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Quaderni del Gruppo di Ur XV SUL PAPATO

I Edizione LUGLIO 2006 - II Edizione LUGLIO 2007

Senza Titolo

Ogni quaderno del Gruppo di Ur raccoglie, in forma organica e sintetica, quanto emerso nell'omonimo forum, in relazione ad un determinato argomento. In esso si trovano, perci, sia citazioni degli autori studiati, sia commenti. I quaderni si devono considerare in continuo aggiornamento, dal momento che l'emergere di nuovo materiale sull' argomento trattato pu rendere opportuna una nuova edizione.

INTRODUZIONE
Questo quaderno raccoglie numerosi messaggi, che sono stati inviati al nostro forum in relazione al papato, ai suoi rapporti con la romanit, e ai problemi, di vario genere, che esso ha comportato e comporta. La presente II edizione si differenzia dalla I, per l'aggiunta della discussione inerente alla relazione-identit, che esistette per un certo periodo tra il pi antico culto di Serapide e il nuovo culto di Cristo. Altri messaggi, relativi al soggetto di questo quaderno non sono stati ancora inseriti, in attesa di un pi organico ampliamento futuro. Pertanto l'attuale edizione risulta cos strutturata: 1a) Ekatlos, N.D.U., Ultimus: Flamines & Pontifices 1b) EA, Phileas Gage, Pirofilo, Sipex, Sirio, Ultraviolet, Vandermok, Venvs Genitrix: Quando il Cristianesimo non era ancora settario: Cristo e Serapide 1c) Tarquinio Prisco: Il Tradizionalismo Cattolico: Un equivoco 2a) Ekatlos: L'Imperatore Costantino 2b) Ekatlos: La Pseudo-donazione di Costantino, con particolare riguardo alla tesi di Dante 3a) Occhi di If: S.Pietro stato realmente il primo papa? Analisi delle prove scritturali 3b) Deo Ame: S.Pietro stato realmente il primo papa? Analisi delle prove storico-archeologiche 4) EA, Deo Ame, Frater Petrus, Ida La Regina, Occhi di If: Nerone e l'Incendio di Roma 5a) Pietro Negri: Il papa infallibile? 5b) Tarquinio Prisco e Vicario di Satana: Commenti sull'infallibilit papale

1a) Flamines & Pontifices


Ekatlos: In questo Forum qualcuno ha talvolta accennato all'opportunit di ricostituire in Europa un Pantheon, sul modello di quello romano, allo scopo di metter anche fine alle guerre di religione. Si tratta di guerre delle quali sono colpevoli soprattutto le tre religioni "abramiche", tutte convinte che esista un unico dio e che naturalmente quello vero sia il loro. Sono guerre spesso assai poco "sacre", perch la religione exoterica non di rado paravento di interessi ben pi materiali. Gi nell'Antico Testamento, massacri di intere popolazioni, allo scopo di impadronirsi della terra di Canaan, vennero fatte passare per guerre volute da Dio. La Pax Deorum pu aversi solo nel Pantheon e in esso devono poter aver accesso solo quei culti, "pagani" o "abramici" che siano, che rinuncino (realmente e non a chiacchiere) a imporsi con la violenza. I culti che non accettano questa clausola sono, ipso facto, fuori dal Pantheon: sono da considerarsi eretici e da perseguirsi legalmente, in quanto istigatori di violenza. Perch il Pantheon sia una istituzione stabile ed efficiente occorrono, come nell'antica Roma, pi tipi di sacerdoti: non bastano i Flamines, cio i sacerdoti delle singole divinit, ma sono necessari anche i Pontifices, cio coloro che "creano ponti" tra le varie religioni, armonizzandole ed eliminando gli eccessi incompatibili; individuando poi e assimilando quei culti che, pur nelle diversit di superficie, sono equivalenti tra loro; creando infine un calendario compatibile con i vari riti. E' quasi superfluo far notare che i sacerdoti cristiani (inclusi vescovi cardinali e papa), i rabbini, gli imam etc. sono dei Flamines, in quanto sacerdoti di un Dio ben determinato e che l'accesso al pontificato (quello vero) richiede invece un atteggiamento "super partes", che solo l'iniziato esoterico pu concretamente avere. Ultimus: Evola, che ha un'opinione denigratoria nei confronti del cristianesimo, sostiene spesso che tale religione abbia degradato la scienza iniziatica. Se tale degradazione c' stata, mi sono chiesto se essa dipenda da altri fattori, diversi dall'insegnamento cristiano primitivo. I vangeli sembrano infatti zeppi di leggi che possono essere viste come "morali" o come indirizzi "magici" a seconda degli occhi di chi li legge.

N.D.U.: Pi che denigratoria direi che l'opinione di Evola critica, non essendovi in lui una malevolenza aprioristica. La scienza iniziatica ha subito delle "riduzioni" in tutte le religioni abramiche, perch in tutte e tre queste religioni, a livello ufficiale, ha prevalso l'atteggiamento devozionale, a discapito delle altre vie; che hanno continuato ad essere percorse, ma occultamente, soprattutto da parte dei legittimi eredi del paganesimo. Per quanto riguarda il cristianesimo primitivo e le interpretazioni magiche del suo simbolismo non posso che rimandare a quanto ha detto Occhi di If nel quaderno "Considerazioni sull'Iniziazione". Interpretazioni del resto riprese in ambito rosacrociano. Ultimus: Uno dei fattori che ritengo fondamentali, perch la degradazione di tali messaggi avvenga, la distanza ontologica, incolmabile, enfatizzata dal cattolicesimo fra la creatura ed il suo creatore. Sebbene l' "umano" non sia "divino", e l'umilt sia fondamentale per ogni cammino, mistici e magi hanno anche insegnato che possibile percorrere la strada che porta alla morte dell'uomo ed alla rinascita del Dio... L'uomo non Dio, ma pur sempre un dio dormiente. E Dio nel tutto, come il tutto in Lui...c' una certa continuit. L'adottare invece tale distanza ontologica, fa s che il fedele si ponga come mero postulante, questuante, che si rivolge a Dio (il quale, perdendo il suo significato trascendente, diviene solo una sua proiezione esteriore) quale ricettacolo di preghiere per ottenere grazia, fiducia, affrancamento dalla paura. Sempre nell'attesa che giunga un d qualche redentore a liberarlo dai peccati commessi. Ci lo pone come passivo, gettandolo veramente ancor pi nell'oblio, configurando veramente la religione come oppio dei popoli. N.D.U.:Ad eccezione della mistica renana (Eckart e compagni), la teologia ufficiale cristiana confonde tra la Divinit (ted: Gottheit), l'Uno Infinito che contiene tutto ci che esiste (in atto o in potenza, in forma manifesta o immanifesta) e il Dio personale (ted: Gott) che il pi elevato tra tutti gli enti "personali". La Divinit tale "de iure" ed il fondamento di tutto ci che esiste . Nessun ente personale mai disgiunto da essa e tuttavia nessuno pu sognarsi di diventare la Divinit nel suo complesso: un elemento di una struttura, per quanto migliorabile, non mai confondibile con l'intera struttura. Il Dio personale , invece, tale "de facto"; infatti, si pu "sfidare": pu andar male (come a Lucifero) o andar bene (come a Zeus contro Crono). Oppure, come nel caso di Buddha Sakiamuni, ci si pu mettere in una specialissima situazione di "inattaccabilit" , di impossibilit conflittuale (Nirvana). La Divinit, che impersonale, non parteggia per nessuno, pur sostenendo tutti: il proverbio "Ognuno per s e Dio per tutti" si riferisce appunto alla Divinit. Ma solo gli esoteristi anelano a questi elevati livelli. Ci sono poi (ed hanno tutto il diritto di esserci) i semplici religiosi che adorano, in vari modi e sotto vari nomi, il Dio personale supremo (Geova, Giove etc.), altri che adorano suoi diretti seguaci (angeli, dei minori dell'Olimpo etc), altri infine che adorano i suoi avversari (demoni, titani etc.). Gli esoteristi non adorano nessuno, semmai, se interessati, evocano. Gli antichi romani chiamavano Flamines i sacerdoti dei singoli dei. Se si lascia fare ai Flamines non pu che derivarne settarismo e guerre di religione, ognuno tirando l'acqua al proprio mulino. Ad es. attribuire l'infinitezza al dio personale, come fanno i teologi ufficiali del cristianesimo, millantare un titolo che egli non pu avere. Cos i Flamines, in una vera tradizione, devono essere coordinati dai Pontifices, esoteristi che, non adorando nessun dio in particolare, possono coordinare le morali e i culti delle varie religioni, facendo in modo che non entrino in conflitto. Nel 376 d.c., su consiglio interessato del vescovo di Milano Ambrogio (per i cristiani un santo) l'imperatore romano Graziano, per la sua adesione al cristianesimo, rinunci al pontificato massimo. Non essendo all'altezza del suo compito (perch non "super partes") egli avrebbe dovuto invece abbandonare la carica imperiale!. Inizi allora la decadenza ed ad un certo punto il vescovo di Roma (che, come ha accemmato Ekatlos, pu esser considerato un Flamen di Cristo) pretese addirittura di farsi chiamare pontefice (in modo ufficiale a partire dal concilio di Trento), ruolo che ovviamente non ha mai svolto, n potrebbe svolgere. Fortunatamente il collegio pontificale, che coadiuvava l'imperatore (e di fatto, gi dall'epoca di Costantino, ne faceva le veci in campo religioso) ha continuato a trasmettere le sue funzioni, da principio pubblicamente e poi occultamente nei secoli successivi. I tempi della resa dei conti si avvicinano: la partita con le tre religioni abramiche ribelli sar regolata. Non si intende abolirle, ma i Flamines devono rinunciare ad ogni guerra di religione ed affidarsi, come un tempo, al coordinamento dei Pontifices. Oggi, soprattutto gli islamici, fanno resistenza in tal senso e rischiano perci una pesante punizione. Ultimus: Altro fattore di degradazione dell'insegnamento del Cristo, pu essere ravvisato

nell'interpretazione dei messaggi cristiani come forieri di repressione degli istinti, falso buonismo, ecc. Ma anche questo dipende dal grado di maturit di chi ascolta, legge, intepreta. Non certo dal messaggio originale. Come sempre, ognuno ci legge ci che pu. Per attualizzare in modo degno il messaggio evangelico credo sia fondamentale interpretarlo, infine, privandosi di quel senso di colpa, che spinge l'ego a difendersi sempre, anzich riconoscere con serenit i suoi "peccati". Se non cancelliamo il senso di colpa, non saremo mai sinceri con noi stessi, e faremo solo finta di non vedere i vermi che ci rodono, anzich bruciarli nel fuoco d'amore, portandoli alla luce del Sole. Il vero unico peccato forse mentire a se stessi... N.D.U. : Non si deve confondere l'esoterismo con qualsivoglia singola religione, cristianesimo incluso. Al semplice religioso non si possono chiedere troppe "interpretazioni", giacch, a furia di interpretare, finirebbe col capire ... ci che vuole!. I codici morali devono essere semplici e immediati. Cos che, se non li condivide, il religioso possa scegliere un altro culto, con una morale pi confacente alla propria indole, pur essendo rispettosa delle leggi dello stato. In particolare, importante che si scelgano culti che non predichino esplicitamente o ambiguamente la sopraffazione delle altre religioni.

1b) Quando il Cristianesimo non era ancora settario: Cristo e Serapide

Sipex: Come noto, nella Roma imperiale, il 25 Dicembre era festeggiato come il Giorno di Nascita del dio Sole Invitto. La data venne scelta dall'imperatore Aureliano nel 274 d. C., per farla coincidere con la fine del solstizio d'inverno (1). Venne anche istituita, per la direzione di tale culto, una nuova carica sacerdotale: il "Pontifex Solis Invicti". E' significativo che venisse usato il termine "Pontifex" e non il termine "Flamen". L'adozione del culto del Sol Invictus era infatti concepita da Aureliano non come un semplice culto che si aggiungeva ad altri, ma come un forte elemento di coesione della religiosit dell'impero (un "ponte" tra le varie religioni) dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le contrade: dall'Egitto (riti di Horus/Serapide) alla Persia (culto di Mithra, peraltro diffusosi ovunque) e alla Germania (culto di Yule, la Ruota, quale simbolo del Sole), tra le popolazioni celtiche (rito della Mastruca) e quelle siriane ed arabe (culti di Helios/Dusares e Baal), tra i Greci (culto di Apollo) e gli stessi Romani (culto del Sol Indiges). (1) Il termine Solstitium, significa "Sole fermo". Il 21 Dicembre la giornata pi corta dell'anno e nei giorni dal 22 al 24 Dicembre sembra che il Sole, nel suo moto apparente, rimanga stazionario (raggiunga la medesima minima declinazione). Solo il 25, si rende evidente che il Sole ha ripreso il suo cammino ascensionale, ogni giorno orbitando un po' pi verso l'alto, fino al Solstizio di Estate. Ultraviolet: Il culto del Sole, primo tra tutti e per tutti i popoli della terra, erompe potente ancora oggi, in "templi" non sospetti: se entro in una chiesa, in una qualsiasi domenica (dies solis...) ed alzo lo sguardo all'altare in un certo preciso momento, sorprender il sacerdote -cattolico- volto verso di me, con le braccia tese nell'ostensione dell'ostia-Disco Solare. Non ci avevo mai fatto caso prima d'ora. Pirofilo: In effetti vi fu un periodo in cui gli stessi culti cristiani si confusero, in certe aree, con i culti solari preesistenti, tanto che l'imperatore Adriano dopo il suo viaggio in Egitto (131 d.C.) scrisse al console Serviano, identificando Cristiani e adoratori del dio Serapide, i cui lunghi capelli (raggi solari) gli danno analoga apparenza a quella che conosciamo per Cristo: "ill<ic> qui Serapem colunt, C<h>ristiani sunt et devoti sunt Serapi, qui se C<h>risti episcopos dicunt, nemo illic archisynagogus Iud<a>eorum, nemo Samarites, nemo C<h>ristianorum presbyter non

mathematicus, non haruspex, non alipt<e>s. ipse ille patriarcha cum Aegyptum venerit, ab aliis Serapidem adorare, ab aliis cogitur Christum." [da Flavio Vopisco di Siracusa, Quadrigae Tyrannorum, VIII, 2-4, in Script. Hist. Aug.). Venvs Genitrix: E l'imperatore Adriano aveva certamente notizie sicure, visto che fu proprio lui che, in occasione di quel viaggio, fece ricostruire ad Alessandria il tempio di Serapide, andato distrutto all'epoca del precedente imperatore Traiano. Adriano vi fece anche aggiungere una grande statua del toro Api, che, dopo il suo rinvenimento nel 1895, attualmente conservata nel museo greco-romano di Alessandria. Pirofilo: Qualche tempo dopo Tertulliano, vescovo cristiano di Cartagine, cos scriveva: "...molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perch un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia" [da: Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae - databile attorno al 200 d.C.]. E lo stesso Sant'Agostino ebbe a ricordare: "E sorger per voi, che temete il mio nome, il sole di giustizia e la salvezza nelle sue ali e voi uscirete e saltellerete come vitelli liberati dal giogo; calpesterete gli empi e saranno cenere sotto i vostri piedi, dice il Signore onnipotente. Quando la differenza di premi e pene, che distingue i beati dai reprobi e sotto questo sole nella utopia della vita presente non si scorge, si manifester chiaramente sotto quel sole di giustizia nello svelarsi di quella vita, allora si avr un giudizio quale mai si ebbe. [da: La citt di Dio, Libro XX, 27 - Sant'Agostino - (Citazioni dall'Antico Testamento: Malachia e Libro della Sapienza) - 412/426 d.C.]. Sipex: Indubbiamente il carattere non settario del culto di Serapide, dio che sintetizzava in s gli attributi di varie deit egizie e greche, favor l'assimilazione temporanea (di cui parla la lettera di Adriano) dei cristiani nel medesimo culto. La stessa situazione politica pu aver favorito quella assimilazione. Infatti, soprattutto in seguito alla distruzione di Gerusalemme nel 70 da parte di Tito, Alessandria divenne il principale centro mondiale della religione e della cultura ebraica. E gli Ebrei erano fieri avversari tanto dei cristiani, quanto dei pagani. Sotto l'impero di Traiano, e precisamente dal 115 al 117, approfittando del fatto che i romani erano impegnati contro i Parti, scoppi una grande rivolta ebraica. Essa part dalla Cirenaica. A Cirene vennero distrutti un gran numero di templi e la popolazione venne sterminata. Poi gli ebrei insorti si diressero verso l'Egitto. Le truppe romane guidate dal generale Lupo dovettero ritirarsi da Alessandria, che venne incendiata e tra i templi distrutti vi fu appunto quel Serapeo, che Adriano fece poi riedificare. Contemporaneamente erano insorti gli ebrei di Cipro e anche gli ebrei di importanti citt della Mesopotamia. Le truppe romane guidate da Marcio Turbone ripresero il controllo dell'Egitto e quelle di Lusio Quieto il controllo della Mesopotamia e della Palestina. Riconquistata Cipro, venne vietato lo sbarco in essa a qualunque ebreo. Il bilancio era per pesante: si tramanda una cifra di 240000 morti tra romani e greco-egizi, molti dei quali non militari. E la situazione rimaneva "calda", prova ne che, sotto il nuovo imperatore Adriano, vi fu una nuova rivolta degli ebrei (132-135), questa volta in Palestina. In questo clima politico, facile capire che i cristiani di Alessandria preferivano momentaneamente un'alleanza con i pagani, molto meno settari degli ebrei (e degli stessi cristiani) e pi propensi ad accogliere i culti altrui. EA: Inoltre Adriano (76-138 d.C.) volle costruire nella sua villa imperiale di Tivoli un Serapeo, che riproduceva in piccolo quello di Canopo (porto sito sul ramo pi occidentale del Nilo). Una vasca di 119 metri per 18, circondata da un portico con statue, conduceva al Serapeo. Tale complesso, con i relativi gruppi statuari, stato convincentemente interpretato come una "ligatura sortis", cio come simbolo magico del Mediterraneo pacificato, dove le statue di Marte e Mercurio poste al centro rispecchierebbero la volont adrianea di affiancare alle armi il commercio e il benessere. Adriano ampli anche il tempio egizio pi grande di Roma e cio l'Iseo e Serapeo Campense, costruito nel 43 a.C nel Campo Marzio, distrutto da un incendio nell'80 d.C. e ricostruito da Domiziano. Nel 126 inaugur a Luxor un santuario dedicato ad Iside. Nel 127 fece costruire ad Ostia un Iseo.

Tivoli-Il bacino del canopo visto dal serapeo Sipex: Che Adriano fosse convinto dell'identit dei due culti, e perci non ravvisasse particolari pericoli nella diffusione del cristianesimo come allora si presentava, confermato dalla biografia di Alessandro Severo (Historia Augusta, Sev. Alex., 43, 6), secondo la quale Adriano avrebbe pensato alla collocazione di una statua di Cristo nel Pantheon di Roma: "Christo templum facere voluit eumque inter deos recipere. quod et Hadrianus cogitasse fertur, qui templa in omnibus civitatibus sine simulacris iusserat fieri, quae hodieque, idcirco quia non habent numina, dicuntur Hadriani, quae ille ad hoc parasse dicebatur". (Egli [Alessandro Severo] desider costruire un tempio a Cristo e dargli un posto tra gli dei - un provvedimento, si ritiene, che era stato preso in considerazione da Adriano, il quale ordin che un tempio senza immagini fosse costruito in ogni citt e poich questi templi da lui costruiti, si dice con la suddetta intenzione, non sono dedicati ad alcun particolare nume, essi sono oggi chiamati semplicemente templi di Adriano.) Piuttosto interessante il passo successivo, nel quale si rende evidente che Alessandro Severo (208-235 d.C.), equanime nei confronte dei vari culti, non desiderava affatto che taluno potesse prendere il sopravvento: "sed prohibitus est ab iis qui consulentes sacra reppererant omnes Christianos futuros, si id fecisset, et templa reliqua deserenda". ([Alessandro], per, fu fermato nel portare avanti il suo proposito, da coloro i quali, esaminando le sacre vittime, avevano scoperto che, se egli lo avesse fatto, tutti gli uomini sarebbero divenuti Cristiani e gli altri templi abbandonati.) Visto come sono andate le cose, difficile non dar loro ragione. Essi avevano previsto che il cristianesimo come il pulcino del cuculo che, deposto come uovo nei nidi di altri uccelli, schiudendosi butta fuori le altre e legittime uova. Venvs Genitrix: Il culto di Serapide, accanto a quello di Iside, durante il secondo e terzo secolo

d.C. divenne importante quanto - se non pi - quello di Zeus-Juppiter. Marco Aurelio (121-180) invoc l'ausilio degli dei egiziani per salvarsi durante la crisi militare in Illiria, dovuta all'invasione dei Quadi e dei Marcomanni (167 d.C.). Commodo (161-192) si fece rasare come un pastoforo di Osiride e le monete del suo tempo lo mostrano in compagnia di Iside e Serapide. Alessandro Severo (Cesarea, Palestina 208 d.C - Magonza, Gallia 235 d.C.), cugino di Eliogabalo che lo adott (221), restaur gran parte delle strutture dell' Iseo-Serapeo Campense e lo orn di figure e simboli egizi, tra i quali i leoni di pietra egizia, che si trovano presso la fonte dell'acqua felice a Termini e le sfingi ora ai piedi del Campidoglio. La sua formazione era iniziata in Siria ed era religiosamente di larghe vedute. In occasione della campagna contro i Parti, fece emettere monete dedicate "a Giove Difensore" (Iovi Propugnatori) o rappresentanti Marte Vendicatore (Mars Ultor). Secondo Aelio Lampridio, teneva nel suo larario le immagini di Apollonio di Tiana, Cristo, Abramo, Orfeo (Historia Augusta, Alessandro Severo, 29, 2): "Usus vivendi eidem hic fuit: primum, si facultas esset, id est si non cum uxore cubuisset, matutinis horis in larario suo, in quo et divos principes sed optimos electos et animas sanctiores, in quis Apollonium et, quantum scriptor suorum temporum dicit, Christum, Abraham et Orpheum et huiuscemodi ceteros habebat ac maiorum effigies, rem divinam faciebat". Come massima di condotta amava la frase "Vuoi che nel tuo campo sia fatto quello che fai ad altri?" o in alternativa quella udita da Giudei e Cristiani "Non fare ad altri quel che non vuoi sia fatto a te stesso" (H.A 51, 6-7), che volle scolpita sul suo palazzo e sulle costruzioni pubbliche (H.A 51, 6-7): "Si quis de via in alicuius possessionem deflexisset, pro qualitate loci aut fustibus subiciebatur in conspectu eius aut virgis aut condemnationi aut, si haec omnia transiret dignitas hominis, gravissimis contumeliis, cum diceret, "Visne hoc in agro tuo fieri quod alteri facis?" clamabatque saepius, quod a quibusdam sive Iudaeis sive Christianis audierat et tenebat, idque per praeconem, cum aliquem emendaret, dici iubebat, "Quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris." quam sententiam usque adeo dilexit ut et in Palatio et in publicis operibus praescribi iuberet". Quando dovette risolvere la controversia scaturita per l'assegnazione di un lotto di terra a Roma fra i tavernieri che la reclamavano ed una comunit di Cristiani che voleva edificarvi una chiesa, prefer assegnare la terra ai Cristiani, perch pensava che l'avrebbero usata "ut quemadmodum illic deus colatur" (H.A 49,6). Vandermok: I Romani pensavano che i Cristiani fossero solo una delle tante sette di Galilea, sovversive, ma tollerate se rispettavano l'idea imperiale, ma curioso che gli adoratori di Serapide siano stati assimilati ad essi, se hanno persino ammazzato San Marco venuto a predicare, a quanto dice De Rachewiltz. Mi chiedo da dove provenga l'idea dei capelli lunghi visti come raggi solari. Dalle aureole pagane? Serapide aveva ben poco di solare. A pag. 73 di "From fetish to God in ancient Egypt" di E. A. Wallis Budge (Oxford University Press, Londra 1934, poi Dover), c' un' illustrazione del dio (Asar-Hap) proveniente da un rilievo di Meroe. Nessuna testa taurina, volto umano, copricapo osiriaco, niente capelli, corti o lunghi, e invece una barba e un' aria grave, forse per questo sar poi identificato con uno Zeus infero, con Ade o Asclepio. Hap o Hep per anche il dio del Nilo e quindi Serapide poteva essere un dio "sommovitore" di acque sotterranee o del Nilo Celeste. Non tutti sono d'accordo sull'identificazione Serapide = Osiride + Apis; c' chi sostiene che in origine fosse un dio marino asiatico importato da Tolomeo I, Shar-Apshu, analogo ad Ea. E' probabile che il porto di Canopo, dove stava il Serapeum, fosse legato all'apparizione dell' omonima stella, la pi brillante del cielo dopo Sirio, cio alla sua levata eliaca sull'orizzonte locale nel periodo tolemaico. Canopo, come si sa, era il pilota della nave di Menelao, morto per un morso di cobra proprio in quella localit. Curiosamente, nell'Alessandria greco-romana, c'erano due vie perpendicolari che s'incrociavano, la via Canopica e quella di Serapide. Per quel che ne so, il Serapeum di Alessandria e la statua di Serapide, gi visitate dall'ammirevole Adriano, fecero poi una brutta fine ad opera del patriarca Teofilo (1). Dopo i pagani, con Cirillo (1), fu la volta degli Ebrei ad essere perseguitati dai Cristiani, quasi a favorire un secondo esodo. Malgrado ci, al Cairo, vicino alla chiesa di S. Sergio (Abu Sarga) si trova ancora una sinagoga che ospita la presunta pi antica Thora della storia... (cfr. J. L. Bernard, "Histoire secrte de L' Egypte", Albin Michel, Paris 1983). Per i vacanzieri: la citata chiesa di S. Sergio ha una cripta dove secondo la tradizione si sarebbe fermata la Sacra Famiglia nella sua misteriosa fuga in Egitto; oggi per per lo pi sommersa dalle

acque del Nilo. Quanto invece al Serapeum pi famoso, quello di Saqqara, con un sarcofago del modesto peso di settanta tonnellate, un sotterraneo solitario degno d'essere visitato, proprio perch i turisti lo snobbano del tutto... Phileas Gage: Non so prima, ma ai tempi dellassalto cristiano al Serapeo di Alessandria, e relativa distruzione (391 d.c.) di uomini e libri, comandato dallarcivescovo Teofilo (1), il luogo era frequentato da cristiani s, ma di dottrina gnostica (Francis Legge, Forerunners and Rivals of Christianity, From 330 B.C. to 330 A.D., 1914). Dunque non assimilabili alle idee che confluiranno nella cristianit cattolica. Sembra che le sette gnostiche alessandrine raffigurassero Serapis secondo luso greco, cio con la barba e abiti secondo liconografia classica (Encyclopaedia Britannica, Micropaedia 10: 447, 1991). Per i bibliofili (che qui non dovrebbero mancare): nel Serapeo di Alessandria, erano conservate copie dei testi presenti nella celebre biblioteca, allinterno del Museo, sorto attorno al 280 a.C. I rotoli di pergamena del Serapeo, a differenza di quelli del Museo, erano accessibili al pubblico, non solo agli specialisti. Le opere della biblioteca furono catalogate, attorno al 250 d.C., da Callimaco di Cirene: si tratta dei Cataloghi delle persone eminenti in ogni campo del sapere, in 120 rotoli di papiro (si calcola che il Museion contenesse circa 500 mila rotoli; 40-50 mila nel Serapeo). Va detto, per, che dopo il III secolo d.C delloriginale biblioteca di Alessandria rimaneva ben poco: il Museion sub infatti numerosi incendi, soprattutto durante le incursioni di Giulio Cesare e Aureliano. C chi sostiene che il colpo di grazia fu inferto alla fine del IV secolo d.C. Quel poco che rimasto lo si deve alla cura di pochi benefattori, che trasportarono i rotoli a Costantinopoli o ad Harran, nei pressi dellantica Edessa, oggi Urfa (e da qui molto pass nei secoli seguenti al mondo islamico). (1) N.d.U.: Su Teofilo e Cirillo, e sui cristiani della loro epoca ad Alessandria, si troveranno ampi ragguagli pi oltre, in questo stesso quaderno, nel saggio di Pietro Negri: "Il papa infallibile?" EA: Come narra Plutarco (Iside e Osiride, 28), il dio Serapide, o almeno la sua immagine, proveniva da Sinope sul Ponto Eusino (Mar Nero). Secondo taluni studiosi, in questa citt ormai ellenizzata sarebbe esistito un tempio ad una antica divinit sumera Enki (in accadico Ea), ivi conosciuta con il titolo di Sar-Apsi ("signore degli abissi"). Il culto fu introdotto ad Alessandria da Tolomeo I (304-284 a.C.), in conseguenza dell'ordine (e delle ripetute minacce, nel caso di negligenza) da parte di una visione che gli era apparsa. Dopo tre anni di trattativa, Tolomeo riusc ad ottennere il dio da Scythotherius, re di Sinope. I cittadini tuttavia si rifiutavano di separarsi dal simulacro del loro dio: si sparse allora improvvisamente la notizia, che spontaneamente esso aveva percorso la via che portava dal tempio alle navi egiziane ancorate nel porto. L'opinione prevalente fra i Greci era che la figura rappresentasse Aidoneus (Juppiter Dis) con al suo lato, Persephone (Proserpina). Tuttavia, nella visione di Tolomeo, la divinit aveva invece un volto giovane, pi simile ad Helios o Dionysos, il che non pu non far pensare ad una identificazione per certi versi simile a quella presente nell'invocazione di Macrobio (Saturn. I 23, 22): "Oh luminoso Zeus Dionysos, padre del mare, padre della terra, Sole creatore di tutte le cose". Serapide detto essere da Plutarco ("Vita di Alessandro") come il dio principale di Babilonia (Seleucia nei periodi pi tardi) alla data della conquista macedone e l'oracolo di questo dio, secondo Arriano (Anabasis, VII. 26), sarebbe stato consultato a Babilonia dai generali di Alessandro malato. Questo fatto pu considerarsi una conferma della sua identit con Enki ed i suoi successivi equivalenti. Quando Tolomeo consult il sacerdozio egizio sulla natura di questo nume, Manetho Sebennita identific il dio del Ponto con il loro Wsr-hp = Osor-Apis (translitterato dai Greci in " " - 'o Srapis), basandosi principalmente sui simboli zoomorfi che lo accompagnavano, il Serpente e Cerbero, e consider quest'ultimo come l'equivalente di Typhon dalla testa di ippopotamo, che assiste Osor-Apis nel suo carattere di sovrano del mondo infero. Questa deit non altri che il Toro Apis, che, dopo la morte, assume la figura di Osiris, la forma normale di apotheosis egiziana, cos frequentemente applicata ai sovrani defunti. E' probabile che anche l'assonanza dei nomi Sarapsi e Osor-Apis abbia giocato un ruolo in questa identificazione. Inoltre, a Menfi, il tempio di Serapide sorgeva su una collina chiamata Sen-Hapi, che nella trascrizione greca fu resa con Synopion, causando un'omonimia con Sinope. Tutte queste identificazioni, compresa quella posteriore con Cristo, fecero s che Serapide venisse

artisticamente rappresentato in svariate maniere (2).

(2) N.d.U. Nell'antico egitto Osor-Apis dipinto come un uomo con la testa di toro e reca le insegne da cui riconosciamo solitamente Osiris.

Da: William C. Morey Outlines of Greek History (Chicago: American Book Company, 1903)

Sopra: Tivoli, Villa Adriana, Canopo (scavi 1736) inv. 22807. Scultura zooantropomorfa bifronte in marmo grigio, Alt. 50 cm. Et adrianea 131-138 d.C. Rappresenta Serapide che nasce dal fiore di loto; erroneamente restaurata nel '700 con la parte inferiore femminile e detta a quell'epoca Donna Toro. Provenienza: In alto a destra: stessa opera vista di lato. Di fianco a destra: fotografia senza data n provenienza - ma probabilmente di oltre 25 anni fa da un museo di Parma - di una scultura rinascimentale, in bronzo, dello stesso nume.

All'epoca di Tolomeo III il Serapeo di Alessandria ospitava una statua del dio, opera dello scultore Briasside. Serapide era raffigurato nella foggia di uomo barbuto, seduto su un trono (immagine legata all'iconografia dello Zeus-Ade greco), recante sul capo un cesto (gr: calathos, lat: modius) colmo di sementi, simbolo di fertilit ed abbondanza. Nella mano sinistra sollevata reggeva un lungo scettro, mentre la destra era poggiata sulla testa di un Cerbero. Molti scultori si ispirarono a questo "archetipo" di Briasside, come dimostrano alcune statue presenti al museo di Ostia, ma anche numerose monete.

Museo Ostiense: Statuetta di Serapide, mancante del braccio sinistro Sirio: Ea ha scritto che l'oracolo di Serapide fu consultato a Babilonia dai generali di Alessandro Magno malato. Il che indica un altro aspetto di Serapide, quello di Dio della Medicina, cui si riconnette il simbolismo del serpente. Scrive in proposito Kremmerz: "Lo stemma, l'impresa, il sigillo della vecchia medicina fu il caduceo di Mercurio e di Esculapio: i due serpi che si aggrovigliano intorno al simbolo di vita sono due anime in amore". (Commentarium

1911- Nego, Confirmo, Commento) "Sulle rive del Nilo molte divinit avevano nel corpo qualche serpente o qualche cosa del serpente: Serapide, dio della medicina, che poi pass nel Pantheon Romano, aveva un serpente attorcigliato al corpo". (Dialoghi sul'Ermetismo, VII)

Serapide con il volto raggiante ed il corpo attorcigliato da un serpente. Thomas Bulfinch, The Age of Fable, Philadelphia: Henry altemus Company, 1897. In altre rappresentazioni, il serpente attorcigliato non attorno a Serapide, ma attorno a Cerbero. In altre ancora, sia il volto di Serapide, sia quello di Iside sono raffigurati sul corpo di due serpenti con le code tra loro intrecciate. L'imperatore Adriano nel 133-34, fece coniare in Egitto monete che recavano impressi due serpenti: Agathodaemon (sacro a Serapide) e Uraeus (sacro a Iside).

Acquaforte del XVI sec. raffigurante Serapide con un Cerbero attorcigliato da un serpente, secondo la narrazione di Macrobio (Saturnalia I, 20, 13 e seguenti)

Bronzo di Cyzico (colonia greca sul Mar di Marmara), raffigurante Iside e Serapide nella forma di due aspidi intrecciati

Moneta di Adriano (133-34 d.C.) coniata in Egitto e raffigurante i due serpenti Agathodaemon (sacro a Serapide) e Uraeus (sacro a Iside).

Sul modus agendi della loro medicina, scrive ancora Kremmerz: "La Medicina Dei la panacea universale, un po' ricetta magistrale per i farmacisti della fine dei secoli: fede nella Grande Intelligenza Ignota, manifestazione della potest creativa di Dio. Magnetismo d'amore a grande dose, e grande umilt. Mercurio, Ermete, Serapide, Kons, lo Spirito Santo o gli spiriti dei nostri antenati pronunziano il Verbum, il paziente lo accoglie e la resurrezione della giovent nella carne mortificata s'inizia e il portento visibile.Tutto il resto accompagnamento orchestrale: dove il Verbum accolto non occorre opera terrestre, n piante, n minerali, n estratti glandolari, niente. E' il Dio, il Grande, che viene nella corrente d'amore e sana". (Medicina Dei I). "Il dio della Medicina era Osiride, il Sole presso gli Egizii. Esculapio venne dopo; tra i santi del Cristianesimo S. Ciro: ma nel tempio di Iside, la Luna, gli egizi guarivano lo stesso come oggi nei tempii delle Madonne nostre. Ci dimostra che la pretesa scienza medica che si studia nelle nostre universit ancora una scienza in embrione perch non ha ancora spodestati i tempii, i santi e le madonne della possibilit di guarire senza medicine". (La Medicina Ermetica - Risposte ad un aspirante ermetista) "Gl'iddii guaritori, come Esculapio e consimili, si manifestarono per la prima volta benefici quando gli uomini doloranti vi fecero ricorso - e si manifestarono attraverso l'umana intelligenza. La qual cosa oltre a stabilire l'antico primato dell'arte divina del sanare, deve all'uomo che alle divinit dei Numi non crede, far supporre che dall'intelligenza umana si sprigion la favilla del miracolo quando la guarigione si ritenne miracolo". (Preambolo alla Medicina Aurea, parte I, nota 1 - Commentarium 1911) "Ermes il Mercurio alato dei Fenici e dei Romani; ... Corrispondente all'Anubi egizio che si dipingeva con la testa di cane, volgarmente per indicare la costellazione della Canicola, jeraticamente per indicare le qualit vigili e sotto un certo aspetto, con un serpente che si aggroviglia al corpo. All'orientale esch caleph, vir canis, si disse anche Esculapio, inventore della medicina e custode della vita. Quindi Ermes, Anubi, Mercurio, Esculapio vollero indicare l'identica propriet mentale che ci congiunge alla verit dei cieli antropomorfi divini delle religioni simboliche di una volta". (Commentarium 1910 - Pro Schola) Pirofilo: A proposito di monete antiche, ne esiste una, datata 152-192 d.C. proveniente dall'impero Kushan - (c. I-III secolo) che al suo apice (circa 105-250) si estendeva dal Tagikistan, all'Afghanistan al Pakistan, all'India del Nord, fino alla valle del Gange - che reca sul verso la figura di Serapis (Carapo nel loro linguaggio) in trono, con un acconciatura egizia e il tipico modius sulla testa, con un diadema nella mano destra e lo scettro nella sinistra. Un chiaro indizio delle tendenze multiculturali di quell'impero, anche se il basso numero delle monete ritrovate sembrerebbe dimostrare una importanza certo minore di questo nume, rispetto a quella che ebbe nell'impero romano.

