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30/04/13

Filosofico.org: Realismo e verit nel pensiero di Hilary Putnam

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Realismo e verit nel pensiero di Hilary Putnam


di Rossella Spinaci Pubblicato in A. Allegra (a cura di), Confronti con la filosofia analitica, Contributi al LIV Convegno per Ricercatori universitari e Dottorandi di ricerca in discipline filosofiche, Padova, 2-4 settembre 2009, Padova, CLEUP, 2010 Al termine dellarticolo Mezzo secolo di filosofia americana, dove Putnam ripercorre il proprio cammino speculativo, egli afferma di non auspicare affatto, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, la fine della filosofia analitica, se con essa si intende una linea di pensiero informata dalla conoscenza della scienza, degli sviluppi della logica moderna e delle grandi opere dei filosofi analitici del passato, da Russell, Frege, Reichenbach e Carnap1. Anzi, in tal senso, egli si ritiene un filosofo analitico, che si rivela per preoccupato di alcune posizioni presenti in questo ambito speculativo: in particolare la tendenza allo scientismo e a guardare con sufficienza alla storia della filosofia e il rifiuto ad ascoltare altre correnti di pensiero (soprattutto di provenienza continentale)2. Egli inoltre afferma in Mente, corpo, mondo, che non si riconosce nellarretramento che contraddistingue alcuni dei filosofi analitici contemporanei, anche rispetto a temi come quello della verit o del realismo3. Daltra parte nellarticolo gi citato, come in Mente, corpo, mondo, Putnam sottolinea che il confronto con il neopositivismo e con il pensiero di filosofi provenienti dallarea analitica contemporanea lo ha stimolato a formulare una propria via di ricerca.

Realismo metafisico
Come noto Putnam ha assunto allinizio della sua speculazione una posizione che egli stesso definir realismo metafisico, anche in opposizione alla concezione elaborata da Carnap e dal neopositivismo. Egli in Matematica, Materia e metodo sostiene che le asserzioni della scienza sono vere o false, ma non nel senso che sono modi altamente derivati di descrivere le regolarit dellesperienza umana4. Infatti la maggior parte dei neopositivisti sosteneva che il linguaggio scientifico avrebbe dovuto utilizzare, oltre al vocabolario logico, solo termini osservativi, cio sense datum terms, che si riferiscono a esperienze soggettive invece che a oggetti fisici. In tal modo sarebbe stato possibile esprimere lintero contenuto della scienza. Sempre riguardo alla questione della verit degli enunciati scientifici Putnam mette in luce un altro punto di dissenso dai neopositivisti. Secondo questi, enunciati appartenenti ad una teoria pi ampia, riguardanti lo stesso fenomeno e affermanti dati diversi, possono, in relazione alle conoscenze possedute in un determinato tempo, non aver alcun valore predittivo osservabile e non essere quindi n veri n falsi. In seguito,
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per, i medesimi enunciati potrebbero divenire controllabili grazie a cambiamenti nella teoria ed assumere quindi valore di verit o falsit5. Proprio questo il punto contestato da Putnam, in quanto il medesimo enunciato non pu allo stesso tempo avere e non avere valore di verit. A tale obiezione si potrebbe ribattere che non si tratta dello stesso enunciato, poich col mutare del contesto teorico muta anche il significato dei termini. Il filosofo americano sottolinea che una tale concezione finisce per negare la possibilit di approfondire la conoscenza circa un medesimo fenomeno od oggetto e rende incommensurabili i significati di concetti legati a teorie diverse; infatti, poich i dati sono impregnati di teoria, essi cambiano significato al cambiare della teoria. Il sostegno che Putnam allinizio della sua speculazione d al realismo legato perci soprattutto ad un atteggiamento polemico verso il Neopositivismo e alla necessit di trovare una concezione semantica alternativa, che trova espressione in Il significato di significato6. Putnam mette in luce per che nel suo cammino di ricerca si venne a trovare di fronte ad una situazione problematica: egli aveva ripudiato lidea positivistica secondo cui una teoria scientifica uno strumento per prevedere esperienze soggettive; tuttavia la concezione che aveva della sensazione, intesa come un interfaccia tra soggetto e mondo, e il modello della mente come computer, ispirati entrambi per molti versi alla concezione cartesiana, non riuscivano a proporre una reale alternativa a questa visione: come la mente cos intesa pu comprendere una teoria scientifica realisticamente, cio comprendere termini in quanto si riferiscono a cose reali?7 Se ci che il cervello elabora non descrive gli oggetti, come allora porsi in connessione con questi? Putnam descrive in Mente, corpo, mondo questa situazione problematica come unantinomia della ragione: non vedevo n come si potesse difendere il realismo n come potesse esservi qualche altro modo di comprendere la relazione tra linguaggio e realt8. Linternismo, posizione sostenuta da Putnam a partire da Ragione, verit e storia, voleva essere un tentativo giudicato poi maldestro dal filosofo stesso di trovare una soluzione a tale antinomia9.

