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Iran, forte terremoto nel Sud vicino alla centrale nucleare Almeno 20 morti, tre citt distrutte

Sisma di magnitudo 6.3. Lepicentro stato localizzato a circa 89 km dalla centrale nucleare di Bushehr
gi salito a venti morti il il bilancio del terremoto di magnitudo 6,3 registrato oggi nella regione meridionale dellIran, a una novantina di chilometri da Busheher, pi precisamente nella citt di Kaki. Lo ha annunciato il centro sismologico iraniano. Prime stime indicano che anche le citt di Khormouj, Dayer a Kangan, situate nella provincia di Bushehr, sono state devastate dalla scossa. Da Teheran verranno mobilitate cento ambulanze con squadre mediche, ha annunciato il capo del Quartier generale disastri naturali e assistenza medica iraniano, Mohammad Taghi Talebian. Ma il numero delle vittime destinato ad aumentare, ha fatto sapere il vicegovernatore della provincia di Bushehr, Rostami, alla IRINN, sottolineando che larea colpita dal sisma molto ampia. Intanto, il capo della Croce Rossa iraniana, Mahmoud Mozaffar, ha detto alla tv di Stato che l80% dei due villaggi vicini allepicentro stato distrutto, e che nella zona vivono almeno 10.000 persone. Dopo il disastro che nel marzo 2011 colp Fukishima, a spaventare di pi la vicinanza dellepicentro del terremoto con la centrale nucleare di Bushehr. Il governatore Fereydoon Hasanvand ha annunciato che lunico reattore iraniano non stato danneggiato, ma il sisma ha spinto le autorit del Qatar e del Bahrein ad evacuare diversi edifici nelle rispettive capitali, dove il tremore stato avvertito sensibilmente. Proprio gi Stati del Golfo hanno espresso timori sulla tenuta della centrale di Bushehr, costruita in unarea altamente sismica. La Repubblica islamica iraniana lunica nazione che nel mondo non ha aderito alla Convenzione per la sicurezza nucleare, siglata dopo il disastro di Chernobyl, avvenuto nel 1986. LIran situato su numerose faglie sismiche importanti e i terremoti sono frequenti. Il pi grave dellultimo periodo, nel dicembre 2003 ha ucciso oltre 31mila persone, un quarto della popolazione della citt di Ram.

Allarme Corea, missili in centro a Tokyo LOnu: La crisi pu sfuggire di mano E Pyongyang: Stranieri, lasciate il Sud
Due batterie di missili schierate davanti al ministero della difesa giapponese. Ban Ki-moon: Livello di tensione pericoloso
Il Giappone schiera le sue batterie anti-missile Patriot Advanced Capability-3 (Pac3) nel centro di Tokyo, nella sua area metropolitana e nella lontana Okinawa, in una mossa di natura precauzionale, fatta anche in passato, allo scopo di neutralizzare test balistici nordcoreani. A maggior ragione quando i preparativi di Pyongyang sembrano essere ultimati, secondo le stime dei militari di Seul, al punto che, tecnicamente parlando, possibile che il lancio possa avvenire

