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UMBERTO ACO DALL’ALBERO AL LABIRINTO Studi storici sul segno e l'interpretazione Umberto Eco é nato ad Alessandria nel 1932. E attualmente Presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Universita di Bologna. Tra Ie sue opere di saggistica si ricordano: Opera aperta (1962), La struttura assente (1968), Trattato dt semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), Semiotica e filoso- fia del linguaggto (1984), I linati dell’inter- pretaztone (1990), La ricerca della lingua perfetta (1993), Set passeggiate net boschi narvrativt (1994), Kant e l’ornitorinco (1997), Sulla letteratura (2002) e Dire quasi la stessa cosa. Espertenze di traduzio- ne (2003). Inoltre, tra le sue raccolte, vanno menzionate: Diario Minimo (1963), Il secondo Diarto Minimo (1990), che comprende una prima antologia di Bustine di Minerva, i Cinque scritti moralt (1997), La Bustina di Minerva (2000), A passo di gambero. Guerre calde e populi- smo medtatico (2006). Nel 2004 ha curato il volume illustrato Storia della Bellezza e nel 2007 Storia della Bruttezza. Nel 1980 ha esordito nella narrativa con I! nome della rosa (Premio Strega 1981), seguito nel 1988 da I! pendolo di Foucault, nel 1994 da Ltsola del gtorno prima, nel 2000 da Baudolino e nel 2004 da La misteriosa Fiamma della regina Loana. In copertina: © Imagno/Archivi Alinari Dall’antichita classica ai giorni nostri si sono susseguite molteplici filosofie del segno e dell’interpretazione, talvolta alternative, tal- volta complementari, sensibili per lo piu a questioni tra loro molto differenti, specchio dei tempi. Lautore ne ha scritto negli ultimi decenni e qui ne presenta una silloge, aggiornando e riadattando per questa rac- colta i testi scritti in occasioni precedenti. Si va da un’ampia ricerca (che parte da Aristotele e arriva all’odierna intelligenza artificiale) su due rappresentazioni della nostra conoscenza, esemplificate nei due modelli dell’albero e del labirinto, a due studi che seguono la vicenda della metafora da Aristotele al Medioevo. Da uno studio che verte su come i medievali classificavano il latrato canino e gli altri suoni animali, alla rilettura del caotico commento di Beato di Liebana all’Apocalisse. Dagli studi sulle tec- niche medievali di falsificazione, a un excur- sus sulla storia dell’ ars combinatoria da Lullo a Pico della Mirandola. Dalla ricerca secola- re di una lingua perfetta alla semiotica tmpli- cita nei Promessi spost, fino ad arrivare a una serie di studi su Kant, Peirce, Croce, le teo- rie semantiche di Bréal e un confronto pole- mico col “pensiero debole”. Quello che Pautore ci propone é dunque, certamente, un libro per studiosi, che peré pud anche invitare il lettore colto ad alcune esplorazio- ni nei meandri periferici della storia della filosofia e della semiotica. | Umberto Eco Dall’albero al labirinto Studi storici sul segno e 1’interpretazione © 2007 RCS Libri S.p.A., Milano SOMMARIO Introduzione 1. Dall albero al labirinto 1.1. 1.2. 1.3. 1.9, Dizionario ed enciclopedia II dizionario 1.2.1 Prima idea di dizionario: Arbor Porphyriana 1.2.2. Lutopia del dizionario nella semantica moderna Le enciclopedie 1.3.1. Plinio e il modello dell’enciclopedia antica 1.3.2. Le enciclopedie medievali 1.3.3. Tra Rinascimento e Seicento, verso il Labirinto 1.3.4. Il Cannocchiale di Tesauro 1.3.5. Wilkins 1.3.6. Leibniz 1.3.7. LEncyclopédie . LEnciclopedia Massimale come idea regolativa . Labirinti . I nuovi modelli enciclopedici . Le “ontologie” . Ontologie e creativita semiotica 1.8.1. La metafora come strumento produttore di nuove ontologie 1.8.2 Ontologie joyciane I formati dell’enciclopedia 1.9.1. Dall’ individuale al massimale 1.9.2. La vertigine del labirinto ears oblivionalis - DALLALBERO AL LABIRINTO 1.9.3. Mnemotecniche come semiotiche 1.9.4. Ars excerpendi 1.9.5. Cancellazione, rinvio, latenza 1.9.6. Enciclopedia Massimale e virtualita 1.9.7. Il testo come produttore di dimenticanza 2. Metafora come conoscenza: sfortuna di Aristotele 4.1. 4.2. nel Medioevo 2.1. LAristotele latino 2.2. Poetica: il commento di Averroé e la traduzione di Ermanno | 2.3. Poetica: la traduzione di Guglielmo di Moerbeke 2.4. Retorica: la traduzione di Ermanno il Tedesco 2.5. Retorica: Translatio Vetus (V) e traduzione di G. di Moerbeke (G) 2.6. Sfortuna medievale di Poetica e Retorica 3, Dalla metafora all’analogia entis 3.1. Poetiche e retorica 3.2. Riferimenti ed esempi nel pensiero filosofico 3.3. Metafora, allegorismo e simbolismo universale 3.4. La metafora in Tommaso d’Aquino 3.5. Dante 3.6. La teologia simbolica dello Pseudo Dionigi 3.7. Lanalogia entis 3.8. Conclusione 4. Sul latrato del cane Gli animali dall’antichita al Medioevo 4.1.1. Anima, diritti e linguaggio delle bestie nell’antichita 4 1.2. La trasmigrazione del problema nel Medioevo | Latratus canis 4.2.1. Nomi e segni 4.2.2. Linfluenza stoica: Agostino 4.2.3. Liinfluenza stoica: Abelardo 4.2.4. Lettura boeziana del De interpretatione 16a 107 108 109 116 117 118 121 127 127 135 137 147 151 156 174 177 178 178 190 199. 