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Nunzio Bombaci (curatore), Mara Zambrano, Il Maestro e la Guida (Di...

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Nunzio Bombaci (curatore)

Mara Zambrano, Il Maestro e la Guida

Nota introduttiva: il maestro, ministro del logos nel pensiero di Mara Zambrano Mara Zambrano, Il Maestro e la Guida

Nota introduttiva: il maestro, ministro del logos nel pensiero di Mara Zambrano
1. Il carteggio con Agustn Andreu
Presentiamo qui la traduzione di un breve scritto di Mara Zambrano riguardante il rapporto tra maestro e discepolo nonch la differenza tra il maestro e la guida. Esso fa parte dell'assiduo carteggio tra la pensatrice e il teologo Agustn Andreu,[1] pubblicato da quest'ultimo limitatamente alle lettere da lei inviategli tra l'autunno del 1973 e la primavera del 1976.[2] Il loro primo incontro risale agli anni Cinquanta allorch la filosofa andalusa, gi esule da una quindicina d'anni, risiede a Roma con la sorella Araceli. Con il giovane teologo di allora ella condivide l'interesse per alcune forme di pensiero sapienziale rimaste ai margini della tradizione filosofica occidentale e, soprattutto, per lo gnosticismo, particolarmente nella sua declinazione messaliana e valentiniana. Nei Preliminares all'edizione del carteggio, Andreu scrive:
Nel corso della mia vita ebbi tre incontri con Mara Zambrano. Il primo va dal 1955 al '63, e comprende gli anni in cui ero studente a Roma e i primi anni da professore di teologia, sino alla difesa della tesi, nel '62. In questa fase, tra la necessit, circospetta ma avida, di interrogarla sulla Guerra Civile e sulla Spagna della Institucin Libre de Enseanza,[3] di Ganivet, Machado, Unamuno e Ortega, e tra la coincidenza di interessi su ellenismo e cristianesimo (il neoplatonismo di Clemente Alessandrino), rest segnata la vita del pi giovane, e ci dovette significare qualcosa anche nella vita della pi matura, filosofa della religione e della mistica, a cui, inoltre, durante la Guerra Civile era stata affidata l'infanzia sfollata a causa del conflitto. In fondo, chi interrogava era un bambino di quella guerra dalla quale ella era metafisicamente segnata... Il secondo periodo va dal 1973 al '76, tempi di crisi che inducono il giovane teologo a una considerazione del cristianesimo il cui contenuto intellettuale e religioso si concreta nel plasmare una teologia del Logos e dello Spirito nelle loro relazioni reciproche. E ci viene a costituire il tema fondamentale di questo scambio epistolare... Vi un terzo incontro, questo che mi tocca di rivivere nelle lettere -- quasi un centinaio -- alle quali ho dato spazio, poich ne potevano venire alla luce delle altre ancora. Rivivere nella continuit, poich dall'inizio stesso della mia attivit come professore di teologia, nel 1956, sino ad oggi, non ho cessato di riferirmi a Mara Zambrano cos come ad altre autorit della Spagna proscritta; questo, che anche altri individui della mia generazione fecero, e che ci caratterizza, non dovrebbe essere

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dimenticato allorch si scrive la storia della transizione esteriore o politica.[4]

Il carteggio pubblicato da Agustn Andreu attesta tra l'altro come la filosofa abbia validamente incoraggiato il teologo, autore di diversi saggi,[5] nella sua ricerca sul Logos e lo Spirito. Nelle lettere di Mara Zambrano, inoltre, non mancano brani di notevole spessore teoretico, non meno di quello qui presentato. Grande interesse rivestono, ad esempio, alcune pagine di appunti sul valore speculativo dell'opera poetica di Antonio Machado,[6] e in particolare di un aforisma contenuto in Los complementarios[7] dell'eteronomo Abel Martin, nonch di alcuni versi di Galerias e Cancionero apcrifo.[8] La corrispondenza pubblicata risale a degli anni particolarmente tormentati della storia europea, allorch si avvertono le conseguenze della crisi petrolifera, nonch a un periodo molto importante per la Spagna, dove va maturando la transizione dal regime franchista alla democrazia (il Generalissimo muore nel 1975). Per Mara Zambrano -- che al tempo va scrivendo una delle sue opere pi significative, Claros del bosque[9] -- si tratta di una stagione abbastanza feconda per quanto riguarda l'attivit intellettuale, sebbene turbata dal recente lutto per la sorella Araceli, scomparsa nel 1972, nonch dalle preoccupazioni legate a una situazione economica che, nel corso del lungo esilio, non si affranca mai del tutto da un certo grado di precariet. Talvolta Andreu, su invito di Mara, va a trovarla nella sua casa di La Pice, ove, tra l'altro, discute con lei della possibilit del ritorno in Spagna, che comunque avverr soltanto nel 1984. Nella minuscola localit della Svizzera francese, non lontana da Ginevra, si recano a farle visita anche alcuni giovani intellettuali che le sottopongono i loro scritti. Come si visto, per Andreu la teologia del Logos e dello Spirito costituisce il nucleo tematico pi significativo del carteggio. Lo studioso afferma che esso "rappresentava un nuovo modo di sentire e concepire il divino",[10] e il fondamento di una teologia e di una ecclesiologia che, riportando alla luce tradizioni di pensiero rimaste in ombra nella tradizione cristiana, potesse dare una risposta alla coscienza inquieta dei credenti che ritenevano intollerabile l'ipertrofia dell'apparato istituzionale della Chiesa, che ne soffocava l'afflato comunitario, radicato proprio nel mistero trinitario.

