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Corso ISTF 01 Introduzione al cristianesimo 2012 - Appunti lezione 2

INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO Sezione prima del CCC - Io credo Noi crediamo Prima parte Dio incontro a un uomo capace di lui

1. Luomo capace di Dio A partire dallepoca moderna avviene una sorta di frantumazione delluni -verso ossia della ricerca di un comune approdo delle esperienze umane versus prospettive di senso condivise. Se quel comune approdo fino alluomo medievale era costituito da Dio, i frantumi delluni -verso potenziano il molteplice insensato, la babele dei linguaggi, delle visioni, delle progettazioni e delle operazioni. Ma se nel cuore delluomo moderno rimaneva pur sempre una nostalgia di Dio, luomo della postmodernit sembra vivere una distanza da Dio in una condizione di presunta sufficienza e normalit. Su queste prospettive interessante e audace il titolo del capitolo con cui si apre il Catechismo: Luomo capace di Dio. Una capacit che dichiara unassenza, una misura da colmare, bench non ce ne si renda conto non se ne sia persuasi. Capax Dei unespressione di Agostino ulteriormente rafforzata da S. Tommaso nel senso di capax beatitudinis. La beatitudine per Tommaso sta nel vedere Dio, nellentrare in comunione con lui. Ma tale beatitudine grazia -dono e non conquista e se luomo ne capace, significa che da tale dono stato gi raggiunto. Lespressione indica dunque una fiducia incrollabile nelluomo perch il cristianesimo ne conosce la capacit, le misure autentiche, quelle che Dio stesso mediante il suo Figlio ha rivelato. Quali misure? Quelle per cui ogni uomo stato fatto ad immagine del suo Creatore, cui correttamente i nn. 355 e 1701 rimandano. Introdursi al cristianesimo vuol dire accogliere la permanente possibilit che luomo anche nelle pi fragili o ambigue condizioni dellesistenza rechi un segret o anelito ad una misura che gli appartiene e che lo spinge oltre se stesso. Tu non mi cercheresti se non mi avessi gi trovato.1 Un uomo piccolo e grande nello stesso tempo, perch aperto alla comunione con Dio, come sottolinea la citazione di GS 19 (CCC 27). Litinerario spirituale di Agostino, citato per tre volte nel capitolo diviene emblematico: Ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finch non riposa in te. Il secondo paragrafo indica le vie di cui luomo immediatamente pu disporre per incontrare il Creatore. Interessante che esse, un tempo denominate prove, ora vengono preferibilmente colte come itinerari. Litinerario del mondo (32) perch tutte le cose recano limpronta del creatore e litinerario antropologico (33) per lapertura alla verit e alla bellezza, al bene, allinfinito custodita nel cuore delluomo. Sia in rapporto al mondo che alluomo vi un accento sulla via pulchritudinis, lincanto che scatta di fronte allarmonia infinita, come percezione dell universo.

B. PASCAL, Pensieri n. 553.

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Ma poich di via si tratta, essa pu essere variamente percorsa: pu recare la fatica della ricerca ma anche la sorpresa che qualcun altro la percorra in senso opposto, riducendo le distanze. Il CCC da un lato afferma le possibilit per luomo di conoscere il suo C reatore con le forze della ragione. Dallaltro tale affermazione lascia a Dio la ragionevole possibilit di rivelarsi come egli crede, al di l di quello che preventivamente si potrebbe pensare di lui. 2. Dio viene incontro alluomo Se luomo posto costitutivamente sulle vie di Dio come pellegrino dellassoluto, come homo viator non di meno quellassoluto intuito pu sorprenderlo mediante il Deus viator che si fa prossimo delluomo nellevento Cristo. La Rivelazione lo spazio di tale sorpresa e incontro cui il CCC dedica il secondo capitolo. Lincipit affidato a due concili: il Vaticano I (1868-1870) con i toni assertivi della Dei Filius (50), la Costituzione dogmatica sulla Fede cattolica che presenta la Rivelazione alla luce del duplice principio di verit e autorit; il Vaticano II con i toni storico-salvifici della Dei Verbum (18 nov. 1965), la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione nella quale maggiormente riecheggia il linguaggio biblico. Rileggere la Rivelazione in chiave storico salvifica consente un pi adeguato riferimento alla sorgente da cui promana: il Dio che parla. Non tanto le nostre parole su di lui, ma ci che egli stesso dice di s. Inoltre la fedelt al dato storico mette in luce loriginalit di tale comunicazione rispetto a qualsiasi altra intuizione e manifestazione del divino.
PROEMIO 1. In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio fa sue queste parole di san Giovanni: Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifest a noi: vi annunziamo ci che abbiamo veduto e udito, affinch anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Ges Cristo (1 Gv 1,2-3). Perci seguendo le orme dei Concili Tridentino e Vaticano I, intende proporre la genuina dottrina sulla divina Rivelazione e la sua trasmissione, affinch per l'annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami (1) . CAPITOLO I - LA RIVELAZIONE Natura e oggetto della Rivelazione 2. Piacque a Dio nella sua bont e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volont (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con s. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realt significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verit, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione (2). Preparazione della Rivelazione evangelica 3. Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di s (cfr. Rm 1,19-20); inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifest se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollev alla speranza della salvezza (cfr. Gn 3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cfr. Rm 2,6-7). A suo tempo chiam Abramo, per fare di lui un gran popolo (cfr. Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestr questo popolo per mezzo di Mos e dei profeti, affinch lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo.

Corso ISTF 01 Introduzione al cristianesimo 2012 - Appunti lezione 2 Cristo completa la Rivelazione 4. Dopo aver a pi riprese e in pi modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,1-2). Mand infatti suo Figlio, cio il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinch dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Ges Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini (3), parla le parole di Dio (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perci egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di s con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verit, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cio Dio con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto l'Alleanza nuova e definitiva, non passer mai, e non da aspettarsi alcun'altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Ges Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

Nellessenzialit della presentazione, il CCC introduce alcune idee fondamentali che riguardano la Rivelazione. Piacque a Dio (51). La Rivelazione un atto di amore libero e gratuito nel quale Dio manifesta se stesso. lamore la grande energia che pervade il mistero di D io e che ne consente lapertura. Non esiste unintenzione diversa in Dio nel momento in cui si manifesta, n un accesso differente per chi a lui si apre. Non un Dio che cattura, ma un Dio a cui piace aprire le porte della sua conoscenza e della sua dimora. La luce inaccessibile (52). La dimora che Dio apre la luce del mistero trinitario che egli rende accessibile mediante il suo Figlio. Egli la Rivelazione: ne la modalit attuativa e loggetto stesso. Egli rende accessibile il mistero di Dio e al contempo il mistero di Dio accessibile.
Gv 14,5

Gli disse Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?. 6 Gli disse Ges: Io sono la via, la verit e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto. 8 Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. 9 Gli rispose Ges: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

Per farne figli adottivi (52). il fine della Rivelazione. Esso comprende anche la redenzione dal peccato mediante lincarnazione del Figlio di Dio. Ma in fase introduttiva il CCC prende le distanze da una visione marcatamente amartiocentrica, per cogliere le prospettive pi ampie del disegno di Dio, suggerite da Ef. 1,4-5 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carit, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Ges Cristo. Vi la preoccupazione di passare da una presentazione della Rivelazione pi di tipo gnoseologico, ad una di ordine salvifico: la verit di Dio aperta dalla concreta storia di salvezza che egli stabilisce con gli uomini nel suo Figlio. Non pi separazione in Dio tra economia e teologia, tra Trinit economica e immanente: la verit della Rivelazione data nella storicit dellincarnazione, nel Dio che si d fino allautoespropriazione. Prima della festa di Pasqua Ges, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li am sino alla fine (Gv 13,1).
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Rendere gli uomini capaci di rispondergli (52). La Rivelazione non unapparizione n un monologo: incontro e dialogo che offre allaltro la possibilit di essere interlocutore autentico e riconosciuto del rapporto. Dio non prevarica sulluomo, ma lo sostiene indicandogli le modalit di accesso e gli strumenti del dialogo. Con eventi e parole (53). Dio interviene con un dialogo pieno e appassionato nel quale egli consegna se stesso. E la consegna totale, pur nella gradualit storica del suo darsi dallAntica alla Nuova Alleanza: Dio non risparmia nulla di s, non ha zone riservate off -limits perch tutto ci che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi (Gv 15,15). E in tale gradualit che aiuta a riconoscere una pedagogia divina vi anche unindicazione di metodo legata ad eventi e parole intimamente connessi. Gli eventi sono il dato originario, le parole ne offrono la chiave interpretativa. Dio non fa lezioni: agisce, ma non abbandona lazione allambiguit interpretativa. Offre prospettive di senso mediante la parola, per cogliere il suo progetto, la sua ragione, la possibilit di dirlo e di dirsi per chi in esso vi dimora. E circostanzia le parole con lagire perch la sua parola efficacemente si compie. Aveva gi parlatoha parlato in questi giorni (65). La prospettiva storico-salvifica della Rivelazione conduce a coglierne il suo darsi storico. Ci sono vari approcci che consentono di individuarne le tappe. Il catechismo sceglie quella diacronica dalla creazione del mondo, allelezione del popolo di Israele ella pienezza in Cristo. Gli studi biblici preferiscono in genere seguire la prospettiva della consapevolezza della Rivelazione di Dio da parte del suo popolo, partendo da Abramo e dalliniziale contatto con il Dio rivelato, recuperando successivamente la vicenda creazionale. Ogni approccio ha pregi e limiti, in ogni caso ci che essenziale riconoscere in Cristo il mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione (65). A. Liniziale dialogo nella vicenda di Israele C una consapevolezza che ben presto accompagna la storia di Israele e che riguarda la propria esperienza di fede rispetto a quella di altri popoli:
Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni (Sal 115, 4-7).