199 200 202 205 SOMMARIO 7 4.2.5. Lettura tomista del De interpretatione 16a 211 4.2.6. Trascrivibilita e articolazione 212 4.2.7. Ancora Tommaso 218 4.2.8. Ruggero Bacone 220 5. La falsificazione nel Medioevo 227 5.1. Semiotica della falsificazione 229 5.1.1. Doppi 229 5.1.2. Pseudo-doppi 230 5.1.3. Falsa identificazione 232 5.2. Difficolta delle procedure di autenticazione 233 5.2.1. Autenticazione a livello del supporto materiale del testo 233 5.2.2. Autenticazione a livello della manifestazione testuale 234 5.2.3. Autenticazione a livello del contenuto 237 5.2.4. Autenticazione in riferimento a dati difatto 238 5.3. Tre categorie di falsa identificazione 239 5.3.1. Falsa identificazione forte 240 5.3.2. Falsa identificazione debole o presunzione di intercambiabilita 241 5.3.3. Pseudo-identificazione | 242 5.4. Che cosa significa “sapere che”? 244 5.5. Verita storica, tradizione e auctoritas 246 5.6. Sulle spalle dei giganti 248 5.7. Tamquam ab iniustis possessoribus — 250 5.8. Conclusioni 252 6. Noterelle su Beato 255 6.1. Apertissime 258 6.2. Vedere la Scrittura 265 6.3. Altre visualizzazioni impossibili 274 6.4. La Gerusalemme di Beato 277 6.5. Mille annos : 279 7. Dante tra modisti e cabalisti 291 7.1. Il De vulgari eloguentia 291 7.2. Paradiso XXVI1 302 § DALL'ALBERO AL LABIRINTO 8. Uso e interpretazione dei testi medievali 313 8.1. La modernita di un paleotomista 313 8.2. Una lettura disinvolta | ) 316 8.3. Dopo Art et Scolastique, V apparizione della “poesia” 320 8.4. Il discorso poetico: Maritain vs Tommaso 322 8.5. Intuizione creativa vs intelletto agente 326 8.6. La lezione storiografica di De Bruyne 340 8.7. Il problema di un’intuizione intellettuale 347 9. Per una storia della denotazione 355 9.1. Da Mill a Peirce | 357 9.2, Da Aristotele al Medioevo 359 9.3. Boezio | 362 9.4. Lappellatio di Anselmo 363 9.5. Abelardo 364 9.6. Tommaso d’Aquino 367 9.7. La suppositio | 368 9.8. Bacone 372 9.9. Duns Scoto ei Modisti 377 9.10. Ockham 378 9.11. Dopo Ockham : 383 9.12. Conclusioni 387 10.Su Lullo, Pico e il lullismo 389 10.1. Il punto sull’Ars lulliana 390 10.2. Differenze col cabalismo 400 10.3. Gli alberi lulliani e la Grande Catena dell’Essere 403 10.4. La Revolutio alphabetaria diPico . 412 10.5. Il lullismo dopo Pico 417 11.11 linguaggio della Terra Australe 427 12.Un ritorno a Isidoro: le etimologie di Joseph de Maistre 443 13.Sul silenzio di Kant: 461 13.1. I concetti empirici 462 13.2. I giudizi percettivi 470 13.3. Lo schema 475 SOMMARIO 13.4. Esiste in Kant lo schema del cane? 13.5. Come costruire lo schema di un oggetto ignoto 13.6. LOpus Postumum 14. Semiosi naturale e parola nei Promessi sposi 14.1. Azione e parola 14.2. La semiosi popolare 14.3. Lincontro con i bravi 14.4, Inomi propri 14.5. Il perdono di fra’ Cristoforo 14.6. Altri esempi 14.7. Il delirio e la pubblica follia 14.8. Per concludere 15.La soglia e linfinito. Peirce e liconismo primario 15.1. Una rilettura di Peirce 15.2. Peirce e la caffettiera 15.3. Peirce contro Macchia Nera 15.4. Peirce e il cervello 15.5. Peirce e la tartaruga 16.Le definizioni nell’estetica di Croce 17.Cinque sensi di “semantica”, da Bréal a oggi 17.1. Vari sensi di semantica 17.2. Voci di enciclopedie 17.3. Ha ancora senso la nozione di significato? 17.4. Lidentificazione di significato e sinonimia 17.5. Semantiche vero-funzionali 17.6. Significato, referente, riferimento 18.I! penstero debole vs i limiti dell’interpretazione - Riferimenti bibliografici Indice det nomi 479 483 489 493 493 497 500 d01 D03 D0D 506 510 213 314 D19 522 527 530 D31 INTRODUZIONE Al secondo congresso della International Association for Se- miotic Studies (Vienna, luglio 1979) presentavo alcuni “Proposals for a History of Semiotics”. Raccomandavo di intensificare gli stu- di storici sulle varie teorie del segno e della semiosi nel corso dei secoli, anzitutto perché lo giudicavo un contributo necessario alla storia della filosofia nel suo insieme e poi perché ritenevo che per fare semiotica oggi occorresse conoscere come la si era fatta ieri, sia pure e spesso mascherata sotto altre guise. E non potevo non partire da quel “Coup d’oeil sur le développement de la sémioti- que” con cui Roman Jakobson aveva aperto cinque anni prima il primo congresso internazionale dell’associazione (Jakobson 1974). Presentavo tre possibili programmi di lavoro. Il primo aveva ambizioni pit ristrette perché si limitava a quegli autori che aveva- no esplicitamente parlato della relazione di significazione, a parti- re dal Cratilo e da Aristotele, via via attraverso Agostino sino a Peirce — ma non trascurando trattatisti di retorica come Tesauro o i teorici delle lingue universali e artificiali come Wilkins o Beck. Il secondo programma implicava una rilettura attenta di tutta la storia della filosofia per trovare semiotiche implicite anche 1a dove apparentemente non erano state sviluppate, e ’esempio prin- cipe che fornivo era quello di Kant. Infine il terzo programma avrebbe dovuto coinvolgere tutte quelle forme di letteratura in cui in qualche modo si elaboravano 0 definivano strategie simboliche (come, per esempio, le opere dello Pseudo Areopagita) ed ermeneutiche di ogni tipo, tal che si citava- no a modo di esempio le pratiche divinatorie, testi come il Ratio- nale divinorum officiorum di Guglielmo Durando, i bestiari, le va- 12 DALL’ALBERO AL LABIRINTO tie opere di poetica, sino alla riflessioni anche marginali di scritto- ri e artisti che in qualche modo avevano riflettuto ai propri proces- si comunicativi. Chi ha qualche familiarita con la bibliografia semiotica degli ul- timi trent’anni sa che il mio appello da un lato si ancorava a inte- ressi storiografici gia sviluppati o in via di sviluppo, dall’altro an- nunciava un’esigenza che vagava per cosi dire nell’aria: in questi trent’anni i contributi a una ricostruzione storica delle teorie del -segno e della semiosi sono stati molti, tanto che