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Quaderni del Gruppo di Ur II BARRIERE

I Ediz. : Dicembre 2003 - II Ediz.: Ottobre 2007- III Ediz.: Novembre 2007

Barriere

Ogni quaderno del Gruppo di Ur raccoglie, in forma organica e sintetica, quanto emerso nell'omonimo forum, in relazione ad un determinato argomento. In esso si trovano, perci, sia citazioni degli autori studiati, sia commenti. I quaderni si devono considerare in continuo aggiornamento, dal momento che l'emergere di nuovo materiale sull' argomento trattato pu rendere opportuna una nuova edizione.

INTRODUZIONE
Questo "quaderno" trae spunto dall'omonima monografia di Introduzione alla Magia, che viene qui riportata integralmente, unitamente ad altri saggi correlati dello stesso autore (Leo). Viene poi indagata cosa sia la "Potenza Magica", secondo un altro autore (Evola), evidenziando uno dei suoi ingredienti pi importanti: l'<<Immaginazione magica>>. Questa non concepita come qualit extranormale di pochi, ma viene scovata anche l ove molti non si aspetterebbero di trovarla (ad es. nel cosiddetto "metodo scientifico"). La II ediz. stata arricchita da alcuni dialoghi, suscitati dalla lettura della I. Nella III ediz. stato invece aggiunto il capitolo "Evola, Jung e la Logica del Sottosuolo".

Leo BARRIERE
Il primo movimento dell'uomo che cerca la via deve essere quello di spezzare l'immagine abituale che ha di se stesso. Soltanto allora egli potr cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l'immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di et e di potenza.Gli uomini devono raggiungere il senso della realt di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e pi piccoli di quel che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto una sbarra di pi alla loro prigione, un velo di pi alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: come se un'aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali. E non solo l'uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la vita attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l'universo in una unit statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza. L'uomo il centro dell'universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il pi semplice mutamento nella sua coscienza. I limiti del suo corpo non sono che illusione; non solo alla terra che si appoggia, ma egli si continua attraverso la terra e negli spazi cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente. Cos pure deve volgersi intorno e liberare dall' impietramento ci che lo circonda. Prima di saperlo, dovr immaginare che nella terra, nelle acque, nell'aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le cos dette forze naturali non sono che modalit della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non la terra che fa vivere la pianta, ma le forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realt ancora oscura ma presentita. Poich non soltanto quel che

possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l'ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza. opportuno far notare la necessit di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell'esoterismo. Si tratta di inaugurare ci che poi servir tanto spesso nella via dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un'attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente. Cos potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verser nel subcosciente, finch dopo un certo tempo verr ad inquadrarsi in modo sempre pi definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenter allora una nuova condizione, in cui ci che prima era concetto potr divenire presenza di una forza e si raggiunger cos uno stato di liberazione su cui sar possibile edificare la nuova vita. Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all'uomo e che, anche a visione mutata, persiste nel subcosciente umano.
(1) Questo punto fondamentale di far scendere, mediante il ritmo, nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a trasfondervela, pu chiarire il perch di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che sincontrano in preghiere ed invocazioni magiche e cos via , sino allimpiego concomitante di pratiche respiratorie dellhatha-yoga.

Occhi di If: La lettura del precedente saggio e del simbolismo dell'aquila che, immaginandosi serpente, striscia al suolo, ignorando le sue ali, fa venire in mente il simbolo di Quetzalcatl, il Serpente Piumato, che di nuovo consapevole delle sue ali. Non a caso Leo ne tratta in un'altra monografia dall'omonimo titolo.

Leo Il Sepente Piumato


D.H. Lawrence era un uomo libero. Chi ha seguito la sua opera ha la sensazione netta di un uomo che sorge e che sta da s. Era libero soprattutto di fronte ai suoi lettori, non aveva preoccupazioni di piacere n ai molti n ai pochi e nemmeno quella di farsi comprendere...Il "Serpente Piumato" (1) forse la pi poderosa e completa fra le opere di Lawrence. In essa non ci sono dissertazioni o argomentazioni, c' invece una atmosfera psichica che ci fa vivere nell'anima di un paese...Si tratta del Messico moderno - cos poco conosciuto dai pi. Il Messico un paese dove le forze occulte aborigene hanno resistito alla penetrazione della razza dominatrice e le sono restate accanto senza venire sopraffatte... Rimandando al libro coloro che possono interessarsi alla vicenda cos come stata drammatizzata dall'arte del Lawrence, qui ci limitiamo a riportare un episodio culminante, non privo di elementi che hanno un valore effettivamente esoterico. Il vecchio sangue indiano che pervade la razza messicana si risveglia e diviene cosciente dapprima in un gruppo che, avendo ricevuto educazione europea, si trovava a vivere in modo ancor pi forte il contrasto. Gli altri lo seguono. Si entra in un ordine di vera e propria evocazione. Dapprima nascostamente e nella notte suona il tamburo che chiama i fedeli...Intorno ai capi si raccoglie silenziosamente la folla e la "saturazione" cresce presso il ritmo martellante, fino a che viene pronunciato un inno con il valore, soprattutto, di formula magica, di mantra... allora che l'antico dio Quetzalcatl viene a manifestarsi, a entrar di nuovo in rapporto col sangue della sua gente. Nel libro, egli cos dichiara la propria natura: " Io sono il vivente Quetzalcatl, nudo io vengo fuori dal profondo, dal luogo che chiamo mio Padre. Nudo ho percorso tutta la via del cielo, accanto ai dormenti figli di Dio. Fuor dalle profondit del cielo, io vengo come un' Aquila; fuor dalle viscere della terra come un Serpente. Tutto ci che si innalza, nell'innalzarsi della vita fra cielo e terra, mi conosce. Ma io sono la stella interiore invisibile, e la stella una lampada nella mano dello Sconosciuto Monitore. E dietro di me il Signore, che terribile e meraviglioso e sconosciuto a me per sempre. E pure ho giaciuto nei fianchi ed egli mi ha generato nello spazio madre. Ora io sono solo sulla terra e queste cose sono mie; le radici sono mie fin gi nell'oscuro sentiero del Serpente; ed i rami sono i miei nel sentiero del cielo e degli uccelli, ma la scintilla di me, che me stesso, pi che la mia propria. Ed i piedi dell'uomo e le mani delle donne mi conoscono, e le ginocchia e le cosce ed i fianchi e le viscere della forza ed il seme sono accesi con me. Il serpente della mia mano sinistra fuori dalle tenebre

sibila ai nostri piedi con la sua bocca di fuoco, che accarezza e pone la sua forza nelle calcagne e le caviglie, le gambe e i fianchi nostri, ed il suo cerchio di riposo nel vostro ventre. Perch io sono Quetzalcatl, il serpente piumato, e non sar tra voi finch il mio serpente non avr avvolto il suo cerchio di riposo nel vostro ventre. Ed io Quetzalcatl, l'Aquila dell'Aria, lambisco le vostre facce con la visione. Io fo vento al vostro petto col mio soffio e fabbrico il mio nido di riposo nelle vostre ossa. Io sono Quetzalcatl, il Signore delle Due Vie." ...
(1) Ci sono scrittori i cui meriti rischiano di passare in second'ordine a causa di un pregiudizio legato, spesso, a una sola opera. il caso di David Herbert Lawrence (Eastwood 1885- Vence 1930), autore di romanzi assolutamente straordinari, ma nonostante tutto segnato, pi in negativo che in positivo, dal successo di un libro-scandalo quale "L'amante di Lady Chatterley". Nella maturit, prima ancora di "Lady Chatterley", Lawrence aveva scritto quello che forse rimane il manifesto pi eloquente delle sue idee ricorrenti, legate al sesso come forza vitale e fuori dalle convenzioni. "Il Serpente piumato" (1926) ambientato in Messico, e segue il viaggio quasi iniziatico di una donna americana nel mistero delle antiche religioni precristiane. In altro ambito, quello dei libri di viaggio, va infine citato un testo estremamente godibile come "Luoghi Etruschi" (uscito postumo nel 1932), frutto di un pellegrinaggio dello scrittore nelle antiche terre della Tuscia.

LEO ATTEGGIAMENTI
Nel precedente saggio "Barriere" abbiamo delineato alcuni mutamenti di visione che debbono diventare organici in noi. Certamente, occorre un lungo periodo di tempo per abbattere certe radicate condizioni, che paralizzano ogni possibilit di realizzazione interiore. Noi ci sentiamo liberi nel pensiero e ci sembra di aver ottenuto un grande risultato, quando esso mutato rispetto a qualche pregiudizio tradizionale. Invece con ci siamo solo al principio. Vi sono idee divenute parte organica di noi stessi e, al momento di tradurre in realt il compito, l'ostacolo, superato con la mente, esiste ancora in noi e inibisce l'esperienza. Ci meravigliamo di non ottenere risultati, perch ignoriamo che, in noi stessi, qualche cosa si opposto. Se sappiamo tutto ci, allora ci sar possibile di prender coscienza di questo dualismo fra semplice pensiero e costituzione interiore, fra pensieri legati al cervello e pensieri che vivono in essenza dentro di noi, radicati in altri organi. Abbiamo accennato al ritmo. Ebbene: allorch il cervello perde interesse al concetto conosciuto e ripetuto e lo lascia libero, allora comincia la possibilit della discesa in noi del concetto stesso. Esso diverr in noi una forza reale. Quello che abbiamo detto a proposito dei mutamenti di visione e del nuovo concetto infinito di s e del mondo che, ritmizzati, divengono un nuovo senso di noi stessi e del mondo stesso, dobbiamo ripeterlo a proposito di alcune attitudini da evocare e coltivare, che sono condizione indispensabile dello sviluppo: esse non debbono restare alla superficie della nostra coscienza, non basta pensarle e neanche praticarle: debbono invece penetrare fino alla radice del nostro essere integralmente inteso. Una di queste attitudini si pu chiamare il "SENSO DELL'ARIA". Noi possiamo vivere nell'immaginazione l'elemento "aria", che tutto penetra e vivifica, ed anche la sua mutevolezza, la sua silenziosa presenza, tutte le gradazioni del moto, dallo sfioramento sottile, insensibile, alla forza, all'impeto, alla violenza. Noi lo sentiamo infinitamente libero, senza radici, senza origini, senza causa, pronto alle variazioni pi estreme in un batter d'occhio. Dopo che la nostra immaginazione, impadronitasi di questo senso, l'avr sentito e vissuto, occorre trasfonderlo in

noi, farne uno stato della nostra stessa coscienza, da mantenere di fronte alle esperienze col mondo esterno. Questa, come le altre forme d' immaginazione di cui si faccia un uso iniziatico, deve essere trasportata dal centro della testa verso il "cuore": qui che l' immagine pu trasformarsi in uno stato interno, divenire una qualit affine, un potere analogo. Ci che ho chiamato il "senso dell'aria" diviene allora un senso profondo di libert di fronte a quanto vi in noi di ereditario e di automaticamente acquisito. un liberarsi dalle catene delle reazioni istintive, delle reazioni sproporzionate o deformi - una elasticit, che permette di far sorgere, accanto al massimo riposo o raccoglimento, il massimo dispiegamento di forza attiva. il sentirsi spregiudicati e pronti a ricevere conoscenze ed esperienze nella vera luce che loro propria - senza le deformazioni istintive e affettive. Possedere tutte le forze del passato, ma poter anche rinascere ad ogni momento con un senso di esser nuovo.

