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Corso ISTF 01 Introduzione al cristianesimo 2012 - Appunti lezione 4

INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO Sezione seconda del CCC La professione della fede cristiana Prima parte Il simbolo: Io credo in Dio Padre Seconda parte - continua 3. La creazione nel segno della recuperabilit 3.1. Era cosa buona: i racconti della creazione La pagina della creazione dunque densamente cristologica. Il mistero di Cristo primogenito di ogni creatura (Col 1,15) ci aiuta ad accostare correttamente il progetto che Dio ha in mente quando d origine alluomo e alluniverso. Tutto stato fatto in Cristo. La lettura cristiana, tuttavia, trova la sua corretta collocazione nei racconti della creazione, custoditi nel Libro della Genesi, ai quali Ges stesso si riferisce (cf. Mt 19,4-5) Si tratta di due narrazioni, redatte in epoche differenti, 1 corrispondenti al desiderio delluomo biblico di conoscere la propria origine e quella del mondo, di comprenderne il senso e di spiegare il modo con cui la realt del male e della morte appaiono nel mondo. Il redattore biblico non preoccupato di datare i testi che adopera n di verificare lattendibilit dei fatti descritti, ma di offrire alla comunit di Israele una chiave di comprensione sintetica e coerente rispetto allazione di un Dio conosciuto. Una narrazione credente che, in forza di una stori a vissuta, rintraccia lazione di colui che parla e tutto fatto, comanda e tutto esiste (Sal 33,9). Accostiamo questi racconti per introdurre la questione dellorigine del male. Larticolo di fede legato al Dio creatore pone infatti il problema della provenienza del male e di quello che sembra smentire un progetto legato alla vita. In principio Dio cre il cielo e la terra (Gen 1,1). Luomo mentre scruta le proprie origini condotto a riconoscere un principio che sta prima di lui. Il principio custodito nel mistero di Dio e corrisponde al suo disegno sapiente che la tradizione cristiana identificher nel Verbo (cf. Gv 1,1). Cielo e terra indicano sinteticamente ogni realt: non c nulla escludibile dal principio di partenza. Il termine utilizzato bara (creare) viene riservato solo a Dio: nessun altro se non Dio pu essere il soggetto di questa azione, ed una azione che introduce novit, attira attenzione e suscita meraviglia.

Il primo racconto (1,1 - 2,4a), nato probabilmente nellambiente sacerdotale di Gerusalemme nel VI -V sec. a. C. rappresenta la creazione in sette giorni, dal Caos primordiale alluomo, e infine al sabato. Tutto ci che via via creato viene visto da Dio come buono, fino alluomo, immagine e somiglianza di Dio, che giudicato molto buono. Il secondo racconto (2,4b - 3,24), sviluppatosi probabilmente nel periodo salomonico (X-IX sec. a.C.) in un certo senso rovesciato: comincia dallatto di Dio di creare luomo, per poi cominciare a creare attorno a lui tutto il resto. La natura, gli animali tutto fatto per luomo, in suo aiuto, fino alla donna che infine laiuto migliore, perch un aiuto simile a lui.