si sarebbe ormai in grado (se qualcuno avesse la voglia e l’energia per farlo) di pro- gettare una storia definitiva del pensiero semiotico, di vari autori e in pid volumi. Personalmente, nel corso di questo trentennio, ho continuato a elaborare qualche contributo personale, ricuperando persino (e ri- prendendoli alla luce dei miei interessi semiotici successivi) alcuni lavori precedenti. Per non dire di quel capitolo di storia semiotica a cui ho dedicato il mio La ricerca della lingua perfetta nel 1993. Ecco pertanto l’origine e la natura dei saggi riuniti in questo volu- me. | | Essi sono stati concepiti in circostanze diverse, alcuni per occa- sioni strettamente accademiche, altri come discorsi per un pubbli- co pitt vasto: Non ho voluto omogeneizzarne il formato, e ho la- sciato ai contributi specialistici il loro apparato di note e riferi- menti, e alle trattazioni piti saggistiche la loro natura di conversa- zione. Confido che anche lettori che non nutrono interessi semiotici (nel senso disciplinare del termine) possano leggere questi scritti come contributi a una storia delle varie filosofie del linguaggio, o dei linguaggi. 1. DALLALBERO AL LABIRINTO 1.1 Dizionario ed enciclopedia Le nozioni di dizionario ed enciclopedia sono da tempo usate in semiotica, linguistica, filosofia del linguaggio, scienze cognitive e computer sciences per individuare due modelli e due concezioni della rappresentazione semantica, modelli che rinviano a una rap- presentazione generale del sapere e/o del mondo. Un modello a dizionario dovrebbe contemplare, per la defini- zione di un termine (e del concetto corrispondente), solo quelle proprieta necessarie e sufficienti a distinguere quel concetto da al- tri; in altri termini dovrebbe contenere solo quelle proprieta che gia Kant definiva come analitiche (analitico essendo quel giudizio 4 priori in cui il concetto che funge da predicato si pud ricavare dalla definizione del soggetto). Proprieta analitiche di cane sareb- bero allora ANIMALE, MAMMIFERO e CANIDE (in base alle quali un cane é distinguibile da un gatto ed é logicamente scorretto e se- manticamente improprio asserire di qualcosa che é un cane ma non é un animale). Questa definizione non assegna al cane le pro- prieta di abbaiare o di essere domestico: esse non sarebbero pro- prieta necessarie (perché possono esserci cani incapaci di abbaiare e ostili all’uomo) e non farebbero parte della conoscenza di una lingua bensi di una conoscenza del mondo. Sarebbero pertanto ma- teria di enciclopedia. In tal senso il dizionario e l’enciclopedia semiotici non sono di- rettamente equiparabili ai dizionari e alle enciclopedie “in carne e ossa”, e cioé ai prodotti editoriali di tale nome. Infatti, di solito i dizionari in carne e ossa non sono fatti a dizionario: per esempio 14 DALUALBERO AL LABIRINTO un dizionario comune pud definire il gatto come mammifero feli- no, ma di solito aggiunge specificazioni di carattere enciclopedico che riguardano il pelo, la forma degli occhi, i costumi o altro. Se si vuole individuare una forma pura di dizionario — a cui si riferiscono ancora vari teorici contemporanei dell’intelligenza arti- ficiale parlando, come nel paragrafo 7, di “ontologie” — occorre ri- farsi al modello dell’ Albero di Porfirio, vale a dire al commento al- le Categorie di Aristotele fatto nel ITI secolo d.C. dal neoplatonico Porfirio nella sua Isagoge, un testo che costituira per tutto il Me- dioevo (e oltre) un riferimento costante per ogni teoria della defi- nizione. 1.2. Il dizionario 1.2.1. Prima idea di dizionario: l Arbor Porphyriana Aristotele (Analitici Secondi, II, 3, 90b 30) dice che cid che si definisce é l’essenza o la natura essenziale. Definire una sostanza significa stabilire, tra i suoi attributi, quelli che appaiono come es- senziali e in particolare quelli che sono causa del fatto che la so- : stanza sia quale essa é, in altri termini la sua forma sostanziale. Il problema é andare a caccia degli attributi giusti che possano essere predicati come elementi della definizione (I, 3, 96a 15). Ari- stotele fa l’esempio del numero tre: un attributo come I essere si applica certo al numero tre ma anche a qualsiasi altra cosa che non sia un numero. Al contrario, la disparita si applica al tre in modo tale che, anche se ha una applicazione pit vasta (essa si applica per esempio anche al cinque), tuttavia non si estende al di 1a del genere numero. Questi sono gli attributi di cui dobbiamo andare alla ri- cerca “sino al punto che, benché ciascuno di essi abbia una esten- sione pit: ampia del proprio soggetto, tutti insieme abbiano la stes- sa estensione del soggetto: e questa sara l’essenza della cosa” (II, 3, 96a 35). Aristotele vuol dire che, se si definisce l’uomo come ANI- MALE MORTALE € RAZIONALE, ciascuno di questi attributi, preso sin- golarmente, pud applicarsi anche ad altre entita (i cavalli sono per esempio animali e mortali, e gli dei, nel senso neoplatonico del ter- DALLALBERO AL LABIRINTO 15 mine, sono animali e razionali) ma preso come un tutto, come un “sruppo” definizionale, ANIMALE RAZIONALE MORTALE si applica solo al?uomo e in modo assolutamente reciprocabile. Una definizione non é una dimostrazione: mostrare l’essenza di una cosa non equivale a provare alcuna proposizione circa quella cosa; una definizione dice cosa qualcosa sia, mentre una dimostra- zione prova che qualcosa sia (II, 3, 91a 1), e quindi in una defini- zione noi assumiamo cid che la dimostrazione deve invece provare (II, 3, 91a 