A Israele non sono mancati i contatti con altre esperienze religiose, subendo il fascino di divinit dal volto rassicurante e dallintervento facilmente prevedibile. Ma Israele ha imparato a proprie spese lillusoria promessa degli idoli e la loro incapacit di rispondere oltre le parole che dalluomo possono essere loro attribuite. In cima al Carmelo, quando Elia richiamer il popolo idolatra alla fedelt al Santo di Israele, luomo di Dio si prender gioco dei profeti di Baal, incapaci di richiamare lattenzione del loro dio e interlocutori di una risposta che non arriva:
Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: Baal, rispondici!. Ma non si sentiva un alito, n una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all'altare che avevano eretto. Essendo gi mezzogiorno, Elia 4

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cominci a beffarsi di loro dicendo: Gridate con voce pi alta, perch egli un dio! Forse soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglier. (1Re 18,26-27).

Baal non risponde; un dio muto e incapace di farsi udire e di intervenire. Non cos il Dio di Israele che invece parla al suo popolo e ne accompagna la vita e il futuro mediante una parola che variamente si fa percepire e del cui imprescindibile valore il popolo progressivamente si rende conto. Quando Dio parla, non si limita a esprimere un concetto, un desiderio: la sua parola agisce, un evento che si compie e raggiunge luomo, coinvolgendolo nelliniziativa di Dio. La sua parola possiede unefficacia straordinaria: non ritorna a lui senza effetto, senza aver operato ci per cui stata mandata (cf. Is 55,10-11). La Parola che Dio rivolge al suo popolo non ha, per, unicamente lo scopo di istruire, di informare e di far conoscere il mistero di Dio e i suoi disegni. Nella Parola di Dio - ci ricorda Gregorio Magno - si nasconde il cuore di Dio2. In quei disegni c un progetto di comunione e la Parola intende condurre luomo a un rapporto amichevole con Dio, ad un dialogo che emerge gi allinizio della Bibbia, quando Dio scende a conversare con luomo nel giardino alla brezza del giorno e gli domanda: Dove sei? (Gn 3,8-9). La Parola, dunque, sinonimo di rivelazione di un disegno di salvezza e sua concreta attuazione. Israele custodisce la persuasione che la sua vita, il suo futuro, la sua prosperit dipendono dalla Parola che il Signore Dio gli rivolge e nello Shem, la confessione di fede che apre e chiude le sue giornate, rammenta a se stesso: Ascolta Israele! B. Ha parlato per mezzo del Figlio La vicenda cristiana si innesta su questo straordinario dialogo tra Dio e luomo. Lautore della Lettera agli Ebrei in maniera molto attenta coglie la continuit e la novit della relazione con il Dio che parla e della sua rivelazione: gi nel passato egli ha dischiuso un dialogo di salvezza, ma ora Dio fa udire la sua Parola mediante uneloquenza nuova.
Dio, che aveva gi parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb1,1-2).

C un unico verbo per descrivere il comportamento di Dio e la sua iniziativa di salvezza: ha parlato. Il verbo viene ripetuto due volte per affermare che si inseriti allinterno di un dialogo gi conosciuto, che parte da lontano e che ha gi sviluppato una storia di comunione. Luso dellavverbio ultimamente dice che vi , per, ormai una pagina definitiva riservata a tale Parola: il Figlio unigenito, Parola fatta carne (Gv 1,14). La Parola di Dio ha il suo vertice in Ges Cristo, pienezza e compimento della rivelazione di Dio. Tutto quello che Dio intendeva dirci ce lha detto attraverso di lui in maniera assolutamente unica e compiuta.
Ges Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come "uomo agli uomini", " parla le parole di Dio" (Gv. 3, 34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv. 5, 36; 17, 4). Perci egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf. Gv. 14, 9), con tutta la sua presenza e con la manifestazione di s, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente
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Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio. GREGORIO MAGNO, Registro delle lettere, V, 46.

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con la sua morte e la gloriosa resurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verit, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cio Dio con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto alleanza nuova e definitiva, non passer mai, e non da aspettarsi alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Ges Cristo (cf. 1 Tim. 6, 14 e Tit. 2, 13) (DV 4).

Ges la Parola di Dio rivolta alluomo: quello che progressivamente comprendono i discepoli. Chi lo ascolta rimane stupito e si interroga: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza mai questa che gli stata data? (Mc 6,2). Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo! (Gv 7,46). Viene colta la diversit e lautorevolezza del suo insegnamen to perch insegnava loro come uno che ha autorit e non come gli scribi (Mc 1,22). Della parola di Ges si coglie la forza tanto che tutti furono presi da paura e si dicevano l'un l'altro: Che parola mai questa, che comanda con autorit e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno? (Lc 4,36). Quella parola compie ci che dice perch parola efficace di Dio, come Ges rivela ai suoi discepoli: La parola che voi ascoltate non mia, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,24) perch il Padre continuamente suggerisce al Figlio le sue parole (cf. Gv 12,50) e colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio (cf. Gv 3,34). Ma se da un lato la Parola che Ges annuncia appartiene al Padre, essa anche la Parola di Ges. I discepoli gradualmente comprendono tale verit, come attentamente osserva Pietro, dopo la moltiplicazione dei pani e il discorso alla sinagoga di Cafarnao: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna (Gv 6,68). Pietro ha compreso che ci che sazia la fame delluomo quella parola di verit che si manifesta in Ges. La parabola del seminatore pu condurci a individuare Ges nel ruolo di colui che semina la parola che il Padre gli ha affidato, ma anche nello stesso seme che, accolto con disponibilit, germoglia e porta frutto ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno (Mc 4,8). Sar la riflessione della Chiesa apostolica a comprendere pi attentamente che Ges la Parola incarnata del Padre: tutta la sua vita, le sue opere, i suoi discorsi e i suoi silenzi, soprattutto quanto egli dice mediante la parola della croce (1Cor 1,18) sono lunica grande opportunit nella quale Dio manifesta se stesso e la sua salvezza
Bibliografia per lapprofondimento P. HENRICI, Luomo capace di Dio, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 591-598. R. FISICHELLA, La Rivelazione di Dio, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 599-613. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA - COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE , LANNUNCIO E LA CATECHESI , Lettera ai cercatori di Dio, 2009.

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INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO Sezione prima del CCC - Io credo Noi crediamo Seconda parte - La Trasmissione della Rivelazione Ges la Parola compiuta di Dio: tutto quello che Dio voleva dirci di s, di noi, del mondo e della storia ce lha detto in vista di lui, attraverso di lui, a partire da lui. Egli soggetto e oggetto della sua Rivelazione: non esiste parola pi grande di Ges n parola di Dio altra rispetto a Ges. Il CCC pur sinteticamente ben lo evidenzia ai nn. 65-67 ricordando le parole di S. Giovanni della Croce che, oltre tale citazione, cos continua:
Pertanto, chi ora volesse interrogare Dio o chiedergli qualche visione o rivelazione, non solo farebbe una sciocchezza, ma anche offenderebbe Dio, perch non fisserebbe gli occhi unicamente su Cristo senza cercare altre cose o novit. Dio potrebbe rispondergli cos: Se ti ho gi detto tutto nella mia Parola, che mio Figlio, non ho altro da aggiungere. Cosa ti potrei rispondere o rivelare di pi? Fissa il tuo sguardo unicamente su di lui, perch in lui ti ho detto e rivelato tutto e troverai in lui anche pi di ci che chiedi e desideri. Tu domandi locuzioni e rivelazioni particolari, mentre, se tu fissi gli occhi su di lui, vi troverai lintera rivelazione, perch egli tutta la mia parola, tutta la mia risposta, tutta la mia visione e tutta la mia rivelazione. Ora, io ti ho gi parlato, risposto, manifestato, rivelato, quando te lho donato come fratello, compagno, maestro, caparra e premio. 3