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La terra informe le tenebre lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gn 1,2). Vi una terra ancora inospitale, le tenebre lavvolgono. Le tenebre sono il velo di Dio ( cf. Sal 18,12) che segnala la sua presenza senza dar la possibilit di disporre del suo mistero. Per si tratta di una presenza personale come fa capire il riferimento allo spirito di Dio che aleggiava sulle acque in un movimento quasi di osservazione, di esplorazione prima di passare allazione. Dio riflette sul da farsi, si muove con un progetto: in tal modo il caos diviene cosmo. Dio disse (Gn 1,3). La creazione avviene per la parola del Signore Dio che crea dal nulla. Solo tale parola ha questa capacit e lautore biblico lo ripete per dieci volte (Dio disse) quasi ad imprimere nel cuore della creazione un decalogo originario: Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo, perch egli parl e tutto fu creato, comand e tutto fu compiuto (Sal 33, 8-9). E la luce fu (Gn 1,3). Primo effetto della creazione la luce. Dio rende visibile quanto sta facendo perch luomo ne colga il significato. Dalle creature si apre dunque una strada per giungere al Creatore. La pagina della Genesi vuole dirci proprio questo: non una trattazione sulle modalit dellorigine. Allautore sacro non interessa dirci com andata, ma chi ne lArtefice e il senso del suo intervento. (CCC 282-289). La conoscenza piena del progetto per possibile unicamente in quel Figlio che di lui ci ha parlato; infatti, come Paolo scrive ai Romani, bench le perfezioni di Dio possano essere contemplate con lintellett o, quella stessa facolt stata oscurata dal peccato degli uomini, da vuoti ragionamenti che dalle creature non riescono risalire al creatore, scambiando la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili (cf. Rm 1,23). Ed era cosa buona. Una specie di ritornello per ricordare che, nelleconomia della creazione, ogni cosa diventa riverbero di quella Bont e Bellezza che crea, manifestazione del suo amore onnipotente. E quando Dio, con la creazione delluomo, ha concluso lopera creazionale, essa gli appare molto buona e Dio se ne compiace nel giorno di sabato che viene dato a Israele come perenne possibilit di ricollocarsi in maniera corretta nel grande disegno delle origini. E Dio cre luomo a sua immagine. Il primo racconto della creazione redatto in maniera solenne. Luomo fatto ad immagine di Dio e rappresenta il culmine della creazione che non pu che lasciar posto alla contemplazione. Ma ci si realizza in una condizione di tensione permanente. In primo luogo nellimmagine duale: a immagine di Dio lo cre: maschio e femmina li cre (1,27). nella diversit sessuale di maschio e femmina che luomo esprime limmagine divina, un incontro che d vita ad unesperienza di fecon dit, come il Dio della vita amore fecondo. Ma per essere immagine di tale amore c bisogno di qualcuno da amare . In secondo luogo luomo esprime limmagine di Dio nella signoria sul creato, analogamente alla signoria di Dio. Ma luomo dovr ricordare che creato lo stesso giorno degli animali condividendo inoltre con loro benedizione e nutrimento (cf 1,29-30). Accogliere la propria identit vuol dire, per luomo, accettare una radicale dipendenza da Dio proprio nel realizzarsi come dominatore del mondo. Un dominatore, dunque, che obbedisce a un compito

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ricevuto, che non gestisce autonomamente il proprio potere, ma lo accetta come responsabilit di cui deve render conto.

- Non bene che luomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda . Il secondo
racconto della creazione mette invece meglio in evidenza la condizione di reciprocit nella quale luomo e la donna sono posti. Luomo tale (dm = la persona umana) nella duplicit della differenziazione sessuale tra ish ed ishsha cf v. 23), e si rivela come creatura bisognosa di relazione che solo nellalterit trova la sua dimensione pi vera. Solo quando Dio conduce la donna alluomo, Adam trova se stesso: Questa volta questa davvero osso delle mie ossa e carne della mia carne, per questo si chiamer ishsha perch da ish essa stata tratta. Ish trova in ishsha laiuto corrispondente, lalleato fedele, il soccorso nel pericolo, laiuto nella difficolt, quello che dona la persuasione di essere diventato uno con laltro. E non c prevaricazione. Il gioco dei nomi interessante: ish, che pure sta prendendo coscienza di quanto avviene, pronuncia per primo il nome di ishsha. ish che d il nome ad ishsha, ma non facendo un atto di supremazia come nel caso degli animali, bens riconoscendo la realt di ishsha e pronunciando il nome di colei che gli consentir di pronunciare il proprio nome. Ish non poteva dire di chiamarsi ish se non avesse detto che laltra era ishsha. Lautore biblico ci sta dicendo che noi siamo costitutivamente bisognosi dellaltro perch solo laltro che ci restituisce a noi stessi: laltro nella sua uguaglianza e differenza da noi, lAltro che Dio, cos uguale a noi tanto da essere fatti a sua immagine e da stringere alleanza, e cos diverso, tanto che il suo mistero rimane indisponibile, proprio come Dio crea la donna e Adam dorme. Solo se si rispetta questo mistero di corrispondenza tra amore, comunione, condivisione e diversit si realizza la creazione che Dio ha in mente, la cosa molto buona che egli contempla.

