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Sergio Cesaratto Economisti tedeschi i consigli tragici marzo 2011

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Stop al sostegno alla periferia indebitata dell'Ue, lasciateli fallire. Teorie sbagliate e interessi forti dietro una linea che non porta l'Europa da nessuna parte Un plenum di economisti tedeschi ha approvato alcuni giorni fa una dichiarazione rivolta al proprio governo contro il sostegno dellUe e della Bce ai paesi altamente indebitati della periferia europea, che dovrebbero di contro intraprendere una procedura di insolvenza gestita dal Fmi. Gli economisti tedeschi sono generalmente assai influenti sul loro governo, e questo documento conferma il loro tradizionale orientamento prevalentemente conservatore, politico ed economico. In tal senso la dichiarazione prova come poco ci si debba aspettare da un dibattito circa i modi in cui lEuropa potrebbe uscire dal vicolo cieco in cui s cacciata. La questione di scontro fra interessi nazionali, e gli economisti tedeschi hanno mostrato da che lato batte il loro cuore (www.networkideas.org) (1). In sintesi, la dichiarazione avverte Berlino circa il pericolo di una progressiva europeizzazione del debito della periferia che coinvolgerebbe il contribuente tedesco nella temuta tax-transfer union, e circa limpatto inflazionistico di un perdurante sostegno a tale debito da parte della Bce. Di pi, le garanzie europee indurrebbero un moral hazard (2) da parte dei paesi periferici dando loro un potente incentivo a ripetere gli errori del passato e continuare una politica di indebitamento alle spese dei partner dellUe. Dunque si condanna sia lampliamento del fondo di sostegno varato dallUe nel maggio 2010 che il suo rinnovo come fondo permanente. Il documento, come anche altri hanno notato, dimostra una certa ignoranza in quanto il fondo esistente in termini reali assai inferiore al suo valore nominale essendo puramente formale il coinvolgimento di stati indebitati a sostegno di altri stati indebitati. Si dimenticano, inoltre, i tassi usurai a cui tali fondi vengono elargiti. La proposta avanzata di una procedura concordata di insolvenza e ristrutturazione del debito (3). In verit un haircut del debito non qualcosa a cui ci si dovrebbe opporre se si considera che le banche tedesche sono molto pi responsabili della ordinaria famiglia spagnola o irlandese delle bolle immobiliari scoppiate nei paesi periferici, ed anche nellaver finanziato la spesa fiscale spesso clientelare del governo greco (4). Le esportazioni tedesche hanno comunque grandemente beneficiato della crescita della domanda aggregata in quei paesi, come molte volte da noi spiegato (www.economiaepolitica.it). N va dimenticato che le banche tedesche hanno partecipato, e con mucho gusto, alleuforia immobiliare americana e sono perci piene di debito tossico (ma da qualche parte i proventi del surplus commerciale tedesco andavano collocati, come not tempo fa De Cecco). Dimostrando alla lettera il modello kaleckiano, le banche tedesche hanno finanziato i mercati esterni nei quali le imprese tedesche sono state in grado di realizzare come profitti il sovrappi sociale (leccesso del prodotto sui salari). Questo il capitalismo bellezza! Un successivo default dei mercati esterni fa parte delle regole del gioco e le banche creditrici dovrebbero essere giustamente chiamate a saldare il conto. Naturalmente, se questo che implicitamente gli economisti tedeschi intendono, il loro governo e la Bce saranno chiamati a sostenere le banche tedesche come peraltro hanno gi ampiamente fatto direttamente o indirettamente negli scorsi tre anni. Certo tale salvataggio pu indurre ulteriore moral hazard da parte delle banche, ma di