La Rivelazione compiuta, ricorda il Catechismo, anche se non completamente esplicitata (CCC 66). Per questo il discepolo invitato a custodire la Parola che Ges perch essa liberi tutta la sua pregnanza e verit. Ges infatti dona lo Spirito perch conduca verso tutta intera la verit (Gv 16,13), perch la sua Parola possa essere accolta, compresa e manifestare/attuare pienamente il disegno di salvezza del Padre. Condotto dalla Parola, infatti, il discepolo non trova semplicemente un indirizzo di vita o un codice di comportamento; viene piuttosto rigenerato (cf. 1Pt 1,23) perch chi ascolta la mia parola ha la vita eterna (Gv 5,24). 1. Annunciate il mio vangelo: Tradizione e Scrittura Ges risorto affida la sua Parola ai suoi discepoli. Allindomani della pasqua, egli espressamente comanda loro di annunciare ci di cui sono stati testimoni: Ges disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. (Mc 16, 15). Il vangelo non corrisponde semplicemente alle parole proferite da Ges: vi tutto il suo mistero, ci che lui ha detto, ha fatto e vissuto, la parola di Ges e la parola su Ges e il modo con cui tale parola trova compimento. Non a caso linvito rivolto alla predicazione strettamente congiunto allesperienza sacramentale: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ci che vi ho comandato (Mt 28,19-20). Nasce dunque una Tradizione che non solo comunicazione verbale ma trasmissione di un patrimonio che riguarda lintera esistenza della comunit cristiana e del quale gli apostoli sono

SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Salita al Monte Carmelo, 2, 22, 5.

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depositari e garanti (CCC 77). Mediante la Tradizione che da essi prende avvio, gli apostoli sanno di recare integralmente e autenticamente il messaggio di Ges e la sua salvezza. A fondamento di tale garanzia vi sono il rapporto singolare che i Dodici hanno stabilito con Ges, lassistenza particolare dello Spirito Santo (At 1,8) e la concreta conoscenza che essi hanno avuto del Signore, come attesta laggregazione di Mattia al collegio apostolico in sostituzione al traditore.
Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Ges ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione (At 1,21-22)

La relazione singolare che i Dodici e Paolo (Gal 1,1.12 Rm 1,4) stabiliscono con Ges porta ad affermare che la rivelazione si conclusa con la fine dellet apostolica, dunque oltre la presenza visibile di Ges sulla terra. Non si tratta di una rivelazione ulteriore, di unagg iunta al contenuto oggettivo del vangelo di Ges, ma di una chiarificazione e di una meditazione di quel contenuto in s completo e definitivo. La predicazione apostolica appartiene allevento compiuto non perch dica nuove verit, ma perch ne costituisce il prolungamento nella Chiesa nascente. Gli apostoli, tuttavia, ad un certo punto comprendono lesigenza di diffondere e di custodire il vangelo di Ges, servendosi anche di un testo scritto. Esso avrebbe avuto il vantaggio di rendere stabile e sicuro il loro insegnamento affidandolo ad altri e di restare per sempre fondamentale punto di riferimento per la vita della Chiesa.
Gli apostoli poi, dopo l'ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ci che egli aveva detto e fatto, con quella pi completa intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dalla luce dello Spirito di verit, godevano. E gli autori sacri scrissero i quattro vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o gi per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre per in modo tale da riferire su Ges cose vere e sincere. DV 19.

Anche il testo scritto tuttavia non eludeva alcuni problemi. A volte si trattava di difficolt di interpretazione, altre volte di aggiunte che arbitrariamente venivano fatte circolare, tanto che Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a non lasciarsi cos facilmente confondere e turbare, n da pretese ispirazioni, n da parole, n da qualche lettera fatta passare come nostra (2Tes 2,1-2). E sempre lapostolo ricorda ai Corinti: Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerit e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo (2Cor 2,17). Anche Pietro, facendo riferimento agli scritti paolini, ricorda che qualcuno li travisa (cf. 2Pt 3,16) e interviene autorevolmente per ribadire la fedelt al messaggio originario. La S. Scrittura secondo un detto dei Padri scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali. Affinch il vangelo si diffondesse secondo verit e senza errori cos da conservare fedelmente la rivelazione salvifica di Dio per ogni uomo, gli apostoli si sono preoccupati di guidarne la corretta interpretazione, stabilendo un rapporto di reciprocit tra parola scritta e testimonianza apostolica, affidando la stessa vigilanza ai loro successori chiamati a custodire il buon deposito con laiuto dello Spirito Santo. (cf. 1Tm 6,20; 2Tm 1,12-14; 3,14; Tt 2,1). Alla Tradizione apostolica subentra cos quella ecclesiale, nella quale i successori degli apostoli, possedendo il carisma certo di
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verit, sono i garanti della fedelt alla rivelazione, responsabili della sua diffusione e del suo approfondimento mentre lo Spirito guida i credenti verso tutta intera la verit. Si delinea cos il ruolo del Magistero con il compito di interpretare autenticamente la Parola di Dio (CCC 85). Il Magistero a servizio della Parola di Dio e si avvale in pienezza della sua autorit quando interviene mediante il dogma, indicando al popolo di Dio unirrevocabile adesione di fede (CCC 88). Il dogma per non spegne lintelligenza: piuttosto una sfida che le viene rivolta perch quello che viene proposto sulla base di un gesto di fiducia, possa aprirsi pazientemente ad una comprensione del cuore e della mente. 2. Lispirazione Morto lultimo degli apostoli e dunque conclusa la rivelazione, la Tradizione ecclesiale ha definito il canone (dal greco kanon = regola, misura esatta) delle Scritture, lelenco dei libri ritenuti ispirati, cos da distinguere ci che rivelato da ci che non lo . Tale elenco comprende i 46 libri dellAntico Testamento e 27 del Nuovo. In ambito cattolico, lultima d efinizione del canone avvenuto nel Concilio di Trento (1546), ma semplicemente confermando una Tradizione ininterrotta che giungeva dai primi secoli della fede. La Scrittura , dunque, la Parola di Dio attestata, riconoscibile cio in un testo ma anche garantita da una Tradizione di fede che risale agli apostoli e che nel Magistero e in tutta la Chiesa non cessa di custodire e di trasmettere la verit di Cristo e la sua salvezza. A differenza del Corano che, secondo la tradizione islamica, dettato a Maometto da parte di un angelo dalla prima allultima sura, ebrei e cristiani pensano diversamente lorigine della bibbia. Non scritta da angeli, ma da decine di credenti che hanno messo per iscritto la rivelazione di Dio con le loro capacit umane, letterarie e linguistiche, accompagnati da una particolare assistenza divina normalmente designata col termine ispirazione. Tale assistenza riconduce le Scritture ad un principio di unit, poich tutte le parole ispirate non sono che ununica Parola, quella del Verbo nel quale Dio dice se stesso interamente. Il CCC (n. 102-103) con le parole di Agostino evidenzia la necessit di ricondurre tutte le parole ispirate allunico Verbo:
Ricordatevi che uno solo il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura ed uno solo il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perch fuori del tempo.

E continua con la citazione di DV 21 nella quale in virt della presenza del Verbo nelle Scritture viene loro riservata venerazione analogamente a quanto avviene per il Corpo stesso del Signore. La persuasione dellispirazione emerge gi nellAntico Testamento, in maniera particolare nella letteratura profetica nella quale il profeta consapevole di rivelare una parola che non sua: Mi fu rivolta questa parola del Signore (Ger 1,4). Verso la fine dellepoca giudaica Israele esprime la consapevolezza di possedere una raccolta di testi sacri che vengono chiamati i libri (2Mac 2,13) o libri sacri (1Mac 12,9).

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Il Nuovo Testamento consolida tale consapevolezza, attribuendone lazione allo Spirito Santo e mettendo in continuit lAntico col Nuovo Testamento, scorgendo lappello rivolto dal secondo al primo nella direzione di Cristo. Ges richiama vari passi dellAntico Testamento ricordando ai suoi discepoli che, proprio a motivo della sua divina ispirazione, la Scrittura non pu essere annullata (Gv 10,35). La comunit apostolica ribadisce tale persuasione.
2Tm 3,14

Tu per rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l'hai appreso 15 e che fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Ges. 16 Tutta la Scrittura infatti ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perch l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
1Pt 1,10

Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata 11 cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle.
2Pt 1,20

Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, 21 poich non da volont umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio.

Ma se lAntico Testamento Parola ispirata, a maggior ragione lo il Nuovo nel quale riecheggia la parola ultima e definitiva di Dio: Noi ringraziamo Dio continuamente, perch, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete (1Tes 2,13). Un esempio eloquente la considerazione che Pietro attribuisce alle lettere di Paolo, al pari delle altre Scritture. Si tratta, dunque, della stessa fonte, la Parola, che sgorga da varie sorgenti.
2Pt 3,15

La magnanimit del Signore nostro giudicatela come salvezza,come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli stata data; 16 cos egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.

