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AREA EURO, MERCANTILISMO E VIOLAZIONI DEL TRATTATO Sommario: 1- LA GERMANIA E LA CRISI DELLEURO; 2- IL DISEGNO COMPLESSIVO INSITO NELLEURO; 3- EURO

E VIOLAZIONE DELLE NORME DEI TRATTATI, ISTITITUVO E SUL FUNZIONAMENTO DELLUE, DA PARTE DI GERMANIA E ISTITUZIONI UE; 4QUESTIONE DI DIRITTO RELATIVA ALLEURO-EXIT

1- LA GERMANIA E LA CRISI DELLEURO Le polemiche che, in varie forme, si protraggono da mesi, circa lattivazione di meccanismi di finanziari di intervento sugli spread tra i titoli del debito pubblico dei diversi paesi euro, in specie sulla conformit alla Costituzione tedesca dellEuropean Stability Mechanism (c.d. ESM), evidenziano i limiti genetici del trattato UEM (oggi trasposto, in uninestricabile commistione di tematiche e oggetti promiscui allarea euro in senso proprio e a quella UE allargata, nel c.d Trattato sul funzionamento dellunione europea ora c.d. TFUE -, che costituisce la versione consolidata, a seguito dellentrata in vigore del Trattato di Lisbona, del vecchio Trattato istitutivo della Comunit europea c.d. TCE). Lo scontro politico-economico fra paesi UE, drammaticamente sottostante a tali polemiche, dimostra lambiguit normativa sul ruolo della BCE, perseguita, a scopi ideologici, con la formulazione del trattato, alla luce della pi accreditata teoria economica della moneta. Una banca centrale, diversamente da quanto implicato dalla disciplina contraddittoria che oggi si dice di voler forzare,- non solo lart.123, ma il complesso degli artt.120-128 TFUE-, deve poter funzionare come Lender of Last Restort (LOLR),: e ci sia, a rigore della locuzione, rispetto al sistema bancario che utilizza quella divisa in via principale, cio comunque residente in quellarea valutaria, sia nella funzione, attualmente pi controversa, di tesoriere del governo o, comunque, del centro di imputazione della politica fiscale ed economica della medesima area valutaria.[1] Ci perch, altrimenti, la moneta che stampa tale banca centrale va fuori controllo: cio, quantomeno, i tassi del debito pubblico, se emesso indipendentemente dai vari paesi aderenti, da qualche parte e inevitabilmente -cio certo- saliranno in modo rilevante e ineguale, divergendo tra loro e mettendo in crisi la sostenibilit della moneta stessa, come strumento fiduciario di pagamento allinterno dellarea (c.d. moneta fiat, uno strumento di pagamento non coperto da riserve di altri materiali, ad esempio: riserve auree, e quindi privo di valore intrinseco anche indiretto). Questo assunto, connesso alla parallela istituzione di unautorit federale capace di operare trasferimenti fiscali a favore delle aree in squilibrio commerciale (e di liquidit), fa parte della teoria base delle

aree valutarie ottimali, la cui formulazione, nel 1961, ha fruttato alleconomista statunitense Robert Mundell il Nobel per leconomia).[2] Poi, va subito precisato, non affatto vero che un intervento della BCE avrebbe potenziali maggiori costi per i tedeschi (fermo il fatto giuridicoeconomico che, comunque, tale intervento, in forma di emissione di moneta per acquisti di titoli, non grava direttamente sul bilancio federale). Il timore invocato dai tedeschi quello dell'inflazione, che farebbe salire anche i tassi nominali del debito tedesco, svalutando il valore di bilancio (specialmente bancario, secondo il controverso criterio c.d. mark to market imposto dallEBA a fine 2011), dei corsi dei bund emessi in precedenza. Ma l'inflazione, in relazione alle dimensioni dellintervento BCE oggi immaginato, non salirebbe oltre i limiti della tollerabilit: stato infatti calcolato che il "Non Inflationary Loss Absorbing Capacity-NILAC" della BCE attualmente di oltre 3300 miliardi di euro.[3] E infatti, evidente, che il solo fatto che una banca centrale assicuri acquisti illimitati nellammontare e nel tempo, determina la rinuncia alla speculazione sui titoli protetti e, anzi, permette alla banca centrale stessa di fermarsi a un volume di interventi nei fatti limitato, realizzando anche plusvalenze sugli acquisti dei titoli emessi con rendimenti precedenti pi alti. Solo oltre la soglia del NILAC si avrebbero effetti inflattivi, mentre la trasmissione dell'incremento monetario all'inflazione stessa sarebbe, nellattuale situazione di raffreddamento della domanda in tutta larea, molto basso e lento ad agire. Praticamente effetti inflattivi di una certa rilevanza, seguendo le opportune misure tecniche, si avrebbero per il doppio dellevidenziato ammontare del NILAC (cio oltre quota 6000 miliardi di euro di emissione di nuova moneta per la funzione specifica qui commentata). In sostanza, col LOLR si produrrebbe un certo impatto sui tassi dei bund, e quindi sulle tasche dei tedeschi, minore di quello causato dal rapido bruciarsi dei fondi impiegati negli interventi via EFSF e ESM, che si prospettano, nella pratica, quasi inutili. Inutili in quanto qualsiasi garanzia "limitata" nell'ammontare non attendibile agli occhi dei mercati, sortendo l'atteso effetto contrario di affrettare le vendite del titolo il cui valore (riflesso nei rendimenti) si vorrebbe proteggere: ci nel timore degli operatori, detentori dei titoli, di arrivare tardi rispetto all'esaurimento del fondo limitato...che, appunto, esaurirebbe il suo plafond molto prima che in una situazione in cui lo stesso esborso monetario per acquisti fosse effettuato da una banca centrale che agisca come LOLR, costando perci molto di pi, e senza risolvere comunque gli squilibri alla base delle divergenze dei tassi, ai contribuenti tedeschi.[4] In effetti, la gente "comune" in Germania soffre di effetti restrittivi della domanda interna e, prima di tutto, delle dinamiche salariali, ma essi non sono certo dovuti alla dimensione del debito e della