Realismo interno
Uno dei punti cardine della prospettiva internista che a differenza di quella esternista non assume il punto di vista dellocchio di Dio; quindi solo allinterno di una certa teoria o descrizione possibile identificare gli oggetti di cui consiste il mondo e possono esistere pi descrizioni valide di questo10. Putnam inoltre critica la teoria magica del riferimento, propria della concezione esternista, che, in una formulazione classica, implicherebbe lesistenza di raggi noetici che colleghino le parole e i segni del pensiero alle cose cui questi si riferiscono11, e in una versione attuale implicherebbe lesistenza di oggetti autoidentificanti, riconducibili cio a generi ontologicamente ordinati12. Putnam ritiene la propria concezione come risolutiva di tale problema, poich essa, pur affermando che i segni non corrispondono intrinsecamente agli oggetti, propone che questi, in quanto usati in un dato modo, da una data comunit, corrispondono agli oggetti allinterno degli schemi concettuali delle persone che vi appartengono13. Per il filosofo americano in tal senso gli oggetti conosciuti sono in egual misura fatti e scoperti, in quanto prodotti dalla nostra invenzione concettuale e dalla esperienza e proprio questo rende possibile che a certi oggetti appartengano intrinsecamente certe etichette, poich tali etichette sono gli strumenti che noi abbiamo usato per costruire una versione del mondo con tali oggetti in primo luogo. Tuttavia questo genere di oggetto autoidentificante non indipendente dalla mente14, come invece gli esternisti
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sostengono. Putnam precisa che la propria concezione non coincide con una posizione relativistica secondo la quale un sistema concettuale vale laltro; lesperienza, infatti, smentisce teorie inadeguate, ma gli ingredienti provenienti da essa sono modellati in qualche modo dai nostri concetti15. Egli inoltre precisa che ci vale anche per le sensazioni. Quando allora un sistema concettuale pu essere ritenuto valido? Quando vi in esso coerenza e congruenza: coerenza delle credenze teoriche o meno sperimentali tra di loro e con le credenze pi sperimentali, ma anche coerenza tra le credenze sperimentali e quelle teoriche16. Quella appena descritta non apparir in seguito a Putnam una soluzione convincente al problema del riferimento; mi pare sia facile tra laltro individuare in essa una una certa circolarit: se gli ingredienti provenienti dallesperienza sono concettualmente filtrati, come potranno colpire il sistema teorico che li filtra? Sembra di tornare alla situazione problematica messa in evidenza pi sopra in rapporto alla concezione neopositivista. Putnam gi in Ragione, verit e storia cerca comunque di chiarire il rapporto tra la coerenza nel senso prima inteso e la verit; infatti se la coerenza garantisce laccettabilit razionale di una teoria, pu questa coincidere con la verit? Per Putnam no, poich la verit di unasserzione una propriet che non decade con il passare del tempo, mentre la giustificazione pu decadere e porta con s una certa gradualut17. Ad esempio la convinzione che la terra fosse piatta era accettabile razionalmente, ma non vera, neppure 3000 anni fa. La verit quindi non trascende completamente la giustificazione, ma indipendente da ci che giustificato qui ed ora. Putnam conclude perci che la verit unidealizzazione dellaccettabilit razionale. Parliamo come se esistessero condizioni ideali da un punto di vista epistemico e consideriamo vera unasserzione se la si potesse giustificare anche in tali condizioni18. Putnam ritiene, come gi sottolineato, che in conseguenza di quanto detto la concezione internista da lui sostenuta porti con s labbandono definitivo della nozione di verit come corrispondenza, rinominata da lui teoria del riferimento come rassomiglianza19; infatti per indicare una corrispondenza tra le parole, o i segni mentali, e le cose indipendenti dalla mente, dovremmo gi avere la possibilit di riferirci alle cose indipendenti dalla mente20. In Rappresentazione e realt Putnam riprende la prospettiva esternista, precisando che affermare che la verit oggettiva implica che essa logicamente indipendente da ci che la maggioranza dei membri di una data cultura crede che sia vero21. Successivamente in Realismo dal volto umano pur ribadendo che non formulabile una nozione di verit che oltrepassi completamente la possibilit di giustificazione22, egli tende ad abbandonare il riferimento ad una situazione ideale per accertare la validit di un asserto; questo risulta perci vero se lo si pu giustificare in condizioni epistemiche sufficientemente buone. Per determinare poi se ci troviamo in condizioni di tal tipo non possiamo che fare riferimento al contesto linguistico relativo alle conoscenze prese in considerazione23. Le nostre norme e i nostri standard dasseribilit garantita sono prodotti storici; si evolvono col tempo24; essi inoltre riflettono sempre i nostri interessi e valori e sono quindi suscettibili di riforma. Putnam in tale fase del suo pensiero sembra quindi preoccupato di salvare da un lato lautonomia della verit, in quanto asseribilit garantita, da ci che incontra il consenso
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della maggioranza; dallaltro tende a legare in modo ancora accentuato gli standard di validit al contesto storico-linguistico, cos da non riuscire ad offrire adeguata realizzazione alla prima importante aspirazione espressa, cio lesigenza di oggettivit della conoscenza. In seguito il rifiuto della verit come consenso raggiunto in condizioni ideali si manifester in modo sempre pi deciso nel pensiero di Putnam e lo porter a sostenere un fecondo dialogo critico con filosofi come Apel e soprattutto Habermas25.

Labbandono del realismo interno


