992) o la Russia da Glinka a Skrjabin (Est dellOriente, Adelphi, 1999), ora un autore come Wagner (Wagner loscuro, Adelphi, 2003) oppure come Richard Strauss (La serpe in seno, Adelphi, 2007); temi e autori tutti questi prediletti dal nostro critico e offerti a una lettura tra le pi affascinanti e ardue, dove alla sapienza specifica si accompagna sempre una conoscenza letteraria e culturale vastissima, talvolta proposta anche in formula di sprezzante snobismo: come qui, quando invece di citare il Libro dell inquietudine e lamato Pessoa, parla di disassosego e del linceo Lisboeta (pag. 140). Non a caso, questa scelta di articoli o saggi di varia lunghezza si apre e si chiude su autori di musica contemporanea: con un omaggio e un ricordo dellamico scomparso, il compositore Goffredo Petrassi, cui nel 1964 era stato dedicato un approfondito saggio apparso ne I Quaderni della Rassegna Musicale (pp. 11-79), quasi a colmare unassenza assai lunga, essendo il maestro morto novantanovenne, nel 2003, ma rifiutando di poi lingrata fatica, per linesorabile diversit e soffermandosi significativamente sui bellisssimi Estri per 15 ese-

PAOLO TERNI

Autobiografia per musica: da Coupin a Bartk, come un Quartetto dAlessandria


di P. GE.

Leggo di seguito a Bortolotto, il nuovo libro di Paolo Terni, La melodia nascosta (Bompiani, pp. 264, 12,00), in parte inedito, in parte recupero di frammenti gi usciti, negli anni, da Sellerio: per esempio qui la prima sezione, Il tempo rubato. Bortolotto e Terni, nella loro antropologica distanza, convergono in due aspetti: unincombente passione per la musica accolta senza barriere di generi, e uno sguardo sornione di convoluto arbasiniano dandismo. Per il resto non potrebbero essere pi diversi: chiuso luno e riservato nel suo universo musicologico, da dove emergono di tanto in tanto accenni di storia personale e perfide osservazioni extramoenia; aperto laltro a un dilagato autobiografismo, dove la musica angelo tutelare e viatico esistenziale. Terni ha percorso le stesse vie, frequentato forse gli stessi caff di Kavafis, di Forster, di Lawrence Durrel, anche se il suo Quartetto di Alessandria, altrettanto folclorico e morbido, ha origini pi domestiche, essendo, tra laltro, nipote di quella Fausta Cialente che se fosse nata in Francia ora i

suoi romanzi sarebbero tutti in commercio nelle varie edizioni-poche, mentre in Italia giacciono dimenticati nelle bilioteche, nonostante tentativi, anche miei, di recuperarli (Ballata Levantina, Cortile a Cleopatra). Della zia ha, direi, la grazia e la fluidit narrativa, non la capacit inventiva. La sua narrativit ha itinerari accidentati, quasi casuali, come definirei questi frammenti di autobiografia per musica, per riprendere un sostantivo etichettato allinizio: frammenti perch hanno un tempo disordinato, come lo quello della memoria; per musica e non musicale, perch i ricordi si collegano, si accendono, come le madeleines proustiane, a episodi di cui la musica linterprete orfica. Pu essere lacquisto di un disco, un ascolto carpito per caso dietro una porta, unesecuzione magari anche primitiva ma che rivela un autore, che diventer un amour fou, come Mahler, o Haendel, o Stravinskij. In realt pieno di folli amori questo libro, direi tutti i suoi libri, perch la passione infrenabile, ha pulsioni adolescenziali, e si esalta passando da Couperin a Cage, da Rossini a Bartk; anche se saggiamente Terni della musica ha saputo ricavare una ragione di vita anche pratica, un uso polimorfo, come divulgatore elegantissimo, insegnante, immagino, incantevole, e infine consulente drammaturgico, capace di farla ascoltare, la sua musica, in contesti allotri, in insoliti, inusitati accostamenti; insomma, come afferma lautore, una sorta di spettacolarizzazione dellascolto. Come spettacolare il contesto, lambiente, da cui prendono avvo queste nugae cos folgoranti e insieme cos investite di perspicaci rilievi critici, di felici intuizioni sulla musica e sui musicisti: quellAlesssandria coloniale da cui Terni pare non potere, non volere dipartirsi, luogo al contempo mitico ed edenico, come lAtene dei fratelli De Chirico, ma pi cialtrona e fantasmagorica, immedicato tormento di unepoca, doppiamente perenta, da Faruk prima e dai ricordi che la sospendono, come vecchie foto che ingialliscono.

cutori, quasi coetanei a quella monografia (del 1967 e non 1987 con evidente errore di stampa); e si chiude, questa raccolta, con la descrizione dellimpervia esecuzione del quartetto Arditti dellHelicopterQuartet di Kerlheinz Stockhausen. A quello Stockhausen, ricordo, cui Bortolotto aveva dedicato molte pagine nel suo libro pi sperimentale e avanguardistico, Fase seconda, studio rischioso di una musica fatta a perfetta dissimiglianza di Dio come recita lesergo; uscito nel 1969 da Einaudi, a risguardi bianchi, poi riproposto nel 2008, da Adelphi, come historicum exemplum, a significare che quellepoca-meteora della neue Musik, 1946-64 oltre Webern, era definitivamente tramontata. Chiss se Bortolotto ancor oggi pensa che Stockhausen, con Kafka, ci che toccava si sfasciava? Quasi poi passando se non la palla la suggestione allamico editore Calasso (cfr. K., Adelphi, 2002). Su Kakfa comunque non ha dubbi, se oggi ribadisce che due sono i boemi grandi del passato, il suddettto scrittore e Mahler, con buona pace di Jancek, cui laggettivo grande non si addice nonostante le accorate difese di Milan Kundera. E lopinione, decisa, apparteneva gi, con pi ricche modulazioni, al volume del 1982 La consacrazione della casa, nel capitolo Jancek come cattivo lettore: di Dostoevskij, per lappunto, e del suo Da una casa di morti. Si gi detto che sono articoli scritti per un quotidiano, e cos recita il risvolto, dove altro non si specifica accomunando nello sprezzo filologico editore e autore (ma il titolo elegantemente indirizza a Il foglio), anche se in questo caso lo sprezzo giustificato, perch nessuno di questi quaranta ritratti pi uno, il citato De Musica, ha niente delloccasionalit recensoria o celebrativa, poich tutti si costruiscono intorno a unintuizione di cos penetrante perspicacia e fulminante, che non si recupera mai nella critica musicale, neppure nellidolatrato Fedele Damico, bens in campo letterario: ha infatti la stessa impronta e acutezza che si ritrova in Giorgio Manganelli, del resto amatissimo: quella capacit di sintetizzare in poche frasi, talvolta perfino nel titolo, talaltra in un semplice aggettivo sorprendentemente desueto o trasgressivo, uninterpretazione che coglie in modo direi definitorio lessenzialit vitale poetica di quel musicista e di quellopera. E saranno le pagine su Debussy e sul suo pianismo, lontane certamente da quelle mallarmeiane di Janklvitch, perch per Bortolotto il tempo debussiniano un tempo profano dove muore la slavata traccia dellesi-

BIOGRAFIE QUATTRO VITE JAZZ DI A.B. SPELLMAN

Cecil Taylor e Herbie Nichols, Ornette Coleman e Jackie McLean, le star dellimprovvisazione
di MARCELLO LORRAI

Rievocando nel suo The Autobiography of LeRoi Jones/Amiri Baraka le sue esperienze universitarie, lautore del Popolo del blues introduce, con un trasparente camuffamento delle iniziali del nome, che da A.B. slittano a C.D., un suo compagno alla Howard, anche lui afroamericano, forse il mio amico pi stretto in quel campus. Siamo nel cuore degli anni cinquanta e, in unepoca in cui la nigger music non ancora ammessa alla Howard, LeRoi Jones e C.D. sono tra i pochi studenti a approfittare delle lezioni non ufficiali sulla musica neroamericana impartite in un dormitorio da Sterling Brown, figlio di un ex schiavo, poeta, straordinario studioso della cultura nera del Sud degli Stati Uniti. Per LeRoi Jones si tratta dellinsegnamento pi alto ricevuto alla Howard: ne ricava che la musica arte oltre che divertimento, e che il popolo nero ha una storia. Nel decennio successivo LeRoi Jones e A. B. Spellman, diventati entrambi intellettuali e poeti, pubblicano tre libri cruciali sulla musica

afroamericana: nel 63 esce, di Jones, Blues People, poi nel 68 Black Music; in mezzo, nel 66, Spellman pubblica Four Lives in the Bebop Business, pi tardi riproposto come Four Jazz Lives, e ora finalmente tradotto in italiano Quattro vite jazz, minimum fax, pp. 272 16). Se Blues People la prima grande lettura del jazz in