spesa pubblica negli altri paesi dellarea UEM, sebbene alle politiche adottate dai propri governi, originate dallobiettivo di dover sfruttare, come programmato alla luce delle note dinamiche della aree valutarie teorizzate da Mundell, la valuta unica.[5] E come tale occasione"unica" doveva essere sfruttata? Mediante una politica economica che viene definita "imperialismo mercantilista", in quanto tende alla universalizzazione, in una certa area -tendenzialmente l'Europa, data appunto la presenza della moneta unica-, della propria supremazia commerciale, e, quindi, ad asservire alla propria offerta la domanda del "vicino", che, inevitabilmente, ne risulta impoverito dopo una fase iniziale espansiva "precolonizzazione" economica [6],[7]. E che le cose stiano esattamente cos, in termini di definizione della politica tedesca allinterno dellarea monetaria, affermazione degli stessi esponenti tecnici della governance di quel paese.[8] Dunque, lo strumento principale che ha conferito unefficacia senza precedenti a tale mercantilismo proprio la moneta unica che consente, a differenza del cambio flessibile (che produce, in ragione delle differenze di inflazione, l'effetto opposto in termini di competitivit commerciale), di sfruttare vantaggiosamente il deliberato perseguimento di un differenziale favorevole di inflazione. Tale effetto stato indicato chiaramente da Mundell nella sua teoria delle aree valutaria ottimali (Optimun Currency Area, c.d OCA). E la relativa politica tedesca, col termine di "mercantilismo", registrata come tale anche dal FMI [9], dallILO,[10] nonch, tra i numerosi altri, da De Grauwe, forse il pi prestigioso economista europeo del momento[11]. Occorre infatti considerare che, in un'area valutaria ottimale (OCA), il sistema di deflazione competitiva (svalutazione reale, cio deprezzamento del c.d. tasso di cambio reale che permane, ancorato ai diversi rispettivi livelli dei prezzi in ciascun paese, anche in situazione di cambi nominali fissi) tende a dare un decisivo vantaggio sul lato dell'offerta e nulla ha a che fare con lo spirito cooperativo (debolmente) espresso nei trattati UE. Unitamente a ci, il paese che opera tale svalutazione reale, persegue simultaneamente la necessit iniziale di sostenere la domanda dei paesi resi meno competitivi attraverso il tasso di cambio reale -simmetricamente rivalutatosi, nel loro caso- erogando crediti funzionali all'acquisto dei propri beni, in modo da rendere operativo il vantaggio in termini di attivo della propria bilancia dei pagamenti. Per deflazionare, in funzione competitiva, lo strumento unico a disposizione di una paese appartenente a un'OCA agire -in via preventiva e non necessitata da fattori ciclici esterni allareasul costo del lavoro. E a ci hanno provveduto le riforme Hartz[12] (dal nome del ministro, ed ex a.d. di una fabbrica di auto, proponente delle leggi che hanno riformato il mercato del lavoro e del welfare relativo): queste riforme hanno svolto i loro effetti, sia chiaro, partendo comunque da una

situazione di preesistente inflazione pi bassa, che corrisponde a una tradizione economicocommerciale propria della Germania, accompagnata da una costante compressione della propria domanda interna. Questo solo in estrema sintesi, dato che vari altri corollari dimostrano la natura ideologicopolitica, e anticooperativa (piuttosto pan-germanica), di questa strategia che, ovviamente, pu reggere a un sereno vaglio di praticabilit allinterno di una unione, asseritamente politica, o quantomeno economica, prima che monetaria, solo fondandosi su luoghi comuni mediaticopropagandistici sulla propria virtuosit nel fare costanti sacrifici, simmetrici a quelli che vengono proposti agli italiani ed espressi nella parola dordine "debito-pubblico-brutto-abbiamo-vissutoal-di-sopra-dei-nostri-mezzi". Il metodo seguito dai tedeschi per abbassare linflazione, ben al di sotto del 2% indicato come limite di convergenza cooperativo nel trattato UEM - cio un limite su cui si dovrebbe esattamente convergere non solo deflazionando se si oltre, ma anche riflazionando se se ne al di sotto-, lecito o non lecito (come si vedr pi oltre) a seconda della lettura delle clausole dei trattati congenialeai pi forti. E quindi ai paesi "core", che non si trovano mai in minoranza nel "consiglio" UE, sebbene il meccanismo, -amplificato nei suoi effetti deflazionistici dal c.d. fiscal compact, fino a innescare un trend recessivo esteso a tutta larea-, cominci a essere denunziato nelle trattative sotterranee che i francesi in primis tenderanno a intraprendere, per correggere gli squilibri commerciali senza dover inseguire una politica deflazionistica a costi sociali crescenti, assistendo cio al dilagare di una disoccupazione non tollerabile e non necessaria in una razionale politica di crescita. 2- IL DISEGNO COMPLESSIVO INSITO NELLEURO. La questione, una volta subentrata la pesante crisi da squilibri commerciali attuale, viene spesso posta in termini di recupero della competitivit mediante aumento della produttivit. Ma tale controversa impostazione non pu nascondere le evidenze scientifiche che comprovano che la competitivit e la bassa inflazione dipendono essenzialmente dal Costo del Lavoro per Unit Produttiva (CLUP) e quindi ogni politica di correzione, finisce in ultima analisi per perseguire la contrazione del costo del lavoro (variazioni comparate dei salari reali) e la caduta della domanda interna.[13] N si pu, poi, seriamente dimostrare, in situazione recessiva e con diminuzione di consumi e, specialmente, di investimenti, che si possa ottenere un aumento della produttivit "non a causa di stipendi in diminuzione", uscendo tale assunto da ogni verosimiglianza scientifica; a ci segue la inattendibilit della concomitante ipotesi, contraria a ogni evidenza, di considerare, o quantomeno

di dichiarare, la recessione indotta da austerity fiscale come l'ambiente ideale per effettuare immaginifici massicci investimenti in Innovazione, Ricerca &Sviluppo, facendogli avere effetto in 1 o 2 anni (!), laddove, invece, si registrano insolvenza diffusa e caduta verticale di risparmi e investimenti. Ma anche a voler adottare ora la stessa strategia della Germania, i problemi sono difficilmente superabili: la diminuzione dei salari reali, comunque, potrebbe portare al "recupero" di competitivit su altri paesi (che utilizzino la stessa monetase no ci pensavano molto meglio le variazioni naturali dei cambi nominali) solo se non perseguita, come ora si vuole nei PIGS, in direzione pro-ciclica, allorch la inevitabile caduta della domanda aggregata interna, porta a disoccupazione e deindustrializzazione, nonch allapertura ulteriore di tali economie al controllo estero delle proprie imprese, pi facilmente acquisibile a vantaggio dei paesi in attivo commerciale. Questi ultimi, pur ove, per taluni settori (soltanto, quelli esportatori), riaumentino i livelli dei salari, hanno goduto e continuano a godere di un vantaggio di competitivit (da tasso di cambio reale), hanno dunque accumulato prolungati attivi della bilancia dei pagamenti e dispongono, per tale motivo, dei capitali per impadronirsi delle economie indebitate (ancor pi dagli effetti recessivi dell'austerity). Si pu riscontrare come, ad es;, l'Irlanda (estero controllata sul piano dei capitali immobilizzati) non pu che rischiare di riprodurre meccanismi shock legati alla dipendenza dai mercati finanziari esteri, dato che pu punire i salari quanto vuole, ma non pu raddrizzare strutturalmente il carico dell'indebitamento privato con l'estero e stabilizzare l'attivo della bilancia dei pagamenti, se non a costo di una costante ulteriore compressione salariale e della domanda interna (accompagnato da una sostanziale istituzionalizzazione della propriet estera di capitali produttivi, con esportazione dei relativi profitti e interessi sui capitali investiti, incidente, come pare dimenticare lattuale dibattito in Italia, sulla voce dei redditi del saldo- negativo- della partita corrente della bilancia dei pagamenti). L'assurdit di questi riallineamenti al ribasso dei CLUP, - operati pro-ciclicamente, quale regola-guida dell' "austerit espansiva" durante una crisi da debito, privato (cio originato dagli squilibri commerciali e dallimport) e non pubblico-, viene proposta come una di quelle riforme di "lungo-periodo" che dovrebbero in qualche modo riallineare i paesi in difficolt (le cosiddette cicale) verso i virtuosi. Si omette perci di considerare il fatto che le cosiddette formiche (cio i virtuosi che stanno sotto il target fissato del 2% di inflazione), hanno preventivamente, e senza alcuna giustificazione se non quella della competizione commerciale, aggiustato il tasso di cambio reale via deflazione salariale (-6% in termini reali, per i salari dei lavoratori tedeschi nell'ultimo