questo i 189 economisti tacciono. Essi intendono proteggere la contribuente tedesca, ma non gliela contano giusta, o forse s: essa sar in ogni caso chiamata a saldare il conto di un modello tedesco ed europeo di assai corto respiro, in particolare se si segue il suggerimento di tarpare le ali allazione di sostegno della Bce. La narrazione dei 189 economisti quella che compiace i governanti tedeschi, ed anche quella che lopinione pubblica di quel paese stata educata a comprendere: la crisi europea una storia di irresponsabilit fiscale e mancanza di competitivit. C una crisi bancaria ma non centrale una narrazione xenofoba che incolpa soprattutto i paesi del sud dellEuropa, scrive appropriatamente Wolfang Muchau (www.eurointelligence.com). Le crisi fiscali in Spagna e Irlanda sono in verit scaturite da un contesto di mercato ritagliato sulla Germania, e il comportamento fiscale greco aveva ricevuto laperta benedizione del governo tedesco, venuta meno quando i socialisti sono andati al governo. La Germania questo dovrebbe apertamente spiegare ai propri cittadini, e che essi saranno chiamati a pagare persino nellipotesi di una insolvenza regolata. Dovrebbe anche dire che un ruolo attivo della Bce nel sostenere quei debiti minimizzerebbe i costi per tutti. Ma cosa dovrebbe seguire alla procedura dinsolvenza proposta? Poich i paesi coinvolti non riguadagnerebbero facilmente laccesso ai mercati finanziari per finanziare la parte non condonata del debito, il sostegno dellUe si renderebbe necessario (il ruolo attivo della Bce naturalmente anatema). Ma con teutonica puntigliosit gli economisti tedeschi precisano che ci dovr avvenire a tassi punitivi per evitare futuri moral hazard (quelli tuttavia trascurati nel caso degli aiuti alle banche tedesche). In poche righe essi liquidano la questione chiave di come gli stati indebitati possano, dopo aver concluso la rinegoziazione del debito, riguadagnare la competitivit, argomentando che poich la Eurozona non consente svalutazioni nominali, la competitivit internazionale pu essere ristabilita solo attraverso riforme strutturali negli stati interessati. Tali riforme strutturali la lista ben nota, maggiore flessibilit nel mercato del lavoro, tagli allo stato sociale, allistruzione, agli investimenti, alla cultura ecc. dovrebbero essere seguite dal Fmi data la sua ampia esperienza in questarea. Si tratta, noi sappiamo, della esperienza delle decadi perdute dai paesi in via di sviluppo. Questi per potevano almeno contare sulla svalutazione della loro moneta per attenuare gli aspetti pi feroci dei famosi pacchetti loro imposti dal Fmi in cambio della ristrutturazione del debito. Ma oggi persino il Fmi di Strauss-Kahn e Blanchard, teso a rifarsi il maquillage, respingerebbe imbarazzato al mittente le proposte tedesche come irricevibili. Per riassumere, la proposta di una ristrutturazione del debito benvenuta, ma non nei termini proposti dalla dichiarazione. (5) Con grande fretta, ma cinismo una espressione pi appropriata, la dichiarazione riconosce che nondimeno, reazioni recessive agli aggiustamenti strutturali non saranno completamente evitabili. Gli economisti tedeschi appaiono poco interessati circa la devastazione sociale, culturale e politica che seguirebbe alle loro politiche, mentre nessuna persona seria pu credere che quei paesi sarebbero in grado di riguadagnare la propria competitivit nel bel mezzo di una feroce recessione. Inoltre, le conseguenze di questa sarebbero subite dalla stessa Germania, cos dipendente dalle esportazioni. Ma questo paese sta forse ormai guardando altrove, alle economie emergenti, come sbocco delle proprie esportazioni. In tal senso va letta lopposizione degli economisti tedeschi alla allimpiego da parte della Bce delle sue politiche monetarie a sostegno di questi paesi [periferici], politiche che metterebbero in pericolo la reputazione e lindipendenza della Bce. Nel presente contesto di crescenti aspettative inflazionistiche la Bce dovrebbe evidentemente, secondo questi economisti, tornare nel ruolo tradizionale ereditato dalla Bundesbank di cane da guardia dei salari tedeschi e dunque della competitivit internazionale della Germania. Se lEuropa non fosse nel mezzo di una situazione a dir poco preoccupante, la dichiarazione in oggetto potrebbe essere accantonata come rappresentativa di una spiacevole tradizione di ristrettezza intellettuale, ipocrisia e arroganza. Non passerebbe un test da primo anno di economia, stato