Moneta dell'antica INDIA, Kushans. Huvishka I. Circa 152-192 AD. Al diritto: busto sulle nuvole di PAONANOPAO O-OHPKI KOPANO, coronato e recante scettro e spada, con una fiamma sulla

spalla destra. Al rovescio:CARAPO (Serapis) in trono con l'acconciatura di Osiride e il modius in testa, recante un diadema nella mano destra e lo scettro nella sinistra. (da J. Rosenfield, The Dynastic Art of the Kushans, p. 98 e pl. IX, 186) EA: Nell'ambito dell'antica Roma e del relativo Pantheon - come gi avvenne per quello egizio l'accoglimento di nuove divinit, provenienti dai paesi conquistati, e la loro assimilazione ad altre divinit gi presenti era prassi comune e cementante l'imponente attivit di culto praticata nello stato romano, sia in fase di espansione, sia di consolidamento. In India e paesi limitrofi, Serapis era invece semplicemente un nume esogeno, che avrebbe certamente potuto essere identificato con numi locali, ma ci non avvenne ufficialmente, perch non vi sarebbe stato alcun vantaggio n religioso, n politico-sociale. Ad es. come "signore degli inferi", Serapis sarebbe stato perfettamente identificabile con Yama, anch'egli assistito dal suo cane arbara, "il maculato", che aveva anche l'epiteto di Triira "dalla triplice testa" e dal suo serpente esha, detto "il reggente degli inferi". Yama anche considerato "Signore delle anime" e "Giudice dei morti", altre funzioni che lo assimilano a Serapide e che contribuirono probabilmente alla tarda identificazione di questi con Cristo. Anche il duplice aspetto benevolo e severo presente in Serapide e Cristo, si ritrova nel nume Ind, che, tra le anime dei "giusti" appare come Dharma-rja, "Re della Legge", ed ha un attendente Karma-la (identificabile con l'Hermes Psychopompos dei Greci) che li reca alla sua presenza su un carro semovente. Invece tra i "colpevoli" egli Yama ed ha per loro un altro ministro Kash-Mala, che li trascina davanti a lui con lacci al collo per luoghi selvaggi e pietrosi. Tra i titoli di Yama vi anche Mrityu, termine connesso etimologicamente con il latino Mors, ed equivalente all'aspetto infero di Juppiter, cio a Dis (Dite).

Serapide-Cristo e Iside-Maria Egitto Romano (180 - 200 d.C.) Due tempere su legno conservate nel J. Paul Getty Museum, Malibu, California

1c) Il Tradizionalismo Cattolico: Un equivoco di Tarquinio Prisco Nei riguardi del Concilio Vaticano II, Evola ebbe a pronunciare, in pi occasioni, il suo dissenso per certe pericolose tolleranze nei confronti del materialismo vuoi marxista, vuoi capitalista. In conseguenza di ci, alcuni appartenenti alla cosiddetta Destra Cattolica italiana ritennero e ritengono di dover aderire a qualcuno di quei movimenti del cosiddetto tradizionalismo cattolico, che si sono opposti anch'essi a talune deliberazioni del suddetto concilio. Che valore ha questa loro scelta? ovvero, l'attuale tradizionalismo cattolico effettivamente nella Tradizione? I tradizionalisti cattolici europei contemporanei appartengono principalmente a tre gruppi: 1) Sedeplenisti, secondo i quali Paolo VI e i successivi Pontefici sono cattivi Papi, ma rimangono formalmente veri Papi. Ai loro sbagli si deve disobbedire. Su questa posizione essenzialmente la Fraternit San Pio X, fondata da Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991). Il motivo principale che spiega la separazione della Fraternit Sacerdotale San Pio X da Roma la nozione di libert religiosa. Secondo tale Fraternit, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa cattolica professerebbe, tramite l'idea di "libert religiosa", la tesi secondo cui tutte le religioni sono pi o meno uguali, con un conseguente progressivo scivolamento verso il relativismo, causa di un allontanamento dalla fede cattolica e dalla stessa nozione naturale di verit. L'ecumenismo e il dialogo interreligioso sono anch'essi interpretati come parallele manifestazioni di relativismo. In questa stessa ottica sono sottoposti a critica: - il codice di diritto canonico del 1983, che non riconoscerebbe pi la Chiesa cattolica come l'unica vera Chiesa; - la politica concordataria della Santa Sede, che non rivendicherebbe pi per i cattolici i diritti che spettano ai seguaci dell'unica religione vera. - la riforma liturgica, in quanto tendente a sfumare le differenze con il mondo protestante; donde la volont di conservare la liturgia detta "di san Pio V" (in lingua latina e secondo le rubriche pre-conciliari). 2) Sedevacantisti formali o "tesisti", secondo i quali Paolo VI (1897-1978) e i suoi successori sono papi materialmente, ma non formalmente. In Italia, i sedevacantisti formali fanno capo all'Istituto Mater Boni Consilii (con sede prima a Nichelino, poi a Verrua Savoia, entrambi in provincia di Torino) e alla rivista Sodalitium. Monsignor Gurard des Lauriers (1898-1988) elabor, nel 1979, la cosiddetta "tesi di Cassiciacum" (dalla rivista in cui la tesi venne pubblicata, Les Cahiers de Cassiciacum) secondo la quale almeno a partire dal 7 dicembre 1965, con la promulgazione della dichiarazione conciliare sulla libert religiosa Dignitatis humanae, ritenuta in contrasto col magistero precedente, Paolo VI (1897-1978) e i suoi successori (attualmente Benedetto XVI), pur occupando legalmente la sede di Pietro in seguito a una valida elezione, non godrebbero pi della autorit pontificia e non sarebbero pi divinamente assistiti. Essi sarebbero Papi solo "materialmente" ma non "formalmente" e, conseguentemente, quanto al potere di giurisdizione, i vescovi da loro nominati non avrebbero autorit. Spetterebbe allora ai cardinali fedeli al precedente magistero o, in mancanza, ai vescovi residenziali (che possiedono una valida giurisdizione su un territorio e perci non nominati dai suddetti papi) rivolgere all'occupante della Sede Apostolica delle "monizioni canoniche". Se il Papa persiste nel suo errore, non pi tale neppure materialmente e il "concilio generale imperfetto" (cio senza papa e formato dai summenzionati cardinali e/o vescovi) dovrebbe procedere a un nuovo conclave. Nel caso, invece, abiuri i suoi errori, egli diverrebbe Papa anche formalmente. 3) Sedevacantisti integrali (formali e materiali), secondo i quali l'attuale Papa e i suoi predecessori a partire da Paolo VI (1897-1978) - se non da Giovanni XXIII (1881-1963) - sono formalmente eretici e apostati dalla dottrina cattolica tradizionale, e che sia di nessun rilievo l'occupazione "materiale" della sede da parte di chi deve essere considerato un usurpatore. I sedevacantisti integrali fanno capo all'Associazione Santa Maria "Salus Populi Romani" di Torino e alla rivista Il

Nuovo Osservatore Cattolico. L'Associazione si riferisce all'insegnamento teologico secondo cui "chi fuori della Chiesa non pu esserne il capo" (san Roberto Bellarmino, 1542-1621); quindi, non solo il Papa non pi tale quando cade in eresia, ma chi gi eretico prima del conclave non pu essere validamente eletto al pontificato. Paolo VI - con qualche dubbio - e Giovanni Paolo II (1920-2005) - con certezza hanno, secondo l'Associazione, professato eresie gi prima della loro elezione, dunque non sono mai diventati veramente Papi (l'Associazione ritiene che Paolo VI sia caduto comunque in eresia almeno dal 7 dicembre 1965, quando ha promulgato la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libert religiosa). Siccome Giovanni Paolo II non mai stato Papa, n lo diventato Benedetto XVI, la sede , da tempo, vacante. Che bisogna pensare di tutto ci da un punto di vista autenticamente tradizionale? Che (altre essendo le imputazioni da rivolgere agli ultimi papi) si tratta, in generale, di ridicolaggini belle e buone. La Tradizione riconosce la libert di scelta e quindi la fallibilit di tutti gli uomini (Papa incluso) e nello stesso tempo riconosce la necessit che qualsivoglia organizzazione (chiesa cattolica inclusa), per ben funzionare, si dia una gerarchia. Che questa gerarchia possa sbagliare ovvio. Si cercher, per quel che si pu, di minimizzare gli errori. Il che riuscir tanto meglio quanto pi la gerarchia esteriore coincider con l'effettiva gerarchia spirituale. Invocare la "sede vacante", per non rinunciare esplicitamente all'infallibilit papale, un escamotage infantile, che non inganna nessuno e con il quale si fa finta di dimenticarsi che l'infallibilit papale, lungi dall'essere dogma risalente alla chiesa delle origini, fu proclamata tale solo da Pio IX nel 1870. Voler poi perpetuare la chiusura nei confronti delle altre religioni, significa rifiutare l'unit trascendente delle medesime, che quanto di pi antitradizionale si possa pensare. E' spesso proprio il confronto con le altre religioni, che permette di scoprire e sciogliere la cristallizzazione di dottrine fanatiche, che si illudono di suscitare la fede autentica (sit venia verbis) "cagando merda" su chi la pensa diversamente e suscitando invece una superba presunzione di superiorit e perniciosi e inutili conflitti di ogni genere. Riguardo alla faccenda della messa in latino e con rubriche pre-conciliari, ci limiteremo a ricordare che lo stesso Kremmerz forn dei salmi in italiano a quegli aderenti miriamici impossibilitati a dirli in latino (si veda in proposito Kremmerz, La Medicina Ermetica, Firenze 1983). E' la volont magica ad esprimersi nelle parole, che sono solo un medium, e si sa che le lingue non hanno fatto altro che trasformarsi. Anche le rubriche degli stessi riti iniziatici si sono sempre adeguate alle modificazioni dell'interiorit umana. Se da un lato pu essere utile servirsi, per scopi iniziatici, di una lingua "morta", perch non pi soggetta a mutazioni, tuttavia non bisogna farne un impedimento per chi tale lingua non conosce. Il caso, tutto sommato raro a livello iniziatico (la maggior parte degli idonei ha cultura tale da capire il latino), diventa frequente a livello della comune religiosit e perci non c'e niente di male se vengono adoperate nella liturgia anche le lingue di uso comune. Ovviamente le comunit che vogliono conservare il latino devono essere lasciate libere di farlo. Aggiungiamo che questi presunti cattolici "di destra", dopo aver preso le mosse da Evola, lo hanno in genere rinnegato, sia perch personaggio per loro scomodo, sia perch non potevano certo imputare ad Evola le loro baggianate. Invece proprio la richiesta di Evola che bisogna rinnovare ai papi (e non solo a loro): combattere il materialismo senza tregua e apertamente e non solo quello economico (marxista o capitalista che sia), ma anche quello scientifico, che corrompe la giovent sin dalle scuole, preparando all'accettazione supina di dottrine cosmologiche dubbie e inconcludenti e di tecnologie sanitarie che si vorrebbe prevalentemente basare su esperimenti su embrioni e su "tagliuzzamenti" di morenti. Ci al fine di "mungere" le tasche di uomini, che ritenendosi privi di anima, altro non sanno desiderare che un effimero prolungamento della vita, ottenuto in un qualsiasi modo. Il materialismo scientifico uccide ogni etica e ogni legge. Infatti se realmente, privi di anima, gli uomini si comportassero esclusivamente sulla base di una sorta di "software cerebrale" (piovuto chiss da dove e che comunque non sono certo stati loro a darsi) che colpa mai avrebbero se, in virt di tale "software", commettessero omicidi o altri reati? C' da stupirsi, se con l'affermarsi progressivo di simili concezioni, l'infermit mentale sia sempre pi frequentemente invocata per scagionare i delinquenti?

2a) L'Imperatore Costantino di Ekatlos


Per comprendere pienamente la rivalit tra politeisti e cristiani, occorre esaminare con un certo dettaglio la storia occidentale del IV secolo d. C. Essa si apr con l'ultima persecuzione dei cristiani (303 d. C.), quella dell'imperatore Diocleziano, che faceva seguito alle periodiche persecuzioni dei suoi predecessori (tra i quali Nerone, Decio, Valeriano, Domiziano). Le ragioni delle persecuzioni furono varie: - il rifiuto dei cristiani di riconoscere la divinit dell'imperatore(1); - l'inquietudine dell'opinione pubblica, che vedeva nella crisi dell'Impero una punizione degli antichi dei, ai quali parimenti i cristiani rifiutavano il culto; - la preoccupazione delle autorit politiche per la forza di persuasione delle comunit cristiane che, con la loro organizzazione gerarchica, potevano apparire come uno "stato nello stato". Diocleziano abbandon la carica nel 305, lasciando un impero diviso tra occidente ed oriente ed affidato ad una complessa tetrarchia. Dalle lotte di potere all'interno di questa tetrarchia, emerse la figura di Costantino, proclamato Augusto dall'esercito il 25 luglio del 306. Nello stesso anno, il 28 Ottobre, il senato di Roma, trovando illegale la nomina di Costantino, dichiar Augusto, il gi Caesar, Massenzio. Questi, pur simpatizzante per il politeismo, restitu ai cristiani libert di culto gi dal 306 e i beni ecclesiastici dal 311. Analogo provvedimento fu preso, con l'editto di tolleranza promulgato a Nicomedia, da Galerio (uno dei tetrarchi) in Oriente, nel 311. Il 28 ottobre del 312, nella battaglia di Ponte Milvio (o di Saxa Rubra) Costantino sconfisse Massenzio, assicurandosi cos il controllo di tutto l'Impero d'occidente. Lo Storico tedesco Andreas Alfdi (2) distingue tre periodi nell'attivit di Costantino: - 1 periodo (dal 312 al 320) di "equidistanza tra Cristianesimo e Politeismo": Con l'editto di Milano del 313, Costantino dichiar il cristianesimo religione permessa, al pari delle altre, ribadendo la fine delle persecuzioni. Nel 314, intervenne al Concilio di Arles, che sanc che il servizio militare non incompatibile con chi professa la fede cristiana: la guerra, se a fin di bene, santa. - 2 periodo (dal 320 al 330) di "manifesta preferenza verso il Cristianesimo": In San Paolo e negli Atti degli Apostoli, si narra come, gi agli albori del movimento cristiano, i credenti avessero spostato il giorno del culto dal sabato alla domenica. Questo era il giorno in cui Ges era risorto dalla morte. Costantino, il 7 marzo del 321 della nostra era, promulg un editto in cui stabil che la domenica fosse il giorno di riposo dal lavoro: "Nel venerabile giorno del sole, che i magistrati e gli abitanti della citt, si riposino e che tutti i laboratori siano chiusi. Nondimeno in campagna, coloro che si occupano di agricoltura possono liberamente e legalmente dedicarsi alle loro occupazioni abituali, perch spesso accade che un altro giorno non sia cos propizio per seminare i campi e piantare la vigna". Da qualche secolo, diversi imperatori (Eliogabalo, Alessandro Severo e soprattutto Aureliano) avevano cercato di far rientrare tutti i culti nel pi generale culto del "Sole Invitto", di cui ogni altro veniva considerato espressione. In particolare nell'anno 274 d.C., l'imperatore Aureliano proclam il 25 Dicembre giorno di festa in onore di tale dio, del quale, l'imperatore stesso era supremo sacerdote(3). L'editto del 1921 rappresent il primo atto ufficiale, da parte di Costantino, per identificare e poi sostituire il culto del Sole Invitto con il culto di Ges, "luce del mondo" secondo il Vangelo di S. Giovanni. Nel 324 Costantino sconfisse l'imperatore d'oriente Licinio e divent l'unico imperatore. Nel 325 egli, pur non essendo n battezzato n catecumeno, anche se si faceva chiamare "isapostolo", cio "pari agli apostoli", e "vescovo di quanti sono fuori della chiesa", volle convocare a Nicea, nei pressi di Nicomedia, un concilio che condann la dottrina di Ario e fiss la data di Pasqua alla domenica dopo il plenilunio, successivo all'equinozio di primavera. Lo presiedette in virt della superiore funzione regolatrice della vita religiosa dei sudditi (e quindi anche della Chiesa cristiana), conferitagli dalla tradizionale carica imperiale di Pontifex Maximus. Con lui, l'Impero assunse la forma di una monarchia di diritto divino, per molti aspetti di tipo orientale. Nel 326

vennero istituiti i silenziari, funzionari che avevano il compito di concedere e levare la parola in presenza dellimperatore. Nello stesso anno, Fausta, consorte di Costantino, accus di stupro il suo figliastro Crispo; Costantino ordin che il colpevole venisse giustiziato. Poco dopo, scopr che l'accusa era strumentale e condann a morte anche la moglie Fausta. - 3 periodo (dal 330 al 337) di "persecuzione dichiarata verso i culti diversi dal Cristianesimo": L Imperatore trasform nel 330 la festa del Sol Invictus del 25 dicembre in Festa Cristiana. Nello stesso anno fond Costantinopoli. Costantino si accorse che i seguaci di Ario servivano meglio (di quelli "cattolici") il suo progetto politico, che mirava a fare della Chiesa un instrumentum regni. Ad esempio, Eusebio di Cesarea ( 265 ca-339 ca) ebbe a scrivere: L'imperatore immagine del Logos, come il Logos immagine del Padre. Nel 335 si ebbe un nuovo concilio (non ecumenico) che, iniziato a Tiro si trasfer poi a Gerusalemme. Ad essere esiliato (a Treviri), fu, questa volta, Atanasio, vescovo di Alessandria e grande oppositore di Ario. Nell'anno 337 d.C., il papa Giulio I ufficializz la data del Natale da parte della Chiesa Cattolica. Costantino mor a Nicomedia nel maggio dello stesso anno. Opera contemporanea, a lui dedicata, fu "La vita di Costantino", attribuita ad Eusebio di Cesarea. Egli ci narra che, nell'ora estrema, Costantino gli disse " bando alle ambiguit, battezzami ". Ma la sua biografia, essendo un panegirico a Costantino, da prendersi con beneficio di inventario. Inoltre, essendo Costantino morto a Nicomedia, sembrerebbe pi verosimile un battesimo (se mai ci fu) da parte dell'altro vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia (ca. 280-341). L'episodio del famoso sogno di Costantino, prima della battaglia di Ponte Milvio, riportato sia nel "De mortibus persecutorum" di Lattanzio (240-320), sia nella Vita di Costantino. Secondo quest'ultima, Costantino, temendo la magia a cui faceva ricorso Massenzio, e ritenendo che gli dei della Tetrarchia, Giove ed Ercole, non fossero stati capaci di aiutare Galerio e Severo, invoc il sommo Dio Solare di suo padre Costanzo Cloro, chiedendo di rivelargli chi fosse e di stendergli la sua destra: fu allora che egli vide nel cielo, al di sopra del sole, un trofeo della croce fatto di luce, con la scritta: "In hoc signo vinces". Poi, mentre dormiva, gli apparve il "Cristo di Dio" con lo stesso segno che vide nei cieli e gli chiese di fare un'immagine del suo segno e di usarla come usbergo in tutti i combattimenti con i nemici. A Costantino venne attribuita la traduzione greca della IV egloga di Virgilio. I versi 4-10 della versione originale dicono: "Ultima Cumaei venit iam carminis aetas, magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; iam redit et Virgo, redunt Saturnia regna, iam nova progenies caelo demittitur alto. Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum Desinet ac toto surget gens aurea mundo, casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo." La nuova versione ometteva il verso 10 (coi suoi nomi politeisti di Lucina ed Apollo), e modificava il verso 6 in modo tale da apparire un testo profetico precristiano: "La Vergine sta per giungere, e porta il re da noi auspicato". Questa leggenda di un Virgilio precristiano si protrasse per tutto il medioevo, tanto che lo stesso Dante cos parafras i versi 5-7 dell'Ecloga quarta: Secol si rinnova torna giustizia e primo tempo umano, e progenie scende da ciel nova (Dante, Purgatorio, XXII, vv 70-72). E sempre Dante comment: "Gi era il mondo tutto quanto pregno / de la vera credenza, seminata / per li messaggi del'eterno regno,/ e la parola tua sopra toccata / si consonava a nuovi predicanti" (Purgatorio, XXII, 76 e segg.). Il testo di una messa, cantata a Mantova fino alla fine del medioevo, conteneva la leggenda che l'apostolo Paolo avesse visitato a Napoli la tomba di Virgilio ed avesse pianto, dispiaciuto per il fatto di non averlo conosciuto in vita. (1) Sono rimarchevoli alcune somiglianze del culto politeista romano con lo Scintoismo nipponico, una delle antiche religioni dell'Asia, che si suppone si sia evoluta, da un culto precedente, intorno al III millennio a.C. Esso crede nella divinit dell'imperatore e aderisce al culto degli antenati e degli eroi nazionali. Ereditario il sacerdozio che consente di officiare le cerimonie relative alle nascite, ai matrimoni e ai funerali. Fino alla fine delle Seconda Guerra Mondiale il Giappone rimase un impero teocratico: la divinit dell'Imperatore fu infatti "messa da parte", solo quando il Giappone

cadde nelle mani del generale MacArthur. (2) Andreas Alfdi,"Costantino tra Cristianesimo e Paganesimo", 1976. (3) Antonio Spinosa - La grande storia di Roma, Milano 1998.

2b) La Pseudo-Donazione di Costantino con particolare riguardo alla tesi di Dante di Ekatlos
Il 16 aprile 2004, papa Giovanni Paolo II invi un messaggio ufficiale al presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, monsignor Walter Brandmller, raccomandando vivamente una "conoscenza sempre pi approfondita" della storia e in particolare della storia della Chiesa. Essa, disse, "magistra vitae christianae" e pu molto insegnare ai cristiani doggi. Furono proprio gli storici, taluni appartenenti allo stesso clero, a smascherare inconfutabilmente il falso pi famoso e discusso della storia del papato: la Donazione di Costantino. Cos che, dopo il Concilio di Trento, pi nessuno vi dette credito, ai vertici della Chiesa. Il "Constitum Constantini" o "Donatio Constantini" il presunto atto, datato 30 marzo 315 d. C. e tramandato in due redazioni, luna in greco, laltra in latino, con cui quellimperatore alla vigilia di trasferirsi a Costantinopoli - avrebbe concesso a papa Silvestro I e ai suoi successori il dominio su Roma, lItalia e loccidente. Si compone di due parti: una, agiografica, narra la leggenda relativa ai rapporti tra S.Silvestro e Costantino. Nel 314 d. C. un prete di nome Silvestro fu consacrato vescovo di Roma, proprio negli anni in cui la citt era terrorizzata da un dragone puzzolente che, con il fetore del suo alito, sterminava gli abitanti. Il mostro abitava una caverna ai piedi della rupe Tarpea (nella parte sud del colle Capitolino), alla quale si accedeva attraverso una scala di trecentosessantasei scalini. Nessuno osava affrontare il dragone, finch un giorno il papa si cal disarmato nella tana del mostro e lo cattur. Dopo alcuni giorni l'Urbe fu colpita da una calamit ben pi grave: l'imperatore Costantino aveva bandito una persecuzione contro i cristiani; lo stesso Silvestro fu costretto a fuggire lungo la via Flaminia ed a cercare rifugio in una grotta nei pressi del monte Soratte. Qui lo raggiunse la notizia che l'imperatore era stato colpito dalla lebbra. I medici di corte erano disperati perch nulla riusciva a lenire le sofferenze di Costantino, al cui capezzale furono convocati i pi grandi maghi dell'impero; costoro gli ordinarono di immergersi in una vasca piena di sangue, spremuto dal ventre di bimbi appena nati. Costantino rifiut di sottomettersi a tale rimedio atroce e la notte stessa gli apparvero in sogno i santi Pietro e Paolo, che gli indicarono il rifugio di Silvestro. L'imperatore, credendo che si trattasse di un medico, lo mand a cercare, ma il pontefice, accorso al suo capezzale, gli somministr i primi rudimenti della fede cristiana. Dopo una breve penitenza in cilicio, Costantino fu battezzato nel palazzo lateranense: l'imperatore, indossata la veste bianca del catecumeno, fu calato in una vasca dalla quale riemerse completamente guarito. Le piaghe che gli dilaniavano il corpo erano scomparse, le ulcere si erano cicatrizzate. La persecuzione fu immediatamente revocata e il Cristianesimo divent religione ufficiale dell'impero. Nuove chiese cominciarono ad essere costruite a spese dello stato, e di alcune l'imperatore gett personalmente le fondamenta. Un giorno Costantino ricevette dalla Bitinia una lettera della madre Elena, nella quale l'imperatrice gli suggeriva di adottare il giudaismo, come unica vera religione. Costantino convoc il Papa e il Rabbino: i tre disputarono a lungo, ma non riuscendo a mettersi d'accordo, decisero di ricorrere al giudizio di Dio. L'imperatore allora ordin che fosse condotto un toro: si avvicin per primo al rabbino, che sussurr all'orecchio dell'animale un versetto della Bibbia. Il toro, come fulminato, piomb a terra, e tutti gridarono al miracolo. Quando fu il suo turno, Silvestro si accost alla vittima e pronunci il nome di Cristo. Immediatamente il toro morto alz la coda e fugg. L'imperatore, sconvolto del prodigio abbandon l'Urbe e part per l'Oriente, dove fond la citt che da lui prese il nome. Ma prima di imbarcarsi don la giurisdizione civile dell'Occidente a Silvestro come esposto nella II parte del documento, della quale riportiamo alcuni estratti:

Nel nome della Santa e indivisibile Trinit, del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo. Limperatore Cesare Flavio Costantino....al santissimo e beatissimo padre dei padri Silvestro, vescovo di Roma e papa, e a tutti i suoi successori che siederanno come pontefici nella sede del beato Pietro fino alla fine dei tempi, ed anche a tutti i reverendissimi e cari a Dio vescovi cattolici e ai soggetti della sacrosanta Chiesa Romana in tutto il mondo, mediante questa nostra imperiale costituzione, ora e per sempre nei tempi a venire....vogliamo che voi sappiate come gi esprimemmo nella nostra precedente prammatica sanzione, che noi ci siamo allontanati dal culti degli idoli, dei vuoti simulacri e dei turpi oggetti, dalle diaboliche macchinazioni e da ogni pompa di Satana e siamo giunti alla pura fede cristiana, che vera luce e vita eterna, credendo conformemente a quanto ci insegn il nobile sommo padre e dottore nostro Silvestro papa: in Dio Padre, onnipotente creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili, e in Ges Cristo, suo unico Figlio, signore Dio nostro, per mezzo del quale tutte le cose furono create, e nello Spirito Santo, Signore e apportatore di vita a tutte le creature.... Questa la nostra fede ortodossa rivelataci dal beatissimo padre nostro Silvestro sommo pontefice. E dunque esorto ogni popolo e tutte le nazioni ad osservare questa fede.... Ordiniamo di onorare con venerazione la sacrosanta Chiesa Romana e di lodare, ancor pi che il nostro impero e il nostro trono temporali la santissima sede del beato glorioso Pietro, e concediamo ad essa potere e dignit di gloria e forza e onori imperiali. Decretiamo altres che essa sia superiore alle quattro principali sedi di Antiochia, di Alessandria, di Costantinopoli e di Gerusalemme e a tutte le chiese del mondo; ed ogni vescovo che sar a capo della sacrosanta Chiesa Romana sia considerato al di sopra di tutti e il principe di tutti i sacerdoti del mondo.... Al padre nostro Silvestro e ai suoi successori lasciamo il nostro palazzo lateranense e la citt di Roma e le province dItalia.... Il documento conteneva inoltre una dichiarazione di Costantino con la quale questi manifestava la sua intenzione di trasferire la sua capitale ne "la provincia di Bisanzio [dove] verr costruita una citt a nostro nome [...] perch un imperatore terreno non pu esercitare la sua autorit l dove il primato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana sono messi al potere dall'Imperatore celeste". Costantino avrebbe deposto personalmente l'atto di Donazione sulla tomba di s. Pietro. Lo storico e teologo Johann Dllinger (1799-1890) di Monaco di Baviera (rappresentante di quella chiesa Vetero Cattolica, che non accetta il tardivo dogma dell'infallibilit papale), ritiene (vedi "Infallibilit papale" , trad. ital. pp. 67) che l'intera leggenda di Silvestro e Costantino non pu essere stata composta pi tardi della fine del V secolo, perch vi fanno allusione gli storici Gregorio di Tours (538-594, autore dell'Historia Francorum) e San Beda (672-735, autore della Historia ecclesiastica gentis Anglorum). La Donazione di Costantino, sempre secondo Dllinger, venne creato a Roma tra il 752 e il 777. Forse ancora sotto Stefano II (a. 753) e allora avrebbe influito negli accordi di Quiers (localit nei pressi di Leon, dove nel 754 si stipularono accordi tra papa Stefano II e Pipino, che promise di difendere la Chiesa e di restituirle i territori imperiali italiani, occupati dai Longobardi) oppure sotto il pontificato di Paolo I (757-767), per dare un fondamento giuridico, contro i Bizantini e i Longobardi, alle pretese curiali sull'esarcato e su altri territori italiani. Che la Donatio (pur riallacciandosi alla leggenda di S.Silvestro e Costantino del secolo V), sia di origine curiale e romana e in rapporto con Stefano II, appare da alcuni termini come: - cincinnatio luminarium (che si rinviene solo in lettere papali di questa epoca, nel Constitutum Pauli I e nella Donatio); - anatemi (con formule esistenti nella Donatio, Constitutum e Epistula S. Pauli, altro documento dell'epoca); - satrapae (che esiste solo nella Donatio e in altre lettere papali dell'epoca). Fu perci con ogni probabilit composta verso la seconda met del sec. VIII e presentata a Pipino. Un primo accenno ad essa si trova in una lettera di Adriano I a Carlo Magno (a. 777), che gli suggerisce di restituire ancora di pi al papa, essendo questi il successore di Pietro e di Costantino nell'Occidente; la prima citazione diretta si ha in Leone IX (nel 1053), entrando poi nel Decretum Gratiani (1140) e in altre raccolte di decretali. Si hanno due redazioni della Donazione: una contenuta nella raccolta dello Pseudo Isidoro, laltra minore, usata da papa Leone IX. Infatti, dati i ricchi frutti di tale falso, la Chiesa si mise a fabbricarne altri e cio le decretali dello (Pseudo) Isidoro, apparse fra l'847 e l'853 nella provincia ecclesiastica di Reims in Francia. Le decretali

(pseudo)isidoriane, facendo riferimento alla Donatio Constantini, stabilivano (in base a supposti precedenti decreti papali inventati ed anche in base a risoluzioni conciliari egualmente false) il primato dei vescovi (sia nei confronti dei sinodi locali sia nei confronti del potere laico), nonch il primato del papa sull'imperatore, anche con la formula totalizzante "Papa caput totius orbis", cio "papa capo di tutto il mondo", che fu utilizzata specie dal papa Niccol I (858-867), approfittando della crisi di potere degli imperatori Carolingi. Egli, appellandosi alle decretali apocrife, si propose di sopprimere il sistema delle chiese territoriali autonome, accentrando tutto il potere di nomine, revoche, amministrazione economica etc. nelle mani del papato romano. Gerberto di Aurillac (ca. 950-1003) fu un prolifico studioso del X secolo, che divenne il precettore dell'imperatore Ottone III. Papa Gregorio V, cugino di Ottone, lo nomin Arcivescovo di Ravenna nel 998. Non senza una certa identificazione interiore con Costantino, Ottone III, nel 999, evidenzi il suo desiderio di ricondurre chiesa e impero ad una condizione di primigenio accordo e grandezza, con lelevazione al soglio pontificio del suo maestro Gerberto, che prese il nome di Silvestro II (un'allusione a Silvestro I, il presunto consigliere di Costantino). La tradizione, secondo la quale gli imperatori non risiedevano a Roma in omaggio alla Donazione di Costantino fu infranta, e Ottone stabil la sua corte sullAventino. Allinizio dellanno 1001, un documento imperiale, emanato da Ottone III in favore della chiesa di Roma, dichiarava nel contempo falsa la Donazione di Costantino. Infatti, nel documento in questione, dopo aver affermato: "Nel nome della santa e indivisibile Trinit. Ottone servo degli apostoli e, secondo la volont di Dio Salvatore, imperatore augusto dei Romani. Noi dichiariamo Roma capitale del mondo, noi attestiamo che la chiesa romana la madre di tutte le chiese, ma che per incuria ed ignoranza dei pontefici ha offuscato la gloria del suo splendore antico. Infatti non solo essi hanno venduto e alienato, per certe pratiche sozze, dalla casa di san Pietro beni che sembravano essere fuori dalla citt, ma e non lo diciamo senza dolore se ebbero qualcosa in questa nostra citt regia, per oltrepassare i limiti con (ancor) pi grande licenza, fra tutti spartirono senza discriminazione che non fosse stabilita dal denaro e spogliarono san Pietro, san Paolo e i loro stessi altari e, in luogo della riparazione, sempre seminarono confusione. [] Sono infatti falsit ecogitate da loro stessi queste per cui Giovanni diacono, soprannominato dalle dita mozze, redasse un privilegio a lettere doro e sotto il titolo del grande Costantino fabbric i tempi di una lunga menzogna" Ottone III donava al papa otto comitati da amministrare: Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Fossombrone, Cagli, Iesi e Osimo, affinch nessuno mai a lui e a San Pietro osi apportare alcuna molestia o osi importunarlo con qualunque intenzione. Chiunque in verit oser farlo, perda tutto ci che ha e san Pietro riceva le cose che sono sue. Affinch ci sia in eterno conservato da tutti, confermiamo questo privilegio con la nostra mano, a lungo, con laiuto di Dio, vittoriosa e ordiniamo che sia insignita del nostro sigillo, affinch valga per lui e per i suoi successori. Segno di Ottone, signore, invittissimo imperatore augusto dei Romani. Ma Ottone III mor l'anno dopo (1002), Silvestro II nel 1003; invece il credito dato alla Donazione di Costantino sarebbe durato ancora a lungo. A met del XII sec., un tentativo non solo teorico di ridefinire il concetto stesso di diritto alla sovranit ebbe come protagonista Arnaldo da Brescia (fine dellXI sec.-1155), il quale propendeva per una ferma rinuncia da parte della Chiesa ad ogni compromissione con lambito del potere temporale, pur non individuando il legittimo detentore di esso nella figura dellimperatore, quanto piuttosto nel popolo, che allimperatore eventualmente lo trasferisce mediante la lex. La vicenda di Arnaldo ed il suo esperimento repubblicano terminarono tuttavia presto, quando - nel 1155 - venne condannato al rogo come eretico, anche grazie al decisivo sostegno di Federico Barbarossa, fondatore della dinastia degli Hohenstaufen, al papa Eugenio III. Ma, prima che questo sostegno venisse garantito, giunse a Federico una lettera di un certo Wezel, sotto il cui nome qualcuno ha supposto che si nascondesse addirittura lo stesso Arnaldo. La lettera, scritta dopo lelezione (9 marzo 1152) a re dei Romani del Barbarossa, evidenzia l'assoluta alleanza tra le istanze di riforma religiosa e una completa coscienza del diritto imperiale di Roma, dimostrando inesistenti le pretese del Papato, menzogna e favola eretica la donazione di Costantino, e invece operante sempre la lex regia, che tuttora consentiva al Senato e al popolo di creare essi limperatore: Que lex, que ratio