Il Senso dell'Aria Un'altra attitudine immaginativa quella che si pu chiamare il "SENSO DEL FUOCO" o senso del calore. Essa consiste nell' avere l'imagine del godimento benefico del calore, sentendosi penetrati e vivificati da esso - come di vita feconda in noi e fuori di noi - presente e perenne come la luce solare. Sentire in noi questo calore come cosa nostra, come se il sole fosse in noi, radiante. Questa immagine si porter spontaneamente nel "cuore" essa trover direttamente la via ai centri sottili del cuore, poich non possibile sentirla intensamente e pur mantenerla nel cervello. Questo centro-calore, che si desta in noi, dovr essere sempre presente nella nostra esperienza interiore, come emozione attiva contrapposta alle emozioni riflesse e passive, provocate da cause esteriori. Non possibile un risveglio gelido e puramente cerebrale. Tutte le regole e gli indirizzi di educazione iniziatica non daranno frutti senza questo senso del fuoco, risvegliato nel cuore. per questo che gli uomini, nel passato, hanno tentata la via della devozione - ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore, gli uomini perdevano il senso dell' io, per disperdersi nel sensitivo-sentimentale.

Il Sole nel Cuore facile sottovalutare le pratiche che fanno uso di immagini, sembrando esse povere cose di fronte alle grandi promesse delle scienze esoteriche. Ma l'esperienza di chi ha tentato e percorso vie diverse, perdendo tempo ed energie, mi spinge a far risparmiare ai nuovi venuti errori, che lasciano lungamente la loro impronta e deformano l'armonia del nostro essere. Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori, astraendo dalle impressioni sensorie e pur con tutta la vivezza e la realt proprie a queste ultime. Avremo cos uno spontaneo sviluppo di quei poteri sottili, che agiranno nella visione superiore.Sar pure necessario prepararsi a ci che dovremo vedere e conoscere, anticipando la conoscenza con una visione mentale chiara di quello che ci attende. Supponiamo una impossibilit: un uomo vissuto per tutta la sua vita in una cella buia, senza contatti umani, senza luce e senza suoni, che d'un tratto fosse gettato fuori, in mezzo al mondo. Quel che avverrebbe di lui sarebbe terribile. Eppure tale la condizione di colui che, avendo vissuto nella stretta prigione dei semi, d'un tratto sentisse schiudersi la visione spirituale. Dato anche che potesse superare il senso di smarrimento e di terrore, egli saprebbe di vedere, ma non saprebbe dire che cosa vede e tanto meno sapere come vede. E ci che gli uomini cercano non tanto qualche potente condizione estatica, quanto invece la coscienza e la conoscenza del mondo spirituale in s e fuori di s.

Leo, nel saggio "Barriere", ha parlato di "un sentirsi senza limiti di spazio, di et e di potenza". Pu allora essere utile riflettere su cosa debba intendersi per potenza magica. Proponiamo, come spunto di riflessione, un brano tratto da "Sul Concetto di Potenza", uno dei "Saggi sull'Idealismo Magico" di J.Evola, preceduto da una breve introduzione di tale forma di idealismo.

L'Idealismo Magico [di Arthos]


L'idealismo ha avuto il merito di porsi il problema della conoscenza assoluta, della certezza gnoseologica. Ci nonostante, dopo aver individuato le condizioni per individuare questa "certezza", si ferma. In altre parole, la speculazione idealistica non riesce ad andare oltre se stessa, a compiere il passo successivo, che la renderebbe capace di realizzare ci che si proposta. Evola, sulla scorta di quanto test affermato, si scaglia contro la sinistra hegeliana tedesca e contro i suoi

epigoni europei. Costoro (fra i quali rientra pure Gentile) si sarebbero resi colpevoli di tre gravi "peccati": 1. di non essere stati in grado di realizzare la conoscenza assoluta; 2. di essersi "arresi" al mondo sensibile, alle "necessit del mondo"; 3. di aver inoculato, nel corpo dell'Occidente, il "virus" mortale del materialismo. In definitiva, l'IO idealista rappresenta una dicotomia insanabile, che si esplica nell'assunto dell'attualismo gentiliano, che ha la pretesa di "...abbracciare e dominare l'insieme del mondo in un principio immanente...". Detto questo, non possiamo non cogliere l'abissale distanza fra il filosofo Gentile e il "magico" Barone. Del resto, lo stesso Evola a rigettare la "fumosa prosopopea" e il "pedagogismo paternalistico" di Gentile, tanto da preferirgli Croce, al quale attribuisce "una maggiore signorilit e chiarezza". Tale contrapposizione, infine, trover la sua conferma anche nel campo metapolitico, dove lo scontro si rinfocoler nelle due opposte fazioni dei "gentiliani" versus gli "Evoliani".

J. Evola

Sul Concetto di Potenza


... [Sono] da disilludere quei che fantasticano la realizzazione di una qualunque potenza, mediante lo sfruttamento delle forze della natura, procedente dalle applicazioni delle scienze fisico-chimiche. Gi Bacone not che, per questa via, la natura non la si comanda, che a patto di servirla e riconoscerla: l'infinita affermazione dell'uomo, attraverso indeterminate serie di meccanismi, dispositivi tecnici etc, un "march de dupes" [un mercato per creduloni], essa ha per sua verit profonda un omaggio di servit e di obbedienza, una profonda negazione del principio dell'individuale. Non si ha infatti l'affermazione centrale, che un dominare senza condizioni, senza chiedere a nulla, fuor che alla propria potenza, la riuscita dell'azione, senza accettare leggi, ma imponendone, dominandole o violentandole: al contrario, da ogni punto di quella situazione, esala il riconoscimento della propria non-realt e della realt di una potenza straniera, alla quale si va a mendicare la riuscita dell'azione: p.e. non si parler mai di "muovere" [sic et simpliciter] una pietra, bens soltanto di "farla muovere", conformandosi a leggi oggettive, che vengono riconosciute a priori. L'atto non semplice, non ha entro di s, secondo possesso, ma in altro l'insieme delle condizioni, in virt delle quali riesce; la potenza non gli inerisce dunque per essenza, ma per accidente: la sua riuscita riposa su una cambiale e su una contingenza. E ci perch il presupposto della tecnica la scienza positiva, la quale essenzialmente "estravertita", non considera cio le cose nella loro profonda interiorit, in quella loro radice per cui esse andrebbero a riconnettersi all'Io e a dipendere direttamente da questi, bens dal di fuori, nel loro apparire fenomenico. Null'altro che questo atteggiamento estravertito e separativo ha dato una realt autonoma alla natura, ha creato, nell'insieme di leggi meccaniche che la reggono, un bruto fato che dissolve in nulla ogni reale consistere ed ogni libert dell'individuo. Astraendo, nel fenomeno, dal principio spirituale, le scienze della natura si sono preclusa a priori ogni possibilit di fornire una qualunque soluzione positiva al problema della potenza; il quale, in massima, richiede invece che non la conoscenza preceda e condizioni l'atto, bens che l'atto preceda e condizioni la conoscenza, v. d. che, abolito il rapporto di esteriorit, si agisca dall'interno, dal livello di quella produttivit metafisica, dalla quale il fenomeno o il fisico dipende. Senonch tali considerazioni - per quanto spiacevole e mortificante sar a parecchi il doverlo riconoscere - vanno estese ben pi in l dall'ambito della mera prasseologia; dovunque non a s , in assoluta affermazione partente dal centro, bens a qualcosa di "altro" (1) [si] chiede la riuscita della propria azione, secondo situazioni che la formula "non io, ma il Padre agisce in me" riassume, non si ha a che fare con una potenza, bens con una impotenza ..
(1) E che ci, al luogo delle leggi della natura, sia l'elementale di una certa magia, le entit

sovrasensibili di un certo occultismo, la grazia del mistico, il subcosciente del moderno metodo di autosuggestione cosciente del Cou, la divinit etc, la cosa in nulla cambia.

