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Alexandre Dumas. LA SANFELICE. Adelphi Edizioni, Milano 1999 (gli Adelphi 144). PRIMO VOLUME.

Titolo originale: "La San Felice". Traduzione di Fabrizio Ascari, Graziella Cillario e Piero Ferrero. Cura editoriale di Emma Bas. Cura redazionale di Pia Cigala Fulgosi e Stefano Zicari. "La Sanfelice" apparve a puntate sul quotidiano parigino La Presse fra il 15 dicem bre 1863 e il 3 marzo 1865 - e, con uno scarto di qualche mese (10 maggio 1864-2 8 ottobre 1865), sull'Indipendente, il giornale che proprio a Napoli Dumas aveva f ondato e diretto. Pressoch contemporanea l'edizione in nove volumi di Michel Lvy, Parigi, 1864-1865. INDICE. PRIMO VOLUME. Premessa. 1. La galea capitana. 2. L'eroe del Nilo. 3. Il passato di Lady Hamilton. 4. La festa della paura. 5. Il palazzo della regina Giovanna. 6. L'inviato di Roma. 7. Il figlio della morta. 8. Il diritto d'asilo. 9. La maga. 10. L'oroscopo. 11. Il generale Championnet. 12. Il bacio di un marito. 13. Il cavaliere Sanfelice. 14. Luisa Molina. 15. Il padre e la figlia. 16. Un anno di prova. 17. Il re. 18. La regina. 19. La camera illuminata. 20. La camera buia. 21. Il medico e il prete. 22. Il Consiglio di Stato. 23. Il generale barone Karl Mack. 24. L'isola di Malta. 25. Nella casa di uno studioso. 26. I due feriti. 27. Fra Pacifico. 28. La questua. 29. Assunta. 30. I due fratelli. 31. Dove entra in scena Gaetano Mammone. 32. Un dipinto di Lopold Robert. 33. Fra Michele. 34. Loque e Chiffe. 35. Fra Diavolo.

36. Il palazzo Corsini a Roma. SECONDO VOLUME. 37. Giovannina. 38. Andrea Backer. 39. I canguri. 40. L'uomo propone. 41. L'acrostico. 42. I versi saffici. 43. Dio dispone. 44. Il presepio di re Ferdinando. 45. Ponzio Pilato. 46. Gli inquisitori di Stato. 47. La partenza. 48. Qualche pagina di storia. 49. La diplomazia del generale Championnet. 50. Ferdinando a Roma. 51. Castel Sant'Angelo si fa sentire. 52. Dove ricompare Nanno. 53. Achille e Deidamia. 54. La battaglia. 55. La vittoria. 56. Il ritorno. 57. Le preoccupazioni di Nelson. 58. Tutto perduto, anche l'onore. 59. In cui Sua Maest comincia col non capire nulla e finisce col non aver capito nulla. 60. In cui Vanni raggiunge finalmente lo scopo che si prefiggeva da tempo. 61. Ulisse e Circe. 62. L'interrogatorio di Nicolino. 63. L'abate Pronio. 64. Un discepolo di Machiavelli. 65. In cui Michele il Pazzo nominato capitano in attesa di essere nominato colon nello. 66. Amante-sposa. 67. I due ammiragli. 68. In cui si spiega che differenza c' fra popoli liberi e popoli indipendenti. 69. I briganti. 70. Il sotterraneo. 71. La leggenda di Montecassino. 72. Frate Giuseppe. 73. Padre e figlio. 74. La risposta dell'imperatore. 75. La fuga. 76. In cui Michele si arrabbia sul serio con il Beccaio. 77. Fatalit. 78. La giustizia divina. TERZO VOLUME. 79. 80. 81. 82. 83. 84. 85. La tregua. I tre partiti di Napoli all'inizio dell'anno 1799. In cui succede quello che doveva succedere. Il principe di Moliterno. Rottura dell'armistizio. In cui il comandante di Castel Sant'Elmo diventa pi umano. La diplomazia del governatore di Castel Sant'Elmo.

86. Il biglietto. 87. In cui si vede finalmente come la bandiera francese fosse stata inalberata s u Castel Sant'Elmo. 88. Le Forche Caudine. 89. La prima giornata. 90. La notte. 91. La seconda giornata. 92. La terza giornata. 93. La veglia d'armi. 94. In cui il lettore ritorna nella casa della Palma. 95. Il voto di Michele. 96. San Gennaro patrono di Napoli e comandante in capo delle truppe napoletane. 97. San Gennaro e la sua corte, in cui l'autore costretto a prendere a prestito dal suo "Corricolo" un capitolo gi pronto non sperando di riuscire a fare meglio. 98. Come san Gennaro fece il suo miracolo e della parte che vi ebbe Championnet. 99. La Repubblica partenopea. 100. La burrasca. 101. Il "Vanguard" e la "Minerva". 102. La tempesta. 103. Qual era la grazia che il pilota intendeva chiedere. 104. I reali a Palermo. 105. Le notizie. 106. Come il principe ereditario poteva essere contemporaneamente in Sicilia e i n Calabria. 107. Il diploma del cardinale Ruffo. 108. Il primo passo verso Napoli. 109. Eleonora Fonseca Pimentel. 110. Andrea Backer. 111. Il segreto di Luisa. 112. In cui Michele il Pazzo fa propaganda. 113. Lealt per lealt. 114. Michele il Saggio. 115. Gli scrupoli di Michele. 116. L'arresto. 117. L'apoteosi. 118. In cui torna in scena una nostra vecchia conoscenza. 119. I sanfedisti. 120. In cui il falso duca di Calabria fa ci che avrebbe dovuto fare quello vero. 121. Nicola Addone. 122. L'avvoltoio e lo sciacallo. 123. L'aquila e l'avvoltoio. 124. L'accusato. 125. L'esercito della Santa Fede. 126. I piccoli doni conservano l'amicizia. 127. Ettore Carafa. 128. Schipani. 129. I sanfedisti davanti ad Altamura. 130. Il vessillo della regina. 131. Il principio della fine. 132. La festa della fraternit. 133. Francesco Caracciolo. 134. Il ribelle. 135. Di quali elementi si componeva l'esercito cattolico della Santa Fede. QUARTO VOLUME. 136. Corrispondenza reale. 137. La moneta russa. 138. Le ultime ore.

139. In cui un uomo onesto propone una cattiva azione che altri uomini onesti so no cos stolti da non accettare. 140. La "Marsigliese" napoletana. 141. In cui Simone Backer chiede un favore. 142. La liquidazione. 143. Un ultimo avvertimento. 144. Gli avamposti. 145. La giornata del 13 giugno. 146. La giornata del 13 giugno. 147. La giornata del 13 giugno. 148. Che cosa andava a fare il Beccaio in vico dei Sospiri dell'Abisso. 149. La notte fra il 13 e il 14 giugno. 150. La notte fra il 13 e il 14 giugno. 151. La notte fra il 13 e il 14 giugno. 152. La giornata del 14 giugno. 153. La giornata del 14 giugno. 154. La notte fra il 14 e il 15 giugno. 155. In cui sant'Antonio trionfa e san Gennaro cade in disgrazia. 156. Il messaggero. 157. L'ultimo combattimento. 158. L'ultimo pasto. 150. La capitolazione. 160. I predestinati alla vendetta. 161. La flotta inglese. 162. La nemesi lesbica. 163. Il cardinale e l'ammiraglio. 164. In cui il cardinale fa quello che pu per salvare i patrioti e i patrioti fan no quello che possono per finir male. 165. In cui Ruffo fa il suo dovere di uomo onesto e Sir William Hamilton il suo mestiere di diplomatico. 166. La lealt cartaginese. 167. Due onesti compari. 168. Per ordine di Horace Nelson. 169. L'esecuzione. 170. In cui il romanziere adempie al compito dello storico. 171. In cui si dice che cosa abbia impedito al colonnello Mejean di uscire da Ca stel Sant'Elmo insieme a Salvato nella notte fra il 27 e il 28 giugno. 172. In cui si dimostra che frate Giuseppe vegliava su Salvato. 173. Il benvenuto a Sua Maest. 174. L'apparizione. 175. Il peccato commesso dal cardinale Ruffo. 176. Un uomo di parola. 177. La Fossa del coccodrillo. 178. Le esecuzioni. 179. Il tribunale di Monteoliveto. 180. In cappella. 181. La porta di Sant'Agostino alla Zecca. 182. Come si moriva a Napoli nel 1799. 183. Che cosa accadeva a Palermo tre mesi pi tardi. 184. Quali notizie portava la goletta "The Runner". 185. Marito e moglie. 186. Piccoli fatti attorno a grandi eventi. 187. La nascita di un principe reale. 188. Tonino Monti. 189. Il capocarceriere. 190. La pattuglia. 191. L'ordine del re. 192. La martire. Note.

"A Napoli, nel nome del padre e della Rivoluzione" di Ena Marchi. *** LA SANFELICE. La presente traduzione stata condotta sul testo della "San Felice" stabilito da Claude Schopp per l'edizione Gallimard (Parigi, 1996); anche le note (qui ridott e al minimo indispensabile) si basano su quelle dell'edizione francese. PREMESSA. Gli avvenimenti che ci accingiamo a raccontare sono cos strani, e i personaggi ch e metteremo in scena cos eccezionali, che ci sentiamo in dovere, prima di dedicar loro il primo capitolo di questa storia, di parlarne un poco con i nostri futur i lettori. La vicenda si svolge nel periodo del Direttorio compreso tra il 1798 e il 1800. I due eventi principali sono la conquista del regno di Napoli da parte di Champi onnet e la restaurazione di Ferdinando Quarto ad opera del cardinale Ruffo: due eventi incredibili entrambi, giacch Championnet, con diecimila repubblicani, scon figge un esercito di sessantacinquemila soldati e si impadronisce, dopo tre gior ni di assedio, di una capitale di cinquecentomila abitanti; quanto a Ruffo, part ito da Messina con cinque uomini, li vede via via aumentare percorrendo la penis ola da Reggio al ponte della Maddalena, arriva a Napoli con quarantamila sanfedi sti e rimette sul trono il re deposto. Solamente Napoli, con il suo popolo ignorante, volubile e superstizioso, poteva trasformare in eventi storici dei fatti cos inverosimili. Eccoli, nell'ordine in cui si svolsero: L'invasione dei francesi, la proclamazione della Repubblica partenopea, l'afferm azione delle grandi personalit che hanno fatto la gloria di Napoli nei quattro me si che dur questa repubblica, la reazione sanfedista di Ruffo, la restaurazione d i Ferdinando e i massacri che ad essa seguirono. Quanto ai personaggi, come in tutti gli altri libri di questo genere da noi scri tti, essi sono in parte storici e in parte immaginari. Sembrer forse singolare ai nostri lettori che noi consegniamo loro, senza perorar ne in alcun modo la causa, i personaggi di nostra invenzione che costituiscono l a parte romanzesca del libro; ma questi lettori sono stati per oltre un quarto d i secolo cos indulgenti nei nostri confronti da indurci a credere che, ripresenta ndoci dopo sette o otto anni di silenzio, non abbiamo bisogno di fare appello al la loro antica simpatia. Se saranno verso di noi quali sono sempre stati, la rit erremo gi una gran fortuna. Su qualcuno dei personaggi storici giudichiamo invece assolutamente necessario s offermarci un po'; altrimenti potremmo correre il rischio che vengano scambiati, se non per creazioni della fantasia, almeno per maschere camuffate a nostro cap riccio, a tal punto, nella loro grottesca eccentricit o bestiale ferocia, essi ap paiono lontani non solo da ci che avviene sotto i nostri occhi, ma anche da tutto quello che possiamo immaginare. Cos, non abbiamo alcun esempio di monarchi simili a Ferdinando, di un popolo che comprenda individui come Mammone. Vedete bene che scelgo i due estremi della sca la sociale: il re, "capo dello Stato"; il contadino, "capo della banda". Cominciamo dal re e, perch le coscienze monarchiche non gridino alla lesa maest, i nterroghiamo un uomo che ha fatto due viaggi a Napoli e che ha visto e osservato re Ferdinando all'epoca in cui, per esigenze di struttura narrativa, siamo cost retti a metterlo in scena. Quest'uomo Giuseppe Goriani, "cittadino francese", co me egli stesso si definisce, autore delle "Memorie segrete e critiche delle cort i, dei governi e dei costumi dei principali Stati d'Italia". Citiamo tre frammenti di questo libro, e mostriamo il re di Napoli scolaro, il r

e di Napoli cacciatore, il re di Napoli pescatore. Colui che parla adesso Goriani, non pi io: L'EDUCAZIONE DEL RE DI NAPOLI. Allorch, alla morte del re Ferdinando Sesto di Spagna, Carlo Terzo rinunci al trono di Napoli per salire su quello di Spagna, dichiar il maggiore dei suoi figli inc apace di regnare, attribu al secondo il titolo di principe delle Asturie e lasci i l terzo a Napoli, dove venne riconosciuto re nonostante la giovanissima et. Il pr imogenito era debole di mente a causa dei maltrattamenti inflittigli dalla regin a, che lo picchiava sempre, come le cattive madri della feccia del popolo. Era u na principessa di Sassonia, dura, avara, dispotica e malvagia. Carlo, partendo p er la Spagna, giudic che si dovesse dare un precettore al re di Napoli, ancora ba mbino. La regina, che esercitava la massima influenza sul governo, band un'asta p ubblica per assegnare quell'incarico cos importante. Il principe di San Nicandro fu il miglior offerente e se lo assicur. Costui aveva l'animo pi empio che abbia mai vegetato nel fango di Napoli. Ignorant e, dedito ai vizi pi turpi, non aveva mai letto in vita sua altro che l'"Uffizio della Santa Vergine", per la quale aveva una devozione particolare, che non gli impediva per di vivere nella dissolutezza pi sfrenata: tale era l'uomo a cui venne affidata l'importante missione di formare un re. E' facile indovinare quali fur ono le conseguenze di una simile scelta: non sapendo nulla, il principe non pote va certo insegnare alcunch al suo allievo; ma ci non era sufficiente a mantenere i l sovrano in una perenne infanzia: egli lo circond di individui della sua risma e allontan da lui qualunque uomo di valore potesse ispirargli il desiderio di istr uirsi. Godendo di un'autorit illimitata, egli vendeva favori, impieghi, titoli. D esiderando rendere il re del tutto incapace di occuparsi anche in minima parte d ell'amministrazione del regno, gli instill fin dall'inizio la passione della cacc ia, con il pretesto di far cosa gradita al padre che aveva sempre avuto un debol e per quel tipo di svago. Come se tale passione non bastasse a tenerlo lontano d agli affari di Stato, fece in modo che vi si aggiungesse quella della pesca, e q uesti sono tuttora i suoi passatempi preferiti. Il re di Napoli molto vivace, e lo era ancor pi da bambino. Aveva bisogno di piace ri che gli riempissero ogni momento della giornata. Il suo precettore gli cerc nu ove distrazioni, che contribuissero anche a modificare l'eccessiva mitezza e la bont che erano al fondo del suo carattere. San Nicandro sapeva che il principe de lle Asturie, oggi re di Spagna, amava particolarmente scorticare conigli; al suo allievo ispir la passione di ucciderli. Il re andava ad aspettare le povere best ie all'uscita di uno stretto passaggio che venivano obbligate a imboccare; e, ar mato di una mazza adeguata alle sue forze, le accoppava con grandi scoppi di ris a infantili. Come variante a questo svago, afferrava un coniglio, un cane o un g atto e si divertiva a lanciarlo per aria sino a farlo morire. In seguito, per pr ovare un piacere ancor pi vivo, espresse il desiderio di veder beffeggiare degli uomini, cosa che il suo precettore trov del tutto ragionevole: contadini, soldati , operai e persino gentiluomini della corte servirono cos da giocattolo al fanciu llo incoronato. Un ordine di Carlo Terzo venne per a interrompere tale nobile sva go; da allora al re fu consentito di prendersi gioco soltanto degli animali, fat ta eccezione per i cani che il re di Spagna prese sotto la sua cattolica e regal e protezione. Fu questo il modo in cui venne educato Ferdinando Quarto, al quale non insegnaron o nemmeno a leggere e a scrivere. La sua prima maestra di scuola fu sua moglie. IL RE DI NAPOLI CACCIATORE. Una simile educazione avrebbe dovuto produrre un mostro, un Caligola. Cos si aspet tavano i napoletani; ma la bont innata del giovane sovrano ebbe la meglio sugli e ffetti di insegnamenti cos perversi. Sarebbe stato un principe eccellente se foss e riuscito a frenare la sua passione per la caccia e la pesca, alla quale dedica

tanto tempo che potrebbe invece dedicare utilmente agli affari pubblici. Ma il timore di perdere una mattinata propizia per il suo svago preferito gli fa trasc urare anche le questioni pi importanti, e la regina e i ministri non esitano ad a pprofittare di questa debolezza. Nel gennaio del 1788 Ferdinando presiedeva un Consiglio di Stato nella reggia di Caserta. Erano presenti la regina, il ministro Acton, Caracciolo e alcuni altri. Si trattava di una questione della massima importanza. Nel bel mezzo della disc ussione si ud bussare alla porta. Tutti si sorpresero di quell'interruzione, e ne ssuno riusciva a immaginare chi potesse avere l'ardire di intervenire in un simi le momento; il re si precipit alla porta, la apr e usc dalla sala. Rientr poco dopo, dando segni di una gioia incontenibile, e invit i presenti a concludere al pi pre sto, giacch lo aspettava una faccenda ben pi importante di quella che si stava tra ttando. Il Consiglio fu sospeso e il re si ritir nella sua camera per coricarsi d i buon'ora, al fine di essere in piedi l'indomani prima del giorno. Quella faccenda cos importante era una battuta di caccia. E i colpi bussati alla p orta della sala del Consiglio erano un segnale convenuto fra il re e il suo batt itore, il quale, secondo gli ordini ricevuti, veniva ad avvertirlo che un branco di cinghiali era stato avvistato all'alba nella foresta, dove gli animali si ra dunavano ogni mattina. E' chiaro che il re doveva sciogliere il Consiglio per po tersi coricare di buon'ora ed essere in grado di sorprendere i cinghiali. Se fos sero scappati, che ne sarebbe stato della sua gloria? Un'altra volta, nello stesso luogo e nelle medesime circostanze, si udirono tre f ischi. Era un altro segnale concordato fra il re e il suo battitore. Ma la regin a e i partecipanti al Consiglio non apprezzarono affatto lo scherzo. Il re invec e, divertito, si affrett ad aprire una finestra e diede ascolto all'altro, che gl i annunciava l'arrivo di uno stormo di uccelli, aggiungendo che Sua Maest non ave va un minuto da perdere se voleva cogliere al volo la fortuna. Terminato il dial ogo, Ferdinando rientr a precipizio e disse alla regina: 'Mia cara signora, presiedi tu in mia vece e decidi secondo il tuo intendimento l a questione che ci ha qui riuniti'. LA PESCA REALE. Quando si sente dire che il re di Napoli non solo pesca, ma vende lui stesso il p esce che ha preso, sembra di ascoltare un racconto inventato di sana pianta. E i nvece non c' niente di pi veritiero. Io ho assistito di persona a questo spettacol o divertente e unico nel suo genere, e ve lo descriver. Il sovrano solito pescare nel tratto di mare vicino al promontorio di Posillipo, a tre o quattro miglia da Napoli. Dopo aver catturato una gran quantit di pesce, ritorna a terra e, appena sbarcato, si abbandona al massimo diletto che questo s vago gli procuri. L'intero frutto della pesca viene esposto sulla riva e richiam a i compratori, che fanno i loro acquisti dal monarca in persona. Ferdinando non d niente a credito; pretende anzi di essere pagato prima di consegnare la merce, e si mostra assai diffidente e sospettoso. Tutti possono in quell'occasione avv icinarsi al re, un privilegio di cui godono soprattutto i lazzaroni, ai quali eg li d prova di amicizia pi che a tutti gli altri. I lazzaroni hanno per dei riguardi per gli stranieri che vogliono vedere il sovrano da vicino. Quando inizia la ve ndita, la scena che si presenta davvero comica. Il re vende al prezzo pi alto pos sibile, decanta il suo pesce prendendolo nelle sue mani regali e dicendo tutto q uello che ritiene idoneo a solleticare la voglia dei presenti. I napoletani, che sono in generale molto alla mano, in queste circostanze trattano il re con la m assima familiarit, e gli lanciano ingiurie come a un qualsiasi venditore di pesce che chieda un prezzo eccessivo. Il re si diverte un mondo alle loro invettive, e ride a piena gola; poi va dalla regina e le racconta tutto quello che accaduto , prima alla pesca e poi alla vendita del pesce, traendone spunto per svariate f acezie. Ma durante tutto il tempo che egli dedica alla caccia o alla pesca, la r egina e i ministri, come abbiamo detto, governano a loro piacimento, e gli affar i di Stato non se ne avvantaggiano di certo. E adesso re Ferdinando ci apparir sotto una nuova luce. Questa volta, anzich inter

pellare Goriani, il viaggiatore che intravede per un attimo il re intento a vend ere il suo pesce o a passare al galoppo per andare a una battuta di caccia, ci r ivolgeremo a un intimo della casa, Palmieri de Miccich, marchese di Villalba (1), amante dell'amante del re, il quale ci mostrer quest'ultimo in tutta la sua cini ca codardia. Ascoltate bene: il marchese di Villalba che parla: Voi conoscete sicuramente i particolari della ritirata di Ferdinando o, per esser e pi precisi, della sua fuga, all'epoca dei fatti avvenuti nell'Italia meridional e alla fine dell'anno 1798. Li ricorder in due parole. Sessantamila napoletani, al comando del generale austriaco Mack e incoraggiati da lla presenza del loro re, avanzarono trionfalmente fino a Roma, quand'ecco che C hampionnet e Macdonald, radunando le loro esigue forze, piombarono su quell'eser cito e lo misero in fuga. Ferdinando si trovava ad Albano, allorch gli giunse la notizia di questa fulminea sconfitta. "Fuimmo! Fuimmo!" si mise a gridare. E' in effetti fugg. Ma, prima di salire in carrozza: 'Mio caro Ascoli,' disse al suo accompagnatore 'tu sai quanti giacobini vi siano in giro di questi tempi. Quei figli di p... non desiderano altro che assassinarm i. Facciamo una cosa, scambiamoci gli abiti. Durante il viaggio tu sarai il re, e io il duca d'Ascoli. In tal modo, io sar meno esposto al pericolo'. Detto fatto: il generoso Ascoli ader con gioia all'incredibile proposta; si affret ta a indossare l'uniforme del re e gli d in cambio la sua, poi sale in carrozza s edendosi a destra, e via, cocchiere! Novello Dandino, il duca recit alla perfezione la sua parte durante la corsa fino a Napoli, mentre Ferdinando, al quale la paura era buona consigliera, se la cava va a meraviglia in quella del pi docile dei cortigiani, tanto da far credere che non fosse mai stato altro in vita sua. Il re, per la verit, fu sempre grato al duca d'Ascoli per quella straordinaria pro va di dedizione alla monarchia, e finch visse non smise mai di dimostrargli manif estamente il suo favore; ma, per una bizzarria che si pu spiegare solo con il car attere di questo sovrano, gli accadeva spesso di canzonare il duca per la sua fe delt, facendosi beffe al tempo stesso della propria vigliaccheria. Un giorno mi trovavo insieme a quel gentiluomo e alla duchessa di Floridia in cas a di quest'ultima, nel momento in cui il re venne a offrirle il braccio per acco mpagnarla a tavola. Essendo nient'altro che un amico come tanti della padrona di casa, e sentendomi fin troppo onorato dalla presenza del nuovo arrivato, borbot tavo tra i denti il "Domine, non sum dignus" e indietreggiavo perfino di qualche passo, allorch la nobile dama, dando un ultimo sguardo alla propria acconciatura , si mise a tessere l'elogio del duca e della di lui dedizione alla persona del suo regale amante. 'Egli senza alcun dubbio' disse 'il vostro vero amico, il pi fedele dei vostri ser vitori, eccetera, eccetera'. 'S, s, donna Lucia' rispose il re. 'Domandate pure ad Ascoli che tiro gli ho giocat o quando siamo scappati da Albano'. Poi le raccont dello scambio di abiti e del modo in cui avevano recitato ciascuno la propria parte, e aggiunse, con le lacrime agli occhi e ridendo a crepapelle: 'Era lui il re! Se avessimo incontrato i giacobini, lui era bell'e che impiccato, e io sano e salvo!'. In questa storia tutto strano: strana la sconfitta, strana la fuga, strana la riv elazione di questi fatti davanti a un estraneo, giacch tale io ero per la corte e soprattutto per il re, al quale avevo parlato soltanto una volta o due. Fortunatamente per l'umanit, la cosa meno strana la dedizione dell'onesto cortigia no. A questo punto, lo schizzo che stiamo tracciando di uno dei personaggi del nostr o libro, alla verosimiglianza del quale temiamo che non si riesca a credere, sar ebbe incompleto se questo pulcinella reale ci apparisse soltanto come un lazzaro ne: se di profilo grottesco, visto di faccia egli terribile. Ecco, tradotta testualmente dall'originale, la lettera che il re scrisse a Ruffo

, che, dopo la vittoria, stava per entrare a Napoli; una lista di proscrizione d ettata dall'odio, dalla sete di vendetta e insieme dalla paura: Palermo, 1 maggio 1799 Mio eminentissimo, dopo aver letto e riletto e soppesato con la massima attenzione il passo della vo stra lettera del 1 aprile relativo al piano da stabilire circa il destino dei num erosi criminali caduti o che possono cadere nelle nostre mani, sia nelle provinc e, sia nella capitale, quando, con l'aiuto di Dio, essa torner in mio dominio, de vo per prima cosa annunciarvi che ho trovato tutto quanto mi dite in proposito c olmo di saggezza e dettato da quei lumi, da quell'ingegno e da quell'affetto di cui mi avete dato e mi date continuamente prove inequivocabili. Vengo dunque a informarvi delle mie disposizioni. Sono d'accordo con voi che non dobbiamo accanirci troppo nelle nostre ricerche, t anto pi che i cattivi soggetti si sono fatti conoscere cos apertamente che si potr in brevissimo tempo mettere le mani sui pi perversi. E' quindi mio intendimento che le seguenti categorie di colpevoli "siano arrestat e e tenute sotto debita sorveglianza. tutti i membri del governo provvisorio e della commissione esecutiva e legislativ a di Napoli; tutti i membri della commissione militare e della polizia istituita dai repubblic ani; tutti coloro che hanno fatto parte delle diverse municipalit e che, in generale, h anno ricevuto un incarico dalla Repubblica o dai francesi; tutti coloro che hanno aderito a una commissione avente lo scopo di compiere rice rche sui presunti sperperi e malversazioni del mio governo; tutti gli ufficiali che erano al mio servizio e che sono passati a quello della c osiddetta Repubblica o dei francesi". E' inteso che, nel caso in cui i miei uffi ciali fossero sorpresi a usare le armi contro le mie truppe o contro quelle dei miei alleati, "essi saranno fucilati entro le ventiquattr'ore senza alcuna forma di processo, cos come tutti i baroni che si opponessero con le armi ai miei sold ati o a quelli dei miei alleati; tutti coloro che hanno fondato giornali repubblicani o stampato proclami o altri scritti, ad esempio quelli atti a istigare i miei popoli alla rivolta o a diffon dere le massime del nuovo governo. Saranno inoltre arrestati i sindaci delle citt e i deputati delle localit che esaut orarono il mio vicario generale Pignatelli o si opposero alle sue operazioni e a dottarono misure contrastanti con la fedelt che essi ci devono. Voglio inoltre che vengano arrestati certa LUISA MOLINA SANFELICE e certo Vincenz o Cuoco, i quali hanno scoperto la controrivoluzione che si proponevano di fare i realisti, capeggiata dai Backer padre e figlio". Ci fatto, mia intenzione nominare una commissione straordinaria di uomini scelti e fidati che sottoporranno a giudizio militare i principali criminali fra quelli che verranno arrestati, "con il massimo rigore della legge". Coloro che saranno giudicati meno colpevoli verranno "economicamente" deportati f uori dai miei domini per tutta la vita, e i loro beni confiscati. A questo proposito, vi devo dire che ho trovato molto sensato ci che "voi osservat e" in merito alla deportazione; ma, a parte qualsiasi inconveniente, trovo che m eglio "sbarazzarsi di quelle vipere" piuttosto che tenerle fra noi. Se possedess i un'isola molto lontana dai miei domini e dal continente, accetterei senz'altro il vostro suggerimento di relegarveli; ma la vicinanza delle mie isole ai due r egni renderebbe possibile qualche cospirazione che quella gente potrebbe tramare con gli scellerati e gli scontenti che non fossimo riusciti a estirpare dai mie i Stati. D'altronde, le sconfitte considerevoli che, grazie a Dio, i francesi ha nno subito e che spero subiranno ancora, metteranno i deportati nella condizione di non poterci pi nuocere. Bisogner tuttavia riflettere bene sul luogo della depo rtazione e sul modo per effettuarla senza alcun rischio: del che mi sto attualme nte occupando. Quanto alla commissione che deve giudicare i reati di tutti costoro, non appena N

apoli sar di nuovo nelle mie mani vi penser senz'altro, e provveder a trasferire ta le commissione da questa citt alla capitale. Quanto alle province e ai luoghi in cui ora vi trovate, De Fiore potr proseguire la vostra opera, se siete d'accordo. Inoltre, fra gli avvocati provinciali e reali dei governi che non sono scesi a patti con i repubblicani, che si sono mantenuti fedeli alla corona e che hanno g iudizio, se ne possono scegliere alcuni e assegnare loro tutti i poteri straordi nari e incondizionati, per evitare che certi magistrati, sia della capitale sia delle province, che abbiano servito sotto la Repubblica, sia pure per esservi st ati spinti, come mi auguro, da inderogabili necessit, vengano chiamati a giudicar e dei traditori, nelle file dei quali io li colloco. A proposito di coloro che non sono compresi nelle categorie che vi ho indicato e che mi riservo di integrare, vi lascio la libert di fare in modo che vengano pron tamente ed esemplarmente puniti, con tutto il rigore delle leggi, nel caso li ri conosceste come i veri principali colpevoli e giudicaste necessaria tale punizio ne. Quanto ai magistrati della capitale, quelli che non avessero accettato incarichi speciali dai francesi e dalla Repubblica e avessero semplicemente assolto la fun zione di esercitare la giustizia nei tribunali di loro competenza, non saranno p erseguiti in alcun modo. Sono queste, per il momento, tutte le disposizioni che vi incarico di far eseguir e nel modo che giudicherete pi confacente e nei luoghi in cui ci sar possibile. Non appena avr riconquistato Napoli, mi riservo di aggiungerne di nuove, qualora g li eventi e le conoscenze da me acquisite lo richiedano. "Dopodich mia intenzione adempiere ai miei doveri di buon cristiano e di padre benevolo dei suoi popoli: dimenticare interamente il passato e concedere un perdono totale e incondiziona to che assicuri a tutti l'oblio delle colpe passate, sulle quali vieter di indaga re pi a lungo, nella speranza che tali colpe siano state causate non dalla corruz ione degli animi, ma da timore e pusillanimit". Non dimenticate tuttavia che i pubblici incarichi devono essere assegnati nelle p rovince a persone che si siano sempre comportate bene verso la corona e che, di conseguenza, non abbiano mai cambiato partito, giacch solo in tal modo potremo es sere sicuri di conservare ci che abbiamo riconquistato. Prego il Signore che vi conservi per il bene del mio servizio e per potervi espr imere in qualsiasi circostanza la mia autentica e sincera gratitudine. Nell'attesa, credetemi sempre Il vostro affezionato Ferdinando B. (2). Abbiamo in precedenza rilevato che una delle personalit pi incredibili, quasi inve rosimili, da noi inserite nel nostro libro affinch Napoli apparisse ai nostri let tori quale veramente fu nei giorni della rivoluzione, quella sorta di mostro, me t tigre e met gorilla, di nome Gaetano Mammone, che si colloca, rispetto al re, al l'altra estremit della scala sociale. Un solo autore ne parla come se lo avesse conosciuto di persona: Cuoco (3). Gli altri non fanno che ripetere quello che egli ne dice: Mammone Gaetano, dapprima mugnaio, poi comandante in capo degli insorti di Sora, fu un mostro sanguinario, di una barbarie senza pari. Nel giro di due mesi, in u na piccola zona del paese, egli fece fucilare trecentocinquanta disgraziati, sen za contare quelli - circa il doppio - che furono uccisi dai suoi sgherri. Non pa rlo dei massacri, delle violenze, degli incendi; non parlo delle orribili fosse in cui gettava gli infelici che cadevano nelle sue mani, n degli insoliti tipi di morte escogitati dalla sua crudelt di novello Procuste o Mezenzio. La sua sete d i sangue era tale da indurlo a bere quello che usciva dalle ferite dei poveretti che assassinava o faceva assassinare. "Chi scrive queste righe lo ha visto" ber e il suo proprio sangue dopo essere stato sottoposto a salasso, e cercare bramos amente, nella bottega di un barbiere, il sangue di coloro che erano stati salass ati prima di lui. Egli mangiava quasi sempre tenendo sul tavolo una testa mozzat a e beveva in un cranio umano. Ed a un simile mostro che Ferdinando di Sicilia scriveva: "Mio generale e amico". Quanto agli altri personaggi dell'opera - parliamo sempre dei personaggi storici -, un po' pi simili a esseri umani, essi sono: la regina Maria Carolina, della q

uale tenteremmo di fare uno schizzo preparatorio, se esso non fosse gi stato trac ciato a grandi linee in un magnifico discorso pronunciato dal principe Napoleone davanti al Senato, discorso che ancor vivo nella memoria di noi tutti; Nelson, la cui biografia stata scritta da Lamartine; Emma Lyonna, di cui potrete ammirar e venti ritratti nella Biblioteca imperiale; Championnet, il cui nome gloriosame nte inscritto nelle prime pagine della nostra Rivoluzione, e che, come Marceau, come Hoche, Klber e Desaix, come mio padre, ha avuto la fortuna di non sopravvive re all'avvento della libert; e infine alcune di quelle gloriose e poetiche figure che rifulgono in occasione di grandi rivolgimenti politici, quali furono in Fra ncia Danton, Camille Desmoulins, Biron, Bailly, Madame Roland, e a Napoli Ettore Carafa, Manthonnet, Schipani, Cirillo, Cimarosa, Eleonora Pimentel. Quanto all'eroina a cui s'intitola il libro, diciamo una parola non su di lei, m a sul suo nome: la Sanfelice. In Francia, parlando di una donna nobile o semplicemente distinta, si dice Madam e; in Inghilterra, Milady o Mistress; in Italia, paese della familiarit, si dice: la Tale. Da noi, una simile denominazione sarebbe giudicata scorretta; in Itali a, e soprattutto a Napoli, quasi un titolo di nobilt. A Napoli non verrebbe in mente a nessuno di dire, parlando di questa povera donn a resa famosa dalle enormi sciagure che la colpirono: La signora Sanfelice, o La no bildonna Sanfelice. Si dice semplicemente: LA SANFELICE. Ho ritenuto di dover conservare al libro, senza alcuna modifica, il titolo che e sso trae dalla sua eroina. Con ci, cari lettori, avendovi detto quello che vi dovevo dire, entreremo in argo mento, se davvero lo desiderate. ALEXANDRE DUMAS 1. LA GALEA CAPITANA. Fra il promontorio al quale Virgilio, collocandovi la tomba del trombettiere di Enea, ha dato il nome di capo Miseno, e il capo Campanella, che su uno dei suoi versanti vide nascere l'inventore della bussola e sull'altro aggirarsi, proscrit to e fuggiasco, l'autore della "Gerusalemme liberata", si estende il magnifico g olfo di Napoli. Questo golfo, sempre ridente, sempre solcato da migliaia di imbarcazioni, sempre echeggiante del suono di strumenti e del canto dei passanti, il 22 settembre 17 98 era ancora pi gaio, pi rumoroso e pi animato del solito. A Napoli il mese di settembre gi di per s splendido, collocato com' fra l'arsura so ffocante dell'estate e le piogge capricciose dell'autunno, ma il giorno dal qual e prende inizio la nostra storia lo era in modo particolare. Il sole riversava f iotti di luce dorata su quel vasto anfiteatro di colline che sembra allungare un o dei suoi bracci fino a Nisida e l'altro fino a Portici per premere la fortunat a citt contro i fianchi del colle di Sant'Elmo, dove sorge, simile a una corona m urale sulla fronte della moderna Partenope, la vecchia fortezza dei principi ang ioini. Il golfo, un'immensa distesa di azzurro simile a un tappeto disseminato di pagli uzze d'oro, fremeva al soffio della brezza mattutina, leggera, balsamica, profum ata; cos dolce da far sbocciare un sorriso ineffabile sui volti che accarezzava; cos viva che nei petti sollevati ad accoglierla nasceva all'istante quell'immenso anelito verso l'infinito che induce l'uomo a credere orgogliosamente di essere o almeno di poter diventare un dio, e che questo mondo sia soltanto un asilo mom entaneo, costruito sulla strada del cielo. Alla chiesa di San Ferdinando, che sorge all'angolo fra via Toledo e piazza San Ferdinando suonavano le otto. L'ultima vibrazione del suono che scandisce il tem po si era appena dissolta nello spazio che le mille campane delle trecento chies e di Napoli balzarono fuori, allegre e chiassose, dalle aperture dei loro campan ili, mentre i cannoni del Castel dell'Ovo, del Castel Nuovo e del Carmine, esplo dendo come rombi di tuono, sembravano voler soffocare quel fragoroso scampanio e

avvolgevano la citt in un cerchio di fumo; intanto Castel Sant'Elmo, fiammeggian te e annuvolato come un cratere in eruzione, improvvisava, di fronte all'antico vulcano silenzioso, un novello Vesuvio. Campane e cannoni salutavano con la loro voce di bronzo una magnifica galea che in quel momento, staccatasi dal molo, attraversava il porto militare e, sotto la doppia spinta dei remi e della vela, avanzava maestosa verso il largo, seguita da dieci o dodici imbarcazioni pi piccole ma splendidamente ornate quasi quanto l a loro capitana, la quale avrebbe potuto competere in sfarzo con il "Bucintoro", che porta il doge a sposare l'Adriatico. Al comando della galea c'era un ufficiale di quarantasei o quarantasette anni ch e indossava la fastosa uniforme di ammiraglio della marina napoletana; il suo vi so maschio, di una bellezza severa e imperiosa, era temprato dal sole e dal vent o; bench avesse il capo scoperto in segno di rispetto, egli teneva alta la fronte su cui ricadevano i capelli brizzolati attraverso i quali doveva essere passato pi di una volta il soffio violento della tempesta; fin dalla prima occhiata appa riva evidente che, per quanto illustri fossero i personaggi che portava a bordo, era lui che deteneva il comando; il portavoce in vermeil appeso alla sua mano d estra sarebbe stato il segno visibile di quel comando se la natura non avesse pr ovveduto a imprimere tale segno in modo ben pi indelebile nel lampo dei suoi occh i e nel tono della sua voce. Si chiamava Francesco Caracciolo e apparteneva all'antica famiglia dei principi Caracciolo, avvezzi a essere ambasciatori dei re e amanti delle regine. Egli stava in piedi sul ponte di comando, come avrebbe fatto in caso di combatti mento. Tutta la tolda della galea era sormontata da una tenda di porpora ornata dello s temma delle Due Sicilie e destinata a riparare dal sole gli augusti passeggeri. Costoro erano suddivisi in tre gruppi, diversi nell'aspetto e negli atteggiament i. Il primo, il pi ragguardevole, si componeva di cinque uomini che stavano al centr o della nave, tre dei quali non erano al riparo della tenda: portavano al collo dei nastri variopinti ai quali erano appese croci di tutti i paesi, e avevano il petto cosparso di decorazioni e attraversato da cordoni. Due di essi portavano attaccate a un bottone della giacca, come segni distintivi del loro rango, delle chiavi d'oro, che stavano a indicare il titolo onorifico di ciambellani. Il personaggio principale di questo gruppo era un uomo sui quarantasette anni, a lto e magro ma di struttura solida. L'abitudine di chinarsi per dare ascolto a c hi gli parlava gli aveva leggermente incurvato la schiena. Nonostante l'abito ri coperto di ricami in oro e le insegne di diamanti che gli scintillavano sulla gi acca, nonostante il titolo di Maest che ricorreva in continuazione sulle labbra d i coloro che a lui si rivolgevano, il suo aspetto era volgare, e nessuno dei suo i tratti, esaminati a uno a uno, rivelava la dignit regale. Aveva i piedi grossi, le mani tozze, polsi e caviglie tutt'altro che sottili; la fronte bassa, che de notava l'assenza di sentimenti elevati, e il mento sfuggente, segno di un caratt ere debole e indeciso, mettevano ancora pi in risalto il naso smisuratamente larg o e lungo, indice di un'abietta lussuria e di bassi istinti; soltanto lo sguardo era vivace e scherzoso, ma quasi sempre falso, a volte crudele. Questo personag gio era Ferdinando Quarto, figlio di Carlo Terzo, per grazia di Dio re delle Due Sicilie (4) e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza e Cast ro, principe ereditario di Toscana, che i lazzaroni di Napoli chiamavano pi sempl icemente, senza tante cerimonie, re Nasone. La persona con cui egli sembrava pi interessato a intrattenersi e che era vestita pi semplicemente di tutti, bench indossasse la giacca ricamata dei diplomatici, e ra un vecchio di sessantanove anni, piccolo di statura, con i radi capelli bianc hi pettinati all'indietro. Aveva un viso affilato, del tipo che la gente del pop olo chiama, con espressione caratteristica, a lama di coltello, naso e mento appun titi, bocca rientrante, occhio indagatore, chiaro e intelligente; le sue mani, e stremamente curate e sulle quali ricadevano i polsini in splendido pizzo inglese , erano cariche di anelli con preziosi cammei antichi montati in oro. Portava so ltanto due decorazioni, l'insegna dell'ordine di San Gennaro e il cordone rosso del Bagno con la medaglia d'oro a stella raffigurante al centro uno scettro fra

una rosa e un cardo, e intorno tre corone imperiali. Costui era Sir William Hamilton, fratello di latte del re Giorgio Terzo, e da tr entacinque anni ambasciatore di Gran Bretagna alla corte delle Due Sicilie. Gli altri tre erano il marchese Malaspina, aiutante di campo del re; l'irlandese John Acton, suo primo ministro, e il duca d'Ascoli, suo ciambellano e amico. Il secondo gruppo, che sembrava un dipinto di Angelica Kauffmann, era composto d a due donne alle quali, pur ignorandone il rango e la fama, anche l'osservatore pi indifferente non avrebbe potuto fare a meno di prestare un'attenzione particol are. La pi anziana delle due, pur avendo superato il periodo giovanile e pi brillante d ella vita, aveva conservato tracce considerevoli della passata bellezza; la sua figura, piuttosto alta, cominciava ad appesantirsi per via di una pinguedine che la freschezza del corpo avrebbe potuto far giudicare precoce se certe rughe pro fonde, scavate nell'avorio della fronte ampia e autoritaria dalle preoccupazioni della politica e dal peso della corona pi che dall'et, non avessero rivelato i qu arantacinque anni che ella stava per raggiungere; i suoi capelli biondi, di rara finezza e di una tinta incantevole, incorniciavano mirabilmente un viso il cui ovale primitivo si era leggermente deformato per effetto dell'inquietudine e del dolore. I suoi occhi azzurri, stanchi e distratti, emettevano, quando il pensie ro di colpo li animava, un bagliore cupo, e per cos dire elettrico, che, dopo ess ere stato il riflesso dell'amore, e poi il fuoco dell'ambizione, era diventato i l lampo dell'odio; la bocca umida di color carminio, con il labbro inferiore, pi sporgente dell'altro, che a tratti conferiva al viso un'espressione di indicibil e disdegno, si era disseccata e scolorita sotto i morsi continui di denti ancora belli e luccicanti come perle. Il naso e il mento erano rimasti di una purezza greca; il collo, le spalle e le braccia erano tuttora impeccabili. Questa donna, figlia di Maria Teresa e sorella di Maria Antonietta, era Maria Ca rolina d'Austria, regina delle Due Sicilie, sposa di Ferdinando Quarto, verso il quale, per ragioni che vedremo pi avanti, aveva provato dapprima indifferenza, p oi repulsione, infine disprezzo. Adesso si trovava in questa terza fase, che non sarebbe stata l'ultima, ed erano soltanto le necessit politiche a tenere uniti i due illustri sposi, che per il resto vivevano completamente separati, il re ded ito alla caccia nelle foreste di Lincola, di Persano, di Asproni, con pause di r iposo nel suo harem di San Leucio, la regina intenta a far politica a Napoli, a Caserta o a Portici, insieme al suo sinistro Acton, o a riposarsi sotto i pergol ati di aranci con la sua favorita Emma Lyonna, che in quel momento era distesa a i suoi piedi come una schiava regina. Bastava, d'altronde, gettare uno sguardo a quest'ultima per comprendere non solo il favore alquanto scandaloso di cui ella godeva presso Carolina, ma anche l'en tusiasmo frenetico suscitato dal suo fascino fra i pittori inglesi, che la ritra ssero in ogni possibile forma, e fra i poeti napoletani che la cantarono in tutt i i toni; se la natura umana pu conseguire la perfezione della bellezza, certamen te Emma Lyonna aveva raggiunto tale perfezione. E' indubbio che dalla sua intimi t con qualche moderna Saffo ella avesse ereditato quell'essenza preziosa donata d a Venere a Faone per farsene irresistibilmente amare; l'occhio meravigliato, pos andosi su di lei, sembrava dapprima distinguere i contorni di quel corpo mirabil e solo attraverso l'alone di volutt che da esso emanava; poi, penetrandovi a poco a poco, lo sguardo riusciva a scoprire la dea. Proviamo a dipingere questa donna, che scese negli abissi pi profondi della miser ia e raggiunse le pi splendide vette della ricchezza, e che, all'epoca in cui ci appare, avrebbe potuto gareggiare in belt, grazia e intelligenza con la greca Asp asia, l'egizia Cleopatra e la romana Olimpia. Ella era, o almeno pareva, giunta a quell'et in cui il corpo della donna in piena fioritura; la sua persona, a esaminarla nei particolari, suscitava allo sguardo un senso di graduale meraviglia; i capelli castani incorniciavano un volto roto ndo come quello di una fanciulla appena giunta alla pubert; gli occhi iridescenti , di cui sarebbe stato impossibile precisare il colore, scintillavano sotto due sopracciglia che sembravano dipinte da Raffaello; il collo era flessuoso e candi do come quello di un cigno; le spalle e le braccia, che con la loro morbidezza e rotondit e la grazia seducente delle movenze ricordavano non gi le fredde creazio

ni dello scalpello antico, ma i marmi soavi e palpitanti di Germain Pilon, gareg giavano con questi in compattezza e nell'azzurro delle venature; la bocca, simil e a quella della principessa della favola, figlioccia di una fata, che a ogni pa rola lasciava cadere una perla e a ogni sorriso un diamante, sembrava uno scrign o inesauribile di baci d'amore. In contrasto con le vesti prettamente regali di Maria Carolina, ella indossava una semplice tunica lunga di cachemire bianco con ampie maniche e di foggia greca, raccolta e stretta in vita da una cintura di m arocchino rosso con ricami d'oro, incrostata di rubini, opali e turchesi, e agga nciata con uno splendido cammeo raffigurante Sir William Hamilton. Ella si avvol geva, come in un mantello, in un ampio scialle indiano dai colori cangianti e a fiori d'oro, che pi di una volta, nelle serate intime organizzate dalla regina, l e era servito per eseguire la danza dello scialle, da lei inventata, della quale n essuna danzatrice o ballerina riusc mai a eguagliare la voluttuosa e magica perfe zione. Pi avanti avremo occasione di illustrare ai nostri lettori il singolare passato d i questa donna, alla quale, in un capitolo di semplice introduzione descrittiva, non possiamo dedicare, per quanto importante sia il posto da lei occupato nella storia che stiamo per raccontare, se non una rapida occhiata e una fuggevole at tenzione. Il terzo gruppo, simmetrico a questo, che si trovava alla destra di quello del r e, era composto da quattro persone: due uomini di et diversa che discorrevano di scienza e di economia politica, e una giovane donna pallida, triste e assorta ne i suoi pensieri, che teneva in braccio, cullandola e stringendola al cuore, la f iglioletta di pochi mesi. Una quinta persona, la quale altro non era che la nutrice della bimba, una flori da contadina con indosso il costume delle donne di Aversa, stava ritirata nella penombra, dove peraltro si vedevano scintillare le passamanerie in oro di cui er a guarnito il suo corpetto. Il pi giovane dei due uomini, di soli ventidue anni, con i capelli biondi, il men to ancora imberbe, la figura appesantita da una precoce obesit, che il veleno avr ebbe pi tardi trasformato in magrezza cadaverica, vestito di un abito azzurro ric amato in oro e sovraccarico di cordoni e insegne onorifiche, era il figlio maggi ore del re e della regina Maria Carolina e presunto erede al trono, Francesco, d uca di Calabria. Nato con un'indole mansueta e timida e spaventato in seguito da lle violenze reazionarie della regina, si era perci immerso nella letteratura e n elle scienze, e non chiedeva altro che di rimanere al di fuori della macchina po litica, temendo di essere stritolato dai suoi ingranaggi. Colui con il quale il principe si intratteneva era un uomo dall'aspetto austero e freddo, di una cinquantina d'anni, che non era esattamente un erudito ma, cosa c he a volte conta molto di pi, uno studioso. Egli portava come unica decorazione, su una giacca dagli ornamenti molto semplici, la croce di Malta, che richiedeva du ecento anni di nobilt ininterrotta: era in effetti un nobile napoletano, il caval iere di Sanfelice, bibliotecario del principe e cavaliere d'onore della principe ssa. La principessa, dalla quale avremmo forse dovuto iniziare, era la giovane madre alla quale abbiamo solo accennato, che, quasi avesse intuito di dover presto las ciare la terra per il cielo, stringeva al cuore la sua creatura. Anch'ella, come la suocera, era arciduchessa della illustre casa d'Asburgo; si chiamava Clement ina d'Austria; a quindici anni era venuta da Vienna per sposare Francesco di Bor bone e, fosse per un amore lasciato laggi, fosse per la delusione provata qui, ne ssuno, neanche sua figlia, qualora avesse avuto l'et per comprendere e per parlar e, avrebbe potuto dire di averla mai vista sorridere. Fiore del Nord, appena sbo cciata cominciava gi ad appassire sotto il sole ardente del meridione; la sua tri stezza era un segreto di cui lentamente moriva senza lagnarsi n con gli uomini n c on Dio; sembrava consapevole di essere condannata e, pura e devota vittima espia toria, si era rassegnata alla condanna che subiva non per le sue colpe ma per qu elle altrui; Dio, che ha tutta l'eternit per essere giusto, manifesta a volte cer te misteriose contraddizioni che la nostra giustizia mortale ed effimera non com prende. La figlia che ella stringeva al cuore, e che solo da qualche mese aveva aperto gli occhi alla luce, era quella seconda Maria Carolina che ebbe forse le

debolezze ma non i vizi della prima; fu la giovane principessa che and sposa al d uca di Berry, resa poi vedova dal pugnale di Louvel, e che, unica del ramo primo genito dei Borboni, tuttora ricordata in Francia per la sua simpatia e nobilt d'a nimo. E tutto quel mondo di re, principi e cortigiani che scivolava su quel mare azzur ro, sotto quella tenda di porpora, al suono di una musica melodiosa diretta dal bravo Domenico Cimarosa, maestro di cappella e compositore di corte, si lasciava via via alle spalle Resina, Portici, Torre del Greco, e avanzava sulla splendid a nave spinta verso il largo da quella nobile brezza di Baia cos fatale all'onore delle dame romane, e il cui soffio voluttuoso spirando sotto i portici dei temp li di Pesto, ne faceva fiorire i rosai due volte all'anno. Nello stesso tempo si vedeva profilarsi all'orizzonte, molto al di l di Capri e d el capo Campanella, un vascello da guerra che per parte sua, scorgendo la flotti glia reale, esegu le manovre di avvicinamento e, puntando la prua su di essa, spa r un colpo di cannone. Una leggera nuvola di fumo comparve sulla fiancata del colosso, intanto che sul pennone saliva leggiadramente il rosso stendardo d'Inghilterra. Dopo qualche sec ondo si ud una detonazione prolungata, simile al rombo di un tuono lontano. 2. L'EROE DEL NILO. Il bastimento che correva incontro alla flottiglia reale, e sul pennone del qual e abbiamo visto salire il rosso stendardo d'Inghilterra, si chiamava "Vanguard". L'ufficiale che lo comandava, il commodoro Horace Nelson, aveva appena distrutto la flotta francese ad Abukir e tolto a Bonaparte e all'esercito repubblicano og ni speranza di ritorno in Francia. Diremo in poche parole chi fosse questo commodoro Horace Nelson, uno dei pi grand i uomini di mare mai esistiti, il solo che abbia saputo contrastare e persino me ttere a repentaglio nelle acque dell'oceano la fortuna continentale di Napoleone . Qualcuno si stupir forse di sentir tessere proprio da noi l'elogio di Nelson, di quel terribile nemico della Francia che le ha estratto dal cuore il suo sangue m igliore e pi puro ad Abukir e a Trafalgar; ma gli uomini come lui sono un prodott o della civilt universale, che i posteri, senza far distinzione di nascita e di p aese, considerano parte della grandezza del genere umano, il quale deve circonda rli di reverente amore e ammirarli con immenso orgoglio; una volta scesi nella t omba, essi non sono pi n compatrioti n stranieri, n amici n nemici: si chiamano Annib ale e Scipione, Cesare e Pompeo, ovverosia opere e azioni. L'immortalit naturaliz za i grandi geni a vantaggio dell'universo. Nelson era nato il 29 settembre 1758; all'epoca di cui parliamo, aveva dunque qu arant'anni. Era nato a Burnham Thorpe, un piccolo villaggio della contea di Norf olk di cui suo padre era pastore; la madre era morta giovane lasciando undici fi gli. Uno zio che stava nella marina, e che era imparentato con i Walpole, lo prese co n s come allievo ufficiale sulla nave "Redoubtable", dotata di sessantaquattro ca nnoni. Egli and quindi al polo, dove rimase per sei mesi bloccato fra i ghiacci e lott co rpo a corpo con un orso bianco che lo avrebbe stritolato fra le zampe se uno dei suoi compagni non avesse ficcato la punta del moschetto nell'orecchio dell'anim ale e fatto fuoco. In seguito si rec a sud dell'Equatore, si smarr in una foresta del Per, e qui, addo rmentatosi ai piedi di un albero, fu morso da un serpente della peggiore specie, rischi di morire e conserv per tutta la vita delle chiazze livide simili a quelle del serpente stesso. In Canada ebbe il suo primo amore e fu sul punto di fare una vera e propria pazz ia. Per non lasciare colei che amava decise di dimettersi da capitano di fregata . I suoi ufficiali lo colsero di sorpresa, lo legarono come un criminale o come un folle, lo trascinarono sul "Sea Horse", su cui allora navigava, e lo rimisero

in libert solo in mare aperto. Di ritorno a Londra, si spos con una vedova, tale Mistress Nisbet; l'am con la pas sione che gli si accendeva nell'animo con tanta facilit e tanto ardore e, quando si rimise in mare, port con s il figlio Josuah che ella aveva avuto dal primo mari to. Allorch Tolone fu consegnata agli inglesi dall'ammiraglio Trogov e dal genera le Maudet, Horace Nelson, che era allora capitano dell'"Agamemnon", fu mandato c on il suo bastimento a Napoli per annunciare al re Ferdinando e alla regina Caro lina la resa del nostro primo porto militare. In tale occasione Sir William Hamilton, che, come abbiamo detto, era ambasciator e d'Inghilterra, lo incontr dal re, lo port a casa sua, lo lasci nel salotto, and ne lla camera della moglie e le disse: Vi ho portato un ometto che non pu certo vantarsi di essere bello; ma, o mi sbagli o di grosso, o un giorno sar la gloria dell'Inghilterra e il terrore dei suoi nem ici. E che cosa ve lo fa prevedere? domand Lady Hamilton. Le poche parole che abbiamo scambiato. Egli in salotto; venite, mia cara, a fare gli onori di casa. Non ho mai ospitato alcun ufficiale inglese; ma non voglio ch e questo alloggi altrove che in casa mia. Cos Nelson alloggi all'ambasciata d'Inghilterra, situata all'angolo fra la riviera di Chiaia e la via omonima. Egli era allora, nel 1793, un uomo di trentaquattro anni, basso di statura come aveva detto Sir William, pallido in viso, con gli occhi azzurri e quel naso aqui lino che contraddistingue il profilo degli uomini di guerra e che fa somigliare Cesare e Cond a uccelli da preda, con quel mento prominente che indica la tenacia spinta fino all'ostinazione; quanto ai capelli e alla barba, erano di un biondo pallido, radi e mal distribuiti. Niente lascia supporre che in quell'occasione Emma Lyonna sia stata, circa il fi sico di Nelson, di parere diverso dal marito; la folgorante bellezza dell'ambasc iatrice produsse invece il suo effetto: Nelson lasci Napoli portando con s i rinfo rzi che era venuto a chiedere alla corte delle Due Sicilie, e follemente innamor ato di Lady Hamilton. Fosse per pura ambizione di gloria, o per guarire da quell'amore che sentiva irr imediabile, egli volle sfidare la morte durante l'assedio di Calvi, dove perse u n occhio, e nella spedizione di Tenerife, dalla quale torn con un braccio amputat o. Nessuno lo sa; ma in entrambe quelle occasioni Nelson mise in gioco la propri a vita con tanta incoscienza da indurre a pensare che ci tenesse ben poco. Lady Hamilton lo rivide dunque guercio e monco, e non c' motivo di credere che il suo cuore abbia provato per l'eroe mutilato un sentimento diverso dalla tenera e solidale piet che la bellezza deve tributare ai martiri della gloria. Il 16 giugno 1798 egli torn per la seconda volta a Napoli, e per la seconda volta si trov alla presenza di Lady Hamilton. La sua posizione era alquanto critica. Incaricato di bloccare la flotta francese nel porto di Tolone e di sferrare l'at tacco qualora tentasse di uscirne, si era visto sfuggire di mano quelle navi che , dopo aver conquistato Malta senza problemi, avevano poi sbarcato trentamila uo mini ad Alessandria! E non tutto: investito da una tempesta, avendo subto gravi avarie e mancando d'ac qua e di viveri, impossibilitato a continuare l'inseguimento, si era visto costr etto a riparare a Gibilterra per riassestarsi. Si sentiva perduto: poteva essere accusato di tradimento, visto che, dopo aver c ercato per un mese nel Mediterraneo, ossia in un grande lago, una flotta di tred ici bastimenti di linea e di trecentottantasette navi da trasporto, non solo non l'aveva raggiunta, ma non ne aveva neppure scoperto le tracce. Si trattava di ottenere dalla corte delle Due Sicilie il permesso di rifornirsi di acqua e di viveri nei porti di Messina e di Siracusa, e di legname per sostit uire alberi e pennoni spezzati in Calabria. Il tutto sotto gli occhi dell'ambasc iatore francese. Ora, la corte delle Due Sicilie aveva sottoscritto con la Francia un trattato di pace che le imponeva la neutralit assoluta; concedere a Nelson quello che chiede va avrebbe significato venir meno al trattato e infrangere quella neutralit.

Ma Ferdinando e Carolina detestavano a tal punto i francesi e avevano giurato al la Francia un odio cos feroce che ebbero l'impudenza di accordare a Nelson tutto quanto desiderava, e questi, sapendo che solo una grande vittoria poteva salvarl o, lasci Napoli pi innamorato, pi folle e pi esaltato che mai, giurando di vincere o di farsi uccidere alla prima occasione. Egli vinse e rischi di essere ucciso. Giammai, dopo l'invenzione della polvere da sparo e l'impiego dei cannoni, una battaglia navale aveva sconvolto i mari con una simile catastrofe. Dei tredici bastimenti di linea di cui, come abbiamo detto, si componeva la flot ta francese, soltanto due erano riusciti a sottrarsi alle fiamme e a sfuggire al nemico. Uno, l'"Orient", era saltato per aria; un altro bastimento e una fregata erano c olati a picco, nove erano stati catturati. Nelson si era comportato da eroe per tutta la durata della battaglia, si era offerto alla morte, e la morte non lo av eva voluto; ma aveva riportato una grave ferita. Una palla di cannone del "Guill aume Tell", piombata a bordo del "Vanguard", su cui egli era imbarcato, aveva sp ezzato un pennone, e questo gli era caduto sulla fronte proprio nel momento in c ui alzava la testa per scoprire la causa del terribile schianto, gli aveva lacer ato la pelle del cranio facendola ricadere sull'unico occhio che gli restava, e lo aveva abbattuto sul ponte in un lago di sangue, come un toro colpito da una m azza. Nelson, credendo che la ferita fosse mortale, fece chiamare il cappellano per ri cevere la benedizione e lo incaric di portare il suo ultimo saluto alla famiglia; ma, insieme al prete, era salito il chirurgo. Questi esamin il cranio e lo trov intatto; solo la pelle della fronte era staccata e gli ricadeva sul viso fino alla bocca. La pelle venne riattaccata alla fronte, trattenuta da una benda nera. Nelson rac colse subito da terra il portavoce sfuggitogli di mano e riprese la sua opera di distruzione gridando: Fuoco!. C'era davvero la forza di un Titano nell'odio di qu est'uomo per la Francia! Il 2 agosto, alle otto di sera, della flotta francese r estavano, come si detto, soltanto due bastimenti che si rifugiarono a Malta. Una nave leggera port alla corte delle Due Sicilie e all'ammiragliato d'Inghilter ra la notizia della vittoria di Nelson e della distruzione della nostra flotta. Da tutta l'Europa si lev un immenso grido di gioia che echeggi fino in Asia, tanto i francesi erano temuti, tanto la Rivoluzione francese era esecrata! La corte di Napoli in particolare, dopo essere stata folle di rabbia, impazz dall a gioia. Fu naturalmente Lady Hamilton a ricevere la lettera di Nelson con l'annuncio di questa vittoria, che relegava per sempre trentamila francesi in Egitto, e con es si Bonaparte. Bonaparte, l'uomo di Tolone, del 13 vendemmiaio, di Montenotte, di Dego, di Arcole e di Rivoli, che aveva sconfitto Beaulieu, Wurmser, Alvinczi e il principe Carlo, il vincitore di battaglie che in meno di due anni aveva fatto centocinquantamila prigionieri, conquistato centosettanta bandiere, preso cinqu ecentocinquanta cannoni di grosso calibro, seicento pezzi di artiglieria, cinque equipaggiamenti di ponte; l'ambizioso che aveva definito l'Europa una tana di t alpe e secondo il quale non vi erano mai stati grandi imperi o grandi rivoluzion i fuorch in Oriente; il capitano avventuroso che a ventinove anni, pi grande gi di Annibale e di Scipione, volle conquistare l'Egitto per essere grande quanto Ales sandro e Cesare, eccolo ora isolato, soppresso, cancellato dall'elenco dei comba ttenti; nel grande gioco della guerra aveva finito per trovare un giocatore pi fo rtunato o pi abile di lui. Sulla gigantesca scacchiera del Nilo, le cui pedine so no degli obelischi, i cui cavalieri delle sfingi, le cui torri delle piramidi, i cui alfieri si chiamano Cambise, i re Sesostri, le regine Cleopatra, gli avevan o dato scacco matto! E' interessante valutare il terrore che ispiravano ai sovrani d'Europa i due nom i uniti insieme della Francia e di Bonaparte sulla base dei doni che Nelson rice vette da quei sovrani, pazzi di gioia nel vedere la Francia umiliata e Bonaparte - cos almeno credevano - perduto. Enumerarli facile; li trascriviamo da un elenc o redatto da Nelson in persona:

Da Giorgio Terzo, la dignit di Pari d'Inghilterra e una medaglia d'oro; dalla Camera dei Comuni, per lui e per i suoi due eredi pi diretti, il titolo di barone del Nilo e di Burnham Thorpe, con una rendita di duemila sterline a decor rere dal primo agosto 1798, giorno della battaglia; dalla Camera dei Pari, stessa rendita, alle stesse condizioni, a partire dallo s tesso giorno; dal Parlamento d'Irlanda, una pensione di mille sterline; dalla Compagnia delle Indie orientali, diecimila sterline una tantum; dal sultano, una fibbia di diamanti con la piuma del trionfo, del valore di duem ila sterline, e una sontuosa pelliccia del valore di mille sterline; dalla madre del sultano, una scatola incrostata di diamanti, del valore di mille duecento sterline; dal re di Sardegna, una tabacchiera incrostata di diamanti, del valore di milled uecento sterline; dall'isola di Zante, una spada con impugnatura d'oro e un bastone con pomo d'oro ; dalla citt di Palermo, una tabacchiera e una catena d'oro su un piatto d'argento; per finire, dal suo amico Benjamin Hallowell, capitano del "Swiftsure", un dono tipicamente inglese, che determinerebbe una grave lacuna per il nostro elenco se lo passassimo sotto silenzio. Abbiamo detto che il bastimento "Orient" era saltato per aria; Hallowell ne recu per l'albero maestro e lo fece portare a bordo della sua nave, poi, con l'albero e le sue guarnizioni di ferro, ordin al carpentiere e al fabbro di bordo di costr uire una bara ornata di una targa con questo certificato di origine: Certifico che questa bara costruita interamente con il legno e il ferro del basti mento "Orient", in gran parte salvato nella baia di Abukir dalla nave di Sua Mae st al mio comando. Ben. Hallowell. Della bara munita di tale certificato egli fece poi dono a Nelson con questa let tera: All'onorevole Nelson C.B. Mio caro signore, vi mando, insieme alla presente, una bara ricavata dall'albero maestro del bastim ento francese "Orient", affinch possiate, quando lascerete questa vita, riposare entro il vostro trofeo. La speranza che quel giorno sia ancora lontano nei desid eri del vostro obbediente e affezionato servitore Ben. Hallowell. Di tutti i doni che gli vennero offerti, non esitiamo a dire che quest'ultimo fu quello che parve commuovere maggiormente Nelson; egli lo accolse con manifesta soddisfazione, lo fece collocare nella sua cabina, addossato alla parete dietro la poltrona dove si sedeva a mangiare. Un vecchio domestico, rattristato dalla v ista di quel funereo oggetto, ottenne dall'ammiraglio che venisse trasportato ne ll'interponte. Allorch Nelson pass al "Fulminant", abbandonando il "Vanguard" orribilmente mutila to, la bara, non avendo trovato subito posto nel nuovo bastimento, rest per qualc he mese sul castello di prua. Un giorno che gli ufficiali del "Fulminant" stavan o ammirando il dono del capitano Hallowell, Nelson grid loro dalla sua cabina: Ammiratela quanto volete, signori, ma non a voi che destinata. Infine, alla prima occasione, Nelson la sped al suo tappezziere in Inghilterra, p regandolo di foderarla immediatamente di velluto, giacch, col mestiere che faceva , poteva rendersene necessario l'utilizzo da un momento all'altro, e in caso di bisogno desiderava trovarla pronta. Inutile dire che Nelson, ucciso sette anni dopo a Trafalgar, venne sepolto in qu esta bara.

Ma torniamo al nostro racconto. Abbiamo detto che una nave leggera aveva portato la notizia della vittoria di Ab ukir a Napoli e a Londra. Non appena ebbe ricevuto la lettera di Nelson, Emma Lyonna si precipit dalla regi na Carolina e gliela porse aperta; la sovrana vi pos lo sguardo e gett un grido, o meglio un ruggito di gioia; chiam i figli e il sovrano, corse come impazzita neg li appartamenti reali abbracciando quelli che incontrava, stringendo a s la messa ggera della buona novella e ripetendo incessantemente: Nelson! Bravo Nelson! Oh, salvatore! Oh, liberatore dell'Italia! Dio ti protegga, il cielo ti conservi!. Poi, senza darsi pensiero dell'ambasciatore francese Garat - lo stesso che aveva letto a Luigi Sedicesimo la sentenza di morte e che senza dubbio era stato mand ato a Napoli dal Direttorio in segno di avvertimento alla monarchia napoletana , pensando di non aver pi niente da temere dalla Francia, ordin di fare, ostentata mente e in piena luce, tutti i preparativi necessari per accogliere Nelson come si accoglie un trionfatore. E, per non essere da meno degli altri sovrani, ritenendo di essergli pi di ogni a ltro debitrice, in quanto si sentiva esposta a una duplice minaccia per via dell a presenza delle truppe francesi a Roma e della proclamazione della Repubblica r omana (5), fece sottoscrivere al re, tramite il primo ministro Acton, il brevett o di duca di Bronte con tremila sterline di rendita annua, mentre il re, insieme a tale brevetto, si riservava di offrire personalmente a Nelson la spada donata da Luigi Quattordicesimo al nipote Filippo Quinto allorch questi era salito al t rono di Spagna, e da Filippo Quinto al figlio don Carlos che si accingeva a conq uistare Napoli. Oltre ad avere un valore storico inestimabile, quella spada, che, secondo le ist ruzioni di Carlo Terzo, era destinata unicamente al difensore o al salvatore del regno delle Due Sicilie, era valutata, per via dei diamanti che la ornavano, ci nquemila sterline, ossia centoventicinquemila franchi della nostra moneta. La regina, inoltre, si proponeva di fare a Nelson un regalo ben pi prezioso per l ui di tutti i titoli, i favori, le ricchezze dei re della terra: intendeva offri rgli quella Emma Lyonna che da cinque anni era oggetto dei suoi sogni pi ardenti. Per questo, la mattina di quel memorabile 22 settembre 1798 aveva detto all'amic a, scostandole i capelli castani per baciare la sua fronte ingannevole, in appar enza cos pura da sembrare quella di un angelo: Mia diletta Emma,, perch possa continuare a fare il re e tu, di conseguenza, la re gina, bisogna che quell'uomo sia nostro, e perch quell'uomo sia nostro tu devi es sere sua. Emma aveva abbassato gli occhi e, senza rispondere, aveva afferrato le mani dell a regina e le aveva baciate con passione. Ora spiegheremo come Maria Carolina potesse rivolgere una simile preghiera, o me glio dare un ordine simile a Lady Hamilton, ambasciatrice d'Inghilterra. 3. IL PASSATO DI LADY HAMILTON. Nel breve e incompleto ritratto che abbiamo tentato di tracciare di Emma Lyonna, abbiamo accennato al "singolare passato di questa donna"; in effetti, nessun de stino fu pi straordinario, nessun passato fu mai pi fosco e insieme pi fulgido del suo; ella non aveva mai saputo n la sua et esatta, n il luogo della sua nascita; ne l ricordo pi lontano al quale giungeva con la memoria, si rivedeva bambina di tre o quattro anni, con indosso un misero abito di tela, che camminava scalza su un a stradina di montagna, fra le nebbie e le piogge di un paese settentrionale, at taccata con la manina gelida alle vesti della madre, una povera contadina che la prendeva in braccio quando era troppo stanca o doveva superare i ruscelli che a ttraversavano il sentiero. Ricordava di aver sofferto la fame e il freddo, durante quel viaggio. Ricordava inoltre che, nell'attraversare una citt, sua madre si fermava davanti a lla porta di una casa di ricchi o alla bottega di un fornaio, e con voce supplic hevole chiedeva una moneta, che spesso le veniva rifiutata, o del pane, che le v

eniva dato quasi sempre. Di sera, la bambina e la madre si fermavano alla porta di una fattoria isolata e domandavano ospitalit, che veniva loro concessa nel fienile o nella stalla; le n otti in cui le due povere viandanti ottenevano il permesso di dormire in una sta lla erano notti di festa; la bimba si scaldava rapidamente al dolce fiato degli animali, e la mattina dopo, prima di riprendere il cammino, riceveva quasi sempr e, dalla padrona della fattoria o dalla serva che andava a mungere le vacche, un bicchiere di latte tiepido e schiumoso, leccornia tanto pi gradita in quanto vi era ben poco avvezza. Finalmente la madre e la figlia raggiunsero la cittadina di Flint, meta del loro viaggio; l erano nati la madre di Emma e John Lyon, suo padre. Quest'ultimo, per cercare lavoro, aveva lasciato la contea di Flint per quella di Chester; ma il suo impiego era stato poco redditizio. John Lyon era morto giovane e povero, e l a sua vedova tornava alla terra natia per vedere se questa le sarebbe stata ospi tale o matrigna. Recuperando i ricordi di tre o quattro anni dopo, Emma si rivedeva sul pendio di una collina erbosa e fiorita, intenta a far pascolare le pecore della padrona d i una fattoria presso cui sua madre faceva la serva, o mentre indugiava accanto a una limpida fonte in cui si specchiava compiaciuta, dopo essersi incoronata co n i fiori nei campi vicini. Due o tre anni pi tardi, quando stava per compierne dieci, in famiglia si era ver ificato un evento felice. Un certo conte di Halifax, che probabilmente, per uno dei suoi capricci di aristocratico, aveva scoperto la bellezza della madre di Em ma, mand una piccola somma di denaro, in parte destinata al benessere della madre , in parte all'educazione della bambina; Emma ricordava di essere stata portata in un pensionato per fanciulle, la cui uniforme consisteva in un cappello di pag lia, un abito azzurro e un grembiule nero. L ella rimase due anni, impar a leggere e scrivere, apprese i primi elementi della musica e del disegno, arti nelle quali, grazie alla sua natura mirabilmente dot ata, faceva rapidi progressi. Ma un mattino la madre venne a prenderla: il conte di Halifax era morto, e nel suo testamento si era dimenticato delle due donne. Emma non poteva restare al pensionato, poich nessuno pagava pi la retta; dovette p erci decidere di entrare come bambinaia nella casa di un certo Thomas Hawarden, l a cui figlia era morta vedova e in giovane et lasciando tre bambini orfani. Un giorno, mentre portava a passeggio i bambini in riva al mare, fece un incontr o che decise della sua vita. Una celebre cortigiana di Londra, chiamata Miss Ara bell, e un pittore di grande talento, allora suo amante, si erano fermati, il pi ttore per fare lo schizzo di una contadina del Galles, e Miss Arabell per guarda rlo disegnare. I bambini affidati a Emma si avvicinarono incuriositi, alzandosi sulla punta dei piedi per vedere quello che faceva il pittore. La fanciulla li s egu; il pittore, voltandosi, la vide e gett un grido di sorpresa: Emma aveva tredi ci anni, ed egli non aveva mai visto niente di cos bello in vita sua. Le domand chi fosse e che cosa facesse. Quel poco di educazione che Emma Lyonna a veva ricevuto le permise di rispondere con un certo stile. Il pittore si inform d i quanto guadagnasse a occuparsi dei figli di Mister Hawarden; ella rispose che, oltre ai vestiti, al vitto e all'alloggio, riceveva dieci scellini al mese. Venite a Londra, le disse il pittore e io vi dar cinque ghinee ogni volta che mi con sentirete di ritrarvi. E le porse un biglietto sul quale erano scritte queste parole: George Romney, Cav endish Square, n. 8, mentre Miss Arabell staccava dalla cintura un borsellino con tenente qualche moneta d'oro e glielo offriva. La fanciulla arross, prese il biglietto e se lo infil nella scollatura; ma istinti vamente rifiut il borsellino. E, poich Miss Arabell insisteva, dicendo che il dena ro le sarebbe servito per il viaggio a Londra: Grazie, signora, disse ma, se vado a Londra, utilizzer le piccole economie fatte fin ora e che ancora far. Sui vostri dieci scellini al mese? chiese ridendo Miss Arabell. S, signora rispose semplicemente la fanciulla. E tutto fin l. Qualche mese pi tardi, il figlio di Mister Hawarden, James Hawarden, celebre chir

urgo di Londra, venne a trovare suo padre; anch'egli fu colpito dalla bellezza d i Emma Lyonna, e durante tutto il tempo che rest nella cittadina di Flint le dimo str bont e affetto; purtuttavia, a differenza di Romney, non la esort affatto ad an dare a Londra. In capo a tre settimane di soggiorno in casa del padre, egli part lasciando due g hinee per la piccola governante, quale ricompensa per le cure che dedicava ai su oi nipoti. Emma le accett senza repulsione. Aveva un'amica che si chiamava Fanny Strong, la quale a sua volta aveva un frate llo di nome Richard. Emma non le aveva mai chiesto che cosa facesse, sebbene ves tisse meglio di quanto i suoi mezzi sembrassero consentirle; probabilmente riten eva che prelevasse il necessario per il suo abbigliamento dai loschi proventi de l fratello, che era notoriamente un contrabbandiere. Un giorno che Emma - all'epoca quasi quattordicenne - si era fermata davanti al negozio di un vetraio per guardarsi in una specchiera esposta nella vetrina, si sent toccare alla spalla. Era la sua amica Fanny Strong, che interruppe la sua contemplazione chiedendole: Che cosa fai, qui?. Emma arross senza rispondere. Una risposta veritiera sarebbe stata: Mi guardavo e mi trovavo bella. Ma Fanny Strong non aveva bisogno di alcuna risposta per sapere che cosa stesse accadendo nell'animo di Emma. Ah, disse con un sospiro se fossi bella come te, non rimarrei a lungo in questo orr ibile paese. E dove andresti? le chiese Emma. Andrei sicuramente a Londra! Tutti dicono che, con un aspetto attraente, a Londra si fa fortuna. Vacci, e quando sarai milionaria mi assumerai come cameriera. Vuoi che ci andiamo insieme? domand Emma Lyonna. Volentieri; ma come fare? Non possiedo neanche sei pence, e non credo che Dick si a molto pi ricco di me. Io, invece, disse Emma ho quasi quattro ghinee. E' pi di quanto ci serva, per te, per me e per Dick! esclam Fanny. E decisero di par tire. Il luned successivo, senza dir niente a nessuno, i tre fuggiaschi presero a Chest er la diligenza per Londra. Arrivati al termine del viaggio, Emma spart con l'amica i ventidue scellini che l e restavano. Fanny Strong e il fratello avevano l'indirizzo di una locanda dove alloggiavano i contrabbandieri, situata nella piccola Villiers Street, che andava dal Tamigi allo Strand. Mentre Dick e Fanny si cercavano una sistemazione, Emma prese una c arrozza e si fece portare al numero 8 di Cavendish Square. George Romney era ass ente, e nessuno sapeva dove fosse n quando sarebbe tornato; probabilmente era in Francia, e il suo ritorno non era previsto prima di due mesi. Emma ne fu sconcertata. Non aveva nemmeno lontanamente considerato l'eventualit c os naturale dell'assenza di Romney. Ma ebbe una sorta di folgorazione: le torn all a mente James Hawarden, il famoso chirurgo che, lasciando la casa paterna, le av eva cos generosamente donato le due ghinee che erano servite a pagare in gran par te le spese del viaggio. Egli non le aveva lasciato il suo indirizzo, ma due o tre volte l'aveva incarica ta di spedire le lettere che scriveva alla moglie. Abitava in Leicester Square, n. 4. Emma risal in carrozza, si fece portare in Leicester Square, poco distante da Cav endish Square e, tutta tremante, batt alla porta. Il dottore era in casa. Quel gentiluomo non trad le sue aspettative; la fanciulla gli disse tutto ed egli si impietos, promise di prendersi cura di lei e, nell'attesa, la ospit sotto il s uo tetto, la ammise alla sua tavola e la assegn come dama di compagnia a Mistress Hawarden. Una mattina annunci alla fanciulla di averle trovato un posto in una delle princi pali gioiellerie di Londra; ma la vigilia del giorno in cui doveva iniziare quel lavoro volle festeggiarla portandola a teatro.

Il sipario si lev sulla scena del Drury Lane Theatre svelando a Emma un mondo sco nosciuto; vi si rappresentava "Giulietta e Romeo", una storia d'amore che non ha eguali in nessuna lingua; ella ne usc sconvolta, affascinata, rapita; pass la not te senza chiudere occhio, tentando di ricordare qualche frammento delle due mera vigliose scene del balcone. L'indomani si rec al negozio, ma prima chiese a Mister Hawarden dove potesse comp rare il testo che aveva visto rappresentato la sera prima. Egli and nella sua bib lioteca, prese un volume con tutta l'opera di Shakespeare e gliene fece dono. In capo a tre giorni, la fanciulla conosceva a memoria la parte di Giulietta; si mise a fantasticare su come poter tornare in quel teatro e inebriarsi ancora un a volta di quel dolce veleno distillato dalla magica miscela di amore e poesia; voleva a ogni costo rientrare in quel mondo incantato che aveva appena intravist o. A un tratto, una lussuosa carrozza si ferm davanti alla porta del negozio. Ne discese una donna, che entr con il passo risoluto proprio dei ricchi. Emma gett un grido di sorpresa: aveva riconosciuto Miss Arabell. Questa la riconobbe a sua volta ma non disse nulla; acquist settecento o ottocent o sterline di gioielli e preg il negoziante di farglieli portare a domicilio dall a nuova commessa, precisando l'ora in cui l'avrebbe trovata in casa. La nuova commessa era Emma. All'ora stabilita, la fecero salire in carrozza con gli astucci di gioielli e la spedirono da Miss Arabell. La bella cortigiana la stava aspettando; aveva ormai raggiunto l'apice del succe sso: era l'amante del principe reggente, un giovinetto di soli diciassette anni. Si fece raccontare ogni cosa da Emma, poi le domand se, nell'attesa del ritorno di Romney, non preferisse restare da lei per distrarla nelle ore di noia piuttos to che tornare al negozio. Emma fece un'unica domanda, ossia se le sarebbe stato permesso di andare a teatro. Miss Arabell le rispose che, nei giorni in cui non ci andava lei, avrebbe potuto disporre del suo palco. Poi mand qualcuno a pagare i gioielli e ad avvertire che Emma sarebbe rimasta a c asa sua. Il gioielliere, che annoverava Miss Arabell tra le sue migliori clienti , si guard bene dall'urtarsi con lei per cos poco. Quale strano capriccio indusse la cortigiana in voga a concepire l'incauta idea, il singolare desiderio di tenere presso di s quella bella creatura? I nemici di Miss Arabell - e la sua eccezionale fortuna gliene aveva creati parecchi - diede ro a quella stravaganza una spiegazione che la Frine inglese, trasformata per l' occasione in Saffo, non si diede nemmeno la pena di smentire. Per due mesi Emma visse nella casa della bella cortigiana, lesse tutti i romanzi che le capitavano fra le mani, frequent tutti i teatri, e, tornata nella sua cam era, ripet tutte le parti che aveva visto recitare, imit tutti i balletti cui avev a assistito; quello che per gli altri era soltanto uno svago divenne per lei un' occupazione costante. Ormai quindicenne, era nel fiore della giovent e della bell ezza; la sua figura agile e armoniosa si adattava a qualunque posa, e con la sua flessuosit naturale aveva raggiunto la maestria delle danzatrici pi esperte. Quan to al suo viso, nonostante le traversie della vita, esso conserv sempre i colori immacolati dell'infanzia, la virginea freschezza del pudore e, dotato com'era di un'estrema mobilit di espressione, diventava una maschera di dolore nei momenti di malinconia, un incanto nei momenti di gioia. Sembrava che il candore dell'ani ma trasparisse sotto la purezza dei tratti, cosicch un grande poeta del nostro te mpo, esitando a offuscare quello specchio celestiale, ha detto, a proposito dell a sua prima colpa: Ella cadde non nel vizio, bens nell'imprudenza e nella bont (6). La guerra condotta a quell'epoca dall'Inghilterra contro le colonie americane er a in pieno svolgimento, e si reclutavano uomini a tutto spiano. Fra questi vi fu anche Richard, il fratello di Fanny, il quale dovette entrare in marina suo mal grado. Fanny corse a chiedere aiuto all'amica; la trovava cos bella da credere ch e nessuno avrebbe potuto resistere a una sua preghiera: la supplic di esercitare il suo fascino sull'ammiraglio John Payne. Emma sent nascere in s la vocazione della seduttrice; indoss il suo abito pi elegant e e and con l'amica a trovare l'ammiraglio: ottenne quello che chiedeva; ma anche l'ammiraglio chiese, ed Emma pag la libert di Dick, se non con il suo amore, alme no con la sua riconoscenza. Emma Lyonna, amante dell'ammiraglio Payne, ottenne u na casa, dei domestici, dei cavalli; ma tale fortuna ebbe lo splendore e la rapi

dit di una meteora: la flotta part, e la fanciulla vide il vascello dell'amante po rtarsi via, sparendo all'orizzonte, tutti i suoi sogni dorati. Ma non era certo donna da uccidersi come fece Didone per il volubile Enea. Un am ico dell'ammiraglio, Sir Harry Fethertonhaugh, un gentiluomo bello e ricco, le o ffr di mantenerla nella stessa posizione in cui l'aveva trovata. Emma aveva gi fat to il primo passo sull'allettante cammino del vizio: accett e divenne, per un'int era stagione, la regina delle cacce, delle feste e delle danze; ma al termine di essa, dimenticata dal secondo amante, avvilita da un nuovo abbandono, cadde a p oco a poco in una tale miseria che dovette ridursi sul marciapiede di Haymarket, il pi lurido fra tutti i marciapiedi battuti dalle povere creature costrette a m endicare l'amore dei passanti. Fortunatamente, la mezzana abietta alla quale si era rivolta per entrare nel com mercio della pubblica depravazione, colpita dall'aspetto distinto e modesto dell a nuova pensionante, invece di prostituirla come le compagne, la condusse da un celebre medico, assiduo frequentatore della sua casa. Era il famoso dottor Graham, una sorta di ciarlatano mistico e gaudente, che pro fessava davanti alla giovent di Londra la religione materialistica della bellezza . All'apparire di Emma, costui riconobbe in lei la sua Venere Astarte sotto le sem bianze della Venere pudica. Lo pag caro, questo tesoro; ma per lui esso non aveva prezzo; la coric sul letto d i Apollo; la ricopr di un velo pi trasparente della rete con la quale Vulcano avev a tenuto prigioniera Venere sotto gli occhi dell'Olimpo, e annunci su tutti i gio rnali di essere finalmente entrato in possesso di quell'esemplare unico e suprem o di bellezza che gli era fino ad allora mancato per far trionfare le sue teorie . Nell'udire questo appello alla lussuria e alla scienza, tutti gli adepti della g rande religione dell'amore, che estende il suo culto al mondo intero, accorsero nel gabinetto del dottor Graham. Fu un trionfo assoluto: n la pittura n la scultura avevano mai prodotto un simile capolavoro; Apelle e Fidia erano sconfitti. I pittori e gli scultori si presentarono a frotte. Romney, di ritorno a Londra, arriv insieme agli altri e riconobbe la fanciulla della contea di Flint. La ritra sse nelle forme pi svariate, come Arianna, come baccante, come Leda, come Annida, e la Biblioteca imperiale possiede una raccolta di incisioni che raffigurano la maliarda in tutti gli atteggiamenti voluttuosi inventati dalla sensualit degli a ntichi. Fu allora che, spinto dalla curiosit, il giovane Sir Charles Greville, dell'illus tre famiglia di quel Warwick che veniva chiamato il creatore di re, e nipote di Sir William Hamilton, vide Emma Lyonna e, abbagliato da tanta bellezza, se ne in namor perdutamente. Ma ella rispose alle brillanti promesse fattele dal giovane L ord dicendosi legata al dottor Graham dal vincolo della riconoscenza e resistett e a ogni allettamento, dichiarando che ormai avrebbe lasciato l'amante solo per seguire uno sposo. Sir Charles s'impegn sul proprio onore a prenderla in moglie non appena avesse ra ggiunto la maggiore et. Nell'attesa, Emma acconsent a lasciarsi rapire. I due amanti vissero, in realt, come marito e moglie, ed ebbero tre figli che, st ando alle promesse del padre, sarebbero stati legittimati dal matrimonio. Senonch, durante la loro convivenza, a causa di un cambiamento di governo Grevill e perse l'impiego che gli garantiva la maggior parte delle sue entrate. Ci accadd e fortunatamente in capo a tre anni, durante i quali, studiando con i migliori p rofessori di Londra, Emma aveva fatto immensi progressi nella musica e nel diseg no; inoltre, mentre perfezionava la conoscenza della propria lingua, aveva impar ato anche il francese e l'italiano; recitava versi con la stessa bravura di Mist ress Siddons, ed era insuperabile nell'arte della pantomima e delle pose plastic he. Nonostante la perdita del suo incarico, Greville non era riuscito a ridurre le s pese; la sola cosa che fece fu di scrivere allo zio per chiedergli del denaro. S ir William Hamilton soddisfece prontamente parecchie sue richieste; ma all'ultim a rispose che contava di recarsi a Londra entro pochi giorni e che avrebbe appro

fittato di quel viaggio per studiare la situazione del nipote. La parola studiar e aveva molto spaventato i due giovani; essi desideravano - e quasi altrettanto temevano - la venuta di Sir William. Questi entr da loro all'improvviso, senza ch e fossero stati avvertiti del suo arrivo. Era a Londra da otto giorni, durante i quali aveva raccolto informazioni sul nipote, e coloro ai quali si era rivolto non avevano esitato a dirgli che la causa delle sue sregolatezze e della sua mis eria era una prostituta che gli aveva dato tre figli. Emma si ritir nella sua stanza e lasci l'amante solo con lo zio, il quale non gli offr altra alternativa che quella di abbandonare seduta stante la compagna o di r inunciare all'eredit, l'unica cosa su cui potesse ormai contare. Quindi se ne and, dando al nipote tre giorni di tempo per decidere. Tutte le speranze dei due giovani si fondavano ormai su Emma; a lei spettava il compito di ottenere da Sir William il perdono per il suo amante, dimostrando qua nto lo meritasse. Allora, invece di indossare gli abiti adatti alla sua nuova condizione, ella si abbigli come faceva in giovent, con il cappello di paglia e il vestito di tela; le lacrime, i sorrisi, le varie espressioni del viso, le moine e la voce avrebbero fatto il resto. Introdotta al cospetto di Sir William, Emma si gett ai suoi piedi; fosse una moss a abilmente calcolata o effetto del caso, i lacci del cappello si sciolsero e i bei capelli castani le si sparsero sulle spalle. La seduttrice era inimitabile nel dolore. Il vecchio archeologo, fino a quel giorno innamorato soltanto dei marmi di Atene e della Magna Grecia, vide per la prima volta la bellezza vivente prendere il s opravvento sulla fredda e pallida venust delle dee di Prassitele e di Fidia. L'am ore che non aveva voluto comprendere nel nipote irruppe con violenza nel suo cuo re e se ne impadron per intero senza che egli neppure tentasse di difendersi. I debiti del nipote, le modeste origini di Emma, gli scandali della vita, lo sca lpore dei trionfi, la venalit delle carezze: tutto, persino i figli nati dal loro amore, tutto venne accettato da Sir William, alla sola condizione che la donna compensasse con il possesso della sua persona il sacrificio della di lui dignit. Il trionfo di Emma andava molto al di l delle sue speranze; ma questa volta ella pose delle condizioni precise; soltanto una promessa di matrimonio l'aveva unita al nipote: adesso dichiar che sarebbe andata a Napoli unicamente come moglie leg ittima di Sir William Hamilton. Questi acconsent a tutto. A Napoli, la bellezza di Emma sort l'effetto abituale: non solo stup, ma affascin t utti. Eminente archeologo e mineralogista, ambasciatore di Gran Bretagna, fratello di latte e amico di Giorgio Terzo, Sir William riuniva a casa sua il fior fiore del la capitale delle Due Sicilie in fatto di studiosi, uomini politici e artisti. P ochi giorni furono sufficienti a Emma, artista pure lei, per apprendere quanto e ra necessario nel campo della politica e delle scienze, e i suoi giudizi divenne ro legge per tutti coloro che frequentavano il salotto del marito. Il suo trionfo era per destinato a non limitarsi a questo. Non appena fu presenta ta a corte, la regina Maria Carolina la proclam sua intima amica e fece di lei la sua inseparabile favorita. La figlia di Maria Teresa non solo si mostrava in pu bblico con la prostituta di Haymarket, percorreva la via Toledo e il lungomare d i Chiaia in carrozza con lei, vestita con gli stessi abiti, ma, dopo le serate t rascorse a imitare le pose pi voluttuose e sensuali dell'antichit, faceva avvertir e Sir William, inorgoglito da tanto favore, che solo l'indomani gli avrebbe rest ituito l'amica di cui non poteva fare a meno. Nacquero cos innumerevoli odi e gelosie nei confronti della nuova favorita. Carol ina sapeva bene quali commenti velenosi circolassero a proposito di quella strao rdinaria e improvvisa intimit; ma era uno di quegli spiriti liberi e arditi che a ffrontano a testa alta la maldicenza e persino la calunnia, e chiunque aspirasse a essere bene accolto da lei dovette dividere i propri omaggi fra Acton, il suo amante, e la prediletta Emma Lyonna. Sono noti a tutti gli eventi dell'89, cio la presa della Bastiglia e il ritorno d a Versailles, quelli del '93, cio la morte di Luigi Sedicesimo e di Maria Antonie

tta, quelli del '96 e '97, ossia le vittorie di Bonaparte in Italia, vittorie ch e fecero vacillare tutti i troni e crollare, almeno momentaneamente, il pi vecchi o e pi immutabile di tutti: il trono pontificio. In mezzo a questi eventi che ebbero una risonanza terrificante alla corte di Nap oli, abbiamo visto apparire e crescere sempre pi la figura di Nelson, il campione delle monarchie ormai superate. La sua vittoria di Abukir restituiva la speranz a a tutti quei re che sentivano ormai malferme le loro corone. E Maria Carolina, donna avida di ricchezze, di potere, di gloria, voleva conservare la propria a ogni costo; non deve dunque sorprendere che, confidando nel fascino che esercita va sull'amica, la mattina del giorno in cui la accompagnava al cospetto di Nelso n, divenuto la chiave di volta del dispotismo, abbia detto a Lady Hamilton: Bisog na che quell'uomo sia nostro, e perch sia nostro tu devi essere sua. Era davvero difficile a Lady Hamilton fare per la sua amica Maria Carolina, nel caso dell'ammiraglio Horace Nelson, quello che Emma Lyonna aveva fatto per la su a amica Fanny Strong nel caso dell'ammiraglio Payne? Ci dovette apparire una gloriosa ricompensa al figlio di un povero pastore di Bur nham Thorpe, all'uomo che doveva la sua grandezza al proprio coraggio e la sua f ama al proprio genio; dovette apparirgli una gloriosa ricompensa per le ferite e le mutilazioni riportate vedersi venire incontro quel re, quella regina, quella corte e, come premio per le sue vittorie, quella magnifica creatura, oggetto de lla sua adorazione. 4. LA FESTA DELLA PAURA. Come si visto, dal colpo di cannone sparato a bordo del "Vanguard", mutilato qua si quanto il suo comandante, e dalla bandiera britannica issata sul pennone, Nel son aveva capito che quella che gli veniva incontro era la flottiglia reale. La galea capitana non aveva dovuto issare nessuna bandiera: fin dalla partenza d a Napoli, sui suoi alberi sventolavano i colori d'Inghilterra, insieme a quelli delle Due Sicilie. Allorch i due bastimenti non furono pi che a una gomena di distanza l'uno dall'alt ro, dalla galea si sentivano risuonare le note del "God save the King", al quale i marinai del "Vanguard", arrampicati sugli alberi, risposero con tre urr, lanci ati con la regolarit che gli inglesi adottano in simili manifestazioni ufficiali. Nelson ordin di mettere le vele in panna per consentire alla galea di affiancarsi al "Vanguard", fece calare la scala di tribordo, ossia la scala d'onore, e rima se ad attendere in cima ai gradini, a capo scoperto e con il cappello in mano. Tutti i marinai e i soldati, compresi quelli, pallidi e sofferenti, che non si e rano ancora rimessi dalle ferite, furono chiamati sul ponte e, allineati in trip lice fila, presentarono le armi. Nelson si aspettava di veder salire a bordo il re, poi la regina e infine il pri ncipe reale, ossia di ricevere gli illustri visitatori secondo tutte le regole d ell'etichetta; invece, per una seduzione tutta femminile - e Nelson, in una lett era alla moglie, riferisce il fatto -, la regina spinse avanti la bella Emma, la quale, arrossendo al pensiero di essere considerata, in quell'occasione, pi dell a regina, sal la scala e, fosse emozione reale o commedia ben recitata, nel rived ere Nelson con una ferita in pi, la fronte cinta da una benda nera, pallido per i l sangue perduto, gett un grido, impallid a sua volta e, prossima a perdere i sens i, si accasci sul petto dell'eroe mormorando: Oh grande, oh caro Nelson!. Questi lasci cadere il cappello e, con un grido di gioioso stupore, la circond con il suo unico braccio; poi, sostenendola, la strinse convulsamente al petto. Immerso in un'estasi profonda per via di quel fatto inatteso, per un istante Nel son dimentic il mondo intero ed ebbe la percezione ineffabile di tutte le gioie, se non del cielo dei cristiani, almeno del paradiso di Maometto. Quando torn in s, il re, la regina e tutta la corte si trovavano sulla sua nave, e la scena si allarg. Re Ferdinando gli prese la mano, lo chiam liberatore del mondo; gli porse la magn

ifica spada di cui gli faceva dono e che portava appeso all'impugnatura, insieme al gran cordone dell'ordine di San Ferdinando, da lui stesso istituito, il brev etto di duca di Bronte, un titolo inventato dall'astuzia femminile della regina, equivalente a quello di duca del Tuono, giacch Bronte era uno dei tre ciclopi ch e nelle fucine fiammeggianti dell'Etna forgiavano i fulmini di Giove. Poi fu la volta della sovrana, che lo chiam amico mio, protettore dei troni, vendic atore dei re, e che, riunendo tra le sue la mano di Nelson e quella di Emma, le strinse entrambe a lungo. Infine venne il turno degli altri: principi ereditari, principesse reali, ministri, cortigiani; ma che cosa erano mai per Nelson le lo ro lodi e le loro moine a confronto di quelle del re e della regina, a confronto di una stretta di mano di Emma Lyonna? Fu deciso che egli sarebbe salito a bord o della galea capitana che, grazie ai suoi ventiquattro rematori, era pi veloce d i un bastimento a vela; ma innanzitutto Emma gli chiese, a nome della regina, di poter visitare in ogni sua parte quel famoso "Vanguard" a cui le cannonate fran cesi avevano inferto gloriose ferite che, come quelle del suo comandante, non er ano ancora rimarginate. Nelson fece gli onori di casa con l'orgoglio del marinaio, e durante tutta quell a visita Lady Hamilton rimase appoggiata al suo braccio, incitandolo a raccontar e al re e alla regina tutti i particolari della battaglia del primo agosto e a p arlare di se stesso. Dopo che il re lo ebbe cinto con le sue mani della spada di Luigi Quattordicesim o e la regina gli ebbe consegnato il brevetto di duca di Bronte, Emma gli mise a l collo il gran cordone di San Ferdinando, operazione durante la quale la sua be lla chioma profumata sfior il viso raggiante di Nelson. Erano le due del pomeriggio, e il ritorno a Napoli richiedeva circa tre ore di n avigazione. Nelson affid il comando del "Vanguard" a Henry, il suo secondo, poi, accompagnato da musiche e da salve di artiglieria, scese nella galea reale che, leggera come un uccello marino, si stacc dalla fiancata del colosso e scivol con g razia sulla superficie del mare. Fu quindi la volta dell'ammiraglio Caracciolo di fare gli onori di casa; Nelson e lui erano vecchie conoscenze; si erano visti all'assedio di Tolone, avevano co mbattuto entrambi contro i francesi, e il coraggio e la perizia di cui Caracciol o aveva dato prova in quella battaglia gli avevano meritato al suo ritorno, nono stante il cattivo esito della spedizione, il grado di ammiraglio, che lo rendeva pari a Nelson sotto ogni aspetto, se si eccettua la sua appartenenza a una fami glia con tre secoli di gloria alle spalle. Questo piccolo particolare spiega il saluto un po' distaccato che si scambiarono i due ammiragli e la leggera fretta con cui Francesco Caracciolo torn al suo pos to di comando. Quanto a Nelson, la regina lo costrinse a sedersi al suo fianco, sotto la tenda di porpora della galea, dichiarando che gli altri uomini potevano fare ci che vol evano, ma che l'ammiraglio apparteneva esclusivamente a lei e alla sua amica. A questo punto, com'era sua abitudine, Emma prese posto ai piedi della regina. Intanto Sir William Hamilton, che, in qualit di studioso, conosceva la storia di Napoli meglio del re stesso, spiegava a Ferdinando come l'isola di Capri, davant i alla quale stavano passando in quel momento, fosse stata acquistata dai napole tani - o meglio scambiata con quella di Ischia - da parte di Augusto, il quale a veva notato che, proprio mentre vi approdava, i rami di una vecchia quercia, dis seccati e curvi fino a terra, si erano risollevati e rinverditi. Il re lo ascolt con la massima attenzione, e quando ebbe finito: Mio caro ambasciatore, gli disse da tre giorni cominciato il passaggio delle quagli e; se vorrete, fra una settimana verremo a caccia a Capri; ne troveremo a miglia ia. L'ambasciatore, che aveva anch'egli una gran passione per la caccia e doveva sop rattutto a questo l'alto favore di cui godeva presso il re, si inchin in segno di assenso e rimand ad altra occasione un'erudita dissertazione archeologica su Tib erio, sulle sue dodici ville e sulla probabilit che la Grotta azzurra fosse gi not a agli antichi pur non avendo allora il magico colore che l'abbellisce oggigiorn o, dovuto al diverso livello del mare che nei diciotto secoli trascorsi dai temp i di Tiberio si alzato di cinque o sei piedi.

Intanto, i comandanti delle quattro fortezze di Napoli avevano i cannocchiali pu ntati sulla flottiglia reale, in particolare sulla galea capitana, e, quando la videro virare di bordo e far rotta su Napoli, immaginando che a bordo vi fosse N elson, ordinarono una fragorosa salva di centouno colpi di cannone, la pi solenne di tutte, dato che la stessa con cui viene salutata la nascita di un erede al t rono. In capo a un quarto d'ora le cannonate cessarono, per poi ricominciare nel momen to in cui la flottiglia, con la galea reale sempre in testa, entr nel porto milit are. Ai piedi del pendio che porta al castello erano in attesa le carrozze di corte e quelle dell'ambasciata d'Inghilterra, parimenti sfarzose le une e le altre. Era stato deciso che per quel giorno il re e la regina delle Due Sicilie avrebbero rinunciato ai propri diritti in favore di Sir William e di Lady Hamilton, e che Nelson sarebbe stato ospite dell'ambasciata inglese, dove si sarebbero svolti il pranzo e la successiva festa, alla quale doveva unirsi la citt di Napoli con lum inarie e fuochi d'artificio. Prima di metter piede a terra, Lady Hamilton si avvicin all'ammiraglio Caracciolo e, con la sua voce pi soave e l'espressione pi amabile, gli rivolse queste parole : I festeggiamenti indetti per il nostro illustre compatriota sarebbero incompleti se l'unico uomo di mare capace di emularlo non si unisse a noi per celebrare la sua vittoria e fare un brindisi alla grandezza dell'Inghilterra, alla fortuna de lle Due Sicilie e all'umiliazione di quell'arrogante Repubblica francese che ha osato dichiarare guerra ai re. Questo brindisi lo abbiamo riservato all'uomo che con tanto coraggio ha combattuto a Tolone, all'ammiraglio Caracciolo. Caracciolo s'inchin cortesemente ma con aria grave. Milady, egli disse mi dispiace sinceramente di non poter accettare come vostro ospi te l'onore che mi avete riservato; ma quanto la giornata stata bella, altrettant o tempestosa si preannuncia la notte. Emma Lyonna abbracci con lo sguardo l'orizzonte: a parte qualche piccola nube in arrivo da Procida, l'azzurro del cielo era limpido come quello dei suoi occhi. E lla sorrise. Voi dubitate delle mie parole, Milady, riprese Caracciolo ma un uomo che ha passato i due terzi della propria vita su questo mare capriccioso che si chiama Mediter raneo conosce tutti i segreti dell'atmosfera. Guardate quei leggeri vapori che s i spostano nel cielo e si avvicinano rapidamente a noi: essi indicano che il ven to, gi di nord-ovest, sta cambiando direzione. Verso le dieci di questa sera soff ier da sud, ossia si tramuter in scirocco; il porto di Napoli esposto a tutti i ve nti e in particolare a quello; io devo dunque vegliare sulle navi di Sua Maest br itannica che getteranno l'ancora qui e che, gi gravemente danneggiate dalla batta glia, potrebbero non essere in grado di resistere alla tempesta. Ci che abbiamo f atto oggi, Milady, una vera e propria dichiarazione di guerra alla Francia, e i francesi sono a Roma, cio a cinque giornate da noi. Credetemi, tra pochi giorni s i render necessario che le nostre due flotte siano in buono stato. Lady Hamilton scosse leggermente la testa, come infastidita. Principe, disse accetto la vostra giustificazione che dimostra una grande sollecitu dine per gli interessi delle Loro Maest, britannica e siciliana; ma speriamo alme no di vedere al ballo la vostra graziosa nipote, Cecilia Caracciolo, che peraltr o non avrebbe scusanti, essendo stata avvisata che contavamo su di lei il giorno stesso in cui abbiamo ricevuto la lettera dell'ammiraglio Nelson. Ah, giustappunto, Milady, ecco quanto mi restava da dirvi. Da qualche giorno sua madre, mia cognata, tanto sofferente che stamane, prima di partire, ho ricevuto un messaggio della povera Cecilia, la quale mi esprime tutto il suo dispiacere d i non poter prendere parte alla vostra festa; mi incarica inoltre di presentare le sue scuse a Vostra Signoria, ed ci che ho l'onore di fare in questo momento. Mentre venivano scambiate queste parole tra Lady Hamilton e Francesco Caracciolo , la regina si era avvicinata, aveva ascoltato, e, comprendendo il motivo del do ppio rifiuto da parte dell'austero napoletano, aveva aggrottato la fronte, prote so il labbro inferiore, e un leggero pallore le si era diffuso sul volto. State attento, principe! disse poi con voce stridula e con un sorriso minaccioso c

ome le nuvole che l'ammiraglio aveva indicato a Lady Hamilton e che preannunciav ano l'avvicinarsi della tempesta. State ben attento! Soltanto coloro che verranno alla festa di Lady Hamilton saranno invitati ai festeggiamenti della corte. Ahim, signora, rispose Caracciolo senza apparire per niente turbato da quella minac cia l'indisposizione della mia povera cognata talmente grave che, seppure le fest e indette da Vostra Maest per Sua Signoria l'ammiraglio Nelson durassero un mese, ella non vi potr assistere, e di conseguenza nemmeno mia nipote, in quanto una f anciulla della sua et e del suo rango non potrebbe comparire neanche davanti alla regina in assenza della madre. Basta cos, signore rispose la regina, trattenendosi a stento. A tempo e luogo ci ric orderemo di questo rifiuto. E prendendo il braccio di Lady Hamilton: Venite, cara Emma disse. Poi, a mezza voce: Ah, questi napoletani! mormor. Mi odiano, lo so bene; ma io non sono da meno di loro : li detesto!. E si avvi verso la scala di tribordo a passo veloce, ma non abbastanza da evitare che l'ammiraglio Caracciolo la superasse. A un cenno di questi, la banda si sca ten in allegre fanfare; i cannoni tuonarono di nuovo, le campane si misero a suon are tutte insieme, e cos le due donne - la regina con la rabbia nel cuore, Emma c on la vergogna dipinta in fronte - sbarcarono in un tripudio solo apparente di g ioia e di trionfo. Il re, la regina, Emma Lyonna e Nelson salirono nella prima carrozza; il princip e, la principessa reale, Sir William Hamilton e il ministro John Acton nella sec onda; tutti gli altri, a scelta, nelle successive. Dapprima si recarono alla chiesa di Santa Chiara, per assistere a un "Te Deum" d i ringraziamento. Nella loro qualit di eretici, Horace Nelson, Sir William ed Emm a Lyonna avrebbero volentieri evitato questa cerimonia; ma il re era troppo devo to, soprattutto quando aveva paura, per consentire che qualcuno non vi partecipa sse. Il "Te Deum" era cantato da monsignor Capece Zurlo, arcivescovo di Napoli, un uomo eccellente al quale, dal punto di vista del re e della regina delle Due Sicilie, non si poteva rimproverare altro che una spiccata propensione per le id ee liberali; egli era assistito, nell'esecuzione di quell'inno trionfale, da un' altra delle massime autorit ecclesiastiche, il cardinale Fabrizio Ruffo, che all' epoca era noto soltanto per gli scandali della sua vita pubblica e privata. Cos, per tutta la durata del "Te Deum", Sir William Hamilton, grande collezionist a di aneddoti piccanti oltre che di curiosit archeologiche, non smise un attimo d i informare Lord Nelson circa le avventure dell'illustre porporato. Ecco quello che gli raccont, e che importante sappiano i nostri lettori su quest' uomo destinato a svolgere un ruolo di primo piano negli eventi che stiamo per na rrare. C' un detto italiano, mirante a glorificare le grandi famiglie e a evidenziarne l 'antichit storica, che recita: Gli apostoli a Venezia, i Borboni in Francia, i Col onna a Roma, i Sanseverino a Napoli, i Ruffo in Calabria. Il cardinale Fabrizio Ruffo apparteneva a quest'ultima illustre famiglia. Uno schiaffo da lui dato nell'infanzia al bell'Angelo Braschi, il quale pi tardi divenne papa con il nome di Pio Sesto, fu all'origine della sua fortuna. Egli era nipote del cardinale Tommaso Ruffo, decano del Sacro Collegio. Un giorn o Braschi, allora tesoriere di Sua Santit, prese sulle ginocchia il figlio del su o protettore e, poich il piccolo Ruffo voleva giocare con i bei capelli biondi de l tesoriere e questi, scostando la testa, lo sottoponeva a una sorta di supplizi o di Tantalo, il bambino, nel momento in cui Braschi abbass il capo verso di lui, invece di tentar di afferrare i suoi riccioli, come aveva fatto fino ad allora, raccolse tutte le sue esigue forze e gli stamp sulla guancia un sonoro ceffone. Trent'anni pi tardi Braschi, divenuto papa, ritrov nell'uomo di trentaquattro anni il bambino che lo aveva schiaffeggiato. Si ramment che era il nipote del protett ore al quale doveva tutto e gli confer l'incarico che egli stesso ricopriva all'e poca in cui aveva ricevuto il famigerato schiaffo, quello di tesoriere della San ta Sede, dal quale si esce cardinali. Fabrizio Ruffo fu cos bravo a gestire la tesoreria che in capo a tre o quattro an

ni venne scoperto un deficit di tre o quattro milioni: un milione all'anno. Pio Sesto giudic pi conveniente nominarlo cardinale: gli mand il cappello rosso e gli c hiese la restituzione della chiave del tesoro. Ruffo, per, avendo come cardinale una rendita di trentamila franchi all'anno inve ce del milione che guadagnava da tesoriere, non volle restare a Roma a farvi la figura del fallito; part per Napoli dove, munito di una lettera di Pio Sesto, sol lecit un incarico da Ferdinando di cui, nella sua qualit di calabrese, era suddito . Interrogato sulle sue attitudini, rispose che erano prettamente di tipo guerresc o, che era stato lui a fortificare Ancona e a escogitare un nuovo modo di arrove ntare le palle di cannone; chiedeva quindi, o meglio desiderava, di essere impie gato nell'esercito o in marina. Ma non era riuscito a entrare nelle grazie della regina, e poich era lei che, tra mite la firma del suo favorito Acton, primo ministro, assegnava gli incarichi ne lla marina e nell'esercito, gli venne inesorabilmente rifiutato anche un incaric o modesto. Allora il re, per onorare la raccomandazione di Pio Sesto, nomin il cardinale dir ettore della propria manifattura di seta di San Leucio. Per quanto strano fosse un simile impiego per un cardinale, soprattutto se si in dagava a fondo il mistero che avvolgeva l'istituzione di quella comunit, Ruffo ac cett. La cosa che pi gli premeva era il denaro, e il re aveva legato al titolo di direttore della comunit di San Leucio un'abbazia che fruttava ventimila franchi d i rendita. Quanto al resto, il cardinale era un uomo istruito e persino colto, bello di vis o, ancora giovane, coraggioso e fiero come quei prelati dell'epoca di Enrico Qua rto e di Luigi Tredicesimo che dicevano messa a tempo perso, ma per lo pi portava no la corazza e maneggiavano la spada. Il resoconto di Sir William dur esattamente quanto il "Te Deum" di monsignor Cape ce Zurlo, terminato il quale tutti risalirono in carrozza e raggiunsero l'estrem it di via Chiaia. Qui, come abbiamo detto, era situato - e lo tuttora - il palazz o dell'ambasciata d'Inghilterra, uno dei pi belli e grandiosi di Napoli. Al ritorno dalla chiesa di Santa Chiara, come gi all'andata, le carrozze furono c ostrette a procedere al passo, tanta era la folla che riempiva le strade. Nelson , poco avvezzo alle dimostrazioni chiassose ed esteriori dei popoli meridionali, si esaltava a sentir gridare da centomila bocche: Viva Nelson! Viva il nostro li beratore! e osservava attonito quei fazzoletti di tutti i colori sventolati da ce ntomila braccia. Una cosa per lo meravigliava alquanto, nel clamore esagerato del suo trionfo, ed era il comportamento familiare dei lazzaroni, i quali salivano sui predellini, s ui sedili anteriore e posteriore della carrozza reale, e senza che il cocchiere, i servi o gli accompagnatori appiedati sembrassero preoccuparsene, tiravano le falde della giacca del re o gli afferravano il naso scuotendolo e chiamandolo co mpare Nasone, dandogli del tu e chiedendogli in quale giorno avrebbe venduto il suo pesce a Mergellina o avrebbe mangiato i maccheroni al teatro San Carlo. Una bella differenza rispetto alla maest ostentata dai sovrani d'Inghilterra e alla v enerazione di cui essi erano circondati! Ma Ferdinando sembrava cos felice di sim ili libert, rispondeva cos allegramente, con lazzi e battute altrettanto pesanti, a quelli che gli venivano lanciati, e distribuiva pacche cos vigorose a chi gli t irava con troppa violenza le falde della giacca che, arrivando alla porta dell'a mbasciata, Nelson non vedeva pi, in quello scambio di familiarit, se non lo slanci o di figli entusiasti del padre e le debolezze di un padre troppo indulgente ver so i propri figli. All'arrivo, trov ad attenderlo nuove gratificazioni per il suo orgoglio. La porta dell'ambasciata era trasformata in un immenso arco di trionfo, sormonta to dai nuovi stemmi che il re d'Inghilterra aveva accordato al vincitore di Abuk ir insieme al titolo di barone del Nilo e alla dignit di Lord. Ai due lati della porta erano piantate due aste dorate, simili a quelle che vengono infisse, nei g iorni di festa, nella piazzetta di Venezia, e in cima ad esse fluttuavano lunghi vessilli rossi a forma di fiamma, con le due parole "Horace Nelson" stampate a lettere d'oro, che la brezza marina manteneva ben tese, esponendole alla riconos

cenza del popolo. Il soffitto della scala si presentava come una volta di alloro costellata dei fi ori pi rari disposti a formare le iniziali di Nelson, una H e una N. I bottoni de lla livrea dei valletti, il servizio di porcellana, le tovaglie dell'immensa tav ola da ottanta coperti apparecchiata nella galleria dei quadri, tutto, perfino i tovaglioli degli invitati, era contrassegnato da quelle due iniziali, circondat e da una ghirlanda di alloro; si udiva una musica, abbastanza discreta da consen tire la conversazione, mista ad aromi impalpabili; l'immenso palazzo, simile all a dimora incantata di Armida, era pervaso da profumi fluttuanti e da invisibili melodie. Per mettersi a tavola si attendeva soltanto la presenza dei due celebranti, l'ar civescovo Capece Zurlo e il cardinale Fabrizio Ruffo. Non appena questi furono arrivati, secondo le regole dell'etichetta reale in bas e alle quali i sovrani sono a casa loro ovunque si trovino, venne annunciato che le Loro Maest erano servite. Il posto assegnato a Nelson era di fronte al re, fra la regina Maria Carolina e Lady Hamilton. Migliaia di candele si riflettevano negli specchi e nei cristalli, inondavano la sala da fiaba di una luce pi abbagliante di quella del sole nelle ore pi torride e nei giorni pi sereni e limpidi dell'estate. La luce, strisciando sui ricami d'oro e d'argento e sprizzando in bagliori vario pinti dalle targhe, dalle insegne, dalle croci di diamanti che guarnivano il pet to degli illustri commensali, sembrava circonfonderli di quell'aureola che, agli occhi dei popoli schiavi, fa dei re, delle regine, dei cortigiani, dei grandi d ella terra insomma, una razza di semidei e di esseri superiori e privilegiati. A ogni portata veniva proposto un nuovo brindisi; re Ferdinando aveva dato l'ese mpio brindando per primo al regno glorioso, alla prosperit senza nubi e alla lung a vita del suo diletto cugino e augusto alleato Giorgio Terzo, re d'Inghilterra. La regina, contro tutte le regole, aveva brindato alla salute di Nelson liberato re d'Italia; seguendo il suo esempio, Emma Lyonna alz la coppa in onore dell'eroe del Nilo, poi, passando a Nelson il bicchiere in cui aveva intinto le sue labbr a, tramut il vino in fuoco. A ogni brindisi si scatenavano urr e applausi frenetic i da far crollare la sala. Si arriv cos al dessert in un entusiasmo crescente, che una circostanza inattesa p ort fino al delirio. Nel momento in cui gli ottanta convitati aspettavano soltanto, per alzarsi da ta vola, il segnale che avrebbe dato il re alzandosi per primo, il re in effetti si alz, imitato dagli altri; ma rimase in piedi al suo posto. Immediatamente esplos e, intonato dalle pi belle voci del teatro San Carlo accompagnate dai centoventi musicisti dell'orchestra, il canto largo, solenne e profondamente malinconico ch e Luigi Quattordicesimo aveva commissionato a Lulli per onorare Giacomo Secondo, l'esiliato di Windsor e ospite regale di Saint Germain: il "God save the King". Ogni strofa venne applaudita con foga, l'ultima pi a lungo e pi fragorosamente del le altre, giacch si credeva che il canto fosse concluso; quand'ecco che una voce pura, sonora e vibrante, inton questa strofa, aggiunta per la circostanza, il cui valore risiedeva pi nell'intenzione che l'aveva dettata che non nelle parole in s: Uniamoci per osannare la gloria del favorito della Vittoria, dei francesi terror! Dei Faraoni l'antica terra canta con la nobile Inghilterra, di Nelson orgogliosa madre: Dio salvi il re!. Questi versi, per quanto mediocri, avevano suscitato acclamazioni unanimi e via via crescenti, quando a un tratto subentr il silenzio e tutti gli occhi si volser o sbigottiti verso la porta, come se sulla soglia della sala fosse apparso lo sp ettro di Banco o la statua del Commendatore.