3.2. La scommessa della libert Tutta lopera creazionale di Dio buona e luomo che esce dalle sue mani cosa molto buona: come si spiega dunque la presenza del male? Questa la domanda a cui Gen 3 cerca di rispondere indicando la possibilit di un rifiuto del progetto di Dio. Attraverso il racconto, lautore biblico indica il senso di tale rifiuto e le modalit con cui una storia antica si ripropone continuamente nel peccato di ogni uomo. Il male non un principio diametralmente opposto al bene quasi fosse unaltra entit o identit: il male reca con s una dimensione misteriosa e inspiegabile ma le sue radici sono nel cuore delluomo e nellesercizio malato di una libert che, mentre cerca di affermarsi, perde se stessa. Erano nudi e non ne provavano vergogna. Luomo nel giardino posto in una condizione di armonia da custodire e coltivare, la possibilit di entrare in relazione buona con Dio, con laltro e con le cose che stanno intorno. La pi astuta delle bestie selvatiche. Ad un certo punto luomo entra in relazione con uno degli animali che stanno nel giardino, il serpente. Un incontro nella normalit delle cose create.
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Ma il creato, nellarmonia che lo contraddistingue, reca con s diversificazione: non appiattimento su uno standard; ci pu essere una realt pi astuta di unaltra che apre lesigenza di un confronto, di una prova. Lastuzia, in s, non malvagia: non pu esserlo, perch anchessa appartiene al buono della creazione. Ma, come per tutte le cose, dipende da come viene usata e da come viene recepita mentre si esprime. vero che Le parole astute del serpente mettono in dubbio la ragionevolezza del comando di Dio e quindi mettendo in dubbio la sua stessa bont. Egli disse alla donna: vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?. In ebraico non c la frase interrogativa: lopera del serpente sarebbe pi subdola. Ponendo una domanda, infatti, si pi attenti alla risposta. In realt il serpente dice donna: Beh, ecco, allora Dio ha detto.... Qui sta linsidia: la capacit di insinuarsi nelle pieghe della coscienza umana di soppiatto, senza farsi individuare e mostrarsi come tentazione, entrando in un dialogo apparentemente tranquillo, come se le cose che si dicono non avessero conseguenze. Nessun albero del giardino. La formulazione del serpente introduce con noncuranza una menzogna totale su Dio. Dice: Beh, ecco Dio ha detto: Non mangerete di nessun albero del giardino. lo stravolgimento totale di quello che ha detto Dio, il quale invece ha affermato esattamente il contrario: Di tutti gli alberi del giardino potete mangiare, ma non di quello della conoscenza del bene e del male. Tradotto in italiano diventa evidente che il serpente sta mentendo. In ebraico diverso. Tutto, tutti, ogni, questi aggettivi in ebraico si dicono con una parola che kol. il serpente si serve di tale astuzia linguistica per confondere. Dei frutti degli alberi del giardino noi posiamo mangiare. La donna risponde sembra ristabilendo la verit, ma gi prigioniera dellinsidia tesa: lastuzia del serpente ha gi fatto effetto. E disse la donna al serpente: Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dellalbero che in mezzo al giardino, Dio ha detto: Non ne mangerete e non lo toccherete altrimenti morirete. La donna dimentica la gratuit di Dio e enfatizza la proibizione: Dio non ha detto di non toccare lalber o! La donna, sostenendolo, senza volerlo confessa di non capire pi il senso del comando di Dio, posto a salvaguardia della sua umanit. Ora si insinua il dubbio che Dio nasconda qualcosa. Inoltre la donna confonde gli alberi. Lalbero in mezzo al giardino quello della vita: su quellalbero non vi sono proibizioni. Essa lo identifica invece con lalbero della conoscenza del bene e del male, estendendo la proibizione di Dio: egli non vuole che accediamo alla vita! Lobbedienza al comando di Dio come qualche cosa che non le permette di vivere e di vivere in pienezza. No, voi non morirete affatto e anzi Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio conoscendo il bene e il male. Le parole del serpente ormai non fanno che esplicitare e ratificare le conclusioni che la donna ha gi tirato, a conferma di unipotesi trasformatasi in certezza: Hai proprio detto bene, Dio cattivo. E il comando che ti ha dato non per il tuo bene, ma per il suo proprio interesse. Davanti a un Dio cos, cattivo, dispotico, che mi vuole morto, allora meglio che muoia Lui.