USCITA LA PRIMA MONOGRAFIA ITALIANA DEL COMPOSITORE

BRITTEN
di GUIDO BARBIERI

Loro e il piombo. Il british idyll che accarezza lInghilterra felix al tramonto dellepoca vittoriana e la nuvolaglia ferrosa che si addensa sui cieli di Londra negli anni della Grande Guerra. Il grande inganno perpetrato dalla pax britannica di Edoardo VII (sinistramente soprannominato the peace maker) e la cruda realpolitik della Triplice Intesa che fa sprofondare il Regno Unito nel primo conflitto intra moenia dallinizio della sua apoteosi coloniale. una nazione che cammina pericolosamente sullorlo di un abisso (pur senza abbandonarsi ai fasti viennesi della danza) quella che accoglie, il 22 novembre 1913, la nascita di Benjamin Britten, uno dei suoi figli non a caso pi lacerati, dimidiati, contraddetti e contraddittori. Una fatherland crudele che trasmette il proprio codice genetico alla pi mite e candida delle sue creature, obbligandola a ricapitolare nella sua ontogenesi individuale la propria storica, e non certo innocente, filogenesi collettiva. una suggestione originale e abbagliante, una tra le molte che accendono uno studio decisamente atipico nel paesaggio brullo della musicografia na-

zionale. Si tratta, anche se si stenta a crederlo, della prima monografia italiana dedicata a Britten, vale a dire, n pi, n meno, il maggior compositore inglese del Novecento. Lha composta (scritta sarebbe riduttivo), in anni di passione e di ricerca, Alessandro Macchia, uno dei musicologi italiani pi originali e inventivi del tempo presente, gi autore nel 2006 di uno studio senza precedenti (n conseguenti) sugli epicedi musicali del Novecento e non a caso estraneo alluniverso chiuso della accademia universitaria (forse occorrerebbe chiedersi perch). E c da temere che se non fosse stato per il primo secolo di vita compiuto proprio questanno dal festeggiato, questo libro, Benjamin Britten (LEpos, pp. 468 48, 30) sarebbe rimasto ancora per chiss quanto tempo nel cassetto dei desideri. Ci che distingue questa monografia dalle altre che affollano, ad esempio, il prezioso catalogo delleditore palermitano sono innanzitutto il metodo dindagine e la tecnica di esposizione. Macchia non si limita certo a intrecciare i nastri paralleli della vita e delle opere, n a compilare un diligente schedario analitico dedicando il giusto spazio a ogni singolo titolo . Il procedimento argomentativo basato, piuttosto, sulla

attrazione quasi spontanea che materiali spesso eterocliti, tratti dalla storia delle letteratura, dalla storia economica, dalla filosofia, dalla storia delle idee, generano tra loro. Un esempio rivelatore dato proprio dal capitolo introduttivo che si apre, per lappunto, nel segno delloro e si chiude in quello del piombo. Per fotografare con precisione lepoca ponte che va dalla traumatica scomparsa della regina Vittoria (1901) alla discesa in guerra a fianco della Francia e della Russia, Macchia ricorre alla allegoria rappresentata dal pi amato sport nazionale inglese: il cricket. Nel Regno Unito questo lincipit sorprendente del libro il ventennio che precorre la Grande Guerra detto The Golden Age of Cricket. Il candido (e per i continentali incomprensibile) sport britannico viene assunto come la metafora pi limpida e trasparente delle contraddizioni in cui si dibatte la big nation: da un lato la bellezza incontaminata e innocente (parola chiave, come vedremo nel lessico britteniano) dei campi da gioco, il leggendario fair play dei competitors preservati da ogni volgare contatto fisico, i tea break che interrompono gli smisurati inning senza tempo, dallaltro la natura spietatamente classista della competizione, la

A centanni dalla nascita di Benjamin Britten, Alessandro Macchia invita a cercare le relazioni profonde fra la corteccia della scrittura musicale e i suoi contenuti meno scontati
sua inevitabile identificazione con la ferocia delle conquiste coloniali, la falsit, insomma, celata dietro lidillio campestre. E al di sopra di ogni contraddizione lideologia cara alle classi dominanti di ogni latitudine, che identifica brutalmente lo spirito sportivo con lo spirito della guerra e che pretende di identificare nellapparato muscolare del buon atleta la macchina bellica del buon soldato. con questo mix esplosivo nella bisaccia che lesercito inglese entra in guerra. Una guerra alla quale molti intellettuali, scrittori, filosofi, musicisti pagano il loro tributo: Butterworth, Kelly, Coles, Browne, Gurney, Farrar sono solo alcuni dei nomi di compositori oggi dimenticati che appaiono sulle lapidi dei caduti della Big War. E secondo Macchia proprio la reazione contro la macelleria insensata della guerra a generare nei compositori sopravvissuti ai campi di battaglia, e nei loro figli nati nel nuovo secolo, non solo una mole impressionante di musica funebre e commemorativa, ma anche una

ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

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Benjamin Britten (a sinistra) con Peter Pears, compagno di vita e partner musicale. Nella pagina a fianco, Arman, Cello, 1990, collez. Agrati; sotto: Cecil Taylor con Hans Bennink, Hilversum, 1967

La condizione umana su spartito inglese


Nella ontogenesi privata di Britten la storica, e di certo non innocente, filogenesi di una nazione
sono rarissime, Spellman, affrontando di petto il problema delle condizioni di lavoro nei club, d la parola a Buell Neidlinger, a lungo bassista di Taylor: Tu saresti mai piombato su Stravinsky, mentre componeva, per dirgli: Basta, Igor! ora di vendere un po di drink!? Perch non molto diverso. Non si pu dire a Cecil che deve smettere di suonare. Neidlinger non tira in ballo Stravinsky solo per dire che bisogna avere rispetto per larte: vuole anche dire che la statura di Taylor in tutto paragonabile a quella di Stravinsky, e Spellman chiaramente daccordo. La parte relativa a Taylor mette i piedi nel piatto: il pianista argomenta il concetto di una tecnica afroamericana (su cui peraltro personalmente inattaccabile) vedi Thelonious Monk che va giudicata iuxta propria principia; rivendica il profondo rapporto della sua arte con la tradizione nera. E musicisti che hanno lavorato con lui, spinti da Taylor a imparare a orecchio, nel solco di New Orleans, gli spunti compositivi, testimoniano del metodo non occidentale di Taylor nel comporre e strutturare la musica. Oggi Taylor non pi rifiutato come cos spesso allora: il conservatorismo jazzistico disposto a concedergli una patente di eccezionalit, modo comodo e perfido per relegarlo nellirrilevanza. Spellman ci dice invece che la poetica e il metodo di Taylor sono la quintessenza dellestetica afroamericana, del jazz. In un mondo del jazz dei giorni nostri dove vale tutto e il contrario di tutto, questo non un dibattito di ieri: completamente una questione per loggi, che ci interpella su cosa il jazz e su quali sono i criteri di valore con cui guardarlo.

profonda, sofferta, attitudine antimilitarista che non ha eguali in nessunaltra nazione europea. Fu proprio uno dei grandi disillusi del secolo, Frank Bridge, del resto, a piantare il seme del pacifismo nella mente del giovanissimo Benjamin, suo discepolo prediletto. Una disposizione danimo, di pensiero e di carattere che avrebbe abitato per sempre nei gesti pubblici e privati dellautore del War Requiem. Fino a diventare, ben oltre i suoi contenuti politici immediati, una forma costante di reazione contro le degenerazioni pi spaventose che minano alla radice lesistenza della human community: laggressione delluomo contro luomo, la violazione dellinnocenza, la brutalit nei confronti degli indifesi: i bambini, le donne, i diseredati. Il motivo dellidillio perduto, della innocenza minacciata, il passaggio insomma dallet delloro a quella del piombo, senzaltro uno dei nervi scoperti del pensiero di Britten. Colin Matthews ricorda di aver visto con i propri occhi la reazione del compositore di fronte a un articolo in cui si sosteneva che tutte le sue opere fossero attraversate dal tema della corruption of innocence: Spazzatura, solo spazzatura avrebbe urlato Britten facendo a pezzi il giornale. Una reazione cos violenta commenta lo stesso Matthews che fa nascere un sospetto: e cio che la parola innocenza avesse smosso qualche cosa nel suo pensiero che possedesse per lui un valore forte, profondo, forse insondabile Sarebbe insensato, ovviamente, leggere le opere drammatiche di Britten attraverso questa lente parziale e deformante. E bisogna resistere alla tentazione di farlo anche di fronte alle numerose epifanie narrative che sembrano dare ragione ai sospetti di Matthews. Come interpretare, ad esempio, in The Rape of Lucretia, il sacrificio verso il quale cammina inesorabilmente linnocente matrona romana violata e stuprata dal desiderio selvaggio di Tarquinius? E quel verso, magnifico, di Ronald Duncan cantato dal coro femminile: Il tempo conduce gli uomini, ma cammina sui piedi stanchi delle donne? Oppure la morte apparentemente inspiegabile del piccolo Miles, il protagonista di The turn of the Screw, soggiogato dal potere maligno dei fantasmi? E laltro verso chiave, rubato a Yeats, che Britten fa intonare alla Istitutrice e che sembra un manifesto sin troppo esplicito: The ceremony of innocence is drawned? O ancora i testi poetici di Wilfred Owen, poeta soldato, stroncato in battaglia a venticinque anni det, epitome della innocenza oltraggiata, che costituiscono il tronco poetico del War Requiem? A molte di queste domande lo studio di Macchia fornisce una risposta complessa, acuta, mai prevedibile, mai pacificata. Il suo libro sostanzialmente un invito a cercare senza sosta le relazioni profonde che intercorrono tra la corteccia esterna della scrittura musicale di Britten (analizzata con strumenti analitici affilatissimi) e il mallo, a volte duro, a volte tenero, che la noce racchiude. E molto spesso loperazione stratigrafica, condotta con lausilio di una prosa di sontuosa precisione lessicale, rivela sorprese abbaglianti: si scopre ad esempio che la ratio di Lucretia non costituita dal tema della innocenza redentrice, bens dal nodo etico che avviluppa la dimensione della libert con quella della virt e che sfocia nella sgomenta ammissione di un nichilismo privo di alcuna forma di redenzione. Oppure che il misterioso verso dellistitutrice in Giro di vite prende luce soltanto se lo si connette al dualismo ontologico di Yeats, che concepisce lesistenza come una continua interazione, e negazione, tra gli opposti. E in cui la posta in gioco non affatto, o non solo, la dimensione dellinnocenza, bens, tout court, il passaggio tormentato e doloroso dallet infantile a quella adulta. Insomma in queste pagine rivelatrici loro dellintelligenza critica trionfa a ogni riga sul piombo fuso delle apparenze e dei luoghi comuni.