Un uomo di alta statura e dal viso minaccioso stava in piedi nel vano della port a, vestito dell'austera e imponente uniforme repubblicana, ogni dettaglio della quale era messo in risalto dalla vivida luce che inondava la sala: la giacca blu ad ampi risvolti, il panciotto rosso ricamato in oro, i pantaloni aderenti bian chi, gli stivali con i bordi rovesciati; egli aveva la mano sinistra posata sull 'impugnatura della spada, la destra infilata nel petto e, imperdonabile insolenz a, la testa coperta dal cappello a tricorno su cui fluttuava il pennacchio trico lore, emblema di quella Rivoluzione che ha elevato il popolo all'altezza del tro no e abbassato i re al livello del patibolo. Era l'ambasciatore di Francia, quello stesso Garat che, in nome della Convenzion e nazionale, aveva letto al Tempio la sentenza di morte di Luigi Sedicesimo. Si pu facilmente comprendere l'effetto prodotto in quel momento da una simile app arizione. Allora, in un silenzio di morte che nessuno os rompere, con voce ferma, vibrante, sonora, egli disse: Nonostante i ripetuti tradimenti di questa corte menzognera che viene chiamata de lle Due Sicilie, mi restava ancora qualche dubbio; ho voluto vedere con i miei o cchi, intendere con le mie orecchie: ho veduto e inteso! Pi esplicito di quel rom ano che in un lembo della toga portava al Senato di Cartagine la pace o la guerr a, io qui porto unicamente la guerra, giacch oggi voi avete rinnegato la pace. Du nque, re Ferdinando, dunque, regina Carolina, poich voi la volete, guerra sia; ma sar una guerra di sterminio, nella quale, malgrado colui che l'eroe di questa fe sta, malgrado l'empia potenza che egli rappresenta, mi d'uopo avvertirvi che per derete il trono e la vita. Addio! Lascio Napoli, citt di spergiuri; chiudete le s ue porte alle mie spalle, radunate i soldati dietro le vostre mura, munite di ca nnoni le vostre fortezze, raccogliete le flotte nei vostri porti: renderete la v endetta della Francia pi lenta, ma non meno inevitabile n meno tremenda, giacch tut to ceder di fronte al grido della grande nazione: 'Viva la Repubblica!'. E lasciando il novello Baldassarre e i suoi ospiti terrorizzati dalle tre parole magiche che erano echeggiate sotto le volte e che a ciascuno dei presenti sembr di vedere scritte a lettere di fuoco sui muri della sala del festino, l'araldo c he, al pari dell'antico feziale, aveva gettato sul suolo nemico il giavellotto s anguinante e infuocato, simbolo della guerra, si allontan a passi lenti, facendo risuonare il fodero della spada sui gradini di marmo della scala. Appena spento questo rumore, gli succedette quello di una carrozza che si allont anava al galoppo trainata da quattro baldi cavalli. 5. IL PALAZZO DELLA REGINA GIOVANNA (7). Esiste a Napoli, all'estremit di Mergellina, a circa due terzi della salita di Po sillipo, che all'epoca di cui parliamo era una stradina a malapena carrozzabile, esiste, dicevamo, uno strano rudere, che si protende in tutta la sua lunghezza sopra uno scoglio costantemente bagnato dalle onde marine che, durante l'alta ma rea, penetrano fin dentro le sue sale inferiori; abbiamo detto che quel rudere e ra strano, e in effetti lo , giacch quello di un palazzo che non mai stato termina to e che divenuto decrepito senza aver mai conosciuto la vita. Il popolo, nel ricordo del quale sopravvive pi tenacemente la fama del crimine ch e quella della virt, il popolo che a Roma, immemore dei regni rigeneratori di Mar co Aurelio e di Traiano, non mostra al visitatore neppure un resto di monumento che si riferisca alla vita di questi due imperatori, quello stesso popolo invece , ancor oggi entusiasta dell'avvelenatore di Britannico e dell'assassino di Agri ppina, attribuisce al figlio di Domizio Enobarbo tutti i monumenti, anche quelli a lui posteriori di ottocento anni, e mostra a ogni passante le terme di Nerone , la torre di Nerone, il sepolcro di Nerone. Altrettanto fa il popolo di Napoli, che ha battezzato il rudere di Mergellina, bench smentito dalla sua architettura , che risale manifestamente al diciassettesimo secolo, con il nome di palazzo de lla regina Giovanna.

Niente di pi inesatto; quel palazzo, che di duecento anni posteriore al regno del l'impudica angioina, fu costruito non dalla sposa regicida di Andrea n dall'amant e adultera di Sergianni Caracciolo, ma da Anna Carafa, moglie del duca di Medina , favorito di quel duca Olivares che veniva chiamato il conte-duca, a sua volta favorito del re Filippo Quarto Olivares, cadendo in disgrazia, trascin con s anche il Medina, che fu richiamato a Madrid e lasci a Napoli la moglie, fatta segno al duplice odio suscitato contro di lei dal suo orgoglio, contro di lui dalla sua tirannia. Quanto pi i popoli sono umili e sottomessi durante la prosperit dei loro oppressor i, tanto pi diventano implacabili quando li vedono andare in rovina. I napoletani , che non avevano azzardato neppure un mormorio finch era durata la potenza del v icer spodestato, lo perseguitarono nella persona della moglie, e Anna Carafa, umi liata dal disdegno dell'aristocrazia, sopraffatta dagli insulti del popolo, abba ndon a sua volta Napoli e and a morire a Portici, lasciando il palazzo incompiuto, simbolo della sua buona sorte interrotta a met del suo corso. Da allora il popolo ha fatto di quel colosso di pietra l'oggetto delle sue super stizioni nefaste; sebbene la fantasia dei napoletani sia ben poco incline alla n ebulosa poesia dei settentrionali, e i fantasmi, frequentatori abituali delle ne bbie, non osino avventurarsi nell'atmosfera limpida e trasparente della moderna Partenope, essi hanno popolato quel palazzo in rovina, chiss mai perch, di spiriti sconosciuti e malefici che gettano il malocchio sugli increduli che osino intro dursi in quello scheletro di costruzione, o su coloro che, ancor pi temerari, han no tentato di portarlo a termine, nonostante la maledizione che grava su di esso e nonostante che il mare, con il progressivo aumentare del suo livello, vi pene tri sempre di pi: si direbbe che quelle mura immobili e insensibili abbiano eredi tato le passioni umane, o che le anime vendicative del Medina e di Anna Carafa s iano tornate ad abitare, dopo la morte, la dimora deserta e pericolante che da v ive stata loro negata. Questa superstizione si era ulteriormente rafforzata, verso la met del 1798, sull 'onda delle voci che circolavano soprattutto fra la popolazione di Mergellina, l a pi vicina al teatro di quelle lugubri tradizioni. Si raccontava che, da qualche tempo, nel palazzo della regina Giovanna - come abbiamo detto, infatti, il popo lo insisteva a dargli questo nome, e noi glielo conserviamo nella nostra qualit d i romanziere, pur protestando in qualit di archeologo - si udivano rumori di cate ne misti a gemiti; e che, attraverso le finestre vuote, si vedevano aleggiare so tto le cupe volte delle luci azzurrine che vagavano per le sale umide e deserte; inoltre correva voce - e a riferirlo era un vecchio pescatore di nome Basso Tom eo, nel quale tutti riponevano una fiducia assoluta - che quelle rovine fossero diventate ricettacolo di malfattori. Ed ecco su quale fatto Basso Tomeo basava t ale credenza: Durante una notte di tempesta in cui, malgrado il terrore che gli ispirava il pa lazzo maledetto, era stato costretto a cercare riparo in una piccola ansa natura le dello scoglio sul quale esso sorgeva, egli aveva intravisto sgusciare nelle t enebre degli immensi corridoi certe ombre vestite della lunga tunica dei "Bianch i", cio dell'abito dei penitenti che assistono nei loro ultimi istanti i condanna ti alla ghigliottina o alla forca. Diceva inoltre che a mezzanotte - poteva prec isare l'ora, avendola appena sentita suonare alla chiesa della Madonna di Piedig rotta - aveva visto uno di quegli uomini o di quei diavoli apparire sulla roccia ai piedi della quale aveva lasciato la sua barca, fermarsi un istante, poi, las ciandosi scivolare lungo il ripido pendio che scende verso il mare, avanzare ver so di lui. Spaventato da quell'apparizione, Basso aveva allora chiuso gli occhi fingendo di dormire. Un attimo dopo, aveva sentito la sua barca inclinarsi sotto il peso di un corpo. Sempre pi terrorizzato, aveva socchiuso appena le palpebre, quanto bastava per scorgere quel che avveniva sopra di s e, come attraverso una nuvola, aveva intravisto quella forma spettrale chinarsi su di lui, con un pugna le in mano. Subito dopo ne aveva sentito la punta appoggiata contro il suo petto ; ma, convinto che l'essere - umano o sovrumano che fosse - con il quale aveva a che fare volesse soltanto assicurarsi se dormiva veramente, era rimasto immobil e, cercando di respirare come uno immerso nel sonno pi profondo; e in effetti la spaventosa apparizione, dopo aver gravato per qualche secondo sopra di lui, si e

ra rizzata in piedi sulla roccia e, con la stessa agilit con cui era scesa, aveva cominciato a risalire; si era poi soffermata sulla cima, come quando era venuta , per assicurarsi che egli dormisse ancora, per poi sparire fra le rovine da cui era arrivata. Il primo impulso di Basso Tomeo era stato di afferrare i remi e fuggire; ma poi aveva pensato che, vedendolo allontanarsi, l'altro avrebbe capito che aveva fatt o finta di dormire, scoperta che poteva essergli fatale, non solo nell'immediato ma anche in seguito. In ogni modo, questo fatto aveva impressionato il vecchio al punto da indurlo a lasciare Mergellina insieme ai tre figli Gennaro, Luigi e Giovanni, alla moglie e alla figlia Assunta, per andare ad abitare alla Marinella, all'altro capo di N apoli e sul lato opposto del porto. Tutte queste voci, com' facile capire, si erano fatte via via pi consistenti fra l a popolazione napoletana, la pi superstiziosa che si conosca. Ogni giorno, o megl io ogni sera, dalla punta di Posillipo alla chiesa della Madonna di Piedigrotta, sia nelle stanze dove si riunisce la famiglia, sia sulle barche in cui i pescat ori aspettano l'ora di tirare le reti, era tutto un fiorire di racconti arricchi ti di sempre nuovi particolari, uno pi terrificante dell'altro. Quanto alle persone sensate, pi restie a credere ai fantasmi e alle maledizioni l anciate sulle rovine, esse erano le prime a propagare quelle voci, o almeno a la sciarle circolare senza contraddirle, giacch attribuivano i fatti che ispiravano quelle leggende popolari a cause ben pi gravi e minacciose che non le apparizioni di spettri e i gemiti di anime in pena; ecco infatti che cosa si sussurrava, gu ardandosi intorno con aria inquieta, tra padre e figlio, tra fratelli e tra amic i: che la regina Maria Carolina, sconvolta dai fatti seguiti in Francia alla Riv oluzione e che avevano causato la morte sul patibolo di suo cognato Luigi Sedice simo e di sua sorella Maria Antonietta, aveva istituito, per dare la caccia ai g iacobini, una Giunta di Stato, la quale, com' noto, aveva condannato a morte tre giovani sventurati: Emanuele De Deo, Vitaliani e Galiani, tutti nel fiore degli anni; ma, consapevole del malcontento che questa triplice esecuzione aveva susci tato e della tendenza dei napoletani a fare dei tre presunti colpevoli tre marti ri, la regina, si diceva, intenzionata a perpetrare nell'ombra altre vendette, m eno clamorose ma non meno certe, aveva insediato a tal fine in una sala del pala zzo - chiamata la "camera buia" a causa delle tenebre in cui operavano i giudici e gli accusatori - una sorta di tribunale segreto e invisibile, il cosiddetto t ribunale della "Santa Fede"; in quella sala e davanti a quel tribunale si riceve vano le delazioni di accusatori non solo sconosciuti ma mascherati; inoltre vi s i pronunciavano sentenze all'insaputa degli accusati, i quali venivano a conosce nza della colpa loro imputata e relativa condanna solo al momento in cui si trov avano faccia a faccia con l'esecutore di tali sentenze, certo Pasquale De Simone . Costui, vero o falso che fosse ci di cui si accusava Maria Carolina, era conosc iuto a Napoli soltanto come "sbirro della regina". A quanto si diceva, dopo aver sussurrato al condannato un'unica parola, egli lo colpiva con mano tanto sicura che nessuna delle sue vittime era mai sopravvissuta; d'altronde, sempre secondo quelle voci, affinch non vi fossero dubbi sui mandanti, il sicario lasciava nell a ferita il pugnale, che portava incise sul manico due lettere separate da una c roce: S. F., ossia le iniziali delle parole "Santa Fede". C'era anche chi diceva di aver raccolto dei cadaveri e trovato nella ferita il p ugnale vendicatore; ma i pi confessavano di essersi dati alla fuga vedendo un cad avere a terra, senza curarsi di appurare se il pugnale fosse rimasto nella ferit a, e tanto meno se esso - come quello della santa Vehme tedesca (8) - recasse su lla lama un qualsiasi segno da cui si potesse risalire alla mano che se ne era s ervita. Esisteva poi una terza versione - che forse non era la pi autentica, pur essendo la pi verosimile -, secondo la quale una banda di malfattori, cos numerosi a Napol i, dove il carcere soltanto la casa di villeggiatura del crimine, lavorava per p roprio conto e riusciva ad agire impunemente lasciando credere di compiere le ve ndette ordinatele dalla regina. Quale che fosse la versione rispondente a verit o che pi le si avvicinasse, la sera di quel 22 settembre, mentre i fuochi d'artifi cio esplodevano in piazza del Castello, al Mercatello e in largo delle Pigne; me

ntre la folla, simile a un fiume che irrompa con fragore tra due rive scoscese, si riversava, passando sotto gli archi delle luminarie, nell'unica arteria anima ta che attraversa da un capo all'altro la citt, ossia nella via Toledo; mentre ne l palazzo dell'ambasciata d'Inghilterra gli invitati cominciavano a riprendersi dal turbamento causato dalla comparsa dell'ambasciatore di Francia e dall'anatem a da lui lanciato, una porticina di legno che dava sul punto pi deserto della sal ita di Posillipo, tra lo Scoglio di Frisio e la trattoria della Schiava, si apr d all'esterno per far passare un uomo avvolto in un ampio mantello che gli nascond eva la parte inferiore del viso, mentre il resto si perdeva nell'ombra di un cap pello a larghe falde calcato fin sugli occhi. Dopo essersi richiuso con cura la porta alle spalle, l'uomo imbocc un sentierino che scendeva lungo la scarpata verso il mare e verso il palazzo della regina Gio vanna. Senonch, invece di portare fino al palazzo, il sentiero terminava su una r occia sotto cui si apriva un baratro di dieci o dodici piedi. Al momento, per, c' era un'asse che collegava la roccia al davanzale di una finestra del primo piano , formando un ponte mobile, stretto quasi come la lama di rasoio sulla quale bis ogna passare per raggiungere il paradiso di Maometto. Tuttavia, per quanto stret to e poco solido fosse quel ponte, l'uomo dal mantello vi si avventur con una non curanza che denotava la sua abitudine a servirsi di quella via. Ma proprio quand o stava per raggiungere la finestra, un uomo nascosto all'interno si mostr d'impr ovviso e sbarr il passaggio al nuovo venuto, puntandogli una pistola sul petto. Q uesti per doveva aspettarselo, perch non sembr preoccuparsene affatto e, senza il m inimo segno di emozione o di paura, fece un segnale massonico, sussurr la met di u na parola a colui che gli sbarrava la strada, il quale la termin lasciando libero l'accesso all'edificio e consentendogli in tal modo di scendere nella stanza. L 'uomo dal mantello avrebbe voluto mettersi di guardia alla finestra al posto del compagno, com'era certamente l'uso, per attendervi un nuovo arrivo, cos come, in cima alla scala del sepolcro reale di Saint Denis, il re di Francia morto per u ltimo attende il proprio successore. E' inutile gli disse l'altro. Siamo gi tutti presenti all'appuntamento, salvo Velasc o, che verr solo a mezzanotte. E i due, riunendo le loro forze, tirarono a s l'asse che, a guisa di ponte mobile , portava dalla roccia alle rovine, la appoggiarono contro il muro e, tolta cos a gli estranei ogni possibilit di raggiungerli, si persero nell'ombra, ancora pi den sa all'interno che fuori. Ma, per quanto fitta fosse l'oscurit, essa pareva non aver segreti per i due comp agni: entrambi percorsero senza esitare una sorta di corridoio in cui dalle crep e del soffitto penetravano minuscole particelle di luce siderale, e arrivarono c os ai primi gradini di una scala priva di ringhiera ma abbastanza larga da poters ene servire senza pericolo. A una delle finestre della stanza alla quale essa po rtava, e che dava sul mare, si distingueva una forma umana che la sua opacit rend eva visibile all'interno, ma che doveva essere invisibile da fuori. Al rumore dei passi, quella sorta di ombra si volt. Ci siamo tutti? domand. S, tutti risposero le due voci. Allora, disse l'ombra non ci resta che attendere l'inviato di Roma. E per poco che tardi, dubito che possa, almeno questa notte, tener fede alla paro la data disse l'uomo dal mantello gettando un'occhiata alle onde che iniziavano a spumeggiare sotto i primi soffi dello scirocco. S, il mare si sta ingrossando, rispose l'ombra ma se davvero l'uomo che Ettore ci ha promesso, non si fermer per cos poco. Per cos poco! Come vai per le spicce, Gabriele! Ecco il vento del Sud che si scate na: tra un'ora sar impossibile tener testa al mare; te lo dice il nipote di un am miraglio. Se non viene per mare, verr per terra; se non viene in barca, verr a nuoto; se non viene a nuoto, verr su un pallone disse una voce giovane e fresca, che scandiva v igorosamente le parole. Conosco il mio uomo, l'ho gi visto all'opera. Dal momento che ha detto al generale Championnet: 'Andr!', verr certamente, dovesse attraversa re il fuoco dell'inferno. D'altronde, non si pu ancora parlare di ritardo; l'appuntamento tra le undici e me

zzanotte, riprese l'uomo dal mantello facendo suonare un orologio a ripetizione e, come vedete, non sono ancora le undici. Allora disse quello che si era dichiarato nipote di un ammiraglio, ragion per cui si intendeva di tempo spetta a me, che sono il pi giovane, stare di guardia a ques ta finestra, e a voi, che siete uomini maturi e d'ingegno, deliberare. Scendete dunque nella sala delle delibere; io resto qui, e appena compare una barca con u n lume a prua, sarete avvertiti. Non abbiamo niente da deliberare: dobbiamo solo scambiarci un certo numero di not izie; il consiglio che ci d Nicolino buono, anche se proviene da un pazzo. Se mi si crede davvero pazzo, disse Nicolino qui ci sono quattro uomini ancora pi pa zzi di me: quelli che, sapendomi tale, mi hanno ammesso a far parte dei loro com plotti; giacch, miei cari amici, avete un bel chiamarvi "filomati" e far passare le vostre sedute per riunioni scientifiche: siete semplicemente dei "massoni", u na setta messa al bando nel regno delle Due Sicilie, e cospirate per la caduta d i Sua Maest re Ferdinando e per l'instaurazione della Repubblica partenopea; cose che implicano il reato di alto tradimento e quindi la pena di morte. Di quest'u ltima noi ce la ridiamo, il mio amico Ettore Carafa e io, in quanto, come aristo cratici, ci taglieranno la testa, il che non disonora certo il blasone; ma tu, M anthonnet, tu, Schipani, e Cirillo, che sta di sotto, tutti voi che siete gente di cuore, di scienza, di valore e di coraggio, che valete cento volte pi di noi m a avete la sventura di essere dei plebei, sarete semplicemente impiccati. Ah, co me rider, amici miei, quando, affacciato alla mannaia, vi vedr sgambettare appesi alle vostre corde, salvo che l'illustrissimo signore don Pasquale De Simone non mi privi di un simile piacere per ordine di Sua Maest la regina... Andate a delib erare, suvvia! E quando ci sar qualcosa di impossibile da fare, cio qualcosa che p ossa fare soltanto un pazzo, ricordatevi di me. Coloro ai quali era rivolto l'invito sembrarono dello stesso avviso; infatti, un po' ridendo, un po' scrollando le spalle, lasciarono Nicolino di guardia alla f inestra e scesero per una scala a chiocciola, sulla quale si proiettava il chiar ore di una lampada che illuminava una stanza bassa ricavata nella roccia sotto i l livello del mare, e probabilmente destinata, nelle intenzioni dell'architetto del duca di Medina, al nobile scopo di contenere, con il nome prosaico di cantin a, i migliori vini di Spagna e Portogallo. In questa cantina - visto che, nonostante la poesia e la seriet del nostro argome nto, siamo costretti a chiamare le cose con il loro nome - era seduto un uomo, a ssorto e meditabondo, con il gomito appoggiato su un tavolo di pietra; il suo ma ntello, gettato all'indietro, gli lasciava scoperto, illuminato dalla lampada, i l viso pallido ed emaciato per via delle veglie; aveva davanti a s qualche foglio di carta, inchiostro e penne, e a portata di mano un paio di pistole e un pugna le. Quest'uomo era il celebre medico Domenico Cirillo. Gli altri tre congiurati che Nicolino aveva spediti a deliberare chiamandoli Sch ipani, Manthonnet ed Ettore Cara fa, entrarono l'uno dopo l'altro nel cerchio di luce fioca e tremolante proiettato dalla lampada, si tolsero il mantello e il c appello, posarono ciascuno davanti a s un paio di pistole e un pugnale e comincia rono, anzich a deliberare, a scambiarsi le notizie che circolavano in citt e che o gnuno per parte sua aveva potuto raccogliere. Poich noi siamo, come loro e forse meglio di loro, al corrente di tutto ci che era avvenuto in quella giornata cos ricca di eventi, lasceremo costoro, se i nostri lettori ce lo permettono, intenti a conversare su quei fatti che per noi non avr ebbero pi alcun interesse, e intanto tracceremo una breve biografia di questi cin que uomini chiamati a sostenere un ruolo importante negli eventi che ci siamo pr oposti di raccontare. 6. L'INVIATO DI ROMA. Vediamo dunque chi erano quei cinque uomini, a tre dei quali Nicolino, con la su a vena burlesca, aveva predetto la forca e a due la ghigliottina, profezia che p

eraltro si sarebbe puntualmente avverata per tutti, salvo uno. Quello che abbiamo mostrato da solo, seduto a meditare con il gomito appoggiato sul tavolo di pietra, e che abbiamo detto chiamarsi Domenico Cirillo, era un per sonaggio degno di Plutarco, uno dei pi eminenti rappresentanti dell'antichit che s iano mai comparsi in terra napoletana. Egli non apparteneva n al paese n all'epoca in cui viveva, e aveva all'incirca tutte le doti di cui anche una sola sarebbe bastata a rendere un uomo superiore agli altri. Era nato nel 1739, anno dell'avvento al trono di Carlo Terzo, a Grumo, piccolo v illaggio della Terra di Lavoro. La sua famiglia era sempre stata un vivaio di me dici illustri, di naturalisti eruditi e di magistrati integerrimi. Prima ancora di compiere vent'anni, egli concorse alla cattedra di botanica e la ottenne; poi fece un viaggio in Francia, strinse amicizia con Nollet, Buffon, d'Alembert, Di derot, Franklin, e, non fosse stato per il grande amore che nutriva per la madre , avrebbe rinunciato alla sua patria reale, diceva, per restare in quella del cu ore. Di ritorno a Napoli, prosegu gli studi e divenne uno dei migliori medici del temp o; ma era conosciuto soprattutto come medico dei poveri, e diceva che la scienza deve essere, per un vero cristiano, non una fonte di ricchezza, ma un mezzo per soccorrere la miseria; perci, se veniva chiamato contemporaneamente da un ricco cittadino e da un povero lazzarone, andava di preferenza dal povero, a cui dappr ima, finch era in pericolo, portava aiuto con gli strumenti della medicina, e poi , una volta iniziata la convalescenza, con del denaro. Nonostante questo, o meglio a causa di questo, nel 1791, ossia all'epoca in cui il timore delle idee rivoluzionarie e l'odio per i francesi suscitarono l'ostili t di Ferdinando e Carolina nei confronti di tutti gli spiriti nobili e illuminati di Napoli, egli divenne poco gradito alla corte. Dopo di allora, visse praticamente in disgrazia e, non vedendo per il suo sventu rato paese altra prospettiva se non una rivoluzione compiuta con l'aiuto di queg li stessi francesi che aveva amato al punto di esitare nella scelta fra loro da una parte, la madre e la patria dall'altra, entr, con la fermezza filosofica del suo animo e la tranquilla tenacia del suo carattere, in un complotto mirante a s ostituire l'intelligente e fraterna autorit della Francia alla truce e brutale ti rannia dei Borboni. Bench consapevole di giocarsi la vita, egli perseverava con c alma e senza falsi entusiasmi nel suo progetto, per quanto pericoloso, come avre bbe perseverato nella volont di curare, a rischio della vita, una popolazione col pita dal colera o dal tifo. I suoi compagni, pi giovani e pi irruenti di lui, nutr ivano in ogni circostanza il pi assoluto rispetto per le sue opinioni; egli era i l filo che li guidava nel labirinto, la luce che seguivano nell'oscurit; e il sor riso malinconico con cui affrontava il pericolo, il tono dolce e persuasivo con cui parlava degli eletti che hanno la fortuna di morire per l'umanit, esercitavan o su di loro un'influenza simile a quella che Virgilio attribuisce alla luna, l' astro che ha il compito di dissipare le tenebre e i terrori del buio sostituendo li con i silenzi protettivi e benevoli della notte. Ettore Carafa, conte di Ruvo e duca d'Andria, colui che era intervenuto nella co nversazione per farsi garante della tenace volont e del freddo coraggio dell'uomo che aspettavano, era uno di quegli atleti che Dio crea per le lotte politiche, ossia una sorta di Danton aristocratico, dal cuore intrepido, dall'animo implaca bile, dall'ambizione smisurata. Per istinto egli amava le imprese difficili, e correva incontro al pericolo con la stessa foga con cui un altro lo avrebbe fuggito, incurante dei mezzi pur di a rrivare allo scopo. Forte nel vivere, lo fu ancora di pi, per quanto sembrasse im possibile, nel morire; era insomma uno di quegli strumenti poderosi che la Provv idenza, cui sta a cuore la sorte dei popoli, consegna alle rivoluzioni che si pr efiggono di affrancarli. Egli discendeva dall'illustre famiglia dei duchi d'Andria e portava il titolo di conte di Ruvo; ma disdegnava il suo titolo e quelli dei suoi avi che non si era no conquistati il diritto alla riconoscenza della storia con qualcuno di quei me riti che egli ambiva ad acquisire, e non si stancava di dire che non esiste nobi lt in un popolo schiavo. Si era infiammato fin dalla prima ventata di idee repubb licane, penetrate a Napoli al seguito di Latouche-Trville (9), aveva imboccato co

n lo slancio abituale il cammino rischioso delle rivoluzioni e, bench costretto d alla sua posizione a frequentare la corte, era divenuto il pi convinto apostolo e il pi zelante diffusore dei nuovi princpi; ovunque si parlasse di libert, come per una magica evocazione si vedeva immediatamente apparire Ettore Carafa. Perci, ne l 1795, egli era stato arrestato con i primi patrioti designati dalla Giunta di Stato e condotto a Castel Sant'Elmo; l era entrato in contatto con un gran numero di giovani ufficiali adibiti alla sorveglianza del forte. Il suo linguaggio app assionato suscit in essi l'amore per la repubblica; ben presto egli ne divenne am ico al punto che, minacciato di morte, non esit a chiedere il loro aiuto per fugg ire. Fra quegli animi nobili sorse allora un conflitto: gli uni dicevano che nep pure in nome della libert si doveva venir meno al proprio dovere, e che, incarica ti della guardia al castello, essi sarebbero incorsi in un grave reato contribue ndo alla fuga di un prigioniero, foss'anche loro amico o loro fratello. Altri in vece sostenevano che alla libert e alla salvezza dei suoi difensori un patriota d eve sacrificare tutto, anche l'onore. Infine un giovane luogotenente di Caltagirone, in Sicilia, patriota pi ardente de gli altri, acconsent a essere non solo complice ma anche suo compagno di fuga; en trambi furono aiutati a evadere dalla figlia di un ufficiale della guarnigione, innamorata di Ettore, che gli procur una corda per scendere dalle mura del castel lo, mentre il giovane siciliano lo aspettava di sotto. L'evasione avvenne felicemente, ma i due fuggiaschi non ebbero uguale fortuna: i l siciliano fu catturato, condannato a morte e, per grazia speciale di Ferdinand o, la pena di morte gli venne commutata in prigionia a vita nelle orribili segre te di Favignana. Ettore trov rifugio nella casa di un amico a Portici; di l, per s entieri noti soltanto ai montanari, riusc a fuggire dal regno, si rec a Milano dov e trov i francesi e ne divenne subito amico, essendo gi vicino alle loro idee. Ess i, dal canto loro, apprezzarono quell'animo focoso, quel cuore indomabile, quell a volont di ferro. La bella figura di Championnet gli parve modellata su quelle d i Focione e di Filopemene; egli si aggreg al suo stato maggiore senza incarichi p articolari e allorch, dopo la caduta di Pio Sesto e la proclamazione della Repubb lica romana, il generale francese si rec a Roma, Carafa lo accompagn; in seguito, trovandosi cos vicino a Napoli e non disperando di suscitarvi un moto rivoluziona rio, decise, per rientrare nel regno, di ripercorrere la stessa strada da cui ne era uscito: torn dunque a chiedere ospitalit all'amico presso il quale aveva gi tr ovato rifugio, non pi proscritto ma cospiratore, quel Gabriele Manthonnet che abb iamo gi nominato; da l scrisse a Championnet che Napoli gli sembrava matura per un a sommossa e lo invitava a mandargli un uomo fidato, in grado di giudicare con c alma e freddezza la situazione degli animi e lo stato delle cose: era questi l'i nviato che stavano aspettando. Gabriele Manthonnet, che aveva dato asilo a Ettore Carafa, e che il focoso patri ota non aveva avuto problemi a coinvolgere nella causa della libert, aveva anche lui circa trentacinque anni ed era di origine savoiarda, come indica il nome; av eva una forza fisica erculea, e altrettanta volont; era dotato di quell'eloquenza originata dal coraggio e di quella sensibilit che, nelle circostanze eccezionali , fanno scaturire dall'anima le parole sublimi di cui freme la storia, la quale ha il compito di registrarle; il che non gli impediva, nella vita quotidiana, di saper trovare quelle battute scherzose che, senza arrivare ai posteri, piaccion o tanto ai contemporanei. Arruolato nell'artiglieria napoletana dal 1784, era st ato nominato sottotenente nel 1787, trasferito nel 1789 in qualit di luogotenente presso il reggimento di artiglieria della regina, promosso luogotenente general e nel 1794, e infine, all'inizio del 1798, era diventato comandante del suo regg imento e aiutante di campo del generale Fonseca. Quello dei quattro cospiratori che abbiamo designato con il nome di Schipani era calabrese di nascita. La lealt e il coraggio erano le sue doti principali: uomo d'azione validissimo finch era sotto il comando di due capi del calibro di Mantho nnet o Ettore Carafa, egli diventava, abbandonato a se stesso, poco affidabile p er la sua temerariet, pericoloso per il suo patriottismo. Era una sorta di macchi na da guerra che sappia colpire in maniera terribile e sicura, ma a condizione d i essere manovrata da veri esperti. Quanto a Nicolino, il quale, essendo il pi giovane, era rimasto di guardia alla f

inestra del vecchio palazzo che d sulla punta di Posillipo, era un bel gentiluomo di ventuno, ventidue anni, nipote di quel Francesco Caracciolo che abbiamo vist o comandare la galea reale e rifiutare per s un invito al pranzo e per sua nipote Cecilia uno al ballo in casa dell'ambasciatore, o meglio dell'ambasciatrice d'I nghilterra; inoltre, era fratello del duca di Roccaromana, il pi elegante, il pi a vventuroso, il pi cavalleresco fra tutti i cicisbei della regina, colui che rappr esent per Napoli l'equivalente meridionale del nostro duca di Richelieu, amante d i Mademoiselle de Valois e vincitore a Mahon. Nicolino, invece, nato da un secon do matrimonio, era figlio di una francese ed era stato educato dalla madre all'a more per la Francia; da questa porzione del suo sangue gli derivavano quella lev it di spirito e quello sprezzo del pericolo che, all'occorrenza, fanno dell'eroe un uomo amabile e dell'uomo amabile un eroe. Mentre gli altri quattro congiurati si scambiavano sottovoce, con la mano meccan icamente protesa verso le loro armi, le parole piene di speranza usuali fra cosp iratori - ma fra le quali scintilla di tanto in tanto, come il riflesso di una s pada o il lampo di un pugnale, una di quelle parole che, con il brivido che susc itano in fondo al cuore, ricordano ai Damocle della politica che c' una spada sos pesa sopra la loro testa -, Nicolino, spensierato come lo si a vent'anni, pi che sognare la libert di Napoli fantasticava sul suo amore, che in quel momento aveva come oggetto una damigella della regina. Intanto teneva d'occhio la punta di Po sillipo e guardava addensarsi nel cielo la tempesta preannunciata da Francesco C aracciolo alla regina e da lui stesso ai suoi compagni. In effetti, ogni tanto si udiva un brontolio di tuono lontano preceduto da lampi che, attraversando una cupa massa di nubi in movimento da sud verso nord, illum inavano via via con un bagliore fantastico i neri scogli di Capri, i quali, non appena svanito il baleno, rientravano nell'oscurit, facendo tutt'uno con la massa opaca di nubi di cui sembravano formare la base. Di tanto in tanto soffiavano r affiche di quel vento vorticoso e pesante che porta fino a Napoli la sabbia dei deserti della Libia, e sollevavano la superficie del mare in un fremito fosfores cente che per un attimo la tramutava in un lago di fiamme, dopodich tornava alla sua cupa opacit. All'infuriare di quel vento temuto dai pescatori, una schiera di piccole imbarca zioni si affrettava a rientrare nel porto, le une sospinte dalle vele triangolar i e lasciandosi dietro una scia di fuoco, le altre avanzando a forza di braccia - simili a quei grossi granchi che corrono sull'acqua - e graffiando il mare con i loro remi, che a ogni colpo facevano sprizzare un fascio di liquide scintille . A poco a poco quelle barche, avvicinandosi frettolosamente a terra, scomparver o dietro la pesante massa immobile di Castel dell'Ovo e il faro del Molo, la cui luce giallognola appariva al centro di un cerchio di vapore simile a quello che circonda la luna all'avvicinarsi del maltempo; infine il mare rimase deserto, c ome per lasciare campo libero alla lotta che di l a poco avrebbero ingaggiato i q uattro venti del cielo. In quel momento, all'estrema propaggine di Posillipo comparve, come un punto nel lo spazio, una fiamma rossastra, che spiccava tra le raffiche sulfuree della tem pesta e le emanazioni fosforescenti del mare; e quella fiamma si dirigeva verso il palazzo della regina Giovanna. Allora, quasi che la sua comparsa fosse un segnale, d'improvviso si ud un tuono c he rotol rombando da capo Campanella a capo Miseno, mentre nella stessa direzione il cielo, aprendosi, offriva allo sguardo attonito gli abissi insondabili dell' etere. Certe raffiche provenienti da punti opposti investirono, scavandola, la s uperficie del mare, con accelerazioni e sonorit di trombe; le onde si gonfiarono di colpo, come se un ribollio sottomarino si fosse trasmesso alla superficie; la tempesta aveva spezzato le sue catene e irrompeva nell'arena liquida, come un l eone infuriato. Nicolino, vedendo l'aspetto terrificante che andavano assumendo il mare e il cie lo, lanci un richiamo che fece trasalire i congiurati nei sotterranei del vecchio palazzo; essi si precipitarono su per la scala e, arrivati alla finestra, vider o di che si trattava. La barca che indubbiamente trasportava il messaggero tanto atteso era stata gher mita e avviluppata dalla tempesta, a met strada fra Posillipo e il palazzo della

regina Giovanna; essa aveva perduto proprio in quell'istante la sua piccola vela quadrata, e rimbalzava sgomenta su e gi per le onde, sulle quali due robusti vog atori tentavano invano di far presa con i remi. Come aveva immaginato Ettore Carafa, niente aveva potuto fermare il giovane dal cuore indomito che stavano aspettando. Secondo l'itinerario tracciato in precede nza - a tutela dei cospiratori napoletani pi ancora che dell'inviato, il quale er a protetto a sufficienza dall'uniforme francese e dal titolo di aiutante di camp o di Championnet, nella citt di un regno alleato, in una capitale amica -, dopo a ver abbandonato la strada di Roma a Santa Maria Capua Vetere, egli aveva raggiun to la costa e lasciato il cavallo a Pozzuoli, con il pretesto che era troppo sta nco per proseguire; e l, un po' con le minacce, un po' con la promessa di un vist oso compenso, aveva indotto due barcaioli a mettersi in mare nonostante i presag i del tempo; e, pur protestando contro una decisione cos temeraria, essi erano pa rtiti fra gli alti lamenti delle mogli e dei figli, che li avevano accompagnati fino alla banchina umida del porto. I loro timori si erano avverati, e, giunti a Nisida, essi avrebbero voluto sbarc are il passeggero e cercar riparo entro il molo; ma il giovane, senza adirarsi, senza vane parole, aveva impugnato le pistole che portava alla cintura e le avev a puntate sui due recalcitranti, i quali, guardando il suo viso calmo ma risolut o, avevano compreso che per loro era finita se avessero abbandonato i remi, e cu rvandosi su questi, erano ripartiti con rinnovato vigore. Cos erano passati dalla piccola baia di Pozzuoli al golfo di Napoli, e qui si era no trovati a dover fronteggiare la tempesta, la quale, vedendo sull'immensa supe rficie dei flutti quell'unica barca da annientare, sembrava aver concentrato su di essa tutta la sua collera. I cinque congiurati rimasero un istante immobili e muti; la vista di un grande p ericolo corso da un nostro simile ci lascia dapprima sbigottiti; poi, di colpo, ci nasce nel cuore, come un istinto imperioso e irresistibile della natura, il b isogno di portargli soccorso. Ettore Carafa ruppe per primo il silenzio. Delle corde! Delle corde! grid, asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte. Nicolino si precipit; ricolloc l'asse sull'abisso, salt dal davanzale sull'asse, da questa sulla roccia, dalla roccia fino alla porta che dava sulla strada, e dopo pochi minuti riapparve con una corda sottratta a un pozzo pubblico. Durante quegli istanti, per quanto brevi, la tempesta aveva raddoppiato la sua f uria; ma, cos facendo, aveva anche spinto pi vicino la barca, che era ormai a poch e gomene dal palazzo; senonch le onde sbattevano con tanta violenza contro lo sco glio su cui esso sorgeva che, invece di rappresentare una speranza, rendevano pi pericoloso l'accostarvi; la schiuma sferzava i visi dei cospiratori affacciati a lla finestra del primo piano, cio a venti o venticinque piedi dal mare. Nel chiarore del lume acceso a prua, che rischiava di spegnersi a ogni ondata ch e investiva la barca, si scorgevano i due marinai curvi sui remi con il terrore dipinto in viso; mentre il giovane ufficiale, eretto come se avesse i piedi sald ati all'assito della barca, con la chioma scompigliata dal vento ma con il sorri so sulle labbra e uno sguardo di sfida a quei flutti che, simili alla muta di Sc illa, saltavano e abbaiavano tutto attorno, sembrava un dio che dominasse la tem pesta, o, cosa ancora pi grande, un uomo inaccessibile alla paura. Dal modo in cui, riparandosi gli occhi con la mano, dirigeva lo sguardo verso il gigantesco rudere, appariva evidente che, nella speranza di essere atteso, tent ava di scoprire attraverso le tenebre la presenza di coloro che lo aspettavano; finch, con l'aiuto di un lampo che illumin la facciata scura e fatiscente del vecc hio edificio, pot vedere, raggruppati in un atteggiamento di angoscia, cinque uom ini che tutti insieme gli gridarono: Coraggio!. Nello stesso momento, un'ondata enorme, ricacciata indietro dalla base rocciosa del palazzo, si abbatt sulla prua della barca e, spegnendo il lume, sembr averla i nghiottita. Nel petto di ciascuno si blocc il respiro; con gesto disperato, Ettore Carafa aff ond le mani tra i capelli; ma si ud una voce calma e forte che gridava, dominando il fragore della tempesta:

Una torcia!. Ettore Carafa si precipit verso una cavit del muro dove stavano riposte delle torc e, pronte per essere usate nelle notti tenebrose; ne afferr una, la accese alla l ampada che ardeva sul tavolo di pietra, poi corse senza esitare sulla piattaform a esterna della roccia e, sporgendosi sul mare, tese verso la barca la torcia re sinosa in mezzo a una nuvola di schiuma che tentava invano di spegnerla. Allora, come emergendo dagli abissi marini, la barca riapparve a pochi piedi dal la base del palazzo; i due vogatori, abbandonati i remi, invocavano in ginocchio , con le braccia alzate al cielo, la Madonna e san Gennaro. Una corda! grid il giovane. Nicolino sal sul davanzale della finestra e, trattenuto alla cintola dall'erculeo Manthonnet, dopo aver calcolato la distanza lanci nella barca un capo della cord a, di cui Schipani e Cirillo tenevano l'altra estremit. Non appena si ud il rumore della corda che urtava contro il legno della barca, un 'ondata enorme, proveniente questa volta dal largo, scagli con forza inaudita la piccola imbarcazione contro lo scoglio. Ne segu uno scricchiolio sinistro, e subi to dopo si ud un grido di angoscia; poi tutto scomparve, barca, pescatori e passe ggero. Contemporaneamente, dal petto di Schipani e di Cirillo proruppe un'esclamazione: L'ha presa! L'ha presa!. E cominciarono a tirare la corda verso di s. In effetti, nel giro di un secondo, al chiarore della torcia tesa da Ettore Cara fa si vide il mare fendersi ai piedi dello scoglio ed emergerne il giovane uffic iale; aiutato dalla trazione della corda, egli scal la roccia, afferr la mano che gli tendeva il conte di Ruvo, salt sulla piattaforma e, abbracciato tutto grondan te dall'amico, con sguardo sereno e voce per niente alterata, pronunci questa sol a parola: Grazie!. In quel momento echeggi un rombo di tuono, che sembrava voler sradicare il palazz o dalla sua base di granito; una folgore scocc le sue frecce di fuoco, attraverso ogni fessura del palazzo, e il mare, con un urlo terribile, sal fino alle ginocc hia dei due giovani. Ettore Carafa, con quell'entusiasmo tipicamente meridionale che metteva ancora p i in risalto la sua tranquillit d'animo, alzando la torcia come per sfidare la fur ia del cielo, grid: Romba, tuono! Sfavilla, folgore! Ruggisci, tempesta! Noi siamo della razza di que i Greci che hanno bruciato Troia, e costui aggiunse posando la mano sulla spalla dell'amico discende da Aiace, figlio di Oileo: e si salver a dispetto degli di!. 7. IL FIGLIO DELLA MORTA. Quello che hanno di particolare i grandi cataclismi naturali e i grandi rivolgim enti politici - e, diciamolo subito, la cosa non fa certo onore all'umanit - che essi attirano l'interesse di tutti sugli individui che, nell'uno o nell'altro ca so, rivestono i ruoli principali e dai quali ci si aspetta o la salvezza o la vi ttoria, mentre i personaggi minori vengono relegati nell'ombra, e a vegliare su di loro rimane solo quella distratta e noncurante Provvidenza che diventata, per chi egoista di natura o reso tale dalle circostanze, un mezzo per rendere Dio r esponsabile di tutte le calamit che egli non si sia prestato a soccorrere. Fu ci che avvenne nel momento in cui la barca che trasportava il messaggero attes o con tanta ansia dai nostri cospiratori fu gettata contro lo scoglio e si schia nt nell'urto. Ebbene, quei cinque uomini eletti, dal cuore onesto e misericordios o, ferventi apostoli dell'umanit, pronti a sacrificare la vita alla patria e ai l oro concittadini, si dimenticarono completamente dei due loro simili, figli dell a stessa patria e quindi loro fratelli, che erano scomparsi nei gorghi, e si occ uparono unicamente di colui che era legato a loro da un vincolo di interesse non solo generale ma anche individuale, concentrando su di lui tutta l'attenzione e ogni possibilit di soccorso, pensando che una vita cos necessaria ai loro progett

i non fosse pagata a troppo caro prezzo con le due esistenze secondarie che essa aveva coinvolto e della cui perdita, finch dur il pericolo, non si diedero affatt o pensiero. Eppure erano uomini osserver il filosofo. No, risponder il politico erano degli zeri rispetto ai quali un essere superiore rap presentava l'unit. Comunque sia, che i due poveri pescatori abbiano ricevuto almen o un po' di simpatia e di rimpianto da parte di coloro che li avevano visti peri re, una cosa di cui ci lecito dubitare, vedendo costoro slanciarsi con aria fest osa e a braccia aperte incontro al messaggero che, grazie al suo coraggio e al s uo sangue freddo, comparve sano e salvo al braccio dell'amico conte di Ruvo. Era un giovane sui venticinque anni, dai capelli neri a lunghe ciocche incollate alle tempie e alle guance dall'acqua di mare, che incorniciavano un viso dalla carnagione pallida, nel quale tutta la vitalit sembrava essersi concentrata negli occhi, sufficienti peraltro ad animare una fisionomia che, senza il lampo di qu ello sguardo, sarebbe sembrata di marmo; le sopracciglia nere e naturalmente agg rottate conferivano a quel volto scultoreo un'espressione di volont inflessibile, contro la quale si capiva che tutto, salvo i misteriosi e implacabili decreti d ella sorte, era destinato a infrangersi; se non avesse avuto gli abiti grondanti d'acqua, se i suoi capelli ricciuti non avessero recato le tracce della lotta c ontro i marosi, se la tempesta non avesse ruggito come un leone infuriato per es sersi lasciato sfuggire la preda, sarebbe stato impossibile leggergli in viso il minimo segno di emozione, naturale in chi si appena sottratto al rischio di mor te; in breve, egli era innegabilmente e per intero l'uomo preannunciato da Ettor e Carafa, la cui impetuosa temerariet non esitava a inchinarsi dinanzi al freddo e impassibile coraggio dell'amico. Per completare il ritratto di questo giovane, destinato a diventare, se non il p ersonaggio principale, almeno uno dei pi rilevanti di questa storia, ci affrettia mo a dire che egli indossava quell'elegante ed eroica divisa repubblicana che gl i Hoche, i Marceau, i Desaix e i Klber hanno reso non solo storica ma addirittura immortale, e della quale, poche pagine pi sopra, abbiamo gi fatto, a proposito de lla comparsa dell'ambasciatore francese Garat, una descrizione troppo dettagliat a perch sia necessario ripeterla. Forse, di primo acchito, il lettore trover alquanto imprudente che un messaggero incaricato di comunicazioni segrete si presentasse a Napoli con indosso un'unifo rme che aveva valore di simbolo; ma a lui risponderemo che il nostro eroe era pa rtito da Roma quarantott'ore prima, del tutto ignaro, come il generale Championn et di cui era emissario, dei fatti susseguitisi quel giorno con l'arrivo di Nels on e l'inqualificabile accoglienza che gli era stata riservata; inoltre egli era ufficialmente incaricato di recare dispacci all'ambasciatore che tutti credevan o ancora in carica, e la sua uniforme francese sembrava idonea a tutelarlo in un regno che, pur essendo notoriamente ostile nel profondo, doveva, almeno per pau ra se non per rispetto umano, conservare le apparenze di un'amicizia imposta, in assenza di simpatia, da un recente trattato di pace. Il primo incontro del messaggero doveva tuttavia aver luogo con i patrioti napol etani, che bisognava assolutamente guardarsi dal compromettere; infatti, se l'un iforme e la militanza nell'esercito francese salvaguardavano l'ufficiale, per gl i altri non esisteva alcuna possibile salvaguardia; e l'esempio di Emanuele De D eo, di Galiani e di Vitaliani, impiccati sulla base di un semplice sospetto di c onnivenza con i repubblicani francesi, dimostrava che, il governo napoletano non aspettava altro che l'occasione di esercitare un supremo rigore e che, se essa si fosse presentata, non se la sarebbe lasciata sfuggire. Terminata la riunione, si doveva darne notizia in tutti i particolari all'ambasciatore francese, al fi ne di stabilire la condotta da adottare nei confronti di una corte che, per la s ua malafede, aveva giustamente meritato fra i contemporanei la stessa reputazion e di cui i cartaginesi godevano nell'antichit. Abbiamo detto con quanto slancio ognuno fosse andato incontro al giovane ufficia le, ed facilmente intuibile l'impressione che dovette produrre sulla natura emot iva di quegli uomini del Sud il freddo coraggio di colui che, appena cessato il pericolo, sembrava gi averlo dimenticato. Per quanto grande fosse il desiderio de i congiurati di apprendere le notizie di cui egli era latore, essi gli imposero

innanzitutto di accettare da Nicolino Caracciolo - che aveva la sua stessa corpo ratura e abitava a pochi passi dal palazzo della regina Giovanna - (10) un abito completo per sostituire l'altro, che era fradicio d'acqua di mare e, anche per il freddo che faceva nel palazzo, avrebbe potuto nuocere gravemente alla salute del naufrago; dopo molte obiezioni, egli fu costretto a cedere; allora rimase so lo con l'amico Ettore Carafa, che volle assolutamente fargli da cameriere person ale; e allorch Cirillo, Manthonnet, Schipani e Nicolino li raggiunsero, trovarono il severo ufficiale repubblicano trasformato in un elegante cittadino, giacch Ni colino Caracciolo era, con suo fratello il duca di Roccaromana, fra i giovani ch e a Napoli dettavano la moda. Vedendo rientrare coloro che si erano assentati per un attimo, fu il nostro eroe ad andare loro incontro a sua volta, dicendo in eccellente italiano: Signori qui non mi conosce nessuno, eccettuato il mio amico Ettore Carafa, che ha avuto la cortesia di garantire per me, mentre io vi conosco tutti o come intell ettuali o come patrioti di sicura fede. I vostri nomi dicono gi molto della vostr a vita e vi danno diritto alla fiducia dei vostri concittadini; il mio nome, inv ece, vi ignoto e di me non conoscete altro, come Carafa e tramite lui, se non i pochi atti di coraggio che mi accomunano ai pi umili e anonimi soldati francesi. Ora, quando si combatte per la stessa causa, si rischia la vita per lo stesso id eale, si muore magari sullo stesso patibolo, l'uomo leale deve farsi conoscere e non avere segreti per coloro che non ne hanno per lui. Io sono italiano come vo i, signori; come voi sono napoletano; con la differenza che voi siete stati mess i al bando e perseguitati in diversi momenti della vita; io lo sono stato ancor prima di nascere. La parola fratello scatur dalla bocca di tutti, e tutte le mani si protesero verso quelle aperte del giovane. E' una storia fosca, la mia, o meglio quella della mia famiglia, egli prosegu con g li occhi persi nel vuoto, come se cercasse un fantasma invisibile a tutti salvo che a lui e che sar per voi, mi auguro, un nuovo sprone a rovesciare l'odioso regi me che grava sulla nostra patria. Dopo un attimo di silenzio, riprese: I miei primi ricordi risalgono a quando vivevo in Francia; mio padre e io abitava mo in una piccola casa di campagna isolata in mezzo a una grande foresta; avevam o un solo domestico, non ricevevamo nessuno; non ricordo nemmeno il nome di quel luogo. Spesso, di giorno e di notte, venivano a cercare mio padre; egli saliva a cavallo , prendeva i suoi strumenti e seguiva la persona venuta a chiamarlo; poi, dopo d ue, quattro, sei ore, a volte persino l'indomani, ricompariva senza dire dove fo sse andato. Ho saputo solo pi tardi che faceva il chirurgo e che le sue assenze e rano dovute a interventi per i quali non volle mai essere pagato. Mio padre era il solo a occuparsi della mia educazione; ma, devo dire, attribuiva maggiore importanza allo sviluppo delle mie forze e capacit fisiche che a quello delle mie doti intellettuali e morali. Fu lui, tuttavia, che mi insegn a leggere e a scrivere, e pi tardi il greco e il latino; noi parlavamo indifferentemente i n italiano e in francese; il tempo che ci restava, negli intervalli fra quelle l ezioni, era dedicato agli esercizi del corpo. Essi consistevano nel montare a cavallo, maneggiare le armi, sparare con il fucil e e la pistola. A dieci anni ero un ottimo cavallerizzo, mancavo di rado una rondine in volo e, s parando con la pistola, riuscivo quasi sempre a spaccare un uovo che dondolava a ppeso a un filo. Avevo appena compiuto dieci anni quando partimmo per l'Inghilterra; vi restammo d ue anni, durante i quali imparai l'inglese con un professore che venne a stare a casa nostra. In capo a due anni, parlavo l'inglese correntemente come il france se e l'italiano. Quand'ero poco pi che dodicenne, lasciammo l'Inghilterra per la Germania; ci ferma mmo in Sassonia. Con lo stesso sistema con cui avevo imparato l'inglese, imparai anche il tedesco; dopo due anni conoscevo questa lingua come le altre tre. Durante quei quattro anni avevo continuato i miei esercizi fisici. Ero un ottimo cavallerizzo, e bravissimo a tirare di scherma; avrei potuto contendere il prima

to nell'uso della carabina al miglior cacciatore tirolese e, con il cavallo lanc iato al gran galoppo, sapevo inchiodare al muro un ducato. Non avevo mai chiesto a mio padre perch mi spronasse a tutti quegli esercizi. Ne t raevo piacere, e poich ci corrispondeva alla sua volont, avevo fatto dei progressi che divertivano me e al tempo stesso soddisfacevano lui. Per il resto, fino a quel giorno ero vissuto nel mondo, per cos dire, senza vederl o; avevo abitato in tre paesi senza conoscerli; avevo una gran familiarit con gli eroi dell'antica Grecia e dell'antica Roma, ma ero del tutto ignorante circa i contemporanei. Conoscevo soltanto mio padre. Mio padre era il mio dio, il mio re, il mio maestro, la mia religione; mio padre ordinava e io ubbidivo. La mia ragione e la mia volont dipendevano da lui; per co nto mio, non avevo che vaghe nozioni del bene e del male. Avevo quindici anni allorch un giorno egli mi disse, come gi mi aveva detto due vol te: 'Partiamo'. Non mi pass neanche per la mente di chiedergli: 'Dove andiamo?'. Attraversammo la Prussia, la Renania, la Svizzera; valicammo le Alpi. Avevo parla to di volta in volta in francese, in inglese, in tedesco; tutt'a un tratto, arri vando sulla riva di un grande lago, sentii parlare una lingua nuova, l'italiano; riconobbi la mia lingua materna e trasalii. Ci imbarcammo a Genova e sbarcammo a Napoli. Qui ci fermammo per un po'; mio padr e voleva acquistare due cavalli e sembrava particolarmente attento a come scegli erli. Un giorno arrivarono alla scuderia due magnifici animali, ottenuti mediante l'inc rocio di due razze, araba e inglese; feci un giro di prova con il cavallo a me d estinato e rientrai tutto fiero di esserne il padrone. Partimmo da Napoli di sera; cavalcammo per una parte della notte. Verso le due de l mattino arrivammo a un piccolo villaggio dove ci fermammo. Riposammo fino alle sette, poi facemmo colazione; prima di ripartire, mio padre mi disse: 'Salvato, carica le pistole'. 'Sono gi cariche, padre' gli risposi. 'Allora scaricale, poi ricaricale di nuovo con la massima cura, per non rischiare che facciano cilecca: oggi avrai bisogno di usarle'. Stavo per scaricarle in aria senza fare commenti: ho gi detto della mia obbedienza passiva agli ordini di mio padre; ma egli mi ferm il braccio. 'Hai sempre la mano ben salda?' mi domand. 'Volete vedere?'. Un noce dalla corteccia levigata ombreggiava l'altro lato della strada; scaricai una delle mie pistole contro l'albero; poi, con la seconda, sparai di nuovo, con tanta precisione, che al momento mio padre credette che avessi mancato il bersa glio. Scese da cavallo e, con la punta del coltello, si assicur che le due pallottole si trovassero nello stesso foro. 'Bene,' mi disse 'ricarica le tue pistole'. 'Sono gi ricaricate'. 'Allora partiamo'. I nostri cavalli erano pronti; infilai le mie pistole nelle fondine; notai che mi o padre aggiungeva altri proiettili alle sue. Partimmo. Verso le undici del mattino arrivammo in una citt dove c'era una grande animazione; era giorno di mercato, e vi affluivano tutti i contadini dei dintorn i. Con i cavalli al passo ci dirigemmo verso la piazza. Per tutta la strada, mio pad re era rimasto silenzioso; ma la cosa non mi aveva stupito: a volte passava inte re giornate senza pronunciare una parola. Arrivati nella piazza ci fermammo; egli si sollev sulle staffe e gir lo sguardo int orno. Davanti a un caff stava un gruppo di uomini vestiti meglio degli altri; al centro di esso, una sorta di gentiluomo di campagna dall'aria arrogante parlava ad alta voce e, gesticolando con una frusta in mano, si divertiva a colpire senza disti nzione uomini e animali che gli venissero a tiro. Mio padre mi tocc il braccio; mi girai a guardarlo: era estremamente pallido.

'Che avete, padre?' gli domandai. 'Niente' disse. 'Vedi quell'uomo?'. 'Quale?'. 'Quello con i capelli rossi'. 'Lo vedo'. 'Mi avviciner a lui e gli dir qualche parola. Quando alzer il dito al cielo, tu fara i fuoco e gli ficcherai la pallottola in mezzo alla fronte. Hai capito? Proprio in mezzo alla fronte. Prepara la pistola'. Senza rispondere, estrassi la pistola dalla fondina; mio padre si accost all'uomo, gli disse qualche parola; l'uomo impallid. Mio padre lev un dito al cielo. Sparai, la pallottola colp l'uomo in mezzo alla fronte: egli cadde a terra morto. Vi fu un grande scompiglio, e qualcuno cerc di sbarrarci la strada; ma mio padre f ece udire la sua voce chiara e forte, dicendo: 'Io sono Giuseppe Maggio Palmieri, e questo' aggiunse indicandomi col dito '" il f iglio della morta!"'. La folla si apr davanti a noi e uscimmo dalla citt senza che nessuno pensasse ad ar restarci o a inseguirci. Una volta fuori, mettemmo i cavalli al galoppo e ci fermammo solo al convento di Montecassino. Quella sera mio padre mi raccont la storia che sto per raccontarvi a mia volta. 8. IL DIRITTO D'ASILO. La prima parte della storia che il giovane aveva raccontato era parsa talmente s traordinaria ai suoi ascoltatori che essi l'avevano seguita ammutoliti, attenti e senza interromperla; nella breve pausa che fece, inoltre, rimasero in silenzio , ed egli pot convincersi dell'interesse suscitato dalla sua narrazione e del des iderio che essi provavano di conoscerne la fine, o meglio l'inizio. Cos non esit a riprendere il racconto. La nostra famiglia, prosegu che aveva nome Maggio Palmieri, abitava da tempo immemor abile nella citt di Larino, nella regione del Molise. Mio padre, Giuseppe Maggio Palmieri, o meglio Giuseppe Palmieri, come comunemente veniva chiamato, verso il 1768 venne a terminare gli studi alla scuola di chirurgia di Napoli. Io l'ho conosciuto intervenne Domenico Cirillo. Era un ragazzo retto e leale, pi gio vane di me di qualche anno; tornato nella sua regione intorno al 1771, all'epoca in cui io venni nominato professore; dopo un po' di tempo sentimmo dire che, in seguito a una lite con il signore del suo paese, durante la quale era stato ver sato del sangue, era dovuto andare in esilio. Siate benedetto e onorato, disse Salvato inchinandosi voi che avete conosciuto mio padre e gli rendete giustizia davanti a suo figlio. Continuate, continuate! disse Cirillo. Vi stiamo ascoltando. Continuate! ripeterono in coro gli altri congiurati. Dunque, intorno al 1771, come avete detto, Giuseppe Palmieri lasci Napoli portando con s il diploma di medico e la fama di un'abilit indiscussa, convalidata dagli i nnumerevoli casi difficili da lui felicemente risolti. Egli amava una fanciulla di Larino, di nome Luisa Angiolina Ferri. Fidanzatisi pr ima di separarsi, i due innamorati avevano tenuto fede alla loro promessa durant e i tre anni di lontananza; avrebbero festeggiato il ritorno di lui al paese con il matrimonio. Ma, in assenza di mio padre, era accaduto un fatto grave quanto una vera e propri a sciagura: il conte del Molise si era innamorato di Angiolina Ferri. Saprete meglio di me, voi che abitate in questo paese, che razza di uomini siano i nostri baroni di provincia e quali diritti si arroghino in nome del loro poter e feudale; uno di tali diritti consiste nell'accordare o negare ai vassalli, a l oro piacimento, il permesso di unirsi in matrimonio. Ma n Giuseppe Palmieri n Angiolina Ferri erano vassalli del conte del Molise. Erano entrambi nati liberi e non dipendevano che da se stessi; inoltre mio padre, qua nto a ricchezze, era quasi suo pari.

Il conte aveva fatto di tutto, minacciando e promettendo, per ottenere uno sguard o da Angiolina; scontrandosi sempre con quella castit di cui il nome della fanciu lla sembrava essere il simbolo. Un giorno la invit a una grande festa che si sarebbe svolta non solo nel castello, ma anche nei giardini e durante la quale suo fratello, il barone di Boiano, si era impegnato a rapire la fanciulla e a portarla dall'altra parte del fiume Fort ore, nel castello di Tragonara. Angiolina, invitata insieme a tutte le damigelle di Larino, per non dover parteci pare alla festa si finse ammalata. L'indomani, oltrepassando ogni limite, il conte del Molise mand i suoi campieri a rapire la fanciulla, la quale ebbe appena il tempo, mentre essi forzavano la por ta di casa, di fuggire passando dal giardino e di rifugiarsi nel palazzo vescovi le, luogo doppiamente sacro, di per s e per la vicinanza della cattedrale. Grazie a questo doppio privilegio, esso godeva del diritto di asilo. Le cose erano a questo punto allorch Giuseppe Palmieri fece ritorno a Larino. Il caso volle che a quell'epoca la sede vescovile fosse vacante. Al posto del ves covo c'era un vicario, amico di famiglia di Giuseppe Palmieri; questi and a fargl i visita, e il matrimonio venne celebrato in segreto nella cappella del vescovad o. Il conte del Molise fu informato di quanto era avvenuto e, pur essendo fuori di s dalla rabbia, rispett i privilegi del luogo; ma piazz attorno al palazzo degli arm igeri incaricati di sorvegliare quelli che vi entravano e soprattutto quelli che ne uscivano. Mio padre sapeva bene che quegli uomini si trovavano l principalmente per lui e ch e, se sua moglie rischiava l'onore, lui rischiava la vita. Un delitto cosa da po co per i nostri signori feudali; sicuro dell'impunit, il conte del Molise aveva s messo da tempo di tenere il conto degli omicidi da lui perpetrati o commissionat i ai suoi sbirri. Gli uomini del conte facevano buona guardia; si diceva che Angiolina viva valesse diecimila ducati, mio padre morto cinquemila. Mio padre rimase per qualche tempo nascosto nel palazzo vescovile; ma, disgraziat amente, non era uomo da subire troppo a lungo una simile schiavit. Stanco della r elegazione forzata, un giorno decise di farla finita con il suo persecutore. Ora, il conte del Molise aveva l'abitudine di uscire quotidianamente in carrozza dal palazzo, un paio d'ore prima dell'avemaria, per fare una passeggiata fino al convento dei Cappuccini, situato a circa due miglia dalla citt; arrivato lass, or dinava invariabilmente al cocchiere di tornare al palazzo, e al piccolo trotto, quasi al passo, la carrozza riprendeva il cammino verso la citt. A met strada fra Larino e il convento si trova la fontana di San Pardo, patrono de l paese, circondata da siepi e cespugli. Giuseppe Palmieri usc dal palazzo vescovile vestito da monaco, ingannando tutti i suoi guardiani. Sotto la tonaca nascondeva due spade e due pistole. Arrivato alla fontana di San Pardo, luogo che gli parve propizio, si ferm e si nas cose dietro una siepe. Vide passare la carrozza del conte e non si mosse: c'era ancora troppa luce. Quando, mezz'ora dopo, ud il rumore della carrozza che tornava indietro, si lev la tonaca e rimase con gli abiti comuni. La carrozza si avvicinava. Con una mano estrasse le spade dal fodero e con l'altr a le pistole cariche, e and a piazzarsi in mezzo alla strada. Vedendo quell'uomo e sospettando che fosse animato da cattive intenzioni, il cocc hiere si fece di lato; ma mio padre, con rapida mossa, si mise di fronte ai cava lli. 'Chi sei e cosa vuoi?' gli chiese il conte sporgendosi dalla carrozza. 'Sono Giuseppe Maggio Palmieri,' rispose mio padre 'e voglio la tua vita'. 'Spacca la faccia a questo briccone con un colpo di frusta,' disse il conte al co cchiere 'e fila via!'. Poi si riadagi nella carrozza. Il cocchiere alz la frusta; ma, prima che la facesse ricadere, mio padre lo uccise con un colpo di pistola. L'uomo rotol dal sedile a terra. I cavalli rimasero immobili; mio padre si diresse

verso la carrozza e apr la portiera. 'Non vengo qui per ucciderti, sebbene ne abbia il diritto, trattandosi di legitti ma difesa, ma per battermi lealmente con te' disse al conte. 'Scegli: ecco due s pade di pari lunghezza, ecco due pistole: delle due, una sola carica; sar un vero e proprio giudizio di Dio'. Cos dicendo gli porse con una mano le due spade, con l'altra le due pistole. 'Non ci si batte con un vassallo,' disse il conte 'lo si batte '. E, alzando il suo bastone, lo abbatt sulla guancia di mio padre. Allora quest'ultimo prese la pistola carica e spar a bruciapelo al cuore del conte , il quale non si mosse neppure, n gett un grido: era morto. Mio padre indoss di nuovo la tonaca, rimise le spade nel fodero, ricaric le pistole , e rientr al palazzo vescovile agevolmente come ne era uscito. Quanto ai cavalli, sentendosi liberi, si rimisero in marcia da soli, e poich conos cevano perfettamente la strada che percorrevano due volte al giorno, se ne torna rono al palazzo del conte; ma stranamente, invece di fermarsi davanti al ponte d i legno che conduceva alla porta del castello, quasi avessero capito che traspor tavano non un vivo ma un morto, proseguirono la corsa e si fermarono soltanto da vanti a una piccola chiesa dedicata a san Francesco, nella quale il conte diceva sempre di voler essere sepolto. E in effetti la sua famiglia, conoscendo tale desiderio, seppell il cadavere in qu ella chiesa e gli eresse un sepolcro. Il fatto dest grande scalpore; il conflitto scoppiato fra mio padre e il conte era di dominio pubblico, ed superfluo dire che tutte le simpatie andavano a mio pad re; nessuno dubitava che l'autore dell'omicidio fosse lui e, come se egli stesso desiderasse dare una conferma di ci, mand la somma di diecimila franchi alla vedo va del cocchiere. Il fratello minore del conte dichiar di aver ereditato, insieme al patrimonio, anc he il dovere di vendicarlo. Questo abietto individuo, che si era offerto di rapi re Angiolina, a ventun anni aveva gi commesso tre o quattro omicidi e un numero i mprecisato di rapimenti e di stupri. Egli giur che il colpevole non gli sarebbe sfuggito, raddoppi gli uomini di guardia al palazzo vescovile e ne assunse il comando. Giuseppe Palmieri continu a starsene nascosto all'interno del vescovado. La sua fa miglia e quella della moglie portavano loro tutto ci di cui avevano bisogno, vive ri e abiti. Angiolina era incinta di cinque mesi; i due vivevano l'uno per l'alt ra e si amavano, felici quanto si pu esserlo senza la libert. Passarono due mesi e si arriv al 26 maggio, giorno in cui a Larino si celebra la f esta di san Pardo, patrono, come si detto, della citt. In tale circostanza si fa una grande processione; i coloni addobbano i loro carri con drappi, ghirlande, fronde, bandierine di tutti i colori; vi attaccano buoi dalle corna dorate, ricoperti di fiori e di nastri; quei carri seguono la proces sione, alla quale partecipa tutto il popolo di Larino e dei villaggi vicini cant ando le lodi del santo, il cui busto viene portato in giro per le strade; sia pe r entrare nella cattedrale che per uscirne, la processione doveva passare davant i al palazzo vescovile che dava asilo ai due giovani. Nel momento in cui il corteo, fermatosi sulla piazza principale, cantava e danzav a intorno al carro del santo, Angiolina, fiduciosa nella tregua di Dio, si avvic in a una finestra, imprudenza che il marito le aveva raccomandato di non commette re. Disgrazia volle che il fratello del conte si trovasse sulla piazza, proprio l di fronte; egli riconobbe Angiolina attraverso il vetro, strapp il fucile dalle mani di un soldato, prese la mira e il colpo part. Angiolina gett un grido e pronunci due sole parole: 'Mio figlio!'. Al rumore dello sparo e del vetro infranto, al grido lanciato dalla moglie, Giuse ppe Palmieri accorse appena in tempo per accoglierla tra le braccia. La pallottola aveva colpito Angiolina proprio in mezzo alla fronte. Pazzo di dolore, l'uomo la sollev tra le braccia, la port sul letto, si chin su di l ei, la copr di baci. Tutto fu vano. Era morta! Ma in quell'abbraccio supremo, a un tratto egli sent il bambino sussultare nel ven tre della morta.

Gett un grido, un lampo gli attravers il cervello, e a sua volta gli scaturirono da l cuore le due parole: 'Mio figlio!'. La madre era morta, ma il bambino era vivo: poteva essere salvato. Facendosi forza, egli si asciug il sudore che gli imperlava la fronte, le lacrime che gli scorrevano dagli occhi e, rivolto a se stesso, mormor: 'Sii uomo'. Poi prese la borsa dei suoi strumenti, la apr, scelse il pi acuminato e, estraendo la vita dal seno della morte, strapp il bambino alle viscere lacerate della madre . Poi lo mise, tutto insanguinato, in un fazzoletto che annod ai quattro angoli. Inf ine, tenendo quel fagottino fra i denti, con una pistola in ogni mano e le bracc ia nude e anch'esse rosse di sangue fino ai gomiti, valutando con lo sguardo lo spazio che doveva attraversare e i nemici che doveva combattere, corse gi dalle s cale, apr la porta del vescovado e si precipit a testa bassa tra la folla gridando a denti stretti: 'Fate largo AL FIGLIO DELLA MORTA!'. Due armigeri si accinsero ad arrestarlo: li uccise entrambi; un terzo tent di sbar rargli la strada: lo stese a terra colpendolo alla testa con il calcio della pis tola. Attravers la piazza, sfid il tiro delle guardie del castello davanti al qual e dovette passare, raggiunse incolume un bosco, attravers il Biferno a nuoto, tro v in un prato un cavallo che pascolava in libert, gli sal in groppa, arriv a Manfred onia, si imbarc su un bastimento dalmata che stava levando l'ancora, e cosi giuns e a Trieste. Quel bambino ero io. Il resto dell'avventura l'avete gi sentito, e sapete come, qu indici anni pi tardi, "il figlio della morta" abbia vendicato sua madre. E adesso che, dopo aver ascoltato la mia storia, mi conoscete, occupiamoci di que llo che sono venuto a fare; mi resta un'altra madre da vendicare: la patria!. 9. LA MAGA. Per la comprensione dei fatti che raccontiamo, e soprattutto per l'armonia dell' insieme, necessario che i nostri lettori abbandonino momentaneamente il filone p olitico di quest'opera, sul quale, con grande rammarico, non ci siamo potuti dil ungare, per compiere con noi un breve excursus nei suoi aspetti pittoreschi, cos strettamente collegati al resto che non abbiamo l'animo di trattarli separatamen te. Di conseguenza proponiamo loro, se intendono seguirci ancora, di ritornare s u quell'asse che, nella fretta di portare la corda destinata a salvare l'eroe de lla nostra storia - non il caso, infatti, di tenere pi a lungo celato il ruolo ch e gli destiniamo -, Nicolino Caracciolo ha dimenticato di togliere dal suo doppi o sostegno; poi, ripercorsa quella sorta di passerella, risaliremo il dirupo, us ciremo dalla stessa porta per la quale siamo entrati, scenderemo dal promontorio di Posillipo e, superata la tomba di Sannazzaro e il casino di caccia di re Fer dinando, ci fermeremo a Mergellina, fra quest'ultimo e la fontana del Leone, dav anti a una casa comunemente chiamata a Napoli la casa della Palma, per via dell'el egante pianta di questa specie che svetta, superandola per due terzi di altezza, sopra una volta di aranci costellati di frutti d'oro. Raggiunta questa casa, che segnaliamo alla curiosit dei lettori, per non allarmar e coloro che dovessero servirsi di una porticina aperta nel muro proprio di fron te al punto in cui ci siamo fermati, lasceremo la strada e avanzeremo lungo il m uro del giardino fino a raggiungere un pendio dal quale, alzandoci sulla punta d ei piedi, potremo forse cogliere qualcuno dei segreti racchiusi fra quelle mura. E devono essere segreti allettanti, ai quali i nostri lettori non potranno resta re insensibili, anche solo alla vista di colei che si appresta a svelarli. Infatti, nonostante il rombo dei tuoni, il bagliore dei lampi, il vento che, sof fiando pi furioso che mai, scuote gli aranci facendone cadere i frutti come una p ioggia d'oro e con le sue raffiche continue torce i lunghi pennacchi della palma che sembrano trecce arruffate, una giovane di ventidue o ventitr anni, con indos

so una vestaglia di batista e un velo di merletto in testa, compare di tanto in tanto in cima alla scala di pietra che porta dal giardino al primo piano, che, a giudicare dal raggio di luce che si proietta all'esterno ogni volta che ella ap re la porta, dev'essere abitato. Le sue apparizioni sono brevi, giacch non appena si vede guizzare un lampo o si o de il fragore di un tuono, la fanciulla getta un piccolo grido, si fa il segno d ella croce e rientra in casa, con la mano premuta sul petto come a reprimere i b attiti precipitosi del cuore. Chi la vedesse, malgrado lo spavento causatole dallo scatenarsi degli elementi, affacciarsi ogni cinque minuti a quella porta, che apre con esitazione e richiud e con terrore, sarebbe certo disposto a scommettere che tanta impazienza e tanta agitazione sono quelle di un'innamorata ansiosa o punta dalla gelosia, che aspe tta o spia l'oggetto del suo amore. Ebbene, costui si ingannerebbe: nessuna passione ha ancora offuscato la superfic ie di quel cuore, autentico specchio di castit; in quell'animo dove ancora sonnec chia l'ardore della passione veglia soltanto una curiosit infantile: questa che s uscita in lei, con la stessa potenza di quei sentimenti finora sconosciuti, inqu ietudine ed emozione. Il suo fratello di latte, figlio della sua nutrice, un lazzarone della Marinella , le ha promesso, cedendo alle sue insistenze, di condurre da lei una vecchia al banese le cui predizioni sono considerate infallibili; del resto, costei non sta ta la prima a possedere quelle doti divinatorie che le sue antenate hanno raccol to sotto le querce di Dodona: da quando i suoi antenati, alla morte di Scanderbe g il Grande, ossia nel 1467, hanno lasciato le rive dell'Aoos per le montagne de lla Calabria, mai una generazione si estinta senza che il vento che spira sulle cime ghiacciate dei Tomorit (11) abbia recato a una novella pizia il soffio dell a divinazione, retaggio della sua famiglia. Quanto alla giovane che la attende, un vago istinto le fa temere e desiderare insieme di conoscere l'avvenire che le appare turbato da oscuri presagi; il fratello di latte le ha promesso di portar le quella sera stessa a mezzanotte, ora cabalistica - mentre suo marito impegnat o fino alle due del mattino nei festeggiamenti di corte -, colei che potr svelarl e gli arcani di quell'avvenire che proietta delle ombre sulle sue veglie e delle luci sui suoi sogni. Ella, dunque, attende semplicemente l'arrivo del lazzarone Michele il Pazzo e de lla maga Nanno. Vedremo ben presto se ci siamo ingannati. Alla porticina del giardino si sentono battere tre colpi, a intervalli regolari, proprio nel momento in cui dalle nubi livide e giallastre cominciano a cadere g rosse gocce di pioggia. Al termine dei tre colpi, una sorta di velo fluttuante s civola lungo la ringhiera della scala che scende in giardino, la porta viene ape rta lasciando passare due nuovi personaggi e si richiude alle loro spalle. Uno d i essi un uomo, l'altro una donna; l'uomo indossa pantaloni di tela, il berretto di lana rossa e il giaccone da pescatore della Marinella; la donna avvolta in u n ampio mantello nero, sulle spalle del quale si vedrebbero brillare, se il buio lo consentisse, dei fili d'oro consunti, residui di un antico ricamo: ma del su o abito non si scorge nulla, e la sola cosa che luccichi nell'ombra del cappucci o che le copre la testa sono i suoi occhi. Attraversando lo spazio che separa la porta dai primi gradini della scala, la giovane ha trovato modo di sussurrare a l lazzarone: Per quanto pazzo tu sia o ti si creda, non sarai andato a dirle chi sono, vero, M ichele?. No, lo giuro sulla Madonna: ignora persino l'iniziale del tuo nome, sorellina. Arrivata in cima alla scala, la giovane entra per prima; il lazzarone e la maga la seguono. Mentre attraversano la prima stanza, si vede la faccia di una giovane cameriera spuntare da dietro un tendone e seguire con sguardo curioso la sua padrona e gli strani ospiti che stanno entrando in casa. Subito dopo la tenda ricade. Entriamo a nostra volta. La scena che sta per svolgersi avr troppe ripercussioni sugli eventi successivi perch rinunciamo a raccontarla in tutti i particolari. La luce che si scorgeva fin dal giardino proveniva da un salotto decorato in sti

le pompeiano, con divani e cortine di seta rosa con ricami a fiori azzurri; la l ampada che proiettava quella luce era racchiusa in una sfera di alabastro che sp andeva su tutti gli oggetti un riflesso madreperlaceo; essa era posata su un tav olo di marmo bianco, sostenuto da un unico piede raffigurante un grifone ad ali spiegate. Una poltrona in stile greco, che per la purezza del rilievo avrebbe po tuto aspirare a prender posto nel salotto di Aspasia, indicava che ogni minimo p articolare dell'arredamento era passato al vaglio di un occhio esperto. Una porta situata di fronte a quella da cui erano entrati i nostri tre personagg i si apriva su una fila di camere che occupavano tutta la lunghezza della casa; l'ultima di esse non solo confinava con la casa attigua, ma era anche in comunic azione con questa. Tale fatto doveva avere una certa importanza per la giovane, poich ella lo fece n otare a Michele dicendo: Se per caso mio marito rientrasse, Nina verr ad avvertirci, e voi uscirete passand o dalla casa della duchessa Fusco. Sissignora rispose Michele con un inchino ossequioso. Nell'udire questa parola la maga, che si stava togliendo il mantello, si volt e, con accento non privo di una certa amarezza, domand: Da quando in qua i fratelli di latte non si danno del tu? Coloro che hanno succhi ato dalla stessa mammella non sono parenti stretti al pari di quelli portati nel lo stesso seno? Datevi del tu, figlioli; prosegu con dolcezza a Dio piace vedere ch e le sue creature si amano nonostante la distanza che le separa. Michele e la giovane si guardarono meravigliati. Come vedi, davvero una maga, sorellina! esclam Michele. Ed questo che mi fa tremare. E perch ti fa tremare? domand la giovane. Sai che cosa mi ha predetto, non pi tardi di questa sera, prima che venissimo qui?. No. Che far la guerra, che sar diventer colonnello e che.... Che cosa?. E' difficile da dire. Avanti, dillo. Che sar impiccato. Ah, mio povero Michele!. Esattamente cos. La giovane, con un certo terrore, rivolse nuovamente lo sguardo verso l'albanese , la quale si era liberata del mantello che ora giaceva a terra, e sotto il qual e indossava il suo costume nazionale, consunto dall'uso ma ancora assai ricco; q uello che la colp, tuttavia, non fu il turbante bianco ricamato a fiori un tempo vivaci, che le stringeva il capo lasciandone sfuggire qualche lunga ciocca nera mescolata a fili d'argento, non fu il corpetto rosso intessuto d'oro, e nemmeno l'ampia gonna color mattone a strisce nere e azzurre, bens gli occhi grigi e pene tranti della donna, che la fissavano come se volessero leggerle nel pi profondo d el cuore. Oh, giovent! Giovent curiosa e incauta! mormor la maga. E' dunque destino che tu sia s empre trascinata da una forza pi potente della tua volont a precorrere quell'avven ire che ti si avvicina a grandi passi?. A quella apostrofe inattesa, pronunciata con voce stridula, un brivido percorse le vene della giovane, che quasi si pent di aver convocato la maga. Siete ancora in tempo disse questa, come se nessun pensiero potesse sfuggire al su o sguardo avido e penetrante. La porta da cui siamo entrati ancora aperta, e la v ecchia Nanno ha dormito troppo spesso sotto l'albero di Benevento per non essere avvezza alla bufera, al tuono e alla pioggia. No, no mormor la giovane. Poich siete qui, restate!. E si lasci cadere sulla poltrona ccanto al tavolo, con la testa rovesciata all'indietro ed esposta in pieno alla luce della lampada. La maga fece due passi verso di lei e, come parlando tra s, disse: Capelli biondi e occhi neri: grandi, belli, limpidi, umidi, vellutati, voluttuosi. La giovane arross e si copr il viso con le mani. Nanno! mormor. Ma l'altra sembr non udirla e, rivolgendo la sua attenzione alle mani che le impe

divano di proseguire l'esame del volto, continu: Le mani sono grassottelle, con la pelle rosea, morbida e fine, opaca e viva insie me. Nanno! disse la giovane scostando le mani come per nasconderle, ma scoprendo cos il viso sorridente. Non vi ho certo chiamata per sentirmi fare dei complimenti. Ma Nanno, senza darle retta, prosegu, riprendendo in esame il volto che si offriv a di nuovo alla sua vista: Fronte bella, bianca, pura, solcata da venature azzurrine. Sopracciglia nere, ben disegnate, che partono dalla radice del naso, e, fra le due sopracciglia, tre o quattro minuscole linee interrotte. Oh, che bella creatura! Si pu ben dire che s iete consacrata a Venere!. Nanno, Nanno! implor la giovane. Ma lasciala stare, sorellina disse Michele. Dice solo che sei bella: non lo sai anc he tu? Non te lo conferma ogni giorno anche il tuo specchio? E chiunque ti veda non dello stesso parere? E non dicono forse tutti che il cavaliere Sanfelice por ta un nome predestinato, in quanto, felice di nome, lo anche di fatto?. Michele! lo redargu la giovane, preoccupata che il fratello rivelasse, con il nome del marito, anche il suo. Ma, tutta assorta nel suo esame, la maga continu: La bocca piccola, vermiglia; il labbro superiore un po' pi sporgente di quello inf eriore; i denti sono bianchi, bene allineati dietro le labbra di corallo; il men to rotondo; la voce dolce, un po' strascicata e si arrochisce facilmente. Siete nata di venerd, vero? A mezzanotte o subito dopo. E' vero mormor la giovane con voce effettivamente un po' roca per l'emozione che pr ovava e alla quale cedeva suo malgrado. Mia madre diceva spesso che il mio primo grido si era sovrapposto alle ultime vibrazioni del pendolo che suonava le dodic i, nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio. Aprile e maggio: i mesi dei fiori! Un venerd, il giorno consacrato a Venere! Tutto si spiega. Ecco perch prevale Venere riprese la maga. Venere! La sola dea che abbi a conservato il predominio su di noi, mentre tutti gli altri di lo hanno perduto. Voi siete nata sotto la congiunzione di Venere con la Luna, ed Venere che preva le e che vi dona quel collo candido, tondo, di media lunghezza, che noi chiamiam o torre d'avorio; Venere che vi dona quelle spalle arrotondate, un po' cascanti, quei capelli serici, folti, ondulati, quel naso elegante, arcuato dalle narici dilatate e sensuali. Nanno! esclam di nuovo la giovane in tono pi imperioso, alzandosi in piedi e appoggi ando la mano sul tavolo. Ma l'interruzione fu vana. E' Venere continu l'albanese che vi dona quella figura flessuosa, quelle giunture so ttili, quei piedi da bambina; Venere che vi dona il gusto del vestire elegante, degli abiti chiari, dei colori tenui; Venere, infine, che vi rende affabile, ing enua, portata all'amore romantico e alla dedizione assoluta. Non so se sono portata alla dedizione, Nanno, disse la giovane in tono raddolcito e quasi triste ma so per certo che riguardo all'amore vi sbagliate. Poi, ricadendo sulla poltrona come se le gambe non avessero pi la forza di sosten erla: Perch non ho mai amato! disse con un sospiro. Non avete mai amato! riprese Nanno. E quanti anni avete? Ventidue, vero?... Ma aspe ttate, aspettate!. Dimenticate che sono sposata, replic la giovane con voce flebile, tentando invano d i renderla pi ferma che voglio bene a mio marito e lo rispetto. S, s! Lo so, ribatt la maga ma so pure che egli di quasi tre volte pi anziano di voi o che gli volete bene e lo rispettate; ma che gli volete bene come a un padre e lo rispettate come un vegliardo. So che avete l'intenzione, anzi la volont di man tenervi pura e virtuosa; ma cosa possono l'intenzione e la volont contro l'influs so degli astri? Non vi ho forse detto che siete nata dall'unione di Venere e del la Luna, i due astri dell'amore? Ma forse, chiss, voi riuscirete a sottrarvi alla loro influenza. Vediamo la vostra mano. Giobbe, il grande profeta, ha detto: 'N ella mano degli uomini Dio ha posto i segni attraverso i quali si riconosce l'op era sua'. Cos dicendo tese verso la giovane una mano rugosa, ossuta e scura, nella quale, c ome per magico influsso, and a posarsi la mano morbida, bianca e sottile della Sa

nfelice. 10. L'OROSCOPO. Era la mano sinistra, quella in cui gli antichi cabalisti sostenevano - e i caba listi di oggi ancora sostengono - di saper leggere i segreti della vita. Nanno guard per un istante il dorso di quella mano leggiadra prima di voltarla pe r leggerne l'interno, cos come per un istante si tiene in mano, senza fretta di a prirlo, un libro che ci deve rivelare cose ignote e soprannaturali. Guardandola come si osserva una bella statua, mormor: Dita lisce, lunghe, affilate ; unghie rosate, strette, aguzze; mano indubbiamente da artista, mano destinata a trarre suoni da qualsiasi strumento, dalle corde della lira o dalle fibre del cuore. Quindi rivolt quella mano tremante, che contrastava incredibilmente con la sua ma no abbronzata, e un sorriso d'orgoglio le apparve sulle labbra illuminandole tut to il volto. Avevo proprio indovinato! esclam. La giovane la guard con aria ansiosa. Michele, dal canto suo, si avvicin come se a vesse qualche nozione di chiromanzia. Iniziamo dal pollice, riprese la maga che riassume tutti i segni della mano: il pol lice l'agente principale della volont e dell'intelligenza; gli idioti nascono spe sso senza pollici o con pollici deformi o atrofizzati; gli epilettici, durante l e crisi, chiudono i pollici prima delle altre dita. Per scongiurare il malocchio , si tendono l'indice e il mignolo e si nasconde il pollice nel palmo della mano. E' proprio vero, sorellina! grid Michele. Lo faccio sempre anch'io quando ho la disg razia di incontrare sulla mia strada il canonico Jorio. La prima falange del pollice, quella che termina con l'unghia, continu Nanno il segn o della volont. La vostra assai corta, quindi siete debole, priva di volont, facil e da convincere. Mi dovrei offendere? chiese ridendo colei a cui era rivolta questa spiegazione poc o lusinghiera, bench rispondente a verit. Vediamo adesso il monte di Venere; disse la maga allungando la sua unghia, simile a un artiglio incastonato nell'ebano, verso la parte carnosa e rigonfia che stav a alla base del pollice tutta questa parte della mano, che sta a indicare la proc reazione e i desideri carnali, dedicata all'irresistibile dea; la linea della vi ta la circonda come un ruscello che scorre ai piedi di una collina e la isola da tutto il resto. Venere, che ha presieduto alla vostra nascita, simile a certe f ate, madrine soprannaturali delle piccole principesse; Venere, che vi ha donato la grazia, la bellezza, l'armonia, l'amore del bello, il desiderio di amare, il bisogno di piacere, la benevolenza, la carit, la tenerezza, Venere si mostra qui pi potente che mai. Ah, se anche le altre linee fossero favorevoli come queste! S ebbene.... Sebbene...?. Niente. La giovane guard la maga, le cui sopracciglia si erano per un istante aggrottate. Vi sono dunque altre linee oltre a quella della vita? domand. Ve ne sono tre: esse formano nella mano la M maiuscola, che il volgo indica come la prima lettera della parola 'Morte', un segno terribile, delegato dalla natura a ricordare all'uomo che un essere mortale. Vi poi la linea del cuore; eccola: va dalla base dell'indice a quella del mignolo; ed ecco qui la linea della testa , che divide in due la parte centrale della mano. Michele si avvicin di nuovo, prestando una grande attenzione alle parole della ma ga. Perch a me non hai mai spiegato tutte queste cose? le domand. Mi credevi troppo scemo per capirle?. Nanno alz le spalle senza rispondergli e continu, rivolta alla giovane: Seguiamo anzitutto la linea del cuore; guarda come si estende dal monte di Giove, cio dalla base dell'indice, fino al monte di Mercurio, cio alla base del mignolo.

Essa indica, se breve, grandi prospettive di felicit; se troppo lunga, come nel tuo caso, la possibilit di sofferenze terribili; si interrompe sotto Saturno, oss ia sotto il medio, e ci significa fatalit avversa; di un rosso vivo che contrasta con il biancore della tua mano, il che sta a indicare amore appassionato fino al la violenza. Ed proprio questo che mi impedisce di credere alle tue predizioni, Nanno; disse la Sanfelice sorridendo il mio cuore tranquillo. Aspetta, aspetta, ti dico; replic la maga esaltandosi aspetta, aspetta, incredula! S i avvicina infatti il momento in cui tutto cambier nella tua vita. Ecco un altro segno funesto: guarda! La linea del cuore si congiunge, come puoi vedere, con la linea della testa, fra il pollice e l'indice: segno funesto, ma che pu essere co mbattuto da un segno contrario nell'altra mano. Mostrami la mano destra!. La giovane obbed e tese la destra alla sibilla. Questa scosse il capo. Stesso segno, disse stesso congiungimento. E, pensosa, lasci ricadere la mano; poi, siccome restava assorta e in silenzio: Parla, disse la giovane visto che, come ho gi detto, non ti credo. Tanto meglio; mormor Nanno possa la scienza sbagliarsi; possa l'infallibile fallire!. Che cosa significa dunque il congiungimento di queste due linee?. Ferita grave, carcerazione, pericolo di morte. Ah, se mi preannunci sofferenze fisiche, Nanno, mi vedrai crollare... Non hai det to anche tu che non sono coraggiosa? E dove sar ferita?. E' strano! In due punti: al collo e al fianco. Poi, lasciando ricadere anche la mano sinistra, prosegu: Ma forse lo potrai evitare; speriamo!. Eh no, insist la giovane adesso concludi. O non mi dicevi niente oppure mi devi dire tutto. Ho detto tutto. Il tuo tono di voce e i tuoi occhi provano il contrario; d'altronde, tu hai detto che le linee sono tre: quella della vita, quella del cuore e quella della testa. E allora?. E allora, ne hai esaminate solo due, quella della vita e quella del cuore. Rimane la linea della testa. E, con gesto imperioso, tese la mano alla maga. Questa la prese e, fingendo indi fferenza: Come puoi vedere tu stessa, disse la linea della testa attraversa la pianura di Mar te e si incurva sotto il monte della Luna. Ci significa: sogno, idealismo, immagi nazione, chimera - insomma, la vita com' sulla luna e non qui sulla terra. D'improvviso Michele, che guardava con attenzione la mano della sorella, gett un grido: Guarda qui, Nanno!. E, con un'espressione di profondo terrore, indic un segno su quella mano. Nanno distolse lo sguardo. Ma guarda, ti dico! Luisa ha sul palmo lo stesso segno che ho io!. Imbecille! disse Nanno. Imbecille quanto vuoi, esclam Michele ma al centro di quella linea c' una croce: mort e sul patibolo, mi hai detto? .... La giovane lanci un grido e, con aria sgomenta, guard suo fratello e poi la maga. Taci! sibil questa spazientita, battendo il piede a terra. Guarda, sorellina, disse Michele aprendo la mano sinistra guarda anche tu se non ab biamo lo stesso segno, una croce. Una croce! ripet Luisa impallidendo. Poi, afferrando il braccio della maga: Sai che vero, Nanno? disse. Che cosa vuol dire? E' possibile che nella mano dell'uo mo vi siano dei segni che variano a seconda della sua condizione, e che quello c he per uno significa la morte non significhi nulla per l'altro? Insomma, dal mom ento che hai cominciato, concludi!. Nanno ritir piano piano il braccio dalla mano che tentava di trattenerlo e cos par l: Noi non dobbiamo rivelare le cose dolorose allorch, marchiate dal sigillo della fa talit assoluta, esse sono inevitabili, malgrado tutti gli sforzi della volont e de

ll'intelligenza. E dopo una pausa aggiunse: A meno che, nella speranza di contrastare quella fatalit, la persona minacciata no n esiga da noi una simile rivelazione. Esigi, sorellina, esigi! grid Michele. In fondo, tu sei ricca e puoi fuggire; forse il pericolo che corri esiste solo a Napoli e non ti inseguirebbe in Francia, in Inghilterra, in Germania!. E perch non fuggi anche tu, replic Luisa visto che, a quanto assicuri, abbiamo lo ste sso segno?. Ma per me la cosa diversa; non posso lasciare Napoli, sono legato alla Marinella come il bue al giogo; sono povero, e col mio lavoro sostento mia madre. Che ne s arebbe di lei, povera donna, se io me ne andassi?. E se muori, che ne sar di lei?. Se muoio, significa che Nanno ha detto il vero, e in questo caso, prima di morire , diventer colonnello. Ebbene, quando sar colonnello, le dar tutto il mio denaro di cendo: 'Mettilo da parte, mamma'; e quando mi impiccheranno, giacch inevitabile c he ci avvenga, sar lei la mia erede. Colonnello! Povero Michele, e tu credi alla predizione?. E con questo? Dato che l'unica cosa certa la morte, bisogna sempre aspettarsi il peggio. Mia madre vecchia, io sono povero: non sarebbe poi una cosa tanto grave per ciascuno di noi perdere la vita. E Assunta? chiese sorridendo la giovane. Oh, Assunta mi preoccupa meno di mia madre. Lei mi ama come una donna ama il suo amante, non come una madre ama il figlio. Una vedova pu sempre consolarsi con un altro marito; una madre non si consola nemmeno con un altro figlio. Ma lasciamo da parte la vecchia Menichella e torniamo a te, sorellina, a te che sei giovane, ricca, bella, felice! Oh, Nanno, Nanno, ascoltami! Tu devi dirle immediatamente da dove proverr il pericolo, se no guai a te!. La maga aveva raccolto il mantello e se lo stava sistemando sulle spalle. Oh, non te ne andrai cos! grid il lazzarone balzando verso di lei e afferrandola per il polso. A me puoi dire tutto quello che vuoi, ma a Luisa no... diverso. Come h ai detto, noi abbiamo succhiato il latte dalla stessa mammella. Io sono anche di sposto a morire due volte, se necessario, una per me e una per lei; ma non vogli o che le venga torto un capello. Intesi?. E indic la giovane, pallida e ansimante, che si era di nuovo lasciata cadere sull a poltrona, chiedendosi fino a che punto si dovesse prestar fede alle parole del l'albanese, ma comunque in preda a una grande agitazione. Ebbene, visto che entrambi lo volete, disse la maga avvicinandosi a Luisa proviamo; e, se la sorte pu essere scongiurata, ebbene scongiuriamola, sebbene sia un grav e peccato lottare contro ci che sta scritto. Dammi la mano, Luisa. Luisa tese la mano tremante e contratta; l'albanese dovette raddrizzarle le dita . Ecco la linea del cuore, spezzata in due parti sotto il monte di Saturno; ecco la croce a met della linea della testa; ed ecco infine la linea della vita bruscame nte interrotta fra i venti e i trent'anni. E non vedi da dove proviene il pericolo? Non sai contro che cosa bisogna combatte re? url la giovane sotto il peso del terrore gi espresso per lei dal fratello di la tte e confermato dai suoi occhi, dal tremito della voce, dall'agitazione di tutt o il corpo. L'amore, sempre l'amore! esclam la maga. Un amore irresistibile e fatale!. Ma sai almeno chi ne sar oggetto? domand la giovane smettendo di dibattersi e di neg are, trascinata a poco a poco dal tono convinto della maga. Tutto offuscato nel tuo destino, povera creatura; rispose la sibilla lo vedo, ma no n lo riconosco; mi appare come un essere che non appartenga a questo mondo, figl io del ferro e non della vita... E' nato... impossibile, eppure cos: nato da una morta!. La maga rimase con lo sguardo fisso, quasi tentasse di leggere nell'oscurit; avev a gli occhi dilatati, e tondi come quelli di un gatto o di un gufo, e con la man o faceva il gesto di chi tenta di scostare un velo. Michele e Luisa si guardavano; un sudore freddo colava dalla fronte del lazzaron

e; Luisa era pi pallida della vestaglia di batista che l'avvolgeva. Ah no! esclam Michele dopo un minuto di silenzio, facendo uno sforzo per liberarsi del terrore superstizioso che lo pervadeva. Perch prestiamo ascolto a questa vecch ia pazza? Che io venga impiccato, pu anche essere; ho un brutto carattere e, nell a nostra condizione, con un carattere simile si fa presto a passare dalle parole ai fatti: si mette la mano in tasca, se ne estrae un coltello, lo si apre, il d iavolo ti tenta, si colpisce l'altro, questo cade morto, uno sbirro ti arresta, il commissario ti interroga, il giudice ti condanna, mastro Donato (12) ti mette una mano sulla spalla e la corda al collo, ti impicca, ed fatta! Ma tu, sorelli na!... Che cosa ci pu essere in comune fra te e il patibolo? Quale delitto potres ti mai concepire, con il tuo cuore di colomba? Chi potresti uccidere con quelle manine? Giacch, alla fin fine, uno viene ucciso solo quando ha ucciso; e poi, qui non si uccidono i ricchi! Vuoi che ti dica una cosa, Nanno? A partire da oggi, non si dir pi Michele il Pazzo, bens Nanno la Pazza!. In quel momento Luisa afferr il braccio del fratello di latte e gli indic la maga. Questa era ancora immobile e muta al suo posto; ma a poco a poco si era curvata e sembrava che, dopo tanti sforzi, cominciasse a distinguere qualcosa in quella oscurit che poco prima deplorava di vedere addensarsi davanti a s; il suo collo ma gro si protendeva fuori dal mantello nero, la testa ondeggiava a destra e a sini stra, come quella di un serpente sul punto di attaccare. Oh, adesso lo vedo, lo vedo disse. E' un bel giovane di venticinque anni, con occhi e capelli neri; sta venendo, si avvicina. Anche lui minacciato da un grave peri colo. Due, tre, quattro uomini lo seguono. Hanno dei pugnali nascosti sotto gli abiti... Cinque, sei.... Poi, come colpita da una rivelazione improvvisa, quasi con gioia grid: Oh, se fosse ucciso!. Ebbene, domand smarrita Luisa, che sembrava pendere dalle labbra della maga se fosse ucciso, che accadrebbe?. Se fosse ucciso, dato che sar lui a causare la tua morte, saresti salva. Oh, mio Dio! esclam la giovane con aria convinta, come se vedesse anche lei quello che vedeva Nanno. Mio Dio, chiunque sia, proteggilo!. In quel momento si udirono, sotto le finestre della casa, le detonazioni di due colpi di pistola, poi delle grida, una bestemmia, infine soltanto il tintinnio d i un ferro contro un altro. Signora, signora! disse, entrando con aria sconvolta, la cameriera. Stanno uccidend o un uomo sotto il muro del giardino. Michele! grid Luisa tendendo le braccia verso di lui e giungendo le mani. Tu sei un uomo e hai un coltello: lascerai ammazzare un altro uomo senza portargli soccors o?. No, perdio! grid Michele. E, precipitatosi alla finestra, la apr per saltar gi nella strada; ma d'improvviso gett un grido, fece un balzo indietro e, chinandosi verso l'interno, mormor con v oce soffocata dal terrore: Pasquale De Simone, lo sbirro della regina!. Ebbene, esclam la Sanfelice allora lo salver io. E si slanci verso la scala. Nanno fece un movimento per trattenerla; poi, scuotendo la testa e lasciando ric adere le braccia, disse: Va', povera condannata, e che si compia il volere degli astri!. 11. IL GENERALE CHAMPIONNET. I lettori ricorderanno che abbiamo lasciato Salvato Palmieri sul punto di riferi re ai congiurati la risposta di Championnet. Infatti, a nome dei patrioti italiani, Ettore Carafa aveva scritto al generale f rancese - al quale era stato da poco assegnato il comando dell'esercito di Roma - per rendergli conto dello spirito che regnava a Napoli e chiedergli se, in cas o di rivoluzione, si poteva contare sul sostegno non solo dell'esercito ma anche

del governo francese. E' opportuno spendere qualche parola su questa bella figura di repubblicano, una delle glorie pi pure dell'odierno patriottismo; nostro compito destinargli il po sto che gli spetta nel grande quadro che tentiamo di delineare; e prima di mostr are dove egli sia diretto, ci sembra opportuno far vedere da dove provenga. All'epoca di cui parliamo, il generale Championnet era un uomo di trentasei anni dal viso dolce e amabile, ma che sotto questo sembiante, pi da uomo di mondo che da soldato, celava una rara forza di volont e un coraggio a tutta prova. Egli era figlio naturale del mastro di posta di Valence, il quale, non volendo d argli il suo nome, gli aveva dato quello di un quartiere periferico della sua ci tt. Era uno spirito avventuroso, domatore di cavalli prima di diventare domatore di uomini. Ancor giovinetto montava gli animali pi riottosi riducendoli all'obbedien za. A diciott'anni si mise alla caccia dell'uno o dell'altro di quei due fantasmi ch e si chiamano gloria e fortuna e part per la Spagna, dove, sotto il nome di Bella rosa, si arruol nelle truppe valloni. Nel campo di San Rocco, insediato davanti a Gibilterra, incontr, nel reggimento d ella Bretagna, diversi ex compagni di collegio, i quali ottennero dal suo colonn ello che lasciasse le guardie valloni per unirsi a loro come volontario. Alla fine della guerra rientr in Francia, dove suo padre accolse il figliol prodi go a braccia aperte. Nel 1789, allo scoppio dei primi moti rivoluzionari, si arruol di nuovo. Allorch t uon il cannone del 10 agosto e si form la prima coalizione, ogni dipartimento offr il proprio contingente di volontari; quello della Drme forn il sesto battaglione; Championnet fu chiamato a comandarlo e con esso si impadron di Besanon. I battagli oni di volontari costituivano l'esercito di riserva. Pichegru, passando da Besanon per andare ad assumere il comando dell'armata dell' Alto Reno, vi ritrov Championnet, che aveva conosciuto quando era stato a sua vol ta a capo di un battaglione di volontari. Questi lo supplic di arruolarlo nelle t ruppe effettive, e il suo desiderio venne soddisfatto. A partire da quel momento, il nome di Championnet comparve accanto a quelli di J oubert, di Marceau, di Hoche, di Klber, di Jourdan e di Bernadotte, ai cui ordini egli prest di volta in volta servizio, divenendone amico. Essi conoscevano cos be ne il suo carattere avventuroso che, nel caso di imprese difficili, quasi imposs ibili da condurre a buon fine, dicevano: Mandiamoci Championnet. Ed egli, tornandone vincitore, giustificava il detto francese "Heureux comme un btard": Fortunato come un bastardo. Questa serie di successi gli frutt il titolo di generale di brigata, poi quello di generale di divisione, preposto alla sorvegli anza delle coste del Mare del Nord da Dunkerque fino a Flessinga. Dopo il trattato di Campoformio egli torn a Parigi. Di tutti i suoi subalterni, t enne con s solo un aiutante di campo. Nel corso dei numerosi scontri con gli inglesi, Championnet aveva infatti notato un giovane capitano che, in un'epoca in cui tutti erano coraggiosi, aveva trova to modo di distinguersi per il suo ardimento. Non c'era azione a cui partecipass e senza che venisse citata qualche sua prodezza. Alla presa di Altenkirchen si e ra lanciato per primo all'assalto. Durante il passaggio del Lahn aveva perlustra to il fiume e scoperto un guado sotto il fuoco del nemico. Nella gola di Lanbach aveva strappato al nemico una bandiera. Infine, durante la battaglia delle Dune , alla testa di trecento uomini aveva attaccato millecinquecento inglesi; e nell a carica disperata compiuta dal reggimento del principe di Galles, durante la qu ale i francesi erano stati respinti, si era rifiutato di indietreggiare di un pa sso. Championnet, che lo seguiva con lo sguardo, lo aveva visto da lontano sparire ci rcondato dai nemici. Sensibile, come ogni prode, al fascino del coraggio, si era allora messo alla testa di un centinaio di uomini ed era andato di persona all' attacco per liberarlo. Arrivato nel luogo dove il giovane ufficiale era scompars o, lo aveva trovato ritto, con un piede sul petto del generale inglese al quale aveva maciullato una coscia con un colpo di pistola, circondato di cadaveri e fe rito anche lui da tre colpi di baionetta. Dopo averlo costretto a uscire dalla m

ischia, lo aveva affidato al proprio chirurgo e, una volta guarito, gli offr di d iventare suo aiutante di campo. Il giovane capitano accett. Era Salvato Palmieri. Allorch gli disse il suo nome, Championnet rimase di nuovo stupito, scoprendo sol o allora che era italiano; d'altronde, non avendo alcuna ragione per rinnegare l a propria origine, il giovane la dichiarava apertamente; eppure, ogni volta che era stato necessario ottenere qualche informazione da prigionieri inglesi o aust riaci, li aveva interrogati nella loro lingua con la massima facilit, come se fos se nato a Dresda o a Londra. Il giovane si era limitato a spiegare a Championnet che, essendo stato portato g iovanissimo in Francia e avendo completato la sua educazione in Inghilterra e in Germania, non vi era nulla di sorprendente nel fatto che parlasse il tedesco, l 'inglese e il francese come la sua lingua materna. Il generale, intuendo di qual e utilit potesse essergli un uomo cos coraggioso e insieme cos istruito, lo aveva c ondotto a Parigi con s, unico fra tutti i suoi uomini. Alla partenza di Bonaparte per l'Egitto, pur non essendo ancora noto lo scopo de lla spedizione, Championnet aveva chiesto di seguire le sorti del vincitore di A rcole e di Rivoli; ma Barras, al quale si era rivolto, gli aveva messo la mano s ulla spalla dicendo: Resta con noi, cittadino generale; avremo bisogno di te sul continente. Infatti, partito Bonaparte, Joubert, che gli era subentrato al comando dell'arma ta d'Italia, volle che Championnet venisse preposto alle truppe di Roma, destina te a tenere sotto controllo e all'occorrenza minacciare Napoli. E questa volta Barras, che nutriva per lui un interesse particolare, gli aveva d etto, impartendogli le sue istruzioni: Se scoppia di nuovo la guerra, tu sarai il primo fra tutti i generali repubblicani cui spetti il compito di detronizzare u n re. Il volere del Direttorio sar compiuto rispose Championnet con una semplicit degna di uno spartano. E, cosa strana, tale promessa si sarebbe realizzata. Championnet part per l'Itali a insieme a Salvato; egli parlava gi l'italiano senza difficolt, gli mancava solo la pratica della lingua; ma, da quel momento in poi, con Salvato parl soltanto in italiano, e in previsione di quanto poteva accadere si esercit con lui persino n el dialetto napoletano, che il giovane si era divertito a imparare dal padre. A Milano, dove il generale si ferm qualche giorno, Salvato fece conoscenza con il c onte di Ruvo e lo present a Championnet come uno dei pi nobili gentiluomini e dei pi ardenti patrioti di Napoli. Gli raccont come Ettore Carafa, denunciato dalle sp ie della regina Carolina, perseguitato e chiuso in carcere dalla Giunta di Stato , fosse evaso da Castel Sant'Elmo, e sollecit per lui il favore di seguire lo Sta to maggiore senza esservi vincolato da nessun grado. Entrambi i giovani accompag narono Championnet a Roma. Il compito assegnato al generale era questo: Reprimere con le armi qualunque attentato all'indipendenza della Repubblica roman a e portare la guerra in territorio napoletano qualora il re di Napoli mettesse in atto il progetto di invasione che aveva reiteratamente preannunciato. Una volta a Roma, il conte di Ruvo, come abbiamo gi raccontato, non aveva saputo resistere al desiderio di prendere parte attiva ai moti rivoluzionari che, a qua nto si diceva, stavano per scoppiare a Napoli; era pertanto entrato in questa ci tt sotto false sembianze e, tramite Salvato, aveva messo i patrioti italiani in c ontatto con i repubblicani francesi, sollecitando Championnet a mandare tra loro Salvato, nel quale il generale aveva la massima fiducia, e che non poteva manca re di ispirarne altrettanta ai suoi compatrioti. Lo scopo di questa missione era di far s che il giovane vedesse con i propri occhi a che punto stessero le cose, e, tornando dal generale, potesse rendergli conto dei mezzi che i patrioti avev ano a disposizione. Abbiamo visto attraverso quali pericoli Salvato fosse arrivato all'appuntamento e come, dal momento che i congiurati non avevano per lui alcun segreto, egli ave sse voluto non averne per loro, affinch potessero valutare il suo patriottismo in base alla posizione in cui si trovava per volere della sorte. Ma, disgraziatamente, i mezzi d'azione di cui disponeva Championnet nell'adempie

re all'incarico che aveva ricevuto e che aveva come scopo la protezione della Re pubblica romana, erano ben lungi dal corrispondere ai suoi bisogni. Egli arrivav a nella Citt eterna un anno dopo che l'assassinio del generale Duphot - se non vo luto, almeno tollerato e lasciato impunito da papa Pio Sesto - aveva portato all 'invasione di Roma e alla proclamazione della Repubblica romana. Era stato Berthier ad avere l'onore di annunciare al mondo questa rinascita. Egl i aveva fatto il suo ingresso a Roma ed era salito in Campidoglio come un antico trionfatore, percorrendo quella stessa via Sacra che, diciassette secoli innanz i, avevano percorso i trionfatori del mondo intero. Giunto in Campidoglio, aveva fatto due volte il giro della piazza dove sorge la statua di Marco Aurelio, tra grida frenetiche di Viva la libert! Viva la Repubblica romana! Viva Bonaparte! Vi va l'invincibile armata francese!. Quindi, dopo aver imposto il silenzio, concessogli all'istante, l'araldo della l ibert aveva pronunciato il seguente discorso: O Mani di Catone, di Pompeo, di Bruto, di Cicerone, di Ortensio, accogliete l'oma ggio degli uomini liberi, su questo Campidoglio dove avete tante volte difeso i diritti del popolo e onorato con la vostra eloquenza e le vostre azioni la Repub blica romana. I figli dei Galli, con l'ulivo in mano, vengono in questo augusto luogo a restaurare gli altari della libert che Bruto eresse per primo. E tu, popo lo romano, che hai ora riconquistato i tuoi diritti legittimi, ricorda quale san gue ti scorre nelle vene! Posa lo sguardo sui gloriosi monumenti che ti circonda no, risuscita le virt dei tuoi padri, mostrati degno del tuo antico splendore, e fa' vedere all'Europa che ancora esistono degli animi che non hanno rinnegato i valori dei propri avi!. Per tre giorni Roma aveva acceso luminarie, fatto esplodere fuochi d'artificio, piantato alberi della Libert, intorno ai quali si era danzato, cantato, gridato Vi va la Repubblica!. Ma l'entusiasmo era stato di breve durata. Dieci giorni dopo i l discorso di Berthier che, oltre l'allocuzione ai Mani di Catone e di Ortensio, conteneva la promessa di un rispetto inviolabile per le entrate e i beni della Chiesa, i tesori di quella stessa Chiesa, per ordine del Direttorio, erano stati portati alla Zecca per esservi fusi e trasformati in monete d'oro e d'argento, non con l'effigie della Repubblica romana, ma con quella della Repubblica france se, e versati nelle casse del Lussemburgo, o, secondo altri, dell'esercito: ques ti ultimi erano una minoranza, ma una minoranza ancor pi ridotta quelli che ci cr edevano. Erano poi stati messi in vendita i beni nazionali, e, poich il Direttorio aveva u n estremo bisogno di fondi per l'armata d'Egitto - cos almeno diceva -, essi eran o stati venduti in tutta fretta e a prezzi molto bassi. Allora erano stati impos ti tributi in denaro e in natura ai ricchi proprietari terrieri, e questi, nonos tante il loro patriottismo, gi duramente messo alla prova - dobbiamo ammetterlo dalle richieste reiterate del governo francese, si erano ben presto ritrovati a ll'asciutto. Il risultato fu che, malgrado i sacrifici compiuti dai ceti abbienti e le imposi zioni sempre pi pressanti da parte del Direttorio, nemmeno le spese pi urgenti pot evano essere coperte; a tre mesi dal giorno in cui era stata proclamata la repub blica, il soldo delle truppe nazionali e gli stipendi dei pubblici funzionari no n erano ancora stati pagati. Gli operai, non ricevendo pi il salario e non essendo d'altronde - com' noto - par ticolarmente inclini alle fatiche, avevano disertato il lavoro, ciascuno per pro prio conto, per darsi gli uni all'accattonaggio, gli altri al banditismo. Quanto alle autorit, che avrebbero dovuto, nell'esercizio delle loro funzioni, da re l'esempio di un'integrit spartana, giacch non ricevevano pi nemmeno un soldo era no diventate ancora pi venali e corrotte di quanto gi fossero. La magistratura del l'annona, incaricata della distribuzione di viveri al popolo - un'istituzione de lla Roma imperiale mantenutasi attraverso la Roma dei papi -, non avendo potuto fare, data la svalutazione della moneta, i rifornimenti necessari, e mancando pe rci di farina, di olio, di carne, dichiar di non essere pi in grado di porre rimedi o alla carestia; cosicch, all'arrivo di Championnet, si diceva sottovoce che a Ro ma c'erano ancora viveri solo per tre giorni e che, se il re di Napoli e il suo esercito non fossero arrivati subito a scacciare i francesi, a rimettere sul tro

no il Santo Padre e a restituire l'abbondanza al popolo, ci si sarebbe trovati i mmancabilmente nella necessit di mangiarsi l'un l'altro per non morire di fame. Ecco la prima cosa che Salvato era incaricato di riferire ai patrioti napoletani : la drammatica situazione della Repubblica romana, alla quale si doveva tentare di far fronte mediante i sacrifici e l'onest. Per cominciare, Championnet aveva scacciato da Roma tutti gli agenti del fisco e si era assunto il compito di dest inare ai bisogni della citt e dell'esercito tutti i fondi, da qualunque parte pro venissero, versati al Direttorio. Ed ecco quello che l'inviato aveva da aggiungere a proposito della situazione de ll'esercito francese, non certo pi incoraggiante di quella della Repubblica roman a: L'armata di Roma, di cui Championnet aveva assunto il comando e che, stando ai d ati forniti dal Direttorio, doveva essere composta di trentaduemila uomini, in r ealt ne contava solo ottomila. E questi, che da tre mesi non ricevevano un soldo di paga, mancavano per giunta di scarpe, di abiti, di pane, ed erano praticament e circondati dall'esercito del re di Napoli, formato da sessantamila uomini ben vestiti, ben calzati, ben nutriti e pagati giornalmente. Come uniche munizioni, l'armata francese aveva centottantamila cartucce, il che voleva dire quindici co lpi di fucile a testa. Dovunque scarseggiavano i rifornimenti, non solo di viver i ma di polvere da sparo, tanto che a Civitavecchia non era stato possibile spar are su un bastimento di pirati venuti a catturare una barca di pescatori a mezza gittata dal forte. In tutto, non c'erano che nove bocche da fuoco. L'artiglieri a era stata interamente fusa per farne monete di rame. Alcune fortezze avevano d ei cannoni, vero, ma in molti casi mancavano le palle; quando poi c'erano, nessu na - per boicottaggio o per negligenza - era del calibro giusto. Gli arsenali erano vuoti quanto le fortezze; non si era neppure riusciti ad arma re due battaglioni di guardie nazionali: e questo in un paese dove non si incont rava un solo uomo che non avesse un fucile in spalla se andava a piedi e di trav erso alla sella se andava a cavallo. Tuttavia Championnet aveva scritto a Joubert e si attendeva l'invio, da Alessand ria e da Milano, di un milione di cartucce e di dieci cannoni con relative muniz ioni. Quanto alle palle da cannone, Championnet aveva fatto allestire dei forni in cui se ne fondevano quattro o cinquemila al giorno. Quello che raccomandava ai patr ioti era quindi di non precipitare le cose, giacch gli serviva ancora un mese per essere in grado non tanto di attaccare quanto di difendersi. Salvato era latore di una lettera in tal senso per l'ambasciatore francese a Nap oli; in essa Championnet esponeva a Garat la situazione e lo pregava di adoperar si in tutti i modi per ritardare la rottura fra i due paesi. Per fortuna la lett era, inserita in un portafoglio di cuoio ermeticamente chiuso, non si era bagnat a molto. D'altronde Salvato ne conosceva il contenuto e, seppure fosse diventata quasi il leggibile, era in grado di ripeterla, parola per parola, all'ambasciatore; senon ch questi, ricevendola in ritardo, avrebbe potuto accordare minor fiducia al suo latore. Dopo che tali fatti furono esposti ai congiurati, vi fu un momento di si lenzio, durante il quale essi si guardarono in faccia, interrogandosi vicendevol mente con gli occhi. Che fare? domand il conte di Ruvo, il pi impaziente di tutti. Seguire le istruzioni del generale rispose Cirillo. E, per attenermi a esse, soggiunse Salvato mi recher immediatamente dall'ambasciator e di Francia. Allora sbrigatevi! disse dalla cima delle scale una voce che fece trasalire tutti, compreso Salvato, giacch fino ad allora non si era fatta udire. L'ambasciatore, a quanto si assicura, parte stanotte o domattina per Parigi. Velasco! esclamarono simultaneamente Nicolino e Manthonnet. Poi il solo Nicolino prosegu: State tranquillo, signor Palmieri: il sesto compagno che aspettavamo e che per co lpa mia, per mia gravissima colpa, passato sull'asse che avevo dimenticato di ri muovere per ben due volte, la prima per portare la corda, la seconda gli abiti. Nicolino, Nicolino, disse Manthonnet tu ci farai impiccare.