Le osservazioni contenute in Realismo dal volto umano circa la concezione della percezione in James mostrano come Putnam riveda continuamente le proprie tesi26; esse rappresentano a mio avviso un punto di passaggio alla riflessione seguente del filosofo americano, volta ad un progressivo abbandono del realismo interno, gi espresso in Words and life e definitivamente compiuto in Mente, corpo, mondo. In alcuni dei saggi presenti nella prima delle opere ora citate Putnam mette in luce che, in riferimento al problema del rapporto tra corpo e mente, nella concezione di Aristotele, e di san Tommaso, si possono trovare indicazioni feconde per formulare una teoria pi compiuta ed adeguata di quella legata al funzionalismo da lui stesso sostenuto in precedenza27. In tale contesto Putnam analizza anche la questione della percezione, riferendosi alla nota tesi aristotelica secondo la quale, pur implicando la sensazione un mutamento materiale corporeo, attraverso essa assimiliamo la forma e non la materia della cosa esperita. Comunque tale tesi venga interpretata, va riconosciuto secondo Putnam che, per Aristotele e san Tommaso, da un lato la sensazione non affatto qualcosa di mentale, dallaltro che la forma delle cose esterne connessa sia con la cosa esterna sia con il fantasma prodotto in noi grazie allazione dei cinque sensi28. Pensatori come Cartesio poi sosterranno invece non esista una forma comune in relazione alle qualit secondarie, dando il via, insieme ai filosofi empiristi, in primis Berkeley, ad unimpostazione del problema della sensazione e del rapporto tra soggetto e realt che ne render impossibile una spiegazione adeguata. Mi pare che in tal senso la lettura di Aristotele e san Tommaso consenta a Putnam di individuare con sempre maggiore chiarezza i presupposti nascosti dellimpostazione gnoseologica della percezione, condivisa da empiristi e razionalisti, e di abbandonarli. Putnam realizza in Words and Life una revisione critica del proprio pensiero anche in riferimento al problema del realismo e della verit. Egli infatti non fa pi coincidere questultima, diversamente che in Ragione, verit e storia, con lasseribilit garantita; una delle difficolt sollevate dal filosofo americano a riguardo di tale nozione consiste nel mettere in luce che in nessuna delle concezioni finora formulate nelle varie correnti di pensiero sono state elaborate condizioni adeguate di asseribilit29. Putnam in tale opera, a riguardo del tema della verit sembra comunque pi concentrarsi sulla parte critica che su quella costruttiva. Egli inoltre, pur continuando a negare valore al realismo metafisico, si dice ora sostenitore del realismo del senso comune, che in seguito preferir chiamare naturale. Secondo questo le cose non sono create dal linguaggio e dal pensiero e neppure ne sono parti, e tuttavia possono venir descritte dal linguaggio e dal pensiero30. Chi, come Rorty, sostiene il contrario, spesso condivide gli stessi presupposti del realismo metafisico, ritiene cio che dovrebbe darsi la possibilit di uscire dal linguaggio e dal pensiero per confrontare questi con la realt in s; constatata per limpossibilit di ci, nega qualsiasi validit al realismo tout court e in ultima analisi non riesce a giustificare alcuna forma di rappresentazione. Putnam in
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tal modo sottolinea che la questione del realismo male impostata, e ci rende impossibile evidentemente una sua soluzione, come gi sottolineato31. Infatti dalla constatazione che impossibile uscire dal linguaggio e dal pensiero per descrivere il mondo, non segue che linguaggio e pensiero non descrivano la realt32. Le osservazioni sviluppate mettono a mio avviso in luce la vicinanza di Putnam con la posizione sostenuta da Aristotele e in seguito da san Tommaso a riguardo dellintenzionalit: come gi sottolineato, lanima in grado di ricevere la forma delloggetto, senza trasformarsi ontologicamente in esso33; di ci ben consapevole anche il filosofo americano, che per, pur accettando lintuizione fondamentale che sta allorigine di essa, ne mostra le difficolt in riferimento soprattutto alla nozione di forma, quando con tale termine si intende lessenza degli enti conosciuti34. Secondo Putnam lidea che questi posseggano unessenza che permane identica nel tempo resa problematica dalla constatazione che nellevoluzione della conoscenza umana, i concetti relativi ad un oggetto cambiano. Da un punto di vista evoluzionistico ad esempio le specie naturali sono entit storiche, molto simili alle nazioni35. Per tal motivo secondo Putnam difficile comprendere che cosa significhi assumere la forma di un oggetto e ci non permette di abbracciare totalmente la dottrina classica dellintenzionalit. Non mi addentro qui in discussioni molto complesse, ma mi pare che il cogliere la forma di un ente non significhi esaurirne la conoscenza; infatti, come sottolinea Putnam, tale termine usato anche in riferimento alla conoscenza sensibile, dove forma non sta certo per essenza. Talvolta conoscere la forma dellente significa conoscerne anche lessenza, ma ci non implica che la conoscenza di essa non si realizzi attraverso un processo storico. Sembra quasi che Putnam comprenda il testo aristotelico nel senso che cogliere la forma implichi la conoscenza immediata e totale loggetto. Ma non mi pare vi sia una necessaria implicazione tra ammettere che la nostra conoscenza intenziona direttamente la realt, anche nella conoscenza concettuale cosa su cui Putnam si trover sempre pi in accordo e laffermazione che la nostra conoscenza coglie immediatamente lessenza ultima delle cose. Daltra parte a mio avviso Putnam non distingue chiaramente tra il processo che ci porta a conoscere progressivamente la realt da un lato, e la natura ed evoluzione delle cose dallaltro; il fatto che la nostra conoscenza si evolva progressivamente non implica necessariamente, in una prospettiva realistica, che lessenza degli enti conosca la medesima evoluzione36.