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Allora la donna vide che lalbero era buono. Cambia anche il modo di vedere lalbero. La donna lo guarda e vede che era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile. Il cambiamento interiore determina una nuova percezione della realt. Nel momento in cui il sospetto di un Dio cattivo e antagonista della felicit prende posto nel cuore, le cose che egli aveva proibito diventano belle e desiderabili e non le si riconosce pi per quello che davvero sono. La donna ne mangi, poi ne diede anche al marito che era con lei. Il gesto, nella forza espressiva del mangiare insieme, dice comunione. Ma essa non pu sussistere nella separazione e nella contrapposizione a Dio, da cui la comunione prende origine. Il gesto apparentemente bello, diviene una condivisione di morte. Si aprirono gli occhi. Il testo qui diventa fortemente ironico. Il serpente aveva detto: Se voi mangiate del frutto i vostri occhi si apriranno e voi conoscerete il Bene e il Male. La donna prende il frutto, lo d alluomo, lo mangiano e il narratore, ironicamente, chiosa: E allora si aprirono i loro occhi - proprio come aveva detto il serpente - e conobbero - proprio come aveva detto il serpente - di essere nudi. Ecco lironia: si avvera esattamente quello che ha detto il serpente, si aprono gli occhi e loro conoscono. Solo che invece di conoscere il Bene e il Male, conoscono di essere nudi, di mancare dellessenziale, di aver paura e di aver bisogno di difendersi. Iniziano a deteriorarsi i rapporti e il giardino nel quale Dio e luomo passeggiano alla brezza della sera, si trasforma in una realt inospitale percorsa da barriere dietro cui nascondersi. Tutto radicalmente alterato: il peccato.

Come pu Dio non intervenire in questa situazione? Egli sicuramente non pu abbandonare ci che di buono ha compiuto. Ma proprio perch il progetto non riguarda luomo, ma luomo in Cristo, esso reca con s anche una prospettiva di recuperabilit. davvero c osa molto buona quello che Dio ha compiuto. 3.3. Un progetto di recuperabilit Allora il Signore Dio disse (3,14). Dio interviene e sanziona il male. Non si tratta per di punizione quanto piuttosto di una constatazione perch luomo comprenda che cosa accaduto. Le relazioni tra luomo e la donna gi si sono alterate: Verso tuo marito sar il tuo istinto, ma egli ti dominer. E gi si sono modificate le relazioni con il mondo per il fatto che la natura serve per nascondiglio; per questo il rapporto con il mondo diviene faticoso: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane. E gi si alterato il rapporto con la vita, quella che non stata compresa nel valore simbolico dellalbero: Con dolore partorirai. Dio non aggiunge punizioni, perch gi il male che punisce luomo con le sue conseguenze distruttive. Poich hai fatto questo Mentre Dio dichiara le conseguenze del male vi pur sempre una sua presenza e lannuncio di un suo intervento salvifico. Persino le terribili conseguenze del male, che ne costituiscono la punizione, cambiano di segno e diventano positive. Dio condanna il serpente affermando che, proprio quelluomo che ne vittima, gli schiaccia la