Shakti

Scienza Ultima
Il Problema della Mente

[Frater Petrus]
Il saggio evoliano "Sul Concetto di Potenza" pone il seguente problema: "I rapporti attuali che intercorrono tra scienza ed esoterismo, sono in qualche modo cambiati, da quando (1925) egli

scrisse i suoi Saggi sull'Idealismo Magico ?" Da pi parti si sente, infatti, talvolta dire che la "scienza ultima" ha aperto degli spiragli, che possono indurre taluno a intraprendere gli studi esoterici. Cerchiamo di accertare se ci corrisponde a verit, prendendo in considerazione un problema cruciale dei rapporti suddetti e cio il problema di cosa sia la mente e di come funzioni. Una prima ipotesi, la cosiddetta "ipotesi biologica" del funzionamento della mente, ha, come maggiori sostenitori, i premi Nobel, Crick e Edelman. Tale ipotesi sostiene che, per capire come funziona la mente, occorre riferirsi alle caratteristiche chimico-fisiche delle cellule cerebrali (i neuroni), e che il pensiero deve essere inteso come una propriet emergente dall'interazione dei neuroni. La posizione di Crick sfocia in un materialismo, che respinge ogni visione spiritualistica e nega la possibilit del libero arbitrio. Secondo questo autore, ogni decisione che noi prendiamo non affatto libera, perch strettamente determinata dall'interazione dei neuroni ed avrebbe potuto, almeno in linea di principio, essere prevista da un modello matematico abbastanza accurato della nostra mente. La posizione di Edelman pi sfumata, perch sembra ammettere la necessit di introdurre concetti e modelli non riconducibili completamente al riduzionismo esasperato delle sole interazioni neuronali. Non tutti i biologi e neurofisiologi la pensano come Crick e Edelman. Un importante oppositore John Eccles, recentemente scomparso, premio Nobel per i suoi contributi alla scoperta dei sistemi di comunicazione fra neuroni. La teoria di Eccles rifiuta decisamente il materialismo e sostiene la presenza dell'anima, riallacciandosi quindi a tutte quelle filosofie che vedono l'uomo come il risultato dell'interazione fra un'entit spirituale ed una materiale. Insieme al filosofo Karl Popper, anche lui recentemente scomparso, Eccles ha sviluppato una teoria che considera il libero arbitrio la caratteristica fondamentale dell'essere umano e che quindi rifiuta tutte le dottrine materialistiche, sia biologiche, sia basate sull'intelligenza artificiale. Un'obiezione molto comune che viene avanzata nei confronti del dualismo (essere umano = anima + corpo) la violazione del principio della conservazione dell'energia, che si avrebbe nel momento in cui l'anima agisce sul corpo, ordinandogli di eseguire una certa azione. Eccles e Popper sostengono che questa critica, valida nell'ambito della fisica classica, non regge nell'ambito della meccanica quantistica, dove sono possibili violazioni della conservazione dell'energia di quantit arbitrarie, purch effettuate in un tempo molto breve. Pi il tempo breve, maggiore la quantit di energia che possiamo produrre, mentre per tempi molto lunghi l'energia producibile talmente piccola, che, in pratica, si pu ritenere valido il principio di conservazione dell'energia. Secondo Eccles, l'interazione tra anima e corpo avverrebbe a livello delle sinapsi. Oltre ad influenzare il pensiero di Eccles e Popper e perci ad aprire la strada ad una neurofisiologia che ammetta l'esistenza dell'anima, la meccanica quantistica ha indotto il fisico H. A. C. Dobbs a formulare una interessante teoria, che riguarda la precognizione. Come noto, se si intende con la parola precognizione la preveggenza di un futuro che gi esiste (che gi " stato scritto"), allora, qualora si dimostri l'effettiva esistenza di un tale tipo di precognizione, automaticamente viene meno la possibilit del libero arbitrio. Dobbs elabora invece una teoria, nella quale il termine precognizione assume un altro significato e in cui perci tale fenomeno pu coesistere con il libero arbitrio. Il principio di indeterminazione di Heisemberg pu essere formulato in due maniere. La prima esprime l'incertezza che si ha in relazione alla determinazione della posizione e/o della quantit di moto di una particella. La seconda esprime invece l'incertezza relativa all'energia della particella e all'intervallo di tempo in cui viene determinata. Ad una conseguenza di questa seconda formulazione, valida, secondo i calcoli di Eccles, anche per sistemi di dimensioni ridotte come le sinapsi, abbiamo gi accennato. Dobbs mette in evidenza una ulteriore conseguenza. L'accettazione di quantit matematicamente immaginarie di energia, abituale nella fisica quantistica per le particelle virtuali, implica, per il legame tra le due grandezze sancito dal suddetto principio, l'accettazione di valori immaginari anche per il tempo. Esso, perci, anzich essere graficamente rappresentabile da un unico asse su cui porre valori numericamente reali, deve essere rapresentato da un piano di Gauss di numeri complessi, dove esistono due assi, uno dei numeri reali ed uno dei numeri immaginari. L'asse reale corrisponde ovviamente al tempo dinamico ed irreversibile degli eventi della comune percezione. L'asse immaginario invece un tempo statico, nel quale sono

simultaneamente presenti, come nella memoria di un computer, le probabilit oggettive delle diverse realizzazioni possibili degli eventi. La teoria di Dobbs utilizza il concetto della meccanica quantistica di probabilit oggettive come tendenze che influenzano il risultato in modo statistico, secondo il suggerimento di Karl Popper. Dice testualmente Dobbs (in "Science and ESP" 1967): - Queste probabilit oggettive (fisiche) "sollecitano senza determinare" (Leibniz) il manifestarsi di eventi...- Ed aggiunge:- Si immagina che alcune di queste eventualit (quelle che hanno maggiori probabilit di avvenire a causa di condizioni fisiche) possano produrre un tipo di informazione che io chiamo "previsione" di un evento. Nel caso di presunta precognizione, una persona direttamente e non deduttivamente a conoscenza di queste informazioni -. Dunque, secondo Dobbs, la precognizione la conoscenza diretta di eventi, che probabile ma non certo che si avverino in futuro. Anche se Dobbs non lo dice, forse a causa del suo atteggiamento filosofico, che egli stesso definisce "fisicalista", evidente che il verificarsi di un tale tipo di precognizione nella mente di alcuni uomini non incompatibile con l'esercizio del libero arbitrio. Mentre Eccles e Popper si sono limitati a proporre una ipotesi di lavoro che descrive, in base alla meccanica quantistica, l'interazione anima-corpo, alcuni dei fisici creatori di questa branca della scienza si sono spinti fino a posizioni idealistiche. La determinazione di un limite inferiore nella precisione di una conoscenza, concernente lo stato fisico di un sistema (cio il principio di indeterminazione), costituisce solo uno degli aspetti legati all'influenza del processo osservativo sui sistemi quantistici. In meccanica quantistica, ogni oggetto, sia esso un elettrone o un gatto, pu essere, almeno in teoria, descritto da una funzione d'onda, cio una equazione che contiene tutta l'informazione possibile su di esso. La funzione d'onda si presta a pi soluzioni : non descrive l'accadere di un unico e determinato evento, ma "un complesso di eventi possibili". Il passaggio dal possibile al reale ha luogo durante l'atto di osservazione o misurazione e si manifesta attraverso il cosiddetto 'collasso della funzione d'onda', ovvero i valori possibili per la grandezza misurata si riducono drasticamente ed istantaneamente ad uno solo, quello che descrive lo stato del sistema cos come lo osserviamo. L'atto di misurazione perturba lo stato del sistema il quale, da questo momento, sar descritto da una funzione d'onda diversa dalla precedente, che ci permette di conoscere le probabilit riguardanti la futura evoluzione del sistema, fintanto che non verr eseguita una nuova misurazione. I fisici si sono allora chiesti: " l'osservatore che influenza il fenomeno fisico o l'osservabile sarebbe esistito cos com', anche se l'osservatore non fosse esistito?". Secondo la cosiddetta "interpretazione di Copenaghen" (quella di N. Bohr e seguaci) vero che la realt quantistica esiste in uno stato indefinito e "non-oggettivo", ma non per questo necessario un osservatore cosciente: sufficiente che avvenga una "reazione termodinamica irreversibile" affinch lo stato non oggettivo diventi uno stato oggettivo (la misura sarebbe appunto una interazione irreversibile). Recentemente il gruppo di R. Chiao, dell'Universit di Berkeley, ha dimostrato che il "collasso della funzione d'onda" non necessariamente un processo irreversibile, mandando cos a gambe all'aria l'interpretazione dei fisici di Copenaghen. Si ripropone allora l'ipotesi che sia la coscienza dell'osservatore a determinare il collasso della funzione d'onda. Ci potrebbe equivalere ad affermare che tale collasso non esiste affatto al di fuori di tale coscienza. Questa posizione quella assunta da Eugene Wigner, premio Nobel per la fisica nel 1963, in una serie di saggi raccolti in "Simmetrie e riflessioni", Wigner ritiene che il grado di realt della coscienza sia maggiore di quello del mondo esterno . Mentre infatti si pu teoricamente negare l'esistenza di quest'ultimo (bench la cosa sia poco pratica) negare l'esistenza della prima impossibile, perch ogni conoscenza (compresa quella del mondo esterno) risiede nella coscienza. Le teorie citate possono essere di qualche utilit a chi, provenendo dal mondo scientifico, si imbatte nell'esoterismo; ma l'influenza negativa, sottolineata da Evola, che pu avere una esagerata importanza data alla tecnologia e ai rimedi scientifici, da parte di chi intraprende la via magica, da ritenersi pienamente attuale.

Arma Artis
[Frater Petrus]
Cosa rende un rito efficace? Utilizzando il simbolismo dei cinque elementi tradizionali, diremo che, partendo dall'indifferenziazione di tutte le possibilit (etere o quinta essenza), se ne sceglie una (fuoco); essa viene espressa mediante una formula verbale (aria) e immaginata plasticamente (acqua), affinch partorisca l'effetto concreto (terra). Per favorire quest'ultimo passaggio, dall'acqua alla terra, l'immagine dell'effetto voluto viene accompagnata sovente da un gesto fisico esterno, che simboleggia e preannuncia il risultato. Chi vuole occuparsi seriamente dei riti esoterici, deve imparare a distinguere tra "imaginatio phantastica" e "imaginatio vera". La prima una attivit che ha come risultato l'immaginario, cio ci che viene visualizzato interiormente e nel contempo ritenuto irreale. La seconda una attivit che ha come risultato l'immaginale, cio ci che viene visualizzato interiormente, affinch diventi reale.