anche domani, rilancia lagenzia sudcoreana Yonhap. Con la massima festivit del 15 aprile, giorno del compleanno (il 101/mo) del fondatore dellultimo baluardo stalinista al mondo, il presidente eterno Kim Il-sung, ogni momento potrebbe essere ideale per la nuova provocazione. Le forze armate del Sud sono in massima allerta per una mossa ora pi verosimile da parte del regime, che la scorsa settimana ha deciso di trasportare sulla costa orientale e montare sulle rampe di lancio due vettori Musudan, capaci di coprire 3-4.000 chilometri e di raggiungere quindi Guam, la fortezza americana. La benzina sul fuoco non manca: il Nord, oltre a non mandare - come del resto promesso - gli oltre 53.000 lavoratori allarea industriale di sviluppo congiunto di Kaesong, decretandone la chiusura sia pure temporanea, ammonisce gli stranieri presenti in Corea del Sud a prepararsi allevacuazione del Paese. Non vogliamo fare del male agli stranieri nel caso ci fosse una guerra, riporta lagenzia del regime, la Kcna, citando il portavoce del comitato per la pace in Asia-Pacifico. Linvito a tutte le organizzazioni straniere, le imprese e i turisti, a mettere a punto tutte le misure per levacuazione. Una velata minaccia, secondo fonti di Seul, che raddoppia nella sostanza quella indirizzata al personale delle ambasciate straniere a Pyongyang, con tanto di scadenza al 10 aprile per abbandonare il Paese, perch dopo quella data il Nord non sarebbe pi in grado di garantire la sicurezza dei diplomatici nellesercizio delle funzioni in caso di conflitto. In ogni caso, lo scenario si caratterizza per la tensione e la volatilit, ma nulla risulta al punto di non ritorno. Sono situazioni tutte reversibili, anche Kaesong, dice una fonte del coordinamento delle ambasciate straniere a Pyongyang, secondo cui il regime nordcoreano ha comunque centrato lobiettivo: Alzare la tensione, artificiosamente. La Cina non vuole vedere il caos nella penisola coreana, afferma ancora il portavoce del ministero degli Esteri, Hong Lei, esprimendo contrariet a qualsiasi iniziativa porti a un peggioramento della situazione. LUe, in base a fonti della Commissione, valuta lipotesi di rafforzare le sanzioni se Pyongyang andr avanti con i test e le minacce nucleari, dopo il robusto pacchetto di misure prese il 18 febbraio, a ridosso del test atomico del 12 febbraio. Il premier Mario Monti ribadisce al segretario dellOnu Ban Ki-moon (lattuale livello di tensione molto pericoloso, dice) che lItalia, sulla crisi intercoreana, ritiene del tutto inaccettabile la minaccia di ricorso alluso della forza e che debbano immediatamente cessare provocazioni e allarmismi. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite avverte che in questa situazione un piccolo incidente, provocato da un calcolo o un giudizio sbagliato, potrebbe scatenare una situazione incontrollabile. Le batterie di Patriot a Ichigaya, nel quartier generale del ministero della Difesa, nel cuore di Tokyo, fanno per lintera giornata da sfondo alle dirette delle tv internazionali. Il Giappone far quello che c bisogno di fare con calma e collaborando con gli alleati, assicura il premier, Shinzo Abe, secondo cui il governo prender ogni misura possibile per proteggere la vita delle persone giapponesi e la sicurezza. Due cacciatorpedinieri con standard Aegis, dotati di missili intercettori, sono stati mandati nel mar del Giappone a presidio del territorio, perch il sospetto che il missile, se lanciato, possa ripercorrere la traiettoria di quello del 2008, quando sorvolo il Giappone prima di inabissarsi nel Pacifico. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, sar in visita ufficiale in Corea del Sud dall11 al 13 aprile prossimi; il 12 aprile sar la volta del segretario di Stato americano, John Kerry, in un periodo massima tensione.

I cristiani nigeriani nell'inferno di Boko Haram


Viaggio nella diocesi sotto la pi pesante cappa di terrore di tutta lAfrica
C una linea immaginaria in Nigeria, che dal nord scende di trasverso fino al confine orientale, tagliando fuori lo spigolo di Paese che si incunea tra il Camerun, ad est, Ciad e Niger a nord. Difficile attraversare quella linea con disinvoltura: i contractors occidentali sono spariti da tempo, troppo rischioso, non ci vanno facilmente i media stranieri, non ci si avventurano ormai quasi pi neanche i nigeriani del sud, che un tempo vi si affollavano per stabilire fiorenti commerci.