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testa. E proprio il tallone, la parte pi indifesa e poco visibile del piede che il serpente in maniera insidiosa pu mordere, proprio quel tallone diventa ci che vince il serpente. Alla donna disse (3,16) Lannuncio di vittoria cambia di segno anche le sanzioni sulluomo e sulla donna. Quando Dio dice alla donna: Con dolore tu partorirai, da una parte sta affermando le conseguenze del male nellalterazione del rapporto con la vita; dallaltra, Dio fa di tale occasione una possibilit di redenzione: il dolore per la donna misteriosamente diventa salvifico, perch se il peccato voler diventare come Dio, il momento in cui la donna gli pi simile a quando genera una vita. La somiglianza con Dio viene mantenuta, nonostante lesperienza del peccato, ma il dolore consentir alla donna di non ritenersi Dio e tale esperienza la salver dalla sua presunzione. Anche la relazione col marito sar fonte di benedizione perch, pur modificata in un rapporto di sottomissione e di arbitrario esercizio del potere, il rapporto diventer confessione di debolezza e apertura a Dio, contro la tentazione di rendere sufficiente lesperienza stessa della coppia. Alluomo disse (3,17). Anche per luomo la maledizione si trasforma in benedizione: il sudore della fronte segno di fatica diviene partecipazione dellopera creazionale perch, lavorando, luomo crea e continua a mantenere la sua somiglianza con il Creatore. La fatica, per, gli ricorda - come per la donna - che non pu illudersi di essere Dio. Limpatto duro con il suolo, tra spine e cardi, diviene benedizione e, se neanche questo bastasse, ci sar il ritorno alla terra che metter luomo davanti alla sua verit e alla possibilit di chiedere perdono. Paradossalmente, proprio la morte che la conseguenza maledetta del peccato e che per questo entrata nel mondo, pu diventare loccasione definitiva per lasciarsi salvare da Dio. Qui si apre per luomo una nuova storia che ormai segnata inevitabilmente dal peccato. Nemmeno Dio pu cancellare il fatto che il peccato ci sia stato: il dramma della libert umana che non pu essere ridotta. Ma Dio pu intervenire nelloscurit del male. Egli colui che separa la luce dalle tenebre e interviene nel caos primordiale recando in esso un principio di ordine. Egli pu dunque trasformare le conseguenze del peccato in possibilit di salvezza, strappando la storia delluomo dal destino di morte verso il quale stata rivolta. Si tratta, da un lato, di misurarsi con la seriet del peccato e delle sue conseguenze, dallaltra di credere che a Dio tutto possibile. Lesperienza della morte al crocevia di tale tensione. Es sa si presenta come realt negativa e maledetta che sancisce un ritorno alla terra. Ma proprio quella terra, oggetto di maledizione, sar abitata dalla presenza stessa di Dio che, affrontando la realt della morte, nella morte recher un inatteso principio di vita. Il Signore Dio lo scacci dal giardino di Eden (3,3). La storia delluomo ormai cambiata, segnata inevitabilmente dal male che luomo ha commesso. Ma dentro questa storia pur cos segnata dal male, dal peccato, dalla sofferenza, Dio non lascia solo luomo: la donna si chiama Eva (Hawwah), nome che ha a che fare con il verbo hayah che vuol dire vivere e far vivere. Infatti si dice: La chiam Eva perch fu madre di tutti i viventi. La vita continua, perch la fedelt di Dio e il suo amore continuano, perch Dio guarda oltre. Quando se ne vanno dal giardino, loro che erano nudi vengono coperti da Dio con dei vestiti di pelle. Indumenti che
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dichiarano il peccato commesso, (prima non ne avevano bisogno), ma anche la volont di recupero da parte di Dio che non abbandona luomo in balia del peccato e, dalle conseguenze del peccato, lo protegge e lo salva. Viene a stabilirsi un principio di salvezza nellesperienza stessa del peccato: dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rm 5,20). Pose a oriente del giardino di Eden i cherubini (3,24). I cherubini impediscono la via allalbero della vita. Luomo ha creduto di essere come Dio e di potersi impossessare della sua conoscenza e di avere in questo modo accesso alla vita eterna potendola padroneggiare. Ma la vita eterna non terreno di usurpazione, n di conquista, ma di dono offerto e accolto nella gratuit e nella libert. Per questo lalbero della vita ora viene precluso. E Dio interviene con unaffermazione dolorosa e ironica: Ecco, luomo diventato come uno di noi. Questa stata la pretesa delluomo alla quale Dio sbarra la strada con i cherubini , non perch egli non voglia che luomo viva, ma perch la vita andr cercata nellultima possibilit di salvezza che Dio indica nella morte. Tale evento sar per luomo la possibilit di capire che la vita piena appartiene a Dio ed suo dono, di misurarsi con il fallimento delle proprie pretese, di riconoscere di aver bisogno di perdono e di chiederlo. Vivendo la morte in