Il Gesto Magico

L'Imaginatio Vera nella Scienza


[Frater Petrus]
Precedentemente, abbiamo indicato nell' "imaginatio vera" (da distinguersi dall' "imaginatio phantastica") uno degli "ingredienti" dell'atto magico. Vi tuttavia il pericolo che qualcuno consideri l'imaginatio vera come una qualit del tutto speciale , appannaggio di pochi individui e presente nel solo atto magico. Non affatto cos: in magia viene fatto un uso consapevole e sistematico di una facolt (l'imaginatio vera appunto) della quale gli esseri umani fanno un uso continuo, anche in campi nei quali, di primo acchito, non si sospetterebbe la sua presenza. Uno di essi il campo delle scienze sperimentali. Queste, secondo molti scienziati ed epistemologi, sono costituite dal reiterarsi delle seguenti fasi: 1) l'osservazione ci fa imbattere in qualche problema; 2) si tenta di risolverlo, ad es. proponendo qualche nuova ipotesi; 3) si sottopone l'ipotesi al vaglio di controlli sperimentali. Esaminiamo dunque, nell'ordine, queste tre fasi, al fine di individuare l'intervento dell'imaginatio vera. La ricerca scientifica nasce, abbiamo detto, dai problemi. Un problema una incognita da trovare, connessa con una conoscenza attuale, una falla nel nostro sapere. Val appena la pena di rilevare che i problemi scientifici non vanno confusi con gli esercizi di matematica, chiamati talvolta essi stessi impropriamente problemi. Gli esercizi sono infatti domande, formulate da chi gi conosce la risposta. I veri problemi scientifici, nell'atto della loro formulazione, non hanno invece ancora una risposta. gi nella formulazione di un problema che entra in gioco l'imaginatio vera. essa, infatti, che ci fa suporre quali elementi entrano nel problema e quali no e soprattutto che ci suggerisce i rapporti tra ci che si conosce e ci che si ignora, tra ci che gi si sa e ci che si vorrebbe sapere. La semplice ragione non sarebbe sufficiente, giacch essa in grado di effettuare connessioni logiche solo tra premesse tutte note o che l'immaginazione ci fa considerare tali. Abbiamo gi detto che il prodotto dell'imaginatio vera, l'immaginale (da distinguersi dall'immaginario) ha la finalit di tradursi in realt, di modificarla. E, infatti, la vita di uno scienziato che si posto un problema, dei suoi colleghi che lo condividono e, a volte, dello stesso popolo che ne venuto a conoscenza non pi la stessa. Il problema entra a far parte della loro realt, condiziona il loro pensiero, colora la loro conoscenza, i loro sentimenti, le loro relazioni umane e, in generale, il loro agire. Posto un problema scientifico, come pu essere risolto? In primo luogo dando via libera all'immaginazione, produttrice di ipotesi, supposizioni e congetture. Caratteristica specifica dell'immaginazione infatti proprio l'inventare e il produrre. L'ipotesi nascente presenta alcunch di nuovo, rispetto a ci che si conosceva; essa perci un prodotto dell'immaginazione, senza l'opera della quale sarebbe impossibile produrre delle supposizioni, e ci a prescindere dal fatto che possano in seguito risultare "vere" o meno. la vivacit della facolt immaginativa a permetterci di fare continuamente supposizioni nuove. Naturalmente l'immaginazione non opera isolatamente, ma supportata da altre facolt. Saranno indubbiamente d'ausilio allo scienziato una buona memoria, un uso corretto della ragione, la serenit di spirito e un amore spassionato per la verit, esente (ma non facile) da qualsivoglia pregiudizio religioso, scientifico, politico etc. Tutte queste facolt di contorno sono condizioni necessarie, perch l'ipotesi sia "ben immaginata" o, come si dice abitualmente, perch sia "seria", cio plausibile o ammissibile; ma esse, anche prese nel loro complesso, non potrebbero, senza l'intervento dell'immaginazione, farci presupporre neanche la congettura pi semplice ed elementare. In particolare, uno degli ausili maggiori forniti dalla ragione all'immaginazione consiste nel fatto che, tra le condizioni d'ammissibilit, quella forse pi importante che l'ipotesi non sia contraddittoria in s stessa , n sia in contraddizione con altri principi considerati certi o con i fatti che si vuole spiegare. La fortuna di una ipotesi spesso poi

subordinata al fatto di trovarsi in armonia con la cultura e la civilt dell'epoca nella quale appare, altrimenti pu dover aspettare tempi pi adatti, per essere accettata. L'immaginazione rende perci notevoli servigi a tutte le scienze, probabilmente ad ogni ramo di esse. Non vi praticamente scienza, infatti, che non racchiuda, nel suo seno, delle ipotesi. Esse sono dunque in gran parte un prodotto "immaginale", nel senso da noi gi detto e, come tutto ci che immaginale, tendono a modificare la realt. Esattamente come abbiamo gi visto per i problemi, anche le ipotesi tendono ad influenzare il pensiero e il comportamento di scienziati e non scienziati. Anzi sono proprio i non scienziati che spesso ne risentono maggiormente. Infatti, la scienza, per farsi conoscere dal popolo, tende inevitabilmente a tradursi in divulgazione scientifica. Mentre il grande scienziato di solito consapevole che le sue supposizioni o quelle dei suoi colleghi sono solo ipotesi di lavoro, momentaneamente assumibili, fino a quando non vengano confutate, il divulgatore, per esimersi da complicate e noiose riserve o per motivi di propaganda, spesso presenta le ipotesi scientifiche come se fossero la realt pura e semplice. Quale effetto di suggestione possa avere tale comportamento su persone dotate di poco senso critico o su giovani discenti a tutti evidente. Formulata una ipotesi risolutiva di un problema scientifico, occorre verificarla sperimentalmente. L'immaginazione il "primum movens" di tutte le iniziative sperimentali, giacch l'esperimento, per essere eseguito, va prima ideato ed l'immaginazione la facolt che, in larga parte, premedita l'esperienza. Non basta: perch l'esperimento possa venir effettivamente eseguito, debbono molto spesso essere ideati e poi costruiti i mezzi e gli apparecchi necessari. Nel costruire un nuovo apparecchio, deve intervenire ancora una volta l'immaginazione: l'apparecchio pi semplice ed elementare cos come il pi complesso non sono che sue costruzioni. Dunque come l'immaginazione costruisce prodotti immaginali nel porsi problemi e nel formulare ipotesi, ne costruisce altri quando prepara l'esperienza e allorch si inventano gli apparecchi necessari. E qual , in tal caso, il rapporto tra immaginazione e ragione? Il ragionamento vaglia quel che l'immaginazione produce, corregge o scarta quegli errori che possono annidarsi non solo nell'ipotesi, ma anche nell'osservazione e nell'esperimento. La ragione riconosce come verit o errore ci che intuito mediante l'immaginazione. In tutte le fasi del metodo scientifico, l'immaginazione inventa, la ragione seleziona: il ragionamento infatti un mezzo di controllo e non un metodo d'invenzione. Le verifiche sperimentali hanno perci, in gran parte, una natura immaginale e il loro conseguente influsso sulla realt perfino pi evidente di quello dovuto alla posizione di problemi e alla formulazione di ipotesi: le ricadute tecnologiche delle procedure e delle strumentazioni, usate per le verifiche sperimentali, sono frequenti, di vasta portata e producono sensibili modificazioni della vita pratica. L'imaginatio vera agisce durante tutto l'arco di applicazione del cosiddetto metodo scientifico. Perci, da un certo punto di vista, si potrebbe arrivare a dire che la scienza una piccola ma efficace magia. Piccola perch le sue pretese si limitano, di solito, al cosiddetto mondo fisico o arrivano poco pi in l. Efficace perch ormai da secoli che la cosiddetta scienza moderna influenza notevolmente la vita di intere generazioni, contribuendo non di rado, assieme ad altri fattori culturali, alla costruzione e al mantenimento di quelle "barriere", che Leo ha indicato come pregiudicanti il vero opus magicum. In altri termini, l'imaginatio vera a "coagulare" barriere attorno all'uomo ed perci sempre l'imaginatio vera, come ha indicato Leo nel saggio "Atteggiamenti", a poter "solvere", pi o meno gradualmente, le medesime barriere.

L'Immaginazione Scientifica

Vis Imaginativa
[Antonio d'Alonzo]

Limmaginazione sempre stata mortificata, se non addirittura guardata con sospetto dalla filosofia classica occidentale. Per lo pi considerata, da Aristotele e Pascal, come una facolt intermedia tra lintelletto ed i sensi; o da Kant come intermediaria tra lintuizione e lintelletto. La riduzione dello spessore ontologico dellimmaginazione sembra, tuttavia, caratterizzare ed appartenere soltanto ad una parte della storia della filosofia occidentale. Nellantichit, ad esempio, i neoplatonici attribuivano una grande importanza allimmaginazione, ma anche tra i pensatori moderni, come Nietzsche ed Heidegger, assistiamo ad una rivalutazione di questa facolt, dilazionata nelle folgorazioni stilistiche dellincedere sillogistico o nelle rocciose meditazioni del pensiero poetante. Pi recentemente, autori come H. Corbin e G. Durand hanno non solo rivalutato, ma attribuito grande importanza al potere dellimmaginazione. Il primo, esimio islamologo, ha accreditato la nozione di mundus imaginalis, rilevando la sua centralit specialmente nellesoterismo shiita. Il secondo ha dato vita ad una nuova disciplina lImmaginario, che riscuote un certo successo, specialmente in Francia. Nellambito dellepistemologia novecentesca, da segnalare la centralit del concetto in G. Bachelard. Nella riflessione dellepistemologo francese, limmaginazione brandita come unarma per annullare le vecchie costruzioni teoriche, ma anche per sconfessare lesagerata importanza attribuita ad alcuni fattori