L'ho gi detto anch'io replic con noncuranza Nicolino. Perch mai cospirate insieme a un pazzo?. 12. IL BACIO DI UN MARITO. Se la notizia riferita da Velasco era vera, non c'era un minuto da perdere, giac ch, secondo Championnet, quella partenza, che equivaleva a una dichiarazione di g uerra, poteva dar luogo a gravi sciagure, e solo Salvato avrebbe potuto impedirl a convincendo il cittadino Garat a temporeggiare. Tutti si offrirono di accompagnarlo all'ambasciata; ma lui, che si era gi fatto u n'idea della topografia di Napoli sia in base ai suoi ricordi sia consultando un a carta, rifiut decisamente; il giorno in cui fosse trapelato il motivo della sua missione, chiunque fosse stato visto insieme a lui era perduto: sarebbe divenut o preda della polizia di Napoli o bersaglio del pugnale degli sbirri governativi . D'altronde, Salvato non aveva che da seguire la riva del mare tenendola costante mente alla sua destra per arrivare all'ambasciata di Francia, che aveva sede al primo piano del palazzo Caramanico; non rischiava dunque di smarrire la strada: la bandiera tricolore e il fascio che reggeva il berretto della libert gli avrebb ero segnalato l'edificio. Si preoccup soltanto, in segno di amicizia ma anche per precauzione, di scambiare le sue pistole, bagnate dall'acqua di mare, con quelle di Nicolino Caracciolo; poi, sotto al mantello, si allacci la spada scampata al naufragio e la appese al moschettone affinch, rimbalzando sulla pietra, non tradisse i suoi passi. Fu stabilito che lo avrebbero lasciato andare avanti per primo e che i sei congi urati sarebbero usciti uno alla volta dieci minuti dopo di lui, per recarsi sepa ratamente ciascuno a casa sua, facendo perdere le proprie tracce a chi volesse s eguirli negli infiniti meandri di quel labirinto inestricabile - pi ancora di que llo di Creta - che la citt di Napoli. Nicolino accompagn il giovane aiutante di campo fino al portone e, mostrandogli l a salita di Posillipo e le rare luci ancora accese a Mergellina, gli disse: Ecco la strada da fare; non lasciatevi seguire n avvicinare da nessuno. I due giovani si scambiarono una stretta di mano e si separarono. Salvato si guard intorno: la via era completamente deserta; la tempesta non si er a affatto calmata e, sebbene non piovesse pi, i lampi, accompagnati da rombi di t uono, continuavano a guizzare in ogni parte del cielo. Quando svolt dietro all'angolo pi buio del palazzo della regina Giovanna, gli semb r di intravedere la sagoma di un uomo profilarsi sul muro, ma non ritenne che val esse la pena di fermarsi: armato com'era, che cosa poteva importargli di un uomo ? Fatti altri venti passi, si decise per a girare la testa; non si era sbagliato: l 'uomo stava attraversando la strada per proseguire sul lato sinistro. Dieci passi pi avanti, gli sembr di vedere, sopra il muro che funge da parapetto d alla parte del mare, una testa che al suo avvicinarsi subito si ritrasse; si aff acci al parapetto, guard in basso, ma non vide altro che un giardino di alberi fol ti, con i rami che arrivavano fino alla sua altezza. Nel frattempo l'altro aveva guadagnato terreno e camminava parallelamente a lui: Salvato finse di accostarglisi, senza tuttavia perdere di vista il punto in cui la testa era scomparsa. Nel bagliore di un lampo, vide allora dietro di s un uomo che scavalcava il muro e che, come lui, si dirigeva verso Mergellina. Salvato port la mano alla cintura, si assicur che le pistole potessero esserne estratte facilmente, e prosegu il suo cammino. I due uomini continuarono a seguire parallelamente la strada, l'uno un po' pi ava nti di lui a sinistra, l'altro un po' pi indietro a destra. All'altezza del casino del Re, due tizi, piantati in mezzo alla strada, stavano litigando, con quella variet di gesti e quello scambio di grida concitate che son o, a Napoli, una caratteristica della gente del popolo.

Salvato caric le pistole sotto al mantello e, cominciando a sospettare un'imbosca ta nel vedere che quelli non desistevano affatto, and dritto verso di loro. Suvvia, fate largo! disse in napoletano. E perch? chiese uno dei due in tono beffardo, dimenticando il litigio in cui era im pegnato. Perch rispose Salvato la strada della Sua Graziosa Maest re Ferdinando fatta per i ge ntiluomini e non per i bricconi come voi. E se non vi facessimo largo, intervenne l'altro litigante che direste?. Non direi niente, me lo farei da me. Cos dicendo, estrasse le due pistole dalla cintura e avanz verso di loro. I due si scostarono e lo lasciarono passare; ma si misero a seguirlo. Salvato ud quello che sembrava essere il capo dire agli altri: E' proprio lui!. Nicolino, come si ricorder, aveva raccomandato a Salvato di non lasciarsi non sol o avvicinare, ma neanche seguire da nessuno; ora, le tre parole appena udite ind icavano chiaramente che era in pericolo. Si ferm, e quelli fecero altrettanto, ognuno al proprio posto, cio a dieci passi l 'uno dall'altro. Il luogo era deserto. A sinistra c'era una casa con tutte le persiane chiuse, e subito dopo il muro di un giardino, al di sopra del quale si vedevano fremere le cime di un aranceto, e il pennacchio di una stupenda palma che si fletteva e si drizzava sotto le spi nte del vento. A destra, il mare. Salvato fece altri dieci passi avanti e si ferm di nuovo. I quattro uomini, che avevano continuato a camminare come lui, si fermarono anch 'essi. Allora egli torn indietro; quegli altri, che si erano riuniti e appartenevano chi aramente alla stessa banda, stavano ad aspettarlo. Quando fu a pochi passi da loro, Salvato disse: Non solo non voglio che mi si sbarri la strada, ma non voglio nemmeno essere segu ito. Due di quei tizi avevano gi impugnato i coltelli. Vediamo un po'; disse il capo forse, tutto sommato, c' modo di intenderci; giacch, a sentire come parlate il napoletano, impossibile che siate francese. E che t'importa se sono francese o napoletano?. Questo affar mio. Rispondete sinceramente. Come ti permetti di interrogarmi, furfante?. Oh, quello che faccio, signor gentiluomo, lo faccio per voi e non per me. Ditemi: siete voi l'uomo che arrivato da Capua a cavallo con l'uniforme francese, ha pr eso una barca a Pozzuoli e, nonostante la tempesta, ha costretto due marinai a p ortarlo al palazzo della regina Giovanna?. Salvato avrebbe potuto rispondere di no, servirsi della sua abilit nel parlare il dialetto napoletano per accrescere i dubbi di colui che lo interrogava; ma giud ic che mentire, seppure a uno sbirro, era pur sempre mentire, ossia commettere un 'azione che svilisce la dignit umana. E se lo fossi, chiese allora che accadrebbe?. Ah, se foste voi, disse l'altro con voce cupa scuotendo la testa accadrebbe che sar ei obbligato a uccidervi, a meno che non acconsentiste a darmi di buon grado le carte di cui siete latore. Ma dovreste essere in venti invece che in quattro per uccidere o rapinare un aiut ante di campo del generale Championnet. Suvvia, proprio lui; disse il capo bisogna farla finita. A me, Beccaio!. A questo richiamo, due uomini avanzarono da una porticina che si apriva nel muro del giardino e corsero verso Salvato per attaccarlo alle spalle. Ma alla loro prima mossa Salvato aveva fatto fuoco con le pistole sui due che im pugnavano i coltelli, uccidendone uno e ferendo l'altro. Poi, slacciatosi il mantello e gettatolo da parte, si era voltato impugnando la sciabola, con un fendente aveva spaccato la faccia a colui che il capo aveva chi amato Beccaio e, con un colpo di punta, ferito gravemente il compagno.

Credeva di essersi sbarazzato dei suoi aggressori, di cui quattro su sei erano f uori combattimento, e di riuscire a sbrigarsela facilmente con gli altri due - i l capo e lo sbirro che stava prudentemente a dieci passi di distanza -, allorch, nel girarsi verso di loro per attaccarli, vide brillare una sorta di lampo che, staccandosi dalla mano del capo, si dirigeva verso di lui con un sibilo; nello s tesso tempo, sent un forte dolore al lato destro del petto. Non osando avvicinarg lisi, l'uomo aveva lanciato il coltello contro di lui; la lama era affondata tra la clavicola e la spalla, e solo il manico sporgeva vibrando dalla ferita. Salvato prese il coltello con la sinistra, lo strapp via, e fece qualche passo in dietro, giacch si sentiva mancare la terra sotto i piedi; poi, cercando un sosteg no, trov il muro e vi si addoss. A un tratto ebbe la sensazione che tutto gli gira sse intorno, e infine che anche il muro gli venisse a mancare come il terreno. Una folgore che attravers il cielo gli apparve non pi azzurrognola ma color sangue ; allora stese le braccia, lasci cadere la sciabola e perse i sensi. Nell'ultimo barlume di coscienza che lo separ dal nulla, credette di vedere i due uomini precipitarsi su di lui. Fece uno sforzo per respingerli; ma tutto si spe nse in un sospiro che sembr essere l'ultimo. Pochi secondi prima, al rumore degli spari, la finestra della Sanfelice si era a perta e, al grido di terrore di Michele: Pasquale De Simone, lo sbirro della regi na!, la giovane aveva fatto eco con un grido del cuore: Ebbene, allora lo salver io. Bench non ci fosse una gran distanza fra il salotto e la scala e fra questa e la porta del giardino, allorch Luisa apr quest'ultima con mano tremante gli assassini erano gi scomparsi, e il corpo del giovane, che vi era rimasto addossato, cadde riverso ai suoi piedi. Allora, con una forza di cui non si sarebbe mai creduta capace, la Sanfelice tra scin il ferito nel giardino, richiuse la porta con la chiave e anche con il caten accio e, tutta sgomenta e in lacrime, chiam in suo aiuto Nina, Michele e Nanno. Accorsero tutti e tre. Michele, dalla finestra, aveva visto fuggire gli assassin i; una pattuglia, di cui si sentiva il passo lento e cadenzato, si sarebbe proba bilmente incaricata di far sparire i morti e di raccogliere i feriti; non vi era dunque pi nulla da temere per coloro che portavano soccorso al giovane ufficiale , di cui nessuno, per quanto aguzzasse lo sguardo, avrebbe pi scorto alcuna tracc ia. Michele lo sollev afferrandolo alla vita, Nina lo prese per i piedi e Luisa gli r esse la testa con quella delicatezza che solo le donne sanno usare nei confronti dei malati e dei feriti, quindi lo trasportarono all'interno della casa. Nanno era rimasta indietro. Curva verso terra, biascicava fra i denti delle paro le magiche e cercava qualche erba a lei nota in mezzo a quelle che crescevano in piena libert negli angoli del giardino e nelle crepe dei muri. Quando giunsero nel salotto, Michele rimase per un po' pensieroso; poi, scuotend o di colpo la testa, disse: Sorellina, il cavaliere sta per rientrare. Che cosa dir quando vedr che in sua asse nza, e senza consultarlo, hai portato in casa sua questo bel giovane?. Ne prover compassione, Michele, e dir che ho fatto bene rispose Luisa con il volto s offuso di una dolce serenit. Andrebbe certamente cos se si trattasse di un omicidio comune; ma quando sapr che l 'assassino Pasquale De Simone si riterr in diritto, lui che frequenta la casa del principe Francesco, di dare asilo a un uomo colpito dallo sbirro della regina?. La giovane riflett in silenzio; poi, dopo qualche secondo, rispose: Hai ragione, Michele. Vediamo se ha addosso qualche carta che ci fornisca un'indi cazione su dove portarlo. Ma, per quanto frugassero nelle tasche del ferito, trovarono soltanto la borsa e l'orologio, il che dimostrava che non aveva avuto a che fare con dei ladri; le carte, poi, se mai ne aveva avute, erano scomparse. Mio Dio, che fare? grid Luisa. Comunque, non posso certo abbandonare un essere umano in questo stato. Sorellina, disse Michele con l'aria di chi ha trovato una via d'uscita se il cavali ere fosse arrivato mentre Nanno ti prediceva il futuro, non eravamo d'accordo ch e saremmo scomparsi passando dalla casa della tua amica duchessa Fusco, che vuot a e di cui tu hai le chiavi?.

Ah s, hai ragione, Michele! esclam la giovane. S, portiamolo in casa della duchessa; l o metteremo in una delle camere con le finestre che danno sul giardino. Grazie, Michele! Se il poveretto non muore, l potremo prodigargli tutte le cure richieste dal suo stato. E tuo marito, prosegu Michele essendo all'oscuro di tutto, potr dire di non saperne n ulla; cosa che non farebbe mai se lo mettessimo al corrente della situazione. Certo, tu lo conosci bene e sai che si farebbe arrestare piuttosto che mentire. B isogna assolutamente tenergli nascosta ogni cosa; non che io dubiti della sua le alt, ma, come tu dici, non posso metterlo nella condizione di dover scegliere fra i suoi doveri di amico del principe e la sua coscienza di cristiano. Facci luce , Nanno disse la giovane alla maga, che stava rientrando con un fascio di piante di varie specie. In casa non deve restare la minima traccia di quest'uomo. E il corteo, illuminato da Nanno, si rimise in moto, attravers tre o quattro stan ze e fin per sparire dietro la porta di comunicazione con la casa vicina. Ma non appena il ferito fu deposto sul letto di una camera scelta dalla stessa S anfelice, Nina, che era meno frastornata della sua padrona, le pos improvvisament e una mano sul braccio. Luisa comprese che la cameriera sollecitava la sua atten zione e si mise in ascolto. Qualcuno bussava alla porta del giardino. E' il cavaliere! esclam la Sanfelice. Presto, presto, signora, disse Nina mettetevi a letto cos come siete, in vestaglia, al resto penso io. Michele! Nanno! li implor la giovane, raccomandando loro con gesto perentorio il fe rito. Essi risposero con un cenno, inteso a rassicurarla per quanto possibile. Poi, con l'andatura di una sonnambula, urtando contro i muri, ansimando e mormor ando parole sconnesse, ella raggiunse la sua camera ed ebbe appena il tempo di g ettare su una sedia le calze e le pantofole, di infilarsi a letto, e, con il cuo re martellante e il respiro difficile, chiudere gli occhi fingendo di dormire. Cinque minuti dopo, il cavaliere Sanfelice, al quale Nina aveva spiegato che il chiavistello messo alla porta del giardino era dovuto solo alla sua sbadataggine , entrava nella camera della moglie in punta di piedi, con il viso sorridente e una candela in mano. Si ferm un istante davanti al letto, contempl Luisa alla luce della candela di cer a rosa, quindi pos lentamente le labbra sulla sua fronte mormorando: Dormi sotto l'occhio vigile del Signore, angelo di purezza, e il cielo ti preserv i da ogni contatto con gli angeli della perdizione che ho appena lasciato!. Poi, rispettando quell'immobilit che pensava dovuta al sonno, usc in punta di pied i com'era entrato, richiuse pian piano la porta della camera della moglie e pass nella sua. Ma non appena la luce della candela scomparve dalle pareti, la giovan e si sollev su un gomito e, con gli occhi dilatati e le orecchie tese, si mise in ascolto. Tutto era rientrato nel silenzio e nell'oscurit. Allora scost lentamente il copriletto di seta, pos con cautela il piede nudo sul p avimento di maiolica, si rizz su un ginocchio appoggiandosi al cuscino, ascolt anc ora e, rassicurata dall'assenza di qualsiasi rumore, si diresse verso la porta o pposta a quella da cui era passato il marito, raggiunse il corridoio che conduce va alla casa della duchessa, apr la porta di comunicazione e, muta e leggera come un'ombra, arriv sulla soglia della camera in cui giaceva il ferito. Questi era ancora privo di sensi; Michele stava pestando alcune erbe in un morta io di bronzo e Nanno ne spremeva il succo sulla ferita. 13. IL CAVALIERE SANFELICE. Come ci sembra di aver gi detto in uno dei capitoli precedenti, forse nel primo, il cavaliere Sanfelice era uno studioso. Ma bench gli studiosi, come i viaggiatori di Sterne, si possano suddividere in un 'infinit di categorie, due sono le specie principali a cui appartengono:

Gli studiosi pedanti. Gli studiosi divertenti. La prima specie, pi numerosa, anche considerata la pi erudita. Noi abbiamo conosciuto, nel corso della vita, alcuni studiosi divertenti; essi e rano in genere rinnegati dai loro colleghi, in quanto nuocevano alla categoria m escolando al sapere l'ingegno e la fantasia. A costo di fargli un torto agli occ hi dei nostri lettori, ci sentiamo in dovere di affermare che il cavaliere Sanfe lice apparteneva alla seconda specie, quella degli studiosi divertenti. Anche questo lo abbiamo gi detto, ma per chi lo avesse dimenticato ricordiamo che egli era un uomo sulla cinquantina, semplice nel vestire ma elegante, che, non essendosi specializzato, nel corso della sua vita dedita esclusivamente allo stu dio, in nessuna particolare disciplina, era pi un uomo amante del sapere che non un erudito. Membro dell'aristocrazia e vissuto sempre a corte o fra i signori su oi pari, avendo molto viaggiato in giovent, soprattutto in Francia, aveva la graz ia e l'amabile disinvoltura dei Buffon, degli Helvtius e dei d'Holbach, dei quali condivideva, oltre che i princpi sociali, il distacco, o meglio lo scetticismo f ilosofico. E in effetti, avendo studiato, come Galileo e Swammerdam, gli infinitamente gran di e gli infinitamente piccoli, essendo sceso dai mondi ruotanti nell'etere agli infusori sospesi in una goccia d'acqua, avendo visto che l'astro e l'atomo occu pano lo stesso spazio nella mente di Dio e partecipano in egual misura dell'amor e immenso che il Creatore riversa su tutte le sue creature, la sua anima, scinti lla sfuggita al focolare divino, aveva preso ad amare l'intera natura senza dist inzioni. Gli umili gli apparivano anzi pi degni di tenera attenzione che non i su perbi, e oseremmo affermare che la trasformazione della larva in crisalide e di questa in scarabeo, esaminata al microscopio, suscitava in lui lo stesso interes se della lenta rotazione del colosso Saturno, novecento volte pi grande della Ter ra, che impiega quasi trent'anni a girare intorno al Sole con l'enorme armamenta rio delle sue sette lune e l'ornamento ancora incompreso del suo anello. Questi studi lo avevano sollevato alquanto al di sopra della vita reale per proi ettarlo nella vita contemplativa; cos, quando dalla finestra della sua casa - che era appartenuta a suo padre e a suo nonno -, nella canicola delle notti napolet ane egli vedeva, sotto il remo del pescatore o nella scia della sua barca, accen dersi quel fuoco azzurrognolo che sembra quasi un riflesso della stella Venere, e mentre per ore e ore, talvolta per una intera notte, guardava, appoggiato al d avanzale, il golfo scintillante di luci e, se il vento del Sud agitava le onde, le ghirlande di fuoco che in apparenza andavano a perdersi dietro Capri, ma in r ealt si spingevano fino alle rive dell'Africa, la gente diceva: Che fa lass quel so gnatore del cavaliere Sanfelice?. Quel sognatore passava semplicemente dal mondo materiale al mondo invisibile, dalla vita rumorosa alla vita silente. Egli pensa va fra s che quell'immenso serpente di fuoco le cui spire avviluppano il globo al tro non che un insieme di minuscoli esseri impercettibili, e la sua immaginazion e si ritraeva con terrore dinanzi a quella spaventosa ricchezza della natura che pone al di sopra e al di sotto, tutt'intorno al nostro mondo, altri mondi di cu i neppure sospettiamo l'esistenza e per mezzo dei quali l'infinito superiore, ch e sfugge al nostro occhio in torrenti di luce, si collega senza interruzione all 'infinito inferiore che, immerso nelle profondit degli abissi, si perde nella not te. Quel sognatore del cavaliere Sanfelice, al di l del duplice infinito, vedeva Dio, non come lo vide Ezechiele, in mezzo alle tempeste; non come lo vide Mos, nel ce spuglio in fiamme, ma trionfante nella maestosa serenit dell'amore eterno, gigant esca scala di Giacobbe per cui sale e scende l'intero creato. Si potrebbe forse credere che quell'amore infinito distribuito in parti uguali su tutta la natura tolga un po' della loro forza ai sentimenti che hanno ispirato al poeta latino i l verso: Sono uomo, e niente di ci che riguarda gli uomini mi estraneo (13). Ma non cos, ed proprio nel cavaliere Sanfelice che si poteva riscontrare quella distinz ione fra anima e cuore che permette al vicer della creazione di essere a volte ca lmo e sereno come Dio, allorch contempla con l'anima, a volte felice o disperato come l'uomo, allorch sperimenta con il cuore. Fra tutti i sentimenti che elevano l'abitante del nostro pianeta al di sopra deg li animali che gli vivono attorno, l'amicizia era per quello che il cavaliere col

tivava con maggior devozione e sincerit, e su questo indugeremo alquanto, perch es so influenz pi di ogni altro la sua vita. Il cavaliere Sanfelice, educato nel coll egio dei Nobili fondato da Carlo Terzo, aveva avuto come condiscepolo uno degli uomini pi in vista, nella Napoli di fine secolo, per le sue avventure, l'eleganza e il cospicuo patrimonio: il principe Giuseppe Caramanico (14). Se fosse stato nient'altro che un principe, probabile che il giovane Sanfelice n on avrebbe provato per lui che quel sentimento di banale rispetto o di invidia c he i ragazzi provano per quei compagni che si assicurano l'indulgenza dei maestr i con la superiorit del loro rango; ma, a parte il titolo di principe, Caramanico era un fanciullo incantevole, dotato di un gran cuore e di un'indole aperta, co me in seguito fu un uomo attraente, con un vivo senso dell'onore e della lealt. Accadde tuttavia, fra i due amici, ci che accade inevitabilmente in tutte le amic izie: fra i ruoli di Oreste e di Pilade, il cavaliere Sanfelice imperson il meno brillante agli occhi del mondo, ma forse il pi meritorio agli occhi del Signore: quello di Pilade. E' facile immaginare la superiorit che il futuro scienziato, con la sua fine inte lligenza e la sua inclinazione allo studio, dovette acquisire rispetto ai compag ni di collegio, e come invece, con la sua noncuranza da gran signore, colui che sarebbe divenuto primo ministro a Napoli, ambasciatore a Londra e vicer a Palermo fosse un cattivo scolaro. Ebbene, grazie al diligente Pilade che lavorava per d ue, il pigro Oreste riusc sempre a primeggiare; ricevette premi, riconoscimenti, allori quanto il Sanfelice, e fu anzi tenuto in maggior considerazione dai suoi insegnanti, i quali non sapevano o fingevano di non sapere il segreto della sua superiorit; questa, infatti, egli la manteneva, come quella della sua posizione s ociale, senza il minimo sforzo apparente. Oreste, invece, conosceva bene quel segreto, e va detto, a onor del vero, che lo apprezz nel suo giusto valore, come dimostrer il seguito della nostra storia, met tendolo alla prova. I due giovani uscirono dal collegio e ciascuno segu la carriera alla quale lo des tinavano la sua vocazione o il suo rango. Caramanico scelse quella delle armi; S anfelice quella della scienza. Caramanico entr come capitano in un reggimento di liparioti, cos chiamato dall'iso la di Lipari, da cui provenivano quasi tutti i soldati che lo componevano. Quest o reggimento, istituito per volere del re, era comandato da lui stesso con il ti tolo di colonnello, ed esservi ammesso come ufficiale era il massimo privilegio al quale potesse aspirare un nobile napoletano. Dal canto suo Sanfelice viaggi, visit la Francia, la Germania, l'Inghilterra, rima se per cinque anni lontano dall'Italia, e al suo ritorno a Napoli ritrov il princ ipe di Caramanico nelle vesti di primo ministro e di amante della regina Carolin a (15). Il primo pensiero di Caramanico, non appena salito al potere, era stato di assic urare una posizione indipendente al suo amico; in sua assenza, con esenzione di voto, lo aveva fatto nominare cavaliere di Malta, privilegio al quale peraltro a vevano diritto tutti coloro che potessero vantare dei meriti speciali; inoltre g li aveva fatto assegnare un'abbazia con una rendita di duemila ducati: questa, u nita ai mille ducati che egli ricavava dai suoi beni patrimoniali, faceva del ca valiere Sanfelice - il cui tenore di vita era quello di uno studioso, ossia molt o parco - un uomo che, a paragone degli altri, si considerava il pi ricco di Napo li. I due giovani, che nel frattempo erano diventati uomini, continuavano a essere m olto legati fra loro; ma, occupati com'erano, l'uno nella scienza, l'altro nella politica, si vedevano ormai di rado. Verso il 1783, in seguito alle voci che co rrevano sulla imminente caduta in disgrazia del principe di Caramanico, tutti co minciarono a preoccuparsi, e in particolare Sanfelice: il suo amico, a quanto si diceva, oberato dai compiti di primo ministro e desideroso di dotare il regno d i una potente marina, ritenendo, al contrario del sovrano, che Napoli fosse una potenza marinara pi che continentale, si era rivolto al granduca di Toscana Leopo ldo, al fine di indurlo a cedergli, per metterlo a capo della marina napoletana con il titolo di ammiraglio, un uomo che si era appena distinto, fra il plauso g enerale, in una spedizione contro i pirati.

Quest'uomo era il cavaliere John Acton, nato in Francia ma di origine irlandese. Tuttavia, non appena Acton, con l'appoggio di Caramanico, si insedi alla corte di Napoli, in una posizione che nei suoi sogni pi ambiziosi non avrebbe mai sperato di raggiungere, ricorse a tutti i mezzi per subentrare al suo protettore sia ne i favori della regina che nell'incarico di primo ministro, dovuto, quest'ultimo, forse pi ancora a quei favori che non al rango e al merito effettivi. Una sera Sanfelice vide entrare a casa sua, in forma privata e senza farsi annun ciare, il principe di Caramanico. Era una tiepida sera di maggio e Sanfelice era occupato, nel bel giardino che abbiamo tentato di descrivere, a dare la caccia alle lucciole, sulle quali si proponeva di studiare la progressiva diminuzione d ella luce all'approssimarsi dell'alba. Nel vedere il principe, emise un grido di gioia e si gett fra le sue braccia stri ngendolo a s. L'altro rispose all'abbraccio con l'affetto abituale, che un'ombra di preoccupaz ione e di tristezza sembrava rendere ancor pi vivo. Sanfelice si accinse a condurlo verso la scala; ma Caramanico, che stava sempre chiuso nel suo ufficio dal mattino alla sera, non voleva perdere quell'occasione di respirare l'aria profumata dell'aranceto, quella brezza marina che faceva st ormire sopra il suo capo il fogliame dai riflessi metallici; il cielo era limpid o, la luna si rifletteva nel golfo. Indic all'amico una panca addossata a un tron co di palma e vi si sedettero entrambi. Caramanico rimase per un istante senza parlare, come se esitasse a turbare la ca lma di quella natura cos silenziosa; poi, con un sospiro, inizi: Mio caro amico, sono venuto a dirti addio, forse per sempre. Sanfelice trasal e lo guard in viso, credendo di aver capito male. Il principe scosse tristemente la bella testa e, con un'espressione di profondo scoramento, riprese: Sono stanco di lottare. Riconosco di avere a che fare con qualcuno pi forte di me: potrebbe andarci di mezzo il mio onore, certamente la mia vita. E la regina Carolina? domand Sanfelice. La regina una donna, amico mio, rispose Caramanico e di conseguenza debole e volubi le. Oggi non vede che con gli occhi di quell'intrigante di un irlandese, il qual e, lo temo proprio, condurr lo Stato alla rovina. Il trono vada pure in malora, m a senza di me! Non voglio contribuire al suo crollo, perci me ne vado. E dove? chiese Sanfelice. Ho accettato l'ambasciata di Londra (16); un esilio onorevole. Porto con me mia m oglie e i miei figli, che non voglio lasciare esposti ai pericoli dell'isolament o; ma c' una persona che sono costretto a lasciare a Napoli; conto su di te per s ostituirmi presso di lei. Presso di lei? ripet lo studioso con una certa inquietudine. Sta' tranquillo disse il principe tentando di sorridere; non una donna, una bambina. Sanfelice trasse un sospiro di sollievo. S, prosegu il principe nelle mie pene, ho trovato conforto in una giovane donna. Era un angelo del cielo, ed tornata in cielo lasciandomi un ricordo vivente di s, una bimba che ha appena compiuto cinque anni. Ti ascolto, disse Sanfelice parla pure. Io non posso n riconoscerla n darle una posizione sociale, visto che nata durante i l mio matrimonio; del resto, la regina ignora e deve ignorare la sua esistenza. Dove si trova?. A Portici. Di tanto in tanto la faccio venire da me, oppure vado io a trovarla; v oglio molto bene a questa creatura innocente che temo proprio sia nata in un gio rno nefasto! Credimi, Sanfelice, mi costa di meno, te lo giuro, lasciare il mio ministero, Napoli, il mio paese, che non questa bambina; giacch lei veramente fig lia del mio amore. Anch'io, disse il cavaliere con la sua dolce semplicit anch'io, Caramanico, le vogli o bene. Dio sia lodato! riprese il principe. Ho avuto ragione a contare su di te. Voglio, t u mi capisci, che le sia garantita una posizione indipendente. Ecco, intestata a tuo nome, una polizza per l'ammontare di cinquantamila ducati. Questa somma, ch e investirai come credi, raddoppier nel giro di quattordici o quindici anni con i

l solo accumulo degli interessi; tutto quanto spenderai del tuo patrimonio per i l suo mantenimento e la sua educazione, potrai riprendertelo al momento della su a maggiore et o delle sue nozze. Ma no!. Ti prego, amico mio; disse sorridendo il principe dato che sono io a chiederti un f avore, spetta a me dettare le condizioni. Sanfelice chin la testa. Mi sei dunque meno amico di quanto credessi? mormor. No, mio caro ribatt Caramanico. Tu non sei soltanto l'uomo al quale sono pi affeziona to, ma anche quello che pi stimo al mondo, e lo prova il fatto che ti affido l'un ica parte del mio cuore che sia rimasta pura e incontaminata. Amico mio, disse lo scienziato con una certa esitazione vorrei chiederti un favore e, se la mia richiesta non ti contrariasse, sarei felice di vedermelo accordare. Quale?. Io vivo solo, senza una famiglia, quasi senza amici; non mi annoio mai, perch impo ssibile che l'uomo si annoi con il grande libro della natura aperto davanti agli occhi; amo indistintamente tutto: amo l'erba che al mattino si incurva sotto il peso della rugiada come sotto un fardello troppo pesante per lei; amo quelle lu cciole che stavo cercando quando sei arrivato; amo lo scarabeo dalle ali d'oro n elle quali si riflette il sole, le mie api che mi costruiscono una citt, le mie f ormiche che mi fondano una repubblica; ma non amo nessuna cosa pi di un'altra, e non sono teneramente amato da nessuna. Se mi fosse concesso di prendere con me t ua figlia, la amerei pi di ogni altra cosa, lo sento, e forse anche lei, comprend endo quanto io l'ami, potrebbe amarmi un po'. L'aria di Posillipo molto salubre; la vista che si gode dalle mie finestre splendida; la bimba avrebbe un grande g iardino dove rincorrere le farfalle, fiori e arance a portata di mano; crescereb be flessuosa come questa palma, di cui avrebbe insieme la grazia e il vigore. Di mmi, vuoi che tua figlia abiti con me, amico mio?. Caramanico lo guard con le lacrime agli occhi, assentendo con un lieve movimento del capo. E poi, prosegu Sanfelice credendo che l'amico non fosse ancora del tutto convinto e poi uno studioso non ha niente da fare; ebbene, mi occuper della sua educazione, le insegner a leggere e a scrivere l'inglese e il francese. Io so molte cose e so no molto pi istruito di quanto si creda; mi diverto a occuparmi di scienza, ma mi infastidisce parlarne. Tutti quei topi di biblioteca napoletani, tutti quegli a ccademici di Ercolano, tutti quegli archeologi di Pompei, gente che non mi capis ce e mi giudica ignorante perch non sfoggio paroloni ma parlo con semplicit delle cose della natura e di Dio; ma non vero, Caramanico; io ne so almeno quanto loro e forse pi di loro, te lo garantisco... Non mi rispondi, amico mio?. No, ti ascolto, Sanfelice, ti ascolto e ti ammiro. Tu sei la creatura per eccelle nza, eletta da Dio. S, ti affido mia figlia; s, mia figlia ti vorr bene; per tu devi parlarle di me ogni giorno, e fare in modo che, dopo di te, quello che amer di p i al mondo sia io. Oh, come sei buono! esclam il cavaliere asciugandosi le lacrime. Dunque, mi hai dett o che a Portici, vero? Come far a riconoscere la casa? Come si chiama la bambina? Spero che le avrai dato un bel nome, no?. Eccoti il suo nome e l'indirizzo della donna che si prende cura di lei, disse il p rincipe ed ecco qui la lettera in cui le ordino di considerarti, in mia assenza, come il suo vero padre... Addio, Sanfelice; concluse alzandosi puoi essere fiero, amico mio: mi hai dato l'unica gioia, l'unica consolazione in cui mi sia ancora concesso di sperare. Poi i due si abbracciarono come dei bambini, piangendo come delle donne. L'indomani il principe di Caramanico partiva per Londra, e la piccola Luisa Moli na entrava con la sua governante nella casa della Palma. 14. LUISA MOLINA. Il mattino del giorno in cui la bimba doveva lasciare Portici, il cavaliere Sanf

elice, non volendo ricorrere a nessuno per un compito cos importante, fu visto gi rare per i negozi di giocattoli di via Toledo a fare incetta di pecorelle bianch e e ricciute, di bambole che camminavano da sole, di pulcinella che facevano le capriole, il che poteva far pensare, a chi sapeva bene come tali oggetti non ser vissero certo a lui, che l'illustre scienziato avesse avuto l'incarico da qualch e principe straniero di procurargli per i suoi figli una collezione completa di giocattoli napoletani. Ma si sarebbero sbagliati: tutti quegli insoliti acquisti erano destinati a dilettare la piccola Luisa Molina. Poi si procedette alla sistemazione della casa: alle nuove inquiline fu riservat a la camera pi bella, con una finestra che dava sul golfo e l'altra sul giardino; accanto al letto della governante venne posto uno di quei deliziosi lettini di ottone che si fabbricano in stile cos raffinato a Napoli, munito di una zanzarier a eseguita sotto gli occhi e secondo i consigli del cavaliere, con tutte le misu re esatte, una tenda trasparente in grado di sventare qualsiasi piano d'attacco e di salvare la bambina dalle punture dei temibili insetti. Fu dato ordine a uno di quei pastori che percorrono le vie di Napoli con il loro gregge di capre, facendole a volte salire fino al quinto piano delle case, di f ermarsi ogni mattina davanti alla porta. Fra tutte venne scelta una capra bianca , la pi bella del gregge, perch donasse il suo latte alla piccola Luisa, e che ric evette, seduta stante, il nome mitologico di Amaltea (17). Quando gli parve di aver provveduto a tutto il necessario per lo svago, la comod it e il nutrimento materiale della bambina, il cavaliere mand a prendere una carro zza, la pi ampia e morbida, e part alla volta di Portici. Il trasferimento avvenne senza incidenti, e tre ore dopo la piccola Luisa prende va possesso della sua nuova dimora, con l'entusiasmo che provano sempre i bambin i quando cambiano casa, e si dedicava a vestire e spogliare una bambola grande q uanto lei, dotata di un corredo vario e ricco come quello della Madonna del vesc ovado. Per diverse settimane, anzi per mesi, il cavaliere dimentic tutte le altre meravi glie della natura per occuparsi unicamente di quella che aveva sotto gli occhi; e, in effetti, che cos' mai un germoglio che spunta, un fiore che si schiude o un frutto che matura, a confronto di una giovane mente che, sviluppandosi, d alla l uce ogni giorno un'idea nuova, pi chiara di quella sbocciata il giorno prima? Il progresso che rilevava nell'intelligenza della bambina a misura che si perfezion avano i suoi organi faceva per nascere in lui qualche dubbio a proposito dell'ani ma immortale, che dipende dallo sviluppo di quegli organi come il fiore e il fru tto dell'albero dipendono dalla linfa: quella stessa anima che, per cos dire, si vede nascere, crescere, acquisire le sue facolt nell'adolescenza e goderne nell'e t matura, le perde poi in maniera graduale e impercettibile, ma pur sempre visibi le, a mano a mano che tali organi si irrigidiscono e si atrofizzano invecchiando , come i fiori perdono il loro profumo e i frutti il loro sapore con l'inaridirs i della linfa. Ma, come i grandi intelletti, il cavaliere Sanfelice era sempre s tato un po' panteista, e pi precisamente un panteista psicologico: vedendo in Dio l'anima universale del mondo, egli considerava l'anima individuale un qualcosa di superfluo; ci nonostante se ne rammaricava, come si rammaricava di non avere l e ali al pari degli uccelli; ma non serbava alcun rancore alla natura per essere stata cos avara con l'uomo. Costretto a rinunciare alla "continuit" della vita, si rifugiava nelle sue "trasf ormazioni". Gli Egizi mettevano nelle tombe dei loro cari defunti uno scarabeo. E perch? Perch lo scarabeo muore tre volte e tre volte rinasce, come il bruco. Dio, nella sua bont infinita, far per l'uomo meno di quanto faccia per l'insetto? Tale era il grido di quel popolo che avvolgeva i suoi morti in sacre bende, come attestano i reperti delle necropoli. A questo punto il cavaliere Sanfelice si poneva la domanda che anch'io mi pongo e che voi vi siete certamente posti: il bruco si ricorda dell'uovo, la crisalide si ricorda del bruco, la farfalla si ricorda della crisalide, e infine, per com pletare il ciclo delle metamorfosi, l'uovo si ricorda della farfalla? Purtroppo assai poco probabile: Dio non ha voluto concedere all'uomo l'orgoglio del ricordo, non avendolo concesso agli animali. Se infatti si ricordasse di ci c he era prima di essere uomo, egli sarebbe immortale.

Mentre il cavaliere faceva tutte queste riflessioni, Luisa cresceva e, senza nep pure accorgersene, imparava a leggere, a scrivere e a porre le sue domande in fr ancese e in inglese, poich il cavaliere aveva dichiarato fin dall'inizio che avre bbe risposto solamente a quelle fatte nell'una o nell'altra di queste due lingue ; e, dato che era molto curiosa e che di conseguenza faceva domande a non finire , impar molto presto non solo a chiedere, ma anche a rispondere in inglese e in f rancese. E, sempre senza accorgersene, imparava moltissime altre cose: in materia di astr onomia, tutto quello che pu servire a una donna; ad esempio, che la luna sembra p rediligere il golfo di Napoli, forse perch, pi fortunata del bruco, dello scarabeo e dell'uomo, si ricorda di essere stata un tempo figlia di Giove e di Latona, d i essere nata su un'isola fluttuante, di essersi chiamata Febe, di essere stata innamorata di Endimione, e anche perch, con civetteria tipicamente femminile, non trova su tutta la terra uno specchio pi limpido in cui rimirarsi del golfo di Na poli. La luna, che ella chiamava la lampada del cielo, interessava parecchio alla picc ola Luisa, la quale, quando l'astro era in fase di plenilunio, tentava sempre di scorgervi un volto, e quando lo vedeva ridursi chiedeva se in cielo ci fossero dei topi che lo rosicchiavano, come quaggi avevano un giorno rosicchiato il forma ggio. Allora il cavaliere Sanfelice, entusiasta di avere una dimostrazione scientifica da sottoporre alla bambina, e desideroso di presentargliela in modo chiaro e al la portata della sua et, si divert a realizzare da s un modello del nostro sistema planetario; le mostrava la luna, il nostro satellite, quarantanove volte pi picco la della terra, e le faceva compiere in un minuto la rivoluzione che essa compie intorno al globo in ventisette giorni, sette ore e quarantatr minuti e la rotazi one della stessa durata che essa compie su se stessa; le faceva vedere come, dur ante la rivoluzione, essa si avvicini e si allontani alternativamente da noi, pr ecisando che il punto pi lontano della sua orbita, che si chiama apogeo, dista da l nostro globo novantunomilaquattrocentodiciotto leghe, mentre il punto pi vicino si chiama perigeo e dista da noi solo ottantamilasettantasette leghe. Le spiega va inoltre che, poich la luna, come la terra, luminosa solo perch riflette i raggi del sole, noi possiamo vederne unicamente la parte illuminata e non quella su c ui la terra proietta la sua ombra: da ci dipendono le diverse fasi in cui essa ci si presenta. E il volto che lei si ostinava a vedere nella luna piena non erano altro che i rilievi della superficie lunare, ossia gli avvallamenti in cui l'om bra si addensa e le sporgenze delle montagne che riflettono la luce; le faceva a nche osservare, su una grande mappa del nostro satellite appena realizzata dall' osservatorio di Napoli, che quello che le sembrava il mento della luna era solta nto un vulcano che in tempi lontani, migliaia di anni prima, aveva eruttato fiam me come il Vesuvio, per poi spegnersi come un giorno si spegner il Vesuvio. La ba mbina faticava a comprendere alla prima dimostrazione; ma, insistendo, alla seco nda o alla terza le si illuminava la mente. Una mattina Luisa vide il cavaliere intento a esaminare al microscopio la polver e rossastra del tripolo che era stato acquistato per rimettere a nuovo il suo be l lettino di ottone; gli si avvicin in punta di piedi e chiese: Che cosa stai guardando, mio caro Sanfelice?. E pensare rispose il cavaliere parlando tra s, anche se rivolto a Luisa, che ci vorr ebbero centottantasette milioni di questi infusori per ottenere un grammo di pes o!. Centottantasette milioni di che? domand la bambina. La questione era molto importan te; il cavaliere la prese sulle ginocchia e inizi: La terra, mia piccola Luisa, non sempre stata come oggi, ossia tappezzata di erba e di fiori, ombreggiata da melograni, aranci e oleandri. Prima di essere abitat a dall'uomo e dagli animali che vedi intorno, stata ricoperta di acqua, poi di g randi felci, poi di palme gigantesche. Come le case non sono sorte da sole ma si stati costretti a fabbricarle, cos Dio, il grande architetto dell'universo, ha d ovuto costruire la terra. E come le case si fabbricano con pietre, calce, gesso, sabbia e tegole, Dio ha costruito la terra con elementi diversi, e uno di quest i elementi composto da animaletti microscopici, muniti di conchiglie come le ost

riche e di gusci come le tartarughe. Da soli essi hanno formato quella colossale catena montuosa del Per che si chiama Cordigliera; gli Appennini dell'Italia cen trale, di cui puoi vedere da qui le ultime cime, sono formati dai loro residui, e sono i frammenti impalpabili dei loro gusci a far risplendere, levigandolo, qu esto ottone. Cos dicendo le mostrava il lettino che il domestico stava strofinando. Un'altra volta, vedendo un bell'albero di corallo offerto al cavaliere da un pes catore di Torre del Greco, la bimba chiese perch mai avesse i rami e non le fogli e. Sanfelice le spieg che il corallo non un vegetale, come lei credeva, ma una forma zione animale. Le raccont, con sua gran meraviglia, che migliaia di polpi calcife ri si riuniscono per comporre, con la calce di cui vivono, strappata alle rocce dalla violenza delle onde, quei rami dapprima mollicci che vengono succhiati e a ddentati dai pesci, e che poco per volta si induriscono e si colorano di quel be l rosa vivo al quale i poeti paragonano le labbra femminili. Le disse inoltre ch e un minuscolo animale - che le promise di mostrarle al microscopio - chiamato " vermeto" ha costruito, riempiendo il vuoto rimasto fra le madrepore e i coralli, una sorta di piattaforma tutt'intorno alla Sicilia, mentre in Oceania ci sono i sole di trenta leghe di circonferenza formate da altri animaletti, le "tubipore" , e collegate l'una all'altra da banchi di scogli della stessa origine che finir anno un giorno per bloccare le flotte e impedire la navigazione. Da quanto abbiamo raccontato, il lettore pu farsi un'idea dell'educazione che all a piccola Luisa venne impartita dal suo sapiente e instancabile maestro; ella ri cevette cos la spiegazione chiara, precisa e alla portata dei progressi graduali della sua intelligenza, di tutte le cose spiegabili, cosicch nel suo cervello non entr nessuna di quelle nozioni vaghe e confuse che turbano l'immaginazione degli adolescenti. E, secondo la promessa fatta da Sanfelice all'amico, crebbe forte e flessuosa co me la palma ai cui piedi si svolgevano quasi sempre quelle lezioni. Il cavaliere Sanfelice manteneva una corrispondenza regolare con il principe di Caramanico; due volte al mese gli dava notizie di Luisa, la quale a ogni lettera del suo tutore aggiungeva qualche parola per il padre. Verso il 1790 (18) il principe di Caramanico pass dall'ambasciata di Londra a que lla di Parigi, ma allorch Tolone fu ceduta agli inglesi dai realisti e il governo delle Due Sicilie, pur senza dichiararsi alleato di Mister Pitt, invi delle trup pe contro la Francia, Caramanico, troppo leale per accettare la posizione che gl i veniva assegnata, chiese di venir richiamato in patria; Acton vi si oppose per con forza e lo fece nominare vicer di Sicilia al posto del marchese Caracciolo, m orto nel frattempo. Egli raggiunse la sua nuova sede senza passare per Napoli. In virt della sua inte lligenza superiore e dell'innata bont, il principe seppe governare quel bel paese che la Sicilia in modo mirabile, e questo nel momento in cui, trascinata dalla funesta influenza di Acton e di Carolina sulla china opposta, Napoli stava preci pitando verso la rovina, vedeva le sue prigioni riempirsi dei cittadini pi illust ri, udiva la Giunta di Stato reclamare il ripristino delle torture abolite fin d al Medioevo e assisteva all'esecuzione di Emanuele De Deo, di Vitaliani e di Gal iani (19), ossia di tre ragazzini. . Perci i napoletani, paragonando il terrore in cui vivevano, le leggi di proscrizi one e la pena di morte che pendevano sul loro capo, alla vita felice dei sicilia ni e alle leggi protettive e benevole che vigevano laggi, non osando accusare la regina se non di nascosto, accusavano a voce chiara e forte Acton, addossando og ni colpa a quello straniero e augurandosi manifestamente che Caramanico venisse a sostituire Acton, cos come questi in passato aveva sostituito lui. Si diceva an zi che la regina, nel tenero ricordo del suo primo amore, condividesse in cuor s uo i voti dei napoletani, e che, se non fosse stata trattenuta da un falso pudor e, si sarebbe dichiarata anche lei a favore di Caramanico. Queste voci acquistavano via via una consistenza sempre maggiore, tanto da far c redere che a Napoli esistesse davvero un popolo e che questo popolo sapesse fars i sentire; quand'ecco che un giorno il cavaliere Sanfelice ricevette dall'amico una lettera cos concepita:

Amico mio, non so che cosa mi stia accadendo, ma da dieci giorni i miei capelli incanutiscon o e cadono, i denti mi tremano nelle gengive e si staccano dagli alveoli; sono i n preda a un languore invincibile, a una prostrazione enorme. Non appena ricever ai questa lettera, parti per la Sicilia insieme a Luisa e cerca di arrivare prim a che io muoia. Il tuo Giuseppe. Questo avveniva verso la fine del 1795; Luisa aveva diciannove anni e non vedeva suo padre da quattordici; ricordava il suo affetto ma non la sua persona: la me moria del cuore era stata pi fedele di quella degli occhi. Sanfelice non le rivel dapprima tutta la verit: le disse soltanto che suo padre er a ammalato e desiderava vederla; poi corse al Molo alla ricerca di un mezzo di t rasporto. Fortunatamente, una di quelle navi leggere che si chiamano "speronare" , dopo aver portato a Napoli dei passeggeri, si accingeva a tornare vuota in Sic ilia; il cavaliere la noleggi per un mese, cos da non doversi preoccupare per il r itorno, e quel giorno stesso part con Luisa. Tutto favor quel triste viaggio - tempo bello, vento propizio -, e in capo a tre giorni la nave gettava l'ancora nel porto di Palermo. Fin dai primi passi che il cavaliere e Luisa fecero nella citt, sembr loro di esse re entrati in una necropoli; un'atmosfera di tristezza regnava nelle vie, un vel o di lutto sembrava avvolgere la citt che si era soprannominata la felice. Trovarono il cammino sbarrato da una processione: l'urna di santa Rosalia veniva portata alla cattedrale. Passarono davanti a una chiesa: vi erano appesi drappi neri e si stavano recitando le preghiere degli agonizzanti. Che cosa accade? doma nd il cavaliere a un uomo che stava entrando in chiesa. Perch i palermitani hanno u n'aria cos disperata?. Non siete siciliano? chiese l'uomo. No, sono napoletano e arrivo da Napoli. Accade che il nostro padre sta morendo disse il siciliano. E, poich la chiesa era troppo affollata per potervi entrare, l'uomo si inginocchi sui gradini e disse forte, battendosi il petto: Santa madre di Dio, offri la mia vita al tuo divino figlio, se la vita di un pove ro peccatore quale io sono pu salvare la vita del nostro amato vicer!. Oh! esclam Luisa avete sentito, amico mio? E' per mio padre che pregano, mio padre c he sta morendo... Corriamo!. 15. IL PADRE E LA FIGLIA. Cinque minuti dopo, il cavaliere Sanfelice e Luisa erano dinanzi alla porta del vecchio palazzo di Ruggero, situato all'estremit opposta della citt rispetto al po rto. Il principe non riceveva pi nessuno. Alle prime avvisaglie del male, con il prete sto di certi affari da sistemare, aveva mandato a Napoli la moglie e i figli. Voleva risparmiare loro lo spettacolo della sua morte? Morire tra le braccia di colei dalla quale era stato separato per tutta la vita? Se nutrissimo ancora qualche dubbio in proposito, la lettera scritta da Caramani co al cavaliere Sanfelice sarebbe sufficiente a dissiparlo. Secondo la consegna ricevuta, ai due visitatori venne impedito di entrare; ma no n appena Sanfelice ebbe fatto il suo nome e quello di Luisa, il domestico prorup pe in un'esclamazione di gioia e corse verso l'appartamento del principe, gridan do: E arrivato, mio signore! E c' anche lei!. Il principe, che da tre giorni non lasciava la poltrona, e che bisognava solleva re prendendolo sotto le ascelle per somministrargli le bevande calmanti con cui si tentava di lenire i suoi dolori, si rizz in piedi dicendo: Ah, sapevo che Dio, dopo avermi sottoposto a tante prove, mi avrebbe concesso la consolazione di rivederli entrambi prima di morire!.

Cos dicendo spalanc le braccia; il cavaliere e Luisa comparvero sulla soglia. Nel cuore del moribondo non c'era spazio che per uno solo dei due. Sanfelice spinse Luisa verso il padre dicendo: Va', figliola, tuo diritto. Padre! Padre mio! grid la fanciulla. Ah, quanto bella! mormor il malato. Hai davvero mantenuto fino in fondo la promessa che mi avevi fatto, mio santo amico!. E, nello stringere al petto la figlia con una mano, tese l'altra al cavaliere. Luisa e Sanfelice scoppiarono in singhiozzi. Oh, non piangete, miei cari disse il principe con un sorriso ineffabile. Oggi per m e un giorno di festa. Ci voleva proprio un grande evento come quello che sta per compiersi perch ci potessimo vedere ancora una volta in questo mondo! E, chiss, m agari la morte separa meno dell'assenza. L'assenza un fatto conosciuto, sperimen tato; la morte un mistero. Abbracciami, bambina mia; s, abbracciami venti, cento, mille volte; abbracciami per tutti i giorni e le ore che sono trascorsi in ques ti quattordici anni. Come sei bella! Ringrazio Dio per avermi concesso di racchi udere la tua immagine nel cuore e di portarla con me nella tomba. E, con un'energia di cui si sarebbe egli stesso ritenuto incapace, si premeva la figlia contro il petto, come se volesse davvero farla entrare materialmente nel suo cuore. Poi, rivolgendosi al domestico che si era fatto da parte per lasciar passare San felice e Luisa: Chiunque voglia entrare, foss'anche il medico o il prete, ricordati Giovanni: sol o la morte ormai ha il diritto di entrare qui dentro!. Quindi ricadde sulla poltrona, annientato dallo sforzo compiuto; la figlia si in ginocchi davanti a lui con la fronte all'altezza delle sue labbra; l'amico rimase in piedi al suo fianco. Egli alz lentamente la testa verso Sanfelice; poi, con voce ormai fioca: Mi hanno avvelenato disse, mentre la figlia scoppiava in singhiozzi. Mi stupisce so ltanto che abbiano aspettato cos a lungo per farlo. Mi hanno concesso tre anni; n e ho approfittato per fare un po' di bene a questo disgraziato paese. Bisogna es sergliene grati: due milioni di cuori mi rimpiangeranno, due milioni di bocche p regheranno per me. Poi, giacch la figlia, guardandolo, sembrava frugare nel fondo della memoria, agg iunse: Tu non ti ricordi di me, povera piccola; ma anche se te ne ricordassi, non potres ti riconoscermi, ridotto come sono. Quindici anni fa, come tu Sanfelice ricorder ai, nonostante i miei quarantadue anni ero ancora un giovanotto, o quasi; in qui ndici giorni sono invecchiato di mezzo secolo... Centenario, tempo di morire!. Poi, guardando Luisa e posandole una mano sulla testa: Io invece ti riconosco: ha i sempre i tuoi bei capelli biondi e i tuoi grandi occhi neri; adesso sei una fa nciulla adorabile, ma eri una bambina davvero incantevole. L'ultima volta che la vidi, Sanfelice, quando le dissi che l'avrei lasciata per molto tempo, forse pe r sempre, ella scoppi in singhiozzi, come ha fatto or ora; ma, poich c'era ancora qualche speranza, la presi tra le braccia e le dissi: 'Non piangere, bambina mia , mi fai soffrire'. E lei, trattenendo il pianto: 'Vattene via, tristezza! Cos vu ole pap'. E mi sorrise attraverso le lacrime. No, un angelo intravisto dalla port a del cielo non potrebbe essere pi dolce e seducente.... Il moribondo pos le labbra sui capelli della fanciulla e su di essi si videro sco rrere delle grosse lacrime silenziose. Oggi, per, non parlerei pi cos, mormor Luisa perch oggi il mio dolore tanto grande. padre, padre mio, non vi dunque speranza di salvarvi?. Acton figlio di un chimico esperto, disse Caramanico e ha studiato con suo padre. Poi, rivolto a Sanfelice: Perdonami, Luciano, ma sento arrivare la morte e vorrei rimanere un momento solo con mia figlia; non essere geloso, ti chiedo soltanto qualche minuto, a te l'ho lasciata per quattordici anni... Quattordici anni! Come avrei potuto essere feli ce in questi quattordici anni!... L'uomo davvero stolto!. Il cavaliere, commosso al pensiero che il principe si fosse ricordato del nome c on cui lo chiamava in collegio, strinse la mano all'amico e usc dalla stanza.

L'altro lo segu con gli occhi e, quando fu scomparso, disse a Luisa: Eccoci soli, figlia mia. Non sono preoccupato per la tua situazione economica, gi acch a questo ho provveduto adeguatamente; ma sono preoccupato per la tua felicit. .. Adesso, dimentica che per te sono quasi un estraneo, dimentica che siamo sepa rati da quattordici anni; immagina di essere cresciuta accanto a me con la tener a abitudine di confidarmi tutti i tuoi pensieri; ebbene, se cos fosse, nel moment o estremo a cui siamo arrivati, che cosa avresti da dirmi?. Nient'altro che questo, padre: venendo al palazzo, abbiamo incontrato un uomo del popolo che, inginocchiatosi sulla porta di una chiesa in cui si pregava per voi , ha unito questa sua preghiera a quella collettiva: 'Santa madre di Dio, offri la mia vita al tuo divino figlio, se la vita di un povero peccatore quale io son o pu salvare la vita del nostro amato vicer'. A voi e a Dio, mio caro padre, non a vrei nient'altro da dire se non ci che quell'uomo diceva alla Madonna. Sarebbe un sacrificio troppo grande rispose il principe scuotendo dolcemente la te sta. Io, bene o male, ho vissuto la mia vita; adesso tocca a te, bambina mia, viv ere la tua, e, perch possiamo rendertela il pi possibile felice, non devi avere al cun segreto per me. Io non ho segreti per nessuno disse la fanciulla guardandolo con i suoi grandi occ hi limpidi nei quali si leggeva un vago stupore. Hai diciannove anni, vero, Luisa?. S, padre. Non sarai arrivata a questa et senza aver amato qualcuno. Amo voi, padre; amo il cavaliere, che vi ha sostituito accanto a me: a ci si limit a la cerchia dei miei affetti. Tu non mi capisci, oppure fingi di non capirmi, Luisa. Ti sto chiedendo se non ha i adocchiato nessuno dei giovani che hai visto in casa Sanfelice o incontrato al trove. Non usciamo mai, padre, e a casa del mio tutore non ho mai visto altri giovani fu orch il mio fratello di latte Michele, che viene ogni quindici giorni a ritirare la piccola pensione destinata a sua madre. Cos, non sei innamorata di nessuno?. Di nessuno, padre. E sei vissuta felice fino a oggi?. Oh, molto felice!. E senza desiderare niente?. Soltanto di rivedervi. Dunque una serie di giorni simili a quelli che hai trascorso finora ti basterebbe per essere felice?. A Dio non chiederei nient'altro che di continuare a vivere cos fino alla morte. Il cavaliere tanto buono!. Ascolta, Luisa: tu non saprai mai quanto valga quell'uomo. Se non ci foste voi, padre, direi che non conosco un essere migliore, pi tenero, p i devoto di lui. E tutti sanno bene quanto egli valga, padre, eccetto lui, e ques ta ignoranza un'altra delle sue virt. Luisa, da qualche giorno, ossia da quando non penso pi che a due cose, alla morte e a te, mi capita di sognare che tu riesca a passare attraverso questo mondo mal vagio e corrotto senza venirne toccata. Ascolta, non abbiamo tempo da perdere in vani preamboli; dimmi, con la mano sul cuore: avresti qualche difficolt a divent are la moglie di Sanfelice?. La giovane trasal e guard il principe. Non hai sentito? domand lui. Certamente, padre, ma la vostra domanda era cos lontana dai miei pensieri.... Bene, Luisa, non parliamone pi disse il principe, ritenendo che sotto questa rispos ta si celasse un rifiuto. Pi che per te, da quell'egoista che sono, per me che ti ho fatto questa domanda. Quando si muore, sai, si sopraffatti dal turbamento e d all'inquietudine, soprattutto quando ci si ricorda della vita. Potessi morire tr anquillo e sicuro della tua felicit affidandoti a un cos grande intelletto, a un c os nobile cuore! Ma non parliamone pi e facciamolo entrare... Luciano!. Luisa strinse la mano del padre, quasi a impedirgli di pronunciare una seconda v olta il nome del cavaliere.

Il principe la guard. Non vi ho ancora risposto, padre disse la fanciulla. Allora rispondi! Non abbiamo tempo da perdere. Padre mio, riprese Luisa io non amo nessuno; ma se amassi qualcuno, un desiderio es presso da voi in un momento simile sarebbe un ordine. Rifletti bene replic il principe, con il volto illuminato da una gioia improvvisa. Ho gi risposto, padre! disse la figlia, che sembrava attingere la fermezza della ri sposta dalla solennit del momento. Luciano! grid il principe. Sanfelice ricomparve. Presto, amico, vieni! Ella d'accordo, acconsente. Luisa tese la mano al cavaliere. A che cosa acconsenti, Luisa? domand il cavaliere con la sua voce dolce e carezzevo le. Mio padre sostiene che morir felice se noi gli promettiamo di diventare marito e m oglie. Io, da parte mia, gliel'ho gi promesso. Se la fanciulla era poco preparata a una simile prospettiva, lo era ancor meno i l cavaliere; egli guard prima il principe e poi sua figlia, quindi proruppe in un 'esclamazione improvvisa: Ma impossibile!. Tuttavia lo sguardo in cui avvolse Luisa faceva chiaramente intendere che non er a certo lui a rendere la cosa impossibile. Perch? domand il principe. Ma osservaci bene! Guarda lei, che si affaccia alla vita nel pieno fulgore della giovinezza, che non conosce l'amore ma aspira a conoscerlo; e guarda me, con i m iei quarantotto anni, i capelli grigi, la schiena incurvata dallo studio!... Lo vedi anche tu che non possibile, Giuseppe. Luisa mi ha appena detto che ama soltanto noi due al mondo. Per l'appunto! Ci ama dello stesso amore; noi due, completandoci a vicenda, siamo stati per lei il padre, tu per via di sangue, io perch l'ho educata; ma ben pres to un simile amore non le baster pi. Per la giovent ci vuole la primavera: i germog li spuntano in marzo, i fiori sbocciano in aprile, le nozze della natura si cele brano in maggio; il giardiniere che volesse cambiare l'ordine delle stagioni sar ebbe non solo pazzo ma anche sacrilego. Dunque svanirebbe la mia ultima speranza! disse il principe. Lo vedete, padre, esclam Luisa non sono io, lui che rifiuta. S, sono io che rifiuto, ma con la ragione e non con il cuore. Forse che l'inverno rifiuta mai un raggio di sole? Se fossi un egoista, direi: 'Accetto'. Ti portere i via fra le mie braccia come quegli di che nell'antichit rapivano le ninfe; ma, c ome tu sai, pur essendo un dio, Plutone, dopo aver sposato la figlia di Cerere, non pot offrirle altra dote che una notte eterna, in cui ella sarebbe morta di tr istezza e di noia se sua madre Persefone non le avesse donato sei mesi di luce. Abbandona questa idea, Caramanico: credendo di fare la felicit di tua figlia e de l tuo amico, renderesti sventurati due cuori. Egli mi amava come figlia e non mi vuole come moglie disse Luisa. Io lo amavo come padre, eppure lo voglio come sposo. Sii benedetta, figlia mia! esclam il principe. E io, Giuseppe, riprese il cavaliere sono escluso dalla benedizione paterna. Come p u accadere prosegu alzando le spalle che proprio tu, dopo aver sperimentato ogni gen ere di passioni, ti inganni a tal punto su quel mistero che la vita?. Proprio perch ho sperimentato ogni genere di passioni, esclam il principe e, assaggia ndo i frutti del lago Asfaltide, li ho trovati pieni di cenere, proprio per ques to sognavo per lei una vita serena, tranquilla e immune da passioni, una vita co me quella che ha condotto finora e che rappresenta per lei la felicit. Non mi hai detto di essere stata felice fino a oggi?. S, padre, molto felice. La senti bene, Luciano!. Dio mi testimone disse il cavaliere abbracciando la testa di Luisa, accostando la fronte alle sue labbra e deponendovi lo stesso bacio con cui la salutava ogni ma ttina che anch'io sono stato felice; e che il giorno in cui Luisa mi lascer per se

guire un marito, quel giorno mi sentir abbandonato da tutto ci che pi amo al mondo, da tutto ci che mi tiene legato alla vita; quel giorno, amico mio, mi avvolger ne l sudario in attesa della sepoltura!. Ebbene, e allora? domand il principe. Ma ella amer, ti dico! grid Sanfelice con la voce rotta per la prima volta dal dolor e. Amer, e colui che amer non sar certo io. Dimmi, non meglio che ami da fanciulla l ibera piuttosto che da moglie incatenata a un vincolo? Se libera, prender il volo come l'uccello al richiamo di un canto d'uccello. E che importa all'uccello che il ramo da cui spicca il volo intristisca e muoia dopo che l'ha lasciato?. Poi, con un'espressione di malinconia, propria della sua indole poetica, aggiuns e: Se almeno l'uccello tornasse a fare il nido sul ramo abbandonato, chiss che questo non possa riprendersi!. Allora, disse Luisa poich non voglio disobbedirvi, padre, non mi sposer mai. Sterile virgulto dell'albero abbattuto dalla tempesta, mormor il principe avvizzisci dunque con esso!. E chin la testa sul petto, lasciandosi sfuggire una lacrima che cadde sulla mano di Luisa; questa, senza parlare, la mostr al cavaliere. Ebbene, dato che lo volete entrambi, disse quest'ultimo lo accetto, anche se la cos a che pi temo e insieme pi desidero al mondo, ma a una condizione. Quale? domand il principe. Che il matrimonio abbia luogo solo fra un anno. Prima di allora, Luisa vedr quella realt che non ha ancora visto, conoscer quei giovani che ancora non conosce. Se e ntro un anno nessuno di loro le sar piaciuto, se sar sempre disposta a rinunciare a quel mondo come lo oggi, se verr a dirmi: 'In nome di mio padre, caro amico, di vieni il mio sposo!', allora non avr pi alcuna obiezione da fare e, seppure poco c onvinto, dovr almeno arrendermi all'evidenza. Oh, amico mio! grid il principe afferrandogli le mani. Ma ascolta quello che mi resta da dirti, Giuseppe, e sii testimone solenne dell'i mpegno che mi assumo, vendicatore implacabile se mai gli venissi meno. S, io cred o nella purezza, nella castit, nella virt di questa fanciulla come credo in quella degli angeli; purtuttavia ella una donna, e pu cadere in errore. Oh! mormor Luisa coprendosi il viso con le mani. Pu cadere in errore ripet Sanfelice. In tal caso ti prometto, amico mio, ti giuro, fr atello, su questo crocifisso, simbolo di devozione, davanti al quale si uniranno tra breve le nostre mani, se accadesse una simile sventura, ti giuro che per ta le errore non prover se non misericordia e perdono, e che per la povera peccatric e pronuncer le parole che al nostro divino Salvatore ispir l'adultera: "Colui che senza peccato scagli la prima pietra!" Dammi la tua mano, Luisa!. La fanciulla obbed. Caramanico prese il crocifisso e lo avvicin ai due. Caramanico, disse Sanfelice protendendo la mano unita a quella di Luisa su questo c rocifisso ti giuro che, se nel frattempo non avr mutato le sue convinzioni, fra u n anno esatto Luisa sar mia moglie. E adesso, amico, muori tranquillo: ho giurato. In effetti la notte seguente, quella tra il 14 e il 15 dicembre 1795 (20), il pr incipe di Caramanico mor con il sorriso sulle labbra e tenendo fra le sue le mani congiunte di Sanfelice e di Luisa. 16. UN ANNO DI PROVA. A Palermo il dolore fu immenso; i funerali vennero fatti di notte, come di consu eto, e con grande sfarzo. L'intera citt seguiva il corteo funebre; la cattedrale, dedicata a santa Rosalia e interamente illuminata a guisa di cappella ardente, non poteva contenere tutta la folla; essa traboccava nella piazza e da questa, p er quanto grande fosse, in via Toledo. Dietro al catafalco, ricoperto da un enorme drappo di velluto nero cosparso di l acrime d'argento e guarnito delle principali onorificenze europee, procedeva, te nuto da due paggi, il cavallo di battaglia del principe, un povero animale che s calpitava orgogliosamente sotto la gualdrappa d'oro, ignorando sia la perdita su

bita sia la sorte che lo attendeva. All'uscita dalla chiesa, esso riprese il suo posto dietro al carro funebre; fu allora che il primo scudiere del principe gli si avvicin con un bisturi in mano, e mentre il cavallo, riconoscendolo, gli face va festa e lo salutava con un nitrito, gli incise la giugulare. Il nobile animal e emise un flebile lamento; bench il dolore non fosse acuto, la ferita era per mor tale; quindi scroll la testa ornata di pennacchi con i colori del principe, cio bi anchi e verdi, e riprese il cammino; soltanto un filo di sangue, sottile ma inin terrotto, scese dal collo sul pettorale e tracci una scia sul selciato. Passato un quarto d'ora, incespic una prima volta e si rialz nitrendo non pi di gio ia ma di dolore. Il corteo avanzava fra i canti dei sacerdoti, la luce dei ceri, il fumo dell'inc enso, percorrendo le strade parate a lutto, passando sotto gli archi funebri fat ti di cipressi. Per il principe era stata preparata una tomba provvisoria nel camposanto dei Cap puccini, in attesa che il suo corpo venisse in seguito trasportato nella cappell a di famiglia a Napoli. Giunto alla porta della citt, il cavallo, sempre pi indebolito dalla perdita di sa ngue, inciamp per la seconda volta; nitr dal terrore e gli si offusc la vista. Due forestieri, un uomo e una donna sconosciuti, guidavano quel corteo funebre q uasi regale, a cui partecipava gente di ogni ceto, dal pi elevato al pi infimo: er ano il cavaliere e Luisa, che mescolavano le loro lacrime, l'una mormorando: Padr e mio!..., l'altro: Amico mio!.... Si giunse alla tomba, contraddistinta solo da una grande lastra di pietra sulla quale erano incisi il nome e lo stemma del principe; essa fu sollevata per intro durvi la bara, e un imponente "De profundis", cantato da centomila voci, sal al c ielo. Il cavallo agonizzante, che strada facendo aveva perso met del suo sangue, era ca duto sulle ginocchia: sembrava che anche la povera bestia pregasse per il suo pa drone; ma nel momento in cui si spense l'ultima nota del canto esso croll sulla l astra richiusa, vi si distese sopra come a sorvegliarne l'accesso e rese l'ultim o respiro. Era un retaggio delle consuetudini guerresche e poetiche del Medioevo: il cavall o non doveva sopravvivere al cavaliere. Altri quarantadue cavalli, appartenenti alle scuderie del principe, furono sgozzati sul cadavere del primo. Poi si spensero i ceri, e tutto quell'immenso corteo, silenzioso come una proces sione di fantasmi, rientr nella citt buia, dove non una luce brillava, n per le vie n alle finestre. Era come se un'unica grande fiaccola avesse illuminato la vasta necropoli, e la morte, soffiandovi sopra, avesse fatto piombare ogni cosa nella notte pi fonda. L'indomani, di primo mattino, Sanfelice e Luisa si imbarcarono alla volta di Nap oli. Piansero sinceramente addolorati la morte del principe per tre mesi, durant e i quali condussero una vita identica al passato, ma pi triste. Allo scadere dei tre mesi, Sanfelice volle che iniziasse l'anno di prova, ossia che Luisa entrasse in contatto col mondo: compr carrozza e cavalli, la carrozza p i elegante e i cavalli migliori che fosse possibile trovare; oltre alla normale s ervit assunse un cocchiere, un domestico e una cameriera, e con Luisa si un ai fre quentatori abituali delle vie Toledo e Chiaia. La duchessa Fusco, sua vicina, gi vedova a trent'anni e in possesso di un cospicu o patrimonio, riceveva la migliore societ di Napoli. Spinta da un sentimento di s impatia, cos vivo nelle donne italiane, ella aveva spesso invitato Luisa ad assis tere a quelle serate, ma la fanciulla aveva sempre rifiutato, adducendo a pretes to la vita ritirata che conduceva il suo tutore. Ora fu lo stesso Sanfelice a re carsi dalla duchessa Fusco per pregarla di rinnovare gli inviti alla sua pupilla ; cosa che ella fu ben lieta di fare. L'inverno del 1796 fu dunque per la povera orfana un periodo di lutto e insieme di feste; a ogni occasione che il suo tutore le offriva di mostrarsi in pubblico e quindi di farsi ammirare, ella opponeva una tenace resistenza e un sincero do lore; ma Sanfelice replicava con la frase deliziosa della sua infanzia: Vattene v ia, tristezza! Cos vuole pap. Il dolore non se ne andava, spariva soltanto in superficie; per quanto la fanciu

lla lo tenesse chiuso in fondo al cuore, esso le sprizzava dagli occhi, le si di ffondeva sul viso, e la dolce malinconia che la avvolgeva come una nube la rende va ancora pi bella. D'altronde tutti sapevano che, se non una ricca ereditiera, era per lo meno quel che si dice un buon partito. La sua dote, grazie alla previdenza di suo padre e alla cura con cui Sanfelice aveva amministrato il suo piccolo patrimonio, ammon tava a centoventicinquemila ducati, cio a mezzo milione di franchi investiti nel migliore istituto bancario di Napoli, di propriet di Simone e Andrea Backer, banc hieri del re; inoltre ella era considerata l'unica erede di Sanfelice - di cui t utti la credevano figlia naturale -, il quale, pur non essendo un capitalista, p ossedeva a sua volta una discreta fortuna. In questo genere di cose, c' sempre chi conta i soldi in tasca agli altri. Luisa aveva conosciuto in casa della duchessa Fusco un uomo fra i trenta e i tre ntacinque anni, che portava uno dei pi bei nomi di Napoli e che si era particolar mente distinto a Tolone nella guerra del 1793; egli aveva appena ottenuto il com ando di uno squadrone di cavalleria, destinato al servizio ausiliario nell'eserc ito austriaco durante la campagna del 1796 che stava per iniziare in Italia: il principe Moliterno. A quell'epoca egli non aveva ancora ricevuto quella sciabolata al viso che, priv andolo di un occhio, gli avrebbe impresso il marchio di quel coraggio che nessun o, d'altronde, pens mai di contestargli. Aveva un nome illustre, un bel patrimonio, un palazzo a Chiaia. Vide Luisa, se n e innamor, preg la duchessa Fusco di fargli da intermediaria presso la sua giovane amica, ma non ottenne che un rifiuto. Luisa aveva spesso incrociato, in via Chiaia o in via Toledo, mentre girava con la bella carrozza e i bei cavalli comprati per lei dal suo tutore, un attraente cavaliere di appena venticinque o ventisei anni, che era a un tempo il duca di R ichelieu e il cavaliere di Saint-Georges in versione napoletana: il duca di Rocc aromana, fratello maggiore di Nicolino Caracciolo, che abbiamo avuto modo di con oscere nel palazzo della regina Giovanna. Sul suo conto correvano molte voci che, nelle nostre capitali del Nord, sarebber o state poco lusinghiere per un gentiluomo, mentre qui a Napoli, citt di facili c ostumi e assai indulgente in fatto di morale, servivano solo ad accrescere la co nsiderazione di cui egli godeva e a farne oggetto di invidia per la giovent dorat a della capitale. Si diceva che egli fosse uno degli amanti effimeri che il favo rito nonch ministro Acton concedeva alla regina, come Potemkin a Caterina Seconda , a condizione di mantenere il suo ruolo di amante inamovibile; si diceva inoltr e che fosse la regina a finanziare quell'abbondanza di cavalli e di servitori, n on certo riconducibile a un patrimonio in grado di alimentare simili spese; ma, si aggiungeva, protetto com'era, il duca poteva concedersi di tutto. Un giorno, non sapendo come introdursi in casa Sanfelice, il duca di Roccaromana vi si present, a nome del principe ereditario Francesco, di cui era primo scudie ro, come latore del brevetto di bibliotecario di Sua Altezza, una sorta di sinec ura che il principe offriva come riconoscimento dei meriti ben noti del cavalier e. Questi lo rifiut, dichiarandosi incapace, non tanto del compito di bibliotecario, quanto di piegarsi ai mille piccoli doveri di etichetta che comporta un incaric o a corte. L'indomani, una carrozza si ferm davanti alla porta della casa della P alma, e ne scese il principe in persona, che veniva a rinnovare la proposta al c avaliere. Non vi fu modo di rifiutare un simile onore, offerto dall'erede al trono. Adduce ndo una difficolt momentanea, Sanfelice chiese per a Sua Altezza di poter rinviare di sei mesi l'accettazione dell'incarico: trascorsi i sei mesi, Luisa sarebbe s tata o la moglie di un altro o la sua; nel primo caso, egli avrebbe sentito il b isogno di distrazioni per consolarsi, nel secondo, quello sarebbe stato un modo per aprirle le porte della corte e distrarre lei. Il principe Francesco, uomo intelligente e amante della vera scienza, accett il r invio, si compliment con Sanfelice per la bellezza della sua pupilla e usc. Ma la porta venne aperta a Roccaromana, il quale per tre mesi spese invano con L uisa i tesori della propria eloquenza e lo splendore del proprio fascino.

Intanto si avvicinava il momento decisivo per la sorte della fanciulla, e questa , nonostante tutte le attrattive che la circondavano, persisteva nel proposito d i mantenere quanto promesso a suo padre. Sanfelice volle allora informarla con e sattezza dell'ammontare del suo patrimonio al fine di separarlo dal proprio, in modo che Luisa, pur diventando sua moglie, ne avesse il possesso esclusivo. Preg dunque i banchieri Backer, presso i quali era stata depositata, quindici anni pr ima, la somma originaria di cinquantamila ducati, di preparargli quello che in t ermini bancari si chiama un rendiconto della situazione. Andrea Backer, il figli o maggiore di Simone Backer, si present in casa Sanfelice con tutte le carte rela tive a quel deposito e le prove concrete del modo in cui il cavaliere aveva inve stito e fatto fruttare quel denaro. Sebbene Luisa non si mostrasse molto interes sata a quei dettagli, Sanfelice volle ugualmente che assistesse al colloquio; An drea Backer non l'aveva mai vista da vicino e fu colpito dalla sua straordinaria bellezza; per tornare in quella casa, colse il pretesto di alcuni documenti che gli mancavano; dopo diverse visite fin per dichiarare al suo cliente di essere i nnamorato pazzo della sua pupilla: sposandosi, egli poteva distrarre un milione dalla banca del padre, mettendo a frutto come avrebbe fatto per s i cinquecentomi la franchi di Luisa, se essa accettava di diventare sua moglie; nel giro di qual che anno avrebbe potuto raddoppiare, quadruplicare, sestuplicare quel patrimonio : Luisa sarebbe stata una delle donne pi ricche di Napoli, avrebbe gareggiato in eleganza con la pi alta aristocrazia e superato in lusso le dame pi in vista, come gi le eclissava con la sua bellezza. Ma la fanciulla non si lasci minimamente sed urre da quella brillante prospettiva e Sanfelice, tutto contento e fiero nel ved ere che per amor suo Luisa aveva rifiutato con Moliterno la celebrit, con Roccaro mana l'intelligenza e l'eleganza, con Backer la ricchezza e il lusso, invit Andre a Backer a tornare a casa sua quanto voleva in qualit di amico, ma a condizione d i rinunciare a tornarvi come pretendente. Infine, il 14 dicembre 1796, termine fissato dal cavaliere e anniversario della promessa da lui fatta al principe di Caramanico morente, senza alcuna pompa e al la sola presenza del principe Francesco, che volle fare da testimone al suo futu ro bibliotecario, Sanfelice e Luisa Molina furono uniti in matrimonio nella chie sa di Piedigrotta. Subito dopo la cerimonia, Luisa chiese come primo favore al marito di ripristina re in casa il tenore di vita di un tempo, giacch desiderava vivere nella stessa s emplicit in cui era vissuta per quattordici anni. Il cocchiere e il domestico ven nero perci licenziati, la carrozza e i cavalli venduti; rimase soltanto la giovan e cameriera Nina, che sembrava legata alla padrona da un affetto sincero; alla v ecchia governante, che continuava a rimpiangere Portici e che fu ben felice di t ornarvi, come un esiliato che torni in patria, venne assegnato un vitalizio. Di tutte le conoscenze che aveva fatto durante i nove mesi di vita di societ, Lui sa conserv un'unica amica: la duchessa Fusco, vedova e ricca, che aveva dieci ann i pi di lei e sulla quale neanche i maligni della peggior specie avevano trovato niente da ridire, se non che criticava un po' troppo esplicitamente la politica del governo e la condotta privata della regina. Le due amiche divennero ben presto inseparabili: in passato le loro case ne form avano una sola, ed erano state divise in seguito per motivi di successione eredi taria. Esse decisero che, per potersi vedere liberamente a qualsiasi ora del gio rno e della notte, venisse riaperta la vecchia porta di comunicazione che era st ata chiusa al tempo della divisione; sottoposero l'idea al cavaliere Sanfelice, il quale, lungi dal vedervi un inconveniente, segu di persona il lavoro degli ope rai; niente poteva essergli pi gradito dell'amicizia fra la sua giovane sposa e u na persona del rango, dell'et e della reputazione della duchessa Fusco. Un anno intero trascorse nella felicit pi assoluta. Luisa raggiunse il ventunesimo anno, e forse la sua vita avrebbe continuato a svolgersi in quell'atmosfera pla cida e serena se qualche parola imprudente pronunciata dalla duchessa Fusco rigu ardo a Emma Lyonna non fosse stata riferita alla regina. Quando si trattava dell a sua favorita, Carolina non scherzava di certo: la duchessa Fusco venne invitat a dal ministro di polizia a trasferirsi per qualche tempo nelle sue terre, e par t portando con s un'amica, di nome Eleonora Fonseca Pimentel, compromessa come lei e accusata di aver espresso le sue critiche non solo a voce ma anche per iscrit

to. Il tempo che la duchessa doveva passare in esilio era illimitato; solo un avviso emanato dallo stesso ministro le avrebbe permesso di rientrare a Napoli. Ella part per la Basilicata, dove si trovavano le sue propriet, lasciando a Luisa tutte le chiavi di casa, perch in sua assenza potesse provvedere alle innumerevol i cure richieste da un mobilio elegante. Luisa si ritrov sola. Il principe Francesco aveva concepito una viva amicizia per il suo bibliotecario , e riscontrando in lui, sotto le apparenze dell'uomo di mondo, un sapere tanto esteso quanto profondo, non poteva pi fare a meno della sua compagnia, che prefer iva di gran lunga a quella dei suoi cortigiani. Il principe aveva infatti un car attere dolce e riservato, che la paura rese in seguito profondamente insincero. Spaventato dalle violenze politiche della madre, vedendola diventare sempre pi in visa ai sudditi e sentendosi vacillare il trono sotto i piedi, egli si propose d i guadagnarsi la popolarit perduta da lei fingendosi estraneo o addirittura contr ario alla politica condotta dal governo napoletano. La scienza gli offriva un ri fugio: si fece del suo bibliotecario uno scudo, e si mostr dedito esclusivamente agli studi archeologici, geologici e filologici, pur senza perdere di vista il c orso degli eventi quotidiani che, secondo lui, precipitavano verso la catastrofe . L'atteggiamento del principe era dunque quello di un'astuta e velata opposizione liberale, lo stesso che, sotto i governi dispotici, caratterizza di solito gli eredi alla corona. Nel frattempo si era sposato anche lui, e con gran pompa aveva portato a Napoli la giovane arciduchessa Maria Clementina, che in mezzo a quella corte appariva p allida e triste come quei fiori notturni sempre pronti a richiudersi sotto i rag gi del sole. Il principe aveva spesso invitato Sanfelice a partecipare con la moglie alle fes te date in occasione del suo matrimonio; ma Luisa, che dall'amica duchessa Fusco era stata dettagliatamente informata della corruzione che regnava a corte, avev a pregato il marito di esimerla dal frequentare il palazzo. Il cavaliere, ben co ntento di vedere che sua moglie preferiva a ogni altra cosa il suo casto gineceo , aveva fatto del suo meglio per giustificarla. Non sappiamo se la scusa fosse a pparsa valida: l'importante che fu accettata. Come abbiamo detto, da quasi un anno la duchessa Fusco aveva lasciato Napoli e L uisa era rimasta sola; la solitudine la madre dei sogni, e Luisa, con il marito sempre impegnato al palazzo e l'amica in esilio, si era messa a sognare. Che cosa? Nemmeno lei lo sapeva. I suoi sogni non avevano consistenza, e nessun fantasma li abitava; erano solo dolci e inebrianti languori, vaghe aspirazioni a ll'ignoto; non le mancava nulla, non desiderava alcunch, eppure aveva una strana sensazione di vuoto, se non proprio nel cuore, almeno molto vicino al cuore. Diceva a se stessa che il marito, il quale sapeva tutto, le avrebbe certo potuto spiegare le cause di quello stato cos nuovo per lei; ma sarebbe morta piuttosto che ricorrere a lui per simili spiegazioni. Si trovava in questa disposizione di spirito allorch un giorno Michele, il suo fr atello di latte, le parl della maga albanese; dopo qualche esitazione, ella lo pr eg di portarle la donna la sera seguente, poich il marito sarebbe stato trattenuto a corte dai festeggiamenti in onore di Nelson e della vittoria da lui riportata sui francesi. Abbiamo visto che cosa accadde quella sera in tre diversi punti d ella citt, all'ambasciata inglese, nel palazzo della regina Giovanna e nella casa della Palma; e come la maga, condotta in questa casa da Michele, fosse per caso o per intuizione o per la sua padronanza effettiva della scienza misteriosa giu nta fino a noi dal Medioevo con il nome di cabala, avesse letto nel cuore della giovane e le avesse pronosticato il cambiamento che l'insorgere imminente delle passioni avrebbe prodotto in quel cuore ancora cos casto e intatto. Per puro caso o per fatalit, la predizione si avver immediatamente. Trascinata da un sentimento irresistibile verso colui al quale il suo pronto intervento aveva probabilmente salvato la vita, abbiamo visto Luisa, per la prima volta in posses so di un segreto tutto suo, fuggire la presenza del marito, fingere di dormire, ricevere sulla fronte agitata da mille pensieri il tranquillo bacio coniugale e,

uscito Sanfelice dalla stanza, correre furtivamente a piedi nudi, con l'animo a ngosciato e gli occhi inquieti, a interrogare la morte aleggiante sopra il letto del ferito. Ma lasciamo Luisa, con il cuore pervaso dai palpiti di un amore nascente, veglia re ansiosa al capezzale del moribondo, e vediamo quello che accadde durante il C onsiglio di Stato l'indomani del giorno in cui l'ambasciatore di Francia si era congedato con parole di minaccia dai convitati di Sir William Hamilton.

17. IL RE. Se, anzich il racconto di eventi storici ai quali per amor di verit si deve confer ire un aspetto pi terrificante, e che peraltro hanno lasciato un'impronta indeleb ile nella storia del mondo, se avessimo iniziato a scrivere un semplice romanzo di duecento o trecento pagine al futile scopo di divertire con una serie di avve nture pi o meno pittoresche, con fatti pi o meno drammatici, frutto della nostra i mmaginazione, una lettrice frivola o un lettore annoiato, allora seguiremmo il p recetto del poeta latino (21) e, affrettandoci verso la conclusione, faremmo ass istere immediatamente il lettore o la lettrice alle deliberazioni di quel Consig lio presieduto dalla regina Carolina e alla presenza di re Ferdinando, senza pre occuparci di far loro conoscere pi a fondo quei due sovrani, dei quali abbiamo de lineato il profilo nel primo capitolo. Ma allora, senza alcun dubbio, quello che il nostro racconto acquisterebbe in rapidit lo perderebbe in interesse; giacch, a nostro avviso, quanto pi si conoscono i personaggi che si vedono in scena, tanto maggiore la curiosit per le azioni buone o malvagie che essi compiono; inoltre, i due protagonisti coronati di questa storia hanno personalit cos strane e comples se che talune pagine del nostro racconto risulterebbero incredibili o incomprens ibili se non ci soffermassimo un momento a trasformare i nostri schizzi, tratteg giati a carboncino, in due ritratti a olio, modellati come meglio potremo, che n on avranno niente in comune, lo promettiamo fin d'ora, con quei dipinti ufficial i di re e di regine che i ministri dell'Interno inviano ai capoluoghi di diparti mento e di regione per decorare le pareti delle prefetture e dei municipi. Torniamo dunque ai fatti, o meglio alle persone, partendo da pi lontano. Alla mor te di Ferdinando Sesto (22), avvenuta nel 1759, sul trono di Spagna sal il suo fr atello minore, che regnava a Napoli e che gli succedette con il nome di Carlo Te rzo. Questi aveva tre figli: il primo, di nome Filippo, che avrebbe dovuto, all'avven to al trono di suo padre, diventare principe delle Asturie ed erede della corona di Spagna, se i maltrattamenti della madre non l'avessero reso pazzo, o meglio deficiente; il secondo, Carlo, che prese il posto reso vacante dalle tristi cond izioni del fratello, e che regn con il nome di Carlo Quarto; infine il terzo, Fer dinando, al quale il padre lasci quel trono di Napoli che aveva conquistato in pu nta di spada e che era stato costretto ad abbandonare. Questo giovane principe, che aveva sette anni quando suo padre part per la Spagna , restava sotto una doppia tutela, politica e morale. La prima era esercitata da Tanucci, reggente del regno; la seconda dal principe di San Nicandro, il suo pr ecettore. Tanucci era un fiorentino abile e astuto che dovette la posizione considerevole che occupa nella storia non a particolari meriti personali ma allo scarso merito dei ministri che gli succedettero; reso grande dal suo isolamento, si ridurrebb e a una statura ordinaria se posto a confronto con un Colbert o un Louvois. Quan to al principe di San Nicandro - che, a quanto si dice, aveva acquistato per tre mila ducati dalla madre di Ferdinando, la regina Maria Amelia (23), la stessa c he aveva reso pazzo il suo primogenito a forza di maltrattamenti, il diritto di fare del suo terzo figlio non un pazzo ma un ignorante -, egli era il pi ricco, i l pi inetto, il pi corrotto dei cortigiani che pullulavano, verso la met del secolo scorso, intorno al trono delle Due Sicilie. E' lecito domandarsi come un personaggio simile sia potuto arrivare, seppure a s

uon di ducati, al posto di precettore di un principe che aveva come ministro un uomo intelligente come Tanucci; la risposta semplice: Tanucci, reggente del regn o, ossia il vero re delle Due Sicilie, non era affatto contrario a esercitare il proprio potere anche dopo che il suo augusto pupillo avesse raggiunto la maggio re et; da fiorentino qual era, aveva dinanzi a s l'esempio della fiorentina Cateri na de' Medici, che regn successivamente sotto Francesco Secondo, Carlo Nono e Enr ico Terzo; e quel potere Tanucci avrebbe potuto continuare a esercitarlo, sotto Ferdinando o su Ferdinando, solo se il principe di San Nicandro fosse riuscito a fare dell'allievo un uomo ignorante e insulso quanto il suo precettore. E bisogna dire che, se questo era il proposito di Tanucci, San Nicandro vi si ad egu perfettamente: un gesuita tedesco fu incaricato di insegnare il francese al r e, il quale non lo impar mai; e, poich non si ritenne necessario insegnargli l'ita liano, il risultato fu che all'epoca del suo matrimonio egli sapeva esprimersi s olo nel dialetto dei lazzaroni, appreso dai domestici che lo servivano e dai rag azzi del popolo che gli permettevano di frequentare perch si divertisse. Maria Ca rolina lo sbeffeggi per la sua ignoranza, gli insegn a leggere e a scrivere, due c ose che ignorava quasi del tutto, e gli fece imparare un po' di italiano, che no n conosceva affatto; cos, nei momenti di buonumore o di intimit coniugale, egli la chiamava con l'appellativo di "mia cara maestra", alludendo alle tre lacune del la sua educazione che ella aveva cercato di colmare. Ecco, per chi lo desiderasse, un esempio dell'idiozia del San Nicandro: Un giorno il degno precettore trov in mano a Ferdinando i "Mmoires" di Sully, che il giovane principe tentava di decifrare avendo sentito dire che egli discendeva da Enrico Quarto e che Sully era stato ministro di quel sovrano. Il libro gli v enne immediatamente sequestrato, e l'incauto che in buona fede glielo aveva pres tato fu duramente redarguito. San Nicandro ammetteva un unico libro, il solo che conoscesse e che avesse mai l etto: l'"Uffizio della Santa Vergine". Se noi insistiamo tanto su questa prima f ase dell'educazione impartita a Ferdinando, solo perch non gli si attribuisca una responsabilit maggiore del dovuto per gli atti odiosi che gli vedremo compiere n el corso del nostro racconto. Dopo aver stabilito questo principio di imparzialit storica, vediamo in che consi stette tale educazione. A tranquillizzare la coscienza del principe di San Nicandro non era sufficiente la convinzione di non essere in grado, ignorante com'era, di insegnare alcunch al suo allievo; ma, al fine di mantenerlo in un'eterna infanzia, pur favorendo, co n esercizi violenti, lo sviluppo delle sue innate doti fisiche, egli allontan da lui tutto quanto, uomini o libri, potesse aprirgli la mente al bello, al buono, al giusto. Il re Carlo Terzo era, come Nemrod, un grande cacciatore al cospetto di Dio; San Nicandro fece il possibile perch, almeno sotto questo aspetto, il figlio seguiss e le orme del padre; ripristin tutte le disposizioni tiranniche sulla caccia, cad ute in disuso perfino sotto Carlo Terzo: i bracconieri furono puniti con la prig ione, le catene e addirittura il supplizio della corda; le foreste reali vennero ripopolate di selvaggina e si aument il numero delle guardie. Inoltre, temendo c he la caccia, uno svago faticoso, lasciasse al giovane principe, per la stanchez za che provocava, troppo tempo libero, durante il quale - cosa poco probabile ma possibile - gli poteva venir voglia di studiare, il suo precettore gli instill l 'amore per la pesca, un passatempo tranquillo e borghese che gli avrebbe consent ito di riposarsi dopo il piacere nobile, violento e regale della caccia. Una delle cose che maggiormente preoccupavano San Nicandro per l'avvenire del po polo sul quale il suo allievo era destinato a regnare era la sua indole dolce e buona; la prima cosa da fare era dunque correggere questi due difetti, che, seco ndo lui, non si dovevano lasciar radicare nel cuore di un re. Ecco il piano che il principe attu per salvare il fanciullo da quel duplice incon veniente (24): Egli sapeva che il fratello maggiore del suo allievo - il quale, divenuto princi pe delle Asturie, aveva seguito il padre in Spagna -, durante il soggiorno a Nap oli, provava un sommo godimento nello scorticare dei conigli vivi. Tent quindi di suscitare in Ferdinando la stessa passione; ma il povero fanciullo mostr per que

sto gioco una tale ripugnanza che San Nicandro decise di ispirargli unicamente i l desiderio di uccidere le povere bestie. Per rendere la cosa pi allettante con l a prospettiva di una difficolt da superare, e poich non si poteva certo mettere un fucile tra le mani di un bambino di otto o nove anni con il rischio che si feri sse, venivano radunati in un cortile una cinquantina di conigli catturati con la rete, che poi venivano costretti a passare attraverso un buco praticato in una porta; il giovane principe stava dietro quella porta con un bastone in mano e, q uando li vedeva sbucare, o li accoppava o li mancava. C'era poi un altro svago che gli procurava lo stesso diletto: quello di prenders i gioco di certi animali facendoli saltare su una coperta; un giorno, per, ebbe l a malaugurata idea di usare uno dei cani da caccia del re suo padre, il che gli valse una solenne ramanzina e l'ingiunzione di non ricorrere mai pi a uno di quei nobili animali. Allorch Carlo Terzo part per la Spagna, il principe di San Nicandro pens bene di fa r recuperare al suo allievo la libert perduta, anzi di passare dai quadrupedi ai bipedi. Cos, un giorno che Ferdinando stava giocando al pallone, egli not fra colo ro che si divertivano alle sue prodezze, un giovane magro, abbondantemente incip riato e con indosso la veste talare. Vedere costui e cedere alla tentazione irre sistibile di prendersi gioco di lui fu questione di un attimo: il principe mormo r qualche parola all'orecchio di uno dei domestici in attesa dei suoi ordini; que sti corse al castello - il fatto si svolgeva a Portici - e torn con una coperta; Ferdinando e tre dei suoi compagni smisero di giocare, ordinarono al domestico d i afferrare la vittima designata, la fecero coricare sulla coperta che essi tene vano per i quattro angoli e fecero saltare in aria il poveretto fra le risa degl i astanti e gli schiamazzi della plebaglia. Colui che venne cos oltraggiato era il figlio cadetto di una nobile famiglia fior entina, di nome Mazzinghi. La vergogna che egli prov per essere servito da zimbel lo al principe e da oggetto di scherno al servitorame fu tale che egli lasci Napo li il giorno stesso e si rifugi a Roma, dove appena arrivato si ammal e in capo a pochi giorni mor. La corte di Toscana fece le sue rimostranze ai governi di Napoli e di Madrid; ma la morte di un piccolo abate, cadetto della famiglia, era cosa di troppo scarsa importanza perch il padre del colpevole e il colpevole stesso venissero sottopos ti a giudizio. Si pu ben comprendere come, interamente dedito a simili svaghi, da bambino il re si annoiasse a frequentare gente istruita e, una volta cresciuto, se ne vergogna sse addirittura; cos egli passava tutto il suo tempo ad andare a caccia o a pesca , oppure a dirigere le esercitazioni dei suoi coetanei, che radunava nel cortile del castello; poi, dopo averli armati di manici di scopa, nominava quei cortigi ani in erba sergenti, luogotenenti, capitani, colpendo con la frusta quelli che facevano mosse sbagliate o davano comandi errati. Ma le frustate di un principe sono segni di favore e, a fine giornata, chi ne aveva ricevute di pi si considera va il favorito di Sua Maest. Malgrado questa mancanza di educazione, il re conserv una certa assennatezza che, se non veniva influenzata in senso contrario, lo guidava al giusto e al vero. N ella prima parte della sua vita, quella che precedette la Rivoluzione francese, e fino al giorno in cui cominci a temere la diffusione di quelli che chiamava i c attivi princpi, cio della scienza e del progresso, quest'uomo che sapeva a malapen a leggere e scrivere non rifiutava mai impieghi o vitalizi a coloro che gli veni vano raccomandati per le loro conoscenze; pur parlando il gergo del Molo, non er a affatto insensibile a un linguaggio elevato ed eloquente. Un giorno un frances cano di nome padre Fosco, perseguitato dai monaci del suo convento perch pi colto e pi bravo a predicare di loro, riusc ad arrivare fino al re, si gett ai suoi piedi e gli descrisse tutte le angherie che subiva a causa della loro ignoranza e gel osia; il re, colpito dall'eleganza del suo linguaggio e dalla forza persuasiva d el suo ragionamento, lo fece parlare a lungo e alla fine gli disse: Lasciatemi il vostro nome e tornate al convento; vi do la mia parola che il primo vescovado vacante sar vostro. Il primo vescovado che si liber fu quello di Monopoli, in terra di Bari, sull'Adr iatico.

Come di consueto, il grande elemosiniere present al re tre candidati a quell'inca rico, tutti e tre di alto lignaggio, ma re Ferdinando, scuotendo la testa: Perdio! disse. Da quando siete addetto alle candidature, mi avete fatto assegnare u n bel numero di mitre a certi asini ai quali si addiceva meglio un basto; oggi v oglio nominare un vescovo che piaccia a me, e spero che varr pi di tutti quelli ch e mi avete messo sulla coscienza, e per i quali prego Dio e san Gennaro di perdo narmi. Cos dicendo depenn gli altri tre nomi e scrisse quello di padre Fosco. Questi fu, come aveva previsto Ferdinando, uno dei vescovi pi eminenti del regno, e un giorno che qualcuno, avendo ascoltato una sua predica, si compliment con il re, non solo per l'eloquenza ma anche per la condotta esemplare dell'ex frances cano, il sovrano rispose: Li sceglierei tutti come lui, ma fino a oggi ho conosciuto un solo uomo meritevol e fra la gente di Chiesa; il grande elemosiniere non sa propormi come vescovi al tro che degli asini. Che volete! Il poveretto conosce soltanto i suoi compagni d i stalla. Ferdinando era a volte di una bonomia che ricordava quella del suo avo Enrico Qu arto. Un giorno che stava passeggiando nel parco di Caserta in uniforme, una contadina gli si avvicin e gli disse: Mi hanno assicurato, signore, che il re viene spesso a passeggiare in questo vial e; mi sapete dire se oggi avr la fortuna di incontrarlo?. Buona donna, rispose Ferdinando non vi saprei precisare quando il re passer; ma, se avete qualche richiesta da fargli, posso incaricarmi di trasmettergliela io, poi ch sono di servizio presso di lui. Ebbene, ecco di che si tratta: disse la donna ho in corso un processo e, non essend o che una povera vedova, mi manca il denaro per il giudice relatore, e costui lo sta trascinando da tre anni. Avete preparato un'istanza?. Sissignore: eccola. Datela a me e tornate domani alla stessa ora: ve la restituir postillata dal re. Quanto a me, disse la vedova ho solo tre belle tacchine ingrassate; ma se mi fate q uesto favore saranno vostre. Tornate domani con le tacchine, buona donna, e troverete la vostra istanza postil lata. L'indomani la vedova si present all'appuntamento all'ora fissata, e lo stesso fec e il re: l'una con le sue tacchine, l'altro con l'istanza. Ferdinando prese le t acchine e la donna l'istanza. Mentre il re tastava i tre volatili per accertarsi che fossero davvero cos grassi come la buona donna aveva assicurato, lei apriva l'istanza per verificare se fo sse stata davvero postillata dal sovrano. Ciascuno dei due aveva tenuto fede alla parola data; la donna se ne and da una pa rte, Ferdinando dall'altra. Il re entr nella camera della regina tenendo le tre tacchine per le zampe, e poic h Maria Carolina guardava sbigottita i volatili che si dibattevano fra le mani de l marito, questi disse: Ebbene, mia cara maestra, voi dite sempre che sono un buono a niente e che, se no n fossi nato re, non saprei come guadagnarmi il pane: ecco qui tre tacchine con cui mi hanno pagato per una firma!. E le raccont l'accaduto. Povera donna! disse alla fine la regina. Perch mai, povera donna?. Perch ha fatto un cattivo affare. Credete forse che il giudice terr in gran conto l a vostra firma?. Me lo sono chiesto anch'io; disse Ferdinando con un sorriso malizioso ma ho una mia idea. E in effetti la regina aveva ragione: la raccomandazione del suo augusto consort e non ebbe il minimo effetto sul giudice, e il processo continu con la stessa len tezza che in passato. La vedova torn a Caserta e, non conoscendo il nome dell'ufficiale che le aveva fa

tto quel favore, domand dell'uomo a cui aveva dato le tre tacchine. La vicenda aveva fatto scalpore; il re, avvertito della presenza della donna, la fece entrare. Ebbene, le disse venite ad annunciarmi che il vostro processo concluso?. Ah, per l'appunto! disse lei. E' chiaro che il re non ha molta voce in capitolo; in fatti, quando ho consegnato al giudice la richiesta postillata da Sua Maest, quel lo ha detto: 'Bene! Bene! Se il re ha tanta premura, far come gli altri, aspetter' . Cos, aggiunse poi se siete un uomo di coscienza, mi restituirete le mie tre tacch ine, o per lo meno me le pagherete. Il re si mise a ridere. Con tutta la buona volont del mondo, disse mi impossibile restituirvele; ma ve le po sso pagare. E, traendo di tasca tutte le monete d'oro in essa contenute, gliele diede. Quanto al vostro giudice, aggiunse oggi il 25 marzo: ebbene, vedrete che alla prima udienza di aprile il vostro processo sar concluso. E in effetti, allorch il giudice, alla fine del mese, si present per ritirare il s uo stipendio, gli fu detto dal tesoriere, a nome del re: Per ordine di Sua Maest, sarete pagato solo quando si concluder il processo che egl i vi ha fatto l'onore di raccomandarvi. Come previsto, il processo si concluse alla prima udienza. A Napoli si raccontavano parecchie avventure dello stesso genere, ma noi ci limi teremo a riferirne due o tre. Un giorno che il re andava a caccia nella foresta di Persano con la medesima uni forme delle sue guardie, incontr una povera donna che singhiozzava, appoggiata a un albero. Rivolgendole per primo la parola, le chiese che cosa avesse. Ho che sono vedova con sette figli, rispose la donna e il mio unico bene un piccolo campo che stato devastato dai cani e dai bracchieri del re. Poi, scuotendo le spalle e singhiozzando ancor di pi, aggiunse: E' duro essere sudditi di un uomo che, per un'ora di piacere, non esita a rovinar e un'intera famiglia. Vi pare possibile che quel villanzone venga qui a distrugg ere il mio campo?. Quello che dite fin troppo giusto, buona donna, rispose Ferdinando e, dato che sono al servizio del re, gli riferir le vostre proteste, eliminandone per le ingiurie con cui le accompagnate. Oh, ditegli quel che volete continu la donna esasperata. Non c' da aspettarsi niente di buono da un simile egoista, e ormai non pu farmi pi male di quel che mi ha fatt o. In ogni caso, disse il re fatemi vedere quel campo, perch possa giudicare se davvero devastato come dite. La vedova lo accompagn al suo campo: in effetti il raccolto era stato calpestato da uomini, cavalli e cani ed era andato del tutto perduto. Allora, scorgendo nelle vicinanze due contadini, il re li chiam e disse loro di f are una stima coscienziosa del danno subto dalla vedova. Essi lo valutarono in ve nti ducati. Il re, frugandosi nelle tasche, ne trov sessanta. Eccovi disse ai due contadini vent i ducati per il vostro arbitrato; quanto agli altri quaranta, sono per questa po vera donna. Il meno che possa fare un re, quando causa dei danni, di pagare il d oppio di quanto pagherebbe un semplice privato. Un'altra volta, una donna il cui marito era appena stato condannato a morte, par t da Aversa dietro consiglio dell'avvocato che lo aveva difeso e si rec a piedi fi no a Napoli per impetrare la grazia. Era tutt'altro che difficile incontrare il re, che era solito percorrere a piedi o a cavallo i dintorni di via Toledo o la riviera di Chiaia; quel giorno, sfortunatamente, o meglio per la fortuna della s upplice, il re non era n a palazzo, n a Chiaia, e neppure a Toledo, bens a Capodimo nte; era la stagione dei beccafichi, e suo padre Carlo Terzo, di cinegetica memo ria, aveva fatto costruire il castello, spendendovi pi di dodici milioni, al solo scopo di trovarsi l al passaggio di quella minuta selvaggina, delizia dei ghiott oni. La povera donna era sfinita dalla stanchezza, avendo fatto ben cinque leghe tutt e di corsa. Si present alla porta del palazzo reale e, quando apprese che Ferdina

ndo era a Capodimonte, chiese al capo delle guardie il permesso di attendere l il re; quello, impietosito dalle sue lacrime e conosciutone il motivo, glielo conc esse. Ella si sedette sul primo gradino della scala da cui il re doveva passare al suo ritorno; ma, per quanto grande fosse la sua angoscia, alla fine la stanch ezza prevalse, e, dopo avere lottato a lungo contro il sonno, ella appoggi la tes ta contro il muro, chiuse gli occhi e si addorment. Dopo appena un quarto d'ora fece ritorno il re, che era un ottimo tiratore e che quel giorno aveva superato se stesso; era dunque in uno stato d'animo dei pi fav orevoli allorch vide la donna che lo aspettava. Qualcuno voleva svegliarla, ma eg li fece segno di non disturbarla; le si avvicin, la guard con curiosit mista a inte resse e, vedendo un angolo della sua petizione spuntarle dalla scollatura, prese con cautela il foglio, lo lesse e, dopo aver chiesto penna e calamaio, scrisse in calce: "Fortuna e duorme", il che vuol dire all'incirca: La fortuna viene dorm endo, e firm: Ferdinando B. Dopodich ordin di non svegliare la contadina per nessun motivo, chiese che le impe dissero di andare da lui, fece sospendere l'esecuzione e rimise la petizione dov e l'aveva trovata. Una mezz'ora dopo, la donna apr gli occhi, si inform se il re fosse tornato e venn e a sapere che era passato davanti a lei mentre dormiva. Allora si disper: aveva perso l'occasione che era venuta a cercare da cos lontano e con tanta fatica! Supplic il capo delle guardie di lasciarla aspettare che il r e uscisse, ma quello rispose che ne aveva il divieto pi assoluto; la contadina, a l colmo dell'angoscia, si rimise in cammino per Aversa. La prima cosa che fece, appena arrivata, fu di recarsi dall'avvocato che le avev a suggerito di andare a implorare la clemenza del re; ella gli raccont l'accaduto e come si fosse lasciata sfuggire un'occasione ormai irripetibile; ma il legale che aveva degli amici a corte le disse di consegnargli la petizione, che avrebb e trovato il modo di far giungere al re. La donna gliela porse e l'avvocato automaticamente la apr: bast un'occhiata per fa rlo esplodere in un grido di gioia. Nella situazione del momento, il proverbio c onsolatorio scritto e firmato di suo pugno dal re equivaleva a una sentenza di g razia, e in effetti, su istanza dell'avvocato e dietro esibizione della postilla del re, ma soprattutto a seguito dell'ordine impartito direttamente dal sovrano , otto giorni dopo il prigioniero veniva rimesso in libert. Re Ferdinando era tutt'altro che difficile nella scelta dei suoi amori. In gener e non gli importava granch del rango e dell'educazione, purch si trattasse di una donna giovane e bella; in ognuno dei boschi in cui si dedicava al piacere della caccia, egli aveva delle graziose casette di quattro o cinque stanze, dall'arred o molto semplice ma altrettanto decoroso; in esse si fermava per il pranzo o la cena, o anche solo per godervi di qualche ora di riposo. Ciascuna di quelle case tte era gestita da una locandiera, scelta immancabilmente fra le donne pi belle e pi giovani dei villaggi vicini. Una volta che egli disse al domestico cui spetta va il compito, fra l'altro, di far s che il padrone non trovasse sempre gli stess i visi ad accoglierlo: Bada che la regina non sappia quello che avviene qui!, l'uo mo, che non aveva peli sulla lingua, gli ripose: Non temete, sire: Sua Maest la regina fa ben altro, e senza tante precauzioni!. Zitto! esclam il re. Non c' niente di male, cos si incrociano le razze. E in effetti, vedendo che la regina si faceva ben pochi scrupoli, Ferdinando ave va pensato bene di non farsene neppure lui, e aveva finito per fondare la famosa colonia di San Leucio, a capo della quale, come si gi detto, aveva messo il card inale Fabrizio Ruffo. Questa colonia arriv a contare fino a cinquecento o seicent o abitanti, i quali, a patto che i mariti e i padri non vedessero mai entrare in casa loro re Ferdinando e non avessero mai la pretesa di farsi aprire una porta che aveva delle buone ragioni per restare chiusa, godevano di ogni sorta di pri vilegi, come quello di essere esonerati dal servizio militare, di avere tribunal i speciali, di sposarsi anche senza il permesso dei genitori, di ricevere una do te dal re in occasione del loro matrimonio. Ne risult che la popolazione di quest 'altro Salento, fondata da quest'altro Idomeneo (25), divenne una sorta di colle zione di medaglie coniate direttamente dal re, fra cui gli antiquari ritroverann o ancora il tipo borbonico allorch sar ormai scomparso dal resto del mondo.