decennio), con la segnalata distorsione del mercato UEM, attraverso "svalutazione competitiva" volta allexport e alla minor convenienza dellimportazione dai partners. Contemporaneamente, il sistema manifatturiero-produttivo tedesco ha fruito di una fiscalizzazione dei propri costi: infatti, lo Stato federale, a seguito delle riforme Hartz ha amplificato il proprio deficit oltre il limite sancito da Maastricht, nei primi anni di circolazione delleuro, a causa della spesa pubblica originata dal welfare connesso a disoccupazione e sotto-occupazione (i c.d minijob). Si tratta di unantica propensione di politica economica intesa allaggressivit verso i mercati degli altri paesi. Gi l'economista italiano Serra nel 1613, prima di Kaldor (il grande economista vicino a Keynes) ad esempio, riconosceva che l'industria manifatturiera uno dei motori della crescita, posto che non dipende dalle condizioni climatiche, produce beni durevoli, ed soggetta a rendimenti di scala crescenti in quanto pu essere moltiplicata con minore proporzione di spesa. I tedeschi (e gli altri paesi core, ex area-marco) in uno scenario che, almeno fino alla crisi finanziaria mondiale dei sub-prime, registrava una domanda dei loro beni, hanno incentivato questultima mediante credito (privato) largamente concesso dal loro sistema bancario, inoculando la droga dei capitali prestati ai paesi periferici (per permettere a questi ultimi l'acquisto di auto e beni durevoli ecc.), con leffetto anche di aumentare il livello, e il differenziale, di inflazione in tali ultimi paesi, a causa del forzoso aumento della domanda e dei consumi, amplificando i differenziali di tasso di cambio reale .[14] Sopraggiunta la crisi dei sub-prime, di cui la Germania con la Deutsche Bank stata protagonista in negativo, il cosiddetto sudden stop creditizio ha provocato la caduta della domanda dei paesi periferici, scoperchiando il vaso di pandora dei loro crescenti debiti privati ed esteri. Il mantenimento persistente di tassi di inflazione al di sotto della media europea ha causato la paralisi/morte dei pi deboli sistemi produttivi: quindi un maggior CLUP, corrispondente a minor competitivit, per i partner europei quali Grecia, Portogallo e Spagna, a vantaggio dei tassi di interesse reali sempre pi alti, goduti dai paesi creditori. Ora si chiede che tutti, in Europa, si riallineino abbassando i CLUP. Certo, teoricamente possibile. Ma si deve sapere che ci realizzabile solo creando ampia disoccupazione e connessa recessione. La curva di Phillips ci spiega che la crescita del salario inversamente proporzionale rispetto al tasso di disoccupazione: la direzione di tale politica e dei suoi effetti trova conferma nei tassi di disoccupazione di Spagna, Grecia, Irlanda, Italia (e, perch no, della Germania durante i primi anni di applicazione delle riforme Hartz, quando si avviata preventivamente la accelerazione deflattiva). Limpostazione rende logico porsi questo interrogativo: se tutti sono parimenti competitivi a

chi si vendono questi beni "equivalenti" nei prezzi (in mera teoria)? La verit, sempre ipocritamente taciuta, che in un'OCAimperfetta per ammissione dei suoi stessi creatori, quale indubbiamente larea euro, chi "colpisce" per primo, comprimendo i salari e il CLUP (quindi i tassi di cambio reale legati all'inflazione differenziale) consolida il vantaggio. Il riallineamento competitivo via taglio dei salari "successivo", infatti, unito alle misure di austerit imposte per l'ugualmente pro-ciclico consolidamento fiscale (che tende rigidamente a garantire i creditori interni alla stessa area), provoca una tale caduta della domanda nel paese "a maggior inflazione" (salariale e anche indotta dalla domanda drogata dai crediti esteri) da: -deindustrializzarlo e vanificare con un "effetto strozzatura" la ipotetica riespansione della produzione (impianti in gran parte smantellati); - colonizzarne a "fabbrica cacciavite" l'economia (lavorazioni a minor valore aggiunto, non esigenti investimenti, resi progressivamente impossibili dalla caduta verticale della domanda e dal credit crunch). Questa seconda ipotesi quella che pi incombe sull'Italia, anche a causa della originaria via italiana al "tentativo" di deflazione salariale, cio il precariato "sotto-demansionante", che dissuade, in pratica, data la maggior convenienza industriale del lavoro sotto-qualificato e temporaneo, da investimenti in IR&S. La regressione industriale non potr nemmeno essere scongiurata da, peraltro denegati, interventi "illimitati" della BCE-ESM riduttivi degli spread che, come gi evidenziato, agiscono sugli effetti e non sulle cause degli squilibri provocati dalle "monete uniche". Stiamo correndo, comunque, vada, verso la dissoluzione della democrazia fondata sulla tutela del lavoro (art.3, paragrafo 3, tr. istitutivo UE e 145-148 tr. sul "funzionamento" dell'UE) e pi ancor che l'Europa, stiamo distruggendo la sua cultura civile, volando, oltretutto, come si vedr, le stesse regole "fondamentali" che Stati membri e istituzioni UE si erano imposte. Bisogna dunque essere coscienti che, in esito al processo di riallineamento attualmente perseguito, si creerebbe, allinterno dellEuropa, una "specializzazione" produttiva e finanziaria tra: 1. paesi centrali UEM, destinati a mantenere un pi forte avanzo commerciale, perch lo nutrirebbero di merci ad alto valore assoluto e aggiunto; 2. paesi "cacciavite", soggetti a concorrenza e congiuntura pi forti, in ragione della maggiore esposizione concorrenziale extra-UEM, cio da parte dei paesi emergenti. Tanto pi che il "cosa" produrre e "dove", in questo assetto, lo deciderebbe la Germania, o altro paese core, che acquisirebbero il controllo dei sistemi bancari e produttivi degli altri (di fatto la cosa gi in atto e il vero rischio, per la Germania, la pendenza delle sofferenze sub-prime