relazionali come la dialettica tra lintuizione ed il senso comune. In particolare, Bachelard scrive di veri e propri punti di discontinuit nella storia del sapere, regressioni o momenti darresto, le c.d. rotture epistemologiche (concetto che poi sar sviluppato dallo strutturalismo etnologico di Lvi Strauss e dal poststrutturalismo anti-umanistico di M. Foucault). La teoria bachelardiana, allinterno della riflessione epistemologica, trover comunque la sua estensione nellanarchismo metodologico di Kuhn, Lakatos ed, in particolare, di Feyerabend. Nella storia delle correnti esoteriche occidentali, alla vis imaginativa attribuito il compito di decifrare i segni del mondo, le ierofanie; ma anche quello di utilizzare questi intermediari per realizzare la gnosi, per disvelare la Natura o per sublimare il S. Nel De occulta philosophia, H. C. Agrippa descrive limmaginazione come forza magica, capace dinfluenzare, mediante il potere degli astri, la salute ed il destino altrui. Anche per Giordano Bruno limmaginazione il principale strumento del processo magico. Per Ficino, limmaginazione pu produrre negli altri la paura, il desiderio, il dolore ed il piacere. Secondo un aneddoto rinascimentale, una giovane donna spagnola, dopo aver appeso nella sua stanza da letto un quadro che riproduceva un gruppo detiopi, partor un neonato di colore. Per Paracelo, la vis imaginativa diventa intermediaria tra il pensiero e lessere, incarna il pensato nellimmagine. Gemth (lAnima), la Fede e lImmaginazione rappresentano le tre grandi risorse umane. La Gemth irrompe come potenza siderale nelluomo e costituisce lapertura allInvisibile. La Fede produce la vis imaginativa, che struttura nellanima un centro di forza capace di generare e di formare i corpi astrali e fisici. LImmaginazione un seme che produce immagini nellanima, capaci- se adeguatamente vivificate e potenziate- di svilupparsi e dincarnarsi come fossero dei neonati. LImmaginazione, per Paracelso, una sementa magica. Ma con Boheme che limmaginazione acquista un valore ontologico: il teosofo tedesco il primo a formulare una vera e propria metafisica del desiderio. Gichtel completa lopera del suo maestro, dando allimmaginazione un fondamento teogonico e cosmogonico. O. Croll la paragona alla scintilla, che per quanto minuscola, pu provocare un incendio. Per Van Helmont, comunque, la vis imaginativa riservata soltanto alluomo- che in quanto immagine del Creatore pu creare e vivificare a sua volta le idee.

DIALOGHI
Ultraviolet: Ho letto la I Edizione di Barriere, che ho trovato estremamente interessante: un piccolo trattato zeppo di insegnamenti! Vorrei disquisire su TUTTI gli argomenti proposti: ognuno di essi la potenziale miccia di infiniti ed importantissimi confronti, ma non posso e non voglio fare confusione. Inizier da qui: Nel saggio "Atteggiamenti" di Leo si parla di: idee divenute parte organica di noi stessi e della necessit di evocare, coltivare, ritmizzando, integrando in profondit il concetto utile, il nuovo senso di noi stessi e del mondo, una volta liberato dal campo mentale. Ho capito bene? In pratica, possiamo superare le barriere coltivando una nuova visione e rafforzandola al punto da farla diventare dominante, smettendo di nutrire le nostre cosiddette barriere fino a renderle deboli e progressivamente inesistenti? In altra occasione ho apprezzato un insegnamento relativo ai condizionamenti della mente (i nostri figlioli di materia mentale, gli aggregati limitanti, ci che pensiamo di essere. Barriere anche queste no?) in cui veniva ritenuto necessario approfondire la conoscenza con gli oggetti limitanti per poterli in qualche modo risolvere. Precisamente si riteneva necessaria lesperienza diretta di queste impressioni mentali condizionanti, perduranti ed organizzate tra loro fino a scolpire carattere, attitudine, personalit (quasi mai vincente), impressioni registrate in passato a causa di uno stimolo sopraffacente la coscienza di allora (forzatura o resistenza allevento), per poterle comprendere integralmente - rivivendole con tanto di contenuto emotivo - e renderle

innocue: non pi condizionanti, non pi limitanti perch comprese. Mi venne detto: ci che tu non definisci, esso definisce te, tipo: se vedo la mia insicurezza smetter di identificarmi totalmente con essa e potr cominciare a mostrare chi comanda Il mio dubbio : forse un lavoro inutile? In fondo lattenzione accresce tutto ci su cui si posa. Forse lavorare SULLE barriere pu essere, alla fine, controproducente? La strada allora far crescere quello che manca? o scardinare in un sol colpo il tutto assumendo unottica del tutto nuova? (ma che forza ci vuole??) questo che mi manca? E' questo che devo comprendere ancora? questo lo strumento che sto cercando qui? Nicola7_7: Scrive LEO in "Barriere": L'uomo il centro dell'universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il pi semplice mutamento della sua coscenza. I limiti del suo corpo non sono che illusione [...] Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, tutto un mondo che si muove con lui..." Qui ho trovato un blocco; che sia forse una delle tante barriere? Mi rendo conto che, se davvero uno si autoconvince che un essere infinito e potentissimo alla fine non pu trarre che un enorme beneficio da questo, e che addirittura pu diventare chi crede fermamente di essere. Il problema che secondo me si tratta solo di autoconvincersi; una delle tante fedi quali il cristianesimo convincono di molte cose. Secondo il mio parere ci sono esseri molto pi evoluti, e quindi pi "grandi" dell'uomo, quali il Sole ad esempio, o i numerosi pianeti... Forse se uno cerca di forzare in s questo fatto descritto negli scritti del Gruppo di Ur si pu veramente diventare di tale grandezza, ma io non ci riesco. Ho paura di cadere in una grande illusione, che alla fine non faccia altro che abbagliarmi con inutili lustrini. Ultraviolet: Oh Nicola caro, il tuo blocco il blocco di tutti. Di tutti, Me per prima.Tu parli di autoconvincersi. Il punto credo proprio sia quello: stiamo parlando di convinzioni che sono, per definizione, convenzioni mentali tutte nostre. E allora proviamo a ribaltare il punto di vista: lautoconvincimento (bench potentissimo, a quanto pare, se teniamo conto di quanto importante limmaginazione creativa della nostra mente) non tanto la soluzione, quanto il problema! Questo quello che penso a questo punto della mia vita: come vediamo il mondo, come lo viviamo, come percepiamo ci e chi ci circonda , di fatto, una nostra interpretazione. E linterpretazione una possibilit. E una possibilit non la realt. O meglio, ne soltanto una parte, una sfaccettatura, un punto di vista. Noi ci convinciamo di essere in un certo modo: sta a noi scegliere se sentirci al centro dellUniverso o al pi remoto angolo di una squallida periferia. Ma, vedi, questo modo di gestire le nostre convinzioni credo sia un po troppo intellettuale. Percepire lAssoluto che siamo noi equivarrebbe ad Abbattere le Barriere, mente compresa, e il nostro ego, ancora cos forte, non ce lo permette. Percepire pi vicino al Sentire, piuttosto che al pensare. C un momento nel nostro essere in cui le cose si sanno e basta. Le cose si sentono cos come sono. Le cose Sono. Punto e basta. Non c bisogno daltro se non essere in quel momento. Credimi, non sto facendo della retorica: non possiedo ancora quello che io stessa sto scrivendo, nel senso che non sono in grado di raggiungere questo livello di consapevolezza (che a me pare centrare il problema) quando mi pare e come mi pare, ma sento, ho sentito pi volte dentro di me questa presa di coscienza. E bench non sappia ancora controllare il tutto (sono qui anche per questo) in qualche parte di me lo so. Lo So, capisci? So che un lampo di vera luce pu annullare distanze di ogni genere e portarci al centro. Anzi, semplicemente farci rendere conto che eravamo gi al Centro, ci siamo sempre stati. Solo che dormivamo. (cosa che a me riesce benissimo) Ea: Tu dici: "C' un momento nel nostro essere in cui le cose si sanno e basta". Come si concilia con la precedente "come vediamo il mondo, come lo viviamo, come percepiamo ci e chi ci circonda , di fatto, una nostra interpretazione"? Ultraviolet: Gi. la mia irruenza verbale....si concilia se preciso che il "momento i cui le cose si sanno e basta" il momento in cui viene trasceso un qualcosa. un Punto di Arrivo, ecco. abbiate pazienza ma non mi sento ancora in grado di tentare definizioni. L'interpretazione di cui parlo invece la routine: il livello di cognizione quotidiano della gente che vive il mondo e la propria vita senza chiedersi troppi perch; o della gente, come me, che di "perch" se ne chiede anche troppi, ma ancora non ce la fa....non riesce a mantenere costante, o a rendere pi frequente, il livello di quella magnifica (ancora fortuita) presa di coscienza per pi di una frazione di secondo. Intendevo dire questo: il punto non scoprire l'esistenza nella sua