Realismo naturale
I temi ora esaminati trovano ulteriore approfondimento in Mente, corpo, mondo, dove, come gi sottolineato, Putnam sostiene, con termine mutuato da James, il realismo naturale, posizione che vuole rendere giustizia allidea che le nostre pretese conoscitive sono tenute a rispondere alla realt senza cedere a fantasie metafisiche37. Il filosofo americano ribadisce che il mondo quello che indipendentemente dagli interessi dei suoi descrittori, ma precisa che quando parla di realt egli non intende riferirsi ad una sorta di singola supercosa; infatti noi rinegoziamo incessantemente il nostro concetto di realt a mano a mano che il nostro linguaggio e la nostra vita si sviluppano38. Ci in sintonia con lintuizione positiva di James, cio che la descrizione non mai una mera copia e che noi ampliamo costantemente i modi in cui il linguaggio deve rispondere alla realt. Questultima infatti, a differenza di quanto ritiene il realista metafisico, non impone la totalit delle possibili descrizioni una volta per tutte.
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Nelle pagine seguenti di Mente, corpo, mondo Putnam delinea con chiarezza la gi citata antinomia che il realismo sembra implicare, derivata dalla assunzione che debba esistere uninterfaccia tra le nostre capacit cognitive e il mondo esterno o per dirla in modo diverso, lidea che le nostre capacit cognitive non possano raggiungere direttamente gli oggetti stessi39. Tale assunzione, come gi detto, domina nella filosofia moderna fino alla contemporanea assimilazione della mente ad un computer, nel quale si realizzano processi di rappresentazione della realt. Il realismo naturale, invece, sostiene che gli oggetti della percezione sono cose esterne, ma non nel senso che queste causino in noi certe esperienze soggettive. P rinnova cio la propria critica alla teoria causale della percezione e sostiene con James che la percezione veridica un sentire gli aspetti della realt l fuori e non una semplice affezione della soggettivit della persona da parte di quegli aspetti 40. La tesi secondo cui le esperienze sensibili fungono da intermediarie tra noi e il mondo non si fonda su argomenti cogenti e ancor peggio non riesce per Putnam a rendere ragione del modo in cui le persone sono in contatto cognitivo autentico con il mondo41. Secondo il filosofo americano la necessit di riconsiderare la questione della percezione, avvertita come fondamentale da James e successivamente da Austin, non ha pi trovato in seguito una adeguata ricezione nella filosofia analitica e dopo gli anni 50 del secolo scorso - anche in quella continentale. Putnam mette in luce e questo a mio avviso uno degli aspetti pi interessanti della sua analisi - che tale dimenticanza ha finito per impedire di porre correttamente il problema del rapporto tra linguaggio e realt. Se la percezione non ci conduce direttamente alle cose, come potr il linguaggio agganciarsi ad esse? Lattuale questione di come il linguaggio si aggancia al mondo non che la riedizione del vecchio problema di come la percezione si aggancia al mondo42. Ripercorrendo il cammino speculativo, che come gi visto, lo ha condotto al realismo interno, Putnam sottolinea che la nozione di verit come asseribilit garantita non conduceva a risolvere veramente lantinomia del realismo, in quanto rimaneva problematico giustificare un accesso diretto al mondo per accertare la bont delle condizioni epistemiche della nostra conoscenza43. Putnam in Mente, corpo, mondo mette in luce, in accordo con Mc Dowell, che luscita dallantinomia pu riuscire solo in quanto si riconosce che essa non esiste, poich il suo presentarsi determinato dallimpostazione erronea del problema della percezione44. Putnam, a sostegno delle proprie tesi, si richiama allopera di Austin Senso e Sensibilia, a suo avviso ingiustamente dimenticata, e mostra come in essa si trovino importanti argomenti contro la teoria della percezione affermatasi nella modernit. Egli, in particolare, prende in considerazione una delle critiche pi diffuse anche dagli epistemologici contemporanei, cio la non veridicit di alcune esperienze visive o legate ad altri sensi. Gli esempi portati il bastone spezzato, il sogno, ecc. per Putnam mostrano senzaltro che la percezione non infallibile, ma da tale constatazione non si pu inferire che essa non sia diretta, a meno che ci si fondi su presupposizioni date per assunte e non vagliate45. Ad esempio, anche se vedo il bastone erroneamente spezzato, percepisco qualcosa l fuori; solo per il fatto che ci che percepisco mi sembra qualcosa daltro che lo prendo per qualcosa daltro46. Putnam analizza il caso, proposto da Austin, di una persona che sogni di trovarsi in un luogo, in cui non mai stata, che le appare qualitativamente identico a come lo vedr con i suoi occhi quando in seguito avr occasione di recarvisi veramente. Un tale caso potrebbe venir usato da un epistemologo tradizionale per sostenere che in entrambe le situazioni, data
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lidentit delle immagini, la persona non ha fatto altro che percepire dati sensoriali, con la differenza che quando si trova realmente nel luogo citato, si mette in atto una catena causale che provoca lapparire in lei dei dati sensoriali stessi. Austin, seguito da Putnam, mette in luce una serie di elementi infondati in questo argomento; esso si basa sullassunzione che colui che sogna stia effettivamente percependo qualcosa e che tutto ci che non fisico deve essere mentaleC lo strano uso di diretto e indiretto (come se vedere un oggetto davanti a s fosse davvero vederne limmagine su uno schermo televisivo interno)47 . Inoltre anche concedendo, cosa non del tutto fondata, che le esperienze del sogno e quelle della veglia siano identiche dal punto di vista qualitativo, non vi alcun motivo plausibile per concludere che oggetti con nature radicalmente differenti non possano apparire del tutto simili48. James e Austin quindi affermano che anche ammesso che i sogni e le allucinazioni siano forme di percezione di qualcosa di non fisico e nei primi si realizzino esperienze pressoch identiche a quelle veridiche, da ci non segue che loggetto di tali esperienze veridiche non sia ad esempio proprio il luogo che realmente la persona vede49. Putnam prende in considerazione le possibili repliche ai suoi argomenti: un epistemologo tradizionale potrebbe obiettare che la tesi di Austin non spiega perch lesperienza del sogno e quella della veglia risultino identiche. Secondo il filosofo americano, se chi muove tale obiezione fosse un immaterialista, come Cartesio, si troverebbe in difficolt a spiegare in che modo eventi del cervello producano dati sensoriali o in che modo la mente colga in modo immediato tali dati50. Questa difficolt acuita dalla diversit di posizioni sostenute nellambito dellepistemologia tradizionale, da quella empirista fino alla contemporanea, dove si discute se tutte le menti possano riferirsi agli stessi dati sensoriali o se questi sussistano senza essere affatto percepiti. In ogni caso le spiegazioni presentate in tale ambito secondo Putnam devono ricorrere, per spiegare lidentit qualitativa tra dati del sogno e della percezione, ad entit e processi misteriosi e mancano quindi di qualsiasi controllabilit51. Putnam poi prende in considerazione quelle teorie che sviluppano in senso materialistico la concezione cartesiana della percezione e della mente; esse in et contemporanea affermano la cosiddetta teoria dellidentit: sensazioni e pensieri non sono altro che stati cerebrali. Queste teorie sembrerebbero non trovarsi nella difficolt precedentemente segnalata, poich sia i dati sensoriali sia gli eventi mentali che li causano sarebbero materiali. Tuttavia per Putnam rimane non spiegato da parte di queste teorie come sia possibile divenire coscienti dei qualia. Gli argomenti di Fodor portano a conclusioni inaccettabili, quale lammissione dellesistenza di dati sensoriali senza che vi siano persone che li esperiscano. Daltra parte per Putnam le indagini condotte ad esempio da Dennett hanno mostrato che impossibile individuare una parte del cervello preposta allattivit della coscienza. I cervelli hanno centri del linguaggio, aree per diversi generi di memoria, ecc., ma non centri di coscienza52. La teoria dellidentit non spiega perci secondo Putnam come avvenga la percezione immediata di un dato sensoriale e va incontro a difficolt pi gravi, riguardanti precisamente il modo di intendere lidentit tra dati sensoriali e stati cerebrali53. Putnam delinea quindi la posizione che ritiene pi coerente: si devono considerare le esperienze sensoriali non come modificazioni passive di un oggetto chiamato mente, ma come esperienze di aspetti del mondo da parte di un essere vivente. Parlare della mente non parlare di una nostra parte immateriale, ma piuttosto un modo di descrivere lesercizio di certe capacit che possediamo, capacit che pur sopravvenendo sullattivit dei nostri cervelli e sulle nostre transazioni con lambiente, non possono essere spiegate riduttivamente usando il vocabolario della fisica e della biologia, e neppure quello dellinformatica54.
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Putnam prende in considerazione anche altre motivazioni che hanno portato alla concezione epistemologica tradizionale: la distinzione tra qualit primarie e secondarie; poich le prime non esprimono alcuna caratteristica della realt, hanno uno status solo mentale. Il filosofo americano si richiama ad osservazioni di Husserl al riguardo le qualit primarie come astrazioni idealizzate e mostra come negare che le cose ad esempio siano colorate comporta la messa in discussione anche di altre caratteristiche ritenute oggettive e fondamentali per la scienza, quali forma e solidit. La scienza in tal senso colpirebbe i suoi stessi dati55. Putnam ribadisce, sempre riguardo alla questione del colore, che dalla constatazione che le cose sottoposte a diverse fonti di luce ci appaiono di differente aspetto cromatico, segue solo che il colore la potenzialit di avere quei modi di apparire in quelle varie condizioni, cio una propriet relazionale. Non ne segue invece che il colore la potenzialit di causare certi dati sensorialiconcepiti come mere affezioni della nostra sensibilit56. Intendere i colori come aspetti irriducibili (quantunque relazionali) della realt che dipendono dal modo in cui le cose riflettono la luce, dalle condizioni in cui sono viste57, rappresenta una spiegazione pi compiuta di quella propria dellepistemologia tradizionale, in quanto giustifica, tra laltro, il carattere pubblico della percezione. Concludendo il secondo saggio di Mente, corpo, mondo Putnam precisa che il realismo naturale non vuole affatto presentare una spiegazione metafisica alternativa a quella propria della epistemologia tradizionale; riavvicinersi al realismo naturale rendersi conto dellinutilit e della inintelligibilit della concezione che impone uninterfaccia tra noi e il mondo58.