affermato in un autorevole sito (www.eurointelligence.com). Sfortunatamente essa parte di uno scontro di interessi nazionali in ambito europeo. Va qui per osservato che dal principio della crisi europea le cose si sono spesso mosse contro le preferenze e le incertezze tedesche. La speranza dunque che la Germania, come risultato delle circostanze e della pressione politica dei partner europei, accetti progressivamente e seppur con costoso ritardo, quello che per lei era poco prima impensabile: politiche fiscali e monetarie attive e coordinate, un tocco di inflazione domestica, una pi equa distribuzione del reddito. Sotto la pressione degli eventi, proprio per il discredito che apporta alla Germania, questa dichiarazione, piena di mezze verit e di argomenti che buona parte degli economisti mondiali riterrebbe assai deboli, potrebbe aiutare il progresso di soluzioni politiche ed economiche pi ragionevoli. (Una versione in inglese di questo articolo stata pubblicata in www.networkideas.org.)
1 Il documento stato approvato da 189 economisti con 7 contrari e 11 astenuti. Fra le firme pi note quelle di: Hans Werner Sinn, Jrgen von Hagen, Manfred Neumann, Michael Burda and Volker Wieland. Fra i firmatari v almeno una spiacevole sorpresa per alcuni di noi. La lista nel sito: www.oekonomenstimme.org 2 Per moral hazard gli economisti intendono un comportamento imprudente condotto nella sicurezza che tanto altri verranno, a proprie spese, in soccorso. Non v, ahim, una efficace traduzione italiana. 3 La procedura standard adottata nel passato per le crisi del debito nei paesi in via di sviluppo di un taglio ( haircut) di un terzo del debito, si allungano poi le scadenze del resto e si impongono al paese una serie di misure fiscali restrittive volte a contenere le importazioni s da generare un avanzo commerciale che renda il paese capace di restituire il debito residuo. 4 In un comunicato dellambasciata greca negli Usa leggiamo per esempio Merkel referred to Karamanlis as a political friend and praised the Greek government's "productive efforts" on the thorny constitution issue, whereas she lauded Greece's euro zone-leading economic growth, in the neighbourhood of 4 percent annually. Both leaders, in fact, repeatedly called bilateral ties excellent. (www.greekembassy.org) 5 In questa direzione, in quello che stato descritto come a rare show of dissent over the European Commission's economic policies, la greca Maria Damanaki (commissaria europeo) ha sostenuto che se the banks were ready to accept their share of responsibility in the situation of restructuring of sovereign debt, fiscal consolidation could be construed in a totally more acceptable way", domandando un better balance between austerity and growth e sostenendo che the response to the crisis has focused too much on pushing deficit cuts and not enough on job creation. (http://online.wsj.com)

The plenum of German economists on the European debt crisis


Andreas Haufler Bernd Lucke Monika Merz Wolfram F Richter 24 February 2011 The European rescue fund is steeped in controversy. This column argues that both the fund and the case to keep it permanently are unjustified. It says that they create the wrong incentives and that they will only further intensify the debt crisis in Europe, at the risk of undermining the foundations of the EU itself. It calls on the German government to act. Editors Note: This column is a declaration that was subject to an open voting scheme for German economists; 189 economists voted for it, seven voted against it, and eleven abstained. You can add your vote and see the full list of votes at http://www.wiso.uni-hamburg.de/pdoek. In May 2010 the EU established a rescue fund, limited to three years, for over-indebted euro countries. Some now favour enlarging the volume of this fund and maintaining it as a permanent facility to support countries facing liquidity crises. But, alas, both proposals are seriously lacking a convincing justification. It is also not evident that the alarming risks already present have been realistically appraised and that adequate provisions have been made for the case that the rescue fund fails. The current AAA-rated volume of the rescue fund exceeds the entire refinancing requirements of Ireland, Portugal, and Spain up to 2013 by nearly 80%. For this reason, it is incomprehensible why the fund must be expanded. To support states with liquidity crises that are not yet insolvent, a rescue fund is not necessary since these states are able to arrange with their creditors a restructuring of their national debt at an unchanged present value. States that need the rescue fund because their creditors are not convinced that they merely face a liquidity bottleneck must then be considered insolvent. The case we make here is aimed at the German government, but its implications span across all Europe.