declinazione pi alta e nobile, ma il fatto che nell'interazione con la vita "esteriore" questa capacit io la perdo presto; a volte non la raggiungo nemmeno. Ritengo (ed questa la mia attuale motivazione ad un certo tipo di studi) che questa abilit vada coltivata, accresciuta, raffinata. o no? (grazie per questa spinta!) Ea: Quando, "interpretando", creo (assieme agli altri uomini) la realt, compio (consapevolmente o inconsapevolmente) un atto magico? (che il risultato sia positivo o negativo qui non importa). Quando "le cose le sapessi e basta", cio la realt si imponesse, senza mia mediazione, alla mia capacit percettiva, compirei un atto magico, cio creativo? Ultraviolet: Sono giorni che penso a queste domande. Subito la risposta sembrava semplice; ma appena formulata verbalmente, tutto franava: si lacerava la superficie su cui avevo scritto e qualche dubbio indefinito mi portava un piano sotto dove dovevo ricalcolare tutto: una cosa a strati, direi. Pi che dare La Risposta, mi sento di descrivere il percorso del mio ragionamento su argomenti che di ragionamento hanno ben poco: un percorso mentale che rischia di accartocciarsi su se stesso, ma tant'... L'atto magico, credo, implica volont e consapevolezza: un atto creativo, composto da consapevolezza della propria identit, una decisione-scelta ed un fine da raggiungere. L'atto magico un getto di autorit da parte del nostro s superiore (tanto per dare una definizione) che esercita controllo sulla nostra mente ordinaria (la fora, la supera, la domina) e su tutto ci che ci circonda (che proiezione della stessa mente) per modificare la realt nella direzione voluta. L'interpretazione pertanto, cos come l'ho descritta io non un atto magico ma un generare inconsapevole, che utilizza gli stessi mezzi dell'atto magico (le leggi sono sempre quelle....) ma senza un'Intenzione davvero cosciente. Insomma, pur essendo davanti ad un processo che funziona esattamente come un atto di magia, non chiamerei "atto magico" la proiezione costante di una mente o di una collettivit di "menti" che di rado possono rendersi conto della loro facolt di generare in modo continuo la 'realt'. L'atto creativo, che sarebbe pi giusto ridefinire "reattivo", in questo caso, lo fa il nostro passato, la nostra esperienza, non ci che noi siamo veramente: manca la Volitivit. Ea: Se il mondo fosse "non-magico", sarebbero possibili atti di magia? Se invece il mondo magico, allora la magia ovviamente possibile e si possono migliorare, nell'atto magico, quei parametri che hai definito consapevolezza e volitivit. Ultraviolet: Quando le cose "si sanno e basta" - ritornando all'espressione da me usata - ci si trova senza dubbio di fronte ad un ennesimo esempio di scarso controllo e probabilmente l'atto magico non si configura nemmeno qui; ma mi pare comunque un buon risultato, una specie di primo passo, perch dietro a questi luminosi e casuali momenti ci sono sempre un lungo studio ed innumerevoli faticosi tentativi: il risultato non certo, non controllabile - ancora -, ma c'. Ed Voluto. Questo fa la differenza. So di non aver dato una risposta precisa. ma ora non so andare oltre.. Ea: Dunque il mago "vorrebbe" una riduzione a zero della sua volont? (perch la volont a quota zero nella visione di una realt, che mi si impone senza la mia partecipazione). Non ci contraddittorio con il fatto che vuole invece aumentare il parametro volitivit, rispetto alla vita comune? Per caso, non stai "mischiando" l'obiettivo dei maghi con quello di certi sedicenti contemplativi? Tutte le strade portano a Roma, ma non se si percorrono in direzione ... del Brennero. Ultraviolet: Ho fatto confusione in quello che ho scritto (sono confusa!) e rileggendo le mie parole capisco anch'io ora quello che hai capito tu... ecco: i sedicenti contemplativi, i sedicenti contemplativi! no, no, ho capito. Le tue parole sono il setaccio che mi fa trovare l'oro nella mia stessa fanghiglia: praticamente stavo andando davvero in direzione Brennero e chiss quante altra strade riuscir ad inventarmi. Capisci perch mi ci vuole il navigatore?? perdona la battuta. Con immenso rispetto.

Guardiani della Soglia

Evola, Jung e la Logica del Sottosuolo


Abraxa: In questo forum si sono fatti diversi accenni ai rapporti tra esoterismo e psicoanalisi, vista anche la presenza, nel Gruppo di Ur, di uno psicoanalista del calibro di Emilio Servadio. Come altri ha sottolineato, Servadio, onde evitare commistioni tra esoterismo e psicoanalisi, non mostra simpatia per la psicologia analitica di Jung, ma si attiene alla psicoanalisi freudiana. Ci gli permette di separare nettamente il campo dell'uomo comune, che pu essere studiato e curato, a suo parere, proprio con il metodo deterministico freudiano, dal campo dell'iniziato che, per la sua maggior libert interiore, pu avvalersi di altre tecniche che tale libert presuppongono. Evola, dal canto suo, respinge l'approccio degli psicoanalisti in genere, pur affermando tutta l'importanza della materia da essi studiata, tanto da scrivere, ne l'Arco e la Clava, un saggio dal titolo provocatorio: "Psicoanalisi dello Sci". Per Evola gi l'ammissione dell'esistenza di un "inconscio" fuorviante, dovendosi invece pi propriamente parlare di subcoscienza, trasmutabile dall'iniziato in supercoscienza. Su un piano non iniziatico, ma filosofico, la posizione di Evola si avvicina a quella di J.P. Sartre, che evidenzia come il termine "inconscio" sia, gi di per s, contraddittorio; giacch di un vero inconscio, cio di un qualcosa di effettivamente sconosciuto, nulla evidentemente si potrebbe sapere e dire. Sartre, ispirandosi anche al pensiero di Brentano, Husserl e Heidegger, contrappone alla psicoanalisi la sua psicologia fenomenologico-esistenziale, imperniata sulla coscienza e sull'analisi descrittiva. Partendo dalle stesse fonti filosofiche, ma anche da una certa conoscenza delle tecniche esoteriche, J.H. Schultz elabora, a partire dagli anni '20, il cosiddetto Training Autogeno. Jung, dal canto suo, cerca di non restare irretito nell'angusto subconscio personale di Freud e propone un inconscio collettivo. Secondo questa tesi, l'uomo nasce con molte predisposizioni trasmesse dai suoi antenati, che lo guidano nella sua condotta. Perci esiste una personalit collettiva e razzialmente preformata che modificata ed elaborata dalle esperienze della vita individuale. Evola critica anche questa scelta. Sotto lo pseudonimo di Ea, nel saggio "L'esoterismo, l'inconscio e la psicanalisi", (Introduz. alla Magia v. III) scrive: "Lo scopo vero della via iniziatica la realizzazione come supercoscienza di ci che si chiamata la subcoscienza cosmico-metafisica. Per venire a tanto si detto dunque che, invece di aprirsi all'inconscio atavico-collettivo, bisogna sciogliersi da esso, neutralizzarlo, perch proprio esso il 'guardiano della soglia', la forza che preclude la visione, ostacola il risveglio e la partecipazione a quel mondo superiore, cui va ricondotta la vera nozione di archetipo". Secondo taluni autori, quello di Evola un fraintendimento, peraltro causato dall'essere Jung un tantino oscuro. Scrive ad es. Walter Catalano ("Carl Gustav Jung. L'ombra e la gnosi" in Applausi per mano sola, edizioni Clinamen, 2001): <<Molte delle obiezioni evoliane sono giuste

e legittime, anche se resta il dubbio che, data l'oscurit di certi passi di Jung e la profonda differenza di approccio e di terminologia impiegata, possa trattarsi soprattutto di un fraintendimento. L'integrazione "gnostica" dell'inconscio non implica - ci pare - la soluzione della coscienza nell'indeterminato ma, al contrario, l'allargamento di questa e la determinazione in essa della sfera preclusa: obiettivo non dissimile da quello cercato dai saggi di ogni epoca, in un'ottica di superamento del dualismo metafisico che anche Evola sembra riproporre. Tale almeno la lettura pi obbiettiva e meno preconcetta che si pu ricavare dallo studio dei testi junghiani e di quelli dei suoi commentatori pi attenti. Ad esempio questo passo sembra testimoniarlo: "L'immagine archetipica che da questa contrapposizione, attraverso un comune punto di mezzo, porta ad un congiungimento dei due sistemi psichici parziali - la coscienza e l'inconscio - il S. Questo termine indica l'ultima stazione sulla via dell'individuazione...trovato e integrato questo punto intermedio l'uomo pu dirsi completo. Soltanto allora infatti egli ha risolto il problema del rapporto con queste due realt che ci sono imposte, l'interiore e l'esteriore; compito straordinariamente difficile sia dal punto di vista etico che da quello conoscitivo, che pochi eletti e dotati riescono a risolvere (Jolande Jacobi, La psicologia di C.G.Jung, Torino, Boringhieri 1971, pag. 158)". E forse proprio questo punto, intermedio e indefinibile, per gli eletti che lo raggiungono - gli (sic) pneumatici della gnosi - non l'approdo finale, ma semplicemente l'inizio del viaggio>>. Per la sua voglia di conciliare, per, Catalano sorvola sul fatto che Jung non considera affatto la realizzazione del suo concetto del S come inizio del viaggio e che, con non poca presunzione, considera la sua teoria come il culmine delle precedenti e (secondo lui) nebulose metafisiche. E' proprio quello che stigmatizza Evola, nel saggio citato: "Tuttavia quel che gli archetipi in via ordinaria vogliono, che la persona cosciente riconosca l'inconscio vitale, ne accetti i contenuti e, inserendoli nella sua vita individuale, si 'integri' con essi. A questo sviluppo lo Jung d il nome di 'processo di individuazione'. Di esso, il termine finale sarebbe la 'personalit integrale', che comprende il conscio e l'inconscio e che viene chiamata il 'S' (das Selbst). Allo Jung non fa dubbio che in tutti gli sviluppi mistici ed iniziatici si tratta solo di forme pi o meno confuse (perch la 'chiarezza scientifica', la comprensione in termini di psicologia positiva e non di nebulosa metafisica sarebbe venuta solo con la sua psicanalisi) del 'processo di individuazione'. Ad es. tutti i procedimenti alchemici, con relativi simboli ermetici, sarebbero immagini di quel processo dell'inconscio non riconosciute nella loro giusta sede ma proiettate in sostanze materiali e nel mito di un'assurda opera di trasformazione chimica (Alchemie, p. 58)". Nel suo tentativo di conciliazione, Catalano fa dunque torto ad Evola, il quale non aveva frainteso un bel niente. Anzi ...