35). Coloro che definiscono non provano che qualcosa esista (II, 3, 92a 20). Cid vuole dire che per Aristotele una defini- zione concerne il signzficato e non ha che fare con processi di rife- vimento a uno stato del mondo (II, 3, 93b 30). Per trovare il metodo giusto per costruire buone definizioni, Ari- stotele sviluppa la teoria dei predicabili, e cioé dei modi in cui le ca- tegorie possono essere predicate di un soggetto. Nei Topicz (101b 17-24) egli individua solo quattro predicabili (genere, proprio, defi- nizione e accidente) mentre Porfirio — come vedremo — parlera di cinque predicabili (genere, specie, differenza, proprio e accidente).! In una lunga discussione negli Analitici Secondi (II, 13) Aristo- tele traccia una serie di regole per sviluppare una giusta divisione che proceda dai generi pit universali alle infimae species, indivi- duando a ogni passo della divisione la giusta differenza. E il metodo che Porfirio adotta nella Isagoge. Il fatto che Porfi- rio sviluppi una teoria della divisione commentando le Categorie (dove il problema della differenza é appena menzionato) é seria materia di discussione (cfr. per esempio Moody 1935) ma non é di particolare rilievo per la nostra analisi. Nello stesso modo si pud evitare la vexata quaestio sulla natura degli universali, questione che Boezio consegna al Medioevo pro- ' Probabilmente Aristotele non pone la differenza tra i predicabili perché essa appare quando, registrata insieme al genere (Top. 1.101b 20), costituisce la defini- zione. In altri termini, la definizione (e quindi la specie) é il risultato della congiun- zione del genere e della differenza: se si mette nella lista la definizione non é neces- sario mettere la differenza, se si mette la specie non é necessario mettere la defini- zione, s¢ si mettono genere e specie non é necessario mettere la differenza. Inoltre Aristotele non elenca la specie tra i predicabili perché la specie non si predica di nulla, essendo essa stessa il soggetto ultimo di ogni predicazione. Porfirio inserira la specie nella lista perché la specie & cid che viene espresso dalla definizione. 16 DALL’ALBERO AL LABIRINTO prio partendo dalla Isagoge. Porfirio manifesta l’intenzione (non si sa quanto sincera) di lasciar da parte la domanda se i generi e le specie esistano in sé o se siano concezioni della mente. In ogni ca- so egli é il primo a tradurre Aristotele in termini di albero e certo é difficile evitare il sospetto che, cosi facendo, egli non sia tributario di una concezione neoplatonica della Grande catena dell’Essere.? Ma possiamo benissimo trascurare la metafisica che si sottende al- Arbor Porphyriana, dato che qui ci interessa il fatto che questo al- bero, indipendentemente dai suoi riferimenti metafisici, viene con- cepito come rappresentazione di relazioni logiche. Porfirio delinea un uxico albero delle sostanze, mentre Aristo- tele usa il metodo della divisione con molta cautela e, si pud dire, con molto scetticismo. Sembra dargli molto peso in Analitici Se- condi ma appare molto pit prudente nelle Parti degli animal: _ (642b sgg.) dove da l’impressione di essere disposto a delineare al- beri diversi a seconda del problema che si trova di fronte, anche quando si tratta di definire la stessa specie (si veda tutto il discorso sugli animali con le corna, di cui in Eco 1983). Ma Porfirio ha tracciato un unico albero delle sostanze, ed é da questo modello, non dalla pit problematica discussione del vero Aristotele, che l’idea di una struttura dizionariale della definizione ha preso origine, via Boezio, sino ai giorni nostri, anche quando il sostenitore attuale di una semantica a dizionario non sa a chi esse- re debitore. Porfirio, dicevamo, elenca cingue predicabili: genere, specie, differenza, proprio e accidente. I cinque predicabili stabiliscono il modo della definizione per ciascuna delle dieci categorie. Quindi é possibile pensare a dieci alberi di Porfirio, uno per le sostanze, che permetta per esempio di definire l’uomo come ANIMALE RA- ZIONALE MORTALE, € uno per ciascuna delle altre nove categorie, per esempio un albero delle qualita in cui il porpora venga defini- to come una specie del genere rosso.’ Pertanto ci sono dieci alberi possibili, ma non ¢’é un albero degli alberi perché l’Essere non é un Summum genus. * Vedi in proposito il fondamentale Lovejoy 1936. 3 Aristotele dice che anche gli accidenti sono suscettibili di definizione, anche se soltanto in riferimento a una sostanza, v. Met. VI 1028a 10-1031a 10. DALL’ALBERO AL LABIRINTO 1/ Senza dubbio l’albero porfiriano delle sostanze aspira a essere un insieme gerarchico e finito di generi e specie. La definizione che Porfirio provvede per il genere é assolutamente formale: un genere é cid a cui é subordinata una specie. Di converso, una spe- cie é cid che é subordinato a un genere. Genere e specie sono mu- tuamente definibili e quindi complementari. Ogni genere posto a un nodo alto dell’albero comprende le specie che ne dipendono, ogni specie subordinata a un genere é un genere pet la specie che le é subordinata, sino all’estremita inferiore dell’albero, dove sono collocate le specie specialissime o sostanze seconde, come ad esem- pio zomo. Al nodo superiore massimo c’é i! genus generalissimum (rappresentato dal nome della categoria) che non puo essere spe- cie di niente altro. Un genere pud essere predicato delle proprie specie, mentre le specie appartengono a un genere. Il rapporto da specie a genere superiore é un rapporto da ipo- nimi a