GERENZA
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In copertina di Alias-D: Lus Noronha Da Costa, Sem ttulo, 1972; in piccolo, lo scrittore Antonio Lobo Antunes

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ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

LESORDIO DELLA SCRITTRICE DOMINICANA PUBBLICATO NEL 66

RHYS
Disfatta sentimentale di una donna in cerca di protezione maschile
di SILVIA ALBERTAZZI

Jean Rhys, dal sito web Modernista; sotto, Pietro Anastasi ri romanzi del Novecento, Il buon soldato (confronto pi volte proposto per dimostrare come lo scrittore sia arrivato a far combaciare vita e arte, sperimentando nella realt situazioni che aveva gi immaginato nella finzione) quel che attrae nel primo romanzo di Jean Rhys lamara rappresentazione della disfatta sentimentale e umana subta da una donna passiva, in bala della sorte e alla perpetua ricerca di protezione maschile. Melodia volta a svelare il gioco delle apparenze su cui si fonda la vita sociale, il Quartetto di Rhys enfatizza il fatto che ogni posizione reale nasconde un atteggiamento fittizio, ogni individuo si cela dietro una maschera. Cos Marya Zelli, la protagonista femminile, e Lois Heidler (lalter ego narrativo di Stella Bowen), pur essendo entrambe soggette al dispotismo di Heidler (il Ford del romanzo) reagiscono alla propria condizione subordinata calandosi in ruoli affatto diversi. Se Marya gioca alla bambina sperduta priva di indipendenza economica, sola, bisognosa di protezione Lois si fa dapprima padrona fredda e autoritaria, salvo poi svelarsi complice del maschio dominatore nel tranello ordito per intrappolare la giovane preda. E tuttavia, entrambe le donne appaiono, pur se in maniera differente, vittime della tirannia maschile, impegnate a dilaniarsi in un jeu de massacre, prigioniere incapaci di unirsi nella lotta contro il comune carceriere. Non a caso, il primo titolo scelto nel 1928 e poi respinto dalla autrice, era Posizioni: il racconto condotto per larga parte come una partita a scacchi tra un Gran Maestro (Heidler/ Ford) e una principiante maldestra (Marya). Grande attenzione dedicata, di conseguenza, ai movimenti dei personaggi, al continuo avanzarsi e ritrarsi della coppia Heidler, alle mosse goffe di Marya, al ritmo inquietante di una esistenza che pare la resa narrativa di un finale di partita in cui re e regina neri si trovano in posizione vantaggiosa. E se negli stessi anni e negli stessi luoghi, per gli espatriati senza fede di Hemingway il codice di comportamento onorevole era circoscritto dalle ferree leggi della tauromachia, tra gli esuli sradicati di Rhys il mantenimento dellonore pu limitarsi allottemperanza rigorosa delle mosse concesse al giocatore sulla scacchiera. Si tratta, dunque, di saper calcolare le posizioni degli avversari, piuttosto che di analizzarne le motivazioni. A Marya, che ora agisce di istinto, ora si perde in sterili riflessioni, lamentando una vita deprimente e disperata, si oppone il cinico realismo di Heidler, impenetrabile e vigile come un giocatore di scacchi che ha appena fatto una buona mossa; al sofisticato intrigo delle posizioni prefissate sulla scacchiera, lassoluta muta-

Primo romanzo di Jean Rhys, scrittrice dominicana nota soprattutto per Il grande mare dei Sargassi, il prequel di Jane Eyre, Jean Rhys, Quartetto (Adelphi, traduzione di Franca Cavagnoli, pp. 172, 16, 00) venne pubblicato dalla autrice nel 1966, quando era in una et ormai avanzata, e divenne subito un testo chiave tanto per gli studi di genere quanto per quelli postcoloniali. Difficile trovare premonizioni del tardo capolavoro in questa opera giovanile, che richiama piuttosto il modernismo tutto al femminile di Katherine Mansfield soprattutto le deprimenti atmosfere e le sventurate protagoniste di certi racconti dellautrice neozelandese ambientati nelle capitali europee. Del resto, Quartetto, prima di una serie di narrazioni al cui centro stanno figure femminili alla deriva, concepite dalla Rhys nel decennio tra la fine degli anni venti e il 1939, ha finora incuriosito critici e lettori soprattutto per gli scabrosi elementi autobiografici che ne costituiscono la trama: vi si raccontano, infatti, gli avvenimenti di un anno piuttosto turbolento per la scrittrice, quel 1923 in cui, rimasta sola e senza mezzi di sostentamento a Parigi dopo larresto del marito, Jean Lenglet, accettando lospitalit dello scrittore Ford Madox Ford e della di lui compagna, la pittrice australiana Stella Bowen, si trov invischiata in un ambiguo mnage trois, destinato a divenire un vero e proprio quartetto erotico, dopo la scarcerazione di Lenglet. Non certo un caso che la storia di questo quadrilatero amoroso sia stata narrata, con diversi accenti, da tutti e quattro i protagonisti: eppure, mentre le opere autobiografiche di Bowen e Lenglet sono pressoch dimenticate e il resoconto di Ford, When the Wicked Man, relegato tra i lavori minori dellautore inglese, Quartetto, che stato anche portato sullo schermo da James Ivory nel 1981, resiste sugli scaffali delle librerie in Inghilterra e continua a essere tradotto allestero. Molto pi degli elementi biografici pruriginosi presenti nella vicenda, e al di l del parallelo con la storia immaginata in precedenza da Ford in quello che ritenuto uno dei maggio-

Scritto da Jean Rhys tra fine anni venti e anni quaranta, Quartetto ricostruisce la fin troppo scabrosa biografia dellautrice
di MASSIMO RAFFAELI

bilit della vie de bohme. Dallo scontro di queste realt antitetiche non pu che emergere limpossibilit, da parte della pi sprovveduta, Marya, di comprendere le regole del gioco che tutti sembrano conoscere e che anche Stephen, suo marito, una volta uscito dal carcere, capisce perfettamente, pur non accettandole. interessante notare come, imponendo il titolo Quartetto a partire dalledizione americana del 1929, Rhys conferisca dignit pari a quella degli altri tre protagonisti alla evanescente figura di Stephen, che appare compiutamente in scena solo verso la conclusione del romanzo e finisce per reagire con la fuga alla desolazione in cui si trova coinvolto. Sottolineando in questo modo la responsabilit di tutti e quattro i personaggi nella vicenda, la loro partecipazione in veste di comprimari alla tessitura della trama, la scrittrice evita lomologazione del suo romanzo con lennesima variazione sul tema banale del triangolo erotico. La scelta del termine quartetto rimanda anche volutamente al mondo musicale, a suggerire che la narrazione si costruisce come una partitura eseguita da quattro diversi strumenti, non sempre in armonia, anzi, spesso dissonanti: per Marya, Lois uno strumento concepito, forgiato e affilato per un unico scopo e Heidler, lo stesso accordo ma suonato in chiave pi bassa. A sua volta, Marya, che sembra non avere coscienza della propria individualit, si lascia suonare dagli uomini che la circondano, cercando la propria identit in un rapporto di soggezione alluniverso maschile. Dominata da un orrore esistenziale con il quale impossibile scendere a patti Con la fame, il freddo o la solitudine potevi ragionare, ma con quella paura no Marya sperimenta una discesa assurda verso la perdita dellIo e la progressiva disintegrazione della sua personalit gi frammentata. Per lei la vita un sogno spezzato e illogico: una visione riflessa in uno specchio rotto, incompleta e frantumata. Una visione che Rhys rende soprattutto attraverso un attento uso delle parole, soppesate a una a una in vista di un effetto totale, volto non tanto alla progressione e alla soluzione dellintreccio (di per s alquanto esiguo), quanto allaccumulo di risposte emotive dei personaggi (soprattutto della protagonista), dellautrice (celata dietro una narrazione falsamente onnisciente) e di chi, leggendo, si trova a sprofondare in un mondo in cui lindividuo sembra aver perso o non aver mai posseduto la capacit di controllare il proprio destino. Opera aperta, ma aperta sul nulla; narrazione di fronte alla quale impossibile farsi complici sia dellautore sia della protagonista, Quartetto ci conduce lungo una china dolorosamente prevedibile fin dalla prima pagina, denunciando lassurda tragicit dellesistenza umana in un universo vuoto, sconvolto e lacerato. Franca Cavagnoli riesce mirabilmente a tradurre questo linguaggio in cui ogni parola calibrata come un passo nella discesa della protagonista verso labisso o, se si preferisce, come una nota nella cupa musica suonata dal quartetto, e ci consegna intatta la prima di quelle storie senza gloria, oltre la morale comune, che imposero Jean Rhys allattenzione del pubblico modernista, e dalla cui lettura non si pu che uscire lacerati e sconfitti.

JOHN IRVING CIBO E CALCIO

Dalla Cumbria a Torino (Juve), la mia vita in due tempi

Fra i troppi libri pubblicati in Italia, quelli sul cibo e sul calcio si segnalano per una loro fastidiosa ridondanza. Dunque fa due volte eccezione, a firma di John Irving, Pane e football Due nazioni, due passioni (Slow Food Editore, pp. 222, 14,50) che con laria di trattare solamente di cibo e di calcio scrive tanto la sua autobiografia sentimentale quanto un vero e proprio trattatello di antropologia. Poco meno che sessantenne, da trentacinque anni in Italia, gi redattore di Slow Food e collaboratore di importanti testate (fra cui The Guardian), Irving un nome ben noto ai lettori del manifesto avendo redatto, nella pagina sportiva, una rubrica dal titolo decisamente anfibologico, Slow Foot, a quattro mani con Giovanni Ruffa, dedicatario del volume stesso. Ambientati a Bra (la tana elettiva il cui nome rinvia alla costellazione di Giovanni Arpino e Velso Mucci, al gioco del pallone elastico, allhockey e ai pi vetusti fuoriclasse della enologia), quei dialoghi contaminavano le Operette morali con Le interviste impossibili (dove il pretesto era lo sport, il calcio specialmente) ma intanto ribaltavano il

clich che continua a opporre litaliano allinglese: John in effetti un passionale, si laureato su Paolo Volponi e tifa disperatamente per la Juventus; Giovanni viceversa luomo dellironia sottile, ha interessi prevalentemente storico-politici e il suo tifo, sia pure dai dubbi trascorsi, consacrato al Torino. In Pane e football come se Irving avesse introiettato lo sguardo del suo interlocutore e lavesse proiettato nello spazio e nel tempo. Cibo e calcio, certo, ma anche qui e altrove o prima e dopo, vale a dire lInghilterra dellinfanzia-adolescenza e lItalia della giovinezza come poi della maturit. Quasi fossero i tempi di una partita di calcio o di un incontro a tavola, il testo si divide

esattamente in due. Baricentro della prima parte la cittadina dove Irving nato nei pieni anni cinquanta, Carlisle, nella Cumbria, il Nord Ovest britannico che congiunge, da est a ovest, Glasgow e Newcastle. Qui, componendo le tessere di un romanzo di formazione, Irving colloca alcune figure e scene iniziatiche, a partire da suo padre George. Si immagini allora un piccolo-borghese, la sua vicenda quarantennale di contabile, la casetta nella prima cintura suburbana, sua moglie e i suoi tre figli, si immagini un uomo laconico e probo che abbia comunque alle spalle cinque anni di guerra mondiale nellesercito di Sua Maest avendo toccato ogni sponda del Mediterraneo (Italia compresa), si