Al di l si estende un lembo di terra dai panorami sconfinati di savana aperta che si raref via via in deserto man mano che si sale a nord, poche citt grandi, simili pi a paesoni di casette basse dal tetto di lamiera ondulata, strade polverose battute da un sole implacabile: il resto campagna, punteggiata di villaggi di fango, ombreggiati da rade acacie, catene montuose, impervie colline di pietra compatta grigio scura, mandrie di buoi gibbosi dalle lunghe corna diritte accompagnate dai nomadi Fulani, i folletti delle pianure, che vivono in simbiosi con gli animali nel loro eterno peregrinare. L'ODIO FANATICO DI BOKO HARAM - Questo posto oggi una delle zone ad alto rischio dellAfrica, per certi versi la peggiore. Qui non guerra, non ci sono linee, bande o fazioni identificabili, non puoi dire ecco, qui sono al riparo, al sicuro; qui terrorismo della peggiore specie, strisciante, continuo, violenza primitiva, che usa il coltello pi delle armi sofisticate, si muove al buio, quando la paura allunga le grinfie, nei vicoli dei quartieri di citt come nei villaggi isolati delle campagne. Siamo nel cuore delle zone infestate dallodio fanatico di Boko Haram, la setta integralista che ha steso su tutto un velo pesante, palpabile, di terrore soffocante, difficile da raccontare. Boko Haram. Suona quasi bene, pronunciato con lacca aperta e aspirata della lingua Hausa, sa di deserto, di vento tra i cespugli spinosi, evoca carovane in marcia, lunghe teorie di viaggiatori, le corse dei cavalli tra le dune, qualcosa di misterioso ed evanescente. E invece la morte. LA VIOLENZA FEROCE - Questa terra, evangelizzata dai missionari irlandesi centanni fa, per secoli punto di scambio tra il Sahara e il Golfo di Guinea, dove la pacifica convivenza tra religioni diverse era un fatto normale, il tragico palcoscenico di una violenza feroce che mira a dividere e imporre un odio che non cera. I musulmani devono abbracciare il credo del fanatismo, altrimenti diventano bersaglio della setta che non accetta moderazione; e i cristiani se ne devono andare, o convertirsi anche se vivono qui da generazioni, in pace con la stragrande maggioranza dei musulmani, da buoni vicini oppure come famiglie allargate con parenti di fede diversa. Tutto questo ci che nel mirino degli integralisti, tutto questo deve scomparire: chi non si piega viene ucciso o vive nel terrore di poter essere lui il prossimo a lasciarci la pelle. IL VESCOVO CHE RESISTE - La cosa pi importante che, nonostante tutto, i sacerdoti non se ne vanno, non abbandonano i fedeli, finch resta anche una sola anima di cui prendersi cura nostro dovere rimanere. Oliver Dashe Doeme il vescovo che regge forse la diocesi sotto la pi pesante cappa di terrore di tutta lAfrica, ha sempre rifiutato la scorta, gira col suo assistente che fa anche da autista, bersaglio vivente ed esibito: Come faccio ad andare nelle citt, nei villaggi a dire alla gente di resistere, pregare, aver fiducia nel futuro se mi presento con dieci soldati ed un pick up blindato? un fatto di povert e mancanza di cultura: che cosa vuole Boko Haram? Vuole dire che la cultura peccato, perch la cultura rende liberi, e loro vogliono che i giovani crescano nellignoranza, cos sono manovrabili. I terroristi per usano le armi fabbricate in Occidente: qualcuno insegna loro come maneggiare gli esplosivi, non forse anche questo cultura moderna? PARROCI IN PRIMA FILA - John ha meno di quarantanni, ha studiato a Roma, fa il parroco nel villaggio natale del fondatore di Boko Haram, Mohamed Yusuf, parla un ottimo italiano. Bisogna raccontare il terrore che la gente deve affrontare qui, in Italia difficile immaginare cosa significa vivere da queste parti, le persone non hanno gli strumenti mentali per poter comprendere. Insieme a lui ci sono William, Kevin, e Gideon, parroci giovani, costretti a convivere con questo terrore quotidiano come comporre i morti ogni volta che c un attentato, un omicidio, occuparsi delle vedove e degli orfani. Kevin lultimo omicidio lo ha visto poco pi di due settimane fa: hanno sgozzato un ragazzino di quindici anni, poi hanno freddato la madre ancora inginocchiata sul corpo del figlio. Agiscono sempre di notte i terroristi. Mostra le foto. Ci sentiamo scoraggiati. Lanno scorso qui hanno ammazzato trenta studenti dellUniversit: andavano di casa in casa, alle tre del mattino, chiedevano come ti chiami ? e ammazzavano tutti quelli che avevano un nome inglese, non tradizionale. Gli hanno sparato e squarciato la gola. Quando arrivato lesercito era gi tutto finito. Quello che fa pi male da queste parti il rischio della rassegnazione, linteresse dei media che si allenta, quasi che vivere cos possa essere normale: Vedi, noi da vivi non facciamo notizia - dice un testimone che vuole restare anonimo - chi mai vorrebbe leggere la mia storia? Ma da morti facciamo