senatum populumque prohibet creare imperatorem?. Ma Federico non si mostr condiscendente verso la tesi di una "concessio" non definitiva. Nei secoli successivi, pi prudentemente altri oppositori non affermarono la falsit del documento, ma ne contestarono il valore giuridico. Essi possono essere divisi in tre categorie : - coloro secondo i quali la donatio valida ma perniciosa perch contraria alle scritture, come Marsilio da Padova (1275 c - 1342 c) nel "Defensor Pacis"; - coloro secondo i quali la Donatio conferiva al papa un potere temporale non universale, ma limitato a talune terre d'occidente, tra i quali si possono citare: Giovanni da Parigi ( (1269-1306) nel cap. XXI del suo "Tractatus"; Gaspare Calderini (?1330-1399) in alcuni "consilia" legati alla questione della legittimazione della prole; Bartolomeo da Saliceto (met XIV sec. / XV) in diversi commenti al Codice giustinianeo; Giovanni da Imola (morto nel 1436) in commenti al diritto canonico e al diritto civile; - coloro, infine, che invece negavano che quel documento potesse conferire alcun potere temporale, tra i quali: Accursio (c. 1185- c. 1265) nella glossa "Conferens Generi"; Alberico da Rosciate (c.1290-1360) in alcuni commenti al Digesto di Giustiniano; Raffaele Fulgosio (1367-1427) nel commento al Proemium del Digesto vecchio; e, naturalmente, Dante Alighieri (1265-1321). La Donazione un tema che ricorre spesso in Dante, sia nella Monarchia sia nella Commedia. Dante conosceva sicuramente il falso, denunciato apertamente da Ottone III e dalla lettera di "Wezel", e tuttavia prefer prudentemente limitarsi a negare risolutamente ad essa ogni valore giuridico, con argomentazioni che sembrano tener conto soprattutto del pensiero di Accursio, di Cino da Pistoia e di Gioacchino da Fiore. La questione viene affrontata per esteso nella Monarchia; non potendo esprimere dubbi sul fatto che la donatio sia un fatto storico (il che sarebbe equivalso a dare implicitamente del "bugiardo" o dello "sprovveduto" a non pochi papi), Dante costretto ad affermare che il popolo sarebbe felice, se linfirmator Imperii (Costantino) non fosse mai nato, o se almeno la sua pia intentio non lavesse tratto in inganno (II xi 8). Egli sviluppa poi giuridicamente la questione nel capitolo a essa dedicato, cio il III. Per dimostrare l'invalidit della Donazione, segue un duplice percorso, fondato sulle caratteristiche del donante e del donatario. Per dimostrare che il donante non poteva legittimamente donare la suprema iurisdictio, Dante invoca linedita istanza del "diritto umano": lintegrit dellImpero intangibile, essendo parte costitutiva del "diritto umano", contro cui neppure lImperatore pu agire. Costantino perci non poteva alienare neppure la pi piccola parte dellImpero, se non andando "contra ius humanum" (Mn III x 9). Il genere umano ha infatti un inalienabile "diritto" allunit dellImpero, come necessaria condizione del suo "bene esse", quindi che la "tunica inconsutile" non vada lacerata un diritto dellumanit assoluto e irrinunciabile. Come la Chiesa ha il proprio fondamento in Cristo, cos lImpero si fonda su questo ius humanum (ivi, 7). Il richiamo alla specificit della missione sacerdotale e al carattere spirituale della chiesa, che ne consegue, permettono poi di dimostrare lincapacit del donatario a ricevere. Questa accettazione fu per Dante una colpa pi grave della Donazione stessa, essendo la Chiesa del tutto impossibilitata a ricevere doni temporali per esplicito comando evangelico (Mt 10, 9-10): Sed Ecclesia omnino indisposita erat ad temporalia recipienda per preceptum prohibitivum expressum (Mn III x 14). Non pu ricevere temporalia, certamente, per modum possessionis, cos come lImperatore non poteva donarli per modum alienationis (ibid., 15). Lunico modo accettabile di ricevere doni temporali, per la Chiesa, quello di cui gli apostoli hanno mostrato lesempio, cio non per possedere, ma per dispensare ai poveri (ibid., 17). E la sua pretesa, fatta valere con forza degna di miglior causa dalla teocrazia papale e difesa dalla letteratura ierocratica, di possedere la facolt di attribuire autorit al potere temporale contraddice la "forma" stessa della Chiesa, quindi una pretesa "contra naturam Ecclesiae" (xiv 1-2). La "forma" della Chiesa infatti costituita dalla vita di Cristo, cio dalla sua parola e dalle sue azioni, da cui si ricava lesplicito rifiuto del potere temporale: Il mio regno non di questo mondo (Giov. 18, 36). L'esame della Commedia importantissimo per capire che cosa realmente Dante pensasse su Costantino e sulla veridicit o meno della Donazione. Se infatti la "lettera" di certi passi vuol far credere che Dante ritenesse realmente avvenuta la Donazione, i simboli di altri passi indicano il contrario. In Inf. XIX, 115-117, Dante sembra dar credito alla Donazione: Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!. In Inf. XXVII, 94-96, sembra dar credito alla leggenda della lebbra di Costantino, curata da Silvestro I: Ma come Costantin chiese Silvestro d'entro Siratti a guerir de la lebbre, cos mi chiese questi per maestro In Pg. XXXII, 136-141, il poeta concede a Costantino, chiamato allegoricamente "la piuma" (con chiaro riferimento all'aquila simbolo dell'impero) la buona intenzione del suo atto: Quel che rimase, come da gramigna vivace terra, da la piuma, offerta forse con intenzion sana e benigna, si ricoperse, e funne ricoperta e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto che pi tiene un sospir la bocca aperta. In Pd. XX, 55-60, il significato letterale esprime il fatto che Costantino si trova, nonostante tutto, in Paradiso, perch ha agito con buona intenzione: L'altro che segue, con le leggi e meco, sotto buona intenzion che f mal frutto, per cedere al pastor si fece greco ora conosce come il mal dedutto dal suo bene operar non li nocivo avvegna che sia 'l mondo indi distrutto. Tuttavia da un punto di vista simbolico, si deve considerare che Dante ha posto Costantino in un punto ben preciso del paradiso: nell'occhio dell'aquila del cielo VI (di Giove o degli Spiriti Giusti) e precisamente egli uno dei cinque che costituiscono il ciglio dell'occhio. Ora l'occhio dell'aquila un noto simbolo di lungimiranza e il ciglio che lo ricopre "protegge" e custodisce tale facolt. Dante sta dunque dicendo, a coloro che hanno "li intelletti sani", che Costantino era troppo giusto e troppo lungimirante, per commettere un errore pacchiano come la "Donatio" e che perci, in realt, il poeta sa perfettamente che si tratta di un falso. Perci, nel precedente, Pd. VI,1-6 l'affermazione che laquila fu portata "contro al corso del ciel" non costituisce un giudizio negativo, ma si riferisce semplicemente al ritorno nella Troade, da dove laquila era partita, visto come il compimento di un ciclo, come segno delluniversalit dellImpero, che spazia da est a ovest: Poscia che Costantin l'aquila volse contr'al corso del ciel, ch'ella seguio dietro a l'antico che Lavina tolse, cento e cent'anni e pi l'uccel di Dio ne lo stremo d'Europa si ritenne, vicino a' monti de' quai prima usco. E giungiamo finalmente a coloro che dimostrarono in via definitiva la falsit della "Donatio". Nicola Cusano (1401 -1464, cardinale dal 1449) present nel 1433, ad uso del Concilio di Basilea, una critica della Donazione (Concordatio Catholica III, 2) che poneva in risalto gli innumerevoli elementi storici che provavano come non si fosse avuto il minimo trasferimento della sovranit dell'imperatore a beneficio del papa al tempo di Silvestro e Costantino o immediatamente dopo. Tuttavia, di fronte all'alternativa tra assertori del primato del Papa e del primato del Concilio, Cusano si schier tra i primi, affermando che nel Papa complicata, cio concentrata e riassunta, la realt dell'intera Chiesa. Per questa sua posizione mediatoria, pur essendo la sua una critica conclusiva della Donazione, egli ebbe, per via diretta, poco effetto, anche per il fatto che la

sua opera fu eclissata qualche anno dopo (nel 1440) dal tono ben pi agguerrito della "De falso credita et ementita Costantini donatione declamatio" di Lorenzo Valla (1407-1457). All'inizio della declamatio, il Valla spiega che intende dimostrare quattro assunti: 1. "Costantino e Silvestro non erano giuridicamente tali da poter legalmente l'uno assumere, volendolo, la figura di donante [...] e l'altro da poter accettare legalmente il dono"; 2. "se anche i fatti non stessero cos n Silvestro accett n Costantino effettu il trapasso del dono, ma quelle citt e quei regni rimasero sempre in libera disponibilit e sotto la sovranit degli imperatori"; 3. "nulla diede Costantino a Silvestro, ma al papa immediatamente precedente che l'aveva battezzato; furono del resto doni di poco conto, beni che permettessero al papa di vivere"; 4. " falsa la tradizione che il testo della Donazione si trovi nelle decisioni decretali della Chiesa o sia tolto dalla Vita di Silvestro". Il metodo del Valla consiste dunque nel sottoporre la Donazione alla critica sotto tutti i profili possibili a quel tempo. Ad es., egli cominci col considerare la questione dal punto di vista della personalit di Costantino, "un uorno che per sete di dominio aveva mosso guerra a nazioni intere; che, a prezzo di attacchi e discordie civili, aveva allontanato parenti e amici per prendere il potere", e che, poi, si pretende che si sarebbe "messo ad offrire ad un terzo, per pura generosit, la capitale del mondo, la regina delle nazioni, [...] per andare a ritirarsi in una modesta cittadina, Bisanzio". Il Valla poi riprende l'argomento del Cusano, secondo cui il preteso trasferimento di sovranit non aveva avuto luogo, perch le monete romane dell'epoca erano state coniate con l'effigie degli imperatori, non con quelle dei papi. Egli studia anche il linguaggio e il lessico del testo della Donazione e mostra come non potessero appartenere al latino adoperato da Costantino, che non era il latino classico, ma quello ibrido usato nei secoli successivi. Inoltre, allepoca della sua compilazione, contro quanto asseritovi: - il Primate di Roma non era Silvestro, ma Milziade; - Costantinopoli era chiamata ancora Bisanzio; - la lebbra di Costantino era uninvenzione del V secolo. la confutazione definitiva della Donatio Costantini. Non solo Valla non riesce a pubblicarla, ma finisce sotto inquisizione. Tuttavia la sua tesi fu abbastanza bene accolta negli ambienti colti, anche se il trattato restava ancora allo stato di manoscritto. Bisogner attendere il 1526 perch questo libro sia pubblicato dai Luterani. Senonch, per ironia della sorte, i progressi della Riforma e l'abbondante uso che si fece dello scritto del Valla, come di un'arma contro il papato, ebbero l'effetto, sia pur momentaneo, di "resuscitare la leggenda". Infatti, Steuco, bibliotecario del Vaticano, pubblic nel 1547 una critica abbastanza abile della Declamatio, che, di l a poco (1596), venne messa nell'Indice clementino dei libri proibiti. Si pu ritenere che la leggenda della Donazione sia stata del tutto abbandonata solo intorno al 1600, quando Cesare Baronio (1538-1607, cardinale dal 1596), grande storico cattolico, dichiar che il falso era provato (nel 1592 in Annales Ecclesiastici, storia della chiesa dalle origini al 1198, apparsi a Roma fra il 1588 e il 1607). Rispondendo ad una lettera di padre Talpa, che si faceva portavoce di ambienti che lo sollecitavano ad esprimere la sua autorevole parola in favore della Donazione, Baronio rispose: "L'editto della Donazione pieno di bugie inscusabili. Vi prego, per carit, non mi fate imbrattar penna a scrivere et difendere si fatte menzogne a Dio odibili qual' Dio di verit. De volerla difendere e indrizzar le gambe ai cani, perdonatemi, non lo saprei mai fare perch certo mi parrebbe di peccare gravemente".

3a) S.Pietro stato realmente il primo papa? Analisi delle prove scritturali di Occhi di If

Introduzione di Deo Ame

Taluni cristiani non cattolici negano che S. Pietro sia stato effettivamente il primo papa. Perci penso che una rivisitazione della storia del papato possa iniziare proprio da lui. Qui voglio accennare al periodo immediatamente successivo all'arco cronologico testimoniato dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli, perch, in genere, i Cattolici portano, come primo documento "a favore" dell'ipotetica presenza di S.Pietro a Roma, l'Epistola ai Corinti di Clemente Romano, scritta verso il 96-98 d.C. Le notizie che si hanno su questo "padre della chiesa" sono alquanto confuse. Da Origene, da Eusebio e da Girolamo, Clemente identificato con il "collaboratore" di S.Paolo, nominato nell'epistola ai Filippesi (4, 3). Secondo Ireneo, Clemente sarebbe stato il terzo successore di Pietro sulla cattedra di Roma: Pietro, Lino, Cleto e Clemente. Tertulliano afferma, invece, che Clemente fu ordinato dallo stesso S. Pietro. Gi Epifanio, abilmente, cerc di conciliare le due affermazioni, spiegando che Clemente fu s consacrato da S.Pietro ma, per amore della pace, come primo successore di Pietro fu scelto Lino. In realt la "Lettera ai Corinti" non parla affatto della presenza di Pietro a Roma. Nella chiesa di Corinto, i presbiteri , cio gli anziani della comunit, erano stati deposti dalla ribellione di alcuni non meglio identificati giovani riottosi. Clemente intendeva perci "dare una mano" alla gerarchia locale, affinch riprendesse le redini della situazione. L'uso intensivo delle Sacre Scritture, nella lettera, aveva lo scopo di dimostrare quanto abbia nuociuto l'odio all'umanit e quali beni, invece, produce la concordia voluta dal Creatore. In tale quadro, Pietro e Paolo vengono additati ai Corinti quali esempi tratti dal Nuovo Testamento: " V, [1.] Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. [2.] Per invidia e per gelosia le pi grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. [3.] Prendiamo i buoni apostoli. [4.] Pietro per l'ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopport, e cos col martirio raggiunse il posto della gloria. [5.] Per invidia e discordia Paolo mostr il premio della pazienza. [6.] Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. [7.] Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorit, lasci il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il pi grande modello di pazienza." Nessun riferimento dunque alla presenza di Pietro a Roma, n tanto meno ad un suo vescovado sulla citt. Si parla solo del suo martirio, senza dire n dove, n quando avvenne. Si pu notare inoltre che a S.Pietro dedicato un unico versetto, mentre a S. Paolo ben tre versetti; ed proprio Paolo (e non Pietro) ad essere indicato come "il pi grande modello di pazienza". *** Occhi di If: Si pu cominciare con un esame dei quattro Vangeli. Su quale passo della Sacra Scrittura la dottrina cattolica fonda il suo insegnamento riguardo al papato di Pietro? Su Matteo 16:13-20 [13]Essendo giunto Ges nella regione di Cesara di Filippo, chiese ai suoi discepoli: La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?. [14]Risposero: Alcuni Giovanni il

Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. [15]Disse loro: Voi chi dite che io sia?. [16]Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. [17]E Ges: Beato te, Simone figlio di Giona, perch n la carne n il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. [18]E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. [19]A te dar le chiavi del regno dei cieli, e tutto ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto nei cieli. [20]Allora ordin ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Soltanto il Vangelo di Matteo riferisce le parole invocate per listituzione del papato, quantunque anche Marco e Luca narrino la medesima scena e Giovanni faccia anch'egli un accenno alla professione di fede di Pietro: Marco 8:27-30 [27]Poi Ges part con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesara di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: Chi dice la gente che io sia?. [28]Ed essi gli risposero: Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti. [29]Ma egli replic: E voi chi dite che io sia?. Pietro gli rispose: Tu sei il Cristo. [30]E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. Luca 9:18-21: [18] Un giorno, mentre Ges si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: Chi sono io secondo la gente?. [19] Essi risposero: Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che risorto. [20] Allora domand: Ma voi chi dite che io sia?. Pietro, prendendo la parola, rispose: Il Cristo di Dio. [21] Egli allora ordin loro severamente di non riferirlo a nessuno. Giovanni 6:67-71. [67] Perci Ges disse ai dodici: Non volete andarvene anche voi? [68] Simon Pietro gli rispose: Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna; [69] e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio. [70] Ges rispose loro: Non ho io scelto voi dodici? Eppure, uno di voi un diavolo! [71] Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota, perch questi, uno dei dodici, stava per tradirlo. Dunque Marco e Luca non fanno alcun riferimento alle parole che indicherebbero un eventuale primato di Pietro e Giovanni assegna piuttosto all'insieme dei dodici tale primato. Ci confermato dallo stesso Matteo che, in successiva occasione, narra come Ges rivolga le stesse parole, dette a Pietro, a tutti i suoi ascoltatori: Matteo 18:18 [18] Io vi dico in verit che tutte le cose che avrete legate sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra saranno sciolte nel cielo. Inoltre, sempre in Matteo 18 (e perci dopo la scena descritta in Matteo 16) gli apostoli discutono ancora per sapere chi di loro fosse il maggiore, il che sarebbe incomprensibile, se Ges avesse gia stabilito che Pietro fosse il suo vicario. Tanto pi che Ges, invece di risolvere il problema indicando Pietro, afferma che il maggiore qualunque credente che sappia essere "come un piccolo fanciullo":

Matteo 18:1-4 [1]In quel momento i discepoli si avvicinarono a Ges dicendo: Chi dunque il pi grande nel regno dei cieli?. [2]Allora Ges chiam a s un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: [3]In verit vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. [4]Perci chiunque diventer piccolo come questo bambino, sar il pi grande nel regno dei cieli. Del resto, se quella di Pietro fu forse, in ordine temporale, la prima professione di fede, essa, anche agli occhi di Ges, era alquanto tiepida: Matteo 16:21-23 [21]Da allora Ges cominci a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. [22]Ma Pietro lo trasse in disparte e cominci a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadr mai. [23]Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perch non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!. Matteo 26:33-34 [33]E Pietro gli disse: Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzer mai. [34]Gli disse Ges: In verit ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte. E dopo il triplice rinnegamento, che si verific puntualmente, Ges dovette restaurarlo tre volte nella missione dell'apostolato: Giovanni 21:15-17 [15] Quand'ebbero fatto colazione, Ges disse a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami pi di questi? Egli rispose: S, Signore, tu sai che ti voglio bene. Ges gli disse: Pasci i miei agnelli. [16] Gli disse di nuovo, una seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami? Egli rispose: S, Signore; tu sai che ti voglio bene. Ges gli disse: Pastura le mie pecore. [17] Gli disse la terza volta: Simone di Giovanni, mi vuoi bene? Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: Mi vuoi bene? E gli rispose: Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene. Ges gli disse: Pasci le mie pecore. *** Esaminati i Vangeli, alla ricerca di qualche indicazione sul presunto papato di Pietro, passiamo ad esaminare gli Atti degli Apostoli e le loro Lettere. L'esame da farsi duplice, perch due sono le domande alle quali rispondere: 1) Vi traccia di un primato di Pietro sul resto della chiesa cristiana? 2) Vi traccia di una qualche permanenza di Pietro a Roma? Cominciamo ad esaminare le risposte che le Scritture stesse forniscono alla prima domanda. ATTI DEGLI APOSTOLI A1) Dopo lAscensione, gli apostoli vollero nominare un altro apostolo, in sostituzione di Giuda, ed invece di rimettersi al giudizio di Pietro, come avrebbero evidentemente fatto se egli fosse stato il vicario di Cristo, tirarono a sorte. Atti 1:23-26 [23]Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. [24]Allora essi pregarono dicendo: Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti,

mostraci quale di questi due hai designato [25]a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto. [26]Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli. A2) Gli apostoli cherano rimasti in Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni. Perci coloro che avrebbero dovuto essere i subordinati di Pietro (gli apostoli) fecero atto di autorit verso il presunto papa e lo mandano in Samaria. Ma un papa decide di andare e non mandato da nessuno! Atti 8:14 [14]Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. A3) Quando gli apostoli e gli altri cristiani ebbero sentore che Pietro aveva alloggiato in casa di pagani, i circoncisi della chiesa di Gerusalemme lo rimproverarono ed egli dovette giustificarsi. Un evento piuttosto improbabile se egli fosse stato effettivamente il capo della chiesa. (Atti 11:1-18): [1]Gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. [2]E quando Pietro sal a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: [3]Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!. [4]Allora Pietro raccont per ordine come erano andate le cose, dicendo: [5]Io mi trovavo in preghiera nella citt di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. [6]Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. [7]E sentii una voce che mi diceva: Pietro, lzati, uccidi e mangia! [8]Risposi: Non sia mai, Signore, poich nulla di profano e di immondo entrato mai nella mia bocca. [9]Ribatt nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. [10]Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. [11]Ed ecco, in quell'istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesara a cercarmi. [12]Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell'uomo. [13]Egli ci raccont che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e f venire Simone detto anche Pietro; [14]egli ti dir parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. [15]Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. [16]Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezz con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. [17]Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Ges Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?. [18]All'udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perch abbiano la vita!. A4) Quando si riun il primo Concilio della Chiesa a Gerusalemme, non fu Pietro, ma Giacomo a concludere la discussione, segno che fu lui a presiederlo. Le decisioni del Concilio vennero annunziate alle chiese non in nome di Pietro, ma di tutti gli apostoli e dei fratelli anziani. (Atti 15: 13-25). [13]Quand'essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: [14]Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome. [15]Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto:

16Dopo queste cose ritorner e riedificher la tenda di Davide che era caduta; ne riparer le rovine e la rialzer, [17]perch anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali stato invocato il mio nome, [18]dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall'eternit. [19]Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, [20]ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. [21]Mos infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni citt, poich viene letto ogni sabato nelle sinagoghe. [22]Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. [23]E consegnarono loro la seguente lettera: Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! [24]Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. [25]Abbiamo perci deciso tutti d'accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, LETTERE DI PIETRO Nel Nuovo Testamento vi sono due, lettere attribuite a Pietro. In esse egli non fa il minimo accenno ad un suo primato sulla Chiesa. Nella prima lettera egli non si proclama il vescovo dei vescovi, ma semplicemente un anziano come loro (in greco " sympresbteros"). Unica sua differenza quella di essere pure, come apostolo, un testimone delle sofferenze di Cristo. I vescovi, poi, secondo lapostolo, non devono signoreggiare, ma essere dei semplici servitori e dei magnifici esempi per il gregge. Il Vescovo dei vescovi, il sommo pastore, non Pietro, ma Cristo. 1 P 5:1-4 [1]Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: [2]pascete il gregge di Dio che vi affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; [3]non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. [4]E quando apparir il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce. Poco prima aveva definito Cristo anche come la pietra angolare su cui poggiano i veri cristiani. 1 P 2:4-8 [4]Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, [5]anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Ges Cristo. [6]Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non rester confuso. [7]Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato divenuta la pietra angolare, [8]sasso d'inciampo e pietra di scandalo.

Nel mittente della sua seconda lettera (cap. 1, ver. 1), Pietro si qualifica semplice "servitore ed apostolo di Ges Cristo": [1]Simon Pietro, servo e apostolo di Ges Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Ges Cristo LETTERE DI PAOLO GALATI G1) Paolo, nel mittente della sua lettera ai Galati (cap. 1, ver. 1), afferma di esser divenuto apostolo non per scelta di superiori gerarchici, ma per diretta scelta di Ges: [1] Paolo, apostolo non da parte di uomini, n per mezzo di uomo, ma per mezzo di Ges Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti G2) Per decisione collegiale di quelli che godono di particolare considerazione , si venne a una divisione di compiti: Pietro aveva il compito di evangelizzare i Giudei e Paolo i pagani. Pietro viene presentato da Paolo solo come una delle colonne della Chiesa, insieme a Giacomo e Giovanni e non neppure nominato per primo. Inoltre Paolo sottolinea che ben poco importava di conoscere chi fossero, poich presso Dio non vi sono riguardi personali. Questo non sarebbe stato evidentemente un modo corretto desprimersi da parte di Paolo, qualora egli avesse riconosciuto che Pietro era stato costituito da Cristo capo della Chiesa. Galati 2:6-9 [6] Da parte dunque delle persone pi ragguardevoli - quali fossero allora non m'interessa, perch Dio non bada a persona alcuna - a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di pi. [7]Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi - [8]poich colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani - [9]e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perch noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. G3) Paolo ignorava a tal punto lesistenza di un Sommo Pontefice e la sua autorit, da rimproverare pubblicamente Pietro ad Antiochia. (Galati 2:11-14). [11]Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perch evidentemente aveva torto. [12]Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominci a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. [13]E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasci attirare nella loro ipocrisia. [14]Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verit del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? CORINZI C1) Nella I lettera ai Corinzi lapostolo Paolo afferma che luomo spirituale non giudicato da alcuno, affermazione impensabile se fosse esistita un'autorit papale arbitra della fede dei cristiani.

I Corinzi 2:15 [15] L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. C2) A conferma di ci, nella II lettera ai Corinzi, lo stesso Paolo esclude di voler egli stesso esercitare un magistero imperativo sulle coscienze altrui. II Corinzi 1:24. [24]Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perch nella fede voi siete gi saldi. EFESINI Infine, nella lettera agli Efesini (4:11-12) Paolo menzion i vari ministeri della Chiesa, compreso quello dellapostolo, senza fare la bench menzione del papato, il che sarebbe stato impensabile, se a quei tempi fosse esistito: [11]E' Lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, [12]per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, (continua) *** Cerchiamo ora di iniziare a rispondere alla seconda delle domande che ci eravamo posti. S.Pietro si mai recato a Roma? e, in caso affermativo, in che periodo vi ha soggiornato? E' bene premettere che, nella letteratura patristica, si verificato un fatto che deve metterci sull'avviso: mano a mano che ci si scosta dalla data della morte di Pietro, la credenza nella sua permanenza a Roma e nel suo martirio romano va arricchendosi di particolari sempre pi precisi, fenomeno tipico di quelle credenze che hanno, almeno in parte, un fondamento leggendario ma che, per svariati motivi (come l'autoconvincimento o la convenienza), taluni "abbelliscono" progressivamente e diffondono. Prima di esaminare, in merito alla II domanda, gli Atti e le Lettere degli Apostoli, analizziamo perci in dettaglio come si costruita questa particolare credenza (1): I SECOLO . CLEMENTE ROMANO (ca. 96 d.C.), come ha gi evidenziato l'Introduzione di "Deo_ame", sa solo che la morte di Pietro e di Paolo fu l'effetto di grande gelosia: E' per l'invidia e gelosia che furono perseguitate le colonne eccelse e pi giuste le quali combatterono sino alla morte. Poniamoci dinanzi agli occhi i buoni apostoli: Pietro che per effetto d'iniqua gelosia soffr non uno, ma numerosi tormenti, e che, dopo aver reso testimonianza, pervenne al soggiorno di gloria che gli era dovuto. Fu per effetto di gelosia e discordia che Paolo mostr come si consegua il prezzo della pazienza (2) . Come si vede l'espressione assai vaga e perci non se ne pu trarre alcuna notizia sicura. Non si pu nemmeno affermare che Clemente attesti il martirio di Pietro, poich l'espressione: dopo aver reso la sua testimonianza (marturin) non necessariamente indicava, a quel tempo, il morire martire. Che grande gelosia si annidasse nel cuore dei primi cristiani appare(3) da molteplici testimonianze(4) . Il fatto che nella Chiesa di Gerusalemme non si ricordi la crocifissione di Pietro, che non vi attestata prima del 570, anno di compilazione del diario del "Pellegrino di Piacenza" (5) , pu far pensare che la morte di questo apostolo sia dovuta a denuncia all'autorit romana, proprio da parte di giudeo-cristiani fanatici. Il codice arabo, che risale a costoro e che fu scoperto di recente da S. Pines a Istanbul, contrario tutti e due gli apostoli. E' contro Paolo, perch questi ha romanizzato la Chiesa e ha predicato contro la Legge e contro il

divorzio: secondo loro Nerone, che l'ha fatto crocifiggere (non dunque decapitare come si dice comunemente) un ottimo imperatore. E' pure contro Pietro perch egli, fidandosi di un sogno, ha permesso ai cristiani di mangiare dei cibi impuri (6) . 1. Cfr A. Rimoldi , L'episcopato ed il martirio romano di Pietro nelle fonti letterarie dei primi tre secoli , in La Scuola Cattolica 95 (1967), pp. 495-521. 2. Clemente , 1 Corinzi 5, 2-6, 1. 3. Cfr N. Strathmann ( Theologisches Wrterbich zum Neuen Testament ad opera di Kittel, vol. IV, 54 ) che assai cauto sul senso di morire martire; il verbo marturin solo pi tardi assunse certamente tale significato assieme alla parola dxa (opinione, stima, gloria) che design la gloria del martire. 4. Cfr per Paolo 2 Ti 4, 14-16. Secondo gli Atti di Paolo ( Prxeis Paulu, Acta Pauli nach dem Papyrus der Hamburger Bibliotheke hrg. C. Schmidt ) un marito geloso perch sua moglie stava giorno e notte ai piedi dell'apostolo, cerc di farlo condannare alle belve (Papiro 2, lin. 8). A Corinto un profeta gli preannunci la morte a Roma vittima di gelosia (Pap. 6, 1-22); egli, infatti, avrebbe incitato le mogli a sottrarsi ai loro mariti. 5. Cfr S. Bagatti , S. Pietro nei monumenti di Palestina , in Collectanea 5 (1960, p. 457. (Studia Orientalia Christiana Historia). 6. S. Pines , The Jewish Christians in the Early Centuries of Christianity According to a New Source , Jerusalem 1966, 4, 62. II SECOLO. GIUSTINO , apologeta, pur ricordando Simon Mago che, secondo la letteratura clementina (7), fu il pi accanito avversario di Pietro a Roma, non nomina affatto l'apostolo. Anche ANICETO , vescovo romano (dal 157 al 167 d.C.), a Policarpo che gli opponeva la tradizione di Giovanni circa la data della Pasqua, non rispose riallacciandosi alla tradizione di Pietro e di Paolo, ma solo a quella dei presbiteri suoi predecessori (8). IGNAZIO, vescovo di Antiochia, che verso il 110 d.C., durante il suo viaggio verso Roma per subirvi il martirio, pur non ricordando il martirio dell'apostolo, scrisse alla chiesa ivi esistente di non voler impartire loro degli ordini come Pietro e Paolo poich essi erano liberi, mentre io sono schiavo (9) . Siccome non sono note lettere di Pietro ai Romani, si pu pensare che Ignazio alluda ad ordini dati di presenza. PAPIA (ca 130 d.C., Asia Minore) afferma che Pietro scrisse da Roma la sua I Lettera. Non sappiamo se abbia dedotto questa affermazione dall'esegesi del nome Babilonia (che compare in 1 Pt 5, 13), da lui inteso come Roma , oppure da altri fatti (10) a noi ignoti. In Oriente, DIONIGI, vescovo di Corinto, verso il 170 d.C., in una lettera parzialmente conservata da Eusebio, attribuisce a Pietro e Paolo la fondazione della chiesa di Corinto e la loro predicazione simultanea in Italia, dove assieme subirono il martirio: Con la vostra ammonizione voi (Romani) avete congiunto Roma e Corinto in due fondazioni che dobbiamo a Pietro e Paolo. Poich ambedue, venuti nella nostra Corinto hanno piantato e istruito noi allo stesso modo poi, andati in Italia, insieme vi insegnarono e resero testimonianza al medesimo tempo (11) . In Africa, TERTULLIANO (morto ca. 200) ripete che Pietro fu crocifisso a Roma durante la persecuzione neroniana, dopo aver ordinato Clemente, futuro vescovo romano (12). Siccome Tertulliano biasim Callisto che applicava a s e a tutta la chiesa vicina a Pietro ( ad omnem ecclesiam Petri propinquam ), le parole del Tu sei Pietro, si pu arguire che egli ritenesse esistente a Roma il sepolcro di Pietro, dal quale proveniva alla comunit un certo prestigio (13) . 7. Corpus di scritti religiosi cristiani apocrifi attribuiti a papa Clemente I. 8. In Eusebio , Hist. Eccl. 5, 24, 14-17 . I Romani, anzich osservare la pasqua al 14 Nisan (mese ebraico che corrisponde al nostro marzo/aprile), la celebravano la domenica successiva a tale plenilunio. Cfr M. Goguel , L'Eglise primitive , Neuchtel 1947, p. 213.

9. Ignazio , Ad Ephesias 3, 1; 3, 3; Ad Romanos 4, 3 10. Papia in Eusebio (Hist. Eccl. 2,15,2; 3, 19, 15-16) e Clemente Alessandrino , Hypotyposeis in Eusebio (ivi 2,15,2 ). 11. In Eusebio , Hist. Eccl. 2, 25, 8. Erroneamente Dionigi attribuisce ai due apostoli la fondazione della chiesa di Corinto, che fu invece opera del solo Paolo (1 Co 3, 10; 4, 15); ci fa supporre almeno una visita di Pietro (cfr il partito di kefa in 1 Co 1,12). 12. Iruentem fidem Romae primus Nero crientavit. Tunc Petrus ab altero cingitur, cum cruci adstringitur (Scorpiace 15), Quos Petri in Tiberi tinxit (De Bapt. 4). Romanorum (ecclesia refert) Clementem a petro ordinatum (De praescript. haeret. 32). 13. Cos in De Pudicitia 21; cfr W. Koehler , Omnis Ecclesia Petri prepinqua , in Sitzungherichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften Phil. Histe, Klasse 1938 (per altre interpretazioni vedi sotto: Prime reazioni antiromane). IRENEO , vescovo di Lione (130-202), afferma che Pietro e Paolo (congiuntamente) siano allorigine della tradizione gerarchica della Chiesa di Roma: "Ma poich sarebbe troppo lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede (cf. Rm 1,8) annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine pi eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cio i fedeli che vengono da ogni parte essa nella quale per tutti gli uomini sempre stata conservata la tradizione che viene dagli apostoli. Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell'episcopato; di quel Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo (cf. 2Tm 4, 21)". (14) 14. Contra haereses, III, 3. Ireneo, che ammette la presenza simultanea dei due apostoli, erra sicuramente nel far fondare da loro la chiesa di Roma, che al contrario era gi esistente quando Paolo vi pervenne (Rm 15, 22 ss), e che probabilmente sorse ad opera di avventizi romani (At 2, 10), convertitisi nel giorno di Pentecoste. Verso la stessa epoca (fine del II secolo) abbiamo due altre testimonianze provenienti l'una da Roma (presbitero Gaio) e l'altra probabilmente dalla Palestina o dalla Siria (Martirio di Pietro). Il presbitero GAIO, parlando contro il montanista Proclo, che esaltava la gloria di Gerapoli citt della Frigia in Asia Minore, perch possedeva le tombe di Filippo e delle sue figlie profetesse, ricorda che Roma ha ben di pi in quanto possiede i trofei (tropaia) degli apostoli Pietro e Paolo: Io posso mostrarti i trofei degli apostoli. Se vuoi andare al Vaticano oppure alla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono quella chiesa (15) . Ma cosa significa la parola trofei? Il sepolcro contenente le ossa di Pietro e di Paolo, oppure un semplice monumento dei due apostoli nel luogo supposto del loro martirio? (16) . L'accostamento di questi due monumenti, eretti probabilmente da Aniceto (17) con il sepolcro di Filippo e delle sue figlie, sembra favorevole all'interpretazione che pure essi contenessero i cadaveri dei due apostoli; questa comunque l'interpretazione che ne d Eusebio di Cesarea (18) . 15. In Eusebio , Hist. Eccl. 2,25,5-6 . Per la tomba di Filippo a Gerapoli cfr Eusebio, ivi,31. 16. Cfr C. Mohrmann , A propos de deux mots controverss tropeum-nomen , in Vigiliae Christianae, 8 (1954), pp.154-173. 17. Hic (Anaclitus) memoriam beati Petri construxit, Anaclitus in Liber Pontificalis, Edizione Duchesne, Parigi 1886, pp.55-125. 18. Lietzmann, Petrus rmische Martyrer, Berlin 1936, pp. 209 s. Il "MARTIRIO DI PIETRO", ricchissimo di particolari, mostra l'apice leggendario raggiunto dalla credenza circa la morte di Pietro a Roma (19) . Eccone un breve

riassunto: Il prefetto Agrippa infier contro Pietro perch quattro sue concubine avevano deciso di abbandonarlo in seguito a un sermone di Pietro sulla castit. Egli fu incitato all'azione anche da Albino, un amico di Cesare, che come tanti altri era stato lasciato dalla moglie Xantippe, affascinata dalla purezza elogiata dall'apostolo (40) . Xantippe e Marcello consigliarono Pietro a fuggire da Roma per evitare il pericolo incombente, ma alla porta della citt, forse quella che conduce verso Oriente, questi s'incontr con Cristo diretto verso la citt, il quale alla domanda dell'apostolo Quo vadis rispose Vado a farmi crocifiggere di nuovo! Pietro commosso torn nell'urbe, e mentre egli narrava ai fratelli la visione, comparvero gli sgherri di Agrippa che incatenarono l'apostolo. Pietro, condannato a morte sotto l'accusa di ateismo, sconsigli la turba, che si proponeva di liberarlo, ed esort di perdonare ad Agrippa. Dopo una rettorica apostrofe alla croce, Pietro chiese di essere crocifisso con il capo all'ingi; in tale posizione egli tenne un discorso, affermando tra l'altro, con espressioni gnostiche, che anche il primo uomo cadde con la testa all'ingi per cui il suo giudizio fu completamente falsato: la sinistra fu considerata la destra, il brutto bello, il male bene ecc.: occorre quindi convertirsi, cio salire la croce con Ges e cos ripristinare il vero valore delle cose. Alla fine elev un'ardente invocazione a Cristo che solo ha parola di vita! Tu sei il Tutto, e il Tutto in Te, e non v' nulla che sia fuori di Te afferm Pietro con espressioni d'innegabile colorito panteista. La moltitudine pronunci il suo Amen, mentre Pietro spirava. Marcello ne lav il cadavere con latte e vino, l'imbalsam e lo seppell on una cassa di marmo nella propria tomba. Nottetempo gli apparve Pietro che lo rimprover per lo sciupio inutile dei profumi e per la sepoltura costosa lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Nell'ultimo capitolo forse una interpolazione come i primi tre Nerone, rimproverato Agrippa d'aver fatto morire Pietro di una morte troppo benigna, voleva vendicarsi uccidendo i discepoli dell'apostolo; ma una voce misteriosa nottetempo gli disse: Nerone, tu non puoi perseguitare n distruggere i servi di Cristo; tieni lontano le tue mani da quelli! L'imperatore atterrito si astenne allora dal disturbare i cristiani. Le testimonianze precedenti, come in genere quelle tratte dalla letteratura della corrente petrina, presentano il tema della "adaequatio Petri" a Cristo, vale a dire della consociazione dell'apostolo al martirio di Cristo. 19. Cfr 33-41 di Atti di Pietro ; viene attribuito falsamente a Lino papa, e ci conservato in due Mss greci. James , The Aprocriphal N.T. , Oxford 1924, pp. 330-336. 20. L'esaltazione della verginit (anche nel matrimonio) tradisce l'influsso manicheo e ci mostra come dal manicheismo e probabilmente dalle dottrine (interpretate in senso meramente fisico) di certe correnti gnostiche sia venuta, in larga parte, la concezione che la verginit superiore al matrimonio, poi imposta ai fedeli verso la fine del IV e nel V sec d.C.. Si capisce pure come gli Atti di Pietro godessero tanto favore presso i manichei (cfr Agostino, Contra Faustum Man. 30, 4; Adv Adimant. Manich. 17 e un po' prima Filastrio, Haer. 88). III SECOLO. CLEMENTE ALESSANDRINO (m. 215), pur non affermando esplicitamente il martirio di Pietro a Roma, attesta il particolare che l'Evangelo di Marco fu scritto a Roma durante la predicazione di Pietro in quella citt: Quando Pietro predicava pubblicamente a Roma la parola di Dio e, assistito dallo Spirito vi promulgava il Vangelo, i numerosi cristiani che erano presenti, esortarono Marco, che da gran tempo era discepolo dell'apostolo e sapeva a mente le cose dette da lui, a porre in iscritto le sua esposizione orale (21) . 21. Questo brano tratto dalle Hypotyposeis si legge in Eusebio, Hist. Eccl. 6,14,6.