questo modo luomo potr attraversare la morte e uscirne vivo. una possibilit di salvezza gi annunciata ma che, nelle pagine della Genesi, rimane ancora misteriosa. Come uscir luomo dalle conseguenze del suo peccato? Non basta, infatti, la sua disponibilit a venirne fuori, occorre fare i conti anche con loggettiva situazione nella quale imprigionato. una catena che si allunga e rafforza in una mortale solidariet, come appare ancor pi chiaramente con la successiva presentazione della vicenda di Caino e Abele (Gn 4). Ci sar bisogno di un altro uomo che possa entrare nel dominio della morte, sconfiggendola dallinterno, recando in essa un principio nuovo, unumanit nuova, cos come Dio lha pensata. Ed interessante che quelle parole che Dio dice in 3,22 Ecco, luomo diventato come uno di noi trovino una certa corrispondenza con quelle che dice Pilato presentando Ges: Ecco luomo (Gv 19,5). Ecco luomo pensato secondo Dio, ecco luomo come in origine era stato pensato, ecco la possibilit di ritrovare lumanit autentica creata ad immagine di Dio. 3.4. Perch Dio si fatto uomo? Alla luce di quanto si visto, si comprendono meglio le ragioni dellincarnazione del Figlio di Dio. Egli non pu dimenticare il progetto originario riguardo agli uomini chiamati ad essere santi e immacolati al suo cospetto nella carit (Ef 1,4). Dio ha impresso nel volto di ogni uomo quello del suo Figlio, un volto amato poich in tale amore egli chiama ogni uomo a vivere e a trovare se stesso e la sua felicit. Nello stesso tempo non pu tra scurare la scelta che luomo ha fatto mediante il peccato, n le conseguenze che ne derivano. Dio da sempre tiene in serbo la volont di rivelare le misure piene della bellezza divina nel volto di ogni uomo, la sua dignit di figlio. E questo anche nel caso che luomo ne perda la possibilit (come di fatto avvenuto), anche nel caso che luomo ne smarrisca la consapevolezza o deturpi limmagine che reca impressa (di figlio) sostituendola con altre (di servo, di padrone).
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Per questo manda il proprio Figlio: perch specchiandosi in lui ogni uomo possa ritrovare la propria vocazione nella comunione dellamore trinitario e in tale amore scopra di essere figlio nel Figlio. Nello stesso tempo Dio inviando il suo Figlio apre un progetto di recuperabilit, liberando luomo dal peccato da quanto cio gli impedisce di riconoscere lantico anelito e restaurando in lui il volto perduto. Questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia (Ef 1,6-7). Nellincarnazione di Cristo vi sono dunque due prospettive da perseguire. Perch Dio si fa uomo? Il motivo pi immediato colto soprattutto dalla tradizione agostiniana mette in evidenza la drammaticit della situazione delluomo peccatore. Il progetto creazionale stato compromesso e luomo non ne pu uscire da solo. Dio si fa uomo per salvare lumanit caduta sotto il peso del peccato. Dio ha mandato a noi suo Figlio come vittima di espiazione dei nostri peccati (1Gv 4,10). La colpa di Adamo diventa una felix culpa perch ha permesso lavvio dellincarnazione del Figlio di Dio. Dice Gregorio di Nissa: Avevamo perduto il possesso del bene immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti attendavamo un salvatore, prigionieri, un soccorritore. Tutte queste ragioni erano prive dimportanza? Non erano tali da commuovere Dio s da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poich lumanit si trova in una condizione tanto miserabile e infelice?2 Questa posizione aiuta a prendere in seria considerazione la realt del peccato e la riconciliazione che Ges ha reso possibile con il dono di s sulla croce. Sottolinea maggiormente l effetto dellincarnazione, ma non d sufficiente ragione della causa principale per cui Dio si fatto uomo. Questo capitolo tuttavia pone la seriet della situazione delluomo peccatore e della sua condizione in seguito al peccato di Adamo. la dottrina sul peccato originale.3 Una seconda posizione pone meno al centro la realt del peccato e muove dalle ragioni intrinseche al mistero di Dio, dal suo amore. Ci che spinge Dio a farsi uomo la sua stessa natura di amore e il desiderio di renderci come lui. In questo si manifestato lamore di Dio per noi: Dio ha mandato il Figlio suo unigenito nel mondo perch noi avessimo la vita per lui (1Gv 4,9). Solo perch egli ama, Dio vuole manifestare se stesso e venire incontro ad ogni uomo, raggiungendolo l dove vive. Dio dunque si fa uomo perch ama. Per farci conoscere la misura alta della nostra umanit, per farci capire che il destino delluomo Dio, che luomo vivente la gloria di Dio e la vita delluomo la manifestazione di Dio. 4 Non c nessunaltra ragione se non quella che propria dellamore: farsi conoscere e condividere quanto si possiede con la persona amata. E Dio condivide con luomo la sua stessa vita: il Verbo si fatto carne perch diventassimo partecipi della natura divina (2Pt 1,4). Dice Ireneo: Infatti, questo