Da tutti gli aneddoti che abbiamo raccontato si pu facilmente dedurre che re Ferd inando - come aveva capito perfettamente il suo precettore - non era affatto cru dele di natura; tuttavia la sua vita, all'epoca a cui siamo pervenuti, cio nel 17 98, si poteva gi dividere in due fasi: Prima della Rivoluzione francese e dopo la Rivoluzione francese. Prima della Rivoluzione francese, egli era l'uomo che abbiamo visto, ingenuo, ar guto, portato pi al bene che al male. Dopo la Rivoluzione francese, l'uomo che vedremo, timoroso, spietato, diffidente , incline invece pi al male che al bene. In questa sorta di ritratto morale che abbiamo tracciato, dilungandoci forse un po' troppo, ma riportando fatti pi che parole, il nostro scopo era di far conosce re la strana personalit di re Ferdinando: una certa intelligenza, nessuna educazi one, indifferenza alla gloria, orrore del pericolo, nessuna sensibilit n bont, luss uria costante, lo spergiuro elevato a principio, il culto del potere regale spin to all'estremo come in Luigi Quattordicesimo, il cinismo nella vita sia politica che privata messo in luce dal disprezzo profondo che egli nutriva per i nobili personaggi che lo circondavano, nei quali vedeva solo dei cortigiani, e per il p opolo che sfruttava, nel quale vedeva solo una massa di schiavi; i bassi istinti che lo attiravano verso gli amori volgari, gli svaghi fisici che tendevano a ma terializzare sempre pi il corpo a spese dello spirito: ecco gli elementi in base ai quali va giudicato l'uomo che sal al trono in et precoce quasi come Luigi Quatt ordicesimo e mor quasi altrettanto vecchio, che regn dal 1759 al 1825, cio sessanta sei anni, compreso il periodo della minore et; che vide svolgersi sotto i propri occhi, senza saper valutare la portata degli eventi e la gravit delle catastrofi, tutti i fatti principali del primo quarto del secolo presente e della seconda m et di quello passato. Egli assistette all'intera parabola di Napoleone: dalla nas cita e progressiva crescita al declino e alla caduta; nato sedici anni prima di lui, lo vide morire cinque anni prima di s, e alla fine si ritrov, senza aver mai contato pi di una semplice comparsa coronata, coinvolto, come uno degli attori pr incipali, in quel dramma gigantesco che mise a soqquadro il mondo intero, da Vie nna a Lisbona e dal Nilo alla Moscova. Dio lo chiam Ferdinando Quarto, la Sicilia Ferdinando Terzo, il Congresso di Vien na Ferdinando Primo, i lazzaroni lo soprannominarono re Nasone. Dio, la Sicilia e il congresso si ingannarono; uno solo di questi tre nomi fu ve ramente popolare e gli rimase: quello datogli dai lazzaroni. Ogni popolo ha avuto il suo re che ha impersonato lo spirito della nazione: gli scozzesi Robert Bruce, gli inglesi Enrico Ottavo, i tedeschi Massimiliano, i rus si Ivan il Terribile, i polacchi Giovanni Sobieski, gli spagnoli Carlo Quinto, i francesi Enrico Quarto. I napoletani hanno avuto Nasone. 18. LA REGINA. Maria Carolina, arciduchessa d'Austria, aveva lasciato Vienna nell'aprile del 17 68 ed era venuta a Napoli per sposare Ferdinando Quarto. Il fiore imperiale entr nel suo futuro regno insieme alla primavera; nata nel 1762, ella aveva appena se dici anni, ma, figlia prediletta di Maria Teresa, era assai pi matura della sua e t; pi che istruita, era colta; pi che intelligente, filosofa, anche se a un certo p unto il suo amore per la filosofia si sarebbe tramutato in odio contro coloro ch e la praticavano. Era bella nel vero significato della parola e, quando voleva, affascinante; avev a i capelli di un biondo dorato che traspariva sotto la cipria di cui li cosparg eva; la fronte ampia e levigata, giacch gli intrighi del potere, dell'odio e dell a vendetta non vi avevano ancora inciso i loro solchi; i suoi occhi potevano gar eggiare in trasparenza con l'azzurro del cielo sotto il quale ella veniva a regn are; il naso diritto, il mento leggermente accentuato, segno di volont assoluta, rendevano il suo profilo simile a quello greco; aveva il viso ovale, le labbra u mide color carminio, i denti bianchi come l'avorio; infine il collo, il seno e l e spalle di marmo, degni delle pi belle statue rinvenute a Pompei e a Ercolano, o

portate a Napoli dal Museo Farnese, completavano questo splendido insieme. Abbi amo visto nel primo capitolo che cosa rimanesse di tanta bellezza trent'anni dop o. La regina parlava correntemente quattro lingue: il tedesco, sua lingua materna, il francese, lo spagnolo e l'italiano; senonch, soprattutto quando era molto agit ata, aveva un leggero difetto di pronuncia, come se parlasse con un sasso in boc ca; ma i suoi occhi mobili e lucenti e la chiarezza del suo pensiero lo facevano immediatamente dimenticare. Era altera e orgogliosa come si addiceva a una figlia di Maria Teresa. Amava il lusso, il comando, il potere. Quanto alle altre passioni che in seguito si sareb bero sviluppate in lei, esse erano ancora celate sotto le virginee sembianze del la fidanzata sedicenne. Ella giungeva con i suoi sogni nutriti di poesia germanica in questo paese scono sciuto "dove maturano i limoni", come ha detto il poeta tedesco; veniva ad abita re nella terra beata, la "Campania felix", dove nacque il Tasso, dove mor Virgili o. Dotata di un cuore ardente e di spirito poetico, si riprometteva di cogliere con una mano l'alloro che cresceva sulla tomba del poeta di Augusto a Posillipo, con l'altra quello che a Sorrento ombreggiava la culla del cantore di Goffredo. Lo sposo al quale era promessa aveva diciassette anni; poich era giovane e di st irpe nobile, non poteva che essere bello, elegante e coraggioso. Sarebbe stato E urialo o Tancredi, Niso o Rinaldo? A sua volta, lei sarebbe diventata Camilla o Erminia, Clorinda o Didone. Ed ecco che, anzich veder realizzate le sue fantasie giovanili e poetiche, si tro v davanti l'uomo che vi abbiamo descritto, con un grosso naso, grosse mani, gross i piedi, che parlava il dialetto del Molo e gesticolava come un lazzarone. Il primo incontro ebbe luogo il 12 maggio a Portella, sotto un tendone di seta r icamata in oro; la principessa era accompagnata dal fratello Leopoldo, che aveva l'incarico di consegnarla nelle mani dello sposo. Come Giuseppe Secondo suo fra tello, Leopoldo Secondo era nutrito di massime filosofiche; egli voleva introdur re nei suoi Stati un gran numero di riforme, e in Toscana si ricorda, fra le alt re, l'abolizione della pena di morte, stabilita durante il suo regno. Come Leopoldo era il padrino della sorella, cos Tanucci era il tutore del re. Fin dal primo sguardo, la giovane regina e il vecchio ministro concepirono una reci proca antipatia. Carolina intu subito in lui l'ambiziosa mediocrit che aveva precl uso al suo sposo, mantenendolo nell'innata ignoranza, qualsiasi possibilit di ess ere un giorno un grande re, o semplicemente un vero re. Non c' dubbio che ella av rebbe riconosciuto l'ingegno di un marito che le fosse superiore e che, ammirand olo, sarebbe stata probabilmente una regina sottomessa e una sposa fedele; doven do invece prendere atto della di lui inferiorit, cos come sua madre aveva detto ag li ungheresi: Sono il re Maria Teresa, ella disse ai napoletani: Sono il re Maria C arolina. Non era affatto quel che voleva Tanucci: costui non voleva n re n regina, voleva s emplicemente essere il primo ministro. Per sua sfortuna, tra le clausole del contratto di matrimonio degli augusti spos i figurava un articolo secondario al quale Tanucci, che ancora non conosceva la giovane arciduchessa, non aveva dato soverchia importanza: Maria Carolina aveva il diritto di assistere ai Consigli di Stato a partire dal giorno in cui avrebbe dato al suo sposo un erede alla corona. Era una finestra che la corte austriaca apriva su quella di Napoli. Fino ad allo ra l'influenza sulle questioni di Stato - che sotto Filippo Quinto e Ferdinando Sesto era stata esercitata dalla Francia - dopo la salita di Carlo Terzo al tron o di Spagna veniva ovviamente esercitata da Madrid. Tanucci comprese che da quella finestra aperta sarebbe passato il controllo da p arte dell'Austria. E' pur vero che, avendo dato un erede alla corona solo cinque anni dopo il matri monio, fino al 1774 Maria Carolina non pot godere del privilegio accordatole. Nell'attesa, accecata dalle illusioni che si ostinava a nutrire ancora, ella spe r di riuscire a dare al marito un'educazione completamente nuova; il che le sembr ava tanto pi facile in quanto la sua cultura aveva profondamente colpito Ferdinan do (26). Dopo averla sentita parlare con Tanucci e con le rare persone istruite

della sua corte, il re, stupefatto, esclamava: La regina sa tutto!. Pi tardi, dopo aver constatato che cosa comportasse per lui quel sapere e come lo facesse deviare dalla strada che avrebbe voluto seguire, alla frase sopra citat a aggiungeva: Eppure fa pi sciocchezze di me, che sono soltanto un asino!. Ci nondimeno, egli cominci a subire l'influenza di quello spirito superiore e si s ottopose docilmente alle lezioni che la regina gli impartiva: come abbiamo gi det to, ella gli insegn letteralmente a leggere e a scrivere; ma quello che non le ri usc di inculcargli furono le maniere eleganti delle corti del Nord, la cura della propria persona, cos rara soprattutto nei paesi caldi, dove l'acqua dovrebbe ess ere considerata non solo un bisogno ma un piacere; quella predilezione tutta fem minile per i fiori e per i profumi da essi ricavati per la toilette; quel parlot tio dolce e gentile, infine, che sembra imitare in parte il sussurro dei ruscell i, in parte il bisbiglio di capinere e usignoli. La superiorit di Carolina umiliava Ferdinando; la grossolanit di Ferdinando ripugn ava a Carolina. Vero che quella superiorit, incontestabile agli occhi del marito poco imparziale, poteva essere a rigore contestata dalle persone veramente colte, le quali vedev ano, nella conversazione della regina, il risultato di quel sapere superficiale che guadagna in ampiezza ci che perde in profondit. Forse, in effetti, a giudicarl a in maniera obiettiva, si sarebbe scoperto che era portata alle chiacchiere pi c he al ragionamento, e soprattutto pedante come tutti i principi della casa di Lo rena, e in particolare i suoi fratelli Giuseppe e Leopoldo: il primo parlava in continuazione senza lasciare a nessuno il tempo di rispondere; Leopoldo, un vero e proprio maestro di scuola, era pi adatto a reggere la ferula di Orbilio che lo scettro di Carlomagno. Cos era fatta anche la regina. Aveva un foglietto scritto da lei stessa a caratte ri minuscoli, su cui annotava le opinioni dei filosofi da Pitagora fino a Jean J acques Rousseau; quando doveva ricevere qualche personaggio sul quale voleva far e una certa impressione, ripassava il suo manoscritto e, a seconda delle circost anze, inseriva nella conversazione questa o quella massima che esso conteneva. La cosa pi strana che, pur atteggiandosi a spirito forte, la regina prestava fede a tutte le superstizioni popolari cos diffuse a Napoli nelle classi inferiori. Ne citeremo due esempi; in questo libro, infatti, non ci siamo proposti di parla re soltanto dei re, dei cortigiani, degli uomini che sacrificano la vita a un pr incipio e di altri che sacrificano ogni loro principio all'oro e ai privilegi, m a anche di un popolo instabile, superstizioso, ignorante, feroce: diremo dunque a che mezzi si ricorre per sobillarlo o tenerlo buono. Come l'oceano agitato dalla tempesta, cos il popolo napoletano agitato dalla supe rstizione. A Napoli c'era una donna chiamata "la santa delle pietre". Bench non fosse affatto malata, costei sosteneva di espellere tutti i giorni una certa quantit di piccole pietre, che distribuiva come reliquie, viste le sue cond izioni di salute, a coloro che avevano fede in lei. Quelle pietre, nonostante il cammino percorso per venire alla luce, avevano il privilegio di fare dei miraco li e, in capo a qualche tempo, erano entrate in concorrenza con le reliquie dei santi pi rinomati di Napoli. Questa presunta santa, quantunque sana, su richiesta del confessore e del medico era stata trasportata al grande Ospedale dei Pellegrini di Napoli, dove alloggi ava nella pi bella camera dell'edificio e dove le venivano serviti gli stessi pas ti dei direttori. Una volta stabilitasi l, grazie alla connivenza del confessore e dei chirurghi che avevano il loro tornaconto, ella organizz in grande stile la farsa della vendita delle pietre miracolose. Non esatto dire "la vendita"; no, le pietre non venivano vendute, bens regalate; ma la santa, che aveva fatto voto di non prendere mai denaro contante, accettava invece vestiti, gioielli, doni di ogni specie, in piena umilt e per amore del Si gnore. Questo piccolo commercio, in qualsiasi altro luogo che a Napoli, avrebbe spedito la presunta santa dritto alla polizia o davanti a un tribunale; a Napoli, invec

e, il suo era un miracolo in pi, e basta. Ebbene, la regina fu una delle adepte pi entusiaste della "santa delle pietre"; l e mandava dei regalini e le scriveva di proprio pugno - Carolina era assai prodi ga in fatto di scrittura - per raccomandarsi alle sue preghiere, sulle quali con tava per la realizzazione dei propri desideri. Naturalmente, non appena si vide la regina in persona, una regina filosofa, rico rrere alla santa, se qualcuno nutriva ancora dei dubbi, questi svanirono immedia tamente o finsero di svanire. Solo la scienza rimase incredula. La scienza - intendiamo dire la scienza medica - era all'epoca rappresentata da quel Domenico Cirillo che abbiamo visto comparire nel palazzo della regina Giova nna durante la notte di tempesta in cui l'inviato di Championnet approd tra mille difficolt alla roccia sulla quale sorgeva il palazzo; ora, Domenico Cirillo, un progressista che avrebbe voluto vedere la sua patria seguire il movimento della terra, al quale invece non sembrava affatto partecipare, giudicava vergognoso ch e Napoli, nel momento in cui i lumi dell'"Encyclopdie" si irradiavano sul mondo, tollerasse quella commedia degna dei secoli pi tenebrosi, come il dodicesimo o il tredicesimo. Egli and per prima cosa a trovare il chirurgo che dava manforte alla santa e tent di costringerlo ad ammettere di essere un impostore, ma quello sostenne che si t rattava di un miracolo. Domenico Cirillo si offr di indennizzarlo personalmente, se gli avesse detto la v erit, della perdita che ci avrebbe comportato per lui. Il chirurgo insistette nella sua tesi. Cirillo si rese conto che i truffatori da smascherare erano due anzich uno. Allora, si procur alcune delle pietre espulse dalla santa, le esamin, si convinse che erano o semplici sassolini raccolti in riva al mare, oppure dei pezzetti di terra calcarea solidificata o di pietra pomice: niente a che vedere con quelle c he si possono trovare nel corpo umano sotto forma di calcoli o di renella. Lo studioso, con le pietruzze in mano, fece un nuovo tentativo presso il chirurg o, ma questi si ostin a difendere la santa. Cirillo comprese che, per porre fine alla storia, bisognava dare il massimo clam ore alla cosa. Poich, grazie al suo talento e alla sua autorit nel campo della med icina, tutti gli ospedali erano posti sotto la sua giurisdizione, un bel mattino egli irruppe nell'ospedale in questione, seguito da parecchi medici e chirurghi che aveva appositamente convocato, entr nella camera della santa ed esamin il suo prodotto della notte. Quattordici erano le pietre a disposizione dei fedeli. Cirillo la fece rinchiude re e sorvegliare per due o tre giorni, ed ella continu a produrre pietre come in passato; il loro numero variava, ma erano tutte della stessa natura di quelle gi descritte. Cirillo raccomand all'allievo che aveva messo di guardia accanto alla donna di te nerla d'occhio incessantemente: questi not che la santa teneva sempre le mani in tasca e ogni tanto le portava alla bocca, come per inghiottire delle pasticche. Allora la costrinse a tenere le mani fuori dalle tasche e le imped di portarle al la bocca. La santa, che non voleva tradirsi mettendosi in rotta con il suo sorvegliante, c hiese una presa di tabacco e, intanto che avvicinava le dita al naso, port le man i alla bocca, e cos facendo riusc a inghiottire tre o quattro pietre. Ma furono le ultime: il giovane, scoperto l'inganno, la afferr per le mani e fece entrare del le donne che per ordine suo, o meglio di Cirillo, la spogliarono. Sotto la camicia le venne trovata una borsa contenente cinquecentosedici pietruz ze. Inoltre ella portava al collo un amuleto che fino ad allora tutti credevano un reliquiario e che ne conteneva altre seicento circa. Venne redatto un verbale di tutta la faccenda, e Cirillo port la santa davanti al tribunale con l'accusa di truffa; il tribunale la condann a tre mesi di carcere. Nella sua stanza venne trovato un baule pieno di vasellame d'argento, di gioiell i, pizzi e altri oggetti preziosi; parecchi di essi, quelli di maggior valore, l e erano stati dati dalla regina, della quale la santa esib le lettere in tribunal e.

La regina mont su tutte le furie, ma il processo aveva fatto tanto scalpore che e lla non os sottrarre la donna alle mani della giustizia; allora giur di vendicarsi su Cirillo, facendolo oggetto di persecuzioni che tramutarono l'uomo di scienza in rivoluzionario. Quanto alla santa, malgrado l'accusa formulata da Cirillo e la sentenza del trib unale che la dichiarava colpevole, a Napoli vi fu ancora chi, mosso da una fede cieca, continu a inviarle doni e a raccomandarsi alle sue preghiere. E passiamo ora al secondo esempio di superstizione che ci siamo proposti di racc ontare riguardo alla regina. Intorno al 1777, cio all'epoca della nascita di quel principe Francesco che abbiamo visto gi adulto sulla galea capitana e poi come p rotettore del cavaliere Sanfelice, c'era a Napoli un francescano ottuagenario de l quale si diceva che fosse santo, e la fonte di tali dicerie era il suo convent o, che ne traeva forti vantaggi; i suoi confratelli avevano sparso la voce che l o zucchetto da lui portato abitualmente avesse il potere di facilitare il travag lio delle partorienti, tanto che si faceva a gara per impadronirsene, mentre nat uralmente i monaci lo lasciavano uscire dal convento solo a peso d'oro. Le donne che, essendosi servite dello zucchetto, avevano avuto un parto felice lo gridav ano ai quattro venti; quelle che invece avevano avuto qualche difficolt, o erano addirittura morte, venivano accusate di mancanza di fede, e lo zucchetto usciva indenne dall'incidente. Carolina, negli ultimi giorni di gravidanza, dimostr di essere donna prima che re gina e filosofa: mand a prendere lo zucchetto con la promessa di versare al conve nto cento ducati per ogni giorno che lo avrebbe tenuto con s. Lo tenne cinque giorni, con grande gioia dei monaci ma con grande disperazione d elle altre partorienti, costrette ad affrontare tutti i rischi del parto senza i l soccorso della reliquia portafortuna. Non siamo in grado di dire se lo zucchetto abbia portato fortuna alla regina; qu el che certo che non ne port affatto a Napoli. Falso e codardo come principe, Fra ncesco fu falso e crudele anche come re. La mania di occuparsi di scienza, che C arolina aveva in comune con i fratelli Giuseppe e Leopoldo, era tale che quando nel 1780 il principino Carlo, duca di Puglia ed erede alla corona - che era nato nel 1774 e con la sua nascita aveva aperto alla madre la porta del Consiglio di Stato -, cadde ammalato, e i medici pi illustri furono chiamati a curarlo, Carol ina, non certo con l'angoscia di una madre, ma con il fare esperto di un profess ore, volle partecipare a tutti i consulti, dicendo la sua e cercando di influire sulle cure a cui era sottoposto il bambino. Ferdinando, il quale si limitava a fare il padre ed era desolato - giusto ricono scerlo - nel vedere l'erede presunto avviarsi verso una morte certa, un giorno, non riuscendo a tollerare che la regina dissertasse freddamente sulle cause dell a gotta mentre il figlio era in fin di vita per il vaiolo, e che continuasse imp erterrita nonostante i suoi tentativi di imporle il silenzio, si alz e la prese p er una mano dicendo: Non riesci proprio a capire che non basta essere una regina per conoscere la medi cina, ma che bisogna averla imparata? Io sono un asino e so di esserlo; perci mi limito a tacere e a piangere. Fa' come me, oppure vattene. E, poich lei si ostinava a voler esporre la propria teoria, la spinse verso la po rta con violenza inusitata e accennando col piede un gesto pi degno di un lazzaro ne che di un re. Il giovane principe mor, con grande disperazione del padre; quanto a Carolina, si limit, come unico segno di cordoglio, a recitargli le parole della madre spartan a, che il povero re non aveva mai udito e di cui non seppe apprezzare il sublime stoicismo: Allorch l'ho messo al mondo, sapevo che era condannato a morire un giorno (27). E' chiaro come fra due persone dai caratteri cos antitetici non potesse regnare u na buona armonia; perci, sebbene tra Ferdinando e Carolina non vi fosse alcun pro blema di sterilit, come fu invece il caso di Luigi Sedicesimo e Maria Antonietta, il loro matrimonio, in seguito cos prolifico, non lo fu affatto all'inizio. In effetti, se diamo un'occhiata all'albero genealogico tracciato da Del Pozzo ( 28), vediamo che la loro prima figlia, la principessa Maria Teresa, vide la luce nel 1772, divenne arciduchessa nel 1790, imperatrice nel 1792 e mor nel 1803.

Erano dunque passati quattro anni prima che l'unione dei due sposi desse i suoi frutti; tuttavia, a partire da quel momento, l'avvenire rimedi alla lentezza del passato: tredici, fra principi e principesse, giunsero ad attestare che le ricon ciliazioni tra i due coniugi erano quasi frequenti quanto i loro dissidi; dunque probabile che, se inizialmente Carolina si tenne lontana dal marito per un sens o di repulsione istintiva, in seguito si sia avvicinata a lui per calcolo politi co. La regina, giovane, bella e di temperamento focoso, una volta che ebbe impar ato a conoscere il carattere del consorte, trovava sempre il modo di indurlo a f are ci che ella voleva. In verit, Ferdinando non aveva mai saputo rifiutare niente a un'amante, e a maggior ragione a una moglie come Maria Carolina d'Austria, un a delle donne pi affascinanti che siano mai esistite. Ci che aveva dapprima contribuito ad allontanare la sua indole raffinata e sensib ile da quella sensuale e volgare di Ferdinando era soprattutto quanto egli aveva in comune con i lazzaroni. Ad esempio, ogni volta che il re andava ad assistere a un'opera al San Carlo, si faceva servire la cena nel palco. Una cena tutt'alt ro che leggera in cui non poteva mancare il tradizionale piatto di maccheroni, m a quello che il re apprezzava di pi non erano tanto i maccheroni quanto l'entusia smo popolare che suscitava il suo modo di mangiarli. I lazzaroni hanno, riguardo a questo piatto, un'abilit tutta particolare nell'uso delle mani, dovuta al loro disprezzo per la forchetta; e Ferdinando, che in ogni cosa aspirava a essere il re dei lazzaroni, era solito prendere il piatto dal tavolo, andare a piazzarsi sul davanti del palco e mangiare i suoi maccheroni, tra gli applausi della plate a, alla maniera di Pulcinella, il patrono dei mangiatori di maccheroni. Un giorno che aveva recitato la solita scena, suscitando un coro di applausi, in presenza della regina, questa non riusc a trattenersi: si alz e usc, facendo cenno di seguirla alle sue dame di compagnia, la San Marco e la San Clemente. Quando il re si volt, il palco era vuoto. E tuttavia, la storia tramanda che anche Carolina si dilettava di cose del gener e; ma ci accadeva all'epoca del suo primo grande amore: tanto timida, allora, qua nto in seguito divenne impudente, ella aveva trovato, nella festa mascherata a v iso scoperto che ci accingiamo a raccontare, un modo per avvicinarsi al bel prin cipe di Caramanico che abbiamo visto morire prematuramente a Palermo. Il re aveva costituito un reggimento di soldati ai quali si divertiva a far comp iere esercitazioni e che chiamava i suoi liparioti, perch quasi tutti provenienti da Lipari. Come gi detto, Caramanico era capitano di quel reggimento, di cui il re era colon nello. Un giorno Ferdinando ordin una grande parata del suo reggimento preferito nella p iana di Portici, ai piedi del Vesuvio, eterna minaccia di distruzione e di morte . Furono allestite delle magnifiche tende sotto le quali vennero portati dal pal azzo reale vini di tutti i paesi e cibi di ogni specie. Una di esse era occupata dal re in tenuta da oste, cio con indosso una giacca e d ei pantaloni di tela bianca, in testa il berretto di cotone tradizionale e intor no ai fianchi una cintura di seta rossa nella quale era infilato, invece della s pada con cui Vatel si tagli la gola, un enorme coltello da cucina. Mai il re si era sentito cos a suo agio come con quel costume; avrebbe voluto pot erlo indossare per tutta la vita. Dieci o dodici camerieri, vestiti come lui, si tenevano pronti a obbedire agli ordini del padrone e a servire ufficiali e sold ati. Ed erano i primi signori della corte, il fior fiore dell'aristocrazia di Na poli. L'altra tenda era occupata dalla regina, vestita come l'ostessa di un'opera buff a: gonna di seta azzurra, giubbetto nero ricamato d'oro, grembiule color ciliegi a con ricami in argento; portava una parure di corallo rosa, collana, orecchini, braccialetti; aveva il seno e le braccia mezzi nudi; la sua capigliatura, non i ncipriata, lussureggiante e dorata come un fascio di spighe di grano, era tratte nuta, come una cascata sul punto di travolgere la diga, da una reticella azzurra . Una dozzina di giovani donne della corte, travestite a loro volta da cameriere, con tutta l'eleganza e le raffinate civetterie che potevano mettere in risalto l e doti naturali di ciascuna, formavano intorno a lei una piccola squadra voltegg

iante, che non aveva niente da invidiare a quella di Caterina de' Medici. Ma nella festa mascherata a viso scoperto solo l'amore, come si detto, portava l a maschera. Nell'andare e venire fra i tavoli, Carolina sfiorava con l'abito, la sciando intravedere solo in parte le gambe leggiadre, l'uniforme di un giovane c apitano che aveva occhi solo per lei e che raccoglieva, premendoselo poi al cuor e, il mazzolino che ella lasciava cadere dalla scollatura nel versargli da bere. Ahim, uno dei due cuori che quel giorno palpitavano con tanto ardore al soffio d i uno stesso amore si era gi spento; l'altro batteva ancora, ma solo del desideri o di vendetta, delle speranze ispirate dall'odio. Qualcosa di simile avvenne dieci anni dopo al Petit Trianon, dove una commedia a naloga - ma non alla presenza, vero, di una soldataglia volgare - venne recitata dal re e dalla regina di Francia. Il re era il mugnaio, la regina la mugnaia, e il garzone mugnaio, si chiamasse Dillon o Coigny, non era affatto da meno, per eleganza, bellezza e nobilt, del principe di Caramanico. Comunque, il temperamento focoso del re mal si adattava ai capricci coniugali di Carolina, ed egli offriva ad altre donne quell'amore che la sua disprezzava; ma Ferdinando era cos debole nei confronti della regina che a volte non riusciva ne mmeno a tenerle nascoste le proprie infedelt; allora, non per gelosia, ma per evi tare che una rivale le sottraesse quell'influenza alla quale ella aspirava, Caro lina simulava un sentimento che non provava affatto, e finiva per mandare in esi lio colei della quale il marito le aveva confidato il nome. Fu ci che accadde all a duchessa di Lusiano che, dopo la confessione del re alla moglie, fu da lei con dannata a vivere relegata nelle sue terre. Indignata per la debolezza del suo re gale amante, la duchessa si vest da uomo, and ad appostarsi dove il re sarebbe pas sato e lo tempest di rimproveri. Ferdinando riconobbe i propri torti, cadde in gi nocchio davanti a lei, le chiese mille volte perdono; ma questo non le evit di do ver lasciare la corte e allontanarsi da Napoli per ritirarsi nelle sue terre, da dove il re os richiamarla solo in capo a sette anni! Una condotta opposta procur una punizione simile alla duchessa di Cassano Serra. Invano il re le aveva fatto una corte assidua, alla quale ella aveva resistito c on ostinazione. Il re, altrettanto indiscreto nell'insuccesso quanto nel trionfo , confess alla regina la causa del suo malumore; Carolina, per la quale l'eccesso di virt equivaleva a un rimprovero, fece esiliare la duchessa di Cassano Serra p er la sua resistenza, cos come aveva fatto con la duchessa di Lusiano per la sua debolezza. Come di consueto, il re la lasci fare. A volte, tuttavia, accadeva anche a lui di perdere la pazienza. Un giorno la regina, non avendo per puro caso alcun motivo di prendersela con un a delle sue favorite, rivolse le sue ire contro un favorito, il duca d'Altavilla , il quale, a parer suo, le aveva in qualche modo provocate; e poich, quando si a rrabbiava, perdeva la testa e si lasciava andare a ogni tipo di ingiurie, fuori di s arriv ad accusare il duca di comprare i favori del re con certe condiscendenz e indegne di un gentiluomo. Il duca d'Altavilla, ferito nella sua dignit, and subito dal re, gli raccont l'acca duto e gli chiese il permesso di ritirarsi a vivere nelle sue terre. Ferdinando, furibondo, and immediatamente dalla regina, e poich, invece di calmarlo, questa l o irrit ancor di pi con le sue risposte aspre, egli le tir - per quanto fosse figli a di Maria Teresa, e lui re di Napoli - un ceffone sonoro almeno come quello che un facchino avrebbe potuto mollare a una pescivendola. La regina si ritir nei suoi appartamenti, mise il broncio, grid, pianse; ma questa volta Ferdinando tenne duro, e fu lei a dover fare il primo passo per riconcili arsi con lui, rivolgendosi allo stesso duca d'Altavilla per chiedergli di funger e da intermediario. Abbiamo parlato degli effetti prodotti su Ferdinando dalla Rivoluzione francese; comprensibile, tenuto conto dei caratteri cos dissimili dei due sovrani, che su Carolina essi siano stati ben pi gravi. Ferdinando ebbe una reazione sostanzialmente egoistica, che comportava il riesam e della propria situazione, una perfetta indifferenza circa la sorte di Luigi Se dicesimo e di Maria Antonietta - che non conosceva di persona -, ma anche il ter rore di una sorte simile per s.

Per Carolina fu un colpo tremendo inferto ai suoi affetti familiari. Questa donn a, che aveva visto morire il suo bambino senza versare una lacrima, adorava la m adre, i fratelli, la sorella e infine l'Austria, alla quale sacrific perennemente Napoli. L'orgoglio regale mortalmente ferito - non tanto dalla morte quanto dal l'ignominia di quella morte; l'insorgere di un odio forsennato contro quel popol o francese che osava trattare cos non solo i re ma anche la monarchia: tutto ques to la indusse a giurare vendetta alla Francia, con una fermezza non inferiore a quella con cui il giovane Annibale giur vendetta a Roma. Le notizie successive, a otto mesi di distanza l'una dall'altra, della morte di Luigi Sedicesimo e di Maria Antonietta, resero Carolina quasi folle di rabbia. I sentimenti di terrore e di collera che si alternavano nel suo animo le avevano alterato la fisionomia e sconvolto il corso dei pensieri; ella vedeva ovunque de i Mirabeau, dei Danton, dei Robespierre; non le si poteva parlare dell'amore e d ella fedelt dei suoi sudditi senza rischiare di cadere in disgrazia. Il suo odio per la Francia le faceva vedere nei suoi propri Stati un partito repubblicano ch e era ben lungi dall'esistere ma che fu lei stessa a far nascere con le continue persecuzioni; ai suoi occhi era un giacobino chiunque si distinguesse per valor e e meriti personali, qualsiasi incauto lettore di un giornale parigino, qualsia si dandy che imitasse la moda francese, e in particolare coloro che portavano i capelli corti; ogni semplice aspirazione a un progresso sociale era considerata una colpa da espiare solo con la morte o con il carcere a vita. I sospetti della regina cominciarono con l'appuntarsi sul ceto medio: Emanuele De Deo, Vitaliani e Galiani, tre ragazzi che avevano in tutto appena sessantacinque anni, furono crudelmente giustiziati sulla piazza del Castello; poi vennero imprigionati uomi ni come Pagano, Conforti, Cirillo; e per la prima volta ella cominci a sospettare anche di membri dell'alta aristocrazia: un principe Colonna, un Caracciolo, un Riario, e infine quel conte di Ruvo che abbiamo visto insieme a Cirillo nel pala zzo della regina Giovanna, vennero arrestati senza alcun motivo, portati a Caste l Sant'Elmo e raccomandati alla custodia del carceriere come i pi temibili fra tu tti i cospiratori. Il re e la regina, abitualmente in disaccordo su ogni cosa, da quel momento conc ordarono su un punto: l'odio contro i francesi; senonch quello del re era un odio indolente, che si sarebbe limitato a tenerli lontani da s, mentre l'odio di Caro lina era un odio attivo che, non pago della sola lontananza, aspirava alla loro distruzione. Il carattere volitivo di Carolina aveva da tempo piegato ai suoi voleri quello s pensierato di Ferdinando, il quale, come abbiamo detto, a volte si rivoltava ina spettatamente, nei casi in cui il buonsenso naturale gli faceva capire che lo st avano traviando; ma con un po' di pazienza e di ostinazione la regina riusciva s empre a raggiungere lo scopo che si prefiggeva. Ad esempio, nella speranza di partecipare a una qualche coalizione contro la Fra ncia, o addirittura di dichiararle guerra in proprio, tramite Acton ella aveva r eclutato e organizzato, quasi all'insaputa del marito, un esercito di settantami la uomini, costruito una flotta di cento navi di varie dimensioni, raccolto un m ateriale considerevole, e predisposto ogni cosa in modo che, dall'oggi al domani , su ordine del re, la guerra potesse avere inizio. E aveva fatto di pi: conoscendo le scarse capacit dei generali napoletani, che non avevano mai comandato un esercito in guerra, e intuendo la scarsa fiducia che a vrebbero riposto in loro dei soldati consapevoli di tale deficienza, ella aveva chiesto al nipote, imperatore d'Austria (29), di mandarle uno dei suoi generali, il barone Mack, che era considerato il principale stratega dell'epoca bench fino ad allora si fosse messo in luce solo per i suoi smacchi; l'imperatore si era a ffrettato ad accontentarla, e da un momento all'altro era previsto l'arrivo dell 'illustre personaggio: arrivo di cui solo la regina e Acton dovevano essere avve rtiti, mentre il re era completamente all'oscuro della cosa. Nel frattempo Acton, che si sentiva padrone della situazione e conosceva un solo uomo al mondo capace di destituirlo e di prendere il suo posto, decise di sbara zzarsi di quell'uomo, il cui allontanamento da Napoli non gli bastava pi. Un giorno si sparse la voce che il principe di Caramanico, vicer di Sicilia, era ammalato, l'indomani che era moribondo, il giorno appresso che era morto.

Forse in nessun altro cuore tale notizia provoc un'emozione cos violenta come in q uello di Carolina; quell'amore, il primo fra tutti, era stato esaltato dall'asse nza e non poteva essere sradicato che dalla morte. Lo strazio e l'angoscia che p ervasero ogni fibra del suo cuore furono tanto pi forti in quanto ella dovette na sconderli agli sguardi curiosi che la circondavano; finse un'indisposizione, si rinchiuse nella stanza pi isolata del suo appartamento, e l, rotolandosi sui tappe ti, con le unghie affondate fra i capelli e il viso inondato di lacrime, emetten do delle urla da pantera ferita, bestemmi il cielo, maledisse il marito, la coron a, quell'Acton che lei non amava e che le aveva ucciso il solo amante che avesse mai amato, maledisse se stessa e, sopra ogni altra cosa, maledisse il popolo ch e, celebrando quella morte per le strade, la accusava di aver offerto quel sacri ficio umano al suo complice Acton; per finire, promise a se stessa di riversare sulla Francia e sui francesi tutto il fiele di cui traboccava il suo cuore. In quei giorni di angoscia, l'unica persona che pot avvicinarla fu colei a cui el la confidava ogni segreto, e che avrebbe presto associato al suo odio: la favori ta Emma Lyonna. I due anni trascorsi da quella morte, forse l'evento pi doloroso di tutta la vita di Carolina, erano riusciti a rafforzare ulteriormente la maschera di impassibi lit che ella portava sul viso, ma non avevano affatto cicatrizzato le ferite che le sanguinavano nel cuore. E' pur vero che l'allontanamento di Bonaparte, bloccato in Egitto, l'arrivo a Na poli del vincitore di Abukir con tutta la sua flotta, la certezza che, grazie a quella Circe chiamata Emma Lyonna, avrebbe fatto di Nelson l'alleato del suo odi o e il complice della sua vendetta, le avevano procurato una di quelle gioie ama re, le sole che sia dato conoscere ai cuori in lutto, alle anime disperate. Essendo questo il suo stato d'animo, le minacce pronunciate la sera prima al pal azzo dell'ambasciata d'Inghilterra dall'ambasciatore francese e la sua dichiaraz ione di guerra, lungi dallo spaventare la nostra implacabile nemica, erano state per lei come il rintocco di una campana che suonasse l'ora da tanto tempo e cos ardentemente attesa. Non altrettanto era stato per il re, nel quale la scena aveva prodotto un'impres sione molto sgradevole, facendogli passare una pessima notte. Perci, prima di rientrare nel suo appartamento, egli aveva ordinato che gli prepa rassero per l'indomani, come distrazione, una caccia al cinghiale nel bosco degl i Astroni. 19. LA CAMERA ILLUMINATA. Erano all'incirca le due del mattino allorch il re e la regina, lasciando l'ambas ciata d'Inghilterra, tornarono a palazzo. Il re, molto preoccupato, come abbiamo detto, per la scena a cui aveva assistito, si diresse immediatamente verso le p roprie stanze, e la regina, che lo invitava di rado a entrare nelle sue, non pos e alcun ostacolo a quella ritirata precipitosa, sembrando altrettanto impaziente di ritirarsi. Il re non si nascondeva la gravit della situazione. Nelle circostanze pi gravi egl i era solito consultare un uomo che gli ispirava una certa fiducia poich non si e ra mai rivolto a lui senza riceverne un saggio consiglio; di conseguenza, gli ri conosceva una effettiva superiorit rispetto alla moltitudine di cortigiani che lo circondava. Quest'uomo era il cardinale Fabrizio Ruffo, che abbiamo visto al fianco dell'arc ivescovo di Napoli, suo decano al Sacro Collegio, in occasione del "Te Deum" cel ebrato il giorno prima, nella cattedrale di Napoli, in onore dell'arrivo di Nels on. Ruffo era presente alla cena offerta al vincitore di Abukir da Sir William Hamil ton; aveva quindi visto e udito tutto, e il re, uscendo, gli aveva semplicemente detto: Vi aspetto questa notte a palazzo. Ruffo si era inchinato in segno di sottomissione a Sua Maest.

In effetti, dieci minuti dopo che il re era rientrato avvisando l'usciere di ser vizio della visita che attendeva, gli annunciarono che il cardinale voleva saper e se il re era disposto a riceverlo. Fatelo entrare! grid Ferdinando in modo che il visitatore potesse sentire. Lo credo bene che sono disposto a riceverlo!. Il cardinale, senza aspettare la chiamata dell'usciere, rispose con la sua prese nza immediata all'invito pressante del re. Ebbene, eminentissimo, che ne dite di quanto accaduto? domand il re sprofondandosi in una poltrona e facendo segno all'altro di sedersi. Questi, ben sapendo che la massima riverenza che si possa mostrare nei confronti di un re la pronta obbedienza ai suoi ordini, e che ogni suo invito equivale a un comando, prese una sedia e si sedette. Dico che una faccenda molto grave rispose. Fortunatamente la Vostra Maest vi stata c oinvolta per l'onore dell'Inghilterra, e spetta dunque all'Inghilterra l'onore d i sostenerla. Che ne pensate, sinceramente, di quel bulldog di Nelson? Siate franco, cardinale. Vostra Maest cos buona con me che lo sono sempre, franco!. Allora parlate. Quanto a coraggio, un leone; quanto a istinto militare, un genio; ma, quanto a in telligenza, per fortuna un uomo mediocre. Per fortuna, dite?. S, sire. E perch mai per fortuna?. Perch gli faremo fare quello che vorremo, puntando su due suoi lati deboli. Quali?. L'amore e l'ambizione. Per l'amore, la cosa riguarda Lady Hamilton; l'ambizione, invece, riguarda noi. Le sue origini sono assai modeste; la sua educazione, ines istente. Si conquistato i gradi senza metter piede in un'anticamera, lasciando u n occhio a Calvi, un braccio a Tenerife, la pelle della fronte ad Abukir; tratta te quest'uomo da gran signore e gli farete perdere la testa, dopodich Vostra Maes t ne far ci che vorr. Siamo sicuri di Lady Hamilton?. La regina ne sicura, a quanto dice. Allora non avete bisogno d'altro. Tramite quella donna, otterrete tutto: ella vi dar insieme il marito e l'amante; entrambi sono pazzi di lei. Speriamo che non faccia la ritrosa. Emma Lyonna fare la ritrosa? disse Ruffo con l'espressione del pi profondo disprezz o. Vostra Maest non se ne dia pensiero. Non dico ritrosa per pudicizia, perdio!. E per che altro?. Il vostro Nelson non certo bello, orbo da un occhio, con un braccio in meno e la fronte spaccata. Se questo il prezzo da pagare per essere un eroe, preferisco re stare quello che sono. Be', ma le donne hanno idee cos strane, e poi Lady Hamilton tanto attaccata alla r egina! Quello che non far per amore, lo far per amicizia. Staremo a vedere! disse il re con l'aria di un uomo che si affida alla Provvidenza per risolvere una questione complicata. Poi prosegu, rivolto a Ruffo: E avete un consiglio da darmi riguardo a questa faccenda?. Certamente, ed il solo ragionevole. Quale? domand il re. Vostra Maest ha un trattato di alleanza con suo nipote l'imperatore d'Austria. Ne ho con tutti, di trattati di alleanza, ed proprio questo che mi preoccupa. Insomma, sire, voi dovete fornire un certo numero di uomini alla prossima coalizi one. Trentamila. E dovete coordinare i vostri movimenti con quelli dell'Austria e della Russia, gi usto?. Questi sono gli accordi. Ebbene, qualunque istanza vi venga rivolta, sire, aspettate a entrare in guerra c he vi siano entrati gli austriaci e i russi.

Perdio, ma quello che intendo fare! Voi capite, Eminenza, che non mi divertir cert o a far guerra ai francesi da solo... Per.... Terminate, sire. Se la Francia non aspetta la coalizione? Mi ha dichiarato guerra: e se me la fa?. Credo, sire, di poter affermare, in base alle informazioni pervenutemi da Roma, c he i francesi non sono in grado di farla. Ah, questo mi tranquillizza un po'. Adesso, se Vostra Maest mi permette.... Che cosa?. Un secondo consiglio. Ma certamente!. Vostra Maest me ne aveva chiesto uno solo; per il secondo conseguenza del primo. Dite, dite. Ebbene, se io fossi Vostra Maest scriverei di mio pugno a mio nipote l'imperatore per sapere da lui, non per via diplomatica ma in confidenza quando intenda entra re in guerra, e, informato da lui, regolerei le mie mosse sulle sue. Avete ragione, eminentissimo: gli scriver all'istante. Disponete di un uomo sicuro da mandargli?. Ho il mio corriere Ferrari. Ma sicuro, sicuro, sicuro?. Eh, mio caro cardinale, voi volete un uomo tre volte sicuro, mentre gi cos difficil e trovarne uno che lo sia una sola volta!. E lui lo ?. Io lo credo pi sicuro degli altri. Vi ha dato qualche prova della sua fedelt?. Cento. E dov'?. Dov'? Perdinci, qui da qualche parte, sdraiato in una delle mie anticamere, con st ivali e speroni, pronto a partire appena glielo ordino, a qualunque ora del gior no e della notte. Prima bisogna scrivere, poi lo cercheremo. Scrivere: facile dirlo, Eminenza; dove diavolo posso trovare a quest'ora carta, p enna e inchiostro?. Il Vangelo dice: "Quaere et invenies". Non conosco il latino, Eminenza. Cerca e troverai. Il re and alla sua scrivania, apr uno dopo l'altro tutti i cassetti e non trov nien te di quel che cercava. Il Vangelo mente disse. E ricadde sconsolatamente nella sua poltrona. Che volete, cardinale, soggiunse con un sospiro detesto scrivere. Tuttavia Vostra Maest ben decisa a farlo entro la notte. Certamente; ma, come vedete, non ho nulla di quel che mi serve; dovrei svegliare tutta la casa, e anche cos... Capite bene, amico mio, quando il re non scrive, ne ssuno ha carta, penna e inchiostro. Ah, dovrei far chiedere queste cose alla reg ina, lei ne ha sicuramente. A lei piace scrivere. Ma, se si venisse a sapere che io ho scritto qualcosa, si penserebbe, cosa peraltro vera, che lo Stato in peri colo. 'Il re ha scritto... A chi? Perch?'. Un fatto simile metterebbe in agitazio ne tutto il palazzo. Sire, tocca dunque a me trovare quello che voi cercate inutilmente. E dove?. Il cardinale salut il re, usc, e dopo un minuto fu di ritorno con carta, penna e i nchiostro. Il re lo guard con aria ammirata. Dove diavolo avete preso queste cose, Eminenza? domand. Semplicemente dai vostri uscieri. Come! Malgrado il mio divieto, quei bricconi avevano l'occorrente per scrivere?. Ne hanno pur bisogno per annotare i nomi di coloro che vengono a sollecitare un'u dienza da Vostra Maest. Non ne avevo mai vista in giro, di quella roba.

Perch la tengono nascosta in un armadio. Ho trovato l'armadio, ed ecco tutto quant o serve a Vostra Maest. Devo riconoscere che siete un uomo in gamba. E adesso, eminentissimo, disse il re con aria contrita davvero necessario che la lettera sia scritta di mio pugno?. Sarebbe meglio: avr un'aria pi confidenziale. Allora dettatemela. Oh, sire.... Dettatemela, vi dico, altrimenti impiegher due ore per scrivere mezza pagina. Ah, spero che San Nicandro sia dannato per tutta l'eternit, per aver fatto di me un s imile asino. Il cardinale intinse nell'inchiostro una penna ben appuntita e la present al re. Allora scrivete, sire. Dettate, cardinale. Poich Vostra Maest lo comanda disse Ruffo con un inchino, e dett: Eccellentissimo fratello, cugino e nipote, alleato e confederato, vi devo informare senza indugio di quanto avvenuto ieri sera nel palazzo dell'amb asciatore d'Inghilterra. Durante la festa data da Sir William Hamilton in onore di Lord Nelson, sbarcato a Napoli al ritorno da Abukir, il cittadino Garat, mini stro della Repubblica francese, ha colto l'occasione per dichiararmi guerra da p arte del suo governo. Per mezzo dello stesso corriere da me inviatovi fatemi sapere, chiarissimo fratel lo, cugino e nipote, alleato e confederato, quali sono le vostre intenzioni circ a la prossima guerra, e soprattutto l'epoca precisa in cui contate di iniziarla, poich non voglio assolutamente fare nulla se non contemporaneamente e d'accordo con voi. Attender la risposta di Vostra Maest per regolarmi in tutto e per tutto secondo le istruzioni che ella mi impartir. Non avendo la presente altro scopo, passo a dichiararmi, con l'augurio di ogni be ne, fratello, cugino e zio, alleato e confederato di Vostra Maest. Uffa! sbuff il re, e alz la testa guardando il cardinale con aria interrogativa. E' finita, sire. Vostra Maest deve solo firmare. Il re firm, secondo la sua abitudine: Ferdinando B.. E pensare esclam poi che avrei impiegato tutta la notte a scrivere questa lettera! G razie, mio caro cardinale, grazie. Che cosa sta cercando Vostra Maest? chiese Ruffo, vedendo che il re girava tutto at torno lo sguardo con aria inquieta. Una busta. Be', disse Ruffo ne faremo una noi. Ecco un'altra cosa che San Nicandro non mi ha insegnato a fare, le buste! E' pur vero che, avendo dimenticato di insegnarmi a scrivere, considerava inutile quals iasi nozione riguardo alle buste. Vostra Maest mi permette? domand Ruffo. Eccome, se permetto! disse il re alzandosi. Sedetevi al mio posto in poltrona, caro cardinale. Ruffo si sedette nella poltrona del re e, con grande celerit e destrezza, pieg e s trapp il foglio di carta destinato a racchiudere la lettera regale. Ferdinando lo guardava fare con ammirazione. Adesso, disse il cardinale Vostra Maest mi vuol dire dov' il suo sigillo?. Ve lo do subito, non disturbatevi replic il re. La lettera venne sigillata e il re vi scrisse l'indirizzo. Poi, appoggiando il mento sulla mano, si mise a riflettere. Non oso interrogare Vostra Maest dichiar Ruffo inchinandosi. Non voglio rispose il re con aria sempre assorta che qualcuno sappia che ho scritto questa lettera a mio nipote, e neppure chi l'ha recapitata. Allora, sire, disse Ruffo ridendo Vostra Maest mi far uccidere mentre esco dal palazz o. Voi, mio caro cardinale, per me non siete qualcuno, siete un altro me stesso. Ruffo s'inchin.

Oh, non ringraziatemi: non un gran complimento!. Come fare, allora? Eppure bisogna che mandiate qualcuno a cercare Ferrari, sire. Ci sto appunto pensando. Se sapessi dove si trova, disse Ruffo andrei a chiamarlo io. Perdinci! Anch'io disse il re. Avete detto che dentro il palazzo. Certo che c'; solo che il palazzo grande. Ma aspettate! Sono davvero ancora pi idio ta di quanto credessi. Apr la porta della sua camera da letto e fischi. Un grosso spaniel fece un balzo dal tappeto su cui era steso accanto al letto, p os due zampe sul petto del re tutto guarnito di decorazioni e si mise a leccargli il viso, il che sembrava procurare altrettanto piacere al padrone che al cane. E' stato Ferrari ad allevarlo disse il re. Lo trover subito. Poi, cambiando voce e parlando al cane come avrebbe fatto con un bambino: Dov' quel povero Ferrari, Giove? Su, su, andiamo a cercarlo!. Giove ebbe l'aria di capire perfettamente; fece tre o quattro salti nella stanza fiutando l'aria e abbaiando dalla gioia; poi and a grattare la porta di un corri doio segreto. Di nuovo in pista, eh, caro il mio cane? riprese il re. E, acceso un piccolo candeliere, apr la porta del corridoio dicendo: Cerca, Giove, cerca!. Il cardinale seguiva il re, anzitutto per non lasciarlo solo, e poi per curiosit. Giove si slanci verso il fondo del corridoio e gratt a una seconda porta. Allora siamo sulla buona strada, caro Giove? continu il re. E apr anche quella secon da porta; essa dava su un'anticamera vuota. Giove and dritto verso una porta opposta a quella da cui era entrato e si rizz app oggiandovi le zampe anteriori. Molto bene! disse il re. Molto bene!. Poi, rivolgendosi a Ruffo: Ci siamo, cardinale!. E apr quella terza porta. Essa dava su una piccola scala. Giove vi si precipit, sal rapidamente una ventina di gradini, poi si mise a grattare una porta uggiolando. Zitto, zitto! disse il re. E apr quella quarta porta come gi le altre tre; ma questa volta era arrivato al te rmine del viaggio: il corriere, tutto vestito, con stivali e speroni, dormiva su un lettino da campo. Ecco qui! esclam il re, fiero dell'intelligenza del suo cane. E pensare che non uno dei miei ministri, nemmeno quello della Polizia, avrebbe saputo fare quello che ha fatto il mio cane!. Bench Giove avesse una gran voglia di saltare sul letto del suo padre adottivo Fe rrari, il re gli fece un cenno con la mano, e la brava bestia rimase immobile di etro di lui. Ferdinando and difilato dall'uomo che dormiva e gli tocc delicatamente una spalla. Per quanto lieve fosse stata la pressione, costui si svegli immediatamente e si a lz a sedere, guardandosi attorno con l'occhio smarrito di chi viene svegliato nel primo sonno; ma subito dopo, riconoscendo il re, si lasci scivolare gi dal lettin o e si mise sull'attenti, aspettando gli ordini di Sua Maest. Puoi partire all'istante? domand il re. S, sire rispose Ferrari. Puoi andare a Vienna senza fermarti?. S, sire. Quanti giorni ti ci vogliono per arrivare a Vienna?. Nell'ultimo viaggio, sire, ho impiegato cinque giorni e sei notti; ma mi sono acc orto che potevo andare pi in fretta e guadagnare dodici ore. E a Vienna, quanto tempo ti occorre per riposarti?. Il tempo che sar necessario per ricevere la risposta dalla persona alla quale indi rizzato il messaggio di Vostra Maest. Allora, puoi essere qui tra dodici giorni?. Anche prima, se non mi fanno aspettare e se non mi capitano incidenti. Adesso va' nella scuderia e sellati un cavallo; andrai il pi lontano possibile con

lo stesso cavallo, a rischio di sfiancarlo; lo lascerai a una stazione di posta e l lo riprenderai al ritorno. S, sire. Non dirai a nessuno dove vai. No, sire. Consegnerai questa lettera all'imperatore in persona, e a nessun altro. S, sire. E non permetterai a nessuno di prendere la risposta, nemmeno alla regina. No, sire. Hai del denaro?. S, sire. Allora parti. Va bene, sire. E in effetti il brav'uomo infil immediatamente la lettera del re in un taschino d i cuoio, una sorta di portafoglio nascosto nella fodera della giacca, si mise so tto il braccio un fagottino con un po' di biancheria e in testa il berretto da c orriere; dopodich, senz'altro indugio, si accinse a scendere la scala. Be', non saluti neanche Giove? chiese il re. Non osavo, sire rispose Ferrari. Suvvia, abbracciatevi; non siete forse due vecchi amici, ed entrambi al mio servi zio?. L'uomo e il cane si strinsero l'uno all'altro: non aspettavano che il permesso d el re. Grazie, sire disse il corriere, e si asciug una lacrima, precipitandosi gi per la sc ala per recuperare il tempo perduto. O sbaglio di grosso, disse il cardinale oppure questo un uomo che alla prima occasi one si far uccidere per voi, sire!. Lo credo anch'io, disse il re e per questo ho in animo di ricompensarlo. Dopo un bel po' che Ferrari era sparito, il re e il cardinale non erano ancora a rrivati in fondo alla scala. Essi rientrarono nell'appartamento del re seguendo lo stesso percorso compiuto p er uscirne, e si chiusero alle spalle le porte che avevano lasciato aperte. Trovarono ad attenderli in anticamera un usciere della regina che portava una le ttera di Sua Maest. Oh, fece il re guardando l'orologio a pendolo alle tre di notte? Dev'essere qualcos a di molto importante. Sire, la regina ha visto la vostra camera illuminata e ha pensato, a ragione, che Vostra Maest non si fosse ancora coricata. Il re apr la lettera con la ripugnanza che provava immancabilmente dinanzi alle m issive della moglie. Bene! disse, leggendo le prime righe. Che divertimento! Ecco andata in fumo la mia partita di caccia!. Non oso neppure domandare a Vostra Maest che cosa le annuncia questa lettera. Oh, domandate pure, Eminenza. Mi annuncia che al ritorno dalla festa e a seguito di importanti notizie ricevute, il signor comandante generale Acton e Sua Maest l a regina hanno indetto un Consiglio straordinario per oggi, marted. Che Dio bened ica la regina e Acton! Forse che io li tormento? Facciano dunque come faccio io, mi lascino in pace. Sire, replic Ruffo per questa volta sono costretto a dar ragione a Sua Maest la regin a e al signor comandante generale; un Consiglio straordinario mi sembra assoluta mente improrogabile, e quanto prima lo si terr, tanto meglio sar. Ebbene, allora vi parteciperete anche voi, mio caro cardinale. Io, sire? Ma io non ho alcun diritto ad assistere al Consiglio. Io, per, ho il diritto di invitarvi a intervenire. Ruffo s'inchin con queste parole: Accetto, sire; altri daranno l'apporto del loro ingegno, io della mia devozione. Cos va bene disse il re; poi, rivolto all'usciere: Informate la regina che sar al Con siglio all'ora fissata, cio alle nove. Vostra Eminenza ha inteso?. S, sire. L'usciere si ritir. Ruffo si accingeva a seguirlo, allorch si ud il galoppo di un cavallo che passava

sotto il portone del palazzo. Il re prese la mano del cardinale. A buon conto, disse ecco Ferrari che parte. Eminenza, vi prometto che voi sarete fr a i primi a sapere che cosa risponder mio nipote. Grazie, sire. Buonanotte a Vostra Eminenza... Ah, speriamo che domani al Consiglio si comportin o bene! Avviser la. regina e il signor comandante generale che non sar certo di bu onumore. Bah, sire, disse ridendo il cardinale la notte porter consiglio. Il re entr nella sua camera da letto e suon il campanello all'impazzata. Il cameri ere accorse spaventato, credendo che Sua Maest si sentisse male. Voglio che mi si spogli e mi si metta a letto! grid il re con voce tonante. E un'alt ra volta avrete cura di chiudere le persiane, cosicch non si veda che la mia came ra illuminata alle tre di notte. E ora passiamo a vedere che cosa era avvenuto nella "camera buia" della regina m entre nella "camera illuminata" del re stava avvenendo quello che abbiamo raccon tato. 20. LA CAMERA BUIA. La regina era appena rientrata nei suoi appartamenti quando il comandante genera le Acton si fece annunciare, avvertendola che aveva due notizie importanti da co municarle; ma evidentemente non era lui quello che lei attendeva, o quantomeno n on era il solo, giacch rispose in tono alquanto rude: Va bene! Fatelo entrare in salotto; non appena sar libera, lo raggiunger. Acton era abituato ai modi capricciosi della sovrana. Da molto tempo l'amore fra i due era svanito; lui era l'amante ufficiale come era primo ministro; ci non to glie che fosse anche l'unico vero ministro. Ormai fra i due ex amanti c'era solo un legame politico. Per restare al potere, Acton aveva bisogno dell'influenza che la regina esercitava sul re, e la regina, per compiere le sue vendette o favorire chi le andava a genio, cose che le stav ano a cuore in egual misura, aveva bisogno dell'astuzia diabolica di Acton e del la sua illimitata condiscendenza, pronta a sopportare tutto per lei. Dopo essersi tolta rapidamente l'abito di gala, i fiori, i diamanti e i vari gio ielli, Carolina cancell ogni traccia del belletto con cui le donne dell'epoca e s pecialmente le principesse si coloravano di rosso le guance, indoss una lunga ves taglia bianca, prese una candela, percorse un corridoio deserto e, dopo aver att raversato un intero appartamento, arriv in una stanza isolata, arredata con auste rit e comunicante con l'esterno per mezzo di una scala segreta di cui la regina a veva una chiave e il suo sbirro Pasquale De Simone un'altra. Le finestre di quella stanza restavano perennemente chiuse durante il giorno e n on vi penetrava il minimo raggio di sole. Al centro del tavolo era fissata una l ampada di bronzo, con un paralume fatto in modo da concentrare la luce in un cer chio ristretto, cos da lasciare il resto della camera avvolto nell'oscurit. Era l che venivano ascoltate le denunce dei delatori. Se, malgrado l'ombra che si addensava in ogni angolo della sala, questi temevano di essere riconosciuti, po tevano entrare con una maschera sul volto, o presentarsi con una di quelle lungh e vesti indossate dai penitenti che accompagnano i cadaveri al cimitero o i cond annati al patibolo: sudari terrificanti che rendono l'uomo simile a uno spettro, con due fori per gli occhi che sembrano le orbite vuote di un teschio. I tre inquisitori che sedevano attorno a quel tavolo sono divenuti cos tristement e famosi da consegnare i propri nomi all'immortalit: essi si chiamavano Castelcic ala, ministro degli Affari esteri, Guidobaldi, vicepresidente della Giunta di St ato, in carica da quattro anni, e Vanni, procuratore fiscale. Per compensarlo dei suoi buoni servigi, la regina aveva da poco insignito quest' ultimo del titolo di marchese. Ma quella notte il tavolo era deserto, la lampada spenta, la stanza solitaria; l 'unico essere vivente, o che almeno avesse una parvenza di vita, era un pendolo

che, con le sue monotone oscillazioni e il suono stridulo, era il solo a turbare il lugubre silenzio che sembrava scendere dal soffitto e gravare sul pavimento. Era come se le tenebre che regnavano perennemente in quella stanza ne avessero c ondensato l'aria rendendola simile al vapore che fluttua al di sopra delle palud i; entrando, si avvertiva un mutamento non solo di temperatura, ma anche di atmo sfera, e questa, composta di elementi diversi dall'aria esterna, era pi difficile da respirare. Il popolo, vedendo le finestre di quella camera sempre chiuse, l' aveva chiamata la "camera buia", e dai rumori indistinti che ne trapelavano come da ogni cosa misteriosa aveva intuito, con il terribile istinto divinatorio che lo contraddistingue, ci che in essa avveniva; ma, non essendo direttamente minac ciato da quel buio, e poich le sentenze che ne uscivano gli passavano sopra la te sta per andare a colpire teste pi alte della sua, era proprio il popolo a parlare di pi di quella stanza, pur temendola di meno. Nel momento in cui la regina, pallida e illuminata come Lady Macbeth dal rifless o della candela che teneva in mano, entr in quella stanza dall'atmosfera pesante, si ud quella specie di fruscio che precede la suoneria, e la pendola suon la mezz a dopo le due. Come abbiamo detto, la stanza era vuota, e la regina ebbe l'aria sorpresa, quasi si fosse aspettata di trovarvi qualcuno. Esit un attimo prima di avanzare, ma po i, superando il terrore che l'aveva colta al suono inatteso della pendola, esplo r con lo sguardo i due angoli opposti alla porta da cui era entrata e, lenta e pe nsosa, and a sedersi al tavolo. Quest'ultimo, a differenza di quello che si trovava nell'appartamento del re, er a pieno di fascicoli come la scrivania di un tribunale, e su di esso c'era in gr ande abbondanza l'occorrente per scrivere, carta, inchiostro, penne. La regina s fogli distrattamente le carte: le scorreva con lo sguardo senza leggerle, tendeva l'orecchio a cercare di cogliere il minimo rumore, e intanto la sua mente vagav a lontano dal corpo. Dopo qualche istante, non riuscendo a contenere l'impazienz a, si alz, and alla porta che dava sulla scala segreta, vi accost l'orecchio e stet te in ascolto. Poco dopo ud il cigolio di una chiave girata nella serratura e mormor una sola par ola, sufficiente a manifestare il suo stato d'animo: Finalmente!. Quindi, aprendo la porta che dava sulla scala buia, domand: Sei tu, Pasquale?. S, Vostra Maest rispose dal basso una voce d'uomo. Sei molto in ritardo! disse la regina tornando al suo posto con un'aria cupa e la fronte corrugata. In fede mia, mancato poco che non venissi del tutto rispose colui che veniva rimpr overato di scarsa diligenza, mentre la sua voce si andava a poco a poco avvicina ndo. E perch hai rischiato di non venire del tutto?. Perch laggi la faccenda stata dura disse l'uomo comparendo finalmente sulla porta de lla stanza. Ma almeno fatta? chiese la regina. Sissignora, grazie a Dio e a san Pasquale mio patrono, fatta e fatta bene; ma cos tata cara!. Cos dicendo lo sbirro pos su una poltrona un mantello contenente degli oggetti che produssero un suono metallico. La regina lo guard fare con un'espressione di curiosit mista a disgusto. In che senso, cara?. Un morto e tre feriti, tutto qui. Va bene. Daremo un vitalizio alla vedova e delle gratifiche ai feriti. Lo sbirro s'inchin in segno di ringraziamento. Erano dunque in tanti? chiese ancora la regina. No, signora, era lui da solo; ma sembrava un leone; sono stato costretto a lancia rgli il coltello da dieci passi; senza di che, sarei finito come gli altri. Ma alla fine?. Alla fine l'abbiamo vinta noi. E gli avete preso le carte con la forza?. Oh no, con le buone maniere, signora: era morto.

Ah! fece la regina con un leggero brivido. Cos sei stato costretto a ucciderlo?. Perbacco, non c'era altro da fare! Eppure, parola di De Simone, mi dispiaciuto; s e non fosse stato per servire Vostra Maest.... Come? Ti dispiaciuto uccidere un francese? Non ti credevo di cuore cos tenero vers o i soldati della Repubblica. Non era un francese, signora disse lo sbirro scuotendo la testa. Che cosa mi vieni a raccontare?. Nessun francese ha mai parlato il dialetto napoletano come quel povero diavolo. Ehi! esclam la regina spero che tu non abbia commesso un qualche errore. Ero stata m olto chiara nel parlarti di un francese che arrivava a cavallo da Capua a Pozzuo li. Proprio cos, signora, e poi in barca da Pozzuoli al palazzo della regina Giovanna. Un aiutante di campo del generale Championnet. S, proprio di lui che si tratta. D'altronde, stato lui stesso a dirci chi era. Allora gli hai parlato?. Certo, signora. Sentendo che usava alla perfezione il napoletano, ho avuto il sos petto di sbagliarmi e gli ho domandato se fosse davvero quello che ero incaricat o di uccidere. Imbecille!. Non tanto, poi, visto che mi ha risposto: 'S'. Ti ha risposto: 'S'?. Vostra Maest si render conto che avrebbe potuto benissimo rispondermi in altro modo ; ad esempio che era del Basso Porto o di porta Capuana, e mi avrebbe messo di n uovo in imbarazzo, giacch non avrei potuto provargli il contrario. E invece stata questione di un attimo: 'Sono quello che cercate'. E pim pum! ecco due uomini a terra con due colpi di pistola; e pimfete pamfete! eccone altri due stesi con d ue sciabolate. Avr giudicato indegno mentire, perch era uno pieno di coraggio, ve lo garantisco io!. La regina aggrott le sopracciglia nell'udire l'elogio della vittima fatto dal suo assassino. Ed morto?. Sissignora, morto. E che ne avete fatto del cadavere?. A dire il vero, signora, stava arrivando una pattuglia e siccome, facendomi scopr ire, avrei compromesso Vostra Maest, ho lasciato a loro il compito di raccogliere i morti e di soccorrere i feriti. Allora capiranno che un ufficiale francese!. E da che cosa? Ecco qui il suo mantello, le sue pistole e la sua sciabola, che ho preso sul luogo dello scontro. Ah, era davvero bravo a maneggiarle, la sciabola e la pistola, ve lo assicuro! Quanto ai documenti, non aveva addosso altro che questo portafoglio e questo pezzo di carta tutto sgualcito, che vi rimasto attac cato. Cos dicendo lo sbirro gett sul tavolo un portafoglio in cuoio macchiato di sangue, al quale era effettivamente appiccicato, per via del sangue essiccatosi, un pez zetto di carta tutto stazzonato che sembrava una lettera. Lo sbirro li stacc l'uno dall'altro con la massima noncuranza e li gett entrambi s ul tavolo. La regina allung la mano; ma parve esitante all'idea di toccare il portafoglio in sanguinato; e, lasciando il gesto a met, domand: E dell'uniforme, che ne hai fatto?. Ecco un'altra cosa che per poco non mi ha fatto impazzire: non aveva nessuna unif orme. Portava semplicemente, sotto il mantello, una redingote in velluto verde b ordato di nero. Ma, visto che c'era stato un gran temporale, pu aver lasciato l'u niforme a qualche amico che in cambio gli ha prestato la sua redingote. E' strano! disse la regina eppure mi avevano dato delle indicazioni ben precise; co munque, le carte contenute in questo portafoglio dissiperanno ogni nostro dubbio. E con le dita guantate, le cui estremit si tinsero di rosso, apr il portafoglio e ne estrasse una lettera che portava la seguente intestazione: Al cittadino Garat, ambasciatore della Repubblica francese a Napoli. La regina spezz il sigillo con lo stemma della Repubblica, apr la lettera e, fin d

alle prime righe, lanci un'esclamazione di gioia. E tale gioia and via via crescendo man mano che ella procedeva nella lettura. Qua ndo l'ebbe terminata, disse rivolta allo sbirro: Pasquale, sei un uomo prezioso, e io ti render ricco. E' da parecchio tempo che Vostra Maest me lo promette rispose lui. Questa volta sta' tranquillo che manterr la promessa; per cominciare, eccoti un ac conto. Cos dicendo prese un pezzo di carta sul quale scrisse qualche riga. Eccoti un buono da mille ducati: cinquecento per te e cinquecento per i tuoi uomi ni. Grazie, signora, fece lo sbirro soffiando sul foglio per farne asciugare l'inchios tro prima di metterselo in tasca ma non ho ancora detto a Vostra Maest tutto quell o che avevo da dirle. E io non ti ho ancora chiesto tutto quello che avevo da chiederti; ma lascia che rilegga questa lettera. La. regina la rilesse da cima a fondo, e non sembr meno soddisfatta della prima v olta. Dopo aver terminato, chiese: Allora, mio fido Pasquale, che cosa mi dovevi dire?. Vi dovevo dire, signora, che, se quel giovanotto rimasto dalle undici e mezzo fin o all'una nelle rovine del palazzo della regina Giovanna, e ha sostituito la sua uniforme militare con un abito borghese, chiaro che l non era solo: e doveva ave re certamente delle lettere del suo generale destinate ad altre persone, oltre c he all'ambasciatore francese. E' proprio quello che pensavo mentre me lo dicevi, mio caro Pasquale. E su quelle persone hai qualche sospetto?. No, non ancora; ma spero che al pi presto sapremo qualcosa di nuovo. Ti ascolto, Pasquale disse la regina proiettando per cos dire sullo sbirro tutta la luce dei suoi occhi. Degli otto uomini che avevo radunato per la spedizione di stanotte, ne ho tenuti di riserva due, pensando ne bastassero sei per averla vinta sul nostro aiutante di campo, e ho rischiato di pagar caro questo errore di valutazione; ma non impo rta... Ebbene, quei due uomini li ho fatti appostare al di sopra del palazzo del la regina Giovanna, con l'ordine di seguire chiunque ne fosse uscito prima o dop o l'uomo che mi interessava, e di cercar di sapere chi sia o almeno dove abiti. Ebbene?. Ebbene, signora, ho dato appuntamento ai due sotto la statua del Gigante e, se Vo stra Maest lo permette, vado a vedere se ci sono. Va', e se li trovi portameli qui; voglio essere io a interrogarli. Pasquale De Simone scomparve nel corridoio e si ud il rumore dei suoi passi dimin uire sempre di pi a mano a mano che scendeva la scala. Rimasta sola, la regina gett uno sguardo distratto sul tavolo e vide il pezzo di carta tutto sgualcito, vicino al portafoglio dal quale era stato staccato. Nella fretta di leggere la lettera del generale Championnet e nella soddisfazion e che aveva provato dopo averla letta, se n'era completamente dimenticata. Era una missiva scritta su carta elegante, con una calligrafia femminile, sottil e e aristocratica; fin dalle prime parole la regina riconobbe una lettera d'amor e che iniziava con le parole: Caro Nicolino. Sfortunatamente per la curiosit della regina, il sangue si era sparso per quasi t utta la pagina; si riuscivano a decifrare solo la data, 20 settembre, e qualche parola di rammarico da parte della scrivente per il fatto di non potersi recare al solito appuntamento, essendo costretta a seguire la regina che andava incontr o all'ammiraglio Nelson. Come firma vi era solo un'iniziale, una E. Una volta tanto, la regina non riusci va a raccapezzarsi. Una lettera d'amore scritta da una donna in data 20 settembre, la lettera di una persona che si scusava di mancare al consueto appuntamento perch costretta a seg uire la regina, non poteva certo essere indirizzata all'aiutante di campo di Cha mpionnet, che il 20 settembre, ossia tre giorni addietro, si trovava a cinquanta leghe da Napoli.

Vi era un'unica possibilit, e la regina intelligente com'era, non tard a intuirla. Quella lettera si trovava senza dubbio nella tasca della redingote prestata all' inviato del generale Championnet da uno dei suoi complici nel palazzo della regi na Giovanna. L'ufficiale aveva messo il suo portafoglio nella stessa tasca dopo averlo tolto dall'uniforme, e per via del sangue sgorgato dalla sua ferita la le ttera vi si era appiccicata, bench fra le due cose non ci fosse niente in comune. Allora la regina si alz, si diresse verso la poltrona su cui Pasquale aveva posat o il mantello della sua vittima, lo esamin attentamente e, aprendolo, vide la sci abola e le pistole che vi erano avvolte. Il mantello era di quelli comunemente i ndossati dagli ufficiali della cavalleria francese. Anche la sciabola era d'ordinanza ed era certo appartenuta allo sconosciuto; ma non le pistole. Queste, molto eleganti, montate in vermeil e con incisa la lette ra N su uno stemma, provenivano dalla manifattura reale di Napoli. Su quella misteriosa faccenda si cominciava a vederci pi chiaro. Senza dubbio le pistole appartenevano a quello stesso Nicolino al quale era indirizzata la lette ra. La regina mise da parte l'una e le altre in attesa di ulteriori chiarimenti: era un indizio preliminare che poteva condurre alla verit. In quel momento De Simone fu di ritorno con i suoi due uomini, che portavano not izie di scarsa rilevanza. Cinque o sei minuti dopo la partenza dell'aiutante di campo, era sembrato loro di vedere una barca con a bordo tre persone - due delle quali remavano - allontanarsi come se si dirigesse verso la villa di Lucullo, a pprofittando del fatto che il mare si era un po' calmato. Di quella barca non era il caso di occuparsi; ovviamente essa si era sottratta a l controllo dei due sbirri, che non potevano certo seguirla sull'acqua. Ma in compenso, quasi nello stesso istante, altre tre persone si erano affacciat e alla porta del palazzo che dava sulla strada per Posillipo e, dopo essersi acc ertate che non ci fosse nessuno, ne erano uscite chiudendosi i battenti alle spa lle; ma, invece di scendere dalla parte di Mergellina, come aveva fatto il giova ne aiutante di campo, erano salite verso la collina. I due sbirri avevano seguito i tre sconosciuti. Dopo circa cento passi, uno di questi aveva scavalcato il muretto sulla destra e imboccato un piccolo sentiero, scomparendo dietro gli aloe e i cactus; doveva e ssere molto giovane, a giudicare dall'agilit con la quale aveva saltato il murett o e dalla voce squillante con cui aveva gridato ai due compagni: Arrivederci!. Gli altri avevano lasciato a loro volta la strada, ma pi lentamente, prendendo un sentiero che correva lungo il pendio della collina e che, piegando verso Napoli , doveva condurli al Vomero. Gli sbirri avevano imboccato, dietro di loro, lo stesso sentiero; ma, vedendosi seguiti, i due uomini si erano fermati, avevano estratto dalla cintura un paio d i pistole ciascuno e si erano rivolti ai loro inseguitori dicendo: Non un passo di pi o siete morti!. Poich la minaccia era stata pronunciata con un tono di voce che non lasciava dubb i sulla sua attuazione, i due sbirri, ai quali nessuno aveva ordinato di spinger si fino al rischio estremo, e che del resto erano armati solo di coltelli, rimas ero immobili, limitandosi a seguire con gli occhi gli sconosciuti fino al moment o in cui li persero di vista. Dunque, non c'era da aspettarsi nessuna informazio ne da quei due uomini, e l'unica traccia da seguire per ritrovare il filo della cospirazione perduto nel labirinto del palazzo della regina Giovanna era costitu ita da quella lettera d'amore indirizzata a Nicolino e da quelle pistole acquist ate nella manifattura reale e contrassegnate da una N. La regina fece segno a Pasquale che lui e i suoi uomini potevano ritirarsi; butt in un armadio la sciabola e il mantello, che per il momento non le erano di alcu na utilit, e port via con s il portafoglio, le pistole e la lettera. Poi, mentre Ac ton continuava ad aspettarla, ella and nella sua stanza, mise in un cassetto dell a scrivania il portafoglio e le pistole, e infine entr nel salotto tenendo in man o la lettera macchiata di sangue. Acton, vedendola apparire, si alz e la salut senza manifestare la minima impazienz a per la lunga attesa. La regina gli si avvicin.

Voi siete un chimico, non vero? gli disse. Pur non essendolo nel vero senso della parola, signora, rispose Acton posseggo alme no qualche nozione di chimica. Credete che sia possibile cancellare il sangue che macchia questa lettera senza c ancellare la scrittura?. Acton guard il foglietto; la fronte gli si oscur. Signora, disse poi al fine di terrorizzare e di punire coloro che lo spargono, la P rovvidenza ha voluto che il sangue lasciasse delle macchie quasi indelebili. Se l'inchiostro usato per questa lettera composto, come quelli comuni, di una sempl ice tintura e di un mordente, l'operazione sar difficile, giacch il cloruro di pot assio, cancellando il sangue, corroder l'inchiostro; se invece, cosa alquanto imp robabile, l'inchiostro contiene del nitrato d'argento o composto di carbone anim ale e di copale, mediante una soluzione di ipoclorito di calcio si potr togliere la macchia senza intaccare l'inchiostro. Bene, fate del vostro meglio; molto importante che io conosca il contenuto di que sta lettera. Acton s'inchin. La regina riprese: Mi avete fatto dire, signore, che avevate due notizie urgenti da comunicarmi. Vi ascolto. Il generale Mack arrivato stasera durante la festa e, accogliendo il mio invito, si recato a casa mia, dove l'ho trovato rientrando. Egli il benvenuto, e penso che la Provvidenza sia decisamente dalla nostra parte. E la seconda notizia?. E' non meno importante della prima, signora. Ho scambiato qualche parola con l'am miraglio Nelson, il quale in grado di fare, per quel che riguarda il denaro, tut to quanto desidera Vostra Maest. Grazie; ecco dunque completata la serie delle buone notizie. Carolina and alla finestra, scost le tende, lanci un'occhiata verso l'appartamento del re e, vedendolo illuminato, esclam: Per fortuna il re non ancora andato a letto; gli scrivo subito due righe per annu nciargli che stamane si terr un Consiglio straordinario e che deve assolutamente presenziarvi. Mi pare di ricordare che egli si proponesse di andare a caccia, oggi replic il mini stro. Be', disse in tono sprezzante la regina ci andr un altro giorno. Poi prese una penna e scrisse la lettera che, come sappiamo, venne poi recapitat a al re. Quindi, vedendo che Acton, sempre ritto in piedi, sembrava in attesa di un ultim o ordine: Buonanotte, mio caro generale concluse, con un sorriso gentile. Mi spiace di avervi trattenuto cos a lungo; ma, quando saprete quello che ho fatto, vedrete che non stato tempo sprecato. Infine gli tese la mano; Acton la baci rispettosamente, salut e si accinse a ritir arsi. A proposito disse la regina. Acton si volt. Il re sar di pessimo umore al Consiglio. E' quello che temo disse Acton sorridendo. Raccomandate ai vostri colleghi di non aprire bocca, di rispondere solo se interr ogati; tutta la commedia va recitata fra il sovrano e me. E sono sicuro disse Acton che Vostra Maest avr scelto la parte giusta. Lo credo anch'io; disse la regina d'altronde, lo vedrete. Acton s'inchin una seconda volta e usc. Ah, mormor la regina suonando per chiamare le cameriere se Emma fa quello che mi ha promesso, andr tutto bene. 21. IL MEDICO E IL PRETE.

Ma ora poniamo fine agli eventi di quella notte che ne fu cos ricca, onde poter p roseguire il nostro racconto senza essere costretti a fermarci o a tornare indie tro. Se i nostri lettori hanno letto con attenzione l'ultimo capitolo, ricorderanno c he i cospiratori, dopo la partenza di Salvato Palmieri, si erano divisi in due g ruppi di tre persone ciascuno: l'uno aveva imboccato la salita di Posillipo, l'a ltro era montato su una barca ormeggiata sotto il porticato sul mare del palazzo della regina Giovanna, dove aveva sfidato la tempesta. Il primo gruppo era composto da Nicolino Caracciolo, Velasco e Schipani. Il seco ndo da Domenico Cirillo, Ettore Carafa e Manthonnet. Come abbiamo detto, Ettore Carafa viveva nascosto a Portici, e Manthonnet vi abi tava. Molto amante della pesca, quest'ultimo possedeva una barca, con la quale, aiutato dal Carafa, era solito recarsi al palazzo della regina Giovanna. Entramb i forti rematori, quando il tempo era buono compivano il tragitto in due ore. Se poi c'era vento, e soffiava nella direzione giusta, potevano usare soltanto la vela. Quella notte, stavano tornando a casa come sempre, ma, caduto il vento e calmato si il mare, procedevano a remi; passando da Mergellina, dovevano sbarcarvi Ciril lo. Questi abitava all'estremit della riviera di Chiaia: ecco perch, invece di pun tare direttamente su Portici, erano stati visti dagli sbirri costeggiare la riva . Arrivati davanti al casino del Re, oggi di propriet del principe Torlonia, avevan o fatto scendere a terra Cirillo in un punto dove il pendio permetteva di raggiu ngere facilmente il sentiero, che in seguito diventato una strada. Poi avevano ripreso il viaggio per mare, allontanandosi per dalla riva e dirigend osi verso la punta di Castel dell'Ovo. Cirillo aveva raggiunto il sentiero con facilit e senza essere notato, ma, dopo u n centinaio di passi vide d'improvviso un gruppo formato da una ventina di solda ti fermi in mezzo alla strada, che parevano intenti a discutere; i loro fucili b rillavano alla luce di due torce. In quella luce riflessa dalle loro armi, sembravano intenti a osservare due uomi ni stesi di traverso. Cirillo riconobbe una pattuglia nell'esercizio delle sue f unzioni, la stessa che Pasquale De Simone aveva udito avvicinarsi e dinanzi alla quale era fuggito per non compromettere la regina. Come aveva immaginato lo sbirro, i soldati, arrivati sul luogo dello scontro, av evano trovato stesi a terra un morto e un ferito; gli altri due feriti, quello c he aveva ricevuto una sciabolata in faccia e quello con la spalla dilaniata da u na pallottola, avevano avuto la forza di fuggire dalla stradina che costeggiava la parte nord del giardino della Sanfelice. La pattuglia non aveva avuto difficolt a capire che uno dei due uomini era morto, per cui era perfettamente inutile occuparsene; invece, bench svenuto, l'altro re spirava ancora, e quindi si poteva tentare di salvarlo. Erano a venti passi dalla fontana del Leone; uno dei soldati and a prendervi dell 'acqua nel suo copricapo e poi la vers sul viso del ferito, il quale, sorpreso da quel freddo inaspettato, apr gli occhi e riprese i sensi. Vedendosi circondato da soldati, tent di alzarsi, ma invano; era completamente pa ralizzato, poteva solo girare la testa a destra e a sinistra. Sentite un po', amici, disse allora visto che devo morire, non si potrebbe almeno p ortarmi su un letto un tantino pi morbido?. Perdinci, replicarono i soldati un buon diavolo; chiunque sia, bisogna concedergli quello che chiede. Tentarono di sollevarlo tutti insieme. Maledizione! fece quello. Trattatemi come se fossi di vetro, mannaggia la Madonna!. Questa bestemmia, una delle pi gravi che possa proferire un napoletano, era dovut a al dolore provocatogli nel tentativo di rimuoverlo. Vedendo quel gruppo, il primo impulso di Cirillo fu di girare alla larga; ma sub ito dopo egli pens che quella pattuglia e gli uomini stesi a terra si trovavano p roprio sulla strada che avrebbe dovuto percorrere Salvato Palmieri per recarsi d all'ambasciatore francese, e gli venne in mente di colpo che quell'assembramento poteva essere causato da qualcosa di grave in cui fosse coinvolto il giovane in

viato del generale Championnet. Perci si fece avanti con decisione proprio quando il comandante della pattuglia m inacciava di sfondare la porta di una casa situata al di l della fontana del Leon e, sull'angolo della strada: una delle caratteristiche della popolazione napolet ana infatti la sua ripugnanza istintiva a recare aiuto a un suo simile, anche se in pericolo di morte. Ma all'ordine dell'ufficiale, e soprattutto ai colpi che i soldati davano alla p orta con il calcio del fucile, questa fin per aprirsi, e Cirillo ud due o tre voci chiedere dove si potesse trovare un chirurgo. Il senso del dovere e la curiosit rappresentarono per lui una duplice spinta a of frire il suo aiuto. Sono medico e non chirurgo, disse ma non importa: all'occorrenza posso anche fare d a chirurgo. Ah, signor dottore, disse, nell'udire queste parole, il ferito che stavano traspor tando temo che il vostro compito sar molto duro. Bene! disse Cirillo. La voce, per, non mi sembra tanto male. Ormai riesco a muovere soltanto la lingua, disse il ferito e, perdinci, la uso. Nel frattempo, dopo aver tolto il materasso da un letto, lo avevano posato su un tavolo in mezzo alla stanza, stendendovi sopra il ferito. Dei cuscini sotto la testa, svelti! disse Cirillo. La testa di un ferito deve sempr e essere in alto. Grazie, dottore, grazie disse lo sbirro. Vi sar riconoscente lo stesso, come se ce l a faceste. E chi vi dice che non ce la far?. Guardate che io me ne intendo di ferite, e questa proprio brutta!. Poi fece segno a Cirillo di avvicinarsi. Questi chin l'orecchio verso la bocca de l ferito. Non che dubiti della vostra scienza; ma penso che fareste bene, come se fosse un' idea vostra, a mandare a chiamare un prete. Spogliate quest'uomo con la massima cautela disse Cirillo. Poi, rivolgendosi al padrone di casa che, insieme alla moglie e ai figli, guarda va con curiosit il ferito: Mandate uno dei vostri bambini alla chiesa di Santa Maria di Porto Salvo a chiede re di don Michelangelo Ciccone. Ah, lo conosciamo. Corri, Salvatore, corri, hai sentito cosa dice il signor dotto re. Vado subito disse il ragazzino, e si precipit fuori di casa. C' una farmacia a dieci passi da qui, gli grid Cirillo passando, sveglia il farmacist a e digli che il dottor Cirillo gli mander una ricetta. Che apra la porta e aspet ti. Ma insomma, che razza di interesse avete a salvarmi? chiese il ferito al dottore. Io, amico? Nessuno; una questione di umanit. Oh, che parola buffa! disse lo sbirro con una smorfia di dolore. E' la prima volta che la sento pronunciare... Ah, Madonna del Carmine!. Che c'? chiese Cirillo. C' che spogliandomi mi fanno male. Cirillo prese la sua borsa, ne estrasse un bisturi e tagli i pantaloni, la giacca e la camicia dello sbirro, in modo da scoprirgli tutto il fianco sinistro. Evviva! disse il ferito. Ecco un cameriere che ci sa fare! Se siete bravo a ricucir e come a tagliare, siete davvero abile, dottore!. Poi, indicando la piaga che si apriva tra le costole, aggiunse: Ecco, qui. Lo vedo bene disse il dottore. Brutto posto, vero?. Lavate questa ferita con dell'acqua fresca, e con la massima delicatezza ordin il d ottore alla padrona di casa. Avete una pezzuola molto morbida?. Non troppo rispose lei. Tenete, ecco il mio fazzoletto; e intanto qualcuno vada alla farmacia con questa ricetta. Cos dicendo scrisse a matita la prescrizione per un cordiale calmante a base di a

cqua semplice, acetato di ammoniaca e sciroppo di cedro. E chi pagher? domand la donna mentre lavava la ferita con il fazzoletto del dottore. Io, perbacco! esclam Cirillo. E mise una moneta dentro alla ricetta, dicendo al secondo bambino: Corri! Il resto della moneta per te. Dottore, disse lo sbirro se me la cavo, mi faccio monaco e passo la vita a pregare per voi. Nel frattempo il medico aveva estratto dalla borsa una sonda d'argento; si avvic in al ferito dicendo: E adesso coraggio, il momento di far vedere che siete un uomo. Mi sonderete la ferita?. E' necessario, per sapere come regolarsi. Si pu bestemmiare?. S; per, c' chi vi ascolta e vi guarda. Se gridate troppo, diranno che siete una lagn a; se bestemmiate troppo, diranno che siete un empio. Dottore, vi ho sentito parlare di un cordiale. Non mi dispiacerebbe prenderne un sorso prima dell'operazione. Il bambino ritorn trafelato, con una bottiglietta in mano. Mamma, disse sono rimasti sei soldini per me. Cirillo gli prese di mano la bottiglietta e chiese un cucchiaio. In questo vers u n po' di cordiale e lo fece bere al ferito, che dopo un istante esclam: Ma guarda, mi ha fatto bene!. E' per questo che ve l'ho dato. Poi, dopo qualche secondo, con aria grave: Adesso siete pronto?. S, dottore disse il ferito. Procedete pure, cercher di farvi onore. Lentamente, ma con mano ferma, il medico affond la sonda nella ferita. A mano a m ano che lo strumento scompariva nella piaga, il viso del paziente si andava alte rando; ma non emise un lamento. La sofferenza e il coraggio erano cos visibili ch e, quando il dottore estrasse la sonda, un mormorio di incoraggiamento usc dalla bocca dei soldati che assistevano incuriositi a quell'emozionante spettacolo. Cos va bene, dottore? chiese lo sbirro, tutto fiero s. E' pi di quanto mi aspettassi dal coraggio di un uomo, amico mio rispose Cirillo te rgendosi con la manica il sudore dalla fronte. Ebbene, datemi qualcosa da bere o faccio una brutta fine disse il ferito con voce spenta. Cirillo gli diede un altro sorso di cordiale. La ferita era non solo grave, ma, come aveva giudicato lo stesso paziente, addir ittura mortale. La punta della sciabola era penetrata fra le costole toccando l'aorta toracica e attraversando il diaframma; qualsiasi intervento medico non poteva che limitars i a contenere l'emorragia e a prolungare cos di qualche istante la vita, ma nient e di pi. Datemi delle pezze di tela disse Cirillo guardandosi attorno. Delle pezze? chiese l'uomo. Non ne abbiamo. Cirillo apr un armadio, prese una camicia e la strapp in tanti frammenti. Be', che state facendo? grid l'uomo. Sono mie, quelle camicie!. Cirillo tir fuori di tasca due piastre e gliele diede. Ah, ma a questo prezzo disse l'altro potete strapparle tutte. Insomma, dottore, intervenne il ferito se avete molti clienti come me, non vi arric chite di sicuro. Con una parte della camicia Cirillo fece un tampone, con l'altra una benda. Adesso vi sentite meglio? chiese al ferito. Questi respir a lungo e con un po' di esitazione, poi rispose: S. Allora disse il medico potete rispondere alle mie domande?. Alle vostre domande? E perch?. Devo redigere il verbale. Ah, disse il ferito il verbale ve lo detter io in quattro parole. Dottore, un sorso della vostra roba.

Dopo aver bevuto un sorso di cordiale, riprese: Io e altri cinque stavamo aspettando un giovane per ucciderlo; egli ha ucciso uno di noi, ne ha feriti tre e io sono uno dei tre: ecco tutto. Si pu ben capire con quanta attenzione Cirillo avesse ascoltato le parole del mor ibondo; i suoi sospetti erano dunque fondati: il giovane che gli sbirri aspettav ano per ucciderlo era certamente Salvato Palmieri; d'altronde, chi altri poteva mettere fuori combattimento quattro uomini su sei? E quali sono i nomi dei vostri compagni? chiese Cirillo. Il ferito fece una smorfi a che somigliava a un sorriso. Ah, quanto a questo, disse siete troppo curioso, ami co. Se li saprete da qualcuno, non sar certo da me; e poi, quand'anche ve li dice ssi, vi servirebbe a ben poco. Mi servirebbe a farli arrestare. Voi credete? Ebbene, vi dir il nome di qualcuno che li conosce; sta a voi andare a domandarglieli. E chi questo qualcuno?. Pasquale De Simone. Volete il suo indirizzo? Basso Porto, all'angolo di via Catal ana. Lo sbirro della regina! mormorarono i presenti. Grazie, amico disse il medico. Il verbale fatto. Poi, rivolgendosi alla pattuglia: Suvvia, in marcia! Da un'ora qui si sta perdendo tempo. Si ud il rumore delle armi e dei passi cadenzati che si allontanavano. Cirillo rimase in piedi accanto al ferito. Avete visto disse questi come se la sono svignata?. S, rispose Cirillo e capisco che non abbiate voluto dire niente che potesse comprome ttere i vostri compagni; ma rifiutereste di darmi qualche informazione che non c omprometta nessuno e che interessi a me solo?. Oh, se si tratta di voi, dottore, non chiedo di meglio; voi mi avete dimostrato l a volont di farmi del bene, e mi avreste salvato se fosse stato possibile; per sbr igatevi, perch mi sento mancare: chiedetemi in fretta quello che volete sapere, l a lingua mi si inceppa; , come si suol dire, il principio della fine. Sar breve. Quel giovane che Pasquale De Simone aspettava per ucciderlo non era per caso un ufficiale francese?. Pare di s, bench parlasse il napoletano come voi e come me. E' morto?. Non potrei dirlo con certezza; ma quello che posso dire che, se non morto, sta co munque molto male. Lo avete visto cadere?. S, ma di sfuggita: ero gi a terra, e in quel momento pensavo pi a me che a lui. Insomma, che avete visto? Sforzatevi di ricordare: per me del massimo interesse s apere che cosa ne stato di quel giovane. Ebbene, ho visto che caduto contro la porta del giardino con la palma, e poi, com e attraverso una nuvola, mi sembrato che la porta del giardino si aprisse e che una donna vestita di bianco attirasse verso di s quell'uomo. Tutto sommato, pu dar si che sia stata una visione, e che quella che ho preso per una donna vestita di bianco fosse l'angelo della morte, venuto a prendere la sua anima. E dopo, non avete visto nient'altro?. Ah, s: ho visto il Beccaio che fuggiva tenendosi la testa fra le mani, accecato da l sangue. Grazie, amico, ora so tutto quello che volevo sapere; del resto mi sembra di udir e... e Cirillo tese l'orecchio. S, il prete e la sua campanella. L'ho udita anch'io... Quando arriva per te, la se nti da lontano!. Vi fu un attimo di silenzio, e quel suono si avvicinava sempre di pi. E cos, disse lo sbirro a Cirillo proprio finita, vero? Non pi il caso di pensare all cose di questo mondo, no?. Mi avete dimostrato di essere un uomo, e io vi parler come a un uomo: avete il tem po di riconciliarvi con Dio, ed tutto. Amen fece lo sbirro. E adesso un ultimo sorso del vostro cordiale, perch mi dia la f orza di arrivare fino in fondo; non ce la faccio pi.

Cirillo gli diede quello che chiedeva. Adesso stringetemi forte la mano. Cirillo gliela strinse. Pi forte, disse lo sbirro non vi sento. Cirillo strinse con tutte le sue forze la mano del moribondo, gi paralizzata. Adesso fate su di me il segno della croce. Dio mi testimone che vorrei farlo io, ma non posso. Cirillo fece il segno della croce e il ferito, con voce sempre pi flebile, pronun ci le parole: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cos sia. In quel momento comparve sulla porta il prete, accompagnato dal bambino che era andato a chiamarlo; alla sua sinistra c'era la croce, a destra l'acqua benedetta , ed egli portava fra le mani il santo viatico. Nel vederlo, tutti si inginocchiarono. Mi avete chiamato? domand il prete. S, padre; disse il moribondo un povero peccatore sta per rendere l'anima a Dio, post o che l'abbia, e in questo duro frangente desidera che voi lo aiutiate con le vo stre preghiere, non osando chiedere la vostra benedizione, di cui si riconosce i ndegno. Tutti hanno diritto alla mia benedizione, figliolo, rispose il prete quanto pi uno h a peccato, pi ne ha bisogno. Quindi accost una sedia al capezzale e si sedette, con il ciborio fra le mani e l 'orecchio vicino alla bocca del morente. Cirillo non aveva pi niente da fare accanto a quell'uomo a cui, per quanto era in suo potere, aveva reso materialmente meno dura l'ultima ora; come medico aveva adempiuto alla sua funzione, ora toccava al prete iniziare la propria. Allora us c furtivamente dalla casa, affrettandosi verso il luogo dello scontro per assicur arsi che lo sbirro gli avesse detto la verit a proposito di Salvato Palmieri. Noi gi sappiamo di che luogo si trattasse. Dalla palma che con eleganza scuoteva la chioma sopra gli aranci e i limoni, Cirillo riconobbe la casa del cavaliere S anfelice. La descrizione dello sbirro era esatta. Cirillo and dritto verso la porta del gia rdino, dalla quale era sembrato all'uomo di veder sparire il ferito; si chin vers o la porta e gli parve effettivamente di scorgere qualche traccia di sangue. Ma quella macchia scura era davvero sangue o soltanto un po' di umidit? Cirillo a veva lasciato il suo fazzoletto alla donna che aveva lavato la ferita dello sbir ro; si tolse la cravatta, ne inumid un capo alla fontana del Leone, poi ritorn a s trofinarla sulla parte di legno che appariva pi scura del resto. A qualche passo di distanza, sulla salita che portava al palazzo della regina Gi ovanna, c'era un lume acceso davanti a un'immagine della Madonna. Cirillo sal su un paracarro e vi avvicino la cravatta. Non c'era da sbagliare: era proprio sang ue. Salvato Palmieri l disse indicando col braccio la casa del cavaliere Sanfelice. Ma s ar morto o vivo? E' quello che appurer oggi stesso. Si rimise in cammino e pass di nuovo davanti alla casa dove aveva lasciato lo sbi rro moribondo. Diede un'occhiata all'interno. Il ferito era appena spirato, e don Michelangelo Ciccone stava pregando al suo capezzale. Nel momento in cui Domenico Cirillo entrava a casa sua, alla chiesa di Piedigrot ta suonavano le tre. 22. IL CONSIGLIO DI STATO. Oltre alle sedute indette dalla regina in quella camera buia dove abbiamo introd otto i lettori, e che sembravano vere e proprie sedute dell'inquisizione, ogni s ettimana si svolgevano a palazzo quattro Consigli ordinari: il luned, il mercoled, il gioved e il venerd. I membri del Consiglio di Stato erano:

il re, quando vi era costretto dall'importanza della questione trattata; la regina, alla quale spettava il diritto di presenza per i motivi gi esposti; il comandante generale John Acton, presidente del Consiglio; il principe di Castelcicala, ministro degli Affari esteri, della Marina, del Com mercio, nonch delatore e giudice a tempo perso; il generale Giambattista Ariola, ministro della Guerra, uomo intelligente e, a p aragone degli altri, onesto; il marchese Saverio Simonetti, ministro di Grazia e Giustizia; il marchese Ferdinando Corradino, ministro dei Culti e delle Finanze, che sarebb e stato il pi mediocre di tutti se del Consiglio non avesse fatto parte Saverio S imonetti, ancora pi mediocre di lui. Nelle grandi occasioni, a questi signori si aggiungevano il marchese di Sambuca, il principe Carini, il duca di San Nicol, il marchese Baldassarre Cito, il march ese del Gallo e i generali Pignatelli, Colli e Parisi. Al contrario del re, che presenziava a una seduta su dieci, la regina era molto assidua. Per la verit, ella si limitava spesso ad assistere alla discussione, ten endosi lontana dal tavolo, seduta in un angolo o nel vano di una finestra con la sua favorita Emma Lyonna, che aveva introdotto nella sala delle riunioni come q ualcosa di sua propriet, facente parte della cerchia dei fedelissimi, ma non pi im portante, in apparenza, di quanto lo fosse, al seguito di Ferdinando, il suo spa niel favorito Giove. Ognuno recitava la sua parte: i ministri avevano l'aria di discutere, Ferdinando aveva l'aria di prestare attenzione, Carolina aveva l'aria distratta; il re gra ttava la testa al suo cane, la regina si trastullava con i capelli di Emma: i du e favoriti erano distesi l'uno ai piedi del padrone, l'altra appoggiata alle gin occhia della padrona. I ministri, quando passavano davanti a loro, oppure negli intervalli dei dibattiti, facevano una carezza a Giove, un complimento a Emma, e venivano ricompensati con un sorriso dei rispettivi padroni. Il comandante generale Acton, unico pilota alla guida di quella nave battuta dal vento rivoluzionario che soffiava dalla Francia, e impegnato, oltretutto, a evi tare gli scogli disseminati in quell'infido mare delle sirene in cui erano affon date, nel corso di sei secoli, otto diverse dominazioni; Acton, con la fronte co rrugata, lo sguardo cupo e la mano fremente come se reggesse davvero il timone, sembrava il solo a comprendere la gravit della situazione e l'approssimarsi del p ericolo. La regina, invece, contando sulla flotta inglese e quasi sicura dell'appoggio di Nelson, forte soprattutto del suo odio per la Francia, era decisa non solo a fr onteggiare tale pericolo, ma addirittura a provocarlo e anticiparlo. Quanto a Ferdinando, il suo atteggiamento era tutto l'opposto; fino ad allora eg li si era barcamenato, con tutte le risorse della sua finta bonomia, cercando, s e non proprio di blandire la Francia, almeno di non fornirle alcun valido pretes to per una rottura. Ed ecco che, per colpa dell'incauta Carolina, la situazione era precipitata, men tre il re, invece di imprimerle un movimento forzoso, avrebbe preferito lasciarl a maturare a poco a poco. Ecco che, come si visto, la coppia regale era andata i ncontro a Nelson; che, a dispetto dei trattati conclusi con la Francia, la flott a inglese era stata accolta nel golfo di Napoli; che in onore del vincitore di A bukir era stata allestita una magnifica festa; che l'ambasciatore francese, esas perato da tanta malafede, da tante menzogne e da tanti affronti, senza neanche v alutare se la Francia fosse pronta a sostenerla, aveva dichiarato guerra al gove rno delle Due Sicilie (30); ecco infine che il re, nonostante avesse in programm a, per quel marted 27 settembre, una splendida caccia, con ben tre fanfare a dare il segnale d'inizio, era stato invece costretto, in seguito alla lettera della regina, a disdirla e a sostituirla con un Consiglio di Stato. Ministri e consiglieri erano stati peraltro avvertiti da Acton del probabile mal umore di Sua Maest, e invitati a chiudersi in un silenzio pitagorico. La regina era arrivata al Consiglio per prima e, trovandovi, oltre ai ministri e ai consiglieri, anche il cardinale Ruffo, gli aveva fatto chiedere a quale feli ce circostanza dovesse il piacere della sua presenza; Ruffo aveva risposto che e ra l per ordine preciso del re; la regina e il cardinale si erano salutati, l'una

con un lieve cenno del capo, l'altro con una profonda riverenza, e tutti avevan o atteso in silenzio l'arrivo del re. Alle nove e un quarto la porta si era spalancata e gli uscieri avevano annunciat o: Il re!. Ferdinando era entrato doppiamente scontento, e contrapponendo la sua aria imbro nciata e scontrosa a quella gioiosa e trionfante della regina; lo spaniel Giove, che abbiamo gi avuto modo di conoscere e che, quanto a intelligenza, non era da meno dei destrieri di Ippolito, lo seguiva a testa bassa e con la coda tra le ga mbe. Bench la caccia fosse stata rinviata a un altro giorno, il re, come per prot esta contro la violenza subita, si era vestito da cacciatore: una piccola rivals a che apprezzeranno solo quanti condividono il suo fanatismo per lo svago di cui era stato privato. Nel vederlo, tutti si alzarono in piedi, compresa la regina. Ferdinando lanci un'occhiata di traverso alla moglie, scosse la testa ed emise un sospiro, come uno che si trovi di fronte a chi lo ostacola in tutti i suoi piac eri. Quindi, dopo un saluto collettivo in risposta agli inchini dei ministri e dei co nsiglieri, e un saluto personale e particolare al cardinale Ruffo, esord con voce afflitta: Signori, sono veramente desolato di essere stato costretto a disturbarvi in un gi orno in cui forse contavate, come ci contavo io, di dedicarvi ai vostri svaghi o ai vostri affari anzich partecipare a un Consiglio di Stato. Non colpa mia, ve l o giuro, se provate questa delusione; ma, a quanto pare, dobbiamo discutere di c ose urgenti e della massima importanza, cose che, a detta della regina, non poss ono essere dibattute che in mia presenza. Sua Maest vi esporr la questione; voi, d opo averla valutata, esprimerete il vostro parere. Sedetevi pure, signori. Poi, sedendosi a sua volta un po' indietro rispetto agli altri e di fronte alla regina, aggiunse: Vieni qui, mio povero Giove e intanto si batteva la mano sulla coscia. Ci divertire mo lo stesso, va' l!. Sbadigliando, il cane gli si accost, allung le zampe e si accovacci in posa da sfin ge. Signori, disse la regina con quel senso di fastidio che sempre le procuravano gli atteggiamenti e l'eloquio del marito, cos in contrasto con i suoi la questione mol to semplice e, se oggi fosse in vena di parlare, il re ce la presenterebbe in du e parole. Poi, vedendo che tutti ascoltavano con la massima attenzione, soggiunse: L'ambasciatore francese, cittadino Garat, ha lasciato Napoli stanotte dichiarando ci guerra. Bisogna per aggiungere, signori, intervenne il re che non siamo stati noi a cercarla , questa dichiarazione di guerra, e che la nostra cara amica Inghilterra ha ragg iunto cos il suo obiettivo; resta ora da vedere come ci sosterr. Questo compito sp etta al signor Acton. E al grande Nelson, signore disse la regina. D'altronde, egli ci ha mostrato ad Abu kir quello che pu il genio unito al coraggio. Comunque, signora, replic il re non esito a dirvelo francamente, la guerra contro la Francia una cosa molto grave. Resa meno grave per, ne converrete, riprese con acredine la regina dal fatto che il cittadino Bonaparte, pur menando gran vanto delle vittorie di Dego, di Montenott e, di Arcole e di Mantova, si trova relegato in Egitto, dove rester fino a quando la Francia non avr costruito una nuova flotta per andare a prelevarlo; il che gl i lascer il tempo, spero, di veder crescere le rape di cui il Direttorio gli ha f ornito le sementi da spargere sulle rive del Nilo. E' vero, ribatt il re con altrettanta acredine ma, in mancanza del cittadino Bonapar te - che davvero modesto se si limita a menar vanto di tali vittorie, giacch potr ebbe aggiungervi quelle di Rovereto, Bassano, Castiglione e Millesimo -, restano pur sempre alla Francia il generale Massena, il vincitore di Rivoli, Bernadotte , il vincitore del Tagliamento, Augereau, il vincitore di Lodi, Jourdan, il vinc itore di Fleurus, Brune, il vincitore di Alkmaar, Moreau, il vincitore di Rastad t: il che fa un bel numero di vincitori, per noi che non abbiamo mai vinto nient

e; senza contare Championnet, il vincitore delle Dune - stavo per dimenticarlo , il quale, vi faccio osservare di sfuggita, a sole trenta leghe da noi, cio a tr e giorni di marcia. La regina alz le spalle con un sorriso sprezzante all'indirizzo di Championnet, d i cui conosceva la momentanea situazione di impotenza, e che il re prese come di retto a lui. Qualche lega in pi o in meno non importa granch, signora disse. Da quando i francesi hanno occupato Roma, mi sono tenuto informato sulla loro distanza da noi, per cu i la conosco bene. Oh, non contesto la vostra conoscenza della geografia, signore disse la regina las ciando ricadere il suo labbro austriaco fin sul mento. Capisco che vi limitate a contestare le mie attitudini politiche; ma, bench San Ni candro abbia fatto del suo meglio per rendermi un asino, e a vostro avviso ci si a disgraziatamente riuscito, far osservare a questi signori - i quali hanno l'ono re di essere miei ministri - che la cosa si complica. In effetti, non si tratta pi di mandare, come nel 1793, tre o quattro bastimenti e cinque o seimila uomini a Tolone; e ne sono tornati in un bello stato, da Tolone, i nostri bastimenti e i nostri uomini! Il cittadino Bonaparte, pur non essendo ancora il vincitore di niente, li aveva conciati proprio bene! Non si tratta pi di fornire alla coalizio ne, come nel 1796, quattro reggimenti di cavalleria che hanno compiuto prodigi d i valore nel Tirolo, il che non ha impedito a Cut di essere fatto prigioniero e a Moliterno di lasciarvi il meglio dei suoi occhi; e notate che nel '93 e nel '96 noi eravamo coperti in tutta l'Italia settentrionale, occupata dalle truppe di vostro nipote, che, sia detto senza biasimo, non mi sembra affatto impaziente di entrare in guerra, sebbene il cittadino Bonaparte gli abbia dato una bella bato sta con il trattato di Campoformio. Il fatto che vostro nipote Francesco un uomo prudente; per decidersi a fare la guerra non gli bastano i sessantamila uomini che voi gli offrite, aspetta gli altri cinquantamila promessigli dall'imperatore di Russia; conosce bene i francesi, gli ha fatto il solletico e si preso le bas tonate. E Ferdinando, che cominciava a recuperare il suo buonumore, si mise a ridere di questa spiritosaggine riferita all'imperatore d'Austria, giustificando cos la mas sima - profonda e al tempo stesso amara - di La Rochefoucauld secondo cui nella disgrazia di un amico c' sempre qualcosa che ci rallegra. Far osservare al re replic Carolina, ferita dall'ilarit suscitata alle spalle di suo nipote che il governo napoletano non libero, come quello austriaco, di scegliere il momento pi adatto. Non siamo noi a dichiarare guerra alla Francia, la Francia a dichiararcela, anzi ce l'ha gi dichiarata; bisogna dunque vedere al pi presto di che mezzi disponiamo per sostenerla. Certo che bisogna vederlo disse il re. Cominciamo da te, Ariola. Allora! Si parla d i sessantacinquemila uomini. Dove sono, i tuoi sessantacinquemila uomini?. Dove sono, sire?. S, mostrameli. Niente di pi facile, e c' qui il comandante generale Acton che pu dire a Vostra Maes t se io mento. Acton fece un cenno affermativo con la testa. Ferdinando diede un'occhiata di tr averso ad Acton. A volte gli venivano certe strane idee, non quella di essere ge loso - era troppo filosofo per questo -, ma un po' invidioso s. Cos, in presenza d el re, Acton dava segni di vita soltanto se Ferdinando gli rivolgeva la parola. Il comandante generale Acton risponder per s qualora io gli faccia l'onore di inter rogarlo; disse il re intanto comincia a rispondere per te, Ariola. Dove sono i tuo i sessantacinquemila uomini?. Sire, ventiduemila al campo di San Germano. Via via che Ariola procedeva nell'enumerazione, Ferdinando, con un movimento del capo, contava sulle dita. Poi sedicimila negli Abruzzi, continu il ministro ottomila nella piana di Sessa, sei mila entro le mura di Gaeta, diecimila a Napoli e sulla costa, infine tremila si a a Benevento che a Pontecorvo. I conti tornano disse il re terminando i suoi calcoli mentre Ariola finiva l'enume razione. Dunque ho un esercito di sessantacinquemila uomini.