ORIGENE (Alessandria ca. 185-Tiro 253 o 254) fu il primo autore non anonimo a ricordare che Pietro fu crocifisso a Roma con il capo all'ingi: Si pensa che Pietro predicasse ai Giudei della diaspora per tutto il Ponto, la Galazia, la Bitinia, la Cappadocia e l'Asia e che infine venisse a Roma dove fu affisso alla croce con il capo all'ingi, cos infatti aveva pregato di essere posto in croce (22). Narra anch'egli l'episodio di Pietro che, fuggendo da Roma durante la persecuzione, si vide venir incontro Ges diretto invece verso l'Urbe. Alla domanda: Signore, dove vai? ( Domine, quo vadis?), il Maestro avrebbe risposto: A Roma per essere crocifisso di nuovo (23) 22. Origene in Eusebio (Hist. Eccl. 3,1,2). Sulle testimonianze patristiche riguardanti la crocifissione di Pietro cfr V. Lapocci , Fu l'apostolo Pietro crocifisso inverso capite? , in Studia et Documenta Hist. et Juris, 28 (Roma 1962, pp. 89-99). Per gli usi romani della crocifissione cfr U. Holzmeister , Crux Domini eiusque cricifixio ex archelogia romana illustratur , in Verbum Domini 14 (1934), p. 247. 23. Di ci gi parlano sia Origene , citando gli Atti di Paolo ( In Johannem 20, 12), sia successivamente Ambrogio (334-397) in Contra Auxentium 13. IV SECOLO. Con il IV secolo, la credenza del martirio di Pietro a Roma ormai comune, perci superfluo addurre molti altri passi. Baster ricordare che, secondo LATTANZIO (250 ca.-dopo il 317), Pietro e Paolo predicarono a Roma e quel che dissero rimase fisso nello scritto (24). Egli accusa poi Nerone d'aver ucciso Paolo e crocifisso Pietro (25). EUSEBIO di CESAREA (ca 265 - 340) nella sua Storia Ecclesiastica ricorda che, dopo la fondazione della Chiesa di Antiochia, Pietro fu a Roma al tempo dell'imperatore Claudio per combattervi Simone il Mago e col visse per 25 anni (26) . La sua predicazione fu fissata nello scritto di Marco (27) ; l'apostolo fu crocifisso con il capo all'ingi (28) mentre Paolo venne decapitato(29) . Clemente fu il terzo successore di Pietro e Paolo (30) . Simili sono le affermazioni del CRONOGRAFO dell'a. 354 (31 ) accolta pure da GIROLAMO (340 ca-420): Siccome Pietro deve essere stato vescovo della Chiesa di Antiochia e dopo aver predicato ai Giudei che si convertirono nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia, il secondo anno dell'imperatore Claudio (a. 42) and a Roma per confutarvi Simone il Mago, e vi tenne la cattedra per 25 anni, ossia fino al 14 anno di Nerone (32) . La sua morte fu seguita pochi mesi dopo da quella dell'imperatore, quale castigo divino, secondo una profezia ricollegata alla morte degli apostoli "Nerone perir da qui a non molti giorni" (33) . 24. Quae Petrus et Paulus Romae predicaverunt et ea praedicatio in memoria scripta permansit Instit. Div. IV, 21. 25. Petrum cruci affixit et Paulum interfecit De Morte persecutorum 2. 26. Eusebio, Hist. Eccl. 2, 15, 2 . 27. Eusebio, Hist.Eccl. 3,1,2. 28. Ivi, Hist. Eccl. 3, 1, 2. 29. Ivi, Hist. Eccl. 3,1,3. 30. Ivi, Hist. Eccl. 3,4,9. 31. Monumenta Germaniae Historica-Auctores Antiquissimi-Chronica vol. I, Belin 1892, p. 73. 32. De Viris Illustribus , 1, Romam pergit ibique vigintiquinque annos cathedram sacerdotalem tenuit usque ad ultimum annum Neronis, i. e. quartumdecimum. Cfr S. Garofalo , La prima venuta di S, Pietro a Roma nel 42 , Roma 1942. Vi sono tuttavia altri scritti che parlano di 20 (o altre cifre) di permanenza (cos la versione Armena del Chronicon o Cronaca di Eusebio). 33. Atti di Pietro, ed Lipsius, pp. 172 ss; Nerone mor il 9 giugno 68. ***

Avendo visto come si venuta a creare, progressivamente nel tempo, la credenza relativa alla permanenza si S. Pietro a Roma e al suo martirio, chiediamoci se vi siano negli Atti e nelle Lettere degli Apostoli almeno degli accenni, che possano in qualche modo giustificare tale credenza. Essa, per secoli, si riassunta nell'affermazione che questo apostolo sarebbe stato a Roma per 25 anni dal 42 al 67 e che il 29 Giugno del 67 furono uccisi sia S. Pietro, crocifisso sul colle Vaticano, sia S. Paolo, decapitato nella localit ora denominata Tre Fontane. Scorriamo gli Atti e le Lettere e riportiamo, in ordine cronologico, le varie e successive residenze di Pietro. A) Pietro era a GERUSALEMME, dopo la resurrezione di Ges. Atti cap. 1, ver. 12-14: [12]Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. [13]Entrati in citt salirono al piano superiore dove abitavano. C'erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelta e Giuda di Giacomo. [14]Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Ges e con i fratelli di lui. B) Pietro fu inviato dagli apostoli in SAMARIA, assieme a Giovanni, da dove ritornarono a GERUSALEMME. Atti cap. 8, ver. 14: [14]Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Atti 8:25 [25] Essi poi, dopo aver testimoniato e annunziato la parola di Dio, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi della Samaria. C) Pietro and poi a LIDDA. (Atti cap. 9, ver. 32); [32] E avvenne che mentre Pietro andava a far visita a tutti, si rec anche dai fedeli che dimoravano a Lidda. D) Pietro and a Ioppe (GIAFFA) dove dimor molti giorni. Atti cap. 9, ver. 43: [43] Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone conciatore. E) Pietro and a CESAREA per alcuni giorni. Atti cap. 10, ver. 23-24 e 48: [23]Pietro allora li fece entrare e li ospit. Il giorno seguente si mise in viaggio con loro e alcuni fratelli di Giaffa lo accompagnarono. [24]Il giorno dopo arriv a Cesara. Cornelio stava ad aspettarli ed aveva invitato i congiunti e gli amici intimi. [48]E ordin che fossero battezzati nel nome di Ges Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni. F) Nell'anno 42 Pietro era a GERUSALEMME, dove fu visitato da Paolo, tre anni dopo la conversione di questo, avvenuta nell'anno 39. Pietro era tornato da Cesarea, chiamato dalla Chiesa a rendere conto del fatto che era stato in casa di Cornelio Gentile. Nello stesso anno, l'imperatore Claudio (41-54 d.C.) aveva, con una legge, scacciato i Giudei da Roma e aveva loro proibito di andarvi.

Atti cap. 11, ver. 2: [2] E quando Pietro sal a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: ... G) Secondo la cronaca di Eusebio, S. Pietro and nel 43 ad ANTIOCHIA, dove stabil Vescovo Evodio. La venuta di Pietro a Roma nei primi anni del regno di Claudio, perci, non suffragata da nessuna prova n scritturale, n storica. H) Il re Erode Agrippa I (10 ca. a.C. - 44 d.C.), poco prima della sua morte, fece arrestare Pietro in GERUSALEMME . La morte di Erode Agrippa I (re di Giudea dal 41 al 44), accade, secondo Giuseppe Flavio, nell'anno terzo di Claudio (43 d.C.); ma pi probabilmente, secondo altri storici, nel principio del quarto (44 d.C.). Dopo la sua liberazione, Pietro "se ne and in un ALTRO LUOGO", tanto piccolo da non essere nominato. Atti cap. 12, ver.3 [1]In quel tempo il re Erode cominci a perseguitare alcuni membri della Chiesa [2]e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. [3]Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. Atti cap. 12, ver. 17 [17]Egli allora, fatto segno con la mano di tacere, narr come il Signore lo aveva tratto fuori del carcere, e aggiunse: Riferite questo a Giacomo e ai fratelli. Poi usc e s'incammin verso un altro luogo. Secondo alcuni esegeti, generalmente cattolici, il luogo innominato del precedente versetto sarebbe Roma, in quanto il libro degli Atti si divide in due sezioni parallele, la prima delle quali riguarda Pietro e la seconda Paolo. Siccome la seconda sezione termina a Roma (At 28, 14) logico dedurre che anche la prima abbia tale meta (1) . La citt non vi sarebbe nominata per ragioni stilistiche, in quanto, secondo il principio teologico lucano, il Vangelo doveva spandersi gradatamente da Gerusalemme in Samaria, poi in altre regioni fino a Roma e agli estremi confini del mondo, cio alla Spagna. Perci l'autore non poteva parlare di Roma prima dell'evangelizzazione dell'Asia Minore e della Grecia (2) . Di pi l'espressione in un altro luogo sarebbe stata tratta da Ezechiele, dove si riferisce all' esilio babilonese (Ez 12, 3). Ora si sa che Babilonia, nella letteratura apocalittica, era il nome simbolico di Roma (3) . Tutte queste ipotesi, assai fragili, non sono confermate, bens contraddette, dagli altri passi biblici, che ignorano, come abbiamo visto, l'andata di Pietro a Roma nel 42 d.C. e, come vedremo, anche negli anni successivi . E' inutile asserire, come alcuni fanno, che il nome della citt fu tenuto nascosto per non danneggiare Pietro. Che ragione v'era di tacere tale nome in un libro scritto molti anni dopo, quando Pietro probabilmente era gi morto? L'assenza del luogo indica solo che da quel momento Pietro inizi la sua attivit di apostolo itinerante in mezzo ai Giudei, anche in piccole localit. 1. Card. I. Schuster , Actus Apostolorum , in La Scuola Cattolica, 81 (1953) pp. 371-374; R. Graber , Petrus der Fels, Fragen um den Primat , p. 21. 2. J. Dupont , Les problmes du livre des Actes d'aprs les travaux recents , Lovanio, Pubblications Universitaires, p. 88. 3. J. Belser , Die Apostelgeschichte , 1905. p. 156 e seguenti. L'antica tradizione di Apollino, riportata da S. Epifanio e da Eusebio, dice che Cristo aveva ordinato ai suoi Apostoli che non lasciassero Gerusalemme per 12 anni. Quindi, fino all'anno 46, S. Pietro non avrebbe potuto abbandonare la Giudea. Nell'anno 47 la Bibbia non ci dice dove era S. Pietro, ma la tradizione afferma che in quell'anno mor a GERUSALEMME la Vergine Maria, e che S. Pietro, insieme con gli altri Apostoli, assist alla sua sepoltura. Nell'anno 49,

Claudio rinnov l'editto col quale non solo scacciava da Roma i Giudei, ma vietava che vi entrassero (4); tale editto fu rigorosamente osservato fino alla sua morte, avvenuta nel 54. Dunque fino al 54 (12 anni prima prima della sua morte) Pietro non pot andare a Roma. 4. "Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit" [Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto (= Cristo) erano continua causa di disordine - in Svetonio, Vita Claudii XXIII, 4]. La notizia di Svetonio concorda perfettamente con quanto riportato negli Atti degli Apostoli riguardo allarrivo di Paolo a Corinto: Dopo di ci, partito da Atene [Paolo] and a Corinto. E trovato un giudeo di nome Aquila, pontico di nascita, da poco giunto dallItalia, e la moglie sua Priscilla, per il fatto che Claudio aveva ordinato che tutti i Giudei partissero da Roma, and da loro (At XVIII, 1-2) I) Del resto, nell'anno 51/52 S. Pietro era al Concilio di GERUSALEMME (Atti 15). Al concilio, Pietro non parl affatto di un suo nuovo lavoro tra i Gentili, ma si limit a far riferimento al gi menzionato battesimo di Cornelio. Furono Barnaba e Paolo che parlarono invece della loro missione tra i Gentili (At 15, 7-11; cfr c. 17). Dopo la riunione di Gerusalemme, gli Atti degli apostoli non parlano pi di Pietro, nonostante che descrivano la storia della chiesa fino al 61. Atti 15, ver. 6-7 [6]Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. [7]Dopo lunga discussione, Pietro si alz e disse:... Non molto dopo, Paolo ebbe un diverbio con Pietro ad ANTIOCHIA (Galati 2). Ga 2, 11: [11] Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perch evidentemente aveva torto.

J) Nell'epistola di Paolo ai Romani, scritta nell'anno 58 da Corinto, l'apostolo si dichiara "pronto ad annunziare l'evangelo anche a voi che siete in Roma", avendo l'ambizione di predicare l dove Cristo non fosse stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui. Infatti, con quale diritto Paolo avrebbe dato istruzioni, esortazioni, precetti ai Romani, se avessero effettivamente avuto S. Pietro per Vescovo? Che si direbbe oggi se un altro Vescovo scrivesse una pastorale ai Romani, nonostante la presenza del papa? Alla fine della lettera Paolo rivolge i suoi saluti a ben 26 componenti della comunit cristiana romana, ma fra essi il nome di Pietro non figura. Dunque fino al 58 S. Pietro non fu a Roma. Romani, cap. 1, ver. 15; cap. 15, ver. 20; cap. 16, ver. 3-16 [15] sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma. [20] Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui. [3]Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Ges; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, [4]e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; [5]salutate anche la comunit che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio caro Epneto, primizia dell'Asia per Cristo. [6]Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. [7]Salutate Andronco e Giunia, miei parenti e compagni di

prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo gia prima di me. [8]Salutate Ampliato, mio diletto nel Signore. [9]Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. [10]Salutate Apelle che ha dato buona prova in Cristo. Salutate i familiari di Aristbulo. [11]Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narcso che sono nel Signore. [12]Salutate Trifna e Trifsa che hanno lavorato per il Signore. Salutate la carissima Prside che ha lavorato per il Signore. [13]Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che anche mia. [14]Salutate Asncrito, Flegosnte, Erme, Ptroba, Erma e i fratelli che sono con loro. [15]Salutate Fillogo e Giulia, Nreo e sua sorella e Olimpas e tutti i credenti che sono con loro. [16]Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le chiese di Cristo. K) Nel 61-62, Paolo viene condotto a Roma come prigioniero. Col egli "convoca i principali fra i giudei" i quali gli dicono di volere conoscere quello che egli pensa di questa "setta" (cristianesimo), perch " noto che da per tutto essa incontra opposizione" . Nessuna menzione di Pietro e del suo apostolato! Come mai i Giudei aspettano l'arrivo di Paolo per informarsi intorno al Cristianesimo? Non sembra strano che Pietro, qualora fosse gi stato a Roma, lui che era lapostolo dei circoncisi, non abbia mai parlato della fede cristiana ai suoi connazionali? Segno quindi che, almeno fino a quellanno, Pietro non si era ancora recato a Roma. Atti cap. 28, ver. 16-17 [16]Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia. [17]Dopo tre giorni, egli convoc a s i pi in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. Atti cap. 28, ver. 22 [22]Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione. L) Paolo prese in fitto una casa a Roma per due anni (63/64). Atti cap. 28, ver.30 [30]Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, In quel periodo, scrive da Roma ai Filippesi. Manda i saluti di tutti i fratelli, "massimamente di quei della casa di Cesare" - e perch non massimamente di Pietro? Perch Pietro non era a Roma! Scrive agli Efesini e, anche in questo caso, nessuna parola di Pietro. Scrive ai Colossesi e termina questa lettera con i soliti saluti di fratelli della chiesa di Roma e di compagni di prigionia. Nessun saluto e notizia di Pietro! Sembra dunque che, almeno fino al 63, S. Pietro non sia stato a Roma. M) Alla fine della breve lettera, scritta a Roma in compagnia di Timoteo nell'anno 64 e diretta a Filemone, Paolo, "vecchio" , invia i soliti saluti dei componenti della comunit cristiana romana , citando Epafra, Dema e Luca, suoi compagni d'opera. Se Pietro fosse stato a Roma non lo avrebbe neppure nominato? Filemone, cap. 1, ver.9 e vers. 23-24: [9] preferisco pregarti in nome della carit, cos qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Ges; [23]Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Ges, [24]con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori.

N) Finalmente nel 65-66, S.Paolo scrive da Roma la seconda lettera a Timoteo, l'ultima. In essa dice che "Luca solo" con lui e che tutti gli altri lhanno abbandonato. Nessuna notizia di Pietro. Infatti Pietro era a BABILONIA (I lettera di Pietro cap. 5, ver. 13) nell'area geografica che gli era stata affidata per predicare il Vangelo.. 2 Ti 4: ver. 6, ver. 9-12, ver. 16: [6]Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed giunto il momento di sciogliere le vele. [9]Cerca di venire presto da me, [10]perch Dema mi ha abbondonato avendo preferito il secolo presente ed partito per Tessalonica; Crescente andato in Galazia, Tito in Dalmazia. [11]Solo Luca con me. Prendi Marco e portalo con te, perch mi sar utile per il ministero. [12]Ho inviato Tchico a Efeso. [16]Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. 1 Pietro 5:13 [13]Vi saluta la comunit che stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio. Alcuni trovano in questo saluto di Pietro della sua prima lettera un riferimento a Roma. Soprattutto studiosi cattolici affermano che, poich qui non si pu indicare lantica citt di Babel, che allora era gi stata distrutta, vi un implicito riferimento alla citt di Roma, denominata Babilonia nella letteratura apocalittica sia giudaica, sia cristiana (5). Una spiegazione difficile da condividere, per diverse ragioni. In primo luogo, se tale simbolismo naturale nella letteratura apocalittica, volutamente allegorica e simbolica, non lo affatto in una semplice lettera , dal contenuto pratico, priva di altri termini allegorici, che non contiene alcuna allusione diretta a Roma e che favorevole allo stato romano. 1 P 2:13-17: [13]State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, [14]sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. [15]Perch questa la volont di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. [16]Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libert come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio.[17]Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re. Riesce poi difficile capire perch Pietro non debba chiamare Roma con il suo reale nome (come fa sempre Paolo nelle sue lettere). Pertanto, sembra logico intendere Babilonia nel suo ovvio senso geografico e, quindi, ricercarla in Egitto o nella Mesopotamia. La Babilonia d'Egitto, posta sopra il canale che congiunge il Nilo con il Mar Rosso, ora assorbita dal Cairo, possedeva una guarnigione militare giudea. Nel sec. V d.C. a Bablun vi era ancora una chiesa con un vescovo e pochi fedeli (6). Gli antichi copti affermavano che Pietro scrisse quivi la sua lettera. L'esistenza degli apocrifi egizi Vangelo di Pietro e Apocalisse di Pietro gioca a favore di questa interpretazione. Tuttavia la lettera di Pietro non presenta alcuna allusione all'Egitto. Lantica Babilonia della Mesopotamia, pur giacendo distrutta da molti secoli, tuttavia non era completamente scomparsa. Sia Giuseppe Flavio che Filone dAlessandria ci informano che presso le antiche rovine vivevano ancora dei giudei (7). Risulta poi che in Mesopotamia si svolgeva una intensa attivit giudaica, poich la massa dei deportati israeliti rimase nel paese, anzich ritornare con Esdra (Ant. Giud. XI 5, 2). Dalla regione babilonese proviene il

cosiddetto Talmud babilonico. Hillel, come pi tardi R. Hiyyia e i suoi figli, sarebbero venuti da Babilonia quando la legge era stata dimenticata nella Giudea (8) . Per cui Babilonia sarebbe proprio la chiesa (cfr. 2 Gv 1) composta da convertiti ebrei di Babilonia (cfr. At 2:9) (9). Per cui probabile che Pietro abbia voluto visitare quei luoghi (assegnati a lui secondo Galati 2:9) da dove poi ha scritto la sua prima lettera. Tale ipotesi spiegherebbe meglio come i destinatari della lettera petrina siano tutti costituiti dalle chiese che si trovavano nei dintorni di Babilonia, vale a dire quelle del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dellAsia e della Bitinia. (1 P 1:1) 5. L'equazione Babilonia-Roma era frequente nell'apocalittica: cfr Oracoli della Sibilla : Essi bruceranno il mare profondo, la stessa Babilonia e la contrada dell'Italia (5,159); (cfr pure Rivelazione di Baruc 1, 2; Esdra 3, 1 s, 28,31). Anche gli antichi scrittori ecclesiastici amarono tale equazione, come ad es. Tertulliano ( Adv. Judaeos 9; Adv. Marcionem 3, 13 ). Cfr H. Fuchs, Der geistige Winderstand gegen Rom , 1938, pp. 74ss; B. Altaner , Babylon , in Reallaxicon fr Antike Christentum. coll. 1131 ss.. Si noti che i due Mss. minuscoli n. 1518 e 2138, hanno sostituito Roma nei passi dell'Apocalisse, dove si parla di Babilonia (Ap 14, 8; 16, 19; 17, 5; 18, 2). 6. Babilonia d'Egitto ricordata da Strabone 17, 30 e da Flavio Giuseppe Ant. Giud. 11,15,1 ; cfr Guathier , Dictionnaire de noms gographiques IX , pp. 303-204; A.H, Gardiner , Ancient Egyptian Onomastica , pp. 131-144. I Romani verso la fine del I secolo vi eressero un castrum. Una leggenda localizza nella chiesa copta di Abu-Sarga o nella vicina Mu'allaqa il luogo di rifugio della Sacra Famiglia. I Romani si impossessarono della regione nel 31 a.C.. E' tuttavia ignoto se la costruzione della citt romana gi esistesse nel I secolo; la sua fondazione oscilla tra il I e il III secolo d.C.; certamente non era ultimata al tempo di Pietro. 7. G. Flavio, Antichit Giudaiche XV, 2, 2; Filone, Legatio ad Caium. Secondo Flavio Giuseppe, Babilonia sarebbe stata abbandonata nella seconda met del sec. I dai Giudei che si trasferiscono a Seleucia (Ant. Giud. XVIII, 3, 8). 8. Cfr Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era , vol. I, Cambridge 1927, p. 6. 9. M. F. Unger - G. N. Larson, Commentario Biblico Illustrato, ed. ADI-Media, Roma 1995, pag. 621 Per concludere, se Pietro and mai a ROMA, fu solo dopo il 66 (pochi mesi prima del martirio, durante la persecuzione neroniana), forse perch Paolo, ormai condannato, non era pi in grado di esercitare il suo ruolo. Ci confermato del pagano Porfirio, filosofo neoplatonico (233-305 d.C. ca.), che di Pietro dice: Fu crocifisso dopo aver guidato al pascolo il suo gregge per soli pochi mesi (10) . 10. Frammento 22, tratto dal III libro dell'Apocriticus di Macario Magnete (Texte Untersuchungen XXXVII/4, Lipsia 1911, p. 56. Cfr A. Harnack, Porphirius gegen die Christen.

3b) S.Pietro stato realmente il primo papa? Analisi delle prove storico-archeologiche di Deo Ame
Stante che la presenza di S.Pietro a Roma, come ha indicato Occhi di If, pu essere stata al massimo di pochi mesi e non certo di 25 anni, vorrei dare un mio piccolo contributo, esaminando alcune prove storico-archeologiche, vere o presunte, addotte in passato, per avvallare la presenza di S. Pietro a Roma.

Comincer con l'esaminare la leggenda del Carcere Mamertino. A) Prendendo Via dei Fori Imperiali, si pu raggiungere la Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami. Essa deve la sua fama alla presenza sotto di s della chiesa o cappella di S.Pietro, costruita all'interno di quello che un tempo era un carcere dell'antica Roma. L'ambiente superiore infatti il Carcer [met II sec. a.C], denominato Carcere Mamertino solo a partire dall'et medievale (il nome si fa derivare dal dio sabino Mamers, corrispondente al latino Marte); quello inferiore il Tullianum, carcere pi antico, risalente a poco prima dell'invasione gallica [ca 387 a.C]. E' in tale carcere che, secondo la leggenda, sarebbero stati rinchiusi gli apostoli Pietro e Paolo. B) Questa leggenda inizi ad esser costruita per mezzo della letteratura apocrifa petrina, in particolare compare in tarde passioni di martiri, come la Passio Lini, che risale al VI secolo e i contemporanei (e forse posteriori) Atti dei Santi Processo e Martiniano. [1]. Secondo questi tardivi Atti, due custodi (Processo e Martiniano) del carcere nel quale erano racchiusi gli apostoli Pietro e Paolo, al vedere i miracoli da loro compiuti, chiesero di venire battezzati insieme ad altri carcerati. Perci Pietro, con un segno di croce, fece sgorgare le acqua dal monte Tarpeo, onde poter amministrare il battesimo. [1] Come anche studiosi cattolici ammettono. Cfr. O. Marucchi, S. Petro e S. Paolo in Roma, pag. 153; e H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, Roma 1930, pagg. 221, 222; cit. in E. Meynier, Storia dei papi, ed. EUN, Marchirolo - Varese 1968, vol. I, pag. 26 C) Einsiedeln una cittadina del cantone svizzero di Schwyz. Essa crebbe attorno allimportante abbazia benedettina sorta nel VIII secolo, tuttora meta di pellegrinaggio. Nel 1493 vi nacque il celebre medico e filosofo Paracelso. Tra le opere conservate nella biblioteca (1738) del convento si segnala il cosiddetto Itinerario di Einsiedeln, prodotto a Roma probabilmente nella seconda met del VIII sec. o agli inizi del IX. Tale opera pu essere considerata la prima guida turistica della citt di Roma: proponeva ai pellegrini cristiani ben undici percorsi urbani. Essa cita una fons S. Petri ubi est Carcer eius. In quel periodo di tempo nacque pure la credenza che, mentre i due apostoli venivano trasferiti dal carcere superiore a quello inferiore, S.Pietro urt con la testa contro il tufo della parete, lasciandovi impressa l'effigie, che tuttora si mostra ai turisti che visitano quel luogo.[2] [2] F. Cancellieri , Notizie del carcere Tulliano ; A Ferrua, Sulle orme di Pietro , in Civ. Catt. 1943, 3, p. 43; P. Franchi de' Cavalieri , Della Custodia Mamertini , in Note Agiografiche, fasc. 9, 1953, pp. 5-52. D) La credenza che il Tullianum fosse convertito in oratorio gi nel sec. IV viene confutata dal fatto che esso serv come carcere ancora nel 368 (Ammiano Marcellino XXVIII, 1, 57). Sulla parete curvilinea del Tullianum, tagliata dal muro di sostegno della scala d'accesso, si conserva parte in un affresco che raffigura la mano di Dio benedicente con a lato l'immagine di un santo. Lo stile classicheggiante e la resa pittorica (lumeggiature realizzate con sottili pennellate di diversa cromia accostate tra loro) consentono di datare l'opera all'VIII sec. dell'era cristiana. Entro una cornice di colore rosso scuro si vede la mano di Dio rivolta verso il basso apparire da una nuvola. Il palmo della mano girato verso l'alto. Il dito medio e l'indice sono distesi; il pollice si appoggia all'anulare ed al mignolo piegati. Sul polso si nota il bordo della veste ornata da ricami. Alla destra della mano rimangono tracce di una iscrizione che doveva indicare il nome del santo di cui si vede parte del nimbo di colore ocra. Il cielo solcato da nuvolette stratificate. L'affresco costituisce al momento il documento pi antico relativo alla trasformazione del Carcer-Tullianum in luogo di culto cristiano, ma non per nulla possibile riferirlo con sicurezza al culto dei due Apostoli. L'unica attestazione certa della venerazione di S. Pietro nel Carcer contenuta nei primi "Statuti della citt di Roma", compilati nel XIII sec.. E) La chiesuola o cappelletta forense dei "SS. Petri et Pauli in Carcere" manca nei cataloghi delle chiese romane, pubblicati nei sec. XII-XIV; invece si trova menzionato nei Libri Indulgentiarum della seconda met del sec. XIV sotto la denominazione "ecclesia quae dicitur Custodia, in qua incarcerati fuerunt b. Petrus et Paulus" ovvero "ecclesia S. Petri apostoli que dicitur custodia

Martiniani (sic)". Forte indizio che non venne costruita prima di tale periodo. [3] [3] Cfr. "Le Chiese di Roma nel Medio Evo" di Christian Hlsen, Leo S. Olschki, Firenze MCMXXVII. F) Fino al 1539, i falegnami di Roma appartennero all' "Universit dei Muratori", insieme ai quali avevano costruito la chiesa di S.Gregorio Magno (protettore della suddetta "Universit") in via Leccosa. Proprio quell'anno, per, trenta falegnami, in dissidio con altri membri del sodalizio, fondarono una propria Confraternita indipendente, intitolata a S.Giuseppe. Lo stemma della nuova confraternita recava in primo piano una corona ad otto punte, che incorona un compasso aperto. Sullo sfondo vi sono i vari attrezzi del falegname: una squadra, due seghe di forma diversa, una scure, un martello, le tenaglie, un morsetto. Il 13 maggio del 1540, Sebastiano Gualtiero, rettore della chiesa di S.Martina (alle pendici del Campidoglio), concesse in affitto perpetuo, dietro corresponsione di un canone annuo di scudi quattordici e giuli dieci, alla Compagnia di S. Giuseppe dei Falegnami, nella persona del camerlengo Roberto Pisano, la vicina chiesa di S. Pietro in Carcere (sita entro il Carcer-Tullianum o Carcere Mamertino) ed altri edifici attigui, alcuni dei quali fatiscenti. In quella occasione fu stabilito che la Compagnia dovesse "mantenere sempre vivo il culto di S. Pietro" ed intatte le strutture della chiesa a lui dedicata. Fu deciso inoltre che gli ambienti necessari alla vita del pio sodalizio e la nuova chiesa dedicata a S. Giuseppe dovessero essere costruiti nell'area dei fabbricati in abbandono. Nel maggio 1540, il nuovo sodalizio fu riconosciuto come Arciconfraternita [4]. La prima chiesa in onore di S.Giuseppe dei Falegnami fu edificata sopra quella di S. Pietro in Carcere. Per non doversi servire di muratori, l'opera fu realizzata interamente in legno [5]. Perch tanta segretezza? Occorre indagare in cosa consistesse effettivamente l'impegno di "mantenere sempre vivo il culto di S.Pietro", contratto dall'Arciconfraternita. In quel periodo era papa Paolo III [6], lo stesso che convoc il Concilio di Trento nel 1545, dando inizio alla Controriforma. Rinsaldare la credenza nell'attivit vescovile di S.Pietro a Roma e perci il primato dei suoi successori era quanto mai opportuno in quel periodo. Posto all'interno del Carcer, vi parte di pluteo marmoreo con motivo inciso a squame databile al V sec. d.C. Questo frammento unitamente a quello del IX sec. d.C. presente nel Tullianum ed a vasellame vario databile a partire dal V sec. d.C. vuol probabilmente simulare e retrodatare la costante frequentazione del sito da parte dei cristiani, quando il monumento romano non fu pi utilizzato come carcere. Gli archeologi giudicano bassa l'affidabilit della giacitura (giacitura "secondaria") e, con ogni probabilit, sono stati proprio i membri dell'Arciconfraternita a trasportare nel Carcer quei reperti. [4] Ma soltanto agli inizi del secolo successivo vi aderirono tutti i falegnami, molti dei quali erano rimasti sino ad allora con i muratori. Nacque cos l' "Universitas Carpentariorum", i cui statuti furono approvati da Urbano VIII nel 1624, insieme alla riconferma dei privilegi dell'Arciconfraternita, che sopravvisse allo scioglimento della corporazione avvenuto nel 1801. [5] Deterioratasi ben presto, venne infine ricostruita in muratura: si tratta di quella chiesa di S.Giuseppe dei Falegnami (consacrata nel 1663) a tutt'oggi esistente. [6] Nato Alessandro Farnese (1468 - 1549), fu Papa dal 1534 al 1549. *** Le impronte di Ges a S.Sebastiano Continuando l'esame delle prove storico-archeologiche riguardanti la presenza di S. Pietro a Roma, possiamo occuparci dell'oratorio del "Quo Vadis". E' una cappella eretta al I miglio della via Appia, per commemorare l'episodio di Pietro che, fuggendo da Roma durante la persecuzione, si sarebbe visto venir incontro Ges diretto in direzione opposta verso l'Urbe. Alla domanda di Pietro: "Signore, dove vai?" ( Domine, quo vadis?), Egli avrebbe risposto: "A Roma per essere crocifisso di nuovo" [1] e Pietro, confuso e pentito, sarebbe tornato sui suoi passi per subire anche lui il martirio. Secondo una credenza, ricordata anche da Petrarca, Ges avrebbe lasciato miracolosamente le impronte dei suoi piedi su di una selce, che rimase nell'oratorio Quo Vadis, erettovi a ricordo, fino al 1620, quando fu trasferita nella chiesa di San Sebastiano (presso le catacombe omonime, sulla via Appia) e ivi venerata come reliquia su un altare. In realt la pietra

con tale impronta, come si pu sapere dagli stessi studiosi cattolici, non altro che il monumento votivo posto in un qualche santuario pagano da parte di un pellegrino e poi trasportata in S.Sebastiano. Infatti, a quel tempo, vigeva la consuetudine di lasciare nei templi pagani simili impronte di piedi, a testimonianza dell'avvenuto pellegrinaggio votivo nel luogo[2]. [1] Di ci parla Origene, citando gli "Atti di Paolo" (In Johannem 20, 12 PG 14, 600), e anche Ambrogio (Contra Auxentium 13 PL 16, 1053). [2] cfr. Enciclopedia Cattolica, vol. IX, coll. 1423, 1424. Vedi anche O. Marucchi, S. Petro e S. Paolo in Roma, 4 ediz. Torino 1934. *** La Cattedra di S. Pietro Il Martirologio Romano celebrava il 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia e il 18 gennaio quella della sua cattedra a Roma. La recente riforma del calendario ha unificato le due commemorazioni al 22 febbraio, data che trova riscontro in quanto riferito dalla Depositio Martyrum filocaliana, un abbozzo di calendario liturgico che rimonta all'anno 354 [1]. Si ritiene che in questo giorno si celebrasse la cattedra romana, anticipata poi nella Gallia al 18 gennaio, per evitare che la festa cadesse nel tempo di Quaresima. In tal modo si ebbe un doppione e si fin per introdurre al 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia, fissando al 18 gennaio quella romana. Visitando la Basilica di San Pietro, in Roma, si pu trovare la cosiddetta Cattedra di San Pietro, ossia una poltrona su cui l'apostolo, secondo una certa credenza, si sarebbe assiso negli anni della sua residenza romana. Si trova occultata entro l'abside del Bernini, dove vi venne trasferita nel 1666. Dapprima si parl solo di "cattedra della chiesa romana" come si legge nel Canone Muratoriano (una lista di libri del N. T., scritta a Roma verso la fine del II secolo e scoperta da L.A. Muratori): "Il pastore di Erma fu scritto mentre sedeva sulla cattedra della chiesa romana suo fratello Pio" (Pio I, papa dal 140 al 155). In seguito la cattedra fu ricollegata a Pietro e Paolo (Ireneo 175-202), e infine, dall'inizio del sec. III, divenne la cattedra di Pietro, come appare in Tertulliano e specialmente in Cipriano [2]. Una volta creata, la credenza si perpetu nei secoli successivi. Un riferimento esplicito alla cattedra lignea gestatoria dell'apostolo, si ha nella epigrafe di papa Damaso (366-384) nel battistero vaticano [3]. Alla fine del IV secolo, Agostino dice che Atanasio, il papa del suo tempo, "siede oggi sulla stessa cattedra su cui Pietro sedette" (cfr Ep 52, 3). Si ritiene utile, per iniziare un'analisi pi approfondita, riportare quanto disse su quest'argomanto, nel 1967, papa Paolo VI. Dall'UDIENZA DI PAOLO VI concessa Mercoled, 22 febbraio 1967 [4] Questa udienza generale trova oggi, 22 febbraio, la Basilica di S. Pietro in festa per la celebrazione duna sua particolare solennit: quella della Cattedra di San Pietro. Dubiter qualcuno che si tratti duna festa di recente istituzione, dovuta allo sviluppo della dottrina circa il Pontificato romano, nel secolo scorso. No, si tratta di unantichissima festa, che risale al terzo secolo (cf. Lexicon fr Th. und K. 6, 66), e che si distingue dalla festa per la memoria anniversaria del martirio dellApostolo (29 giugno). Gi nel quarto secolo la festa odierna indicata come Natale Petri de cathedra (cf. Rad, Ench. Lit, II, 1375). Fino a pochi anni fa il nostro calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio, riferita alla sede di Roma, laltra il 22 febbraio, riferita alla sede di Antiochia; ma si visto che questa geminazione non aveva fondamento n storico, n liturgico. A che cosa si riferisce questo culto? Il primo pensiero corre alla Cattedra materiale, cio alle reliquie del seggio sul quale lApostolo si sarebbe seduto per presiedere allassemblea dei Fedeli, perch sempre in tutte le comunit cristiane il seggio episcopale era tenuto in grande onore. Si chiama ancor oggi cattedrale la chiesa dove il Vescovo risiede e governa. Ma la questione circa lautenticit materiale di tali reliquie riguarda piuttosto larcheologia, che la liturgia; sappiamo che tale questione ha una lunga storia di difficile ricostruzione, e che il grandioso e celebre monumento di bronzo, eretto per ordine di Papa Urbano VIII, ad opera del Bernini, nellabside di questa Basilica,

si chiama laltare della Cattedra, il quale, a prescindere dai cimeli archeologici ivi contenuti, vuole onorare principalmente il loro significato: vuole cio riferirsi a ci che dalla Cattedra simboleggiato, la potest pastorale e magistrale di colui che occup la Cattedra stessa, considerata piuttosto nella sua origine costitutiva e nella sua tradizione ecclesiastica, che non nella sua entit materiale (cf. Cabrol, in DACL, III, 88: la festa ricordava lepiscopato di S. Pietro a Roma, piuttosto che la venerazione duna Cattedra materiale dellApostolo). Quello che conta e che commuove e la glorificazione di questa "Cattedra", la quale, fra tanto susseguirsi e variare di sistemi, di teorie, di ipotesi, che si contraddicono e cadono luna dopo laltra, lunica che, invitta, faccia certa, da duemila anni, la grande famiglia dei cattolici; che anche su questa terra dato agli uomini di conoscere talune immutabili verit supreme: le vere e sole che appaghino langoscioso spirito delluomo (cf. Galassi Paluzzi, S. Pietro in Vat., II, 65). Dunque: onoreremo nella Cattedra di San Pietro lautorit che Cristo confer allApostolo, e che nella Cattedra trovo il suo simbolo, il suo concetto popolare e la sua espressione ecclesiale. Come non ricordare che, fin dalla met del terzo secolo, il grande vescovo e martire africano, San Cipriano, adopera questo termine per indicare la potest della Chiesa Romana, in virt della Cattedra di Pietro, donde scaturisce, egli dice, lunit della gerarchia? (cf. Ep. 59, 16: Bayard, Correspondance, II, 184). E quanto alla festa della Cattedra basti citare una delle frasi dei tre discorsi attribuiti a S. Agostino e ad essa relativi: Listituzione della odierna solennit ha preso il nome di Cattedra dai nostri predecessori per il fatto che si dice avere il primo apostolo Pietro occupato la sua Cattedra episcopale. Giustamente dunque le Chiese onorano lorigine di quella sede, che per il bene delle Chiese lApostolo accett (Serm. 190, I; P.L. 39, 2100). [1] La Depositio Martyrum fa parte del Calendario filocaliano, ma preceduta dalla Depositio episcoporum di Roma, l'ultimo dei quali Papa Silvestro (+ 335). certo perci che il Calendario rimonti almeno al 336. Il testo in Monumenta Germaniae Historica. Auctores Antiquissimi, IX (parte I; 1892) pp. 13-196. Riprodotto in C. KIRCH, Enchiridion fontium historiae ecclesiasticae antiquae, Friburgi, 1965, *544. [2] Rouet de Journel , Enchiridion patristicum , n, 575 (Cipriano, Epistula ad Antonianum, 8 a. 251/252). [3] Una Petri sedes unum verumque lavacrum vincula nulla tenet quem liquor iste lavat (V' un'unica cattedra di Pietro ed un unico vero lavacro, non pi alcun vincolo tiene chi da quest'onda lavato). [4] Cfr Osservatore Romano, 22 febbraio 1967, p. 2. Oppure consulta il sito: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1967/documents/hf_p-vi_aud_19670222_it.html

Come si pu vedere, Paolo VI accennava a tutta un "susseguirsi e variare di sistemi, di teorie, di ipotesi", riguardanti la Cattedra. Queste incertezze si dovettero non poco al fatto che la cattedra non era direttamente accessibile a tutti. Esse sono molto ben riassunte nell'opera di Luigi De Sanctis, "Roma papale descritta in una serie di lettere con note", del 1865. La lettera dedicata alla cattedra quella di un personaggio, presentato come un "valdese", che cos scrive: "Signor Abate, "Sono grandemente dispiacente per quello che accaduto ieri. Confesso che ho un poco troppo ecceduto; che, parlando ad un Cattolico sincero quale voi siete, doveva usare maggiori riguardi, e misurare le mie parole: perci vi domando perdono se vi ho offeso col mio modo di parlare. Ma, a parte il mio tono piuttosto cattedratico, io credo avere buone ragioni sul fondo della questione. "Io diceva avere buone ragioni per credere che quella sedia o cattedra, come voi la chiamate, venerata sopra quell'altare, e della quale si celebra la festa ogni anno il 18 Gennaio, invece di essere la sedia dell'Apostolo S. Pietro, sia quella di Solimano Califfo di Babilonia, o di Saladino Califfo di Gerusalemme. Ed affinch non crediate che io abbia ci detto per leggerezza, o per insultarvi, eccovi le prove; le quali se non sono convincentissime per provare che quella sedia appartenesse ad un Turco, lo sono per per dimostrare che essa non ha potuto appartenere a S. Pietro.