iperonimi. Questo fenomeno garantirebbe la struttura fini- ta dell’albero perché, posto un numero dato di specie specialissi- me, dato che per due (0 pit) specie vi é un solo genere, cosi proce- dendo verso !’alto l’albero alla fine non pud che rastremarsi sino al nodo patriarca. In tal senso l’albero assolverebbe a tutte le funzio- ni richieste a un buon dizionario. Ma un albero di Porfirio non pud essere composto di soli gene- ri e specie. Se cosi fosse esso assumerebbe la forma della Figura 1. sostanza ON corporea incorporea ON vivente non vivente a animale non animale womo cavallo, ecc. Figura 1 18 DALL’ALBERO AL LABIRINTO In un albero di questo tipo uomo e cavallo (o uomo e gatto) non potrebbero essere distinti l’uno dall’altro. Un uomo é diverso da un cavallo perché, anche se entrambi sono animali, il primo é razionale e il secondo no. La razionalita é la differenza dell’uomo. La differenza rappresenta l’elemento cruciale, perché gli accidenti non sono richiesti per produrre una definizione.‘ Le differenze possono essere separabili dal soggetto (come es- sere caldo, muoversi, essere malato) e in questo senso altro non so- no che accidenti (che a un soggetto possono accadere oppure no). Ma possono anche essere inseparabili: tra queste alcune sono inse- parabili ma sempre accidentali (come I’avere il naso camuso), altre appartengono al soggetto per sé, ovvero essenzialmente, come es- sere razionale o mortale. Queste sono le differenze specifiche e so- no aggiunte al genere per formare la definizione della specie. Le differenze possono essere divisive e costitutive. Per esempio il genere ESSERE VIVENTE é potenzialmente divisibile nelle diffe- renze sensibile/insensibile ma la differenza sensibile pud essere composta col genere VIVENTE per costituire la specie ANIMALE. ANIMALE a propria volta diventa un genere divisibile in razionale/irrazionale ma la differenza razionale é costitutiva, col genere che essa divide, della specie ANIMALE RAZIONALE. Quindi le differenze dividono un genere (e il genere le contiene quali oppo- sti potenziali) e vengono selezionate per costituire in atto una spe- cie sottostante, destinata a diventare a sua volta un genere divisibi- le in nuove differenze. L'Isagoge suggerisce l’idea dell’albero solo verbalmente, ma la * Quanto al proprio, esso appartiene a una specie ma non fa parte della sua definizione. Ci sono diversi tipi di proprio, uno che occorre in una sola specie ma non in ogni membro (come la capacita di curare nell’uomo), uno che occor- re in una intera specie ma non in essa soltanto (come I’essere bipede), uno che occorre in tutta la specie e solo in quella, ma solo in un tempo determinato (co- me il diventare grigio in tarda eta) e uno che occorre in una e una sola specie, solo in quella e in ogni tempo (come la capacita di ridere per l’uomo), Quest’ ul- timo tipo é quello pit frequentemente citato e presenta la caratteristica assai in- teressante di essere reciprocabile con la specie (solo l’uomo é ridente e solo i ri- denti sono uomini). Tuttavia il proprio non pertiene in modo essenziale alla de- finizione perché il riso é pur sempre comportamento occasionale e dunque acci- dentale e non caratterizza ’'uomo in modo costante e necessario. DALL’ALBERO AL LABIRINTO 19 Differenze Generi e specie Differenze SOSTANZA oe Nee ee ee - F5 | | Corporea oo Incorporea Ll CORPO wee eee ee ee FO ee a ee ee i Animato Inanimato Lo SCESSERE VIVENTE i ee ee ee es ee ee ee eee ee ee wy es es ee a ee ee ee ee ee 4 l | Sensibile Insensibile Lo ANIMALE ee ee eee eee ee ee Ae ee ee eee ee 5 Razionale Irrazionale LS ANIMALE RAZIONALE wee ee ee ee Vane ee eee ee nF | 3 Mortale Immortale [tc IOs @ Figura 2 tradizione medievale ha visualizzato il progetto come appare nella Figura 2. | Nell’albero della figura 2 le linee tratteggiate marcano le diffe- renze divisive, mentre le linee continue marcano le differenze costi- tutive. Ricordiamo che il dio appare come animale e come corpo perché nella teologia platonica, a cui Porfirio si rifa, gli déi sono for- ze naturali intermedie e non debbono essere identificati con |'Uno- Certamente, dal punto di vista odierno di una distinzione tra dizionario ed enciclopedia, l’albero di Porfirio con le differenze inserisce in una struttura dizionariale delle proprieta enciclopedi- che. Infatti l’essere Sensitivo, Animato, Raztonale o Mortale sono accidenti rilevabili in termini di conoscenza del mondo, ed é in ba- se al comportamento di un essere che si comprende se é animato o 5 La tradizione medievale riprende questa idea per pure ragioni di fedelta al- l’esempio tradizionale, cosi come tutta la logica moderna assume, senza ulteriore verifica, che la stella della sera e la stella del mattino siano entrambe Venere. 