Verit
La teoria dellinterfaccia per Putnam non riguarda unicamente la percezione, ma anche la nostra capacit di formare concetti nel pensiero e di esprimerli nel linguaggio59. Per tal motivo Putnam nel terzo saggio di Mente, corpo, mondo, completa la propria revisione della epistemologia moderna e si richiama alla concezione di Wittgenstein, che sostiene, a suo avviso, una posizione vicina a quella del realismo naturale60. In tale ottica, quando noi ad esempio udiamo un enunciato in una lingua nota, contrariamente a quanto pensa Rorty, non annettiamo un senso ad una configurazione di segni; percepiamo piuttosto il senso nella configurazione di segni61; gli enunciati quindi si riferiscono a ci su cui vertono, e non sono un insieme di suoni e rumori. Putnam riprende un esempio proposto da Wittgenstein, riguardante il caso, apparentemente problematico, del pensare ed esprimere enunciati che io non posso constatare direttamente, perch concernenti situazioni lontane da me o avvenuti nel passato. Se affermo mio fratello deve tenere un concerto a New York voglio appunto raccontare che cosa sta facendo mio fratello62 ; questo luso che io intendo fare di tale enunciato, uso che non va erroneamente identificato con le condizioni di asseribilit dellenunciato stesso63. Le tesi ora presentate secondo Putnam fanno cadere le obiezioni che Dummett ha manifestato contro il realismo; per questi si pone unicamente tale alternativa: o la verit lo stato di essere verificato, oppure trascende ci che il parlante pu verificare e quindi non una propriet che il parlante pu riconoscere. Se si abbraccia questa seconda ipotesi, lapprensione della verit diviene un mistero64. Alleventuale obiezione, fondata sulla teoria di Tarski, riconducibile alla alla posizione dei deflazionastisecondo cui io posso comprendere che cosa significa che un enunciato
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vero ad esempio (1)Lizzie Borden ha ucciso i propri genitori con unascia - anche se non ho la possibilit di accertare che lo sia, Dummett potrebbe rispondere che il problema sta proprio nello spiegare in che cosa consista tale comprensione, poich per lui essa significa riconoscere se un enunciato verificato; se(1) venisse verificato (da dati che io stesso percepisco), allora sarei in grado di dire che stato verificato65; la mia comprensione di (1) consisterebbe appunto nelle mie abilit di fare ci. Inoltre dal punto di vista di Dummett, secondo Putnam, si potrebbe concludere che se non ho la possibilit di dimostrare la verit di un enunciato, allora sia esso, sia la sua negazione potrebbero non avere entrambi la propriet di essere verificati; questo minerebbe il principio del terzo escluso e renderebbe per Dummett necessaria una revisione della logica classica. Putnam prende poi in esame, a riguardo di tali problemi, la posizione di quei filosofi gi citati, che egli chiama deflazionasti, i quali sostengono, sulla scorta di una propria interpretazione della teoria di Tarski, che la verit di un enunciato non una propriet sostanziale di questo, poich essa coincide con la stessa asserzione dellenunciato66. I deflazionisti sostengono un verificazionismo graduale e non ritengono necessario sacrificare i principi della logica classica; ad esempio in riferimento allenunciato citato sopra e alla sua negazione si pu dire che (2)o Lizzie Borden uccise i propri genitori con unascia oppure Lizzie Borden non uccise i propri genitori con unascia67 , si pu cio applicare il principio del terzo escluso senza fare esplicito riferimento al termine verit. Putnam ha gi avuto modo di confrontarsi con il deflazioniamo nelle varie formulazioni che di questo sono state date; esso non riesce a rendere ragione del fatto che lapparente ovviet di (2) dipende dalla nostra credenza che un fatto oggettivo se Lizzie Borden abbia o no inferto i famosi quaranta colpi 68. Per Putnam, data la situazione problematica in cui le posizioni ora descritte si vengono a trovare, legittimo e necessario impostare il problema della verit in modo diverso da Dummett e dai deflazionasti, e cercare unalternativa pi plausibile della loro al realismo metafisico69. Il filosofo americano procede esponendo una possibile serie di obiezioni che il realista metafisico potrebbe muovere alle teorie ora citate, per mettere in luce in che cosa la posizione del primo differisce dalla propria. Il senso globale di tali obiezioni mi pare possa venire riassunto nella tesi secondo cui il deflazionismo, sostituendo alla verit la nozione di grado di asseribilit, non coglie ci che gli enunciati veri (in quanto contrapposti a quelli falsi) hanno di rilevante: di possedere una propriet sostanziale che gli enunciati falsi non hanno, vale a dire, la propriet di corrispondere alla realt70. Inoltre n i deflazionasti n Dummett riescono a cogliere il senso della verit in rapporto ad eventi del passato. Il realismo naturale, sulla scorta di Wittgenstein, potrebbe sottoscrivere tali osservazioni, a patto di tralasciare lespressione verit sostanziale, in quanto rivela una sorta di imbarazzo da parte del realista metafisico, quasi che in seguito agli argomenti portati dai deflazionisti sia venuta meno la fiducia, da parte sua, nel nostro modo ordinario di parlare e agire. Per tal motivo secondo Putnam questi costretto a richiamarsi a qualche propriet misteriosa, sostanziale appunto, che sottende ai nostri giochi linguistici. Sia al deflazionista sia al realista metafisico sembra strano che certi enunciati possano dirsi veri71. In modo pi dettagliato Putnam precisa di condividere lobiezione, mossa dal realista metafisico, secondo cui il deflazionista non riesce a confutare lantirealismo di Dummett, perch non sottopone a reale critica la concezione della comprensione di questi. Tuttavia laspetto metafisico dellargomentazione sta nel fatto che si pretende esista una propriet che vale per tutti gli enunciati veri, che corrisponda alla forza
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assertoria di un enunciato. Daltra parte la verit deve essere qualcosa di pi rispetto alla semplice asseribilit: la verit deve essere qualcosa di ulteriore rispetto al contenuto dellasserzione; quella cosa in virt della quale lasserzione vera. Ci costringe il realista metafisico a postulare che, ogniqualvolta si fa unasserzione vera, vi sia una certa qual cosa particolare che si sta dicendo (oltre a ci che si sta asserendo)72. Tale propriet dovrebbe essere identica per ogni tipo di asserzione. Putnam conclude le sue argomentazioni affermando che lerrore del deflazioniamo, messo in luce anche dal realista metafisico, di non riuscire a rendere conto del fatto che alcune asserzioni sul mondo sono vere, e non solo asseribili o verificabili; il suo merito consiste nel mostrare, contro il realista metafisico che asserire vero che p la stessa cosa che asserire semplicemente che p73. . A mio avviso, a sostegno della posizione attribuita al realista metafisico la cui identit rimane comunque alquanto incerta mi pare si possa affermare che se dal punto di vista di ci che viene asserito pu non esservi differenza tra affermare che p o che vero che p, dal punto di vista del soggetto conoscente s, poich solo grazie ad un atto riflessivo su ci che conosco che posso affermare la verit dellasserto che p. Il carattere ulteriore del predicato vero risiederebbe in tal caso proprio in tale atto riflessivo, che giudica circa ci che stato asserito, non aggiungendo nulla al contenuto dellenunciato che p. E vero quindi che affermando che p, implicitamente affermo che p vero, ma estremamente utile e necessario in tal caso portare alla luce ci che solo implicito, cosa su cui Putnam stesso sembra concordare. Nellultima parte della terza lezione Putnam ritorna a trattare del rapporto tra verit e riconoscimento di questa e riafferma che non esiste un rapporto intrinseco, per i motivi prima detti, tra comprensione e verificazione; noi siamo cio in grado di concepire enunciati che non possiamo verificare. Ritornando allesempio presentato nelle pagine precedenti: se lenunciato Lizzie Borden uccise i propri genitori con unascia vero, ci che lo rende tale semplicemente che Lizzie Borden ha ucciso i propri genitori con unascia74; in tal caso, precisa Putnam, il fatto che la verit trascenda il nostro riconoscimento non ha nulla di pi problematico che ammettere che una persona ha compiuto un omicidio, ma non siamo in grado di dimostrarlo75. Ci non implica, come invece riteneva Tarski, che ogni enunciato sia vero o falso; Wittgenstein, seguito da Putnam, afferma che non esiste un legame necessario tra verit e proposizione, se non in quanto siamo allinterno di un gioco linguistico che cos ha stabilito; ci non in contraddizione con il fatto che secondo il filosofo austriaco le proposizioni empiriche possono corrispondere alla realt. Tale corrispondenza per non stabilita una volta per tutte, ma viene di volta in volta fissata in rapporto a casi particolari, allinterno di un gioco linguistico. Vi una forma di olismo: sapere che cos la verit in un caso particolare dipende dal conoscere luso dei segni allinterno di un gioco linguistico76. Tale concezione per Putnam costituisce una valida alternativa a quella propria del realismo metafisico, che egli definisce anche in questopera in modo non molto dissimile da quello presentato in opere precedenti: esso sostiene che vi debba essere un unico modo in cui una proposizione tenuta a rispondere alla realt, ossia corrispondendo ad essa, dove la corrispondenza ritenuta essere una relazione misteriosa che sottende la possibilit stessa dellesistenza di proposizioni che avanzano una pretesa conoscitiva77. Non esiste invece una totalit fissa di tutte le proposizioni, n un unico senso in cui si predica la verit. Si deve esaminare, come suggerito da Wittgenstein, il tipo di linguaggio in cui tale predicato utilizzato, se etico,
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religioso, matematico o altro. Da un lato considerare unasserzione o una credenza come veri o falsi considerarli come giusti e sbagliati; dallaltro quale tipo di correttezza o scorrettezza sia in gioco varia enormemente da discorso a discorso78.