annidatenegli USA, nelle famose controllate discarica del loro "estroso" sistema bancario). Per l'Italia questa non solo sarebbe una colonizzazione neppure strisciante, ma anche la "garanzia" di decine di anni di crescita stagnante, dove il valore ridotto pro-unitario dell'export e la debolezza della domanda interna, si accoppierebbero alla pi accentuata ciclicit dei mercati delle tipologie di beni prodotti in concorrenza ai paesi emergenti. Ovviamente, la disoccupazione dovrebbe sempre rimanere "incombente", da cui l'attenzione spasmodica sulle riforme "strutturali" che si riducono essenzialmente a politiche di deflazione salariale, o di contrazione della spesa pubblica, cosa che, in termini di praticabilit degli investimenti, e della conseguente crescita della indispensabile occupazione qualificata, ha un effetto equivalente. In questa situazione, la politica tedesca soffre della intrinseca contraddizione logica di imporre prima uno standard di competizione elusivo dello spirito cooperativo che dovrebbe permeare le regole dellUnione, e poi di imputare agli altri, che hanno subito gli effetti distorsivi di tale politica, responsabilit e misure di adeguamento che finiscono per aggravare sia la posizione dei debitori, sia la propria stessa sicurezza nella posizione di creditore. Rifiutando di prestare, ora come prima, la cooperazione indispensabile per poter coesistere allinterno di unarea valutaria comune.[15] Diciamo che una questione di "potere", (cio di un tipico corollario dellimperialismo mercantilistico), esercitabile su "altri", invece che di giustificabili timori di maggiori aggravamenti dei propri conti pubblici. Cerchiamo di spiegarci meglio: se saltano i sub-prime in USA e le banche tedesche sono "esposte" in sofferenze (e lo sono ancora, come s detto, specie le controllate USA), alla Germania non salta in mente di dire alle proprie banche: avete sbagliato a concedere il credito ora sbrigatevela da soli. Lo Stato federale intervenuto a trasferire soldi pubblici (sottratti ad altri scopi del pubblico bilancio) alle banche, del cui "sistema" , oltretutto, azionista circa al 40%. Ma se la stessa situazione di insolvenza si verifica per i greci o per gli irlandesi, sono i rispettivi Stati che, - in situazione di crisi di liquidit determinata dall'innalzamento del debito privato oltre ogni sostenibilit (per consumi a "debito"...di beni importati e per afflusso di capitali dai paesi core, prestati in ragione di interessi nominali, e reali, pi alti e crescenti, espressi nella stessa valuta, ed impiegati in un'eccessiva intrapresa immobiliare)- danno i soldi alle proprie banche. E come fanno? Emettendo debito pubblico, cio gravando i cittadini, gi debitori a titolo privato degli stessi creditori. Questo debito pubblico, a sua volta, provocando la crescita della domanda di credito in una

moneta priva del sostegno di un prestatore di ultima istanza, sar pi difficile da collocare e ne crescer l'onere per interessi (che gravano sul bilancio pubblico fino a diventare insostenibili). Chi sottoscrive questi titoli pubblici (le stesse banche creditrici dei privati, tra l'altro), dunque e va ribadito, lo fa per gli interessi pi alti, guadagnandoci; e, beninteso, come gi pi alti erano gli interessi reali riscossi per i crediti facili erogati, allo stesso sistema privato dei paesi periferici, proprio per cui sostenerne la domanda di beni importati. In tale situazione, gli interventi di iniezione di liquidit a caricodei vari fondi UE, per salvare il bilancio pubblico del paese debitore dal "fallimento-insolvenza", sono attualmente, per patto tra Stati membri, ripartiti per quote proporzionali tra tutti gli Stati stessi: la Germania eroga, (per ordine di grandezza del PIL) la quota maggiore, anche se per "riceve" in successiva restituzione (del debito privato sottostante) anche una quota ben maggiore del volume complessivo dello stesso intervento, ma non a livello pubblico, appunto a livello privato bancario. Cio i soldi tedeschi in uscita per il salvataggio (pi o meno gravanti su ogni cittadino, procapite, quanto gravano sul cittadino italiano o francese) sono corrisposti emettendo debito pubblico o garanzia equivalente: il che significa che, per rimpolpare, in definitiva, le proprie banche, la Germania emette un debito "avvertito" dai contribuenti in quanto pubblico, e perci l'esigenza politica di incolpare il debitore privato greco o PIGS di questo "aggravio" fiscale, non addossando in modo trasparente la responsabilit al proprio sistema bancario, irresponsabile prestatore. Ma l'aggravio sempre molto minore di quello che la Germania dovrebbe sopportare, per gli stessi comportamenti "imprudenti" bancari, al di fuori dell'UEM. In tal caso si prende in carico, sul bilancio pubblico, di tutto il credito bancario inesigibile, com' accaduto appunto nel caso dei subprime USA. L'alternativa sarebbe lasciare fallire le banche e nazionalizzarle per garantire i depositi (entro limiti ragionevoli), nonch separando gli istituti di credito commerciale da quelli speculativi finanziari, che agiscono sui mercati con la logica del proprio profitto e non dellinteresse dei risparmiatori che gli affidano i capitali impiegati. Ma le banche comandano (tramite Bundesbank) e non lo consentono...per ora (finch i cittadini UE tutti non si desteranno dal torpore europeistico in cui sembrano piombati). Alternativamente, appunto, si pu creare senza limiti, tramite la BCE, "nuova" liquidit per acquistare i titoli pubblici in euro, nella misura e per tutto il tempo necessari. Ma qui subentra la paura dell'inflazione, irrazionalmente alimentata nei termini visti in precedenza. Quindi, in definitiva, il rifiuto tedesco (a ogni tipo di intervento) del tutto irragionevole e determinato esclusivamente da una visione politica di breve termine, che dimentica la "ragione"del credito concesso, privato a privati, e che sta alla base di tutto: il sostegno delle proprie esportazioni

agevolate dalla moneta comune (cio dalla immutabilit del cambio nominale, potendosi invece agire svalutando il tasso di cambio reale, tramite la compressione retributiva). Ma questa una crisi "tipica" e gi ampiamente vista e prevedibile dagli economisti tanto pi qualificati, quanto tuttora inascoltati. [16] 3- EURO E VIOLAZIONE DELLE NORME DEI TRATTATI, ISTITITUVO E SUL FUNZIONAMENTO DELLUE, DA PARTE DI GERMANIA E ISTITUZIONI UE Detto questo, sforare, come ha fatto la Germania al tempo delle riforme Hartz, il limite debito/PIL (che quasi inizialmente rispettava) perfiscalizzare, (fuori da una situazione congiunturale in atto, attenzione!) i costi di disoccupazione-sottoccupazione, indotte per deflazionare le retribuzioni, vola: A) l'art.107, paragrafo 1, ultima parte, dell'attuale trattato sul funzionamento dell'unione (TFUE), in materia di aiuti di Stato, laddove si ottenga (appunto "in qualsiasi forma") una riduzione dei costi delle proprie imprese, incidente sugli scambi tra paesi membri, come nel caso, mediante la svalutazione del tasso di cambio reale, che provochi, a sua volta, un vantaggio concorrenziale asimmetrico intenzionale, sia per le proprie esportazioni, sia, e ancor pi, a favore di una restrizione delle importazioni (questo l'effetto forse pi rilevante del gioco sui tassi di cambio reale); B) lart.107, paragrafo 3, TFUE, cio il complesso delle clausole in tema di legittimazione, in sede UE, a ricorrere agli aiuti di Stato in funzione anticongiunturale e di tutela di interessi sensibili. Ed infatti, la situazione attuale, tra l'altro, autorizzerebbe, (se non ora quando?) tutti i paesi in strutturale deficit della bilancia dei pagamenti, con alti livelli di indebitamento privato/estero -e non pubblico!- oltre la media per un periodo prolungato e significativo, (rilevabile sul sistema T2)- a lanciare programmi di aiuto ai sensi dello stesso art.107, par.3, lett.a), b), d) del Trattato sul funzionamento dellUnione...ma tali paesi non possono farlo in quanto il fiscal compact, come corpo di disposizioni speciali "euro-zona", impedisce deliberatamente ladozione di misure essenziali in origine legittime secondo il trattato, vincolando le politiche fiscali alla autodistruzione dei rispettivi sistemi industriali e alla cristallizzazione degli squilibri di area (altrimenti doverosamente compensabili); - C) l'art.34 dello stesso Trattato sul funzionamento dellUnione: "sono vietate tra gli Stati membri le restrizioni quantitative all'importazione nonch qualsiasi misura di effetto equivalente (tale essendo la deflazione salariale al fine di deprezzare il tasso di cambio reale, giustificata solo da fini di competizione mercantilistica). Ma la stessa Commissione e il consiglio UE, non vanno esenti da una imprecisa e