2. Il maestro e il discepolo: un rapporto nel persistere della distanza


Nel brano qui presentato, la figura che viene delineata con maggiore vigore quella del maestro, sebbene non vadano trascurate le incisive e dense notazioni che riguardano la figura e il compito della guida. Mara Zambrano distingue innanzitutto gli idealtipi del maestro e del professore. Quest'ultimo non che un funzionario dell'insegnamento, a cui demandato un compito che potrebbe essere assolto da altri. In fondo, nel suo lavoro pu anche non mettere in gioco la realt di persona. Il maestro, al contrario, "l'unico", pronuncia parole sue, che sono segnate dal suo stesso timbro di voce, non patiscono l'oblio e non si disperdono nel vuoto, poich "permangono inviolabili". Egli non si rappresenta quale personaggio che assolve un ruolo -- non "uno che fa il maestro" -- ma viene a comparire di fronte agli allievi nella pienezza della sua realt di persona. In quanto tale, "si d a vedere e udire" con la parola e con l'agire in modo a lui peculiare, provenendo da una dimensione altra, "da un luogo inaccessibile dal quale non cessa mai di uscire" e che permane insondabile, a preservare il mistero della sua persona. Il comparire, il venire alla presenza del maestro, che non ha bisogno di parole, non rappresentazione -- si rappresenta il personaggio che occulta la persona, di cui il saprofita -- ma neanche svelamento. Piuttosto, si direbbe una rivelazione: "Il maestro trascende". Egli permane nella distanza. La relazione con il discepolo, nella asimmetria che le connaturata,