Guaranteeing the wrong incentives


A lasting assurance of the EU that would guarantee the solvency of apparently only illiquid but in fact insolvent states via community credits would have extremely negative consequences. Favourable credit conditions and the liability of the European community of states would give over-indebted countries a powerful incentive to repeat the mistakes of the past and to continue a policy of indebtedness at the expense of their EU partners. Moreover, because it lacks the necessary means of enforcement, the EU is also not in a position to correct these false incentives with stricter budget controls or with the recently proposed Competitiveness Pact. These measures are limited and cannot lastingly counteract the fundamental

false incentives that emanate from a permanent guarantee of the financial solvency of over-indebted countries. The result will only be to further intensify the debt crisis in Europe, placing enormous strains on the solidarity of the solvent countries, both economically and politically, and ultimately undermining the foundations of the EU.

Taking a haircut without cutting up the euro


A long-term strategy to counter the debt crisis in the Eurozone requires the possibility of a state becoming insolvent and subsequently restructuring its debt. An important aspect of this is that also private creditors must forego at least a portion of their claims against the debtor states. Only after this has been done are loans from the EU in order. The participation of private creditors in the costs of debt rescheduling means that the bonds of overindebted states will be traded with appropriate risk premiums that will counter a further increase in the national debt much more effectively than political controls or the threat of sanctions are able to achieve. If, however, over-indebtedness is already present because the servicing of interest and amortisation payments exceed a sustainable level, a debt rescheduling enables the affected states to reduce their outstanding debt and to undertake a fresh start in their fiscal policy. A debt rescheduling does not require that the insolvent country leaves the euro, and it also does not endanger the stability of the euro system. Without debt rescheduling, the necessary economic reforms in the affected countries could trigger frustration and protest if despite ambitious consolidation measures the debt- servicing cannot be sustainably reduced. Debt rescheduling also ensures that the credit-loss risk is borne at least in part by private creditors, who have already benefited from the risk premiums. A permanent rescue mechanism, however, that excludes state insolvency and debt rescheduling leads to an unjustified redistribution from the taxpayers of the solvent euro countries to the creditors of the debtor states. A strategy to counter the debt crisis that credibly includes the possibility of a state insolvency must ensure that its consequences are not incalculable. Here the necessity may arise of systemically limiting the maximum default risks of systemically important private creditors (haircut), in order to prevent panic-like reactions on the financial markets during the introduction of the debt rescheduling clauses in the new credit agreements after June 2013. Under no circumstances should the EU completely assume the default risks. It is also necessary, after the final completion of a debt rescheduling agreement, that the EU provide credits to the affected countries, since experience shows that private loans immediately after a state insolvency are virtually impossible to obtain. These credits should have preference over those of private creditors and should only be granted under strict structural adjustment conditions. Finally, a key question is how after a concluded debt rescheduling procedure an over- indebted state can regain its competitiveness. Since the Eurozone does not allow nominal devaluations, international competitiveness can only be restored by means of structural reforms in the affected states. The IMF has extensive experience in this area and can also provide technical and administrative assistance, for example in the area of tax administration. Nevertheless, recessionary reactions to structural adjustments will not be completely avoidable.

Establishing the new rules


A set of rules that includes the possibility of a state insolvency is only credible when political decisionmakers have the incentive to make use of them in cases of crisis. These incentives must be available in

particular for the representatives of those countries that have to bear the consequences of insolvency. Every such decision-maker will carefully weigh up the costs and benefits of a possible insolvency. Whereas the costs of the credit losses are relatively concrete and irreversible for domestic banks and the ECB, the benefits may seem to be less tangible. In addition, a decision on this issue is complicated by political risks, since insolvency and its results cannot be discussed in advance publicly and provided with parliamentary backing. It might therefore be tempting for politicians to play for time by providing new guarantees for an over-indebted country rather than agree to insolvency with subsequent assistance without parliamentary approval. For this reason it might be desirable to shift the determination of insolvency to an independent institution, for example the IMF. Only after a determination of insolvency by an independent institution should assistance be provided by solvent partner countries.