omissiva applicazione dei trattati, come essenzialmente evidenzia De Grauwe. Ci pu desumersi dalloggettivo contenuto di una serie di disposizioni dei trattati medesimi, interpretate correttamente e, soprattutto, nella piena espansione delle clausole in esse contenute: ad es., lart.5 del TFUE 1. Gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche nell'ambito dell'Unione. A tal fine il Consiglio adotta delle misure, in particolare gli indirizzi di massima per dette politiche. Agli Stati membri la cui moneta l'euro si applicano disposizioni specifiche (ancor pi stringenti e ancor pi ignorate n.d.r.)... 2. LUnione prende misure per assicurare il coordinamento delle politiche occupazionali degli Stati membri, in particolare definendo gli orientamenti per dette politiche. 3. L'Unione pu prendere iniziative per assicurare il coordinamento delle politiche sociali degli Stati membri. Dove siano finite queste misure e iniziative per coordinare politiche economiche, occupazionali e sociali, a fronte del conclamato atteggiamento, tenuto dalla Germania, di unilaterale e non cooperativa alterazione degli equilibri, gi di per s estremamente difficili da raggiungere, un interrogativo che non ci si pu esimere dal porsi[17]. Cercare altre norme nei trattati, oltre a quelle menzionate, si pu (v. infra), ma solo per accorgersi che non vengono fatte rispettare nella lettera e nello spirito e tutto rientra nello stesso "disegno" tanto evidente, quanto, nella sostanza, prevalentemente taciuto dai media europei, forse troppo influenzati dalla loro propriet finanziaria. E pur vero che, proprio in questi ultimi giorni, la Commissione pare avere avuto un parziale ravvedimento, forse stimolata dagli unanimi pareri di tutti gli economisti pi prestigiosi nel commentare la criticit della situazione di asimmetria, apertamente perseguita, in cui si continua a indugiare [18], iniziando a porsi il problema dellatteggiamento tedesco. Lszl Andor, commissario europeo per gli affari sociali, intervistato da FAZ.net, ha preso posizione con il rappresentare ai tedeschi questa dura verit: le vostre politiche di dumping salariale hanno contribuito alla crisi Euro, non tutta colpa dei latini[19]. Si riportano alcuni passaggi salienti: Gli squilibri nell'Eurozona non sono solo il risultato di politiche sbagliate nei paesi in crisi. La Germania ha avuto un ruolo importante, con la sua politica mercantilista ha rafforzato gli squilibri in Europa e causato la crisi. In futuro dovremo seguire da vicino lo sviluppo dei salari a livello europeo e fare in modo che all'interno dell'area monetaria non divergano in maniera cos

forte, come accaduto negli anni precedenti. La commissione intende verificare la politica economica degli stati e per fare questo ha in mano i mezzi necessari per procedere contro gli Stati che non fanno nulla contro gli squilibri nella zona Euro. La Germania tuttavia deve porre a se stessa la domanda, se nell'Unione Europea intende procedere secondo il motto : "in Europa non sono tutti uguali". Circa tale nuova attenzione, da parte della Commissione, ai problemi degli squilibri commerciali e dei tassi di cambio reale, viene da chiedersi: perch lo fanno solo ora, mentre si accingono (dal 2013 in poi) "anche" ad applicare le nuove sanzioni previste dal fiscal compact (che non potr che accelerare i problemi stessi, facendo languire le economie indebitate via deficit delle partite correnti e ritorcendo contro la stessa Germania i problemi di drastica riduzione della domanda di cui continua a non curarsi)? In effetti, volendo anche solo focalizzare sulle politiche europee delloccupazione, gli artt. 145-148 del Tr. sul funzionamento UE risultavano gi violati, fin dai primi anni 2000, dal complesso delle politiche tedesche e, segnatamente, delle riforme Hartz. Le clausole oggettivamente ignorate, all'interno di tali previsioni, sono molteplici. C' solo da scegliere. La commissione stessa dunque, fino ad oggi, venuta meno ai criteri di monitoraggio, coordinamento e promozione dell'art.147, per cui doveva "tenere conto" dell'"obiettivo di un livello di occupazione elevato", cio nel quadro dell'art.3, paragrafo 3, del Trattato sull'UE, che pone l'obiettivo della "piena occupazione" ed dunque strutturalmente incompatibile con politiche del lavoro nazionali il cui effetto si risolva nella "deflazione salariale" non necessitata (come si torna a sottolineare) in base a congiunture internazionali, circostanza pacificamente ammessa dai tedeschi. Ci, per di pi, in un quadro non coordinato a livello UE di politiche del lavoro -art.146, comma 2, TFUE- e che si risolto, come si visto sopra, in misure di effetto equivalente alla restrizione delle importazioni rispetto agli altri Stati membri (art.34 st.Tr.). Inutile dire che risulta dimenticata, rispetto alla linea tenuta dalla Germania allinterno dellarea UEM, anche lattivazione, da parte della Commissione, dei meccanismi di accertamento e avvertimento previsti dallart.120 par.4, TFUE. 4- QUESTIONE DI DIRITTO RELATIVA ALLEURO-EXIT. Partiamo dal quadro dimostrativo qui costruito sulla base non solo delle analisi compiute dai maggiori economisti, ma anche delle ammissioni provenienti dalla stessa Germania. Questultima, unilateralmente, e nel solco della sua tradizione deflattiva orientata allesportazione, riassumibile nella formula imperialismo mercantilista, ha violato, quantomeno nello spirito connesso al necessario intento cooperativo allinterno di ununione monetaria, le norme sopra evidenziate.

E tale violazione assume, nella sua logica competitiva e non cooperativa, un particolare connotato lesivo proprio nei confronti dellItalia, maggiormente colpita dalla logica mercantilista innescata dalla Germania. Di ci tale paese stato cosciente fin dallo stesso concepimento della moneta unica.[20] Si potrebbe dire che la Germania fuoriuscita, con il suo comportamento, dalla giustificazione causale dellintero impianto pattizio UEM, respingendo unilateralmente la funzione socio-economica del trattato (ci sul piano contrattuale corrisponde alla violazione del dovere di adempimento secondo buona fede in senso oggettivo, esprimendosi tale correttezza nellonere di sostenere ogni ragionevole sacrificio per rispettare il normale significato che le controparti potevano attribuire ai vincoli comunemente assunti).. A ci, va aggiunto, a titolo esemplificativo ulteriore, che, in un esame sistematico delle pletoriche disposizioni dei trattati, risultano fondamentalmente disattesi anche: - l'art.120 del TFUE, che obbliga gli Stati a coordinare le politiche economiche per realizzare gli obiettivi dell'art.3 del trattato sullUnione europea (pi volte citato), tra cui appunto la piena occupazione; - l'art.127 stesso tr., che vincola la politica monetaria, oltre che alla stabilit dei prezzi, anche al sostegno di politiche economiche generali nellUnione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dellUnione definiti nell'art.3 del trattato sullUnione europea. Questultimo aspetto singolare, perch, pur gettando una luce alquanto diversa sui presunti limiti di intervento della BCE, e pi ampiamente del SEBC, cio del sistema europeo delle banche centrali, il mandato di tali (uniche) istituzioni UEM pare essere stato, finora, inteso in contraddizione con la esplicita lettera dellart.127, rimanendo ignorato il richiamo agli obiettivi dellart.3, in specie alla predetta piena occupazione (come se tali parole, nell'art.127 stesso, non fossero affatto scritte). A questo punto luscita dalleuro e dal suo inestricabile sovrapporsi di politiche monetarie e fiscali inevitabilmente squilibrate, che acuiscono la situazione di sua originaria disfunzionalit tecnico-economica, con devastanti conseguenze per i paesi finiti nella inevitabile situazione di importatori-debitori esteri-fiscalmente deficitari, diventa una questione che ha varie qualificazioni giuridiche possibili. Non ultima quella per cui, lalterazione del modo di intendere la lettera e la portata delle norme del Trattato nella loro piena forza espansiva, resecandone il disposto in modo da avvantaggiare unilateralmente una parte del trattato, risulta addirittura ultra vires rispetto alle competenze dellorganizzazione sovranazionale, rendendo fortemente dubbia tutta la legittimit