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non sopporta una prossimit che abolisca la distanza. Mara Zambrano sottolinea l'esigenza del permanere di tale distanza, alla quale sembra essere funzionale anche "il vuoto delle aule". I partner di questa relazione debbono essere in grado di stare di fronte, a distanza, senza lasciarsi assalire dalla "vertigine" di questo vuoto. Se essa ha il sopravvento, si perverte la relazione, hanno libero gioco gli appetiti che trovano terreno fertile proprio nella natura ambigua, insidiosa, dell'eros pedagogico. Il maestro vede allora la sua immagine riflessa, in modo diverso, in ciascuno degli allievi, che a loro volta cercano di "vedersi" in lui. La signoria del maestro, la sua presenza, ne escono compromessi. Per gli allievi, viene a mancare quell'unit propria della persona del maestro che rimanda al mistero del legame imprescindibile tra realt e verit. Inoltre, essi non possono pi scorgere quel centro intorno al quale si va strutturando la loro "mente", ovvero quella facolt che trascende qualsiasi luogo di raccolta dei "materiali" grezzi e caotici costituiti dalle impressioni, materiali che non sono stati sottoposti alla "fatica del concetto": concetti che non sono stati concepiti, meno ancora che aborti del pensiero. , questo, quanto accade allorch il maestro cede all'eros che tende ad annullare la distanza propria di una relazione cos esigente. Allora, l'allievo non pi tale, anch'egli un essere smarrito, abbandonato al caos delle rappresentazioni che turbinano nella coscienza. Si svilisce la parola del maestro, che non vale pi a salvaguardare la "rettitudine" della relazione. L'"appetito di esistere", l'ansia di affermarsi a scapito dell'altro, hanno in tal caso il sopravvento. L'eros pu dunque insidiare la relazione tra mastro e allievi. Si tratta di un rischio connesso all'ambiguit dell'eros, il quale, tuttavia, non pu restare del tutto estraneo ad essa. L'eros della distanza -- quello che non manifesta l'avidit di una orexis volta a fagocitare l'altro ma corrisponde al richiamo normativo del logos -- pu anzi trovare spazio in tale relazione. Non pertanto l'eros che reclama la fusione con l'altro, ma quello che volge lo sguardo a un orizzonte comune, dischiuso dalla parola del maestro. Il logos di cui questi ministro pu in tal caso conferire ordine nell'ambito in cui opera. Esso, anzi, vale a dilatare lo spazio, come se il maestro parlasse e operasse sempre "all'aria aperta", anche restando nella pi sordida, nella pi angusta delle aule. Come se il maestro fosse il demiurgo che d ordine e connessione alla coscienza degli allievi, che cos pu elevarsi a mente, in quanto informata dal logos geometriks, medium del pensiero, e dal logos spermatiks, che li rende "esseri viventi". Diversa dal Maestro la Guida, la quale non compare, non in primo luogo n presenza n volto. Essa non si manifesta, ma giunge occultata da una figura, per poi sparire. Pu ritornare, magari assumendo un'altra figura, non meno enigmatica. proprio la figura ci che essa offre nel suo stesso occultarsi. La guida, a differenza del maestro, non reca l'ordine del logos, non si propone quale esempio, ma attrae e indica una strada da seguire, un cammino di liberazione. Questo opera, ad esempio, il Maestro nello Zen, che forse perci pi guida che maestro. La guida ha l'autorit di ordinare al seguace determinate azioni o riti, come il Virgilio dantesco. Per lo pi, essa non esplicita le ragioni di ci che ordina o del cammino che propone. Anche qui, la distanza tra la guida e l'adepto qualitativa, indivisibile e invalicabile. La guida pu appartenere ai pi svariati ordini dell'essere: pu delinearsi non solo quale figura umana, ma anche come "un animale, un'ombra, un fischio, un tremolio, qualcosa che si intravede", quale "cifra e figura" del mistero dell'essere. Il compito della guida inizia ove cessa quello del maestro, in quanto soltanto essa fa segno alla vocazione, quell'autentico destino che non mai oggetto di una certezza, ma appunto as-segnato sempre in speculo et aenigmate. il destino che "ci precede e ci trascende". Seguire la propria vocazione, allora, non comporta mai la placida acquiescenza a un cammino illuminato da una luce uniforme e rassicurante, correre un rischio, ma proprio un "bel rischio". La rivelazione del senso e la realizzazione dell'autenticit del S si conseguono attraverso la

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sequela della guida. Bisogna allora "apprendere" tutto, affrontare la vertigine del Nulla, attraversare tutte le regioni dell'Essere, il pelagus infinitum. L'anima, secondo la tradizione orfico-pitagorica, diapason/dia-pason, deve passare attraverso tutto ci che ,[11] al fine di potere cogliere la musica, l'armonia che in essa, che essa stessa . Bisogna "attraversare anche l'inferno". Si tratta di un percorso che segnato da una sofferenza oltre il dicibile, da una passione assoluta: l'essere umano , in profondit, pathos. Prima che animal rationale, prima che "spirito creatore" o "volont di potenza", l'uomo anima, oscuro sentire, essereesposto, vulnerabilit. Il patire gli proprio, l'originario. L'agire viene dopo. Egli patisce la trascendenza, innanzitutto la propria: enigma a se stesso. L'uomo ha quindi bisogno della guida. Nel percorso che questa assegna, egli deve abbandonare uno dopo l'altro i molteplici epifenomeni dell'ego, ovvero lasciare che l'io "si cancelli" "a ogni passo", per accedere al proprio "essere vero" oltre la maschera del personaggio rappresentato nella storia. Si tratta dunque di esperire l'abbandono dei mistici -si pensi alla Gelassenheit in Meister Eckhart, per il quale proprio l'io ci che vi oppone maggiore resistenza -- al fine di essere, secondo un'espressione cara a Mara Zambrano, un hombre verdadero. Nella chiusa del brano, l'autrice afferma che l'uomo occidentale, che vive una delle pi gravi crisi spirituali della sua storia, ha bisogno di un maestro che sia anche una guida.[12] In tale temperie storica, infatti, il maestro deve non soltanto fare segno al logos che informi la mente e la vita dell'allievo, ma accompagnare il discepolo/seguace, rispettandone la libert, fino a renderlo capace di cogliere l'appello della sua vocazione, in modo che egli possa "nascere" a nuova vita. Un maestro che sia al contempo una guida non intende impartire una conoscenza, ma promuovere la nascita dell'uomo all'essere autentico. Se lecito mutuare una suggestione da Paul Claudel, la sua presenza dischiude l'orizzonte di una connaissance che co-naissance, ovvero una nascita che non pu avvenire nella solitudine, ma alla presenza di un altro che sia realmente "pi grande" e che -- nelle parole di Emmanuel Lvinas -- provenga da una "dimensione di maestosit".