Linfanzia a Carlisle, con i sabati consacrati al dio football, quindi lo sbarco in Italia nel 77... Questa autobiografia a tavola anche un match antropologico

ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

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TRA FINZIONE E REALT, LULTIMA PROVA DEL GHOSTWRITER DI AGASSI

MOEHRINGER
Fu lodio per i banchieri, architetti dellapocalisse, a ispirare lidentificazione di J. R. Moehringer con il celebre Willie Sutton, una sorta di eroe popolare che usava mascherarsi prima di assaltare una banca
di TOMMASO PINCIO

Che la critica statunitense abbia letto lultimo libro di J. R. Moehringer scegliendo quale stella polare il tracollo finanziario del 2008 pi che ragionevole. Argomento di Pieno giorno (Piemme, trad. Giovanni Zucca, pp. 469, 19,50) infatti la vita di Willie Sutton, nemico di un sistema da sempre inviso a una discreta fetta della nazione. La sua aura da eroe popolare ci viene sbandierata sin dalle primissime pagine, con parole che definire benevole un eufemismo: Pi romantico di Bonnie e Clyde, Sutton vedeva le rapine in banca come una vera arte e ci si dedi-

cava con uno zelo e una concentrazione degni di un artista... Era un creativo, un innovatore, e aveva dimostrato di avere, come i pi grandi artisti, un tenace istinto di sopravvivenza... Era come Henry Ford reinterpretato da John Dillinger, con tratti di Houdini, Picasso e Rasputin. Lo stesso Moehringer ha inoltre pi volte dichiarato che a ispirarlo furono proprio i rovinosi eventi del 2008. A suo dire, allepoca carezzava un progetto di tuttaltro genere: dedicarsi alla vita di un allenatore di football (dunque ancora uno sportivo, dopo la fortunata esperienza come ghostwriter di Agassi). Il terremoto finanziario gli ricord per quanto

La crisi dalla parte di un rapinatore


immagini infine questuomo come esempio di una vita ordinata, ripetitiva, sommamente prevedibile: ebbene, costui il medesimo individuo che in ogni week end si trasforma per il figlio in una guida iniziatica e, anzi, in un maestro dagli estri imprevedibili. David insomma il Virgilio calcistico di John (ogni volta lo accompagna a piedi alla partita) e per entrambi il sabato football e nientaltro, laddove non importa se la squadra di casa, il Carlisle United F.C., flotti regolarmente tra la seconda e la quarta divisione come nemmeno importa se lo stadio sia lo squallido impianto di Brunton Park, perso nella brughiera suburbana. Lessenziale la preparazione di quel piccolo evento, le cabale superstiziose e i domestici riti di avvicinamento, la traversata a piedi del quartiere, lincontro con una umanit oggi defunta ma rimasta leggendaria nel ricordo. A parte, come fossero il preludio a una partenza che sar definitiva, alcune trasferte memorabili, ad esempio a Glasgow per vedere il Celtic di Jock Stein e dei Leoni di Lisbona che trionfarono sulla Grande Inter, oppure a White Hart Lane, il campo londinese del Tottenham, o da ultimo nel piccolo stadio della zona portuale di Edimburgo (la citt universitaria di Irving) per un Hibernian-Juve finito 2 a 4 con doppietta di Jos Altafini. Ma quel calcio essenziale, ancora primordiale, chiama la memoria del cibo con la intermittenza di una madeleine la quale evochi a piacere zuppe di legumi, torte di risulta, pie di ogni tipo, arrosti e sformati: ma solo per chi ha valicato la linea dombra c tutta la birra di cui Carlisle fu peraltro capitale produttiva, chiusa in un reticolo di mescite e pub che lautore censisce con lo scrupolo di uno storico della cultura materiale rendendo omaggio agli scrittori e ai cineasti che, fra gli anni cinquanta e settanta, seppero raccontare lInghilterra proletaria e socialista, da John Osborne al grande Alan Sillitoe e a un allora giovanissimo Ken Loach. A dispetto di ogni stereotipo, la Torino del 77 cui approda Irving, plumbea e segnata dalla guerra civile, sembra per certi versi una prosecuzione della Cumbria nativa, in un clima di tenebra che egli avrebbe presto ritrovato nel libro pi intenso, e pi bello, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, A che punto la notte, che di quella Torino infatti lo specchio ustorio. Qui, se non pu pi godere di un Virgilio paterno, si imbatte nelle presenze non meno soccorrevoli di vecchi pensionati, di meridionali disoccupati e di studenti fuoricorso: Arrivai a Torino sotto labbagliante sole di luglio ma avvertivo fortemente latmosfera cupa e minacciosa. () Dipendeva dai soldi. Quando mancavano ci si arrangiava. Ricordo un week end in cui, per mancanza di fondi, con i miei coinquilini nel nostro squallido appartamento di corso Sebastopoli, sopravvivemmo mangiando solo riso e lardo. () Nei primi anni torinesi vissi sempre nei pressi del vecchio Stadio Comunale, sempre nel raggio di 500 metri. Tre case diverse in un processo di avvicinamento a quello che, per me, era un vero e proprio santuario. Quello del vecchio Comunale, nel quartiere di Santa Rita, rappresenta il baricentro antipode e complementare al vetusto Brunton Park di Carlisle. Anche in questo caso, il punto di partenza di una duplice esplorazione perch, da un lato, l gioca la Juventus (una squadra pensata di termini di Aufsuedung, meridionalizzazione, disse allora un teorico della Scuola di Francoforte, cio la squadra di Gentile e Causio, di Furino, Cuccureddu e Anastasi) ma, dallaltro, vi si dirama una topografia di

odiasse i banchieri, per lui architetti dellapocalisse. Giunse alla conclusione che calarsi nei panni di un rapinatore di banche sarebbe stato il modo pi salutare di elaborare la sua rabbia per lennesima e non accidentale depressione economica. La scelta cadde appunto su Willie Sutton, pi confidenzialmente chiamato Willie lattore per la sua propensione a travestirsi prima di eseguire una rapina. In decenni di onorata carriera, mise assieme una discreta fortuna senza sparare un colpo. Che nessuno si fosse mai fatto male costituiva un motivo di vanto per Sutton, ma non risponde del tutto al vero. Nel 1952 un ragazzo ventiquattrenne con lhobby dellinvestigazione lo riconobbe in metropolitana, lo segu e contribu alla sua cattura. Poco tempo dopo fu ucciso. A sparare, sembra, fu la mafia, ma su Sutton pesa tuttavia il sospetto di aver sollecitato lesecuzione. Nelle tante e patrie galere che lospitarono, tra cui la famigerata Sing Sing, trascorse allincirca met della vita. Evase tre volte e tre volte fu ripreso. Sarebbe dovuto restare dentro sino alla fine dei suoi giorni, ma nel 1969 la Corte Suprema ne decise la scarcerazione per motivi di salute. Sutton era messo parecchio male a quel punto. Ormai quasi settantenne si ritrovava con un enfisema e le arterie delle gambe da operare. Sopravvisse un altro decennio, nel corso del quale, fra le altre cose, prest il volto per la campagna pubblicitaria di una carta di credito e fece da consulente per alcune banche, alle quali spieg anche come proteggersi da gente come lui. Fu anche letterato, a suo modo. I lungi soggiorni carcerari gli consentirono di leggere molto e bene. Dante, Shakespeare, Tennyson e persino Freud. Scrisse anche, e pubblic due libri. Il primo risale agli anni 50 e un memoir in forma di intervista il cui titolo suona pi o meno cos: Io, Willie Sutton. La vicenda personale del pi scaltro fra i rapinatori di banche moderni, nel racconto fatto a Quentin Reynolds. Il secondo lo scrisse invece di suo pugno in vecchiaia, giovandosi in parte dellaiuto di un ghostwriter (dettaglio che Moehringer deve aver certamente soppesato). In questo caso il titolo, Where the money was, ancor pi significativo. Proviene infatti dalla leggendaria risposta data a un giornalista che gli chiese per quale ragione rapinava banche. Talmente leggendaria da diventare legge, perlomeno tra i medici americani, che oggi chiamano legge di Sutton il corretto procedimento da seguire in una diagnosi: in primo luogo, prendere in considerazione lovvio. Ma come spesso capita con i miti, la risposta, oltre che ovvia, apocrifa. Fu lo stesso Sutton a negare di averla mai data. Per giunta, a sentir lui, anche la domanda lo sarebbe. Non gli fu mai posta, rivela nellautobiografia. Concede per che, qualora glielo avessero chiesto, avrebbe probabilmente risposto cos, perch quel che direbbe chiunque. La cosa pi ovvia. Perch rapinavo banche? Perch dove ci sono sono i soldi. O forse no. Sutton ci ripensa allistante, per fornire una ragione pi sottile: Perch mi piaceva. Amavo farlo. Nulla mi ha mai fatto sentire pi vivo dellentrare in una banca per rapinarla. Mi piaceva a tal punto che in capo a una setti-

Una foto di Ray K. Metzker da City Stills, Prestel, 1999

tampe e di piole nonch di trattorie dove possibile appurare le inaudite risorse di una cucina volta a volta diversa per quante sono le regioni italiane. Ovvio che, a Torino, Irving nei suoi peripli urbani fra calcio, cibo e vino finisca con limbattersi nelle opere di Mario Soldati e Gianni Brera, cui dedica alcune tra le pagine pi nette di Pane e football, un libro, e qui sia detto soltanto per inciso, scritto con un ritmo, una felicit inventiva e una vivacit linguistica che dovrebbe imbarazzare pi duno fra i nostri nativi. Quanto a Brera, viene riprodotto il suo men per il pranzo di Natale 1945, un men postbellico e insomma riparatorio, autografato come Mansarde des Frres Brra, Rue Catalani 43 - Milan: Antipasto misto; ravioli asciutti e in brodo; bollito di manzo misto; arrosto di vitello; arrosto di pollo; dolci misticamente assortiti; frutta secca e fresca; caff-caff. Contorni: insalatina, finocchi e carote al burro. Vini: Chianti; Brachetto 1938; Oltrep; Cognac. Sigarette: Nazionali e estere. Chi abbia avuto la ventura di sedere a tavola con John Irving sa che non ce la farebbe mai, per immagina che quella una piccola, laica, versione del paradiso anche per lui.