20 DALLALBERO AL LABIRINTO razionale, se cioé esprime capacita raziocinative attraverso il lin- guagpio. In ogni caso le finalita dell’albero sono quelle di un dizio- nario, dove le differenze sono condizioni necessarie e sufficienti per distinguere un essere da un altro e rendere il definiens coesten- sivo al definiendum, cosi che, se ANIMALE RAZIONALE MORTALE, al- lora necessariamente womo, e viceversa. Ma ancora una volta, nella sua forma canonica, quest’ albero risul- ta insufficiente, perché distingue in modo logicamente soddisfacente Dio dal? uomo ma non, poniamo, l’uomo dal cavallo. Se si dovesse definire il cavallo, l’albero dovrebbe essere arricchito da disgiunzioni successive: per esempio si dovrebbe dividere gli ANIMALI in ortalie immortali, ela specie sottostante degli ANIMALI MORTALI in raztonali (uomini) e zrrazionali, come ad esempio i cavalli — anche se sfortuna- tamente questa suddivisione, come si vede in Figura 3, non permet- terebbe ancora di distinguere i cavalli da asini, gatti o cani. ANIMALE | Ae ee ee ee ee 1 Mortale Immortale Lo ANTMALE MORTALE poco ON wee ee ee 4 | i Razionale Irrazionale Lo COMO /CAVALLO | aq —-— Figura 3 Perd, anche pagando questo prezzo, non si potrebbe reintro- durre nell’albero dio. La sola soluzione sarebbe quella di porre due volte (almeno) la stessa differenza sotto due generi diversi (Fi- gura 4). Porfirio non avrebbe scoraggiato questa decisione, dato che egli dice (18.20) che la stessa differenza “si osserva spesso in diverse spe- cie, come quadrupede in molti animali che differiscono per specie” .§ Anche Aristotele diceva che quando due o pit generi sono su- ¢ Trascuriamo il fatto che quadrupede debba essere un proprio e non una dif- ferenza, dato che come esempio di proprio é dato altrove bipede. DALLUALBERO AL LABIRINTO 21 | | Razionale Irrazionale Le ANIMALE RAZIONALE / ANIMALE IRRAZIONALE { | t Mortale Immortale Mortale Immortale |. UOMO/DIO ~«~——! | CAVALLO/X ~———1 Figura 4 bordinati a un genere superiore (come accade nell’uomo e nel ca- vallo, in quanto sono entrambi animali) nulla esclude che essi ab- biano le stesse differenze (Cat. 1b 15 sgg; Top. VI 164b 10). Negli Analitici Secondi (II 90b sgg.) Aristotele mostra come sia possibile arrivare a una definizione non ambigua del numero tre. Posto che per i greci |’uno non era un numero (ma la fonte e la misura di tut- ti gli altri numeri), il tre pud essere definito come quel dispari che é primo in entrambi i sensi (e cioé che non é né somma né prodot- to di altri numeri). Questa definizione sarebbe del tutto reciproca- bile con l’espressione tre. Ma é interessante ricostruire nella Figu- ta 5 il processo di divisione attraverso il quale Aristotele perviene a questa definizione. Questo tipo di divisione mostra come le proprieta come non somma e non prodotto (che sono differenze) non siano esclusive di numert pari dispari somma 0 né somma non primo prodotto né prodotto di altri di altri NK nonsomma nonprodotto nonsomma _ non prodotto Figura 5 22 DALLALBERO AL LABIRINTO una sola disgiunzione ma occorrano sotto piti nodi. Quindi la stes- sa coppia di differenze divisive pud occorrere sotto diversi generi. Non solo, ma una volta che una certa differenza é risultata utile a definire senza ambiguita una certa specie, non é importante tenere in considerazione tutti gli altri soggetti di cui € ugualmente predi- cabile (in altri termini, una volta che una o pit differenze sono ser- vite a definire il numero tre, é irrilevante nella definizione di quan- ti altri numeri possano occorrere).’ Pertanto, una volta detto che, dati alcuni generi subordinati, niente impedisce loro di avere le stesse differenze, é difficile dire quante volte la stessa coppia di differenze possa occorrere. Che la stessa differenza possa ricorrere due volte sotto due ge- neri diversi (purché non subordinati) Aristotele lo ammetteva an- che in Topicz (I, 6, 144b): “l’animale terrestre e l’animale volatile sono infatti generi non contenuti Puno nell’altro, eppure la nozio- ne di bipede é differenza di entrambi” .§ Se la stessa differenza pud ricorrere pit volte, viene compro- messa la finitezza e la purezza logica dell’albero, che pud esplode- re in un pulviscolo di differenze, che si riproducono uguali sotto generi diversi. Anzi, se si considera che le specie sono una con- giunzione di genere e differenza, e il genere superiore é a propria volta congiunzione di altro genere pit differenza (e pertanto gene- ti € specie sono astrazioni, finzioni intellettuali che servono a rias- sumere diverse organizzazioni di differenze, ovvero di accidenti), la soluzione pit logica sarebbe che l’albero fosse costituito da sole differenze, proprieta che possono articolarsi in alberi diversi a se- conda delle cose da definire, e abolendo la distinzione tra sostanze e accident. Molti commentatori medievali dell’Isagoge sembrano incorag- giare questa conclusione. Boezio in De divisione (VI, 7) suggeriva che sostanze come la perla, ]’ebano, il latte e alcuni accidenti come bianco e liquido, possano dare origine ad alberi alternativi. In uno, per esempio, dato un genere Cose Liquide, di cui sarebbero diffe- ” Per una chiara e inequivoca precisazione di questo punto si veda Analitici Secondi (II, 13, 97a 16-25). 8 Si potrebbe obiettare che bipede 0 non somma sono si differenze, ma non specifiche; ma si é appena visto in fig. 4 che anche differenze specifiche come r- zionale possono ricorrere due volte (almeno) sotto generi diversi. DALLALBERO AL LABIRINTO 23 Cose bianche Cose nere Cose liquide Cose dure Liquide Dure Liquide Dure Bianche Nere Bianche Nere Latte Perla ? Ebano Latte ? Perla Ebano Figura 6 renze Bianco/Nero, avremmo le due specie del Latte e dell’ Inchio- stro; nell’altro il genere Cose Bianche, attraverso la differenza Li- quido/Duro, genererebbe le due specie del Latte e della Perla (Fi- gura 6). vero che in questo passaggio Boezio sta parlando di soli acci- denti ma in De divisione XII, 37 egli applica lo stesso principio a ogni divisione di genere (“generis unius fit multiplex divisio”). La stessa cosa é detta da Abelardo in Editio super Porphyrium (150, 12), dove ricorda che “Pluraliter ideo dicit genera, quia ani- mal dividitur per rationale animal et irrationale; et rationale