Mara Zambrano, Il Maestro e la Guida


Mara Zambrano, Lettera n. 67, 29 luglio 1975, pp. 255 -- 258, in Cartas de La Pice (correspondencia con Agustn Andreu), a cura di Agustn Andreu, Pre-Textos, Universidad Politcnica de Valencia, Valencia 2002 (fotocopia di un dattiloscritto corretto a mano, aprile 1975).

Il maestro lui, lui, il maestro, e perci si distingue dal professore che un professore, qualcuno che arriva a insegnare qualcosa senza che lo si noti, nel migliore dei casi, quando ci riesce. Soltanto se lo fa male, o in una forma che rompa i canoni inveterati, si avverte la sua singolarit. Non lui personalmente, ma uno, un funzionario. Non ci si aspetta che celebri o che intoni il suo canto, non ci si aspetta da lui n attraverso di lui l'insperato. Le parole che dice potrebbe dirle un altro, sono ripetizioni e si tende a ripeterle, il che non sempre male. Il maestro, invece, unico, lui, lo stesso. Le parole che dice sono sue e, per quanto giungano a essere molto familiari, restano prese dalla sua voce e insieme distaccate, in spazi ove permangono inviolabili. "Egli lo disse". Il comprendere ci che egli disse verr dopo o non verr mai. Il maestro la sua presenza. Un essere che con la sua parola o il suo agire si presenta dandosi a vedere e udire. Le spiegazioni che d sono di solito poche e sono subordinate a ci che egli d al comparire. Viene da un luogo inaccessibile dal quale non cessa mai di uscire. Oppure ha attraversato una soglia aprendo una porta della quale egli solo ha la chiave, e persino qualche muro che ha ceduto al suo passaggio. E sta qui, dinanzi ai discepoli, conservandosi sempre in un luogo inaccessibile e persino remoto. Il maestro trascende. Per
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questo, anche stando calmo e silenzioso, continua a essere presente. Il discepolo si sente visto, sebbene non sia guardato, e ascoltato, per nulla che dica o che possa dire, soprattutto ci che a lui pi importa, che egli pi brama, che il maestro sappia di lui: che sappia, il maestro, che egli, il discepolo, lui, a sua volta. E che sta qui silenzioso e senza speranza di darsi a conoscere. Che a volte si rivolta e reclama perch sta chiamando per essere riconosciuto da lui. Il discepolo, alla maniera di un amante sconosciuto, che sa di non potere dire il suo amore e che non sa neppure che tipo di amore sia, o se sia amore, e perci si confonde dinanzi alla presenza del maestro. Una situazione tra due esseri in cui la presenza compiuta di uno risveglia l'anelito dell'altro che ancora non la ha. Il che esige innanzitutto distanza e trasparenza. Il vuoto delle aule luogo adeguato a questo doppio rendersi presenza. Vi sono maestri che occupano questo spazio interamente e lo assorbono nella loro presenza che cos cresce e si diffonde. il maestro posseduto da questa sua presenza, al contempo ignorandola, come succede con ci che ci possiede, che ignoriamo mentre non ce ne distacchiamo. il momento in cui il maestro e il discepolo possono essere assaliti dalla vertigine della distanza e del vuoto. Nulla come questa vertigine vale a scatenare gli appetiti e a far s che la molteplice "orexis" si espanda. Il momento dell'eros specificamente pedagogico. Se il maestro cede o semplicemente vacilla, andr vedendosi, come in una galleria di specchi, nei discepoli che, a loro volta, lo guardano per vedersi in modo riflesso. L'unit del maestro si frantuma; quella sua unit, asse della sua presenza e che dovrebbe mantenere perch impercettibilmente si vada presentando dinanzi al discepolo come segno dell'asse che mantiene la realt e la verit, l'asse indispensabile, e il centro per il quale esiste la mente. Mente, e non incatenamenti di associazioni date, di "idee" ricevute, di ogni sentire avventato, questo caos, impronta e persino stigma del mondo immediato, come se la coscienza fosse il luogo inerte ove vanno a cadere tutti i materiali. I materiali della disintegrazione del pensiero: concetti che non sono stati concepiti. Poich la coscienza comune viene a essere come un vuoto inerte ove cadono idee e concetti, rappresentazioni, metafore, visioni che la occupano. Il maestro il quale cede all'eros che cerca di annullare la distanza, che cerca la fusione, lungi dal risvegliare nel discepolo questa presenza che gli promessa, lo condanna a vagare ingarbugliandosi in una semivita, a perdersi. E, se fa cos, tutto nelle aule, persino la luce, cambia di colore, le parole acquistano un'intenzione obliqua che il discepolo raccoglie come allusione a se stesso. Ci che entra in gioco ormai la sua esistenza. L'appetito di esistere affermandosi, in ansia di essere, innanzitutto. E non pu pi vedere proprio quando cominciava a farlo. Nel frattempo, l'alienazione tende insidie al maestro. Il che reca con s una generosit che va proliferando, una falsa consegna di s. E, sebbene appare impossibile che l'eros si renda assente dall'aula del maestro, dovrebbe esserlo. Un eros della distanza. L'eros che corrisponde al logos che apre spazio ove potere circolare. L'eros che conduce lo sguardo verso l'orizzonte prima di tutto, salvandolo da questa prima, immediata solitudine che d luogo al solipsismo. L'ego minaccia a sua volta di impadronirsi dell'eros. E cos, colui che disposto a essere discepolo rimarrebbe rinchiuso in questa coscienza ancora inerte, occupata dal suo stesso io. "L'unico e la sua propriet"; [13] l'io, che si erige come massima resistenza al logos nella sua purezza. E da qui, l'instancabile parlare tra maestro e discepoli nel quali si svia il logos nella sua prima e timida apparizione, pi vera. Poich il logos va creando i propri spazi in ognuna delle menti che lo accolgono, e va aprendo una certa configurazione laddove germina. Il maestro, nel mantenere la distanza conduce sguardo e parola, apre l'orizzonte, e in un certo modo si assimila all'orizzonte. La sua presenza al pari asse, centro, orizzonte. E cos la sua lezione avr luogo sempre all'aria aperta, per angusta, e persino sordida, che sia l'aula.