Il viaggio dal noto al noto


Tirando le fila di questo viaggio dal noto al noto79 che Putnam ha compiuto e che ho voluto rendere, soprattutto nella sua ultima parte, in modo dettagliato, mi pare si possa mettere in luce che esso complessivamente coerente: il filosofo americano non ha mai smesso di cercare risposte sempre pi compiute a domande che, come gi messo in evidenza, erano presenti nella sua speculazione fin dallinizio. Il realismo naturale, in tal senso, rappresenta un punto darrivo che salva le istanze positive delle precedenti posizioni e nel medesimo tempo risponde a molti dei problemi che queste lasciavano aperti. Si pu dire allora che il viaggio stato portato a termine? Il modo in cui si conclude la terza lezione lascia qualche dubbio al riguardo. Putnam a mio avviso ha costruito una adeguata difesa della teoria della percezione e segnalato i limiti della epistemologia tradizionale; meno approfondita e compiuta mi sembra la concezione da lui elaborata della dimensione concettuale della conoscenza, sulla quale ritorna, infatti, anche nella postfazione. In che senso i concetti non rappresentano un interfaccia tra noi e il mondo? Il timore di cadere nel realismo metafisico - posizione che talvolta sembra costruita da Putnam quasi ad hoc, per delineare e legittimare meglio la propria concezione porta il filosofo americano ad evitare qualsiasi riferimento ad una struttura ontologica che descriva la natura degli enti, esprimibile mediante concetti. Di qui la scelta di essere un aristotelico senza metafisica aristotelica80. Latteggiamento economico di Putnam, ispirato alla tradizione del pragmatismo - eliminiamo linutile riferimento ad essenze misteriose che si nasconderebbero dietro alle cose ha indubbiamente delle giustificazioni: lepistemologia moderna ha introdotto cos tanti intermediari tra il soggetto conoscente e la realt, da rendere non pi comprensibile la possibilit stessa di attingere questa. Diventa per difficile salvare qualche forma di corrispondenza, come Putnam intende fare, senza precisare il riferimento ontologico di essa. Limitare questo a cose mi sembra troppo poco, anche se apprezzabile la semplificazione del linguaggio filosofico operata da Putnam. Ma perch non spingere la ricerca pi a fondo, indagando sulla natura di queste cose? Putnam, come gi sottolineato, convinto che gli enti non abbiano unessenza concettualmente definibile una volta per tutte81; per vuole anche salvare limportante idea che la verit trascende il riconoscimento e che quindi la nostra conoscenza si riferisce a qualcosa che rimane identico a se stesso, a prescindere dal fatto che noi lo conosciamo o no. Ci riguarda solo la descrizione di fatti? Certo possibile descrivere questi riferendosi solo ad individui, ma Putnam stesso afferma che gi nella semplice apprensione sensibile e nei giudizi conseguenti sono utilizzati concetti82. Concordo con il filosofo americano che ci non mette affatto in crisi il realismo da lui sostenuto, ma mostra a mio avviso la necessit di chiarire ulteriormente in che cosa consista tale parte concettuale e in che rapporto sia con la realt. Un altro aspetto interessante e al medesimo tempo problematico della concezione di Putnam la sua visione pluralistica, affermata qui ed anche nelle opere seguenti: ai diversi campi dindagine corrispondono diversi approcci conoscitivi e linguistici alla realt, che non possono venir ridotti uno allaltro. Di qui limpossibilit di parlare non solo in senso univoco di verit cosa a mio avviso apprezzabile - ma anche in senso unitario: nella concezione di Putnam sembra quasi non esista un denominatore
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comune tra i vari significati di vero. Il fatto che egli per chiarire ci che intende con verit usi i termini giustezza, correttezza, non mi sembra sia daiuto, poich questi andrebbero a loro volta ulteriormente definiti. Il pluralismo di Putnam sembra infatti rifiutare che verit significhi corrispondenza alla realt in ogni campo conoscitivo e che la diversit tra i vari ambiti dipenda non dal diverso senso del termine vero, ma dai diversi metodi di approccio alla realt e dai diversi criteri di verit. Mi sembrerebbe pi coerente affermare che esiste ununica definizione di verit, mentre si danno pi criteri e metodi per accertarci di essa in vari ambiti disciplinari. Lo sviluppo seguente del pensiero di Putnam non va in questa direzione: egli in rapporto alletica approfondisce cosa significhi vero , evitando di fare riferimento alla nozione di corrispondenza e costruendo unetica senza ontologia83. Riesce Putnam attraverso la sua concezione di verit a salvare totalmente il suo realismo naturale e a rendere ragione delle intuizioni delluomo comune? Tra queste non vi forse che le cose abbiano una natura e non solo propriet indipendenti dal nostro modo di conoscerle? Forse occorre una terza ingenuit84; tuttavia laver garantito dignit filosofica allatteggiamento pi originario che luomo ha di fronte alla realt costituisce uno degli aspetti pi interessanti e fecondi della filosofia di Putnam.