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GREGORIO DI NISSA, Oratio catechetica, 15. Si veda pi diffusamente il Catechismo della Chiesa Cattolica , 385-412. IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, 4,20,7.

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il motivo per cui il Verbo si fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio delluomo: perch luomo, entrando il comunione con il Verbo e ricevendo la filiazione divina, diventasse figlio di Dio. 5 Tale desiderio damore comprende anche la possibilit della redenzione, mistero imprescindibile e di vitale importanza ma anchesso riconducibile alle ragioni dellamore. Insieme alla redenzione occorre sempre individuare le prospettive della divinizzazione per le quali luomo stato chiamato a partecipare della stessa vita di Dio. La creazione dunque non un evento precedente a Cristo. Luomo non ha una consistenza propria a prescindere da Cristo. stato creato in lui e in lui trova la pienezza della sua umanit. Il peccato la smentita di tale progetto, ma smentendo il progetto, luomo smente se stesso! Cristo viene a restaurare il progetto creazionale, a restituire alluomo la dignit perduta e nello stesso tempo a rivelargli il progetto compiuto, aprendogli quel destino di carit nella comunione di Dio nella quale luomo si scopre nuovamente atteso, nuovamente in casa.

Bibliografia
L. F. LADARIA, Il Creatore, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 676-684. L. F. LADARIA, Luomo, in: Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale e commento teologico, Piemme, Casale Monferrato, 2004, p. 690-696. B. FORTE, Piccola introduzione alla fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) , 1992, p. 29-39.

IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, 3,19,1.

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Approfondimento - IL PECCATO ORIGINALE


