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Km / Interculturalit Salah Methnani SGUARDO ITALIANO E IDENTITA DELLALTRO Il saggio stato presentato ad un seminario tenutosi nel dicembre 2007

7 presso lUniversit di Macerata ed organizzato da Carla Carotenuto e Michela Meschini. Quando una persona lascia il proprio paese per andare a vivere altrove, si ritrova inevitabilmente a confronto con una realt che non somiglia a quella che lascia alle sue spalle ed costretto ad imparare altre lingue, altri linguaggi, altri codici. Appena lemigrante varca la soglia dingresso del paese ospitante e veste labito dellimmigrato diventa subito loggetto di vari interrogativi da parte dei suoi acquisiti concittadini; il principale soggetto di una nuova, lenta e progressiva trasformazione caratteriale nellarduo tentativo di poter aderire in pieno alla nuova societ che lo ha accolto. Come un accusato in unaula di tribunale limmigrato subisce i pi disparati tipi di domande; e come una spugna comincia ad assorbire, consciamente o inconsciamente gli usi, le abitudini, e i modi di espressione di chi lo circonda nel suo nuovo universo. Nellintroduzione al suo saggio Identits meurtrieres uscito in Francia nel 1998 presso la casa editrice Editions Grasset & Fasquelle, e tradotto in italiano sotto il titolo di Lidentit, lo scrittore libanese Amin Maalouf scrive quanto segue: Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia, mi stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi pi francese o pi libanese. Rispondo invariabilmente: Luno e laltro!. Non per scrupolo di equilibrio o di equit, ma perch, rispondendo in maniera differente, mentirei. Unanaloga domanda mi stata posta pi volte, e immagino sia stata posta a tanti altri immigrati come me che vivono e lavorano in Italia. E non vorrei dilungarmi qui sul tipo di risposta che viene data di solito ad una domanda del genere. Non credo ne valga la pena. Quello che invece mi ha sempre appassionato, in quanto nuovo arrivato, e attento osservatore di quello che mi succede intorno, stato il modo di comunicare fra la gente. Per venti anni ho avuto una strana reazione ogni volta che ho sentito qualcuno dire, rivolgendosi al suo interlocutore, la seguente espressione: ma che parli arabo. La mia non era la reazione di una persona offesa, e non derivava dal fatto che io sia anche arabo, ma dal forte significato rivelatore che si cela dietro una simile esclamazione. Il primo e pi importante insegnamento che ho tratto da situazioni del genere stata la scoperta dellesistenza di un problema di comunicazione fra la gente. Questo problema viene accentuato ancora di pi quando la comunicazione avviene fra un autoctono e uno straniero. Usare lespressione ma che parli arabo mi ha svelato come in Italia esiste a priori una forte resistenza allapertura nei confronti dellaltro, del diverso, di ci che non si conosce. Usare la metafora della lingua araba, in quanto lingua inaccessibile ai pi, quando si vuole sottolineare lambiguit, lincomprensione o lirrazionalit di un discorso denota a mio avviso il rifiuto in partenza da parte del ricevitore di posare uno sguardo pi attento verso lesterno e di dotarsi di adeguati mezzi per poter decodificare il messaggio del trasmettitore. La resistenza allapertura e il rifiuto di comprendere il diverso si possono riscontrare ogni qual volta si parla di un argomento cosi complesso come quello dellimmigrazione.