comunitaria (o europea) di successive pattuizioni, quali six packs e fiscal compact, che non risultano pi avere un adeguato e sufficiente antecedente convenzionale (di fonte superiore legittimante) nelle previsioni del trattato pienamente intese. Circa i mezzi legali di uscita si richiama talvolta l'art.50 TFUE: questo prevede una procedura di uscita dall'Unione che non pare per attagliarsi al caso della cessazione dello specifico vincolo pattizio riferito alleuro. Infatti, si tratta di una norma "speciale" ma ci, in primo luogo, non in quanto contenuta in un trattato (cio nel diritto internazionale speciale), ma per la sua particolare onerosit procedimentale e politica. Di per s, in quanto tale, deve interpretarsi con riferimento al suo specifico oggetto: regolare con una procedura politicamente rafforzata, e in modo da indurre consistenti tempi di ponderazione al paese interessato, l'uscita dall'Unione in forma di "recesso". Si tratta, cio, della decisione volontaria di uno Stato, politicamente discrezionale (libera nei motivi e nei fini), entro i limiti del rispetto della procedura. Peraltro nella procedura stessa sono previsti ampi limiti di deterrenza e una parziale sindacabilit della scelta. La finalit riflessiva e la distillazione di tempi e adempimenti, nellambito di tale complessa procedura, peraltro, come si anticipato, costituisce dunque la vera "specialit" della disciplina, essendo invece l'ipotesi di recesso volontario tout court, corrispondente alla prassi prevalente (salvi opportuni tempi di preavviso), specie se si tratti di patti internazionali ad ampio impatto, in ragione della vastit e incidenza delloggetto e dellintenso vincolo politico che implicano, prolungato in un arco di tempo praticamente illimitato. Inoltre, quella prevista dallart.50 , sotto un altro profilo, un'ipotesi non connotata dal ricorrere di un "legittimo" e giustificato" motivo di auto-tutela della sovranit e dellordine pubblico interno propri di un certo Stato-membro. Il suo specifico oggetto-procedura pone, come s visto, il problema della sua applicabilit o meno, anche in via analogica, al caso del recesso meramente volontario (non causale) dalla sola Unione monetaria: tale limite interpretativo, sul piano della teoria generale, escluderebbe la possibilit dellapplicazione analogica al caso dell'uscita delimitata alla moneta unica. Quest'ultimo caso va allora ricondotto alle norme generali del diritto internazionale anche sotto ulteriori profili. Tra queste ultime norme rilevano (ormai come prassi internazionale consolidata) quelle della Convenzione di Vienna in materia di diritto dei trattati, conclusa nellambito della cornice ONU: si tratta di una sorta di codice (in parte ricognitivo della prevalente consuetudine e in parte fondativo di un nuovo diritto consuetudinario), relativo alla disciplina di tutte le fonti pattizie e che si applica,

perci, a tutti i trattati compreso quello UEM- sebbene la cosa sia complicata dal fatto che Maastricht contiene anche norme non riguardanti la UEM e che, comunque, questultimo trattato risulta poi inglobato nel trattato sul funzionamento dellUnione (a sua volta frutto del consolidamento conseguente alla conclusione-ratifica del trattato di Lisbona). In linea di principio, denuncia o recesso meri, cio non connotati dalla legittimazione alla rottura fornita dai comportamenti alteranti altrui, o da cause sopravvenute di disfunzionalit ed eccessiva onerosit -, sono possibili allorch previsti, anche implicitamente, dallo stesso trattato considerato. E sulla individuazione di una volont implicita di risolubilit del vincolo della moneta unica non influisce, ovviamente e per definizione, la mancanza di previsione espressa, rendendo ci solo pi difficile il percorso emerneutico, difficolt ricercata dalla commissione Attali, che tuttavia non preclude, appunto, di superarla. [21] L'art.50 TFUE sopra citato, conferma semmai che, al di l della specialit derivante dalla sua peculiare procedura, i trattati UE contemplano implicitamente (come prevede in materia la Convenzione di Vienna), in forza di oggettivi fatti concludenti, e in considerazione della loro natura di convenzioni senza termine finale, la normale ipotesi di una volont negoziale nel senso della estinguibilit per recesso-denunzia anche del trattato UEM, cio dellinsieme delle relative disposizioni in quanto scorporabili dal corpo pi ampio dei trattati UE. Daltra parte, tali considerazioni nulla escludono, circa le "altre" connesse cause generali di estinzione ex parte coinvolta, previste dalla Convenzione di Vienna medesima. Tra queste ultime, "l'inadempimento della controparte" (art.60: principio inadimplenti non est adimplendun) e la sopravvenuta impossibilit dell'esecuzione (art.61 c.d. clausola rebus sic stantibus, art.61). A fronte del quadro di alterazioni "rimarchevoli" dello spirito e della lettera di molte fondamentali clausole del trattato, quale sopra ampiamente evidenziato, queste ultime due cause di estinzione volontaria appaiono ampiamente utilizzabili da parte dello Stato italiano, una volta che linteresse che giustifica loriginaria adesione al trattato stesso, fosse nuovamente e correttamente riferito al livello di tutela proprio della comunit statale che ha originariamente espresso la sua adesione. In altri termini, la funzione e gli obiettivi fondamentali dellUnione, anche nella loro proiezione monetaria (concretizzatasi nella scelta delladozione delleuro), non possono che individuare, come parametro di correttezza dei comportamenti riconducibili ai vincoli pattizi, linteresse negoziale, reciproco e condiviso, dedotto dal soggetto (statale) aderente. Tale interesse ha una sostanza giustificativa inevitabilmente comune a tutti gli Stati-membri, dunque valevole come condizione essenziale (paritaria) per ladesione, e deve necessariamente consistere nella promozione del benessere dei cittadini che in quel soggetto aderente si riconoscono.