per - mortale et immortale dividitur; et mortale per rationale et irratio- nale dividitur” (Figura 7).? In un albero composto di sole differenze, queste possono esse- re riorganizzate di continuo secondo la descrizione sotto la quale un dato soggetto é considerato, e pertanto l’albero diventa una struttura sensibile ai contesti, non un dizionario assoluto. D’altro canto Aristotele (interessato a definire non solo le so- stanze ma anche gli accidenti) nell’asserire (Secondi Analitici I, 3, 834,15) che le definizioni debbono attenersi a un numero di de- terminazioni che sia finito, sia in serie ascendente che discenden- mortale razionale oppure LN razionale irrazionale mortale irrazionale Figura 7 E in 157, 15 si ripete ancora che una data differenza pud essere predicata di pit: di una specie: “Falsum est quod omnis differentia sequens ponit superiores, quia ubi sunt permixtae differentiae, fallit”. 24 | DALL’ALBERO AL LABIRINTO privazione luce solare per interposizione della terra per altre ragioni eclisse altro fenomeno Figura 8 te, non sembra affatto suggerire che il loro numero e la loro fun- zione siano gia stabiliti da una struttura categoriale precedente. In- fatti nelle sue varie ricerche su fenomeni naturali, dall’eclisse alla definizione dei ruminanti, egli mostra molta flessibilita nel costi- tuire suddivisioni e suggerire alberi dove generi, specie e differen- ze si scambiano di ruolo a seconda del problema che si intende ri- solvere. In Secondi Analitict II, 3, 90a, 15 si dice che l’eclisse é privazio- ne della luce solare causata dalla interposizione della terra. Perché la si possa definire cosi occorre presupporre una divisione da ge- nere a specie come quella in Figura 8. Ma di che cosa é specie la privazione della luce solare? Stiamo pensando a un albero che considera i vari tipi di privazione (tra cul, poniamo, privazione della vita o del cibo) o a un albero che considera vari fenomeni astronomici, opponendo la diffusione del- la luce solare alla sua privazione? In I, 3, 93b, 5 si discute il caso del tuono. Esso é definito c co- me estinzione del fuoco nelle nubi. Da cui un albero come in Fi- gura 9: estinzioni estinzione di fuoco nelle nubi altri tipi di estinzione Tuono Figura 9 DALLALBERO AL LABIRINTO 25 Ma se la definizione fosse “rumore prodotto dall’estinzione del fuoco nelle nubi”? Allora l’albero soggiacente dovrebbe essere co- me in Figura 10: Rumore prodotti da estinzione di fuoco prodotti da altre cause nelle nubi altrove tuono altro fenomeno Figura 10 Come si vede nel primo caso il tuono é specie del genere estin- zione, nel secondo caso lo é del genere rumori. Questa flessibilita é dovuta al fatto che, quando affronta feno- meni concreti, il filosofo intende defixirli, mentre un albero a ge- rarchia fissa e con un numero di determinazioni finite serve solo a classificare. Un semplice artificio classificatorio é quello che ap- punto incassa generi, specie e differenze senza spiegare la natura del definiendum. Questo modello é quello delle tassonomia delle scienze naturali odierne dove per esempio si stabilisce che un cane appartiene al genere CANIS, della famiglia dei CANIDI, del subordi- ne dei FISSIPEDI, dell’ordine dei CARNIVORI, della sottoclasse dei PLACENTALIA, della classe MAMMIFERI. Pero questa classificazione non ci dice (e non intende dire) né quali siano le proprieta del ca- ne né come riconoscere un cane o riferirsi a cani. Infatti ogni nodo della classificazione é per cosi dire un puntatore che rinvia a un al- tro capitolo della zoologia dove si specificano le proprieta dei Mammiferi, dei Placentalia, dei Carnivori, dei Fissipedi e cosi via. Pertanto una classificazione a dizionario non serve a definire un termine ma soltanto a permettere di usarlo in modo logicamen- te corretto. Posto che, poniamo, la immaginaria specie dei Prissidi sia classificata come appartenente al genere dei Prosidi e i Prosidi 26 DALL-ALBERO AL LABIRINTO siano specie del genere Proceidi, non é necessario sapere che pro- prieta abbiano un proceide o un proside per poter trarre inferenze (verissime) del tipo se guesto é un prisside allora é certamente un proside, e non é possibile che qualcosa sia un prisside e non sia un proceide. Ma non é su queste basi che noi possiamo comprendere espres- sioni in cui appaiano termini come prisside o proceide: un conto é sapere che é logicamente scorretto dire che un prisside non sia un proceide, un conto é sapere che cosa sia un proceide, e se ha un si- enificato dire che i termini hanno un significato, questo significato la classificazione non ce lo fornisce. Gil (1981: 1027) suggerisce che i generi e le specie possono es- sere usati come parametri estensionali (classi) mentre solo le diffe- renze fissano il regime intensionale. Questo equivale a dire che il significato di un termine dipende dalle differenze e non dai generi e dalle specie. Ora, quello che rende difficile irreggimentare le dif- ferenze sotto un albero porfiriano é che le differenze sono acciden- ti e gli accidenti sono infiniti o almeno indefiniti per numero. Le differenze sono qualita (e non é un caso che mentre generi e specie, che rappresentano sostanze, sono espressi da nomi co- muni, le differenze siano espresse da aggettivi). Le differenze pro- vengono da un albero che non é quello delle sostanze e il loro nu- mero non é noto a priori (Metafsica VIII 1042a-1042b). E vero che Aristotele dice queste cose delle differenze non essenziali, ma a questo punto chi puo dire quali differenze