"In primo luogo, io non posso persuadermi come mai l'umilissimo Pietro avesse per s una sedia distinta, una cattedra. Non posso supporre che S. Pietro per una sedia avesse voluto trasgredire il comando espresso di Ges Cristo (Matt. XX, 25-27). Io amo molto S. Pietro; e perci non posso crederlo n prevaricatore, n mentitore: egli stesso dice, nella sua prima epistola, capo V, versetto 1, di non essere che un anziano come tutti gli altri, "sumpresbyteros", intendetelo bene, vi prego: come poter credere, dopo ci, che egli abbia voluto avere per s una cattedra, per ismentire col fatto quello che diceva ed insegnava? Ma ditemi, di grazia: dove teneva egli cotesta sedia? Forse nella sua casa? Ma o perch di tutta la sua mobilia non si conservata che questa sedia? Voi direte che era la sedia sulla quale ufficiava nella chiesa. Ma io vi ho gi dimostrato che chiese non ve ne erano in que' tempi. Gli Atti apostolici e le lettere apostoliche ci dicono che si celebrava il servizio di casa in casa: non credo che vorrete supporre che S. Pietro andava di casa in casa trascinandosi dietro la sua cattedra. "Ma supponete pure, quello che non per nulla provato, che S. Pietro sia stato in Roma; e ch'egli avesse avuto anche una sedia distinta per ufficiare: vi domando io, quali sono le prove che dimostrano quella essere veramente la sedia di S. Pietro? Non mi rispondete: Lo dice il Papa infallibile: perch io vi risponder che, secondo i vostri principii stessi, in Papa infallibile nel domma, ma non nei fatti. E poi, chi avrebbe conservata quella sedia? Non i Cristiani certamente; perch la venerazione delle reliquie non cominci che alla fine del quarto secolo. E se i Cristiani la avevano conservata; come che non fu trovata che nel secolo decimosettimo? Queste sono alcune delle ragioni per le quali non posso credere che quella sia la sedia di S. Pietro. A tutto ci aggiungete la grande ragione tratta dalla Bibbia e dalla storia, che dimostra S. Pietro non essere mai venuto in Roma; e vedrete che i miei motivi per non credere a quella sedia sono giusti e ragionevoli quanto mai si possa dire. "Non voglio poi ostinatamente sostenere quello che a voi tanto dispiaciuto sentire, cio che quella sedia abbia potuto appartenere ad un Maomettano. Io ho detto quella cosa sull'autorit di Lady Morgan, la quale nella sua opera sull'Italia al volume IV dice che la sacrilega curiosit dei Francesi, nel tempo ch'essi occupavano Roma, al principio di questo secolo, vinse tutti gli ostacoli, onde vedere cotesta famosa sedia: essi tolsero la sua fodera di rame, e tratta fuori la sedia ed esaminatala diligentemente, vi trovarono incise con caratteri arabi queste parole: Dio solo Dio, e Maometto il suo profeta. Io non so se Lady Morgan dica il vero: ma le risposte che le hanno fatte non sono per nulla concludenti. Voi forse conoscerete la risposta che sembrata la migliore; che cio impossibile che quella sia la sedia di un Musulmano, imperciocch essi non usano sedie. vero che negli usi comuni non si servono di sedie come le nostre, ma di cuscini, di sof, di sgabelli; ma si servono di sedie, anzi di cattedre, i loro mufti per predicare, ed anche qualche volta i loro sovrani per trono: potrebbe dunque essere la sedia di un mufti. L'argomento convincente sarebbe trarre fuori quella sedia pubblicamente, e lasciare che tutti potessero esaminarla: ma questo non si far mai. "Voi sapete, Signor Abate, che io amo molto il buon Benedettino Tillemont. Esso era un dotto, era monaco, era buon cattolico: spero che non ricuserete la sua testimonianza. Ebbene Tillemont era incredulo come lo sono io a riguardo di quella sedia. Egli nel suo viaggio in Italia dice: "Si pretende che a Roma vi sia la cattedra episcopale di S. Pietro, e Baronio dice che di legno: ciononostante alcuni che hanno veduta quella che era destinata ad essere posta solennemente sull'altare nel 1666, assicurano che era d'avorio, e che gli ornati non sono pi antichi di tre o quattro secoli, e le scolture rappresentano le dodici fatiche di Ercole." Ecco cosa dice Tillemont! "Voi mi direte che Tillemont in contraddizione con quello che dice il Baronio. Potrei rispondervi che ambedue gli scrittori sono stati zelantissimi Cattolici, ambedue dotti, ambedue storici abilissimi: la contraddizione dunque che vi fra loro intorno a quella sedia, una prova della falsit di essa: tanto pi che nel passo citato Tillemont mostra non credere alla autenticit di quella sedia. Ora per ricordo aver letto nella mia giovent una storia (non rammento in qual libro) la quale spiegherebbe tutto e toglierebbe ogni contraddizione fra i due scrittori. La festa della cattedra di S. Pietro esisteva da quasi un mezzo secolo; ma la sedia non era stata ancora posta in venerazione: fra le reliquie che sono in Roma esisteva una sedia che si diceva avere appartenuto a S.Pietro; ed il papa Clemente VIII pensava metterla in venerazione: ma il cardinal Baronio gli fece osservare, che i bassi rilievi rappresentavano le dodici fatiche di Ercole, ed in conseguenza non poter essere quella la sedia sulla quale S. Pietro ufficiava. Il papa si persuase: ma pure bisognava che una sedia di S. Pietro vi fosse. Allora si cerc nel magazzino delle reliquie, e si sostitu alla prima una seconda sedia antica di legno: e questa quella di cui parla Baronio, mentre Tillemont parla della prima. Ma sessant'anni dopo la morte di

Baronio, quando Alessandro VII fece fare l'altare della cattedra come oggi si vede, non si sapeva quale delle due si dovesse porre in venerazione: non la prima per le scolture mitologiche; non la seconda perch era di stile gotico, e quello bastava per dimostrare che non poteva avere appartenuto a S. Pietro. Il papa allora sapendo che fra le reliquie vi era una sedia portata come reliquia dai crociati, la fece prendere, ed ordin che quella si ponesse in venerazione: nessuno per si avvide della iscrizione araba citata da Lady Morgan. "Del resto non facciamo questioni per una sedia: una sedia finalmente non che una sedia; e non conviene basare la nostra credenza sopra una sedia. Quando anche fosse chiaro come la luce del giorno che quella fosse la identica sedia di S. Pietro, essa non proverebbe la sua presenza in Roma; perch vi potrebbe essere stata portata. E quando anche fosse vero che S.Pietro fosse stato in Roma, la presenza dell'Apostolo di diciannove secoli fa, non proverebbe per nulla che la religione romana la vera. "Io sono stato docile e mi sono lasciato condurre da voi dove avete voluto: ora vi prego di lasciarvi condurre domani da me; ma fino da ora vi prometto che non far affatto controversia, e cos potrete essere sicuro che non avrete a disputare con eretici, e potrete venire senza il timore di disobbedire n al vostro confessore n al vostro maestro. "A proposito di maestro, debbo dirvi che il Signor Manson ha scacciato il suo servitore; perch io ho scoperto con prove certe che era una spia de' Gesuiti: voi dovreste saperne qualche cosa, Dio vi apra gli occhi sui vostri cari maestri! A rivederci a domani. "Vostro L. Pasquali." L'opera di Luigi De Sanctis, forse per il suo resoconto sulla Cattedra, forse per le frecciate ai Gesuiti, ancora nel 1948 figurava nell'Index Librorum Prohibitorum. E' comunque probabile che proprio l'uscita dello studio del De Sanctis (1865), riedito gi nel 1871 e nel 1882, spinse il papa Pio IX, nel 1867, a concedere all'archeologo G. B. de Rossi un esame accurato della cattedra. Anche se egli era privo ovviamente dei mezzi tecnici attuali, concluse che, cos come si presentava ai suoi occhi "niun archeologo classico potr attribuire ai tempi di Claudio la cattedra di Pietro". (1) Papa Paolo VI, il 3 febbraio 1967, affid l'incarico di studiare scientificamente la cattedra ad una Commissione Internazionale. Secondo i rilevamenti di quest'ultima, la cattedra, cos come si presenta attualmente, alta m 1,36 (36 cm solo il timpano), larga anteriormente cm. 85,5 e di fianco solo cm 65. I suoi pezzi in legno di quercia risalgono tutti all'epoca carolingia, ad eccezione di alcuni montanti di pino e di castagno, aggiunti tra il secolo XI e il XII, per sostenere la sedia propriamente detta. Gli avori risalgono al tempo di Carlo il Calvo (2), di cui la cattedra presenta anzi un'effigie. (3) (1) Garrucci , Storia dell'arte cristiana , vol. VI, Prato 1880, pp. 11-13; Marucchi , Pietro e Paolo a Roma , 4 ediz. Torino 1934; Battaglia , La Cattedra berniniana in S. Pietro , Roma 1943; Appunti sulla Cattedra di S. Pietro , in Miscellanea G. Belvederi, Roma 1955, pp. 415-435; D. Balboni, La Cattedra di S. Pietro , in L'Osservatore Romano, 22 febbraio 1961 (vicende storiche e liturgiche) e 23 febbraio 1964 (descrizione artistica); D. Balboni , La Cattedra di S. Pietro, Roma, Poliglotta Vaticana, 1967. (2) Forse alla sua incoronazione imperiale del 25 Dicembre 875. Non improbabile che la cattedra, che attualmente conosciamo, sia un suo regalo al papa per quell'occasione. (3) Si vedano i tre articoli: M. Maccarrone "Studi e ricerche", D. Balboni "Descrizione archeologica della Cattedra" , P.Romanelli "La Decorazione della Cattedra", in Osservatore Romano 28 novembre 1969, p.3.

4) Nerone e l'Incendio di Roma

Deo Ame: Ricollegandomi a quanto ho detto in precedenza su Clemente Romano, voglio esaminare un episodio significativo del medesimo periodo. Egesippo era uno storico giudeo-cristiano, attivo allepoca dellimperatore Marco Aurelio (161-180), noto per i suoi cinque libri di Memorie (Ypomnmata ), nelle quali si propone di esporre, come frutto dei suoi viaggi, la "sana dottrina la quale fu tramandata dagli apostoli", di cui sarebbe garanzia la successione (diadochn) ininterrotta dei vescovi a partire dagli apostoli (1). Dell'opera conserviamo qualche frammento citato da S.Eusebio di Cesarea (260 ca-340). Da uno di essi sappiamo che alcuni tra i familiari ("desposyni") di Ges erano rimasti a Nazaret e che furono accusati di attivit sovversive, come discendenti della stirpe regale di Israele: "...Della famiglia del Signore [Ges Cristo] rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne, i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide. L'evocatus li condusse davanti a Domiziano Cesare, poich anch'egli, come Erode, temeva la venuta del messia..." (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. III, 20). Essi si difesero dinanzi allimperatore Domiziano (81-96 d. C.), dicendo che "il regno di Cristo non essendo di questo mondo e di questa terra, ma celeste e angelico, si sarebbe realizzato alla fine dei tempi". A testimonianza del loro pacifismo, mostrarono le mani incallite dal duro lavoro dei campi. Rilasciati da Domiziano, "furono posti a capo delle chiese come martiri e insieme parenti del Signore". Si tratta di un episodio che solleva alcuni interrogativi: 1) Secondo la tradizione cattolica, all'epoca di Domiziano, c'era una comunit cristiana a Roma, con tanto di vescovi successori di S. Pietro, e cio S.Anacleto (76-88) e S.Clemente (88-97). Come mai Domiziano non interroga loro e fa invece venire dei cristiani dalla Palestina, per informarsi sulla venuta del messia? 2) Come si pu giustificare la contraddizione tra un Domiziano che interroga con assoluta equit dei cristiani e che li rilascia risultandogli dei pacifici seguaci di una religione del tutto spirituale, e un Domiziano che nello stesso tempo ci viene presentato come un persecutore dei medesimi? Si legge infatti nella medesima Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea: "Tramandano che nell'anno quindicesimo di Domiziano (95 d.C.), Flavia Domitilla, nipote, per parte della sorella, di Flavio Clemente, che era allora uno dei consoli di Roma, insieme con numerose altre persone fu deportata nell'isola di Ponza per avere confessato Cristo". (1) Cfr. B. Altaner , Patrologia , Torino 1960, Marietti, n. 121 (pp. 92-93).

Occhi di If: Direi che l'inchiesta di Domiziano, della quale ha parlato Deo Ame, da
ricollegarsi ad un famosissimo episodio, avvenuto qualche decennio prima e cio l'Incendio di Roma. Infatti, se l'incendio effettivamente avvenuto e se effettivamente ne furono accusati i cristiani, Domiziano non poteva certo ignorarlo nei suoi comportamenti e nelle sue decisioni. Quando si verifica una tragedia pubblica di cos grande portata, gli atteggiamenti assunti sono sempre i medesimi, allora come oggi. Innanzitutto ci si chiede se la cosa realmente avvenuta o meno. Questa domanda viene posta soprattutto: 1) Quando l'evento, pur catastrofico, non avvenuto pubblicamente e i testimoni sono pochi e/o non ritenuti attendibili da chi si pone la domanda. 2) Quando passato un certo numero di anni e pertanto anche un evento allora avvenuto pubblicamente non pi tale. Se si decide che la cosa effettivamente avvenuta, ci si interroga sulle cause di essa ed anche in questo caso ci sono due ipotesi principali: 1) Si tratta di una disgrazia involontaria. 2) Si tratta di un evento doloso. Chi propende per la prima ipotesi, indagher sul come possa essere avvenuta la disgrazia; chi

favorevole alla seconda ipotesi, per determinare agli autori del misfatto, si interrogher sul fine immediato dell'atto e su un eventuale secondo fine. Riguardo al fine immediato: 1) Si voleva che avvenisse proprio ci che avvenuto? 2) Si voleva far avvenire un episodio doloso s, ma pi modesto, che poi, per circostanze impreviste, si allargato volontariamente o meno? 3) Si voleva far avvenire tragedia ben pi grande, ma che poi, per circostanze impreviste, riuscita pi modesta? 4) Si voleva far avvenire cosa "toto genere" diversa, ma che poi si imprevedibilmente trasformata? Riguardo al secondo fine: 1) Si voleva colpire uno o pi privati? (ad es. per ucciderli o per danneggiarli economicamente) 2) Dei privati finsero di essere colpiti? (ad es. per poter accusare e far condannare loro nemici) 3) Si volle colpire il governo o suoi rappresentanti? (ad es. per ucciderli o accusarli di incompetenza o far ricadere su di loro i fatti) 4) Il governo o suoi rappresentanti finsero di essere colpiti? (ad es. per poter accusare avversari politici e cos screditarli e/o perseguirli) 5) Si volle colpire lo stato? (ad es. da parte di una potenza straniera, o da parte di un movimento annessionista ad altro stato o da parte di un movimento secessionista) 6) Lo stato finse di essere colpito? (ad es. per poter accusare una potenza straniera o un movimento annessionista o secessionista). Nei prossimi messaggi, proveremo ad applicare questo schema di domande al presunto Incendio di Roma, avvenuto in epoca neroniana e vedremo se, e in che misura, possibile fare chiarezza Deo Ame: Riguardo all'incendio di Roma, uno studioso moderno che nega del tutto l'avvenimento Luigi Cascioli, autore del recente libro "La favola di Cristo". In esso riprende l'ipotesi (non nuova) dell'inesistenza storica di Cristo. Secondo Cascioli, l'unica testimonianza effettiva dell'incendio contenuta negli Annali di Tacito, ma si tratterebbe di un passo contraffatto. Occhi di If: La prima cosa da notare riguardo alla tesi di Cascioli che egli afferma erroneamente che Tacito sia l'unico storico dell'epoca a testimoniare l'incendio di Roma. Egli dice testualmente ( attualmente in funzione un suo sito ufficiale: www.luigicascioli.it ): "Queste notizie riguardanti l'incendio di Roma e la morte di Pietro e Paolo riportate sugli Annali, ignorate da tutti gli storici dell'epoca e da quelli che seguirono, compresi quelli cristiani quali Origene, il vescovo Clemente, Eusebio da Cesarea e lo stesso S. Agostino che di esse non fa nessun accenno nel suo libro "De Civitate Dei", dedicato in parte a raccontare le calamit subite da Roma precedentemente al "sacco" eseguito da Alarico (410), uscirono fuori soltanto nel XV secolo per opera di un certo Poggio Brandolini, segretario pontificio, il quale disse di averle ricevute nel 1429, sotto forma di un manoscritto dell'XI secolo, da un monaco anonimo che era venuto a Roma in pellegrinaggio. Questo segretario pontificio, gi conosciuto per aver operato numerose falsificazioni, se s'invent questo documento non fu tanto per dimostrare un'esistenza dei cristiani al tempo di Nerone che nel XIV secolo era data per scontata, quanto per risolvere quelle contestazioni che venivano mosse dalle varie correnti cristiane e dallo stesso "Concilio dei Cardinali", contro il primato sul mondo cristiano del vescovo di Roma. Leggere i concili di Pisa (1409) e di Costanza (1414)". Questo brano di Cascioli contiene diversi errori: 1) Gli Annali (compresa la parte che egli ritiene un falso, cio Annales XV) non riportano affatto notizie riguardanti la morte di Pietro e Paolo. Infatti dicono testualmente (Annales XV, 44): "Senonch n le disposizioni provvidenziali date dal Principe, a sue spese, per beneficare le vittime dell'incendio, n le funzioni religiose poterono salvare Nerone dall'infamante accusa di avere egli ordinato l'incendio. Pertanto, allo scopo di liberarsi da essa, egli accus altri di una tal colpa, destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani, gi mal visti per le loro ribalderie. Essi erano cos detti da Cristo, che era stato condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato, durante l'impero di Tiberio. Bench in quel tempo repressa, la dannosa superstizione allora di nuovo risorgeva, non soltanto nella Giudea, luogo d'origine del male, ma anche in Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le cose cattive e vergognose. Dapprima furono arrestati coloro che si confessavano cristiani, poi, su indizi forniti da costoro, una ingente moltitudine di altri cristiani, colpevoli, se non di avere suscitato l'incendio, di odiare il genere umano. E furono fatti perire in modo che la loro morte servisse di divertimento agli spettatori o dati a dilaniare ai cani, essendo essi rivestiti di pelli di belve, o crocefissi, e fatti bruciare [ricoperti di pece e cera], cos che di notte

servissero quali fiaccole. Per tale spettacolo Nerone aveva prestato i suoi giardini, dove fece celebrare una festa da circo, cui egli partecip vestito da auriga, ora mescolato alla folla, ora guidando il suo cocchio. Cosicch, quantunque i cristiani fossero perversi e meritevoli di ogni nuovo supplizio, tuttavia vi fu per essi un senso di commiserazione per come erano fatti morire, non per ragione di pubblica utilit, bens per soddisfare alla crudelt di uno solo". Come fa Cascioli ad affermare che si tratta di un falso se, gi con l'errore su Pietro e Paolo, dimostra di non averlo letto attentamente? 2) Non poi vero che l'incendio sia ignorato da tutti gli altri storici dell'epoca, ne parla ad es. Svetonio (Caio Svetonio Tranquillo, ca. 75-160). Contemporaneo di Tacito e segretario dell' imperatore Adriano, nelle Vite dei Cesari, deline il ritratto fisico e morale di dodici imperatori, da Giulio Cesare (considerato l'iniziatore a Roma di questa forma di governo) a Domiziano. Nelle Vite dei Cesari [Nero 38,1-3] dice riguardo all'incendio: "(1) Ma non ebbe riguardo neppure del popolo n delle mura della patria. Quando un tale, durante una conversazione, cit: Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco!, [Nerone] disse: Anzi, mentre sono vivo!, e fece proprio cos. Infatti, come ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalle strade strette e tortuose, incendi l'urbe in modo cos palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro propriet i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini, vicini alla domus Aurea e di cui desiderava occupare l'area, vennero demoliti con macchine da guerra e dati alle fiamme, perch erano costruiti in pietra. (2) Quel flagello incrudel per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero smisurato di caseggiati, furono divorate dall'incendio anche le dimore degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dei, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di essere visto o ricordato dall'antichit. Contemplando l'incendio dalla torre di Mecenate e allietato sono le sue parole dalla bellezza delle fiamme, cant La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. (3) E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantit possibile di preda e di spoglie, dopo aver promesso di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, non permise a nessuno di avvicinarsi ai resti dei propri averi. E non solo accett delle contribuzioni, ma ne richiese in tale misura che rovin le province e i privati." E' evidente che Cascioli non ha letto Svetonio. Riguardo poi a quel che si sa riguardo al ritrovamento degli "Annales XV" di Tacito parleremo in seguito. Frater Petrus: Leggendo il sito di Cascioli, l'ho trovato piuttosto povero di documentazione. Ho avuto l'impressione che l'autore parli talvolta di fatti a lui riferiti da qualcuno, ma non personalmente studiati ed approfonditi. Un esempio evidente il nome che egli attribuisce all'ipotetico falsario. Lo chiama prima Poggio Brandolini e poi, pi volte, Poggio Brandolino. In realt questo personaggio comunemente noto agli studiosi come Poggio Bracciolini (1) e l'ipotesi che sia lui il falsificatore degli Annali fu fatta, per la prima volta, nel 1878. In quell'anno, l'inglese J. W. Ross pubblic anonimo, a Londra, un libro di ben 430 pagine, intitolato "Tacitus and Bracciolini", nel quale asseriva che le opere di Tacito furono scritte dal famoso personaggio fiorentino Poggio Bracciolini tra il 1424 e il 1427. Ricopiate in caratteri antichi (longobardi), furono terminate nel Febbraio 1429. Il libro di Ross fu accolto in Inghilterra con grande indifferenza. In compenso indusse Philippe [Polydore] Hochart di Bordeaux a scrivere sullo stesso argomento il testo "De l'Authenticit des Annales et des Histoires de Tacite". Al libro di 300 pagine, scritto nel 1890, fu poi aggiunto nel 1894 un volume supplementare di 275 pagine. Hochart amplific la tesi di Ross e, nello stesso tempo, ne critic talune argomentazioni. Recentemente, in "The Annals of Poggio Bracciolini and Other Forgeries" (Augustin S.A., 75018 Paris, 1992) Louis Paret ha raggruppato le argomentazioni di Ross e Hochart e ne ha aggiunte di sue, distinguendo tra le argomentazioni quelle da lui ritenute "inconfutabili" e quelle solo "probabili" o "discutibili". Consiglierei perci, a chi interessato, di rifarsi direttamente a tali autori. (1) Nato nel 1380 a Terranuova in Valdarno, mor a Pian di Ripoli nel 1459. Intraprese a Firenze gli studi di notariato. Per mantenersi, fece il copista presso la "bottega" di Coluccio Salutati. A Bracciolini e al suo amico Niccoli si deve l'invenzione del carattere della "minuscola umanistica

rotonda", che fin con l'imporsi all'allora imperante grafia gotica. Egli ottenne la carica di segretario del papa Bonifacio IX (eletto papa nel 1389) e continu a esercitare questo ufficio sotto altri quattro pontefici. Seguendo la corte papale al concilio di Costanza, ebbe modo di ritrovare, nei monasteri svizzeri, francesi e tedeschi, importanti opere considerate scomparse, quali il De rerum natura di Lucrezio, l'Astronomicon di Manilio, molte Lettere di Cicerone, le Istituzioni oratorie di Quintiliano, le Selve di Stazio e dodici Commedie di Plauto. Nel 1453 fu nominato cancelliere della repubblica fiorentina. Fu autore di numerose opere in latino, in prosa e poesia, tra le quali le pi note sono il Liber Facetiarum (1438-52) e le Historiae Florentinae libri VIII (1450-1454). EA: Forse ancor pi importante delle testimonianze di Tacito (ca 55 - 117) e di Svetonio (70 122) quella di Plinio il Vecchio (23-79), perch non solo, come Tacito, contemporaneo dei fatti narrati, ma gi maturo a quell'epoca (64). Parlando, nella sua Storia naturale della longevit di alcuni alberi, egli scrive che durarono fino allincendio dell'imperatore Nerone: "...duraveruntque quoniam et de longissimo aevo arborum diximus ad Neronis principis incendia cultu virides iuvenesque, ni princeps ille adcelerasset etiam arborum mortem". (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVII, 5) Si pu notare che Plinio esprime il concetto senza preamboli, come se parlasse di un argomento noto ed accettato da tutti o almeno dalla maggioranza. La sua testimonianza implica che: 1) L'incendio sicuramente avvenuto. 2) Secondo molti contemporanei fu causato da Nerone. Perci l'unico passo di Tacito che si possa eventualmente ipotizzare contraffatto solo quello che si riferisce alla persecuzione dei Cristiani. La cosa pi sconcertante che Cascioli afferma di conoscere sia le opere di Plinio il Vecchio, sia quelle di Svetonio. Se veramente cos, allora significa che li cita unicamente quando essi sembrano favorevoli alle sue tesi. Trascrivo di seguito quel che dice Cascioli su questi due autori in http://www.luigicascioli.it/prove3_ita.php "Plinio il Vecchio, morto nel 79, testimone dei fatti palestinesi che seguirono la presunta crocefissione di Ges, avendo passato in Palestina un periodo di cinque anni compreso tra il 65 e il 70, non fa la minima menzione di un qualcuno che avesse questo nome". ... Svetonio Segretario dell'imperatore Domiziano negli anni 90-95, cio nel pieno delle presunte persecuzioni, anche lui, come Plinio il Vecchio e Seneca, nulla dice di Ges e dei cristiani. Nella "Vita dei Dodici Cesari", parlando di Claudio, Svetonio dice che 51 egli scacci da Roma gli ebrei perch causavano continui disordini dietro l'incitamento di un certo Chrestos* che se la Chiesa non ha pi insistito a far passare per Christo, pur avendoci provato, non stato per un ritegno dovuto al buon senso, ma per ben altri motivi, quali quello storico derivante dal fatto che Ges morto nel 33 non poteva essere il Crestos del 51, e quello concettuale che le impediva di trasferire il fondatore del cristianesimo nella persona di un rivoluzionario agitatore".

Occhi di If: Sono perfettamente d'accordo con Ea ed inoltre vorrei sottolineare che, se
falso c' stato, il falsario, per i motivi che vedremo, non pu mai essere stato Poggio Bracciolini, che vissuto dal 1380 al 1459. Infatti il cap XV degli Annales, che contiene il racconto dell'incendio, conservato unicamente in un codice beneventano, il Mediceus II, (1) tuttora custodito (pluteo 68.2) alla Biblioteca Medicea di Firenze, riscoperto perlomeno dal 1362 a Montecassino e diffuso a Firenze da Zanobi da Strada (2), come sostiene Billanovich (3) o da Boccaccio, come ritengono Mendell (4) e Schellhase (5). Infatti, Tacito fu utilizzato per le sue notizie storiche, ancor prima che Bracciolini nascesse, ad es. dal Boccaccio nel "De claris mulieribus" del 1362, nelle "Genealogiae deorum" e, esplicitamente, nel "Commento sopra la Commedia, entrambi del 1373 (6). Poi, precedentemente allacquisto del Mediceo II da parte di Niccol Niccoli nel 1427, Tacito ricorre nelle opere di Benvenuto da Imola (1330 ca. -1390 ca.), che se ne serv in relazione alle figure di Cleopatra e Seneca nel "Commento alla Commedia" , e in quelle di Domenico Bandino di Arezzo (1335-1418), per i ritratti di Agrippina, Messalina, Poppea e Venere, contenuti nel suo "Fons memorabilium universi", nel quale si trova anche un elogio di Tacito come scrittore. Coluccio Salutati, in una lettera del 1395 al cardinale Bessarione (1402

-1472), ebbe, da parte sua, espressioni piuttosto limitative nei confronti delle qualit storiche e letterarie di Tacito (7). Nel 1404, con la "Laudatio Florentinae urbis" di Leonardo Bruni (1370 circa - 1444), si ebbe per la prima volta un uso politico del contenuto degli Annales, per il tema della degenerazione dei valori civili e culturali, causata dalla tirannide (8). Nel 1441, il Mediceo II, insieme agli altri manoscritti di Niccol Niccoli, conflu nella neonata biblioteca pubblica di San Marco a Firenze. Essi videro la luce, per la prima volta, con caratteri a stampa a Venezia, nel 1470, presso Vindelino da Spira. J.W. Ross, nel suo "Tacitus and Bracciolini" (1878), asserisce che Poggio Bracciolini abbia scritto il testo del falso tra il 1424 e il 1427, per poi metterlo in caratteri longobardi nel 1429. Come si vede le date non concordano minimamente: Poggiolini, a quell'epoca, pu solo aver letto il manoscritto, probabilmente gi in mano di Niccoli. Un simile errore si pu perdonare a J.W.Ross che non conosceva i risultati della storiografia moderna, ma Luigi Cascioli, e chiunque altro attualmente voglia scrivere sull'argomento, dovrebbe conoscerli. (1) Detto anche Laurenziano 68, 2, include Annales XI-XVI e le Historiae. Si ritiene scritto, nel XI sec., nel monastero di Monte Cassino. Gli Annales I-VI sono invece contenuti nel Codice Mediceo I (pluteo 68.1) di altra provenienza. (2) Nacque a Strada in Chianti (presso Firenze) e mor ad Avignone nel 1361. Esercit la professione di insegnante di grammatica a partire dal 1335 fino al 1349, quando, nominato segretario reale, si trasfer a Napoli. Fu amico e corrispondente di Petrarca e Boccaccio. Dal 1355 al 1357 visse nell'Abbazia di Montecassino, in qualit di vicario del vescovo Angelo Acciaiuoli, e l studi i preziosi codici conservati. Nominato segretario apostolico, nel 1358 si trasfer ad Avignone, dove mor di peste tre anni dopo. (3)Billanovich Giuseppe, "Il Boccaccio, il Petrarca, e le pi antiche tradizioni delle Decadi di Tito Livio", in "Giornale Storico della Letteratura Italiana,", CXXX (1953), pp. 30-33. (4)Mendell Clarence, "Tacitus: The Man and His Work", New Haven: Yale University Press, 1957, p. 237. (5)Schellhase Kenneth "C. Tacitus in Renaissance Political Thought", Chicago, University of Chicago Press, 1976, p. 5. (6)Schellhase 1976, pp. 4-7. (7)Schellhase 1976, pp. 8, 19-21. Mendell 1957, pp. 225-238, 240-241. (8)Cochrane Eric , "Historians and Historiography in the Renaissance", University of Chicago Press, Chicago e Londra 1981, p. 257.

EA: Quanto ha detto di Occhi di If separa giustamente il problema dell'eventuale "falso"


da quello del "falsario". John Wilson Ross (1818-1887) ed altri, nel voler dare a tutti i costi un nome al falsario, hanno finito con l'essere almeno parzialmente confutati. Assai pi importante, dal punto di vista della documentazione storica, accertare preventivamente se vi fu falsificazione. Si ritiene che l'interpolazione, riguardante la persecuzione dei cristiani in concomitanza con l'incendio di Roma, sia stata fabbricata, in base ad un testo di Sulpicio Severo, uno storico cristiano (363-420), autore dei due libri di Chronica che, partendo dalla creazione del mondo, arrivano fino al primo consolato di Stilicone (400 d.C.): essi furono terminati poco dopo il 403. Ecco il passo in cui Nerone perseguita i Cristiani (Chronica II,29) : "Interea, abundante iam Chhristianorum moltitudine, accidit ut Roma incendio conflagaret, Nerone apud Antium costituto. Sed opinio omnium invidiam incendii in principem retorquebat, credebaturque. Imperator gloriam innovandae urbis quaesisse. Neque ulla re Nero efficiebat, quin a beo iussum incendium putaretur. Igitur vertit invidiam in Christianos: actaeque in innoxios crudelissimae quaestiones: qui net novae mortes exogitatae, ut ferarum tergis contecti, laniatu canum interirent. Multi crucibus affixi aut flamma usti: plerique in id reservati, ut, cum defecisset dies, in usum nocturni luminis urerentur. Hoc initio in Christianos saeviri coeptum. Post etiam, datis le gibus, religio vetabatur; palamque, edictis propositis, Christianum esse non licebat. Tum Paulus ac Petrus capitis damnati : quorum uni cervix gladio desecta, Petrus in crucem sublatus est". Traduzione:

"Frattanto, quando ormai era numerosa la moltitudine dei cristiani, avvenne e arse a Roma un incendio, mentre Nerone era ad Anzio. Lopinione popolare, per ritorceva sul principe la causa dellincendio e riteneva che limperatore volesse acquistarsi fama nella ricostruzione della citt.. N Nerone fece alcunch perch si ritenesse che quellncendio non era stato ordinato da lui, anzi, fece in modo che lodiosit del fatto ricadesse sui cristiani innocenti. Furono cos escogitati nuovi metodi di morte, in modo che, vestiti di pelle di fiere, i cristiani morissero dilaniati dai cani. Molti furono affissi alle croci o bruciati dalle fiamme: i pi riservati, al tramonto della giornata, a fiaccola notturna. In questo modo si cominci a infierire contro i Cristiani. Dopo, per leggi ben definite, il culto venne vietato; cos, apertamente per gli editti proposti, non era lecito essere Cristiano. Allora Pietro e Paolo furono condannati a morte: a uno la testa fu recisa con la spada, Pietro invece fu crocefisso". Si pu notare la somiglianza con il passo di Tacito che narra gli stessi eventi. In Sulpicio si trova in pi la notizia del martirio dei due apostoli. Delle due l'una: o Sulpicio Severo si rifatto a Tacito, oppure qualcuno ha interpolato il passo di Tacito, deducendolo da quello di Sulpicio Severo. Ma se Sulpicio conosceva il brano di Tacito, che motivo avrebbe mai avuto di non citarlo? Gli autori cristiani hanno sempre citato volentieri quei passi degli autori pagani che confermano le loro tesi, in quanto costituiscono una prova della loro imparzialit e veridicit, del tipo: "Se lo dicono, oltre a noi, anche i nostri avversari state certi che vero!". Inoltre citare Tacito sarebbe stata una prova decisiva, perch egli era contemporaneo dei fatti narrati. Non citandolo, Sulpicio dimostra di non conoscere quel brano di Tacito, che perci con ogni probabilit fu interpolato. Prudentemente il falsario (la falsificazione databile nel XI sec. e perci assai prima di Poggio Bracciolini) ha omesso la notizia riguardante Pietro e Paolo, perch Tacito aveva ben scarse possibilit di conoscerli e perci, inserendovela, il falso sarebbe apparso evidente. Quella da noi sostenuta fino ad ora l'ipotesi minima, riguardante soltanto la falsificazione del passo relativo alla persecuzione dei cristiani. Tuttavia non priva di fondamento anche quella che ritiene che gli interi Annales siano un falso (senza che questo infirmi il fatto che l'incendio di Roma sia realmente avvenuto). Un testimone a favore di questa pi vasta tesi Tacito stesso: Nel primo paragrafo del primo libro delle Historiae dice: Initium mihi operis Servius Galba iterum Titus Vinius consules erunt. nam post conditam urbem octingentos et viginti prioris aevi annos multi auctores rettulerunt, dum res populi Romani memorabantur pari eloquentia ac libertate. ... quod si vita suppeditet, principatum divi Nervae et imperium Traiani, uberiorem securioremque materiam, senectuti seposui, rara temporum felicitate ubi sentire quae velis et quae sentias dicere licet. In parole semplici, Tacito afferma di iniziare la propria opera con l'epoca in cui Servio Galba fu console per la seconda volta e Tito Vinio fu suo collega (69 d.C.), perch i fatti del precedente periodo di 820 anni a partire, dalla fondazione di Roma, erano stati narrati da numerosi autori con uguale eloquenza e libert. Si riserva, se la lunghezza della sua vita glielo consentir, di giungere a narrare dei governi di Nerva e di Traiano. Dunque Tacito, per sua stessa affermazione, non ha mai parlato, n aveva intenzione di parlare, del periodo di Nerone (morto nel 68), n dei precedenti governi romani a partire dalla fondazione. In base a questo brano, egli non scrisse mai gli Annales. L'ipotesi di falso pu ulteriormente allargarsi: c' anche chi ha sospettato che lo stesso brano di Sulpicio Severo sia anch'esso una interpolazione. Un autore citato da Frater Petrus, Hochart (1894, p. 143) evidenzia che Sulpicio Severo, nelle altre opere sicuramente sue (Lettere, Dialoghi, Vita di S.Martino), non menziona mai la sua Chronica (o Historia Sacra) n lo fanno altri scrittori. Un manoscritto della Chronica fu scoperto da un certo Flores nel XIII sec. ; poi persosi, sarebbe stato riscoperto da ... Poggio Bracciolini! Fu infine stampato nel 1556 da Flach Francowitz. La Chronica si inventa un Concilio in Egitto nel 337 in favore di Athanasio e un Concilio di Sardica nel 347 indetto da Costantino (morto dieci anni prima). Sigonio (1524 - 1584) scrisse nel Commentario all' Historia Sacra: "Si veda come Sulpicio confonda fatti e date! Egli l'unico a dire queste cose! egli aggiunge quel che altri hanno omesso; io vorrei che egli non avesse mai scritto su queste cose". L'impressione che Poggiolini, le cui lettere indicano che chiese a Niccoli di poter leggere il Mediceo II contenente gli Annales di Tacito, fu non tanto un falsario, quanto piuttosto un divulgatore, forse consapevole, di falsi.