Allinizio della creazione Dio offre alluomo la propria amicizia e una condizione di vita paradisiaca. Come narrano i primi 11 capitoli del libro della Genesi, luomo gli si ribella con il primo peccato, che stravolge la sua esistenza, e poi affonda in una moltitudine di peccati. Luomo si ritrova nudo, misero e solo in una terra diventata ostile; si sente umiliato dalla vergogna, minacciato dalla morte, incapace di controllare gli istinti. Il rifiuto della comunione con Dio porta con s la divisione tra gli uomini stessi. Larmonia originaria con Dio, con se stesso, con gli altri e con la natura perduta. Dio, fedele e misericordioso, non si rassegna a tale perdita e, pur di fronte allesercizio di una libert che dispone di s e perde se stessa e di fronte al male che dilaga, annuncia una salvezza, andando a cercare luomo perduto. Vi un progetto di recuperabilit che egli ha in mente e che percorre gi le prime pagine della Bibbia. Adamo, dove sei? (Gn 3,9). Il Nuovo Testamento proclama la lieta notizia che la salvezza comincia a realizzarsi. Ges Cristo , con la sua morte e risurrezione, ci libera dal potere del peccato e della morte. lunico Salvatore dellumanit. Tutti hanno bisogno di lui per essere giustificati e senza di lui nessuno pu essere salvo. Perch questa necessit? Perch ogni uomo plasmato dalla solidariet con gli altri, con chi lo ha preceduto e con chi lo accompagna. Mai si parte da zero. Viviamo inseriti in una comunicazione incessante di doni naturali, culturali e spirituali. La nostra libert si attua sempre in una situazione storica oggettiva, da cui viene condizionata. La comunicazione della vita divina avviene in modo da valorizzare le mediazioni umane, perch lumanit intera sia un solo corpo in Cristo. I nostri peccati indeboliscono la comunicazione del bene e alimentano il contagio del male. Deformano la societ con una mentalit e con strutture di peccato, che gravano sulle decisioni personali. Si sviluppa una storia alienata da Dio e avversa a Cristo, che non coopera alla comunicazione della vita divina, anzi la ostacola e la blocca. Il peccato primordiale dellumanit ha uninfluenza singolare, perch ha messo in moto tutta questa solidariet negativa e ha impedito la trasmissione della giustizia originale con le sue modalit peculiari di integrit e immortalit. Ogni uomo, senza alcuna responsabilit personale, inizia la sua esistenza in questo contesto umano inquinato. Viene al mondo privo della grazia santificante, incapace di entrare in dialogo filiale con il Padre e di amarlo sopra ogni cosa, incline a chiudersi nellesperienza terrena e ad assolutizzare i beni temporali. Tutti, giudei e greci, sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c nessun giusto, nemmeno uno (Rm 3,9-10). Non c possibilit di salvezza, poich tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Rm 3,23); la creazione stessa soggetta alla caducit e alla corruzione. La libert umana, indebolita interiormente e per di pi condizionata negativamente allesterno da un ambiente divenuto opaco nei confronti di Dio, non riuscir ad osservare i comandamenti e arriver, prima o poi, a commettere gravi peccati personali, incamminandosi verso la perdizione eterna. La triste condizione, in cui luomo nasce, uno stato oggettivo della natura umana, trasmesso insieme ad essa, non un atto delle persone. Viene chiamata peccato originale, non perch sia una colpa, ma perch deriva dalla colpa altrui e fruttifica in successive colpe personali. Presenta analogie con la situazione permanente di peccato, che si determina in chi ha commesso una grave colpa. Pu essere chiamata anche con altri nomi, ad esempio corruzione o alienazione originale. Nessun uomo potrebbe da solo, con le sue forze, uscire dal regno del peccato e della morte. Il Signore Ges, crocifisso e risorto, ci comunica la potenza del suo Spirito e spezza le catene che ci tengono prigionieri. Ci rigenera a nuova vita, come figli di Dio. Certo, anche dopo la rigenerazione, rimangono linclinazione interiore disordinata e linflusso esteriore negativo, ma questi non sono pi irresistibili. Si deve ancora combattere, ma si pu vincere. Cos anche la sofferenza e la morte rimangono, ma cambiano senso e diventano occasione di crescita spirituale. La vita divina elimina il peccato e trasfigura le sue conseguenze. Ci introduce nella condizione pasquale, superiore alla stessa condizione paradisiaca originale, in quanto ci d la possibilit di giungere a una perfezione pi alta: Laddove abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20). (Cf. Catechismo degli Adulti, La verit vi far liberi, nn. 389-400.)

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