E tutti vestiti a nuovo, all'austriaca. Cio di bianco?. S, sire, invece che di verde. Ah, mio caro Ariola, esclam il re con un'espressione di grottesca malinconia vestiti di bianco o vestiti di verde, se la daranno a gambe comunque.... Avete una cattiva opinione dei vostri sudditi, signore disse la regina. Una cattiva opinione, signora! Li credo, al contrario, molto intelligenti, persin o troppo; e proprio per questo dubito che si facciano uccidere per qualcosa che non li riguardi. Ariola sostiene di avere sessantacinquemila uomini; fra di essi vi sono quindicimila vecchi soldati, vero; ma questi vecchi soldati non hanno m ai acceso una miccia n sentito fischiare una pallottola. Essi, forse, scapperanno solo al secondo colpo di fucile; ma gli altri cinquantamila, in servizio da sei settimane o da un mese, come sono stati reclutati? Voi siete convinti, signori, che io non presti attenzione a niente, perch il pi delle volte, mentre voi discut ete, parlo con Giove, un animale pieno di intelligenza; e invece io non perdo un a parola di ci che dite; semplicemente, vi lascio fare; se vi contrastassi, sarei tenuto a dimostrarvi che me la cavo meglio di voi a governare, e questo non mi diverte abbastanza da rischiare di dover litigare con la regina, la quale invece ci si diverte parecchio. Ebbene, quegli uomini voi li avete arruolati non in ba se a una legge o per sorteggio; no, li avete strappati via con la forza dai loro villaggi, dalle loro famiglie, secondo il capriccio dei vostri sottintendenti. Ogni comune vi ha fornito otto coscritti su mille uomini; ma volete che vi dica come si proceduto? Prima hanno scelto i pi ricchi; ma i pi ricchi hanno pagato un riscatto e non sono partiti. Allora ne hanno scelti altri meno ricchi, i quali, potendo anch'essi pagare, non sono partiti nemmeno loro. Infine, andando avanti cos, dopo aver riscosso vari contributi - dei quali si sono ben guardati dal parl arti, mio povero Corradino, per quanto tu sia il mio ministro delle Finanze -, s ono arrivati a quelli che non avevano neanche un soldo per riscattarsi e perci ha nno dovuto per forza partire. Ciascuno di essi rappresenta dunque un'ingiustizia vivente, un flagrante sopruso; nessun motivo legittimo li obbliga a prestare se rvizio, nessun vincolo morale li trattiene sotto le bandiere: hanno soltanto una gran paura di essere puniti! E voi pensate che quella gente si farebbe ammazzar e per sostenere dei ministri ingiusti, degli intendenti avidi, dei sottintendent i ladri, e, soprattutto, un re che va a caccia, a pesca, a divertirsi, e che si occupa dei suoi sudditi solo per passare con la sua muta sulle loro terre e deva stare i loro raccolti? Sarebbero davvero stupidi! Se io fossi un soldato al mio servizio, diserterei fin dal primo giorno e mi darei al brigantaggio; i briganti , almeno, lottano e si fanno ammazzare per se stessi. Sono costretto ad ammettere che c' molto di vero in quello che dite, sire dichiar il ministro della Guerra. Perdio! disse il re io dico sempre la verit, quando non ho qualche valida ragione pe r mentire, beninteso. Ma andiamo avanti! Ti concedo i tuoi sessantacinquemila uo mini; eccoli schierati in battaglia, vestiti a nuovo, equipaggiati all'austriaca , fucile in spalla, sciabola al fianco, giberna sul sedere. Chi metti a comandar li, Ariola? Forse te?. Sire, rispose Ariola non posso fare contemporaneamente il ministro della Guerra e i l comandante in capo. E preferisci restare ministro della Guerra, capisco. Sire!. Ti dico che lo capisco. E uno! Sentiamo allora Pignatelli: a te andrebbe di coman dare i sessantacinquemila uomini di Ariola?. Sire, rispose il nuovo interpellato confesso che non oserei assumermi una simile re sponsabilit. E due! E tu, Colli? prosegu il re. Nemmeno io, sire. E tu, Parisi?. Sire, sono un semplice generale di brigata. Bene; dunque siete tutti disposti a comandare una brigata, o anche una divisione; ma quanto a studiare un piano di guerra, a compiere azioni strategiche, ad affr ontare e sconfiggere un nemico esperto, nessuno di voi se ne vuole incaricare!.

E' inutile che Vostra Maest si preoccupi di trovare un comandante in capo: interven ne la regina quel comandante c' gi. Bah! disse Ferdinando non nel mio regno, spero. No, signore, state tranquillo. Ho chiesto a mio nipote un uomo la cui fama milita re possa incutere rispetto al nemico e nel contempo soddisfare le esigenze dei n ostri amici. E come si chiama? chiese il re. E' il barone Karl Mack... Avete qualcosa da dire contro di lui?. Avrei da dire replic il re che si fatto sconfiggere dai francesi; ma, dato che quest a disgrazia capitata a tutti i generali dell'imperatore, compreso suo zio e vost ro fratello il principe Carlo, Mack mi va bene quanto un altro. La regina si morse le labbra a questa battuta del re, che a volte era cos cinico da prendere in giro se stesso, in mancanza di altri bersagli, e alzandosi domand: Allora accettate il barone Mack come comandante in capo del vostro esercito?. Senz'altro rispose il re. In tal caso, permettete.... Cos dicendo, la regina si diresse verso la porta: il re la segu con gli occhi, non riuscendo a immaginare che cosa stesse per fare, quand'ecco che un corno da cac cia, suonato da due labbra possenti e animato da un fiato robusto, lanci il segna le di richiamo dal cortile del palazzo, sul quale davano le finestre della sala del Consiglio, con tale vigore che i vetri tremarono e ministri e consiglieri, c olti di sorpresa, si guardarono fra loro sbigottiti. Poi tutti gli occhi si rivolsero al re, come a chiedergli il perch di quella inte rruzione venatoria. Ma il re sembrava stupito quanto gli altri, e Giove quanto lui. Ferdinando stette un attimo in ascolto, come se non credesse alle proprie orecch ie. Poi sbott: Che cosa fa quel briccone? Eppure deve sapere che la caccia stata rimandata; perc h d il segnale?. Il bracchiere continuava a suonare il corno con foga. Il re si alz agitatissimo, evidentemente in preda a un duro conflitto. And alla finestra e la apr. Vuoi stare zitto, imbecille? grid. Poi, richiudendo la finestra con aria irritata, torn, seguito da Giove, a riprend ere il suo posto in poltrona. Ma, durante lo scompiglio che si era creato, un nuovo personaggio era apparso in scena accompagnato dalla regina; questa infatti, mentre il re parlava al bracch iere, era andata ad aprire la porta dei suoi appartamenti che dava sulla sala de l Consiglio e lo aveva fatto entrare. Tutti guardavano sorpresi lo sconosciuto, e il re non meno degli altri. 23. IL GENERALE BARONE KARL MACK. Colui che aveva causato tanto stupore era un uomo sui quarantacinque anni, alto, biondo, pallido, che indossava l'uniforme austriaca con i gradi di generale e, fra le altre decorazioni, portava le insegne e i cordoni di Maria Teresa e di Sa n Gennaro. Sire, disse la regina ho l'onore di presentarvi il barone Karl Mack, che Vostra Mae st ha nominato or ora comandante in capo dei suoi eserciti. Ah, generale, disse il re guardando con una certa meraviglia l'insegna dell'ordine di San Gennaro che decorava l'uniforme del barone e che non ricordava di avergl i mai attribuito sono lieto di fare la vostra conoscenza. E scambi con Ruffo un'occhiata che significava: In guardia!. Mack fece un profondo inchino, ed era sul punto di rispondere alla frase di benv enuto del re quando la regina prese la parola dicendo: Sire, ho pensato di non dover attendere l'arrivo del barone a Napoli per dargli u n segno della stima che nutrite per lui, e, prima che lasciasse Vienna, gli ho f atto consegnare dal vostro ambasciatore l'insegna del vostro ordine di San Genna

ro. E io, sire, esclam il barone con un entusiasmo un po' troppo teatrale per essere si ncero pieno di riconoscenza per il favore di Vostra Maest, sono venuto con la rapi dit della folgore a dirvi: 'Sire, questa spada vi appartiene'. Cos dicendo Mack estrasse la spada dal fodero, e il re spinse indietro la poltron a. Come Giacomo Primo, non gradiva la vista del ferro. Mack continu: Questa spada appartiene a voi e a Sua Maest la regina, e non dormir tranquilla nel fodero finch non avr rovesciato quell'infame Repubblica francese che la negazione dell'umanit e la vergogna dell'Europa. Accettate il mio giuramento, sire? concluse poi brandendo con gesto spettacolare la spada. Ferdinando, poco portato per natura alle mosse drammatiche, non pot impedirsi, ne l suo ammirevole buonsenso, di rilevare la ridicola millanteria di tale comporta mento, e con un sorriso canzonatorio mormor nel suo gergo napoletano, che sapeva incomprensibile per chiunque non fosse nato ai piedi del Vesuvio, una sola parol a: "Ceuza!". Vorremmo poter tradurre questa sorta di interiezione sfuggita alle labbra del re , ma purtroppo essa non ha l'equivalente nella nostra lingua. Ci limiteremo a di re che sta all'incirca a met fra vanesio e imbecille. Mack, il quale in effetti non aveva compreso e aspettava con la spada in mano ch e il re accettasse il suo giuramento, si gir imbarazzato verso la regina. Credo le disse che Sua Maest mi abbia fatto l'onore di rivolgermi la parola. Sua Maest rispose la regina senza scomporsi vi ha testimoniato, con una sola parola assai significativa, la sua riconoscenza. Mack s'inchin e, mentre il viso del re conservava la sua espressione di ironica b onomia, rimise pomposamente la spada nel fodero. E ora disse il re, lanciato su quella china canzonatoria che tanto gli piaceva seg uire spero che il mio caro nipote, mandandomi uno dei suoi migliori generali per rovesciare quell'infame Repubblica francese, mi abbia pure inviato un piano di g uerra redatto dal Consiglio aulico. Questo auspicio, formulato con un'ingenuit simulata alla perfezione, era una nuov a burla del re, giacch, basandosi sui piani elaborati dal Consiglio aulico per le campagne del '96 e del '97, i generali austriaci e lo stesso arciduca Carlo era no stati sconfitti. No, sire, rispose Mack ho chiesto a Sua Maest l'imperatore, mio augusto padrone, car ta bianca in proposito. Ed egli ve l'ha accordata, mi auguro disse il re. S, sire, mi ha fatto questo onore. E ve ne occuperete senza indugio, non vero, mio caro generale? Vi confesso che at tendo con impazienza di riceverne comunicazione. E' cosa fatta rispose Mack con il tono di un uomo perfettamente soddisfatto di s. Ah! esclam il re tornando a essere di buonumore, come sempre accadeva quando trovav a qualcuno di cui farsi beffe. Avete udito, signori. Prima ancora che il cittadin o Garat ci avesse dichiarato guerra in nome dell'infame Repubblica francese, gra zie al genio del nostro comandante in capo l'infame Repubblica francese era gi sc onfitta. Siamo davvero sotto la protezione di Dio e di san Gennaro. Grazie, mio caro generale, grazie. Mack, tutto fiero del complimento che aveva preso alla lettera, s'inchin davanti al re. Che sfortuna esclam questi che non abbiamo qui una carta dei nostri Stati e degli St ati pontifici su cui poter seguire le operazioni del generale. Si dice che il ci ttadino Bonaparte abbia, nel suo studio di rue Chantereine a Parigi, una grande mappa sulla quale indica anticipatamente ai suoi segretari e ai suoi aiutanti di campo i punti in cui batter i generali austriaci; il barone avrebbe potuto indic arci quelli in cui batter i generali francesi. Tu, Ariola, farai realizzare per i l ministero della Guerra, e metterai a disposizione del generale Mack, una mappa simile a quella del cittadino Bonaparte, hai capito?. Fatica inutile, sire, intervenne Mack ne ho gi una eccellente. Come quella del cittadino Bonaparte? domand il re. Penso proprio di s rispose Mack con aria soddisfatta.

E dov', generale? riprese il re. Muoio dalla voglia di vedere una carta su cui si ba tte in anticipo il nemico. Mack ordin a un usciere di andare a prendergli il portacarte che aveva lasciato n ella stanza vicina. La regina, che conosceva il suo augusto consorte e non si lasciava ingannare dal la finta cortesia che egli ostentava verso il suo protetto, temendo che questi s i accorgesse di fare da zimbello all'umore caustico del re, obiett che forse non era il momento di occuparsi di un fatto cos marginale; Mack, per, non volendo perd ere l'occasione di sfoggiare la propria abilit strategica davanti ai tre o quattr o generali presenti, espresse con un inchino la sua rispettosa insistenza, e la regina cedette. L'usciere port un grande portacarte sul quale erano impressi in oro da un lato lo stemma dell'Austria, dall'altro il nome e i titoli del generale Mack. Questi ne estrasse una grande mappa degli Stati pontifici con le rispettive fron tiere e la distese sul tavolo del Consiglio. Fate attenzione, ministro della Guerra! Attenzione, signori generali! disse il re. Non perdiamo una sola parola di quello che ci dir il barone. Parlate pure, barone ; vi ascoltiamo. Gli ufficiali si avvicinarono al tavolo con viva curiosit; il barone Mack aveva f ama - all'epoca non si sapeva perch, e non lo si mai saputo nemmeno dopo - di ess ere uno dei migliori strateghi al mondo. Invece la regina, non volendo prestarsi a quella che considerava una mistificazi one da parte del re, si scost un poco. Ma come! disse il re. Nel momento in cui il barone acconsente a dirci dove batter qu ei repubblicani che tanto odiate, voi, signora, vi allontanate!. Io non capisco niente di strategia, signore, rispose acida la regina e magari proseg u indicando con la mano il cardinale Ruffo porterei via il posto a qualcuno che in vece se ne intende. E, avvicinatasi a una finestra, si mise a tamburellare sui vetri con le dita. Nello stesso istante, come se quello fosse un segnale convenuto, echeggi di nuovo il corno, ma questa volta, invece del richiamo, suonava il motivo che segnala l 'avvistamento della selvaggina. Il re si immobilizz come se i suoi piedi avessero messo di colpo radici nel pavim ento in mosaico della sala; il viso gli si alter, un'espressione di collera si so stitu alla patina di maliziosa bonomia che lo ricopriva. Ma insomma, disse infine o sono degli idioti o hanno giurato di farmi impazzire. Qu i non si tratta di dare la caccia al cervo o al cinghiale, ma al repubblicano. Poi, precipitandosi per la seconda volta alla finestra, la apr con violenza ancor a maggiore della prima e url: Vuoi smetterla una buona volta, bestia? Non so che cosa mi trattenga dal venir gi a strozzarti con le mie mani. Oh, sire, osserv Mack sarebbe davvero troppo onore per quello zoticone!. Voi credete, barone? chiese il re riprendendo il suo buonumore. Allora lasciamolo v ivere e occupiamoci soltanto di sterminare i francesi. Vediamo il vostro piano, generale, vediamolo. E richiuse la finestra con maggior calma di quanto lasciasse sperare lo stato di esasperazione provocatogli dal suono del corno, e da cui lo aveva miracolosamen te tirato fuori la banale frase di adulazione del generale Mack. Ecco qui, signori: esord Mack con il tono del professore che si rivolge ai suoi all ievi i nostri sessantamila uomini sono distribuiti in quattro o cinque punti lung o questa linea che va da Gaeta all'Aquila. Voi sapete che ne abbiamo sessantacinquemila, disse il re non fatevi scrupoli. Non me ne servono pi di sessantamila, sire; replic Mack i miei calcoli sono fatti in base a questa cifra, e se anche Vostra Maest ne avesse centomila, non ne prendere i uno di pi; d'altronde, ho notizie della massima esattezza circa il numero dei f rancesi: sono appena diecimila. Allora disse il re saremo sei contro uno, il che mi rassicura del tutto. Nelle camp agne del '96 e del '97, i soldati di mio nipote erano solo due contro uno quando sono stati battuti dal cittadino Bonaparte. Io non ero presente, sire rispose Mack con un sorriso di sufficienza.

E' vero; assent il re con grande semplicit c'erano soltanto Beaulieu, Wurmser, Alvinc zi e il principe Carlo. Sire, sire! mormor la regina tirando Ferdinando per la falda della giacca da caccia . State tranquilla! Non abbiate paura: replic il re so bene con chi ho a che fare, e s o anche benissimo a che punto fermarmi. Dir dunque riprese Mack che il grosso delle nostre truppe, ventimila uomini circa, a San Germano, e che gli altri quarantamila sono accampati sul Tronto, a Sessa, a Tagliacozzo e all'Aquila. Diecimila uomini attraversano il Tronto e scacciano l a guarnigione francese da Ascoli, di cui si impadroniscono, poi si dirigono vers o Fermo per la via Emilia. Quattromila uomini escono dall'Aquila, occupano Rieti e marciano alla volta di Terni; cinque o seimila scendono da Tagliacozzo a Tivo li per fare qualche puntata nella Sabina; altri ottomila partono dal campo di Se ssa e penetrano negli Stati pontifici dalla via Appia; infine altri seimila si i mbarcano, fanno vela per Livorno e tagliano la strada ai francesi che si ritiran o passando da Perugia. Che si ritirano passando da Perugia... Il generale Mack non ci dice con esattezza , come il cittadino Bonaparte, dove sconfigger il nemico; ci dice invece da dove passa quando si ritira. Ebbene, s! proruppe Mack con aria trionfante. Adesso vi dir dove sconfiggo il nemico. Ah, vediamo! esclam il re, che sembrava prendere gusto alla guerra quasi quanto ne avrebbe preso alla caccia. Insieme a Vostra Maest e a venti o venticinquemila uomini, parto da San Germano. Partite da San Germano insieme a me. Marcio su Roma. Sempre con me. Arrivo dalle strade di Ceprano e di Frosinone. Strade cattive, generale! Le conosco bene, la mia carrozza ci si ribaltata. Il nemico abbandona Roma. Ne siete sicuro?. Roma non una citt che si possa difendere. E quando il nemico abbandona Roma, che fa?. Si ritira su Civita Castellana, che una posizione formidabile. Ah! E voi lo lasciate l?. Certamente no; lo attacco e lo vinco. Molto bene. Ma se per caso non lo vinceste?. Sire, disse Mack ponendosi una mano sul petto e inchinandosi al re quando ho l'onor e di dichiarare a Vostra Maest che lo vincer, come se fosse gi vinto. Allora va tutto bene! esclam il re. Vostra Maest ha qualche obiezione da fare sul piano che le ho esposto?. No; vi un unico punto sul quale ci si dovrebbe mettere d'accordo. Quale, sire?. Voi dite, nel vostro piano di guerra, che partirete da San Germano insieme a me, vero?. S, sire. Dunque ho a che fare anch'io con la guerra?. Certamente. Il fatto che siete il primo a darmene notizia. E che grado mi offrite nel mio ese rcito? Non sono indiscreto, vero, a chiedervelo?. Il comando supremo, sire; sar orgoglioso e felice di obbedire agli ordini di Vostr a Maest. Il comando supremo!... Uhm!. Vostra Maest rifiuterebbe?... Eppure mi avevano fatto sperare.... Chi?. Sua Maest la regina. Sua Maest la regina davvero buona; ma, data l'opinione anche troppo lusinghiera ch e ha sempre avuto di me e che si manifesta in questa occasione, dimentica che io non sono un uomo di guerra. Il comando supremo a me? continu il re. Forse che San Nicandro mi ha educato a essere un Alessandro o un Annibale? Sono forse stato al la Scuola di Brienne come il cittadino Bonaparte? Ho forse letto Polibio, o i "C

ommentari" di Cesare, o il cavaliere Folard, Montecuccoli, il maresciallo di Sas sonia, come vostro fratello il principe Carlo? Insomma, ho forse letto tutto que llo che bisogna leggere per essere battuti secondo le regole? Ho mai comandato s u altri che sui miei liparioti?. Sire, rispose Mack un discendente di Enrico Quarto e un nipote di Luigi Quattordice simo sa queste cose senza averle imparate. Mio caro generale, ribatt il re andate a raccontare simili panzane a uno scemo, non a me che sono solo un asino. Oh, sire! esclam Mack, stupito nell'udire un re esprimere su se stesso un'opinione cos sincera. Mack attese un po', mentre Ferdinando si grattava l'orecchio. E poi? chiese infine, vedendo che il re aveva difficolt a dire quello che pensava. Ferdinando sembr decidersi. Una delle prime qualit di un generale il coraggio, no?. Innegabilmente. Allora voi siete coraggioso?. Sire!. Siete sicuro di essere coraggioso, vero?. Oh!. Ebbene, io invece non sono sicuro di esserlo. La regina arross fino alle orecchie; Mack guard il re con aria sbalordita. I minis tri e i consiglieri, che conoscevano la spregiudicatezza del re, sorrisero; nien te li stupiva pi, di quello strano personaggio di nome Ferdinando. Detto questo, prosegu il re pu darsi che mi sbagli e che io sia coraggioso senza sape rlo; lo vedremo. Poi, rivolgendosi ai suoi consiglieri, ministri e generali: Signori, avete udito il piano di guerra del barone?. Tutti fecero segno di s. E tu lo approvi, Ariola?. S, sire rispose il ministro della Guerra. Tu lo approvi, Pignatelli?. S, sire. E tu, Colli?. S, sire. E tu, Parisi?. S, sire. Infine, voltandosi verso il cardinale, che durante tutta la seduta si era tenuto un po' in disparte, domand: E voi, Ruffo?. Il cardinale rimase in silenzio. Mack aveva accolto ogni risposta affermativa con un sorriso; adesso guard con mer aviglia quell'uomo di Chiesa che non si affrettava ad approvare come gli altri. Forse disse la regina il signor cardinale ne aveva preparato uno migliore?. No, Vostra Maest, rispose il porporato senza scomporsi giacch ignoravo che la guerra fosse cos imminente, e nessuno mi aveva fatto l'onore di chiedere il mio parere. Se Vostra Eminenza disse Mack con voce ironica ha qualche osservazione da fare, son o pronto ad ascoltarla. Non avrei certo osato esprimere la mia opinione senza il permesso di Vostra Eccel lenza; rispose Ruffo con estrema cortesia ma, poich Vostra Eccellenza mi autorizza. ... Oh, dite pure, Eminenza disse Mack sorridendo. Se ho ben capito le disposizioni di Vostra Eccellenza, disse Ruffo ecco l'obiettivo che ella si prefigge con il piano di guerra che ci ha fatto l'onore di esporre davanti a noi.... Vediamo qual il mio obiettivo disse Mack, pensando di aver trovato a sua volta qua lcuno da canzonare. S, vediamolo intervenne Ferdinando, pronto a scommettere sulla vittoria del cardina le per il semplice motivo che la regina lo detestava. Questa batt il piede con impazienza; il cardinale se ne accorse ma non vi diede a lcuna importanza; conosceva bene i sentimenti malevoli della regina nei suoi con fronti e se ne curava ben poco; continu dunque con assoluta tranquillit:

Allargando il fronte, Vostra Eccellenza spera, grazie alla sua enorme superiorit n umerica, di oltrepassare le due estremit dello schieramento francese, di accerchi arlo, di gettarvi lo scompiglio, di crearvi una gran confusione e di distruggere o far prigionieri i soldati, la cui ritirata verr preclusa dalla Toscana. Neanche se vi avessi spiegato il mio pensiero avreste potuto comprenderlo meglio, signore disse Mack entusiasta. Li far prigionieri dal primo all'ultimo, e non un s olo francese torner in patria a portare notizie dei suoi compagni, com' vero che m i chiamo barone Karl Mack. Avete qualcosa di meglio da propormi?. Se fossi stato consultato, rispose il cardinale avrei proposto, se non di meglio, d ell'altro. Che cosa?. Avrei proposto di dividere l'esercito napoletano in tre sole unit; avrei concentra to venticinque o trentamila uomini fra Chieti e Terni; avrei mandato dodicimila uomini sulla via Emilia per attaccare l'ala sinistra dei francesi, diecimila nel le paludi pontine per annientarne l'ala destra; infine, ne avrei mandati ottomil a in Toscana; con uno sforzo supremo e tutta l'energia di cui sono capace avrei tentato di sfondare il centro dello schieramento nemico, di sorprendere ai lati le due ali, e di impedire che si soccorressero reciprocamente; intanto le truppe toscane, reclutate in tutta la regione, sarebbero scese per congiungersi a noi e aiutarci a seconda delle circostanze. Questo avrebbe consentito all'esercito n apoletano, giovane e inesperto, di agire in massa, il che gli avrebbe dato fiduc ia in se stesso. Ecco quello che avrei proposto; ma io non sono che un semplice uomo di Chiesa, e m'inchino davanti all'esperienza e al genio del generale Mack. Cos dicendo il cardinale, che si era accostato al tavolo per indicare sulla carta gli spostamenti che avrebbe effettuato, fece un passo indietro per far capire c he abbandonava la discussione. I generali si guardarono sorpresi; era evidente che il parere espresso da Ruffo era inoppugnabile. Il progetto di Mack, che prevedeva una frantumazione eccessiv a dell'esercito napoletano, diviso in unit troppo piccole, esponeva tali unit al r ischio di essere battute separatamente, anche da nemici poco numerosi. Il piano di Ruffo era invece immune da quel rischio. Mack si morse le labbra, rendendosi conto che il piano appena presentato era mig liore del suo. Signore, disse poi il re ancora libero di scegliere fra voi e me, fra il vostro pia no e il mio; forse, in effetti, aggiunse ridendo, ma a fior di labbra per fare una guerra che potremmo chiamare guerra santa, sarebbe preferibile Pietro l'Eremita a Goffredo di Buglione. Il re non sapeva esattamente chi fossero questi due personaggi; ma, bench in cuor suo se la ridesse di Mack, non voleva scontentarlo. Ma che dite, mio caro generale! esclam. Per quanto mi riguarda, io trovo eccellente il vostro piano, e avete visto che cos la pensavano anche questi signori, giacch l o hanno tutti approvato. Lo approvo dunque in tutto e per tutto e non intendo ca mbiarne un solo punto. Ecco che abbiamo l'esercito. Bene! Ecco che abbiamo il co mandante in capo. Benissimo! Non ci manca pi che il denaro. Vediamo un po', Corra dino, disse rivolto al ministro delle Finanze Ariola ci ha mostrato i suoi uomini, tu mostraci i tuoi scudi. Eh, sire, rispose colui che il re aveva interpellato cos a bruciapelo Vostra Maest sa bene che le spese sostenute per vestire ed equipaggiare l'esercito hanno svuota to completamente le casse dello Stato. Una brutta notizia, Corradino, una brutta notizia; ho sempre sentito dire che il denaro il nerbo della guerra. Avete udito, signora? Niente denaro!. Sire, rispose la regina il denaro non vi mancher, come non vi sono mancati l'esercit o e il comandante in capo; intanto, in attesa di tempi migliori, avrete a vostra disposizione un milione di sterline. Bene! disse il re. E qual l'alchimista che ha la fortuna di saper fabbricare oro?. Avr immediatamente l'onore di presentarvelo, sire disse la regina. andando verso la porta dalla quale aveva gi introdotto il generale Mack. Poi, rivolgendosi a una persona ancora invisibile: Vostra Grazia vuole avere la b ont di confermare al re ci che ho avuto l'onore di annunciargli, ossia che, per fa re la guerra ai giacobini, non gli mancher il denaro?.

Tutti gli occhi si girarono verso la porta, e sulla soglia comparve Nelson con a ria raggiante, mentre alle sue spalle, simile a un'ombra elisia, si dileguava la forma lieve di Emma Lyonna, che con un primo bacio era riuscita a ottenere la d edizione di Nelson e i sussidi dell'Inghilterra. 24. L'ISOLA DI MALTA. La comparsa di Nelson in quel preciso istante aveva un significato particolare: era il cattivo genio della Francia in persona che veniva a presenziare al Consig lio di Napoli per fornire un sostegno, mediante l'onnipotenza del suo oro, alle menzogne e al tradimento di Carolina. Tutti i presenti conoscevano Nelson, eccetto il generale Mack, che, come si dett o, era arrivato durante la notte; la regina gli si avvicin e, prendendolo per man o, condusse il futuro vincitore di Civita Castellana verso il vincitore di Abuki r. Ho l'onore di presentare disse l'eroe della terra all'eroe del mare. Nelson parve poco lusingato dal complimento, ma in quell'istante era troppo di b uonumore per offendersi di un paragone che era, in fondo, a tutto vantaggio del suo rivale; salut cortesemente Mack e, rivolgendosi al re, disse: Sire, sono lieto di poter annunciare a Vostra Maest e ai suoi ministri che sono la tore dei pieni poteri conferitimi dal mio governo per trattare a nome dell'Inghi lterra tutte le questioni relative alla guerra con la Francia. Il re si sent preso al laccio; durante il sonno Carolina lo aveva legato a dovere , come Gulliver a Lilliput; costretto com'era a fare buon viso a cattiva sorte, tuttavia cerc di aggrapparsi all'ultima obiezione che gli si presentava alla ment e. Vostra Grazia ha udito disse qual il problema; il nostro ministro delle Finanze, sa pendo che siamo tra amici e che per gli amici non si hanno segreti, ci ha franca mente confessato che non abbiamo pi denaro nelle casse; al che io ho obiettato ch e, senza denaro, non c' guerra possibile. E Vostra Maest ha dato, come sempre, prova di grande saggezza; rispose Nelson ma ecc o qui, fortunatamente, una procura di Mister Pitt che mi d modo di ovviare a quel la carenza. E Nelson pos sul tavolo del Consiglio una procura redatta in questi termini: Al suo arrivo a Napoli Lord Nelson, barone del Nilo, autorizzato a prendere accor di con Sir William Hamilton, nostro ambasciatore presso la corte delle Due Sicil ie, per sostenere il nostro augusto alleato il re di Napoli in qualsiasi necessi t derivante da una guerra contro la Repubblica francese. W. Pitt Londra, 7 settembre 1798. Acton tradusse al re queste poche righe di Pitt; Ferdinando chiam accanto a s il c ardinale Ruffo, come rinforzo contro il nuovo alleato della regina appena compar so. E Vostra Signoria disse poi in grado, secondo quanto ha detto la regina, di mettere a nostra disposizione...?. Un milione di sterline concluse Nelson. Il re si gir verso Ruffo come a domandargli a quanto corrispondesse un milione di sterline. Ruffo indovin la sua domanda. Cinque milioni e mezzo di ducati, all'incirca rispose. Uhm! fece il re. E questa somma aggiunse Nelson non che un primo sussidio destinato a far fronte all e necessit del momento. Ma, prima che voi abbiate avvertito il vostro governo di mandarci tale somma, pri ma che il vostro governo l'abbia spedita, e prima che essa arrivi a Napoli, pu pa ssare un bel po' di tempo. Siamo nell'equinozio d'inverno, e bisogna calcolare,

come minimo, un mese o sei settimane per l'andata e il ritorno di un bastimento; durante questo periodo, i francesi avranno tutto il tempo di arrivare a Napoli!. Nelson stava per rispondere, ma la regina lo anticip dicendo: Vostra Maest pu stare tranquilla su questo punto; i francesi non sono affatto in gr ado di farci la guerra. Nel frattempo replic Ferdinando ce l'hanno dichiarata. Chi ce l'ha dichiarata?. L'ambasciatore della Repubblica. Perdio, si direbbe che sia io a darvene notizia. La regina sorrise sprezzante. Il cittadino Garat ha avuto troppa fretta disse. Se avesse aspettato un po', non av rebbe fatto la sua dichiarazione di guerra, venendo a conoscenza della situazion e del generale Championnet a Roma. E voi conoscete quella situazione meglio dell'ambasciatore, non vero, signora?. Credo di s. Avete forse delle relazioni allo Stato maggiore del generale repubblicano?. Non mi fiderei certo di relazioni con degli stranieri, sire. Allora ricevete le vostre informazioni dal generale Championnet in persona?. Per l'appunto! Ecco la lettera che l'ambasciatore della Repubblica avrebbe ricevu to stamane, se ieri sera non avesse avuto tanta fretta di partire. E la regina estrasse dalla busta la lettera che lo sbirro Pasquale De Simone ave va sottratto la sera prima a Salvato Palmieri e consegnato a lei nella camera bu ia; quindi la porse al re. Questi vi gett uno sguardo. Ma in francese esclam con lo stesso tono con cui avrebbe detto: E' in ebraico. Poi la pass a Ruffo, quasi fosse l'unico degno della sua fiducia, dicendo: Signor cardinale, vogliate tradurci questa lettera in italiano. Ruffo la prese e, nel pi profondo silenzio, lesse quanto segue: Cittadino ambasciatore, arrivato a Roma da pochi giorni soltanto, reputo mio dovere portare a vostra cono scenza la situazione in cui si trova l'esercito che sono chiamato a comandare, a ffinch, in base ai ragguagli precisi che vi dar, voi possiate regolare la condotta da tenere nei confronti di una corte infida che, spinta dall'Inghilterra, nostr a eterna nemica, non aspetta che il momento propizio per dichiararci guerra.... A queste ultime parole, la regina e Nelson si guardarono sorridendo. Nelson non capiva n il francese n l'italiano, ma probabilmente la lettera gli era gi stata tra dotta in inglese. Ruffo continu imperterrito, senza far caso a quello scambio di sguardi. Innanzitutto questo esercito, che sulla carta ammonta a trentacinquemila uomini, in realt di soli ottomila, mancanti di abiti, di scarpe, di pane; da tre mesi, in oltre, non ricevono un soldo di paga. Questi ottomila uomini non hanno che cento ttantamila cartucce da spartirsi, il che significa poco pi di venti a testa; manc ano ovunque le scorte di polvere da sparo, e a Civitavecchia non si nemmeno potu to far fuoco su una nave di pirati venuta a esplorare la costa.... Avete udito, sire? disse la regina. S, ho udito rispose il re. Continuate, signor cardinale. Ruffo riprese: Abbiamo solo cinque cannoni e quattro bocche da fuoco; la nostra scarsit di fucili tale che non ho potuto fornire di armi due battaglioni di volontari che contavo di impiegare contro gli insorti che ci circondano da ogni parte.... La regina scambi un altro cenno con Mack e con Nelson. Le nostre fortezze non sono in condizioni migliori degli arsenali; in nessuna di esse i proiettili sono dello stesso calibro dei cannoni; in alcune vi sono i can noni e non i proiettili; in altre, i proiettili e non i cannoni. Questa situazio

ne disastrosa mi permette di capire le istruzioni del Direttorio che vi trasmett o perch a esse vi atteniate: 'Respingere con le armi qualsiasi aggressione contro la Repubblica romana e porta re la guerra in territorio napoletano, ma solo nel caso in cui il re di Napoli m ettesse in atto i suoi progetti di invasione da tempo annunciati...'. Avete udito, sire disse la regina. Con ottomila uomini, cinque cannoni e centottant amila cartucce, mi pare che non abbiamo granch da temere da questa guerra. Proseguite, eminentissimo disse il re fregandosi le mani. S, proseguite, disse la regina e vedrete quello che il generale francese pensa della propria situazione. E il cardinale prosegu: Ora, con i mezzi che ho a mia disposizione, cittadino ambasciatore, capirete faci lmente che "non potrei respingere un'aggressione" e tanto meno "portare la guerr a sul territorio napoletano".... Questo vi rassicura, signore? domand la regina. Uhm! fece il re. Sentiamo fino in fondo. Perci non vi raccomander mai abbastanza, cittadino ambasciatore, di mantenere, comp atibilmente con la dignit della Francia, la buona armonia tra la Repubblica e la corte delle Due Sicilie, e di calmare con tutti i mezzi possibili l'impazienza d ei patrioti napoletani; qualunque sommossa dovesse verificarsi prima di tre mesi , cio prima del tempo che mi necessario per organizzare l'esercito, sarebbe prema tura e destinata immancabilmente a fallire. Il mio aiutante di campo, uomo fidato e di sperimentato coraggio, il quale, essen do nato negli Stati del re di Napoli, parla non solo l'italiano ma anche il dial etto napoletano, incaricato di consegnarvi questa lettera e di mettersi in conta tto con i capi del partito repubblicano di Napoli. Rimandatemelo al pi presto con una risposta dettagliata sulla vostra situazione nei confronti della corte dell e Due Sicilie. Fraternit. Championnet 18 settembre 1798. Ebbene, signore, disse la regina se eravate rassicurato solo in parte, adesso dovre ste esserlo del tutto. Su un punto s, signora; ma su un altro no. Ah, capisco. Vi riferite al partito repubblicano, al quale fate tanta fatica a cr edere. Ebbene, come vede Vostra Maest, esso non affatto un fantasma, ma esiste, d ato che bisogna tenerlo a freno e che sono proprio i giacobini a consigliarlo. Ma come diavolo avete fatto a procurarvi questa lettera? chiese il re prendendola dalle mani del cardinale ed esaminandola con curiosit. Questo il mio segreto, signore, rispose la regina e voi mi permetterete di conserva rlo. Ma credo di aver tolto la parola a Sua Signoria Lord Nelson mentre si accin geva a rispondere a una vostra domanda. Dicevo riprese il re che fra settembre e ottobre il mare infido, e che ci vorrebber o anche un mese o sei settimane per ricevere dall'Inghilterra quel denaro di cui abbiamo bisogno il pi presto possibile. L'osservazione del re fu tradotta a Nelson. Sire, rispose questi il caso gi previsto e i vostri banchieri, i signori Backer padr e e figlio, vi sconteranno, tramite i loro corrispondenti di Messina, di Roma e di Livorno, una lettera di cambio di un milione di sterline sottoscritta da Sir William Hamilton e girata da me. Vostra Maest dovr soltanto, trattandosi di una ci fra alquanto elevata, avvertirli in anticipo. Bene, bene disse il re. Fate sottoscrivere la lettera di cambio da Sir William, gir atela e consegnatemela; io mi metter d'accordo con i Backer. Ruffo sussurr qualche parola all'orecchio del re. Ferdinando fece un cenno di ass enso.

Ma l'Inghilterra, mia buona alleata, disse poi per quanto amica sia del regno delle Due Sicilie, non d mai il suo denaro per niente, la conosco bene. Che cosa chied e in cambio di quel milione di sterline?. Una cosa molto semplice e che non reca alcun pregiudizio a Vostra Maest. Insomma, quale?. Che, quando la flotta di Sua Maest britannica, che sta bloccando Malta, l'avr ripre sa ai francesi, Vostra Maest rinunci a far valere i suoi diritti su quell'isola, permettendo cos a Sua Maest britannica, che nel Mediterraneo non possiede altre ba si che Gibilterra, possa fare di Malta un punto di sosta e di approvvigionamento per le navi inglesi. Bene, da parte mia non vi saranno difficolt: Malta non appartiene a me, bens all'Or dine. E' vero, sire; ma, una volta ripresa Malta, l'Ordine verr sciolto fece osservare Ne lson. E quando ci accadr, si affrett a dire Ruffo Malta torner alla corona delle Due Sicilie giacch stata donata dall'imperatore Carlo Quinto, nella sua qualit di erede del r egno d'Aragona, ai cavalieri ospedalieri che erano stati cacciati da Rodi, nel 1 535, da Solimano Secondo. Ora, se l'Inghilterra, con il bisogno che ha di una ba se nel Mediterraneo, pagasse anche solo venticinque milioni di franchi per Malta , se la caverebbe a buon mercato. Forse sarebbe nata una discussione su questo punto se dal cortile non fosse giun to per la terza volta il suono del corno, che produsse un effetto non meno inatt eso e non meno prodigioso delle altre due. La regina scambi con Mack e con Nelson uno sguardo che significava: State calmi, so di che si tratta. Ma il re, che non lo sapeva, corse alla finestra e la apr, poco prima che il corn o cessasse di suonare l'hallal. Insomma, grid fuori di s mi volete finalmente spiegare che cosa significano queste tr e maledette arie di caccia?. Significano che Vostra Maest pu andarsene quando vuole, rispose il suonatore e di cer to non far un buco nell'acqua: i cinghiali sono a tiro. A tiro! ripet il re. I cinghiali sono a tiro?. S, sire, un branco di quindici. Quindici cinghiali! Avete udito, signora? esclam il re rivolgendosi a Carolina. Quin dici cinghiali! Avete udito, signori? E tu, Giove? Quindici! Quindici!. Poi, tornando al suonatore di corno: Ma non lo sai, disgraziato, grid con voce disperata che oggi non si va a caccia?. La regina gli si avvicin. E perch mai oggi non si dovrebbe andare a caccia, signore? domand con il suo sorriso pi seducente. Ma, signora, perch dopo il vostro biglietto di stanotte ci ho rinunciato. E si gir verso Ruffo come per prenderlo a testimone del fatto che l'ordine era st ato impartito in sua presenza. E' possibile, signore; ma io riprese la regina ho pensato al dolore che vi avrebbe causato una simile privazione e, presumendo che il Consiglio sarebbe finito abba stanza presto da consentirvi di andare a caccia per una parte della giornata, ho intercettato il messaggero e, senza modificare il vostro primo ordine, ho sempl icemente spostato l'ora della partenza dalle nove alle undici. Adesso stanno app unto suonando le undici, e il Consiglio terminato, i cinghiali sono a tiro, nien te impedisce dunque a Vostra Maest di andare. Intanto che la regina parlava, il viso del re assumeva un'espressione raggiante. Ah, mia cara maestra, (ricordiamo che con questo appellativo Ferdinando si rivolge va alla moglie nei momenti di intimit) voi siete degna di sostituire non solo Acto n come primo ministro, ma anche il duca della Salandra come sovrintendente alle cacce reali. Avete detto bene: il Consiglio terminato, avete il vostro generale di terra e quello di mare, avremo cinque o sei milioni di ducati sui quali non c ontavamo minimamente; tutto ci che farete sar ben fatto; l'unica cosa che vi chied o di non entrare in guerra prima dell'imperatore. In fede mia, mi sento pronto a combattere: sembra che, in effetti, io abbia gi dato prove di coraggio... Arrive derci, cara maestra! Arrivederci, signori! Arrivederci, Ruffo!.

E Malta, sire? domand il cardinale. Bah! Quanto a Malta, decidano quello che vogliono; ne ho fatto a meno per duecent osessantatr anni, potr farne a meno anche in futuro. Uno scoglio che va bene per a ndarci a caccia solo due volte all'anno, al passaggio delle quaglie; dove non si possono tenere fagiani per mancanza d'acqua; dove non cresce neanche una pianta e si costretti a far arrivare tutto dalla Sicilia. Si prendano Malta e mi liber ino dai giacobini, tutto quello che chiedo... Quindici cinghiali! Forza, Giove!. E usc fischiettando un'altra aria di caccia. Milord, disse la regina a Nelson potete scrivere al vostro governo che per la cessi one di Malta all'Inghilterra il re delle Due Sicilie non far alcuna opposizione. Poi, rivolgendosi ai ministri e ai consiglieri: Signori, il re vi ringrazia dei buoni consigli che gli avete dato. La seduta tolt a. Infine, avvolgendo tutti i presenti in un saluto che con una rapida occhiata sep pe rendere ironico nei confronti di Ruffo, rientr nei suoi appartamenti, seguita da Mack e da Nelson. 25. NELLA CASA DI UNO STUDIOSO. Erano le nove del mattino; l'aria, purificata dal temporale della notte, era di una limpidezza meravigliosa; le barche dei pescatori solcavano silenziose il gol fo, fra l'azzurro del cielo e del mare; dalla finestra della sala da pranzo, dal la quale a volta a volta si allontanava e poi si accostava, il cavaliere Sanfeli ce avrebbe potuto vedere e contare, come dei minuscoli cubi bianchi, le case che , a sette leghe di distanza, punteggiavano il versante scuro di Anacapri, se in quel momento non lo avessero preoccupato due cose: anzitutto, l'opinione espress a da Buffon nel suo libro "Epoche della natura" - opinione che gli sembrava un p o' azzardata -, ossia che la terra si sia staccata dal sole per l'urto di una co meta; e al tempo stesso la vaga inquietudine che gli causava il sonno prolungato della moglie. Era la prima volta, dal giorno del loro matrimonio, che uscendo d al suo studio, verso le otto del mattino, non trovava Luisa intenta a preparare il caff, il pane, il burro, le uova e la frutta di cui si componeva la colazione abituale dello studioso, alla quale partecipava, con appetito tipicamente giovan ile, colei che vi aveva dedicato la duplice cura di una figlia devota e di una m oglie affettuosa. Dopo la colazione, verso le dieci, con la regolarit che metteva in ogni cosa - pu rch non fosse assorbito da una forte preoccupazione di tipo scientifico o morale -, il cavaliere baciava in fronte Luisa e si avviava verso la biblioteca, un tra gitto che, tranne in caso di cattivo tempo, percorreva sempre a piedi, sia per d iletto e svago sia per attenersi a una norma di igiene raccomandatagli dal suo a mico Cirillo: circa un chilometro e mezzo di strada, da Mergellina a palazzo rea le. Era qui che abitava, per sei mesi all'anno, il principe ereditario - gli altri s ei mesi, li trascorreva alla Favorita o a Capodimonte -, e durante questo period o una delle sue carrozze era a disposizione di Sanfelice. Quando stava a palazzo reale, il principe scendeva invariabilmente in biblioteca alle undici e vi trovava il suo bibliotecario appollaiato su una scala, alla ri cerca di un libro raro o appena uscito. Vedendolo arrivare, Sanfelice faceva l'a tto di scendere, ma il principe vi si opponeva. Fra lo studioso sulla scala e l' adepto in poltrona si intavolava una conversazione quasi sempre letteraria o sci entifica. A mezzogiorno o poco dopo il principe risaliva nelle sue stanze, Sanfe lice scendeva dalla scala per accompagnarlo alla porta, tirava fuori l'orologio e lo posava sulla scrivania per non dimenticare l'ora, nel caso fosse troppo ass orto in un lavoro appassionante - perch era atteso da chi lo amava. Alle due meno venti riponeva il lavoro in un cassetto, che poi chiudeva con un giro di chiave , rimetteva l'orologio nel taschino del panciotto e prendeva il cappello, che te neva in mano fin sulla porta di strada, per il rispetto che i realisti genuini p rovavano a quell'epoca nei confronti di tutto ci che aveva a che fare con la mona

rchia. A volte, se era particolarmente distratto, percorreva a testa nuda la str ada dal palazzo a casa, alla porta della quale bussava due colpi, quasi sempre n el momento in cui il pendolo suonava le due. Era Luisa stessa che andava ad aprire, oppure lo aspettava sulla scala esterna. Il pranzo era sempre pronto; ci si metteva a tavola; durante il pasto Luisa racc ontava quello che aveva fatto, le visite che aveva ricevuto, ci che era avvenuto nel vicinato. Dal canto suo, il cavaliere riferiva le cose che aveva visto per s trada, le notizie dategli dal principe, quello che era riuscito a capire riguard o alla politica, che interessava ben poco sia a lui che a Luisa. Dopo il pranzo, a seconda del suo stato d'animo, Luisa si metteva al clavicembalo oppure prende va la chitarra e cantava qualche canzone allegra di Santa Lucia o un'aria malinc onica della Sicilia; oppure i due coniugi facevano una passeggiata a piedi sulla strada pittoresca di Posillipo, o in carrozza fino a Bagnoli o a Pozzuoli, e du rante queste passeggiate Sanfelice aveva sempre qualche aneddoto storico da racc ontare, qualche osservazione interessante da fare, giacch la sua vasta cultura gl i permetteva di non ripetersi mai e di incantare sempre chi lo ascoltava. Rientravano quando era gi buio; era raro che qualche amico di Sanfelice o qualche amica di Luisa non venissero a passare la serata con loro, d'estate sotto la pa lma, dove si apparecchiava la tavola, d'inverno in salotto. Fra gli uomini veniv a spesso, quando non era a San Pietroburgo o a Vienna, Domenico Cimarosa, l'auto re degli "Orazi e i Curiazi", del "Matrimonio segreto", dell'"Italiana in Londra ", dell'"Impresario in angustie". L'illustre maestro era ben lieto di far cantar e certi pezzi di qualche sua opera ancora inedita a Luisa, della quale apprezzav a, oltre alla tecnica eccellente - che in parte era merito suo -, la voce fresca , limpida, senza fronzoli, che cos raro ascoltare a teatro. Altre volte veniva un giovane pittore di talento, spirito brillante, appassionato di musica e ottimo suonatore di chitarra, che si chiamava Vitaliani (31), come il ragazzo che mor co n due coetanei, Emanuele De Deo e Galiani, vittime della prima repressione. Pi ra ramente, dato il poco tempo che gli lasciava la sua numerosa clientela, veniva i l buon dottor Cirillo, che abbiamo gi incontrato in due o tre occasioni e che anc ora incontreremo. Quasi tutte le sere, quando era a Napoli, compariva la duchess a Fusco; e spesso anche una donna notevole sotto tutti gli aspetti, rivale di Ma dame de Stal come pubblicista e improvvisatrice, Eleonora Fonseca Pimentel, allie va di Metastasio, il quale, fin dall'infanzia, le aveva predetto un avvenire di gloria. Talvolta, inoltre, si vedeva la moglie di uno studioso collega di Sanfel ice, la signora Baffi, che, come Luisa, non aveva nemmeno la met degli anni del m arito, e che tuttavia lo amava come Luisa amava il suo. Queste serate duravano f ino alle undici, raramente di pi. Si conversava, si cantava, si recitavano versi, si mangiavano dolci o gelati. A volte, se il tempo era bello e il mare calmo, e se la luna disseminava il golfo di pagliuzze d'argento, la compagnia saliva su una barca; allora dalla superficie del mare si levavano al cielo canti deliziosi e affascinanti armonie che mandavano in visibilio il buon Cimarosa; oppure, rit ta in piedi come l'antica sibilla, Eleonora Pimentel lanciava al vento, che face va fluttuare la lunga chioma nera sciolta sopra una semplice tunica alla greca, le sue strofe che riecheggiavano Pindaro e Alceo. L'indomani ricominciava la solita vita, con gli stessi orari; niente l'aveva mai turbata o mutata. Perch allora quella mattina Luisa, che, rientrando a casa alle due di notte Sanfe lice aveva trovato immersa in un sonno profondo, Luisa che era sempre in piedi f in dalle sette, alle nove non era ancora uscita dalla sua camera e a tutte le do mande del cavaliere Giovannina rispondeva: La signora dorme e ha pregato di non s vegliarla? Quando sent suonare le nove e un quarto, il cavaliere, cedendo all'inquietudine, si accingeva ad andare a bussare alla porta della moglie allorch questa comparve sulla soglia della sala da pranzo, con gli occhi stanchi, il colorito pallido, m a forse ancora pi seducente, con quell'aspetto insolito, di quanto il cavaliere l 'avesse mai vista. Egli le and incontro con l'intenzione di rimproverarla sia per quel sonno protrat to cos a lungo sia per l'inquietudine che gli aveva causato; ma, vedendo il dolce sorriso della serenit illuminare, come un raggio mattutino, il suo volto incante

vole, non pot fare altro che guardarla, sorridere a sua volta, prenderle il capo biondo tra le mani e baciarla sulla fronte, dicendole con una galanteria mitolog ica che a quell'epoca non appariva ancora fuori moda: Se la moglie del vecchio Titone si fatta attendere, stato per mascherarsi da aman te di Marte!. Il volto di Luisa si copr di rossore ed ella pos il capo sul cuore del cavaliere, come se volesse trovar riparo dentro al suo petto. Questa notte ho fatto dei sogni terribili, amico mio, disse e perci mi sento poco be ne. E quei sogni terribili ti hanno tolto, oltre al sonno, anche l'appetito?. Lo temo davvero disse Luisa sedendosi a tavola. Fece uno sforzo per mangiare, ma non ci riusc: le sembrava di avere la gola serra ta da una mano di ferro. Il marito la guardava meravigliato, ed ella si sentiva arrossire e impallidire s otto quello sguardo pi inquieto che indagatore, quand'ecco si udirono tre colpi b attuti a intervalli regolari alla porta del giardino. Chiunque fosse, per Luisa era il benvenuto, giacch rappresentava un diversivo all'inquietudine del cavalier e e al suo imbarazzo. Perci si alz di scatto per andare ad aprire. Dov' Nina? domand Sanfelice. Non lo so, rispose Luisa forse uscita. All'ora di colazione? E sapendo che la sua padrona non sta bene? Impossibile, mia cara. Bussarono una seconda volta. Permettetemi di andare ad aprire disse Luisa. No di certo; spetta a me andarci; tu stai poco bene e sei stanca; rimani qui tran quilla, lo voglio!. Il cavaliere diceva a volte lo voglio, ma con voce cos dolce, con un'espressione co s tenera, che si trattava sempre della preghiera di un padre alla figlia, mai del l'ordine di un marito alla moglie. Luisa lasci dunque che il cavaliere scendesse gi per la scala e andasse ad aprire la porta del giardino; ma, temendo che qualcosa di imprevisto potesse far sospet tare al marito quanto era accaduto quella notte, corse alla finestra, si affacci e, senza riuscire a scoprire chi fosse, vide un uomo apparentemente di una certa et, con il viso seminascosto da un cappello a larghe falde, che stava esaminando , con un'attenzione che la fece rabbrividire, la porta a cui si era appoggiato i l ferito e la soglia sulla quale era caduto. Poi la porta si apr e l'uomo entr senza che Luisa avesse potuto riconoscerlo. Al suono festoso della voce del marito, che invitava il visitatore a seguirlo, L uisa cap che era un amico. Molto pallida e agitata, and a riprendere il suo posto a tavola. Il marito entr, spingendo davanti a s Cirillo. Luisa tir un sospiro. Nutriva per quell'uomo un grande affetto, peraltro ricambia to, perch un tempo era stato il medico di Caramanico, e ne parlava spesso - pur i gnorando il suo legame di parentela con Luisa - con amore e venerazione. Riconoscendolo, si alz con un grido di gioia; da parte di Cirillo non poteva capi tarle niente di brutto. Tante volte, nel corso di quella notte che aveva passato quasi per intero al cap ezzale del ferito, aveva pensato al buon dottore e, poco fiduciosa nella scienza di Nanno, era stata l l per mandare Michele a cercarlo; ma poi le era mancato il coraggio di mettere in atto questo desiderio. Che cosa avrebbe pensato Cirillo d el fatto che intendesse tener nascosta al marito la scena terribile che si era s volta sotto i suoi occhi, e come avrebbe accolto le motivazioni da lei addotte p er giustificare un silenzio assoluto? Ma a lei pareva altrettanto singolare il c aso che aveva portato l Cirillo, dopo mesi che non lo vedevano, proprio il mattin o successivo alla notte in cui la sua presenza era stata cos ardentemente desider ata. Entrando, Cirillo si ferm un istante a guardare Luisa; poi, cedendo all'invito di Sanfelice, si sedette al tavolo dove marito e moglie stavano facendo colazione e sul quale, secondo l'uso orientale che anche quello di Napoli, prima tappa del

l'Oriente, Luisa gli serv una tazza di caff nero. Ah, perbacco, disse Sanfelice posandogli una mano sul ginocchio ci voleva proprio u na visita alle nove e mezzo del mattino per farvi perdonare un cos lungo abbandon o! Potremmo morire venti volte, amico mio, prima di sapere se siete morto anche voi!. Cirillo guard il cavaliere con la stessa attenzione con cui aveva guardato la mog lie; ma se nell'una aveva notato i segni misteriosi di una notte inquieta e agit ata, nell'altro ritrov l'ingenua serenit della spensieratezza e della gioia. Allora, disse poi a Sanfelice vi fa piacere vedermi "stamattina", mio caro cavalier e?. E calc volutamente sulla parola "stamattina". Mi fa sempre piacere vedervi, caro dottore, mattina e sera; ma proprio vero che s tamattina ne sono pi che mai felice. Per quale motivo? Ditemelo. Per due motivi... Ma bevete il vostro caff... Ah, a proposito, quanto al caff non a vete fortuna, oggi non stata Luisa a farlo. La pigrona si alzata... indovinate a che ora! Luciano! disse arrossendo Luisa. La vedete! Si vergogna anche lei... Alle nove!. Cirillo not il rossore di Luisa, che ben presto si mut in un pallore mortale. Senza sapere ancora quali fossero le cause di quella agitazione, Cirillo ebbe pi et della poveretta. Volevate vedermi per due motivi, mio caro Sanfelice. Quali sono?. In primo luogo, rispose il cavaliere pensate che ieri ho portato dalla biblioteca d el palazzo le "Epoche della natura" di Buffon, un libro che il principe ha fatto arrivare di nascosto, dato che vietato dalla censura: forse - ma non ne sono si curo - perch non concorda del tutto con la Bibbia. Oh, io non ci farei caso, rispose ridendo Cirillo purch concordi con il senso comune. Allora esclam il cavaliere neanche voi credete che la terra sia un frammento di sole staccatosi nell'urto con una cometa?. Cos come non credo, mio caro cavaliere, che la generazione degli esseri viventi av venga per mezzo di molecole organiche e di matrici interiori, un'altra teoria de llo stesso autore, non meno assurda, a mio avviso, della precedente. Evviva! Allora non sono cos ignorante come temevo!. Voi, mio caro amico? Siete l'uomo pi colto che io conosca. Oh, mio caro dottore, parlate sottovoce, che non vi sentano dire un simile spropo sito. Allora siamo d'accordo, vero? Non occorre che mi preoccupi pi: la terra non un frammento del sole... Ecco chiarito uno dei due punti, che, essendo il meno importante, ho trattato per primo; il secondo, l'avete davanti agli occhi: che n e dite di questo volto?. E gli indic Luisa. Questo volto incantevole come sempre; rispose Cirillo solo che un po' pallido e aff aticato, forse per la paura che la signora ha provato stanotte. Il dottore calc sulle ultime parole. Quale paura? domand Sanfelice. Cirillo guard Luisa. Stanotte non accaduto niente che vi abbia spaventata, signora? chiese Cirillo. No, niente, caro dottore rispose Luisa lanciandogli uno sguardo supplichevole. In tal caso, disse con noncuranza Cirillo avrete semplicemente dormito male. S, intervenne Sanfelice ridendo ha fatto dei brutti sogni; eppure, quando stanotte s ono rientrato dall'ambasciata d'Inghilterra, dormiva cos profondamente che sono e ntrato nella sua camera e le ho dato un bacio senza che si svegliasse. A che ora siete tornato dall'ambasciata d'Inghilterra?. Pressappoco alle due e mezzo. Per l'appunto, disse Cirillo era tutto finito. Che cosa era finito?. Niente rispose Cirillo. Solo che questa notte hanno assassinato un uomo davanti all a vostra porta.... Luisa divenne bianca come la vestaglia di batista che indossava. Tuttavia, continu Cirillo visto che il delitto stato commesso a mezzanotte, ora in c

ui la signora dormiva, e voi siete tornato soltanto alle due e mezzo, di consegu enza non ne sapete niente, no?. No, e l'apprendo da voi. Disgraziatamente non raro che di notte avvenga un fatto del genere nelle vie di Napoli, e soprattutto a Mergellina che scarsamente illum inata e dove tutti vanno a dormire alla nove di sera... Ah, ora capisco perch sie te venuto cos di buon mattino. Volevo appunto sapere, amico mio, se quell'assassinio, ben pi grave di un comune i ncidente, essendo stato compiuto sotto le vostre finestre, avesse causato allarm e qui da voi. Per nulla! Lo potete vedere da voi... Ma come avete saputo di quell'assassinio?. Sono passato davanti alla vostra porta subito dopo il fatto. L'uomo, nel difender si - pare che fosse molto forte e coraggioso -, ha ucciso due sbirri e ne ha fer iti altri due. Luisa pendeva dalle labbra del dottore; tutti quei particolari - non dimentichia molo - le erano ignoti. Come! esclam Sanfelice abbassando la voce. Gli assassini erano degli sbirri?. Al comando di Pasquale De Simone rispose Cirillo uniformando il suo tono a quello del cavaliere. Dunque voi credete a tutte queste calunnie? domand il cavaliere. Sono costretto a credervi. Il dottore prese la mano di Sanfelice e lo condusse alla finestra. Vedete l, gli disse indicando col dito oltre la fontana del Leone, davanti alla port a di quella casa all'angolo fra la piazza e la via, una bara esposta fra quattro ceri?. S. Ebbene, essa contiene il cadavere di uno dei due sbirri feriti. E' morto sotto le mie mani, ma prima mi ha raccontato tutto. Cirillo si volt d'improvviso per vedere l'effetto prodotto su Luisa dalle sue par ole. Ella era in piedi e con il fazzoletto si stava detergendo il sudore dalla fronte . Cap che quelle parole erano state pronunciate per lei. Si sent mancare le forze e ricadde sulla sedia giungendo le mani. Cirillo le fece un cenno d'intesa e la rassicur con un'occhiata. Allora, mio caro cavaliere, riprese poi sono molto contento che tutto questo sia ac caduto "in partibus", cio senza che n voi n la signora abbiate visto o udito alcunc h. Ma poich la signora mi sembra ugualmente un po' abbattuta, mi permettete di int errogarla e di lasciarle magari una ricetta? Dato poi che i medici fanno sempre domande alquanto indiscrete, e le signore hanno, in merito alla loro salute, cer ti segreti, o meglio certi pudori che solo a quattr'occhi si possono superare, m i permetterete di accompagnare la signora nella sua camera per interrogarla pi ag evolmente. Inutile, caro dottore; stanno suonando le dieci, e io sono in ritardo di venti mi nuti. Restate qui con Luisa; confessatela in piena libert. Io vado alla mia bibli oteca. A proposito, sapete quel che successo stanotte all'ambasciata d'Inghilter ra?. S, pressappoco. Be', la cosa avr senz'altro gravi conseguenze; sono sicuro che oggi il principe sc ender prima del solito, o magari mi sta gi aspettando. Stamane voi mi avete dato c erte notizie; io ve ne potr forse dare stasera, se ripassate di qui... Ma guarda come sono ingenuo! Di qui non si passa certo, ci si viene quando ci si perde... Mergellina il Polo Nord di Napoli, e io sto in mezzo alla banchisa. Poi baci in fronte la moglie dicendo: Arrivederci, bambina mia. Racconta al dottore tutte le tue cosucce; pensa che la tua salute la mia gioia, e che la tua vita la mia vita. A presto, caro dottore. Poi, dando un'occhiata al pendolo, esclam: Le dieci e un quarto! Gi le dieci e un quarto!. E, alzando al cielo il cappello e l'ombrello, si precipit gi dai gradini. Cirillo lo guard allontanarsi; ma non ebbe nemmeno la pazienza di aspettare che f osse uscito dal giardino e si rivolse a Luisa per chiederle, con un senso di pro

fonda angoscia: E' qui, vero?. S, s! mormor Luisa cadendo in ginocchio davanti a lui. Morto o vivo?. Vivo!. Dio sia lodato! esclam il medico. E voi, Luisa.... La guard con tenerezza mista ad ammirazione. E io ...? domand la giovane tutta tremante. Voi disse Cirillo facendola rialzare e stringendosela al cuore siate benedetta!. E a sua volta si lasci cadere su una sedia asciugandosi la fronte. 26. I DUE FERITI. Luisa non riusciva a raccapezzarsi. Capiva di aver salvato la vita di una person a che stava molto a cuore a Cirillo, ma niente di pi. Vedendo il buon dottore impallidire sotto il peso dell'emozione appena provata, gli vers un bicchiere d'acqua fresca che egli bevve solo a met. E adesso disse Cirillo alzandosi di scatto non perdiamo tempo. Dov'?. L disse Luisa mostrandogli l'estremit del corridoio. Cirillo si mosse nella direzione indicata; Luisa lo trattenne. Ma ... disse esitando. Ma ...? ripet Cirillo. Ascoltatemi, e soprattutto scusatemi, amico mio gli disse con voce carezzevole, po sandogli le due mani sulle spalle. Vi ascolto; replic sorridendo Cirillo non in punto di morte, vero?. No, grazie al cielo! Sta perfino bene, se si tiene conto della sua situazione; al meno, cos mi parso quando l'ho lasciato due ore fa. Ecco quello che vi volevo dir e e che importante voi sappiate prima di vederlo. Non osavo mandarvi a chiamare, perch siete amico di mio marito, e sentivo istintivamente che mio marito non dov eva sapere niente di tutto questo. D'altronde, non volevo confidare a un medico di cui non mi fidassi un segreto importante, giacch sotto a questa vicenda c' un s egreto importante, non vero, amico mio?. Un segreto terribile, Luisa!. Un segreto che riguarda il re, vero?. Silenzio! Chi ve l'ha detto?. Il nome stesso dell'assassino. Lo sapevate?. Michele, il mio fratello di latte, ha riconosciuto Pasquale De Simone... Ma lasci atemi concludere. Vi volevo dire che, non osando chiamare voi e non volendo far venire un altro medico, ho pregato una persona che si trovava qui per caso di pr estare le prime cure al ferito.... Quella persona s'intende di medicina? chiese Cirillo. No, ma ha assicurato di conoscere dei segreti idonei a ottenere la guarigione. Un ciarlatano, allora. No; ma scusatemi, caro dottore, sono cos turbata che ho le idee confuse. Il mio fr atello di latte, Michele, quello che chiamano Michele il Pazzo, lo conoscete, no ?. Lo conosco, e per questo, tra parentesi, vi dir: non fidatevi di lui! E' un realis ta accanito, al quale non oserei avvicinarmi se avessi i capelli tagliati alla T ito e portassi dei pantaloni da sanculotto: non parla d'altro che di impiccare i giacobini. S, ma incapace di tradire un segreto nel quale sia coinvolta io. Pu darsi; i nostri uomini del popolo sono un misto di buono e di cattivo; senonch, nella maggior parte di essi, il cattivo prevale sul buono. Dunque, dicevate che Michele.... Con la scusa di farmi predire il futuro - vi giuro, amico mio, che stato lui ad a vere questa idea - mi ha portato una maga albanese. Ella mi ha predetto ogni sor ta di stramberie, ed era qui quando ho trovato per strada quel povero giovane; s

tata lei a curarlo con certe erbe a sentir lei efficacissime, ha bloccato l'emor ragia ed eseguito la prima fasciatura. Uhm! fece Cirillo un po' preoccupato. Che c'?. Non aveva motivi di ostilit nei confronti del ferito, vero?. Nessuno: non lo conosce neanche, e sembrava molto sollecita e interessata alla su a salute. Allora non avete alcun timore che, per vendicarsi di qualcosa, abbia usato delle erbe velenose?. Mio Dio! esclam Luisa impallidendo. Non ci avevo pensato; ma no, impossibile. Il fer ito, a parte una gran debolezza, subito dopo la medicazione apparso sollevato. Queste donne disse Cirillo come parlando a se stesso hanno a volte degli ottimi rim edi segreti. Nel Medioevo, prima che la scienza medica ci arrivasse dalla Persia con gli Avicenna e dalla Spagna con gli Averro, esse erano le confidenti della n atura, e se la medicina fosse meno orgogliosa, ammetterebbe di dover loro qualcu na delle sue pi valide scoperte. Purtuttavia, mia cara Luisa, egli continu rivolgen dosi di nuovo alla giovane queste creature sono spesso intrattabili e gelose, e i l paziente potrebbe correre qualche rischio se la vostra maga sapesse che viene curato da un altro medico. Cercate quindi di allontanarla per darmi modo di vede re il ferito da solo. E' appunto quello che avevo pensato e di cui vi volevo avvertire disse Luisa. Adess o che sapete tutto e che avete manifestato per primo i miei stessi timori, venit e! Vi introdurr nella stanza vicina, allontaner Nanno con un pretesto qualsiasi, d opodich, mio caro dottore, disse Luisa giungendo le mani come avrebbe fatto davant i a Dio voi lo salverete, vero?. E' la natura che salva, figliola, e non noialtri rispose Cirillo. Noi la aiutiamo, tutto qui; e spero che essa abbia gi fatto per il nostro caro ferito quanto era i n suo potere. Ma non perdiamo tempo: in casi del genere, la tempestivit delle cur e in buona parte decisiva agli effetti della guarigione. Se bisogna fidarsi dell a natura, non si pu nemmeno aspettare che faccia tutto da s. Allora venite lo sollecit Luisa. Si avvi per prima, e il dottore la segu. Attraversarono la lunga fila di stanze appartenenti ai Sanfelice, poi aprirono l a porta di comunicazione con la casa attigua. Ah, disse Cirillo nel constatare la felice combinazione che aveva facilitato le co se che fortuna! Ora comprendo... Egli non a casa vostra, ma in quella della duche ssa Fusco. C' davvero una Provvidenza, mia cara!. E con lo sguardo rivolto al cielo Cirillo ringrazi quella Provvidenza nella quale i medici in genere hanno cos poca fede. Insomma, disse Luisa si deve nascondere, vero?. Cirillo comprese che cosa intendesse dire. Da tutto e da tutti, senza eccezione. Se si venisse a sapere della sua presenza i n quella casa, per quanto non sia la vostra, ci comprometterebbe gravemente vostr o marito per primo. Allora esclam con gioia Luisa non mi ero sbagliata, e ho fatto bene a tenere il segr eto tutto per me!. S, avete fatto bene, e aggiunger solo una cosa per togliervi ogni scrupolo. Se quel giovane venisse riconosciuto e arrestato, sarebbero in pericolo, oltre alla sua vita, anche la vostra, quella di vostro marito, la mia e quella di molti altri che valgono ben pi di me. Oh, nessuno vale pi di voi, amico mio, e nessuno meglio di me sa quanto valete. Ma eccoci alla porta, dottore: volete restare qui e lasciar entrare me?. Fate pure disse Cirillo facendosi da parte. Luisa pos la mano sulla chiave, e silenziosamente la porta ruot sui cardini. Si er a certo gi provveduto a fare in modo che si aprisse senza alcun cigolio. La giovane si meravigli di trovare il ferito solo con Nina, la quale, spremendo u na piccola spugna, gli faceva gocciolare sul petto il succo delle erbe raccolte dalla maga. Dov' Nanno? Dov' Michele? domand Luisa. Nanno se n' andata, signora, dicendo che andava tutto bene e che era inutile che r

estasse qui mentre aveva molto da fare altrove. E Michele?. Ha detto che, in seguito ai fatti di stanotte, ci sar probabilmente del trambusto al Mercato Vecchio, e che in tal caso, essendo uno dei capi del quartiere, se c' vuole parteciparvi anche lui. Allora sei sola?. Del tutto sola, signora. Entrate, dottore, disse Luisa il campo libero. Cirillo entr. Il ferito era disteso su un letto il cui capezzale era appoggiato al muro. Aveva il petto completamente nudo, salvo per una benda di tela che passava dietro le spalle e s'incrociava sul davanti a tener ferma la medicazione sulla ferita. Esa ttamente in quel punto Nina spremeva dalla spugna il succo di erbe. Nel momento in cui Luisa apr la porta, Salvato era immobile e aveva gli occhi chi usi. Ma istantaneamente li apr, e il suo viso assunse un'espressione di gioia che fece quasi sparire ogni traccia di sofferenza. Invitato dalla giovane a entrare, Cirillo comparve a sua volta; il ferito lo gua rd dapprima con inquietudine. Chi era quell'uomo? Un padre, probabilmente, o maga ri un marito. D'improvviso lo riconobbe, fece l'atto di sollevarsi, mormor il suo nome e gli te se la mano. Poi ricadde sui guanciali, sfinito dal lieve sforzo che aveva compiu to. Cirillo si port un dito alla bocca, invitandolo a non parlare e a non muoversi. Si avvicin a lui, sciolse la benda che gli avvolgeva il petto e, senza togliere l a medicazione, esamin attentamente i frammenti delle erbe triturate da Michele, a ssaggi con la punta della lingua il succo che ne era stato ricavato e sorrise ric onoscendo il triplice composto astringente di fumaria, piantaggine e artemisia. Va bene, disse a Luisa, che il ferito aveva ripreso a guardare sorridendole potete continuare con i rimedi della maga; forse io avrei ordinato dell'altro, ma in og ni caso niente di meglio. Poi si rivolse di nuovo al giovane, che visit con la massima attenzione. Grazie a l succo di erbe astringenti con cui era stata continuamente irrorata la ferita, i labbri di questa si erano ravvicinati, e avevano un bell'aspetto rosato; era p robabile che non si fosse verificata alcuna emorragia interna, oppure che fosse stata immediatamente bloccata da quello che i chirurghi chiamano coagulo, una stra ordinaria invenzione della natura che lotta per gli esseri da lei creati con un' intelligenza alla quale la scienza umana non giunger mai. Il polso era debole ma regolare. Restava da controllare lo stato della voce. Cir illo appoggi dapprima l'orecchio al petto del malato per auscultarne la respirazi one. Poi, soddisfatto, si raddrizz rassicurando con un sorriso Luisa, la quale se guiva con gli occhi ogni sua mossa. Come vi sentite, mio caro Salvato? chiese quindi al ferito. Un po' debole, ma molto bene; rispose questi vorrei stare sempre cos. Bravo! disse il dottore. La voce va meglio di quanto sperassi. Nanno vi ha curato b enissimo, e penso che, senza stancarvi troppo, potrete rispondere a qualche doma nda, di cui comprenderete anche voi l'importanza. Certo assent il ferito. In effetti, in qualsiasi altra circostanza, Cirillo avrebbe rinviato all'indoman i quella sorta di interrogatorio a cui avrebbe sottoposto Salvato; ma la situazi one era cos grave che non c'era un istante da perdere per procedere a quanto essa imponeva. Non appena vi sentirete stanco, fermatevi; disse al ferito e se Luisa sar in grado d i rispondere alle domande che vi rivolger, la prego di risparmiarvi la fatica di farlo voi. Vi chiamate Luisa? chiese Salvato. Era uno dei nomi di mia madre. Dio ha voluto che la donna che mi ha dato la vita e quella che me l'ha salvata avessero lo stesso nome. Lo ringrazio. Amico mio, lo esort Cirillo risparmiate la vostra voce; gi mi rammarico di ogni parol a che vi costringer a pronunciare. Non sprecatene neanche una. Il giovane fece un lieve movimento con il capo in segno di obbedienza.

A che ora il ferito ha ripreso conoscenza? inizi Cirillo, rivolgendosi sia a Salvat o che a Luisa. Questa si affrett a rispondere: Alle cinque del mattino, proprio nel momento in cui spuntava l'alba. Il giovane sorrise; era al primo chiarore di quell'alba che aveva intravisto Lui sa. Che cosa avete pensato trovandovi in questa camera e vedendovi accanto una person a sconosciuta?. Per prima cosa ho pensato di essere morto, e che un angelo del Signore fosse venu to a prendermi per portarmi in cielo. Luisa fece l'atto di nascondersi dietro a Cirillo; ma Salvato tese verso di lei la mano con mossa cos brusca che il dottore ferm la giovane perch non si sottraesse alla vista del ferito. Vi ha presa per l'angelo della morte; le disse poi dimostrategli che si ingannato e che siete invece l'angelo della vita. Luisa sospir, si port una mano al cuore come per reprimerne i battiti, e cedendo a lla pressione esercitata da Cirillo senza avere la forza di resistervi si accost al ferito. Gli sguardi di queste due belle creature si incrociarono e non si staccarono pi l 'uno dall'altro. Avete idea di chi fossero i vostri assalitori? domand Cirillo. Io li conosco, rispose con irruenza Luisa e ve ne ho gi detto il nome: sono uomini d ella regina. Seguendo la raccomandazione di Cirillo di lasciare che Luisa rispondesse per lui , Salvato si limit a fare un cenno affermativo. E avete idea del motivo per cui hanno tentato di uccidervi?. Me lo hanno detto loro stessi: per sottrarmi le carte di cui ero latore. Dov'erano quelle carte?. Nella tasca del mantello che mi aveva prestato Nicolino. E dove sono finite?. Nel momento in cui sono svenuto, mi parso di sentire che me le portavano via. Mi autorizzate a esaminare i vostri indumenti?. Il ferito fece un cenno di assenso, ma Luisa intervenne: Se volete ve li do; ma i nutile, le tasche sono vuote. E poich Cirillo le chiedeva con lo sguardo: Come fate a saperlo?, la giovane rispos e a quella tacita domanda: La prima cosa che abbiamo fatto stata di cercare, dove era pi probabile trovarlo, qualcosa che ci aiutasse a stabilire l'identit del ferito. Se avesse avuto qui a Napoli una madre o una sorella, il mio primo dovere, nonostante il rischio che p otevo correre, era di avvertirle. Ma non abbiamo trovato nulla, vero, Nina?. Assolutamente nulla, signora. E quali erano le carte che a quest'ora saranno nelle mani dei vostri nemici? Ve n e rammentate, Salvato?. Ce n'era una sola, la lettera in cui il generale Championnet raccomandava all'amb asciatore di Francia di conservare per quanto possibile l'accordo fra i due Stat i, giacch le sue truppe non erano ancora in grado di fare la guerra. In quella lettera il generale parlava dei patrioti che si sono messi in comunicaz ione con lui?. S, e raccomandava all'ambasciatore di tenerli calmi. Li nominava?. No. Ne siete sicuro?. Ne sono sicuro. Stanco dello sforzo compiuto per rispondere fino in fondo a Cirillo, il ferito c hiuse gli occhi e impallid. Luisa gett un grido, temendo che svenisse. A quel grido, Salvato riapr gli occhi, e il sorriso - di riconoscenza o d'amore? - ricomparve sulle sue labbra. Non niente, signora, disse non niente. Comunque, disse Cirillo non c' pi nulla da dire. Adesso so quello che volevo sapere.

Se fosse stata in gioco solo la mia vita, vi avrei imposto il silenzio pi assolut o; ma voi sapete che non si tratta solo di me, e mi perdonerete. Salvato prese la mano che il dottore gli tendeva e la forza con cui la strinse d imostrava che non aveva perso il consueto vigore. E adesso riprese Cirillo tacete e calmatevi; il male meno grave di quanto temessi e di quanto avrebbe potuto essere. E il generale? replic il ferito nonostante l'ordine di tacere. Bisogna che sappia co me regolarsi. Il generale rispose Cirillo ricever entro tre giorni un messaggio che lo rassicurer s ulla vostra sorte. Sapr che siete gravemente ma non mortalmente ferito. Sapr che l a polizia napoletana, per quanto abile sia, non riuscir a trovarvi; sapr che accan to a voi c' un'infermiera che avete scambiata per un angelo del cielo prima di ap prendere che era semplicemente un'anima caritatevole; sapr infine, mio caro, che qualsiasi ferito vorrebbe essere al vostro posto, e al suo medico chiederebbe so ltanto una cosa: di non guarirlo troppo in fretta. Poi si alz, and a un tavolo sul quale c'erano carta, penna e inchiostro, e, mentre lui scriveva una ricetta, Salvato cerc la mano di Luisa, che questa gli abbandon arrossendo. Dopo aver scritto la ricetta, il medico la diede a Nina, la quale usc subito per andare a prendere la medicina. Poi, chiamata a s Luisa, parlando sottovoce per non farsi udire dal ferito, le di sse: Curate questo giovane come una sorella curerebbe un fratello; anzi, come una madr e curerebbe un figlio. Che nessuno, nemmeno Sanfelice, sappia della sua presenza qui. La Provvidenza ha scelto le vostre dolci e caste mani per affidare loro la vita preziosa di uno dei suoi eletti, e voi dovrete rendergliene conto. Luisa chin la testa con un sospiro. Ahim, la raccomandazione era superflua: era la voce del suo cuore a raccomandarle il ferito, non meno caldamente di quella di Cirillo, per quanto persuasiva fosse. Torner dopodomani; continu il medico a meno di qualche imprevisto, non mandatemi a ch iamare: dopo quello che successo stanotte, la polizia mi terr gli occhi addosso. Non c' da fare niente di pi di quanto stato fatto. Badate che il ferito non subisc a alcuna scossa materiale o morale; per la gente, e anche per Sanfelice, la mala ta siete voi, ed per voi che verr. Per, mormor la giovane se mio marito venisse a sapere.... In tal caso, mi assumo io ogni responsabilit rispose Cirillo. Luisa alz gli occhi al cielo e respir pi liberamente. In quel momento rientr Nina, p ortando il preparato. Con l'aiuto di Luisa, il medico pose le erbe appena tritur ate sul petto del ferito, rafforz la fasciatura, gli raccomand il riposo e, quasi del tutto rassicurato, si accomiat da Luisa promettendole di tornare dopo due gio rni. Mentre Nina gli richiudeva alle spalle il portone, vide una carrozzella che scen deva da Posillipo. Fece segno al vetturino di avvicinarsi e vi sal. Dove vuole andare Vostra Eccellenza? chiese l'uomo. A Portici, brav'uomo, ed ecco per te una piastra se mi fai arrivare entro un'ora. E gli mostr la piastra, ma senza dargliela. Viva san Gennaro! grid l'uomo, e frust il cavallo che part al galoppo. Correndo a quell'andatura, Cirillo avrebbe raggiunto il suo traguardo in meno di un'ora; ma, arrivando in via Nuova Marina, trov il lungomare bloccato da un enor me assembramento che gli imped di proseguire. 27. FRA PACIFICO. Michele non si era sbagliato: c'era stato davvero trambusto al Mercato Vecchio; ma non - o per lo meno non solo - per i motivi per cui in cuor suo se l'aspettav a il fratello di latte della Sanfelice. Tentiamo ora di raccontare quello che era successo in quel tumultuoso quartiere della vecchia Napoli: una sorta di corte dei miracoli di cui lazzaroni, camorristi

e "guappi" si contendevano il dominio; dove Masaniello ha improvvisato la sua r ivoluzione, e dalla quale hanno avuto origine, da cinquecento anni a questa part e, tutte le sommosse che hanno turbato la capitale delle Due Sicilie, come dal V esuvio sono derivati tutti i movimenti sussultori che hanno fatto tremare Resina , Portici e Torre del Greco. Verso le sei del mattino, coloro che abitavano nei pressi del convento di Sant'E framo, situato sulla salita dei Cappuccini, avevano visto come al solito uscire, spingendo l'asino e incamminandosi gi per la lunga via che, scendendo dalla port a del santo edificio, arriva fino a via dell'Infrascata, il frate questuante inc aricato di provvedere al vitto della comunit. Quei due personaggi, il bipede e il quadrupede, essendo destinati a sostenere un certo ruolo nel nostro racconto, meritano, soprattutto il primo, una descrizion e speciale. Il monaco, che portava il consueto saio marrone con il cappuccio ricadente sul d orso, aveva, secondo la regola, i piedi nudi nei sandali con la suola di legno legati alla caviglia con due strisce di cuoio giallo - che sbattevano sul selci ato ma anche contro i suoi talloni; aveva la testa rasata, a parte quella coronc ina di capelli che rappresenta la corona di spine di Nostro Signore, e portava, stretto intorno alla vita, il cordone miracoloso di San Francesco, a cui si deve gran parte della venerazione dei fedeli per questo ordine, giacch con i suoi tre nodi simboleggia i tre voti che i cappuccini fanno nel rinunciare al mondo: di povert, di castit, di obbedienza. Fra Pacifico - cos si chiamava il monaco questuante che abbiamo or ora presentato -, allorch aveva indossato il saio di san Francesco, si era scelto il nome che m eno si addiceva al suo fisico e al suo carattere. Infatti era un uomo sulla quarantina alto circa un metro e ottantacinque, con br accia muscolose, mani tozze, torace erculeo, gambe robuste. Aveva una barba nera e folta, il naso diritto con narici molto dilatate, i denti simili a una tenagl ia d'avorio, il colorito scuro, e certi occhi dall'espressione feroce che in Fra ncia si vedono solo negli uomini di Nmes e di Avignone, e in Italia nei montanari degli Abruzzi, discendenti di quei Sanniti che i Romani sconfissero con tanta f atica o di quei Marsi che non sconfissero mai (32). Quanto al carattere, era uno di quei tipi irascibili che sono sempre pronti ad a ttaccar briga anche senza una causa precisa. Cos, al tempo in cui era marinaio tale egli era stato agli inizi, e diremo in seguito in quale occasione lasci il s ervizio del re per quello di Dio -, non passava giorno senza che fra Pacifico, i l quale allora si chiamava Francesco Esposito, giacch il padre si era dimenticato di riconoscerlo e la madre non aveva ritenuto di dover pensare ad allevarlo (33 ), non passava giorno, dicevamo, senza che egli venisse alle mani, a bordo della nave con qualcuno dei compagni, oppure in piazza del Molo, o sulla strada del P iliero, o a Santa Lucia, con qualche camorrista o qualche "guappo" che pretendev a di avere sulla terra gli stessi diritti che il suddetto Francesco Esposito pre tendeva di avere sull'oceano o sul Mediterraneo. Come marinaio a bordo della "Minerva", comandata dall'ammiraglio Caracciolo, Fra ncesco Esposito aveva partecipato alla spedizione di Tolone, da buon alleato dei realisti francesi qual era, e aveva prestato manforte a costoro allorch, ceduta Tolone agli inglesi, si erano presi la rivincita sui giacobini. Egli era stato, vero, severamente punito per tale complicit dall'ammiraglio Caracciolo, il quale non ammetteva affatto che l'intesa cordiale arrivasse fino all'omicidio; ma quel la punizione, lungi dal guarirlo dall'odio per i giacobini, non aveva fatto altr o che accrescerlo; per cui la sola vista di un uomo che, secondo la nuova moda, aveva sacrificato sull'altare della patria il codino e i calzoni al ginocchio pe r adottare il taglio di capelli alla Tito e i pantaloni lunghi, gli procurava un attacco di convulsioni che nel Medioevo avrebbe richiesto l'intervento di un es orcista. Nonostante tutto, Francesco Esposito era rimasto un buon cristiano; non mancava mai di recitare, mattina e sera, le preghiere. Portava sul petto la medaglia del la Madonna che la madre gli aveva messo al collo prima di lasciarlo all'Ospizio dei Trovatelli, ma alla quale si era ben guardata dall'aggiungere un qualsiasi s egno che potesse far sperare al piccolo Esposito di essere un giorno reclamato d

a qualcuno. Le domeniche in cui gli era concesso di andare a Tolone, ascoltava l a messa con devozione esemplare, e per nulla al mondo sarebbe uscito dalla chies a per andare con i compagni in una bettola a scolarsi una bottiglia di vino ross o di Lamalgue, o di vino bianco di Cassis, prima che il prete, terminata la cele brazione, fosse tornato in sacrestia; ci nonostante, ogni volta che gli capitava di scolarsi una bottiglia di vino - bianco o rosso, poco importa - finiva regola rmente a far baruffa con gli amici, e tutti se ne tornavano a casa con graffi pi o meno estesi, scalfitture pi o meno profonde, esito di quegli scontri al coltell o cos frequenti nel mondo equivoco al quale Francesco Esposito apparteneva, e per il quale l'omicidio non che un atto come un altro. E' noto che l'assedio di Tolone termin in modo del tutto inatteso. Una notte Bona parte si impadron della fortezza denominata piccola Gibilterra; l'indomani furono c onquistati i forti dell'guillette e di Balaguier, e i loro cannoni vennero immedi atamente puntati contro le navi inglesi, portoghesi e napoletane. Non si poteva nemmeno tentare di difendersi. Caracciolo, che padroneggiava la sua fregata come un cavaliere il suo cavallo, ordin di spiegare al vento tutte le vele della "Min erva", da quelle pi basse fino ai controvelacci. Francesco Esposito, uno dei mari nai pi abili e vigorosi, fu mandato su un albero per sciogliere il parrocchetto. Malgrado il forte rollio, aveva appena terminato la manovra con grande soddisfaz ione del comandante allorch una pallottola francese spezz, a mezzo metro dall'albe ro maestro, il pennone sul quale poggiavano i suoi piedi. La scossa gli fece per dere l'equilibrio, ma egli si afferr con le mani alla vela fluttuante, e vi rimas e appeso facendo forza sui polsi. La situazione era precaria; Francesco sentiva la vela lacerarsi a poco a poco: lanciandosi nel vuoto, poteva approfittare del momento in cui il rollio gli permettesse di lasciarsi cadere in mare, e in tal c aso aveva cinquanta probabilit su cento di salvarsi; se invece aspettava che la v ela si strappasse del tutto, poteva cadere sul ponte, con novantanove probabilit contro una di spezzarsi le reni. Scelse la prima alternativa, quella che gli off riva cinquanta probabilit buone contro cinquanta sfavorevoli e, allo scopo di far le diventare tutte buone, fece voto al suo patrono san Francesco di smettere, se si fosse salvato, l'abito da marinaio per indossare quello da frate. Ma il coma ndante che in fondo, bench Esposito fosse un attaccabrighe, lo considerava uno de i suoi uomini migliori, aveva fatto segno a una scialuppa di avvicinarsi e di te nersi pronta a soccorrerlo. Precipitando da sessanta piedi di altezza, Esposito cadde a tre metri dalla scialuppa, tanto che, quando risal in superficie un po' s tordito dal tuffo, non ebbe che da scegliere fra le mani e i remi tesi verso di lui. Prefer le mani perch pi sicure, afferr le prime alla sua portata, venne issato fuori dall'acqua e riportato a bordo, dove Caracciolo si affrett a congratularsi per il modo in cui eseguiva gli esercizi acrobatici; ma egli ascolt tutti quei co mplimenti con aria distratta e, quando il comandante gliene chiese il perch, gli parl del voto che aveva fatto, aggiungendo che la malasorte lo avrebbe sicurament e colpito in questo mondo o nell'altro se non avesse adempiuto a quel voto, sepp ure per circostanze indipendenti dalla sua volont. Caracciolo, che non voleva ave re sulla coscienza la rovina di un cos buon cristiano, gli promise che, non appen a fossero tornati a Napoli, gli avrebbe concesso un congedo regolare, ma a una c ondizione: che all'indomani del giorno in cui avrebbe pronunciato i voti entrand o a far parte dell'ordine, andasse a trovarlo a bordo della "Minerva" con la sua nuova uniforme, e rifacesse con indosso la tonaca lo stesso salto che aveva com piuto in divisa da marinaio; beninteso, la stessa scialuppa e gli stessi uomini sarebbero stati presenti per assisterlo in quella seconda caduta, come gi per la prima. Esposito, tutto animato dalla fede, rispose che, data la fiducia che nutr iva nell'aiuto del suo santo patrono, era disposto ad accettare quella condizion e e a ripetere la prova; al che Caracciolo ordin che gli venisse somministrata un a doppia razione di acquavite e lo mand a coricarsi nella sua amaca, dispensandol o dal servizio per ventiquattr'ore. Esposito lo ringrazi, si infil nel boccaporto, tracann la doppia razione di acquavite e si addorment, malgrado il baccano infern ale proveniente dai tre forti francesi che sparavano contemporaneamente sulla ci tt e sulle navi alleate; queste si affrettarono a uscire dal porto alla luce dell e fiamme che si levavano dall'arsenale, al quale gli inglesi, ritirandosi, aveva no appiccato il fuoco.

Nonostante le cannonate francesi che la minacciavano all'uscita dalla rada, malg rado la burrasca che la accolse in mare aperto, la fregata "Minerva", sotto la g uida coraggiosa del suo comandante, torn a Napoli senza troppi danni, dopodich, te nendo fede alla promessa, Caracciolo firm il congedo di Francesco Esposito, e fac endo appello alla sua parola di marinaio gli ribad il patto stabilito, che questi promise di soddisfare. Diventato poi ammiraglio, come gi abbiamo detto, in seguito alla spedizione di To lone, Francesco Caracciolo si era completamente dimenticato del marinaio Esposit o, del suo congedo e delle condizioni a cui gli era stato accordato, allorch il 4 ottobre 1794, festa di San Francesco, mentre si trovava a bordo della sua frega ta tutta imbandierata che sparava a salve per l'onomastico del principe ereditar io, che si chiamava anche lui Francesco, vide una dozzina di barche cariche di c appuccini, con croci e bandiere, staccarsi dalla riva e, come fossero guidate da un comandante esperto, avanzare in buon ordine verso la "Minerva", mentre da es se si levava un coro di voci nasali, tipiche di quell'ordine, a cantare le litan ie dei santi. Per un attimo credette che si trattasse di un arrembaggio e si chi ese se non fosse il caso di far suonare l'allerta; ma ecco che dall'albero di tr inchetto a quello di mezzana, sulle bocche dei marinai saliti sulle sartie per a ssistere allo strano spettacolo, risuon un solo grido: Francesco Esposito!. Caracciolo cominci a comprendere di che si trattava, e gli bast una rapida occhiat a per riconoscere nella prima barca, cio in quella che guidava le altre, Francesc o Esposito, che, vestito da cappuccino, partecipava con voce tonante al pio conc erto cantando le lodi del suo santo patrono. La barca si ferm in segno di umilt al la scala di babordo, ma l'ammiraglio diede ordine che la facessero passare a tri bordo e and ad attendere il neofita in cima alla scala d'onore. Esposito sal da solo e, arrivato all'ultimo gradino, fece il saluto militare pron unciando questa semplice frase: Eccomi, ammiraglio, vengo a mantenere la mia parola. E' quella di un bravo marinaio, disse Caracciolo e ti ringrazio, a nome mio e di tu tti i tuoi compagni, di non essertene dimenticato; questo fa onore sia ai cappuc cini di Sant'Eframo che all'equipaggio della "Minerva"; ma, con il tuo permesso, mi accontenter della tua buona volont, che spero sar gradita a Dio quanto lo a me. Esposito, per, scuotendo la testa: Scusatemi, ammiraglio, disse ma la cosa non pu finire cos. Perch, se io mi dichiaro soddisfatto?. Vostra Eccellenza non vorr fare certo un simile torto al nostro povero convento e togliere a me la possibilit di essere canonizzato dopo la morte. Spiegati meglio. Intendo dire, Vostra Eccellenza, che quanto avverr oggi un grande trionfo per i ca ppuccini di Sant'Eframo. Ancora non comprendo. Eppure chiaro come l'acqua del Leone, ammiraglio. Nei cento conventi dei vari ord ini che esistono a Napoli non c' un solo monaco, a qualsiasi regola appartenga, c apace di fare quello che il mio voto mi obbliga oggi a fare. Ah, di questo sono pi che sicuro! disse ridendo Caracciolo. Ebbene, delle due l'una, ammiraglio: o affogo e sono un martire, oppure la scampo e sono un santo. In entrambi i casi, assicuro al mio ordine la supremazia su tu tti gli altri e faccio la fortuna del convento. S, ma se io non voglio che un bravo ragazzo come te corra il rischio di annegare, e se mi oppongo a questa prova?. Diavolo, ammiraglio, non potete fare una cosa simile! Vedendo saltare il loro pro getto, i miei confratelli crederebbero che sia stato io a sollecitare la dispens a e mi chiuderebbero in qualche segreta. Ma tu ci tieni davvero tanto a diventare frate?. Non ci tengo a diventarlo, ammiraglio: lo sono gi, da ieri, e mi hanno persino abb reviato di tre settimane il noviziato perch la prova del salto potesse svolgersi nel giorno di San Francesco. Capite, questo rende pi solenne la cosa e pi onorevol e il patrono. E tu, cosa ci guadagnerai con quel salto?.

Oh, ho posto le mie condizioni. Hai almeno chiesto di essere fatto superiore?. Non sono cos scemo, ammiraglio!. Grazie. No, ho chiesto e ottenuto l'incarico di frate questuante. Cos mi distrarr un po'. S e fossi costretto a rinchiudermi in convento con tutti quegli imbecilli di monac i, morirei dalla noia. Vostra Eccellenza mi capisce. Il frate questuante, invece , non ha il tempo di annoiarsi; gira per tutti i quartieri di Napoli, dalla Mari nella fino a Posillipo, dal Vomero fino al Molo; e al porto si incontrano degli amici e si beve un bicchiere di vino che nessuno paga. Come, che nessuno paga! Esposito, amico mio, mi sembra che tu ti stia traviando. Al contrario, sono sulla retta via. Forse che i comandamenti di Dio non dicono: 'Non prenderai la roba d'altri'?. Non vedete su di me il cordone di San Francesco, ammiraglio? E tutto ci che tocca questo cordone benedetto non forse roba del monaco?... Si toccano una caraffa, d ue caraffe, tre caraffe; si offre una presa di tabacco all'oste, la manica da ba ciare all'ostessa, e tutto a posto. E' vero; non mi ricordavo di questo privilegio. E poi, continu Esposito con aria soddisfatta come Vostra Eccellenza pu constatare, so tto il saio non si sta poi cos male; ma insomma, ce n' per tutti i gusti e, se dev o credere a quel che si dice in convento.... Ebbene?. Ebbene, ammiraglio, si dice che i frati di san Francesco, e soprattutto i cappucc ini di Sant'Eframo, non mangino di magro tutte le volte che prescritto dal calen dario. Vuoi tacere, briccone? Se i tuoi confratelli ti sentono.... Ah, se sapeste, ne dicono di quelle! A volte mi sembra addirittura che ai tempi d el servizio vivessi come in convento, mentre da quando sono entrato in convento come se fossi un marinaio. Ma mi pare che si spazientiscano, ammiraglio. Oh, non di loro che parlo; guardate piuttosto sulla banchina. L'ammiraglio guard nella direzione indicata da Esposito e in effetti vide il molo , la banchina, le finestre della via del Piliero affollati di spettatori che, av vertiti di quello che sarebbe avvenuto, si preparavano ad applaudire il trionfo dei cappuccini di Sant'Eframo sui monaci degli altri ordini. E sia! disse Caracciolo. Mi vedo costretto ad accontentarti. Presto, voialtri, grid pr eparate il canotto. Poi, dopo essersi accertato che i suoi eseguissero gli ordini con la celerit tipi ca delle manovre marittime, si rivolse a Esposito: E tu, da che parte intendi saltare?. Dalla stessa dell'altra volta: a babordo; mi riuscito cos bene! D'altronde, il lat o che d sulla banchina. Non bisogna deludere tutta quella brava gente che venuta a vedere lo spettacolo. Vada per babordo. Il canotto a babordo, figlioli!. Il canotto con quattro rematori, il nostromo e due uomini di riserva fu calato i n acqua mentre Caracciolo stava ancora finendo di parlare. A questo punto l'ammiraglio, ritenendo opportuno conferire a quello spettacolo p opolare la massima solennit, prese il portavoce e grid: Tutti sui pennoni!. Al suono del fischietto del secondo nostromo si videro duecento uomini muoversi d'un balzo, arrampicarsi sul sartiame come un esercito di scimmie e allinearsi s ui pennoni, dai pi bassi fino ai pi alti, mentre al suono del tamburo i soldati di marina si schieravano sul ponte in ordine di battaglia con il viso rivolto vers o la riva. Gli spettatori, come facile immaginare, non rimasero indifferenti a tutti quei p reparativi, una sorta di prologo del grande spettacolo al quale erano venuti ad assistere. Tutti battevano le mani, agitavano i fazzoletti e gridavano, a second a che fossero pi o meno devoti al fondatore dell'ordine dei cappuccini, gli uni: V iva san Francesco, gli altri: Viva Caracciolo!. Sembra proprio che a Napoli l'ammiraglio fosse popolare quanto san Francesco, o quasi.

Le dodici barche su cui erano arrivati i cappuccini formarono allora un grande s emicerchio, che si estendeva dalla poppa alla prua della "Minerva", lasciando un ampio spazio libero vicino alla carena della nave. Caracciolo rivolse allora lo sguardo verso il suo ex marinaio e, vedendolo ferma mente deciso, chiese: Va sempre tutto bene?. Pi che mai, ammiraglio! rispose l'altro. Non vuoi toglierti il saio e il cordone? Renderebbe tutto pi facile. No, ammiraglio: dev'essere il monaco ad adempiere il voto del marinaio. Non hai qualche richiesta da farmi, casomai dovesse finir male?. In quel caso, Eccellenza, vi pregherei di avere la bont di far dire una messa per il riposo della mia anima. Mi hanno promesso di dirne a centinaia; ma io li cono sco, ammiraglio. Morto io, non ce n' uno che muoverebbe un dito per tirarmi fuori dal purgatorio. Te ne far dire non una ma dieci. Me lo promettete?. Parola di ammiraglio!. E' tutto quanto mi serve. A proposito, comandante, fatele dire, per favore - pres umo che per voi sia lo stesso - non come Esposito ma come fra Pacifico. A Napoli ci sono tanti Esposito che qualcuno mi scroccherebbe le messe, e il buon Dio no n saprebbe pi raccapezzarsi. Allora, adesso ti chiami fra Pacifico?. S, ammiraglio; un freno che ho voluto porre a me stesso contro il mio carattere di un tempo. Non hai paura, invece, che con questo nuovo nome Dio, non avendo ancora avuto il tempo di apprezzarti, non ti riconosca?. Ammiraglio, ci sar san Francesco, di cui intendo onorare il nome, a indicarmi all' Altissimo, dato che sar morto vestito del suo saio e cinto del suo cordone. Sia dunque fatto come tu vuoi; in ogni caso, puoi contare sulle messe. Oh, quando l'ammiraglio Caracciolo dice: 'Far', replic il monaco pi certo che se un a tro dicesse: 'Ho fatto'. E adesso potete dare il via, ammiraglio. Caracciolo cap che il momento era arrivato. Attenzione! grid con una voce che fu udita non soltanto da ogni angolo del bastimen to, ma anche da ogni punto della riva. Poi il secondo nostromo trasse dal suo fischietto d'argento un suono acuto segui to da una modulazione prolungata. Questa non si era ancora spenta che fra Pacifi co, senza sentirsi minimamente intralciato dalla tonaca, si era gi arrampicato su lle sartie di tribordo per essere rivolto verso il pubblico e, con un'agilit che dimostrava come il noviziato di monaco non gli avesse fatto perdere nulla della sua destrezza di marinaio, raggiunse la grande coffa, si infil attraverso l'apert ura, si slanci verso la piccola coffa, poi, senza fermarvisi, pass da questa sulle barre del parrocchetto e, spronato dalle grida di incoraggiamento che si levava no da ogni parte alla vista del monaco volteggiante fra le gomene, sal fino ai co ntrovelacci, il che era pi di quanto avesse promesso, e senza esitazione, senza i ndugio, limitandosi a gridare: Che san Francesco mi aiuti!, si precipit in mare. Tutti lanciarono un urlo. Lo spettacolo, che molti dei presenti si aspettavano f osse soltanto grottesco, aveva assunto quel carattere grandioso che sempre rives te un'azione in cui in gioco la vita di un uomo, quando tale azione viene compiu ta con grande coraggio. A quel grido, che esprimeva insieme terrore, curiosit e a mmirazione, segu il silenzio dell'angoscia: ognuno attendeva la ricomparsa del tu ffatore, tremando all'idea che, come quello di Schiller (34), non emergesse pi da ll'acqua. Passarono tre secondi, che a tutti parvero tre secoli, senza che il mi nimo rumore turbasse quel silenzio. Poi si vide l'onda, ancora agitata dalla cad uta di fra Pacifico, aprirsi di nuovo per lasciar apparire la testa rasata del m onaco, il quale, una volta fuori dall'acqua, lanci con voce tonante questo grido di lode e di riconoscenza: Viva san Francesco!. Il frate era appena riapparso in superficie che gi veniva raggiunto, con un sol c olpo di remi, dai quattro vogatori. Gli altri due uomini, che avevano le mani li bere, lo presero ciascuno per un braccio e lo estrassero trionfalmente dal mare. I cappuccini che si trovavano sulle barche intonarono all'unisono il "Te Deum l

audamus", mentre i marinai dell'equipaggio lanciavano tre urr e gli spettatori su l molo, sulla banchina, alle finestre applaudivano con quella frenesia che a Nap oli accompagna sempre i trionfi, di qualunque genere siano, ma che assume propor zioni fantastiche quando c' di mezzo la religione e tale trionfo segna la glorifi cazione di una qualche Madonna in voga o di un santo famoso. 28. LA QUESTUA. Inutile dire, dopo quello che abbiamo raccontato, che i cappuccini di Sant'Efram o divennero alla moda e il loro convento acquist grande rinomanza. Quanto a fra Pacifico, da quel momento egli fu l'eroe del popolino napoletano. N on c'era uomo, donna, bambino che non lo conoscesse e non lo considerasse, se no n proprio un santo, almeno un eletto. Anche la questua non tard ad avvantaggiarsi della sua popolarit. All'inizio egli e ffettuava il suo giro, come i confratelli degli altri ordini mendicanti, con una bisaccia in spalla, che per, in capo a un'ora, era gi traboccante; allora ne pres e due, e dopo un'altra ora traboccavano entrambe; cos fra Pacifico dichiar che, se avesse avuto un asino, in modo da poter arrivare fino al Mercato Vecchio, fino alla Marinella e a Santa Lucia, la sera lo avrebbe riportato al convento carico di frutta e di verdura, di pesci, di carni, di viveri di ogni genere, il tutto d i prima scelta e di qualit superiore. La richiesta fu presa in considerazione; la comunit si riun e, dopo una breve cons ultazione fra i maggiorenti del convento, durante la quale i meriti di fra Pacif ico vennero pienamente riconosciuti, l'asino fu votato all'unanimit. Cinquanta fr anchi furono destinati all'acquisto dell'animale che fra Pacifico fu autorizzato a scegliersi come gli pareva. La decisione era stata presa di domenica. Fra Pacifico non perse tempo: l'indoma ni stesso, luned, il primo dei tre giorni in cui a Napoli si svolge ogni settiman a il mercato del bestiame - gli altri due sono il gioved e il sabato -, si rec a p orta Capuana, dove ha luogo il mercato, e scelse un robusto "ciuccio" (35) degli Abruzzi. Il mercante chiedeva cento franchi, ed giusto dire che il prezzo non era eccessi vo; ma fra Pacifico dichiar che, in virt dei privilegi del suo ordine, certamente ben noti a un cristiano devoto come lui, gli sarebbe bastato posare il suo cordo ne sulla groppa dell'animale dicendo: San Francesco perch ne diventasse proprietari o il santo e di conseguenza lui, fra Pacifico, in quanto suo delegato; e tutto q uesto senza alcun bisogno di versare i cinquanta franchi che egli aveva benevolm ente offerto. Il mercante riconobbe la legittimit degli argomenti del frate nonch dei diritti del suo patrono; tuttavia, poich gli sembrava che l'onore concesso al suo asino di passare al servizio di san Francesco non compensasse i cinquanta f ranchi che il compratore gli faceva perdere, tent di distogliere fra Pacifico dal la sua scelta, consigliandogli da amico di ripiegare su un altro animale, poich q uello su cui si era fissato aveva disgraziatamente tutti i difetti della sua raz za: era goloso, testardo, lussurioso, caparbio, recalcitrava a ogni occasione, s calciava a pi non posso, non sopportava nessun peso sulla groppa, insomma era buo no soltanto per la riproduzione; non a caso, per dargli un nome che, solo a sent irlo pronunciare, evidenziasse tutti i suoi difetti, dopo avervi riflettuto, ave va deciso di chiamarlo Giacobino, l'unico nome che gli sembrasse degno di lui. Fra Pacifico gett un grido di gioia. Ogni tanto riemergeva in lui l'uomo del pass ato, e sentiva il bisogno di litigare, di bestemmiare, di dar botte a qualcuno, come al tempo in cui faceva il marinaio. Un asino caparbio che si chiamava Giaco bino! Era davvero la salvezza della sua anima che gli si offriva nel momento in cui meno se l'aspettava! Con un animale cos perverso, non gli sarebbero pi mancate le occasioni legittime di andare in collera, e quando questa avesse avuto bisog no di tradursi in azione invece di sfogarsi in parole, avrebbe almeno saputo su chi menar colpi! Cos tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi possibili! Persino quel nome cos strano dato all'animale dal suo proprietario. In effetti, a Napoli tutti sapevano quanto fra Pacifico odiasse anche solo la pa

rola giacobino. E ora, ogni volta che l'avesse usata nel picchiare, insultare, mal edire l'animale, avrebbe in realt picchiato, insultato, maledetto l'intera genia che, a giudicare dalle teste rasate e dai pantaloni di tutti i colori che si ved evano sempre pi di frequente per le vie di Napoli, stava aumentando in maniera in quietante. La scelta di fra Pacifico si fiss dunque su Giacobino, e pi gliene parl avano male, pi lui si ostinava a volerlo. Per il diritto riconosciuto al monaco di appropriarsi dell'asino gettando sempli cemente il cordone sulla sua groppa, il mercante non aveva alcuna possibilit di d iscutere sul prezzo; si rassegn quindi ad accettare i cinquanta franchi offerti d a fra Pacifico per paura di non ricevere niente del tutto, e in cambio di dieci piastre con l'effigie di Carlo Terzo, di cui il frate ebbe in resto novantasei gr ani - la piastra valeva dodici carlini e otto grani -, l'animale divenne di propr iet del convento, o meglio di fra Pacifico. Ma, fosse per simpatia verso il vecchio padrone o per antipatia nei confronti de l nuovo, l'asino sembr ben deciso a dare un'immediata dimostrazione delle cattive qualit che il venditore gli aveva enumerato. Secondo la legge napoletana, il cavallo deve essere venduto con le briglie, l'as ino con la cavezza. In conseguenza di questo assioma del diritto, Giacobino era stato non solo vendu to, ma anche consegnato con la cavezza. Fra Pacifico lo prese dunque per la cave zza e cominci a tirarlo in avanti. Ma l'animale si inarc puntando le zampe a terra , e non ci fu modo di convincerlo a prendere la strada dell'Infrascata. Dopo alc uni sforzi che si rivelarono vani e che potevano compromettere l'autorit di san F rancesco, fra Pacifico decise di ricorrere ai mezzi forti. Si ricord che, quando faceva il marinaio, aveva visto sulle coste africane dei cammelli trainati media nte una corda infilata nel setto nasale. Con la mano destra estrasse il coltello , con la sinistra strinse le frogie di Giacobino, gli incise il setto nasale e, prima ancora che l'asino, ignaro dell'operazione alla quale veniva sottoposto, p ensasse di opporvisi, la corda era gi infilata nel foro e Giacobino si trov con le briglie attaccate al naso invece che alla bocca; ci nonostante continu a resister e e a tirare da una parte mentre fra Pacifico tirava dall'altra. Giacobino emise un raglio di dolore, gett uno sguardo disperato al suo ex padrone, come per dirg li: Lo vedi, ho fatto quel che ho potuto, e segu fra Pacifico fino al convento di S ant'Eframo con la stessa docilit di un cane al guinzaglio. Qui, dopo averlo rinchiuso in una sorta di cantina che doveva servirgli da stall a, fra Pacifico and in giardino, scelse un tronco di alloro che era una via di me zzo fra il bastone di Orlando e la clava di Ercole; lo tagli a pi di tre piedi di lunghezza, gli lev la corteccia, lo mise per due ore sotto la cenere calda e, arm ato di quello strano caduceo, torn nella cantina e si chiuse la porta alle spalle . Quello che avvenne allora tra Giacobino e fra Pacifico rimase un segreto tra l'u omo e l'animale; ma l'indomani fra Pacifico con il suo bastone in pugno e Giacob ino con le ceste in groppa uscirono fianco a fianco, come due buoni amici; senon ch la pelle di Giacobino, tutta piena di graffi e di tagli sanguinanti, quanto er a liscia e lucente il giorno innanzi, dimostrava che quell'amicizia non si era c onsolidata senza qualche protesta da parte di Giacobino e senza una tenace insis tenza da parte di fra Pacifico. Secondo l'impegno preso, questi estese il raggio del suo giro quotidiano fino al Mercato Vecchio, alla banchina, a Santa Lucia, e la sera riport al convento Giacobino con un tale carico di carne, di pesce, di selvaggina, di frutta e verdura che la comunit, oltre ad assicurarsi abbondanti p rovviste, pot mettere in vendita il superfluo e organizz davanti alla porta del co nvento un piccolo mercato, da tenersi tre volte alla settimana, dove andavano a rifornirsi le anime devote e i fedeli ghiottoni di via dell'Infrascata e della s alita dei Cappuccini. Erano ormai quasi quattro anni che le cose andavano avanti cos e fra Pacifico e i l suo amico vivevano in perfetto accordo, che Giacobino non aveva mai tentato di rompere; ed ecco che un giorno i due, com'erano soliti fare tre volte alla sett imana, uscirono dal convento e si incamminarono per la discesa che dava il nome alla via, Giacobino davanti, con le ceste vuote in groppa, fra Pacifico dietro, con il bastone di alloro in mano.