Ida La Regina: Passando a cose pi positive che si dicono di Nerone, segnalo che in un epoca di poco posteriore alle riviste Ur/Krur, l'archeologo e filologo belga Franz Cumont (1868-1947) pubblic in italiano un interessante studio (1) su un aspetto piuttosto trascurato di questo imperatore e cio la sua iniziazione al Mithraismo. Il saggio importante anche perch scritto dall'autore di varie e importanti opere sui Misteri di Mithra. Nerone fu imperatore dal 54 al 68. Circa un anno dopo la sua ascesa al trono, invi Gneo Domizio Corbulone in Armenia, per contrastare i Parti. La guerra fin nel 66. Corbulone si accord con il re Tiridate, che si rec a Roma nel 66 per riconoscersi vassallo dell'imperatore e ricevere da lui la corona di re dei Parti. L'episodio ricordato da Plinio il Vecchio e da Tacito. " Magos secum adduxerat, magicis etiam cenis eum initiaverat. " (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXX, 18) Tacito racconta che il re persiano Tiridate si sarebbe avvicinato allimmagine di Nerone togliendosi dal capo il diadema regale e deponendolo ai piedi dellimmagine stessa (Ann. 15,29). (1) Cumont F. "L'iniziazione di Nerone da parte di Tiridate d'Armenia" (1933) 1933, vol. 61, p. 145-154. Riv. di Filologia,

5a) Il papa infallibile? di Pietro Negri

I
Come ha ampiamente mostrato Ekatlos, nel Medioevo taluni papi, diffondendo la pseudo-donazione di Costantino, fecero nascere lo Stato Pontificio, che continu ad esistere anche dopo che fu accertata la falsit di quel documento. La difesa della legittimit del potere temporale della Chiesa sui suoi territori port il papa Pio IX a una decisa ostilit nei confronti dell'unificazione dell'Italia. Non pot comunque evitare la perdita dell'Emilia e della Romagna (1859), delle Marche e dell'Umbria (1860). Il governo Rattazzi, per risolvere la questione di Roma, favor di nascosto un'iniziativa di Garibaldi, ma fu costretto, dalla reazione di Napoleone III, a bloccare con le armi l'avanzata dei garibaldini verso Roma (scontro dell'Aspromonte, agosto 1862). Ma la protezione di Napoleone III non sarebbe certo durata in eterno e perci, nell'imminenza di perdere il potere temporale, Pio IX convoc il concilio vaticano I (XX concilio ecumenico), nellintento di porre rimedio alle "straordinarie tribolazioni della Chiesa" dei suoi tempi. Annunciato nel 1867, esso fu preceduto da due anni di lavori preparatori. Il concilio, al quale parteciparono 774 vescovi, si apr l8 dicembre 1869. Lattenzione dei vescovi era rivolta prevalentemente al problema dellinfallibilit del papa, la cui definizione veniva sollecitata da alcuni e temuta da altri. La dichiarazione finale, sulla quale si vot il 18 luglio 1870, afferma che: "Il papa romano, quando parla ex cathedra, cio quando adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virt della sua suprema autorit apostolica definisce che una dottrina riguardante la fede o i costumi deve essere ritenuta da tutta la Chiesa, per quella assistenza divina che gli stata promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilit di cui il divino Redentore volle fosse dotata la sua Chiesa, allorch definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virt propria, e non per il consenso della Chiesa (ex sese, non autem ex consensu ecclesiae)". La frase attribuita al papa, in una delle ultime udienze, "La tradizione sono io!", con cui voleva

sottolineare, in modo fermo, la sua autorit e indipendenza dall'episcopato, sintomatica dello stato di tensione in cui l'assemblea arriv infine a dare il suo placet. La conclusione del Vaticano I fu cos commentata da "Pasquino": Il concilio convocato, i vescovi han decretato, che infallibili due sono: Moscatelli e Pio nono. La "pasquinata", fa riferimento a una fabbrica di fiammiferi di Viterbo, appartenente ad un certo Moscatelli, che aveva fatto stampare sulla scatoletta: "Moscatelli - Infallibili". Ancor pi efficace fu la pasquinata: I.N.R.I. Io Non Riconosco Infallibilit. Comunque, proprio il giorno seguente alla dichiarazione conciliare, scoppi la guerra franco-tedesca e il 2 Settembre 1870 Napoleone III venne sconfitto a Sedan. ll 17 settembre 1870, si trov in S.Pietro, la seguente profetica pasquinata: Santo Padre benedetto, ci sarebbe un poveretto che vorrebbe darvi in dono questo ombrello. E' poco buono, ma non ho nulla di meglio. Mi direte: "A che mi vale?". Tuona il nembo, Santo Veglio; e se cade il temporale? Tre giorni dopo (20 Settembre), attraverso la breccia di porta Pia, le truppe piemontesi occuparono Roma e, il 2 ottobre, i romani votarono l'annessione al Regno d'Italia. Il I novembre 1870, Pio IX eman l'enciclica "Respicientes", nella quale dichiar "ingiusta, violenta, nulla e invalida" l'occupazione italiana dei territori della Santa Sede, denunci la condizione di "cattivit" del pontefice, impossibilitato ad esercitare liberamente e sicuramente la suprema autorit pastorale e scomunic il re d'Italia e tutti coloro che avevano perpetrato l'usurpazione dello Stato Pontificio. Nel 13 Maggio 1871 usc la Legge delle Guarentigie dello Stato Italiano, la quale provvedeva all'immunit delle persone e delle cose della Santa Sede, garantiva il libero esercizio dell'attivit spirituale della Chiesa, riconosceva al papa onori sovrani e gli dava facolt di disporre di guardie armate, garantiva la libert di corrispondenza, di circolazione dei Cardinali e dei Vescovi durante un Concilio o un Conclave, garantiva al Papa un reddito di lire 3.225.000 annue (di allora!), concedeva alla Chiesa il libero godimento dei Palazzi vaticani, del Laterano e della Villa di Castel Gandolfo.Tale legge non fu mai riconosciuta dalla Santa Sede e Pio IX emise, il 15 Maggio 1871, l'enciclica "Ubi nos" con la quale la dichiarava nulla, ribadendo il principio che il potere spirituale non potesse andare disgiunto da quello temporale: "Noi siamo costretti a confermare nuovamente e a dichiarare con insistenza ci che pi di una volta esponemmo a Voi, del tutto consenzienti con Noi, ossia che il potere temporale della Santa Sede stato concesso al Romano Pontefice per singolare volont della Divina Provvidenza e che esso necessario affinch lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un Potere civile, possa esercitare la suprema potest di pascere e governare in piena libert tutto il gregge del Signore con l'autorit conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa e perch possa provvedere al maggior bene della stessa Chiesa ed agli indigenti". Continuando tale atteggiamento, il 2 Dicembre 1874 la Penitenzieria Apostolica emise il Decreto "Non expedit" ("non conviene") col quale proibiva ai Cattolici la partecipazione alla vita politica della Nazione, confermato dal Breve di Pio IX del 29 Gennaio 1877. In sintesi, sapendo di essere ormai in procinto di essere spogliato del Potere temporale, il conte Giovanni Maria Mastai Ferretti (papa Pio IX) proclam preventivamente, come dogma, il proprio Primato su tutte le Chiese del mondo e la propria Infallibilit. Una bizzarra auto-certificazione: lo stesso Papa dichiarava, con valore retroattivo, che il Papa infallibile. Ha una tale

dichiarazione qualche effettivo fondamento teologico?

II
Dunque i papi, da Pio IX in poi, si definiscono infallibili quando si pronunciano "in materia di fede e di costume". Questa affermazione non ha alcun fondamento teologico. Infatti la teologia cristiana afferma che Dio ha creato l'uomo libero e perci libero di scegliere il bene come il male, sia in materia di fede, sia di costume. Anche il papa un uomo ed affermare che infallibile, teologicamente equivale ad affermare che, quando si pronuncia in materia di fede o di costume, privato della sua libert e si riduce ad una sorta di medium, obbligato a dire solo ci che bene. Nel Concilio Vaticano I, non solo fu proclamata l'infallibilit papale, ma si premise che cos era sempre stato per tradizione: "Noi, quindi, aderendo fedelmente a una tradizione accolta fin dall'inizio della fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore, per l'esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l'approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra ... etc.". In realt, non solo del dogma dell'infallibilit papale non vi alcuna traccia nel Nuovo Testamento ma, anteriormente al concilio Vaticano I, molti Cattolici espressero parere esplicitamente contrario. Mi limito ad alcuni esempi: a) San Paolo scrisse, ripetendo il medesimo concetto due volte di seguito nella medesima lettera: "Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema. Come abbiamo gi detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema." (Galati 1:8-9). I papi attuali sostanzialmente dicono invece: "Se noi stessi venissimo ad annunciarvi un insegnamento diverso da quello che vi abbiamo gi annunciato, ci dovete credere lo stesso, perch siamo infallibili". b) La conversazione tra i tre apocrisari (legati) di Carlomagno e papa Leone III, tenutasi nell'810, stata trascritta dal monaco franco Smaragdo. Da questo dialogo, emerge che Leone accett l'insegnamento dei Padri, citato dai franchi , in particolare quello di Agostino e di Ambrogio per i quali lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Quando per i teologi franchi gli chiesero di ampliare il Credo, sostenendo che aveva l'autorit per farlo, il pontefice respinse come superba prevaricazione l'ipotesi che egli stesso o chiunque altro potesse imporre qualcosa ad un atto pubblico e ufficiale della Chiesa, in modo che suonasse in deroga o in opposizione alle formali statuizioni dei Padri conciliari. Pertanto, il Filioque non doveva essere aggiunto al Simbolo (cos era chiamato il Credo) com'era stato fatto dai franchi. Costoro ottennero da Leone solo il permesso di cantare il Credo, non quello di introdurgli delle aggiunte. La sua posizione quella che, ancora oggi, mantengono le Chiese in Oriente quando ricordano che il papa non pu "ex sese", per s stesso, imporre solennemente una dottrina. c) Papa Innocenzo III (1198-1216), citato dal teologo Billot nel suo Tract. "De Ecclesia Christi" p. 610, scrisse: La fede mi necessaria a tal punto che, avendo Dio come mio unico giudice in altri peccati, potrei comunque venir giudicato dalla Chiesa per i peccati che potessi commettere in materia di fede. In modo analogo la pensarono innumerevoli santi e dottori della chiesa, secondo i quali non impossibile che un Papa possa peccare contro la fede e perdere perci il pontificato o, comunque, essere nella condizione di dover essere deposto. d) La bolla "Cum ex apostolatus" (1559) di Papa Paolo IV ipotizza il caso di un eretico eletto Papa, che proprio per questo, non sarebbe vero papa. I suoi atti sarebbero nulli e cos il suo magistero, che potrebbe essere falso: Se mai, in qualunque epoca, avvenga che... il Romano Pontefice abbia deviato dalla Fede Cattolica o sia caduto in qualche eresia prima di assumere il papato, tale assunzione, anche compiuta coll'unanime consenso di tutti i Cardinali, nulla, invalida e senza effetto; n pu dirsi divenire valida, o esser tenuta per legittima in qualsivoglia modo, o esser ritenuta dare a costoro alcun potere di amministrare delle materie sia spirituali che temporali; ma qualsiasi cosa sia detta, fatta o stabilita da costoro priva di ogni forza e non conferisce assolutamente alcuna autorit o diritto a chicchessia; e costoro per il fatto stesso (eo ipso) e senza che sia richiesta alcuna

dichiarazione siano privati di ogni dignit, posto, onore, titolo, autorit, ufficio, e potere". Papa San Pio V (1566 -1572) conferm la Bolla e anche il parere del Cardinale S. Roberto Bellarmino (1542-1621) nel De Romano Pontifice (Cap. XXX) fu identico: La quinta opinione (riguardo all'ipotesi del papa eretico) pertanto vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere papa e capo (della Chiesa), poich a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano (sic) e un membro del corpo della Chiesa. Questo il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione. e) Uno dei pi popolari catechismi cattolici, che circolavano nel XIX secolo in Inghilterra, era il "Controversial Catechism" del rev. Stephen Keenan. La terza edizione del 1854, fu pubblicata da Marsh e Beattie di Edinburgo, da Charles Dolman di Londra e di Manchester. A pagina 102, troviamo la seguente domanda e risposta: Q: Must not Catholics believe the Pope in himself to be infallible? [I cattolici non devono credere che il papa , per se stesso, infallibile?] A: This is a Protestant invention; it is no article of the Catholic faith; no decision of his can oblige, under pain of heresy, unless it be received and enforced by the teaching body; that is, by the bishops of the Church. [Questa un'invenzione protestante; non un articolo della fede cattolica; nessuna sua decisione pu obbligare, sotto pena di eresia, a meno che sia ricevuta e fatta rispettare dall'intero corpo docente; cio dai vescovi della chiesa.] Come pot mai essere giustificata, allora, l'imposizione dell'infallibilit papale nell'edizione successiva (1896) del medesimo Controversial Catechism? A p. 112 si legge: Q.: But some Catholics before the Vatican Council denied the Infallibility of the Pope, wich was also formerly impugned in this very Catechism [Ma alcuni cattolici prima del Concilio Vaticano hanno negato l'infallibilit del papa la quale, inoltre, era stata precedentemente contestata in questo stesso catechismo.] A.: Yes; but they did so under the usual reservation - "in so far as they then could grasp the mind of the Church, and subject to her future definitions" - thus implicitly accepting the dogma; had they been prepared to maintain their own opinion contumaciously in such case they would have been Catholics only in name. [S; ma hanno fatto ci con l'usuale riserva - "in modo da poter cogliere il pensiero della Chiesa ed essere soggetti alle sue future definizioni"- cos essi hanno implicitamente accettato il dogma. Se si fossero preparati a mantenere il proprio parere in modo contumace non sarebbero stati cattolici che di nome]. Si pu capire questa singolare spiegazione solo se si comprende l'evidente imbarazzo e l'impreparazione di diversi ambienti cattolici di fronte alla proclamazione dell'infallibilit papale. , infatti, quanto meno strano ammettere fermamente un certo concetto - sotto pena di eresia! - e, in seguito, dichiarare che lo si faceva perch si era pronti ad affermare, almeno implicitamente, il concetto contrario! dopo il concilio, l'infallibilit papale non era pi un'invenzione attribuita dai protestanti ai cattolici per screditarli, ma un dogma da accettare sotto pena di scomunica! In sintesi l'infallibilit papale un dogma senza fondamento sulle Sacre Scritture e sconosciuto dalla Tradizione e, come vedremo presto, sonoramente smentito dalla storia.

III
Tralasciando il papato di Pietro, giacch riguarda un problema leggermente diverso e cio quello della "successione apostolica", che altri, in questo Quaderno, hanno gi trattato, si pu dimostrare con svariati esempi come molti papi, lungi dall'essere infallibili, nel corso dei secoli, hanno sottoscritto dottrine poi considerate eretiche o si sono contraddetti a vicenda. Iniziamo con San Liberio, papa dal 352 al 366. Nel 355 l'imperatore Costanzo, seguace della dottrina di Ario (che negava l'uguaglianza tra la persona di Ges Cristo e quella del Padre) fece convocare un concilio a Milano. Questo concilio esili Liberio a Berea in Tracia e con lui finirono in esilio San Ilario e San Gerolamo, oltre al gi confinato Atanasio, vescovo di Alessandria e maggior difensore del credo affermato nel concilio di Nicea. Il posto di Liberio fu preso dall'ariano Felice II (355-365), nominato dallo stesso imperatore Costanzo, dal clero e dal popolo di Roma (non fu perci un "antipapa" come taluni cattolici pretendono talvolta di definirlo). San Gerolamo (347-420, opere principali: Cronaca; Epistole, Uomini illustri) dice di Liberio che, insofferente delle pene

dell'esilio, sottoscrisse all'arianesimo. Costanzo lo fece tornare dall'esilio in occasione del concilio di Sirmio (358) e gli permise di far ritorno a Roma, dove era vescovo Felice. Roma aveva dunque due vescovi. In base alle indicazioni dell'imperatore e dei partecipanti al concilio, i due avrebbero dovuto occupare insieme la sede apostolica e fare di comune accordo le funzioni sacerdotali e dimenticare tutti i dolorosi avvenimenti precedentemente accaduti. Ma le cose non andarono come voleva l'imperatore, perch a Roma si crearono due fazioni che si scontrarono per diversi anni. Felice ebbe la peggio e dovette andarsene. Il 3 novembre 361 mor l'imperatore Costanzo e gli successe Giuliano . Nel giugno del 363, mor Giuliano e gli successe Valentiniano I, convinto assertore della dottrina niceana, il quale convoc il concilio tenutosi a Lampsaco (sulla riva ellenica dell'Ellesponto) nel 364, per far annullare le decisioni di Costanzo e condannare l'arianesimo. Felice II mor in Campania il 22 novembre del 365 ed il suo nome oggi cancellato dal Liber Pontificalis. In sintesi, Liberio, durante il suo papato (essendo infallibile in materia di fede!) pass dal credo di Nicea all'Arianesimo, per poi tornare al credo di Nicea. Damaso (366-384) fu eletto vescovo di Roma dal popolo, grazie anche all'appoggio di influenti matrone romane (tra le quali la celebre Marcella) il 1 ottobre del 366, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, alla presenza del vescovo di Ostia. Di origini iberiche, riusc ad ottenere il favore della gente, nonostante, a suo tempo, fosse stato schierato con Felice II il papa ariano. In contrapposizione, 7 preti e 3 diaconi, seguaci del papa Liberio, deliberarono la consacrazione a pontefice di Ursino, diacono romano, nella basilica di Santa Maria in Transtevere, facendolo benedire dal vescovo Paolo di Tivoli. Quando si tratt di prendere possesso della sede vescovile, i partigiani dei due contendenti presero le armi, per decidere chi fosse il vero successore di Pietro. Il grande storico Ammiano Marcellino (330 ca-400 ca, autore dei Rerum gestarum libri XXXI) ci tramanda: "La furia di Damiano e Ursino per occupare la sede episcopale superava qualsiasi ambizione umana: s'affrontarono come due fazioni politiche, fino a scontrasi a mano armata con morti e feriti, mentre il prefetto, per la sua incapacit ad impedirla, si asteneva dalla mischia. Dopo molti assalti Damiano ebbe la meglio. 137 furono i cadaveri ritrovati sul pavimento della basilica Liberiana, e pass molto tempo prima che gli animi si calmassero. Non ci si deve comunque stupire, considerando lo splendore di Roma, che un premio tanto ambito accendesse le brame di uomini maliziosi provocando tra loro le lotte pi ostinate e feroci. Chi mira al seggio papale non bada a mezzi e fatiche perch, una volta installatosi, gode per sempre di una sistemazione invidiabile. Enormemente arricchito dalle offerte delle matrone, va a spasso in cocchio avviluppato in elegantissime vesti, e banchetta con cibi cos squisiti che la sua tavola sorpassa quella dei re" (Rer. Gest XXVII, c 3). Ursino riusc a fuggire ma, esiliato, mor l'anno successivo. Damaso, per ci che era avvenuto, venne accusato, davanti al prefetto di Roma, di omicidio ma, grazie alle sue ricche amicizie, nel 370 riusc a farsi riconoscere come vescovo legittimo e nel 372 il tribunale imperiale lo sciolse dall'accusa. Questo papa port la chiesa cattolica sul terreno del potere, anzich su quello della spiritualit e della carit. Alcuni dei suoi critici usavano chiamarlo "Il solletica-orecchie delle signore" (matronarum auriscalpius). San Gerolamo ascetico segretario di Damaso, descrivendo il tipo di preti di cui si circondava Damaso, ne parla come di tizi che sembravano pi che altro le mogli del papa. Girolamo scrisse anche che quando Damaso chiese al prefetto di Roma Pretestato, sacerdote del culto di numerosi dei, di convertirsi, egli gli rispose ironico: Volentieri, se nominerai me Vescovo di Roma'. I partigiani di Ursino non cessarono di perseguire Dmaso. Un'accusa di adulterio venne presentata contro lui (nel 378) presso la corte imperiale, ma venne scagionato da essa, proprio dall'imperatore Graziano (Mansi, Coll. Conc. III, 628) e poco dopo da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunic anche i suoi accusatori (Liber Pontificalis, ed. Duchesne, s.v.; Mansi op. cit., III, 419). Nel 380, Teodosio, nel proclamare il cristianesimo religione di stato, invitava tutti i popoli dell'impero a professare "la religione trasmessa dall'apostolo Pietro ai romani e che continuata fino ai nostri giorni nella regione che segue il pontefice Damaso e il vescovo Pietro d'Alessandria" [Codex Theod XVI,1,2]. Nel 381, il concilio di Costantinopoli riconosceva il primato della sede romana, e stabiliva che il patriarca di Costantinopoli avesse il primato d'onore, secondo a quello del vescovo di Roma. Non contento di ci, Damaso dichiarava in un concilio romano del 382: "La Santa Chiesa di Roma ha la precedenza su tutte, non grazie alla deliberazione di questo o quel concilio, ma perch il primato le fu conferito dalla frase di Nostro Signore e Salvatore riportata nel Vangelo!" Damaso fu perci il primo vescovo di Roma ad invocare il "testo petrino" (Matteo 16:18) al fine di stabilire il primato della Chiesa Romana.

Molti dettagli del conflitto scandaloso tra Damaso e Ursino sono raccontati, oltre che in Ammiano Marcellino, anche nel "Libellus Precum" (P.L., XIII, 83-107) rivolto, intorno al 384, a Valentiniano e Teodosio da parte di Faustino e Marcelino, due presbiteri contrari a Dmaso. Questo papa, che annoverato tra i santi, lord quindi le sue vesti di sangue, per impossessarsi del vescovato romano. Dal punto di vista della "fede", egli diede l'incarico a S. Gerolamo di ritradurre la Bibbia in latino, segno che non riteneva del tutto attendibili le versioni adoperate dai suoi (perci non "infallibili") predecessori. Secondo S. Girolamo, "solo 22 sono i libri ispirati da Dio e ogni aggiunta apocrifa". Tuttavia, forse preso da invidia sessuale nei confronti dei laici, lui pure li falsific, introducendo in Tobia alcuni passi del tutto inventati (8,7): "Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con retta intenzione." Sotto la loro influenza, allo scopo di spegnere l'ardore coniugale, furono imposti dalla chiesa tre giorni di astinenza dopo le nozze, poi (per crescente infallibilit in tema di morale!) allungati a trenta, che col coito proibito prima, durante e dopo ogni giorno festivo (oltre ai 20 giorni prima di Natale, durante la Quaresima, ecc.) obbligavano alla castit cinque mesi l'anno, sotto pena ai trasgressori dell'intera vita a pane ed acqua e non escludendo pi terribili condanne. Gerolamo complet la sua traduzione attorno all'anno 384 d.C. Essa incontr inizialmente opposizione: critiche giunsero da S. Agostino stesso, soprattutto per quanto riguardava le parti tradotte dall'ebraico. Tra le altre cose la sua versione recita "ipsa" anzich "ipse" in Gen. 3:15: "essa ti schiaccer la testa". Nei 12 secoli successivi, il testo della versione di Gerolamo (denominata "Vulgata") fu tramandato con sempre minore accuratezza. Il Concilio di Trento (intorno al 1550) riconobbe l'esigenza di un testo latino autentico ed autorizz una revisione delle inquinate edizioni gi esistenti, approfittandone per inserire nelle Scritture altri nove testi prima considerati apocrifi (ma come possibile se i papi precedenti erano anch'essi infallibili?). Successivamente sub varie altre revisioni, tra le quali quella eseguita (1592) con l'approvazione di papa Clemente VIII, e quella del 1977 su richiesta di papa Paolo VI, come conseguenza del Concilio Vaticano II.

IV
A Damaso segu papa Siricio (384-399) che (anche lui poi fatto santo) fu il primo ad assumere modestamente, all'atto della sua elezione, il titolo di Papa, dal greco ppas = padre. Termine poco usato nei testi letterari e frequentemente, invece, nel linguaggio quotidiano, dove veniva pronunciato e scritto soprattutto con la doppia "p" (pppas). Ad es. la principessa Nausicaa, quando si rivolge al padre Alcinoo nell'Odissea, usa questo termine. Senza che cambi il suo significato, Papa viene anche interpretato come formato dalle iniziali dell'espressione "pater pastorum". Siricio assunse questo titolo in virt della sua "infallibilit"? Niente affatto! Lo fece in barba al vangelo, che intima: Non chiamate nessuno padre, perch uno solo il padre vostro, che nel cielo (Mt., 23,9). A questo papa si deve la prima lettera definita "Decretale", datata 11 febbraio 385 ed indirizzata ad Imerio vescovo di Tarragona in Spagna. La lettera fu cos definita perch non aveva pi il tono di una raccomandazione, com'era in uso tra i cristiani, ma, adottando lo stile "giuridico-militare" dei decreti imperiali, rappresentava in sostanza un ordine. In essa era attestata l'identit del vescovo di Roma con l'apostolo Pietro e perci la cura e il governo pastorale di tutto il "gregge" cristiano.Tale dottrina venne ripetuta da Siricio anche nelle sue lettere ai vescovi italiani, che assieme a quella ad Imerio, vennero a costituire i "Decretalia constituta" o disciplina ecclesiastica. In particolare, nel 386, Siricio decret che i soldati, i quali avessero continuato la milizia dopo il battesimo, non potessero in alcun modo essere ammessi al clero. Dunque i suoi predecessori si erano sbagliati ad ammetterli? Sotto il suo pontificato, e precisamente nel 391, la Biblioteca di Alessandria sub un durissimo colpo. Gi in passato ne aveva subiti due. Ne "La Vita di Cesare" Plutarco narra di un incendio appiccato dai Romani alla flotta di Tolomeo, che si trovava nel porto di Alessandria; le fiamme presto dilagarono e parte della Biblioteca and distrutta. Era il 48 a.C. Dopo quell'accadimento la Biblioteca risorse, arricchendosi e accrescendo il proprio patrimonio librario, fino ad arrivare agli anni in cui fu imperatore Aureliano (270-275). In questo periodo, caratterizzato in oriente dalla guerra tra Aureliano e Zenobia regina di Palmira, il ricco Fermo, originario della Seleucia, sollev l'Egitto e si proclam imperatore ma , assediato in Alessandria, venne sconfitto da Aureliano. Assieme alla fortezza-palazzo dei Tolomei anche la

Biblioteca sub ingenti danni. A differenza delle precedenti, la distruzione avvenuta a cavallo tra il 391 e il 392 non ebbe nulla a che fare con eventi bellici. Con il terzo editto del 391 dell'imperatore Teodosio la persecuzione anti-pagana s'intensific e molti cristiani si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani. Ad Alessandria, il vescovo Teofilo (morto nel 412) avvi una sistematica campagna di distruzione dei templi. Il tempio di Serapide, divinit greco-egizia che riuniva in s Zeus ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio Serapide. Durante questa operazione di repressione religiosa, la Biblioteca fu incendiata dai cristiani, per distruggere i testi pagani e quelli di alchimia e magia. Analoghe violenze si svolsero in tutto il paese. Qualche tempo dopo, pur dissenziente da Teofilo su altre questioni, Giovanni Crisostomo (= Bocca d'Oro!, arcivescovo di Costantinopoli dal 397) eccitava i suoi fanatici, esprimendosi in questi termini: "Qualsiasi traccia dell'antica filosofia e della letteratura del mondo antico deve scomparire dalla faccia della terra". Anastasio I (399-401) ricordato come il papa che decret il dovere di diaconi e sacerdoti di ascoltare, rimanendo in piedi, la lettura del vangelo durante la messa. Il decreto fu frutto della sua "infallibilit"? No, fu frutto della sua incapacit di distinguere tra ci che effettivamente "rituale" e ci che solo "cerimoniale". Rituale tutto ci che, venendo a mancare, rende nulla l'efficacia del rito. Cerimoniale ci che, pur non essendo essenziale al rito, pu fornire tuttavia un qualche aiuto d'ordine psicologico ai partecipanti. Per fare un esempio, una messa celebrata da tre officianti cerimonialmente pi ricca di quella celebrata da uno solo; ma, da un punto di vista dell'efficacia, esse hanno lo stesso valore rituale. Ora, prima di Anastasio, la messa aveva tutto il suo valore rituale, a prescindere dalla posizione assunta dai preti durante la lettura del vangelo e perci il fatto di rimanere in piedi pu essere considerato al pi un consiglio, una variante cerimoniale, ma in nessun caso una imposizione rituale, come pretese Anastasio. Fu sotto il suo papato che il generale barbaro Stilicone ordin che fossero bruciati i Libri Sibillini, perch pagani. Rutilio Namaziano, nel suo poema De Reditu, accusa Stilicone di aver distrutto i Libri sibillini per favorire la caduta dell'Impero romano. Il papa Innocenzo I (401-417) si premur di far riconoscere e rispettare la sua autorit, svolgendo un'accentuata attivit legislativa, in campo liturgico e dottrinale. In seguito al suo intervento di condanna, come eresia, della dottrina di Pelagio, s. Agostino pronunci una frase destinata anche in futuro a sottolineare il primato dottrinale della Santa Sede: Roma locuta est, causa finita est. Innocenzo I scrisse al concilio di Milevis che i neonati erano obbligati a ricevere la comunione e che, se fossero morti battezzati ma non comunicati, sarebbero andati all'inferno. Anche Agostino affermava l'assoluta necessit del sacramento dell'eucarestia per la salvezza, infatti disse: 'Se tante e cos importanti testimonianze concordano, nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore pu sperare la salvezza e la vita eterna, invano, senza questi sacramenti, la vita eterna promessa ai bambini' (Agostino, De pec. mer. et remiss. 1,24,34). Questa dottrina, confermata da Gelasio I (492-496), stata annullata dal concilio di Trento nel 1562 (Sess. XXI, cap. IV), e sempre il concilio tridentino ha anatemizzato chi la sosterr (Sess. XXI, can. 4) in questi termini: 'Se qualcuno dir che la comunione eucaristica necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l'et di ragione, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 4). Un'altro caso di infallibilit e perfetta coerenza tra papi! Sotto il papato di Innocenzo I, si verific un ennesimo ed odioso episodio di intolleranza religiosa. Si tratta dell'assassinio di una donna pagana, assai famosa a quell'epoca: Ipazia (Hipatia). Su ci che avvenne sono sostanzialmente concordi tutte le fonti antiche, sia cristiane, sia pagane e precisamente: Vita di Ipazia - Dalla Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico (380-450, avvocato cristiano). Un estratto dalla Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio, nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo, come Socrate Scolastico, dei fatti narrati. Vita di Ipazia - Dalla Vita di Isidoro di Damascio (480-550, neoplatonico, ultimo direttore dell'Accademia di Atene), riprodotta nel Suda Vita di Ipazia - Dalla Cronaca di Giovanni, vescovo cristiano copto di Nikiu in Egitto (cronista bizantino-copto della fine del VII secolo).

Ipazia (370-415) visse al tempo dell'imperatore d'Oriente Arcadio (377-408) e di suo figlio Teodosio II (401-450). Secondo il Suida o Suda (un lessico ed enciclopedia dell'et bizantina del X secolo) era figlia di Teone, geometra e filosofo, ultimo direttore del Museo di Alessandria. Ella fu nota per il suo sapere nel campo della matematica, dell'astronomia e della filosofia platonica. Fu a capo della scuola neoplatonica di Alessandria; tra le sue opere si annoverano: un Commentario sull'Arithmetica di Diofanto di Alessandria; un Commentario sulle Coniche di Apollonio di Perga; inoltre Ipazia provvide a curare l'edizione di un'opera di suo padre: il Commentario sull'Almagesto di Tolomeo. Il poeta, a lei contemporaneo, Pallada, in un epigramma, scrisse di Ipazia: "Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine; infatti verso il cielo rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura". (Pallada di Alessandria, V d.C., Epigramma rinvenuto nellAntologia Palatina di Heidelberg). Ipazia fu anche guida spirituale. Uno dei suoi pi affezionati discepoli fu Synesius di Cirene (370 circa - 413 circa dC). Nel 410 gli venne offerta la cattedra vescovile di Tolemaide (odierna Tolmeita, o Tulmaythah in Libia), sebbene non fosse ancora battezzato. Sinesio si ritir ad Alessandria per valutare l'offerta. Nel 411, ritornato a Tolemaide, accett, dopo lunga riflessione e non senza perplessit, la carica di vescovo, ancor prima di essere battezzato. Anche da vescovo, per, Sinesio continu sempre a diffidare degli aspetti deteriori della nascente cultura cristiana e non smise di aderire ai valori sanciti dalla tradizione ellenica. Non era un falso o un ipocrita, ma era cosciente che le forme in cui il mondo pagano e quello cristiano esprimevano il comune interesse per l'uomo erano molto diverse e forse inconciliabili. Tanto vero che in una lettera al fratello scrisse: Ottenuta la cattedra vescovile, non far finta di credere in dogmi in cui non credo. Sinesio mor nel 413, vinto dai dolori e dai lutti familiari. Mentre gi era malato, scrisse ad Ipazia queste parole, che testimoniano come l'unione spirituale con la sua maestra fosse veramente al di sopra di ogni credo e di ogni ideologia (Sinesio di Cirene, Epistolario, Ep. XVI): "Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato!". E concludendo la lettera: "E se c' qualcuno venuto dopo che ti sia caro, io debbo essergli grato poich ti caro, e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose, bene; in caso contrario, non importano neanche a me". Ma Ipazia aveva, purtroppo, tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: donna, pagana, scienziata di grande fama e guida della scuola neoplatonica di Alessandria. Nel 412, Cirillo (370 ca - 444)prese il posto dello zio Teofilo e divenne patriarca di Alessandria. Il prefetto di Alessandria Oreste ebbe dei contrasti con Cirillo, ed invece era amico di Ipazia. Cirillo arriv addirittura ad arruolare tra i monaci, torme di uomini, spesso analfabeti, che vagavano di citt in citt, pieni d'odio contro i pagani e il mondo civile in genere. Suida non esita a definirli "esseri abominevoli, vere bestie". Nella primavera del 415 una banda di questi "monaci" cristiani aggred Ipazia per strada, trascin il suo corpo fino in una chiesa dove la sua carne venne fatta a pezzi con tegole spezzate e i suoi resti bruciati. Scrisse Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu: "E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perch aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella citt". Cirillo non scont alcuna pena per l'assassinio di Ipazia e fu protagonista, negli anni successivi, del conflitto tra due dottrine relative al Cristo: l'una sostenuta appunto da Cirillo e, dopo la sua morte, da Eutiche, che affermava la natura essenzialmente divina di Cristo (dottrina definita Monofisismo); l'altra invece propugnata da Nestorio vescovo di Costantinopoli, che affermava la compresenza in Cristo di una natura divina e di una natura umana (dottrina detta Dyofisismo). Per sedare tale conflitto, Teodosio indisse due Concili nella citt di Efeso. Il primo (431), iniziato nel segno della mediazione, termin con una vittoria sostanziale di Cirillo e del Monofisismo (anche per l'appoggio ricevuto da parte di alcuni elementi di spicco della corte). Il secondo, dell'Agosto 449, fu presieduto da San Flaviano, Patriarca di Costantinopoli e fortemente voluto da Dioscoro, vescovo monofisita di Alessandria e successore di Cirillo. Sfortunatamente, l'intero andamento del Concilio fu palesemente falsato dal clima di terrore, instaurato da Dioscoro e dai suoi monaci semianalfabeti violenti e fanatici (ancora loro!), capeggiati

da Barsumas: furono destituiti i pi importanti teologi antiocheni (Domno di Antiochia, Eusebio di Dorileo, Iba di Edessa e Teodoreto di Ciro), con l'accusa di nestorianesimo e perfino San Flaviano fu percosso, probabilmente da Barsumas, e mor alcuni giorni dopo, non si sa se per lo choc o per le percosse. Ovviamente, il concilio si concluse con l'assoluzione di Eutiche e la scomunica di Flaviano e di Papa Leone I Magno (440-461), che defin questo sinodo non come un concilium, bens come un latrocinium (atto di brigantaggio)! Fu altres ovvio che il Papa considerasse privo di validit qualsiasi decisione presa, ma in contrasto con il pensiero papale, l'imperatore Teodosio II (408-450) lo ritenne valido. Tuttavia, dopo la morte di Teodosio nel 450, nel Concilio a Calcedonia, convocato nell'Ottobre 451 dall'imperatrice Pulcheria, fervente cattolica ortodossa , il monofisismo venne condannato e furono esiliati sia Dioscoro, che Eutiche. La cosa non fin l perch, sul piano dottrinale, nacque il Neo-calcedonesimo, un tentativo di mediazione tra la dottrina del Concilio di Calcedonia (451) che insegn che ci sono due nature nell'unica persona di Ges Cristo, e i Monofisiti, che conservarono la formula pre-calcedonese di san Cirillo di Alessandria: "l'unica natura incarnata di Ges Cristo". Taluni teologi cirilliani che ritennero Calcedonia come una resa ai teologi nestoriani (colpevoli, secondo loro, di aver diviso il Cristo in due individui), cercarono di reinterpretare Calcedonia in termini di condanna del nestorianesimo da parte di Cirillo. Nella sua terza lettera a Nestorio, Cirillo sottolineava l'unica persona divina di Cristo, anatematizzando chiunque non avesse affermato che Dio, in Cristo, aveva sofferto sulla croce. A Calcedonia, questa lettera era stata letta, ricordata, ma non fatta propria. Il Neo-Calcedonesimo, o interpretazione di Calcedonia nei termini della teologia di Cirillo circa la sofferenza di Dio, fu ufficialmente confermato nel Concilio Costantinopolitano II del 553. (Oh, infallibilit papale che tutto puoi!) Il monofisismo, nell'originale versione cirilliana, si svilupp in molte parti dell'impero, ma soprattutto in quattro paesi: Egitto, Etiopia, Siria e Armenia. Oggigiorno dette chiese, ancora esistenti, si autodefiniscono ortodosse (o meglio ortodosse copte), da non confondersi con le chiese ortodosse calcedonesi (quelle di solito oggi chiamate semplicemente ortodosse). E Cirillo? Naturalmente venne fatto santo! e, nel 1882, papa Leone XIII lo proclam dottore della Chiesa (assieme all'altro Cirillo, vescovo di Gerusalemme). Infine, papa Pio XII gli dedic, nel centenario della sua morte, l'enciclica Orientalis Ecclesiae (9 aprile 1944). E Ipazia? I poeti continuarono a cantarla. Vincenzo Monti nella sua ode Il Fanatismo(1799), cos la ricorda: La voce alzate, o secoli caduti, Gridi l'Africa all'Asia e l'innocente Ombra d'Ipazia il grido orrendo ajuti. La marchesa Diodata Saluzzo Roero, membro dell'Accademia Torinese delle Scienze e dell'Arcadia, nel suo "Ipazia, ossia delle filosofe" (1827) romanz tutta quanta la sua storia, presentandola addirittura come martire cristiana: Languida rosa sul reciso stelo Nel sangue immersa la vergin giacea Avvolta a mezzo nel suo bianco velo Soavissimamente sorridea Condonatrice de l'altrui delitto Mentre il gran segno redentor stringea. Leconte de Lisle (1818-1894), radicale avversario del cristianesimo e seguace dell'estetica parnasiana, volta al paganesimo come religione della bellezza e della sapienza, le intitol due dei suoi "Pomes antiques"(1) : "Ipazia" (1847) e "Ipazia e Cirillo" (1858), descrivendola come una giovane donna nella quale lo "spirito di Platone" e il "corpo di Afrodite" erano mirabilmente congiunti. (1)Fanno parte della prima edizione dei Pomes antiques (1852) trentuno poemi molto diversi per data e stile di composizione. Leconte de Lisle non cesser di aggiungerne, fino all'edizione definitiva del 1874.