Non un caso che abbia citato lautore libanese Amin Maalouf, e il suo saggio Identits meurtrieres che considero una autorevole referenza per chi vuole approfondire tematiche come quella su migrazioni e identit. Limportanza del suo testo non risiede per quanto mi riguarda esclusivamente nel tema trattato che quello appunto sullidentit; ma nel modo con cui stato recepito dalleditore italiano che lo ha tradotto, e in questo caso si tratta della casa editrice Bompiani, e lo ha presentato al lettore italiano. Invece di rimanere fedele al titolo originale, che significa identit omicide, una grande impresa produttrice di cultura in questo paese ha preferito dare al testo un generico, astratto e monco titolo come Lidentit, storpiando cos facendo il messaggio dellautore, e mettendo sul mercato un prodotto il cui titolo ha poco a che vedere con il suo vero contenuto. Un altro evidente e chiaro esempio di come tra trasmettitore e ricevente c una falla. Mentre uno parla, laltro non ascolta quello che dice, ma solo quello che vuole ascoltare. Mentre uno parla laltro ha gi deciso e modellato a suo piacimento il contenuto del messaggio in corso di trasmissione. Letichetta da porre sul prodotto finale pronta prima ancora che finisca il discorso. Lo sguardo del ricevente rimane immutato dallinizio fino alla fine del processo di comunicazione. Lesistenza di incomunicabilit in una societ come quella italiana, dove convivono fianco a fianco da alcuni anni una popolazione autoctona maggioritaria detentrice di una cultura locale, e una popolazione minoritaria composta di nuovi arrivati portatori di tradizioni differenti porta inevitabilmente alla manifestazione di tensioni identitarie. Tensioni che sono determinate nella maggior parte dei casi, come ricorda Maalouf da due concezioni estreme vis--vis della immigrazione e degli immigrati: una che vede il paese di accoglienza come una pagina bianca su cui ciascuno potrebbe scrivere ci che gli piace. Unaltra che vede il paese di accoglienza come una terra le cui leggi, i cui valori, le cui caratteristiche culturali e umane sarebbero gi fissati una volta per tutte, e a cui gli immigrati non dovrebbero far altro che conformarsi. Due visioni ugualmente prive di realismo, sterili e nocive. Una via di mezzo andrebbe per forza ricercata. Ma da chi? Personalmente sono sempre stato contro ogni forma di estremismo. Ho lasciato il mio paese di origine consapevole di andare a vivere in un paese che ha le sue regole e le sue leggi, ma nello stesso tempo fiero della mia cultura e della identit che fino al momento della mia partenza mi sono costruito. Unidentit che non era imbevuta solo delle mie radici arabo musulmane, ma anche del pensiero e della cultura occidentali. Sono arrivato in Italia credendo di essere un cittadino del mondo, desideroso di esplorare nuovi orizzonti. Col passar del tempo ho fatto tante scoperte, alcune sono insegnamenti veri e propri della vita, altre relative alla personalit che mi sono portato appresso. Parlo della scoperta del mio io perch stata veramente una scoperta, graduale e costante. La scoperta del mio io veniva sempre dettata dallo sguardo degli altri; da coloro che mi hanno ospitato. cosi che ho preso coscienza delle mie origini africane alle quali non avevo mai pensato prima, giacch mi consideravo semplicemente un cittadino tunisino in primo luogo e arabo in un secondo momento. Letichetta di immigrato mi stata appiccicata pochi mesi dopo il mio arrivo in Italia. A met degli anni Novanta la parola dordine era Mare Nostrum, e di colpo sono diventato mediterraneo. Ricordo di non avere mai ostentato il mio essere anche di confessione musulmana, perch avevo sempre pensato che la religione fosse una questione privata fra Dio e le sue creature. Sono sempre stati gli altri a ricordarmelo, soprattutto dopo lundici di settembre. Devo anche ammettere che in alcuni casi mi stato riconosciuto lo status di italo-tunisino, soprattutto quando mi comportavo in conformit a come mi volevano vedere gli altri. Divento invece cittadino italiano a tutti gli effetti quando la societ di accoglienza decide che tra diversi

mali bisogna scegliere quello minore. E cio quando vengo paragonato alle comunit straniere di pi recente arrivo, come quella bengalese, o quella rumena. Debbo dire che sono riuscito ad assumere durante questi anni tutte le componenti della mia identit, che considero elementi di arricchimento. un bene essere nello stesso tempo tunisino, arabo, musulmano, mediterraneo, africano e altro ancora. Confesso per che la componente italiana del mio carattere che mi crea difficolt. Non che io abbia voglia di ripudiarla, ma mi piacerebbe migliorarla. Dico questo perch la componente italiana che costituisce parte della mia identit composta, ha la tendenza a voler far tacere tutte le altre componenti della mia personalit e a prendere il sopravvento. Quella componente che vede in me e in tanti altri immigrati come me il nemico da abbattere, il soggetto da omologare mi impoverisce. Ed io mi sento impegnato a migliorarla. Amin Maalouf sostiene che lo sguardo rinchiude spesso gli altri nelle loro pi strette appartenenze. Una affermazione che condivido in pieno. Ho vissuto sulla mia propria pelle quella esperienza, e il risultato non mi piaciuto affatto. Non so come, ma quello sguardo nefasto e unilaterale sembra aver contagiato anche me e ora me ne vorrei affrancare. Vorrei tornare a credere che bisogna rispettare la cultura dellimmigrato per indurlo ad aprirsi a tutte le altre culture, compresa quella del paese di accoglienza. Dico vorrei perch con gli anni ho fatto dello sguardo che veniva posato su di me un parametro di giudizio, o di pregiudizio, per rinchiudere altre comunit straniere, come quella cinese, bengalese o rumena nelle loro pi strette appartenenze. Ed per questo che invito tutti, me compreso, ad ammettere che nella molteplicit che compone una identit bisogna vedere una ricchezza e non un flagello dei tempi moderni. Vorrei concludere dicendo a quelli che vogliono imparare la lingua araba, che pu sembrare indecifrabile, di considerarla una lingua come tutte le altre dalla partenza e senza avere pregiudizi. Concludo dicendo a chi produce cultura in questo paese di accostare le culture degli altri con pi umilt e saggezza.

Km 15, Giugno 2008