mana o due ero gi l che cercavo il prossimo obiettivo. Il denaro rappresentava lo stuzzichino, nientaltro. Dobbiamo credergli? Secondo Moehringer, no. Moehringer un narratore e sa bene come tanto lovvio quanto il puro piacere siano motivazioni troppo deboli per reggere un racconto. Fatalmente, anche il suo Sutton nega di avere mai dato la risposta diventata leggenda, e lo nega proprio parlando con un giornalista, un giovanotto non granch esperto, il quale, guarda caso, ha il cattivo gusto di vestire abiti da banchiere. In alternativa al puro gusto della rapina, il Sutton di Moehringer ci propone per una ragione pi forte, quella del cuore. per via di un perduto amore di giovent se il Sutton di Moehringer non ha fatto che rapinare banche; pi precisamente un amore contrastato dal facoltoso padre di lei. Su un piano strettamente narrativo, la motivazione non fa una piega. Un poco scontata forse, ma non ovvia. Resta per la verit storica e qui Moehringer si prende varie licenze, perch la ragazza in questione non sembra avere occupato un posto tanto importante nel cuore del vero Sutton. Pieno giorno tuttavia un romanzo, non una biografia. Non lo per lelusivit del soggetto. Resosi conto che Sutton era un imbroglione, che si travestiva non soltanto quando rapinava banche ma ogni qualvolta parlasse di s, dando versioni immancabilmente diverse e contraddittorie, Moehringer ha preferito la strada del romanzo, seppure dalle caratteristiche particolari. Perch se da un lato la vita di Sutton viene romanzata per dargli un senso, ovvero sfrondata delle versioni pi o meno apocrife affinch diventi storia, dallaltro la circostanza in cui il racconto si manifesta vera. Sappiamo per certo che nel giorno della definitiva scarcerazione, avvenuta alla vigilia di Natale del 1969, Sutton era atteso da una folla di giornalisti. Tutti volevano intervistarlo, ma soltanto uno pot. Il privilegiato (nel romanzo, il giovane imberbe agghindato da banchiere) sequestr Sutton per un giorno intero, portandolo a spasso per New York, per i luoghi del suo passato. Da questo amarcord forzato scatur un articolo stranamente superficiale, infarcito di errori o di menzogne, e carente di vere rivelazioni, perlomeno stando al giudizio dato da Moehringer nella nota introduttiva di Pieno giorno. Un giudizio non propriamente terzo, perch quel che davvero accade in quel lontano Natale tra Sutton e il giornalista di fatto la storia raccontata nel romanzo. C poi un altro e pi significativo elemento che mina limparzialit del giudizio. Anche Moehringer si trovato in una situazione analoga. Anche Moehringer ha avuto la possibilit di ascoltare le confessioni di un eroe popolare, il tennista Agassi. Diversamente dal giovane giornalista di Pieno giorno, ne ha per ricavato un racconto straordinario. Si ha dunque la sensazione che in questo suo nuovo libro Moehringer voglia raccontarci, seppure trasfigurati in un contesto diverso, i retroscena del precedente, la cornice in cui nato Open, quasi che il suo intento profondo fosse dare visibilit a cosa significa fare lo scrittore fantasma, mostrandoci che il senso di una vita non emerge tanto dalle parole di chi lha vissuta, quanto da chi capace di identificarcisi al punto di ricavarne un racconto. Due libri complementari dunque. Ma se in Open non cera che la storia di Agassi, con il suo bagliore toccante, qui tutto appare un poco sfumato, come rischiarato da una luce incerta, simile a quella che precede lalba e segue una notte che si trascorsa insonni, a ricordare. E forse il modo pi soddisfacente per leggere Pieno giorno proprio quello di pensare a Sutton non come a un leggendario rapinatore di banche (del quale non ci importa poi molto), ma semplicemente come al protagonista di una storia in cerca dascolto.

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ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

LA CATTEDRALE DELLAUTORE POLACCO

DUKAJ
Aporie cattoliche proiettate su sfondo cosmico
di VALENTINA PARISI

Sullo sfondo della casualit imperscrutabile che governa spesso le scelte editoriali risulta tanto pi significativa la linearit con cui Voland ha fatto seguire nella genealogia degli scrittori polacchi ospitati dalla collana slava Sirin il nome di Jacek Dukaj a quello assai pi noto di Stanislaw Lem, di cui aveva pubblicato nel 2010 le recensioni di libri inesistenti raccolte in Vuoto assoluto. Malgrado le incomprensibili proteste disseminate qua e l sulla stampa polacca nei confronti di chi aveva definito lo scrittore nato a Tarnow nel 1974 lerede dellautore di Solaris (quasi che un simile giudizio potesse suonare come una diminuitio), impossibile non intravvedere tra i due consonanze che vanno ben al di l

del comune ricorso al genere della science fiction. Per esempio, lidea paradossale che la crescente entropia testuale generata dallodierna societ dei media possa essere contrastata innescando una proliferazione abnorme di metanarrazioni apocrife che, esibendo spudoratamente la loro inverosimiglianza, finiscano per contaminare e attaccare dallinterno ogni enunciato investito di uno status veritativo. Per entrambi gli scrittori, la virtualit dei mondi prefigurati dallevoluzione tecnologica si riflette infatti nella non obbligatoriet delle narrazioni che li offrono alla nostra immaginazione. Anzi: di fronte al diluvio universale dellinformazione, dove il bello viene stritolato dal bello e il vero annientato dal vero, meglio sarebbe tacere sosteneva Lem nel-

la raccolta di apocrifi Grandezza immaginaria, definendo il silenzio come salvifica arca dellalleanza tra lettore e scrittore e divertendosi a presentare le sue prefazioni a volumi inesistenti come annuncio di quei peccati da cui sono riuscito ad astenermi. Anche Dukaj sembra consapevole che nellentropia non esiste bellezza e che, come diceva Lem, la voce di un milione di Shakespeare crea lo stesso frastuono di un branco di bisonti mugghianti nella steppa, lo stesso frastuono delle onde del mare. Nel contempo, rispetto al suo illustre predecessore, Dukaj appare ancora pi risoluto nellesporre quella specifica narrazione realistica costituita dal feticcio dellidentit nazionale polacca allazione erosiva di parabole fantascientifiche o ucroniche, ossia fondate su svolgimenti alternativi degli eventi storici. Cosa resti di un simile simulacro dopo gli interventi demistificanti di Dukaj emerge con brutale chiarezza dalla lettura parallela degli unici due suoi libri finora apparsi in italiano, lopera prima Gli imperi tremano (proposta lanno scorso da Transeuropa) e il recente La cattedrale, trittico di racconti tradotto per Voland da Marco Valenti e Justyna Kulik e curato da Giuseppe Dierna (pp. 198, euro 14). Un confronto, questo, che mette in luce le molte ossessioni coltivate dallo scrittore polacco, prima tra tutte la tendenza a investire immancabilmente il suo protagonista di una missione di difficile realizzazione che lo porter poco a

poco alla rovina. Ne un esempio ci che fa succedere a Ian Smith, il reporter di guerra statunitense chiamato in Gli imperi tremano a documentare visivamente per il pubblico occidentale le discutibili gesta di Xavras Wyzryn, spietato guerrigliero a capo dellesercito di liberazione polacco, che alla fine del Ventesimo secolo lotta ancora contro lArmata Rossa per assicurare al proprio paese lindipendenza. Nella prospettiva distopica di Dukaj lUnione Sovietica non ha mai cessato di esistere, e nella Zona di Guerra Europea, dalla Valacchia alla Bessarabia, dai Carpazi fino a Mosca, schegge impazzite di resistenza armata si affrontano sotto gli occhi pi o meno attoniti della comunit internazionale, in una logica convulsa e sanguinaria che ricorda da vicino quella dei videogiochi. Ma lelemento di maggior interesse in Gli imperi tremano non tanto questo scenario ucronico o i fantasiosi neologismi di cui disseminato il testo, quanto la volont quasi diabolica di Dukaj di rovesciare quelli che lui stesso chiama i complessi nazionali polacchi, consegnando la realizzazione del riscatto territoriale non a compassati patrioti timorati di Dio, bens a un inglourious bastard come Xavras Wyzryn, cinico terrorista che non esiter a sganciare una testata nucleare su Mosca pur di costringere il mondo a parlare di s. Se la Polonia non si fosse liberata del giogo zarista grazie alla Rivoluzione dOttobre ora sarebbe n pi n meno nella posizione della Cecenia questa la conclusione di Dukaj, abilissimo nel confutare la logica delleterno martiriologio polacco, mostrando una nazione assai pi incline a seguire Wyzryn sul piano inclinato delle sue azioni di guerriglia che non il mite appello ai valori democratici del presidente in esilio Kochanowski. Inutile dire che anche Smith finir per subire il fascino mediatico di Xavras limprendibile, dopo aver tentato inutilmente di convertirlo a quellumanitarismo che, a sua detta di quest ultimo, solo i nipoti di militari sanguinari possono permettersi. Un analogo naufragio esistenziale quello che attende padre Lavone, il religioso protagonista della Cattedrale, missionario nel vero senso della parola, dacch la Chiesa gli ha affidato il compito di recarsi su un lontano planetoide per formulare la sua perizia sulle presunte qualit miracolose delle spoglie di Ismir, astronauta-martire sacrificatosi per salvare i suoi compagni da morte certa. Giunto sulla costellazione degli Ismiraidi da scettico burocrate della parola di Dio, Lavone si trasformer a poco a poco in prigioniero malgr soi della Cattedrale, edificio enigmatico ispirato alla Sagrada Familia di Gaud (cui non a caso dedicato il racconto) e destinato a ospitare la tomba di Ismir. La vertigine estetica trasmessa dalle sue forme apparentemente sconnesse, eppure contrassegnate da una superiore necessit, gli impedir di lasciare il planetoide alla vigilia del-