V
Abbiamo gi detto che Innocenzo I condann il pelagianesimo (Sinodo di Roma del 417), cio la dottrina elaborata dal monaco Pelagio Britannico (ca. 360- ca. 420), secondo la quale gli uomini non sono predestinati, ma possono, invece, solamente con la propria volont (liberum arbitrium) e per mezzo di preghiere ed opere buone, evitare il peccato e giungere alla salvezza eterna: essa negava, di conseguenza, che vi fosse stata trasmissione del peccato originale e che vi fosse necessit della grazia divina. Il successore di Innocenzo, San Zosimo (417-418), credette alle tesi difensive espresse dai fautori di Pelagio e, in particolare, da Celestio e rimprover i vescovi africani (e implicitamente il suo predecessore) per la troppa fretta avuta nel condannare quella dottrina. Questo fatto provoc la reazione dei suddetti vescovi , che (non ritenendolo quindi infallibile!) ribadirono la condanna dell'eresia pelagiana, in un Concilio di 214 vescovi, tenuto a Cartagine nel 418. Forse allarmato dalla possibilit di una secessione della Chiesa africana, Zosimo invi una lettera ("Epistola Tractoria"), indirizzata alle principali Chiese d'Oriente e d'Occidente, nella quale ritratt la sua precedente posizione e condann le teorie pelagiane. L'Epistola fu generalmente accolta, ma non manc chi si oppose, come diciotto vescovi italiani, che avevano seguito il Papa nella sua prima decisione e, non essendo burattini, rifiutarono di sottoscrivere (appena un anno dopo!) la condanna di Pelagio e Celestio. Naturalmente furono scomunicati e deposti.

VI
Abbiamo gi accennato a papa S.Gelasio I (492-496), parlando di Innocenzo I e del fatto che entrambi sostennero che i bambini , oltre al battesimo, dovevano ricevere anche la comunione, altrimenti sarebbero andati dritti all'inferno. Gelasio afferm, inoltre, contro i Manichei che sbagliato comunicarsi sotto una sola specie: "Abbiamo scoperto che alcuni prendono solamente il sacro corpo e si astengono dal sangue sacrato, bisogna che costoro o ricevano ambedue le parti o sien privi di ambedue, poich la divisione d'un solo e medesimo sacramento non pu farsi senza un gran sacrilegio". Quindi la dottrina che priva i laici del calice, dottrina che fu promulgata dal concilio di Costanza nel 1415, era considerata da Gelasio un sacrilegio! Inoltre Gelasio non accettava la transustanziazione (era infallibile lui o i papi che invece ci credono?) infatti scrisse: "Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo veramente cosa divina; ma il pane e il vino vi rimangono nella loro sostanza e natura di pane e vino" (Gelasio, De duabus in Christo naturis). Gelasio presiedette il concilio di Roma del 494, cercando di dirimere lo "Scisma d' Oriente" (dovuto ad Acacio, patriarca di Costantinopoli). Dal concilio scatur il famoso decreto che porta il suo nome e che distinse i libri sacri allora accettati dalla Chiesa cattolica, da quelli che la Chiesa (sempre allora) consider come apocrifi. Il decreto originale and perduto. Il "Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis", usato come autentico nell'anno 865 da papa Nicola I, sappiamo oggi che non di Gelasio, ma venne composto durante il VI secolo. Essendo stato stretto collaboratore del suo predecessore Felice III, Gelasio ne continu la politica di contrasto nei confronti del patriarca di Costantinopoli e dell'imperatore d'Oriente Anastasio, che pertanto non ratific mai ufficialmente la sua elezione a vescovo di Roma. A Bisanzio, Impero e Chiesa erano quasi identificati l'uno con l'altro; l'imperatore era capo anche della Chiesa. Egli intendeva se stesso come rappresentante di Cristo e, in collegamento con la figura di Melchisedek, che era stato al tempo stesso re e sacerdote (Gen 14,18), port dal VI secolo il titolo ufficiale di "re e sacerdote". Per il fatto che, a partire da Costantino, l'imperatore se ne era andato via da Roma, nell'antica capitale dell'Impero pot svilupparsi la posizione autonoma del vescovo di Roma come presunto successore di Pietro e pastore supremo della Chiesa. Gelasio, nella sua famosa lettera all'imperatore Anastasio e ancor pi chiaramente nel suo quarto trattato, in relazione alla tipologia bizantina di Melchisedek, pretese che l'unit delle potest stava esclusivamente in Cristo: "questi infatti, a causa della debolezza umana (superbia!), ha separato per i tempi successivi i due ministeri, affinch nessuno si insuperbisca" (c. 11). Gelasio, tuttavia, non solo afferm la separazione dei due poteri, ma anche la maggior importanza di quello

sacerdotale. Egli scrisse: "Supplico la tua piet di non considerare arroganza l'ubbidienza ai princpi divini. Non si dica di un imperatore romano, ti prego, che egli giudichi ingiuria la verit comunicata al suo intendimento. Due sono infatti i poteri, o augusto imperatore, con cui questo mondo principalmente retto: la sacra autorit dei pontefici e la potest regale. Tra i due, l'importanza dei sacerdoti tanto pi grande, in quanto essi dovranno rendere ragione al tribunale divino anche degli stessi reggitori d'uomini. Tu sai certo, o clementissimo figlio, che, pur essendo per la tua dignit al di sopra degli uomini, tuttavia devi piegare devotamente il capo dinanzi a coloro che sono preposti alle cose divine, e da loro aspettare le condizioni della tua salvezza; e nel ricevere i santissimi sacramenti e nell'amministrarli come compete, tu sai che ti devi sottoporre agli ordini della religione, e non avere funzioni di capo, e che pertanto in queste questioni tu devi essere sottomesso al giudizio degli ecclesiastici e non volere che essi siano obbligati alla tua volont. Se infatti anche gli stessi sacerdoti ubbidiscono alle tue leggi, per quel che riguarda l'ordine pubblico, sapendo che l'impero ti stato dato per disposizione divina, e perch non sembri che persino nelle cose puramente materiali essi si oppongano a un giudicato, che esula dalla loro giurisdizione; con che sentimento, io ti chiedo, conviene che tu obbedisca a coloro che sono stati assegnati ad amministrare i divini maestri? Dunque, come sui pontefici incombe il non lieve pericolo d'aver taciuto ci che si conviene, in rapporto al culto della divinit, cos grave pericolo c' per coloro Dio non voglia che serbano un atteggiamento di disprezzo, quando debbono ubbidire. E se conviene che i cuori dei fedeli siano sottomessi a tutti i sacerdoti in genere, che con giustizia amministrano le cose divine, quanto pi si deve dar consenso al capo della sede apostolica, a colui che la somma Divinit volle superiore a tutti i sacerdoti, e che sempre dopo la piet di tutta la Chiesa onor come tale?" (Gelasio I, Lettere, PL 59, 8) Inutile dire che la posizione di Gelasio non aveva fondamento alcuno nel diritto romano, n in quello di epoca imperiale (l'imperatore essendo anche pontifex maximus), n in quello precedente di epoca repubblicana, quando la carica di console era s separata da quella di pontefice massimo, ma non inferiore a quest'ultima. Lo storico tedesco Walter Freund, in un saggio pubblicato nel 1957 dal titolo Modernus, ha dimostrato che il termine "moderno" rintracciabile per la prima volta proprio nell'epistolario di Gelasio, per designare un'"attualit in costante trasformazione". Si trattava di un neologismo formato dall'avverbio modo, che significa "adesso", "subito", e il suffisso -ernus, che si trova in altri aggettivi come hodiernus o sempiternus.

VII
Vigilio, nei circa venti anni del suo papato (537-555), prese in materia di fede decisioni tra loro contrastanti, a seconda della convenienza politica del momento. Il suo nome legato soprattutto alla cosidetta controversia sui "Tre capitoli" (tre scritti dovuti rispettivamente a Teodoro di Mopsuestia, Iba di Edessa e Teodoreto di Ciro). Teodoro di Mopsuestia (morto nel 428), che era stato anche maestro di Nestorio, parlava della natura divina di Cristo come di quella che "assume" la natura umana, quest'ultima essendo di conseguenza inabitata dalla prima. La netta distinzione tra le due nature (entrambe perfette) implica una loro unione non accidentale nel cosiddetto "prospon", che per non equivale alla "ypstasis" del concilio calcedonese (451), ossia non una persona sussistente. In tal senso la cristologia teodoriana eretica, se giudicata col metro di Calcedonia. Iba di Edessa e Teodoreto di Ciro appoggiarono, con loro scritti, la tesi di Teodoro. Nell'Aprile del 548, Vigilio, su pressione dell'imperatore Giustiniano, pubblic lo Iudicatum, documento nel quale condann i Tre Capitoli. Fortissime reazioni contrarie si ebbero nello stesso seguito papale e i vescovi d'Africa giunsero persino a scomunicare il papa. Questi non trov di meglio che scaricare la colpa su Giustiniano e, nel 551, ritir lo Iudicatum. L'imperatore convoc allora il quinto concilio ecumenico (Costantinopolitano II) apertosi a Costantinopoli il 5 maggio 553. Il 14 dello stesso mese Vigilio, con un colpo di scena, promulg un Constitutum, che condannava sessanta proposizioni di Teodoro di Mopsuestia, ma non la sua persona n quelle di Iba e di Teodoreto. Proibiva inoltre qualunque altra discussione in merito. Giustiniano, per parare il colpo, decise di svergognare Vigilio, rendendo pubbliche lettere del papa in cui questi difendeva il suo Iudicatum, e prometteva all'imperatore di adoperarsi in concilio per la condanna dei Tre Capitoli e di concertare con lui le sue prossime mosse. Il concilio prese, allora, le

distanze dal papa e il 2 giugno 553 dichiar solennemente che i Tre Capitoli dovevano essere considerati eretici. Vigilio, ritrattando la sua...ritrattazione, si risolse ad accettare le conclusioni conciliari. Scrisse al patriarca di Costantinopoli, dichiarando di essere stato diabolicamente "influenzato" e di accettare quindi tutte le decisioni del V Concilio, con la loro impostazione teologica ed interpretazione della divinit. Concludeva dicendo: 'Pertanto ci che ho fatto in difesa dei Tre capitoli viene annullato con la definizione del presente nostro scritto' (Epistola ad Eutichio, Patriarca di Costantinopoli, dell'8 dicembre 553). Per sua stessa ammissione, un papa dichiarava dunque di essere stato "diabolicamente influenzato" in materia di fede: altro che infallibilit!

VIII
Gregorio I detto Magno (590-604) alquanto conosciuto per la sua revisione dei canti liturgici, dalla quale nacque il genere di canto religioso detto appunto "gregoriano". Dal punto di vista dei problemi di fede, Gregorio (pur non arrivando come Innocenzo I e Gelasio I a pretendere per i bambini anche la comunione) afferm che i bambini morti non battezzati vanno all'inferno e laggi soffrono per l'eternit. Egli era del tutto dimentico che il Battesimo dei neonati non solo non veniva considerato, ma non era neanche permesso nella Chiesa antica e che certamente non evangelico. Questo papa seguiva sostanzialmente S.Agostino, il quale non credeva nel "limbo", ma negava , in contrasto con i Pelagiani, il luogo intermedio a cui, essi sostenevano, si potesse giungere senza il battesimo. Egli afferm: "colui che non con Cristo, col demonio." (De peccat. merit. 1,21; Serm. 294,2). In particolare sui bambini non battezzati S Agostino scrisse: " da chiedersi il motivo (e conseguentemente darne spiegazione) del perch siano condannate le anime che vengono create per le singole creature che nascono, se i bambini muoiono prima di aver ricevuto il segno sacramentale del Cristo. La sacra scrittura, la stessa tradizione testimoniale della Chiesa attestano che esse vengono dannate se siano uscite dal corpo (morte) in tale condizione. Sappiamo che non ancora nati nulla fecero nella propria vita di bene o di male ma essi contrassero il contagio dall'antica morte secondo il vincolo che casualmente avevano con Adamo all'atto della loro venuta al mondo. Non possono perci essere liberati dal supplizio della morte eterna, che trasferisce da uno solo una giusta condanna su tutti, se non rinascono per grazia in Cristo. Sappiamo che non possiamo attribuire la grazia di Dio n ai bambini n agli adulti secondo i nostri propri meriti... Sappiamo che i bambini riceveranno il bene e il male attraverso le colpe che porteranno sul corpo... Chi mai potr dubitare dei bambini non battezzati, macchiati dal solo peccato originale n aggravati da peccati loro propri, se andranno in una dannazione la pi lieve di tutte quante le altre?" San Tommaso e gli scolastici abbandonarono la teoria di Sant'Agostino secondo cui i bambini non battezzati subiscono l'inferno, anche se in forma mitigata, e sostennero l'esistenza del Limbo. In particolare S.Tommaso afferma che le anime dei bambini (andate nel Limbo) si trovano nelle condizioni di chi non pu ricevere aiuto alcuno, perch manca loro lo stato di grazia, che non si pu pi acquistare dopo la morte (S. Th., Suppl., q.71, a.7). Il "Limbo" non divenne mai un dogma cattolico, anzi il Concilio di Firenze (1438) ribad che gli uomini che muoiono con il solo peccato originale vanno all'inferno, ma sono puniti diversamente da quelli che muoiono in peccato attuale grave. La chiesa attuale, a riguardo, "non sa che pesci pigliare" e il "Catechismo della Chiesa Cattolica", pubblicato nel 1992, (numero 1261, pag.331), cos si esprime: Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non pu che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro. Infatti, la grande misericordia di Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati' (1 Tm 2,4), e la tenerezza di Ges verso i bambini, che gli ha fatto dire: Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite' (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo. Tanto pi pressante perci l'invito della Chiesa a non impedire che i bambini vengano a Cristo mediante il dono del santo Battesimo. Ma torniamo a Gregorio Magno che, quando Giovanni il Digiunatore, vescovo di Costantinopoli, pretese di chiamarsi vescovo universale e quindi capo degli altri vescovi, si indign e gli scrisse una lettera di ammonizione, in cui disse: "A motivo di questa temeraria presunzione la pace di tutta la Chiesa turbata e la grazia diffusa su tutti in comune negata. L'apostolo Paolo intendendo taluni dire: Io sono di Paolo, io di Apollo, io di

Cefa acceso di sdegno a tal divisione del corpo del Signore proruppe nell'esclamazione: E forse Paolo che fu crocifisso per voi? o foste voi battezzati nel nome di Paolo? Egli dunque rigettava i membri del corpo di Cristo per essersi attaccati ad altri capi, fuorch a quello di Cristo. Che direte voi, Giovanni, a Cristo, che come ben sapete capo della Chiesa universale, nel rendimento dei conti al giorno del giudizio finale? Voi che vi sforzate di assoggettarvi tutti i suoi membri, arrogandovi il titolo di universale; voi che vi sforzate di collocare voi stesso al di sopra degli altri vescovi e che con un titolo superbo volete porvi sotto i piedi il loro nome in paragone del vostro? Che andate voi facendo con ci se non ripetere con Satana: Ascender al cielo ed esalter il mio trono al di sopra degli astri del cielo di Dio? Vostra fraternit mentre disprezza (gli altri vescovi) e fa ogni possibile sforzo per assoggettarseli, non fa che ripetere quanto gi disse il vecchio nemico: Mi innalzer al di sopra delle nubi pi eccelse. Alla penosa vista di tutti questi fatti e nel timore dei segreti giudizi divini aumentano le mie lacrime e il mio cuore pi non riesce a contenere i gemiti considerando che il piissimo signor Giovanni, uomo di tanta astinenza e umilt, spinto dall'istigazione dei suoi consiglieri, sia montato in tanto orgoglio che, anelando a un titolo, fa di tutto per assomigliare a colui che nella sua alterigia volle assimilarsi a Dio ma che fin, poi, con il perdere la grazia e la somiglianza gi posseduta. Certamente Pietro un membro della Chiesa universale. Paolo, Andrea, Giovanni che altro non sono se non capi di particolari comunit? Ma tutti son membri dipendenti da uno stesso capo, cio Ges Cristo. Per sintetizzare tutto in una espressione: i santi avanti la legge, i santi sotto la legge, i santi sotto la grazia formano tutti insieme il corpo del Signore, e son tutti membri della Chiesa. Ebbene nessuno di loro si mai arrogata la qualifica di universale. Possa dunque, vostra Santit, riconoscere quanto grande sia il vostro orgoglio, pretendendo a un titolo che nessun altro uomo veramente pio si giammai arrogato". Dunque nemmeno il vescovo di Roma si era mai arrogato, fino ad allora, secondo la testimonianza di Gregorio Magno, il titolo di "Vescovo universale". Nel 602, l'imperatore Maurizio (assieme ai suoi figli) fu ucciso da Foca che ne prese il posto, e Gregorio Magno gli mand una lettera di congratulazioni, nella quale diceva: Gloria a Dio nei luoghi eccelsi (...) Sentiamo con vivo piacere che la benignit di vostra piet sia pervenuta al potere imperiale. I cieli esultino e la terra festeggi, e tutta la cristianit finora s tristamente afflitta, giubili per le vostre benigne opere' (Epist. XIII, 31). Gregorio dunque divenne amico dell'imperatore Foca; i loro rapporti, quantunque durarono solo due anni circa, furono ottimi. Foca, il 19 gennaio 607, morto da poco Gregorio, per contraccambiare l'amicizia e le adulazioni che gli rivolgeva il vescovo di Roma riconobbe la supremazia della sede apostolica di Pietro su tutte le chiese' (caput omnium ecclesiarum) e viet al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di universale,' che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma. Questi era allora Bonifacio III, che, infischiandosene di quello che il suo infallibile predecessore aveva dichiarato a tale proposito, non rifiut affatto di farsi chiamare vescovo universale', titolo divenuto poi di uso generale. Papa Adriano I (772-795), scrivendo all'imperatrice Irene, lament che Tarasio, vescovo di Costantinopoli, si fosse assunto il titolo di patriarca ecumenico, che di diritto spettava solo al vescovo romano, affermando che con tale comportamento egli "pretendeva il primato sopra la nostra stessa chiesa, il che appare ridicolo a tutti i cristiani fedeli, poich per tutto l'orbe terrestre fu dato dalla stesso Redentore il principato e la potenza al beato Pietro; per lo stesso apostolo, del quale immeritatamente facciamo le veci, la Chiesa romana, santa, cattolica e apostolica fino ad ora e per sempre detiene il principato e la autorit del potere ". Infine Gregorio VII (1073-1085) giunse ad affermare che il vescovo di Roma e deve essere chiamato vescovo universale. Ecco le sue parole: "Quod solus Romanus pontifex iure dicatur universalis" (Solo il pontefice romano ha il diritto di essere chiamato universale - Dictatus papae del 1075, punto 2).

IX
Figlio dell'esarca d'Africa, Eraclio (575 ca. - 641, imperatore dal 610) si impadron del trono bizantino, sconfiggendo l'imperatore Foca. La riconquista delle province orientali da parte di Eraclio, nella guerra contro Cosroe re di Persia, ripropose il problema del monofisismo. In Oriente, poi, era sorta, introdotta da Severo di Antiochia gi agli inizi del 400, la dottrina monoenergetica, secondo la quale all'unione "ipostatica", della natura umana e divina, in Cristo corrisponde un'unica forza agente (unica energia) non esclusivamente divina, ma divina ed umana ("teandrica"). Nel

631, Sergio, patriarca di Costantinopoli, per tentare un compromesso con i monofisiti, fece propria, modificandola, la dottrina monoenergetica, affermando che in Cristo sono due nature, la divina e l'umana, ma in lui la volont e la finalit delle opere sono unicamente quelle divine. Cos, pur mantenendo la tesi calcedoniana delle due nature (vero Dio e vero uomo), fece un passo verso i monofisiti, affermando che Ges monotelita (in greco telos il fine voluto), ovvero monoenergita (in greco energhia l'esercizio della volont). In altre parole, pur non potendo accettare la tesi monofisita dell'unica natura divina, fece sparire la volont umana, lasciando a Ges solo la volont di Dio. Questo compromesso provoc la reazione del patriarca di Gerusalemme Sofronio. Sergio allora abbandon l'espressione una energia e scrisse una lettera al papa Onorio I, che aveva mostrato le sue riserve sulla dottrina monoenergetica, ma che accett di riconoscere in Cristo una sola volont (Thelema). Forte di tale adesione, Sergio compose una lunga professione di fede chiamata Ecthesis (esposizione) pubblicata dall'imperatore Eraclio nel 638. In Ges Cristo, diceva questo documento, non vi che una volont, e non si deve distinguere in lui fra una o due energie. Con questo editto, l'imperatore impose il monotelismo a tutto l'impero. Nello stesso anno, per, morirono sia il papa Onorio I, sia il patriarca Sergio. Nel 640 il papa Severino e poi Giovanni IV che gli successe, per reagire a questa imposizione imperiale, scomunicarono Sergio ed accusarono il monotelismo di eresia. Minacciarono di scomunica anche l'imperatore il quale, in punto di morte, si pieg e ritratt l'Ecthesis. L'editto era, per, gi stato accettato dalla maggior parte dei vescovi orientali, quindi il successore di Eraclio, Costante II, pubblic nel 648 il cosiddetto Tipo, un nuovo editto dogmatico, che abrogava il precedente e proibiva ogni discussione teologica sul problema dell'energia e della volont di Dio. Nel 649 il papa Martino I, rifiutando il Tipo, convoc un concilio in Laterano, che dichiar che in Cristo vi sono due volont e scomunic i monoteliti, il gi morto Sergio, il nuovo patriarca di Costantinopoli e perfino l'imperatore. Era la prima volta che un papa scomunicava un imperatore. Costante II fece arrestare il papa e lo esili in Crimea, dove mor. Nel 668, Costante II venne assassinato e sal al trono il figlio Costantino IV il quale, per ristabilire l'unit della Chiesa e rinsaldare di conseguenza un impero che da una parte rischiava di perdere l'Italia e dall'altra era sempre pi minacciato da vari popoli (tra i quali gli Arabi) decise, d'accordo col papa Agatone, di convocare il VI Concilio (III ecumenico) di Costantinopoli (680-81), al quale partecip personalmente, assumendo la presidenza durante le discussioni teologiche. Delle diciotto sessioni, le ultime due furono dedicate alla condanna del monotelismo: Predichiamo anche in lui [Cristo] due volont naturali e due operazioni naturali, indivisibilmente, immutabilmente, inseparabilmente, inconfusamente, secondo l'insegnamento dei santi padri. Due volont naturali che non sono in contrasto fra loro (non sia mai detto!), come dicono gli empi eretici, ma tali che la volont umana segua, senza opposizione o riluttanza, o meglio, sia sottoposta alla sua volont divina e onnipotente. Era necessario, infatti, che la volont della carne fosse mossa e sottomessa al volere divino, secondo il sapientissimo Atanasio. Il Concilio condann di conseguenza tutti coloro che avevano sostenuto il monotelismo, compreso lo stesso papa Onorio I, il quale fu scomunicato assieme agli altri e la sua lettera di assenso alla tesi di Sergio fu pubblicamente bruciata. La condanna venne firmata anche dai due legati del papa Agatone (che mor nel medesimo periodo), e confermata da vari papi successivi, fra i quali Leone II (682-683) che, eletto papa, ebbe a dire: "Onorio cerc, con profano inganno, di sovvertire la fede immacolata". Nello stesso anno scrisse all'imperatore Costantino, dicendo "di scomunicare tutti gli eretici, tra cui Onorio che non fece risplendere la dottrina apostolica in questa chiesa di Roma". Corresse per il tiro, cambiando la condanna di Onorio da eresia in negligenza pastorale. Un tentativo di riprendere la polemica monotelita si verific sotto l'imperatore Filippico Bardane (711-13), ma non dur a lungo, perch Anastasio II (713-15) riconferm le decisioni del VI Concilio di Costantinopoli. Il Monotelismo sopravvisse nella dottrina dei Maroniti del Libano, i quali per all'epoca delle Crociate, nel 1182, mentre il Saladino attaccava Beirut, confermarono anche formalmente la loro unione con Roma. Il problema delle due volont ha, oltre che un interesse teologico, anche un interesse esoterico. S.Paolo stesso riconosceva in s stesso una duplicit: "Sappiamo che la legge spirituale, io invece sono di carne, venduto schiavo del peccato. Non capisco infatti quello che faccio: non

eseguo ci che voglio, ma faccio quello che odio. E se faccio ci che non voglio, riconosco [tuttavia] la bont della legge. Or non sono gi io a farlo, ma il peccato che abita in me. So infatti che il bene non abita in me, e cio nella mia carne: poich volere alla mia portata, ma compiere il bene no. Infatti non faccio il bene che voglio, bens compio il male che non voglio (Romani 7, 14-19)". Come noto G.J.Gurdjieff, pi pessimista di S.Paolo, constatava nell'uomo non due, ma una molteplicit di "Io". Uno degli effetti dell'iniziazione proprio l'unificazione delle volont contrastanti. Ad unificazione avvenuta, tuttavia, del tutto ridicolo chiedersi se vi un'unica volont, oppure se vi sono due o pi volont perfettamente concordanti: infatti noi distinguiamo due volont, in un medesimo individuo, solo per le divergenze che esistono tra loro. Venute meno le divergenze, esse sono perfettamente indistinguibili. Le ripercussioni della diatriba sul monotelismo si avvertirono, in seguito, su una questione di tutt'altro tipo: quella dell'infallibilit del papa. Nel 16 secolo, protestanti e giansenisti ebbero a ricordare ai cattolici che il concilio di Costantinopoli III, condannando il monotelismo, aveva dichiarato eretico un papa canonicamente eletto. Pi tardi, quando il Concilio Vaticano I (1869-1870) sanc definitivamente l'infallibilit del papa (se parla ex cathedra in materia di fede) i protestanti risollevarono la questione. I cattolici risposero che Onorio I non aveva parlato ex cathedra Una tesi piuttosto difficile da sostenere, visto che si trattava proprio di materia di fede. A meno che essi non pretendessero (e pretendano), che occorre proprio essere seduti materialmente sulla sedia pontificale per essere infallibili. Cosa ridicola, perch sminuirebbe non poco l'onnipotenza divina (e l'infallibilit papale), vincolandone l'efficacia ad un misero oggetto materiale.

X
Saeculum Obscurum Riprendendo il nostro discorso sull'infallibilit papale e, soffermandoci solo sui casi pi eclatanti, giungiamo a quello che ritenuto il periodo pi buio nella storia del papato: un periodo di poco pi di cento anni, compreso tra la fine del IX secolo (morte di Papa Stefano V nel 891) e la fine del X secolo (elezione di Papa Silvestro II nel 999). In questo periodo si susseguirono ben 28 papi e 3 antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta. Il primo papa del Saeculum Obscurum fu Formoso (1), che nacque in localit sconosciuta verso l'anno 816. Della sua famiglia non si hanno notizie precise, se si eccettua il nome del padre, Leone. Papa Niccol I (858-67) nel 864-865 lo fece cardinale, vescovo di Porto Romano (2) e nell'autunno dell'anno 866 lo invi, con Paolo di Populonia, tra i Bulgari, per promuoverne la conversione. Tuttavia la nomina ad arcivescovo di Bulgaria, desiderata da Formoso e dal principe Boris I, non ebbe luogo, a causa degli ostacoli costituiti dal "divieto di traslazione" (gli antichi concili avevano infatti stabilito che i Vescovi non potevano abbandonare la loro sede per una nuova sede e perci neppure per diventare Papi). Verso la fine dell'anno 867, F. fu richiamato a Roma ed ebbe altri incarichi da papa Adriano II (867-72). Nel 872, F. fu candidato alla sede papale e perci rivale del neoeletto papa Giovanni VIII. Questi, pensando di avere le prove di macchinazioni compiute da F., riun un sinodo e a Formoso, che si era allontanato da Roma, venne ordinato di fare ritorno, pena la scomunica per aver ambito, a suo tempo, all'Arcivescovado di Bulgaria e successivamente allo Scranno Papale; per essersi opposto all'Imperatore ed aver abbandonato la sua diocesi senza il permesso del Pontefice; per aver rovinato i conventi di Roma, prestato servizio divino nonostante l'interdizione e aver cospirato con uomini e donne indegne per la distruzione della sede papale. Formoso non si present e il Sinodo lo scomunic e depose (19 Apr. 876). La condanna, alla quale Formoso si sottrasse rifugiandosi nella Francia occidentale, venne rinnovata nei Concili di Ponthion (Giugno 876) e Troyes (Ag. 878). Qui Formoso si sottomise e il 14 Sett. il Papa lo riammise, ma solo alla comunione laica, a patto che non mettesse pi piede in Roma e non cercasse mai pi di esercitare le sue decadute funzioni sacerdotali. Secondo il cronista degli Annales Fuldenses (741-883), Giovanni VIII fin ucciso in modo atroce dai suoi stessi familiari (3).

Papa Marino I (882-84) assolse Formoso e il successore Adriano III (884.83) gli ridiede la sua antica sede di Porto. F. nell'anno 885 consacr il nuovo papa Stefano V (885-91), a cui successe il 19 sett. 891, grazie al fatto che il divieto di traslazione era stato in precedenza annullato. Il fatto che Formoso fosse vescovo gi prima della sua elezione a papa pose in atto un nuovo criterio di consacrazione, allora praticata per la prima volta, che da successivi scritti polemici definita "Inthronizatio". Dai privilegi e dalle lettere a noi pervenute (4), risulta che Formoso mantenne contatti con i principali centri dell'orbis cristiano, tra i quali l'Inghilterra, la Catalogna e la chiesa tedesca. Comprovati anche i rapporti con l'arcivescovo Fulco di Reims, in seguito descritti da Flodoardo di Reims nell' Historia Remensis. Politicamente tenne una condotta assai ambigua con numerosi voltafaccia (5), cercando di barcamenarsi tra il partito di Berengario (re d'Italia 888-923 e imperatore 915-923) e quello di Guido da Spoleto (re d'Italia 889-894 e imperatore 891-894). Per difendersi dalla minaccia spoletina, Formoso si rivolse due volte al re tedesco Arnolfo, che nel Febbraio dell'anno 896 incoron imperatore, poco prima della sua morte (l4 Aprile). Il Processo al cadavere (6) A Formoso successe Bonifacio VI, che mor misteriosamente dopo appena 15 giorni di pontificato, e quindi Stefano VI, sostenuto dagli spoletini. Il nuovo pontefice, nell'anno 897, cit in giudizio Formoso, che, riesumato (erano passati dieci mesi dalla morte) e fatto sedere su un trono nella sala del concilio in Laterano, fu processato davanti ad un sinodo. Al defunto fu assicurato anche un avvocato: un giovane diacono che, secondo i cronisti, tacque per tutta la durata del processo, ammutolito non si sa se per la situazione macabra o per paura di conseguenze. Alla salma venne chiesto come si chiamava, e gli vennero rinfacciate le imputazioni, tra le quali la principale era che egli, essendo gi vescovo di Portus, non avrebbe potuto accedere alla sede episcopale di Roma. Inoltre non aveva tenuto conto della scomunica comminata da Giovanni VIII, nonch del giuramento, da lui stesso pronunciato a Troyes nell'anno 878, di non aspirare pi ad incarichi ecclesiastici. Alla fine di una seduta piuttosto lunga, il sinodo pronunci la sentenza: in essa venne dichiarata nulla l'elezione papale di Formoso e tutte le ordinazioni da lui conferite. Inoltre, gli si recisero le tre dita con cui dava la benedizione e fu ordinato di cancellare tutte le sue immagini. Il cadavere fu legato alla coda di un asino e trascinato lungo la Via Lata (attuale via del Corso) dalla folla e buttato in una fossa comune. Dopo alcuni giorni il cadavere fu riesumato e gettato nel Tevere. Ma violenza chiama violenza e Stefano, pochi mesi dopo, fu imprigionato dal partito filo-tedesco, che lo fece strangolare. Fu eletto allora papa Romano Gallese, fratello di Martino I, ma regn solo 90 giorni (Agosto 897-Novembre 897). Il nuovo pontefice Teodoro II, nei soli 20 giorni di regno (mor il 3 marzo 898), fece seppellire il cadavere di Formoso, restituito dal Tevere, e reintegr nelle loro nomine i sacerdoti ed i vescovi deposti dal "Concilio cadaverico". A questo punto il partito spoletino tent di far eleggere papa Sergio, una loro creatura, ma i sostenitori filogermanici gli opposero Giovanni IX. Figlio del nobile Rampoaldo tiburtino ma di origini germaniche, Giovanni IX nacque a Tivoli intorno all' anno 840. (7) Fu dapprima monaco benedettino e poi abate del monastero di S.Clemente a Tivoli; in seguito fu nominato diacono da Papa Formoso ed infine elevato a cardinale. Dopo la sua elezione al soglio pontificio, avvenuta tra il dicembre 897 ed il gennaio 898, organizz tre sinodi. Nel primo, tenuto a Roma, riabilit l'opera di papa Formoso, accord il perdono a quei vescovi pentiti che ammisero di avere partecipato al "Concilio cadaverico" per timore di conseguenze; scomunic i promotori del medesimo sinodo, e riconferm imperatore Lamberto di Spoleto, senza aspettare che morisse l'imperatore tedesco Arnolfo, che da molto tempo era ammalato. Stabil inoltre che il Papa doveva essere eletto, in piena autonomia della Chiesa, in presenza dei legati dell'imperatore. Penso che ce ne sia abbastanza, perch qualunque lettore di buon senso si trovi d'accordo sull'impossibilit di credere che papi, che utilizzavano il loro potere ecclesiastico, come strumento delle ambizioni politiche proprie o della propria fazione (di cui spesso erano burattini), possano ritenersi infallibili, in materia di fede o di etica. In particolare, erano infallibili coloro che stabilirono il "divieto di traslazione" o chi come

Formoso e altri suoi successori (compresi gli attuali) lo ritennero superato? E sempre in tema di etica, lecito processare un morto, anche se ritenuto colpevole? Note: (1) Per una sua breve biografia, vedi ad es "Papa Formoso" di Ireneo Daniele, Voce dell'Enciclopedia cattolica, vol. V, col. 1526 (2) E non vescovo di Oporto in Portogallo, come ci capitato di leggere in un sito Internet! La citt di Porto Romano (Portus Romae) era lo scalo marittimo della Capitale, iniziato a costruire dall'imperatore Claudio nell'anno 42, completato da Nerone (64) e successivamente da Traiano (112-113). Situato sulla riva destra della foce del Tevere, come soluzione ai problemi di insabbiamento del pi antico porto di Ostia, agli inizi form con essa un'unica citt ed era perci detta Portus Ostiae o Portus Augusti. Col tempo, e soprattutto verso la fine del III secolo, furono trasferite a Porto tutte le attivit commerciali. Allora l'imperatore Costantino gli concesse il titolo di civitas (Flavia Costantiniana), dandole i diritti municipali, sottratti a Ostia, e assegnandole un vescovo nel 314. (Cfr. Coccia, S., 1993, Il "portus Romae" fra tarda antichit ed altomedioevo. In: L. Paroli, P. Delogu (Eds), La storia economica di roma nell'alto Medioevo alla luce dei recenti scavi archeologici, Firenze). (3) Annales Fuldenses, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum Germanicarum, VII, Hannover 1891, a. 860 (4) Formosi Papae Epistolae et Privilegia in Patrologia Latina 129, 837-48 ed anche nei Monumenta Germaniae Historica, Epistulae, tomo VII, p. 366 sgg.; (5) Da un'annotazione, scoperta solo poco tempo fa, nel registro della Confraternita di Remiremont, risulta evidente quali fossero gli schieramenti verso la fine del pontificato di F.: Arnolfo, Oddone, Berengario e Formoso si contrapponevano a Lamberto e Carlo il Semplice. (6) Vedi ad es. Liutprando da Cremona, Antapodosis, I. Le risorse storiche che abbiamo sul Papato di questo periodo dipendono in buona parte da questo cronista (Pavia ca. 910-972 ). Di origini longobarde, comp gli studi presso la scuola palatina di Pavia; fu dapprima al servizio di Re Ugo di Provenza, ambasciatore a Costantinopoli, diacono della chiesa di Pavia si scontr con il re Beregario II e si rifugi in Germania alla corte di Ottone I. Tornato in Italia, al seguito dell'imperatore, nel 961 fu nominato vescovo di Cremona. Ha lasciato tre opere fondamentali per la storia italica del periodo: - il "Libro dei re e dei principi d'Europa" (Liber regum atque principum partis Europae, in 6 libri, dall'anno 888 al 962; il testo noto anche con il titolo di "Antapodosis" cio "Rappresaglia", per il suo carattere di aspra requisitoria), - il "Libro sulle imprese di Ottone" (Liber de gestibus Othonis), esaltazione della politica di Ottone I - e la "Relazione sulla legazione costantinopolitana" (Relatio de legatione costantinopolitana), una descrizione tra il mordace e il pittoresco della corte bizantina dell'imperatore Niceforo Foca. (7) L'abate Caetani nel suo manoscritto, conservato nella biblioteca Alessandrina, sostiene che Giovanni IX apparterebbe alla famiglia tiburtina Serbucci.