vendere i giornali, la gente vede i nostri corpi in tv e aspetta qualche secondo prima di cambiare canale. Ma ormai se moriamo solo in due o tre interessiamo sempre meno. Per fare audience dobbiamo morire in dieci, o venti. Di stranieri, di solito, ne basta uno solo. Ti prego, parlate di noi.

Il Papa e Ban Ki-moon: Siria, Corea e Africa emergenze umanitarie


(Ap)

Le Nazioni Unite e la Santa Sede condividono idee e obiettivi comuni Con queste parole il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha salutato Papa Francesco durante l'incontro che si svolto oggi pomeriggio in Vaticano. un grande onore incontrarla all'inizio del vostro mandato - ha aggiunto Ban Ki-moon - molto importante incontrare il leader spirituale del mondo all'inizio del suo mandato. Bergoglio ha risposto in inglese di essere contento anche lui della visita, riprendendo per subito dopo a parlare in italiano. Al colloquio privato, durato 20 minuti, ha assistito un sacerdote della Segreteria di Stato che faceva da interprete. Papa Francesco e Ban Ki-moon hanno parlato delle situazioni di conflitto e di grave emergenza umanitaria, soprattutto quella in Siria, e altre, come quella nella penisola coreana e in Africa, dove la pace e la stabilit sono minacciate, ha riferito il protavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Il Pontefice ha inoltre esposto al segretario generale dell'Onu la sua preoccupazione per il problema della tratta delle persone, in particolare delle donne, e a quello dei rifugiati e dei migranti, ha aggiunto Lombardi. Ban Ki-moon, che ha recentemente iniziato il suo secondo mandato al vertice delle Nazioni Unite, ha esposto il suo programma per il quinquennio, incentrato, tra l'altro, sulla prevenzione dei conflitti, la solidariet internazionale e lo sviluppo economico equo e sostenibile. A Ban Ki-moon papa Francesco ha ricordato il contributo della Chiesa Cattolica, a partire dalla sua identit e con i mezzi che le sono propri, in favore della dignit umana integrale e per la promozione di una Cultura dell'Incontro che concorra ai pi alti fini istituzionali. Infine, il segretario Onu ha invitato il Pontefice al Palazzo di vetro di New York, per parlare all'Assemblea generale dell'Onu. come hanno fatto Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