Influenza della Collettivit sul nostro Percepire


Abraxa: Come si visto dal brano surriportato, Evola identificava le forze psichiche atavico-collettive nel cosiddetto "guardiano della soglia", l'ostacolo che preclude il "risveglio". E' dunque opportuno esaminare pi da vicino la natura di queste forze. E' ovvio che questa stessa analisi implica che queste forze non siano inconscie, ma al pi subcoscienti. Se infatti fossero realmente inconscie, come ha notato acutamente Sartre, non sarebbe possibile dirne nulla, n da parte nostra, n da parte degli psicoanalisti. Per comodit d'esposizione, e perci non per presupposti filosofici, divideremo l'esame di queste forze, in relazione alla "facolt" dell'uomo che esse vanno a condizionare. Tra le opere di riferimento, terremo soprattutto presente "Introduction la psychologie collective" (Paris, A. Colin. 1928) di Charles Blondel (1), oltre che per l'obiettivit della sua analisi, anche perch contemporanea ad Ur e probabilmente non ignota a Servadio ed Evola, che erano in contatto con la scuola francese di psicologia e sociologia, come dimostra il saggio di Paul Masson-Oursel "Sul Ruolo della Magia nella Speculazione Ind", pubblicato su Krur. (1) Charles Blondel (1876-1939), professore all'Universit di Strasburgo e di Parigi, direttore del

Journal de Psychologie, autore di varie opere, tra le quali "La Psychanalyse" (1923) e La Mentalit Primitive" (1926). Non da confondersi con il filosofo cattolico Maurice Blondel, a lui contemporaneo (1861-1949). Iniziamo ad indagare se esistono forze psichiche collettive che condizionino la percezione. Tenendo conto dei contributi che ci offrono la psicologia e la patologia, possiamo distinguere tre tipi di percezione: la percezione delle qualit sensibili degli oggetti (percezione sensoriale), la percezione del genere degli oggetti (percezione intellettuale) e la percezione della singolarit degli oggetti. La percezione delle qualit sensibili ci rivela la consistenza degli oggetti materiali, il loro peso, le loro dimensioni, la loro forma, il loro colore e la loro relativa posizione nello spazio. La sua non-identit con le altre forme di percezione testimoniata da una patologia chiamata astereognosia, cio dall'incapacit, che colpisce in genere - per disturbi del nervo mediano della mano - il senso del tatto, di valutare le dimensioni, la forma e la consistenza degli oggetti, pur riuscendo ugualmente ad identificare intuitivamente oggetti usuali e a maneggiarli correttamente. La percezione sensoriale, essendo comune ad ogni uomo, pu considerarsi sotto il diretto influsso delle forze collettive della specie umana nel suo complesso. La percezione del genere quella che ci permette di assegnare, di solito istantaneamente, gli oggetti da noi osservati al genere loro appropriato, cio quella che ci permette di dire, di fronte all'oggetto corrispondente: "Questa una matita", "Questo un gatto", "Questo un fiore" e cos via. La sua non-identit con le altre forme di percezione testimoniata dalla patologia dovuta in genere a lesioni cerebrali - chiamata asimbolia o agnosia, che pu essere visiva (cecit psichica), uditiva (sordit psichica), tattile e che consiste nel non saper riconoscere ci che si vede o si ode o si tocca, pur continuando a percepire le qualit sensibili, situandole nello spazio e organizzandole in rappresentazioni meramente sensoriali di forma, di consistenza, di distanza. Pu capitare ad es. che una persona non sappia riconoscere una matita e non sappia dire a cosa serva, ma ne possa descrivere perfettamente forma e colore. La percezione del genere, per quanto spontanea, immediata e automatica possa essere negli individui sani, richiede l'intervento di ci che comunemente chiamiamo intelligenza, la quale, per offrirci il significato, la denominazione dei dati sensibili, li inserisce in un sistema concettuale, che di solito ci viene trasmesso dal nostro ambiente sociale. Ad es., quando diciamo "ecco un rosario" o "ecco un computer", la nostra affermazione implica la conoscenza di determinate pratiche religiose o tecnologie, che ci possono venire trasmesse unicamente dal nostro ambiente. La percezione del genere pu variare con l'ambiente sociale di appartenenza (ad es. ci che io percepisco come un rosario, per l'appartenente ad un'altra societ, che non fa uso di rosari, pu essere una semplice collanina) perci pur essendo soggetta a forze psichiche collettive, non si tratta pi di forze legate alla specie umana, bens al proprio gruppo sociale. La percezione della singolarit ci consente di distinguere un oggetto da tutti gli altri oggetti dello stesso genere, ad es. il signor o la signora Rossi da tutti gli altri uomini o donne, il nostro gatto dagli altri gatti, il maglione di un nostro amico dagli altri maglioni etc. La non-identit della percezione della singolarit con le le altre forme di percezione testimoniata da quel disturbo mentale chiamato "amnesia anterograda di fissazione e conservazione" e causato da trauma, intossicazione, psicosi o anzianit; insorgendo il quale questo tipo di percezione compromesso o addirittura scompare, pur sussistendo gli altri tipi di percezione. Un malato di questo tipo percepisce ad es. di essere in un ospedale, ma da un giorno all'altro o addirittura da un momento all'altro non in grado di riconoscere di essere nello stesso ospedale; analogamente sa di essere in una stanza o in un letto, ma non in grado di riconoscere che la propria abituale stanza, il proprio letto. Oppure sa di parlare ad un medico, ma anche se gli parla tutti i giorni come se si trattasse sempre di un nuovo medico. Negli individui mentalmente sani, le percezioni della singolarit si manifestano ovviamente nei confronti di quegli oggetti che si siano gi percepiti una o pi volte e dei quali si siano colte e si ricordino le caratteristiche. Questo percezioni perci variano in maniera considerevole da uomo a uomo, dipendendo dalla vita individuale, dalla "storia" personale. Considerata la spiccata individualit di questo tipo di percezione, possiamo ritenere che essa non costituisca un punto di presa diretto delle forze psichiche collettive, anche se vi potrebbe essere un loro agire

indiretto, dovuto a forze collettive condizionanti la nostra memoria. Ma di questa "facolt" ci occuperemo prossimamente.

Influenza della Collettivit sul nostro Ricordare


Tullio Quasimodo: Non ho letto il testo di Charles Blondel, n tanto meno voglio sostituirmi a te nella esposizione di esso ma, riflettendo su quanto hai scritto, mi sono chiesto se non si potrebbero classificare i fenomeni mnemonici in maniera analoga a quelli percettivi, dal momento che i nostri ricordi sono in genere ricordi di percezioni. Abraxa: Direi che hai colto, in sintesi, l'essenza della questione. Infatti, la memoria uno di quegli argomenti sui quali si potrebbero riempire interi volumi e fornire svariate classificazioni, tutte utili nel loro contesto; ma qui non siamo affatto interessati a far opera di erudizione, bens ad evidenziare ci che nella memoria soggetto o meno all'influenza di forze psichiche collettive. Attenendosi a tale criterio, Charles Blondel, similmente a quanto ha fatto per la percezione, anche per la memoria distingue l'aspetto che comune alla specie umana nel suo complesso (e che oggetto della psicologia "specifica", cio rivolta alla specie), quello che deve invece attribuirsi al gruppo sociale di appartenenza (e che oggetto della psicologia "collettiva") e quello infine che attribuibile all'individuo (ed oggetto della psicologia "differenziale", cio rivolta alle differenze individuali). Come abbiamo gi visto la percezione sensoriale l'aspetto percettivo da mettersi in relazione con la specie umana nel suo complesso. Analoga correlazione con la specie esiste per la persistenza delle percezioni sensoriali nella memoria. Ma questa persistenza non riesce a fornirci ricordi "umani" nel vero senso della parola, cio determinati, localizzati e datati, se non in virt degli schemi e delle regole che la collettivit ci offre e alle quali le nostre nozioni attingono consistenza. Lo stesso apporto collettivo che ci permette di cogliere la realt nella percezione intellettuale, ci permette di ricostruirla in seguito quando scomparsa come percezione. Infine, si possono cogliere, anche nella memoria, degli aspetti propriamente individuali, legati alla "singolarit" degli eventi. Pur presenti, ovviamente, nell'adulto risaltano particolarmente nel bambino. La singolarit di quei ricordi dell'infanzia che permangono negli adulti ha sempre impressionato gli studiosi, per le caratteristiche di rarit, discontinuit e disordine dei medesimi. Infatti, solo a partire da un certo momento che i ricordi del nostro passato presentano per noi, nell'insieme, una regolare continuit. Questo momento identificabile, secondo gli psicologi, con quello in cui il bambino diventa capace di indicare la data dei giorni che si susseguono. Momento propiziato dal contatto con un ambiente sociale (ad es. la scuola) che spezza o allarga il ristretto cerchio familiare. Fino a quel momento la vita del ragazzo si svolge in uno spazio limitato che si impernia, di solito, sulla casa dei genitori e comprende e assorbe in s i luoghi delle passeggiate, dei primi giochi e delle prime attivit in genere. Il tempo segnato unicamente, senza misura e ordine precisi, dagli avvenimenti che hanno rallegrato o rattristato la famiglia: "quando pap viveva ancora", "quando X ha fatto la prima comunione", "quando Y aveva la tale malattia" etc. , sono i ricordi di singolarit, che scandiscono il tempo dei bambini piccoli. Gli adulti invece sono in grado di collegare ad eventi consimili delle date e si ricordano anche, ad es., degli avvenimenti politici contemporanei a quelli familiari: la vita esteriore e collettiva compenetra cio tutta la loro esistenza. Il tempo e lo spazio sociali permettono l'ancoraggio e il riconoscimento dei ricordi; il linguaggio, con il suo carattere culturalmente determinato e cogente, ne consente la rappresentazione, l'interpretazione e la comunicazione. Da parte mia, aggiungerei che alle malattie delle tre forme percettive, evidenziate nel precedente messaggio, corrispondono altrettante forme di amnesie: amnesie di percezioni sensoriali (non ricordarsi ad es. del colore di un oggetto), amnesie di nomi collettivi (ad es. non ricordarsi il nome di una certa specie animale o vegetale o di una certa classe di oggetti), amnesie di singolarit (ad es. non ricordarsi il nome di una certa persona o confondere, nel

ricordo, un oggetto proprio con uno altrui). Classificazione che, come ho detto all'inizio del messaggio, non ne esclude affatto delle altre, ottenute partendo da altri criteri. Da notare che, pur essendovi corrispondenza, tra le patologie della percezione e le citate amnesie, non vi tra esse identit. Un caso eclatante costituito dalle manifestazioni di tipo afasico che abbiamo descritto nel precedente messaggio, come la sordit e cecit psichica, che non compromettono il corrispondente ricordo. In altri termini, il paziente pu parlarci del tutto normalmente dei cani incontrati nella sua vita passata e, un attimo dopo, posto davanti ad un cane in carne ed ossa, non essere in grado di percepirlo come tale o di denominarlo.