Da tale rilievo, tra laltro, si pu trarre la ragionevole e obiettiva deduzione interpretativa che la stessa manifesta violazione delle condizioni di parit di interesse sostanziale tra Stati (e rispettivi cittadini soggetti alle conseguenze politiche economiche del trattato) integri di per s la eccessiva onerosit che giustifica linvocazione della clausola rebus sic stantibus. Su questo solco interpretativo, va allora rammentato che lart.11 Cost., seconda parte. afferma che lItalia consente in condizioni di parit con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranit necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Pertanto, alla luce della giustificazione costituzionale e della causa naturale della stessa partecipazione europea, ove: - nellapplicazione di un trattato tali condizioni di parit non siano state effettivamente reciprocamente garantite, in conseguenza di uninterpretazione inattesa, secondo il metro della buona fede in senso oggettivo, ovvero addirittura dolosa, delle clausole del trattato da parte di altri Stati membri; - le posizioni univocamente assunte da altri partners - che abbiano volato o eluso principi o obiettivi fondamentali della convenzione-, mostrino che le medesime condizioni(parit e perseguimento omogeneo del benessere dei cittadini) siano divenute non pi avverabili a costi obiettivamente ragionevoli, nonch coerenti con un quadro correttamente cooperativo (che la causa generale tipica di tale tipo di trattati); - ne discende che la denunzia del trattato secondo, quantomeno, il principio rebus sic stantibus (mutamento essenziale dei presupposti giustificativi del patto internazionale), appare un dovere attuativo della previsione costituzionale. Alla luce delle (impressionanti) evidenze espresse dalle analisi concordi della comunit scientifico-economica, lalterazione delle condizioni di parit, nonch lirreversibile mutamento dei presupposti essenziali che hanno giustificato lassunzione del vincolo, (secondo le dichiarazioni pubblicamente espresse dalle parti in sede di trattativa), si stanno palesando in un modo conclamato dai fatti. Tali fatti, segnalano, quantomeno, la sopravvenuta eccessiva onerosit del vincolo UEM, laddove assunti secondo attendibili e ampiamente condivise analisi degli effetti economici provocati, sicch essi risultano contrastanti con gli obiettivi costituzionalmente legittimi di una possibile prosecuzione della vigenza del trattato in questione. Come riflessione finale, vale la pena di osservare che la rilevanza del geschaftsgrundlage cio della c.d. teoria della presupposizione, cui si riconduce il brocardo rebus sic stantibus racchiuso nellart.61 della Convenzione di Vienna- ben considerata nellambito dei principi e dei valori promossi

dalle istituzioni europee: Das ist nicht eine diplomatische Floskel, mit der wir angenehme

Geschfte wie eine Hflichkeitsformel einleiten, sondern das ist die Geschftsgrundlage (trad: tale affermazione non una vuota formula diplomatica n una frase di cortesia cui ricorriamo per fare affari piacevoli; al contrario, essa esprime le condizioni stesse alle quali vengono conclusi i nostri affari). Questa definizione, non a caso, ricavabile dal seguente link: http://www.europarl.europa.eu/, aprendo il quale si trova la formula Welcome to the European Parliament. Sarebbe singolare che la locuzione lo vuole lEuropa fosse perci riferita solo alle pi incerte e controverse decisioni monetarie e fiscali, ormai sotto lombra del forte dubbio che abbiano violato le norme fondamentali dettate dallEuropa stessa, e non invece assunta nellaccezione di tutela della democrazia e del benessere dei cittadini che ci suggerisce lart.11 della nostra Costituzione. Lidea e listituzione europea meritano di essere associate, piuttosto, a valori come giustizia, benessere diffuso, razionale e trasparente distribuzione delle risorse e, in definitiva, democrazia per tutti i popoli coinvolti nella sua tormentata costruzione.

[1] Sul punto v. Domenico Mario Nuti, Scenari possibili dopo la crisi globale, pagg.18 ss. http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/1834-domenico-mario-nuti-scenari-possibili-dopo-la-crisiglobale.html
[2] In termini attualizzati alle prospettive di utilizzazione dello strumento della moneta unica, di fronte alle

crisi potenziali conseguenti alla liberalizzazione finanziaria globale: Mundell Robert A. (1997), The great contractions in transition economies, in Mario I. Blejer and Marko Skreb (Eds), Macroeconomic Stabilisation in Transition Economies, CUP 1997, pp.73-99.

Sui nodi monetaristici generali del problema: Buiter Willem (2011b), The Debt of Nations Revisited: The Central Bank as a quasi-fiscal player: theory and applications, Federico Caff Lecture n. 2, Facolt di Economia, Sapienza Universit di Roma, http://willembuiter.com/caffe2.pdf [3] W. Buiter, citato a nota 2. Secondo quanto evidenziato da Nuti, op.cit., Buiter (2011b) stima queste

risorse fuori bilancio, e quindi la NILAC (Non-Inflationary Loss Absorbing Capacity) della BCE, a ben 3300 miliardi di euro, scontandone nel tempo e sommandone le varie componenti (i profitti ottenuti dalle emissioni di base monetaria, gli interessi ottenuti investendo le emissioni passate, limposta inflazionistica anticipata ossia la riduzione del valore reale dello stock di base monetaria causato dall inflazione attesa, nonch limposta inflazionistica non-anticipata). Rinviamo a Buiter per gli aspetti concettuali, teorici ed empirici della sua stima. Egli dimostra che le conseguenze potenzialmente inflazionistiche di tale intervento della EBC potrebbero essere neutralizzate riducendo le dimensioni del bilancio della EBC (vendendo assets e riducendo i prestiti), sterilizzando le passivit monetarie, aumentando le riserve obbligatorie, e aumentando la remunerazione delle riserve in eccesso per indurre le banche a tenerle inattive (queste ultime due misure ridurrebbero il moltiplicatore del credito bancario).
. [4] In tal senso: D.M. Nuti Lo strano siparietto degli eurobond http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Lo-stranosiparietto-degli-eurobond-14254

[5] Il tipo di meccanismi e problematiche inevitabilmente indotte dallinstaurazione di una moneta unica, con la rinuncia agli strumenti di riequilibrio commerciale consentiti dai cambi flessibili, furono evidenziati in dettaglio, con riferimento al nascente Mercato comune europeo, da J.E. Meade in The balance of payments problems in a European Free Trade Area, in Economic Journal, vol 67, n.267, sept.1957 [6] Il termine ha unaccezione tecnico-economica e non implica un giudizio politico-morale, ed correntemente utilizzato dalle prevalenti analisi economiche del fenomeno v. S.Cesaratto Europe, German Mercantilism and the Current Crisis http://ideas.repec.org/p/usi/wpaper/595.html. [7] Sullesatta determinazione di tale politica mercantilisca, deflazionistica e restrittiva della domanda interna, come tradizione storica di tale paese, v.Joseph Halevi, Sul capitalismo tedesco; http://proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=157&artsuite=1 [8] Cos Peter Bofinger, consigliere del governo di Berlino, influente economista, nel suo libro sulleuro, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati su Die Welt: ...Ma dietro c' un modello economico discutibile come il mercantilismo tedesco dell'ultimo decennio. Nel tentativo di diventare sempre piu' competitivi, si perseguita una politica salariale di moderazione, accompagnata da una debole domanda dei consumatori interni. In questo modo si potuto esportare su larga scala, soprattutto verso paesi che si sono potuti permettere il
tutto a debito.

. [9] Si veda questo passaggio conclusivo in un rapporto FMI


(http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2010/wp10226.pdf) "The bad news is that irrevocably fixed nominal exchange rates do come at the cost of larger and more permanent trade imbalances, just as Friedman (1953) claimed more than half a century ago. The good news is that these imbalances are not completely unavoidable. With a fixed exchange rate, trade imbalances are all the smaller and their adjustment to shocks all the faster, the more flexible the national labor and product markets are. Similarly, structural reforms that smooth the business cycle (e.g., by increasing growth contributions from domestic sources in very open trade surplus economies) can help reduce precautionary savings and thereby lower trade surpluses. Finally, measures to improve the fiscal balance are likely to aid efforts to reduce large deficits in international trade." (cit.p.14).