Fin da quando imboccarono via dell'Infrascata, anche uno che ignorasse del tutto le usanze di Napoli avrebbe potuto accorgersi di quanto entrambi fossero popola ri: l'asino tra i bambini, che gli portavano fasci di foglie di carota e di cavo lo che Giacobino divorava con visibile soddisfazione mentre camminava, fra Pacif ico tra le donne, che sollecitavano la sua benedizione, e tra gli uomini, che gl i chiedevano dei numeri da giocare al lotto. Va comunque detto, a elogio di Giacobino e di fra Pacifico, che, se l'asino acce ttava qualunque cosa gli venisse offerta, il frate non si rifiutava di soddisfar e alcuna richiesta e distribuiva generosamente benedizioni e numeri, pur senza g arantire l'efficacia delle une o la validit degli altri. Ogni tanto una devota, p i espansiva delle compagne, si buttava in ginocchio davanti a lui. Se era giovane e bella, fra Pacifico le dava la manica da baciare, il che gli permetteva di ac carezzarle il mento, un piccolo tocco di sensualit che non gli era per nulla indi fferente. Se invece era vecchia e brutta, si limitava a lasciarle toccare il cor done, che la donna poteva tirare e baciare a saziet, ma senza andare oltre, giacc h ogni altro favore le veniva inesorabilmente negato. Nei suoi primi giorni di questua, quando girava ancora con la bisaccia, gli abit anti di via dell'Infrascata, della salita degli Studi, del largo Spirito Santo, di port'Alba e degli altri quartieri che era solito percorrere, si erano offerti di ricompensarlo delle sue benedizioni e dei numeri del lotto con frutta, verdu ra, pane, carne e persino pesce - seppure quest'ultimo arrivi di rado fino ai lu oghi sopraelevati che abbiamo nominato -, e fra Pacifico aveva acconsentito. La bisaccia, per, si riempiva di rado, ed egli aveva notato che i cibi donatigli nei quartieri distanti da quelli commerciali erano di seconda scelta: proprio per q uesto aveva insistito tanto per avere un asino. Una volta ottenutolo, si era spi nto fino alle localit in cui si trovava il meglio di ogni cosa, disdegnando i pro dotti e le offerte delle zone intermedie. Tuttavia non intendiamo certo dire che gli orticultori del Mercato Vecchio, i ma cellai di vico Rotto, i pescatori della Marinella e i fruttivendoli di Santa Luc ia, di cui fra Pacifico sceglieva i prodotti migliori, non avrebbero preferito c he il monaco iniziasse la sua raccolta appena uscito dal convento, e che le sue ceste, anzich completamente vuote, arrivassero da loro piene per due terzi, o alm eno a met. Pi di una volta, vedendolo apparire, essi avevano tentato di nascondere la merce pi bella che volevano conservare per la clientela ricca; ma fra Pacific o aveva un fiuto eccellente per scoprire qualsiasi inganno. Andava dritto verso ci che tentavano di sottrarre al suo sguardo e, se non glielo offrivano spontanea mente, entrava in funzione il cordone di San Francesco. Allora, per evitare ques te piccole beghe, fra Pacifico aveva deciso di non aspettare che gli venisse dat o: toccava con il cordone, si serviva, e tutto finiva l. E i mercanti, che all'ep oca di Masaniello si erano sollevati per una gabella sulla frutta imposta dal du ca d'Arcos, sopportavano, non certo di buon animo ma almeno pazientemente, quell a sorta di tassa che il questuante del convento di Sant'Eframo prelevava su tutt i i loro prodotti; e mai a nessuno era venuto in mente di ribellarsi a una simil e tirannia. Se fra Pacifico, dopo aver fatto la sua scelta, vedeva qualche tracc ia di malcontento sul viso di colui al quale faceva l'onore di rivolgersi, estra eva dalla tasca una tabacchiera di corno stretta e profonda come la fondina di u na pistola, offriva una presa al mercante leso nei suoi interessi, ed era raro c he questo segno di attenzione non riportasse il sorriso sulle labbra di costui. In caso contrario fra Pacifico, il quale era ancora facile all'ira nonostante il nome che si era scelto, da color bronzo qual era diventava del colore della cen ere; i suoi occhi lampeggiavano, il bastone di alloro risuonava sul selciato; a queste minacciose avvisaglie, non era mai accaduto che il buonumore non tornasse immediatamente sul volto del cattivo cristiano tutt'altro che lieto di fare oma ggio a san Francesco della sua oca pi grassa, del suo melone pi saporito, della su a bistecca pi tenera o del suo pesce pi luccicante. Quel giorno, come al solito, fra Pacifico veniva gi per la discesa senza fermarsi se non per impartire qualche benedizione o porgere la manica del saio da baciar e, e per suggerire ambi, terni, quaterne e cinquine ai giocatori del lotto; attr avers il dedalo di viuzze che si estende dalla Vicaria alla strada Egiziaca a For cella, poi prese la via Grande, il vico Parrettari e sbuc nella piazza del Mercat

o Vecchio, dietro la piccola chiesa di Santa Croce, dove i preti conservano, non per venerazione ma per farne sfoggio, il ceppo blasonato sul quale Corradino e il duca d'Austria ebbero la testa mozzata da Carlo d'Angi, quel re dal volto abbr onzato che, come dice Villani, dormiva poco e non rideva mai. Oltrepassata la chie sa, fra Pacifico si ritrov in un paese del tutto nuovo. Un vero paese di cuccagna , dove regno animale e regno vegetale erano mescolati insieme, dove si sentivano grugnire i maiali, chiocciare le galline, stridere le oche, cantare i galli, sc hiamazzare le anitre, far glu glu i tacchini, tubare i piccioni, e dove, accanto al fagiano dorato di Capodimonte, alla lepre di Persano, alle quaglie di capo M iseno, alle pernici di Acerra, ai tordi di Bagnoli, erano esposte le beccacce de lle paludi di Licola e le arzavole del lago di Agnano; dove montagne di cavolfio ri e di broccoli, piramidi di cocomeri e di angurie, muraglie di finocchi e di s edani si ergevano sopra strati di peperoni scarlatti, di pomodori cremisi, in me zzo ai quali campeggiavano ceste di quei piccoli fichi violetti di Posillipo e d i Pozzuoli dei quali per un anno le monete napoletane recarono impressa l'effigi e come simbolo di un'effimera libert. Era in mezzo a tutta quest'abbondanza che fra Pacifico andava a mietere ogni due giorni sino a far traboccare i suoi canestri. Anche quel giorno prelev la sua decima abituale; ma intanto si accorse che una fo rte preoccupazione aleggiava sulla piazza. I venditori parlavano tra di loro; le donne sussurravano appena; i bambini facevano mucchi di pietre; contrariamente al solito, i mercanti ai quali il frate si rivolgeva prestavano ben poca attenzi one alle varie derrate, frutta, verdura, pollame o selvaggina, che egli scegliev a per riempire le sue ceste. Quando queste furono piene per due terzi, fra Pacif ico pens che era ora di passare alla carne, e si incammin verso San Giovanni a Mar e, il centro principale del commercio delle carni bovine e caprine, ossia il reg no dei macellai e dei beccai, le cui attivit a Napoli erano separate. Si diresse dunque verso San Giovanni a Mare, passando fra l'incomprensibile indifferenza de lla gente attorno: dal momento del suo arrivo al Mercato Vecchio, non una donna gli aveva chiesto la benedizione, non un uomo lo aveva pregato di anticipargli i numeri vincenti alla prossima estrazione del lotto. Che cosa poteva preoccupare a tal punto la popolazione della vecchia Napoli? Fra Pacifico lo avrebbe saputo ben presto, giacch si udiva un forte brusio provenien te dal vico del Mercato, una sorta di budello che sbocca da una parte al Mercato Vecchio, dall'altra sul lungomare, e che a quell'epoca veniva chiamato vico dei Sospiri dell'Abisso, nome poetico che gli attuali governanti hanno pensato bene di cambiargli: esso era cos denominato perch da l passavano i condannati a morte l'esecuzione avveniva di solito nella piazza del Mercato Vecchio -, i quali, en trando nella stradina e scorgendo per la prima volta il patibolo, emettevano qua si sempre un sospiro cos profondo che "sembrava uscire dall'abisso". Ora, fra Pacifico non solo doveva passare per il vicolo dei Sospiri, ma contava anche di prendere un cosciotto di montone da un beccaio che aveva la bottega all 'angolo con via Sant'Eligio. Era quindi inevitabile che scoprisse quel che stava accadendo. Doveva certo trattarsi di qualcosa d'importante, giacch, a mano a mano che si avv icinava alla meta, la folla diventava pi densa e turbolenta; gli sembr di sentir p ronunciare, con voce cupa e minacciosa, le parole francesi e giacobini. Tuttavia, si ccome tutti lo lasciavano passare con il rispetto abituale, egli non tard ad arri vare alla bottega dove contava, come abbiamo detto, di prendere uno dei sette o otto cosciotti di montone che servivano al convento per l'arrosto del giorno dop o. La bottega era affollata di uomini e donne che urlavano e gesticolavano come oss essi. Ehil, Beccaio! grid il monaco. La padrona, una sorta di megera dai capelli grigi e scarmigliati, riconobbe la v oce del monaco e, scostando i presenti a forza di pugni, di spallate e di gomita te, disse: Venite, padre; il buon Dio che vi manda. Il vostro povero Beccaio ha un gran biso gno di voi e del cordone di San Francesco!. E, affidando Giacobino alla custodia del garzone, trascin fra Pacifico nella stan

za in fondo, dove il Beccaio, giaceva sanguinante sul letto con un taglio al vis o che andava dalla tempia fino alla bocca. 29. ASSUNTA. Era l'incidente occorso al Beccaio a causare tanta preoccupazione e trambusto al Mercato Vecchio, in via Sant'Eligio e nel vico dei Sospiri dell'Abisso. Com' facile immaginare, quell'incidente veniva per interpretato in cento modi dive rsi. Il Beccaio, avendo la guancia tagliata, tre denti rotti e la lingua mutilata, no n aveva potuto o voluto fornire molti ragguagli. Si era soltanto capito, dalle p arole giacobini e francesi da lui mormorate, che erano stati i giacobini di Napoli, amici dei francesi, a conciarlo cos. Si era inoltre diffusa la voce che un amico del Beccaio era stato trovato morto sul luogo dello scontro e che altri due erano stati feriti, uno dei quali cos gra vemente che era morto durante la notte. Ognuno diceva la sua sull'incidente e sulle sue cause, ed erano le chiacchiere s ovrapposte di cinque o seicento voci a provocare il brusio che fra Pacifico avev a udito da lontano e che lo aveva attirato verso quella bottega. Un giovane di poco pi di vent'anni era il solo a restare muto e pensoso, appoggia to allo stipite della porta. Tuttavia, a ogni congettura che veniva avanzata - e soprattutto quando uno sugger che il Beccaio e i suoi tre compagni, tornando da una cena alla taverna della Schiava, erano stati probabilmente attaccati da una quindicina di uomini nei pressi della fontana del Leone -, egli si metteva a rid ere e alzava le spalle, gesto pi significativo di qualsiasi smentita verbale. Perch ridi e alzi le spalle? gli domand un suo amico chiamato Antonio Avella e sopra nnominato Pagliuchella, per la consuetudine che vige a Napoli fra la gente del p opolo di dare a ognuno un nomignolo corrispondente al suo fisico o al suo caratt ere. Rido perch mi va di ridere, rispose il giovane e alzo le spalle perch mi pare e piace . Voi avete il diritto di dire sciocchezze; io avr pure il diritto di ridere di q uel che dite. Per capire che noi diciamo delle sciocchezze, bisogna che tu ne sappia pi di noi. Non difficile saperne pi di te, Pagliuchella; basta saper leggere. Se non ho imparato a leggere, rispose colui al quale Michele rimproverava la sua i gnoranza - giacch il giovanotto dall'aria canzonatoria altri non era che il nostr o amico Michele - perch me n' mancata l'occasione. Tu l'hai avuta perch hai una sore lla di latte ricca, e che per giunta moglie di uno studioso; ma non un buon moti vo per disprezzare gli amici. Non ti disprezzo affatto, Pagliuchella, che diamine! Ti considero un bravo ragazz o, un tipo onesto, e se avessi qualcosa da dire, la direi proprio a te. Forse Michele stava per dare a Pagliuchella una prova della fiducia che aveva in lui, prendendolo in disparte dalla folla e dicendogli qualcuno dei particolari che conosceva, allorch sent una mano posarglisi pesantemente sulla spalla. Allora si volt e trasal. Se tu avessi qualcosa da dire, a lui che la diresti fece il nuovo arrivato. Ma, cre dimi, se sai qualcosa di questa faccenda - del che dubito fortemente - e vai a r accontarla in giro, allora ti meriti davvero di essere chiamato Michele il Pazzo. Pasquale De Simone! mormor Michele. Ti conviene, credimi, continu lo sbirro ed molto pi sicuro per te, andare alla chiesa della Madonna del Carmine a raggiungere Assunta - che l ad assolvere un voto, e che stamane non hai trovato a casa sua, il che ti ha messo di cattivo umore -, i nvece di restare qui a dire quello che non hai visto e che sarebbe per te una be lla disgrazia aver visto. Avete ragione, signor Pasquale, rispose Michele tutto tremante ci vado subito. Lasc iatemi solo passare. Pasquale si spost in modo da lasciare tra s e il muro uno spazio appena sufficient e a un bambino di dieci anni. Michele, per, riusc a infilarvisi con facilit, tanto

si era fatto piccolo per la paura. Ah, in fede mia, no! mormorava tra s mentre si allontanava a grandi passi in direzi one della chiesa del Carmine, senza voltarsi indietro. Giuro di no! Non dir una so la parola, puoi star tranquillo, monsignore del coltello! Piuttosto mi faccio ta gliare la lingua. Ma il fatto prosegui che anche un muto parlerebbe, a sentir dire che sono stati attaccati da quindici uomini, mentre sono loro che si sono messi in sei per aggredirne uno solo. Fa lo stesso, tanto non mi piacciono n i frances i n i giacobini; ma ancor meno mi piacciono gli sbirri e i 'sorici' (36), e non m i rammarico di sicuro che quel tale li abbia un po' malmenati. Due morti e due f eriti su sei, viva san Gennaro! Non aveva certo i reumatismi al braccio n la gott a alle dita, quello!. E si mise a ridere scuotendo allegramente la testa e accennando un passo di tara ntella in mezzo alla strada. Per quanto si dica che il monologo non cosa naturale, Michele, chiamato appunto Michele il Pazzo proprio perch aveva l'abitudine di parlare da solo e di gesticol are intanto che parlava, avrebbe continuato a magnificare Salvato se, procedendo a passo di corsa e con continui scoppi di risa, non si fosse trovato sulla piaz za del Carmine, a danzare la tarantella sotto il portico della chiesa. Allora sollev la tenda sudicia e pesante che penzolava davanti alla porta, entr e si guard intorno. La chiesa del Carmine, di cui impossibile non accennare qualcosa di sfuggita, la pi popolare di Napoli, e la sua Madonna ha fama di essere tra le pi miracolose. P erch mai gode di questa fama e del rispetto di tutte le classi sociali? Forse per ch racchiude le spoglie del giovane e romantico Corradino di Svevia, nipote di Ma nfredi, e del suo amico Federico d'Austria? O per il suo Cristo, che, minacciato da una pallottola di Renato d'Angi, abbass la testa sul petto per scansarla, e i cui capelli crescono cos lunghi e folti che il sindaco di Napoli viene in gran po mpa, una volta all'anno, a tagliarglieli con delle forbici d'oro? O forse perch M asaniello, l'eroe dei lazzaroni, fu assassinato nel suo chiostro e l dorme in un qualche angolo sconosciuto, giacch il popolo dimentica persino coloro che sono mo rti per lui? Ma la cosa certa che la chiesa del Carmine - la pi popolare di Napol i, come abbiamo detto - quella in cui si fa la maggior parte dei voti, e dove an che il vecchio Tomeo aveva fatto il suo, dovuto a motivi che non tarderemo a con oscere. Perci Michele ebbe dapprima qualche difficolt a trovare colei che cercava, nella c hiesa come sempre affollata di fedeli; ma fin per scoprirla intenta a pregare con fervore ai piedi di uno degli altari laterali a sinistra della porta d'entrata. Questo altare, tutto scintillante di ceri, era consacrato a san Francesco. Miche le aveva la disgrazia o la fortuna - dipende se voi che mi leggete siete pessimi sti oppure ottimisti in fatto di amore - di essere innamorato. La sommossa che p revedeva, e a causa della quale aveva detto a Nina di doversene andare, era in r ealt una causa secondaria. La pi importante di tutte era il desiderio di vedere e abbracciare Assunta, la figlia di Basso Tomeo, il vecchio pescatore che, come il lettore ricorder, una notte in cui la sua barca era ormeggiata ai piedi del pala zzo della regina Giovanna, aveva visto un fantasma chinarsi su di lui per accert arsi con la punta del pugnale che il suo sonno fosse genuino, quindi rialzarsi e sparire tra le rovine. Bisogna inoltre ricordare che quella apparizione aveva procurato un tale spavent o al vecchio pescatore da convincerlo a lasciare Mergellina e a trasferirsi alla Marinella, cosicch tra il vecchio e il nuovo domicilio ci fossero di mezzo la ri viera di Chiaia, Chiatamone, Castel dell'Ovo, Santa Lucia, Castel Nuovo, il Molo , il porto, la strada Nuova, e infine la porta del Carmine. Da vero cavaliere errante, Michele aveva seguito l'innamorata fino all'altra est remit di Napoli: d'altronde, l'avrebbe seguita in capo al mondo. Il mattino del giorno a cui siamo arrivati, nel trovare la porta di Basso Tomeo chiusa anzich spalancata come al solito, aveva provato una certa inquietudine. Do ve poteva essere Assunta, e per quale ragione si era allontanata da casa? Oltre ai dubbi che un amante nutre sempre a proposito dell'amata, pur sapendosi corrisposto, egli aveva gi subito qualche contrariet per via di questo amore. Basso Tomeo, un vecchio pescatore pieno di timor di Dio, di venerazione per i sa

nti, di attaccamento al lavoro, non aveva una grande stima per Michele, che non solo considerava, come tutti, un pazzo, ma anche un pigro e un miscredente. I tre fratelli di Assunta, Giovanni, Gennaro e Luigi, erano dei figli troppo ris pettosi per non condividere le opinioni del padre riguardo a Michele; sicch il po vero giovane, ogni volta che veniva accusato di qualcosa, aveva in casa Tomeo un unico difensore, Assunta, a fronte di ben quattro accusatori, il padre e i tre fratelli, che costituivano, nelle discussioni di cui era oggetto, una maggioranz a schiacciante contro di lui. Per fortuna il mestiere di pescatore duro e impegnativo, e Basso Tomeo e i suoi tre figli, che si vantavano di non essere dei fannulloni come Michele e ci tenev ano a lavorare con coscienza, passavano una parte della serata a gettare le reti , una parte della notte ad aspettare che i pesci vi incappassero, e una parte de lla mattinata a tirarle fuori dall'acqua. Di conseguenza, su ventiquattr'ore, Ba sso Tomeo e i suoi tre figli ne passavano diciotto fuori casa e le altre sei a d ormire; quindi l'amore fra Michele e Assunta non era certo sottoposto a una rigo rosa sorveglianza. Perci Michele sopportava pazientemente le contrariet. Basso Tomeo gli aveva detto che non gli avrebbe dato sua figlia fino al giorno in cui non avesse trovato un lavoro redditizio e onesto, o non avesse ricevuto un'eredit. Sfortunatamente Mich ele asseriva di non conoscere alcun tipo di lavoro redditizio e insieme onesto, giacch secondo lui un attributo escludeva l'altro, il che a Napoli non era poi co s paradossale; e adduceva come prova il fatto che, proprio lui, Basso Tomeo, pur lavorando onestamente e per diciotto ore al giorno con l'aiuto dei suoi figli, c inquant'anni dopo che aveva gettato le reti per la prima volta, non era ancora r iuscito a mettere da parte neanche cinquanta ducati. Quindi a lui non restava ch e attendere l'eredit, e parlava di uno zio che non era mai esistito, il quale, se guendo le indicazioni di Marco Polo, era partito per il regno del Catai. Se l'er edit non fosse arrivata, cosa in fondo possibile, era invece sicuro che sarebbe d iventato colonnello, giacch glielo aveva predetto Nanno. Tuttavia, nella casa di Basso Tomeo, aveva riferito solo la prima parte della predizione, tenendo per s q uella che si concludeva con il patibolo e giudicando opportuno confidarsi su que l punto unicamente con la sorella di latte Luisa, come abbiamo visto durante il colloquio che aveva preceduto la predizione ancor pi funesta fatta dalla maga all a giovane. Ora, la presenza di Assunta nella chiesa della Madonna del Carmine, dinanzi all' altare di san Francesco illuminato a giorno dai ceri, era la prova che Michele, per quanto pazzo lo si dicesse, non si era affatto ingannato circa i magri guada gni che Basso Tomeo, nonostante tutta la fatica che gli costava, traeva dal suo duro mestiere. Infatti negli ultimi tre giorni le cose erano andate cos male che il vecchio pescatore aveva fatto voto di accendere dodici ceri a san Francesco, nella speranza che il santo, suo patrono, gli assicurasse una pesca simile a que lla fatta dai pescatori del Vangelo nel lago di Genesaret, e aveva preteso che s ua figlia passasse l'intera mattinata, cio tutto il tempo che egli avrebbe impieg ato a tirare le reti, a pregare con gran fervore a sostegno del suo voto. E poich questo era avvenuto il giorno prima, dopo l'ultima pesca - che era stata ancora pi scarsa delle due precedenti -, e Michele aveva dedicato tutta la serata a Luisa e tutta la notte al ferito, ragion per cui Assunta non aveva potuto avv ertirlo, ci spiega perch il giovane avesse trovato chiusa la porta di casa, e la f anciulla inginocchiata davanti all'altare di san Francesco invece che sulla sogl ia ad aspettarlo. Vedendo che Pasquale De Simone gli aveva detto il vero, Michele emise un tale so spiro di sollievo che Assunta si volt, gett un grido di gioia e, con un bel sorris o che esprimeva riconoscenza per la sua perspicacia, gli fece segno di andare a inginocchiarsi accanto a lei. Michele non se lo fece dire due volte: in un balzo si avvicin all'altare e cadde in ginocchio sullo stesso gradino dove si trovava Assunta. Non possiamo esser certi che a partire da quel momento la fanciulla abbia contin uato a pregare con lo stesso fervore di prima e senza mai distrarsi. Ma a quel p unto la cosa aveva poca importanza: la pesca doveva esser gi terminata e le reti tirate. Si poteva, tutto sommato, azzardare qualche parola d'amore, inframmezzat

a alle preghiere dovute al santo. Fu solo allora che Michele apprese da Assunta i fatti che, come si addice a uno storico, abbiamo gi presentato ai lettori prima che egli ne venisse a conoscenza; quanto a lui, le raccont quanto di pi verosimile riuscisse a inventarsi circa un malessere di Luisa, un delitto commesso vicino alla fontana del Leone e il tramb usto che si era creato in via Sant'Eligio e nel vico dei Sospiri dell'Abisso, da vanti alla porta della bottega del Beccaio. Assunta, da vera figlia di Eva qual era, non appena seppe di tale trambusto al M ercato Vecchio, volle conoscerne le cause precise. E poich le spiegazioni del suo amante le sembrarono piuttosto nebulose, interruppe la preghiera a san Francesc o, che peraltro si avviava alla fine, si accomiat dal santo, s'inchin davanti all' altare, immerse la punta delle dita nell'acquasantiera vicino alla porta, con es se tocc quelle di Michele, fece un ultimo segno della croce e, prima ancora di es sere uscita dalla chiesa, infil il braccio sotto quello di Michele, dopodich, legg era e cinguettante come un'allodola pronta a spiccare il volo, usc dalla chiesa d el Carmine piena di fiducia nell'intervento del santo e senza il minimo dubbio c he il padre e i fratelli avessero fatto una pesca miracolosa. 30. I DUE FRATELLI. La fiducia di Assunta in san Francesco era ben riposta: suo padre e i suoi frate lli avevano fatto davvero una pesca miracolosa. Nel momento in cui si erano accinti a tirare le reti, queste erano parse cos pesa nti da indurli a credere che si fossero impigliate in una roccia; ma, non avvert endo quella resistenza assoluta che pu opporre una massa radicata sul fondo del m are, avevano temuto - cosa non tanto rara, che considerata di malaugurio per col oro ai quali accade - di dover estrarre dal mare il cadavere di un suicida o di uno annegato per qualche incidente. Tuttavia, a mano a mano che la rete si avvicinava alla spiaggia, sentivano dei s ussulti e degli scossoni da cui si capiva che si trattava di corpi vivi e vegeti , costretti loro malgrado a lasciarsi trascinare dalla rete. Poco dopo apparve chiaro, dallo sciabordio del mare e dagli spruzzi che se ne le vavano, che i prigionieri, iniziando a comprendere la propria situazione, faceva no sforzi disperati per rompere la rete o per saltare al di sopra. Gennaro e Giovanni si calarono dalla barca e, pur avendo l'acqua fino al collo, mentre il padre e Luigi unendo i loro sforzi lottavano contro l'indocile preda, riuscirono ad afferrare la rete passandoci dietro e a tenerla ben salda. Tuttavia dai loro gesti e dalle loro esclamazioni si capiva che san Francesco av eva assolto generosamente il suo compito. Questo avveniva nel golfo, pressappoco a met della strada Nuova, di fronte a un g rande edificio che si affacciava da un lato sul lungomare, dall'altro su via San t'Andrea degli Scopari. Quella casa, pi nota come palazzo della Torre, apparteneva al duca omonimo. Poich ci accingiamo a raccontare un fatto rigorosamente storico, saremo costretti a fornire qualche particolare su questa casa in cui esso si svolto e su coloro che vi abitavano. Alla finestra del primo piano stava un giovane di circa ventisei anni, vestito a ll'ultima moda di Parigi, salvo che, invece di indossare la redingote a mantelli na o la giacca dalle lunghe falde e dall'alto colletto impunturato che si portav ano a quell'epoca, era avvolto in un'elegante veste da camera di velluto rosso c angiante, chiusa sul petto con alamari di seta. I suoi capelli neri, che da temp o non venivano pi incipriati, bench tagliati corti formavano dei riccioli naturali ; una fine camicia di batista, con lo jabot di prezioso merletto, lasciava intra vedere un collo giovane e candido come quello di una donna; le sue mani erano bi anche e sottili, da vero aristocratico. Al mignolo della sinistra portava un ane llo con diamante. Con occhio distratto, perduto nello spazio, egli seguiva le nu vole vaganti nel cielo, mentre la sua mano destra si muoveva ritmicamente, come quella di un poeta che scandisca dei versi.

E in effetti era un poeta - del genere di Jacopo Sannazaro, di Bertin, di Parny -, e precisamente don Clemente Filomarino, fratello minore del duca della Torre, uno dei giovanotti pi eleganti di Napoli, che contendeva il primato della moda a tipi come Nicolino Caracciolo e i Roccaromana; inoltre, buon cavaliere, gran ca cciatore, eccellente nella scherma, nel tiro al bersaglio, nel nuoto; ricco nono stante la sua posizione di secondogenito, in quanto il fratello, duca della Torr e, di venticinque anni pi vecchio di lui, aveva dichiarato di voler morire celibe per lasciare tutto il suo patrimonio a Clemente, cui aveva assegnato il compito di perpetuare la stirpe, onore al quale quest'ultimo sembrava aver rinunciato. D'altronde, il duca della Torre si occupava di un lavoro ben pi interessante per i suoi contemporanei e anche per i posteri - tale era almeno la sua convinzione - che non quello di generare eredi del suo nome e sostegni della sua stirpe. Bib liomane accanito, egli faceva collezione di libri rari e di manoscritti preziosi . Persino nella biblioteca reale di Napoli non esisteva niente che si potesse pa ragonare alla sua raccolta pressoch completa delle famose edizioni pubblicate da Luigi, Isacco e Daniele Elzevier, rispettivamente padre, figlio e nipote (37); d iciamo pressoch completa in quanto nessun bibliomane pu vantarsi di avere l'intera collezione, dal primo volume su cui compare il nome Elzevier, pubblicato nel 15 92, dal titolo "Eutropii historiae romanae", lib. X, fino al "Pastissier franois" , del 1655. Il duca mostrava con orgoglio agli amatori questa collezione quasi u nica, dove figuravano in successione, come marchio distintivo sul frontespizio, l'angelo che tiene in una mano un libro e nell'altra una falce; un ceppo di vite che si avvolge attorno a un olmo, con il motto "Non solus"; Minerva e l'ulivo, con l'esergo "Ne extra oleas", il fiorone con la maschera di bufalo che gli Elze vier adottarono nel 1629; la sirena, con cui lo sostituirono nel 1634; il finali no con la testa di Medusa; la ghirlanda di malvarosa, e per finire, i due scettr i incrociati su uno scudo, che sono il loro ultimo marchio. Inoltre queste edizi oni, tutte di pregio, si distinguevano per l'ampiezza dei margini, alcuni dei qu ali corrispondevano anche a quindici o diciotto righe. Quanto agli autografi, la collezione del duca era la pi ricca che esistesse al mo ndo. Essa iniziava con il sigillo di Tancredi d'Altavilla e proseguiva con le fi rme di re, principi e vicer che avevano regnato su Napoli, fino a quelle di Ferdi nando e di Carolina, gli attuali regnanti. Lo strano che quella passione del collezionismo, il cui sintomo pi diffuso di ren dere indifferenti a ogni sentimento umano, non aveva avuto alcuna influenza sull 'amore quasi paterno del duca della Torre per il suo giovane fratello don Clemen te, rimasto orfano a cinque anni. Ci che l'aveva cos profondamente legato a lui fi n dal giorno della sua nascita era probabilmente l'idea che, a partire da quel m omento, egli era libero dall'impegno di doversi prendere una moglie, la quale, p ur non distogliendolo completamente dalla sua vocazione di collezionista, lo avr ebbe in ogni caso distratto. Sarebbe impossibile elencare tutte le cure di cui e gli fece oggetto quel bimbo che aveva il compito di esimerlo dall'obbligo di spo sarsi. Ogni volta che contraeva una di quelle indisposizioni pi o meno gravi alle quali soggetta l'infanzia, egli adempiva da solo alle mansioni di infermiere, e passava le notti al capezzale del bambino, annotando cataloghi o cercando nei l ibri rari quegli errori di stampa che contraddistinguono un esemplare autentico. Dall'infanzia, don Clemente era poi passato all'adolescenza, quindi alla giovin ezza; adesso stava diventando uomo; e mai il profondo e tenero affetto del frate llo per lui era diminuito o aveva mutato natura. A ventisei anni, don Clemente e ra ancora trattato dal duca come un bambino. Non c'era volta che montasse a cava llo, andasse a caccia o a nuotare, senza che questi gli gridasse dalla finestra: Attenzione a non annegare! Bada che il fucile non sia caricato male! Sta' attent o che il cavallo non si imbizzarrisca!. Allorch l'ammiraglio Latouche-Trville si rec a Napoli, don Clemente Filomarino, com e gli altri giovani della sua et, fraternizz con gli ufficiali francesi, ed essend o poeta dotato di un'ardente immaginazione, disgustato dagli abusi perpetrati in un paese sottoposto al triplice dispotismo dello scettro, della spada e dell'as persorio, si un alle file dei pi ferventi patrioti e venne imprigionato con loro. Interamente dedito alle sue ricerche di autografi e di libri rari, il duca della Torre aveva appena avuto sentore del passaggio della flotta francese e non gli

aveva attribuito alcuna importanza. Filosofo di natura, portato per a escludere l a politica dalla sua visione del mondo, non aveva fatto caso agli attacchi del f ratello contro il governo, l'esercito e i preti. Tutt'a un tratto, per, venne a s apere che don Clemente era stato arrestato e condotto a Castel Sant'Elmo. Se un fulmine gli fosse scoppiato davanti, non lo avrebbe sconvolto come quella notizi a; impieg qualche minuto a raccogliere le idee, poi si precipit dal responsabile d ell'ordine pubblico - incarico che da noi corrisponde a quello di prefetto di po lizia - a chiedere che cosa avesse fatto suo fratello. Grande fu la sua sorpresa quando si sent rispondere che don Clemente era un cospi ratore, che su di lui pesavano le accuse pi gravi e che, nel caso venissero prova te, ne andava della sua testa. Il patibolo sul quale erano morti Vitaliani, Emanuele De Deo e Galiani era appen a stato rimosso dalla piazza del Castello; a lui parve di vederlo ergersi di nuo vo per divorare suo fratello. Corse dai giudici, assedi le porte dei Vanni, dei G uidobaldi, dei Castelcicala; offr il suo intero patrimonio, i suoi autografi, i s uoi Elzevier; offr se stesso in cambio della libert del fratello. Supplic il primo ministro Acton, si gett ai piedi della regina; fu tutto inutile. Il processo segu il suo corso; ma questa volta, malgrado l'influenza nefasta di quella feroce tri nit, tutti gli accusati vennero riconosciuti innocenti e liberati. Fu allora che la regina, vedendosi sfuggire l'occasione di una vendetta legale, istitu quella famigerata "camera buia" in cui abbiamo introdotto i nostri lettori e quel tribunale segreto di cui Vanni, Castelcicala e Guidobaldi erano i giudic i e Pasquale De Simone l'esecutore delle sentenze. Diciotto mesi di prigione, durante i quali il duca della Torre credette di perde re la ragione e smise di dedicarsi ai suoi Elzevier e ai suoi autografi, non gua rirono affatto don Clemente Filomarino dai suoi princpi liberali, dalle sue tende nze filosofiche e dai suoi istinti ribelli; al contrario, essi lo spinsero pi che mai verso l'opposizione. Forte dell'imparzialit di cui aveva dato prova il tribu nale, che, nonostante le pressioni segrete della regina e le sollecitazioni pubb liche degli accusatori, lo aveva dichiarato innocente e rimesso in libert, egli p ensava di non aver pi nulla da temere ed era diventato uno dei pi assidui frequent atori dell'ambasciata di Francia, mentre si era invece completamente eclissato d alla corte, a cui, dato il suo rango, avrebbe avuto libero accesso. Il duca della Torre suo fratello, rassicurato sulla sorte di Clemente, si era im merso di nuovo nelle sue collezioni, e non si preoccupava pi di quel figliol prod igo se non per raccomandargli come sempre la prudenza quando montava a cavallo, andava a caccia o faceva una nuotata nel golfo. Quel giorno erano entrambi soddi sfatti. Don Clemente Filomarino aveva appreso la notizia della partenza dell'ambasciator e francese e della dichiarazione di guerra da lui fatta a re Ferdinando, e, poic h i suoi princpi di cittadino del mondo avevano il sopravvento sulla sua nazionali t napoletana, sperava di poter vedere entro un mese gli amici francesi entrare a Napoli e il re e la regina andare al diavolo. Dal canto suo, il duca della Torre aveva appena ricevuto una lettera del libraio Dura, il pi famoso venditore di libri antichi di Napoli, il quale gli annunciava di aver scoperto uno dei due Elzevier che mancavano alla sua collezione e gli c hiedeva se dovesse portarglieli a casa o aspettare che si recasse lui nel suo ne gozio. Leggendo la lettera del libraio, il duca della Torre aveva lanciato un grido di gioia e, non avendo la pazienza di attendere, dopo essersi annodato la cravatta e infilato il mantello, era sceso dal secondo piano - interamente occupato dalla biblioteca - al primo, dove si trovavano le stanze sue e del fratello, ed era e ntrato nella camera di questi proprio nel momento in cui Clemente stava cercando la rima per l'ultimo verso di un poema comico simile al "Lutrin" di Boileau, ne l quale stigmatizzava i tre peccati dei monaci non solo di Napoli ma di ogni par te del mondo: la lussuria, la pigrizia e l'ingordigia. Alla vista del fratello, don Clemente intu che gli doveva essere capitato uno di quei grandi eventi bibliomaniacali che gli facevano perdere la testa. Oh, caro fratello, esclam avete per caso trovato il Terenzio del 1661?. No, carissimo; ma pensa come sono fortunato: ho trovato il Persio del 1664.

Trovato... ma trovato sul serio? Sapete bene che pi di una volta mi avete gi detto: 'Ho trovato' e che, quando si trattato di consegnarvi l'esemplare in questione, hanno tentato di rifilarvi un falso Elzevier, un'edizione con la sfera terrestr e invece di quella con l'ulivo o con l'olmo. S, ma non mi sono mai lasciato gabbare. Una vecchia volpe come me non ci casca! D' altronde, stato Dura a scrivermi, e lui non mi giocherebbe mai un tiro simile. H a la sua reputazione da proteggere. Guarda qui, piuttosto, ecco la sua lettera: 'Signor duca, venite subito; ho la gioia di annunciarvi che ho trovato il Persio del 1664, con i due scettri incrociati sullo scudo; una splendida edizione; tut ti i margini sono di larghezza equivalente a quindici righe'. Bravo! E state andando da Dura, immagino. Corro da lui! Mi coster almeno sessanta o ottanta ducati; ma che importa! Sarai tu a ereditare un giorno la mia biblioteca, e se avr la fortuna di trovare anche il Terenzio del 1661 la collezione sar completa; lo sai quanto vale una collezione completa di Elzevier? Ventimila ducati come minimo!. Di una cosa vi scongiuro, mio caro fratello: non datevi pensiero di ci che mi lasc erete o meno. Spero che, come accadde a Cleobi e Bitone, pur non avendo noi gli stessi loro meriti, gli di ci ameranno abbastanza da farci morire lo stesso giorn o e alla stessa ora. Vogliatemi bene: finch me ne vorrete, sar ricco. Suvvia, briccone, gli disse il duca posandogli le mani sulle spalle e guardandolo con ineffabile tenerezza sai bene che ti amo come un figlio, anzi pi di un figlio, altrimenti sarei corso difilato da Dura e non ti avrei abbracciato che al ritor no. Ebbene, abbracciatemi e correte a prendere il vostro Terenzio. Il mio Persio, ignorante! Ah, prosegu il duca con un sospiro tu sarai un bibliomane di terz'ordine, e forse neanche... Arrivederci, Clemente, a presto!. E il duca della Torre usc di casa a precipizio. Don Clemente torn alla finestra. Basso Tomeo e i figli avevano frattanto finito di tirare a riva le reti, in mezz o a una folla imponente di pescatori e di lazzaroni, accorsi a vedere il risulta to della loro pesca. 31. DOVE ENTRA IN SCENA GAETANO MAMMONE. Come abbiamo detto all'inizio del capitolo precedente, san Francesco aveva fatto le cose per bene, e la pesca era stata davvero miracolosa. Sembrava che il santo, cos devotamente invocato da Assunta e cos generosamente gra tificato da Basso Tomeo di una messa e di dodici ceri, avesse deciso di far entr are nelle reti del vecchio pescatore e dei suoi tre figli un esemplare per ogni tipo di pesce del golfo. Allorch il tramaglio usc dal mare e comparve sulla riva tanto pieno da scoppiare, si sarebbe detto che non fosse il Mediterraneo bens il Pattolo a rovesciare tutti i suoi tesori sulla spiaggia. L'orata dai riflessi d'oro, la palamita dalle squame d'acciaio, la spigola dalla veste d'argento, la triglia dal corpetto rosa, il dentice dalle pinne color vin accia, il muggine dal muso arrotondato, il pesce sole che sembra un tamburello a sonagli caduto in mare, e infine il sampietro, che reca sui fianchi l'impronta delle dita dell'apostolo, facevano da scorta - come fossero una vera e propria c orte con ministri e ciambellani - a un magnifico tonno, del peso di almeno sessa nta rotoli - circa cinquanta chili -, simile a quel re del mare che nell'opera " La muta di Portici" Masaniello promette ai suoi compagni su un'aria davvero inca ntevole. Il vecchio Basso Tomeo si teneva la testa fra le mani, non riuscendo a credere a i suoi occhi, e pestava i piedi dalla gioia. Le ceste portate da lui e dai figli nella speranza di una pesca abbondante, una volta riempite fino all'orlo, non c ontenevano nemmeno un terzo di quella straordinaria messe raccolta nell'ubertoso campo che sempre si rinnova. I figli andarono alla ricerca di altri recipienti, mentre il vecchio, pieno di riconoscenza, raccontava ai presenti che quel mirac

olo era dovuto a una grazia speciale di san Francesco, suo patrono, a cui aveva fatto dire una messa e accendere dodici ceri. Era soprattutto il tonno a suscitare l'ammirazione del vecchio pescatore e degli astanti: sembrava un miracolo che, con tutti gli scossoni che aveva dato alla r ete, non l'avesse strappata e, intanto che cercava di fuggire attraverso le magl ie, non avesse aperto un passaggio anche al resto di quel popolo squamoso che si dibatteva attorno a lui. Al racconto di Basso Tomeo e alla vista della sua pesca, tutti si segnavano e gr idavano: Viva san Francesco!. Don Clemente, che dalla finestra dominava la scena, era il solo a mettere in dubbio l'intervento del santo e a considerare quell'ope razione miracolosa nient'altro che un caso fortunato, come ne capitano a volte a i pescatori. Dal suo posto di osservazione al primo piano del palazzo, che gli permetteva di spingere lo sguardo fino al gomito che forma la riva della Marinella, egli vedev a quello che Basso Tomeo, circondato com'era, insieme ai suoi pesci, da una foll a festante, non poteva invece vedere: ossia fra Pacifico, che stava arrivando da lla parte del mercato insieme al suo asino e camminava con aria fiera al centro della strada com'era sua abitudine, e che, proseguendo in quella direzione, sare bbe andato a urtare contro la montagna di pesci appena estratti dal mare. Cos infatti avvenne; vedendo una massa di gente che gli sbarrava la strada, senza capirne il perch, per riuscire a passare, il frate prese Giacobino per la cavezz a e and avanti per primo gridando: Fate largo! In nome di san Francesco, fate largo!. E' naturale che, in mezzo a una folla plaudente al miracolo compiuto dal fondato re degli ordini minori, si dovesse far largo al nuovo arrivato che si presentava in nome del santo; e tutti si scostarono con una riverenza e una prontezza tant o maggiori in quanto riconobbero fra Pacifico e l'asino Giacobino, che sapevano votati al servizio particolare del santo. Il monaco, fendendo quella folla, ignorava che cosa vi fosse al centro di essa, ed ecco che si trov di colpo faccia a faccia con il vecchio Tomeo e per poco non inciamp nella montagna di pesci che si contorcevano nei guizzi estremi dell'agoni a. Era il momento che don Clemente stava aspettando, giacch prevedeva che fra il pes catore e il monaco si sarebbe svolta una strana lotta; in effetti, non appena Ba sso Tomeo ebbe riconosciuto fra Pacifico con Giacobino al seguito, immaginando c he tributo esorbitante gli sarebbe stato imposto, gett un grido di terrore e impa llid, mentre il viso del frate si illuminava di un sorriso trionfante alla vista di quel ben di Dio verso cui lo aveva guidato la sua buona stella. Per l'appunto quel giorno il mercato del pesce era cos sfornito che, nonostante l 'indomani fosse giorno di magro, egli non vi aveva trovato niente che fosse degn o dei palati da buongustai dei cappuccini di Sant'Eframo. Ah, ah! fece don Clemente, abbastanza ad alta voce da essere udito dal basso, cio d alla riva lo spettacolo si fa interessante. Qualcuno alz la testa; ma, non comprendendo che cosa volesse dire quel giovane in veste da camera di velluto, rivolse nuovamente lo sguardo verso Basso Tomeo e f ra Pacifico. Questi non lasci a lungo il vecchio pescatore nell'angoscia del dubbio; afferr il suo cordone, lo stese sul tonno e pronunci le parole sacramentali: In nome di san Francesco!. Proprio quello che aveva previsto don Clemente, il quale scoppi in una risata. Era chiaro che avrebbe assistito al conflitto fra i due principali moventi delle azioni umane: la superstizione e l'interesse. Basso Tomeo, il quale era fermamente convinto di dovere la sua pesca miracolosa a san Francesco, avrebbe difeso il pi bell'esemplare di quella pesca contro san F rancesco stesso o contro il suo rappresentante, che era poi la stessa cosa? In base a quanto sarebbe successo, don Clemente avrebbe giudicato quale assegnam ento i patrioti potevano fare sul popolo nel corso della lotta che Napoli avrebb e dovuto sostenere per la conquista dei propri diritti, e se quel popolo, in nom e del quale essi si sarebbero battuti contro i pregiudizi, si sarebbe schierato a favore o contro tali pregiudizi.

La prova non ebbe un esito soddisfacente per il filosofo. Dopo un conflitto inte riore che dur solo qualche secondo, sull'interesse prevalse la superstizione, e i l vecchio pescatore, che per un istante era sembrato disposto a difendere la sua propriet e si guardava intorno per vedere se i tre figli fossero tornati con le altre ceste da riempire, fece un passo indietro e, mostrando l'oggetto del conte ndere, disse umilmente: San Francesco me lo ha dato, san Francesco me lo riprende. Viva san Francesco! Qu esto pesce vostro, padre. Ah, che imbecille! non si trattenne dall'esclamare don Clemente. Tutti alzarono il capo, e gli sguardi della folla si appuntarono su quel giovane dall'aria beffarda con un'espressione di semplice stupore, giacch nessuno capiva esattamente a chi fosse rivolto l'epiteto di imbecille. Oh, sei tu, Basso Tomeo, sei proprio tu che ho chiamato imbecille! grid don Clement e. E perch, Eccellenza?. Perch tu e i tuoi tre figli, che siete persone oneste, grandi lavoratori, e in pi f orti e robusti, vi lasciate sottrarre il premio delle vostre fatiche da un frate furbacchione, pigro e impudente. Fra Pacifico, convinto che il rispetto dovuto al suo abito lo mettesse fuori dis cussione, sentendosi attaccato in maniera cos diretta e imprevista, cosa che non avrebbe mai creduto possibile, emise un ruggito di collera e mostr il suo bastone a don Clemente. Tienilo per il tuo asino, frate; il solo al quale possa far paura. S, ma vi avverto, don Ciccillo (38), il mio asino si chiama Giacobino. Ebbene, allora il tuo asino che ha un nome da uomo, mentre tu hai un nome da best ia. La folla si mise a ridere: di fronte a una disputa, all'inizio essa sta sempre d alla parte di colui che mostra di avere dello spirito. Fra Pacifico, furente, non seppe far altro che apostrofare don Clemente con quel nome che per lui rappresentava l'ingiuria pi grave: Ti dico che sei tu un giacobino! Quest'uomo un giacobino, fratelli; guardatelo, c on quei capelli tagliati corti e quei pantaloni lunghi sotto la veste da camera! Giacobino! Giacobino!. Giacobino quanto vuoi, e me ne vanto. Lo sentite, url fra Pacifico ammette di essere un giacobino!. Per cominciare, disse don Clemente sai che cos' un giacobino?. E' un demagogo, un sanculotto, un settembrista, un regicida. Pu darsi che sia cos in Francia; ma a Napoli - ascoltami bene e cerca di non diment icarlo - 'giacobino' vuol dire un uomo onesto che ama il suo paese, che vorrebbe la felicit del popolo e, di conseguenza, l'abolizione dei pregiudizi che lo abbr utiscono; che invoca l'uguaglianza, ossia le stesse leggi per gli umili e per i potenti, la libert per tutti, affinch ogni pescatore possa gettare le sue reti in qualsiasi parte del golfo, e non ci siano zone di riserva per il re, a Portici, al Chiatamone e a Mergellina, visto che il mare di tutti, come l'aria che respir iamo, come il sole che ci illumina; un giacobino, insomma, un uomo che vuole la fratellanza, cio che considera tutti fratelli e dice: 'Non giusto che gli uni si riposino e chiedano l'elemosina mentre gli altri faticano e sudano'. E non vuole che un povero pescatore, dopo aver passato la notte a gettare le reti e la gior nata a tirarle su, la volta che gli capita - cosa che avviene ogni dieci anni di prendere un pesce da trenta ducati.... Il prezzo sembr esagerato alla gente, che si mise a ridere. Io lo pago trenta ducati riprese Filomarino. Ebbene, ripeto, un giacobino non vuole che, quando un povero pescatore ha preso un pesce che vale trenta ducati, se lo veda portar via da un uomo - anzi da un frate, perch un frate non un uomo: degno di chiamarsi uomo chi rende dei servigi ai suoi fratelli, e non chi li deruba; chi al servizio della societ e non a suo carico; chi lavora e guadagna onorevolme nte per nutrire una moglie e dei figli, e non chi sottrae la moglie agli altri e travia i propri figli con l'ozio e l'indolenza. Ecco, frate, che cosa si intend e per giacobino, e se le cose stanno cos, allora io sono un giacobino!. Lo sentite? grid il monaco esasperato. Costui insulta la Chiesa, insulta la religion

e, insulta san Francesco... E' un ateo!. Diverse voci chiesero: Che cos' un ateo?. E' uno rispose fra Pacifico che non crede in Dio, che non crede nella Madonna, che non crede in Ges Cristo e che non crede neanche nel miracolo di san Gennaro. A ciascuna di queste accuse, don Clemente aveva visto le facce della gente anima rsi, gli occhi farsi via via pi brillanti. Era evidente che, se la lotta fra lui e il monaco proseguiva e aveva come arbitro una folla ignorante e fanatica, avre bbe avuto la peggio. All'ultima accusa, alcuni avevano gettato un grido rabbioso , mostrandogli il pugno e ripetendo con fra Pacifico: E' un giacobino, un ateo, un uomo che non crede al miracolo di san Gennaro. E inoltre, concluse il monaco, che aveva tenuto in serbo questo argomento per ulti mo amico dei francesi. A questa invettiva finale, alcuni si misero a raccogliere dei sassi. E voi grid loro don Clemente siete degli asini ai quali non si metteranno mai dei ba sti abbastanza pesanti e ai quali non si faranno mai portare dei carichi abbasta nza gravosi. Cos dicendo richiuse la finestra. Ma proprio in quel momento una voce grid: Abbasso i francesi! Morte ai francesi!. E cinque o sei pietre andarono a infrangere il vetro alle spalle di don Clemente . Una di esse, colpendolo al viso, lo fer leggermente. Forse, se il giovane avesse avuto la prudenza di non farsi pi vedere, l'ira della moltitudine si sarebbe placata con questa vendetta; invece, reso furente dall'i nsulto e dal dolore, egli corse a prendere il suo fucile da caccia carico, riapr la finestra e, con il viso fremente di collera e di sdegno, disse, mostrando la guancia sanguinante: Chi ha lanciato la pietra? Chi mi ha colpito?. Io rispose un uomo sui quarant'anni, basso di statura ma di costituzione robusta, con un cappello di paglia, giacca e calzoni al ginocchio bianchi, incrociando le braccia sul petto e sollevando cos dalla giacca una nuvola di farina. Io, Gaetano Mammone. Appena udite queste parole, don Clemente Filomarino appoggi il fucile alla spalla e spar. La carica si accese ma il colpo non part. Miracolo! grid fra Pacifico mettendo il pesce sull'asino e lasciando don Clemente a lle prese con la folla. E si avvi dalla parte dell'Immacolatella continuando a gr idare: Miracolo! Miracolo!. Duecento voci gridarono dopo di lui: Miracolo!. Ma, fra le altre, si ud nuovamente la voce di prima gridare: A morte il giacobino! A morte l'ateo! A morte l'amico dei francesi!. E tutti coloro che avevano urlato: Miracolo! adesso si misero a urlare: A morte! A morte!. La guerra era ormai dichiarata. Una parte della folla si rivers dentro al portone del palazzo per andare ad aggre dire don Clemente passando dall'interno; altri appoggiarono una scala alla fines tra e iniziarono ad arrampicarsi. Il giovane spar di nuovo a caso in mezzo alla folla, colpendo un uomo che si acca sci a terra. Un gesto imprudente, che gli tolse ogni speranza di misericordia. Or mai non gli restava che vendere la sua vita a caro prezzo. Con il calcio del fucile assest un colpo alla prima testa che comparve al livello della finestra; l'uomo apr le braccia e cadde riverso all'indietro. Poi gett a terra il fucile con il legno spaccato dalla violenza dell'urto e prese in ogni mano una pistola: i due successivi assalitori ricevettero l'uno una pal lottola in testa, l'altro al petto. Caddero entrambi nella strada, dove rimasero esanimi sul selciato. Le grida della folla rabbiosa aumentarono; da ogni parte della riva accorreva ge nte a prestare manforte agli aggressori. A un tratto don Clemente Filomarino ud cigolare la porta d'ingresso e i passi di qualcuno che si avvicinava alla sua stanza. Corse a chiudere a chiave la porta. Era un baluardo molto fragile contro la morte.

Non aveva avuto il tempo di ricaricare le pistole, e il fucile era rotto; gliene restava per la canna, che poteva usare come mazza, e inoltre c'erano le sue spad e da scherma. Le stacc dal muro, le pos dietro di s su una sedia, raccolse la canna del fucile e si prepar a difendersi fino all'ultimo. Alla finestra comparve un altro aggressore, e la canna si abbatt su di lui; se lo avesse colpito alla testa, gliel'avrebbe spaccata; ma con rapida mossa l'uomo s i spost e ricevette la mazzata sulla spalla. Allora afferr la canna del fucile, si aggrapp con le mani alle parti sporgenti, ponticello e batteria. Don Clemente ca p che, se si fosse impegnato nella lotta, qualcuno ne avrebbe approfittato per sf ondare la porta; abbandon l'arma nel momento in cui il suo avversario si aspettav a di incontrare resistenza: venutogli a mancare il punto d'appoggio, l'uomo cadd e all'indietro; ma don Clemente perdeva cos la sua arma pi efficace. Si butt sulle spade. A un tratto ud uno schianto e vide la lama di una scure penetrare attraverso il s ottile battente della porta della sua camera. Nel momento in cui la scure si ritirava per sferrare un secondo colpo, il giovan e infil la spada nella fenditura della porta; si ud una bestemmia. Toccato! esclam allora il giovane, scoppiando nella risata feroce di chi gode della vendetta e non ha pi niente da sperare se non di morire dopo aver inflitto tutto il male possibile al nemico. Poi sent dietro di s il tonfo di un corpo pesante: u n uomo era saltato dal balcone nella stanza, con un pugnale in mano. La sottile lama della spada si incroci in un baleno con il pugnale: l'uomo emise un sospiro e cadde; il ferro gli era uscito di sei pollici fra le due spalle. Un secondo colpo di scure sfond il pannello della porta. Don Clemente si preparav a ad affrontare i nuovi avversari allorch vide cadere dall'alto, in direzione del la strada, delle carte e dei libri. Comprese che quei forsennati erano saliti al secondo piano, avevano sfondato la porta dell'appartamento del fratello - o forse questi, non prevedendo il pericol o, l'aveva lasciata aperta nella fretta di recarsi da Dura -, e adesso, ignorand one il valore, stavano buttando dalla finestra dei tesori inestimabili come gli autografi, i libri, gli Elzevier del duca della Torre. Ferito da una pietra, egli aveva gettato un grido di rabbia: alla vista di una s imile profanazione, gett un grido di dolore. Suo fratello, il suo povero fratello, quanta disperazione avrebbe provato al rit orno! Don Clemente dimentic il pericolo che lo minacciava e non pens che, tornando a cas a, il duca della Torre avrebbe avuto probabilmente ben altro motivo di afflizion e che non la perdita dei suoi Elzevier. Vide solo il baratro che si era improvvi samente spalancato nella vita del fratello a causa della sua imprudenza, un bara tro nel quale venivano di colpo inghiottiti trenta lunghi anni di cure incessant i e di assidue ricerche, e sent crescersi dentro la rabbia contro quei bruti che, non paghi della vendetta compiuta sull'uomo, la estendevano agli oggetti inanim ati, distruggendoli senza conoscerne il valore, per puro istinto di distruzione. Per un attimo pens di scendere a trattative con i suoi nemici, di arrendersi e di riscattare con la propria morte la perdita dei libri e dei manoscritti preziosi del fratello. Ma alla vista dei loro volti in cui si mischiavano in parti ugual i la collera e la stupidit, comprese che, sicuri com'erano di averlo in pugno, es si non sarebbero mai venuti a patti con lui e che, informandoli del valore degli oggetti che voleva salvare, avrebbe solo reso ancora pi probabile la loro distru zione. Decise dunque di non chiedere niente, e, dato che la sua morte era certa e non c 'era alcuna speranza di salvezza, tent solo, con la forza della disperazione, di renderla pi facile e pi rapida. Morto lui, forse i suoi nemici non avrebbero spinto oltre la loro vendetta. L'unica cosa che gli restava da fare era di valutare obiettivamente la propria s ituazione e di trovare il modo di vendicarsi il pi possibile. La finestra non veniva pi usata come via d'accesso per le difficolt che presentava ; vi si precipit; una folla di forse tremila lazzaroni occupava la riva; per fort una nessuno aveva armi da fuoco, quindi egli pot affacciarsi. L sotto, quella gent

e stava radunando una gran quantit di legna che andava a prendere sulla spiaggia, la quale, nel punto di cui stiamo parlando, come un enorme deposito di legna da ardere e di legname da costruzione; intanto altri uomini ammassavano, sotto que l rogo improvvisato, i libri e le carte che gli altri scalmanati continuavano a buttar gi dalla finestra del secondo piano, destinati a essere distrutti dal fuoc o. E intanto la porta stava per cedere sotto le spinte degli assalitori e soprat tutto sotto i colpi di scure dell'uomo dalla giacca bianca. Essa poteva resister e ancora per dieci secondi: con un po' di presenza di spirito e la mano sicura, era all'incirca il tempo necessario a don Clemente per ricaricare le pistole. E' nota la rapidit con la quale si caricano le pistole da tiro al bersaglio, in c ui la pallottola preme direttamente sulla polvere. Perci esse erano gi pronte a sp arare nello stesso istante in cui la porta cedette. Uno stuolo di uomini si rivers nella camera; i due spari partirono contemporaneam ente come due lampi; due uomini rotolarono sul pavimento. Don Clemente si volt per afferrare le spade; ma, prima che avesse il tempo di all ungare le mani verso di esse, si trov completamente circondato da coltelli e pugn ali. Stava per essere trafitto da venti lame in una volta sola, e raccoglieva le forz e per lanciarsi incontro a quella morte cos rapida che gli avrebbe risparmiato l' agonia, allorch l'uomo dalla giacca bianca, facendo roteare la scure sopra la sua testa, grid: Che nessuno lo tocchi! Il sangue di quest'uomo mio!. L'ordine arriv giusto in tempo per evitare a don Clemente diciannove coltellate s u venti; ma la ventesima, pi repentina delle altre, gli era gi stata inferta sotto la gola. L'unica cosa che l'assassino pot fare in segno di obbedienza fu di indi etreggiare lasciando il coltello conficcato nella piaga. Il ferito rimase in piedi, ma oscillando come se stesse per cadere. Gaetano Mamm one gett la scure, balz su di lui, con una mano lo tenne appoggiato al muro, con l 'altra lacer - senza che don Clemente avesse la volont o la forza di opporvisi - l a veste da camera e la camicia di batista, gli denud il petto, strapp via il colte llo piantato nella gola e attacc avidamente le labbra alla ferita, da cui sgorgav a un lungo filo scarlatto. Cos fa la tigre appesa al collo del cavallo, dopo aver lacerato l'arteria per ber ne il sangue. Don Clemente sent che quell'uomo, o meglio quella belva, gli stava succhiando con violenza la vita dal corpo; istintivamente gli pos le mani sulle spalle e tent di respingerlo, come Anteo tenta di respingere Ercole che lo soffoca. Tuttavia, o il suo avversario era troppo robusto, o don Clemente era troppo indebolito: le b raccia gli ricaddero lentamente. E dopo il sangue e la vita gli sembr che quell'u omo gli succhiasse anche l'anima; un sudore freddo gli imperl la fronte, un brivi do mortale gli corse nelle vene ormai quasi svuotate; emise un lungo sospiro e s venne. Non sentendo pi palpitare la sua vittima, il vampiro se ne stacc; la bocca gli si storse in un sorriso di terrificante volutt. Bene, disse io mi sono dissetato; adesso voialtri fate quel che volete di questo ca davere. E Gaetano Mammone smise di tenere ritto contro il muro il corpo di don Clemente, il quale si afflosci su se stesso e cadde inerte sul pavimento. Frattanto il duca della Torre, felice come un bimbo che ha ottenuto il giocattol o ambito, aveva ricevuto dalle mani del libraio Dura il Persio del 1664, si era assicurato dell'autenticit dell'edizione individuando sul frontespizio lo scudo c on i due scettri incrociati, e non aveva esitato a pagare i sessantadue ducati r ichiestigli dal libraio. Adesso mancava soltanto il Terenzio del 1661 perch la su a collezione di Elzevier fosse completa, una fortuna che potevano vantare solo t re amatori al mondo, uno a Parigi, uno a Vienna, uno ad Amsterdam! Con in mano il prezioso volume, il duca si affrett a risalire sulla carrozzella c on cui era venuto per far ritorno a palazzo. Con quanta gioia avrebbe rivisto do n Clemente e gli avrebbe mostrato il suo tesoro, facendogli notare la superiorit dei piaceri del bibliomane su quelli degli altri uomini! Ah, se avesse potuto co nvincerne il giovane, che aveva tante belle qualit, ma senza questa non sarebbe m

ai stato un perfetto cavaliere! Don Clemente era proprio come la collezione del duca: aveva tutte le qualit fuorch una, cos come lui, il fortunato bibliomane, poss edeva tutte le edizioni degli Elzevier, padre, figlio e nipote, tranne il Terenz io. Con il sorriso sulle labbra il duca andava rimuginando tutti questi concetti, in cui la mente aveva meno posto del cuore, e intanto rimirava il suo prezioso vol ume, lo stringeva fra le mani, lo premeva sul petto, moriva dalla voglia di baci arlo, cosa che avrebbe certamente fatto se fosse stato solo. Ed ecco che, arriva ndo al Supportico Strettola, cominci a scorgere un vasto assembramento di folla c he gli sembrava essersi formato davanti al suo palazzo. Ma certamente si inganna va; che cosa ci stava a fare quella gente proprio l? Ma c'era una cosa che gli se mbrava ancora pi straordinaria: tutti quei libri e quelle carte che, simili a uno stormo di uccelli, sembravano spiccare il volo dalle finestre della sua bibliot eca! Senza dubbio era la prospettiva a ingannarlo; quelle finestre alle quali og ni tanto si affacciavano degli uomini che comunicavano mediante gesti di rabbia con quelli che erano in strada non potevano essere le sue. Eppure, a mano a mano che la carrozzella procedeva, il duca non poteva pi avere d ubbi, e una terribile angoscia gli attanagliava il cuore; sebbene si avvicinasse sempre di pi, vedeva sempre meno distintamente. Una nube gli velava gli occhi, s imile a quelle che a volte si sognano; sottovoce, ma in tono sempre pi ansioso, c on lo sguardo fisso e la testa protesa in avanti, si diceva: Io sto sognando! Io sto sognando!. Ma ben presto fu costretto ad ammettere che non sognava e che una catastrofe ina ttesa, inimmaginabile, si era abbattuta sulla sua casa e su di lui. L'assembramento arrivava fino al vico Marina del Vino, e ciascuno degli uomini c he lo formavano, in preda a una insana frenesia, urlava: A morte il giacobino! A morte l'ateo! A morte l'amico dei francesi! Al rogo! Al r ogo!. Un lampo terribile attravers la mente del duca; degli uomini scatenati, mezzi nud i e sanguinanti, gesticolavano alle finestre dell'appartamento di suo fratello. Egli salt gi dalla carrozzella, si infil come un pazzo tra la folla, emettendo grid a inarticolate, scostando, con una forza che non credeva di possedere, certi uom ini dieci volte pi robusti di lui; a mano a mano che si addentrava in quel mare d i cui ogni onda era un uomo, lo sentiva pi agitato, pi rombante, pi minaccioso. Quando infine arriv al centro dell'assembramento gett un grido: davanti a lui c'er a una catasta di legna di ogni specie, sulla quale giaceva suo fratello, mezzo n udo, ferito, sanguinante, privo di sensi. Non c'era da sbagliarsi, non si poteva dire: Non lui. No, no, era davvero lui, don Clemente, il figlio del suo cuore, il fratello delle sue viscere! Il duca comprese solo una cosa, e gli bastava: che quelle tigri ruggenti, quei c annibali urlanti, quei diavoli che sghignazzavano intorno alla catasta erano gli assassini di suo fratello. A onor del vero, va detto che il duca, credendo che suo fratello fosse morto, ne anche per un attimo pens di sopravvivergli: tale possibilit non gli sfior neppure l a mente. Ah, miserabili, traditori e assassini! Carnefici immondi! grid. Almeno non ci potret e impedire di morire insieme!. E si gett sul corpo del fratello. Tutta la plebaglia url di gioia: aveva due vittime anzich una e, invece di una vit tima insensibile, inerte, pressoch morta, aveva una vittima viva, da poter tortur are fino in fondo. Domiziano diceva, a proposito dei cristiani: Non sufficiente che muoiano; bisogna che si sentano morire (39). Il popolo di Napoli, sotto questo aspetto, il degno erede di Domiziano. In un attimo, il duca della Torre venne legato sul corpo del fratello ai legni d ella catasta. Don Clemente apr gli occhi. Aveva sentito sulle labbra la pressione di una bocca amica. Riconobbe il fratello. Gi sommerso dall'onda della morte, mormor: Antonio, Antonio, perdonami!.

L'hai detto tu, Clemente, rispose il duca gli di ci amano: al pari di Cleobi e Biton e, noi morremo insieme! Ti benedico, fratello del mio cuore! Ti benedico, Clemen te!. In quell'istante, fra le grida di gioia, le beffe infami, le bestemmie atroci de lla moltitudine, un uomo accost una torcia alle carte e ai libri ammucchiati ai p iedi della catasta, ai quali il duca non aveva dedicato n uno sguardo n un sospiro . Intanto un altro grid: Portate dell'acqua! Non devono morire troppo in fretta!. E in effetti il supplizio dei due fratelli dur tre ore. Fu solo al termine di quelle tre ore che i popolani, sazi di sofferenze, si disp ersero, ognuno portandosi via un brandello di carne bruciata sulla punta del col tello, del pugnale o del bastone. Le ossa rimasero sul rogo, che continu lentamente a consumarle. Il dottor Cirillo pot allora proseguire il cammino verso Portici; era stata l'ago nia di quei due martiri a sbarrargli la strada. Cos perirono il duca della Torre e suo fratello, don Clemente Filomarino, le prim e due vittime del furore popolare di Napoli. Lo stemma della citt dal bel cielo azzurro una giumenta in corsa; ma quella giume nta, discendente dei cavalli di Diomede, si molto spesso nutrita di carne umana. Cinquanta minuti pi tardi il dottor Cirillo arriv a Portici, e il vetturino si era guadagnato la sua piastra. Quella stessa sera, seguendo il medesimo percorso di quando era uscito per la pr ima volta dal regno di Napoli, Ettore Carafa, travestito da montanaro, raggiunge va i confini dello Stato pontificio e si affrettava alla volta di Roma per annun ciare al generale Championnet l'incidente occorso al suo aiutante di campo e con ferire con lui circa le misure da adottare in una simile circostanza. 32. UN DIPINTO DI LOPOLD ROBERT (40). Adesso lasceremo Ettore Carafa intento a seguire i sentieri di montagna, e, nell a speranza di arrivare prima di lui, prenderemo, con il permesso dei nostri lett ori, la strada maestra che va da Napoli a Roma, la stessa percorsa dal nostro am basciatore, Dominique Joseph Garat; senza fermarci a Sessa, campo di manovre del le truppe di re Ferdinando, n alla torre di Castellone presso Gaeta, erroneamente chiamata la tomba di Cicerone; senza fermarci nemmeno vicino alla carrozza del nostro ambasciatore, che, al galoppo dei suoi quattro cavalli, scende velocement e dalla collina di Castellone, la precederemo a Itri, dove Orazio, durante il su o viaggio a Brindisi, ha cenato da Capitone e dormito da Murena (41). Oggi, cio all'epoca in cui vi conduciamo i nostri lettori, la cittadina di Itri n on pi l'"urbs Mamurrarum"; non annovera pi fra i suoi quattromilacinquecento abita nti degli uomini che abbiano raggiunto la fama del celebre giureconsulto romano o del cognato di Mecenate. D'altronde, noi non dobbiamo fermarci l a cenare o a dormire; si tratta semplicem ente di una sosta di qualche ora presso il mastro carradore del luogo, dove il n ostro ambasciatore, a causa delle pessime condizioni della strada che percorre, non tarder a raggiungerci. La casa di don Antonio della Rota - il cui nome dovuto sia alla nobilt delle sue origini, che egli afferma risalire agli spagnoli, sia alla bravura con cui sa da re forma di ruota anche al frassino e all'olmo pi restii - situata, grazie a una lungimiranza che fa onore al suo proprietario, a due passi dalla stazione di pos ta e di fronte all'albergo del Riposo di Orazio, un'insegna che suggerisce la pr etesa - da parte dell'albergo, s'intende - di sorgere proprio nel punto in cui c 'era la casa di Murena. Don Antonio della Rota aveva pensato, con molta sagacia, che sistemandosi vicino alla posta, dove i viaggiatori erano costretti a fermar si, e di fronte all'albergo in cui, attirati dalle reminiscenze classiche, essi trovavano ristoro, nessuna delle carrozze malridotte da quelle famigerate strade , dove lo stesso Ferdinando ricordava di essersi ribaltato due volte, sarebbe sf uggita alla sua giurisdizione.

E in effetti don Antonio, grazie all'incuria degli ispettori delle strade di Sua Maest Ferdinando, faceva affari eccellenti; entrando in casa sua, i nostri letto ri non si stupiranno dunque di essere accolti, all'insegna del buonumore, dai su oni del tamburello nazionale mescolati a quelli della chitarra spagnola. Ma oltre alla normale propensione all'allegria propria di qualsiasi imprenditore che veda crescere sempre di pi la prosperit della sua ditta, quel giorno don Anto nio aveva un motivo particolare di contentezza: dava in moglie la figlia Frances ca al suo primo operaio Peppino, al quale, ritirandosi dagli affari, contava di lasciare la sua officina. Attraversiamo dunque il corridoio buio che percorre la casa da una facciata all'altra, e diamo un'occhiata al cortile e al giardino, e constateremo che quanto la facciata principale, che d sulla strada, severa, dese rta e silenziosa, tanto quella opposta allegra e animata. La parte della propriet di don Antonio che visitiamo per prima si compone di un t errazzo con balaustra, da cui si scende per una scala di sei gradini in un corti le dal pavimento in terra battuta, che serve, all'epoca della mietitura, come ai a per battervi il grano; cortile e terrazzo sono ricoperti da un unico immenso p ergolato, formato da rami di vite che, partendo dai tronchi all'intorno, vanno a d attaccarsi alla casa, lungo la quale continuano a salire tappezzando la faccia ta imbiancata a calce. Quei verdi festoni, insieme all'ombra che proiettano, att enuano con mezzetinte mosse da ogni soffio di vento il colore troppo crudo del m uro, che, grazie a quella collaborazione della natura, si armonizza mirabilmente con le tegole rosse del tetto e con l'azzurro intenso del cielo; il sole proiet ta su questo scenario le tinte calde di una delle prime mattine d'autunno e, pen etrando attraverso gli interstizi del fogliame, per quanto fitto esso sia, cospa rge di chiazze dorate le lastre di pietra del terrazzo e il pavimento in terra b attuta del cortile. Al di l si stende il giardino, ossia una piantagione di piopp i sparsi qua e l e collegati fra loro da lunghi tralci di vite dai quali pendono oscillando dei grappoli d'uva degni della terra promessa; quei grappoli, di un c olor porpora cupo, sono cos numerosi che ogni passante si sente in diritto di sta ccarne quanto basta per soddisfare la gola o estinguere la sete; mentre stuoli d i tordi, di merli e di passeri staccano gli acini dai grappoli come i passanti i grappoli dall'albero; alcune galline che corrono di qua e di l nella piantagione sotto l'occhio dominatore di un gallo austero e quasi immobile, si prendono la loro parte di bottino, sia raccogliendo gli acini caduti, sia saltando fino ai g rappoli pi bassi, ai quali restano a volte appese per il becco, tanta la loro vor acit. Ma che importa a una natura cos rigogliosa di quel mondo di ladri, di razzia tori e di parassiti! Ne rester sempre abbastanza per una vendemmia sufficiente ai bisogni dell'annata successiva; la Provvidenza stata inventata appositamente pe r gli esseri oziosi e gli animi imprevidenti. Al di l del giardino iniziano i pendii dei monti dell'Appennino, che nell'antichi t davano asilo a quei rudi pastori sanniti che costrinsero le legioni di Postumio a passare sotto il loro giogo, e a quei Marsi invincibili che i Romani esitavan o ad attaccare e che desideravano farsi alleati da duemila anni; in quelle contr ade che trova riparo e perdura, a ogni rivolgimento politico che scuote la pianu ra o le valli, la selvaggia e ostile indipendenza dei briganti. E dopo aver alzato il sipario sul teatro, mettiamo ora in scena gli attori. Essi si dividono in tre gruppi. Gli uomini cosiddetti ragionevoli - non perch abbiano acquisito la ragione, ma pe rch hanno perduto la giovinezza -, seduti, sulla terrazza, intorno a un tavolo co sparso di bottiglie dal lungo collo e dal ventre rivestito di paglia, formano il primo gruppo, presieduto da mastro Antonio della Rota. I giovani e le fanciulle, che danzano la tarantella, o meglio varie tarantelle, su richiesta di Peppino e Francesca, cio dei due fidanzati che presto saranno spo si, formano il secondo gruppo. Il terzo, infine, si compone dei tre suonatori dell'orchestra; uno di essi gratt a una chitarra, gli altri due battono su tamburelli a sonagli; il chitarrista se duto sull'ultimo gradino della scala che collega il terrazzo al cortile, mentre gli altri due stanno in piedi accanto a lui per mantenere la libert di movimento e potere, in certi momenti, picchiare sui tamburelli col gomito, la testa o il g inocchio, in modo da ricavarne timbri diversi.

Questi tre gruppi hanno come unico spettatore un giovane tra i venti e i ventidu e anni che sta seduto, o meglio accovacciato, su un muro fatiscente in comune fr a la casa di don Antonio e quella del sellaio Giansimone, suo compare e vicino, cosicch non si pu dire se sia ospite dell'uno o dell'altro. Comunque, per quanto immobile e in apparenza indifferente, di certo motivo di in quietudine per don Antonio, Francesca e Peppino, giacch, di quando in quando, i l oro sguardi si posano su di lui con l'espressione di chi non deplorerebbe affatt o l'assenza di quel vicino importuno. Poich gli altri personaggi che abbiamo or ora presentato ai lettori non sono che comparse o quasi nel nostro dramma, e solo quel giovane vi reciter una parte piut tosto importante, soprattutto di lui che adesso ci occuperemo. Come abbiamo detto, di et compresa tra i venti e i ventidue anni, ha una bella co rporatura, capelli biondi, quasi fulvi, grandi occhi color azzurro maiolica dall o sguardo molto intelligente e, a tratti, di una ferocia inaudita; la sua carnag ione, che nell'infanzia non mai stata esposta alle intemperie, lascia trasparire qualche lentiggine; ha il naso diritto; le labbra sottili, rialzandosi agli ang oli, scoprono due file di denti piccoli, bianchi e aguzzi come quelli di uno sci acallo; i baffi e la barba nascenti sono di colore fulvo; infine, per concludere il ritratto di questo strano giovane, mezzo bifolco e mezzo cittadino, diremo c he nei suoi gesti, negli abiti e persino nel cappello a larghe falde posato acca nto a lui, c' qualcosa che fa pensare a un ex seminarista. E' l'ultimo di tre fratelli di nome Pezza, pi debole degli altri due, che fanno i braccianti, e per questo dai genitori destinato alla Chiesa: la grande ambizion e di un contadino della Terra di Lavoro, degli Abruzzi, della Basilicata e delle Calabrie infatti di avere un figlio in qualche ordine religioso. Di conseguenza , il padre lo aveva mandato a scuola a Itri e, quando ebbe imparato a leggere e a scrivere, aveva ottenuto per lui dal curato della chiesa di San Salvatore l'in carico di sacrestano. Tutto and bene fino all'et di quindici anni, e la devozione con cui il giovinetto serviva messa, l'aria beata con cui faceva oscillare il turibolo nelle processio ni, l'umilt con cui scuoteva il campanellino nell'accompagnare il viatico, gli av evano attirato tutte le simpatie delle anime devote, le quali, precorrendo i tem pi, gli avevano attribuito fin da allora il titolo di fra Michele, e lui, dal su o canto, ci si era abituato; ma forse il passaggio dall'adolescenza alla virilit produsse nel giovane chierico certi cambiamenti fisici che non tardarono a influ ire sul morale; fu visto accostarsi a piaceri da cui si era fino ad allora tenut o lontano; pur non mescolandosi ai ballerini, lo si vide guardare con invidia co loro che avevano una bella compagna di danze; qualcuno lo incontr una sera sotto i pioppi con un fucile in mano, intento a inseguire tordi e merli; una notte si ud il suono di una chitarra inesperta uscire dalla sua camera; rifacendosi all'es empio del re Davide, che aveva danzato davanti alla sacra arca, una domenica fec e, senza troppo sfigurare, il suo esordio nella tarantella; infine, dopo aver os cillato per diversi mesi fra il pio desiderio dei genitori e la propria vocazion e mondana, il giorno stesso in cui compiva diciott'anni annunci che, in seguito a un coscienzioso esame delle proprie tendenze, aveva deciso di rinunciare irrevo cabilmente alla Chiesa e di pretendere il suo posto nella societ e la sua parte d i pompe e di opere di Satana. Esattamente il contrario di ci che fanno i neofiti che abiurano il mondo e rinunciano a Satana, alle sue pompe e alle sue opere. In coerenza con queste idee, fra Michele chiese di poter lavorare da mastro Gian simone come garzone sellaio, dichiarando che la sua vera vocazione, alla quale e ra venuto meno passando per la Chiesa, lo spingeva irresistibilmente verso la co nfezione di basti da mulo e di collari da cavallo. Fu un grande dolore per la famiglia Pezza, costretta a rinunciare alla sua massi ma aspirazione, quella di vedere uno dei suoi membri curato, o almeno cappuccino o carmelitano; ma Michele manifest cos chiaramente la sua volont che si dovette ac condiscendere a quello che chiedeva. Quanto a Giansimone, presso il quale il sacrestano intendeva andare ad abitare, vide in questo desiderio soltanto qualcosa che lusingava il suo amor proprio. Fr a Michele non era esattamente il pio aspirante alle cose celesti che il suo nome suggeriva, ma non era nemmeno cattivo. Solo in due o tre occasioni, nelle quali

il torto non era affatto dalla sua parte, aveva mostrato i denti e stretto fort e i pugni; inoltre, una volta che un suo avversario aveva estratto un coltello d alla cintola pensando di coglierlo alla sprovvista, fra Michele ne aveva a sua v olta tirato fuori uno dalla tasca e se ne era servito con tanta destrezza che ne ssuno aveva pi osato sfidarlo allo stesso gioco; intanto, di nascosto com'era sol ito fare - il che era forse una conseguenza della sua educazione religiosa -, av eva imparato da solo a ballare; inoltre si diceva, senza che nessuno, per, potess e fornirne la prova, che era diventato uno dei migliori tiratori della citt; infi ne, suonava la chitarra con tanta dolcezza e perizia, bench apparentemente non av esse avuto maestri, che quando si dedicava a questo esercizio con la finestra ap erta, le ragazze. per quanto poco portate alla musica, si fermavano ad ascoltarl o con diletto. Ma fra le giovani di Itri una sola aveva il privilegio di attirare lo sguardo de l chierico, ed era proprio lei, fra tutte le sue compagne, l'unica che sembrasse insensibile alla chitarra di fra Michele. Si trattava di Francesca, la figlia di don Antonio. Cos noi che, nella nostra qualit di storico e romanziere, sappiamo su Michele Pezz a molte cose che i suoi concittadini ignorano ancora, non esiteremo a dire che l a scelta del mestiere di sellaio fatta dal nostro eroe, e soprattutto quella di Giansimone come padrone, era stata determinata in primo luogo dalla vicinanza de lla sua casa a quella di don Antonio, e in particolare dalla comunanza di quel m uro semidiroccato, che per un ragazzo agile e forte come fra Michele faceva dei due giardini un unico spazio recintato; e con la stessa certezza diremo che se m astro Giansimone, invece di essere un sellaio, fosse stato un sarto o un fabbro, purch esercitasse il suo mestiere nello stesso luogo, fra Michele si sarebbe sen tito altrettanto portato a confezionare abiti o a maneggiare la lima quanto a fa bbricare basti e collari. Il primo ad accorgersi del segreto che abbiamo or ora divulgato fu don Antonio: l'insistenza con la quale il giovane, terminato il lavoro, stava alla finestra c he dava sul terrazzo, sul cortile e sul giardino del carradore, gli sembr infatti degna della massima attenzione: perci si mise a osservare la direzione dello sgu ardo del suo vicino, che, vago e inespressivo quando Francesca era assente, all' apparire della giovane, diventava di una fissit e di un'eloquenza che gi da tempo non lasciavano dubbi a Francesca sul sentimento che ella aveva ispirato, e che b en presto non ne lasciarono nemmeno a suo padre. Erano passati circa sei mesi da quando fra Michele aveva cominciato a fare l'app rendista da Giansimone allorch don Antonio fece tale scoperta, che peraltro non l o impensier granch, in quanto sua figlia, interpellata, gli aveva dichiarato che n on aveva niente contro Pezza, ma che amava Peppino. Poich questo amore assecondava gli auspici di don Antonio, egli lo approv con tutt o il cuore; tuttavia, giudicando che l'indifferenza di Francesca non fosse un ba luardo abbastanza sicuro contro le eventuali iniziative del giovane chierico, de cise di aggiungervi l'allontanamento di questi, cosa che gli sembrava la pi facil e al mondo: tra carradore e sellaio, basta una stretta di mano; d'altronde, don Antonio e Giansimone non erano solo vicini di casa ma anche compari, il che, sop rattutto nell'Italia meridionale, costituisce un forte vincolo. Egli and quindi a trovare Giansimone, gli espose i fatti e lo preg, come prova di amicizia che non gli si poteva rifiutare, di mettere alla porta fra Michele; Giansimone trov perf ettamente lecita la richiesta del padre della sua figlioccia e gli promise di so ddisfarla non appena il suo apprendista gliene avesse fornito il pretesto con qu alche malefatta. Ma, neanche a farlo apposta, da quel momento il giovane sembr avere, come Socrate , un genio amico a consigliarlo. Mentre prima era stato solo un buon apprendista , in breve divenne un apprendista eccellente; Giansimone cercava invano un rimpr overo da fargli: irreprensibile in fatto di assiduit - le otto ore al giorno che doveva al padrone diventavano spesso otto e mezzo, a volte nove -, lo era anche nel modo di lavorare; faceva tali e tanti progressi che l'unico appunto che Gian simone avrebbe potuto fargli era che i clienti cominciavano a preferire i pezzi confezionati dall'operaio a quelli usciti dalle mani del padrone. Anche la sua c ondotta era inappuntabile: appena terminato il lavoro, saliva nella sua stanza e

ne scendeva solo per cena, dopodich vi risaliva fino all'indomani mattina. A Gia nsimone venne l'idea di riprenderlo per la passione della chitarra, e di dirgli che le vibrazioni di quello strumento gli davano terribilmente ai nervi; ma da u n giorno all'altro il giovane smise spontaneamente di suonarla, essendosi accort o che l'unica persona per la quale suonava non lo ascoltava neanche. Ogni otto giorni don Antonio si lagnava con il compare perch non aveva ancora mes so alla porta l'apprendista, e ogni volta Giansimone rispondeva che l'avrebbe fa tto la settimana seguente; ma anche questa passava e la domenica Michele tornava , puntuale come sempre, ad affacciarsi alla finestra. Infine, esasperato dalle insistenze del compare, una mattina Giansimone si decis e a comunicare al suo apprendista che dovevano separarsi, e al pi presto possibil e. Fra Michele se lo fece ripetere due volte, poi, fissando il suo sguardo chiaro e deciso in quello vago e sfuggente del padrone, gli domand: E perch ci dobbiamo separare?. Ma guarda un po'! replic il sellaio con un'aria di sussiego. Sei tu che mi interrogh i? Adesso l'apprendista interroga il padrone!. E' mio diritto rispose tranquillamente fra Michele. Tuo diritto, tuo diritto!... ripet il sellaio sbalordito. Certo: quando abbiamo fatto insieme il contratto.... Non abbiamo fatto nessun contr atto, lo interruppe Giansimone io non ho firmato niente. Eppure un contratto l'abbiamo fatto. Non c' bisogno di carta e penna per fare un c ontratto: fra persone oneste basta la parola. Fra persone oneste, fra persone oneste!... mormor il sellaio. Non siete forse un uomo onesto, voi? chiese con freddezza il giovane. Certo, perdio! rispose Giansimone. Ebbene, se siamo persone oneste, lo ripeto, fra noi due c' un contratto in base al quale io devo servirvi come apprendista; voi, dal canto vostro, dovete insegnar mi il mestiere e, se non vi do alcun motivo di scontento, non avete il diritto d i scacciarmi da casa vostra. S, ma se mi dai qualche motivo di scontento? .... Ve ne ho dato qualcuno?. Me ne dai in continuazione!. Quali?. Quali, quali!.... Vi aiuter io a trovarli, se ce ne sono. Sono forse pigro?. Non posso dir questo. Sono un attaccabrighe?. No. Sono un ubriacone?. Ah, se per questo, non bevi che acqua. Sono un dissoluto?. Ci mancherebbe altro, povero te!. Allora, se non sono n un dissoluto, n un ubriacone, n un attaccabrighe, n un pigro, q uali motivi di scontento vi posso dare?. Fra di noi c' incompatibilit di carattere. Incompatibilit di carattere? Ecco la prima volta che non siamo dello stesso parere ; ma ditemi che difetti ha il mio carattere, e li corregger. Non dirai, spero, che non sei testardo!. Perch non voglio andarmene da casa vostra?. Dunque ammetti di non volertene andare da mia!. Certo che non voglio. E se ti caccio?. Se mi cacciate, un'altra cosa. Allora te ne andrai?. S; ma poich avrete commesso nei miei confronti un'ingiustizia che non ho meritato, mi avrete arrecato un'offesa che non vi perdoner.... E allora? domand Giansimone. Allora, disse il giovane senza alzare minimamente la voce ma guardando fisso il pa drone negli occhi quant' vero che mi chiamo Michele Pezza, vi uccider.

Capacissimo di farlo! grid il sellaio facendo un balzo all'indietro. Ne siete convinto, eh? ribatt fra Michele. In verit, s. Allora vi conviene, mio caro padrone, giacch avete avuto la fortuna di trovare un apprendista che non un dissoluto, n un ubriacone, n un pigro, e che vi rispetta co n tutto il cuore, vi conviene andare voi stesso a dire a don Antonio che siete t roppo galantuomo per cacciare di casa un povero ragazzo del quale non avete null a di cui lagnarvi. D'accordo?. S, certo, disse Giansimone mi sembra la cosa pi giusta. E pi prudente aggiunse il giovane con una punta di ironia. Allora siamo d'accordo, v ero?. Ti ho gi detto di s. Qua la mano!. Eccola. Fra Michele strinse cordialmente la mano al padrone e si rimise al lavoro, calmo come se niente fosse avvenuto. 33. FRA MICHELE. L'indomani, domenica, Michele Pezza si vest come al solito per andare a messa, un dovere al quale non aveva mancato nemmeno una volta da quando era tornato allo stato laico. In chiesa incontr suo padre e sua madre che salut devotamente, a mess a finita li riaccompagn a casa, chiese loro l'autorizzazione, che ottenne, a spos are la figlia di don Antonio, nel caso che questi gliela concedesse; poi, per no n avere niente da rimproverarsi, si present a casa del carradore per chiedere in moglie Francesca. Don Antonio era con la figlia e il futuro genero, e grande fu la sua sorpresa ne l vederlo entrare. Il suo compare Giansimone non aveva osato raccontargli quanto era avvenuto fra lui e il suo apprendista; gli aveva detto, come sempre, di ave r pazienza e che lo avrebbe accontentato la settimana seguente. Alla vista di fr a Michele, la conversazione si interruppe cos bruscamente che il nuovo arrivato p ot facilmente capire che stavano parlando di affari di famiglia di cui non intend evano metterlo a parte. Allora salut con molta cortesia tutti e tre, e chiese a d on Antonio il favore di potergli rivolgere qualche parola in privato. Il favore gli fu concesso con scarso entusiasmo; il discendente dei conquistator i spagnoli si chiedeva se non fosse rischioso trovarsi a quattr'occhi con il suo giovane vicino, pur essendo ben lungi dal sospettarne il carattere risoluto. Co munque, fece segno a Francesca e a Peppino di ritirarsi. I due uscirono dalla stanza tenendosi sottobraccio e ridendo in faccia a fra Mic hele. Questi non fiat, non diede segno di irritazione, non fece un gesto di minaccia, b ench gli sembrasse di essere stato morso da una vipera come don Rodrigo (42) nell a tomba. Signore, disse a don Antonio non appena la porta si richiuse alle spalle della cop pia felice che probabilmente si stava facendo beffe del povero innamorato ritengo inutile dirvi che amo vostra figlia Francesca. Se inutile, replic con aria scherzosa don Antonio allora, perch lo dici?. Inutile per voi, signore, ma non per me che vengo a chiedervela in moglie. Don Antonio scoppi a ridere. Non ci vedo niente da ridere, signore, disse Michele Pezza senza perdere minimamen te la calma e, visto che sto parlando seriamente, ho il diritto di essere ascolta to con la stessa seriet. In effetti, che cosa c' di pi serio? ribatt il carradore persistendo nel tono canzona torio. Il signor Michele Pezza fa a don Antonio l'onore di chiedere in moglie sua figlia!. Io non credo, signore, di farvi un onore particolare disse Pezza conservando il su o sangue freddo. Credo che l'onore sia reciproco, e so benissimo che voi respinge rete la mia richiesta.

Perch allora ti esponi a un rifiuto?. Per mettermi in pace la coscienza. La coscienza di Michele Pezza! fece don Antonio scoppiando di nuovo a ridere. E perch, replic il giovane senza perdere la calma perch, di grazia, Michele Pezza non dovrebbe avere una coscienza come don Antonio? Come lui ha due braccia per lavor are, due gambe per camminare, due occhi per vedere, una lingua per parlare, un c uore per amare e odiare. Perch non dovrebbe avere, come don Antonio, una coscienz a che gli dice: 'Questo bene, questo male'?. Dinanzi a un simile sangue freddo, che non si aspettava certo da parte di un rag azzo cos giovane, il carradore rimase del tutto sconcertato; tuttavia, rifacendos i al vero significato delle parole di Michele Pezza, riprese: Metterti la coscienza in pace vuol dire che, se ti rifiuto mia figlia, accadr qual che sciagura?. Probabilmente rispose Michele Pezza con spartana laconicit. E quale sciagura accadr? domand il carradore. Solo Dio e la maga Nanno possono saperlo! Ma una sciagura accadr, in quanto, finch io vivo, Francesca non sar mai la moglie di un altro. Adesso vattene! Sei pazzo. Io non sono pazzo, ma me ne vado. Ottima idea! mormor don Antonio. Michele Pezza fece qualche passo verso la porta; ma a met strada si ferm. Mi guardate cos tranquillamente andar via perch sperate che un giorno o l'altro, su vostra richiesta, il vostro compare Giansimone mi caccer da casa sua, come voi o ra mi cacciate dalla vostra. Che dite? fece don Antonio stupito. Aprite gli occhi! Abbiamo avuto un chiarimento e rester da lui finch mi far piacere restarvi. Ah, che disgraziato! esclam don Antonio. Ma se mi aveva promesso.... Quello che non poteva mantenere... Voi avete il diritto di cacciarmi da casa vost ra, e non ve ne serbo rancore, perch sono un estraneo; lui invece non ne aveva il diritto, perch sono il suo apprendista. E allora? disse don Antonio riprendendo coraggio. Che tu rimanga o no dal mio compa re, poco importa! Ognuno di noi a casa sua; ti avverto soltanto che, dopo le min acce che mi hai fatto, se ti trover qui da me, o ti vedr aggirarti, di giorno o di notte, nella mia propriet, dato che adesso conosco le tue cattive intenzioni, ti uccider come un cane rabbioso. E' vostro diritto, ma non mi esporr a tanto; e adesso riflettete. Oh, ho gi riflettuto. Mi rifiutate la mano di Francesca?. Non una ma due volte. Anche nel caso che Peppino vi rinunciasse?. Anche nel caso che Peppino vi rinunciasse. Anche nel caso che Francesca accettasse di prendermi per marito?. Anche nel caso che Francesca accettasse di prenderti per marito. E mi mandate via senza avere la carit di lasciarmi un minimo di speranza?. Ti mando via dicendoti: no, no e no. Pensateci bene, don Antonio: Dio punisce non i disperati, ma coloro che li hanno spinti alla disperazione. E' quello che sostiene la gente di Chiesa. E' quello che affermano gli uomini d'onore. Addio, don Antonio. Che Dio vi conced a la pace!. E Michele Pezza usc. Sulla porta d'ingresso incontr due o tre giovani di Itri, ai quali sorrise come a l solito. Poi torn a casa di Giansimone. Nel vederlo cos calmo, era impossibile pensare o anche solo sospettare che fosse uno di quei disperati di cui parlava un istante prima. Sal nella sua camera e vi si chiuse dentro, ma questa volta non si avvicin alla fi nestra; si sedette sul letto, pos le mani sulle ginocchia, chin la testa sul petto , e grosse lacrime silenziose gli colarono dagli occhi lungo le guance. Era da d

ue ore in quella posizione immobile, muto e piangente, allorch bussarono alla por ta. Rialz il capo, si asciug rapidamente gli occhi e stette in ascolto. Bussarono una seconda volta. Chi ? domand. Sono io, Gaetano. Riconobbe la voce e il nome di un suo compagno di lavoro; Michele non aveva amic i. Si asciug di nuovo gli occhi e and ad aprire la porta. Che vuoi da me, Gaetano? chiese. Volevo sapere se non saresti disposto a fare una partita alle bocce con gli amici sulla passeggiata della citt. So che non rientra nelle tue abitudini, ma ho pens ato che oggi.... E perch oggi, a differenza degli altri giorni, dovrei giocare alle bocce?. Perch oggi sei un po' abbattuto, quindi hai pi bisogno di distrazioni che non gli a ltri giorni. Oggi sono un po' abbattuto?. Cos presumo: si sempre abbattuti quando si davvero innamorati e ci si vede rifiuta re la donna amata. Allora tu sai che sono innamorato?. Oh, se per questo, lo sanno tutti. E sai che mi hanno rifiutato colei che amo?. Certo, e da una fonte sicura: stato Peppino a dircelo. E in che modo ve l'ha detto?. Ha detto: 'Fra Michele venuto a chiedere in moglie Francesca a don Antonio e si p reso una doccia fredda'. E non ha aggiunto nient'altro?. Ha aggiunto che, se questo non ti bastasse, per completare l'opera ti dar anche de ll'altro. Ha detto proprio cos?. Parola per parola. Hai ragione, disse Michele Pezza dopo un istante di silenzio, durante il quale si era assicurato di avere il coltello in tasca ho bisogno di distrarmi; andiamo a g iocare alle bocce. E usc insieme a Gaetano. I due compagni, a passo veloce ma regolare - ritmo impresso da Gaetano pi che da Michele -, scesero gi per la strada maestra che portava a Fondi; poi svoltarono a sinistra, dalla parte del mare, in un doppio viale di platani che serviva da pa sseggiata alle persone anziane e da palestra ai bambini e ai giovani. C'erano gr uppi diversi che giocavano ai giochi pi svariati, ma soprattutto a quello che con siste nel far avvicinare il pi possibile a un pallino delle grosse bocce. Michele e Gaetano girarono un po' prima di trovare il gruppo in cui giocava Pepp ino; alla fine scorsero l'operaio carradore in mezzo a quello pi distante; Michel e si diresse con decisione verso di lui. Peppino, chino verso terra, stava discutendo su una giocata, e nel raddrizzarsi lo vide. Ma guarda! esclam, trasalendo suo malgrado sotto lo sguardo lampeggiante del rivale . Sei tu, Michele!. Come vedi, Peppino; ti stupisce?. Credevo che non giocassi mai alle bocce. E' vero, non ci gioco mai. Che ci fai qui, allora?. Vengo a prendermi quello che mi hai promesso. Peppino teneva nella destra il boccino che serve da bersaglio ai giocatori, gran de come una pallottola da quattro libbre; indovinando le intenzioni ostili dell' altro, prese lo slancio e, con tutta la forza del suo braccio, gli scagli contro il proiettile. Michele, che non aveva perso di vista uno solo dei suoi movimenti , e che, dai tratti alterati, aveva intuito quel che intendeva fare, si limit ad abbassare la testa. La pallina di legno, lanciata con la forza di una catapulta, gli pass sibilando a due dita dalla tempia e and a frantumarsi in mille schegge c

ontro il muro. Pezza prese un sasso da terra. Potrei, come il giovane Davide, disse spaccarti la testa con un sasso, e cos ti ripa gherei di quanto hai tentato di farmi; ma, invece di lanciartelo in mezzo alla f ronte, come fece Davide al filisteo Golia, mi accontenter di mirare al tuo cappel lo. Il sasso part con un sibilo e fece cadere il cappello dalla testa di Peppino, dop o averlo forato da parte a parte come avrebbe fatto un proiettile di fucile. Per riprese Pezza aggrottando la fronte e stringendo i denti la gente coraggiosa non si batte da lontano con oggetti di legno e pietre. Cos dicendo tir fuori dalla tasca il coltello. Si batte da vicino, ferro alla mano. Poi, rivolgendosi agli altri giovani che guardavano la scena con interesse, giac ch, pur rientrando nelle usanze del paese, era caratterizzata da un'eccezionale o stilit: Guardate, voialtri, disse e oltre a essere testimoni del fatto che il primo ad aggr edire stato Peppino, siate anche giudici di ci che sta per accadere. E avanz verso il rivale, dal quale lo separavano una ventina di passi, e che lo a spettava con il coltello in mano. A quanti pollici di lama ci battiamo? domand Peppino. A lama intera rispose Pezza. Cos non ci sar modo di imbrogliare. Al primo o al secondo colpo? chiese ancora Peppino. A morte! replic Pezza. Queste parole, come lampi sinistri, si erano incrociate in un silenzio di tomba. Ciascuno dei due contendenti si tolse la giacca e l'arrotol intorno al braccio si nistro a guisa di scudo; poi avanzarono entrambi, l'uno verso l'altro. Gli spettatori formavano un cerchio in mezzo al quale stavano, isolati, i due av versari; il silenzio che gi regnava si protrasse, giacch era evidente che stava pe r accadere qualcosa di terribile. Se mai vi furono due nature opposte, tali erano quelle dei due rivali: l'uno tut to muscoli, l'altro tutto nervi; l'uno doveva combattere alla maniera di un toro , l'altro alla maniera di un serpente. Peppino attese Michele stando ripiegato su se stesso, con la testa infossata nel le spalle, le braccia in avanti, il viso congestionato, e insultando l'avversari o. Michele avanz lentamente, in silenzio, livido in volto; gli occhi, di un azzurro verdastro, sembravano voler ammaliare come quelli di un boa. Dal primo si sprigionava la sensazione del coraggio brutale unito alla forza dei muscoli; dal secondo, di una volont incrollabile e suprema. Michele era visibilmente il pi debole e forse anche il meno accorto; ma, straname nte, se gli spettatori avessero avuto l'abitudine di scommettere, tre quarti di essi si sarebbero pronunciati a suo favore. I primi colpi andarono a vuoto, sia nell'aria che nelle pieghe delle giacche; le due lame si incrociavano come lingue di vipere intente a giocare. A un tratto la mano destra di Peppino si copr di sangue: con il filo della lama, Michele gli aveva dilaniato quattro dita, dopodich fece un balzo indietro per dar e all'avversario il tempo di spostare il coltello nell'altra mano, non potendo p i servirsi della destra. Rifiutando ogni privilegio per s, Michele precludeva all'altro la possibilit di ch iederne. Peppino prese il coltello fra i denti, si fasci con il fazzoletto la mano ferita, spost la giacca sull'altro braccio e riprese il coltello con la sinistra. Pezza, non volendo mantenere un vantaggio che l'avversario aveva perduto, al par i di lui cambi di mano al coltello. In capo a mezzo minuto, Peppino fu ferito di nuovo, questa volta al braccio sini stro. Emise un ruggito, non di dolore ma di rabbia; cominciava a intravedere il disegno del suo nemico: Pezza lo voleva disarmare, non uccidere. Infatti questi afferr con la mano destra, che adesso era libera e forte come prim a, il polso sinistro dell'avversario e lo strinse fra le sue dita lunghe, sottil i e nervose, come una tenaglia a diversi bracci.

Peppino tent di svincolare il polso dalla stretta che gli bloccava l'arma nella m ano e lasciava al nemico piena libert di affondargli anche dieci volte, se avesse voluto, il coltello nel petto; tutto fu vano, la liana trionfava sulla quercia. Il braccio di Peppino si intorpidiva, il coltello dell'avversario gli aveva squa rciato una vena, e da quel varco il ferito perdeva la forza insieme al sangue; d opo qualche secondo le sue dita, non resistendo oltre alla pressione, si apriron o e lasciarono cadere il coltello. Ah! fece Pezza, esprimendo cos la sua gioia per aver raggiunto il risultato che si proponeva. E mise il piede sul coltello. Peppino, disarmato, comprese che gli restava una sola risorsa: si gett sull'avver sario e si avvinghi a lui con le sue braccia nervose ma sanguinanti. Lungi dal rifiutare quel nuovo genere di lotta, nel quale sembrava destinato a f inire soffocato come Anteo, Michele Pezza, per mostrare che non intendeva approf ittare della situazione, si mise il coltello fra i denti e a sua volta agguant l' avversario per la vita. Allora i due fecero ricorso a ogni possibile sforzo, a o gni mossa suggerita dall'astuzia; ma, con grande sorpresa degli spettatori, Pepp ino, che in questo genere di scontri, era solito avere il sopravvento sui compag ni, adesso sembrava destinato, come gi nel precedente assalto, ad avere la peggio . D'improvviso i due lottatori, come due querce colpite dal fulmine, vacillarono e rotolarono a terra. Pezza aveva riunito tutte le sue forze, che niente aveva intaccato, e con un potente scrollone che il suo rivale non si aspettava certo d a parte di un nemico meno robusto di lui, lo aveva abbattuto cadendogli addosso. Prima che gli spettatori potessero riaversi dalla sorpresa, Peppino era disteso sul dorso e Pezza gli teneva il coltello sulla gola e il ginocchio sul petto. Michele digrign i denti per la gioia. Signori, chiese si svolto tutto lealmente e secondo le regole?. Lealmente e secondo le regole risposero all'unanimit gli spettatori. La vita di Peppino nelle mie mani?. Nelle tue mani. Lo pensi anche tu, Peppino? chiese Pezza facendo sentire al vinto la punta del col tello. Uccidimi! Ne hai il diritto mormor Peppino in una sorta di rantolo. Tu mi avresti ucciso, se mi avessi tenuto come adesso ti tengo io?. S, ma non ti avrei fatto soffrire. Dunque sei d'accordo che la tua vita nelle mie mani?. Sono d'accordo. Completamente?. S. Pezza si chin al suo orecchio e sottovoce gli disse: Ebbene, te la restituisco, o meglio te la presto; ma ricordati che il giorno in c ui sposerai Francesca te la riprender, intesi?. Ah, miserabile! grid Peppino. Tu sei il diavolo in persona! Non fra Michele che biso gna chiamarti, ma Fra Diavolo!. Chiamami come vuoi, disse Pezza ma ricordati che la tua vita mi appartiene e che, s e capitasse quello che sai, non ti chieder certo il permesso di riprendertela. Poi si rialz, ripul il coltello dal sangue sulla manica della camicia e se lo rimi se tranquillamente in tasca dicendo: Adesso sei libero, Peppino; nessuno ti impedisce di riprendere la tua partita all e bocce. E si allontan lentamente, salutando con un cenno del capo e con la mano i suoi co mpagni, che lasci sbalorditi a chiedersi che cosa avesse potuto dire a Peppino pe rch questi restasse l immobile e mezzo sollevato da terra, nella posa del gladiato re ferito. 34. LOQUE E CHIFFE (43). Naturalmente, nonostante la minaccia di Pezza, Peppino persever nel suo progetto di matrimonio con Francesca; nessuno aveva udito quel che Michele gli aveva dett

o sottovoce, ma se avesse rinunciato alla mano della fanciulla, di cui tutti sap evano che Michele era innamorato, chiunque avrebbe potuto indovinarlo. Le nozze dovevano aver luogo fra la mietitura e la vendemmia, e i fatti che abbi amo raccontato si erano svolti verso la fine di maggio. Giugno, luglio e agosto trascorsero senza che nulla rivelasse le tragiche intenz ioni annunciate da Pezza al suo rivale. Il 7 settembre, che era una domenica, il curato annunci dal pulpito che Francesca e Peppino si sarebbero sposati il 23 settembre. I due fidanzati assistevano alla messa, e Pezza era a qualche passo da loro. Pep pino lo guard nel momento dell'annuncio fatto dal prete, al quale l'altro non sem br prestare attenzione, quasi non l'avesse nemmeno udito. Ma all'uscita dalla chi esa Michele si avvicin a Peppino e, a voce abbastanza bassa perch fossero intese s olo da colui al quale venivano rivolte, pronunci queste parole: Bene! Hai ancora sedici giorni da vivere. Peppino ebbe un sussulto, tanto che Francesca, al suo braccio, si volt spaventata : vide Michele Pezza, che la salut allontanandosi. Dal giorno in cui, nel duello con Peppino, gli aveva inferto due coltellate, il giovane continuava a salutare Francesca, ma lei non lo salutava pi. La domenica successiva, il prete ripet il pubblico annuncio del matrimonio, che c ome tutti sanno viene rinnovato tre volte. Anche questa volta Michele Pezza si a vvicin a Peppino e con la stessa voce, calma e minacciosa insieme, gli sussurr: Hai ancora nove giorni da vivere. La terza domenica, stesso annuncio, stessa minaccia; ma poich era trascorsa una s ettimana, i giorni di vita concessi da Pezza a Peppino erano soltanto due. Quel 23 settembre tanto temuto e tanto desiderato alfine arriv: era un mercoled. D opo una notte di temporale, la giornata, come abbiamo detto in un precedente cap itolo, si annunciava magnifica, e, poich il matrimonio doveva aver luogo alle und ici di mattina, gli invitati - amici di don Antonio, amici e amiche di Francesca e di Peppino - si erano riuniti dalla fidanzata, dove il padrone di casa, chius a la bottega, aveva predisposto il pranzo sulla terrazza e la festa nel cortile e nel giardino. Terrazza, cortile e giardino erano inondati di sole, chiazzati d 'ombra, echeggianti di grida gioiose. Abbiamo gi tentato di descrivere la scena, mostrando i vecchi seduti a bere sulla terrazza, i giovani che danzano al suono dei tamburelli e della chitarra, il gruppo dei suonatori, l'uno seduto, gli altr i in piedi sui gradini, il tutto dominato da quello spettatore immobile e cupo, accovacciato sul muro divisorio, mentre un contadino, disteso sul suo carro pien o di paglia, intona, protraendolo all'infinito con le sue improvvisazioni, il ca nto lento e stridulo tipico dei campagnoli delle province napoletane, e mentre g alline, tordi, merli e passeri saccheggiano allegramente le spalliere di vite ch e vanno da un pioppo all'altro, nel grande recinto chiamato giardino che si este nde dal cortile fino ai piedi della montagna. E adesso che abbiamo alzato il sipario sul passato, i nostri lettori comprendera nno perch don Antonio, Francesca e soprattutto Peppino guardino ogni tanto con in quietudine quel giovane che non hanno il diritto di scacciare dal muro su cui si piazzato, e sul buon carattere del quale cerca di rassicurarli, senza per riusci rvi del tutto, il compare Giansimone, che dal giorno memorabile della disputa co n Michele, non avendogli pi riparlato di lasciare la casa, non ha mai potuto dirn e altro che bene. Le undici e mezzo suonarono proprio nel momento in cui terminava una tarantella particolarmente vivace. L'ultimo rintocco di campana si era appena spento allorc h gli succedette un rumore ben noto a don Antonio: quello dei sonagli dei cavalli di posta, accompagnato dal rumore sordo e pesante di una carrozza e dalle grida di due postiglioni che chiamavano don Antonio con voci di basso degne di figura re nel cartellone del teatro San Carlo. A quel triplice rumore, don Antonio e tutta l'onorevole compagnia capirono che, tanto per cambiare, la strada da Castellone a Itri aveva provocato qualche guaio , e che per il carradore era in arrivo del lavoro, che egli divideva a volte con il chirurgo del luogo, dato che per lo pi alle carrozze si rompevano ruote e ass ali, ai viaggiatori braccia o gambe. Ma per fortuna il nuovo arrivato non si era rotto niente, e richiedeva i servigi di don Antonio per la sua carrozza, senza

aver bisogno del chirurgo per s. D'altronde se ne ebbe la certezza quando, in ris posta a uno dei postiglioni che lo sollecitava dicendo: Sbrigatevi, don Antonio, il viaggiatore ha molta fretta, il carradore esclam: Peggio per lui se ha fretta, o ggi non si lavora, e proprio in quel momento si vide apparire in fondo al viale c he portava al cortile il viaggiatore in persona, il quale domand: E perch, di grazia, cittadino Antonio, oggi non si lavora?. Il bravo carradore, infastidito per via del momento in cui lo si veniva a chiama re, e pi ancora per quel titolo di cittadino, la cui sostituzione al suo titolo di nobilt gli sembrava offensiva, stava per rispondere in modo brusco allorch, guarda ndo bene il viaggiatore, si rese conto che era un personaggio troppo importante per poterlo trattare con la consueta ruvidezza. E in effetti colui che aveva sorpreso don Antonio nel bel mezzo della sua festa di famiglia altri non era che il nostro ambasciatore, il quale, partito da Napol i verso mezzanotte e desiderando uscire al pi presto dal regno delle Due Sicilie, non aveva permesso ai postiglioni di rallentare l'andatura lungo la discesa da Castellone: una delle ruote posteriori si era quindi spezzata mentre passavano a guado uno dei numerosi ruscelli che attraversano quella strada e vanno a gettar si nel fiumiciattolo anonimo che la fiancheggia. In seguito all'incidente, egli era stato costretto a percorrere a piedi l'ultima mezza lega, nonostante la fretta che aveva di raggiungere il confine romano; il che rendeva ancora pi meritoria la calma con cui aveva domandato: E perch, di grazia, cittadino Antonio, oggi non si lavora?. Perdonatemi, generale, rispose, facendo un passo verso di lui, il padrone di casa, che vedendolo in divisa lo aveva preso per un militare e pensava che, per viagg iare su una carrozza a quattro cavalli, doveva essere almeno un generale non sape vo di avere l'onore di parlare con un'autorit quale sembra essere Vostra Eccellen za; perch in tal caso avrei risposto non: 'Oggi non si lavora', ma: 'Si lavo tant o fra un'ora'. E perch non si pu lavorare subito? chiese il viaggiatore in tono assai conciliante, tale da sottintendere che, se si trattava solo di denaro, era pronto a sborsarlo . Perch sta suonando la campana, Vostra Eccellenza, e, quand'anche ci fosse da ripar are la carrozza di Sua Maest re Ferdinando, che Dio lo conservi, non farei attend ere il signor curato. In effetti, disse il viaggiatore guardandosi intorno credo proprio di essere capita to nel bel mezzo di una festa di nozze. Per l'appunto, Vostra Eccellenza. E quella bella giovane che va sposa...? disse il viaggiatore in tono benevolmente interrogativo. E' mia figlia. Vi faccio i miei rallegramenti. Per amore dei suoi begli occhi, aspetter. Se Vostra Eccellenza vuole farci l'onore di venire in chiesa con noi, forse il te mpo le passer pi in fretta; il signor curato pronuncer un bellissimo sermone. Grazie, amico, preferisco restare qui. Ebbene, restate pure; e al nostro ritorno berrete un bicchiere di vino di quel vi gneto alla salute della sposa; le porter fortuna, e dopo noi lavoreremo ancora me glio. D'accordo, brav'uomo. E quanto durer la vostra cerimonia?. Oh, tre quarti d'ora, un'ora al massimo. Suvvia, figlioli, in chiesa!. Tutti si affrettarono a eseguire l'ordine di don Antonio - il quale si era auton ominato maestro di cerimonia per l'intera giornata -, eccetto Peppino, che rimas e indietro e ben presto si trov solo con Michele. Insomma, Pezza, gli disse andando verso di lui con la mano tesa e il sorriso sulle labbra, seppure un po' forzato venuto il momento di dimenticare i vecchi rancori e di fare una pace sincera. Ti sbagli, Peppino: replic Michele venuto il momento di prepararti a comparire al co spetto di Dio, tutto qui. Poi, alzandosi in piedi sul muro: Fidanzato di Francesca, disse in tono solenne hai ancora un'ora da vivere!. E, saltando nel giardino di Giansimone, scomparve al di l del muro.