No time to delay
Insolvency declarations of over-indebted states must not be circumvented or delayed by the ECB using its monetary policies in support of these states. The selective purchase of high- risk government bonds favours individual member states and can arouse the envy of other states with high debt burdens. This would endanger the reputation and the independence of the ECB. In addition the interventions of the ECB are by no means merely short-term and only aimed at calming the markets since it is not able to sell off the purchased bonds without causing market irritation. For this reason the ECB must again concentrate on its contractual obligation of monetary stability and leave the solution of excess debt problems to the governments of the Eurozone countries in accordance with the responsible agent principle. The debt crisis of the EU can lead to three conceivable results. First, it can be overcome by means of real growth in the over-indebted countries. Second, it can be defused via insolvency procedures for the affected states with subsequent remedial measures. And, Third, it can lead to a communitarisation of the debts of individual member states, be this through higher taxes or through higher inflation throughout the EU. The risks of a policy that exclusively concentrates on the first and most favourable of these possibilities are considerable. No one can foresee today whether the affected states will muster the strength to pay off their debts, which have been increased even further by the European Rescue Mechanism. For this reason we call on the German government to take precautions for the case that the European Rescue Fund fails and together with its European partner countries to develop immediately a detailed insolvency plan for over- indebted euro member states that corresponds to the above-stated requirements. This alone can prevent the EU from heading towards the third alternative, with fatal long-term effects for the entire project of European integration. This article may be reproduced with appropriate attribution. See Copyright (below).

Utopia e realismo nella politica economica europea


Sergio Cesaratto - 15 Febbraio 2011 Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani allarticolo E noi faremo come Schroeder di Sergio Cesaratto ed una replica di questultimo. Nel suo contributo Montani sostiene che lEuropa soffra di un grave squilibrio istituzionale, denunziato dai federalisti europei, dove solo il pilastro monetario stato creato. Prefigura in luogo unEuropa pi simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la la distinzione tra paesi forti e deboli. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL. Per venire incontro alle buone ragioni tedesche volte a sostenere alcuni vincoli di austerit per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo lUnione monetaria, e per sostenere col dovuto orgoglio il progetto alternativo, i partiti progressisti dovrebbero farsi portatori di misure serie per la riduzione del debito pubblico. Sebbene, infine, non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e lIrlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht. Larticolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dellargomentazione in particolare lidea di un pi ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nellimpostazione e nei contenuti. a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non un frutto casuale, ma dellidea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo gi molte volte spiegato su questa rivista. b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera pi complessa di quanto delineato da Montani, ci comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dellEuropa (Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dellUE. Se in futuro si proceder in questa direzione si costruir unEuropa tedesca), che per rifiuta in quanto non una buona soluzione per i cittadini europei. In verit se le cose fossero cos semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione mission impossibile: societ pi efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, lossessione sul recupero delle competitivit nazionali come soluzione dei problemi delleurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi tentano di guidare leurozona come se fosse una piccola isola off-shore). d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione lidea ci venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilit arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nellappello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilit dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa accomodante nel senso di minimizzare lonere del debito, la sostenibilit assicurata. La BCE ha ampie possibilit di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perch dunque imporre sui paesi pi indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro allinsuccesso come Montani ammette per il caso Greco. Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dellEuropa com - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente strumento di lotta politica purch non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo larticolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e lunica indicazione quella di fronteggiare tale realt consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di

Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.

[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilit che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche. [3] Purtroppo Montani nel suo pi ampio

che lausterit fiscale sia necessaria per evitare una nuova crisi, una posizione ben in linea con le contrazioni fiscali espansive di

contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un solido pilastro, ritenendo Alesina. Presidente

[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E sfuggito ai pi che pochi giorni dopo il ha affermato: Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunit internazionale - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei pi recenti documenti, innanzitutto dellUnione Europea ; il secondo non pu essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dallapporto che ad una ripresa europea ancora flebile verr dato da qualcuna tra le maggiori economie dellUnione, se non ci si preoccuper troppo del rafforzamento delle finanze e della competitivit del proprio paese ; e dipender, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro.