Il feticcio dellidentit nazionale polacca sottoposto allazione erosiva di parabole fantascientifiche, nel trittico di racconti di Jacek Dukaj
limminente impatto con un altro corpo celeste, costringendolo nello stesso tempo a confrontarsi, forse per la prima volta in vita sua, con lAssoluto. Lidea che il cosmo sia lo sfondo ideale su cui proiettare le contraddizioni della Chiesa cattolica torna anche nel secondo frammento del trittico intitolato In partibus infidelium, dove Dukaj immagina un conclave assai singolare, in cui i cardinali riuniti a Roma per lelezione papale sono costretti a dialogare con i loro confratelli provenienti da altri pianeti. Malgrado nessuno tra gli esseri umani avesse mai osato pensare che le religioni terrestri potessero suscitare interesse in civilt pi avanzate della loro, nel mondo futuribile immaginato dallo scrittore polacco lhomo sapiens si trasformato in una sorta di minoranza etnica in seno alla Chiesa, i cui fedeli sono ormai costituiti per il novantotto per cento da devotissimi alieni. Se Dukaj d il meglio di s quando ricorre alla logica dello straniamento per dimostrare come come la ragione umana, eccessivamente legata alle coordinate temporali, risulti sempre inadeguata rispetto allinafferrabile evolversi degli eventi, meno riuscita appare loperazione inversa, l dove contamina con elementi di denuncia sociale le sue spiazzanti costruzioni astratte. il caso dellultimo racconto, La scuola, centrato sulla vicenda alquanto scontata di Puno, figlio delle favelas sfuggito a una banda di pedofili per poi finire negli Usa sottoposto a crudeli esperimenti di mutazione genetica che dovrebbero auspicabilmente renderlo in grado di comunicare e interagire con gli abitanti di altri pianeti. Anche qui Dukaj affida al suo eroe il compito paradossale di tradurre da una lingua sconosciuta missione impossibile che aveva gi condotto alla rovina il reporter di Gli imperi cadono, incaricato di trasporre nel linguaggio della televisione le gesta ai suoi occhi incomprensibili di Xavras. Una chimera, questa della traduzione da un sistema linguistico che non si padroneggia, perfettamente in linea con la tendenza di Dukaj a immaginare narrazioni coerenti esclusivamente allinterno delle proprie coordinate di riferimento e non meno lontane le une dalle altre di pianeti appartenenti a galassie diverse.

POLONIA

di V. P.

Jacek Dehnel, il Goya nero alla Quinta del Sordo come Saturno in chiave queer

Da Solaris di Andrej Tarkovskij,1972

Saturno (Chronos) non pu che divorare i suoi figli chiunque contemplando il dipinto nero di Goya al Prado non potrebbe che convenire sullinevitabilit di un simile destino. Ma che a uno dei pargoli, miracolosamente scampato dalle fauci del genitore, sia dato in sorte di scoprire in tarda et che linsaziabilit erotica del padre non era limitata a un pur consistente stuolo di cortigiane e servette, ma si ripercuoteva anche con insolita fedelt su un rappresentante del suo stesso sesso, questa una chiosa che Jacek Dehnel aggiunge a margine del mito antico nel suo notevole Saturn (2011), ora edito da Salani con il titolo alquanto piatto e impreciso di Il quadro nero (traduzione di Raffaella Belletti, pp. 252, 14,90). Ispirandosi allipotesi avanzata di recente dallo storico dellarte Juan Jos Junquera, secondo cui le celebri pinturas negras che adornavano le pareti della Quinta del Sordo non sarebbero opera di Goya, bens di suo figlio Javier, lo scrittore nato a Danzica nel 1980 orchestra una brillante rilettura in chiave queer della figura del pittore spagnolo che si lascia facilmente sintetizzare dalla epigrafe attribuita a un certo R. M.: Dimmi chi ha inventato il padre, e mostrami il ramo al quale stato impiccato. Non sappiamo se davvero Goya abbia involontariamente divorato i suoi nove figli, impregnando la propria abitazione di cinabro e bianco di piombo e rendendola cos particolarmente insalubre e inadatta alla crescita dei virgulti che pure egli generava con un certo entusiasmo. Ignoriamo egualmente se lintensit dei suoi appetiti vitali abbia mai

raggiunto i livelli pantagruelici attribuitigli dallautore, che ne descrive cos la giornata tipo: ...butterai gi qualche altro ritratto, comprerai un pezzo di terra, trangugerai un pranzo di quattro portate, abbatterai qualche pernice e una lepre, inciderai un Capriccio molto raffinato, darai una botta a una cameriera e subito dopo alla bella mora della taverna che ha posato per te come santa vergine. Di certo Dehnel vendica il povero Javier, unico sopravvissuto alla strage del bianco di piombo, attribuendogli nientemeno che la paternit di quellopera che Fred Licht riteneva fondamentale per la comprensione della condizione umana moderna. Cos facendo, vanifica il malevolo intervento del figlio di Javier, Mariano, che aveva grattato via con lunghia la firma del padre dalle pareti della Quinta del Sordo nellintenzione di vendere lintero ciclo spacciandolo per lopera del ben pi quotato nonno. A completare il delizioso quadretto edipico in cui Goya nipote defrauda Goya figlio dellunico raggiungimento in grado di riscattare una vita incolore, e questultimo a sua volta turlupina gli ignari turisti inglesi, facendo passare per schizzi del geniale padre i suoi scarabocchi, interviene autentico deus ex machina lerede del nobilotto amato di Francisco che mostra a Javier le lettere del padre. Superfluo aggiungere che sar questa rivelazione a far assumere alla visione di Saturno la sua definitiva consistenza. Se il tutto non precipita nella soap opera, merito della scrittura calibratissima di Dehnel, ironica e sensibile, capace di evocare il mondo domestico della Spagna di inizio Ottocento con la stessa commozione riservata in Lala (Salani, 2009) alla Polonia novecentesca.

ANTROPOLOGIA

di MARCO PACIONI

Quando poesia era soprattutto ritmo, canto e movimento

Il suono, il ritmo, la voce, il timbro sono elementi che da sempre concorrono alla creazione e alla fruizione della poesia. E tuttavia, quando appare come testo sul foglio o sullo schermo, quando diventa oggetto dal quale deriviamo concetti, la poesia sembra perdere contatto con i suoi costituenti originari. Il saggio di Brunella Antomarini La preistoria acustica della poesia Per uno studio antropologico del fenomeno poetico (Aragno, pp. 105, 10,00) si chiede se sia possibile riaccedere allo stato primordiale della parola poetica spogliando questultima di tutti i significati secondari di cui la cultura lha rivestita. Per la studiosa la scrittura lostacolo principale che sbarra la strada alla dimensione acustica del fenomeno poetico. La scrittura sarebbe responsabile della trasformazione della poesia in fatto comunicativo, semantico, simbolico e statico. La poesia si sarebbe manifestata nella sua vera natura di ritmo, canto, movimento in et preletteraria quando la memoria non era affidata ancora alla trasmissione scritta e non cera distanza tra memorizzazione dei versi e chi li

ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

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UN PROFILO DI LISETTA CARMI, E POI LAUTOBIOGRAFIA DI GRAZIA NERI

FOTOGRAFIA Carmi la ritrattista


e laura dei 60-70
di SILVANA TURZIO

Due biografie su due figure femminili della fotografia italiana offrono la possibilit di guardare alla seconda met del Novecento alla luce dellimpegno incondizionato sia nel campo del lavoro culturale che in quello civile. Lisetta Carmi, classe 1924, genovese e Grazia Neri, classe 1935, milanese. Molto diverse fisicamente, la prima minuta, ipercinetica, dalle mani forti come quelle di un boscaiolo e la voce imperiosa; la seconda alta e sottile, occhi orientali quando sorridono, inquieti e vigilissimi quando si guardano intorno, le due sono curiosamente simili nella volont ferrea e nellintelligenza intuitiva delle situazioni, nella passione che le anima e nella riflessione acuta che portano oggi sul loro lavoro e sulla loro vita. Luscita quasi contemporanea dei due libri induce a una riflessione sugli anni della grande trasformazione culturale italiana che, tra altre cose, vede limmagine fotografica occupare uno spazio sempre pi importante nelleditoria periodica, prima del declino dellultimo decennio. Due donne in un mondo di uomini che non si sono mai poste il problema di unemarginazione di genere. Se c stata non lhanno nemmeno sentita tanto erano prese dal fare e dallesistenza. Le cinque vite di Lisetta Carmi, lautrice Giovanna Calvenzi (Bruno Mondadori, pp. 184, 18,00), presenta sia testi autobiografici che di amici; la biografia ripercorre le fasi molto nette che vedono Carmi pianista solista di successo e poi fotografa, per passare attraverso altre fasi prima di approdare alla meditazione e alla pratica buddista. Ogni volta chiude con fermezza una porta per aprirne unaltra e ci con tutta la dedizione di cui capace. Inutile dire che i risultati sono sempre eccellenti. Del suo lavoro fotografico, pur essendo avvolto in unaura quasi mitica, si hanno purtroppo poche occasioni di esposizione. Eppure ogni sua immagine tracima letteralmente dal grande fiume della fotografia italiana per la capacit narrative, per la qualit formale, e soprattutto, per i temi affrontati in tempi precoci. Si pensi alle date: Il lavoro sul parto del 1965, I travestiti (1965-72), e poi i servizi sullAmerica latina degli anni settanta, sullAnagrafe di Genova, Acque di Sicilia del 77 che vince il premio mondiale del libro di Lipsia. Altri lavori interessanti come lalluvione di Firenze e la serie dei ritratti di Ezra Pound del 66 avrebbero meritato nel ricordava per eseguirli e offrirli alluditorio senzaltra mediazione. Limmediatezza acustica del fenomeno poetico per non scompare completamente nellepoca della scrittura, che anzi conserva la sonorit della poesia sulla pagina nella visualizzazione dei versi e delle strofe come un fossile che pu rivivere nelle performance per poi per inabissarsi nuovamente nella stratificazione semantica, nella foresta di simboli e nel circolo chiuso comunicativo del testo scritto. Nella sua dimensione acustica, affidata solo alla memoria di chi la pronuncia e accompagna con il gesto e il movimento, la poesia vivrebbe essenzialmente soltanto nella dinamica della sua esecuzione. Secondo la studiosa, la scrittura, intervenendo sia nellinvenzione che nella trasmissione della poesia neutralizzerebbe proprio tale sua natura dinamica. Il rapporto tra oralit e scrittura una vecchia questione su cui rimane molto da dire (ma sulla quale vi anche molto da mettere a frutto rispetto a ci che stato detto) e che va oltre il fenomeno poetico, investendo pi in generale tutto il linguaggio. Il libro di Antomarini tutto dalla parte delloralit e in tal senso si ricollega a una tradizione molto folta di filosofi, poeti e antropologi citati nel testo che vedono la scrittura come un derivato che conserva, ma per ci stesso impedisce laccesso alla vera natura della poesia, del linguaggio, del pensiero e del modo autentico di abitare il mondo. (La fine del saggio non a caso assume toni apocalittici quando parla di tecnologia della scrittura come possibilit di vivere senza corpo, senza la fatica fisica e i suoi ritmi, senza il patto che la poesia ha stretto con la contingenza). Ma che forse le cose non stiano soltanto cos e cio che non siano tutte a favore dellessenza acustica della poesia, lo mostra il secondo capitolo del libro. Qui si affronta la questione della traduzione e della traducibilit della poesia da una lingua allaltra. Passaggio possibile, per Antomarini, perch tradurre, in conformit con la natura dinamica della poesia, il modo dellesecuzione; il modo di usare una lingua comunque sconosciuta. Ma se ci vero, perch allora non considerare la traduzione e con essa il dinamismo che la caratterizza come elementi essenziali del linguaggio tout court che fanno da ponte non solo da lingua a lingua, ma anche tra scrittura e oralit, gesto e immagine? Il linguaggio contiene la lingua, ma non coincide con essa. Quello che secondo lautrice eccede la lingua e di cui la poesia si sostanzierebbe esclusivamente e cio lacustico, il vocale e il ritmico, non sono necessariamente fuori dal linguaggio. Forse leccedenza il linguaggio stesso tra le lingue; la mera potenzialit di parlare suscettibile di diventare lingue diverse. Sulla scorta di ci che