Ed sempre lo Spirito ad agire, secondo le logiche dellincarnazione: per opera dello Spirito Santo la Parola eterna di Dio si fa carne in Ges e per opera dello stesso Spirito quanto Dio dice mediante Ges si fa parola predicata, celebrata, testimoniata dalla Chiesa e consegnata come memoria scritta attraverso lopera degli autori sacri che Dio scelse con le loro capac it affinch agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte (DV 11). Rimane la personalit dellautore ispirato al quale Dio non si sostituisce, ma in lui misteriosamente agisce lo Spirito di verit che dir tutto ci che avr udito e vi annunzier le cose future. Egli mi glorificher, perch prender del mio e ve l'annunzier. Tutto quello che il Padre possiede mio; per questo ho detto che prender del mio e ve l'annunzier (Gv 16,13-15). Le Scritture, dunque, custodiscono unazione di grazia nella quale lo Spirito insegna ogni cosa e ricorda tutto ci che Ges ha detto (Gv 14,26). Proprio perch ispirate dallo Spirito che prende da Ges, le Scritture comunicano immutabilmente la Parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo (DV 21). Suggerita dallo Spirito, la Scrittura andr dunque accostata con
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laiuto dello stesso Spirito con il quale stata scritta (DV 12), la cui azione conduce i credenti ad una comprensione sempre pi attenta e profonda della rivelazione e presiede allinterpretazione della Scrittura. 3. Liberare la Parola Lazione dello Spirito, che suggerisce la Parola e d vita alla Scrittura, ci aiuta a comprendere un importante passaggio della Dei Verbum: Sacrae Scripturae Verbum Dei continent et, quia inspiratae, vere Verbum Dei sunt, cio: Le sacre Scritture contengono la Parola di Dio e, perch ispirate, sono veramente Parola di Dio (DV 3). Nellidea conciliare le Scritture sono correttamente considerate Parola di Dio. Vere Verbum Dei sunt, ma laccento anticipato sul continent ci aiuta a scorgere la prospettiva di una non immediata identificazione tra Scrittura e Parola. La Parola di Dio contenuta nelle Scritture e in esse va cercata, ma le Scritture non sono immediatamente Parola di Dio. Hanno bisogno ancora di Dio perch dal testo possa emergere la Parola ispirata, custodita e fatta risuonare di nuovo dallo Spirito Santo. Le Scritture contengono una parola che ha bisogno di essere liberata dallo Spirito secondo modalit custodite nella Tradizione ecclesiale. Scrittura, Spirito, Chiesa formano unalleanza inscindibile perch la Parola di Dio risuoni per il credente di oggi. La tensione esistente tra Scrittura e Parola di Dio un dinamismo virtuoso che mette al riparo da due pericoli opposti: lattenzione al testo scritto preserva da letture spiritualistiche o psicologistiche basate sul sentire personale (mi sento, mi piace, a me la Parola dice); lattenzione allazione dello Spirito mette al riparo da letture fondamentalistiche ( scritto, dunque Parola di Dio). Ma importante anche il rapporto tra Chiesa e Scrittura, perch la Parola risuoni. La Chiesa affidata alla Parola del Signore che la edifica (cf. At 20,32), la plasma giorno dopo giorno. E quella Parola sgorga dalla Scrittura che la Chiesa ha generato e custodito. Una volta generata, la Parola di Dio diventa per la Chiesa norma normans, orientamento della sua vita, realt che le d un volto. Ma la Chiesa custodisce anche gli strumenti necessari perch la Parola parli e liberi tutta la sua sonorit. 4. Dio parla al cuore delluomo Di fronte alla modalit con cui Dio offre la sua Parola, ci si potrebbe chiedere se sia lunica strada nella quale egli si fa udire. Da parte di molte persone vi la persuasione di un ascolto reale di Dio a partire dalle proprie intuizioni, da fatti ed esperienze, dal creato. Ora questa strada, che sembra superare le modalit con cui il Dio di Ges Cristo storicamente si fatto conoscere, non supera la sua rivelazione. Ogni cosa creata, infatti, creata in Cristo: Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui (Col 1,16-17). Tutte le cose, create per mezzo del Verbo e senza il quale nulla stato fatto di tutto ci che esiste (cf. Gv 1,3), recano leco della sua voce. Mediante questa voce udibile nella creazione e nelle
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esperienze degli uomini, Dio sospinge incessantemente luomo attraverso eventi che non sono unicamente o immediatamente la predicazione, in una sorta di praeparatio evangelica. Tale voce, per, ci ricorda S. Paolo, pu correre il rischio di non essere udita o addirittura travisata: luomo chiude il suo orecchio e dalle creature non risale pi al suo creatore e rimane prigioniero della sua mente ottenebrata e ottusa, cambiando la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili (Rm 1,21-23). Il creato, dunque, e lesperienza umana recano i semina verbi4, praeparatio di ogni evangelizzazione. Essi consentono, infatti, di cogliere unazione di Dio che precede lannuncio esplicito. Lesperienza umana, nei suoi tratti pi veri e profondi, reca gi in s una parola tanto che il Documento Base, citando Paolo VI, afferma con un briciolo di audacia: Per questo non ardito affermare che bisogna conoscere luomo per conoscere Dio; bisogna amare luomo per amare Dio.5 Anche la rivelazione, del resto, collocata nel contesto dellesperienza: quella degli uomini biblici prima di Ges, quella singolare di Cristo, quella dei cristiani che nella Chiesa e sotto la sua autorit hanno continuato ad interpretare le nuove esperienze umane in cui erano inseriti: levangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il vangelo e la vita concreta, personale e sociale delluomo.6 Ma, poich lesperienza umana si presenta in termini ambivalenti che possono ge nerare anche ambiguit e fraintendimento sulla presenza e manifestazione di Dio e proprio perch vivo e reale il desiderio di comunione con gli uomini, Dio interviene mediante una parola esplicita cui anela quella parola che risuona nel cuore degli uomini. la parola risuonata mediante Ges, custodita nella Tradizione ecclesiale e nella Scrittura. Per la particolare garanzia di cui godono Scrittura e Tradizione costituiscono il criterio di autenticit e di orientamento che quanto intuibile nelle esperienze umane e nel creato sia realmente appello di Dio e riflesso della sua presenza. La Parola di Dio risuona nella Chiesa come una sinfonia; sar pertanto necessario assumere una visione armonica della Parola, evitando forme erronee, o riduttive o ambigue di comprensione mettendo in risalto la sua connessione intrinseca con il mistero di Dio uno e trino e la sua rivelazione, la sua manifestazione nel mondo creato e la sua presenza germinale nella vita e storia delluomo, la sua suprema espressione in Ges Cristo, la sua attestazione infallibile nella Sacra Scrittura, la sua trasmissione nella Tradizione vivente. In relazione al mistero della Parola di Dio, diventata linguaggio umano, si porr attenzione alla ricerca delle scienze sul linguaggio e la sua comunicazione.7

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LG 17; AG 11; EN 53. RdC 122. Cf. Paolo VI, Omelia nella IX sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 7 dicembre 1965. EN 29. XII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, Lineamenta, 10 (27 aprile 2007).