XI
Morto Giovanni IX nel 900, gli successe Benedetto IV (900-903) con l'appoggio dell'aristocrazia romana, nell'ambito della quale stava emergendo Teofilatto. L'influenza della sua famiglia sul papato divenne poi fortissima tra il 904 ed il 964, soprattutto per gli intrighi della componente femminile, cio della moglie Teodora e delle figlie Teodora II e Marozia. Ebbe cos origine quel periodo del saeculum obscurum (detto anche, per i medesimi motivi, secolo "di ferro" o "di piombo"), che sia il cardinale Cesare Baronio (1538-1607), sia il teologo protestante Valentin Ernst Lscher (1673-1749) denominarono "pornocrazia romana", cio governo delle cortigiane romane (1). Non il caso di soffermarci su tutti i numerosi papi che si susseguirono in questo periodo, giacch come ebbe a dire il biografo cattolico Platina (2): "Codesti papetti (pontificuli) non pensavano ad altro che a distruggere e a disapprovare quello che avevano fatto i loro predecessori; lo che dimostrazione di piccola mente e di cuore malvagio". Baronio, iniziando a parlare del papato del X sec., afferma : "Sono cose che superano ogni immaginazione quelle che ha dovuto soffrire la Chiesa in questo secolo. Nessuno pu immaginare quante indegnit, quante turpitudini, quante deformit, esecrazioni, ed abominazioni, sia stata

costretta soffrire la S. Sede apostolica (...) In quella santa Sede furono intrusi dei mostri, dai quali sono venuti mali infiniti, e si sono compiute sanguinose tragedie; e cos essa che era immacolata fu ricoperta di ogni lordura, e denigrata con infamia perpetua". Riferendosi a questi papi li chiama "non apostolicos sed apostaticos" e ancora "sullo scanno di Pietro siedono non uomini ma mostri con l'aspetto di uomini.....vanagloriose Messaline piene di brame carnali ed esperte in ogni forma di orrore governano Roma e prostituiscono lo Scanno di San Pietro per i loro favoriti o le loro puttane" . Prima di lui aveva espresso parere analogo l'arcivescovo Genebrardo (1537-1597), pur adulatore dei papi, che nelle sue "Chronologiae", all'anno 901 dice: "Per lo spazio di circa 150 anni, vi furono 50 papi, incominciando da Giovanni VIII fino a Leone IX, che per primo fu da Dio chiamato come un nuovo Aronne, e richiam dal cielo nella sede apostolica l'antica integrit; ma i papi fino a lui avevano interamente abbandonate le virt dei maggiori, e debbono essere chiamati piuttosto apostati che apostoli". (3) Di questi "personaggi" citeremo perci solo qualcuno come esempio. Dal 904 al 911 fu papa Sergio III. Il cardinale Baronio dice che non vi era delitto, per infame che fosse, di cui non fosse stato macchiato papa Sergio, che era lo schiavo di tutti i vizi, ed il pi scellerato di tutti gli uomini. Papa Giovanni IX aveva scomunicato Sergio quale promotore ecclesiastico del vergognoso "concilio del cadavere" e lo aveva esiliato da Roma. Vi fece ritorno per l'appoggio dei Teofilatto ed eletto papa. Riafferm allora le decisioni prese contro Papa Formoso nel Sinodo del cadavere. Fece porre una nota di lode sulla pietra tombale di Papa Stefano VII, che aveva presieduto, come sappiamo, quel concilio. Dichiar inoltre che le ordinazioni conferite da Formoso non erano valide, e richiese a tutti i Vescovi ordinati da Formoso di essere riordinati. La cosa pi buffa era che anche Sergio era stato "ordinato", proprio da papa Formoso, vescovo di Cerveteri ed , a rigor di logica, avrebbe dovuto considerare anche se stesso un "irregolare". A Roma nessun prete o vescovo si sent sicuro della propria consacrazione e potevano cos essere ricattati (4) ci fu un'ondata di proteste, alle quali papa Sergio III fece fronte, appoggiandosi ancora una volta ai Teofilatto. La decisione di Sergio non venne ovviamente mantenuta dopo la sua morte. Sergio III fu seguito sul trono pontificio da Anastasio III (911-913). Nato nella capitale, da Luciano di nobile famiglia romana, di lui ben poco fu tramandato. Le poche notizie si riducono al fatto che sia stato avviato alla vita ecclesiale fin da giovane e che sia stato ordinato cardinale dal defunto papa. Comunque, il suo pontificato, sotto l'infausta egida dei Teofilatto, non si configurer in maniera diversa dal precedente. Il cardinal Baronio, all'anno 912, afferma: "Quale era allora la faccia della Chiesa romana! Oh quanto essa era orribile! Le cortigiane le pi infami, ma potenti, dominavano in Roma, ed a loro piacere si distribuivano i vescovati, si traslocavano i vescovi; e, quello che pi orribile a dirsi, sulla sede di Pietro, erano da esse intrusi i loro amanti, falsi papi, i quali non debbono essere registrati che per la cronologia. Imperciocch chi potr credere che siano stati legittimi papi, coloro che senza alcuna legge sono stati intrusi da cotali empie femmine? Giammai nella elezione di quei falsi papi si parla del clero che elegge, o acconsente almeno alla elezione: tutti i canoni erano costretti a tacere; i decreti dei papi precedenti erano soffocati, le antiche tradizioni proscritte, le consuetudini, avvalorate coll'uso nella elezione dei papi, ed i sacri riti interamente tolti. La libidine aveva preso il luogo di tutto...". Giovanni X fu Papa dal 914 al 928. Era diacono di Bologna quando attrasse l'attenzione di Teodora, la moglie di Teofilatto, grazie all'influenza della quale venne elevato prima alla sede vescovile di Bologna, poi all'arcivescovato di Ravenna, infine allo scranno papale. Liutprando (in Antapodosis, II, 47) dice: "In quel tempo Giovanni X di Ravenna teneva il sommo pontificato della veneranda sede romana. Questi per aveva ottenuto in questo modo il vertice della gerarchia, con un delitto tanto nefando e contro il giusto e il lecito. Teodora, impudente puttana, nonna dell'Alberico che da poco passato in vita (5), teneva con energia virile (cosa che anche a dirsi turpissima) la monarchia della citt di Roma. Ella ebbe due figlie, Marozia e Teodora, non solo a lei pari, ma anche pi pronte all'esercizio di Venere. Di queste, Marozia gener con nefando adulterio con papa Sergio III, di cui facemmo sopra menzione, Giovanni XI, che, dopo la morte di Giovanni X di Ravenna, occup la dignit della Chiesa romana (6)". Infatti Giovanni XI, che non aveva seguito alcuna carriera ecclesiastica, ancora molto giovane fu papa dal 931-935. Di Giovanni XI Baronio dice: "La santa Chiesa, cio la romana, ha dovuto vilmente essere calpestata da un tal mostro". Infatti Marozia ricevette da lui la dispensa necessaria per sposare il suo fratellastro, Ugo di Provenza, dopo averne fatto uccidere la moglie legale. Il matrimonio fu celebrato personalmente e con grande sfarzo dal Papa (e figlio) nella primavera del

932. Ma il secondogenito di Marozia, Alberico II il giovane, con un colpo di mano si impadron del potere in Roma, releg in Laterano il fratellastro, papa Giovanni XI, fino alla sua morte, e imprigion anche la sua pericolosa madre nel Mausoleo di Adriano (il futuro Castel Sant'Angelo) . Nel 955, Ottaviano, figlio di Alberico (morto nel 954/5), divenne papa con il nome di Giovanni XII, inaugurando anche la moda di cambiare nome al momento dell'elezione a papa. Fu uomo corrottissimo, malvisto dal popolo e da una parte della gerarchia ecclesiastica. Al momento dell'invasione tedesca del 963 fu deposto da un sinodo convocato a Roma dall'Imperatore Ottone I (il 6-11-963). Liutprando, in Historia Ottonis, ci lasci un preciso elenco delle accuse portate al papa: 10. "Quando costoro sedettero e tennero sommo silenzio, cos incominci il santo imperatore: Quanto sarebbe bello che il papa Giovanni partecipasse ad un cos illustre e santo concilio! Ma perch abbia declinato cos gran consesso, consultiamo voi, o santi padri, che avete comune con lui la vita e gli affari. Allora i vescovi romani ed i cardinali preti e diaconi con tutta la plebe dissero: Ci meravigliamo che la santissima prudenza vostra voglia domandare a noi ci che non ignoto a Iberici, Babilonesi e Indiani. Non gi costui di quelli che vengono travestiti da agnelli, ma dentro sono lupi rapaci; questi incrudelisce apertamente, cos pubblicamente tratta i suoi affari diabolici, che non si serve di vie traverse. L'imperatore rispose: Ci sembra giusto che le accuse siano espresse capo per capo, poi si tratti in comune consiglio che cosa dobbiamo fare. Allora alzandosi Pietro cardinale prete attest di averlo visto celebrar messa senza fare la comunione. Giovanni vescovo di Narni e Giovanni cardinale diacono dissero di averlo visto ordinare un diacono in una scuderia fuori del tempo canonico. Benedetto cardinale diacono, con gli altri diaconi e preti, dissero di sapere che faceva le ordinazioni dei vescovi dietro somme di denaro e che aveva ordinato vescovo un fanciullo di dieci anni nella citt di Todi. Circa i sacrilegi dissero che non era necessario far domande, perch ne avremmo potuto saper di pi vedendo che ascoltando. Circa gli adulterii, dissero di non aver visto con gli occhi, ma di sapere con assoluta certezza, che aveva abusato della vedova di Rainerio, di Stefania concubina del padre, di Anna vedova con sua nipote, ed aveva trasformato il sacro palazzo in un lupanare e postribolo. Dissero che aveva praticato pubblicamente la caccia, aveva privato degli occhi Benedetto suo padre spirituale, che ne era morto; aveva ucciso, dopo averlo evirato, Giovanni cardinale suddiacono; testimoniarono che aveva fatto incendi, aveva cinto spada e indossato corazza ed elmo. Tutti, sia chierici che laici, gridarono che aveva brindato alla salute del diavolo. Al gioco dei dadi dissero che aveva invocato l'aiuto di Giove, Venere ed altri demoni. Dissero che non celebrava il mattutino n le ore canoniche, e che non si faceva il segno della croce". Il sinodo depose Giovanni XII ed elesse, su istanza di Ottone, il romano Leone VIII (963-965) Nel febbraio 964, essendosi l'imperatore ritirato dalla citt, Papa Giovanni rientr, con un armata fornitagli dai parenti e Leone trov necessario cercare la salvezza nella fuga. Fu deposto da un contro-sinodo tenuto, nel febbraio del 964, sotto la presidenza di Giovanni XII, che, ritornato in trono, si vendic dei fautori di Leone VIII facendoli fustigare e barbaramente mutilare (Karl Grimberg, Storia universale, Milano, Dall'Oglio, 1966-67). Secondo il gesuita Josef Gelmi egli mor d'infarto durante un'avventura amorosa notturna (Gelmi Josef, I Papi. Da Pietro a Giovanni Paolo II, Rizzoli, Milano, 1986), ma Liutprando, coevo di Giovanni, attribu la morte non ad un infarto, ma ad una martellata di un invasato marito tradito: 20. "Il santo imperatore dunque, mal sopportando cos grande smacco, sia per la cacciata del papa Leone, sia per Giovanni cardinale diacono e Azzone scriniario, dei quali l'uno il deposto Giovanni aveva mutilato della mano destra, l'altro aveva mutilato della lingua, di due dita e del naso, rimesso in ordine l'esercito, si dispose a ritornare a Roma. Tuttavia, prima che le truppe del santo imperatore fossero riunite, il Signore volle render noto a tutti i secoli quanto giustamente papa Giovanni fosse stato ripudiato dai suoi vescovi e da tutto il popolo, e quanto ingiustamente poco dopo fosse stato riaccolto; egli infatti, una notte fuori Roma, mentre s sollazzava con la moglie di un tale, fu colpito alle tempia dal diavolo con tal forza che, nello spazio di otto giorni, mor per quella stessa ferita [14 maggio 964]. Ma non ricevette il viatico dell'eucaristia, proprio per stimolo di colui che l'aveva colpito, come ho spesso udito sotto giuramento dai suoi parenti e familiari, che erano presenti".

A causa dell'improvvisa morte di Giovanni, la popolazione scelse Benedetto V come suo successore; ma Ottone, ritornando a portare assedio a Roma, constrinse alla riaccettazione di Leone VIII. Il cardinal Baronio, nella sua storia della Chiesa, sostiene che il vero papa era Benedetto e che Leone non era altro che un antipapa, ma quello che certo che Benedetto si prostr alle ginocchia di Leone, strappandosi di dosso le insegne del papato e spergiurando che Leone era il vero successore di Pietro. E' evidente che il dotto Cardinale Baronio non credeva certo all'infallibilit papale! Credendovi ci si ritroverebbe nella buffa situazione di un legittimo papa infallibile (Benedetto V) che, in virt della sua infallibilit, dichiara che il vero e perci infallibile papa quello illegittimo (Leone VIII)! E cos i logici avrebbero un'altra irresolubile antinomia sulla quale lambiccarsi! Morti sia Benedetto sia Leone, Ottone mise sul trono papale Giovanni XIII. Incorse nell'odio della nobilt romana, perch la trattava con alterigia, e per insorto contro di lui un tumulto appoggiato da Roffredo prefetto di Roma, fu costretto ritirarsi a Capua. Ottone lo riport, accompagnato dall'esercito, a Roma, per solo per rendersi conto che i Romani non avevano tutti i torti. Il nuovo papa era anch'egli di mostruosa crudelt. Secondo quanto raccontato da Liutprando, faceva strappare via gli occhi ai suoi avversari e passare a fil di spada chiunque lo guardasse storto. Ci si potrebbe legittimamente chiedere che fine fece a quei tempi la successione apostolica. La risposta di Baronio, a tale quesito, fu : "La principale lezione di questi tempi che la Chiesa pu andare avanti benissimo senza i papi. Ci che vitale per la Chiesa non il papa ma Ges Cristo. Ges il capo della Chiesa e non il papa." Certo il concilio Vaticano I (quello che sanc l'infallibilit papale) avrebbe condannato Baronio per eresia. Note: (1) - Caesar Baronius, "Annales ecclesiastici" (1538-1607). - V.E. Lscher, Historie des rmischen Huren-Regiments der Theodorae und Maroziae, Leipzig 1705. (2) Bartolomeo Sacchi detto il Platina, umanista e storico nato a Piadena (Cremona) nel 1421 e morto a Roma nel 1481. Il pontefice Sisto IV (1471-1484), nel 1475, lo nomin prefetto della Biblioteca Vaticana, della quale compil l'inventario. In questo periodo il Platina si accinse all'opera che pi gli diede notoriet, il "Liber de vita Christi ac omnium Pontificum" (1474), cio le biografie di Cristo e di tutti i papi sino al proprio tempo. (3) Taluni ritengono che il X secolo fu solo una parte di una pi vasta et oscura del papato, che inizierebbe con l'uccisione nell'anno 882, di papa Giovanni VIII (872-882) e finirebbe nel 1046 con la contemporanea deposizione dei tre papi che si contendevano il potere. (4) Su questo argomento si possono anche consultare il "De causa Formosiana" e il "De Formosiana calamitate" di Eugenio Vulgario, figura non secondaria della vita politica, religiosa e culturale italiana negli anni compresi tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, che ha legato la sua fortuna di scrittore principalmente ai due libelli citati, scaturiti dal coinvolgimento personale dell'autore nella questione riguardante la validit delle ordinazioni, impartite da papa Formoso. (5) Alberico principe dei Romani, morto nel 954. (6) Da tener presente che Giovanni XI (931-935) non fu il successore immediato di Giovanni X.

XII
E' un po' difficile non dar ragione a coloro che ritengono che "l'et oscura" del papato si sia estesa ben oltre la fine del X secolo, dal momento che, salvo brevi intermezzi, almeno per la prima met del secolo XI, la situazione non cambi granch. Uno di questi felici intermezzi fu probabilmente il pontificato di Silvestro II (999-1003), sia per la sua stretta collaborazione con l'imperatore, sia per non essere stato egli in intrallazzo con le famiglie e i signorotti italici. Nacque, infatti, a Belliac in Alvernia (Francia), tra il 940 ed il 945 con il nome di Gerberto. Verso il 952 fu accolto come monaco nella vicina abbazia benedettina di San Geraldo ad Aurillac. Poi, al seguito di Borrell II (948-992) , signore della Marca Hispanica, che si era

recato in Alvernia per sposare Ledgarda figlia del conte di quei luoghi, lasci l'abbazia e si rec in Catalogna, studiando soprattutto a Vich, presso la scuola di Attone, vescovo, monaco e teologo, dove si dice che fu iniziato anche all'alta magia. I rapporti di Borrell con il califfo di Andalusia al-Hakam II (961-976) erano buoni (1) , cos che Gerberto pot probabilmente accedere anche a diversi documenti scientifici arabi. (1) Cfr. Anales Palatinos del Califa de Cordoba Al-Hakam II, por 'Isa Ibn Ahmad Al-Razi (360-364 H. =971-975 d. C. ), trad. por E. Garcia Gomez, Madrid 1967. I rapporti peggiorarono per notevolmente con il successore di Al-Hakam. Nel 970, Borrell comp un viaggio a Roma, portando con s Attone e Gerberto. Questi, gi noto per la sua cultura, fu presentato al papa Giovanni XIII (965-972). Il Papa persuase l'imperatore Ottone I (912-973) ad impiegare Gerberto come tutore per il suo giovane figlio, il futuro Ottone II. Il giovane monaco assist a Roma, nel 972, alla cerimonia delle nozze del suo nobile allievo con la principessa greca Teofano. Il re di Francia era rappresentato dall'arcidiacono Gerann, un famoso insegnante di logica della Scuola della Cattedrale di Reims, che, conosciuto Gerberto, lo invit a continuare i suoi studi a Reims. L'imperatore concesse la necessaria licenza e Gerberto si rec nella citt francese, dove venne ben presto nominato insegnante dall'Arcivescovo Adalberone. La leggenda vuole che, mentre si trovava a Reims, Gerberto si innamor di una donna, per la quale stava andando anche economicamente in rovina. Lo salv l'incontro con una fata, di nome "Meridiana", con la quale contrasse caste e segrete nozze. Ella lo salv non solo da quella incresciosa situazione, ma lo aiut fino alla morte e oltre (2). (2)- L'incontro di Gerberto con la fata Meridiana fu menzionato per la prima volta dal cardinale Benone nell'XI secolo nella "Vita et gesta Hildebrandi" e ripreso dallo storico inglese William di Malmesbury (c. 1080-c. 1143) agli inizi del XII secolo. - Sul significato delle "Nozze con gli Elementari", cfr. con quanto si detto, a suo tempo, in questo forum, riguardo al Conte di Gabalis e a Giuliano Kremmerz. Dopo Giovanni XIII, si susseguirono sul trono papale vari papi ed antipapi, a causa dei diversi interessi degli Ottoni da un lato e dell'aristocrazia romana dall'altro. Morto sia Ottone I, sia Ottone II (955-983), il figlio di questi, Ottone III (980-1002), divenne re di Germania e successivamente imperatore del Sacro romano impero (dal 996 al 1002). Essendo minorenne, la reggenza fu esercitata inizialmente dalla madre Teofano e dalla nonna Adelaide. Ottone II aveva nominato Gerberto Abate di San Colombano a Bobbio (Piacenza) attorno al 980. Nel 983, non sentendosi pi al sicuro, Gerberto si pose prima sotto la protezione di Adelaide a Pavia e poi ritorn a Reims. Mentre era papa Giovanni XV (985-996) sorse una seria disputa proprio sull'investitura dell'arcivescovo di Reims da parte del Re francese. Ugo Capeto, Re di francia, nomin Arnolfo nuovo Arcivescovo di Reims nel 988. Successivamente, ritenendolo un traditore, convoc un sinodo nella stessa citt nel giugno 991: Arnolfo venne deposto e fu scelto come suo successore proprio l'Abate Gerberto. Giovanni XV per non ratific la nomina e un ulteriore sinodo nel 995 dichiar non valida la deposizione di Arnolfo. Gerberto ripar presso la corte imperiale. Dopo la morte di Ugo Capeto (23 ottobre 996), Arnolfo venne rilasciato dalla prigionia, e ben presto restaurato nelle sue funzioni dal nuovo papa Gregorio V (3 maggio 996-18 febbraio 999). Gerberto, che era divenuto precettore dell'Imperatore Ottone III, nel 998 venne nominato da Gregorio V arcivescovo di Ravenna, la seconda citt d'Italia per importanza. Da Reims a Ravenna, di R in R fino alla terza R, Roma, onde nacque il detto "Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R. " Infatti sal al soglio pontificio nel 999, assumendo il nome di Silvestro II. Il suo compito era difficile: oltre ai soliti problemi religiosi e politici, vi era anche da scongiurare tutto quell'insieme di pseudo-profezie, che ponevano la fine del mondo proprio allo scoccare dell'anno Mille. Silvestro II, con una evidente procedura magico-simbolica, nella notte che ora viene chiamata appunto "notte di San Silvestro", aggir il problema semplicemente spostando, durante la prima parte della veglia notturna, l'orario in avanti, cos da eliminare il fatidico momento del transito. (3) (3) Il suo metodo fu simile e precorreva quello che noi adoperiamo oggi durante la notte nella quale

inizia l'ora legale. Vi anche un' altra leggenda legata al soggiorno a Roma di Gerberto, che ci viene riferito da William di Malmesbury: vi era nel campo Marzio una statua di metallo con l'indice della mano destra disteso.Gerberto osserv dove arrivava l'ombra del dito quando il sole era a mezzogiorno e scopr proprio in quel punto, nel sottosuolo, dei reperti archeologici, che risalivano a Cesare Augusto. Tra essi vi era anche un misterioso libro sapienziale e Gerberto entr in relazione con una altrettanto misteriosa entit, che ne era custode. (4) (4) Il racconto somiglia moltissimo al resoconto di Ekatlos ne "La Grande Orma" (Introduzione alla magia v III). Forse non un caso che Gregorovius, frequentatore del salotto-cenacolo di Ersilia Caetani Lovatelli , nella "Storia di Roma nel Medio Evo", abbia definito Silvestro II "un genio che illumin di luce vivissima il secolo suo". Come gi sappiamo (5) Ottone III destitu di ogni valore tutte le donazioni e lasciti (veri o fasulli) alla chiesa da Costantino in poi, per poi lasciare al pontefice altri territori e prebende, in una sorta di "spoliazione" simbolica e successiva "renovatio". (5) Su questo argomento, e in particolare sulla pseudo-donazione di Costantino, si gi discusso a lungo in questo forum Silvestro II fu il primo papa nella storia che lanci un appello agli Stati europei per liberare il Santo Sepolcro dai musulmani, che spesso impedivano i pellegrinaggi dei cristiani in Terra Santa; ma il tempo non era maturo per una crociata, che si realizzer solo nel 1096, quasi un secolo dopo, con papa Urbano II. Il 23 febbraio del 1002 Ottone III mor e fu sepolto accanto a Carlo Magno ad Acquisgrana. Nel caos dovuto alla morte dell'imperatore, Arduino d'Ivrea si autoproclam re d'Italia, mentre si autoproclamava imperatore Enrico II di Baviera. Silvestro II non sopravvisse a lungo al suo protettore e si spense il 12 maggio 1003. Come ultimo desiderio chiese che il suo corpo venisse posto in un carro trainato dai buoi e che fosse stato seppellito l dove il carro si sarebbe fermato. Il carro, come guidato da una mano sovrannaturale, segu esattamente l'itinerario di quello che era il corteo funebre dell'epoca e si ferm dentro la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Questo segno fu interpretato da alcuni come il perdono di Dio verso l'"illuminato" Gerberto D'Aurillac. Ma Gerberto non fin di stupire, nemmeno dopo morto. Quando, parecchi secoli dopo, il suo sarcofago venne aperto, il papa apparve intatto e vestito dei paramenti pontificali. Ma fu solo un attimo, al contatto con l'aria tutto si ridusse in polvere e tutt'intorno si sparsero i profumi dell'imbalsamazione. Si disse allora che era l'ultimo miracolo o atto di magia di questo papa, sul quale circolarono moltissime leggende. (6) (6)- Ritratto di Silvestro II in Claudio Rendina, I papi. Storia e Segreti, Newton, Roma, 1996. - Arturo Graf, "Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo". Nella chiesa, ancora oggi, si pu leggere l'iscrizione tombale a lui dedicata: L'Onnipotente Signore abbia piet di lui. Gerberto d'Aurillac, arcivescovo di Reims e Ravenna, pontefice a Roma, luce della sapienza nell'Europa del Mille. Gerberto che port la pace e, morendo, ripristin il disordine".

XIII
Lo Scisma d'Oriente
Lasciando da parte le nefandezze degli insignificanti immediati successori di Silvestro II, comprese quelle di Benedetto IX, il cosiddetto "papa bambino", usciamo dall'et oscura del papato e giungiamo a papa Leone IX (1049-1054), la cui figura resta legata allo scisma che si consum in quegli anni tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli.

Occorre ricordare che, nel Concilio ecumenico di Nicea dell'anno 325, fu accettato il dogma che lo Spirito Santo promana dal Padre attraverso il Figlio ("a Patre per Filium procedit"). Successivamente, la sola Chiesa di Roma celebr un suo Concilio, a Toledo nell'anno 589, nel quale modific questo dogma e stabil che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio: "ex Patre Filioque procedit". Concetto che viene anche denominato da alcuni autori come "doppia Processione dello Spirito Santo". Questa variazione non fu accettata dagli altri patriarcati, soprattutto quello di Costantinopoli, che intravedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Alla met del secolo XI, mentre a Roma saliva "alla cattedra di Pietro" Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario(1043-1058) che, sulla scorta della mai digerita variazione del dogma sullo Spirito Santo, contest tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Cominci prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'Eucarestia con pane azzimo, giudicata un'usanza filogiudaica che invalidava i riti. Si susseguirono allora i seguenti eventi: - Marzo 1054: una legazione, guidata dal cardinale Umberto di Silva Candida, part da Roma per Costantinopoli, inviata da papa Leone con l'incarico di convincere i fratelli d'oriente a rimuovere le contestazioni , pena la scomunica del Patriarca, contenuta in una " bolla" gi in possesso dei legati. - Met Aprile 1054: Leone IX mor; la notizia giunse a Bisanzio il 20 Giugno. - 24 Giugno 1054: nonostante la morte del papa, inizi una disputa teologica con uno dei massimi teologi bizantini, Niceta Stetathos, sulla questione degli azzimi. Nella disputa, Umberto commise un errore tattico, introducendo l'argomento del Filioque (peraltro non estraneo alla discussione, perch per i bizantini il pane lievitato rappresentava la duplice natura di Cristo), il che suscit disapprovazioni fra i bizantini. L'imperatore Costantino IX (1042-1055) fece finta di nulla perch voleva mantenere buone relazioni con l'occidente e ottenere appoggi militari. Michele Cerulario ignor del tutto i legati papali e non partecip nemmeno alla disputa, sentendosi rappresentato da Niceta Stetathos, che era suo amico. - 16 Luglio: Umberto, esasperato da questo atteggiamento del patriarca, depose sull'altare della basilica di S.Sofia, la bolla di scomunica e di deposizione nei confronti di Michele Cerulario. - 24 Luglio: Michele, a sua volta, scomunic e depose il papa, il quale, per, al momento, non era ancora stato eletto e perci non lanci una scomunica ad personam (come invece era la bolla di Umberto) ma verso l'istituzione stessa del papato. - Febbraio 1055: venne eletto papa Vittore II. Ma le cose non cambiarono. Roma poi romper con le altre chiese orientali, perch esse seguiranno Bisanzio nello scisma. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definisce " cattolica ", cio universale; quella di Costantinopoli si definisce " ortodossa ", cio fedele al dogma (quello di Nicea del 325). La scomunica fu tolta solo il 7 dicembre 1965 nell'incontro fra papa Paolo VI e il patriarca bizantino Atenagora I, che per parlava solo a nome del suo patriarcato. Sin dal 1981, l'allora papa Wojtyla ha pi volte ribadito (conformemente a una tradizione teologica che si rif al Concilio Vaticano II) la necessit di considerare equivalenti i due Credo cristiani. Le formule "Qui ex Patre Filioque procedit" e "Qui a Patre per Filium procedit" sono state considerate, da lui e dai suoi seguaci, due definizioni sostanzialmente identiche (cfr "La civilt cattolica" del 17.1.1981). Esaminiamo la cosa pi da vicino, con l'aiuto del simbolismo geometrico. La formula "a Patre per Filium" si pu rappresentare con un segmento verticale, al vertice del quale si pone il Padre, al centro il Figlio e alla base lo Spirito Santo. La formula "ex Patre Filioque" rappresentabile invece con un triangolo equilatero rivolto vero il basso. Al vertice alto a sinistra si pone il Padre, a quello alto a destra il Figlio ("siede alla destra del padre"), a quello in basso lo Spirito Santo. Indubbiamente un triangolo con due vertici in alto sembra un pessimo simbolo, se deve rappresentare il monoteismo. Wojtyla ha sostenuto che il "Filioque" sia sostanzialmente equivalente al "per Filium" ma, se cos fosse, che motivo c'era, da parte dei cattolici, di modificare la formula originaria e di litigare a sostegno di tale modifica? E' evidente che altri papi non la pensarono come Wojtyla. Chi di loro fu infallibile? In realt, da notare che entrambe le formule sono teologicamente assurde. Infatti, se Dio , "ab aeterno", uno e trino, bisogna considerarlo come un Giano trifronte, i cui tre volti hanno pari dignit e contemporaneit. Nella Trimurti Ind, ad es., proprio cos. Semmai nei confronti del cosmo che i tre aspetti si differenziano, Bhrama essendo prevalente nell' apparizione delle cose, Vishnu nel loro perdurare e Shiva nella loro scomparsa. Il "procedere" dunque una caratteristica

delle cose e non dei tre aspetti della divinit. Bibliografia - P. Evdokimov, Lo Spirito Santo nella tradizione ortodossa, ed. Paoline 1983. - ID., L'Ortodossia, ed. Il Mulino 1965. - W. de Vries, Ortodossia e cattolicesimo, ed. Queriniana 1983. - S. Bulgakov, Il Paraclito, ed. Dehoniane 1971. - Y. Congar, Credo nello Spirito Santo, vol.3, ed. Queriniana 1983. - O. Clment, La rivolta dello Spirito, ed. Jaca Book 1980. - V. Lossky, La teologia mistica della Chiesa d'Oriente, ed. Il Mulino 1967. - J. Meyendorff, La chiesa ortodossa ieri e oggi, ed. Morcelliana 1962. - L. Sartori (a cura di), Spirito Santo e storia, ed. AVE 1977. ***

5b) Commenti sull'infallibilit papale

Vicario di Satana: Nel saggio precedente Pietro Negri ha scritto: - Dunque i papi, da Pio IX in poi, si definiscono infallibili quando si pronunciano "in materia di fede e di costume". Questa affermazione non ha alcun fondamento teologico. Infatti la teologia cristiana afferma che Dio ha creato l'uomo libero e perci libero di scegliere il bene come il male, sia in materia di fede, sia di costume. Anche il papa un uomo ed affermare che infallibile, teologicamente equivale ad affermare che, quando si pronuncia in materia di fede o di costume, privato della sua libert e si riduce ad una sorta di medium, obbligato a dire solo ci che bene -. Infatti, delle due l'una: - o il papa "libero" come gli altri uomini ed allora evidente che fallibile. - o il papa infallibile, e allora incredibilmente, unico tra tutti gli uomini, non libero (perlomeno quando decide in materia di fede o di morale), ma "posseduto" da qualcos'altro che lo obbliga a dire la verit. Ora, se la condizione di "posseduto dallo spirito di verit" fosse possibile e buona, perch mai un Dio cos amoroso, come quello adorato dai papisti, non la estenderebbe a tutti gli uomini? Poich sono invece convinto che il miglior "dono", per qualunque uomo, sia proprio la libert, invito tutti a pregare affinch anche al povero papa tale dono venga elargito nella maniera pi completa. Io, in qualit di Vicario di Satana, prometto di fare analoghe pressioni sul mio diretto superiore. Quando Lui e Geova si mettono d'accordo per far soffrire un poveretto (ricordate Giobbe?), succedono per secoli tanti di quei "casini", che al sottoscritto non riesce mai di schiacciare tranquillo un pisolino! Tarquinio Prisco: Ho capito tutta l'importanza del resoconto storico di Pietro Negri (vedi nella fattispecie il paragrafo III) quando, di recente, su un forum cattolico, ho assistito al seguente dibattito. Le parentesi quadre esplicative, inserite nel testo, sono mie: <M: Che poi Ratzinger consideri la FSSPX [Fraternit Sacerdotale San Pio X, diretta da Mons. Bernard Fellay] fuori della Chiesa non molto importante: anche Papa Liberio consider Sant'Atanasio fuori della Chiesa.

FD: Papa Liberio non era ... libero quando condann Atanasio, inoltre non neg mai alcuna verit di fede e nessuno ha messo in questione la sua autorit e la sua infallibilit. Il suo precedente, ripetutamente citato dalla FSSPX, non pu essere fatto valere a difesa della posizione lefebvriana: GPII [Giovanni Paolo II] non era in carcere quando pronunci le sue eresie e questo rende impossibile riconoscerne l'autorit. Aggiungo che il precedente di Sant'Atanasio fu usato dai cattolici liberali alla Dollinger per rifiutare il dogma dell'infallibilit, fondando l'eresia dei vecchio-cattolici: errore ideologicamente di segno opposto, ma uguale nel rifiuto della Verit. (cfr. articolo di don Ricossa su "Sodalitium" n. 17 p. 14). M: Caro Professore, devo essere rimasta al primo don Ricossa, quello che, un bel p di anni fa, dalle colonne di Sodalitium raccontava la storia di Papa Liberio e Sant'Atanasio in maniera diversa... In merito poi ai fedeli in Comunione con il Papa, e senza voler riprendere la discussione su Papa Liberio [...], ti invito a notare che sotto quel Pontefice, improvvisamente il mondo si risvegli ariano, per usare lespressione di San Girolamo. La maggioranza dei Vescovi e dei fedeli del tempo aderirono alleresia ariana, ed anche le Chiese passarono in mano agli eretici. Grazie a Dio, per resistettero SantAtanasio e gli atanasiani: ovviamente per, per te, non erano in comunione col Papa. QUD: Cara M, rientro solo ora da un lungo fine settimana di lavoro e neppure io desidero entrare in polemica con il tuo sedeplenismo, anche se sarei curioso di sapere in che modo tu riesca a sposare, per esempio, il magistero di GPII con una Sede pienamente occupata, ma mi interesserebbe invece conoscere la fonte dalla quale si evincerebbe con assoluta certezza che "anche Papa Liberio consider Sant'Atanasio fuori della Chiesa", cavallo di battaglia della Fraternit SSPX. A tal proposito io ho trovato particolarmente azzeccata l'analisi fatta da don Giuseppe Murro su Sodalitium 51 del luglio 2000, apparsa con il titolo "Papa Liberio, S. Atanasio e gli ariani". Forse l'hai gi letta, altrimenti te la consiglio, perch una mazzata alla posizione galliacana "fraternizzante" (pilastro della fallibilit del papa in materia di fede). M: Caro Professore, quando Atanasio e gli atanasiani gli resistettero, Papa Liberio favoriva l'eresia ariana e si schier con gli eretici. FD: Quindi, ripeto, era eretico? O ritratt? Ti ricordo che il papa eretico, secondo il [cardinale] Bellarmino, deposto ipso facto. M: Caro Professore, non mor da eretico. FD: Per, insisto, lo fu, almeno per un momento? Beh, da quel momento e fino alla successiva pubblica ritrattazione non sarebbe stato papa e la sede sarebbe stata vacante.> Capita la scappatoia? Per non essere costretti a negare l'infallibilit papale, taluni (detti per questo motivo "sedevacantisti", in contrapposizione ai "sedeplenisti") affermano che quando un papa dice "eresie", la sede papale "ipso facto" vacante: il papa non pi papa e perci, non essendo pi tale, pu anche sbagliare! In altri termini, il papa infallibile: se infatti sbaglia, in quell'attimo cessa di essere papa (sede vacante), cos che a sbagliare un non-papa! Et voil! .