libro pi spazio e pi illustrazioni. Celebre, ma non inferiore agli altri per qualit, I travestiti, ahim presente solo sul mercato della bibliofilia, il risultato di una frequentazione quasi quotidiana di un gruppo di travestiti genovesi: clti nella loro intimit dallo sguardo dellamica Lisetta, trasudano di sentimenti integri come bambini durante il gioco. Peccato che nella biografia non si riporti almeno una parte del testo introduttivo di Elvio Fachinelli, psichiatra e psicoanalista (tra le altre attivit, uno dei redattori e fondatori de Lerba voglio), che aveva analizzato in modo lucido e non pregiudiziale le fotografie di Carmi: a suo giudizio, ci aveva permesso alle persone di rivelare quanto di pi intimo lasciavano emergere nel travestimento, mettendo cos in discussione la presa di posizione della psicoanalisi allora teoricamente avanzata, che vedeva solo la mascherata. Largomento del libro ha fatto s che esso venisse rifiutato (alla lettera) dalla grande maggioranza dei librai italiani. Noti progressisiti e anticonformisti hanno espresso la loro ripugnanza di fronte a tale orrore, altri si sono limitati a respingerlo ... due dei maggiori periodici italiani hanno rifiutato di occuparsene ... Le foto di Lisetta testimoniano quante facce diverse abbia la femminilit proposta da questi uomini e quanto diversa possa essere la profondit del loro travestirsi. ... Si procede via via attraverso la rappresentazione parodistica della checca omosessuale allincarnazione di un modello culturale femminile ... la differenza dalle donne non riguarda pi laspetto fisico o gli atteggiamenti quanto la convizione stessa delle feminilit come valore ... ci sono in questo libro sguardi , atteggiamenti, movenze, di profonda delicatezza e dolcezza.... Un discorso coraggioso, quanto le fotografie, sia dal punto di vista civile che professionale. Il libro I travestiti straordinario. Qualcuno potrebbe pubblicarlo nuovamente? Sarebbe utile e necessario. Un altro lavoro fotografico importante della Carmi la se-

rie dei ritratti di Ezra Pound ripreso sulla soglia della sua casa in Liguria, gi isolato nel silenzio e nellipocondria pi solida. Carmi in pochi minuti gli gira intorno, si avvicina e si allontana come una mosca silenziosa e lo disegna nella rete di rughe, solitario e muto, gli occhi profondissimi, gi lontani. Tra i grandi ritratti fotografici questi sono uneccellenza. Brava Carmi. Un esempio di coraggio e di capacit ritrattistiche fuori dal comune. Grazia Neri ha conosciuto Lisetta Carmi. Ne ha valutato la qualit e la seriet, ma non ha distribuito il suo lavoro sui travestiti: era impubblicabile, scrive oggi nella sua biografia La mia fotografia (Feltrinelli, pp. 468, 25,00). Una scelta difficile, improntata per alla profonda conoscenza del mercato editoriale italiano. Grazia Neri anzitutto il nome di unagenzia fotografica tra le pi importanti sul piano internazionale. Chiusa da pochi anni, stata il motore di unesperienza straordinaria, che la fondatrice ripercorre qui in modo puntuale, con aneddoti e riflessioni acute, e i ricordi dei numerosi fotografi e personaggi incontrati nel corso della lunghissima carriera. Lagenzia Grazia Neri ha per prima imposto il copyright, ha organizzato il lavoro nella sua sede milanese come avveniva nelle grandi sedi newyorchesi, stata un esempio di effervescenza lavorativa per i giovani, soprattutto donne che oggi occupano posti chiave nel sistema editoriale italiano: alla fine degli anni Ottanta, era un satellite con una popolazione eterogenea piacevolmente eccentrica e straordinariamente produttiva. Nel complesso assomigliava alla titolare, racconta Chiara Mariani entrata giovanissima in agenzia e oggi photeditor. I fotografi italiani degli anni sessanta, scrive Grazia Neri, erano deliziosi, impegnati politicamente, colti e preparati ma del tutto digiuni delle regole del mercato. Cos lei e la sua agenzia hanno procurato alla fotografia italiana, soprattutto quella indirizzata alleditoria, il rigore della professionalit e laccesso al mercato internazionale. Non stato poco.

Lalluvione di Firenze, lanagrafe di Genova, lo scandaloso libro sui travestiti... Invece La mia fotografia di Grazia Neri racconta lagenzia che lanci il fotogiornalismo italiano
Antomarini sostiene sulla traduzione, forse si pu dire che con la poesia noi facciamo esperienza del linguaggio in se stesso, pur se incarnato nel suono, nel ritmo o nella scrittura di una lingua specifica. E in ragione di ci non ritorniamo n a una preistoria acustica, n a una post-storia scritta della parola poetica, ma alla simultanea potenzialit del ritmo, del suono, della voce, del gesto, dellimmagine e della scrittura non ancora completamente ridotti a una funzione specifica o a un modo comunicativo pi che a un altro. Non di una mitica et delloro prima della scrittura dobbiamo riappropriarci per fare esperienza della poesia, ma della soglia di convergenza fra le varie forme espressive soglia nella quale il linguaggio sempre si trova rendendo possibile la traduzione.

Un saggio di Brunella Antomarini esamina la dimensione pre-letteraria (cio prima della scrittura) del fenomeno poetico: quando viveva di oralit e performance

Qui a fianco, Calliope, Musa della poesia epica, copia romana del II sec., Roma, Palazzo Altemps; sopra, di Lisetta Carmi: Ezra Pound a Rapallo, 1966, e uno dei ritratti de I travestiti, 1972

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ALIAS DOMENICA 5 MAGGIO 2013

NEL PALAZZO DEL MONTE DI PIET A PADOVA

BEMBO
PIETRO BEMBO AL CROCEVIA DEL PRIMO CINQUECENTO

Sogno umanista tra le aldine e i maestri a olio


La filologia e leditoria a Venezia con Manuzio, lincontro con Ariosto a Ferrara, la Roma di Leone X, il collezionismo ciceroniano... Una rassegna di libri e quadri da cui lautore de Gli Asolani esce come intellettuale e crocevia di unepoca
di CLAUDIO GULLI
PADOVA

Finalmente una mostra intelligente, e di successo! e bisogna dirlo, una buona volta, ripeterlo, spargere la voce, al vicino di casa, nelle piazze, ai sindaci, nei cda delle fondazioni: quando si fa cultura alta, il pubblico risponde! (pubblico e elettorato, in fondo, non coincidono ma, passata leuforia, ci ricomponiamo). Tre sembrano essere le mostre pi visitate di questo inizio 2013: Tiziano alle Scuderie, Modigliani a Palazzo Reale e questa di Pietro Bembo, promossa dalla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, allestita nel Palazzo del Monte di Piet, a due passi dal Duomo di Padova (fino al 19 maggio, a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura, catalogo Marsilio, pp. 439). Dalla prima del podio, se entri con unidea anche vaga di chi Tiziano, esci senza al-

cuna consapevolezza in pi e speriamo che la saga veneziana-quirinalesca, partita con Antonello nel 2006, finisca davvero con questo settennato qui. Della mostra milanese daremo conto prossimamente; si merita comunque la nostra incondizionata preferenza questa rassegna su un letterato centrale per capire sorti di libri e quadri italiani di primo Cinquecento. Pietro nasce a Venezia nel 1470 e cresce in una casa patrizia, dove appeso alle pareti stava un dittico di Memling, venuto da Washington e squadernato in mostra appena entri. La volont di veder chiaro nelle cose, respirabile nei dipinti fiamminghi, dovette forgiare, oltre che la mente di tanti pittori del tempo, anche la sua. Da giovane si butta a emendare un codice di Terenzio, insieme al Poliziano, con il quale a Venezia confronta codici, poi va a Messina da Costantino Lascaris per imparare il greco. Migliori maestri, in filologia e lingua greca, era difficile trovare. Quando torna a Venezia, un incontro gli cambia la vita: con Aldo Manuzio, leditore pi allavanguardia che cera in giro. I due allestiscono una collana di classici moderni tascabili e sanciscono che la letteratura italiana va fatta partire tre secoli prima (con Dante e Petrarca). Quando si tratta di dare alle stampe la prima edizione del libro che gli dar fama nazionale, Gli Asolani, naturalmente Bembo manda le bozze al torchio di Manuzio (1505). Il modo di ragionare di amore di questi dialoghi corre in parallelo, dice la mostra, con i ritratti di Giorgione, e per chi ama la pittura la seconda sala indubbiamente un giardino di delizie. I due dipinti di Giovanni Bellini recentemente riscoperti da Antonio Mazzotta (la Madonna Dudley e il Ritratto di Giovanni della Casa, entrambi di collezione privata), fronteggiano, a lasciarti sbalordire come sempre, tre pezzi giorgioneschi: il Doppio ritratto di Palazzo Venezia, il Ritratto di Bu-

dapest e un ultimo da San Francisco (sola presenza insensata: un Busto bronzeo proveniente dalla tomba di Petrarca a Arqu). La candida perfezione belliniana, di civilt geometrica esportabile in campagna, si scioglie nella doppia sensazione, di malinconia e voglia di scherzare, di spleen vissuto in arcadia, che ti trasmette il Giorgione romano (1502), o lermetico snobismo del suo uomo di Budapest (1503), o la rude tensione del lettore di aldine finito in East Coast (1500). Tanto concentrato il bottae-risposta di questa seconda sala, che il resto della mostra , emozionalmente, forzata decrescita. Entri nella terza sala, trovi la ciocca di capelli di Lucrezia Borgia (ritrovata fra le carte di Bembo e poi inserita nella teca ambrosiana di Alfredo Ravasco, nel 1928), capisci che il clima cambiato: il Rinascimento pur sempre quel pezzo di storia su cui agevole stendere una patina di de-