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5. Attenzione a come si ascolta Ges nel vangelo mette in guardia i suoi discepoli: Fate attenzione dunque a come ascoltate; perch a chi ha sar dato, ma a chi non ha sar tolto anche ci che crede di avere (Lc 8,18). C un ascolto che produce una reale conoscenza di Dio e del suo mistero, della nostra vita con lui e c un ascolto presuntuoso che comprende ben poco. Per comprendere la Bibbia non basta leggerla: necessario interpretarla. una questione che con il linguaggio tecnico viene definita il problema dellermeneutica biblica. L'ermeneutica antica quanto la Bibbia stessa; Israele, infatti, non ha mai smesso di interpretare il suo passato e quindi le sue Scritture. Ebbene, il cristiano interpreta la Scrittura mediante Ges. lui linterprete affidabile del Padre. Levangelista Luca, narrando la vicenda di Emmaus, presentando Ges mentre aiuta i due discepoli a riconoscere in tutte le Scritture, da Mos ai profeti, ci che si riferiva a lui (cf. Lc 24,28), usa proprio il termine greco da cui deriva il vocabolo ermeneutica, che significa "esprimere, interpretare un testo, commentarlo" (nella letteratura greca, il dio Hermes era il portavoce di Zeus). Possiamo dire che lermeneutica fornisce le regole teoriche per una corretta comp rensione della Scrittura. Cosa significa ricercare il "senso della Scrittura"? Significa stabilire ci che lo scrittore intendeva dire quando ha redatto il suo testo, per non travisare le sue parole. Ogni comunicazione umana si confronta con questi problemi. Quante volte chiarendoci con un amico abbiamo dovuto ripetere: "Ma io non intendevo dire questo!". Bibbia parola umanodivina; la sua divinit la rende ricca e vera, ma non toglie la sua umanit con la fatica ed il rischio che questa comporta. Come si ascolta correttamente Dio che parla nelle Scritture? Alla luce di quanto abbiamo compreso, cerchiamo di individuare alcuni orientamenti per una lettura cristiana della bibbia. 1. Alla luce dello Spirito. lo Spirito che guida i credenti verso tutta intera la verit (cf. Gv 16,13) ed lui che ha ispirato lautore sacro. Ogni volta che lo Spirito invocato e la Scrittura accostata con la fiducia di ritrovare la Parola, lo Spirito le restituisce nuova energia e attualit: nuovamente Dio parla. Lo Spirito dunque presiede allinterpretazione della Scrittura ed accompagna la Chiesa sulla via sempre nuova della verit da conoscere, da proclamare e da vivere. 2. Lefficacia dellazione liturgica e sacramentale. La Parola di Dio compie quanto dice e in ci che compie ne scopriamo il senso. Il luogo privilegiato in cui la parola si compie la sua celebrazione liturgica, in particolare lEucaristia giacch Cristo che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura (SC 7). 3. Una lettura fedele alluomo. Poich Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana (DV 12), occorre recuperare lintenzione dello scrittore e il genere letterario nel quale si esprime, quel modo di scrivere, cio, che corrisponde ad una determinata epoca, utilizza determinati strumenti, usa particolari accenti. Quando si accosta
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una pagina biblica importante, dunque, avere un po di strumentazione ed essere aiutati a riconoscere lambiente in cui stata scritta, gli interrogativi o le esigenze cui rispond e, i destinatari cui si rivolge. In tal modo possibile cogliere meglio il senso della parola custodita e sentirla pi corrispondente ad analoghe situazioni che anche oggi si possono incontrare. 4. Una lettura fedele a Dio. Il Concilio Vaticano II offre tre regole per una lettura della Bibbia accompagnata dallo Spirito di Dio. Lunit di tutta la Scrittura in riferimento a Cristo . Tutta la Scrittura un solo libro e quel libro Cristo stesso, diceva Ugo di S. Vittore. Occorre ritrovare sempre il disegno unitario concepito da Dio per la nostra salvezza come quando si osserva un grande affresco, cogliendo i dettagli nellinsieme. E quel disegno trova il suo compimento in Cristo. Cristo che ci svela il senso delle Scritture e che fa ardere il cuore quando le spiega (cf. Lc 24, 32); senza di lui si rimane stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Come dicevano gli antichi Padri, il Nuovo Testamento nascosto nellAntico e lAntico svelato nel Nuovo: Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet. La Tradizione della Chiesa. Leggere la Bibbia nello Spirito significa mantenere il contatto con la comunit di fede alla quale lo Spirito ha riservato la propria ispirazione, nellAntico e nel Nuovo Testamento. La Chiesa lambiente vitale dove la Scrittura si sviluppata e correttamente viene intesa. Ci avviene mediante la predicazione dei pastori e il carisma certo di verit riservato al Magistero, ma anche con la riflessione e lo studio dei credenti (DV 8).
L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorit esercitata nel nome di Ges Cristo. Il quale magistero per non al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ci che stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questi unici depositi della fede attinge tutto ci che propone da credere come rivelato da Dio. (DV 10).

- Lanalogia della fede. il principio dellarmonia e della coerenza delle verit rivelate che non possono entrare in conflitto tra di loro. Per analogia della fede intendiamo la coesione delle verit della fede tra loro e nella totalit del progetto della Rivelazione (CCC 114). Linterpretazione della Bibbia reca allora sempre con s lesigenza di una verifica del proprio ascolto, valutando se quanto si compreso corrisponda o meno alla fede creduta dalla Chiesa. La verit che la Scrittura dischiude pu essere approfondita in maniera coerente, ma non pu essere soggetta a mutamenti:
Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c' variazione n ombra di cambiamento. Di sua volont egli ci ha generati con una parola di verit, perch noi fossimo come una primizia delle sue creature (Gc 1,16-18)

5. Alla ricerca di un senso. La Scrittura parola rivolta alloggi del credente per raccoglierne un senso. Il termine senso dice significato e dice anche orientamento. La Chiesa pertanto cerca di comprendere che cosa il Signore le voglia dire mediante la sua Parola e lascia che tale
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Parola plasmi la vita, le scelte. Per questo ogni mattina acco glie linvito che le rivolge il suo Signore: Ascoltate oggi la sua voce (Sal 95,8). Secondo un'antica tradizione, si possono distinguere due sensi della Scrittura: il senso letterale e quello spirituale, suddiviso quest'ultimo in senso allegorico, morale e anagogico. La piena concordanza dei quattro sensi assicura alla lettura viva della Scrittura nella Chiesa tutta la sua ricchezza (CCC 115). Un distico medievale insegna il significato di questi quattro sensi Littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid agas, quo tendas anagogia. La lettera insegna i fatti, l'allegoria che cosa credere, il senso morale che cosa fare e l'anagogia dove tendere.

In tal modo, secondo il principio formulato da Gregorio Magno, Scriptura crescit cum legente: 8 la Scrittura poich contiene la Parola viva di Cristo non rimane inerte, ma cresce. Per crescere, per, ha bisogno di quel lettore che laccoglie nel terreno 00buono del proprio cuore. E una volta che laccoglie, anche il lettore cresce secondo le misure di Cristo e diviene egli stesso parola. C una dinamica vitale che aiuta a capire perch sulla prima pagina del Novum Testamentum Graecum, stampato la prima volta a Wrttemberg nel 1734 fosse scritto: Te totum adplica ad textum, textum totum adplica ad te (Applica tutto te stesso al testo, tutto il testo applicalo a te!)9.

Bibliografia per lapprofondimento ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, Messaggio al Popolo di Dio, (24 ottobre 2008). J. WICKS, La trasmissione della Rivelazione, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 614-626. I. DE LA POTTERIE, La Sacra Scrittura, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 620-626. E. BIANCHI , Ascoltare la Parola. Bibbia e Spirito: la lectio divina nella Chiesa , Qiqajon, Bose (Magnano BI), 2008. E. BIANCHI , Lettura della Bibbia oggi, Qiqajon, Bose (Magnano BI), 2009.

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GREGORIO MAGNO, Commento a Giobbe, XX,1. Questo pensiero appartiene teologo protestante J. Albrecht Bengel (1687 - 1752).

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INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO Sezione prima del CCC - Io credo Noi crediamo Terza parte La risposta delluomo a Dio

1. La risposta delluomo a Dio: la fede La prima sezione del CCC costituita da un trittico al centro del quale posto lincontro tra Dio e luomo nella Rivelazione. Nel pannello di sinistra vi raffigurato luomo capace di Dio, in quello di sinistra viene posta la sua apertura-accoglienza al mistero di Dio che si rivela: la fede. Il n. 142 con cui si apre il capitolo lega la riflessione sulla fede alla Rivelazione. Dio stesso che parla agli uomini come ad amici e nellinvito alla comunione con lui rende possibile da parte delluomo laccoglienza di quella verit che intende affermare. In questo atteggiamento di accoglienza nascosta la fede. Nel linguaggio comune, credere viene usato come sinonimo di supporre, ritenere e il verbo generalmente seguito da una proposizione oggettiva: credo che piover. Credere, in questo senso, si distingue da sapere perch manca di certezza: non so esattamente se piover, mi limito a ritenerlo probabile. Non potendo sapere, devo per forza limitarmi a credere. Quanto pi una decisione importante, di conseguenza, tanto pi pericoloso prenderla in base a ci che credo e diventa necessario fondarla su ci che effettivamente so. Per la fede cristiana tale comprensione del credere fuorviante e mortifica la dignit della fede. Credo significherebbe infatti che, per quanto riguarda Dio, non posso sapere nulla e sono dunque condannato a restare nell'incertezza. Il vero sapere riguarda le cose che si possono vedere e toccare, che sono oggetto di verifica secondo quelli che, a quanto si dice, sono i criteri della scienza, o almeno del buon senso; Dio, per definizione, si colloca su un altro piano, di cui non si d un sapere, ma solo la fede, che per in questo quadro significherebbe solo affermare qualcosa (per esempio: Dio esiste; o: i morti risuscitano), e sperare che sia vero. C un secondo significato legato alla parola credere, in relazione alla fiducia accordata a qualcuno: ritengo che quel tale dica il vero (credere a). Il credere pu fondarsi semplicemente sulla verosimiglianza di quel che ha detto: in tal caso siamo vicini all'uso precedente; ma pu anche radicarsi in un rapporto di fiducia personale tra chi parla e chi ascolta. Credere a presenta dunque un'analogia con il credere cristiano perch, appunto, si tratta di aver fiducia. La confessione di fede, tuttavia, parla di credere in: non si tratta dell'unico uso cristiano del verbo (anche la fede crede che, cio si articola in contenuti precisi), ma di quello che esprime il rapporto con Dio. Eis (= in) , in greco, la particella che, associata ai verbi di moto, dice dell'entrare in un luogo. Credere dunque, in questa prospettiva, un percorso, una storia, prima e pi che un dato acquisito una volta per tutte. Pi precisamente, la storia del rapporto con una persona dalla quale ci attendiamo vita, gioia, futuro.