Peppino si guard intorno e, vedendo che era solo, fece un segno di croce dicendo: Signore! Signore! Vi affido la mia anima. Poi and a raggiungere la fidanzata e il suocero che si erano gi incamminati verso la chiesa. Come sei pallido! gli disse Francesca. Mi auguro egli rispose che fra un'ora tu non sia pi pallida di quanto lo sono io ade sso!. L'ambasciatore, al quale nell'ora di attesa non restava altra distrazione se non quella di guardare gli abitanti di Itri che passavano per strada, chi per motiv i di lavoro, chi per puro svago, segu con gli occhi il corteo finch non lo vide sp arire dietro l'angolo della strada che portava alla chiesa. Volgendo lo sguardo altrove con l'aria tipica di chi aspetta e si annoia ad aspe ttare, gli sembr di vedere - e molto se ne meravigli - delle uniformi francesi all 'estremit della strada per Fondi, cio dalla parte opposta a quella da cui era venu to, perci nella direzione da Roma a Napoli. Quelle uniformi erano indossate da un caporale e da quattro dragoni che scortava no una carrozza la cui andatura era regolata non su quella dei cavalli che la ti ravano ma su quella dei cavalli della scorta. La curiosit del cittadino Garat sarebbe stata ben presto soddisfatta: il gruppo p rocedeva verso di lui e non poteva sfuggire alla sua osservazione, sia che la ca rrozza si limitasse a cambiare i cavalli, sia che i viaggiatori che trasportava si fermassero a riposare in albergo: giacch la stazione di posta era la prima cas a alla sua destra, l'albergo quella di fronte. Ma non ebbe nemmeno bisogno di aspettare quella fermata; quando il caporale lo s corse e riconobbe la sua uniforme di alto funzionario della Repubblica, spron il cavallo al galoppo, precedette la carrozza di cento e pi passi e si ferm davanti a ll'ambasciatore portando la mano all'elmetto e aspettando di essere interrogato. Amico mio, disse l'ambasciatore con la consueta affabilit sono il cittadino Garat, a mbasciatore della Repubblica a Napoli, il che mi autorizza a chiederti chi viagg ia sulla carrozza che scorti. Due vecchie nobildonne piuttosto in cattivo stato, signor ambasciatore, rispose il caporale e un nobiluomo che si rivolge a loro chiamandole principesse. Ne conosci i nomi?. Una si chiama Madame Victoire, l'altra Madame Adlade. Ah! fece l'ambasciatore. S, prosegu il caporale pare che fossero le zie del defunto tiranno che stato ghigliot tinato; al momento della Rivoluzione sono fuggite in Austria; poi da Vienna sono venute a Roma; a Roma hanno avuto una gran paura quando arrivata la Repubblica - come se la Repubblica facesse la guerra a quelle vecchie mummie! - e avrebbero voluto fuggire, come gi da Parigi e da Vienna; ma pare che ci fosse una terza so rella, la pi vecchia, una donna decrepita che si chiamava Madame Sophie: quando s i ammalata, le altre non hanno voluto abbandonarla, il che stato bello da parte loro. Alla fine hanno chiesto un permesso di soggiorno al generale Berthien.. Ma non vi sto annoiando con le mie chiacchiere?. No, amico, al contrario: quello che mi racconti m'interessa molto. Be', allora non difficile interessarvi, signor ambasciatore. Dicevo dunque che un a settimana dopo l'arrivo del generale Championnet - che mi mandava ogni due gio rni a chiedere notizie dell'ammalata -, quando questa era gi morta e sepolta, le altre due sorelle hanno chiesto di poter lasciare Roma per andare a Napoli, dove hanno dei parenti con una buona posizione, a quanto si dice; ma siccome temevan o di essere arrestate durante il viaggio come persone sospette, il generale Cham pionnet mi ha detto: 'Caporale Martin, tu sei un uomo educato e sai parlare alle donne; prendi quattro uomini e accompagna oltre il confine queste due povere ve cchie che in fondo sono figlie della Francia. Perci, caporale Martin, abbi ogni s orta di riguardi; quando parli con loro, usa solo la terza persona e porta la ma no all'elmetto, come con i superiori'. 'Ma, cittadino generale,' gli ho risposto 'se sono solo in due, come posso usare la terza persona?'. Il generale si messo a ridere della sciocchezza che avevo detto e mi ha risposto: 'Caporale Martin, sei ancora pi in gamba di quanto credessi; sono in tre, amico, senonch la terza un uomo, il loro cavaliere d'onore; lo chiamano <conte di Chtillon>'. 'Cittadino ge

nerale,' gli ho risposto 'credevo che non ci fossero pi conti'. 'Non ce ne sono p i in Francia, vero,' ha replicato lui 'ma all'estero e in Italia ce n' ancora qual cuno qua e l'. 'E io, generale, devo chiamarlo <conte> o <cittadino>, questo Chtil lon?'. 'Chiamalo come vuoi; ma credo che gli far pi piacere, come pure alle person e che egli accompagna, se lo chiami <signor conte> invece che <cittadino>; e, da to che non fa male a nessuno, lo puoi chiamare <signor conte> finch ti pare e pia ce'. Cos ho fatto per l'intero viaggio; e in effetti quelle due povere vecchie se mbravano tutte contente e hanno detto: 'Ecco un ragazzo beneducato, caro conte. Come ti chiami, amico?'. Avevo voglia di rispondere che in ogni caso ero pi bened ucato di loro, perch io non davo del tu al loro conte, mentre esse mi davano del tu; ma mi sono limitato a rispondere: 'Bene, bene, mi chiamo Martin'. Di consegu enza, per tutta la strada, quando avevano qualcosa da chiedermi, si rivolgevano a me dicendo: 'Martin qui, Martin l'; ma capite bene, cittadino ambasciatore, che la cosa non mi impressiona, dato che la pi giovane ha sessantanove anni. E dove ti ha ordinato di accompagnarle Championnet?. Fino al di l della frontiera, o anche pi lontano, se lo desiderano. Molto bene, cittadino caporale, hai assolto il tuo compito, poich hai varcato la f rontiera e sei persino arrivato a due poste pi in l; d'altronde, sarebbe rischioso andare oltre. Per me o per loro?. Per te. Oh, se per questo, cittadino ambasciatore, non ha importanza. Il caporale Martin conosce bene il pericolo, stato pi di una volta suo compagno di letto. Ma qui inutile rischiare e potrebbe avere gravi conseguenze; dirai quindi alle du e principesse che il tuo servizio presso di loro terminato. Protesteranno a gran voce, vi avverto, cittadino generale. Mio Dio! Povere fanciu lle, come faranno senza il loro Martin? Guardatele, si sono accorte che non ero pi accanto a loro, ed ecco che mi cercano con occhi allarmati. In effetti, durante questa conversazione, o meglio questo monologo - giacch le po che parole pronunciate dal cittadino Garat si erano infilate nel discorso del ca porale Martin come semplici interrogativi -, la carrozza delle vecchie principes se si era fermata davanti all'albergo del Riposo di Orazio, e le poverette, vede ndo il loro protettore impegnato in una animata conversazione con quel personagg io che indossava la divisa degli alti funzionari repubblicani, avevano avuto pau ra che si stesse tramando un complotto contro la loro sicurezza o che ci fosse u n contrordine riguardo al loro viaggio; ecco perch, con un'aria ansiosa che lusin gava oltremodo l'amor proprio del caporale, esse chiamavano con i pi teneri accen ti il loro caposcorta Martin. A un ordine del cittadino Garat, che per evitare un colloquio imbarazzante torn n ella casa del carradore e and a sedersi sulla terrazza deserta, Martin si avvicin alla portiera della carrozza, e portando la mano all'elmetto, come gli aveva sug gerito Championnet, inform le reali viaggiatrici dell'ordine, che aveva appena ri cevuto da un superiore, di ritornare a Roma. Come aveva ragionevolmente immagina to Martin, questo suscit un grande turbamento nelle due vecchie; esse si consulta rono, interpellarono il loro cavaliere d'onore, e il risultato fu che questi sar ebbe andato a informarsi dallo sconosciuto con l'abito blu e il pennacchio trico lore circa i motivi che impedivano al caporale Martin e ai suoi quattro uomini d i proseguire il viaggio. Il conte di Chtillon scese dalla carrozza, prese la stessa strada che aveva visto prendere al funzionario repubblicano e, arrivato in fondo, trov quest'ultimo sed uto sulla terrazza di don Antonio, intento a seguire distrattamente con lo sguar do, forse senza vederlo, un giovanotto che al suo arrivo era saltato dal muro ne l giardino del carradore e lo aveva percorso in tutta la sua lunghezza con un fu cile in spalla. Era un fatto cos comune in quel paese libero, dove tutti girano armati e dove i r ecinti sembrano esser fatti soltanto per esercitare l'agilit dei passanti, che l' ambasciatore vi prest ben poca attenzione, e d'altronde venne subito distratto da lla comparsa del conte di Chtillon. Vedendolo avanzare verso di lui, il cittadino Garat si alz in piedi. Figlio di un medico di Ustaritz, egli aveva ricevuto un'ottima educazione, aveva

una vasta cultura, essendo vissuto a contatto con filosofi ed enciclopedisti, e aveva ottenuto diversi premi accademici con le sue allocuzioni in elogio di Sug er, di Madame de Montausier e di Fontenelle. Era un uomo di mondo, ma soprattutt o sapeva parlare con eleganza, e si serviva del vocabolario giacobino soltanto n elle occasioni ufficiali e quando non poteva fare altrimenti. Vedendo il conte di Chtillon venire verso di lui, gli and incontro fino a met strad a. I due uomini si salutarono con una cortesia che sapeva ben pi di Luigi Quindicesi mo che non del Direttorio. Devo chiamarvi 'signore' o 'cittadino'? domand sorridendo il conte di Chtillon. Chiamatemi come volete, signor conte; sar per me un onore rispondere alle domande che penso veniate a farmi da parte delle Loro Altezze Reali. Che sollievo disse il conte incontrare una persona civile in questi paesi selvaggi! Venivo dunque a chiedervi, a nome delle Loro Altezze Reali - giacch voi mi perme ttete di mantenere questo titolo alle figlie del re Luigi Quindicesimo -, non a titolo di recriminazione, bens come informazione essenziale per la loro tranquill it, qual la volont o l'ostacolo che si oppone al fatto che esse conservino fino a Napoli la scorta che il generale Championnet ha avuto la cortesia di fornir loro. Garat sorrise. Comprendo benissimo la differenza che c' fra la parola 'ostacolo' e la parola 'vol ont', signor conte, e vi risponder in modo da dimostrarvi che l'ostacolo esiste e che, se vi al tempo stesso volont, questa soltanto benevola e niente affatto malv agia. Allora cominciamo dall'ostacolo disse il conte inchinandosi. L'ostacolo questo, signore: dalla mezzanotte di ieri guerra dichiarata fra il reg no delle Due Sicilie e la Repubblica francese; ne consegue che una scorta compos ta di cinque nemici, come voi comprenderete, rappresenterebbe pi un pericolo che non una protezione per le Loro Altezze Reali. Quanto alla volont, che la mia, e c he, come capirete, una logica conseguenza dell'ostacolo, essa consiste nel non e sporre le illustri viaggiatrici al rischio di subire qualche oltraggio e la scor ta al rischio di essere uccisa. A domanda categorica ho risposto categoricamente , signor conte?. Tanto categoricamente, signore, che sarei felice se voleste ripetere alle Loro Al tezze Reali ci che mi avete fatto l'onore di dirmi. Lo farei con grande piacere, signor conte; ma un sentimento di delicatezza che vo i apprezzereste, ne sono certo, se ne conosceste le ragioni, mi costringe purtro ppo a rinunciare all'onore di presentare loro i miei omaggi. Avete qualche motivo per mantenere segreto quel sentimento?. Nessuno, signore; temo soltanto che la mia presenza sia loro sgradita. Impossibile. So con chi ho l'onore di parlare, signore; voi siete il conte di Chtillon, cavalie re d'onore delle Loro Altezze Reali; ho quindi un vantaggio su di voi, giacch voi non sapete chi sono io. Voi siete, signore, posso farmene garante, persona di alto rango e di perfetta co rtesia. Ed per questo, signore, che sono stato scelto dalla Convenzione per avere il fata le onore di leggere al re Luigi Sedicesimo la sua sentenza di morte. Il conte di Chtillon fece un balzo indietro, come se all'improvviso si fosse trov ato di fronte un serpente. Ma allora voi siete il membro della Convenzione Garat?. Precisamente, signor conte; e se il mio nome ha un simile effetto su di voi, che non eravate, a quanto ne so, parente del re Luigi Sedicesimo, che effetto avrebb e su quelle povere principesse che erano sue zie? E' pur vero aggiunse l'ambascia tore con un accenno di sorriso che esse non amavano affatto il nipote da vivo, ma so che oggi lo venerano; la morte come la notte: porta consiglio. Il conte di Chtillon salut e and a riferire il risultato di quella conversazione al le due vecchie signore. 35.

FRA DIAVOLO. Le due principesse che il caporale Martin era stato incaricato di proteggere, e dalle quali ritorn il conte di Chtillon, sconvolto dall'aver visto in faccia non s olo un regicida, ma proprio colui che aveva letto a Luigi Sedicesimo la sentenza di morte -, le due principesse, dicevamo, non sono personaggi del tutto nuovi p er quelli fra i nostri lettori che hanno una certa familiarit con le nostre opere : infatti le hanno gi incontrate, di trent'anni pi giovani, nel nostro libro "Gius eppe Balsamo", non solo con i loro veri nomi, ma anche con i soprannomi meno poe tici di "Loque" e "Chiffe", come familiarmente le chiamava Luigi Quindicesimo. La terza, la principessa Sophie, che il suo regale genitore, per non fare ingius tizie, aveva gratificato dell'armonioso soprannome di "Graille" (44), era morta a Roma, come si visto, e con la sua malattia aveva ritardato la partenza delle d ue sorelle, cosicch, per pura coincidenza, il loro passaggio da Itri coincise con quello dell'ambasciatore francese. La cronaca degli scandali di corte non aveva mai neppure sfiorato Madame Victoire, di cui si diceva che fosse stata per tutt a la vita di costumi irreprensibili; ma, avendo sempre bisogno di un capro espia torio, le malelingue avevano ripiegato su Madame Adlade, che si diceva essere stat a protagonista di un'avventura piuttosto piccante nientemeno che con suo padre. Quantunque Luigi Quindicesimo non fosse affatto un patriarca - e dubito che, se Dio avesse incendiato la moderna Sodoma, lo avrebbe fatto preavvertire, come Lot , da uno dei suoi angeli perch abbandonasse per tempo la citt maledetta -, si morm orava che quell'avventura avesse avuto un antecedente, non nei dettagli ma nella sostanza, proprio nella famiglia del cananeo Lot, il quale divenne, per un depl orevole oblio dei vincoli di sangue, il padre Moab e di Ammon. L'oblio del re Lu igi Quindicesimo e di sua figlia Adlade era stato meno fecondo, avendo avuto come risultato un solo figlio maschio, nato a Colorno nel granducato di Parma e diven uto poi, sotto il nome di conte Louis de Narbonne, uno dei cavalieri pi eleganti ma anche uno dei cervelli pi vuoti della corte di Luigi Sedicesimo; Madame de Stal , che anche dopo il ritiro dal governo del padre, Jacques Necker, aveva conserva to una certa autorevolezza, nel 1791 lo aveva fatto nominare ministro della Guer ra e, pur senza credere nel valore morale e intellettuale del bel cavaliere, ave va tentato di instillargli un po' della sua intelligenza e della sua sensibilit, ma senza riuscirvi: ci sarebbe voluto un gigante per dominare la situazione, e N arbonne era un nano o, se preferite, un uomo comune: la situazione lo travolse. Messo in stato d'accusa il 10 agosto, egli pass la Manica e and a raggiungere a Lo ndra i principi emigrati, ma senza mai usare la spada contro la Francia. Impoten te a salvarla, ebbe almeno il merito di non tentare di rovinarla. Allorch le tre vecchie principesse decisero di lasciare Versailles, fu il conte d i Narbonne a ricevere l'incarico di preparare la loro fuga; questa ebbe luogo il 21 gennaio 1791, e uno degli ultimi discorsi di Mirabeau, fra i suoi pi belli, f u pronunciato in tale circostanza, ed era intitolato "Della libert di emigrazione ". Abbiamo visto, dal racconto del caporale Martin, come le Loro Altezze Reali aves sero abitato successivamente a Vienna e a Roma, e come, avendo paura della Repub blica - che, dopo aver invaso il Nord avanzava verso il Sud dell'Italia - avesse ro deciso di andare nel regno di Napoli a trovare dei parenti "con una buona pos izione". Quei parenti con una buona posizione, ma che non avrebbero tardato a trovarsi in una pessima posizione, erano re Ferdinando e la regina Carolina. Come aveva previsto il caporale Martin, la notizia riferita dal conte di Chtillon alle due principesse le colp vivamente; l'idea di continuare il viaggio senza al tra scorta che quella del loro cavaliere d'onore - il quale tuttavia, per non tu rbare le due poverette, si era ben guardato dall'accennare alla presenza in quei paraggi del terribile membro della Convenzione - non era infatti per nulla rass icurante. Esse erano al colmo della disperazione allorch un domestico dell'alberg o buss discretamente alla porta e avvert il conte che un giovane arrivato il giorn o innanzi chiedeva di potergli parlare. Il conte usc e rientr quasi subito, annunciando alle signore che l'uomo in questio ne era un soldato dell'esercito di Cond, latore di una lettera del conte Louis de

Narbonne, indirizzata alle Loro Altezze Reali e pi in particolare a Madame Adlade. Due cose suonarono gradite alle orecchie delle principesse: in primo luogo si t rattava di un soldato dell'esercito di Cond, e poi era raccomandato dal conte di Narbonne. Lo fecero entrare. Era un giovane sui venticinque anni, con la barba e i capelli biondi, dal viso s impatico, roseo e fresco come quello di una donna; era vestito correttamente se non con eleganza; il suo modo di presentarsi, bench non esente da una cera rigide zza acquisita sotto le armi, denotava un'origine altolocata e l'abitudine alla v ita di societ. Dalla soglia, egli salut rispettosamente le due principesse. Il conte di Chtillon gli indic con la mano Madame Adlade; il giovare avanz un poco, pieg un ginocchio a te rra e porse la lettera alla vecchia principessa. Leggete, Chtillon, leggete, disse questa non so dove siano finiti i miei occhiali. E con un sorriso aggraziato fece segno al giovane di rialzarsi. Il conte di Chtillon lesse la lettera e, rivolgendosi alle principesse, disse: Signore, questa lettera effettivamente del conte Louis de Narbonne, il quale racc omanda in modo particolare alle Vostre Altezze il signor Giovan Battista De Cesa ri, di nazionalit corsa, che ha prestato servizio con i suoi conterranei nell'ese rcito di Cond, e che gli stato a sua volta raccomandato dal cavaliere di Verngues; nel presentare i suoi fedeli omaggi alle Vostre Altezze Reali, il conte aggiung e che esse non avranno mai da pentirsi di quanto faranno per questo degno giovan e. Madame Victoire lasci che parlasse la sorella e si limit ad approvare col capo. Dunque, signore, chiese Madame Adlade voi siete nobile?. Signora, rispose il giovane noialtri corsi abbiamo tutti la pretesa di essere nobil i; ma, dato che voglio cominciare a farmi conoscere dalla Vostra Altezza Reale p er la mia sincerit, le risponder che sono semplicemente di un'antica famiglia di " caporali"; uno dei miei antenati ha comandato, con questo titolo, un distretto d ella Corsica durante una delle lunghe guerre che abbiamo sostenuto contro i geno vesi; soltanto uno dei miei compagni, il signor di Boccheciampe, nobile nel sens o che intende Vostra Altezza Reale; gli altri cinque, bench uno di essi porti l'i llustre nome di Colonna, non hanno al pari di me alcun diritto a essere iscritti nel Libro d'oro. Ma vi rendete conto, signor di Chtillon, disse Madame Victoire che questo giovanotto si esprime molto bene?. La cosa non mi sorprende affatto osserv Madame Adlade. Voi sapete, mia cara, che il si gnor di Narbonne non ci avrebbe certo raccomandato una persona da poco. E, rivolgendosi a De Cesari: Continuate, giovanotto. Dicevate di aver prestato servizio nell'esercito del prin cipe di Cond?. Io e tre miei compagni, i signori di Boccheciampe, Colonna e Guidone, eravamo con Sua Altezza Reale a Wissemburg, a Haguenau, a Bertsheim, dove il signor di Bocc heciampe e io siamo stati feriti. Poi, disgraziatamente, venne firmata la pace d i Campoformio: il principe fu costretto a sciogliere il suo esercito, e noi ci r itrovammo in Inghilterra, senza denaro e senza una posizione; fu allora che il c avaliere di Verngues si ricord di averci visti sul campo di battaglia e assicur al cavaliere di Narbonne che ci eravamo battuti con onore per la causa da noi abbra cciata. Non sapendo che fare, ci rivolgemmo al signor conte; egli ci consigli di recarci a Napoli, dove, a quanto ci disse, il re si stava preparando alla guerra e dove, grazie ai nostri stati di servizio, non potevamo mancare di venire util izzati. Sfortunatamente a Napoli non conoscevamo nessuno; ma il conte Louis appi an questa difficolt dicendo che, se non a Napoli, almeno a Roma avremmo incontrato le Vostre Altezze Reali, e mi fece l'onore di darmi la lettera che ho appena co nsegnato al conte di Chtillon. Ma per quale motivo, signore, domand la vecchia principessa ci incontriamo solo ora e non ci avete fatto avere la lettera prima d'oggi?. Avremmo potuto, in effetti, consegnarla alle Vostre Altezze Reali a Roma; ma in p rimo luogo voi eravate al letto di morte della principessa Sophie, e, tutte pres e com'eravate dal vostro dolore, non avreste avuto il tempo di occuparvi di noi;

inoltre eravamo tenuti d'occhio dalla polizia repubblicana e temevamo di compro mettere le Vostre Altezze Reali. Avevamo un po' di denaro e, risparmiando, abbia mo tirato avanti in attesa di un'occasione pi propizia per chiedere la vostra pro tezione. Sono passati otto giorni da quando avete avuto il dolore di perdere Sua Altezza Reale la principessa Sophie e avete deciso di partire per Napoli; noi c i siamo tenuti al corrente delle intenzioni delle Vostre Altezze Reali e, alla v igilia della vostra partenza, siamo venuti ad attendervi qui, dove siamo arrivat i ieri notte. Per un attimo, nel vedere la scorta che accompagnava la carrozza d elle Vostre Altezze, abbiamo perso ogni speranza; ma la Provvidenza ha voluto ch e proprio qui la vostra scorta ricevesse l'ordine di tornare a Roma. Veniamo dun que a offrirci di rimpiazzarla; se si tratta soltanto di farci uccidere per serv ire le Vostre Altezze Reali, noi valiamo quanto altri e vi chiediamo di accordar ci la vostra preferenza. Il giovane pronunci queste ultime parole con grande dignit, e l'inchino con cui le accompagn era cos rispettoso che la vecchia principessa, volgendosi verso il cont e di Chtillon, disse: Dovete ammettere, Chtillon, che pochi gentiluomini si esprimono in maniera pi nobil e di questo giovane corso, che in fondo solo un caporale. Perdonate, Altezza, replic De Cesari sorridendo dell'equivoco era uno dei miei anten ati ad avere il titolo di caporale, cio di comandante di una provincia; quanto a me e al mio compagno signor di Boccheciampe, avevamo l'onore di essere luogotene nti di artiglieria nell'esercito di monsignore il principe di Cond. Speriamo che non facciate anche voi la strada che ha fatto, proprio in artiglieri a, il piccolo Bonaparte, vostro compatriota, o che almeno ci avvenga in direzione opposta. Poi, rivolgendosi di nuovo al conte: Ebbene, Chtillon, vedete che tutto si sistema a meraviglia: nel momento in cui ci viene a mancare la scorta, la Provvidenza, come ha ben detto il signor... Volete ripetermi il vostro nome, mio caro amico?. De Cesari, Altezza. La Provvidenza, come ha ben detto il signor De Cesari, ce ne manda un'altra; io p enso che dobbiamo accettarla. Che ne dite, sorella?. Che dico? Ringrazio Dio di averci liberati da quei giacobini dei francesi, con i loro pennacchi tricolori che mi davano tanto ai nervi. E io del loro capo, il cittadino caporale Martin, che aveva la mania di rivolgers i sempre a me per chiedere ordini; e pensare che ero obbligata a fargli sorrisi e moine, mentre mi sarebbe tanto piaciuto tirargli il collo!. Poi, girandosi verso De Cesari: Signore, potete presentarmi i vostri compagni? Sono impaziente di farne la conosc enza. Forse sarebbe meglio che le Loro Altezze Reali attendessero la partenza del capor ale Martin e dei suoi soldati fece osservare il conte di Chtillon. E perch mai?. Perch Martin non incontri questi signori quando verr ad accomiatarsi dalle Loro Alt ezze Reali. Accomiatarsi da noi?... Per parte mia, spero che quella canaglia non abbia l'impu denza di ripresentarsi davanti a me. Prendete dieci luigi, Chtillon, e dateli al caporale Martin per lui e i suoi uomini. Non voglio si dica che quegli odiosi gi acobini ci hanno reso un servigio senza essere pagati. Far come ordina Vostra Altezza, ma dubito che il caporale accetti. Che accetti cosa?. I dieci luigi che Vostra Altezza gli offre. Preferirebbe prenderseli, vero? Stavolta, per, dovr accontentarsi di riceverli. Ma che cos' questa musica? Una serenata perch ci hanno riconosciute?. Sarebbe dovere della popolazione, signora, rispose sorridendo il giovane corso se s apesse chi ha l'onore di ospitare entro le sue mura; invece lo ignora - cos almen o suppongo -, e la musica semplicemente quella che suonano in chiesa per un matr imonio; la figlia del carradore che abita di fronte a questo albergo si sposa, e d probabile, essendoci un altro aspirante alla sua mano, che la giornata non fin ir senza drammi; noi che siamo qui da ieri sera abbiamo avuto il tempo di conosce

re la situazione locale. Bene, bene, disse Madame Adlade ma noi non abbiamo niente a che fare con quella gente . Suvvia, presentateci i vostri compagni, signor De Cesari. Se sono come voi, ha nno gi la nostra benevolenza. E voi, Chtillon, portate quei dieci luigi al cittadi no caporale Martin e, se chiede di venire a ringraziarci, ditegli che mia sorell a e io siamo indisposte. Il conte di Chtillon e il luogotenente De Cesari uscirono per eseguire gli ordini ricevuti. De Cesari ritorn per primo con i suoi compagni: i giovani, impazienti di conoscer e la decisione delle Loro Altezze Reali, stavano aspettando in anticamera; dunqu e non ebbero che da entrare, quando furono invitati a farlo. Madame Victoire, ch e era sempre stata molto devota, aveva preso il suo libro di preghiere e stava l eggendo la messa, non avendovi potuto assistere. Per questo si limit a dare una r apida occhiata ai giovani e a fare un cenno di approvazione, mentre Madame Adlade li pass letteralmente in rassegna. De Cesari le present i compagni, che erano tutti corsi; gi conosciamo il nome di t re di essi: Francesco Boccheciampe, Ugo Colonna e Antonio Guidone; gli altri tre si chiamavano Raimondo Corbara, Lorenzo Durazzi e Stefano Pittaluga. Ci scusiamo con i lettori per tutti questi particolari: poich la storia ci costri nge inesorabilmente a introdurre nel nostro racconto un gran numero di personagg i di ogni nazionalit e rango sociale, ci soffermiamo un po' di pi su quanti sono d estinati ad assumervi una certa importanza. Quella che descriviamo - come abbiamo gi detto - un'immensa epopea, e sull'esempi o di Omero, il re dei poeti epici, siamo costretti a passare in rassegna i nostr i soldati. Anche De Cesari segu, seppur in proporzioni minori, l'esempio dell'autore dell'"I liade", e nomin uno per uno i suoi compagni a Madame Adlade; ma questa, che era sta ta colpita da quanto le aveva detto il giovane corso circa la nobilt di Bocchecia mpe, si rivolse in particolare a lui, dicendo: Ho saputo dal signor De Cesari che siete un gentiluomo. Egli mi ha fatto troppo onore, Vostra Altezza: sono semplicemente un nobile. Ah, dunque voi distinguete fra nobile e gentiluomo, signore?. Certamente, signora, e ho l'onore di appartenere a una stirpe troppo gelosa dei s uoi diritti - proprio perch oggi essi vengono disconosciuti - per arrogarmene alt ri che non mi spettano. Potrei addurre prove che risalgono a duecento anni fa de l mio diritto a essere cavaliere di Malta, se ancora esistesse tale ordine; e al tre, datanti dal 1399, che mi autorizzerebbero a salire nelle carrozze del re, a nche se lo farei con un certo imbarazzo. Tuttavia salirete nella nostra, signore disse la vecchia principessa con aria fier a. Solo quando ne sar sceso, signora, replic il giovane con un inchino potr vantarmi di e ssere un gentiluomo. Hai sentito, sorella, chiese Madame Adlade che belle parole ha pronunciato questo gio vane? Finalmente, eccoci con gente del nostro rango!. E la vecchia principessa sospir con un senso di liberazione. In quel momento rientr il conte di Chtillon. Ebbene, Chtillon, che ha detto il caporale Martin? domand Madame Adlade. Semplicemente che, se Vostra Altezza gli avesse fatto fare questa offerta da un a ltro che non fossi io, gli avrebbe tagliato le orecchie. E a voi?. A me l'ha risparmiato; anzi, ha persino accettato quello che gli ho offerto. E che cosa gli avete offerto?. Una stretta di mano. Una stretta di mano, Chtillon? Avete stretto la mano a un giacobino! Perch non siet e tornato con un berretto rosso, gi che c'eravate? E' incredibile, un caporale ch e rifiuta dieci luigi, e un conte di Chtillon che stringe la mano a un giacobino! Non capisco davvero pi niente, in questa societ cos malridotta!. Dite piuttosto distrutta intervenne Madame Victoire continuando a leggere il suo l ibro di preghiere. Distrutta, avete ragione, la parola giusta; chiss se vivremo abbastanza per vederl

a rinascere, anche se ne dubito. Nell'attesa, Chtillon, pensate voi a tutto: part iamo alle quattro; avendo come scorta questi signori, possiamo azzardarci a viag giare di notte. Signor di Boccheciampe, voi pranzerete con noi. E con un gesto pi autoritario che dignitoso la vecchia principessa conged i sette uomini senza minimamente accorgersi di quanto vi fosse di offensivo nella scelta di invitare alla tavola sua e della sorella il pi nobile fra loro, escludendo gl i altri. Boccheciampe rivolse ai compagni un cenno di scusa per il favore accordatogli; e ssi gli risposero con una stretta di mano. Come aveva detto De Cesari, la musica che avevano udito era quella che precedeva il corteo nuziale di Francesca e Peppino, a cui partecipavano in parecchi; come infatti aveva detto lo stesso De Cesari, tutti si aspettavano una tragedia prov ocata da Michele Pezza; cos, arrivando sulla terrazza, gli sguardi dei due sposi si rivolsero subito al muro semidiroccato sul quale era rimasto per l'intera mat tinata colui che era causa della loro inquietudine. Ma non videro nessuno. D'altronde, non c'erano ombre n tinte fosche - come quelle che, secondo il sedice nte re del creato, dovrebbero preannunciare la sua scomparsa dal mondo. Era mezz ogiorno, e i raggi del sole filtravano attraverso il pergolato che formava una v olta di verzura sopra le teste degli invitati; i merli fischiavano, i tordi cant avano, i passeri pigolavano e le caraffe ricolme riflettevano pagliuzze d'oro ne l loro liquido color rubino. Peppino respir di sollievo: non solo non c'era traccia di morte, ma si vedeva ovu nque la vita. Ed cos bello vivere quando si appena sposata la donna che si ama ed finalmente ar rivato il giorno atteso da due anni! Per un istante dimentic Michele Pezza e la sua ultima minaccia, di cui recava anc ora il segno nel pallore del viso. Quanto a don Antonio, meno preoccupato di Pep pino, aveva ritrovato, davanti alla porta, la carrozza danneggiata, e sulla terr azza il proprietario di essa. Allora and verso di lui grattandosi un orecchio. In una giornata simile, non aveva certo voglia di lavorare. Dunque, chiese all'ambasciatore, che egli continuava a considerare semplicemente u n viaggiatore d'alto rango Vostra Eccellenza ha proprio deciso di ripartire oggi stesso?. Certo rispose il cittadino Garat. Sono atteso a Roma per una questione della massim a importanza e, con l'incidente che mi capitato, ho gi perso almeno tre o quattro ore. Bene, bene, un galantuomo ha solo una parola: vi ho detto che, dopo che ci aveste fatto l'onore di brindare con noi alla felice unione di questi due giovani, ci saremmo messi al lavoro; allora, beviamo e poi lavoriamo. Vennero riempiti tutti i bicchieri, allo straniero fu offerto quello d'onore, or nato di un filetto d'oro. L'ambasciatore, per tener fede alla promessa, bevve al la felice unione di Francesca e Peppino; le fanciulle gridarono: Viva Peppino!, i giovanotti: Viva Francesca!, e tamburi e chitarre si scatenarono in un'allegra tar antella. Su, su, disse poi il mastro carradore a Peppino non il momento di fare gli occhi do lci all'innamorata, ma di mettersi all'opera; c' tempo per tutto. Bacia tua mogli e, figliolo, e al lavoro!. Peppino non si fece ripetere due volte la prima parte dell'invito: prese la spos a tra le braccia e, con uno sguardo di riconoscenza al cielo, se la strinse al c uore. Ma nel momento in cui - abbassando gli occhi su di lei con l'indefinibile espres sione dell'amore che dopo una lunga attesa sta per essere appagato - avvicinava le labbra a quelle di Francesca, echeggi una detonazione di arma da fuoco e si ud il sibilo di una pallottola, seguito da un rumore sordo. Oh, disse l'ambasciatore ecco una pallottola che ha tutta l'aria di essere destinat a a me. Vi sbagliate: balbett Peppino accasciandosi ai piedi di Francesca per me. E dalla bocca gli usc un fiotto di sangue.

Francesca gett un grido e cadde in ginocchio accanto al corpo del marito. Tutti gli occhi si girarono verso il punto da cui era partito lo sparo: una picc ola nube di fumo biancastro saliva tra i pioppi, a un centinaio di passi da l. Si vide allora un uomo che, passando tra gli alberi, a rapidi balzi saliva su pe r la montagna con un fucile in mano. Fra Michele! gridarono i presenti. Il fuggiasco si arrest su una sorta di piattaforma e con gesto di minaccia grid: Non mi chiamo pi fra Michele; d'ora in poi mi chiamer Fra Diavolo. E questo rimase da allora in poi il suo nome: il battesimo del delitto ebbe il s opravvento su quello della redenzione. Nel frattempo il ferito aveva reso l'ulti mo respiro. 36. IL PALAZZO CORSINI A ROMA. Mentre siamo sulla strada per Roma, precediamo il nostro ambasciatore recandoci da Championnet, cos come lo abbiamo preceduto nella casa di don Antonio. In una delle sale pi ampie dell'immenso palazzo Corsini, che era stato occupato p rima da Giuseppe Bonaparte, ambasciatore della Repubblica, e poi da Berthier, ve nuto a vendicare il duplice assassinio di Bassville e di Duphot, fra le undici e mezzogiorno di gioved 24 settembre due uomini passeggiavano accostandosi di tant o in tanto a dei grandi tavoli su cui erano stese una mappa di Roma sia antica c he moderna, una degli Stati pontifici con le riduzioni apportate dal trattato di Tolentino, e una vasta collezione di incisioni di Piranesi; su altri tavoli pi p iccoli erano accostati alla rinfusa libri di storia antica e moderna, fra i qual i si vedevano un Tito Livio, un Polibio, un Montecuccoli, i "Commentari" di Cesa re, un Tacito, un Virgilio, un Orazio, un Giovenale, un Machiavelli, insomma una raccolta quasi completa di opere classiche riguardanti la storia di Roma e le g uerre combattute dai Romani; inoltre c'erano penne, inchiostro, fogli di carta, alcuni dei quali pieni di annotazioni, altri ancora intatti: evidentemente, l'os pite temporaneo di quel palazzo si riposava dalle fatiche della guerra accrescen do la propria cultura. I due uomini suddetti erano pressappoco della stessa et: uno aveva trentasei anni , l'altro trentatr. Il pi anziano era anche il pi basso di statura; portava ancora il codino e la cipr ia dell'89 e si distingueva per una cert'aria aristocratica che doveva probabilm ente allo straordinario lindore degli abiti e alla raffinatezza della camicia bi anca che indossava; aveva occhi neri dallo sguardo vivace, risoluto e ardito, la barba accuratamente rasata; non portava n baffi n favoriti; la sua uniforme era q uella dei generali repubblicani del Direttorio; cappello, sciabola e pistole era no posati su un tavolo vicino alla sedia su cui si metteva abitualmente quando s criveva, per averli a portata di mano. Era questo l'uomo del quale abbiamo gi a lungo parlato ai nostri lettori: Jean-tie nne Championnet, comandante in capo dell'esercito di Roma. L'altro, pi alto di statura, aveva i capelli biondi e la carnagione chiara - evid entemente era di origine settentrionale -, occhi azzurri, limpidi, pieni di luce , un naso di media lunghezza, labbra sottili e il mento fortemente accentuato ti pico delle razze selvagge, ossia dominanti; dalla sua persona emanava un gran se nso di calma e di pacatezza che probabilmente faceva di lui, in battaglia, non s olo un soldato intrepido, ma anche un generale dotato di tutte le risorse deriva nti da un autentico sangue freddo. Egli era di famiglia irlandese, ma nato in Fr ancia; all'inizio aveva prestato servizio nel corpo d'armata irlandese di Dillon , si era distinto a Jemappes, dopodich era stato nominato colonnello, aveva sconf itto il duca di York in diversi scontri, attraversato sul ghiaccio il Wahal nel 1795, si era impadronito della flotta olandese alla testa della sua fanteria, er a stato nominato generale, ed era appena giunto a Roma, dove comandava una divis ione agli ordini di Championnet. Egli era Joseph-Alexandre Macdonald, che pi tardi divenne maresciallo di Francia e mor col titolo di duca di Taranto.

I due uomini, a guardarli mentre conversavano, non erano che due militari; ma ch i ne avesse udito i discorsi li avrebbe presi per due filosofi, o archeologi, o storici. Una particolarit della Rivoluzione francese - ed comprensibile, in quanto tutte l e classi della societ contribuirono in tale occasione a formare l'esercito - fu q uella di coinvolgere, accanto ai Carteaux, ai Rossignol e ai Luckner, i Miollis, gli Championnet, i Sgur, ossia, accanto all'elemento materiale e brutale, l'elem ento elevato e colto. Sapete, mio caro Macdonald, stava dicendo Championnet al suo luogotenente pi studio la storia romana qui a Roma - e particolarmente quella del grande condottiero, o ratore, legislatore, poeta, filosofo e politico che si chiama Cesare, e i cui "C ommentari" dovrebbero essere il catechismo di ogni uomo che aspiri a comandare u n esercito -, pi mi convinco che i nostri professori di storia sbagliano completa mente nel giudicare quello che Cesare stato per Roma. Lucano avr pur scritto, in favore di Catone, uno dei pi bei versi latini che si conoscano (45); ma Cesare, a mico mio, rappresenta l'umanit, Catone soltanto la legge. E Bruto e Cassio, cos'erano? domand Macdonald con il sorriso dell'uomo poco convint o. Bruto e Cassio - vi far fare un salto fino al soffitto, giacch sto per toccare l'og getto del vostro culto - erano due repubblicani, l'uno in buona fede, l'altro no ; due laureati, per cos dire, della Scuola di Atene, emuli di Armodio e di Aristo gitone, due che non hanno saputo vedere pi in l del loro pugnale, cos scervellati d a non comprendere l'unificazione del mondo che Cesare sognava; aggiungo che noi repubblicani intelligenti dobbiamo esaltare Cesare e maledire i suoi assassini. E' un paradosso che si pu anche sostenere, mio caro generale; ma, per farlo adotta re come una verit, ci vogliono la vostra mente e la vostra eloquenza. Eh, mio caro Joseph, durante la nostra visita di ieri al Museo del Campidoglio vi dissi, non senza una buona ragione: 'Macdonald, guardate quel busto di Bruto; g uardate quella testa di Cesare'. Ve li ricordate?. Certamente. Ebbene, pensate a quella fronte possente, ma compressa sotto i capelli che scendo no fino alle sopracciglia - caratteristica, peraltro, del romano autentico -, e a quelle sopracciglia spesse e contratte che premono sull'occhio cupo, e confron tate il tutto con la fronte ampia e aperta di Cesare e con i suoi occhi d'aquila. O di falco, "occhi grifagni", come ha detto Dante (46). "Nigris et vegetis oculis" ha detto invece Svetonio (47) e, se permettete, far rif erimento a lui: 'I suoi occhi neri e pieni di vita'. Basta questo per vedere da che parte stesse l'intelligenza. Rimproveravano a Cesare di aver aperto le porte del Senato a certi senatori che non sapevano nemmeno dove fosse: in ci consistev a il suo genio, e nel contempo il genio di Roma. Atene - e per Atene intendo la Grecia - non una colonia: essa sciama e si sparge all'esterno; Roma la madre ado ttiva, che attira a s il mondo intero e lo assimila: la civilt orientale, l'Egitto , la Siria, la Grecia, tutto vi passato; la barbarie occidentale, l'Iberia, la G allia, la stessa Armorica, tutto vi passer. Il mondo semitico rappresentato da Ca rtagine e la Giudea resistono a Roma: Cartagine viene annientata, i giudei dispe rsi. Il mondo intero regner su Roma, perch il mondo intero fa parte di Roma; dopo Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, ossia dopo i Cesari romani, vengono i Flavi, che sono gi italiani; poi gli Antonini, che sono spagnoli e galli; poi Settimio, Caracalla, Eliogabalo, Alessandro Severo, che sono africani e siriaci; persino l'arabo Filippo, il goto Massimino, e poi quei rozzi contadini dell'Ill iria che furono Aureliano e Probo, vennero a sedersi su quel trono destinato a c rollare sotto l'unno Augustolo, il quale mor poi in Campania con una rendita di s eimila franchi d'oro assegnatagli da Odoacre, re degli Eruli. Intorno a Roma tut to distrutto, la sola Roma ancora in piedi, "Capitoli immobile saxum" (48). Non pensate che proprio a quella mescolanza di razze gli italiani debbano l'affie volirsi del loro coraggio e la fiacchezza del loro carattere? chiese Macdonald. Ah, anche voi come gli altri, caro Macdonald, giudicate la sostanza dall'apparenz a. Solo perch i lazzaroni sono molli e indolenti - e pu darsi che un giorno ci dob biamo ricredere su questo punto - bisogna dedurne che tutti i napoletani sono mo lli e indolenti? Guardate quei due esemplari inviatici da Napoli, Salvato Palmie

ri ed Ettore Carafa: conoscete, fra tutti i nostri uomini, due personalit pi forti ? La differenza fra gli italiani e noi, mio caro Joseph - e temo che sia a nostr o svantaggio -, consiste nel fatto che noi, fedeli alle nostre consuetudini di v assalli, siamo pronti a dare la vita per un uomo, mentre in Italia si muore gene ralmente per le idee. Gli italiani, vero, non hanno come noi il gusto avventuros o del rischio inutile, ma questa un'eredit dei nostri padri, gli antichi Galli; n on sono portati come noi a divinizzare la donna, giacch non hanno nella loro stor ia n una Giovanna d'Arco n una Agns Sorel; non hanno come noi la reminiscenza entus iastica del mondo feudale, giacch non hanno avuto n un Carlomagno n un san Luigi; m a hanno qualcos'altro: un'indole austera, aliena dalle simpatie effimere. Per lo ro, la guerra diventata una scienza; i condottieri italiani sono i nostri maestr i in fatto di strategia. Che cosa erano i nostri capitani del Medioevo, i nostri cavalieri di Crcy, di Poitiers e di Azincourt, in confronto agli Sforza, ai Mala testa, ai Braccio, ai Can Grande, ai Farnese, ai Carmagnola, ai Baglioni, agli E zzelino? Il primo condottiero dell'antichit, Cesare, un italiano, e quel Bonapart e che ci divorer tutti, l'uno dopo l'altro, come Cesare Borgia voleva mangiare l' Italia foglia per foglia (49), quel piccolo Bonaparte che crediamo bloccato in E gitto ma che trover modo di uscirne, dovesse usare le ali di Dedalo o l'ippogrifo di Astolfo, anche lui di razza italiana. Per capirlo, basta guardare quel suo p rofilo secco e tagliente, in cui possiamo ritrovare Cesare, Dante, Machiavelli. Ammetterete almeno, mio caro generale, per quanto entusiasta siate di loro, che c ' una bella differenza tra i Romani dei Gracchi o anche di Cola di Rienzo e quell i di oggi. Ma non quanta credete, Macdonald. La vocazione del romano antico era l'azione mil itare o politica: prima conquistare il mondo, poi governarlo. Una volta assogget tato e governato da altri, non potendo pi agire, egli sogna. Nelle tre settimane da quando sono arrivato, non ho fatto che contemplare, nelle vie e nelle piazze pubbliche, questa razza monumentale; ebbene, mio caro, per me questi uomini non sono nient'altro che dei bassorilievi scesi dalla colonna Traiana, che per vivono e si muovono: ciascuno di essi il "civis romanus", troppo signore, troppo padro ne del mondo per mettersi a lavorare. I loro mietitori li fanno venire dagli Abr uzzi; i loro facchini li vanno a prendere a Bergamo; se hanno un buco nel cappot to, lo fanno riparare da un ebreo, non dalla propria moglie: non forse una matro na romana? Non pi quella dei tempi di Lucrezia, che fila la lana e accudisce alla casa, bens quella dei tempi di Catilina e di Nerone, che si sentirebbe disonorat a a usare un ago, se non per trafiggere la lingua di Cicerone o accecare Ottavia . Come volete che i discendenti di coloro che andavano di porta in porta a riscu otere la sportula, di coloro che campavano per sei mesi di quel che guadagnavano vendendo i loro voti al Campo di Marte, ai quali Catone, Cesare e Augusto facev ano distribuire il grano a moggi, per i quali Pompeo costruiva fori e terme, che avevano un prefetto dell'annona incaricato di nutrirli - ne hanno uno ancor ogg i, ma che non li nutre pi -, come volete che oggi usino le loro nobili dita per l avori servili? No, non potete pretendere che quegli uomini lavorino. Il popolo n on era forse fatto di mendicanti? Tutto quello che potete esigere da esso, dopo che ha perduto la sua corona, che vada mendicando con nobilt, ed ci che fa. Accusa telo di ferocia, se volete, ma non di indolenza, giacch il suo coltello risponder ebbe per lui. Dal coltello non si separa mai, come il legionario non si separava dalla spada: esso il suo gladio. Il coltello il gladio dello schiavo. E noi ne sappiamo qualcosa! Da quella finestra che d sul giardino possiamo scorger e il luogo in cui hanno assassinato Duphot, e da questa, che d sulla strada, il l uogo in cui hanno assassinato Bassville... Ma cosa vedo laggi? esclam Macdonald int errompendosi con tono sorpreso. Una carrozza pubblica che sta arrivando qui sotto . Dio mi perdoni! E' il cittadino Garat. Quale Garat?. L'ambasciatore della Repubblica a Napoli. Impossibile!. E' proprio lui, generale. Championnet diede un'occhiata in strada, riconobbe a sua volta Garat e, rendendo si conto dell'importanza della cosa, si precipit verso la porta del salone da lui trasformato in biblioteca e studio.

Nel momento in cui egli apriva la porta, l'ambasciatore stava salendo l'ultimo g radino della scala. Macdonald voleva ritirarsi, ma Championnet lo trattenne. Voi siete il mio braccio sinistro, gli disse e a volte anche il destro; restate, ca ro generale. Entrambi aspettavano con impazienza le notizie che Garat portava da Napoli. I saluti furono brevi: Championnet e Garat si scambiarono una stretta di mano; M acdonald venne presentato, e Garat inizi il suo racconto. Esso riguardava i fatti che abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi: l'arriv o di Nelson, i festeggiamenti con cui era stato accolto e la dichiarazione che l 'ambasciatore si era ritenuto in dovere di fare a tutela della dignit della Repub blica. In un secondo tempo l'ambasciatore raccont dell'incidente capitato alla sua carro zza fra Castellone e Itri, di essere stato perci costretto a fermarsi dal carrado re don Antonio; di avere incontrato le vecchie principesse con la loro scorta, a lla quale aveva impedito di spingersi oltre; di aver assistito all'uccisione del genero di don Antonio da parte di un giovane chiamato Fra Diavolo, il quale, se condo le usanze del luogo, era fuggito sui monti per assicurarsi l'impunit facend osi bandito, e infine di aver fatto scendere da cavallo il brigadiere Martin, ch e era rimasto ad aspettare che riparassero la sua carrozza, mentre lui ne aveva noleggiato un'altra a Fondi: con questa era giunto a Roma, senza altro inconveni ente se non un ritardo di sei ore. Il brigadiere Martin e i quattro uomini della scorta sarebbero arrivati con ogni probabilit il giorno seguente. Championnet aveva lasciato che l'ambasciatore portasse a termine il suo racconto senza interromperlo, nella speranza di avere notizie del suo inviato; ma poich i l cittadino Garat pervenne alla fine del suo discorso senza aver mai pronunciato il nome di Salvato Palmieri, Championnet cominci a temere che egli fosse partito da Napoli prima che vi giungesse il suo aiutante di campo, e che quindi non si fossero incontrati. Il generale in capo, molto inquieto circa la sorte di Salvato dopo la partenza d ell'ambasciatore, stava per rivolgergli una serie di domande in proposito allorc h la sua attenzione fu attirata da un rumore proveniente dall'anticamera; nello s tesso istante la porta si apr e il soldato di guardia annunci che un uomo vestito da contadino voleva assolutamente parlare con lui. Ma la voce del soldato fu sovrastata da un'altra, assai pi forte, che grid: Sono io, generale, Ettore Carafa. Vi porto notizie di Salvato. Lasciatelo entrare, perdio! grid a sua volta Championnet. Stavo appunto per chiedern e notizie al cittadino Garat. Venite, Ettore, venite! Siete doppiamente il benve nuto. Il conte di Ruvo si precipit nella sala e si gett fra le braccia del generale escl amando: Ah, mio caro generale, come sono contento di rivedervi!. Parlavate di Salvato, Ettore? Che notizie ci portate di lui?. Buone e cattive insieme: buone, perch dovrebbe essere morto e non lo ; cattive perc h, mentre era svenuto, gli hanno portato via la lettera che gli avevate dato da c onsegnare al cittadino Garat. Gli avevate dato una lettera per me? chiese quest'ultimo. Ettore si volt verso di lui e disse sorpreso: Ah, siete voi, signore, l'ambasciatore della Repubblica?. Garat si inchin. Cattive notizie! mormor Championnet. E perch? Spiegatemi come stanno le cose fece l'ambasciatore. Ahim, noi non siamo affatto in grado di batterci, come vi scrivevo nella lettera: manchiamo di tutto, di uomini, di denaro, di pane, di indumenti, di munizioni. P erci vi pregavo di fare il possibile per mantenere ancora per qualche tempo la pa ce tra il regno delle Due Sicilie e la Repubblica; pare che il mio messaggero si a arrivato troppo tardi - voi eravate gi partito -, che sia stato ferito, o che s o io. Raccontateci tutto, Ettore. Se la mia lettera caduta nelle loro mani, davv ero una grave sciagura; ma lo sarebbe ancora di pi se il mio caro Salvato morisse per le ferite riportate; infatti mi avete detto che stato ferito, che hanno ten

tato di ucciderlo o qualcosa di simile, vero?. E ci sono quasi riusciti! Era stato spiato e seguito; lo aspettavano fuori dal pa lazzo della regina Giovanna, a Mergellina, ed erano in sei! Voi che conoscete Sa lvato potete ben immaginare che non si lasciato sgozzare come un pollo; ne ha uc cisi due e feriti altri due; ma alla fine uno degli sbirri, il loro capo, credo, Pasquale De Simone, carnefice della regina, l'ha colpito con un coltello che gl i penetrato nel petto fino al manico. E come caduto, e dove?. Oh, tranquillizzatevi, generale, c' chi nato fortunato: caduto fra le braccia dell a pi bella donna di Napoli, che lo ha tenuto nascosto senza parlarne nemmeno a su o marito. E la ferita? insistette il generale. Voi sapete, Ettore, che amo Salvato come un fi glio. La ferita grave, molto grave, ma non mortale; d'altronde, nelle mani del primo me dico di Napoli, uno dei nostri, che lo cura e ne responsabile. E' stato magnific o, il nostro Salvato; non vi ha mai raccontato la sua storia, un vero e proprio romanzo, ma un romanzo terribile, generale; come il Macduff di Shakespeare (50), egli stato estratto vivo dal ventre di una morta. Ve lo racconter lui stesso un giorno, o meglio una sera durante il bivacco, per passare il tempo; ma adesso si tratta di ben altro: a Napoli sono iniziati i massacri contro i nostri; Cirillo rimasto bloccato per due ore sul lungomare mentre veniva a darmi queste notizie , e sapete per quale motivo? C'era un rogo che ostruiva la strada, e su di esso i lazzaroni bruciavano vivi i due fratelli della Torre. Che miserabili! grid Championnet. Pensate, generale, un poeta e un bibliomane, che colpe possono aver commesso? Ino ltre si parla di un Consiglio di Stato svoltosi a palazzo - me l'ha detto Nicoli no Caracciolo, che l'amante della San Clemente, una delle dame d'onore della reg ina -, nel corso del quale si deciso di far guerra alla Repubblica. L'Austria fo rnir il comandante in capo. Lo conoscete?. E' il barone Karl Mack. La sua fama non incute certo spavento. No, ma quello che fa paura che anche l'Inghilterra entrata in gioco e finanzia l' impresa; ci sono sessantamila uomini pronti a marciare su Roma entro otto giorni , se necessario, e poi... Insomma, credo di aver detto tutto. Accidenti, mi pare che basti! esclam Championnet. Poi, rivolgendosi all'ambasciator e: Come vedete, mio caro Garat, non c' un istante da perdere! Per fortuna, ieri ho ri cevuto due milioni di cartucce; non abbiamo cannoni, ma con due milioni di cartu cce e dieci o dodicimila baionette inastate prenderemo i cannoni dei napoletani. Mi pareva che Salvato ci avesse detto che avevate solo novemila uomini. S, ma conto su tremila di rinforzo. Siete stanco, Ettore?. Non sia mai detto, generale. Allora, siete pronto a partire per Milano?. Non appena avr pranzato e mi sar cambiato, giacch muoio di fame e, come vedete, sono tutto inzaccherato; sono passato da Isoletta, Anagni, Frosinone, per strade qua si impraticabili, tanto erano piene di fango. Non mi stupisce che i vostri piant oni non volessero lasciarmi entrare, conciato come sono. Championnet suon il campanello personale e subito arriv il suo cameriere. Un pranzo, un bagno e degli indumenti per il cittadino Ettore Carafa! Che tutto q uesto sia pronto entro mezz'ora. Ma, generale, disse il cameriere nessuno dei vostri abiti andr bene al cittadino Car afa: parecchio pi alto di voi. Tenete, disse Garat ecco la chiave del mio baule; apritelo e prendete abiti e bianc heria per il conte di Ruvo; ha pressappoco la mia statura, e poi, e proprio il c aso di dirlo, " la guerre comme la guerre!". A Milano troverete Joubert; sto parlando a voi, Ettore, ascoltatemi riprese Champi onnet. Sono tutt'orecchi, generale. A Milano troverete Joubert e gli direte che si arrangi come pu, ma che mi servono

tremila uomini, altrimenti Roma perduta; che li affidi a Kellermann, se possibil e: un ottimo generale di cavalleria, ed soprattutto la cavalleria che ci manca; voi, Ettore, tornerete con loro e punterete su Civita Castellana; probabile che l ci ritroveremo. Non ho bisogno di raccomandarvi il massimo scrupolo. Generale, un uomo che in quarantott'ore ha percorso settanta leghe fra le montagn e non merita certo una simile raccomandazione. Avete ragione. D'altronde, disse Garat prendo io in consegna il cittadino Carafa fino a Milano; la mia carrozza arriver certamente domani. Non aspetterete la vostra carrozza, mio caro ambasciatore: prenderete la mia disse Championnet. Nelle circostanze attuali, non c' un minuto da perdere. Macdonald, v i prego, scrivete a mio nome a tutti i comandanti di unit che occupano Terracina, Piperno, Prossedi, Frosinone, Veroli, Tivoli, Ascoli, Fermo e Macerata, di non opporre alcuna resistenza e che, non appena sapranno che il nemico ha varcato la frontiera, ripieghino su Civita Castellana evitando qualsiasi scontro. Come! esclam Garat. Lascerete Roma in mano ai napoletani senza neppure tentare di di fenderla?. La lascer, potendolo, senza neanche sparare una fucilata; ma non sar per molto temp o, state tranquillo. Mio caro generale, su questo punto voi ne sapete certo pi di me. Io? In fatto di guerra non so assolutamente nulla di pi di quanto ne dica Machiave lli. E che ne dice Machiavelli?. Devo proprio essere io a insegnarvelo, a voi che siete un diplomatico e dovreste conoscere Machiavelli a memoria? Ebbene, egli dice... Ascoltate, Ettore; ascolta te, Macdonald... Dice: 'Tutto il segreto della guerra consiste in due cose: fare tutto quello che il nemico non si aspetta, e lasciargli fare tutto quello che s i prevedeva facesse; seguendo il primo di questi precetti, renderete inutili i s uoi piani di difesa; osservando il secondo, sventerete i suoi piani d'attacco'. Leggete Machiavelli: un grand'uomo, mio caro Garat, e quando lo avrete letto.... Quando lo avr letto? .... Rileggetelo. La porta si apr e ricomparve il cameriere. Ecco, caro Ettore, il nostro Scipione viene ad annunciarvi che il bagno pronto. M entre Macdonald scriver le sue lettere, io dir a Garat tutto quello che dovr riferi re al Direttorio circa le ruberie che i suoi agenti compiono qui; dopodich ci met teremo a tavola e berremo il vino delle cantine di Sua Santit, brindando alla nos tra imminente e felice entrata a Napoli. NOTE. 1. Michel Palmieri de Miccich, marchese di Villalba, "Dei costumi della corte e d ei popoli delle Due Sicilie", 1834. 2. Nota di Dumas: Lettera rinvenuta negli Archivi segreti del ministro degli Affa ri esteri di Napoli, copiata da noi, per cui se ne garantisce l'autenticit. 3. Vincenzo Cuoco, "Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli", seconda ediz., Sonzogno, Milano, 1806. 4. In realt, il regno di Napoli e la Sicilia assunsero ufficialmente il nome di r egno delle Due Sicilie solo nel 1815. 5. Nel gennaio 1798, adducendo a pretesto l'assassinio del generale Duphot a Rom a, il Direttorio aveva fatto occupare la citt e gli Stati pontifici da un esercit o comandato da Berthier; il 15 febbraio era stata proclamata la Repubblica roman a, organizzata sul modello francese dai giacobini locali. Pio Sesto era stato tr asferito a Firenze.

6. Alphonse de Lamartine, "Nelson (1758-1805)", Hachette, Paris, 1859, parte pri ma, cap. 11, p. 26. 7. In realt il palazzo di Donn'Anna, situato oltre Mergellina e di fronte allo Sc oglio di Frisio; costruito nel diciassettesimo secolo da Fanzago per la viceregi na Anna Carafa, rimase incompiuto. 8. La Vehme era un tribunale segreto istituito, secondo la tradizione, da Carlom agno nella Germania medioevale e soppresso nel corso del sedicesimo secolo. 9. La flotta francese, al comando del contrammiraglio Latouche-Trville, era arriv ata davanti a Napoli il 17 dicembre 1792. I giovani progressisti napoletani avev ano fraternizzato con gli ufficiali repubblicani. 10. Nota di Dumas: L'autore ha conosciuto Nicolino Caracciolo, che nel 1860 abita va ancora in quella stessa casa e che li mor nel 1863, all'et di ottantatr anni. 11. Aoos l'antico nome del fiume Voiussa, che nasce in Grecia e sfocia in territ orio albanese; i Tomorit sono monti dell'Albania. 12. Nota di Dumas: Cos si chiamava il boia di Napoli di quell'epoca. 13. Terenzio, "Il punitore di se stesso", I, 1, 25. 14. Caramanico si chiamava in realt Francesco Maria Venanzio d'Aquino principe di Caramanico (e non Giuseppe). 15. Caramanico non fu mai primo ministro, bench esercitasse una forte influenza s ul governo dopo che ne usc Tanucci. 16. Caramanico fu effettivamente ambasciatore a Londra dal 1780 al 1784. 17. Cos si chiama la capra che, secondo la leggenda, allatt Giove sul monte Ida. 18. In realt Caramanico fu ambasciatore a Parigi dal 1784 al 1786, anno in cui su ccedette a Caracciolo come vicer di Napoli. 19. La loro esecuzione ebbe luogo a Napoli il 18 ottobre 1794. 20. In realt Caramanico mor il 9 gennaio 1795. 21. Orazio, "Ars poetica", v. 148: Semper ad eventum festina. 22. Le pagine successive riprendono una parte dell'opera di Giuseppe Goriani gi c itata nella prefazione. 23. Nota di Dumas: Inutile dire che questa regina Maria Amelia ha in comune solo il nome e la parentela con la rispettabile e rispettata regina Maria Amelia, ved ova di Luigi Filippo. 24. Qui Dumas riprende testualmente alcuni passi dei "Borboni di Napoli". 25. Salento il nome del regno ideale nelle "Avventure di Telemaco" di Fnelon (169 9), in cui Idomeneo la personificazione di Luigi Quattordicesimo. 26. Anche in questo capitolo diversi passi sono tratti dall'opera di Goriani. 27. In realt, la frase attribuita da Diogene Laerzio a Senofonte, che l'avrebbe p ronunciata in occasione della morte del figlio Epaminonda. L'erede al trono di N

apoli, Carlo Tito, era morto il 17 dicembre 1778 e non nel 1780. 28. Luigi Del Pozzo, "Cronaca civile e militare delle Due Sicilie sotto la dinas tia borbonica dall'anno 1734 in poi", Stamperia Reale, Napoli, 1857. 29. Francesco Secondo, imperatore d'Austria, era figlio di Leopoldo Secondo frat ello di Carolina ed era, oltre che nipote di questa, anche suo genero, avendone sposato la figlia Maria Teresa. 30. Si veda sopra, nota 4. 31. Andrea Vitaliani, grande patriota, verr anch'egli giustiziato come gi il frate llo Vincenzo, De Deo e Galiani. 32. Dumas sbaglia: i Marsi furono sconfitti dai Romani nella terza guerra sannit ica. 33. Nota di Dumas: A Napoli viene dato il cognome Esposito ai bambini abbandonati e affidati all'Annunziata, che l'ospizio dei trovatelli. 34. Allusione alla ballata di Schiller "Il tuffatore". 35. Nota di Dumas: Nomignolo popolare che a Napoli viene dato agli asini. Inutile dire che gli imbecilli hanno il privilegio di essere chiamati cos. 36. Nota di Dumas: Cos erano chiamati a Napoli gli agenti della polizia segreta. 37. Dinastia di editori e stampatori olandesi che avevano quattro sedi - a Leida , L'Aia, Amsterdam e Utrecht. Essi operarono nei secoli sedicesimo e diciassette simo, stampando oltre 1600 volumi con gli elegantissimi caratteri elzeviri. 38. Nota di Dumas: Nomignolo che a Napoli viene dato agli zerbinotti, ai vagheggi ni, ai dandy. 39. La frase attribuita a Domiziano invece di Caligola. Si veda Svetonio, "Vite dei dodici Cesari", IV, 30. 40. Il dipinto a cui fa riferimento Dumas potrebbe essere "Il ritorno dal pelleg rinaggio alla Madonna dell'Arco", che rappresenta una coppia che danza e due mus icisti (un suonatore di mandolino e una suonatrice di tamburello); in secondo pi ano, un carro tirato da due bufali bianchi. Tuttavia di tale scena, con il golfo di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo, non c' traccia in questo capitolo. 41. Orazio, "Satire", I, 5, 37-38: In Mamurrarum lassi deinde urbe manemus / Mure na praebente domum, Capitone culinam. 42. Don Rodrigo un personaggio del libro di Dumas "Da Parigi a Cadice, impressio ni di viaggio". 43. I due termini significano entrambi straccio, cencio. Vedremo in seguito i pers onaggi ai quali sono attribuiti questi soprannomi. 44. "Graille" significa cornacchia e completa la serie dei soprannomi affibbiati d a Luigi Quindicesimo alle tre figlie. 45. Lucano, "Farsaglia", I, 128: Victriz causa diis, sed arida Catoni (Gli di teneva no per i vincitori, ma Catone per i vinti). 46. "Inferno", IV, 123.

47. "Vite dei dodici Cesari", I, 45. 48. Virgilio, "Eneide", IX, 448. 49. L'Italia un carciofo che va mangiato foglia per foglia: frase generalmente att ribuita a Vittorio Emanuele primo; Dumas, invece, la attribuisce sempre a Cesare Borgia. 50. "Macbeth", atto V, scena VII.

Alexandre Dumas. LA SANFELICE. Adelphi Edizioni, Milano 1999 (gli Adelphi 144). SECONDO VOLUME. Titolo originale: "La San Felice". Traduzione di Fabrizio Ascari, Graziella Cillario e Piero Ferrero. Cura editoriale di Emma Bas. Cura redazionale di Pia Cigala Fulgosi e Stefano Zicari. INDICE DEL SECONDO VOLUME. 37. Giovannina. 38. Andrea Backer. 39. I canguri. 40. L'uomo propone. 41. L'acrostico. 42. I versi saffici. 43. Dio dispone. 44. Il presepio di re Ferdinando. 45. Ponzio Pilato. 46. Gli inquisitori di Stato. 47. La partenza. 48. Qualche pagina di storia. 49. La diplomazia del generale Championnet. 50. Ferdinando a Roma. 51. Castel Sant'Angelo si fa sentire. 52. Dove ricompare Nanno. 53. Achille e Deidamia. 54. La battaglia. 55. La vittoria. 56. Il ritorno. 57. Le preoccupazioni di Nelson. 58. Tutto perduto, anche l'onore. 59. In cui Sua Maest comincia col non capire nulla e finisce col non aver capito nulla. 60. In cui Vanni raggiunge finalmente lo scopo che si prefiggeva da tempo. 61. Ulisse e Circe. 62. L'interrogatorio di Nicolino. 63. L'abate Pronio. 64. Un discepolo di Machiavelli. 65. In cui Michele il Pazzo nominato capitano in attesa di essere nominato colon nello. 66. Amante-sposa. 67. I due ammiragli. 68. In cui si spiega che differenza c' fra popoli liberi e popoli indipendenti. 69. I briganti. 70. Il sotterraneo. 71. La leggenda di Montecassino. 72. Frate Giuseppe. 73. Padre e figlio. 74. La risposta dell'imperatore. 75. La fuga. 76. In cui Michele si arrabbia sul serio con il Beccaio. 77. Fatalit. 78. La giustizia divina.

Note. *** 37. GIOVANNINA. I nostri lettori devono osservare con quanta cura li conduciamo attraverso un pa ese e dei personaggi a loro sconosciuti, allo scopo di assicurare al nostro racc onto la compattezza dell'insieme e al tempo stesso la variet dei particolari. In questo intento, siamo naturalmente caduti in qualche lungaggine che non si ripet er pi, dal momento che, a parte pochissimi altri che incontreremo strada facendo, tutti i nostri personaggi sono ormai entrati in scena e, per quanto possibile, h anno manifestato nei fatti il loro carattere. D'altronde, a parer nostro, la lun ghezza o la brevit di un argomento non sono certo misurabili materialmente: o l'o pera interessante e, foss'anche in venti volumi, al pubblico sembrer breve; oppur e noiosa e, fosse di dieci pagine soltanto, il lettore la metter da parte prima d i averne terminato la lettura. Quanto a noi, sono stati in genere i nostri libri pi voluminosi - ossia quelli in cui abbiamo maggiormente sviluppato i vari carat teri e introdotto una serie interminabile di eventi - ad avere maggior successo e a venir letti pi avidamente. E' dunque tra personaggi gi noti al lettore, o ai quali ci resta da aggiungere so lo qualche pennellata, che riprenderemo il filo del nostro racconto - il quale a prima vista sembra essersi allontanato dal suo percorso per seguire a Roma il n ostro ambasciatore e il conte di Ruvo, digressione peraltro necessaria, come si capir in seguito - tornando a Napoli otto giorni dopo la partenza di Ettore Caraf a per Milano e del cittadino Garat per la Francia. Ci ritroviamo dunque, verso le dieci del mattino, sulla riva di Mergellina, affo llata di pescatori e di lazzaroni, di popolani di ogni specie, che corrono tutti , mescolati ai cuochi delle famiglie altolocate, verso il mercato appena aperto da re Ferdinando, che, vestito da pescatore e ritto in piedi dietro un banco cop erto di pesci, vende personalmente il frutto della sua pesca; nonostante la preo ccupazione per le vicende politiche, l'attesa di una risposta da parte dell'impe ratore suo nipote che gli pu giungere da un momento all'altro, e la difficolt di f arsi scontare al pi presto la tratta di venticinque milioni sottoscritta da Sir W illiam Hamilton e girata da Nelson a nome del ministro Pitt, il re non ha saputo rinunciare ai suoi passatempi preferiti, la caccia e la pesca: ieri andato a ca ccia a Persano, stamane ha pescato a Posillipo. Tra la folla che, attirata da questo spettacolo - frequente ma sempre nuovo per il popolo di Napoli -, percorre la riva di Mergellina, saremmo tentati di includ ere il nostro vecchio amico Michele il Pazzo, il quale, ci affrettiamo a dirlo, non ha niente a che fare con il Michele Pezza che abbiamo visto precipitarsi ver so la montagna dopo l'assassinio di Peppino. Il nostro Michele, dunque, invece d i proseguire sulla riva come gli altri, si ferma davanti alla porta del giardino ben noto ai nostri lettori. Accanto ad essa, appoggiata al muro con gli occhi p ersi nell'azzurro del cielo o forse nei suoi pensieri indistinti, c' una giovane alla quale, data la sua posizione secondaria, non abbiamo ritenuto opportuno pre stare che un'attenzione altrettanto secondaria. E' Giovanna, ovvero Giovannina, la cameriera di Luisa Sanfelice, pi spesso chiama ta semplicemente Nina: un tipo diverso dalle contadine dei dintorni di Napoli, u na sorta di ibrido umano che assai difficile trovare sotto l'ardente sole del Me ridione. E' una fanciulla di diciannove o vent'anni, di media statura ma slanciata, dalle forme ben modellate, alla quale la vicinanza di una donna distinta ha instillat o il gusto della pulizia, assai raro nell'ambiente da cui proviene; la capigliat ura folta e molto curata, raccolta in una crocchia trattenuta da un nastro celes te, di un biondo caldo simile alla fiamma che volteggia sulla fronte degli angel i cattivi; la carnagione di un bianco latteo disseminato di efelidi che ella ten ta di nascondere sotto i cosmetici e le essenze che prende dalla toilette della sua padrona; gli occhi sono di un verde iridato d'oro come quelli dei gatti, e c

on la stessa pupilla contrattile; le labbra, sottili ed esangui, alla minima emo zione diventano di un rosso acceso; esse racchiudono denti perfetti, ai quali la ragazza dedica altrettante cure e di cui altrettanto fiera che se fosse una mar chesa; le mani prive di venature sono bianche e fredde come marmo. Fino all'epoc a in cui l'abbiamo presentata ai nostri lettori, ella ha sempre dimostrato un gr ande attaccamento alla sua padrona e non le ha mai dato motivo di lamentarsi se non per una certa leggerezza propria dei giovani e per le bizzarrie di un caratt ere non ancora formato. Se la maga Nanno fosse qui a esaminare la sua mano come ha fatto con quella della Sanfelice, ci direbbe che, al contrario di Luisa, nata sotto il benefico influsso di Venere e della Luna, Giovannina nata invece sotto la nefasta congiunzione della Luna con Mercurio, e che a ci sono dovuti i sentim enti di invidia che a volte le pungono il cuore e gli accessi di ambizione che l e turbano la mente. Insomma, Giovannina non affatto quel che si dice una bella donna, e neppure una fanciulla graziosa, bens una strana creatura che attira e trattiene lo sguardo di molti giovani. I suoi inferiori o i suoi pari si sono interessati a lei, ma ell a non ha mai dato retta a nessuno; il suo sogno ambizioso di elevarsi, e tante v olte ha detto che preferirebbe restare nubile per tutta la vita piuttosto che sp osare un uomo di condizione inferiore o anche pari alla sua. Michele e Giovannina sono vecchie conoscenze; da quando la fanciulla in casa San felice, cio da sei anni, hanno avuto spesso occasione di vedersi; anche Michele, come gli altri giovani, attratto dall'aspetto e dal carattere bizzarro di Giovan nina, ha tentato di farle la corte; ma ella gli ha dichiarato senza mezzi termin i che non potrebbe amare altri che un signore, nonostante il rischio che questi non contraccambiasse il suo amore. Al che Michele, che non per nulla portato ai sentimenti platonici, le ha augurat o buona fortuna e si rivolto ad Assunta, la quale, non avendo le stesse pretese aristocratiche di Nina, si pienamente accontentata di lui; e poich questi, a part e un certo fanatismo politico, un bravissimo giovane, invece di serbare rancore a Giovannina, le ha proposto di diventare amici: meno difficile in fatto di amic izia che non di amore, la fanciulla gli ha teso la mano, e i due si sono scambia ti la promessa di una vera e sincera amicizia. Cos, anzich proseguire il cammino verso il mercato del re, Michele, che d'altronde si stava probabilmente recando a far visita alla sua sorella di latte, vedendo Giovannina pensierosa sulla porta del giardino, si ferm. Che fai qui a guardare il cielo? le domand. La giovane alz le spalle. Come vedi, rispose sto sognando. Credevo che solo le nobildonne sognassero, e che noi ci limitassimo a pensare; ma dimenticavo che, se tu non sei una nobildonna, conti di diventarlo prima o poi. Che sfortuna che Nanno non ti abbia letto la mano! Probabilmente ti avrebbe det to che diventerai una duchessa, come ha predetto a me che diventer un colonnello. Non sono una nobildonna, e perci Nanno non perde certo tempo a predirmi il futuro. E io, sono forse un gran signore? Eppure me lo ha predetto; ma probabilmente ha v oluto farsi beffe di me. Giovannina scosse la testa in segno di diniego. Nanno non mente disse. Allora sar impiccato?. E' probabile. Grazie tante! E come fai a sapere che Nanno non mente?. Perch alla signora ha detto la verit. Quale verit?. Non le ha forse descritto per filo e per segno il giovane che sarebbe venuto da P osillipo? Alto, bello, sui venticinque anni; e non le ha detto che era seguito d a quattro, e poi da sei uomini? E che quello sconosciuto, di cui poi abbiamo fat to la conoscenza, correva un grave pericolo? E non ha forse concluso dicendo che sarebbe per lei una fortuna se quel giovane venisse ucciso, perch, se si fosse s alvato, lei se ne sarebbe innamorata e quell'amore avrebbe avuto un'influenza fa tale sul suo destino?. E allora?.

Allora, a quanto pare, tutto questo avvenuto: lo sconosciuto arrivato da Posillip o; giovane, bello e ha venticinque anni; era seguito da sei uomini; correva un g rave pericolo, giacch stato ferito quasi mortalmente davanti a questa porta. Infi ne, continu Giovannina con voce appena alterata poich la predizione doveva avverarsi e probabilmente si avverer del tutto, la signora lo ama. Che stai dicendo? sbott Michele. Taci, per carit!. Giovannina si guard attorno. C' forse qualcuno che ci ascolta? disse. No. E allora che importa? prosegu. Non sei af ezionato alla tua sorella di latte come io lo sono alla mia padrona?. Certamente, per la vita e per la morte! Pu ben vantarsene. In tal caso, un giorno potr avere bisogno di te, come adesso lo ha di me. Che cosa credi che stia facendo, qui sulla porta?. Me l'hai gi detto, guardi per aria. Non hai incontrato il cavaliere Sanfelice per strada?. S, all'altezza di Piedigrotta. Io stavo qui a controllare che non tornasse indietro come ha fatto ieri. Ma no! E' tornato indietro? Sospetta forse qualcosa?. Lui? Povero signore! Magari potrebbe anche cambiare idea su quello che l'altro gi orno si rifiutava di credere, cio che la terra sia un frammento staccatosi dal so le per l'urto contro una cometa, ma non penserebbe mai che sua moglie lo tradisc a; d'altronde, non lo tradisce... o almeno, non ancora: ama il signor Salvato, t utto qui; ma se il cavaliere mi avesse chiesto della signora, sarei stata in gra nde imbarazzo, giacch ella accanto al suo caro ferito, che non lascia n di giorno n di notte. Allora ti ha detto di venir qui ad assicurarti che il cavaliere proseguisse il ca mmino verso il palazzo reale?. Oh no, grazie al cielo non siamo ancora a questo punto; ma ci arriveremo, sta' tr anquillo. No, la vedevo inquieta: continuava a camminare avanti e indietro guard ando verso il corridoio e poi verso il giardino; moriva dalla voglia di affaccia rsi alla finestra, ma non osava farlo. Allora le ho detto: 'La signora non vuole andare a vedere se il signor Salvato ha bisogno di lei, dopo che lo ha lasciato alle due del mattino?'. 'Non oso, mia cara Nina,' mi ha risposto 'ho paura che mio marito abbia dimenticato qualcosa, com' successo ieri, e tu sai che il dottor Cirillo ha detto che estremamente importante non rivelargli la presenza di quel giovane in casa della duchessa Fusco'. 'Oh, se solo per questo, signora,' le ho risposto 'posso tener d'occhio la strada e, se per caso il signor cavaliere tor nasse indietro come ieri, non appena lo vedessi apparire di lontano correrei ad avvertirvi'. 'Ah, mia buona Nina,' ha chiesto 'saresti davvero cos gentile?'. 'Ce rtamente, signora,' le ho risposto 'anzi mi far bene: ho giusto bisogno di un po' d'aria'. E sono venuta a mettermi di guardia alla porta, dove ho il piacere di conversare con te, mentre la signora sta conversando con il suo caro ferito. Michele guard Giovannina con un certo stupore, avvertendo un che di amaro nelle p arole e di stridulo nella voce della fanciulla. E lui, chiese poi il giovane, il ferito?. Ma s, ho capito. E' innamorato di lei?. Lui? Lo credo bene! La divora con gli occhi. Non appena la signora esce della cam era, chiude gli occhi come se non avesse pi bisogno di vedere niente, nemmeno la luce del sole. Il dottor Cirillo, quello che vieta di far sapere ai mariti che l e loro mogli curano dei bei giovani feriti, ha un bel proibirgli di parlare perc h se parla, dice, rischia di rompersi qualcosa nel polmone, ma, in questo non si sognano neanche di obbedirgli. Appena sono soli, si mettono a parlare senza smet tere un istante. E di che cosa parlano?. Non ne so niente. Come, non ne sai niente! Dunque ti mandano via?. No, proprio il contrario: per lo pi la signora mi fa segno di restare. Allora parlano sottovoce?. No, parlano a voce alta, ma in inglese o in francese. Il cavaliere un uomo previd ente: aggiunse Nina con un risolino nervoso ha insegnato alla moglie due lingue st

raniere affinch ella potesse parlare liberamente dei fatti suoi con gli estranei senza farsi capire dalla servit; cos, la signora se ne serve. Ero venuto a trovare Luisa, disse Michele ma capisco che probabilmente la disturber ei; mi limito quindi a sperare che le cose vadano meglio, per lei e per me, di q uanto abbia predetto Nanno. Invece devi restare, Michele; l'ultima volta che sei venuto, mi ha rimproverata p er averti lasciato andar via senza vederla; pare che anche il ferito ti voglia r ingraziare. Accidenti! Sarei contento anch'io di congratularmi con lui: un tipo in gamba, e i l Beccaio sa quanto pesa il suo braccio. Allora entriamo e, non essendovi pi alcun pericolo che torni il cavaliere, vado ad avvertire la signora che sei qui. Sei sicura che la mia visita non la contrarier?. Ti dico che le far piacere. Allora andiamo. E i due giovani scomparvero nel giardino per ricomparire poco dopo in cima alla scala e sparire di nuovo dentro casa. Come aveva detto Nina, da circa mezz'ora l a sua padrona era entrata nella camera del ferito. Dalle sette del mattino, ora in cui si alzava dal letto, fino alle dieci, quando il marito usciva di casa, pur continuando incessantemente a pensare al ferito, Luisa non osava fargli visita, e si dedicava unicamente alle faccende domestiche che l'abbiamo vista trascurare in occasione della visita di Cirillo, e che ella aveva ritenuto imprudente non riprendere nei giorni successivi; in compenso, no n si allontanava pi da Salvato nemmeno per un minuto dalle dieci del mattino alle due del pomeriggio, ora in cui il marito era solito rientrare; dopo pranzo, ver so le quattro, il cavaliere Sanfelice si chiudeva nel suo studio e vi rimaneva u n'ora o due. Cos, per almeno un'ora, Luisa si sentiva tranquilla e, con il pretesto di occupar si dei suoi abiti, apparentemente rimaneva anche lei nella sua camera, ma in rea lt, leggera come un uccello, andava e veniva per il corridoio recandosi anche tre o quattro volte a trovare il ferito, al quale raccomandava riposo e tranquillit; poi, dalle sette alle dieci, orario delle visite o della passeggiata, abbandona va di nuovo Salvato, affidandolo alle cure di Nina, e tornava da lui verso le un dici, allorch il marito si ritirava per la notte; restava al suo capezzale fino a lle due del mattino, dopodich raggiungeva la sua camera per uscirne, come si dett o, soltanto alle sette. La vita in casa Sanfelice seguiva ormai questo ritmo, senza la minima variante, dalla prima visita di Cirillo, cio da nove giorni. Bench Salvato attendesse sempre con impazienza il momento della comparsa di Luisa , quel giorno, con gli occhi fissi sulla pendola, sembrava pi impaziente che mai. Per quanto lieve fosse il passo della bella visitatrice, l'orecchio del ferito e ra cos avvezzo a riconoscerlo - come pure il modo in cui Luisa apriva la porta di comunicazione tra i due palazzi - che appena sent un cigolio e il fruscio di una pantofola di raso sul pavimento, il sorriso, assente dalle sue labbra da quando Luisa era uscita, vi ricomparve subito, e i suoi occhi si volsero alla porta e vi si fermarono con la stessa fissit della bussola sulla stella del Nord. Oh, eccovi finalmente! le disse. Tremavo all'idea che, nel timore di un ritorno ina tteso come quello di ieri, veniste pi tardi. Grazie a Dio, oggi come sempre, e al la stessa ora di sempre, eccovi qui!. S, eccomi, visto che la nostra buona Nina si offerta spontaneamente di scendere a tener d'occhio la porta. Come avete passato la notte?. Benissimo! Per, ditemi.... Salvato prese le mani della giovane in piedi accanto al suo letto e, sollevandos i per avvicinarsi a lei, la guard fisso. Luisa, meravigliata e non sapendo che co sa le avrebbe chiesto, lo guard a sua volta. Non c'era niente che potesse farle a bbassare gli occhi nello sguardo del giovane: uno sguardo tenero, ma pi interroga tivo che appassionato. Che volete che vi dica? ella chiese. Siete uscita dalla mia stanza alle due del mattino, vero?. S.

E poi siete tornata?. No. No? Davvero?. Davvero. Allora disse il giovane come se parlasse a se stesso stata lei!. Lei, chi? domand Luisa pi stupita che mai. Mia madre rispose il giovane con lo sguardo sognante, chinando la testa sul petto e sospirando, ma non di dolore o di tristezza. Alle parole mia madre Luisa trasal. Ma chiese poi vostra madre non morta?. Non avete mai sentito dire, cara Luisa, replic il giovane, sempre con aria sognante , che vi sono tra gli uomini, degli esseri privilegiati non riconoscibili da segn i esteriori e ignari dei propri poteri, che hanno la facolt di mettersi in comuni cazione con gli spiriti?. Ho udito a volte il cavaliere Sanfelice discutere di questo argomento con certi s tudiosi e filosofi tedeschi, che consideravano tali contatti come prove dell'imm ortalit dell'anima e chiamavano quegli individui veggenti, e gli intermediari med ium. Il fatto pi straordinario, disse Salvato che, senza rendervene conto, sotto la grazi a femminile voi avete l'istruzione di un erudito e il sapere di un filosofo; per questo con voi si pu parlare di qualsiasi cosa, anche di quelle soprannaturali. Allora, chiese Luisa tutta emozionata credete che stanotte...?. Credo che stanotte, se non siete stata voi a entrare nella mia stanza e a chinarv i sul mio letto, sia venuta a trovarmi mia madre. Ma, amico mio, domand Luisa rabbrividendo come vi spiegate l'apparizione di un'anima separata dal corpo?. Certe cose non si possono spiegare. Amleto, come certo saprete, vedendo apparire l'ombra di suo padre dice: 'Vi sono pi cose in cielo e in terra, Orazio, di quant e ne sogni la vostra filosofia'. Ebbene, quello di cui vi sto parlando uno di qu esti misteri. Amico mio, disse Luisa sapete che a volte mi fate paura?. Il giovane le strinse forte la mano e le rivolse uno sguardo dolcissimo. Come potrei farvi paura, le chiese io che darei per voi la vita che mi avete salvat a? Ditemelo, vi prego. Il fatto continu la giovane che a volte mi date l'impressione di non appartenere a q uesto mondo. Il fatto le fece eco Salvato ridendo che per poco non ne uscivo prima ancora di ess ervi entrato. Allora vero, come diceva la maga Nanno, chiese Luisa impallidendo che sareste nato da una morta?. Vi ha detto questo? proruppe il giovane alzandosi a sedere sbigottito. S; ma impossibile, non vero?. La maga vi ha detto la verit, Luisa; una storia che prima o poi vi racconter. Oh s, e l'ascolter con tutto il cuore. Ma pi avanti. Quando vorrete. Oggi prosegu il giovane lasciandosi ricadere sul letto sarebbe chiedere troppo alle mie forze; mi limiter a dirvi che, estratto con violenza dal grembo di mia madre, i miei primi palpiti di vita si sono mescolati agli ultimi sussulti della sua m orte, e uno strano legame ha continuato, al di l della tomba, a tenerci uniti. Or a, sia allucinazione di una mente sovreccitata, sia apparizione reale, sia che i n particolari condizioni le leggi esistenti per gli altri uomini non esistano pe r coloro che sono nati al di fuori di quelle leggi, accade di tanto in tanto - o so appena dirlo, tanto la cosa straordinaria - che mia madre, probabilmente per essere stata una santa e una martire, ottenga da Dio il permesso di venire da me. Che dite mai! mormor Luisa tutta tremante. Vi dico quello che , ma "quello che" per me "forse non lo " per voi; tuttavia, non sono stato il solo a vedere la cara apparizione. L'ha vista qualcun altro? chiese Luisa. S, una donna molto semplice, una contadina, incapace di inventare una simile stori

a: la mia nutrice. La vostra nutrice ha visto l'ombra di vostra madre?. S; volete che ve lo racconti? domand il giovane sorridendo. Per tutta risposta, Luisa gli prese le mani tra le sue e lo guard con intensa cur iosit. Abitavamo in Francia - giacch, se non fu in Francia che i miei occhi si aprirono, fu l che iniziarono a vedere -, in mezzo a una grande foresta; mio padre mi aveva trovato una nutrice in un villaggio distante circa due leghe. Un pomeriggio la donna gli chiese di poter andare dal suo bimbo - la creatura che aveva svezzato per venirmi a dare il suo latte - che, a quanto le avevano detto, era malato; mi o padre non solo glielo permise, ma volle anche accompagnarla; mi diedero da ber e, mi coricarono nella culla e, poich non mi svegliavo mai prima delle dieci di s era, e mio padre con il calesse avrebbe impiegato solo un'ora e mezzo per andare e tornare, egli chiuse la porta, si mise in tasca la chiave, fece salire accant o a s la nutrice e part tranquillo. Il bimbo aveva solo una lieve indisposizione; mio padre rassicur la brava donna, l asci una ricetta al marito e un luigi per le medicine, poi si accingeva a tornare a casa insieme alla nutrice quando arriv un giovane in lacrime a dirgli che suo padre, un guardaboschi, la notte precedente era stato ferito da un bracconiere. Mio padre, incapace di respingere un simile appello, consegn la chiave di casa al la nutrice e le raccomand di avviarsi senza indugio, tanto pi che si stava avvicin ando un temporale. Alle sette di sera la donna si incammin promettendo di arrivare a casa entro un'or a, e mio padre, vistala partire di buon passo, prese la direzione opposta. Per m ezz'ora tutto and bene; ma a un tratto il cielo si oscur, rimbombarono i tuoni e s coppi un tremendo temporale, con rovesci di pioggia e guizzar di lampi. Per disgr azia, invece di seguire la strada, per fare pi in fretta ella prese una scorciato ia, che al buio era quasi impraticabile; terrorizzata da un lupo che, spaventato dal temporale, le aveva tagliato la strada, si gett di lato, si mise a correre, si ritrov nella macchia, vi si smarr e, sempre pi impaurita dal temporale, cominci a vagare a caso, chiamando, piangendo, gridando, ma le risposero soltanto gli url i delle civette e dei gufi. Pazza di paura, vag cos per tre ore, urtando contro gli alberi, inciampando nei cep pi a fior di terra, rotolando nelle forre invisibili nell'oscurit, mentre le ore passavano implacabili: in mezzo al rombo dei tuoni, sent suonare le nove, le diec i, le undici; finalmente, mentre scoccava il primo rintocco della mezzanotte, al la luce di un lampo vide a cento passi da s la nostra casa cos a lungo cercata e, quando le tenebre calarono di nuovo sulla foresta, riusc a proseguire guidata dal la luce che proveniva dalla camera dove si trovava la mia culla. Credendo che fo sse tornato mio padre, raddoppi il passo; ma come poteva essere entrato, avendo d ato a lei la chiave? Pens che ne avesse un'altra; fradicia di pioggia, piena di l ividi per le cadute, accecata dai lampi, apr la porta, se la spinse alle spalle c redendo di chiuderla, sal rapidamente la scala, attravers la camera di mio padre e apr l'uscio della mia. Ma sulla soglia si ferm con un grido.... Amico mio! esclam Luisa stringendo le mani di Salvato. Una donna vestita di bianco era in piedi accanto alla mia culla prosegu il giovane con voce alterata e sussurrava una di quelle nenie con cui si addormentano i bamb ini, cullandomi con la mano oltre che con la voce. Era giovane e bella, con il v iso di un pallore mortale e una macchia rossa in mezzo alla fronte. La nutrice si appoggi allo stipite della porta per non cadere, poich le gambe non l a reggevano. Aveva compreso di trovarsi di fronte a un essere soprannaturale, a uno spirito ce leste, giacch la luce che rischiarava la stanza emanava da lui; d'altronde, i suo i contorni, dapprima ben delineati, a poco a poco si dissolsero; i tratti del vi so si fecero meno distinti, le carni e gli abiti, ugualmente pallidi, persero og ni rilievo; il corpo divenne nuvola, la nuvola si trasform in vapore, questo a su a volta svan, lasciandosi dietro la pi profonda oscurit e un profumo sconosciuto. In quel momento rientr anche mio padre, la nutrice lo ud e, pi morta che viva, lo ch iam. Egli sal, accese una candela, trov la donna immobile e tremante, con la fronte

madida di sudore e il respiro affannoso. Rassicurata dalla presenza di mio padre e dalla luce della candela, ella si preci pit verso la mia culla e mi prese in braccio: io dormivo tranquillamente. Pensand o che fossi affamato, poich non avevo mangiato dalle quattro del pomeriggio, mi o ffr il seno, ma io lo rifiutai. Allora la donna raccont tutto a mio padre, che non sapeva come spiegarsi quel buio , il terrore e l'agitazione in cui l'aveva trovata, e soprattutto il profumo mis terioso che aleggiava nell'appartamento. Egli l'ascolt con attenzione, da uomo che, dopo aver tentato di sondarli tutti, no n si stupisce pi dinanzi ai misteri della natura; e quando la nutrice, nel descri vergli la donna che dondolava la culla cantando, precis che aveva una macchia ros sa in mezzo alla fronte, si limit a rispondere: 'Era sua madre'. In seguito continu il ferito con voce roca mi ha raccontato pi volte quel fatto: nono stante il suo carattere forte e rigoroso, non mise mai in dubbio che, udendo le mie grida, l'anima beata della moglie avesse ottenuto da Dio il permesso di scen dere dal cielo per placare la fame e la disperazione del suo bambino. E dopo di allora, chiese Luisa, pallida e tremante, dite di averla rivista?. Tre volte rispose il giovane. La prima fu la notte prima che la vendicassi: la vidi avanzare verso il mio letto con quella macchia rossa in mezzo alla fronte e chi narsi su di me per baciarmi; io sentii il contatto delle sue labbra fredde e qua lcosa che somigliava a una lacrima mi cadde sulla fronte nel momento in cui ella si rialzava; allora tentai di abbracciarla e di trattenerla, ma la vidi scompar ire. Balzai dal letto e corsi nella camera di mio padre; alla luce di una candel a mi avvicinai allo specchio: quella che avevo preso per una lacrima era una goc cia di sangue caduta dalla sua ferita; svegliai mio padre, il quale ascolt tranqu illamente il mio racconto e mi disse sorridendo: 'Domani la ferita si rimarginer' . L'indomani uccisi l'assassino di mia madre. Luisa, sconvolta, nascose il viso nel guanciale del ferito. Dopo quella notte l'ho rivista altre due volte; continu Salvato con voce quasi spen ta ma, giacch era stata vendicata, la macchia di sangue le era scomparsa dalla fro nte. Vinto dalla stanchezza o dall'emozione, al termine di quel racconto troppo lungo per le sue forze, Salvato ricadde sul guanciale, respirando a fatica e con gli occhi chiusi. Luisa gett un grido e si precipit verso la porta; nell'aprirla, per poco non travolse Nina, la quale stava ascoltando con l'orecchio incollato all'u scio. Senza quasi farci caso grid: L'etere, subito! Sta male. L'etere nella vostra camera, signora rispose Nina. Luisa corse nella sua stanza, m a cerc invano; quando torn dal ferito, Giovannina stava stringendosi al petto la t esta di Salvato appoggiata al suo braccio e gli faceva respirare la fiala. Non abbiatevene a male, signora, le disse Nina la fiala era dietro la pendola sul c amino; vedendovi cos turbata, ho perso la testa anch'io; ma tutto risolto: ecco i l signor Salvato che riprende i sensi. Infatti il giovane riapr gli occhi, che subito cercarono Luisa. Giovannina, seguendo la direzione del suo sguardo, ripose delicatamente sul guan ciale la testa del ferito e raggiunse il vano di una finestra, dove si asciug una lacrima, mentre Luisa riprendeva il suo posto al capezzale di Salvato. Intanto dalla porta socchiusa si vide spuntare la testa di Michele che chiedeva: Hai bisogno di me, sorellina?. 38. ANDREA BACKER. L'anima di Luisa era tutta concentrata nei suoi occhi fissi in quelli di Salvato , il quale, riconoscendola in colei che lo accudiva, riacquist i sensi con un sor riso. Poi apr gli occhi del tutto e mormor: Oh, morire cos!.

No, no, morire no! grid Luisa. So bene che sarebbe meglio continuare a vivere cos, riprese Salvato ma .... Emise un sospiro che fece fremere i capelli della giovane, e fu come se il soffi o ardente dello scirocco le passasse sul viso. Ella scroll il capo, quasi a dispe rdere il fluido magnetico in cui l'aveva avvolta quel sospiro infuocato, riadagi sul guanciale la testa del ferito e si sedette nella poltrona accanto al suo cap ezzale; poi, girandosi verso Michele e rispondendo seppure in ritardo alla sua d omanda, disse: No, non ho pi bisogno di te, per fortuna; ma entra ugualmente, vieni a vedere come sta bene il nostro malato. Il fratello si accost in punta di piedi, come chi tema di svegliare uno che dorme . Certo che ha un aspetto migliore di quando l'abbiamo lasciato, la vecchia Nanno e io. Amico mio, disse la Sanfelice al ferito questo il giovane che la notte in cui avete rischiato di essere ucciso ci ha aiutato a portarvi soccorso. Oh, lo riconosco, disse Salvato sorridendo stato lui a triturare le erbe che quella donna, che non ho pi visto da allora, mi applicava sulla ferita. E' poi tornato anche in seguito a trovarvi; giacch, come noi tutti, si interessa m olto a voi, ma non lo abbiamo lasciato entrare. Per non mi sono per niente offeso, disse Michele non sono un tipo suscettibile. Salvato sorrise e gli tese la mano. Michele la prese e la esamin trattenendola fra le sue. Guarda un po', sorellina, disse la si direbbe una mano di donna; se si pensa che co n questa manina che ha dato una tremenda sciabolata al Beccaio... Lo avete davve ro conciato per le feste!. Salvato sorrise. Michele si guard attorno. Che cosa cerchi? domand Luisa. Cerco la sciabola, adesso che ho visto la mano; deve essere un'arma coi fiocchi!. Te ne occorrer una simile quando sarai colonnello, vero, Michele? disse ridendo Lui sa. Michele diventer colonnello? chiese Salvato. Eh, ormai inevitabile rispose il lazzarone. E perch inevitabile? domand Luisa. Perch me l'ha predetto la vecchia Nanno, e tutto quello che ha predetto a te si st a realizzando. Michele! lo invoc la giovane. Vediamo un po': non ti ha forse detto che un bel giovanotto che scendeva da Posil lipo era in grave pericolo, in quanto minacciato da sei uomini, e che per te sar ebbe stata una fortuna che lo uccidessero, dal momento che eri destinata ad amar lo e che quell'amore avrebbe causato la tua morte?. Michele! Michele! ripet Luisa scostando la poltrona dal letto, mentre Giovannina sp orgeva il viso pallido da dietro la tenda rossa della finestra. Il ferito guard attentamente i due fratelli. Come! disse a Luisa. Vi hanno predetto che io sar la causa della vostra morte?. N pi n meno! intervenne Michele. E non conoscendomi, non potendo quindi nutrire alcun interesse per me, non avete lasciato che gli sbirri facessero il loro mestiere?. Neanche per idea rispose Michele prevenendo la sorella. Quando ha udito gli spari e ha visto che io, uno che di solito non ha paura, non osavo venirvi a soccorrere perch avevate a che fare con gli sbirri della regina, ha detto: 'Ebbene, allora lo salver io!', e si precipitata nel giardino. Se l'aveste vista, Eccellenza! Non correva, volava. Michele! Michele!. Non forse vero, sorellina, che hai fatto e detto questo?. Ma a che serve raccontarlo? grid Luisa prendendosi la testa fra le mani. Salvato allung il braccio e scost le mani nelle quali la giovane nascondeva il vis o rosso di vergogna e rigato di lacrime. Ma voi piangete! esclam. Vi rammaricate dunque di avermi salvato la vita?.