1H.

Putnam, Mezzo secolo di filosofia americana, Iride, 22, 1997, pp. 408-437, p. 436. p. 435.

2Ibi, 3

Putnam mutua il termine arretramento da Mc Dowell e cita come esempio di questo Goodman e Dummett. Cfr. H. Putnam, Mente, corrpo, mondo, trad. it. di E. Sacchi Sgarbi, ediz. it. a cura di E. Picardi, Il Mulino Bologna 2003, pp. 11-12. (Titolo originale:The Threefold Cord. Mind, Body, and World, Columbia University Press, New York 1999). Cfr. McDowell, Mente e mondo, Einaudi, Torino 1999. Cfr. N. Goodman, La struttura dellapparenza, Il Mulino, Bologna 1985. Putnam, Mezzo secolo, p. 415. Cfr. H. Putnam, Matematica, materia e metodo, trad. it. di G. Criscuolo, Adelfi, Milano 1993 (ediz. orig. Cambridge 1975).
4 5 6

Cfr. Putnam, Mezzo secolo, pp. 415-416.

Non entro nel merito qui della nota tesi secondo cui i significati non sono certo nella testa . Cfr. H. Putnam, Il significato di significato, in Mente, linguaggio e realt, trad. it. di R. Cordeschi, Adelphi, Milano 1987, pp. 239-297, p. 251. (Ediz. originale inglese Language Mind and Reality. Philosophical Papers, Vol. II, Cambridge 1975). Per una trattazione pi approfondita di tale tema e per indicazioni bibliografiche circa il pensiero di Putnam rimando al mio libro R. Spinaci, Verit e riferimento nel pensiero di K.O. Apel e H. Putnam, Loffredo, Napoli 2001 e miei articoli citati pi avanti.
7 8 9

Cfr. Putnam, Mezzo secolo, p. 431. Putnam, Mente, corpo, p. 31. Ibi, p. 33.

H. Putnam Ragione, verit e storia, ediz. it. a cura di S. Veca, trad. it. di A. N. Radicati di Brozolo, Il Saggiatore, Milano 1987 (ediz. orig. Reason, Truth and History, Cambridge 1981), p. 57. La critica allesternismo si fonda anche sulle tesi elaborate da Quine e sul teorema di Lowenhwim Skolem, secondo cui ogni teoria coerente ha un numero immenso di possibili interpretazioni differenti, anche non isomorfe. Cfr. ibi, pp. 40 e ss. e lappendice al libro. Mi limito a riassumere gli aspetti fondamentali dellesternismo; per una trattazione pi dettagliata
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10Cfr.

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di questo, anche in riferimento al noto argomento dei cervelli in una vasca, rimando al mio libro, soprattutto pp. 73-112.
11 12

Cfr. ibi, p. 58-59 Cfr.ibidem. Entrambe le espressioni sono mutuate da altri autori cfr. Ibi p. 59, nota 1 e 2. ibi, p. 60.

13Cfr. 14 15 16 17 18 19 20 21

Ibi, p. 62. Ibdem. Ibidem. Ibi, p. 63. Ibidem. Ibi, p. 65. Ibi, p. 81.

H. Putnam, Rappresentazione e realt, trad. it. di N. Guicciardini, Garzanti, Milano 1993 (ediz. originale Cambridge 1988), p. 142. H. Putnam, Realismo dal volto umano, ediz. ital. a cura di E. Picardi, trad. it. di E. Sacchi, Il Mulino, Bologna 1995 (ediz. orig. Cambridge (Mass.) 1990), p. 9.
22 23Cfr, 24Cfr. 25Cfr.

pp. 7-8. ibi, p. 128.

i contributi di Apel e e Habermas contenuti in M.-L. Raters-M. Willaschek (hrsg.), Hilary Putnam und die Tradition des Pragmatismus, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2002 e le relative risposte di Putnam. Cfr. anche H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, trad. it. di G. Pellegrino, Fazi Editore, Roma 2004 (ediz. orig. Cambridge (Mass.)-London 2002) e R. Spinaci, Fatti, valori, norme. Alcune riflessioni sulla concezione etica di Hilary Putnam, in I. Tolomio (a cura di), Rileggere letica tra contingenza e principi, CLEUP, Padova 2007 (tale scritto contiene i contributi al XLVIII Convegno per Ricercatori universitari e Dottorandi di ricerca in discipline filosofiche, Padova, 7-8 settembre 2006); R. Spinaci, Un nuovo Illuminismo?, in R. Pozzo-M. Sgarbi, I filosofi e lEuropa. Atti del XXXVI Congresso Nazionale di Filosofia della Societ Filosofica Italiana, (Verona, 26-29 aprile 2007), Mimesis Edizioni, Milano Udine 2009, pp. 317-327.
26 27

Cfr. Putnam, Realismo, pp. 407-434.

Cfr. H. Putnam, Words and Life, ed. by J. Conant, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) - London 1994; in particolare cfr. How Old Is the Mind?, ibi, pp. 3-21 ; H. Putnam - M. C. Nussbaum, Changing Aristotle's Mind, ibi, pp. 22-61; Aristotle after Wittgenstein, ibi, pp. 62-81.
28 29

Cfr. Putnam, How Old Is the Mind? pp. 8-9 e 4-5. Cfr. anche pp. 31 e ss..

Cfr. Putnam, Words, p. V; On Truth, ibi, pp. 315- 329. Qui Putnam mette in luce che un primo senso di asseribilit e delle relative condizioni legato ad una interpretazione behaviouristica (asserire come atto fisico del pronunciare); un secondo senso connesso alla concezione funzionalista sostenuta in precedenza da Putnam stesso (asserire come mettere in atto una corretta performance di un programma funzionale). In un terzo senso asseribilit pu venire concepita come il grado di conferma. Putnam sostiene che queste tre formulazioni si rivelano incapaci di spiegare in che cosa consiste appunto lasseribilit garantita e quindi la verit di unasserzione. La parte quinta di Words and life (pp. 315-388) appunto dedicata al problema della verit.
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Putnam, The question of Realism, ibi, pp. 294-312, p. 303. Ibi,pp. 297 e ss.. Cfr. ibi, p. 297.