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Anche qui, come nel credere a, questione di fiducia, ma in senso pi radicale. Chi crede in ascolta una promessa, che pu essere esplicita o implicita, ad essa si affida, in base ad essa si impegna. Ogni decisione, anche la pi banale (per es. alzarsi la mattina ad unora piuttosto che ad unaltra) presuppone un credere in, l'attesa di qualcosa di positivo che io non possiedo, ma che spero di ricevere compiendo quell'azione. In questo senso, credere in qualcosa, o qualcuno, non una caratteristica dell'esperienza detta religiosa, ma fa parte della struttura dell'esistenza umana. Da questo e in questo credere fondamentale derivano e risiedono le oggettivazioni del credere, le verit credute (la fede anche credere che e non solo credere in) che hanno per senso per chi le accosta unicamente nella relazione portante del credere. 10 Da dove nasce il credere in? I primi due numeri del cap. III del CCC (142-143) ripropongono la dinamica portante della fede ricordando che Dio invisibile nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli ed ammetterli alla comunione con s (DV 2). La verit di Dio il suo amore che il suo mistero custodisce e apre. il collegamento alla Rivelazione accostata precedentemente. La fede la risposta a tale iniziativa damore, tra percezione di quanto gi dato e intuizione di una promessa ulteriore. Ho intravisto qualcosa di bello, di promettente per la mia vita e vorrei possederlo in pienezza, oltre le misure che gi mi hanno raggiunto. Come posso fare? Vedo che quella promessa sfugge ad ogni intento di cattura da parte mia. Essa si d nella logica di un dono, di unamicizia che mi offerta: scopro pertanto di non potervi rispondere se non con lo stesso linguaggio, con la stessa consegna di me stesso nellamore.
Secondo una suggestiva etimologia medioevale 'credere' significherebbe 'cor dare', dare il cuore, rimetterlo incondizionatamente nelle mani di un Altro: crede chi si lascia far prigioniero dall'invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da lui nell'ascolto obbediente e nella docilit del pi profondo del cuore. Fede resa, consegna, abbandono. Non possesso, garanzia, sicurezza. 11

Ma proprio in virt di tale relazione che caratterizza la fede possibile intuirne le variabili, sulla disponibilit o meno di consegnarsi a tale relazione, sugli andirivieni da parte delluomo che caratterizzano lincontro con Dio, sul fatto di parteciparvi personalmente e insieme ad altri, sulle acquisizioni che la verit dischiude.
Credere perci non evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosit del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi; chi crede cammina nella notte, pellegrino verso la luce. La sua una conoscenza nella penombra della sera, una cognitio vespertina, non ancora una cognitio matutina []. Credere significa

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Si veda la distinzione agostiniana: credere Deo, credere Deum, credere in Deum. Credere Deo (credere a Dio) mette in evidenza lautorevolezza di Dio mentre si rivela: egli la verit; credere Deum (credere Dio) accentua loggetto della fede, le verit credute mediante lassenso della fede; credere in Deum (credere in Dio) sottolinea la dimensione dinamica della fede, il rapporto personale e storico con lui. Cf. R. FISICHELLA, La risposta delluomo a Dio, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico , Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 636. B. FORTE, Piccola introduzione alla fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) , 1992, p. 18.

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stare sull'orlo di un abisso oscuro e udire la Voce che grida: gettati, ti prender fra le mie braccia (S. Kierkegaard).12

Credere reca con s la dimensione del rischio nutrendo il sospetto che alla voce non corrisponda la presenza. La fede nasce dallascolto, ma si sviluppa nella collocazione di s, offrendo segni allinvisibile Amante che chiama e permettendogli di individuarci, di raccoglierci e di condurci allincontro pieno con lui. Solo in questo modo lincontro rispettoso di una libert che consente di collocarsi reciprocamente senza ignorarsi, ma anche senza sopraffarsi. 2. Io credo Il CCC articola la riflessione sulla fede nella prospettiva del soggetto credente, singolo e comunit. Io credo, noi crediamo. Fede personale e fede comunitaria, come gi si visto, si appartengono e si sostengono. Il catechismo presenta innanzitutto latto di fede personale. Io credo. Lobbedienza della fede. Lespressione alla quale frequentemente il CCC riconduce la fede quella di obbedienza che allude allascolto (ob-audire), termine molto presente in Paolo, specie nella Lettera ai Romani nel quale risuona tutta la forza dello Shema Israel, la preghiera-professione di fede con cui Israele manifesta la sua volont non solo di ascoltare ma anche di mettere in pratica la Parola del suo Signore.
Dt 6,4

Ascolta, Israele: il Signore il nostro Dio, unico il Signore. 5 Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta lanima e con tutte le forze. 6 Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. 7 Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Vi lesigenza di unificare tutta lesistenza del credente nellobbedienza totale a Dio riconosciuto come Signore allinterno di una relazione damore. Il riferimento biblico allesperienza del credere pu essere utile anche per recuperare tutta la variet e la forza dei significati con cui la Bibbia presenta la fede. I significati pi comuni collegabili alla radice ebraica aman alludono allesperienza della stabilit, dellappoggiare su qualcuno/qualcosa di solido. Ma se non crederete, non avrete stabilit (Is 7,9). I due verbi utilizzati sono in realt nel testo ebraico sempre lo stesso: credere sinonimo di stabilit. Se non si crede non si ha stabilit. Se non si ha stabilit in una parola inviata perch possa essere accolta, non si potr conoscere ulteriormente ci che tale parola potrebbe dischiudere. Ma oltre i termini il CCC presenta la fede mediante le esperienze personali proponendo in una sorta di inclusione gli inizi e il compimento della vicenda della fede attraverso lesperienza di Abramo e di Maria. Si tratta di vicende personali (io credo) che divengono per vicenda dellunico popolo di Dio (noi crediamo) e di cui ogni esistenza cristiana si nutre. E tra Abramo e Maria vi sono tutte le altre esperienze credenti, altrettanto necessarie per cogliere variet e intensit mediante si d la vicenda della fede.
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B. FORTE, Piccola introduzione alla fede, p. 18.

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Abramo d avvio ad unesperienza obbedienziale che nella fede lo costituisce padre di ogni credente, perch ogni ricerca in Dio, anche cristiana, prosecuzione della sua. Abramo, vostro padre, esult nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegr (Gv 8,56). per aver creduto alla Parola, che tanti si fecero stranieri e pellegrini sopra la terra, dimostrando cos di cercare una patria (Eb 11, 13s). Maria vive unobbedienza nella quale si compie una beatitudine che da lei si diffonde al discepolo. Lei beata perch, obbediente, ha creduto alla Parola (Lc 1,45) e ne ha consentito laccesso nella sua vita e nel mondo nella nascita del suo Figlio, il discepolo beato perch mediante la sua incarnazione nellobbedienza di Maria, il Cristo mediante la sua Parola ancora accolto e generato: Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. (Lc 8,21). So a chi ho creduto Nel primo approccio il catechismo mette maggiormente in evidenza la fides qua, latteggiamento mediante il quale si aderisce a Dio, nel secondo la fides quae, i contenuti della fede creduta. santAgostino che propone per la prima volta limportante riflessione sui due aspetti costitutivi della fede cristiana, la fides quae e la fides qua. Agostino, a partire dalla Sacra Scrittura, mostra come esistano realmente queste due dimensioni nellunico atto di fede: la fede in Dio non identica in tutti perch la grazia ricevuta e labbandono nella fiducia alla volont di Dio possono essere grandi o piccole (fides qua, la fede con cui si crede, cio la fiducia con cui ci si abbandona a Dio), ma, daltro canto, la fede sempre una sola e identica, perch fede nella Trinit ( fides quae, la fede che crede nellunico e identico Dio nel quale credono tutti i cristiani, la fede che ha accolto la rivelazione del Padre nel suo figlio Ges, la fede sintetizzata e proclamata nel Simbolo di fede). 13 I nn. 150-152 del CCC presentano il contenuto trinitario della fede cristiana, il mistero cui si ha accesso nel momento in cui si permane stabili (Is 7,9) nellinvito alla comunione che Dio rivolge alluomo e ad esso vi si acconsente con lossequio dellintelligenza e del cuore. Viene consegnato in nuce quello che sar oggetto di una trattazione pi estesa nei capito li successivi. come se il CCC volesse consegnarci la chiave di accesso. Dio suscita la fede nel cuore delluomo per condurlo alla scoperta dellamore trinitario. Quella scoperta possibile perch il mistero di Dio si aperto mediante Cristo e il dono dello Spirito Santo. Impensabile parlare di Dio senza Ges Cristo e insensato guardare a Ges senza cogliere tutta la profondit di Dio. Solo alla luce del mistero Trinitario si comprende la vita di Ges e si rende ragione dei motivi e condizioni di possibilit della sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. Solo alla luce di Ges e del suo modo di vivere la sua umanit e la sua missione trova senso e comprensione il mistero di Dio.
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Cf. AGOSTINO, De Trinitate 13, 2, 5. Cos scrive Agostino:Una cosa ci che si crede, altra cosa la fede con cui si crede (aliud sunt ea quae creduntur, aliud fides qua creduntur ).[...] Quando Cristo dice: O donna, grande la tua fede, ed ad un altro: Uomo di poca fede, perch hai dubitato? esprime con questo che ciascuno ha una fede che gli propria. Ma si dice che coloro che credono le stesse cose hanno una sola fede, allo stesso modo che coloro che vogliono le stesse cose hanno una sola volont. Queste due dimensioni sono inscindibili: ci si pu fidare di Dio proprio perch lo si conosce ma, daltro canto, conoscendolo, non possibile non affidargli tutta la vita.