22.02.2011

Germany's warped narrative


By: Wolfgang Mnchau [The ECB presidency] is something we are going to decide later. And then we will see what cards we still have in the game. -- Angela Merkel, NDR Info radio To understand Angela Merkels next strategic move, it is essential to become acquainted with the German narrative for explaining the crisis in the eurozone. It is a story of fiscal irresponsibility and lack of competitiveness. There is a banking crisis, but it is not central. It is the crisis the European Union is trying to solve right now. In a warped variant of this narrative that is popular among conservative europhobic circles in Berlin, the European financial stability facility (EFSF) is the foil through which Germany surrenders national sovereignty. Frankfurter Allgemeine Zeitung, the paper of record for conservative Germany, captured the countrys ultimate fear in a dark and moody picture of Ms Merkel and Nicolas Sarkozy. It shows the German chancellor and French president walking on the beach at Deauville, venue of a fateful

Franco-German summit last autumn, when Ms Merkel supposedly capitulated to France. The headline read: Europe on the way to the transfer union. Worse, most Germans believe that the transfer union has already happened. The media reports the crisis as though Germany was simply giving money away. Few people, even politicians, are aware that the bail-out is, in fact, a remunerated loan guarantee. So while the rest of us are debating how to solve Europes banking crisis, and become exasperated by the lack of progress, Ms Merkel is solving a crisis in a parallel universe. The German narrative is the outgrowth of a lie the countrys establishment has peddled ever since debate on the single currency started 20 years ago: that a monetary union can be sustained through a simple set of rules for monetary and fiscal policy; that financial regulation and current account imbalances do not matter. The eurozone crisis has proved this is not the case. But the conservatives cling to this old, comfortable straw. If there is a crisis, then it must be fiscal. And austerity is the answer. Ms Merkel is a resourceful politician. Tired of being accused of being complacent, she wanted to regain the initiative. And so she offered her European colleagues a Faustian pact: German acceptance of a higher lending ceiling for the EFSF, on condition that every member of the eurozone becomes, economically, like Germany. To that effect, her policy advisers drafted a six-point programme of economic torture instruments. It triggered a revolt in the European Council at a meeting 10 days ago. The concrete plan itself is now dead. Herman van Rompuy, president of the European Council, is trying to pick up the rubble. Once Germanys six-point plan imploded, the last hope was the proposed nomination of Axel Weber to the presidency of the European Central Bank. A German central banker would be a sufficient symbol of the countrys dominance of the system. Members of the Bundestag would surely not turn their pitchforks against one of their own. But Mr Webers sudden withdrawal from the race has put Ms Merkel in a difficult position. She now needs a material agreement on what she still insists on calling a competitiveness pact. She cannot come home from Marchs European summit both with a weak compromise and with Mario Draghi as new president of the ECB. German officials are telling everybody that they have nothing against the governor of the Bank of Italy personally. He is just not vermittelbar. You cannot sell him to the public in the context of a xenophobic narrative that blames mostly southern Europeans. So what now? In her statement above, Ms Merkel is essentially suggesting that her flexibility on Mr Draghi is linked to the kind of deal she is going to get in March. And what would constitute a good deal from her perspective? Given her own crisis narrative, the minimum she needs is a firm commitment on public debt reduction. Germany wants member states to introduce binding balanced budget agreements in their constitutions. I think such constitutional amendments are crazy even for Germany because they are either damaging or not sustainable. But it is one thing to shoot yourself in the head, quite another to shoot others. And, of course, constitutional debt brakes, even if they had been in place everywhere and kept to by everyone, would have done nothing to prevent the crisis. So what if she does not get a sufficiently good deal? Will she veto Mr Draghis appointment? Or is she just bluffing? I cannot fathom what the Italian government would do if its candidate were to be rejected purely on xenophobic grounds, as any rejection of Mr Draghi would invariably be interpreted. So this is what we might end up with: a pact that addresses the wrong crisis, is vetoed or fudged; no credible banking resolution strategy; a third-rate central banker at the top of the ECB; and a policy coordination process where decisions get taken by two leaders on long walks on beaches.

You could not make it up. The Financial Times Limited 2011