Come per Mundell (linventore delle aree valutarie ottimali), rispetto al trattato UEM, come per il "Washington Consensus" (cio la teorizzazione, allinterno del FMI, delle politiche di riduzione del debito pubblico e del welfare come vie alla crescita e alla stabilit finanziaria), rispetto al fiscal compact - sulla cui portata giuridico-economica, esistono seri dubbi di coerenza e conformit agli obiettivi fondamentali dei Trattati, quali sanciti, in particolare dallart.3 del Trattato sullUnione europea, in particolare dallart.3, comma 3, e dal concetto di piena occupazione ritraibile sistematicamente dalle specificazioni degli artt.145-148 TFUE (v. infra), l'apparente coincidenza di vedute di principio, finisce laddove FMI, nel 2010, evidenzia, senza ipocrisie, come sia una crisi di debito privato basata su squilibri delle bilance dei pagamenti e lo diagnosticano, al FMI, citando Friedman! La differenza, dunque, che esiste una ben maggiore soundness of thought e, paradossalmente, una maggior indipendenza dalla financegovernance nel FMI che non nelle istituzioni europee. Insomma, non si cita solo il labour market ma anche quello "products" (che esige investimenti e riduzione di precautionary savings, secondo accenti keynesiani e senza indulgere troppo nella vecchia legge di Say, cio nellillusione, recentemente riaccesasi, che lofferta crei da s la domanda)... E infatti, FMI ora prende le distanze dalle politiche tedesche-UEM, perch persino il deflazionare le retribuzioni , per Mundell come per il FMI (e Friedman), un mezzo e non un fine (e d'altra parte in contrasto patente con le citate norme dei Trattati).
Anche perch le "supply-side" politics (politiche sul lato dei costi di produzione e non sullincentivazione di domanda pubblica e privata), oggi tanto invocate, sono diverse sia dal financial-welfare (cio dalla protezione prioritaria dei sistemi bancari, a preferenza dellattenzione verso leconomia reale, cui ci sta riducendo BundesbankBCE) che dalle riforme strutturali pro-cicliche invocate dal duo Draghi-Monti (dato che n Friedman n il FMI hanno mai sostenuto che occorra praticare tali politiche in modo pro-ciclico, cio in fasi dove la domanda gi autonomamente debole, e a costo di indurre una recessione fiscal-dragged).

[10] http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@dgreports/@dcomm/@publ/documents/publication/wcms_171571.pdf [11] DE GRAUWE EURO Symmetries.pdf (Oggetto application/pdf) [12] Tale conclusione pacifica nella letteratura economica, certamente in quella extraeuropea e segnatamente anglosassone, cfr; http://www.voxeu.org/article/should-we-believe-german-labour-market-miracle [13] Sul punto, si veda lo studio dellILO citato in nota 7, nonch i dati storici sullandamento del CLUP italiano anteriore e posteriore allintroduzione dei vincoli valutari, prima dello SME a fascia ristretta e poi dello stesso euro.

[14] La ricorrenza tipica e quasi scontata di questo schema di crisi, legato in definitiva, alla liberalizzazione
mondiale della circolazione dei capitali, stata indagata (oltre che nello studio di Cesaratto citato alla nota 5) da Roberto Frenkel e Martin Rapetti nellormai noto lavoro A developing country view of the current global crisis: what should not be forgotten and what should be done http://cje.oxfordjournals.org/content/33/4/685.full

[15] Cos Martin Wolff sul Financial Times Ora la cura necessaria per i mali delleurozona imporr un aumento dellinflazione in Germania, che i tedeschi detestano; prolungate recessioni deflazionistiche in importanti mercati delleurozona; e continui trasferimenti di risorse ufficiali ai suoi partners. Tutto questo fa s che n le conquiste economiche, n quelle politiche derivanti dallappartenenza alleuro coincidono con ci che i politici tedeschi avrebbero voluto. Peggio ancora, ora ci attendono anni di conflitti sui

salvataggi, sulle ristrutturazioni del debito, sulle impopolari riforme strutturali per gli adeguamenti di competitivit. Forse un doloroso divorzio sarebbe davvero meglio.

tornare a un marco rivalutato ridurrebbe i profitti, aumenterebbe la produttivit e aumenterebbe i redditi


reali dei consumatori. Invece di prestare il risparmio in eccedenza agli stranieri dissoluti, i tedeschi potrebbero godere di migliori standard di vita a casa loro. Inoltre, si realizzerebbe un rapido aggiustamento della competitivit tra i membri della zona euro, aggiustamento che altrimenti avverrebbe troppo lentamente, attraverso uninflazione elevata in Germania e un alto tasso di disoccupazione nei paesi partner.

luscita davvero unopzione. Se viene respinta, come prevedo, alla fine si verificheranno pi o meno gli
stessi aggiustamenti, ma in un modo ancor pi doloroso. Lalternativa lunione di trasferimento che i tedeschi temono. La Germania ha pagato un prezzo molto alto per la sua strategia mercantilista. Dentro o fuori delleuro, non pu e non deve durare.

http://keynesblog.com/2012/09/27/luscita-della-germania-dalleuro-e-unopzione-da-considerare-seriamente/

[16] http://www.tnr.com/article/economy/95989/eurozone-crisis-debt-dont-blame-greece
[17] Jacques Attali (consigliere di Mitterand e uno dei padri fondatori delle euro): "Era evidente, e tutti coloro che hanno partecipato a questa storia lo sanno, quando abbiamo fatto l'euro, sapevamo che sarebbe scomparso entro 10 anni senza un federalismo buggettario. Vale a dire con eurobond, ma anche con una tassa europea, e il controllo del deficit. Noi lo sapevamo. Perch la storia lo dimostra. Perch non c' nessuna zona monetaria che sopravviva senza un governo federale ... Tutti sapevamo che questa crisi sarebbe arrivata." http://www.youtube.com/watch?v=OK169nietfk&feature=player_embedded [18] Paul De Grauwe In search of simmetry in the Eurozone http://www.econ.kuleuven.be/ew/academic/intecon/Degrauwe/PDGpapers/Discussion_papers/Symmetries.pdf [19] http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/09/un-po-piu-uguale-degli-altri.html [20] Queste le parole dellex cancelliere tedesco Helmut Kohl , colui che si adoper con tutte le sue forze affinch lItalia entrasse nella prima tranche delleuro. Egli, nel 1996 afferm: unItalia fuori dalleuro farebbe una concorrenza rovinosa allindustria tedesca. LItalia deve quindi essere subito parte delleuro, alle stesse condizioni degli altri partner. E per stesse condizioni, lo sviluppo degli eventi chiarisce ora che si deve intendere stesso trattamento competitivo http://icebergfinanza.finanza.com/2012/02/29/germania-grazie-di-tutto-quello-che-fai-per-noi/ [21] Queste le parole dello stesso Attali: Abbiamo minuziosamente "dimenticato" di includere l'articolo per uscire da Maastricht.. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno, ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne ... sia impossibile. Abbiamo attentamente "dimenticato" di scrivere l'articolo che permetta di uscirne. Non stato molto democratico, naturalmente, ma stata un'ottima garanzia per rendere le cose pi difficili, per costringerci ad andare avanti. http://www.youtube.com/watch?v=jXBLvGuNVuU&feature=player_embedded