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E l'eros andr assimilandosi all'"eros architetto dell'universo", quello che mantiene e assiste il "logos geometriks", che apre spazi abitabili al pensiero. E quest'altro luogo un poco inclinato, il "logos spermatiks", quello che fa dell'essere un essere vivente, offrendo pensiero all'essere che cresce, e vita al pensiero. Il maestro cos come un buon demiurgo. La Guida non d il suo volto e la sua presenza permanentemente e non questo ci che conta. Al contrario, arriva e si occulta, sparisce e non si sa mai se per sempre, o se ritorner con un'altra figura. Non presenza ma figura ci che la guida offre e, a volte, enigmaticamente o in incognito. Si direbbe che il suo regno non propriamente quello del logos e che perci, e non solo per liberare la mente dalle macerie, il Maestro Zen rompe, anche con la violenza, le catene che legano l'adepto. Attrae, la guida, per essere seguito -- il maestro, invece, si tende a imitarlo -- . La guida ordina di eseguire una qualche azione senza darne ragione alcuna, a meno che non sia indispensabile. Cos vediamo Dante seguire Virgilio, e per seguirlo esce dall'inferno, capovolgendosi senza neanche sapere di farlo, di fronte alla presenza di Lucifero e proprio nel luogo della gravit assoluta. E solo in seguito si accorge del cambiamento, al vedere l'"animale immondo" dall'alto. Alla guida non si chiede. Non questione di ragionare. La distanza tra la guida e colui che guidato qualitativa, invalicabile: si tratta, invero, di un altro ordine dell'essere. Pertanto, la guida pu essere un animale, un'ombra, un fischio, un tremolio che si insinua, qualcosa che si intravede. E se si intravede la guida stessa, ancora presente, come cifra e figura dell'enigma e anche del mistero dell'essere e del suo essere lui. La guida parte da laddove il maestro si ferma: dal mistero della vocazione. Il seguire la guida , in verit, continuare a vedere se si raggiunge la propria vocazione. Poich la vocazione ci precede e ci trascende. la figura della trascendenza dell'essere che ha appreso tutto e che va errando nei suoi molti saperi, nella sua inanit, nel suo vuoto e nel suo nulla e non essere. Deve uscire da se stesso per raggiungersi. se stesso che insegue. E il suo io si cancella a ogni passo per lasciare che nasca l'essere vero, pi in l di ogni storico destino. Qui, in Occidente, il maestro deve essere anche come una guida, deve esserlo fermandosi al margine stesso di quel mistero dell'essere di ognuno che la sua vocazione. Riesce in pienezza se lo ha lasciato libero, intero, se ha lasciato nella libert di nascere questo essere intatto che si d a ogni uomo con la sua nascita. L'azione rivelatrice del maestro, la risposta vera alla domanda del discepolo, quella di essere riconosciuto, sarebbe il lasciarlo intatto sulla via del risveglio. Ci furono, tali maestri, e ve ne testimonianza. E ce ne saranno. Aprile 1975, La Pice-Crozet-Francia
Copyright 2006 Nunzio Bombaci