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In questo paragrafo ci viene consegnato il mistero del Dio cristiano come dinamismo da cui la fede proviene e come oggetto della fede creduta. La fede infatti risposta alliniziativa damore del Padre che si rivela mediante il Figlio nello Spirito.
Gv 6,44 Gv 14,6

Nessuno pu venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (cf. anche Gv 6,65).

Gli disse Ges: Io sono la via, la verit e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto.
7 1Cor 12,3

Ebbene, io vi dichiaro [] nessuno pu dire Ges Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo.

Il dinamismo trinitario della fede, la sinergia nella quale le tre Persone divine agiscono per attirare a s, ne dischiude loggetto, consentendo di affacciarsi sul monote ismo trinitario. Leconomia divina che rende possibile lapertura delluomo a Dio mediante lazione del Padre, del Figlio e dello Spirito consente di cogliere lidentit di ciascuno e nello stesso tempo il mistero di comunione che le raccoglie nella perfetta unit. La fede cristiana rivolta a ciascuna delle tre Persone divine e nel solo Dio che esse costituiscono. Le caratteristiche della fede Il CCC richiama nei nn. 153-160 la struttura dellatto di fede. Rispetto alla forza che lesperienza della fede reca con s, tale osservazione dettagliata sembra inopportuna e inappropriata per rendere ragione di una realt viva e coinvolgente che reca con s qualcosa di ineffabile. Lo sguardo sulle caratteristiche consente per di salvaguardare la realt della fede perch nessuno dei suoi presupposti fondamentali le venga a mancare, snaturandone o perdendone lidentit. La fede una grazia. Grazia il termine che indica lagire gratuito e sorprendente dellamore di Dio, la sua karis sovrabbondante. Lesperienza di Pietro emblematica: egli confessa che Ges il Cristo, il Figlio del Dio vivente non sulla base delle sue elucubrazioni, ma per azione divina (Mt 16,17). Non possibile credere se Dio non previene e soccorre con gli aiuti interiori dello Spirito Santo (DV 5): apparirebbe insensato. Lo Spirito (lAmore) rende plausibile il credere facendo intuire la possibilit di una nuova forma di conoscenza nellamore. E lamore bussa dolcemente alla porta, irrompe ma non travolge. Lesperienza di fede di Pietro ste sso pur beato perch mosso dalla grazia a riconoscere il mistero di Ges, non esaurisce in tale circostanza la sua conoscenza, ma si lascia trasportare ulteriormente dalla grazia che recuperer anche il suo rinnegamento (Gv 21,15). Quando nella fede si parla di grazia vi a volte un certo fraintendimento che porta a ritenere che essa sia data solo a qualcuno, sulla base di un arbitrale (o arbitrario!) giudizio di Dio. In tal senso si cerca di spiegare il fatto che alcuni credono e altri non vi arrivano. Occorre ricordare innanzitutto che i confini tra fede e incredulit non sono ben marcati; i credenti sono tentati di non credere e viceversa, come quelluomo che diceva a Ges: Credo, aiutami nella mia incredulit (Mc 9,24). Grazia sta invece a indicare la gratuit dellintervento da parte di Dio da cui scaturisce la fede, la sua provenienza altra rispetto alluomo e alle sue capacit, la ricchezza di un dono offerto a tutti perch Dio fa sorgere il suo sole su tutti i suoi figli. Grazia ricorda che ogni iniziativa credente proviene da Dio che chiama tutti gli uomini alla comunione con lui mediante una potentia
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oboedientialis , una capacit (potentia) di apertura e abbandono a Dio che egli nasconde nel cuore di ciascuno dei suoi figli ma che si sviluppa con un atteggiamento obbedenziale, riconoscendo cio la presenza di un dono e acconsentendo che esso possa germogliare e crescere. Lazione della grazia non sminuisce luomo e la sua intelligenza e non ne contraddice la libert. Il CCC evoca la normalit del credere nellesperienza umana. Luomo nelle sue relazioni ed esperienze vive di fede ed proprio il prestare fede che gli consente una pi attenta conoscenza della realt, diventando pi autenticamente uomo, in tutte le sue facolt. Basti pensare allesperienza dellamore: essa nasce da una fede percepita e accordata nei confronti dellaltro e tale atteggiamento consente una conoscenza dellaltro che, al di fuori di un rapporto di reciproca fede, sarebbe impensabile. La fede da una parte accorda una ragionevole adesione alla Rivelazione di Dio sulla base di unintuizione promettente (la potentia oboedientialis), dallaltra schiude alla ragione lorizzonte di una comprensione pi profonda della realt. La fede va oltre la ragione, ma la ragione guida, difende e fortifica la fede perch non diventi fideismo, ma sia apertura coraggiosa e intellettualmente corretta alla conoscenza della verit. Come ricorda la Fides et ratio: La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verit. E Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verit e, in definitiva, di conoscere Lui perch, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verit su se stesso. 14 La fede come atto umano nella sua alleanza con la ragione costituisce anche un vaglio critico sullidea di uomo. A salvaguardia delluomo non vi semplicemente il credere (tutte le religioni si sviluppano su atteggiamenti credenti) ma anche la conoscenza delluomo che ne deriva, lantropologia di riferimento. La ragione consente di accostare e di confrontare differenti antropologie, di coglierne ricchezze, limiti e prospettive: quale idea di uomo nellislam, nel buddismo, nellinduismo? Non basta trovare luomo, bisogna trovare anche unantropologia convincente. La fede cristiana mentre sottolinea la fede come atto umano, pone di fronte al credente luomo Ges e nella sua umanit cerca e indica le proprie misure antropologiche. Una fede che renda uomini come autenticamente stato uomo Ges.

- Lattenzione alluomo porta a sviluppare un ulteriore approfondimento: fede e intelligenza


(CCC 156-159) nel quale vi la questione della certezza del credere. Senza tale certezza non sarebbe plausibile il credere perch verrebbe meno la natura stessa delluomo: non si d un atto definitivo su una premessa instabile e incerta. Ma la certezza nel caso della fede non precedente ad essa ma connaturata allatto stesso del credere: verit che si dischiude nel momento in cui la si accoglie e ad essa ci si abbandona. necessario per aprirsi ad unidea della verit che dallaccezione filosofica greca (verit come perfezione dellessere immediatamente percepita e intellettualmente contemplata) muova verso lidea cristiana di verit come manifestazione della Rivelazione di Dio in un evento storico e nello spazio di un divenire che reca gi in s il compimento finale. In tale dinamismo la verit apre uno spazio di partecipazione nel quale anche il credente viene inserito, divenendo manifestazione della
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GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Fides et ratio (1998), incipit.