No; ma mi vergogno di ci che vi ha detto mio fratello; lo chiamano Michele il Pazz o, e non c' dubbio che l'appellativo giusto. Poi, rivolta alla cameriera: Ho sbagliato, Nina, a rimproverarti di non averlo lasciato entrare; avevi fatto b ene a respingerlo. Ah, sorellina, non bello che ti comporti cos, disse il lazzarone questa volta non pa rli davvero con il cuore. La mano, Luisa, la vostra mano! supplic il ferito. La giovane, sfinita e profondamente turbata da tante sensazioni contrastanti, ap poggi la testa allo schienale della poltrona, chiuse gli occhi e abbandon la sua m ano tremante in quella di Salvato. Questi la strinse con ardore; Luisa sospir, e cos facendo conferm pienamente quanto aveva detto il lazzarone. Michele guardava quella scena per lui incomprensibile, e che invece comprendeva fin troppo Giovannina, la quale stava in piedi, con l'occhio fisso e le mani con tratte, simile alla statua della Gelosia. Suvvia, sta' tranquillo, disse Salvato con voce allegra te la dar io la sciabola da colonnello; non quella con cui ho ridotto a malpartito i bricconi che mi attacca vano, visto che me l'hanno presa, ma un'altra che varr altrettanto. Allora siamo a posto! esclam Michele. Mi mancano solo la nomina, le spalline, l'unif orme e il cavallo. Poi, girandosi verso la cameriera: Non senti, Nina? Stanno suonando da tirar gi il campanello!. Nina sembr uscire da un sonno profondo. Suonano? E dove?. Alla porta, probabilmente. S, a quella di casa disse Luisa. Poi si chin all'orecchio di Salvato per sussurrargli: Non mio marito: lui entra sempre da quella del giardino. E, rivolta a Nina: Corri! Io non ci sono per nessuno, capito?. La mia sorellina non c', intesi? ripet Michele. Nina usc senza rispondere. Luisa si fece pi vicina al ferito; senza sapere perch, si sentiva pi a suo agio fra le chiacchiere di Michele che sotto lo sguardo della silenziosa Nina; ma, ripet iamo, era un fatto del tutto istintivo, che non implicava una valutazione dei se ntimenti pi o meno buoni del fratello e della cameriera. Dopo cinque minuti Nina rientr e, avvicinandosi con aria misteriosa alla padrona, le sussurr: E' il signor Andrea Backer, che chiede di parlarvi. Non gli hai detto che non c'ero? disse Luisa abbastanza forte perch Salvato, se non aveva udito la domanda, potesse almeno udire la risposta. Ho esitato un po', signora, replic Nina sempre a voce bassa innanzitutto perch so che il vostro banchiere, e poi perch ha detto che si tratta di una questione importa nte. Le questioni importanti si regolano con mio marito, non con me. E' vero, signora, continu Giovannina sullo stesso tono ma ho avuto paura che tornass e quando in casa il signor cavaliere, che dicesse al signor cavaliere di non ave r trovato la signora, e, poich la signora non sa mentire, ho pensato che era megl io se lo riceveva. Ah, hai pensato...? disse Luisa guardando negli occhi Nina, la quale si affrett ad abbassarli. Se ho sbagliato, signora, siamo ancora in tempo a rimediare; ma ci rester male, po vero giovane!. No, disse Luisa dopo una breve riflessione in effetti meglio che lo riceva, e tu ha i fatto bene, mia cara. Poi, rivolgendosi a Salvato, che vedendo Giovannina parlare sottovoce alla padro na aveva distolto lo sguardo, gli disse: Torno fra un minuto; state tranquillo, il colloquio non sar lungo. I due giovani si scambiarono una stretta di mano e un sorriso, poi Luisa si alz e usc. Non appena la porta si richiuse dietro di lei, Salvato chiuse gli occhi, com'era

solito fare quando lei non era presente. Michele, credendo che volesse dormire, si accost a Nina. Chi quel tale? chiese sottovoce, con l'ingenua curiosit dell'uomo un po' rude, che d'istinto rifugge dalle regole della societ. Nina alz un po' il tono di voce in modo che Salvato, il quale non aveva udito que llo che aveva detto alla padrona, udisse invece quel che diceva a Michele. E' quel giovane banchiere cos ricco ed elegante disse che tu conosci benissimo!. Bah! replic Michele. Sta' a vedere che adesso conosco anche i banchieri, io!. Come, non conosci il signor Andrea Backer?. E chi sarebbe questo Andrea Backer?. Come, non ricordi? Quel bel ragazzo biondo, tedesco o inglese, che ha fatto la co rte alla signora prima che sposasse il cavaliere. Ah, s, s. Non quello della banca dove Luisa tiene tutti i suoi quattrini?. Proprio lui. Bene. Quando sar colonnello e avr le spalline e la sciabola che il signor Salvato m i ha promesso, mi mancher solo un cavallo come quello sul quale va in giro il sig nor Backer, e poi sar a posto!. Nina non rispose; intanto che parlava, aveva tenuto d'occhio il ferito e, dal fr emito quasi impercettibile dei muscoli del suo viso, aveva capito che il presunt o dormiente non aveva perso una sola parola di quanto aveva detto a Michele. Nel frattempo Luisa era entrata nella sala dove l'attendeva la visita annunciata ; di primo acchito ebbe qualche difficolt a riconoscere Andrea Backer; egli indos sava un abito di gala con i calzoni al ginocchio e la spada al fianco, e si era tagliato i lunghi favoriti biondi all'inglese che, sia detto di sfuggita, re Fer dinando detestava; portava al collo la croce di commendatore dell'ordine costant iniano di San Giorgio e sulla giacca il distintivo. Un lieve sorriso affior sulle labbra di Luisa. Con quale intento il giovane banch iere le faceva visita, alle undici e mezzo del mattino, vestito in quel modo, ci o con l'abito di gala? Non avrebbe certo tardato a scoprirlo. Va subito detto che Andrea Backer, di razza anglosassone, era un giovane attraen te tra i ventisei e i ventotto anni, biondo, fresco, roseo, con la testa quadrat a di chi ha a che fare con i numeri, il mento accentuato dello speculatore accan ito e le mani a spatola di uno che passa il tempo a contare i soldi. Sempre elegante e disinvolto, era un po' impacciato in quella tenuta inusuale, d i cui peraltro si compiaceva al punto che si era piazzato, come per caso, davant i a uno specchio per vedere che effetto faceva con la croce di San Giorgio al co llo e il distintivo dell'ordine sul petto. Oh, mio Dio, caro signor Andrea, esclam Luisa dopo averlo guardato un attimo e aver ricevuto il suo rispettoso inchino siete davvero splendido! Non mi sorprende che abbiate insistito, non certo per vedere me, ma per procurarmi il piacere di ved ervi in tutta la vostra magnificenza. Dove andate cos elegante? Presumo infatti c he non sia certo per farmi una visita di affari che vi siete messo questo abito di gala. Se avessi immaginato, signora, che avreste provato maggior piacere a vedermi con questo vestito che con quello abituale, non avrei certo atteso fino a oggi per i ndossarlo; e invece io so che siete una di quelle donne intelligenti che, pur sc egliendo sempre per s gli abiti che a loro meglio si addicono, prestano poca atte nzione al modo in cui si vestono gli altri; la mia visita dipende dalla mia volo nt, mentre l'abito con cui mi presento a voi dovuto alle circostanze. Il re mi ha fatto l'onore, tre giorni or sono, di insignirmi della croce dell'ordine costan tiniano di San Giorgio e di invitarmi a pranzo per oggi a Caserta. Oggi siete invitato a pranzo dal re a Caserta? disse Luisa con un'espressione che indicava uno stupore tutt'altro che lusinghiero per i diritti che il giovane ban chiere riteneva forse di poter vantare per il fatto di essere ammesso alla tavol a del re, che era il pi lazzarone fra tutti per strada, ma il pi aristocratico dei sovrani nella sua reggia. Vi faccio le mie pi sincere congratulazioni, signor And rea. Avete ragione di stupirvi, signora, nel vedere un simile onore concesso al figlio di un banchiere, replic il giovane un po' risentito del contegno di Luisa ma non v i mai capitato di sentir raccontare che un giorno Luigi Quattordicesimo, per qua

nto aristocratico fosse, invit a pranzare con lui a Versailles il banchiere Samue l Bernard, dal quale voleva farsi prestare venticinque milioni? Ebbene, pare che re Ferdinando abbia non meno bisogno di denaro del suo avo, e siccome mio padre il Samuel Bernard di Napoli, il re invita suo figlio Andrea Backer a pranzare c on lui a Caserta, che la Versailles di Sua Maest Ferdinando; inoltre, per essere sicuro di non lasciarsi sfuggire i venticinque milioni, ha posto al collo del bi folco ammesso alla sua tavola il collare con cui poterlo condurre fino alla cass a. Siete un uomo di spirito, signor Andrea, e non la prima volta che me ne accorgo, credetemi: se ci bastasse ad aprire le porte delle regge, potreste essere invitat o alla mensa di tutti i re della terra. Quanto a vostro padre, da voi paragonato a Samuel Bernard, io, che conosco la sua irreprensibile onest e la sua ampiezza di vedute negli affari, sottoscrivo il paragone. Samuel Bernard era un grand'uom o che non solo sotto Luigi Quattordicesimo ma anche sotto Luigi Quindicesimo ha reso grandi servigi alla Francia. Be', che avete da guardarmi cos?. Non vi sto guardando, signora, bens ammirando. E perch?. Perch penso che in tutta Napoli siate probabilmente l'unica donna a sapere chi Sam uel Bernard e a esser capace di rivolgere un complimento a un uomo che per farvi una semplice visita si presenta in una tenuta ridicola, cosa che peraltro il pr imo a riconoscere. Allora, signor Andrea, sono pronta a farvi le mie scuse. Oh no, signora, no! Perfino il sarcasmo, passando dalla vostra bocca, acquista un tale fascino che anche l'uomo pi vanitoso desidererebbe protrarlo, sia pure a sp ese del suo amor proprio. A dire il vero, signor Andrea, cominciate a mettermi in imbarazzo, e per evitarlo non mi resta che chiedervi se esiste una nuova strada che passi da Mergellina p er andare a Caserta. No; ma dovendo essere a Caserta solamente alle due, ho pensato, signora, che avre i avuto il tempo di parlarvi di un affare che si ricollega appunto alla mia anda ta a Caserta. Mio Dio, caro signor Andrea, non vorrete per caso approfittare del favore di cui godete presso il re per farmi nominare dama d'onore della regina? Vi avverto fin d'ora che rifiuterei. Dio me ne guardi! Bench servitore devoto della famiglia reale e pronto a dare la v ita e perfino - parola di banchiere - il mio denaro per essa, so che vi sono ani me pure per le quali meglio tenersi lontane da ambienti in cui si respira una ce rta atmosfera... cos come chi vuole mantenere intatta la salute deve allontanarsi dai miasmi delle paludi pontine e dai vapori del lago di Agnano; ma l'oro, un m etallo inalterabile, pu mostrarsi l dove invece non si azzarderebbe a farlo il cri stallo, che si offusca pi facilmente. La nostra banca coinvolta in una grossa ope razione con il re; egli ci fa l'onore di prendere a prestito da noi venticinque milioni di sterline, avallati dall'Inghilterra; un affare sicuro, che garantisce agli investitori una rendita fino all'otto per cento, invece del quattro o cinq ue; voi avete mezzo milione depositato presso di noi, signora; tutti si precipit eranno a chiederci delle quote di tale prestito, nel quale la nostra banca inves te da parte sua ben otto milioni; vengo dunque a domandarvi, prima che rendiamo pubblica la cosa, se desiderate entrarci anche voi. Caro signor Backer, vi sono estremamente grata per la proposta, rispose Luisa ma vo i sapete che gli affari, soprattutto se c' di mezzo il denaro, non sono di mia co mpetenza, ma del cavaliere, il quale a quest'ora - conoscete bene le sue abitudi ni - molto probabilmente sta chiacchierando, appollaiato sulla scala, con Sua Al tezza Reale il principe di Calabria; dunque alla biblioteca di palazzo che vi do vevate recare per parlargli, e non qui; oltretutto, la presenza dell'erede al tr ono avrebbe giustificato, molto pi della mia, il vostro abito da cerimonia. Siete davvero crudele, signora, con un uomo che, avendo cos raramente l'occasione di tributarvi i suoi omaggi, pronto a coglierla non appena essa si presenti. Credevo ribatt Luisa con aria ingenua che il cavaliere vi avesse detto, signor Backe r, che noi riceviamo tutti i giorni, e in particolare il gioved, dalle sei alle d ieci di sera. Se lo avesse dimenticato, mi faccio premura di dirvelo in sua vece

; se poi siete stato voi a dimenticarlo, ve lo rammento. Oh signora, signora, balbett Andrea se solo lo aveste voluto, avreste reso molto fel ice un uomo che vi ama e che deve accontentarsi di adorarvi. Luisa lo guard con i suoi grandi occhi neri, limpidi e puri come diamanti della N igrizia (51); poi, accostandosi a lui e tendendogli la mano, disse: Signor Backer, voi mi avete fatto l'onore di chiedere a Luisa Molina la mano che la moglie del cavaliere Sanfelice vi tende; se vi permettessi di stringerla altr imenti che come amico, vorrebbe dire che vi siete ingannato su di me e vi siete rivolto a una donna indegna di voi; non stato il capriccio di un istante a farmi preferire a voi il cavaliere, che ha quasi tre volte i miei anni e due volte i vostri, bens il profondo sentimento di gratitudine filiale che nutrivo per lui; c i che egli rappresentava per me due anni or sono, lo ancora oggi; continuate a es sere quello che il cavaliere, stimandovi, vi ha offerto di essere, ossia mio ami co, e dimostratemi che siete degno di questa amicizia non rammentandomi mai una circostanza in cui sono stata costretta a ferire, con un rifiuto che tuttavia no n aveva nulla di offensivo, un nobile cuore che non deve serbare n rancore n spera nza. Poi, con una riverenza piena di dignit, aggiunse: Il cavaliere avr l'onore di passare dal vostro signor padre per dargli una rispost a. Se non permettete che vi si ami n che vi si adori, esclam il giovane non potete imped ire che almeno vi si ammiri. E salutando a sua volta con profondo rispetto si allontan soffocando un sospiro. Quanto a Luisa, senza pensare, nella sua buona fede giovanile, che forse smentiv a con l'azione la morale che aveva appena finito di predicare, non appena ud la p orta di strada richiudersi alle spalle di Andrea e la sua carrozza allontanarsi, si precipit nel corridoio e raggiunse la stanza del ferito, con la rapidit e la l eggerezza dell'uccello che fa ritorno al nido. Nell'entrare, il suo primo sguardo fu naturalmente per Salvato. Egli era molto pallido, teneva gli occhi chiusi e il suo viso, rigido come marmo , aveva assunto un'espressione di grande sofferenza. Inquieta, Luisa corse verso di lui e, poich non apriva gli occhi come sempre al s uo avvicinarsi: Dormite, amico mio? gli domand in francese, poi continu con voce che tradiva una gra nde ansiet: Oppure siete svenuto?. Non dormo e non sono svenuto; tranquillizzatevi, signora disse Salvato socchiudend o gli occhi, ma senza guardarla. Signora! ripet Luisa stupita. Avete detto 'signora'!. Ho solo detto riprese il giovane che soffro. Per che cosa?. Per la ferita. Vi sbagliate, mio caro... Oh, ho osservato bene l'espressione del vostro volto in quei tre giorni di agonia, sapete! No, non state soffrendo per la ferita; la vo stra una sofferenza morale. Salvato scosse la testa. Ditemi immediatamente per che cosa soffrite! esclam Luisa. Lo voglio. Lo volete? Siete voi a volerlo, capite?. S, mio diritto; il dottore non mi ha forse raccomandato di risparmiarvi qualsiasi emozione?. Ebbene, dato che lo volete, disse Salvato guardandola fisso negli occhi sappiate ch e sono geloso. Geloso! Di chi, mio Dio?. Di voi. Di me! grid Luisa, senza nemmeno pensare stavolta a risentirsi. Perch? Come? A che pr oposito? Per essere gelosi ci vuole un motivo. Come mai siete rimasta mezz'ora lontana da questa stanza, mentre dovevate restare solo pochi minuti? E chi per voi quel signor Backer che ha il privilegio di rub armi mezz'ora della vostra presenza?. Il viso della giovane s'illumin di una gioia sovrumana; anche Salvato le aveva de tto di amarla, pur senza pronunciare la parola amore; chin la testa su di lui sfior

andogli il viso con i capelli, avvolgendolo nel suo respiro e nel suo sguardo. Che bambino! esclam con quella voce melodiosa che nasce dal profondo del cuore. Chi ? Che cosa venuto a fare? Perch rimasto cos a lungo? Vi dir tutto. No, no, no, mormor il ferito non ho pi bisogno di sapere niente; grazie, grazie!. Grazie di che? Perch grazie?. Perch i vostri occhi mi hanno gi detto tutto, mia amata Luisa. Ah, la vostra mano! La vostra mano!. La giovane gli diede la mano, ed egli vi pos convulsamente le labbra, mentre una lacrima gli cadeva dagli occhi e tremolava, liquida perla, su quella mano. L'eroe incrollabile aveva pianto. Senza rendersi conto di quel che faceva, Luisa si port la mano alle labbra e ingh iott quella lacrima. Fu questo il filtro dell'irresistibile e implacabile amore che le aveva predetto la maga Nanno. 39. I CANGURI. Re Ferdinando aveva invitato Andrea Backer a Caserta, in primo luogo perch certo pensava che accogliere un banchiere alla sua mensa fosse meno impegnativo in cam pagna che in citt, e poi perch aveva ricevuto dall'Inghilterra e da Roma degli inv ii preziosi di cui parleremo in seguito. Perci aveva sbrigato pi rapidamente del s olito la vendita del suo pesce a Mergellina, vendita che, nonostante la fretta, era andata a gonfie vele, gratificando il suo orgoglio e procurandogli lauti gua dagni. Caserta, la Versailles di Napoli - come l'abbiamo definita -, in realt una costruzione che rispecchia il gusto freddo e pesante della met del Settecento. I napoletani che non sono stati in Francia sostengono che Caserta pi bella di Vers ailles; quelli che in Francia ci sono stati si limitano a dire che Caserta bella quanto Versailles; infine, i viaggiatori imparziali che non condividono l'entus iasmo sfrenato dei napoletani per il loro paese, pur non considerando Versailles un capolavoro, la ritengono di gran lunga superiore a Caserta; questo anche il nostro parere, e non temiamo di essere contraddetti dalle persone di gusto e dag li intenditori d'arte. Prima di quella reggia moderna e della Caserta in pianura, esistevano un vecchio castello e la vecchia Caserta sul monte, di cui non rimangono, fra le mura diro ccate, se non tre o quattro torri ancora in piedi; l sorgeva il maniero degli ant ichi signori di Caserta, uno dei quali, tradendo il cognato Manfredi, fu in part e causa della sconfitta di Benevento. Luigi Quattordicesimo stato molto criticato per la scelta infelice del luogo in cui doveva sorgere Versailles, che venne chiamata una favorita immeritevole; la stessa critica, a parer nostro, va mossa al re Carlo Terzo; ma Luigi Quattordice simo aveva almeno la scusa della piet filiale, in quanto volle conservare, insere ndolo in una nuova costruzione, il grazioso palazzetto di marmo e mattoni che er a stato il ritrovo di caccia di suo padre: piet filiale che cost alla Francia un m iliardo. Carlo Terzo, invece, non ha alcuna scusante. Non c'era niente che lo costringess e a scegliere, in un paese dove abbondano i luoghi deliziosi, una pianura arida, ai piedi di un monte brullo, senza verde e senz'acqua; l'architetto Vanvitelli, che edific Caserta, dovette piantare un grande giardino intorno all'antico parco dei signori e far scendere dell'acqua dal monte Taburno, cos come Rennequin-Swal m dovette invece farla salire dal fiume alla montagna, servendosi del congegno d i Marly. Carlo Terzo diede inizio ai lavori per la reggia di Caserta nel 1752; Ferdinando , che sal al trono nel 1759, li fece proseguire, ma ai primi di ottobre del 1798, epoca alla quale siamo arrivati col nostro racconto, essi non erano ancora term inati. Soltanto i suoi appartamenti, quelli della regina e dei principi e principesse, ossia un terzo del palazzo, erano arredati. Ma da otto giorni Caserta racchiudeva dei tesori degni di richiamare da ogni par

te del mondo chiunque amasse la scultura, la pittura e anche la storia naturale. Ferdinando vi aveva fatto trasportare da Roma per tenerlo in deposito, in attesa che le sale del palazzo di Capodimonte fossero pronte ad accoglierlo, il patrim onio artistico del suo avo papa Paolo Terzo, colui che scomunic Enrico Ottavo, ch e strinse con Carlo Quinto e con Venezia un'alleanza contro i turchi e che incar ic Michelangelo di riprendere i lavori per la costruzione di San Pietro. Contemporaneamente ai capolavori della scultura greca e della pittura medioevale arrivati da Roma, dall'Inghilterra era giunto qualcosa di tutt'altro genere, ch e stuzzicava ben altrimenti la curiosit di Sua Maest il re delle Due Sicilie. Si trattava anzitutto di reperti etnologici raccolti alle Isole Sandwich dalla s pedizione successiva a quella in cui era morto il capitano Cook, e di diciotto c anguri vivi, maschi e femmine, provenienti dalla Nuova Zelanda, in attesa dei qu ali Ferdinando aveva fatto erigere, in mezzo al parco di Caserta, un magnifico r ecinto a scomparti per ospitare quegli interessanti quadrupedi - se cos si posson o chiamare quei marsupiali deformi, con delle enormi zampe posteriori che permet tono loro di fare salti di venti piedi e dei moncherini che fungono da zampe ant eriori. Erano appena usciti dalle gabbie per entrare nel recinto, e re Ferdinand o assisteva sbalordito ai balzi giganteschi di quei poveri animali, terrorizzati dall'abbaiare di Giove, allorch gli venne annunciato l'arrivo del signor Andrea Backer. Benone, disse il re accompagnatelo qui: gli mostrer qualcosa che non ha mai visto pr ima e che con tutti i suoi milioni non potrebbe neanche comprarsi. Il re non andava mai a tavola prima delle quattro, ma, per avere il tempo di chi acchierare con il giovane banchiere, gli aveva dato appuntamento alle due. Un domestico condusse Andrea Backer in quel settore del parco dove erano sistema ti i canguri. Scorgendo il giovane da lontano, Ferdinando mosse qualche passo verso di lui; co nosceva sia il padre che il figlio solo di fama, come primi banchieri di Napoli; dopo essere stati insigniti del titolo di banchieri del re, essi erano entrati in contatto con gli intendenti e con il ministro delle Finanze, mai con Sua Maes t in persona. Fino a quel momento era stato Corradino a trattare la faccenda del prestito e a occuparsi dei preliminari; per rendere i banchieri pi arrendevoli, egli aveva sug gerito al re di lusingare la loro vanit conferendo a uno dei due la croce dell'or dine costantiniano di San Giorgio. Tale onorificenza era stata naturalmente offerta al capo dell'azienda, Simone Ba cker; ma questi, che era un uomo semplice, vi aveva rinunciato a favore del figl io, proponendo di istituire a suo nome una commenda di cinquantamila sterline, c he si poteva ottenere solo per grazia speciale del re; essendo stata accettata l a proposta, il figlio - al quale in futuro un simile privilegio poteva riuscire utile, soprattutto per unire, in caso di matrimonio, l'aristocrazia del denaro a quella della nascita - era stato appunto nominato commendatore in vece sua. Abbiamo visto che il giovane Andrea Backer aveva un bell'aspetto, che veniva con siderato uno dei giovani pi eleganti di Napoli, e, dalle poche parole scambiate f ra lui e Luisa Sanfelice, abbiamo potuto constatare che era anche una persona ed ucata e di spirito, tanto che parecchie signore di Napoli non erano insensibili al suo fascino come la nostra eroina, e molte madri di famiglia avrebbero deside rato che il giovane banchiere, bello, ricco ed elegante, facesse loro, per le fi glie, la stessa proposta che egli aveva fatto al cavaliere Sanfelice riguardo al la sua pupilla. Il suo incontro con il re si svolse all'insegna della compitezza e del rispetto, ma gli procur assai meno imbarazzo di quello con la Sanfelice. Dopo essersi inchinato, egli attese che il re gli rivolgesse per primo la parola . Il re lo esamin dalla testa ai piedi e non si trattenne dal fare una piccola smor fia. E' pur vero che Andrea Backer non aveva n favoriti n baffi, ma non aveva nemmeno c ipria e codino, ornamento e appendice in mancanza dei quali, agli occhi del re, nessuno poteva dirsi un perfetto benpensante. Ma per Ferdinando, interessato soprattutto a intascare i suoi venticinque milion

i, aveva ben poca importanza che chi glieli doveva sganciare avesse la cipria in testa e il codino alla nuca, purch li sganciasse; perci, continuando a tenere le mani dietro la schiena, ricambi graziosamente il saluto del giovane banchiere. Ebbene, signor Backer, egli esord poi a che punto la nostra trattativa?. Vostra Maest mi permette di chiedere di quale trattativa intende parlare? replic il giovane. Quella dei venticinque milioni. Credevo, sire, che mio padre avesse avuto l'onore di rispondere al ministro delle Finanze di Vostra Maest che era cosa fatta. O che si sarebbe fatta. No, sire, gi fatta. I desideri del re sono ordini. Allora, voi venite ad annunciarmi...?. Che Vostra Maest pu considerare conclusa la questione; domani inizieranno i versame nti alla nostra cassa da parte delle varie banche che mio padre ha invitato a pa rtecipare al prestito. E in che misura vi partecipa la vostra?. Con otto milioni, sire, che sono fin d'ora a disposizione di Vostra Maest. A mia disposizione?. S, sire. E quando?. Domani, anzi stasera. Vostra Maest pu farli prelevare contro semplice ricevuta del suo ministro delle Finanze. La mia non varrebbe altrettanto? domand il re. Di pi, sire; ma non avrei mai sperato che il re facesse alla nostra banca l'onore di rilasciarle una ricevuta firmata di suo pugno. Certo, certo, signore, ve la rilascer con grande piacere!... Allora avete detto ch e stasera...?. Stasera, se Vostra Maest lo desidera, ma in questo caso, dato che la cassa chiude alle sei, Vostra Maest mi dovrebbe permettere di mandare un corriere espresso a m io padre. Poich non mi dispiacerebbe affatto, mio caro signor Backer, che nessuno venisse a sapere del mio prelievo di denaro, disse il re grattandosi un orecchio in quanto l o user per fare una sorpresa, gradirei che venisse portato a palazzo questa notte. Sar fatto, sire; ma, come ho avuto l'onore di dire a Vostra Maest, mio padre deve e sserne avvertito. Volete tornare dentro per scrivere? propose il re. Quello che soprattutto vorrei, sire, non disturbarvi nella vostra passeggiata; ba stano due parole scritte a matita; verranno consegnate al mio domestico, e quest i nolegger un cavallo per portarle a mio padre. C' un modo ancor pi semplice: mandare indietro la vostra carrozza. S... Il cocchiere cambier i cavalli e torner a prendermi E' inutile: io rientro a Napoli verso le sette di stasera, e posso riaccompagnarv i. Sar un grande onore per un povero banchiere, sire disse il giovane con un inchino. Accidenti! Chiamate povero banchiere l'uomo che in una settimana mi sconta una le ttera di cambio di venticinque milioni e che, dall'oggi al domani, ne mette otto a mia disposizione! Io sono un re, signore, il re delle Due Sicilie, a quanto s i dice, eppure vi assicuro che, se vi dovessi pagare otto milioni entro domani, sarei costretto a chiedervi tempo. Andrea Backer trasse di tasca un taccuino, ne strapp un foglio, vi scrisse qualch e riga a matita e disse: Vostra Maest mi permette di dare un ordine a quell'uomo?. Cos dicendo indic il domestico che lo aveva accompagnato dal re e che un po' in di sparte, attendeva il permesso di tornare a palazzo. Fate pure, perdio! rispose il re. Buon uomo, disse Andrea Backer date questo biglietto al mio cocchiere, che partir im mediatamente per Napoli e lo consegner a mio padre. E' inutile che poi ritorni, g iacch Sua Maest mi fa l'onore di riaccompagnarmi. Nel pronunciare queste parole si inchin rispettosamente al re. Se questo giovane avesse cipria e codino, disse tra s Ferdinando non vi sarebbe in t

utta Napoli n duca n marchese degni di stargli alla pari... Insomma, non si pu aver e tutto. Poi, ad alta voce: Venite, signor Backer, voglio mostrarvi degli animali che certamente non conoscet e. Backer obbed all'ordine del re e gli cammin accanto, avendo cura di stare mezzo pa sso indietro. Il re and dritto al recinto dove erano rinchiusi gli animali che, secondo lui, il giovane banchiere non aveva mai visto. Ma guarda, disse questi sono dei canguri!. Li conoscete? chiese il re. Oh, sire, ne ho uccisi a centinaia. Avete ucciso centinaia di canguri?. S, sire. E dove?. In Australia, naturalmente. Voi siete stato in Australia?. Ne sono tornato tre anni fa. E che diavolo siete andato a fare in Australia?. Mio padre, di cui sono l'unico figlio, molto buono con me; dopo avermi mandato, d ai dodici ai quindici anni, all'Universit di Jena, dai quindici ai diciotto mi ha fatto terminare gli studi in Inghilterra; dopodich, essendo mio desiderio fare u n viaggio intorno al mondo, vi acconsent. Il capitano Flinders si accingeva a com piere la sua prima circumnavigazione del globo, e io ottenni dal governo inglese il permesso di partire con lui. Il viaggio dur tre anni. Dopo aver scoperto, vic ino alla costa meridionale della Nuova Zelanda, alcune isole sconosciute, egli d iede loro il nome di Isole dei Canguri, per via dell'enorme quantit di questi ani mali che vi trovammo. Non avendo altro da fare, mi dedicai alla caccia con gran diletto, e ogni giorno mandavo a bordo carne fresca a sufficienza per tutto l'eq uipaggio. In seguito Flinders fece un secondo viaggio insieme a Bass, e pare che abbiano scoperto uno stretto che separa la terra di Van Diemen (52) dal contine nte. La terra di Van Diemen dal continente! Uno stretto! Ah! esclam il re, che ignorava totalmente dove fosse la terra di Van Diemen e sapeva a malapena che cosa fosse un continente. Allora voi li conoscete gi questi animali. E io che credevo di most rarvi qualcosa di assolutamente nuovo!.... Ma qualcosa di nuovo, sire, di assolutamente nuovo, non solo per Napoli ma anche per l'Europa, e credo che Napoli sia, con Londra, l'unica citt a possedere degli esemplari di una specie tanto curiosa. Allora Hamilton non mi ha ingannato dicendomi che il canguro un animale molto rar o?. Ha detto la verit, sire, davvero raro. Allora non rimpiango i miei papiri. Vostra Maest li ha scambiati con dei papiri? chiese stupito Andrea Backer. A dire il vero, s; a Ercolano erano stati rinvenuti venticinque o trenta rotoli e me li avevano subito portati come se fossero le cose pi preziose del mondo. Hamil ton li ha visti da me; appassionato di tutte quelle anticaglie; mi aveva parlato dei canguri, e io gli avevo espresso il desiderio di averne qualcuno per tentar e di acclimatarli nelle mie foreste; allora egli mi aveva proposto di donare al Museo di Londra un numero di papiri corrispondente a quello dei canguri che mi a vrebbe dato in cambio il giardino zoologico di Londra. Io gli ho detto: 'Fate ve nire i vostri canguri, e al pi presto!'. Ieri l'altro, mi ha annunciato l'arrivo dei miei diciotto canguri, e io gli ho dato i suoi diciotto papiri. Sir William non ha certo fatto un cattivo affare, disse sorridendo Backer ma l saran no in grado di srotolarli e decifrarli come sanno fare qui?. Srotolare che cosa?. I papiri. Si devono srotolare?. Certo, sire, ed cos che vennero ritrovati diversi manoscritti preziosi che si cred evano perduti; forse un giorno si ritrover il "Panegirico di Virginio" scritto da

Tacito, il suo "Discorso contro il proconsole Mario Prisco" e le sue "Poesie" m ancanti; e magari sono proprio fra quei papiri che, ignorandone il valore, avete donato a Sir William. Diavolo! fece il re. E voi dite che sarebbe una grave perdita, signor Backer?. Irreparabile, sire!. Irreparabile! Speriamo almeno, visto che ho fatto un simile sacrificio per loro, che i miei canguri si riproducano! Che ne pensate, signor Backer?. Ne dubito molto, sire. Diavolo! E' vero che per il suo museo polinesiano, che molto originale, come vedr ete, gli ho dato solo dei vecchi vasi di terra tutti rotti. Venite a vedere il m useo polinesiano di Sir William Hamilton, venite. Il re si diresse verso il palazzo, e Backer lo segu. Il museo di Sir William Hamilton non stup Andrea Backer pi di quanto lo avessero s tupito i suoi canguri; anche lui, durante il viaggio con Flinders, aveva fatto s osta alle Isole Sandwich, e, grazie ai termini polinesiani che aveva imparato du rante il soggiorno nell'arcipelago delle Hawaii, fu in grado non solo di indicar e al re l'uso delle varie armi, ma anche di dirgli i nomi che laggi venivano dati a quelle armi e a quegli strumenti. Backer si inform circa i vecchi vasi di terra tutti rotti che il re aveva dato in cambio di quei curiosi oggetti da rigattiere, e il re gli mostr cinque o sei mag nifici vasi greci trovati negli scavi di Sant'Agata dei Goti, nobili e preziosi resti di una civilt scomparsa, che avrebbero arricchito i pi importanti musei. Alc uni, in effetti, erano a pezzi; ma noto con quanta facilit e quanta arte quei cap olavori vengano restaurati, e come le tracce lasciate su di essi dalla mano pesa nte del tempo li rendano ancora pi preziosi, in quanto testimonianze della loro a ntichit e del loro avventuroso passaggio attraverso i secoli. Backer emise un sospiro da artista deluso: avrebbe dato centomila franchi per qu ei vecchi vasi tutti rotti, come li chiamava Ferdinando, mentre non avrebbe dato dieci ducati per le mazze, gli archi e le frecce raccolti nel regno di Sua Maes t Kamehameha Primo, il quale, per quanto selvaggio fosse, non avrebbe potuto agir e, in tale circostanza, in maniera pi sconsiderata del suo confratello europeo Fe rdinando Quarto. Il re, un po' deluso per lo scarso entusiasmo dimostrato dal suo ospite dinanzi ai canguri australiani e al museo polinesiano, contava di prendersi una rivincit a con le statue e i dipinti della sua collezione. Davanti ad essi, il giovane ba nchiere manifest la pi viva ammirazione, ma senza il minimo stupore. Durante i suo i frequenti viaggi a Roma, da amante delle arti qual era, aveva visitato il Muse o Farnese, e di conseguenza fu lui a illustrare al re le splendide opere che ave va ereditato: gli disse i probabili nomi dei due autori del "Toro Farnese" - Apo llonio e Taurisco - e, pur non potendo confermare tale paternit, dichiar che il gr uppo, di cui fece notare al re le parti moderne, si poteva attribuire con certez za alla scuola di Agesandro di Rodi, autore del "Laocoonte". Gli raccont la stori a di Dirce, il personaggio principale di quel gruppo, storia della quale il re n on aveva la pi pallida idea; lo aiut a decifrare le tre parole greche incise ai pi edi del colossale Ercole noto col nome di "Ercole Farnese", traducendole in ital iano: Glicone di Atene fece; gli disse che uno dei capolavori di quel museo era un a Speranza che uno scultore moderno ha trasformato in Flora e che ormai nota a t utti come "Flora Farnese". Tra i dipinti, gli segnal i due capolavori di Tiziano, la "Danae che riceve la pioggia d'oro" e il magnifico "Ritratto di Filippo Seco ndo", il re che non aveva mai riso e che, colpito dalla mano di Dio, di certo co me punizione per le vittime umane che gli aveva sacrificato, mor di quel terribil e e immondo morbo pedicolare di cui era morto Silla e di cui sarebbe morto anche Ferdinando Secondo, che a quell'epoca non era ancora nato. Inoltre sfogli con lu i l'"Uffizio della Santa Vergine" di Giulio Clovio, un capolavoro dell'iconograf ia popolare del sedicesimo secolo, che sette o otto anni or sono fu trasportato dal museo borbonico a palazzo reale, e che scomparso come scompaiono a Napoli ta nte cose preziose, e non certo per quell'amore sfrenato e incontrollabile dell'a rte che fece di Cardillac un assassino e del marchese Campana un depositario inf edele. In conclusione, egli suscit la meraviglia del re, il quale, avendo creduto di trovare in lui una sorta di Turcaret ignorante e vanitoso, scopriva invece u

n conoscitore d'arte erudito e cortese. E poich Ferdinando era in fondo un uomo di grande buonsenso e di notevole spirito , che invece di risentirsi con il giovane banchiere perch era una persona istruit a mentre lui, per quanto re, non era altro che un asino - come diceva di se stes so -, il risultato di quella visita fu che egli volle presentarlo alla regina, a d Acton, a Sir William, a Emma Lyonna, non pi con la dubbia cortesia manifestata all'uomo d'affari, ma con la cordiale protezione che i sovrani intelligenti acco rdano agli uomini dotati di spirito e di cultura. Quella presentazione offr ad Andrea Backer una nuova occasione per dar prova dell e sue conoscenze: parl in tedesco con la regina, in inglese con Sir William e Lad y Hamilton, in francese con Acton, ma ci nonostante si comport con tale modestia e discrezione che, salendo in carrozza per tornare con lui a Napoli, il re gli di sse: Signor Backer, anche se aveste trattenuto la vostra carrozza, non avrei rinunciat o ad accompagnarvi con la mia, non foss'altro che per prolungare il piacere dell a vostra conversazione. Vedremo poi come quel giorno il re avesse in effetti concepito una viva amicizia per Andrea Backer; e in seguito il nostro racconto riveler con quale implacabile vendetta egli dimostr allo sventurato giovane, vittima della sua devozione alla causa monarchica, la sincerit di tale amicizia. 40. L'UOMO PROPONE. Non appena il re fu partito portando via con s Andrea Backer, la regina Carolina, che non aveva ancora avuto modo di parlare con il comandante generale Acton, es sendo questi arrivato solo al momento di mettersi a tavola, si alz e gli fece seg no di seguirla, raccomand a Emma e a Sir William di fare gli onori di casa agli o spiti che arrivassero prima del suo ritorno, e si diresse verso il suo salotto p rivato, subito raggiunta da Acton. Ella si sedette e lo invit a fare altrettanto. Ebbene? gli chiese. Vostra Maest replic Acton mi sta forse chiedendo notizie della lettera?. Certamente! Non avete ricevuto i due biglietti in cui vi pregavo di procedere all 'esperimento? Mi sento circondata da pugnali e da complotti, e ho fretta di vede r chiaro in questa faccenda. Come avevo promesso a Vostra Maest, sono riuscito a eliminare il sangue. Il punto non questo; bisognava vedere se, eliminando il sangue, la scrittura rima neva... E' rimasta?. In modo abbastanza chiaro da poterla leggere con una lente. E l'avete letta?. S, signora.. Era dunque un'operazione cos difficile da richiedere tanto tempo?. Mi permetto di far osservare a Vostra Maest che non avevo esattamente solo questo da fare; poi devo ammettere che, a causa dell'importanza che attribuivate al buo n esito dell'operazione, ho proceduto con molta cautela: ho fatto cinque o sei p rove diverse, non su quella lettera, ma su altre su cui ho tentato di ricreare l e stesse condizioni. Ho provato con l'ossalato di potassio, con l'acido tartaric o, con l'acido muriatico, e ciascuna di queste sostanze ha eliminato l'inchiostr o insieme al sangue. Soltanto ieri, pensando che il sangue umano contiene, in co ndizioni normali, da sessantacinque a settanta parti di acqua e che si coagula s olo dopo che essa si volatilizzata, ho avuto l'idea di esporre la lettera al vap ore, per restituire al sangue coagulato una quantit d'acqua sufficiente a liquefa rlo; poi, tamponando il sangue con un fazzoletto di batista e versando dell'acqu a sulla lettera un po' inclinata, sono giunto a un risultato che avrei sottopost o immediatamente a Vostra Maest se non avessi saputo che, a differenza delle altr e donne, ella, versata in tutte le scienze, s'interessa ai mezzi quanto al risul tato. La regina sorrise: un simile elogio era quello che pi lusingava il suo amor propr

io. Vediamo il risultato disse allora. Acton porse a Carolina la lettera che ella gli aveva mandato nella notte fra il 22 e il 23 settembre perch ne facesse sparire il sangue. E ci era in effetti avvenuto, senonch, dell'inchiostro era rimasta una traccia cos debole che alla prima occhiata la regina esclam: Impossibile leggere, signore. E' vero, Vostra Maest, rispose Acton ma con una lente e con un po' di immaginazione, vedrete che riusciremo a ricomporre per intero la lettera. Avete una lente?. Eccola. Date qui. Di primo acchito, la regina aveva ragione; infatti, a parte le tre o quattro rig he iniziali, che erano sempre state pressoch intatte, ecco tutto quello che, con l'aiuto di due candele, si riusciva a leggere: Caro Nicolino, perdona la tua povera amica se non potuta venire all' mento dal quale si rip rometteva tanta gio peso da me, te lo giuro: solo sono stata avvertita dalla regina dovevo pronta con le altre corte incontro all' ammiraglio faranno gnifici, e la regina a lui ta la sua glor ia di dirmi sono uno con conta di abbagliare del Nilo un'operazione meno lui chiunque altro, giacch re geloso: amer s em femo. Dopodo due righe dirti il giorno in cui La tua e fedele E. 21 settembre 1798. Pur avendo la lente tra le mani, Carolina si sforz dapprima di leggere a occhio n udo, ma, dato il suo carattere impaziente, non tard a stancarsi di quella fatica vana e, accostando la lente all'occhio, riusc non senza difficolt a leggere le rig he seguenti, che le permisero di conoscere per intero il contenuto della lettera : Caro Nicolino, perdona la tua povera amica se non potuta venire all'appuntamento dal quale si ri prometteva tanta gioia; non dipeso da me, te lo giuro: solo dopo averti visto so no stata avvertita dalla regina che dovevo tenermi pronta con le altre dame di c orte per andare incontro all'ammiraglio Nelson. Gli faranno dei festeggiamenti m agnifici, e la regina vuole mostrarsi a lui in tutta la sua gloria; ella mi ha f atto l'onore di dirmi che sono uno dei raggi con cui conta di abbagliare il vinc itore del Nilo. Sar un'operazione meno meritoria con lui che con chiunque altro, giacch ha un occhio solo. Non essere geloso: amer sempre Aci pi che Polifemo. Dopodomani ti mander due righe per dirti il giorno in cui sar libera. La tua innamorata e fedele E. 21 settembre 1798. Uhm! fece la regina dopo aver letto. Mi sembra, generale, che tutto ci non ci riveli granch; si direbbe che la persona che ha scritto questa lettera avesse intuito c he sarebbe stata letta da altri che da colui al quale era indirizzata. E' davver o una donna prudente, la signora!. Vostra Maest sa bene che, se qualcosa si pu rimproverare alle dame di corte, non ce rto l'eccessiva innocenza; ma l'autrice di questa lettera non ha agito con suffi ciente cautela, giacch questa sera stessa sapremo come regolarci sul suo conto. E in che modo?. Vostra Maest non ha avuto la bont di far invitare per stasera a Caserta tutte le da me di corte i cui nomi di battesimo iniziano con la E, e che hanno avuto l'onore di far parte del suo seguito quando and incontro all'ammiraglio Nelson?.

S, sono sette. E quali, per favore, Vostra Maest?. La principessa di Cariati, che si chiama "Emilia"; la contessa di San Marco, che si chiama "Eleonora"; la marchesa di San Clemente, che si chiama "Elena"; la duc hessa di Termoli, che si chiama "Elisabetta"; la duchessa di Tursi, che si chiam a "Elisa"; la marchesa d'Altavilla, che si chiama "Eufrasia", e la contessa di P olicastro, che si chiama "Eugenia". Non tengo conto di Lady Hamilton, che si chi ama Emma ma non ha niente a che fare con questa storia. Come vedete, le persone coinvolte sono sette. S, ma di queste sette replic Acton ridendo due non hanno pi l'et per firmare una lette a con la semplice iniziale. E' giusto! Ne rimangono cinque. E dopo?. Dopo, molto semplice, signora, e non so nemmeno perch Vostra Maest si dia la pena d i ascoltare il resto del mio piano. Che volete, mio caro Acton, vi sono giorni in cui mi sento davvero stupida, e sem bra che oggi sia uno di quelli. Vostra Maest ha una gran voglia di rivolgere a me la grave ingiuria che ha pronunc iato per se stessa. S, perch mi irritate con tutti i vostri giri di parole. Ahim, signora, non si diplomatici per niente. Concludiamo. Sar fatto in due parole. Allora ditele, quelle due parole! disse la regina spazientita. Vostra Maest inventi un modo per mettere una penna in mano a ciascuna di quelle si gnore e, confrontando le scritture.... Avete ragione disse la regina posando la mano su quella di Acton. Una volta scopert a la donna, lo sar ben presto anche l'amante. Torniamo in sala. E si alz. Con il permesso di Vostra Maest, chiedo ancora dieci minuti di udienza. Per cose importanti?. Per questioni della massima gravit. Dite acconsent la regina rimettendosi a sedere. La notte in cui Vostra Maest mi consegn questa lettera, ricorda di aver visto, alle tre del mattino, la camera del re illuminata?. S, dato che gli scrissi.... Vostra Maest sa con chi il re si era intrattenuto fino a quell'ora?. Con il cardinale Ruffo; me lo ha detto il mio usciere. Ebbene, dopo il colloquio con il cardinale Ruffo, il re ha fatto partire un corri ere. Ho udito in effetti un cavallo che passava al galoppo sotto l'androne. Chi era il corriere?. Il suo uomo di fiducia, Ferrari. Da chi lo avete saputo?. Il mio palafreniere inglese Tom dorme nelle scuderie; alle tre del mattino ha vis to Ferrari entrare nella scuderia vestito da viaggio, sellare un cavallo e parti re. L'indomani, mentre mi reggeva le staffe, me lo ha raccontato. E allora?. Allora, Vostra Maest, mi sono domandato a chi, dopo il colloquio con il cardinale, il re potesse mandare un corriere, e ho pensato che doveva trattarsi senz'altro di suo nipote l'imperatore d'Austria. E l'avrebbe fatto senza avvertirmene?. Non il re! Il cardinale rispose Acton. Oh! fece la regina aggrottando la fronte. Io non sono Anna d'Austria e Ruffo non Ri chelieu: stia bene attento! A mio avviso la cosa era seria. Siete sicuro che Ferrari andasse a Vienna?. Avevo qualche dubbio in proposito, ma durato poco. Ho mandato Tom a informarsi se Ferrari avesse cambiato cavallo. Ebbene?. L'ha cambiato a Capua, dove ha lasciato il suo, raccomandando al mastro di posta

di averne molta cura, giacch apparteneva alle scuderie del re, e dicendo che lo a vrebbe ripreso al ritorno, cio la notte del 3 ottobre o la mattina del 4. Undici o dodici giorni. Giusto il tempo di andare a Vienna e tornare. E in seguito a tutte queste scoperte cosa avete deciso?. Per prima cosa di avvertire Vostra Maest, e l'ho appena fatto; poi, per i nostri p iani di guerra - Vostra Maest sempre decisa a entrare in guerra? .... Sempre. Si sta preparando una coalizione che caccer i francesi dall'Italia, dopodi ch mio nipote l'imperatore d'Austria conquister non solo le province che possedeva prima del trattato di Campoformio, ma anche la Romagna. In questo genere di gue rre, ognuno si tiene quello che ha preso, oppure ne cede solo qualche piccola pa rte; impadroniamoci dunque da soli, e prima di chiunque altro, degli Stati ponti fici e, restituendo Roma al papa, poich non possiamo tenerla per noi, ebbene, por remo le nostre condizioni per il resto. Allora, dato che Vostra Maest sempre decisa a entrare in guerra, importante sapere quello che il re, assai meno deciso in proposito, ha scritto all'imperatore d'A ustria su consiglio del cardinale Ruffo, e quello che l'imperatore d'Austria gli avr risposto. Sapete una cosa, generale?. Quale?. Che non ci si pu aspettare alcun favore da Ferrari; un uomo totalmente devoto al r e e, a quanto si afferma incorruttibile. Bene! Filippo, padre di Alessandro, diceva che non esiste fortezza inespugnabile, finch vi pu entrare un mulo carico d'oro; vedremo a che prezzo Ferrari sia dispos to a rinunciare alla propria incorruttibilit. E se Ferrari rifiuta, quale che sia la somma offerta; se dice al re che la regina e il suo ministro hanno tentato di corromperlo, che cosa penser il re, che diven ta sempre pi diffidente?. Vostra Maest sa che a mio parere lo sempre stato; ma credo ci sia un mezzo per met tere fuori causa Vostra Maest e me. Quale?. Quello di incaricare della faccenda Sir William. Se Ferrari uomo da lasciarsi com prare, si lascer comprare da lui quanto da noi: tanto pi che Sir William, come amb asciatore d'Inghilterra, pu sempre dire di voler informare la sua corte delle rea li intenzioni dell'imperatore d'Austria. Se Ferrari accetta - e non correrebbe n essun rischio, giacch gli si chiede soltanto di prendere visione della lettera, r imetterla nella busta e sigillarla di nuovo - va tutto bene; se invece tanto dis interessato da rifiutare, allora Sir William gli d un centinaio di luigi perch man tenga il segreto sulla proposta fattagli; e per finire, nella peggiore delle ipo tesi, se rifiuta i cento luigi e non mantiene il segreto, Sir William attribuisc e tutto quello che la proposta ha di... - come dire? - di arrischiato, alla gran de amicizia che egli nutre per il suo fratello di latte re Giorgio; nel caso que sta scusa non bastasse, va dal re e gli chiede, sulla sua parola d'onore, se in una simile circostanza non avrebbe fatto altrettanto. Il re si metter a ridere e si guarder bene dal dare la sua parola d'onore. Insomma, il re ha troppo bisogno di Sir William Hamilton, data la posizione in cui si trova, per serbargli a lung o rancore. Credete che Sir William acconsentir?. Gliene parler io e, se non bastasse, Vostra Maest pu fargliene parlare da sua moglie. E adesso non c' il rischio che Ferrari rientri senza che ne siamo avvertiti?. Niente di pi semplice che prevenirlo; ho atteso soltanto il benestare di Vostra Ma est, non volendo far nulla senza un suo ordine. Dite. Ferrari ripasser stanotte o domani dalla stazione di posta di Capua, dove ha lasci ato il cavallo; io mando l il mio segretario perch lo avvertano che il re a Casert a e lo aspetta l; noi restiamo qui stanotte e tutta la giornata di domani; Ferrar i entra nel palazzo, chiede di Sua Maest e trova Sir William. Tutto questo pu andar bene, certo, ma pu anche fallire disse la regina con aria pens ierosa. E' gi molto, signora, combattere ad armi pari, e, in quanto donna e regina, avere

la sorte dalla propria parte. Avete ragione, Acton; d'altronde, in qualunque circostanza bisogna salvare il sal vabile; se si perde soltanto qualcosa, tanto meglio; se va tutto a rotoli, si ce rcher di porvi rimedio. Mandate il vostro uomo a Capua e avvisate Sir William Ham ilton. E la regina, scuotendo la testa ancora bella ma carica di pensieri - quasi voles se scrollarne le mille preoccupazioni che su di essa pesavano -, rientr nella sal a con passo leggero e il sorriso sulle labbra. 41. L'ACROSTICO. Erano gi arrivate diverse persone, fra le quali le sette dame il cui nome di batt esimo iniziava con la E, ossia, come si detto, la principessa di Cariati, la con tessa di San Marco, la marchesa di San Clemente, la duchessa di Termoli, la duch essa di Tursi, la marchesa d'Altavilla e la contessa di Policastro. Gli uomini erano l'ammiraglio Nelson e due suoi ufficiali, o meglio amici: il ca pitano Troubridge e il capitano Ball; il primo era un tipo brillante, pieno di f antasia e di humour; il secondo, serio e impettito come un vero bretone. Gli alt ri invitati erano l'elegante duca di Roccaromana, fratello di quel Nicolino Cara cciolo che era ben lungi dal sospettare che un ministro e una regina si stessero dando tanto da fare per scoprire la sua allegra e spensierata personalit; il duc a di Avalos, chiamato abitualmente marchese Del Vasto, la cui antica famiglia si era divisa in due rami, e un antenato del quale, capitano di Carlo Quinto - que llo stesso che era stato fatto prigioniero a Ravenna, che aveva sposato la famos a Vittoria Colonna e composto per lei in prigione il "Discorso dell Amore" -, av eva ricevuto a Pavia dalle mani di Francesco Primo, dopo la sconfitta, la sua sp ada, di cui non restava che l'elsa, mentre un altro antenato, il marchese Del Gu asto, che il nostro cronista L'Estoile presenta come Du Guast, dopo essere stato l'amante di Margherita di Francia era morto assassinato; il duca della Salandra , sovrintendente alle cacce reali, che vedremo pi tardi assumere il comando sfugg ito dalle mani di Mack; il principe Pignatelli, al quale il re avrebbe lasciato, fuggendo, il gravoso incarico di vicario generale; e altri ancora, discendenti scesi piuttosto in basso delle pi nobili famiglie napoletane e spagnole. Tutti aspettavano l'arrivo della regina e si inchinarono rispettosamente al suo apparire. Due erano quella sera le cose pi importanti per Carolina: mettere in luce Emma Ly onna perch Nelson se ne innamorasse follemente, e riconoscere dalla scrittura la dama della famosa lettera, il che avrebbe dato modo, come lei stessa aveva giust amente detto, di identificare colui al quale era indirizzata. Solamente coloro che hanno assistito a queste intime ed eccitanti serate dalla r egina di Napoli, delle quali Emma Lyonna costituiva la grande attrattiva e il pr incipale ornamento, hanno potuto raccontare ai loro contemporanei fino a che pun to di entusiasmo e di ebbrezza questa moderna Armida sapesse trascinare i suoi a scoltatori e spettatori. Se la magica sensualit delle sue movenze ed espressioni aveva esercitato un notevole influsso sui freddi temperamenti del Nord, facile p ensare quanto dovesse eccitare la fervida immaginazione di quei meridionali, app assionati di canto, di musica, di poesia, e che conoscevano a memoria Cimarosa e Metastasio! Quanto a noi, abbiamo avuto modo di parlare, durante i nostri primi viaggi a Napoli e in Sicilia, con dei vegliardi che avevano partecipato a quell e serate elettrizzanti, e li abbiamo visti, nonostante i cinquant'anni trascorsi , fremere ancora a quegli appassionanti ricordi. Emma Lyonna era bella gi di per s. Si pu dunque immaginare quanto dovesse esserlo i n tale occasione, in cui voleva distinguersi agli occhi sia della regina che di Nelson, in mezzo a quegli abiti eleganti della fine del diciottesimo secolo, che le corti austriaca e delle Due Sicilie si ostinavano a sfoggiare in segno di pr otesta contro la Rivoluzione francese; invece della cipria che ancora ricopriva le acconciature ridicolmente elaborate fin sulla sommit del capo, invece di quei corpetti striminziti che avrebbero soffocato perfino la grazia di Tersicore, inv

ece del belletto di un rosso acceso che trasformava le donne in baccanti, Emma L yonna, fedele alle sue tradizioni di arte e di libert, indossava - secondo una mo da che cominciava a diffondersi, gi adottata in Francia dalle donne pi celebri per la loro bellezza - una lunga tunica di cachemire azzurro che le ricadeva attorn o al corpo in pieghe da far invidia a una statua antica; i lunghi riccioli flutt uanti sulle spalle lasciavano intravedere due rubini che brillavano come i favol osi carbonchi dell'antichit; la cintura, dono della regina, era una catena di dia manti preziosi che, annodata come un cordone, le ricadeva fino alle ginocchia; l e braccia erano completamente nude; a una spalla e a un polso erano attorcigliat i due serpenti di diamanti dagli occhi di rubini; una delle due mani, quella del braccio privo di ornamenti, era carica di anelli, mentre l'altra esibiva soltan to la straordinaria finezza della pelle e le unghie acuminate che per colore e t rasparenza sembravano petali di rosa; i piedi, rivestiti di sottili calze color carne, sembravano nudi al pari delle mani nei coturni azzurri con dei lacci d'or o. La sua bellezza abbagliante, messa ancor pi in risalto dallo strano abbigliamento , aveva qualcosa di soprannaturale e perci di terribile e conturbante; le donne s i scostavano con gelosia da quel riemergere del paganesimo greco, gli uomini con una sorta di spavento. Chi avesse la sventura di innamorarsi di quella Venere A starte non aveva scelta: o possederla, o uccidersi. Di conseguenza Emma, pur bella com'era, e proprio a causa della sua magica belle zza, se ne stava sola nell'angolo di un canap, in mezzo a una cerchia di ammirato ri. Nelson, il solo che avesse il diritto di sedersi accanto a lei, la divorava con gli occhi, ammaliato, e quasi barcollava, appoggiato al braccio di Troubridg e, chiedendosi per quale mistero d'amore o quale calcolo politico quella creatur a privilegiata, perfetta sotto ogni punto di vista, si fosse data a lui, rude ma rinaio, veterano mutilato di venti battaglie. Quanto a lei, si era sentita meno imbarazzata e meno vergognosa su quel letto di Apollo, dove un tempo Graham l'aveva esposta nuda agli sguardi curiosi di un'in tera citt, che non in quella sala reale dove l'avvolgevano tanti sguardi invidios i e lascivi. Oh, Maest, esclam quando vide entrare la regina, correndo verso di lei come a implor arne il soccorso, venite a proteggermi sotto la vostra ombra e dite a questi sign ori e a queste dame che, avvicinandosi a me, non corrono il rischio che si corre addormentandosi sotto qualche pianta velenosa. E vi lagnate di questo, ingrata creatura! esclam ridendo la regina. Perch la vostra b ellezza fa schiattare tutti i cuori d'amore e di gelosia, e soltanto io sono cos umile e modesta da avere il coraggio di avvicinare il mio viso al vostro e di ba ciarvi sulle guance?. Cos dicendo la baci, e intanto le sussurr queste parole: Usa tutto il tuo fascino, stasera, ne abbiamo bisogno!. E passando il braccio intorno al collo della sua favorita, la condusse verso il canap, intorno al quale si affollarono tutti, gli uomini per corteggiare Emma fin gendo di corteggiare la regina, le donne per corteggiare la regina fingendo di c orteggiare Emma. In quel momento entr Acton, e la regina gli lanci un'occhiata per fargli capire che tutto andava secondo i suoi desideri. Quindi, dopo essersi appartata un istante con Emma e averle detto qualcosa sotto voce, Carolina annunci: Signore, la mia cara Lady Hamilton mi ha promesso che stasera ci dar un saggio del suo molteplice talento, ossia ci canter qualche ballata del suo paese o qualche antica melodia, reciter una scena di Shakespeare ed eseguir la danza dello scialle , che finora ha ballato solo per me e solo in mia presenza. Nella sala si lev un grido unanime di curiosit e di gioia. Ma disse Emma Vostra Maest sa bene che lo far a una condizione.... Quale? chiesero le signore, ancora pi impazienti degli uomini. Quale? fecero eco questi. La regina disse Emma mi ha fatto notare che, per una strana coincidenza, il nome di battesimo delle signore riunite in questa sala, escluso il suo, comincia per E. Ma certo, vero! dissero le signore guardandosi fra loro. Ebbene, se far quanto mi viene chiesto, esigo che si faccia quello che chieder io.

Signore, intervenne la regina ammetterete che pi che giusto. Allora, diteci quel che volete da noi, Milady! gridarono diverse voci. Desidero rispose Emma conservare un prezioso ricordo di questa serata; Sua Maest scr iver il nome CAROLINA su un pezzo di carta, e ogni lettera di questo augusto e am ato nome diventer l'iniziale di un verso scritto da ciascuna di noi, a cominciare da me, in onore di Sua Maest; ognuna firmer il proprio verso, bello o brutto che sia, e immagino che ce ne saranno pi di brutti che di belli, compreso il mio; poi , in ricordo di questa serata durante la quale avr avuto l'onore di trovarmi con la pi bella regina del mondo e le pi nobili dame di Napoli e della Sicilia, prende r quel prezioso e poetico autografo per il mio album. Concesso, disse la regina e con tutto il cuore. Poi, avvicinatasi a un tavolo, scrisse in verticale su un foglio di carta il nom e CAROLINA. Ma, Vostra Maest, esclamarono le signore vedendosi costrette a improvvisare dei ver si non siamo mica delle poetesse, noi. Invocate Apollo replic la regina e lo diventerete. Non c'era modo di evitarlo; intant o Emma si diresse anche lei verso il tavolo, come aveva promesso, e scrisse acca nto alla C, lettera iniziale del nome della regina, il primo verso dell'acrostic o e firm: Emma Hamilton. Le altre, con aria rassegnata, si avvicinarono a loro volta al tavolo, presero l a penna, scrissero una dopo l'altra un verso e firmarono. Allorch l'ultima, la marchesa di San Clemente, ebbe firmato il proprio, la regina si affrett a prendere in mano il foglio. Il concorso delle otto muse aveva dato il risultato seguente: Che abuso sia della grandezza estrema, Emma Hamilton Alla mano lo scettro, alla fronte il diadema, Emilia Cariati Ricolma di tributi e di ricchezze tante, Eleonora San Marco O regina, voler che Febo, all'istante, Elisabetta Termoli Lungi tanto al Vesuvio il monte Parnasso, Elisa Tursi Inizi alle belle arti di Petrarca e di Tasso, Eufrasia d'Altavilla Noi nei cuori, che altro mai fino a queste ore, Eugenia di Policastro Aspirano, se non lottare in puro amore? Elena San Clemente Guardate, disse la regina, mentre gli uomini si meravigliavano dei pregi dell'acro stico e le signore erano anch'esse stupite di essersela cavata cos bene guardate, generale Acton, che bella scrittura ha la marchesa di San Clemente. Il generale Acton usc dal gruppo per avvicinarsi a una candela, come se volesse r ileggere l'acrostico, confront la scrittura della lettera con quella dell'ultimo verso e, restituendo con un sorriso il prezioso e fatale autografo a Carolina di sse: Bella davvero, Maest. 42. I VERSI SAFFICI. Il doppio elogio della regina e del generale Acton alla scrittura della marchesa di San Clemente pass inosservato: a nessuno, nemmeno a colei che ne era oggetto, venne in mente di attribuirgli l'importanza che in realt esso aveva. La regina s i impadron dell'acrostico, promettendo a Emma di restituirglielo l'indomani e, un a volta rotto il ghiaccio che di solito rende freddo e stentato l'inizio di cert e serate, tutti si immersero nella piacevole confusione che la regina sapeva cre are nell'intimit, abile com'era nell'arte di far superare ogni imbarazzo abolendo qualsiasi etichetta. La conversazione divenne generale e si alz di tono; le parole si incrociavano da un angolo all'altro; il riso imperava, mostrando bianche dentature; uomini e don ne si mescolarono; ognuno and, a seconda delle preferenze, in cerca dell'intellig enza o della bellezza, e in quel brusio simile a un cinguettio di uccelli, si av vert che l'atmosfera si andava via via riscaldando e s'impregnava delle emanazion

i profumate della giovent, creando una sorta di filtro invisibile e inebriante, f atto d'amore, di desideri e di volutt. In occasione di simili riunioni, Carolina dimenticava non solo di essere una reg ina, ma a volte perfino di essere una donna; negli occhi le si accendeva una fia mma, le narici le si dilatavano, il seno rigonfio sembrava imitare, alzandosi e abbassandosi in continuazione, il movimento delle onde, la sua voce diventava ra uca e a scatti, e nessuno si sarebbe stupito di sentir uscire da quella bella bo cca un ruggito di pantera o un urlo di baccante. A un tratto si avvicin a Emma e, posandole sulla spalla nuda la sua mano nuda, si mile a una mano di corallo rosa su una spalla di alabastro, disse: Ebbene, avete dimenticato, mia bella Lady, che stasera non appartenete affatto a voi stessa? Ci avete promesso miracoli, e non vediamo l'ora di applaudirvi. Emma, al contrario della regina, sembrava immersa in un molle languore; il suo c ollo pareva non aver pi la forza di reggere la testa, che si inclinava ora su una spalla ora sull'altra, e a volte, come in uno spasmo di volutt, si rovesciava al l'indietro; gli occhi socchiusi nascondevano le pupille sotto le lunghe ciglia, la bocca semiaperta lasciava intravedere, sotto le labbra purpuree, i denti di c andido smalto; i riccioli neri della sua chioma spiccavano sul biancore vellutat o del petto. Ella non vide ma sent la mano della regina posarsi sulla sua spalla; un brivido l e attravers tutto il corpo. Che volete da me, mia regina? disse con aria languida e con una mossa del capo est remamente aggraziata. Sono pronta a obbedirvi. Volete la scena di Romeo al balcon e? Ma, come ben sapete, per recitarla bisogna essere in due, e io non ho alcun R omeo. No, no, replic ridendo la regina niente scene d'amore; li faresti impazzire tutti, e magari anche me... No, qualcosa che li spaventi, invece. Giulietta al balcone! No, no! Il monologo di Giulietta, ecco tutto quello che ti concedo stasera. E sia; datemi un grande scialle bianco, mia regina, e dite che mi facciano un po' di spazio. Carolina prese da un canap un grande scialle di crespo bianco che vi aveva certo messo appositamente, lo diede a Emma e, con un gesto che la fece tornare regina, ordin a tutti di scostarsi. In un attimo Lady Hamilton si trov isolata in mezzo al salone. Signora, dovete essere tanto gentile da spiegare la situazione. Oltretutto, ci ser vir a distogliere per un istante l'attenzione da me, e ho bisogno di questo picco lo stratagemma per poter fare una bella figura. Voi tutti conoscete la storia veronese dei Capuleti e dei Montecchi inizi la regina . Vogliono far sposare a Giulietta il conte Paride che ella non ama, essendo inve ce innamorata del povero esule Romeo. Frate Lorenzo, che l'ha segretamente sposa ta con il suo amante, le ha dato un narcotico che la far credere morta; la deporr anno nella tomba dei Capuleti e l Lorenzo andr a prenderla per condurla a Mantova, dove l'attende Romeo. Sua madre e la nutrice sono appena uscite dalla sua camer a lasciandola sola, dopo averle annunciato che l'indomani all'alba sposer il cont e Paride. La regina aveva appena concluso questa spiegazione, e tutti gli occhi erano fiss i su di lei, quando si ud un sospiro di dolore, e ogni sguardo si volse a Emma Ly onna; le erano bastati pochi secondi per avvolgersi nell'immenso scialle che le nascondeva interamente l'abito; teneva la testa fra le mani, che fece scivolare lentamente dall'alto in basso, scoprendosi a poco a poco e cos evidenziando il vi so pallido atteggiato a un'espressione di profondo dolore e sul quale non restav a la minima traccia del soave languore di poco prima; vi si leggevano invece l'a ngoscia spinta al parossismo e il terrore elevato al suo apogeo. Ella gir lentamente su se stessa, come per seguire con gli occhi la madre e la nu trice anche dopo la loro uscita, e con una voce vibrante che toccava il profondo del cuore, tendendo il braccio come in un saluto definitivo al mondo, esord: Addi o!. E prosegu: Addio! Dio sa quando ci rivedremo. Mi sento correre per le vene un l eggero brivido freddo di paura, che quasi agghiaccia il calore della vita: le ri chiamer per prendere un po' di coraggio. Nutrice! Ma che farebbe qui? Io debbo as solutamente esser sola a recitare la mia lugubre scena. Vieni, o ampolla. E se q

uesta miscela non avesse alcun effetto? Domattina dovr maritarmi? No, no: questo pugnale lo impedir. Ma se fosse un veleno che il frate mi ha somministrato astuta mente, per farmi morire, per paura di disonorarsi con questo matrimonio avendomi gi maritata a Romeo? Io ho paura che sia proprio un veleno: ma d'altra parte, pe nso, ci non pu essere affatto, perch'egli stato conosciuto sempre per un sant'uomo . Che succeder se, quando sar nella tomba, mi sveglier prima che Romeo venga a liberar mi? Ecco un terribile punto! Non sar io soffocata dentro quella volta sotterranea , nella cui fetida bocca non entra un alito di aria pura, e l dentro non morr stro zzata, prima che venga il mio Romeo? O, se rimango viva, non molto probabile che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col terrore del luogo - di q uel sotterraneo, che un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si so no ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepolti; dove l'insanguinato Teb aldo, ancor fresco in terra, giace putrefacendosi; dove, come dicono, a una cert 'ora della notte hanno ritrovo gli spiriti -, ahim, ahim, non egli probabile che i o, svegliandomi troppo presto, in mezzo a sozzi odori e a strilli come quelli de lla mandragora strappata dalla terra, che fanno diventar pazzi i mortali che li odono: oh, se mi sveglio allora, non perder io la ragione, circondata da tutti qu esti orribili terrori? E non mi metter, come una pazza, a giocare con le ossa dei miei padri? E non strapper dal funebre lenzuolo le membra straziate di Tebaldo? E in questo accesso di furore brandendo, come una clava, un osso di qualche mio vecchio antenato, non mi far schizzar fuori dalla testa le mie pazze cervella? Oh , guarda, mi par di vedere l'ombra del mio cugino che insegue Romeo, il quale lo infilz con la punta dello stocco: ferma, Tebaldo, ferma! Romeo, eccomi! (Accosta ndo il flacone alle labbra). Questo lo bevo a te (53). E, facendo il gesto di bere il narcotico, Emma si afflosci su se stessa e cadde l unga distesa sul tappeto della sala, dove rimase immobile, come senza vita. L'effetto fu cos forte che, dimenticando di assistere a una scena teatrale, Nelso n, il rude marinaio, pi avvezzo alle tempeste dell'oceano che alle finzioni dell' arte, gett un grido, si slanci verso Emma e la sollev da terra, con l'unico braccio che gli restava, come avrebbe fatto con una bambina. Ne fu ricompensato: quando la donna riapr gli occhi, il suo primo sorriso fu per lui. Soltanto allora egli si rese conto dell'errore e si ritir confuso in un ango lo della sala. La regina lo sostitu e tutti circondarono la falsa Giulietta: Mai la magia dell'arte aveva trovato un'interprete migliore. Bench espressi in un a lingua straniera, nessuno dei sentimenti che avevano agitato il cuore dell'ama nte di Romeo era sfuggito ai suoi spettatori: il dolore del momento in cui, usci te la madre e la nutrice, ella si trova sola con la minaccia di diventare la mog lie del conte Paride; l'atroce dubbio che la bevanda che si accinge a bere conte nga del veleno; la decisione di ricorrere al pugnale, quindi alla morte, nel dil emma angoscioso in cui si trova; l'angoscia che prova al pensiero di essere dime nticata viva nella tomba di famiglia e di essere costretta dagli spettri a unirs i alla loro oscena danza; infine il terrore quando crede di vedere Tibaldo, sepo lto il giorno prima, sollevarsi ancora sanguinante per assalire Romeo: tutte que ste impressioni diverse erano state rese con una verosimiglianza cos straordinari a da trasmettersi all'animo dei presenti, per i quali, grazie al talento dell'at trice, la finzione era divenuta realt. Le emozioni suscitate da questo spettacolo, completamente nuovo per la nobile co mpagnia del tutto estranea ai misteri della poesia del Nord, impiegarono un cert o tempo a calmarsi. Poi, al silenzio della stupefazione subentrarono gli applaus i dell'entusiasmo, quindi gli elogi e i complimenti che tanto lusingano l'amor p roprio degli artisti. Emma, nata per brillare sulla scena artistica, ma spinta d alla sua inarrestabile fortuna sulla scena politica, tornava a essere, appena se ne presentava l'occasione, l'attrice appassionata pronta a far rivivere come re ali quelle creazioni della vita fittizia che si chiamano Giulietta, Lady Macbeth o Cleopatra. In questi casi ella rivolgeva tutti i suoi sospiri al sogno svanit o e si domandava se i trionfi teatrali di Mistress Siddons e di Mademoiselle Rau court non valessero ben di pi delle apoteosi regali di Lady Hamilton. Allora, non ostante gli elogi del pubblico, gli applausi degli spettatori e le carezze della

regina, si sentiva nascer dentro una profonda tristezza e, se si lasciava andar e, la assaliva una di quelle crisi di malinconia che tuttavia sembravano renderl a pi seducente; ma la regina, pensando a ragione che le causassero anche rimpiant i e perfino rimorsi, si affrettava a spingerla verso qualche nuovo trionfo, affi nch l'ebbrezza che esso le procurava la inducesse a dimenticare il passato per gu ardare soltanto all'avvenire. Adesso, prendendola per il braccio e scuotendola forte, come si fa per svegliare una sonnambula dal sonno magnetico, le disse: Suvvia, basta con i sogni! Sai che non li approvo. Canta o danza! Te l'ho gi detto : stasera tu non appartieni a te stessa ma a noi; canta o danza!. Con il permesso di Vostra Maest, disse Emma canter. Ogni volta che recito quella scen a vengo colta da un tremito nervoso che per un po' mi toglie ogni forza fisica, anche se mi aiuta per la voce. Che pezzo devo cantare, Vostra Maest? Sono ai vost ri ordini. Canta un brano tratto dal manoscritto di Saffo appena ritrovato a Ercolano. Non m i hai detto che avevi musicato alcune di quelle poesie?. Una sola, signora; ma .... Ma, che cosa?. Quella musica composta esclusivamente per noi, e quella lirica cos strana... disse Emma sottovoce. "Alla donna amata", vero?. Lady Hamilton sorrise e guard la regina con una singolare espressione di lascivia . Proprio quella! esclam la regina. Cantala, lo voglio!. Poi, lasciando Emma sconcertata dal tono con cui aveva pronunciato queste parole , chiam il duca di Roccaromana, che si diceva fosse stato oggetto di uno di quei capricci teneri e passeggeri altrettanto frequenti nella Semiramide del Sud quan to in quella del Nord (54), e, facendolo sedere accanto a s sul divano, inizi con lui una conversazione che, pur svolgendosi a voce bassa, sembrava tuttavia alqua nto animata. Emma diede un'occhiata alla regina, usc rapidamente dalla sala e dopo un attimo r ientr con la testa cinta di alloro, un manto rosso gettato sulle spalle e, sul br accio arcuato, quella lira lesbica che nessuna donna ha mai osato toccare dal gi orno in cui la musa di Mitilene se l' lasciata sfuggire dalle mani gettandosi dal l'alto della scogliera di Leucade. Un grido di stupore si lev da ogni petto: la si riconosceva appena. Non era pi la dolce e poetica Giulietta; dalle sue pupille balenava una fiamma pi divorante di quella che Venere vendicatrice accese negli occhi di Fedra; ella avanz velocement e, con passo quasi virile, effondendo intorno a s un profumo sconosciuto; tutte l e passioni impure dell'antichit, come quella di Mirra per suo padre o di Pasifae per il toro cretese, sembravano aver steso sul suo volto il loro osceno cerone; era la vergine in rivolta contro l'amore, resa sublime dall'impudicizia nella su a colpevole ribellione. Si ferm davanti alla regina e, con uno slancio che fece r isuonare le corde della lira come fossero di bronzo, si abbandon su una poltrona e accompagn con una stridula melopea le seguenti parole: A me pare uguale agli di chi a te vicino cos dolce suono ascolta mentre tu parli e ridi amorosamente. Subito a me il cuore si agita nel petto solo che appena ti veda, e la voce si perde sulla lingua inerte. Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, e ho buio negli occhi e il rombo del sangue alle orecchie. E tutta in sudore e tremante

come erba patita scoloro: e morte non pare lontana a me rapita di mente (55). All'ultima vibrazione delle corde, la lira scivol dalle ginocchia di Emma sul tap peto, e la sua testa si rovesci all'indietro sullo schienale della poltrona. La r egina, che fin dalla seconda strofa aveva allontanato da s Roccaromana, balz in pi edi prima ancora che terminasse l'ultimo verso e prese tra le braccia Emma, la c ui testa ricadde inerte sulla sua spalla, quasi fosse svenuta. Questa volta vi fu un attimo di esitazione prima che esplodessero gli applausi; ma in un conflitto in cui ogni principio morale soccombeva sotto l'ardente esalt azione dei sensi il pudore fu ben presto vinto. Uomini e donne circondarono Emma, facendo a gara per conquistarsi un suo sguardo o una parola, per toccarle la mano, i capelli, gli abiti. Fra gli altri c'era N elson, pi tremante di tutti perch pi innamorato; la regina prese la corona di allor o dalla testa di Emma e la pos su quella di Nelson. Egli se la tolse come se gli avesse bruciato le tempie e la premette sul cuore. In quel momento la regina sent una mano prenderle il polso; si volt: era Acton. Venite egli disse senza perdere un istante; Dio fa per noi pi di quanto potessimo sp erare. Signore, disse allora Carolina rivolgendosi alle sue dame in mia assenza - giacch so no costretta ad allontanarmi per qualche minuto - sar Emma la regina; vi lascio, al posto della potenza, la bellezza e il genio. Poi, all'orecchio di Nelson: Ditele di eseguire per voi la danza dello scialle che doveva eseguire per me. Lo far certamente. E segu Acton, lasciando Emma ebbra di orgoglio e Nelson pazzo d'amore. 43. DIO DISPONE. La regina segu Acton: doveva essere accaduto qualcosa di grave perch il suo minist ro si fosse permesso di invitarla cos imperiosamente a uscire dalla sala. Arrivata nel corridoio, tent di interrogarlo, ma egli si limit a risponderle: Di grazia, signora, seguitemi! Non abbiamo un istante da perdere; tra pochi minut i saprete tutto. Acton imbocc una piccola scala di servizio che portava alla farmacia di palazzo. Qui i medici e i chirurghi del re, Vairo, Troja e Cotugno, trovavano un buon ass ortimento di farmaci per i primi soccorsi ai malati o ai feriti in caso di indis posizioni o di incidenti di qualsiasi genere. La regina cap dov'erano diretti. Non sar accaduto qualcosa a uno dei miei figli? domand. No, signora, rassicuratevi, disse Acton e, se abbiamo un esperimento da fare, potre mo almeno farlo "in anima vili". Poi apr una porta; la regina entr e gett una rapida occhiata nella stanza. Un uomo giaceva svenuto su un letto. Ella si avvicin pi incuriosita che timorosa. Ferrari! esclam. Quindi, girandosi verso Acton con gli occhi sgranati: E' morto? chiese con un tono che significava: Lo avete ucciso?. No, signora, solo svenuto rispose lui. La regina lo fiss con uno sguardo che esigeva una spiegazione. Mio Dio, signora, disse Acton la cosa pi semplice del mondo. Come eravamo d'accordo, ho mandato il mio segretario dal mastro di posta di Capua perch avvertisse il co rriere Ferrari, quando passava, che il re lo attendeva a Caserta; udito questo, Ferrari ha cambiato immediatamente cavallo ed volato qui; senonch, arrivato sotto il portone del palazzo, ha fatto una svolta troppo stretta per evitare le carro zze dei nostri ospiti: il cavallo crollato a terra, la testa del cavaliere ha ur tato contro un paracarro, lo hanno raccolto svenuto e io l'ho fatto portare qui

dicendo che era inutile chiamare un medico e che lo avrei curato personalmente. Ma allora osserv la regina cogliendo al volo il pensiero di Acton non pi necessario t entare di corromperlo, di comprare il suo silenzio; non dobbiamo pi temere che pa rli e, purch resti svenuto abbastanza a lungo da consentirci di aprire la lettera , leggerla e sigillarla di nuovo, non ci occorre altro; soltanto, non deve ripre ndere i sensi mentre noi siamo all'opera. Ho provveduto prima dell'arrivo di Vostra Maest, avendo anticipato il suo pensiero. E come?. Ho fatto prendere a questo disgraziato venti gocce di laudano di Sydenham. Saranno sufficienti per un uomo avvezzo al vino e ai liquori forti come dev'esser e costui?. Forse avete ragione, signora: potremmo dargliene ancora un po'. E, versate dieci gocce di un liquido giallastro in un cucchiaino, le vers nella g ola del ferito. E siete sicuro che grazie a questo narcotico non riprender i sensi?. In tutti i casi, non abbastanza da rendersi conto di quel che avviene intorno a l ui. Per disse la regina non vedo nessuna borsa. E' l'uomo di fiducia del re, disse Acton il quale perci non usa con lui le precauzio ni abituali; e quando si tratta di un semplice dispaccio, per portarlo a destina zione e riportare la risposta, egli si serve di una tasca di cuoio applicata all 'interno della giacca. Vediamo propose la regina senza la minima esitazione. Acton apr la giacca, frug nella tasca di cuoio e ne estrasse una lettera chiusa co n il sigillo personale dell'imperatore d'Austria, ossia, come aveva previsto, un a testa di Marco Aurelio. Va tutto bene disse Acton. La regina fece per prendergli la lettera dalle mani per toglierne il sigillo. Oh no, non cos! esclam Acton. E, tirando verso di s la lettera, la mise sopra la candela, a una certa distanza dalla fiamma: il sigillo si ammorbid a poco a poco, e uno degli angoli si sollev. La regina si pass una mano sulla fronte. Che cosa ci sar scritto? disse. Acton estrasse la lettera dalla busta e, con un inchino, la porse alla regina. Ella la apr e lesse a voce alta: Castello di Schoenbrunn, 28 settembre 1798 Mio eccellentissimo fratello, cugino e zio, alleato e confederato, rispondo a Vostra Maest di mio pugno, come ella stesso ha fatto. E' mio parere, d' accordo con quello del Consiglio aulico, che non dobbiamo iniziare la guerra con tro la Francia finch non avremo messo insieme tutte le nostre probabilit di succes so, e una di quelle su cui mi lecito contare la cooperazione dei 40000 uomini de ll'esercito russo guidato dal generale Suvarov, al quale conto di affidare il co mando in capo delle nostre armate; ora, quei 40000 uomini non giungeranno qui pr ima della fine di marzo. Temporeggiate dunque, mio eccellentissimo fratello, cug ino e zio, ritardate con tutti i mezzi possibili l'apertura delle ostilit; non cr edo che la Francia sia pi desiderosa di noi di fare la guerra; approfittate delle sue disposizioni pacifiche; cercate di giustificare in un modo o nell'altro qua nto avvenuto e, nel mese di aprile, scenderemo in campo con tutti i nostri mezzi . Ci detto, e non avendo la presente altro fine, prego, mio carissimo fratello, cugi no e zio, alleato e confederato, che Dio vi tenga sotto la sua santa e degna pro tezione. Francesco. Ecco qualcosa di ben diverso da quello che ci aspettavamo disse la regina. Non io, signora replic Acton. Non ho mai pensato che Sua Maest l'imperatore entrasse in guerra prima di quanto egli dice. Che fare?.

Attendo gli ordini di Vostra Maest. Voi sapete bene, generale, perch io voglio una guerra immediata. Vostra Maest se ne assume la responsabilit?. Che responsabilit volete che mi assuma dopo una lettera simile?. La lettera dell'imperatore sar come noi la desideriamo. Che intendete dire?. La carta un agente passivo e le si pu far dire quel che si vuole; tutta la questio ne consiste nel valutare se conviene fare la guerra subito o pi tardi, attaccare o aspettare che ci attacchino. Non occorre discutere tanto, mi pare; sappiamo in che stato si trova l'esercito f rancese, che oggi non potrebbe opporre alcuna resistenza; se gli lasciamo il tem po di organizzarsi, saremo noi a non potergli resistere. E dopo questa lettera, credete impossibile che il re decida di entrare in guerra?. Lui! Sar ben contento di trovare un pretesto per non muoversi da Napoli. Allora, Vostra Maest, non ci resta che una via d'uscita disse Acton in tono risolut o. Quale?. Far dire alla lettera il contrario di quello che dice. La regina lo afferr per il braccio. E' possibile? domand guardandolo fisso. Niente di pi facile. Spiegatemi... Aspettate!. Che c'?. Non avete udito quest'uomo lamentarsi?. Che importa!. Si sta sollevando sul letto. Ma ricade subito, guardate. In effetti, il povero Ferrari ricadde sul letto emettendo un gemito. Dicevate? riprese la regina. Dico che il foglio spesso, incolore, scritto su una sola facciata. E allora?. Allora si pu, mediante un acido, cancellare la scrittura, lasciando di pugno dell' imperatore soltanto le ultime tre righe e la firma, e, al posto della raccomanda zione di aspettare fino al mese di aprile, mettere quella di aprire senza indugi o le ostilit. Mi state proponendo una cosa molto grave, generale. Per questo ho detto che spetta solo alla regina di assumersi una simile responsab ilit. La regina riflett un istante, con la fronte e le sopracciglia aggrottate, lo sgua rdo inflessibile, la mano contratta. Va bene, disse me la assumo. Acton la guard. Vi ho detto di s. All'opera!. Acton si avvicin al letto del ferito, gli tast il polso e, riaccostandosi alla reg ina, disse: Non torner in s prima di due ore. Avete bisogno di qualcosa? chiese Carolina vedendolo guardarsi attorno. Vorrei un fornello, del fuoco e un ferro da stiro. Sanno che voi siete qui dal ferito?. S. Allora suonate e chiedete quello che vi serve. Ma forse non sanno che anche Vostra Maest qui. E' vero disse la regina, e si nascose dietro la tenda della finestra. Acton suon; non fu un domestico a presentarsi, ma il suo segretario. Ah, siete voi, Dick fece Acton. S, monsignore, ho pensato che Vostra Eccellenza avesse bisogno di qualcosa che for se un domestico non gli poteva procurare. Avete ragione. Per prima cosa mi occorrono al pi presto un fornello, del carbone a cceso e un ferro da stiro. Nient'altro, monsignore?. No, per il momento; ma non vi allontanate, perch probabilmente avr bisogno di voi.

Il giovane usc per eseguire gli ordini appena ricevuti; Acton gli richiuse la por ta alle spalle. Potete fidarvi di questo giovanotto? chiese la regina. Quanto di me stesso, signora. Come si chiama?. Richard Menden. Ma voi l'avete chiamato Dick. Vostra Maest sa bene che il diminutivo di Richard. E' vero. Cinque minuti dopo si udirono dei passi sulle scale. Trattandosi di Richard, disse Acton inutile che Vostra Maest si nasconda; d'altronde , fra poco avremo ancora bisogno di lui. Per fare che?. Quando si tratter di riscrivere la lettera; non saremo n Vostra Maest n io a farlo, d ato che il re conosce la nostra scrittura; dovr quindi essere lui. Giusto. La regina si sedette voltando la schiena alla porta. Il giovane entr con i tre oggetti richiesti e li pos accanto al camino; poi usc sen za apparentemente aver notato che nella stanza si trovava una persona che la pri ma volta non aveva visto. Acton richiuse di nuovo la porta, mise il fornello nel camino con sopra il ferro da stiro; poi apr l'armadio dei farmaci e prese una bottiglietta di acido ossali co, tagli la barbula di una penna che gli sarebbe servita per spargere il liquido sulla carta, pieg la lettera in modo da evitare che le ultime tre righe e la fir ma venissero a contatto con l'acido, vers questo sul foglio e lo sparse con caute la. La regina seguiva il tutto con una curiosit non scevra di inquietudine, temendo p er l'esito dell'esperimento; ma, con sua grande soddisfazione, vide dapprima l'i nchiostro ingiallirsi, poi diventare sempre pi pallido, infine sparire completame nte. Acton trasse di tasca il fazzoletto e, usandolo come tampone, asciug la lettera. Terminata l'operazione, la carta era ridiventata perfettamente bianca; egli pres e il ferro, stese la lettera su un quaderno e la stir come si fa con un fazzolett o. Bene! Adesso, mentre si raffredda, compiliamo la risposta di Sua Maest l'imperator e d'Austria. Fu la regina a dettarla. Eccone il testo parola per parola: Schoenbrunn, 28 settembre 1798 Mio eccellentissimo fratello, cugino, zio, alleato e confederato, niente poteva riuscirmi pi gradito della lettera che mi avete scritto e nella qual e mi promettete di sottomettervi in tutto e per tutto alle mie decisioni. Le not izie che mi arrivano da Roma mi dicono che l'esercito francese nella prostrazion e pi assoluta, come pure l'esercito dell'Alta Italia. Incaricatevi dunque dell'un o, mio eccellentissimo fratello, cugino e zio, alleato e confederato; io mi inca richer dell'altro. Non appena avr appreso che voi siete a Roma, entrer a mia volta in guerra con 140000 uomini; voi ne avete 60000, io attendo 40000 russi; pi di qu anto sia necessario perch il prossimo trattato di pace, anzich chiamarsi trattato di Campoformio, si chiami trattato di Parigi. Cos va bene? domand la regina. A meraviglia! rispose Acton. Allora non resta che copiare in bella. Acton si assicur che il foglio fosse perfettamente asciutto, fece sparire con il ferro ogni piega, and alla porta e chiam Dick. Come aveva previsto, il giovane era a portata di voce. Eccomi, monsignore disse. Mettetevi al tavolo gli ordin Acton e trascrivete questa minuta sulla lettera altera ndo leggermente la vostra scrittura.

Il giovane si sedette al tavolo senza fare domande, senza dar segno di stupore, prese la penna e, come se fosse la cosa pi naturale, esegu l'ordine ricevuto e poi si alz, in attesa di altre istruzioni. Acton esamin il foglio alla luce delle candele; non c'era alcun indizio dell'inga nno perpetrato; rimise la lettera nella busta, espose alla fiamma la cera sino a d ammorbidirla, poi, per cancellare ogni traccia di effrazione, vi fece colare u n secondo strato di ceralacca e vi applic il sigillo che aveva fatto predisporre, identico a quello dell'imperatore. Dopodich rimise il dispaccio nella tasca di c uoio, riabbotton la giacca del corriere e, presa una candela, esamin per la prima volta la ferita. Sulla testa vi era una forte contusione, il cuoio capelluto ave va una spaccatura lunga due pollici; ma non si vedeva alcuna lesione all'osso de l cranio. Dick, disse poi ascoltate bene le mie raccomandazioni; ecco quel che dovrete fare.. .. Il giovane si inchin. Mandate a cercare un medico a Santa Maria Capua Vetere; nel frattempo - il medico non sar qui prima di un'ora - farete sorbire a quest'uomo, un cucchiaino dopo l' altro, un decotto di caff verde bollito, all'incirca un bicchiere. S, Vostra Eccellenza. Il medico creder che a farlo rinvenire siano stati i sali che gli avr fatto annusar e o l'etere con cui gli avr strofinato le tempie; lasciateglielo pure credere; gl i medicher la ferita e l'uomo, a seconda delle sue condizioni proseguir il viaggio a piedi o in carrozza. S, Vostra Eccellenza. Il ferito continu Acton scandendo ogni parola stato raccolto dopo la sua caduta dai domestici della casa, trasportato su ordine vostro nella farmacia, curato da voi e dal medico, non ha visto n me n la regina, e nemmeno noi lo abbiamo visto. Inte si?. S, Vostra Eccellenza. E adesso disse Acton volgendosi alla regina potete lasciare che le cose procedano d a sole e rientrare tranquillamente nella sala: tutto si svolger come stato previs to. La regina diede un ultimo sguardo al segretario, in cui riconobbe l'aria intelli gente e sicura di s degli uomini destinati a fare fortuna. Quando la porta fu richiusa, disse ad Acton: E' davvero un uomo prezioso, generale!. Egli non appartiene a me, bens a voi, signora, come tutto quello che possiedo rispo se Acton. E si inchin cedendo il passo alla regina. Allorch questa rientr nella sala, Emma Lyonna, avvolta nello scialle di cachemire color porpora a frange d'oro, e sommersa dalle grida e dagli applausi frenetici degli spettatori, si era appena lasciata cadere su un canap con l'abbandono di un a danzatrice che abbia riportato uno strepitoso successo; e in effetti nessuna b allerina del San Carlo aveva mai suscitato nel pubblico un simile entusiasmo; co loro che all'inizio della danza facevano cerchio attorno a lei, per una sorta di attrazione irresistibile, le si erano a poco a poco avvicinati; a un certo punt o quella folla smaniosa di ammirarla, di toccarla, di respirare il profumo che d a lei emanava, le aveva fatto mancare non solo lo spazio, ma addirittura l'aria, tanto che, gridando con voce soffocata: Fatemi posto!, ella si era gettata, in un o spasimo voluttuoso, sul canap dove la trov la regina. Alla vista della sovrana, la folla si apr per lasciarla passare e raggiungere la sua favorita. Gli elogi e gli applausi raddoppiarono; tutti sapevano che lodare la grazia, il talento, il magico fascino di Emma era il modo pi sicuro di compiac ere Carolina. A quanto vedo e sento, disse quest'ultima mi pare che Emma abbia mantenuto la prome ssa. E' venuto il momento di lasciarla riposare. D'altronde, l'una del mattino, e Caserta, vi ringrazio di averlo dimenticato, si trova a diverse miglia da Napo li. Tutti compresero, da quelle parole di commiato, che era ora di ritirarsi, e ring raziarono con espressioni entusiastiche per le delizie della serata; la regina d

iede la mano da baciare a tre o quattro privilegiati - fra cui il principe di Mo literno e il duca di Roccaromana -, trattenne Nelson e i suoi due amici, ai qual i intendeva dire qualcosa in privato, e chiam a s la marchesa di San Clemente: Mia cara Elena, dopodomani siete di servizio presso di me. Vostra Maest vorr dire domani: come ci ha fatto osservare, l'una del mattino: tengo troppo a questo onore per permettere che venga ritardato anche solo di un giorn o. Temo proprio di dovervi contrariare, mia cara Elena, disse la regina con un sorris o indecifrabile ma pensate che la contessa di San Marco mi ha chiesto il permesso , beninteso con il vostro consenso, di prendere il vostro posto, pregandovi di p rendere il suo: ha qualcosa di importante da fare la prossima settimana. Non vi disturba questo scambio?. No, signora, mi dispiace soltanto ritardare la gioia di stare con voi. Allora, tutto sistemato; avete piena libert per domani, mia cara marchesa. Ne approfitter probabilmente per andare in campagna con il marchese mio marito. Molto bene, disse la regina un'ottima idea. E salut la San Clemente che, trattenuta da lei, fu l'ultima a farle la riverenza e a uscire. La regina rest dunque sola con Acton, Emma, i due ufficiali inglesi e Nelson. Mio caro Lord, disse rivolta a quest'ultimo ho motivo di pensare che domani o dopod omani il re ricever da Vienna notizie relative alla guerra che corrispondono alle vostre attese; siete sempre del parere, vero, che quanto prima prenderemo le ar mi, tanto meglio sar?. Non solo sono di questo parere, signora, ma se esso verr messo in pratica, sono pr onto a portarvi il sostegno della flotta inglese. Ne approfitteremo, Milord; ma per il momento non questo che vi domando. La regina ordini, sono pronto a obbedirle. Io so bene, Milord, quanta fiducia il re abbia in voi; domani, per quanto favorev ole alla guerra sia la risposta di Vienna, egli esiter ancora; una lettera di Vos tra Signoria, nello stesso spirito di quella dell'imperatore, porrebbe fine a og ni sua incertezza. Deve essere indirizzata personalmente al re, signora?. No. Conosco bene il mio augusto sposo e so che prova una ripugnanza insormontabil e per i consigli che gli vengono dati direttamente; perci preferirei che essi gli giungessero attraverso una lettera confidenziale scritta a Lady Hamilton, oppur e a lei e a Sir William; a lei come alla mia migliore amica, a Sir William come al migliore amico del re; provenendo da una doppia fonte, la cosa lo convincer di pi. Vostra Maest sa certamente disse Nelson che io non sono n un diplomatico n un politico ; la mia lettera sar quella di un uomo di mare che dice francamente, o addirittur a in maniera rude, quello che pensa, niente di pi. E' tutto quanto vi chiedo, Milord. D'altronde, adesso andrete via con il comandan te generale, e per strada parlerete; visto che nella mattinata di domani si pren deranno certamente decisioni importanti, venite a pranzo a palazzo; sar presente anche il barone Mack, e con lui potrete accordarvi sul da farsi. Nelson si inchin. Sar un pranzo per pochi invitati; continu la regina Emma e Sir William saranno dei no stri. Si tratta di far pressione sul re, di sollecitarlo a prendere una decision e; farei anch'io ritorno a Napoli stanotte, se la mia povera Emma non fosse cos s tanca. Sapete peraltro aggiunse poi abbassando la voce che per voi e soltanto per voi, mio caro ammiraglio, che ella ha detto e fatto tutte le meraviglie che avet e visto e udito. Poi, a voce ancora pi bassa: Si rifiutava ostinatamente, ma io le ho detto che ne sareste rimasto incantato; t utta la sua testardaggine ha ceduto di fronte a questa prospettiva. Oh, signora, per favore! disse Emma. Insomma, non arrossite e tendete la vostra bella mano al nostro eroe; gli darei l a mia, ma sono sicura che preferir la vostra; la mia sar dunque per questi signori. E infatti tese entrambe le mani agli ufficiali, ciascuno dei quali gliene baci un a, mentre Nelson, afferrando quella di Emma con maggior foga di quanto consentit

o dall'etichetta reale, la port alle labbra. E' vero quello che ha detto la regina, le domand sottovoce che solo per me vi siete decisa a recitare dei versi, a cantare e a eseguire quella danza che per poco no n mi ha fatto impazzire di gelosia?. Emma lo guard come sapeva guardare quando voleva far perdere la testa ai suoi ama nti; poi, con un tono di voce ancora pi eccitante dello sguardo: Ah, che ingrato, esclam e me lo domandate!. La carrozza di Sua Eccellenza il comandante generale pronta disse un domestico. Signori, annunci Acton a vostra disposizione. Nelson e i due ufficiali si profusero in inchini. Vostra Maest non ha ordini particolari da darmi? chiese Acton mentre gli altri si a llontanavano. S, rispose la regina alle nove di stasera, i tre inquisitori di Stato nella camera b uia. Acton salut e usc; Nelson e i due ufficiali erano gi nel vestibolo. Finalmente! proruppe Carolina circondando con un braccio il collo di Emma e bacian dola con lo slancio che metteva in ogni sua azione. Ho creduto che non saremmo ma i rimaste sole!. 44. IL PRESEPIO DI RE FERDINANDO. Questo titolo potr sembrare alquanto curioso ai nostri lettori; cominceremo dunqu e con qualche chiarimento. Una delle pi importanti solennit di Napoli, tra le pi fe steggiate, il Natale. Fin da tre mesi prima le famiglie pi povere si privano di t utto allo scopo di mettere insieme qualche risparmio, che in parte serve per gio care al lotto nella speranza di realizzare un guadagno che permetta di passare a llegramente la santa notte, mentre il resto viene tenuto di riserva per il caso che la Madonna della lotteria - giacch a Napoli vi sono Madonne di ogni genere si mostri inflessibile. Coloro che non riescono a fare delle economie portano al Monte di piet i loro pov eri gioielli, i loro miseri vestiti e perfino i materassi dei letti. Chi non possiede n gioielli n materassi n abiti da impegnare ruba. E' stato notato che a Napoli, durante il mese di dicembre, c' una recrudescenza d ei furti. Ogni famiglia napoletana, per quanto miserabile sia, la notte di Natale deve met tere in tavola per la cena almeno tre piatti di pesce. Il giorno dopo Natale, un terzo della popolazione di Napoli si ammala di indiges tione, e trentamila persone si fanno salassare. A Napoli ci si fa salassare per qualsiasi ragione: perch si ha caldo, perch si ha freddo, perch c' scirocco, perch c' tramontana. Ho un piccolo domestico di undici an ni che, dei dieci franchi che gli do al mese, ne gioca sette alla lotteria, vers a un soldo al giorno a un frate che da tre mesi gli d dei numeri che non sono mai usciti, e tiene gli altri trenta soldi per farsi salassare. Ogni tanto entra nel mio studio e mi dice tutto serio: Signore, ho bisogno di farmi salassare. E si fa salassare, come se un colpo di lancetta nella vena fosse la cosa pi piace vole del mondo. A Napoli, ogni cinquanta passi si incontrano - e soprattutto si incontravano all 'epoca che tentiamo di illustrare - delle botteghe di barbiere il cui titolare, come ai tempi di Figaro, tiene il rasoio in una mano e la lancetta nell'altra. Ci scusiamo della digressione, ma il salasso una tipica usanza napoletana che no n potevamo passare sotto silenzio. Ritorniamo al Natale e soprattutto a quanto ci accingevamo a dire a proposito di Napoli. Uno dei divertimenti principali della citt all'avvicinarsi del Natale - un divert imento che fra i napoletani di vecchio stampo ha resistito fino ai giorni nostri - era la preparazione del presepio. Nel 1798 c'erano a Napoli poche grandi famiglie che non avessero il loro presepi

o, uno in miniatura per la gioia dei bambini e uno gigantesco come invito alla d evozione per gli adulti. Re Ferdinando era famoso fra tutti per il suo modo di prepararlo; nella sala pi g rande al pianterreno di palazzo reale aveva fatto allestire un teatro delle dime nsioni del Thtre Franais per sistemarvi il suo presepio. Era questo uno dei divertimenti a cui, per volere del principe di San Nicandro, si era dedicato in giovent, e di cui aveva conservato la passione, che rasentava il fanatismo, anche nell'et matura. A ogni Natale nelle case dei privati si utilizzavano sempre - come si fa ancora oggi - gli stessi pezzi del presepio; l'unica differenza stava nella loro dispos izione; ma a palazzo reale non era cos: dopo essere rimasto esposto all'ammirazio ne degli spettatori per un mese o due, il presepio veniva smontato e il re facev a dono di tutti gli oggetti che lo componevano ai suoi favoriti, i quali accogli evano quei doni come prezioso segno della benevolenza reale. I presepi dei privati, a seconda del grado di ricchezza, costavano da cinquecent o a diecimila e persino quindicimila franchi; quello di re Ferdinando, per il qu ale venivano impiegati pittori, scultori, architetti, macchinisti e meccanici, c ostava fino a due o trecentomila franchi. Il re cominciava a occuparsene sei mesi prima e vi dedicava tutto il tempo che n on passava a caccia o a pesca. Il presepio del 1798 doveva essere particolarmente bello, e assai prima che foss e terminato il re vi aveva gi profuso parecchi quattrini; ecco perch quel giorno, trovandosi a corto di denaro a causa delle spese fatte per i preparativi di guer ra, con una mossa un po' infantile tipica della sua indole aveva sollecitato il versamento di quegli otto milioni che la banca Backer & C. si era impegnata ad a nticipargli sui venticinque della famosa lettera di cambio. Tale somma era stata trasferita durante la notte, secondo la promessa di Andrea Backer, dai sotterranei della banca in quelli di palazzo reale. E Ferdinando, tutto felice e raggiante, non avendo pi alcun timore che il denaro gli venisse a mancare, aveva mandato a chiamare il suo amico cardinale Ruffo, in nanzitutto per mostrargli il presepio e chiedergli il suo parere in merito, poi per aspettare con lui il ritorno del corriere Antonio Ferrari, il quale sarebbe dovuto arrivare a Napoli durante la notte; non essendo ancora arrivato, da uomo puntuale qual era, si prevedeva non dovesse tardare oltre quella mattina. Nell'attesa, egli conversava sui meriti di sant'Eframo con fra Pacifico, una nos tra vecchia conoscenza, al quale la popolarit sempre crescente, soprattutto dopo che due giacobini erano stati ad essa sacrificati, assicurava l'onore eccelso di occupare un posto nel presepio di re Ferdinando. Di conseguenza, in un angolo di quella parte della sala destinata a diventare la platea per gli spettatori del presepio, fra Pacifico e l'asino Giacobino stavan o posando davanti a uno scultore, il quale li modellava in argilla per poi scolp irli nel legno. Diremo tra breve il posto loro assegnato nella grande composizione che, per quan to arduo sia il compito, ci accingiamo a presentare agli occhi dei nostri lettor i. Abbiamo detto che il presepio di re Ferdinando era costruito su un palcoscenico della stessa larghezza e profondit del Thtre Franais, ossia con un'apertura di circa trentacinque piedi e cinque o sei piani scenici fra la ribalta e il fondale. L'intero spazio era occupato da soggetti diversi - posti su praticabili via via pi elevati - che rappresentavano gli eventi principali della vita di Ges, dalla na scita in primo piano fino alla crocifissione sul Calvario sul piano di fondo, si tuato cos in alto che quasi toccava la volta. Un sentiero serpeggiava lungo tutta la scena e sembrava condurre da Betlemme al Golgota. Il primo e pi importante dei vari soggetti che si presentava alla vista, come abb iamo detto, era la nascita di Ges nella grotta di Betlemme. Essa era divisa in du e scomparti: nell'uno, il pi grande, stava la Vergine con il Bambino Ges, che ella teneva fra le braccia, o meglio sulle ginocchia; alla sua destra c'era l'asino che ragliava, a sinistra il bue, intento a lambire la mano del Bambino Ges protes a verso di lui. Nello scomparto pi piccolo stava san Giuseppe in preghiera.

Al di sopra di quello grande erano scritte le parole: Riproduzione a grandezza naturale della grotta di Betlemme, in cui la Vergine pa rtor Sopra lo scomparto piccolo: Nicchia nella quale si ritir san Giuseppe durante il parto La Madonna indossava un sontuoso abito in broccato d'oro, e portava un diadema d i diamanti, orecchini e braccialetti di smeraldi, una cintura di pietre preziose e anelli a ogni dito. Il Bambino Ges aveva intorno alla testa un foglio d'oro che rappresentava l'aureo la. Nello scomparto della Vergine e del Bambino si trovava un tronco di palma che, a ttraverso la volta, si spingeva con il suo fogliame fino all'esterno: era la pal ma della leggenda, che, morta e disseccata da tempo, aveva ripreso a germogliare nel momento in cui la Vergine, colta dai dolori del parto, vi si era aggrappata stringendone il tronco fra le braccia. Inginocchiati all'entrata della grotta stavano i tre re magi recanti gioielli, v asi preziosi, splendide stoffe per il bimbo divino. Gioielli, vasi e stoffe eran o veri, presi dal tesoro della corona o dal Museo Borbonico; i re magi portavano al collo il cordone di San Gennaro e il loro seguito era formato da numerosi va lletti, che tenevano per le briglie sei cavalli attaccati a una magnifica carroz za adorna di drappi. Questa grotta, con i suoi personaggi grandi met del naturale, si trovava alla sin istra dello spettatore, cio sul lato giardino, per usare il linguaggio del teatro . Sul lato cortile, cio a destra, stavano i tre pastori guidati dalla stella, in po sizione simmetrica rispetto ai re magi; due di essi tenevano delle pecore legate a guinzagli di nastri; il terzo portava in braccio un agnello seguito dalla mad re che belava. Al di sopra dei pastori, in secondo piano, era raffigurata la fuga in Egitto: la Vergine, in groppa a un asino e con in braccio il Bambino Ges, era seguita da sa n Giuseppe a piedi, mentre sopra di lei quattro angeli, sospesi per aria, la pro teggevano dai raggi ardenti del sole con un manto di velluto azzurro a frange d' oro. Il praticabile posto al di sopra dei pastori in adorazione rappresentava la sali ta dei Cappuccini all'Infrascata, con la facciata del convento di Sant'Eframo. In posizione simmetrica rispetto alla fuga in Egitto doveva esserci il gruppo fo rmato da fra Pacifico e dal suo asino, riprodotti a grandezza naturale, come la grotta di Betlemme; e perch la somiglianza fosse perfetta, cosicch i due potessero essere riconosciuti a prima vista, tre giorni prima, mentre passava davanti al largo del Castello, il frate era stato invitato a entrare a palazzo, dove il re desiderava parlargli. Egli aveva obbedito, lambiccandosi il cervello per capire che cosa potesse volere da lui il re sovrano; condotto nella sala del presepio, l aveva appreso per bocca del re in persona il grande onore che Sua Maest intendev a fare al convento di Sant'Eframo inserendo nel suo presepio il frate questuante e il suo asino. In conseguenza di ci, fra Pacifico era stato informato che, per l'intera durata delle sedute, era inutile che andasse in giro a mendicare, giacc h il maggiordomo del re si sarebbe incaricato di riempirgli le ceste. E questo av veniva gi da tre giorni, con grande soddisfazione di fra Pacifico e di Giacobino, i quali, nei loro sogni pi ambiziosi, non avrebbero mai immaginato di poter aver e l'onore di trovarsi faccia a faccia con il re. Perci fra Pacifico si tratteneva a stento dal gridare Viva il re!, e Giacobino, che vedeva ragliare il suo confratello nella grotta, faceva l'impossibile per non i mitarlo. Gli altri soggetti, via via pi lontani dalla ribalta, erano: Ges che insegna ai do ttori, l'episodio della Samaritana, la pesca miracolosa, Ges che cammina sulle ac que e sostiene il dubbioso san Pietro, Ges e l'adultera. A proposito di quest'ult

imo gruppo, si poteva notare che, vuoi per caso, vuoi per malizioso cinismo di r e Ferdinando, la peccatrice alla quale Cristo concede il perdono aveva i capelli biondi della regina e il labbro sporgente delle principesse austriache. Al quarto livello scenico erano raffigurate la cena in casa di Marta - durante l a quale la Maddalena and a cospargere di unguenti i piedi di Cristo asciugandoli poi con le sue chiome - e l'entrata trionfale di Nostro Signore a Gerusalemme la domenica delle Palme; qui si vedevano delle guardie con l'uniforme del re che s orvegliavano la porta della citt e presentavano le armi a Ges. Inoltre Gerusalemme aveva la particolarit di essere fortificata secondo il piano di Vauban e munita di cannoni; il che, come sappiamo, non le imped di essere espugnata da Tito. Da un'altra porta si vedeva Ges uscire con la croce sulla spalla in mezzo alle gu ardie e al popolo e incamminarsi verso il Calvario, le cui varie stazioni erano contrassegnate da croci. Sulla sinistra dello spettatore c'era infine, a conclusione della scena, il Golg ota, mentre a sinistra dell'intero presepio era raffigurata, sullo stesso piano, la valle di Giosafat con i morti che escono dalle tombe, fiduciosi o terrorizza ti, in attesa del giudizio finale al quale li ha convocati la tromba dell'angelo che plana sopra di loro. Negli spazi fra le varie scene e lungo il sentiero che, attraverso i praticabili , saliva serpeggiando dalla grotta al Calvario, erano sparsi dei personaggi che non avevano niente a che vedere con la storia sacra, Pantaloni danzanti, Pagliac ci che si azzuffavano tra loro, lazzaroni che ne ridevano, Pulcinella che mangia vano maccheroni con l'aria beata dei napoletani - per i quali i maccheroni rappr esentano l'ambrosia degli antichi - quando assaporano questo cibo caduto dall'Ol impo sulla terra. Sulle superfici piane non c'era alcuno spazio vuoto. Incuranti del mese in cui n acque Ges, dei contadini attendevano alla mietitura, mentre sui piani inclinati c 'erano vignaioli che vendemmiavano e dei pastori che facevano pascolare le loro greggi. E tutti questi personaggi - all'incirca trecento -, realizzati da abili artisti, erano di dimensioni esattamente proporzionate al piano che dovevano occupare, c reando una visuale apparentemente sconfinata. Il re, tenendo d'occhio il presepio - affidato al meccanico del teatro San Carlo perch vi disponesse i personaggi -, stava ascoltando il racconto di fra Pacifico sull'avventura del Beccaio, che assumeva proporzioni di giorno in giorno pi inve rosimili. In effetti, l'intrepido sgozzatore di caproni, dopo essere stato assal ito da un giacobino, poi da due e da tre, aveva finito per rinunciare a enumerar e i suoi avversari e, a sentir lui, era stato attaccato, come Falstaff, da un in tero esercito, con la sola differenza che non era vestito di grossa tela verde. Nel bel mezzo del racconto di fra Pacifico entr il cardinale Ruffo, mandato a chi amare, come si detto, dal re. Ferdinando interruppe il suo colloquio con fra Pacifico per accogliere il prelat o, che, riconoscendo il monaco e sapendo di quale orrendo crimine fosse stato ca usa, se non artefice, si allontan da lui con il pretesto di ammirare il presepio del re. Le sedute di fra Pacifico erano terminate; oltre ai tre carichi di pesce, verdur a, frutta, carne e vino che si era portato via dalle dispense e dalle cantine de l re, e che avevano ridotto allo stremo il povero Giacobino che doveva trasporta rli, il re ordin di pagargli cento ducati per ogni seduta a titolo di elemosina; poi lo conged chiedendo la sua benedizione, e mentre il monaco, con il cuore colm o di orgoglio, si allontanava con l'asino, and a raggiungere Ruffo. Ebbene, eminentissimo, gli disse eccoci arrivati al 4 ottobre, e nessuna notizia da Vienna! Ferrari, contrariamente alle sue abitudini, in ritardo di cinque o sei ore; cos vi ho fatto venire qui, pensando che non dovrebbe tardare e desiderando, da egoista, distrarmi un po' con voi, mentre da solo mi annoierei. E non avreste potuto far di meglio, sire, rispose Ruffo dal momento che, attraversa ndo il cortile, ho visto riportare nella scuderia un cavallo grondante acqua, e ho scorto da lontano un uomo che saliva a fatica le scale del vostro appartament o sorretto da qualcuno; dai grossi stivali, dalle brache di pelle e dalla giacca con gli alamari mi sembrato di riconoscere quel poveretto che state aspettando;

forse gli accaduta una disgrazia. In quel momento comparve sulla porta un domestico che disse: Sire, il corriere Antonio Ferrari arrivato e attende nello studio che Vostra Maes t si degni di ricevere i dispacci di cui latore. Mio eminentissimo, esclam il re ecco che arriva la nostra risposta. E, senza nemmeno informarsi dal domestico di come Ferrari si fosse ferito, sal ra pidamente per una scala segreta e con Ruffo raggiunse il suo studio prima del co rriere, il quale, per via delle sue cattive condizioni, camminava lentamente ed era costretto a fermarsi ogni due passi. Pochi minuti dopo, la porta dello studio si apr e Antonio Ferrari, sempre sorrett o dai due uomini che lo avevano aiutato a salire le scale, comparve sulla soglia , pallidissimo e con la testa avvolta in una benda insanguinata. 45. PONZIO PILATO. Alla vista del re, il corriere allontan da s i due uomini che lo sorreggevano e, c ome se la presenza del suo padrone fosse bastata a restituirgli le forze, fece t re passi avanti da solo; mentre i due si ritiravano chiudendosi la porta alle sp alle, con la destra egli trasse di tasca il dispaccio e lo porse al re, mentre p ortava la sinistra alla fronte nel saluto militare. Bene! disse come unico ringraziamento il re prendendo la lettera. Ecco l'imbecille che finito per terra. Sire, rispose Ferrari Vostra Maest sa bene che non esiste in tutte le scuderie del r egno un cavallo capace di disarcionarmi; stato il mio cavallo, non io, a cadere, e quando il cavallo cade, sire, inevitabile che il cavaliere, fors'anche un re, faccia altrettanto. E dove successo?. Nel cortile della reggia di Caserta, sire. E che diavolo ci andavi a fare nella reggia di Caserta?. Il mastro di posta di Capua mi aveva detto che il re si trovava l. E' vero, borbott il re ma ne ero ripartito alle sette di sera. Sire, disse il cardinale, vedendo Ferrari farsi pallido e vacillare se Vostra Maest intende proseguire l'interrogatorio, deve permettere a quest'uomo di sedersi, al trimenti si sentir male. Va bene replic Ferdinando. Siediti, bestia!. Il cardinale si affrett ad avvicinargli una poltrona. Appena in tempo: ancora qua lche secondo e Ferrari sarebbe finito steso a terra; invece cadde seduto. Il re, che guardava stupito le attenzioni che il cardinale dedicava al suo corri ere, lo prese in disparte e gli disse: Avete sentito, cardinale? A Caserta!. S, Vostra Maest. Proprio a Caserta! insistette il re. Poi, rivolto a Ferrari: E come avvenuto il fatto?. C'era una serata dalla regina, sire rispose il corriere. Il cortile era ingombro di carrozze; ho fatto una svolta troppo stretta senza trattenere a sufficienza il cavallo; questo caduto lungo disteso per terra e io mi sono spaccato la testa co ntro un paracarro. Uhm! fece il re. E, rigirandosi la lettera fra le mani come se esitasse ad aprirla, disse: E questo il dispaccio dell'imperatore?. S, Vostra Maest: ho avuto un piccolo ritardo di due ore, perch il re era a Schoenbru nn. Vediamo subito che cosa mi scrive mio nipote; venite, cardinale. Permettete, sire, che dia un bicchier d'acqua a quest'uomo e che gli metta in man o un flacone di sali, a meno che non gli permettiate di ritirarsi nella sua stan za, nel qual caso chiamerei gli uomini che lo hanno portato qui e lo farei riacc ompagnare.

Niente affatto, mio eminentissimo; sapete bene che devo interrogarlo. In quel momento si ud grattare alla porta dello studio che dava nella camera da l etto, e dei piccoli gemiti provenienti da l. Era Giove, che, avendo riconosciuto Ferrari ed essendo preoccupato per il suo am ico pi di quanto Ferdinando lo fosse per il suo servitore, chiedeva di entrare. Anche Ferrari lo riconobbe e tese automaticamente il braccio verso la porta. Vuoi tacere, bestiaccia? grid Ferdinando battendo il piede a terra. Ferrari lasci ricadere il braccio. Sire, intervenne Ruffo non permettereste che due amici, dopo essersi salutati alla partenza, si salutino anche all'arrivo?. E, pensando che Giove sarebbe stato per il corriere di maggior conforto che un b icchier d'acqua e i sali, approfitt del fatto che il re, dopo aver tolto il sigil lo al dispaccio, si era immerso nella lettura, per andare ad aprirgli la porta. Questo, quasi avesse indovinato che il favore concessogli era dovuto a una distr azione del padrone, entr strisciando e passando il pi lontano possibile dal re, gi r intorno alla poltrona di Ferrari, si nascose dietro lo schienale e allung furtiv amente il muso in cerca di carezze fra la coscia e la mano del suo padre adottiv o. Cardinale, esclam il re mio caro cardinale!. Eccomi, sire rispose Sua Eminenza. Leggete qui ordin Ferdinando. Poi, mentre il cardinale leggeva a sua volta la lettera, chiese al corriere: E' stato l'imperatore in persona a scrivere questa lettera?. Non lo so, sire, rispose il corriere ma stato lui a consegnarmela. E nessuno l'ha vista, oltre a lui?. Posso giurarlo, sire. E l'hai sempre tenuta con te?. Era nella mia tasca nel momento in cui sono svenuto e c'era ancora quando ho ripr eso i sensi. Ah, sei svenuto?. Non colpa mia: il colpo stato molto forte, sire. E che cosa ti hanno fatto quando sei svenuto?. Mi hanno portato nella farmacia. Chi stato?. Il signor Richard. Chi questo signor Richard? Non lo conosco. Il segretario del signor Acton. Chi ti ha curato?. Il medico di Santa Maria. E nessun altro?. Ho visto solo lui e il signor Richard, sire. Ruffo si avvicin al re. Vostra Maest ha letto? domand. Perdio! fece il re. E voi?. Anch'io. Che ne dite?. Dico, sire, che la lettera esplicita. Le notizie che l'imperatore riceve da Roma sono, a quanto sembra, identiche alle nostre; egli invita Vostra Maest a occupars i dell'esercito del generale Championnet, mentre lui penser a quello del generale Joubert. S, riprese il re e aggiunge che, non appena io arriver a Roma, lui passer la frontiera con centoquarantamila uomini. Mi sembra un buon piano. Il testo della lettera prosegu Ferdinando con diffidenza non di pugno dell'imperator e. No; ma i saluti e la firma sono autografi; forse Sua Maest Imperiale si fida del s uo segretario al punto da metterlo a parte di questo segreto. Il re riprese la lettera dalle mani di Ruffo e la osserv attentamente. Volete mostrarmi il sigillo, sire?. Oh, disse il re quanto al sigillo, non c' niente da ridire: proprio la testa di Marc

o Antonio, la riconosco. Vostra Maest vorr dire Marco Aurelio. Marco Aurelio, Marco Aurelio, mormor il re non fa lo stesso?. Non del tutto, sire, replic Ruffo sorridendo ma il punto non questo; l'indirizzo di pugno dell'imperatore, la firma pure; in coscienza, sire, non potete chiedere di pi. Vostra Maest ha altre domande da fare al corriere?. No, pu andare a farsi medicare. E gli volt le spalle. Ecco gli uomini per i quali ci si fa ammazzare! mormor Ruffo dirigendosi verso il c ampanello. Un attimo dopo, entr il domestico. Chiamate i due uomini che hanno portato qui Ferrari disse il cardinale. Grazie, Vostra Eminenza; ho ripreso le forze e posso tornare nella mia camera da solo. In effetti, Ferrari si alz, salut il re e si avvi verso la porta, seguito da Giove. Qui, Giove! lo richiam il re. Il cane si ferm di botto e, non obbedendo che in parte, segu Ferrari con lo sguard o finch questi non fu uscito, poi, con un lamento, and a sdraiarsi sotto il tavolo del re. Be', idiota, cosa fai l? chiese Ferdinando al domestico che era ancora fermo sulla porta. Sire, rispose costui trasalendo Sua Eccellenza l'ambasciatore d'Inghilterra, Sir Wi lliam Hamilton, desidererebbe sapere se Vostra Maest vuole fargli l'onore di rice verlo. Diavolo! Sai bene che lo ricevo sempre. L'uomo usc. Devo ritirarmi, sire? chiese il cardinale. No di certo; invece restate, mio eminentissimo; la solennit con cui mi viene richi esta l'udienza lascia prevedere una comunicazione ufficiale, e probabilmente non mi dispiacer affatto potervi consultare in proposito. La porta si riapr. Sua Eccellenza l'ambasciatore d'Inghilterra! annunci il domestico senza neppure ent rare. Zitto! intim il re al cardinale indicandogli la lettera dell'imperatore e mettendos ela in tasca. Il cardinale fece un gesto che significava: E' una raccomandazione superflua. A questo punto entr Sir William Hamilton, il quale salut prima il re, poi il cardi nale. Siate il benvenuto, Sir William, disse il re tanto pi benvenuto in quanto vi credevo a Caserta. In effetti ci sono stato, sire; ma la regina ci ha fatto l'onore, a Lady Hamilton e a me, di riaccompagnarci con la sua carrozza. Ah, la regina tornata?. S, Vostra Maest. E' da molto che siete arrivati?. Proprio in questo momento e, dovendo fare una comunicazione a Vostra Maest.... Il re guard Ruffo strizzandogli l'occhio. Segreta? chiese. Dipende, sire rispose Sir William. Relativa alla guerra, suppongo. Per l'appunto, sire. In tal caso potete parlare davanti a Sua Eminenza; stavamo discutendo proprio di questo quando vi hanno annunciato. Il cardinale e Sir William si salutarono, cosa che non facevano mai quando potev ano evitarlo. Ebbene, riprese Sir William ieri Sua Signoria Lord Nelson venuto a passare la serat a a Caserta, e nel congedarsi ha lasciato a Lady Hamilton e a me una lettera che mi sento in dovere di trasmettere a Vostra Maest. Scritta in inglese?.

Lord Nelson parla solo questa lingua; ma, se Vostra Maest lo desidera, avr l'onore di tradurgliela. Leggete, Sir William; lo preg il re vi ascoltiamo. E, per giustificare il plurale che aveva usato, fece segno a Ruffo di seguire an che lui. Ecco il testo della lettera che Sir William tradusse per il re (56): A Lady Hamilton Napoli, 3 ottobre 1798 Mia cara signora, l'interesse che voi e Sir William Hamilton avete sempre dimostrato per le Loro Ma est siciliane , gi da sei anni, impresso nel mio cuore, e posso davvero dire che, i n tutte le occasioni che mi si sono offerte - e sono state numerose -, non ho ma i smesso di manifestare i miei voti sinceri per le fortune di tale regno. In virt di questa devozione, cara signora, non posso restare indifferente a ci che avvenuto e avviene tuttora nel regno delle Due Sicilie, n alle sventure che, a qu anto vedo chiaramente pur non essendo un diplomatico, rischiano di estendersi al l'intero paese, cos leale, a causa di una politica profondamente errata, quella d el temporeggiamento. Da quando sono arrivato in questi mari, ossia dal maggio scorso, ho capito che il popolo siciliano sinceramente devoto al proprio sovrano e detesta con tutte le sue forze i francesi e i loro princpi. Durante il mio soggiorno a Napoli, ho nota to la stessa cosa, cio che i napoletani, dal primo all'ultimo, sono pronti a far guerra ai francesi, i quali, come tutti sanno, hanno messo insieme un esercito d i ladri per saccheggiare questo regno e abbattere la monarchia. D'altronde, la politica della Francia non sempre consistita nel cullare i governi nella falsa illusione della sicurezza per poi distruggerli? E, come ho gi detto, non forse risaputo che Napoli il paese che pi di ogni altro intendono saccheggia re? A conoscenza di questo, ma anche del fatto che Sua Maest siciliana ha un pote nte esercito pronto, a quanto si dice, a marciare su un paese che gli spalanca l e braccia, con il vantaggio di portare la guerra altrove invece di attenderla a pi fermo, mi stupisco che tale esercito non si sia messo in marcia gi da un mese. Sono certo che il felice arrivo del generale Mack indurr il governo ad approfitta re del momento pi favorevole che la Provvidenza gli abbia concesso; giacch, se dec idesse di attaccare o di attendere di essere attaccato in casa invece di portare la guerra all'esterno, non occorre essere profeti per predire che quei regni sa ranno perduti e la monarchia distrutta! Ora, se disgraziatamente il governo napo letano persiste nel suo deplorevole e rovinoso temporeggiamento, vi raccomander, miei buoni amici, di tenervi pronti, insieme ai vostri oggetti pi preziosi, a ess ere imbarcati alla minima notizia di invasione. E' mio dovere pensare e provvede re alla vostra sicurezza, e temo che ci si possa rendere necessario anche per que lla dell'amabile regina di Napoli e della sua famiglia. Ma la cosa migliore sare bbe che le parole del grande William Pitt, conte di Chatam, entrassero nella tes ta dei ministri di questo paese: le misure pi audaci sono le pi sicure. E' il sincero desiderio di colui che si professa, cara signora, il vostro umilissimo e devotissimo ammiratore e amico Horace Nelson. Non c' altro? domand il re. Un poscritto, sire rispose Sir William. Vediamolo... A meno che.... Fece un gesto che significava: A meno che il poscritto non sia destinato alla sol a Lady Hamilton. Al che Sir William, riprendendo immediatamente la lettera, prose gu: Prego Vostra Signoria di accogliere questa lettera come una prova per Sir William Hamilton, al quale scrivo con tutto il rispetto che gli dovuto, della ferma e i

mmutabile opinione di un ammiraglio inglese desideroso di dimostrare la propria fedelt al suo sovrano, facendo quanto in suo potere per la buona sorte delle Loro Maest siciliane e del loro regno. Questa volta davvero finita? domand il re. S, Vostra Maest rispose Sir William. E' una lettera che va meditata disse il sovrano. Racchiude i consigli di un autentico amico aggiunse Sir William. Mi pare che Lord Nelson abbia promesso di essere per noi, pi che un amico, un alle ato, mio caro Sir William. E lo manterr... Finch Lord Nelson e la sua flotta domineranno il mare Tirreno e que llo di Sicilia, Vostra Maest non avr da temere che un solo bastimento francese ins idi le sue coste; per, sire, probabile che, fra un mese e mezzo o due, egli venga trasferito altrove: ecco perch sarebbe meglio non perdere tempo. Si direbbe, in verit, che si siano messi d'accordo sussurr il re al cardinale. Se anche fosse vero, per, rispose questi, pure a bassa voce non ci sarebbe niente di male. Che ne pensate sinceramente di questa guerra, cardinale?. Credo, sire, che se l'imperatore d'Austria mantiene le sue promesse e se Nelson s orveglia attentamente le vostre coste, sarebbe senz'altro meglio attaccare di so rpresa i francesi anzich aspettare che siano loro a farlo. Allora volete la guerra, cardinale?. Ritengo che, nelle condizioni in cui si trova Vostra Maest, il peggio sarebbe aspe ttare. Nelson vuole la guerra? chiese il re a Sir William. Quantomeno la consiglia con il calore di una sincera e inalterabile devozione. E voi, volete la guerra? continu il re rivolgendosi allo stesso Sir William. Risponder, in qualit di ambasciatore d'Inghilterra, che dicendo di s sono certo di a ssecondare i desideri del mio grazioso sovrano. Cardinale, disse il re indicando col dito la propria toilette fatemi il piacere di versare dell'acqua in quella bacinella e di darmela. Ruffo obbed senza fare commenti, vers l'acqua nella bacinella e la porse al re. Questi si rimbocc i polsini della camicia e si lav le mani strofinandole con gran foga. Vedete quello che sto facendo, Sir William? chiese poi. Lo vedo, sire, rispose l'ambasciatore d'Inghilterra ma non me lo spiego del tutto. Ebbene, ve lo spiegher io, disse il re faccio come Pilato: me ne lavo le mani. 46. GLI INQUISITORI DI STATO. Il comandante generale Acton non aveva certo dimenticato l'ordine impartitogli q uel mattino dalla regina e aveva convocato gli inquisitori di Stato nella camera buia. La seduta era prevista per le nove; ma, sia per dar prova di zelo, sia per avere la coscienza tranquilla, ognuno aveva cercato di arrivare per primo, cosicch all e otto e mezzo si ritrovarono tutti riuniti. Questi tre uomini, i cui nomi sono sempre stati oggetto di esecrazione a Napoli, e che meriterebbero di essere iscritti nel libro nero della storia accanto a qu elli di tipi come Laffemas e Jeffreys, erano il principe di Castelcicala, Guidob aldi e Vanni. Il principe di Castelcicala, il primo per importanza e, di conseguenza, il primo per disonore, era ambasciatore a Londra allorch la regina, dovendo coprire con u no dei primi nomi di Napoli le nefandezze delle proprie vendette pubbliche e pri vate, lo richiam in patria; ella aveva bisogno di un gran signore che fosse dispo sto a sacrificare tutto alla propria ambizione e pronto a trangugiare qualsiasi infamia pur di trovare in fondo al bicchiere oro e favori: pens dunque al princip e di Castelcicala, il quale accett senza discutere, rendendosi conto che a volte pi proficuo scendere che salire; cos, dopo aver calcolato che cosa si poteva aspet

tare dalla riconoscenza di una regina colui che fosse disposto ad assecondare i suoi piani di vendetta, da principe divenne sbirro e da ambasciatore spia. Guidobaldi, accettando la missione offertagli, non era n salito n sceso: giudice i niquo, magistrato corruttibile, era rimasto lo stesso individuo privo di coscien za che era sempre stato; senonch, onorato dal favore reale, membro di una Giunta di Stato invece che di un semplice tribunale, egli poteva operare su base ben pi ampia. Ma, per quanto temuti ed esecrati fossero il principe di Castelcicala e il giudi ce Guidobaldi, lo erano sempre meno del procuratore fiscale Vanni; nessun essere umano poteva reggere al confronto con lui, e, se in futuro avrebbe trovato un o rrendo equivalente nel siciliano Speziale, all'epoca questi era ancora sconosciu to. Fouquier-Tinville, mi suggerite? No, bisogna e