L'invito alla mitezza nella comunit


Lo Spirito porti la pace nelle comunit cristiane e insegni a essere miti, rinunciando a sparlare degli altri. Con questo auspicio, papa Francesco ha concluso lomelia della Messa celebrata nella Casa Santa Marta, alla presenza di personale del Fondo di assistenza sanitaria del Vaticano e dei Servizi generali del Governatorato. Erano un cuor solo e unanima sola, grazie allo Spirito che li aveva fatti rinascere a una vita nuova. Ci che allanno zero della Chiesa ha saputo essere la prima comunit cristiana modello intramontato e intramontabile per la comunit cristiana di oggi. Papa Francesco lha ribadito in modo incisivo partendo dal dialogo evangelico tra Ges e Nicodemo, il quale non afferra subito in che modo un uomo possa nascere di nuovo. Di nuovo, ha ripetuto il Papa, vuol dire dallo Spirito Santo, la vita nuova che noi abbiamo ricevuto nel Battesimo. Vita che si deve sviluppare, non viene automaticamente. Dobbiamo fare di tutto ha affermato Papa Francesco perch quella vita si sviluppi nella vita nuova, un laborioso cammino, che principalmente dipende dallo Spirito e insieme dalla capacit di ciascuno di aprirsi al suo soffio. E questo, ha indicato il Papa, esattamente ci che accadde ai primi cristiani. Loro avevano la vita nuova, che si esprimeva nel vivere con un cuore solo e unanima sola. Avevano, ha osservato, quellunit, quellunanimit, quellarmonia dei sentimenti nellamore, lamore mutuo. Una dimensione oggi da riscoprire: per esempio ha detto Papa Francesco laspetto della mitezza nella comunit, virt un po dimenticata. La mitezza, ha stigmatizzato, ha tanti nemici. Il primo sono le chiacchiere. Papa Francesco vi si soffermato con molto realismo: Quando si preferisce chiacchierare, chiacchierare dellaltro, bastonare un po laltro sono cose quotidiane, che capitano a tutti, anche a me sono tentazioni del maligno che non vuole che lo Spirito venga da noi e faccia questa pace, questa mitezza nelle comunit cristiane. Sempre ha constatato ci sono queste lotte: in parrocchia, in famiglia, nel quartiere, tra amici. E questa ha ripetuto non la vita nuova, perch quando lo Spirito viene e ci fa nascere in una vita nuova, ci fa miti, caritatevoli. Quindi, come un maestro di fede e di vita, il Papa ha ricordato quale sia il comportamento giusto per un cristiano. Primo, non giudicare nessuno perch lunico Giudice il Signore. Poi stare zitti e se si deve dire qualcosa dirla agli interessati, a chi pu rimediare alla situazione, ma non a tutto il quartiere. Se, con la grazia dello Spirito ha concluso Papa Francesco riusciamo a non chiacchierare mai, sar un gran bel passo avanti e ci far bene a tutti.

Ancora stragi a Damasco mentre Assad rifiuta allultimo la missione Onu sulle armi chimiche Almeno 15 morti e 53 feriti in unesplosione ieri nel centro moderno di
Damasco, dove hanno sede le principali organizzazioni governative. Mentre altre 61 persone, di cui 9 bambini, sono morte nei combattimenti e nei bombardamenti in diverse aree del Paese. Intanto Damasco ha rifiutato la missione dellOnu che avrebbe dovuto portare in Siria ispettori incaricati di verificare se l'esercito stia utilizzando armi chimiche, dopo le reciproche accuse con i ribelli di aver fatto ricorso a gas velenosi. Con la scusa che avrebbe approvato una missione localizzata e non sullintero territor

Afghanistan: lesercito silenzioso di studentesse che non rinuncia ad andare a scuola


C sete di istruzione in Afghanistan e c una larga fetta di studenti, circa il 39% del totale composto da 8 milioni di persone, rappresentato da giovani donne che non intendono rinunciare al loro futuro e al desiderio di andare a scuola. Cos sempre pi ragazze afgane stanno tornando a scuola nei loro villaggi sfidando i pericoli effettivi e i pregiudizi legati alle tradizioni tribali e antifemministe del Paese. A riferirlo sono fonti locali dellagenzia Fides. Una di queste strutture coraggiose che apertamente ha deciso di sfidare la tradizione, si trova a Qalai Gadar, comunit rurale nel distretto di Qara Bagh a circa 40 km a nord di Kabul. Si tratta di una delle poche scuole elementari a disposizione della popolazione locale. Aperta nel 2012, stata costruita dallAlto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Ledificio a due piani ospita circa 400 studenti, prevalentemente ragazze provenienti da 10 villaggi limitrofi che frequentano in due turni. La maggior parte degli studenti della scuola sono figli di ex rifugiati fuggiti dal conflitto con i talebani che vivono in Stati confinanti di Pakistan e Iran. Secondo fonti ufficiali uno dei problemi principali per i quali i genitori sono riluttanti a mandare le proprie figlie a scuola la carenza di insegnanti donne. Attualmente gli insegnanti sono 12, ma solo uno di loro di sesso femminile. La scuola inoltre ancora priva di acqua corrente ed elettricit. Mancano anche libri di testo e materiale scolastico, tutte cose che gli alunni poveri non hanno. (G.F.)