33 Cfr. Putnam, Aristotle, p. 62. Ovviamente non intendo affatto attribuire ad Aristotele luso di un termine corrispondente a intenzionalit, in quanto introdotto nella filosofia da Brentano. Sui temi ora esaminati cfr. E. Berti, Aristotele e il Mind-BodyProblem, Iride, 23, 1998, pp. 43-62. Cfr. anche R. SPINACI, Il rapporto tra mente, corpo e mondo nel pensiero di H. Putnam, in A. V. Fabriziani (a cura di), Corpo e anima oggi, CLEUP, Padova, 2004 (tale scritto contiene i contributi al XLVIII Convegno per Ricercatori universitari e Dottorandi di ricerca in discipline filosofiche, Padova, 4-6 settembre 2003), pp. 127-143.

Cfr. Putnam, Aristotle. In realt Putnam preferisce comunque la nozione aristotelica di forma, a quella di Wittgenstein. Cfr. ibi, pp. 69-71.
34 35Ibi, 36

pp. 74 e ss..

Cfr. ibi, p. 73. Alcune delle osservazioni che qui muovo alla concezione di Putnam sono in sintonia con quelle presentate da Haldane, con il quale il filosofo americano ha realizzato un costruttivo dibattito, ma che ribadisce che impossibile godere dei vantaggi del realismo epistemologico aristotelico senza accettare aspetti della sua concezione metafisica. Cfr. G. Haldane, Realism with a metaphysical skull, in J. Conant-U. M. Zeglen (ed. by), Hilary Putnam. Pragmatism and Realism, Routledge, London-New York 2002, pp. 97-104, p. 97 e la risposta di Putnam, ibi, pp. 105-108. Cfr. anche J. Haldane, On Coming Home to (Metaphisical) Realism, Philosophy, 276 1996, pp. 287-296. Per unapprofondita analisi di questi temi cfr. G. De Anna, Realismo metafisico e rappresentazione mentale. Unindagine tra Tommaso dAquino e Hilary Putnam, Il Poligrafo, 2001.
37Cfr., 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53

Putnam Mente, corpo, p. 13.

Ibi, p. 21. Ibi, p. 23. Ibi p. 24. Cfr. W. James, Saggi sullempirismo radicale, Laterza, Bari 1971. Cfr. Ibi, p. 24. Ibi, p. 26. Cfr ibi, p. 36. Cfr. ibidem. Cfr. ibi, p. 48. Cfr. J. Austin, Senso e sensibilia, Lerici, Roma 1968. Cfr. Putnam, Mente, corpo, p. 48. Ibi, p. 51. Ibidem. Cfr. ibidem. Cfr. ibi, p. 53. Cfr. ibi, p. 54-55. Cfr. ibi, p. 57.

Il filosofo americano mostra in tal senso i problemi che emergono nella concezione di Davidson, secondo il quale ogni occorrenza di un evento mentale identica alloccorrenza
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di un evento fisico. Ibi, p. 65. Due eventi in tal senso sono identici quando hanno le stesse cause e gli stessi effetti. Putnam con Quine sostiene che il criterio offerto da Davidson non efficace, in quanto implica una circolarit: bisogna gi sapere se due eventi sono identici per stabilire se hanno le medesime cause ed effetti. Ibi, p. 65. Cfr. D. Davidson, Azioni ed eventi, Il Mulino, Bologna 1992.
54 55

Cfr. Putnam, Mente, corpo, p. 66.

Cfr. ibi, p. 69. Putnam riconosce per molti aspetti la propria vicinanza al pensiero di Strawson; cfr. P. Strawson, Perception and his objects, in g.f. McDonald (ed. by), Perception and Identity: Essays presented to A.J. Ayer, Cornell University Press, Ithaca (Ill.) 1979.
56 57 58 59 60

Putnam, Mente, corpo, p. 71. Ibidem. Ibi, p. 72. Cfr. ibi, p. 76.

Putnam mette in luce la grande influenza che ha e ha avuto la filosofia di Wittgenstein per la formulazione del proprio pensiero. Egli infatti propone una lettura realista di questi, di contro a quella sostenuta da molti nella filosofia contemporanea (tra questi Kripke, Dummett, Rorty). Cfr. ibi, p. 75. Cfr. L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ediz. it a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1967. Putnam, Mente, corpo, p. 78. Cfr. R. Rorty, Putnam on Truth, Philosophy and Phenomenological Research, 2, 1992, pp. 415-418.
61 62 63 64 65

Cfr. Putnam, Mente, corpo, p. 80. Cfr. ibi, p. 79. Cfr. ibi, pp. 82-83.

Cfr. ibi, p. 85. Di Tarski cfr. A. Tarski, Der Wahrheitsbegriff in den formalisierten Sprachen, Il concetto di verit nei linguaggi formalizzati, trad. it. di F. Rivetti Barb, in F. Rivetti Barb, Lantinomia del mentitore nel pensiero contemporaneo. Da Peirce a Tarski, Milano 1961.
66 67

A riguardo del deflazionismo cfr. P. Horwich, Verit, Laterza, Roma-Bari 1994.

Cfr. Putnam, Mente, corpo, p. 87. Cfr. M. Dummett, La verit e altri enigmi, Il Saggiatore, Milano 1986.
68 69 70 71 72

Putnam, Mente, corpo, p. 88. Cfr. ibidem. Ibi, p. 89. Cfr. ibi, p. 91 Ibi, p. 92. ibdem. ibi, p. 106.

73Cfr. 74Cfr. 75 76

Cfr.ibidem.

Cfr. ibi, p. 110. Utilizzo i termini enunciato e proposizione secondo luso che fa Putnam. Cfr. ibidem, nota 52.
77

Ibi, p. 111.
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78 79 80 81

Ibi, p. 113. Putnam si richiama ad unespressione di John Wisdom. Cfr. ibi, p. 13.

Cfr. oltre a quanto prima indicato anche H. PUTNAM, RInnovare la filosofia, trad. it. di S. Marconi, Garzanti, Milano, 1998 (ed. orig. Renewing Philosophy, Cambridge (Mass. 1992), soprattutto capp. 2-4.
82 83

Cfr. Cfr. Putnam, Mente, corpo, pp. 237 e ss.. della Seconda Postfazione.

Cfr. H. PUTNAM, Etica senza ontologia, trad. it di E. Carli, prefaz. di L. Perissinotto, Bruno Mondadori, Milano 2006. Cfr. il titolo della seconda lezione di Putnam, Mente, corpo, intitolato Limportanza di essere Austin: il bisogno di una seconda ingenuit, pp. 41-72.
84

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