Nunzio Bombaci (curatore). Mara Zambrano, Il Maestro e la Guida. Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 8 (2006) [inserito il 15 dicembre 2006], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>, [30 KB], ISSN 1128-5478.

Note
1. Colgo l'occasione per ringraziare qui il prof. Agustn Andreu, attualmente docente alla Universidad Politcnica de Valencia, che mi ha inviato il volume del carteggio e mi dato preziosi suggerimenti per la mia ricerca sul pensiero di Mara Zambrano. 2. M. Zambrano, Cartas de La Pice (correspondencia con Agustn Andreu), a cura di Agustn Andreu, Pre-Textos, Universidad Politcnica de Valencia, Valencia 2002. 3. L'intento di tale Institucin era quello di "creare una classe sociale nuova nella societ spagnola :

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una borghesia intellettuale, libera, tollerante, dalle idee ampie, soprattutto in materia religiosa. Nel suo fondatore, don Francisco Giner de los Rios, doveva esserci indubbiamente qualcosa di molto spagnolo, uno spirito fondatore simile in qualit a quello dei grandi fondatori della nostra cultura" (M. Zambrano, Los intelectuales en el drama de Espaa, I ed. Panorama, Santiago de Chile 1937, riportato in Senderos, Anthropos, Barcelona, 1986, pp. 42-43). 4. A. Andreu, "Preliminares a esta edicin", in Cartas..., cit., pp. 13-14. 5. Tra gli autori studiati da Andreu, figurano Jacob Bhme, Lessing, Leibniz, Shaftesbury e Ignazio di Loyola. Una bibliografia essenziale riportata in Cartas de la Pice, p. 405. 6. M. Zambrano, "Un Pensador", in Cartas..., cit., lettera n. 68 del 3 agosto 1975, pp. 259- 274. 7. "Mustrame Oh Dios! La portentosa mano que hizo la sombra: la pizarra oscura donde se escribe el pensamiento humano" ("Mostrami, o Dio! La mano prodigiosa che fece l'ombra: la lavagna oscura ove si scrive il pensiero umano"). 8. "Si un grano del pensar arder pudiera, / no en el amante, en el amor, sera / la ms honda verdad lo que se viera" ("Se un granello del pensare ardere potesse / non nell'amante, nell'amore, sarebbe / la pi profonda verit ci che si vedrebbe"). 9. M. Zambrano, Claros del bosque, Seix Barral, Barcelona 1977, 1986, 1993. Edizioni italiane: Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano 1991; Bruno Mondadori, Milano 1994. 10. A. Andreu, "Preliminares...", cit., p. 15. 11. "La scala musicale [...] lo prescrive: 'dia-pas-on'. Si deve passare attraverso tutto; si devono attraversare gli inferni della vita per arrivare a sentire i numeri della propria anima": M. Zambrano, Delirio y destino (los veinte aos de una espaola), Mondadori, Madrid 1989; Delirio e destino, Raffaello Cortina, Milano 2000, p. 294. 12. Si comprende allora come, nei primi lustri dell'esilio l'autrice, allorch la sua riflessione si incentra sulla genesi della crisi dell'Europa -- e, pi in generale, dell'Occidente -- presti grande attenzione alla Guida, intesa come genere letterario che in Spagna ha avuto una storia illustre. Al tale genere appartiene, ad esempio, la Guida dei Perplessi di Mos Maimonide. Cfr. Ead., La confesin, gnero literario y mtodo, I ed. Luminar, Mxico 1943; La confessione come genere letterario, Bruno Mondadori, Milano 1997. 13. Riferimento all'opera di Max Stirner Der Einzige und sein Eigentum [N.d.T.].

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