Influenza della Collettivit sull'Affettivit e l'Azione


Abraxa: Anche gli stati affettivi e le loro espressioni corporee (azioni) presentano quella terna di fattori d'origine, che abbiamo incontrato nell'esaminare le percezioni e i ricordi: la specie umana, il gruppo o i gruppi sociali di appartenenza, l'individuo. L'influsso della specie si concretizza particolarmente in quelle reazioni psicofisiche "innate" agli stimoli esterni, che vanno sotto il nome di "riflessi assoluti". Non star a dilungarmi su di essi, visto che Apro, nel saggio "I Cicli della Coscienza" (Introd. alla Magia III v.), ha sviluppato ampiamente questo tema, anche in rapporto ai quattro "corpi" ermetici. Dir soltanto che, gi negli animali e ancor pi nell'uomo, l'ambiente pu indurre, per associazione con i precedenti, dei nuovi riflessi, che gli psicologi definiscono "condizionati", perch acquisiti tramite il condizionamento sociale. Si supponga che un attore, per ragioni connesse al suo lavoro, debba simulare pianto e disperazione. La simulazione comporter manifestazioni sia motrici (gesti), sia fisiologiche (pianto). Le prime potranno essere riprodotte volontariamente per imitazione, le seconde evocando mentalmente circostanze nelle quali l'attore sa di aver pianto spontaneamente (riflesso assoluto). Ripetendo pi volte la scena, si creer gradualmente un riflesso condizionato e verr il momento che la scena stessa far sgorgare il pianto, senza pi bisogno di quell'evocazione. Questo schema largamente sfruttato dalla societ in cui viviamo per istillarci i comportamenti pi graditi al nostro gruppo di appartenenza. Prendiamo il caso di due genitori che, quando il loro bambino cade senza farsi gran male, assumano un'aria indifferente e, se piange, gli dicano che non ne vale la pena e che vergognoso piangere per una sciocchezza del genere. L'autorit dei genitori, l'abitudine all'obbedienza, la paura di esser preso in giro o punito, il desiderio di accontentare i genitori sollecitano il bambino ad assumere anche lui un atteggiamento indifferente. Probabilmente, per diverso tempo, non riuscir ad imitare perfettamente l'indifferenza dei genitori; poi, per lo stabilizzarsi del riflesso condizionato, gli riuscir facile, proprio come prima gli veniva spontaneo piangere. L'imitazione di quei sentimenti e comportamenti che si percepiscono come preferiti dal gruppo di appartenenza la molla dei pi svariati comportamenti nel medesimo uomo. Ecco perch un "bravo ragazzo di famiglia" pu diventare un "violento teppista" in uno stadio di calcio. In entrambi i casi, in famiglia e nel gruppo degli "ultras", egli si adegua al comportamento prediletto dall'ambiente sociale in cui momentaneamente si trova. Infine, da notare che, nell'ambito di uno stesso gruppo sociale, gli stati affettivi e la loro espressione, pur avendo un campo di variazione limitato dalla pressione psicologica del gruppo, non sono tuttavia identici da un individuo ad un altro. Due attori non recitano la medesima scena allo stesso modo. Due ultras non hanno lo stesso livello di violenza. Inoltre vi sono pur sempre dei casi nei quali ... un individuo pu decidere di fregarsene di ci che piace al proprio gruppo. A volte per la pressione di un altro gruppo (la famiglia, il gruppo religioso di appartenenza etc.) al quale si sente maggiormente legato, ma a volte anche per esigenze individuali.

Ancora su Jung ed Evola


Abraxa: L'esame, sia pur sommario, svolto nei precedenti messaggi, delle forze psichiche collettive (della specie e del gruppo) che agiscono sull'individuo umano ci permette di analizzare ulteriormente il rapporto tra il pensiero di Jung e quello di Evola. Risultano evidenti soprattutto due fatti: - Le forze psichiche collettive agiscono in larga parte a livello cosciente o al massimo subcosciente. Subcoscienza peraltro dovuta al fatto che siamo cos abituati ad interagire con (e non di rado subire) forze collettive, da non farci molto caso. Dunque appare del tutto artificioso e non conforme a verit da parte di Jung il voler relegare tali forze in una "scatola nera" (l'inconscio collettivo appunto) dalla quale uscirebbero messaggi solo nella complicata forma di simboli archetipici. - E' piuttosto assurdo da parte di Jung chiedere all'uomo di aprirsi alle forze atavico-collettive, per raggiungere un equilibrio tra esse e quelle individuali. Infatti l' "aprirsi" a qualcosa implica che in precedenza si sia "chiusi" nei confronti di questo qualcosa. Orbene, nel nostro esame, abbiamo invece evidenziato che di tali forze atavico-collettive noi umani siamo "intrisi", altro che chiusi! La richiesta di Jung equivale perci a quella di chi dicesse ad uno gi inzuppato d'acqua... d'annegare completamente. Il non farsi dominare completamente da tali forze implica invece che l'uomo se ne renda maggiormente cosciente, cio tramuti la subcoscienza in coscienza. Ma come abbiamo visto, Evola di ci non si accontenta: vuole giungere a trasformare la subcoscienza in supercoscienza, evento coincidente con lo "sciogliersi", con lo svincolarsi dalle forze atavico-collettive. Il suo proponimento sicuramente pi comprensibile di quello junghiano. Resta da vedere se quella da lui preconizzata sia una realizzazione conveniente e possibile. Ea: Nel testo di Charles Blondel, citato da Abraxa (Introduction la Psychologie Collective), si trova anche un passo interessante, nel quale si evidenzia come gli stessi psicoanalisti (che si sentono al sicuro perch preventivamente psicoanalizzati all'inizio della loro carriera) vengano ad essere "giocati" dalle forze collettive del loro gruppo di appartenenza. Scrive C. Blondel (Parte II, cap. III): "Il caso pi tipico di simili trasposizioni verbali e delle loro conseguenze mentali ci forse fornito dalla chiesa psicoanalitica e dal suo dogma sulla libido. Il neofita di Freud non ha naturalmente dimenticato che amava la propria madre quando era piccino e uno degli articoli del nuovo credo esige che l'amore filiale a quest'et sia sempre pi o meno incestuoso. Appoggiandosi a questo comandamento, egli si tuffa nel suo passato e scopre all'origine del suo amore per la madre qualcosa dell'attrazione che egli prova normalmente per l'altro sesso. Il piccino si rivela dunque un Edipo per persuasione. Ma questo Edipo per persuasione diventa in realt un Edipo: bastata la potenza dell'analisi. Gli increduli possono chiedersi se, di fatto, l'amore provato dal neofito per la madre, quando era piccino, abbia avuto un accento sessuale; ma il fatto che l'adulto, con il beneficio della sua psicoanalisi, non riesce pi a pensare all'infanzia senza sentirvi la presenza della sua libido. Ma l'analisi la scopre realmente? Questa una domanda. Ma certo che in qualche caso l'analisi incorpora la libido nell'infanzia. Da questo punto di vista la psicoanalisi singolarmente istruttiva, in quanto ci appare come un modo di parlare, comune a un gruppo e perfettamente valido in seno a questo gruppo, che ci illumina sulla maniera come possono costituirsi concretamente in un gruppo la gerarchia, i modelli, il vocabolario affettivo che gli sono propri e come si promulgano dei regolamenti che decretano come inevitabili nel corso della vita certi sentimenti e certe emozioni: quale psicoanalista oserebbe negare di essere stato in un certo periodo anche omosessuale?". Confrontando con quanto detto da Iagla, nel saggio "La logica del sottosuolo" (Intr. alla Magia, vol. II), il quadro sar completo. Lo stesso Jung, nonostante fosse in parte consapevole delle forze collettive, fu giocato da esse. Come poteva infatti uno psicoanalista, pur ribelle al "padre" Freud, rinunciare all'inconscio come criterio esplicativo? Sipex: Evola ritorna sul problema delle forze psichiche collettive in Maschera e Volto dello Spiritualismo Contemporaneo (cap. X), ove dice: "L'analisi magica della natura umana ha anticipato e sopravanzato di molto la psicanalisi, portando ad orizzonti assai pi vasti. Risultato di tale analisi che quando si parla volgarmente

di personalit, in realt non si allude ad altro che all'individuo storico (Kremmerz), ad un aggregato di tendenze, impressioni, ricordi, abitudini e via dicendo, la gran parte del quale non appartiene n alla nostra coscienza n alla nostra responsabilit. Risalendo lungo le componenti di un tale individuo, in parte si giunge fino alla vita uterina (subcosciente individuale in senso proprio), ma in parte si sbocca nel collettivo con intreccio, inoltre, di residui di simpatie e di abitudini tratte da altri o da altri modi di esistenza". La descrizione non certo ottimistica, ma tuttavia neppure cos pessimistica come quella che Evola rimprovera a Freud (cap. III): "La posizione caratteristica del freudismo il disconoscimento, nell'uomo, della presenza e del potere di qualsiasi centro spirituale sovrano, insomma dell'Io in quanto tale. Di fronte all'inconscio l'Io viene desautorato. Nella sua accezione di principio capace di riconoscere veri valori e di darsi norme autonome, esso sarebbe una illusione..." Invece Evola riconosce (cap. V) che: "Il discepolo occulto pu proporsi di raggiungere una autocoscienza e un dominio diretto non pure nell'ordine dei suoi pensieri (corpo mentale) ma anche in quello della sua vita emotiva e istintiva, delle energie vitali e delle stesse potenze che stanno dietro ai processi biochimici e fisici del suo corpo". Si tratterebbe dunque di illuminare e riprendere il dominio di ci che prima era abitudinario e istintivo, sia che fosse di origine individuale, sia che invece derivasse dalla specie o dal gruppo di appartenenza. Evola per contempla anche la possibilit di una assunzione volontaria delle consuetudini rituali di una collettivit, alla quale si riconosca la dignit di tradizione (cap. X): "Ogni effetto ha la sua causa. Quando dunque non per via diretta, cio per mezzo della personalit integrata, ma per via di un rito che si giunge ad un dato effetto, implicita l'evocazione e l'impiego di qualcosa, che ne sia la causa, il rito venendo a statuire un rapporto dell'uomo con questa forza ... Comunque sulla personalit si innesta un'energia estranea alla sua <<forma>>. Questo procedimento pu essere consapevole e voluto: l'appartenenza volontaria ad una <<tradizione>>, nella quale si riconosce il principio della propria luce e del proprio potere, in termini magici, corrisponde appunto a tale caso".