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verit stessa. La verit in s percepita come verit per me. Significativo il vangelo di Giovanni. La verit di Dio appartiene al mistero dellincarnazione del Verbo e al suo dimorare tra gli uomini: in quel momento, osserva levangelista noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verit (Gv 1,14). La verit inseparabile dalla grazia con cui si manifesta e mediante la grazia il credente coinvolto nella verit stessa, non nella semplice contemplazione intellettuale, ma in un dinamismo vitale. La preghiera di Ges per i discepoli, alla vigilia della sua morte in croce, Padre, consacrali nella verit (Gv 17,17). Ma esserne consacrati significa accoglierne tutta la manifestazione tra dato e promesso, tra presente, passato e futuro, sapendo che la verit incrociando questo mondo con gesti e parole non solo ne raccoglie le potenzialit, ma ne risente anche dei limiti. Nella finitezza del tempo e dello spazio risuona leterno, l'infinitezza di Colui, che Signore del cielo e della terra. Per quanto le realt del nostro mondo si dilatino per accogliere e veicolare il divino, esse rimangono finite, determinate dal proprio orizzonte. Leccedenza del mistero rimane infinita e mai detta e compresa in modo esauriente e adeguato. Lo stesso Cristo, verit di Dio e pienezza della Rivelazione lo in quanto esprime nella maniera pi alta e pi densa possibile quanto di Dio a noi reso accessibile; ma vi unulteriorit che egli non dimentica, alla quale rinvia e della quale via (cf. Gv 14,6). In tal modo Dio rivelandosi si vela; comunicandosi si nasconde; parlando mostra il proprio silenzio. Il suo avvicinarsi apre a una lontananza infinita; il suo avvento per noi promessa e nostalgia della Patria. E qui la fede, seconda la celebre definizione di Anselmo dAosta, cerca di comprendere (fides quaerens intellectum), fidandosi della Parola udita senza sedervisi sopra, lasciandosi guidare dallo Spirito verso tutta intera la verit (Gv 16,13). La fede si fa ricerca, provocata e nutrita dal racconto della rivelazione, inquietudine santa che non lascia l'uomo dove lo ha trovato, ma lo seduce e l'attira verso un pi vasto orizzonte. E, pellegrina verso una luce sempre pi grande, ogni tanto la fede si ferma per dire la luce raggiunta, non per fermare la ricerca, ma per darle un appoggio che l'aiuti a comunicarsi e ad andare oltre.
I pensieri della fede non sono lastre tombali, ceppi che frenino la sete della vita e della conoscenza, ma pietre miliari, tappe di un cammino aperto, nutrito di ascolto e di dialogo: pensieri nella speranza. L'atto di fede non si ferma, insomma, all'enunciato, ma cerca, come il cuore di un innamorato, attraverso di esso il volto dell'Altro: Actus autem credentis non terminatur ad enuntiabile, sed ad rem (S. Tommaso, Summa Theol. IIa IIae q. 1 a. 2 ad 2um). La fede denuncia la provvisoriet di ogni conoscenza del Tutto e ne ricorda il carattere di balbettio del Mistero, di meraviglia coscientizzata, aperta ancora e sempre alle sorprese di Dio. Perfino la professione di fede inizio del Mistero, apertura sull'infinito, finestra sull'illimitato: anche il dogma non lastra tombale, ma pietra miliare! Articulus (fidei) est perceptio veritatis tendens in ipsam (Summa Theol. IIa IIae q. 1 a. 6 sed contra). E cos che la fede, nutrita di ascolto e di risposta, ricerca il volto di Colui, che vuole essere trovato, e, trovatolo, non cessa di cercarLo, perch la Sua occultezza suscita il desiderio di trovarLo e la Sua immensit quello di cercarLo ancora.15

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B. FORTE, Il dialogo della fede. La sfida del Dio vivo, lassenso credente e la trasmissione della fede , Discorso alla Prima Assemblea Diocesana dei Catechisti di ChietiVasto Domenica 12 febbraio 2006. V. Sito diocesi.

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Il CCC insiste sulla necessit del rapporto comprendere-credere e conclude con il sintetico sguardo di Agostino per il quale il pensiero della fede non pu e non deve mai rinunciare alla sua natura dialogica e interrogativa: la razionalit del credere non si oppone alla vita della fede, la nutre anzi e l'esprime. Intellige, ut credas!. Il primato della fede non annulla l'intelligenza credente, l'esige, anzi, e la stimola: Crede, ut intelligas!. In tal senso si pu comprendere anche la non opposizione di fede e scienza, poich sul terreno della ricerca scientifica, possibile grazie allintelligenza delluomo creata da Dio, quella stessa intelligenza pu aprirsi a ragioni superiori che muovono le cose.
La fecondit di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell'attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime infatti l'impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell'universo - che il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, gi espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura scritto in linguaggio matematico - suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l'universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un'unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell'una e dell'altra. Cos proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all'irrazionale, al caso e alla necessit, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libert. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalit, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell'intrinseca unit che le tiene insieme. questo un compito che sta davanti a noi, un'avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza.16

La questione della libert dellatto di fede. Se si afferma la certezza della verit, sono libero di scegliere o sono legato allevidenza di tale certezza? In tal caso quanto posso essere libero? Si visto che la verit cristiana non una mera adesione intellettuale a una realt immediatamente compresa ma piuttosto una percezione in divenire nella quale la verit data e promessa. E nello spazio della promessa custodita la libert di rispondere ad uniniziativa che rimane invito e non costrizione. La libert autentica quella che supera le barriere dellimmediatamente accertabile (perch sempre di barriere si tratta, di limite alla libert di ricerca!) e consegna il proprio finito ad un infinito che non mette limiti alla libert. La fede cristiana si d nel paradosso di un Dio che rispetta a tal punto la libert delluomo da considerare e accettare il fatto che quelluomo non lo accolga. Ma in quel momento chi offrirebbe garanzie autentiche alla libert delluomo? Dove luomo potrebbe colmare linfinito anelito alla libert? Sarebbe una libert prigioniera di se stessa e delle sue pretese e forse
Discorso di Sua Santit Benedetto XVI in occasione del IV Convegno della Chiesa Italiana. Fiera di Verona, 19 ottobre 2006.

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surrettiziamente segnata da altre dominazioni che pesantemente la possono condizionare fino a decretarne la perdita. lincontro con la Rivelazione e cio con la verit dellamore di Dio in Cristo che garantisce la libert, perch le indica la destinazione autentica e infinita. Ecco perch Ges indica la verit come strada per la libert:
Gv 8,31

Ges allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verit e la verit vi far liberi. 33 Gli risposero: Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?. 34 Ges rispose: In verit, in verit vi dico: chiunque commette il peccato schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; 36 se dunque il Figlio vi far liberi, sarete liberi davvero.

La necessit della fede, la perseveranza nella fede e la fede come inizio della vita eterna sono tematiche collegate e trovano il loro denominatore comune nel rapporto fede-salvezza. La salvezza cristiana partecipazione alla vita eterna, al destino di comunione con Dio nel seno della Trinit. Ma quella comunione gi presente nellesperienza stessa dell a fede nella quale gi si apre la vita eterna. Si tratta dunque di accogliere un rapporto di comunione e di perseverare in esso, sapendo che esso conduce di fede in fede, fino alla comunione piena nella quale Dio sar tutto in tutti. Per questo senza la fede impossibile essere graditi a Dio (Eb 11,6): non si tratta tanto di raggiungere un premio, quanto di affermare una condizione tra gi e non-ancora che nel cammino dei giorni non fa che anticipare il Giorno senza tramonto. Solo nella fede tale giorno avanza e strappa luomo dalle tenebre e dallombra di morte (Lc 1,79). Questo non conduce a decretare la perdizione eterna di alcuno: fatte salve le motivazioni che sottendono al principio senza la fede impossibile essere graditi a Dio, si tratta anche di osservare se vi siano situazioni apparentemente prive di fede che alla fede siano orientate. E si tratta di orientare latto personale del credere ad una solidariet comunionale che lo sostiene anche quando debole o vacillante. Ecco perch il CCC alla trattazione su io-credo fa seguire quella legata al noi-crediamo.

3. Noi crediamo La fede pur essendo un atto personale non mai un atto isolato. Il CCC strappa la fede dal rischio del soggettivismo e la riconduce nella comprensione ecclesiale ricordando la relazione tra la professione di fede battesimale in prima persona singolare e la formulazione dei Concili ecumenici in prima persona plurale (CCC 167). Noi crediamo il noi della comunit apostolica, della Chiesa: allora il singolo io credo, necessario alladesione personale di ciascuno, si colloca originariamente dentro il noi crediamo. Quindi il soggetto che pi propriamente dice Io credo la Chiesa e in essa ogni cristiano formula il proprio io credo. Lo stretto e interdipendente rapporto personale e comunionale ha una motivazione ulteriore. Se latto di fede, infatti, specificato dal suo oggetto, loggetto della fede il Dio trinitario nel quale ciascuna delle persone ritrova se stessa nella direzione dellAltro, senza confusione, senza separazione. Cos anche i credenti: ciascuno ritrova se stesso, la propria fede nellunic a fede che la
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Chiesa custodisce, senza soprafazione e alcuna e senza venir meno. Noi crediamo il luogo in cui laffermazione io credo non viene assorbita, ma trova la sua corretta e propizia collocazione. Una collocazione che restituisce il credente al prezioso dinamismo tra gi e non ancora, tra dato e promessa, in cui la Chiesa, anchessa in cammino sulla strada della fede, di tale strada gi intravede e anticipa il compimento, come segno e strumento di una comunione con Dio gi attuata e accessibile. Questa ricchezza non appartiene al singolo, ma a tutta la Chiesa con tutto ci che fa e dice, anche con la ricerca di una formulazione che consenta di esprimere, comprendere e trasmettere la fede. Il linguaggio della fede non fatto solo di formule: ogni modalit con cui la Madre Chiesa insegna ai suoi figli a parlare. Vi sono tuttavia alcune formule che la chiesa custodisce come grammatica e vocabolario di riferimento per ogni linguaggio credente e nella comune disponibilit vi la garanzia di poter parlare il medesimo linguaggio (CCC 173-174).

Bibliografia per lapprofondimento R. FISICHELLA, La risposta delluomo a Dio, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 627-651.

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