DE NITTIS ALLO ZABARELLA

La fedelt al vero di un meridionale sedotto da Parigi


di CL.GU.
PADOVA

E chi va a vedere Bembo, trovi anche il tempo di fare un salto a Palazzo Zabarella, dove ospitata unimportante retrospettiva su Giuseppe De Nittis (1846-1884) curata da Emanuela Angiuli e Fernando Mazzocca, rimane aperta fino al 26 maggio. Che il barlettano di nascita diventi il pi parigino dei pittori italiani dellOttocento , senza troppi indugi, la tesi sventolata: a noi ora, di buon grado, il compito di verificare. Sole e strade iniziali saranno pure meridionali, ma vero che a De Nittis basta metter piede a Parigi, nel 1867, per trovare moglie e cambiare tavolozza, entrambe scelte francofone. Il celebre Passaggio degli Appennini, esposto alla Promotrice fiorentina, entusiasma i macchiaioli il successo di questo quadro giunse al fanatismo, scriver retrospettivamente Adriano Cecioni e il merito tutto del grigio, del fango, della macchia gialla della diligenza che spezza un basso orizzonte luminescente, sotto un cielo che pare esalare pioggia e vertiginosa serenit. I tappeti rossi arrivano presto anche nella ville lumire, dove fioccano le vendite alla Maison Goupil, la galleria di maggior fama del momento per saperne di pi andrebbe vista la mostra a Rovigo. Laffinit elettiva non scatta con Degas (ha locchio osservatore e la mano che risponde a met) ma con Manet (d limpressione della delicatezza

del vero), cos scrive De Nittis nel 74. Al centro di questa amicizia non doveva essere il gusto dello scandalo, ma un quotidiano raccontare quel che si vedeva per strada, lasciarsi ispirare dalle gite in barca con le consorti o dai volti sfuggenti di rispettabili e impercettibili signore vestite in nero. Una fedelt al vero che gli invidiosi battezzarono come ripetizione di una formula di successo; mentre il limite dellartista ci pare pi umano che pittorico. De Nittis il tipico meridionale che, compiuto lo sradicamento, si ferma il prima possibile e assorbe tutta la cultura del luogo in cui vuole piantare le tende. Uomo dunque verghiano, che si lascia abbagliare dalla ricchezza metropolitana, come un galantuomo di provincia. Nulla di male in questo, sia chiaro; soprattutto perch, anche a poetica ferma, De Nittis sforna capolavori su capolavori e in mostra lo si vede bene. Ci viene in mente laltro italien de Paris, Giovanni Boldini e la mostra vista a Ferrara, vedi Alias-D del 30 dicembre scorso, ora malamente segmentata a Firenze, tra Villa Bardini e Palazzo Pitti lui s che, istrione e viveur, interiorizza Parigi per poi estrarne una materia pittorica personale! De Nittis invece non vuole stupirti, e la pennellata accarezza la realt, come se volesse adescarla con modestia. Nei dipinti londinesi, citt frequentata saltuariamente dal 74, pare di sentire una partitura lievemente pi ritmica: in Trafalgar Square (1877) o fra gli operai che guardano Westminister (1878), il lirismo scema. Ma nei pastelli pi domestici, quando lora intima, che De Nittis d il meglio di s. Sono le opere finali di un grande pittore deceduto anzitempo: se ritratta la moglie, o nella familiare Colazione in giardino (del 1883 e rimasto incompiuto), una bellezza particolare sembra la si voglia riservare agli amati.

cadentismo. Sarebbe meglio non mischiare mai fortuna critica e histoire vnementielle. Si procede lampeggiando sulla cultura di corte: lincontro con Ariosto a Ferrara, alcune apparizioni di Isabella dEste, una parete di fondo su Urbino, dove il Bembo fu dal 1506 al 1512. La sala si costella di prime edizioni dellOrlando Furioso, delle Rime bembesche, del Cortegiano di Baldassarre Castiglione. La variet dei gusti pittorici di questi ambienti tale che un Perugino assai leonardesco (la Maria Maddalena di Palazzo Pitti) pu convivere senza scandalo con il dipingere a bolle di sapone di Lorenzo Costa o le eroine melodrammatiche che sforna la pittura bolognese del tempo. Si va verso ununiformit, ma il processo non va confuso con lopera di normalizzazione ordita a tavolino, nella Roma medicea di Leone X. Quando Bembo accorre nella capitale (1513), una societas di amanti delle antichit venne a crearsi, fra lui, lautore e i due soggetti di un altro Doppio ritratto, quello Doria Pamphilj: parliamo di Raffaello, Andrea Navagero e Agostino Beazzano e ricordiamo di averlo visto di recente, nella poco raccomandabile mostra sul tardo divin pittore chiusa a gennaio al Louvre. Per questo circolo di veneti a Roma, Raffaello non poteva che ricorrere al suo bagaglio di pittura tonale, dove il verde del fondo accende il nero degli abiti, i chiari dei volti, gli svolazzi delle maniche. Una penombra alla Sebastiano del Piombo, incontrato sui ponteggi di Villa Chigi, non ancora assuefatta al Michelangelo della volta. Siamo al momento fondante della maniera moderna, dove Leonardo, Raffaello e Michelangelo assurgono, come le tre corone letterarie (Dante, Petrarca e Boccaccio), a glorie nazionali che codificano un linguaggio. La partecipazione di Bembo al confezionamento di un modus operandi nazionale avviene con le Prose della volgar lingua nel 1525. (E ricordiamolo sempre, non fa mai male: sono gli anni in cui il pi grande intellettuale del tempo, Niccol Machiavelli, da quegli stessi Medici che incensano il Bembo, viene torturato e lasciato marcire in esilio. Un altro che di Italia ragionava spesso e volentieri). Che con lumanesimo si potesse fare lItalia era il sogno di unepoca, e chiss quanta disillusione, anche per Bembo, alla morte di Raffaello

Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo cardinale, Washington, National Gallery of Art; in piccolo, Giuseppe De Nittis La signora col cane (Il ritorno dalle corse), 1878, Trieste, Civico Museo Rivoltella

(1520) e nei giorni del Sacco (1527)! lui torna a Padova gi dal 21, e si consola comprando casa vicino agli Eremitani. Qui gli ozii delle lettere combaciano con una pratica collezionistica anchessa altamente ciceroniana. E il riscatto emozionale della mostra questa sala dove gli Antinoo o i Caracalla guardano il San Sebastiano del Mantegna, dove antichi e moderni non sono contrapposti in querelle. Fuori dalla cappellina della Ca doro, lomone mantegnesco perde il suo ruolo di feticcio; fra pezzi di statuaria antica, ti illudi davvero sia stato pensato per esser di marmo e non di carne. Il gusto di Bembo sembra aver seguito un filo tutto veneziano: Bellini da giovane, Giulio Campagnola e il suo classicismo campestre da adulto, Tiziano quando i capelli si tingono di bianco. Se osserviamo il suo volto nei primi ritratti certi il dipintino di Cranach il Giovane, la medaglia di Valerio Belli , luomo-Bembo ci appare protervo, tenacemente ancorato a ideali immutabili. Tutto cambia, naturalmente, quando a ritrarlo Tiziano. Ora Bembo diventato porporato, siamo di nuovo a Roma, ma la citt si fatta grigia e bigotta, ai tempi di Paolo III Farnese. Quellirraggiungibile predatore di psicologie che il cadorino, non pu che ribadire, nella tela del 39 venuta da Washington, quanta intelligenza possa celarsi negli occhi di un potente, come accade nel papa andreottiano di Capodimonte o nel nipote con uninfanzia negata, Ranuccio Farnese due dipinti portati alle Scuderie. Il Bembo cardinale, passeggiando per i corridoi vaticani o per una loggia di Castel SantAngelo, dovette orecchiare quella crisi spirituale che tormentava una nuova generazione, che leggeva Juan de Valds o le Rime di Vittoria Colonna: quel mondo di immagini e suoni che fermenta nel Giudizio sistino. Di Michelangelo, a cospetto del Cristo portacroce di Sebastiano del Piombo (1535-40), in mostra la celebre Crocifissione a carboncino del British (1540 circa); ma i nessi con il nostro letterato son gi allentati. Lo vediamo per lultima volta nel Busto funerario di Danese Cattaneo, eseguito dopo la morte, che giunge nel 47. Questo marmo scolpito da uno scultore amico, estrapolato dal monumento nella Basilica del Santo, incapsulato in una sala poco coesa: era meglio non inquinare il discorso Jacopo Sansovino-Bartolomeo Ammannati-Cattaneo la linea pi filotoscana della scultura veneta con la presenza di Giulio Clovio o dellIdolino ritrovato a Mantova, di cui Bembo scrive lepigrafe. Il Bembo di Cattaneo, dallaldil, ci appare come un patriarca certo di aver fatto quello che cera da fare, per s e per gli altri: ai posteri seguire i suggerimenti.