siano essenziali e quali no? Aristotele gioca su pochi esempi (come razionale o mor- tale) ma quando parla di specie diverse dall’uomo, come bestie o oggetti artificiali, egli diventa molto pit vago, le differenze si mol- tiplicano. In linea teorica siamo autorizzati ad avanzare l’ipotesi che egli non avrebbe saputo costruire un albero di Porfirio finito, ma an- che in linea pratica (ovvero in base all’evidenza filologica), quando leggiamo Le parti deglt animali, vediamo che egli di fatto rinuncia a costruire un albero unico e riaggiusta alberi complementari a se- conda della proprieta di cui vuole spiegare la causa e la natura es- senziale (cfr. Balme 1961 e Eco 1983). La nozione di differenza specifica é, retoricamente parlando, un ossimoro. Differenza specifica significa accidente essenziale. Ma DALLU'ALBERO AL LABIRINTO 2/ questo ossimoro cela (o svela) una contraddizione ontologica ben piti grave. Chi ha capito il problema senza infingimenti (ma ne ha dato at- to con molta prudenza, come al solito) é Tommaso. Nel De ente et essentia si dice che la differenza specifica corrisponde alla forma sostanziale (altro ossimoro ontologico, se cosi si pud dire, dato che la cosa pitt sostanziale che possiamo concepire viene identificata con un accidente). Ma il pensiero di Tommaso non da adito a equi- voci: cid che definisce la forma sostanziale é la differenza come ac- cidente. Per giustificare una conclusione cosi scandalosa, Tommaso escogita — con uno dei suoi consueti colpi di genio — una soluzione molto brillante. Esistono differenze essenziali; ma quali e cosa esse siano non lo sappiamo; quelle che conosciamo come differenze specifiche non sono le differenze essenziali stesse, ma ne sono per cosi dire dei segni, dei sintomi, degli indizi, manifestazioni superfi- ciali dell’essere di qualcosa d’altro per noi inconoscibile. Noi infe- riamo la presenza di differenze essenziali attraverso un processo semiotico, a partire dagli accidenti conoscibili."° Che l’effetto sia segno della causa é l’idea consueta all’ Aquina- te (molto della sua teoria dell’analogia dipende da questa assun- zione, in ultima analisi di origine stoica: gli effetti sono segni indi- cativi). Videa é ribadita per esempio in S. TA. I. 29 2 ad 3, o in S.TA. I. 77 1 ad 7: una differenza come razionale non é la vera differenza specifica che costituisce la forma sostanziale. La ratio come poten- tia animae appare all’esterno verbo et facto, attraverso azioni este- riori, comportamenti psicologici e fisici (e le azioni sono accidenti, non sostanze!). Noi diciamo che gli uomini sono razionali perché manifestano la loro potenza razionale attraverso atti conoscitivi, vuoi attraverso un discorso interno (attivita di pensiero) vuoi at- traverso un discorso esterno, e cioé attraverso il linguaggio (S. ThA. I. 78.8 co). In un testo decisivo della Contra Gentiles (111.46) Tommaso dice che l’essere umano non sa che cosa esso sia (guid 10 “In rebus enim sensibilibus etiam ipsae differentiae essentiales ignotae sunt, unde significantur per differentias accidentales, quae ex essentialibus oriun- tur, sicut causa significatur per suum effectum, sicut bipes ponitur differentia ho- minis.” (De ente et essentia, VI). 28 DALLU’ALBERO AL LABIRINTO est) ma conosce che esso é cosi (guod est) in quanto si percepisce come attore di attivita razionale. Noi conosciamo che cosa siano le nostre potenze spirituali solo “ex ipsorum actuum qualitate”. Cosi rationale & un accidente e cosi sono tutte le differenze nelle quali Valbero porfiriano si dissolve. Tommaso non trae da questa scoperta tutte le conclusioni che avrebbe dovuto circa una possibile natura dell’albero delle sostan- ze: non pud permettersi (forse psicologicamente) di mettere in crisi ’albero come strumento logico per ottenere definizioni (cid che avrebbe potuto fare senza rischio) perché tutto il Medioevo é do- minato dalla persuasione (anche se inconscia) che l’albero mimi la struttura del reale, e questo sospetto neoplatonico affetta anche i pit rigorosi aristotelici. Ma é evidente che, se ne seguiamo la logica interna, l’albero dei generi e delle specie, comunque venga costruito, esplode in un tur- bine infinito di accidenti, in una rete non gerarchizzabile di qualia. II dizionario si dissolve necessariamente, per forza interna, in una galassia potenzialmente disordinata e illimitata di elementi di co- noscenza del mondo. Quindi diventa una enciclopedia e lo diven- ta perché di fatto era una enciclopedia che s’ignorava, ovvero un artificio escogitato per mascherare l’inevitabilita dell’enciclopedia. 1.2.2: L’utopia del dizionario nella semantica moderna Un ritorno al modello del dizionario si ha nella linguistica della seconda meta del XX secolo, quando appaiono i primi tentativi di postulare o riconoscere — per definire i contenuti espressi da ter- mini di una lingua naturale — un sistema finito di figure che pos- segga le stesse caratteristiche di un sistema fonologico (basato su un numero limitato di fonemi e sulle loro opposizioni sistemati- che). Si é cosi postulata una semantica a tratti (atomi semantici o primitivi) che intende stabilire condizioni necessarie e sufficienti per la definizione del significato, a esclusione della conoscenza del mondo. In tal senso é necessario che qualcosa, perché sia gatto, abbia un tratto ANIMALE, ma non é necessario che sia capace di miagolare. Questi tratti necessari e sufficienti sarebbero “marche” dizionariali. Tale concezione era stata anticipata da Hjelmslev